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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi Mensili: febbraio 2021

Anime e animali

27 sabato Feb 2021

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, LETTERATURA

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Anime e animali, Loredana Semantica, racconto

Camilla amava i gatti. Ne ammirava il corpo proporzionato e flessuoso, la piccola testa triangolare, gli occhi gialli, verdi, azzurri, tutte le fessure oblunghe delle pupille piantate nel buio a scrutare la notte. Bello il loro pelo variopinto, la sua lucentezza briosa, dalle tonalità del bianco, al rosso, al nero, declinato in tutte le molteplici sfumature del marrone, gli ineffabili grigi. Affascinanti i balzi eleganti dei gatti in barba a tutte le leggi della fisica, la disinvolta indifferenza del loro  incedere nel mondo e di contro i picchi di curiosità sfacciata e intrigante. Lo strusciarsi ruffiano contro le gambe, le fusa, le onde positive di vibrazioni che queste  diffondono, il magnetismo animale della presenza, il sicuro piglio del passo sui cornicioni a chilometri dal suolo, la capacità di giocare con un filo di lana, una pagliuzza d’erba, una foglia secca.

Avere davanti agli occhi un piccolo felino, con i pregi di quelli selvaggi e senza i problemi che quelli darebbero, era per Camilla un incomparabile regalo della natura. Guardare giocare due micetti la riconciliava col mondo, come ammirare un albero nel suo rigoglio, un fiore nel suo splendore. Era una sorta di danza, una fusione di tenerezza e bellezza, dove la morbidezza del pelo e i corpicini dai movimenti incerti e goffi si mescolavano nel gioco all’esercizio per la lotta necessaria alla vita futura.

Camilla ne aveva avuti tanti gatti nel suo giardino. Fino ad una ricca colonia di sedici animaletti, molti anni prima. Ancora adesso ne aveva intorno.  Da quando suo marito Oscar aveva montato una tettoia di policarbonato sul gazebo del giardino, i gatti del quartiere avevano deciso che quello era un luogo congeniale. La tettoia non era spiovente, ma piana, come Oscar avesse potuto montare una tettoria piana in un gazebo  progettato col tetto spiovente era un miracolo di inventiva.  Come avesse potuto sormontarla da un telo di polietilene era un mistero ancora più profondo. Il telo risultava praticamente inutile, esteticamente orribile, ed era stato strappato dal vento in più punti.

A dispetto di ciò i gatti avevano eletto quel luogo come prediletto.  Il telo di polietilene era diventato un tiragraffi ideale. C’era un gatto bianco latte pezzato a macchie grigie, con una testa quasi tonda e l’aria soddisfatta di chi non teme nemici, che amava schiacciare un pisolino nell’angolo sinistro della tettoria. Un altro tigrato rosso tutto pelo passava ogni mattina,  calpestando con le zampette guantate una passatoia in ferro  nero di appena otto centimetri. Non mancava di farsi vivo uno splendido gatto nero, lucido di pelo e muscoloso, simile a una pantera in miniatura, con magnetici occhi gialli. Compariva in modo spettacolare, ergendosi statuario in tutto il suo splendore. Almeno altri due o tre felini bazzicavano quel posto tra i quali un elegante persiano grigio polvere, probabilmente non randagio. Era diventato un luogo trafficato come il corso principale di un paese. Non potevano mancare le zuffe animate da soffi, zampate e miagolii che si concludevano con l’allontanamento dell’ultimo invasore. A Camilla non erano chiare le dinamiche degli scontri per cui qualche volta restava alla finestra per studiarle. Il gazebo era antistante alla finestra, la tettoia da quel punto di osservazione appariva come un palcoscenico.

Camilla amava i gatti, ma non solo. L’amore per gli animali le era semplicemente connaturato, pensava che fossero parte del creato e dovessero essere rispettati come abitanti della terra, espressione della natura e, se domestici, come amici.

Per questo motivo Camilla, quando era bambinetta di sette o otto anni non capì perché in quella bella pineta in montagna, con la giostra e l’altalena, le panchine e aiuole, un posto ideale per divertirsi e giocare. Non capì dicevo, perché  quel giorno un gruppetto di tre bambini, appena più grandetti, torturò e uccise un passerotto che aveva avuto la sventura di finire tra le loro mani. Dopo esserselo passato l’un l’altro tirandolo come una palla, l’ultimo del gruppo lo lanciò in aria e gli sferrò un calcio mandandolo a sbattere contro un tronco. Neanche il tempo di un grido. Camilla rimase attonita e sconvolta. Questo episodio si stampò indelebilmente nella memoria, finché fu capace di darsi ragione di questa crudeltà.

Divenne grande. Allora capì che  quei ragazzini si dicono balordi, e più in generale che gli uomini si dividono in due categorie i buoni, che operano per il bene e i cattivi, capaci di gesti simili, non soltanto con le bestie, ma anche con i simili. Capì che c’erano mille sfumature tra questi estremi. Di solito chi era crudele con gli animali non era benevolo nemmeno con le persone, solo che su queste avesse un briciolo di potere. Ne concluse che la vera natura di una persona emerge col potere. Decise che avrebbe imparato a riconoscere gli uomini e avrebbe sempre operato perché il potere fosse dato ai buoni. E così fece.  Indicibile impresa.  

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IL DOLORE DEL VIVERE ~ Note sulla poesia di Camillo Sbarbaro

24 mercoledì Feb 2021

Posted by marian2643 in Appunti letterari, LETTERATURA

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Anna Maria Bonfiglio, Camillo Sbarbaro

 

Sbarbaro, estroso fanciullo, piega versicoli

carte e ne trae navicelle che affida alla fanghiglia

mobile di un rigagno…

 

