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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi tag: Francesco Tontoli

Equinozio d’autunno

23 sabato Set 2023

Posted by Loredana Semantica in POESIA, Poesie

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Tag

Anna Maria Bonfiglio, Deborah Mega, Emilio Capaccio, Francesco Palmieri, Francesco Tontoli, Giorgia Vecchies, Loredana Semantica, Maria Allo, POESIA, Raffaella Rossi

“Paesaggio a Murnau”, Vassilij Kandinskij

Oggi è l’equinozio d’autunno, in cui il giorno e la notte sono di durata pressocchè uguale, ed è anche il giorno che segna la fine dell’estate. Per l’occasione richiamiamo il post “Saluto all’estate“, col quale avevamo avviato le attività del sito dopo le vacanze estive e invitato a inviare liberamente contributi poetici a tema: saluto all’estate, fine dell’estate, settembre, inizio d’autunno…

Abbiamo talmente gradito che qualcuno si sia proposto che riportiamo di seguito le poesie pervenute e offerte per un ultimo saluto all’estate e benvenuto all’autunno del 2023.

di Raffaella Rossi da Epidermide rara, Eretica Edizioni 2023

I tavoli si sono spenti
e con essi le sigarette di fine agosto.
Di questo quartiere solo alberi muti
e sedie cariche di pioggia.
Nessuno si risveglia
se non i morti del paese.
Non cantate ninne nanne
per addormentarmi
non fate rumore per svegliarmi.
Risate solo risate.

Adolescente estate di Giorgia Vecchies

Erba tagliata, quasi fieno. Secco
afrodisiaco ricordo di adolescenti
baci di campo che rotolavano
Impauriti sul grano.

L’estate ci era scoppiata addosso,
l’estate bruciava i minuti
tra i nostri baci, infiniti
slanci e paure e nuvole
sopra di noi tra cielo e grano.
Il verde si è perduto,
bruciato dai tuoi baci, ma
l’estate ancora divampa.

Settembre era da sempre di Loredana Semantica, inedito

Settembre era da sempre
il mese iniziatico nel quale giungeva
il richiamo profondo di appartenenza
a un ambito diverso dove
altra luce cadeva sulle cose
in riverberi giallo paglierino e ricordi
di un luogo indefinito
dove s’era vissuto o bisognava andare
un giorno forse necessariamente.

Settembre acuiva l’espansione
una memoria ancestrale di qualcosa
lontana più malinconica che gioiosa
simile al pensiero di non essere solo ora
nelle opere o parole nel tempo o materia
ma oltre in avanti o all’indietro in un altrove
in altra forma o uguale
non essendo adesso pienamente.

Intanto a settembre
altra aria fresca scende
in gocce di pioggia leggera
sulle strade impolverate dall’estate
rese saponose dall’acqua
dove pattinano pneumatici neri
mentre tutta la natura respira
ozono e sollievo.

Ma la morte incombe a settembre
non solo nei versi ma sui letti
ha un linguaggio pesante anzi muto
gli occhi sbarrati impauriti
chissà cosa pensava in quel momento
mentre le carezzavo il viso magro
i cari bianchi capelli
“sono qui” dicevo “tranquilla non c’e nulla
di cui aver paura” ma non ne ero sicura
e le chiudevo gli occhi con la mano
perché sparisse la visione
che l’atterriva.

Settembre è il mese di mezzo
della mia festa di compleanno
che traghetta l’estate all’ autunno
e già per questa pretesa di equinozio
a spartire equamente luce e lato oscuro
ha nel petto un cedimento
avulso dal consueto progredire
da rigettare come presuntuoso
perché certo è solo il nulla
rotondo come una vocale
nient’altro.

In questa fine estate di Maria Allo

C’è una tristezza antica nelle ossa
Attraversa i corpi e le giunture

gli intonaci delle case nei luoghi a noi noti
sfavilla in lievi cerchi tra le travi
in ogni androne nelle sale d’aspetto
sugli scaffali nei carteggi impolverati
Ci prende tutti nella luce e nell’ombra
Si libra nel cielo e cade con la pioggia
sulla terra bagnata senza rumore
ai bordi delle cose sulla radura tra i vicoli
dentro il presente che ci divora
C’è una tristezza antica in questa fine estate

Ecco vedi si cercano risposte oltre la pelle
fino al cielo a metà tra due roghi
mentre le sterpaglie balbettano e dal ventre
dell’Etna in rivolta un bagliore corale sale

È tempo ormai (maturità) di Francesco Palmieri

è tempo ormai
che io vesta il grigio,
che indossi la giacca antracite

camminando per la strada
guarderò solo avanti

(e più nulla
dei seni sudati
dei seni ricolmi
di lei che passa
velluto pesca
polpa e frutto
per le labbra e la sete)

lascerò alle canzoni
i miei amori perduti,
lascerò sulle spalle
le mie foglie cadute

è tempo ormai
che io vesta il grigio,
che sigilli nella plastica nera
la camicia a fiori
e i pantaloni leggeri

le scarpe in tela
dei lungomari d’agosto.

Storie sull’autunno di Emilio Capaccio da “Voce del paesaggio”, Kolibris edizioni (2016)

L’autunno è comparso a chiazze
come una malattia endemica
sulla cappa delle aiuole
Non si vede più un cane per strada
libero di rovistare nell’immondizia
Non esce la sera
resta impresso sul divano
a sentire quello che si svelenano
una madre e una figlia
Le farfalle morirono
durante l’ultima glaciazione
La luna non è più venuta
da quando precipitò
dietro casematte quinquagenarie
a ridosso dei parchetti degli spacciatori
La vede una donnola ogni tanto
a un centinaio di chilometri di distanza
in qualche rada boscaglia
Le foglie ancora incerte
non sanno se andare
a un cielo che non le chiama
o trattenersi nel braccio vegetale
Io mi sono sbagliato
Non dovevo dar retta
a quelle storie sull’autunno

La bambina dal cuore verde di Deborah Mega, inedito

La bambina dal cuore verde
percorreva il lungo tratto
che attraverso gli alberi
conduceva al mare
e si mise in silenzio ad ascoltare.
Vide allora un sentiero protetto
da giganti ombrosi e silenti.
Si chiese perché quella quiete solenne
e dove fosse l’orizzonte
nascosto dalle splendide chiome.
Gli alberi scrollarono le giovani fronde,
dai fusti si innalzò un coro di voci profonde.
La bambina dal cuore verde
si mise in ascolto, chiuse gli occhi
e in un momento non le sembrò più
che ci fosse poi tanto silenzio.
Udì il fruscìo di foglie vive sul terreno,
il tonfo delle pigne attutito dal tappeto di aghi
e più in alto un cigolio di rami che il vento piegava,
lo stormire delle foglie, il frinire di cicale,
il frullo d’ali degli uccelli.
Brulicava di vita misteriosa la fitta pineta.
La bambina dal cuore verde
inalò a pieni polmoni il profumo di resina
terriccio umido ed erbe selvatiche
e solo allora vide il mare.

Elegia d’autunno di Anna Maria Bonfiglio, indedito

Mite stagione –
compagna di cauti cammini –
porgi la guancia tiepida alla quiete
lontano dai tumulti.
Vivi del pallido rossore delle foglie
e aspetti che rintocchi
l’ultima verità, l’ultimo squillo.
Amica che ci racchiudi nel cerchio
compiuto dei distacchi –
là dove vizza giovinezza indossa
il velo della notte – a te consegno
il convulso disordine del cuore.

Equinozio di Francesco Tontoli, inedito

Fin quando regge il bene della vista
misuro con gli occhi
anche ciò che non appare.
e mi sforzo di ingoiare il sole in un boccone.

Un equinozio sul filo della spada
taglia il giorno in due e il sogno in quattro
parte di luce e parte di oscurità in molecole
che non oso destare nella loro densità.