Questo è l’incipit dell’epigramma che Eugenio Montale scrisse per Camillo Sbarbaro in esergo al suo libro Poesia e prosa, curato da Vanni Scheiwiller e prefato dallo stesso Montale, una sestina in cui è racchiusa tutta la potenza simbolica che l’autore assegna alla poetica del ligure: un universo esplorato con l’occhio limpido del fanciullo che gioca “con carta colorata” alla rappresentazione di una vicenda esistenziale intessuta di piccole cose. In Fuochi Fatui lo stesso Sbarbaro parlò di se stesso assimilando i suoi repentini stupori a quelli di un fanciullo “ammesso a far man bassa in un emporio di giocattoli”. Nella sua prosa frammentistica, che non raramente tocca punte di autentica liricità, il poeta ritorna sovente al suo mondo di fanciullo come a un’isola dove solo è possibile spegnere quel disagio nei confronti della vita che è la costante espressione della sua poesia.
L’arte di Sbarbaro ha una genesi indecifrabile, è un nodo di autobiografismo vago, privo di qualsiasi sostegno documentale, nasce e “si fa” voce di un sapere lucido, disincantato, espressione sostanziale di un’esistenza che ha un solo punto fermo, la natura, al cui contatto l’uomo-Sbarbaro approda ad un’autentica emozione. La natura, sola presenza benefica in un mondo che lo lascia indifferente, riscatta la povertà di avvenimenti della sua vita, cura gli stati di nevrosi che a periodi lo colgono, lo riconcilia con una realtà che, pur nel suo fondo di avarizia, può dargli ancora qualcosa: (Benedetto amore. Oggi che ho il piede sulla soglia, pochi passi bastano per raggiungere l’uliveto sul mare, dove per ore, in silenzioso a tu per tu con una muriccia di fascia, passerò di gioia in sorpresa…).
La sua vita è come divisa in due corpi: da una parte la letteratura, dall’altra la scienza, che pratica come lichenologo, e nello stesso tempo unica, quando dall’una e dall’altra si distacca per contemplare con pena irreversibile il sentimento del dolore: (Vedo allora che nulla nella vita/ è buono e nulla è triste, ma che tutto/ è d’accettare nello stesso modo;/ e penso che convenga rassegnarsi/ ché tutto eguaglia la necessità).

Camillo Sbarbaro nasce a Santa Margherita Ligure nel 1888. Il padre Carlo, ingegnere e architetto, è un militare a riposo, la madre è Angiolina Bacigalupo. Ammalatasi di tubercolosi, Angiolina morirà nel 1893 affidando i suoi due figli Camillo e Clelia alle cure della sorella Maria (la Benedetta a cui Sbarbaro dedicherà le poesie di Rimanenze). Dopo un breve soggiorno a Voze, nel 1894 la famiglia si trasferisce a Varazze, dove Camillo frequenta le scuole fino al ginnasio. Nel 1904, incoraggiato dallo scrittore Remigio Zena, inizia la sua attività poetica. Frequenta il liceo a Savona dove ha l’occasione di conoscere il filosofo Adelchi Baratono, fratello del suo futuro amico Pierangelo.
Dopo aver conseguito il diploma Sbarbaro si impiega nella Società Siderurgica di Savona. Nel 1911 la società viene assorbita dall’Ilva di Genova e Sbarbaro è costretto a trasferirsi nel capoluogo ligure. In quello stesso anno, grazie ad una sottoscrizione dei compagni di liceo, viene stampata Resine, la sua prima raccolta di liriche. Successivamente le sue poesie e la sua prosa lirica compaiono sulle maggiori riviste letterarie italiane: La Riviera Ligure, Lacerba, La Voce.
Allo scoppio della prima guerra mondiale decide di abbandonare la mal sopportata vita impiegatizia e si arruola volontario nella Croce Rossa Italiana. Alternandosi tra le trincee e le retrovie scrive le prose più belle dei suoi Trucioli. Nel 1927 comincia ad insegnare all’Istituto genovese Ariecco dei Padri Gesuiti, ma lascia improvvisamente l’incarico per non dover subire la tessera del Fascio che gli era stata imposta. L’anno seguente escono nel volume Liquidazione alcune delle prose scritte negli anni postbellici, che testimoniano il definitivo passaggio da un gusto vociano-frammentista ad una più costruita e complessa prosa d’arte. Nel 1928 Sbarbaro vende a Stoccolma un primo importante erbario di muscinee. Nel 1931 esce la rivista Circoli, fondata da Adriano Grande, che nel primo numero ospita i suoi splendidi Versi a Dina, piccolo canzoniere amoroso. Il rapporto col regime si complica e l’anno successivo la censura esige tagli e soppressioni dalle bozze del suo nuovo libro, Calcomanie, che non vedrà la luce se non nel 1940 in una versione dattiloscritta allestita per gli amici in venti copie. In seguito al bombardamento navale di Genova (9 febbraio 1941) si trasferisce a Spotorno con la zia e la sorella. Vi resterà fino al novembre del 1945, iniziando una feconda attività di traduttore dei classici greci e francesi. Nel 1914 per conto de La voce era stata pubblicata a Firenze la silloge Pianissimo. La raccolta è un monologo dal tono dimesso, quasi soffocato, espresso in endecasillabi. La tematica esistenziale presenta ampi squarci di tormento interiore articolato senza alcuna violenza linguistica, i testi si offrono al lettore come pronuncia scabra ed essenziale di un’angoscia che non trova conforto. Il poeta si vede come sdoppiato, un uomo che cammina portandosi appresso un’anima che “la sirena del mondo” non può incantare; tutto ciò che lo circonda è quello che è, nessuna illusione, ma la rassegnazione a una condizione di vita segnata dall’indifferenza.

L’accostamento alla tematica di ispirazione leopardiana, di cui si è parlato a proposito della poesia sbarbariana, si arena quando più si fa evidente la reale differenza che intercorre fra le pulsioni dei due autori: la poesia di Camillo Sbarbaro condivide con quella del Leopardi il sentimento di sordo dolore nei confronti della vita, ma se ne distanzia per la fondamentale disposizione dell’anima. Sbarbaro non piange i sogni perduti, le illusioni tradite, il desiderio di ciò che non è possibile possedere, che nel Leopardi sono filosofica affermazione di una condizione di vita comune a tutti gli uomini, ma si fa testimone di una sua personale solitudine interiore, generata dall’aridità che lo circonda, e scioglie il dolore che lo raggela in un canto cupo e impietrito. La sua poesia è sfiducia nei confronti della vita ma allo stesso tempo segno di un forte attaccamento ad essa anche nell’epifania del dolore. (Per la felicità grande di piangere/per la tristezza eterna dell’amore/per non sapere e l’infinito buio…/per tutto questo amaro t’amo, Vita).
Sbarbaro vuole scontare la vita. Inerte, atono di fronte all’esistenza non ne rifiuta neanche la più piccola parte, sa che il vuoto attorno a sé sarà per sempre ma di questo non piange. Non semplice accettazione, dunque, ma meditata resa ad una condizione che non può essere diversa. La solitudine di Sbarbaro è una reclusione fatale che gli permette di osservare la realtà con occhio oggettivo. Il suo canto di dolore si innerva su due motivi: lo sconforto universale, generato dalla consapevolezza che nessuno può sottrarsi all’ineluttabilità dell’esistenza, e la pena privata, una sofferenza tutta personale, radicata nel fondo della coscienza. A questo dolore il poeta non può e non vuole rinunciare perché in esso configura la vita stessa: (perché quando non soffro neppur vivo). Quella che egli stesso definisce “la condanna d’esistere” investe tutta l’umanità ed ecco che la sua pena diviene dolore del mondo e dei tanti condannati sorridenti che vanno verso l’abisso dell’esistere, egli “s’impaura”.

A proposito di Pianissimo si è parlato anche di matrice culturale baudelairiana e non è difficile rilevare che alcune liriche offrono molti spunti che autorizzano un accostamento alla poesia di Baudelaire. La tematica di Sbarbaro apre un varco verso la concezione della poesia moderna del secondo Novecento, così come quella di Baudelaire fu uno spartiacque fra la poesia del primo Ottocento e quella che si avviava a rappresentare un modello di umanità calata nell’era della prima rivoluzione industriale. L’atonia vitale, la pietrificazione interiore dell’individuo che assiste da spettatore inerte alla vita, la frantumazione della propria identità nei rapporti con il mondo esterno, sono la misura del disagio che l’uomo Sbarbaro avverte nei confronti di un’esistenza che subisce.

I sentimenti del poeta si sciolgono solo nel canto che gli affetti familiari gli sanno suscitare e al padre egli rivolge il suo pensiero purificato dall’immanente presenza di quel dolore che suscita la consapevolezza della perdita: “Padre che muori tutti i giorni un poco/e ti scema la vita e più non vedi/con allargati occhi che i tuoi figli…”, versi che implicano il senso dell’impotenza escatologica e la pena della solitudine senza speranza alla quale l’indifferenza della vita condanna l’uomo. Il rimpianto di non aver saputo esprimere concretamente i sentimenti che lo legano alle persone care corrode l’anima del poeta che cerca riscatto e salvezza nella propria capacità di ancorarsi al dolore: “Voglio il Dolore che mi abbranchi forte/e collochi nel centro della Vita”.

Elemento necessario e catartico, il sentimento del dolore è la struttura essenziale della poetica sbarbariana dalla quale l’autore si discosta appena nelle brevi pause di abbandono. Nei bellissimi Versi a Dina il canto di dolore si distende pur rimanendo latente nell’anima per il senso di provvisorietà che l’episodio d’amore non cancella. Il poeta ha consumato la sua ansia d’amore in anonimi letti di postriboli, ne ha assaporato il retrogusto amaro che ogni volta lo ha svuotato d’ogni voglia di vivere. A questa sensualità spesa troppo in fretta ha pagato il suo tributo di pena: nel momento stesso in cui sono stati placati i sensi sono scattati il vuoto e la desolazione, l’alienazione al diritto di soffrire: “Sento d’esser passato oltre quel limite/nel qual si è tanto umani per soffrire”.
Ma, oltrepassata la frontiera dei sensi, ecco, a rischiarare un’esistenza di trame povere e a rendere vivi fantasmi e immagini di una giovinezza consumata nella fantasia, palesarsi il sentimento che coniuga amore e pulsione erotica. La vita che prima era stata un deserto si anima di una presenza viva: “E la vita sapessi a me che fu,/Amore, prima che ti conoscessi…/Un deserto la terra; a volte, il mondo/come sfocata immagine che trema”. L’inquietudine si scioglie nella certezza della realtà nuova, spezza l’amara solitudine e riporta l’uomo a contatto con l’altro. Il tempo di stupirsi, di placare il tormento interiore in una pausa riconciliatrice ed ecco che tutto è già rimpianto. L’Immagine, fatta vita e ritornata oscurità, si fa ricordo, memoria che trasmuta fatti e luoghi, risorsa vitale per l’anima consumata dalla pena del vivere; ritorna il dolore, generato dal senso di perdita. “Oh come poca cosa quel che fu/da quello che non fu divide!”I termini del vissuto si confondono fra emozioni provate e realtà immaginate e riportano al passato suscitando suggestioni che si risolvono nell’icasticità di immagini scarne e strazianti: “(…) non era che un crudele immaginare”.
Quella di Sbarbaro, secondo Emilio Cecchi, è “un’arte di autoanalisi”; la vita del poeta ligure è il segreto che ciascuno custodisce in sé e la sua poesia, di cui Giovanni Boine scrisse che “a capirla basta il cuore e l’aver vissuto”, ne è la sola certezza. Sbarbaro fu uomo che non rifuggì la povertà, si tenne lontano da mode e conventicole e non seguì che la sua sensibilità. Il suo dettato poetico è una partitura nitida dalla quale si sprigiona la forza erompente dell’arte. Il suo fu un mondo chiuso che gli permise spazi altissimi dove le sue sensazioni di cupo sconforto si sciolsero nella manifestazione espressiva. Il dolore del vivere, che sempre lo accompagnò, non gli impedì di provare uno stupore quasi infantile ogni qualvolta la sua anima colse gli aspetti benevoli della natura, al cospetto della quale provò l’ineffabile sensazione della libertà: “(…) e come per uno sforzo d’ali i gomiti alzo…
Se Baudelaire vede il poeta come l’albatro che caduto in mano alla ciurma insensibile ne diviene lo zimbello, Sbarbaro lo assimila alla fanciulla che se ne va da sola nient’altro possedendo che il suo canto. “A noi che non abbiamo/ altra felicità che di parole(…)/se non è troppo chiedere, sia tolta/prima la vita di quel solo bene”.

Camillo Sbarbaro muore all’Ospedale S.Paolo di Savona il 31 ottobre del 1967, dopo un lungo periodo segnato da gravi crisi depressive.

Anna Maria Bonfiglio

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Versi trasversali: Davide Rocco Colacrai

22 lunedì Feb 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Davide Rocco Colacrai

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

DAVIDE ROCCO COLACRAI

 

Quando Neruda sognava sogni che non erano d’oro, forse

“e mi commuove un volo, l’incerta
direzione di una foglia, il rotondo
occhio di un pesce immobile nel lago,
le statue che volano nelle nubi,
le moltiplicazioni della pioggia”

La sua era un’infanzia fatta di parole che non si poteva guarire,
il silenzio del mondo gli parlava,
la materia era il suo alito,
penetrava i sogni e, con essi, dilatava la misura delle cose,
l’oceano la sua platea,
il tempo la sua cura,
l’ombra stretta dove pulsava al vento il suo corpo
al ritmo da guitarrista del suo Cile.

Era affamato di tutto,
il più minuscolo granello spostato dal passaggio obliquo di una farfalla un miracolo,
per ogni miracolo un fuoco dentro
che sprigionava parole,
le parole a imprimere un senso al mondo, una speranza,
più forte della pioggia, e anche della morte,
il suo canto alla vita,
a quello che, come brace, andava a comporsi e scomporsi
dietro la pelle, spessa e dura, degli adulti.

Faceva l’amore con l’universo sottovoce, e poi lo inventava,
e addosso, con sé, il dolore.

Era evidente che Dio lo avesse dotato di un asse, preciso e infallibile,
più infinito dello spazio, e necessario.