È vasto l’universo, e attratti dalla sua brillanza
rifiutiamo la sostanza delle tenebre.
Dall’una o l’altra bocca saremo divorati
un giorno che non faremo in tempo a misurare.

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“Tiratina” di Francesco Tontoli

22 venerdì Set 2023

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

John Evans Hodgson, “Il poeta laureato”, 1878

Amo i poeti che si danno le arie

non ci crederete, li considero esseri superiori.

Così amo gli ingegneri, gli architetti

e naturalmente alcuni selezionati musicisti

che pur vivendo di espedienti

producono intorno alla loro persona

una sostanza gassosa leggera e umbratile

una allure, una sorta di olio benedetto

profumatissimo e misterioso,

che ha il potere di guarire dalle scrofole

dai pruriti notturni, dalle cattive propensioni

e infine soprattutto dall’invidia.

 

Li amo perché liberano senza paura

la loro capacità di sentirsi padroni,

sicuri di sedurre con semplici mosse

un qualsiasi pubblico di lettori-scrittori desiderosi ( chissà perché? ) di poesia, disposto

allo svenimento all’enfasi necessaria e all’estatico superfluo.

 

Devo dire che questo amore non è corrisposto.

Niente da fare.

Loro, costoro, cotesti prototipi di umanità migliore e senza dubbio felice,

raramente consentono un interloquire con chi non corrisponde pienamente e con stupore infantile

alle proprie scelte stilistiche, semantiche, ritmiche, affabulatorie.

Stanno strettamente riservati nel loro mondo,

cioè, ci stanno o fingono di starci e

si compiacciono di essere considerati stanti,

essenti, necessitanti di cure e di attenzioni dai loro fedeli followers. Esigenti

approvazioni, rassicurazioni riguardo alla loro perfetta adesione al progetto di bellezza

che hanno certamente seguito fin da piccoli, attraverso un duro tirocinio di studi sulla

seduzione, sull’arte di riuscire a farsi considerare simulacro di perfezione e di innescare

nell’altro il sospetto di essere retroguardia, pubblico pagante, zavorra.

 

È bene dire che da parte loro esiste una forma di disprezzo per chiunque.

Non hanno percezione della prossimità.

E io amo questa vocazione alla mancanza d’amore, al rifiuto di adesione alla carne di

qualcuno. Sono attratto, incuriosito, perturbato dalla loro mancanza di umanità, dal

loro sentenzioso eloquio lento e solenne quando raccontano di sé stessi, della loro

fatica e del sacrificio di vivere, di affrontare e spingere sui monti la loro attrezzatura

retorica e godersi dall’alto la sofferenza dell’infimo, inutile, litigioso, guerrafondaio

genere animale, ostile, ingordo, ignavo, umano, troppo umano.

Essere gregario è godere di ricevere questo tipo di fustigazioni.

Esimi colleghi di romanzieri, teatranti, saltinbanchi, addestratori di pulci e di giaguari

conoscono a fondo le debolezze del loro pubblico.

Ultimamente ho letto che c’è un comico che riempie teatri, e il suo spettacolo consiste

in pratica e in teoria in una serie di insulti ai singoli spettatori paganti, scelti a caso.

Li mortifica, li provoca, li tratta come cani rognosi, e tutti ridono contenti, compresi gli

insultati.

È una tecnica che è cresciuta nel tempo, ma molto antica. Nel circo la usano i clown

quando vogliono coinvolgere il pubblico e pescano a caso uno spettatore che sarà la

loro vittima sacrificale, umiliandolo sottolineando la sua inadeguatezza, il suo non

patire, non comprendere il senso che si nasconde dietro al gioco: la crudeltà, il piacere

di vedere soffrire impacciato e imbarazzato il compagno più debole.

 

Francesco Tontoli

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“Alla maniera di Hopper” di Francesco Tontoli

15 venerdì Set 2023

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

Edward Hopper, “Domenica mattina presto”, 1930.

 

Si è svegliato
ho sentito i suoi passi
è andato in bagno
e dopo un po’ ha sceso le scale.
In strada faceva appena luce
la sua macchina è partita veloce
di domenica mattina, con la fretta
di essere dove doveva essere.
Può darsi che sia lavoro
o una giornata di pesca
può darsi un appuntamento
o cose che decidono il corso di una vita.
Può darsi la voglia di vedere il fiume
un’alba che hai sognato levarsi.
L’ ho aspettato tutta la notte
sapevo che qualcuno sarebbe giunto
che potevo cominciare a scrivere
far muovere dentro una storia
una figura, abbozzare i contorni
e farlo andare verso un altrove.
Non c’era bisogno di molti particolari
né che la storia avesse una soluzione
o un significato.
Mi chiedo anche perché proprio io
debba sacrificare il mio tempo
per uno sconosciuto.
E poi, perché questa urgenza di scriverne?
Un uomo è partito e io ho avvertito
la sua premura
ho raccolto la sua sfida al giorno.
Bastano una certa fretta
e il rumore del motore che si perde.
Molti si fermano a questa semplice verità.
Qualcuno inizia un romanzo
qualcuno finisce una poesia.

 

Francesco Tontoli

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“Ti sono apparso in sogno” di Francesco Tontoli

08 venerdì Set 2023

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

“September skies” di Sara Winters

 

Ti sono apparso in sogno
cosa avrà significato?
Stavi lì a cercarmi
sfogliando la Cabala
e io qui che non ti vedevo
stavo pure dando i numeri.
Mi hai chiesto l’ora
e te l’ho pure data
dicendoti son le sette
con l’aria solenne
di chi indica qualcosa di scaduto.
Poi ti ho accompagnata
dove non saprei dirlo
ma eri contenta che ci fosse un posto
come quello, e io tutto preso
dallo starti in sogno
ti mettevo il cuscino in modo che
facesse ciò che fa un cuscino
cioè reggere le sorti del tuo sogno
anche se non era mio
ma come se lo fosse
perché c’ero
e mi ci sentivo
ci stavo tutto intero dentro
ero diventato sensitivo.

 

Francesco Tontoli

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“Trilogia di uccelli” di Francesco Tontoli

01 venerdì Set 2023

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

ph. Sebastião Salgado

Merli

Con la prima luce dell’alba
arriva il canto del merlo
ed è bellissimo e chiaro.
Deve aver tessuto una trama tutta la notte
cucito i bottoni d’oro della sua voce
su un letto di cielo celibe e senza stelle

e ora che il piccolo splendore del giorno
si allarga nel suo petto
racconta a chi lo ascolta
le antiche paure appena rattoppate
il rumore del vuoto che scende
dalle lampade nelle strade
il pianto inconsolato del gatto in amore
che ha udito sgolarsi dai tetti.

Lui canta preciso anche il mio silenzio
questo confuso cercare senso nel niente
e con le sue tenere note rivestite di luce
accende il significato delle cose
presta un po’ della sua voce
a quello che invoco e nemmeno si sente.

 

Le rondini

Le rondini
prendono d’infilata i corridoi delle strade
arrivano stridendo a folate
basterebbe stare fermi e ascoltarle
vederle appena di sfuggita manovrare
con spericolata perizia nelle curve
e disperdersi, frantumandosi sui vetri
a gruppi, a nutrite pattuglie di caccia
come spinte da un vento inesistente.

C’è un arpeggio veloce di suoni fuggenti
che ricamano e disfano a metà del cielo
più o meno all’altezza del quarto piano
una spanna sopra la mia testa
come la mano di una mamma
che segna la misura del bambino
e per gioco chiede dove vorrebbe arrivare.

 

Gabbiani

I gabbiani di città sono diversi dai gabbiani di riviera
che rovistano tra plastiche e profumata spazzatura
aspettando le onde del pomeriggio puntuali.
I gabbiani di città se la tirano e fanno baccano
hanno sempre la puzza sotto il naso e ridono forte
delle sventure degli uomini quando li passano in rivista.
Una risata falsa che vola nel mio piccolo rettangolo di cielo
si posa sui tetti e come una tragica bomba esplode
rovina sulle case, le denuda e ne fa scherno.

I gabbiani di città portano in bocca
i loro piccioni appena morti, ma felici
e li consegnano per posta aerea
ai loro orribili pulcini
nei nidi nascosti dentro le nuvole.
La pappa di piccione felice è una specialità
e i piccoli la divorano cominciando dagli occhi.

Ho visto un gabbiano di città
fermare il traffico e passare sulle strisce
per arraffare a grandi balzi un piccione agonizzante.
Un altro mi hanno detto che è comparso
alla fermata degli autobus
e ha creato scompiglio pretendendo di salire
per non perdere il volo delle sette
quando gli storni volteggiano
creando i loro fantasmi in cielo.

Ogni giorno se ne sente una sui gabbiani di città
i giornali sono pieni di notizie deprimenti
ogni giorno è quello buono per compiere un misfatto.
Ci sono furti di scasso e d’ingegno
come quando rubano un gelato ai bambini
un gruppo che caga di striscio sui fiori
uno stormo di pirati assassini
che attacca le banche e i tavolini dei bar.
Qualcuno invece aspetta le sue vittime al tram.

Una sorta di criminalità
celeste e autorizzata.
Una continua vita di rapine
con le stagioni sottosopra
in questo deserto di rovine.

E non si può nemmeno più dire
tra uno sguardo al cielo
e un’occhiata al mare
con il magone in gola
che è il tempo che ormai vola.

 

Francesco Tontoli

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“Gli uccelli” di Francesco Tontoli

30 venerdì Giu 2023

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

 

(qualche anno fa una gazza ladruncola, vinta dal caldo, entrò in casa mia e fu accudita per qualche giorno).

 

 

Una gazza

 

I

 

È presto per dire

se la gazza che mi è entrata in casa

è venuta per rubare o per annunciarmi

qualcosa di inverosimile.

Per ora rispetto i suoi tempi

e le passo quel poco di cibo

che chiede strepitando.

 

Gli uccelli che cercano gli uomini

lo fanno per mancanza di vento

richiedono che la materia dell’agire

nelle ali che bruciano

sia nelle nostre braccia.

Ci credono capaci di muovere

idee di mondi, capovolgere cose

donare all’aria la possibilità di portarli lontano.

 

Avvertono che la delega

che li ha investiti come un turbine

(quella di superare la forza che ci inchioda

al nostro essere pesanti e miserabili)

li abbia trasformati in sogni

li abbia alleggeriti della realtà dura.

 

E se qualcuno ti arriva in casa

con l’ala spezzata, con la fame e la sete

pensi sia giunto un qualche momento solenne

segno che un cielo almeno, è caduto

e tu non sai proprio da quale parte.

 

Aspetti come aspettavano gli antichi abitanti

delle città assediate

pensando che i gesti del cielo

compongano poco alla volta un alfabeto

 

e quella lingua rubata

si ricostruisca sempre a fatica

per chi non ha il dono del volo.

 

 

II

 

(Notizie dalla gazza)

 

Deve essere innamorata

e ha bisogno di farmelo sapere

sul terrazzo ha deposto varie lettere

luccicanti, che composte in parole

facevano un verso d’amore senza senso.

 

Sull’albero dove le raccoglie ci sono

delle arance lasciate lì a marcire

e quelle cose di scrittura tonde o acuminate

che deve aver rubato chissà dove.

 

Ogni volta che mi vede avvicinarla

apre il becco come volesse essere imboccata

(dentro intravedo la sua gola rosa carne

che mi intrattiene in un canto quasi muto)

poi se ne va frullando l’aria nelle ali.

 

La vedo toccare i tetti tra le antenne paraboliche

e i filippini riuniti nel cortile per le loro feste

applaudono le sue evoluzioni e mi sorridono

mentre qualcuno affacciato alla finestra a fumare

rientra in casa disgustato e alza il volume alla tv.

 

 

 

Francesco Tontoli

 

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“Amico mio” di Francesco Tontoli

23 venerdì Giu 2023

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

“Another king of Rhapsody”, pittura di Dorina Costras

 

Amico mio,
ci incontriamo a volte
in questi nuovi passi
dopo esserci persi
di nuovo incrociamo
gli occhi su noi stessi
e raccontiamo della notte
che ci prende
e che ci lascia andare
dopo che ci ha segnato
e tenuto stretto
nella sua morsa nera.

Cos’hai ancora da mostrarmi
tra le tue dita
oltre alla nicotina
che ti brucia le falangi,
quel pugno serrato
ad acchiappare il sole
rintanato nell’aurora
che tarda a uscire?

Com’è difficile tenerti
dentro una poesia
descriverti in versi
mentre la mani tremano
e non uscir fuori nuovo
da questo disegno incerto
rinserrando le lacrime fino in gola
quasi fossi un passante
che indugia su un necrologio.

Le storie narrate ora ci fanno
appena sorridere
e prima erano tutto quello
che avevamo da dire
come se non bastasse dirlo
ma bisognava accompagnarlo
con un suono.

Noi suonavamo
così infelici di farlo
e così altrettanto felici
di percuotere un battito
dispari e contrario
come di chi corre sopra vento.

Ora sentiamo tutto consunto
fuori come dentro
la bonaccia perfida
l’ansia di percorrere un corridoio
il raccordo che ci porta
nell’altrove silenzioso
della casa che abitiamo da tempo.

 

Francesco Tontoli

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“Poesia mia” di Francesco Tontoli

16 venerdì Giu 2023

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

by Christian Schloe

 

poesia mia,

mi sei rimasta in gola
e mi sei salita in testa
ti sei fatta scrivere
senza opporre resistenza
per puro gioco
di misurare il tempo che passa
e senza dargli peso
mi hai permesso
di venirti a pescare dentro
solo quando mi eri necessaria
ed era il momento di apparirmi
in sogno, per strada
o in ascensore
sotto forma di parola
o di reumatismo, mal di denti
mal di essere e male dei fiori

poesia mia

quando ti ho creata
sei stata esposta come una reliquia
e ti ho tradita
traducendoti in segno
solo allora ti ho riposta nel cassetto
dopo essere riuscito
a descrivere come si forma
l’idea del fiore senza usare
il decespugliatore

ed ero così contento
che mi sono addormentato ridendo

 

Francesco Tontoli

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“Misteri insolubili” di Francesco Tontoli

26 venerdì Mag 2023

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

Il mio quotidiano navigare tra le cose.
Al mattino ho la fortuna di perdere tempo
prendere in prestito gli attimi e lasciarli andare
rimanere incantato dalle piccole tempeste
che si scatenano nella mia tazza di tè

meditare sulle risposte evasive che ho dato
a chi nella notte mi ha posto un quesito
mostrandomi immagini dell’adolescenza
sfocando lo sfondo di un mistero rimasticato
a cui ho cambiato la trama decine di volte.

Quel pezzo di cielo che mi fa meteorologo
di me stesso da un piccolo terrazzo di città
sondando il cielo dalle case e vedermi sondato
in ripresa aerea che si allontana dal mio fuoco.

Cosa mi porta a sognare rimanendo sospeso
come chi non riesce a vedere oltre il suo passo
mancando la presa del piede alla terra
facendo girare a vuoto la macchina fantastica
che ha perso il motivo di riprendere immagini?

Vedo nelle nebbie di questo maggio autunnale
esposto alla forza dei venti delle sue rose
gli esempi maturati, le lezioni indimenticabili
le nature matrigne che abbiamo partorito
noi patrigni e matrigne delle nostre madri.

Quanti misteri si leggono in una sola tazza!
Le notizie di un naufragio disciolte nel latte
lo stupore infantile di veder navigare qualcuno
a bordo di un’arca che costeggia case allagate.