La sua era un’infanzia fatta di parole che non si poteva guarire,
decisa nel suo assolo, come quello del chucao,

oltre la terra, e la solitudine,
il buio e le nottole, oltre la resina dei sensi, attorti ai cuori di coloro che non sognavano più.

 

S’i’ fosse fiore

I fiori sono i geroglifici degli angeli,
amati da tutti gli esseri umani per la bellezza del loro carattere,
sebbene pochi riescano a decifrare
anche solo qualche frammento del loro significato

Avete mai visto la pioggia piangere ed essere consolata da un fiore?

I più fragili, incompleti per solitudine, tra di noi
che nemmeno l’alito verticale del vento osa asciugare,
si lasciano lubrificare, a volte anche impregnare, dalla lacrima mai uguale del cielo,
ognuno nella sua posizione, mai troppo diritta,
nel fagocitare quel lievito d’amore che la vita porta in grembo con sé.

Io sono un fiore di questa famiglia,
dal temperamento vanitoso e mai sazio, deciso quanto basta, e passionale,
mi divertono gli animali quando con i loro nasi mi spettinano,
mi lascio mordere dagli umori delle stagioni, dall’abbrivio di un’attesa,
e mi piace misurare le rughe della terra, gonfie come sono di storie, radici e sogni.

L’alba segna l’ora per comporsi, qualcuno s’incipria, altri s’impomatano i petali all’insù,
a mezzogiorno amoreggiamo con le ombre,
morbide e sempre difficili da avere, si concedono senza promessa,
appena imbrunisce lisciamo quel che resta del giorno
oltre l’orizzonte, nelle ninnenanne da assecondare, per rendere tutto più sopportabile.

La mia famiglia è più numerosa di quel che si possa pensare,
lavora per l’armonia della notte,
per quegli spazi circolari che si aprono, denudano e mostrano prima di scivolare nel cuore
e persistere come scelta o destino,
ognuno a profetare quelle orme che ne tracciano il nome a Dio.

Noi confortiamo gli umani nei loro desideri, e i giorni nel loro evolversi.

La città nella sua inesausta malattia di essere e non essere.

E la pioggia quando piange.

Noi con il nostro silenzio da culla del mondo, certo e completo, sempre e per sempre.

 

come virgola d’autunno

e il mare insiste,
i pescatori vagliano se stessi per la nuova stagione
e la vergine si pettina all’orizzonte,
l’estate, già matura, siede come un’anziana donna
pronta per dare il cambio,
nel frattempo sogna dietro al suo ventaglio
con il cielo del colore del grano,
le lacrime in un bicchiere di vino infiammano un canto
più sonoro dell’acqua,
ognuna si lascia infrangere per spargere la sua benedizione
in un’onda che si evolve in dardo,
è il sapore del tramonto a ricordare ai fichi d’india
di spremere il dolore al tempo
e renderlo perdono,
il cuore a contare le nostalgie che nessuna profezia
potrà placare,
la parabola di un destino, dove si spengono le ombre,
che, tra dalie e profumo di mosto,
in punta di piedi,
come virgola d’autunno,
prepara, senza paura, la mia nascita al mondo.

 

L’asintoto

Ora che mi resta solo questa eccezione
alla mia preghiera
da stringere al petto, dove le obliquità
del suo corpo tessono
l’accento, misurato, di un’attesa
che condensa l’infinito
nei propri riflessi, e l’ora, nuda e addosso,
si strugge in un’abitudine
che fa dei sogni gli spazi che il silenzio
abita tra la pioggia
che non bagna, e la città si scioglie
in un bicchiere senza asse
a ricordare che tutto, anche la molecola
più minuta, è una metà, e l’amore
un’ipotesi che supera
quel sempre senza contrappeso nell’innocenza
delle mani, ora che l’alba
schiuma di ricordi, nuda d’ombra
e senza rifugi, e amplifica
la verità di una debolezza e il confine
del perdono, e conferma
che la cura di Dio, come la vendemmia,
porterà promesse: non ho giorni
da sgranare, non oso cucire
eredità con le mie radici, non c’è principio
che scivola a me dal setaccio
dell’universo, zitto il dopo: e lascio che
questo presagio, nudo di corteccia
e senza nome, mi morda, fermo al centro
di questo assolo: e troppo mondo.

 

Allo zenit dell’amore

Sono la mezzanotte della primavera
quando luna e sole indugiano in una congiunzione d’eclissi di latte
le madri singhiozzano a sillabe azzurre le loro orazioni
sulla punta del cuore hanno forma di farfalla i baci
della vita piroetta all’unisono il batticuore verso il cielo
si mescono al sudore sangue e vino
e, al loro profumo che preannuncia un’assoluzione,
crepita nell’impazienza di mostrarsi l’universo;

sono il lievito dell’incontro di più ombre in una carne
che scalpita sul guanciale imbevuto dei sogni
sorge sulla scia di un arcobaleno arciere
smuove le zolle di un’attesa lunga un desiderio
devia le geometrie di una nemesi in due
e rovescia le tasche prominenti delle stagioni in un punto
che, dal centro del morbido ombelico di un seme,
tracima nella voce di un rintocco di primordio.

È la prima volta che il mio nome pronunciato nomina
e che il nominare raccoglie in sé tutte le impressioni di Dio
e, con esse, la bellezza di una nuova virgola
la linfa della terra
i colori
il respiro
il congiuntivo dei giorni
e lo zenit dell’amore.

Aspetto che la pioggia mi racconti la mia storia.

 

 

Testi tratti da “Asintoti e altre storie in grammi”, Le Mezzelane  Editrice, 2019.

 

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Sogni

20 sabato Feb 2021

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, LETTERATURA

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Loredana Semantica, racconto, sogni

“Balloons girl” Banksy

Giselda sognava ad occhi aperti. Mamma voleva che mettesse in ordine la cucina dopo pranzo. Da un lato le insegnava a rivestire il ruolo di brava donna di casa, dall’altro si faceva aiutare nelle faccende. Giselda comunque non era una cenerentola, aveva due sorelle e insieme si organizzavano. A volte in buon accordo, a volte bisticciando. Una lavava i piatti, di solito Amelia, la maggiore che si sbrigava in venti minuti e filava via. Alice era la più piccola, veniva adibita ad asciugare le stoviglie. Il resto era per Giselda. Vale a dire riporre le stoviglie, riordinare la stanza, spazzare e lavare i pavimenti. Giselda non faceva in fretta come Amelia, era più mogia, cincischiava, perdeva tempo, alla fine restava sola in cucina. Non le piacevano le faccende di casa, forse era pigra, col tempo si rese conto che non era portata, le faceva per dovere e per necessità, non certo perché far brillare la casa fosse la sua vocazione. Se ne rese conto solo quando incontrò qualcuno che l’aveva. La vocazione. Allora realizzò che siamo tutti fatti in modo diverso.