Francesco Tontoli

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“Rapid Writing Movements” di Francesco Tontoli

19 venerdì Mag 2023

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

photo by Christian Schloe

Dentro un cerchio di appartenenza
su un un tavolo
come dentro l’enunciato di un insieme
stanno gli oggetti in numero di tre

un blister di pillole vuoto
un vecchio zaino, un libro.

Senza contare il foglio
sopra al quale sto scrivendo
privo di titolo e dedica.

Il tavolo racchiude questa flottiglia
e sulla sua pianura liquida
il mio sguardo si posa rotondo
come a contemplare un mare.

I movimenti rapidi della scrittura
(rapid writing movements)
smuovono onde e generano correnti
memoria che galleggia negli specchi
lasciano correre flussi di immagini
sopra un bianco abbagliante.

I ricordi soffiano nella direzione segnalata
da una ipotetica rosa dei venti
e lasciano che la penna percorra
la linea d’orizzonte del verso
come fa una vela.

E tutto questo avviene
con semplicità e con cura.
Come la felicità minore dell’uccello
che ha costruito un nido
con le lettere del suo canto,
come l’antica solitudine di un pesce
che nuota dentro la profondità
di un vasto sogno.

Francesco Tontoli

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“Stoicismo” di Francesco Tontoli

12 venerdì Mag 2023

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

 

Succede quando e non saprei come.
Non sempre succede, però spesso
e così sia, destino vuole succeda.

A volte succede in stato di moto o di quiete
che si accenda quella luce
e si apra quel varco nella mente
che appaia luminosa una possibilità di fuga
e quella luce che si irradia ci renda trasparenti
che un peso sullo stomaco venga digerito
seppure a fatica
e il succedersi sia ripartito
in ciò che accade e in quello che è accaduto
due pietre che rotolano lontane una dall’altra
fatti e fattoidi ai piedi della stessa collina.
Una cosa prende il posto di un’altra
portando in sé la verità di esistere
o l’errore di quello che potrebbe essere stata.

Succede a una tegola
di essere meno salda
sul tetto
succede al pedone che manchi una striscia
quando attraversa
succede che dall’altra parte della strada
qualcuno trovi ciò che cerca
e chi lo aspetta
e qualcun altro non trovi nulla
o che non cerchi affatto.
Dividere ciò che è successo
da quello che accadrà
separare il momento in cui il fiore sboccia
e l’idea che ci siano stati petali
nei tuoi pensieri fin da ieri.

Vivere, vivremo
fino a quando tutto si compirà:
chi dice che è incompiuto
tutto quello che ho vissuto?
Lo stoico dice che
è perfetto tutto ciò che accade.
L’imperfezione è una timida speranza
lunga tutta la strada della vita.

Francesco Tontoli

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“La ghianda” di Francesco Tontoli

05 venerdì Mag 2023

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

 

C’è stato dato di fare i sogni con la luna
e dopo averli fatti agitati come oggetti in bottiglia
vederli stagliati come satelliti
piccoli o grandi rifiuti cosmici
aggirarsi per tempi indefiniti
e provare a stare dalla parte
del loro sguardo
del loro naso
della loro bocca aperta di sogni.

Loro osservano me che li ho fatti
e li ho temprati col sangue
delle mie sette vite inespresse
scandagliano l’angelo giallo
che circumnaviga rotondo o falciforme
intorno alla mia testa
così terrena e acquosa
inondandola di maree e cattivi presagi.

Di giorno si addormentano ma non del tutto.
Di giorno stanno nel palmo di una mano
ruzzolano tra i piedi
pendono come fermagli da un orecchio
si annodano per ricordarmi che esistono.

Io li ringrazio per la vitale inesistenza dei loro moniti
per i segnali confusi che mi giungono
dallo spazio dell’universo cieco
profondo e sconosciuto
che sta dentro la mia ghianda.
Quella che conservo sempre in tasca
quella che accarezzo con le dita
per cercare la fortuna.

Francesco Tontoli

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“Come un cieco a cui hanno raccontato cos’è un cielo” di Francesco Tontoli

28 venerdì Apr 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

≈ 1 Commento

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Francesco Tontoli

by Christian Schloe

 

Stanotte ho sognato (finalmente!)
che guardavo il cielo.
Niente di che
non cambi il cielo di una virgola se lo guardi.
Sai che ne raccogli solo una parte
e altri infiniti cieli ti restano nascosti.
Puoi solo immaginarli
ma non hai il tempo per farlo
ti basta questo infinito cielo che hai davanti agli occhi.
Stai lì ad aspettare che nel sogno succeda qualcosa
e che lui tutto a un tratto
ti faccia delle domande imbarazzanti.
I cieli che fanno domande sono più interessanti
degli uomini che si fanno domande sul cielo.
A loro in realtà non interessano le tue domande
risponderebbero rimandandoti ad altri cieli
ma tu rimanendo saldo nel sogno che hai fatto
afferri quel cielo come se fosse davvero
l’unico cielo rimasto
come non ce ne fossero altri
e dietro quella stella non ci sia un’altra stella
che la luna stia facendo davvero la tua luna
e questo sole sia il mio e il tuo sole.

Poi il sogno si è avverato.
Avevo il cielo sotto il cuscino e non lo sapevo
senza guardarlo per via del buio della notte
come un cieco a cui hanno raccontato cos’è un cielo.
Avevo sul cuscino una stella
come quelle cucite sui cuscini dei bambini
e quella stella faceva davvero la stella
con un sistema solare intorno
e tutto quello che serve per fare una terra
e anche quello che serve
per fare un uomo che guarda le stelle.
Avevo qualcosa da chiedere a quell’uomo
e devo perfino aver rivoltato il cuscino
per provare a parlargli.
Niente,
non sono stato capace
di spostare il suo sguardo dal cielo
né di fargli domande.

Francesco Tontoli

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“Aprile crudelissimo” di Francesco Tontoli

21 venerdì Apr 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

 

Deve essere stato un segnale radio
trasmesso dal ventre dei monti
che ha contaminato
le tue aulentissime folate
di vento fiorile
trasformandole in lampi di morte.

Hai raccolto le saette cariche dell’elettricità
di un intero inverno.
Hai reso questa primavera etrusca
di verde pastello e rosa acquarello
un cupo delirio di nuvole
temperate nell’acciaio.
Hai impartito una severa lezione
all’albero di Giuda
cresciuto a bella posta nelle curve a gomito
per abbagliare autisti stupiti e maldestri,
e sprecare petali con le luminose braccia
color fuxia
affrontando il giudizio divino
e la rassegnazione di chi è votato
al tradimento.
Hai fatto virare le gocce di pioggia primaverile
in grandine sulfurea che fuma sui parabrezza.

E tutto questo solo per colpirmi?
Per ferirmi?
Per raggelarmi?
Per raggirarmi?
Per farmi ascoltare il rantolo dei boschi
che piegano la loro giovane tenerezza
ai venti maestri?

Aprile che hai versato oro fuso
sul corpo vivo delle gobbe delle tue colline
facendo ondeggiare il loro caravanserraglio
di vitigni, olivi e bed & breakfast
trasformando le pecore dei pascoli ancestrali
in vigogne e alpaca neri come il catrame
per evocare un fantastico Perù
e masticare merendine e coca

a beneficio esclusivo del turista
e della sua prole turistica
a beneficio dei popoli dei tik tok
che battono i loro tempi lunari e dispari
esibendosi come entità del nulla
come fragili nullità del tutto
a beneficio dei promotori di grandi
e piccoli tour.

Aprile scanzonato
che uccidi con la pioggia
e ricopri il mondo ridendo
con la tua neve aprilante.
Che penetri nei sogni degli amanti
con tutte le scuse possibili
e fiori dai colori impossibili.
Che dai la parola ai taciturni rii
facendo precipitare a valle
acque assassine dal sapore di rivalsa
e dall’odore acre di terra devastata.

Aprile che perdi l’innocenza
svelando i volti delle tue divinità ctonie e nefaste.
Aprile che chiudi le porte alle speranze
e le apri ai disincanti con risposte luccicanti.
Possiamo attraversare di nuovo
le torride estati venusiane
dopo aver annusato l’aria della tua torba
che produce fiori meravigliosi che suonano fatali?

Cadere nel tranello della tua bellezza,
questo ci spetta e ci avanza.
E possiamo farlo comodamente
fermandoci ad ammirare il male
mentre ci scorre tra le dita
al tatto di un cappotto di fibra sconosciuta
cui è allegato il cartellino di una qualità selezionata.

Cerchiamo l’autenticità come un pane caldo
che abbiamo perduto nei ricordi dell’infanzia
Rincorrere la primavera si può fare
l’aereo ci aiuta a programmare il viaggio.
Vorremmo avere il biglietto per Sidney
per ottobre, o goderci la grande fioritura
degli infiniti altopiani sudafricani
o quella dei deserti sudamericani.

E in tale giramondo scrivere poesie
ed esser piuttosto languidi, ammiccare.
Riscrivere le poesie si potrebbe
cartoline poetiche da Sharm El Sheik
o essere pensionati in Florida
e ribadire un semplice
“tutto questo è mio”.
……..
……..

 

Francesco Tontoli

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“10 Quarantene” di Francesco Tontoli

05 lunedì Ott 2020

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

 

Giacomo Balla, Lampada ad arco, 1909, Museum of Modern Art di New York.

1
 
Sera
 
se mi affaccio
 
dal mio primo piano di quarantena
 
riesco a vedere tra le case
 
la superluna di marzo
 
il suo occhio incredulo su di noi
 
la strada silenziosa del coprifuoco
 
i riders soli che consegnano pasti caldi
 
e sfrecciano ignari del suo sguardo.
 
Nelle case ci sono le bocche e le tossi
 
le febbri marzoline e la fame di pizza
 
le rabbie e l’abbaiare dei cani
 
che richiedono di essere pisciati
 
bambini col naso sui vetri
 
e vecchi incollati alle tv.
 
Altri umani non pervenuti
 
non spengono mai la luce azzurrina
 
che li guida nei loro altrove di salvezza
 
dove arriveranno con il ritardo di un minuto
 
senza trovarvi nulla
 
nemmeno il conforto di uno sguardo.
 
 
2
 
sai che non scrivo
 
se non a pagamento
 
ho pagato salato
 
e prima o poi mi caverò
 
le monete dagli occhi
 
per pagarmi il trasporto
 
prenotare il traghetto
 
mi è ancora impossibile
 
malattie indicibili
 
e falsi sintomi
 
si contendono il mio corpo
 
di solito guarisco
 
e rinasco ma non nuovo
 
non nasco, rinnovo il salario
 
il contratto, il rogito il sunto
 
mi muovo in un verso preciso
 
nel verso del detto per inciso.
 
 
3
 
Per i vecchi bisognerebbe
 
ritornare pesci
 
dopo essere stati
 
genitori e nonni degli uomini
 
rifare il cammino
 
riprovare a risalire
 
dopo essere discesi
 
e aver dischiuso le branchie
 
tentato di manomettere
 
i polmoni d’acciaio
 
essersi sacrificati nel silenzio
 
delle loro profondità
 
scavando dopo aver raggiunto il fondo
 
e aver trovato la pepita
 
della loro vita.
 
 
4
 
Così vedo queste sedie vuote
 
pulisco la casa e le conto
 
mia madre segna i posti di ognuno
 
di quelli che mancano.
 
Qui si mette sempre lui,
 
e lì la piccolina con la mamma,
 
sgrana i grani di un rosario di visi.
 
Mi dice che vorrebbe ci fossero tutti
 
sono vivi, me lo ripete molte volte
 
non sono dall’altra parte del mondo
 
oltre oceano o a fare una guerra.
 
I nostri sono così vicini
 
che affacciandoti potresti udirne le risate nelle case
 
a pochi isolati da qui una vita due vite
 
una bambina che arriccia i baffi ai suoi gatti
 
un pianoforte che viene suonato fino a sfinirlo
 
alcune idee di pittura su tela che segnano il passo.
 
E io che non volevo scrivere nessuna poesia
 
su tutto il silenzio che si è impadronito delle strade
 
(nessun dottore me lo avrebbe richiesto)
 
sul nulla, sul vuoto, so che non esiste terapia
 
il presente consiste nel trattenere il respiro
 
il tempo è inconsistente, quasi assente
 
come una mascherina, tessuto non tessuto.
 
 
5
 
Per l’ultima settimana di quarantena
 
vorrei scrivere una poesia al giorno
 
o almeno solo quella che ho in vena
 
purché mi tolga il medico di torno
 
Per l’ultima settimana di quarantena
 
ho in mente uno spettacolo dalla finestra
 
una classica allegra o tetra messa in scena
 
io che mi affaccio e indico a destra
 
e a sinistra una qualche via di fuga
 
un modo per risolvere il dilemma
 
di Achille e la dannata tartaruga
 
prestito di tempo, con una certa flemma.
 
 
6
 
Di tutte le stagioni che ho percorso
 
quella che è appena morta
 
è stata la più bella primavera
 
che non è mai passata
 
che non ha avuto tempo di esser vista
 
di esser visitata in cambio di un fiore o di una foglia
 
di aver trasformato me e gli altri un’altra volta
 
da cosa a cosa in una trasmutazione semplice
 
in desiderio di un futuro complice.
 
L’abbiamo sentita di sfuggita
 
rapida e leggera sfiorarci nelle case
 
stringerci in un abbraccio sconosciuto
 
di quelli che temi essere preludio a un lutto
 
rimanere nel nostro fiato come una nemica
 
alchemica, allegorica, svegliarci e addormentarsi
 
sulle nostre spalle e lasciare un segno
 
un regalo, un simbolo che non è stato familiare.
 
Un frutto avvelenato creato dal laboratorio dell’inverno
 
dove la pioggia che verrà di nuovo a maggio
 
di chissà quale anno del Signore
 
alla fine di una peste che ci ha tutti posseduti nel suo pugno,
 
si distilla in alambicco goccia a goccia.
 
 
7
 
Attirato al balcone dalla luna piena,
 
ieri sera ho visto una gatta bianca
 
gravida e lenta attraversare la strada
 
e il suo compagno sui tetti miagolare al cielo.
 
Mi è sembrata una scena compiuta, pulita
 
piena di un significato che sottintende
 
la vita sul pianeta, e del significante
 
che la osserva procedere inciampare
 
soffrire, rinascere per poi tornare
 
a disilludersi nel ripetere a memoria
 
il giro nel cerchio, la ruota della storia.
 
 
8
 
Colmare le distanze
 
col mare di cazzate
 
che circolano liberamente
 
aprire le danze
 
riempire il cucchiaino
 
per svuotare il mare
 
cercando il vaccino
 
terapia della mente
 
andare per il mare della vita
 
vincere o almeno pareggiare
 
lottando per disfare la matassa
 
naufragando dolce in questa partita
 
 
9
 
Penso a quanti fiori sono nati
 
sui marciapiedi in questi mesi
 
e prima di essere calpestati
 
falciati dalle lame degli addetti
 
al ripristino dei passi di viandanti
 
mascherati, gettano i loro colori
 
sulle vite degli uomini ridiventate
 
di nuovo frettolose.
 
Hanno avuto il tempo
 
di crescere negli angoli
 
tra muri e macchine
 
tra porte e finestre
 
immaginandole nell’attimo necessario
 
considerarle e ricoprirle,
 
come splendide rovine.
 
 
10
 
Il Monitore Afono è il prototipo
 
di ogni futuro e passato profeta inascoltato.
 