Nella grande cucina luminosa Giselda, rimasta sola, s’immergeva nelle sue peregrinazioni mentali ancora più profondamente, mentre riordinava, passava la spugna sui ripiani o spazzava il pavimento. L’ora assolata in quella stanza era grande abbastanza per i sogni, era perfetta per sognare. Lei entrava in una specie di torpore immaginifico dove s’inventava storie. A volte erano astruse e surreali: il disegno della piastrella, ad esempio, si animava e diventava un aquilone. Altre volte la statua di legno del gatto nero era un gatto vero con cui giocare. Spesso sognava di se stessa. Da grande farò la scrittrice, pensava. Scriverò un romanzo bellissimo, specchio dei tempi e della società, una sorta di Gattopardo, oppure sarò una specie di Emily Bronte di  Cime tempestose, meglio ancora Antoine de Saint-Exupéry. Spesso nei suoi sogni c’entrava la scuola, la ricerca di un successo, un apprezzamento, lodi mai avute da professori indifferenti.

La notte nondimeno Giselda era preda della sua immaginazione. Il sonno sembrava non arrivasse mai. Le ombre, i rumori la tenevano all’erta. Una volta temette che qualcuno dietro la porta d’ingresso strusciasse i piedi in modo sospetto. Lo disse a suo padre, che inaspettatamente non la mise a tacere, ma le diede retta. A sua volta vegliò per scoprire che erano le scope dei netturbini che spazzavano le strade. In fondo anche questa era una fantasia, una storia inventata che il confronto con la realtà trasformò in una cosa banale, routinaria, simile alle pulizie di casa. La nettezza urbana.

Non passò molto tempo che Giselda perse la capacità di sognare ad occhi aperti e visse la sua vita di lavoro e di affetti. Solo molto molto tempo dopo Giselda la recuperò. Capì che quel sognare era come tornare all’infanzia, invecchiare diventando bambini, ma non smise di farlo, come non smise di invecchiare.

Allora il suo sogno più grande diventò di andare a vivere in un casale in campagna, scrivere racconti, romanzi, articoli, poesie. Dipingere, coltivare piante. Per realizzarlo dipinse un unico quadro, un autoritratto e lo mise in vendita ad una cifra esorbitante. Esattamente quella che occorreva. Non dico quanto, nemmeno se riuscì nel suo intento, ma i sogni si realizzano solo se desiderati.

Le stelle aspettano sempre che noi facciamo un balzo e le raggiungiamo. E’ certo che ciò avvenga non sappiamo quando. I sogni li plasmiamo noi stessi con le nostre mani. Sono come bolle di energia che scagliamo nell’ universo.  L’universo le accoglie, a volte rotolano per anni, a volte per secoli, prima di esplodere, ma è certo che a un dato momento quella bolla di energia esploderà, tanto più violentemente quanto più grande il desiderio che la forma. Ci sono bolle che scoppiano in modo fragoroso e le vibrazioni si propagano come onde nello spazio e nel tempo. Bolle che fanno “flop” e si afflosciano in un secondo come palloncini sgonfi. Quelle che implodono ci danno dolore, quelle che esplodono gioia, ma ancora più importante è fabbricarne tante e tante da non poterle contare o tanto grandi da non poterle contenere. Il difficile allora sarà restare ancorati alla terra.

Loredana Semantica

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Sergio Carlacchiani: “Indiscrezioni dal fortilizio”, RP Libri, 2020. Sei poesie e un commento breve

19 venerdì Feb 2021

Posted by adrianagloriamarigo in MISCELÁNEAS

≈ 1 Commento

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Adriana Gloria Marigo, Indiscrezioni dal fortilizio, Sergio Carlacchiani

 

Sergio Carlacchiani: Indiscrezioni dal fortilizio

RP Libri, 2020

Nota postfatoria di Filomena Ciavarella

 

 

L’Ego può innalzare fortilizi entro i quali costruire difese attacchi resistenze contro gli agguati del mondo, le maschere di un tu dalle «bocche eternamente aperte» falsario di bene, ma il Sé trova brecce sicure per portare oltre le mura notizie che nella loro immediatezza hanno l’aria dell’indiscrezione di quanto avviene nella strategia del vivere entro l’assedio immediato o dilazionato: il titolo Indiscrezioni dal fortilizio sembra suggerire queste immagini primarie che, invece, lungo le pagine si perfezionano nella declinazione di altre legate dai canapi del sentimento il cui connotato maggiore è l’ardenza di una natura delicata e forte, di una audace leggerezza profonda, di un logos che mostra senza censura la sua «unghia di verità» guerriera e «infelicità senza difesa»: la poesia di Sergio Carlacchiani si presenta come una nube interstellare, una nebulosa, in cui ‘concentrazione’ e ‘diffusione’ sono le dinamiche attraverso le quali egli impianta le sue poesie che nel tumulto dell’esistenza attingono sia alle profondità del tenebrore, sia alla distesa del lucore, fino alla spazialità della luce. C’è nell’Autore la compresenza dell’aedo e del rapsodo: egli ha ricevuto “un dono fortunato delle Muse”, ossia la facoltà di scrivere, pronunciare, porgere la parola cantatrice che evoca, inventa, foggia.

 

Adriana Gloria Marigo

 

 

 

d’IO dio perché mi hai abbandonato?

 

Tra epidemie guerre merci affari

distante dall’asfittica logica dei denari

richiuso raro nella finestra d’un muro

scruto bocche eternamente aperte

non voglio ascoltare inutili cantilene

troppa stanchezza ho del mostrarmi

ritirarmi in un giro di vite smarrito

voglio non essere più contenuto

a un solo grido avvinghiarmi

restare privo di misericordia

abbandonato dalla solitudine

in atri gorghi vicoli di silenzio

naufragante nell’alto nuvoloso

suturato dentro qualsiasi dolore

vortice divino sferza inesorabile

uragano perla unghia di verità

palpito al fine d’oblio non altro

che un’inerte eco riparatore

gesto strozzato esasperato

terreno dolore malinconico

nell’esistente silenzio morale

ansia tormentosa inuguale

nonsenso solido del niente

sprofondare sino in fondo

nell’infelicità senza difesa

sciagura ignota inattesa

mondo spento che mente

recluso nel male evocato

insorgente dall’invisibile

patogeno agente infettivo

sterminatore d’impronte

d’IO

misera storia umanizzata

eternizzata da chissà qual

dio.

 

 

 

Oltrepassando

 

Attingerò nella profonda sorgente di vita

attraverserò anche oggi chilometri di luce

confiderò in questa mia capacità d’apertura

pronto nuovamente a farmi squarciare il petto

non un gesto non una parola come morto

tra i morti disperso camminerò sulla superficie

con il coraggio di chi confida in un cuore indomito.

 

 

 

Sbavatura di silenzio

 

Mi godo quest’ultima

sbavatura di silenzio

che s’infila sulla dorata

luce dell’aurora

la sola voce ramata

d’ascoltare ora che

lo scompigliato mare

degli sgarbati rumori

in sé la fa annegare

sono cenere polvere

che il vento spazza via.

 

 

 

Spetalo l’anima morente

 

Spetalo l’anima morente

canta la pioggia sottovoce

lacrimevole melodia

in martirizzato stato

la carne attonita

ridotta a orma

il cuore lapidato

dall’ignavia eletta

a ferrea norma.

 

 

 

 

Brucio come si deve…

 

Nell’attesa in perdita dell’amorosa notte

faccio spesa di speranza in svendita eppure

sterminata la città come se fosse dal silenzio

le ore sembrano aver esaurito tutte le lacrime

un pudore dignitoso di morte si stende educato

quale consolazione è questa bizzarra sofferenza?

Lo spirito si palesa con la sua inquietante autorità

la turbata nobiltà non ha altro nome che grazia

indicibile nudo d’angoscia s’è stracciato le vesti

cado sopra di lui abbracciato nel buio scompare

e io ancora brucio d’ardore come si deve…

 

 

 

Anima mia

 

Entri nel vivo quasi sparando al mondo

anima mia perché infatti indugiare

ancora abdicare all’imbecillità

ora carne e ossa sei dell’insofferenza

mai più ottusi incontri insostenibili

uniformità gratuite senza pena

esci di scena come assoluta

da palcoscenico eterno mai

più rappresentazione terrena

ma favolosa distante dal niente

è troppo tardi non rincorretela

in fuga senza sosta da voi

non la potete più trastullare

anima scevra d’impedimenti

costellazione di vicoli ciechi

io la luce! Gridasti a me

in disparte…

 

 

Sergio Carlacchiani

 

Biobibliografia

 

Nato a Macerata nel 1959, Sergio Carlacchiani (pseudonimi: Karl Esse – Sergio Pitti – sergio e Basta!) è performer, attore, doppiatore, poeta e pittore. Direttore artistico di varie rassegne teatrali tra cui ricordiamo:

“Poeti e Poesie da Decl/Amare ; “Civitanovapoesia”, Festival Internazionale di Live Poetry ; “Poesia in Vita”, Festival di Poesia Declamata e “Vitavita” Rassegna Internazionale di Arte Vivente. Si è occupato di poesia lineare, visiva, concreta, sonora e di mail art. Ha pubblicato nel 1979, “Poesie”, per la Collana Poeti d’Oggi, Gabrielli Editore, Roma; nel 1983, Quadri di Parole, a cura dell’Associazione per le Ricerche sulla Scrittura, Grafiche Cardarelli & Casarola Editore, Monte San Giusto, Macerata; nel 1987, con lo stesso Editore ha pubblicato Quadri di parole 2. Dal 2016, dopo un lungo periodo d’inattività, ha ripreso a scrivere.  Si è formato, come attore, presso la scuola del Minimo Teatro di Macerata. Ha seguito diversi corsi di perfezionamento e specializzazione. Ha conseguito a Roma il diploma d’impostazione e uso della voce e tecnica del doppiaggio cinematografico, sotto la guida del maestro Renato Cortesi.

Da molti anni si occupa di porgere la poesia in maniera multimediale e spettacolare. Tra i tanti recital tenuti, da ricordare in assoluto quelli a Recanati, presso il Colle dell’Infinito, il 29 Giugno 2010, e 2014 in occasione delle Celebrazioni Leopardiane. Visto il grande consenso e favore di pubblico e di critica Casa Leopardi gli ha chiesto d’interpretare, in sala d’incisione, una selezione di Canti leopardiani editati nel 2011 da Giacomo & Giacomo nel cd O graziosa luna, io mi rammento… che si trova in vendita con il film di Martone Il giovane favoloso nel Museum shop di Casa Leopardi .

Sergio Carlacchiani ha un canale su YouTube, una sorta di Biblioteca Sonora che conta più di 15.000 interpretazioni, registrate dal vivo o in studio, che danno voce a poeti, scrittori, filosofi, dall’origine dell’umanità a oggi, di tutti i paesi del mondo. Affatto di secondo piano è la sua attività di pittore: numerose sono le sue mostre personali e collettive di pittura, scultura e poesia, altrettante sono le performances, gli happening e i vernissages realizzati in diverse città italiane ed estere. Le sue opere, recensite da quotidiani e riviste specializzate, sono state esposte in tutto il mondo e sono presenti in alcuni tra i musei, gallerie, biblioteche ed istituti tra più importanti d’Italia e d’Europa.

 

 

 

 

 

 

 

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Versi trasversali: Marta Genduso

15 lunedì Feb 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Marta Genduso, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
 
MARTA GENDUSO
 
 
 
 
Interno 3 (incominciamento)
 
 
 
 
Il lamento che
 
 
dalla terra uscì
 
 
quando la prima volta l’aratro
 
 
fendeva la terra
 
 
fu di ferita.
 
 
 
 
 
 
Poi venne il bordo
 
 
tracciato su materia
 
 
sillaba sghemba
 
 
del primo vagito.
 
 
 
 
 
 
Enigma
 
 
 
 
Appena sopra
 
 
uno sguardo limpido
 
 
lo contraddice
 
 
l’enigma
 
 
sulla fronte campeggia
 
 
araldica presenza
 
 
di te il sigillo
 
 
il solco d’una ruga
 
 
denso grumo barbaglio
 
 
runa, cifrario o scrittura onciale
 
 
combinazione essenziale.
 
 
 
 
 
 
Non conosco formula
 
 
non sono chiave
 
 
ti perdo adesso
 
 
e dura già il ricordo:
 
 
leggera sul segno tattile
 
 
intuire cieca la scrittura
 
 
d’orogenesi il rilievo.
 
 
 
 
 
 
Ma ti perdo adesso
 
 
e dura già il ricordo:
 
 
inchino da tempio al sator
 
 
ultimo movimento rotas
 
 
minuscolo (ri)corsivo addio
 
 
 
 
 
 
era l’unica possibile
 
 
movenza di resa
 
 
benedire lo schiocco incompleto
 
 
e voltando di spalle sulla fronte
 
 
baciare l’enigma.
 