Ululatore professionale a lune rosso sangue
 
che si ergono da dietro il monte
 
a predire l’avvenire da sempre inciso
 
nelle scritture di crateri oscuri
 
si sgola a dissuadere gli uomini
 
che dicono di voler vivere la vita cercando
 
la dolcezza della morte nel contatto.
 
Si impunta nell’illudersi che ci sia del bene
 
in fondo ad un respiro non ancora contaminato
 
che l’idea di bello e incorruttibile
 
abbia ancora charme nel brulicare dei germi
 
che si moltiplicano sul nostro passo.
 
Si nutre ancora di pane e di rose
 
col lievito dei sogni e i bocci di speranza
 
trovando solo spine e fatica nella strada.
 
Cosa ci aspettavamo dalla scuola
 
di questo stupido cammino?
 
L’insegnamento di pause, soste, conforti, frescure
 
paradisi irradiati dal pensiero di australopitechi
 
svezzati con le clave e con massacri?
 
Che perda pure del tutto la sua voce quel signore!
 
Che taccia , forse il silenzio che sarà seguito
 
nelle strade deserte delle quarantene
 
avrà più senso nel cadere sulle teste
 
di chi sparuto vive ancora nelle case!
 
 
 
Francesco Tontoli

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Mi dormi

29 lunedì Giu 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

 

Mi dormi
e anch’io dormo
il tuo sonno di fianco.
Non è vero che ci siamo sognati
tutti d’un fiato?
Eravamo sudati e stavamo
accanto a ciascuno dei nostri pensieri
di ieri, con quei gesti e quei visi
che si fanno nel sonno
quando si viene guardati.
Studiavamo il dafarsi
e quasi a contarsi le dita delle mani
dicevamo sommessamente qualcosa
praticando una musica notturna, suonando
dentro un ‘orchestra di corde e di fiati.
Tu ripetevi un verso udito ieri per strada per caso
stando dritti sul filo che segna le notti
dormivamo in silenzio e con il senso del sonno
ritto e puntito, esploravamo la parte taciuta del sogno.

 

Francesco Tontoli

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“Griot in the city”, un racconto di Francesco Tontoli

11 lunedì Mag 2020

Posted by frantoli in I nostri racconti, LETTERATURA

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Francesco Tontoli, Griot in the city

 

Nella sua voce vi sono così tanti armonici che anche quando parla, anche quando non canta, gli si può ascoltare il fruscìo sotterraneo di un mondo di muchi e catarri, un lavorìo di bronchi affaticati, un motore non immobile di ottoni e di archi come un’orchestra asmatica che si accordi con difficoltà.
-Canta, canta!…- gli dicono centrando il cappellaccio in terra con una moneta. E lui con lo sguardo acquoso fa cenno di stringersi il pugno al petto gorgheggiando con un suono simile alla carta vetrata un:
-Grazie!- sonante e soddisfatto, imitando il “parlato” d’operetta.
–Dedicherò questa birretta a te, amore mio sconosciuto!…-
La velocità della massa di uomini e donne che si sposta da un punto all’altro della città come in una clessidra, ogni giorno su quel marciapiede, viene alterata dal suono ruvido e dal tono beffardo che fuoriesce dal suo cavo orale.
Un monito, il richiamo di un sirenetto rauco alla vacuità della fretta. Uomini legati a doppio filo alla schiavitù dell’ora esatta, e del minuto secondo da centrare ad ogni passo, vengono intontiti per un tempo indefinibile da una fonte sonora oscura e cavernosa che li blandisce, rapendoli dalla strada.
La cecità non gli è d’ostacolo. Sa esattamente del rumore dei passi di chi esita e di quanti sono quelli che non resistono al duro impatto della sua voce.
Sa quanti corpi barcollano allo scontro con le onde seghettate delle sue blue-notes. E i piccoli cerchi concentrici umani che gli si formano intorno sono simili a quelli che si allargano nell’acqua quando vi affonda un sasso.
Ode chiaramente le corrispondenze lievi degli sguardi che si incrociano e annuiscono. Le labbra che piano si allargano in un sorriso scavando nella pietra dura. E’ tutta gente uscita a sgomitare per lo spazio vitale dei pochi centimetri quadrati concessi graziosamente ogni giorno dall’Entità Sconosciuta chiamata benevolmente Padreterno, che manifesta tutta la sua gentile ferocia nell’abbrutire e nell’annichilire in un luogo denominato “città” , tutta la vita che gli uomini immaginano abbia creato.
Certo che anche gli uomini stessi, qualcuno sospetterebbe soprattutto loro, partecipano allo scempio con una discreta attitudine emulativa che la dice lunga sulla competizione che stabiliscono con Dio per dividersi le spoglie del pianeta che abitano. L’uno nel Sito Immaginario, l’altro in quello Reale.
Chi sono ad esempio quei due che si tengono per mano mentre ascoltano il Griot metropolitano cieco, fare i gargarismi con l’acido muriatico, tutti compresi nello sforzo di carpirgli il segreto della musica e della sua fascinazione?
E quell’altro tipo un po’ in disparte in grisaglia d’ordinanza che sembra fulminato sulla via di Damasco, con la borsa di pelle nera in una mano ingombra del sangue delle sue vittime finanziarie? Come mai si è fermato anche lui in posa mistica, sguardo perso e bocca aperta?
Forse perché il barbone sfatto di cattiva birra ha toccato i loro tasti dolenti, i loro bottoncini segreti, esposto i loro nervi alla radiazione della sua voce facendo emergere un’umanità dimenticata? E’ come scavare in un sito archeologico affondando strumenti in un terreno cedevole, avendo a disposizione il più potente dei mezzi di scavo: la frenesia dovuta al ricordo di qualcosa di irrimediabilmente perduto.
Ognuno di questi uomini in cerchio insomma, anche se ora si ricompone e ritorna a correre, anzi a rincorrere l’oggetto scuro del suo desiderio, ha subìto l’effetto devastante dell’evocazione di un fantasma prigioniero nella propria mente.
I due amanti questa sera si lasceranno senza una ragione così come aveva cantato il Griot. E l’uomo con la borsa nera, dopo aver visto scorrere e cadere i suoi titoli in borsa, verrà attratto dal cassetto della scrivania dove ha riposto la pistola che ha comprato un giorno, più per esibirla che per usarla. Ma questo il Griot non lo canterà sui marciapiedi di New York o Londra, dove si svolge presumibilmente questa storia di possibilità.
Lui vocalizza solo canzoni d’amore.

Francesco Tontoli

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Proprio quella

13 domenica Mag 2018

Posted by LiminaMundi in Poesie

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Alessandra Fanti, Deborah Mega, Francesco Tontoli, Loredana Semantica, Maria Rita Orlando

Bernardino Luini, Madonna del Roseto, 1510

Chiede Lilì: “Ma dimmi, babbo mio,
come hai potuto indovinar da te,
proprio la mamma che volevo io,
proprio la mamma che va ben per me?”

Lina Schwarz

 

Sono madre: il tuo trampolino per il salto

Sono madre: il tuo trampolino per il salto.
Dove tuffarti devi saperlo da te.
Io guarderò il tuo avvitamento
sarà comunque perfetto
anche tra gli schizzi più alti
e insubordinati.
Non farti troppo male, se puoi.
Disinfettante e cerotti
qui per te non mancheranno mai.
Sbagliare, ferirti, fallire
tutto ti è consentito.
Riuscire, centrare il bersaglio, vincere
tutto ti è permesso.
Sono madre, la lettera iniziale è minuscola
e non è un caso.

Alessandra Fanti

Farsi madre è per ali forti

Farsi madre è per ali forti
farsi madre come cagna
o gatta per la salda presa
del collare per la lingua
che al caldo della cuccia
lecca ruvida di spugna
il pelo ai corpicini.

Farsi madre
di mammelle e latte
pancia utero vagina
tra le zampe soffici di piume
per la cova delle uova
nella paglia il guscio rotto
la placenta amniotica
l’albume.

E sono belli i pulcini
vividi di giallo alti snelli
con o senza barba
con gli occhi chiusi sulla strada
prodighi di tempo e sonno
madre ti dico nella conta
di tazze salici staffette
notti innevate transazioni
nell’attesa del decollo
oltre il nido l’ingresso
l’illuminazione.

Loredana Semantica

Io (una) madre
 
Ricordo ancora
 
il torpore del risveglio
 
il riemergere al reale
 
con la mente vuota
 
incapace di pensare
 
voci confuse da lontano
 
attraversano il silenzio
 
di oblìo simile alla morte.
 
 
Dalla cortina di assenza
 
un ricordo inconsistente
 
diviene paura concreta.
 
È viva? È sana?
 
Provo a muovere le membra intorpidite
 
anestetizzate da staticità imposta
 
a lungo protratta.
 
 
Un dolore tagliente
 
mi annebbia la vista.
 
Mi rispondono
 
che sei viva sei sana
 
(Avrò parlato dunque?)
 
sollevata sprofondo
 
ancora nell’oblìo.
 
 
La prima volta che ti ho visto
 
mi sei apparsa
 
un angelo di Dio
 
il miracolo mio
 
di donna.
 
Avevi la pelle di luna
 
le linee di velluto
 
il mio stesso odore.
 
 
Eri il prodotto puro dell’amore.
 
 
Ora il miracolo è svegliarti
 
scoprendo i segni della crescita
 
gioire e piangere con te
 
che sei parte di me
 
(ancora lì dove sei stata concepita)
 
la mia miglior parte
 
il futuro roseo
 
di attese e di speranze.
 
 
Ti accompagnerò
 
finchè sarà concesso
 
non ripeterò gli errori
 
di mia madre
 
ne compirò di nuovi
 
quelli che solo le madri fanno
 
per eccessivo amore.
 
Deborah Mega

Mi hai sottratto presto il tuo corpo

Mi hai sottratto presto il tuo corpo
l’hai sottratto alle mie mani accudenti
hai imparato presto a lavarti, a vestirti
e già mangiavi da sola quando sei nata
nella tua casa nostra.
Era troppo abitare nelle nostre vite
per te abituata ad essere di nessuno?
Credo sia stata una fatica dura
per te bambina forte di mancanze antiche.
Poi sei tornata a me per abbracciarmi
madre bambina di me bambina madre
nonostante gli anni passati a salvarmi
dal non amore con amori santi.
Avevo una lezione da imparare
avevo da scoprire la distanza adatta
per essere vicina senza soffocare.
E tu, nascosto il corpo, ti sei fatta presente
tempo da dove non scappare
materia ad aumentare
respiro spiato la notte
risate e scoperte da far figliare.

Alessandra Fanti

 

M.A.D.R.E. 

Mediatrice
Attenta
Disincantata
Rimani
Essenza.

Io.

Ribelle
Indomita
Troppo
Ancora

Figlia.

Maria Rita Orlando

Lettera a mia madre

Sono arrivato a pensare ai tuoi ricordi e a toccarli

a cosa sarà della tua memoria quando non ci sarai.

Me lo hai fatto capire quando li hai messi in fila

e ancora una volta sei andata più in là nel tempo

arrivando a prima di quando ero bambino

al mondo di prima che io venissi al mondo

-è esistito!- mi hai detto.

Ci sono persone che spingono per farsi ricordare

e bussano alla tua memoria tutte le notti

ti chiedono quell’aiuto che ormai non puoi più dargli.

Mi hai detto che sei andata a cercarle nei vicoli

che hai setacciato i semi che tuo padre comprava

e di un piccolo furto ordito con tua sorella

dove avevate rubato due lire a tua madre.

E io come figlio ho pensato

alle piccole e grandi cose che devo averti rubato.

Ma i tuoi ricordi sono più grandi dei miei

e corrono nella tua testa veloci

ti fanno ritornare nei luoghi dove nessuno può andare

donano una nuova luce ai tuoi occhi ciechi.

Ti sei fatta ascoltare anche sapendo che magari

non ti avrei ascoltato con l’attenzione che richiedevi.

Abbiamo questo tempo consumato e riparatore

che ricuce le diverse trame di tessuti dimenticati

e a incollare il vaso si rischia di vedervi altri disegni

rovistando gli angoli bui che sanno solo i sogni.

Mi hai parlato di almeno un migliaio di scandali

e di cose che si lasciano in deposito

perché le godano gli altri che vengono.

E tutta quella roba che arrivava nella tua testa

io non sapevo dove metterla e cosa farne.

Come sempre e come tutti non ho saputo trarre profitto

della carne delle generazioni venute prima della mia.

E allora devo aver pensato anche a quello che lascerò io

se i miei figli mi ascolteranno quando sarà il momento

se avrò il tempo di farlo e se riuscirò a scandire gli attimi

come hai fatto tu senza aver trovato un interlocutore credibile.

Ma devo aver capito che parlavi più a te stessa che a me

ti confessavi e rimpiangevi amori e morti

e loro ti ripagavano con parole e volti

nella fuga delle storie avvenute o immaginate.

Avevi il bisogno di parlare che solo i vecchi hanno

e che pochi sanno esprimere in pieno.

Sorprende il grande silenzio di non sapere più dire nulla

e il non sapere più farsi ascoltare.

E noi sempre a valutare se poi vale la pena

stare a parlare con qualcuno, fosse pure nostro figlio

sangue del sangue , seme del seme.

Francesco Tontoli

L’immagine della rosa che funge da divisorio tra le poesie è una creazione di Maria Rita Orlando. PER FESTEGGIARE INSIEME LE NOSTRE MAMME, INVITIAMO GLI AMICI POETI A INVIARE ALLA NOSTRA MAIL liminamundi@gmail.com, ENTRO LA MEZZANOTTE DI OGGI, UNA POESIA SUL TEMA DELLA MATERNITA’.

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LA SCQUOLA NON E’ ACCUA

22 domenica Apr 2018

Posted by frantoli in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA', SINE LIMINE

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Francesco Tontoli

(foto di Francesco Tontoli)