 
 
 
-insolubilità è spesso profondità d’astri
 
 
soglia di un altro intimo nascere-
 
 
 
 
 
 
Il bordo delle cose
 
 
 
 
 
 
Tamburi fuori tempo
 
 
lingue sulle labbra
 
 
ganci come l’amo
 
 
tirato nella bocca
 
 
del pesce tagliato
 
 
nel ventre sventrato.
 
 
 
 
Sferruzzano le vecchie
 
 
di persiane verdi e rauche
 
 
assopite nell’odore
 
 
sfilettato d’estate
 
 
sbiancato dagli anni
 
 
mentre crepe sanguinano i muri
 
 
come taglio sulla bocca
 
 
sotto l’occhio di profilo
 
 
incoerente nella luce
 
 
del pesce detto azzurro.
 
 
 
 
Quest’aguzzo che rincorre
 
 
è la chiglia,
 
 
la punta della freccia,
 
 
la lama fredda sul metallo,
 
 
il bordo dentellato
 
 
del vetro dopo l’urto,
 
 
immobile e già stanco
 
 
il niente minuscolo
 
 
delle cose che feriscono.
 
 
 
 
 
 
Interno 7
 
 
 
 
 
 
Scollamento
 
 
della suola in questo andare
 
 
sono il ciabattare
 
 
un ritmo scazonte
 
 
scanzonato
 
 
d’un rubinetto il singulto.
 
 
 
 
La parola non coincide,
 
 
si dissolve nel sentire
 
 
si sfarina, frantuma in me
 
 
geroglifico reticolo
 
 
setaccio scucito
 
 
 
 
ma se potessi tornare al ventre
 
 
a forme di laghi, di fari
 
 
e lune ancora giovani
 
 
allora ti direi
 
 
 
 
la poesia è una mano cava
 
 
che va misurando.
 
 
 
Corporale II
 
 
 
Non ho,
 
 
sono una ferita
 
 
da guarire.
 
 
Un taglio
 
 
in via di rimarginazione
 
 
 
 
di lembi dischiusi,
 
 
di tentativo di apertura
 
 
di strappo, di slancio, di scarto.
 
 
 
 
Non ho,
 
 
sono una ferita che
 
 
in alcuni giorni puoi dimenticare,
 
 
non senti
 
 
se la mano resta immobile
 
 
col palmo verso l’alto
 
 
verso l’altro.
 
 
 
 
Improvviso, dimentico e afferro
 
 
oppure
 
 
qualcosa mi tocca
 
 
e ricordo allora pungente
 
 
delle dita
 
 
il punto, esatto
 
 
con bruciore di limone
 
 
il taglio, sgraziato scucito
 
 
il vivo della pelle.
 
 
 
 
Sono una ferita
 
 
aperta
 
 
da guarire.
 
 
 
 
Corporale I
 
 
 
 
-Sono un corpo
 
 
sono il mio corpo
 
 
perché non posseggo quel che sono.
 
 
 
 
Sono il mio corpo
 
 
e dentro ho la terra
 
 
disseminata dai primi venti
 
 
rocce sedimentarie
 
 
basaltiche arenarie
 
 
distrutte
 
 
sabbia a grana grossa
 
 
 
 
detriti sfiniti
 
 
venuti
 
 
sulle anse,
 
 
i fianchi
 
 
del mio essere fiume
 
 
altrove da qui-
 
 
 
 
 
 

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La festa dell’amore: 7 poesie sul tema

13 sabato Feb 2021

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Cristina Campo, EMILY DICKINSON, Frederic William Burton, Giovanni Raboni, Jacques Prevert, Loredana Semantica, Maria Marchesi, Tamara de Lempicka, William Shakespeare

Il sottotitolo di questo articolo avrebbe potuto essere “Niente di nuovo sotto il sole”, l’amore infatti è un mistero che si ripete da ere, inoltre le poesie proposte, alcune o tutte, di certo le conoscerete. D’altra parte quando vi chiedono “cosa fai per S.Valentino?” rispondete pure “polpette”, come me, poi leggetevi queste poesie qua e se non vi piacciono o non le capite, sorry avete perso molto, non delle poesie, della vita.

Ah dimenticavo, in mezzo mi ci sono messa anch’io, con un mio testo di oltre 10 anni fa, e, a seguire chi volesse può accodarsi. Il post è aperto ai contributi.

Incontro sulle scale della torre, Frederic William Burton, 1864

Non sia mai ch’io ponga impedimenti
all’unione di anime fedeli; Amore non è Amore
se muta quando scopre un mutamento
o tende a svanire quando l’altro s’allontana.
Oh no! Amore è un faro sempre fisso
che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;
è la stella-guida di ogni sperduta barca,
il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza.
Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote
dovran cadere sotto la sua curva lama;
Amore non muta in poche ore o settimane,
ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio:
se questo è errore e mi sarà provato,
io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.

William Shakespeare

–

Che sia l’amore tutto ciò che esiste
É ciò che noi sappiamo dell’amore;
E può bastare che il suo peso sia
Uguale al solco che lascia nel cuore.

Emily Dickinson

.

I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è soltanto la loro ombra
Che trema nel buio
Suscitando la rabbia dei passanti

La loro rabbia il loro disprezzo i loro risolini
la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Loro sono altrove ben più lontano della notte
Ben più in alto del sole
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.

Jacques Prevert

Tamara de Lempicka, Il bacio,1922

Primavera è a un passo, mi colma
d’azzurro e di riverberi, mi chiude
nel desiderio che fa duri i seni
e fa sussultare la vagina. Al canto
delle rane uscirò nuda per le strade.
dovranno vedermi che sono bella
e piena d’ardori. Lui verrà a saperlo
e perderà le staffe. Lo sa che anche il vento
può farmi godere da forsennata.

Maria Marchesi

–

Amore, oggi il tuo nome
al mio labbro è sfuggito
come al piede l’ultimo gradino…
ora è sparsa l’acqua della vita
e tutta la lunga scala
è da ricominciare.
T’ho barattato, amore, con parole.
Buio miele che odori
dentro diafani vasi
sotto mille e seicento anni di lava –
ti riconoscerò dall’immortale
silenzio.

Cristina Campo

–

Innamorarsi è un attimo
contro la parete bianca
penombra verdeggiante
liquida e beffarda
un salmone argenteo
che nel guizzo
risale la corrente
le pupille d’acero filante
s’allargano di luce
affondando nere nell’addio
un abbraccio brevissimo
e la gola
d’apnea rossa s’annoda
all’ugola trafitta da stupore
chiodi sopra il muscolo cardiaco
come fosse un puntaspilli
annegato nella stretta
pulsante il cuore grida
al vento quasi morto
amore t’amo
l’afasia di mille volte.