Sono 40 anni che sono nel mondo della scuola, e faccio parte del Personale Educativo, ho la Funzione Docente, e tutto il “pacchetto di privilegi” (sic!) e di pene di chi bazzica da quelle parti (mi perdonerà Michele Serra di questo linguaggio terra terra?). Per me è un periodo di magra qui su Facebook, non mi sento coinvolto quasi in nulla. Leggo post, faccio cose… (pochissime cose), utilizzo il Mezzo ormai senza l’entusiasmo di una volta nelle discussioni, che sbircio con sempre più sgomento. Sono smarrito, sopraffatto dagli eventi che si affollano e nutrono i profili social che ho di fronte quando siedo davanti a questo schermo. La nausea è forte, gli argomenti spesso durano il tempo di una giornata o due, su episodi che attraversano la cronaca o la politica con la velocità di un meteorite. L’indifferenza si sta impadronendo anche della mia curiosità di comprendere. Il fatalismo del “così è sempre stato” e dell’ “ormai non c’è più nulla da fare” è nell’ordine delle cose della mia giornata.
Eppure l’episodio di Lucca ai danni del prof di Italiano mi ha invogliato a reagire sia pure con i riflessi rallentati e con dubbi, se davvero ne valga la pena di aggiungere il mio mattoncino di opinioni da buttare nel mucchio informe del mondo virtuale.
La scuola italiana è di solito un universo di simulazioni male assortite della vita cosiddetta “vera”. Ci si sta per delle ragioni che i ragazzi fanno fatica a comprendere, e i docenti fanno altrettanta fatica a comunicare. Dall’una e dall’altra parte di questi due schieramenti simulati e strutturati qualche volta i ruoli saltano. E i motivi possono essere diversissimi. Ho in mente decine di colleghi docenti che ho conosciuto nel passato che hanno attraversato momenti terribili, prima di tutto con sé stessi, chiedendosi se erano ancora capaci di potere sostenere l’impatto della gestione di un gruppo di adolescenti attraversati da tempeste ormonali. Spesso il senso di inadeguatezza si impadronisce delle persone , il burn out è malattia diffusa non riconosciuta. Di gente sottoposta a mobbing massiccio è pieno il mondo del lavoro, ma nella scuola le conseguenze possono assumere effetti catastrofici.
La velocità di diffusione di video registrati denuda e scarnifica di significato qualsiasi tentativo di spiegazione o di “giustificazione”. In un video non si può far altro che vedere un povero cristo sgomento e rassegnato, sottoposto ad angherie e a soprusi. Non esiste la possibilità di astrarre dal contesto. L’immagine diventa il documento di una verità crudele e certificata. Un adulto con un ruolo specifico di guida deriso è il segno del fallimento dei modelli di trasmissione dei saperi. Anni fa si contestavano i metodi di questo passaggio di testimone tra generazioni. Stavolta a saltare è il banco tutto. Messo alla berlina è il singolo anello debole, che rappresenta un sistema ritenuto inutile. A scuola, sembrano dire questi ragazzi che filmano loro stessi, le proprie eroiche gesta, ci si va per far casino e poco altro.
Non credo per tutti sia così, ma stavolta c’è di mezzo la prova, non le chiacchiere pedagogiche o le lamentele di categoria. Stavolta il mezzo ha soppiantato qualsiasi analisi e decontestualizzazione mobilitando lo sdegno, che credo durerà qualche settimana in più del solito. Il mezzo sappiamo quale è, ce l’abbiamo tra le mani molte ore al giorno. La responsabilità è di tutti avendone fatto un feticcio da esibire nelle sue possibilità di mostrare spezzoni di vita squallida e di realtà sovradimensionata. Sappiamo da tempo che chiunque di noi forte o debole che sia può essere sottoposto a un crudele giudizio collettivo con sentenza immediata dei suoi presunti pregi e difetti messi all’asta. Non discuto i torti criminali di questi ragazzi che meritano tutto il mio biasimo e la mia condanna, ma la possibilità diabolica di ricatto che ha qualsiasi documento sul nostro mondo privato e sul nostro universo pubblico. L’espressione rassegnata del collega vittima dell’aggressione dice tutto (sembrava dicesse “Cosa ci faccio io ancora qui alla mia età?”) su un passato di tentativi di ribellione al lasciar fare, lasciar passare probabilmente da parte della Direzione. Insomma una pena indicibile.

Francesco Tontoli

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NOTTURNI

21 giovedì Dic 2017

Posted by frantoli in Appunti letterari, LETTERATURA, Poesie

≈ 1 Commento

Tag

Francesco Tontoli, Notturni

NOTTURNO I

io, di notte

conto sempre i quarti d’ora

e in molti ovili il contatore mi salta a tal numero

e tastando le pecore nel sonno sento che hanno

quel pelo che immagini sotto ci sia chissà cosa e

allora io, di notte

oltre alle cose che mi passano accanto

mi tengo lontano dal sonno dei lupi

in una veglia interiore che molte volte

attende un albeggiare pallido

come fossi immerso con le mani nel nulla

a dipanare i fili che

 

invece io, di notte

sto lì a tendere

e ogni filo, di notte, diventa il mio tessuto

che si fa e si disfa in una trama sempre nuova

come se raccontasse quella storia o quell’altra

e a volte con la navetta e il pettine

di un telaio musicale

 

purtroppo io, di notte

a furia di cantare curvo sulle corde tese

mi consumo come se consumassi la notte stessa

e quando anche ne aspettassi un’altra

la notte

le altre volte tesse sé stessa senza che

 

insomma io, di notte

possa cantarne i suoi oscuri motivi notturni

sicché la notte

mi vince con la forza della sua musica

e i suoi disegni pare si cancellano non appena

 

per caso io, di notte

cesso di far fluire le mezzore nelle clessidre

e dimentico di svuotare nel cielo della notte

la sabbia delle stelle

il tempo consumato nelle veglie

 

 

NOTTURNO  II

 

Tu, stanotte

hai di che dormire

stringo la tua mano

tengo nella mia mano il tuo sonno

veglio i fremiti della tua elettricità

che ti attraversano i palmi su binari che si biforcano

e la pulsazione delle tue vene

mi fa pensare che di notte vivi di altro ulteriore

e mi aiuti con il sonno a stare in questa notte

tu, stanotte

col treno fai arrivare alle stazioni

gli esseri alati che volano nel tuo sogno

delle cui storie mi racconterai domani

e lì accadono cose che ti fanno muovere labbra

e aggrottare sopracciglia, distendere gli arti

accennare a un dolore e fare di conto

e attraverso sottrazioni dell’essere

arrivi a sospirarmi qualcosa che non capisco

nella lingua che precede la poesia

 

 

NOTTURNO III

 

la notte per loro è una tana

si nascondono chiusi dentro quel bozzolo

e l’odio che secernono a ogni sogno

li fortifica convincendoli che sono nel sogno giusto

e che il mondo è conforme a quello

che c’è da aspettarsi da un mondo

il loro sonno ronza progettato giustamente

come è progettato il piano inclinato sul quale rotolare

al risveglio la notte li avrà ricaricati

avranno molte tacche ai loro archi

molte sfide di finanza li attendono

come assalire e predare, uccidere variando i tassi finanziari

considerano la speranza una sconfitta

la notte non li trascura, e stando lì a oliare gli indici

metteranno in ginocchio le loro madri prima che faccia giorno

 

NOTTURNO  IV

 

Buttato in un aeroporto

la notte non mi fa paura

saporiti dormiamo tra le valigie

sogniamo fusi orari come quelli

dei quadri di Dalì in terre desolate.

Si è fermato alle tre di questa notte

il tempo ha bivaccato cantando

la canzone di chi chiede asilo.

Ognuno al cellulare fotografa la scena

dove i bambini restano di stucco

ridendo sui cartoni illuminati.

 

Chi dorme sogna i suoi vent’anni

li avrà chi non li ha mai avuti da vivo

la notte stanotte non mi ha divorato.

 

 

NOTTURNO  V

 

tenta la notte ancora di annottare

scende, tratta col vento la sua tregua

ma i patti erano patti e dilaga

lungo questo asse non ancora invernale

attendiamo uno strano Godot dall’Artico

si avvicendano i nuovi giorni al calendario

senza che si veda nulla all’orizzonte

dalla nostra fortezza il tenente ispeziona l’oscurità

nel deserto di cose che abbiamo davanti

c’ è l’idea di un nuovo crollo del fronte

spediremo lettere a casa con “amore mio”

come solo ed eterno richiamo che filtri calore

e il ricordo di un pianto dentro un foglio inzuppato.

 

 

NOTTURNO VI

 

Notte di una notte senza fine

notte il cui confine non arrivo a percepire

notte che passo dentro ad altre notti

in bilico a sedere su una sponda di letto

di un orizzonte opaco e imperfetto

Notte che il giorno me lo racconto e me lo canto

me lo tengo stretto accanto sul cuscino

lo vivo come sogno di luce, di cammino

E immagino un rumore di passi che percorrono la notte

con l’aria che si ingoia di notte ad un aprir di finestra

e in quell’affaccio ti vedo attraversare il filo delle ore

che contate e ricontate non sono più notte

su ore non ancora calde che non fanno il giorno

Notte che annotti sulla città

afferrando e scuotendo lampioni

con un vento che vorrebbe parlarmi

senza aver proprio nulla da dire.

Sarebbe molto meglio dormire

quasi (almeno) come un piccolo morire.

 

Francesco Tontoli

 

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