Loredana Semantica

–

Le volte che è con furia
che nel tuo ventre cerco la mia gioia
è perché, amore, so che più di tanto
non avrà tempo il tempo
di scorrere equamente per noi due
e che solo in un sogno o dalla corsa
del tempo buttandomi giù prima
posso fare che un giorno tu non voglia
da un altro amore credere l’amore.

Giovanni Raboni

Egon Schiele, Men and woman (Embrace), 1917

 

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Versi trasversali: Alessandro Barbato

08 lunedì Feb 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Alessandro Barbato, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ALESSANDRO BARBATO

Astrolabio

 

Le mani che tu intrecci coi miei sogni

mi mostrano carnalità di nuvola.

Le stille dai tuoi occhi che battezzano

la notte, mi frustano le tempie

con curiosità di lampi, di ripidi

chiarori da scalare in brevi istanti.

Ma adesso muta ancora il nostro viaggio

cui adattiamo passi infermi, scalzi,

sfiorati dagli zenit e dai nadir

dei nostri tempi e vera, tu soltanto,

in questa astronomia di nebbia resa

fitta come ghiaccio dal risveglio,

conducimi per mano verso il buio

dove è muto anche il destino, fermo.

 

2.

Sussurri di falò

 

Cerca prima i suoni lievi, quelli

innocui da vedere, da nascondere

alla folta mascherata

d’occasione che ci dice

delle valli. Sali invece quasi

fossi monachina che si azzurra

nella gola, se c’è ancora un po’

di vento in queste notti di granito.

Cerca bene, cerca meglio.

 

Eternità private

 

Le mie parole d’acqua si rinnovano

ogni autunno, mentre solo un dubbio

è l’oro che si irradia su cammini

di promesse sotterrate

e di capelli che si sciolgono.

Abbiamo guizzi ancora di ricordi

di silicio e un bagnasciuga

adesso vuoto che ci mormora

fonemi inaccessibili ai cultori

delle eternità private

che si incontrano sui treni

insieme a qualche pendolare.

Avremo del futuro tutte quante

le movenze e poi una voce

che non tace, pure senza dire niente.

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Prisma lirico 35: Giorgio Caproni – Raynard Dixon – Edward Hopper

06 sabato Feb 2021

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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Edward Hopper, Giorgio Caproni, Raynard Dixon

Giorgio Caproni nel Prisma lirico di oggi, con Raynard Dixon ed Edward Hopper

1

Sassate di Giorgio Caproni

Ho provato a parlare.
Forse, ignoro la lingua.
Tutte frasi sbagliate.
Le risposte: sassate

2

Poesia: “Sassate”, Giorgio Caproni da Il «Terzo libro» e altre cose, 1968

 

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Il dolore nella poesia: esperienza numinosa per l’alfabeto della creanza

05 venerdì Feb 2021

Posted by adrianagloriamarigo in MISCELÁNEAS

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Adriana Gloria Marigo

‘Escape from reality’ by Julie de Waroquier.

«Chi non ha sofferto non sa niente; non conosce né il male, né il bene, non conosce gli uomini, non conosce se stesso.», in Le avventure di Telemaco

François de Salignac de La Mothe-Fénelon

(Sainte-Mondane, 6 agosto 1651 – Cambrai, 7 gennaio 1715)

*

«Molti sventurati furono fatti poeti dall’ingiustizia patita. Impararono soffrendo quanto insegnano cantando.»

Percy Bysshe Shelley

(Field Place, Sussex, 4 agosto 1792 – mare di Viareggio, 8 luglio 1822),

*

«Io ricevetti il dono della sofferenza e divenni poeta.»

Henrik Ibsen

(Skien, 20 marzo 1828 – Oslo, 23 maggio 1906)

*

«Il dolore è una di quelle chiavi che servono ad aprire non solo i segreti dell’animo ma il mondo stesso. Quando ci si avvicina a quei punti in cui l’uomo si mostra all’altezza del dolore, o superiore ad esso, si accede alle sorgenti della sua forza e al mistero che si nasconde dietro il suo potere.»

Ernst Jünger, Sul dolore, Foglie e pietre

(Heidelberg, 29 marzo 1895 – Riedlingen, 17 febbraio 1998)

*

«Le sono successe più cose di quante ne accadano a molti. Non ha reagito a tutto ciò con rabbia e neanche con tristezza. Però c’è in lei uno sguardo forte, duro, che sconfina con l’ira. L’oscuro universo di una donna in cui il risentimento per essere stata presa di mira dal destino si mischia con l’orgoglio per essere riuscita a passarci dentro senza annegare.»

Banana Yoshimoto, in Amrita

(Tokio, 24 luglio 1964)

*

Nel cercare un aggettivo da apporre al sostantivo “esperienza” ho ritenuto efficace numinoso, poiché il termine è sia sostantivo sia aggettivo: il lemma tedesco numinos derivato dal latino numen –con il quale si intendeva la presenza del divino e un cenno espressivo del capo – è stato creato nel 1917 dal teologo e storico delle religioni tedesco Rudolf Otto e si riferisce «all’esperienza peculiare, extra-razionale, di una presenza invisibile, maestosa, potente, che ispira terrore ed attira: tale esperienza costituirebbe l’elemento essenziale del “sacro” e la fonte di ogni atteggiamento religioso dell’umanità».

Vi è qualcosa nel dolore – sia fisico, sia psichico o nell’associazione di entrambi –, nella percezione di esso, che incute spavento, richiama e concentra l’attenzione, incrina la speranza o l’esalta in un atto di volontà straordinaria a superare il perimetro della sofferenza, ad appropriarsi della guarigione, a creare immagini mentali, inventare abitudini di vita inconsuete, svestendosi delle acquisite per raggiungere lo stato di benessere, ritrovare la salute. Se il dolore del corpo richiede interventi, terapie, riabilitazioni, modifiche di regimi alimentari e comportamentali, i segni del dolore – ciò che esso comunica degli organi –, la diagnosi, sono gli elementi necessari indispensabili per la ricerca della guarigione o di uno stato di equilibrio che affranchi dal dolore: questo è un processo creativo cui sono sottesi sia l’osservazione scientifica, sia il pensiero immaginale, ossia quella scintilla dell’intuizione più alta – l’analogia – che induce a individuare sia la causa, sia la terapia del dolore: questo processo di guarigione avviene nell’appropriazione dell’alfabeto della creanza: ho preferito questa espressione poiché, se il dolore ha in sé gli elementi indicativi per la trasformazione di esso, il termine poetico “creanza” esprime il fluire dell’ingegno e il riguardo che si pone nella cura, più del termine “creatività” che risuona come qualcosa di concluso, recintato, definito.

Il poeta e critico d’arte Gian Ruggero Manzoni, qualche anno fa, scrivendo del dolore, consegnò una frase che nella sua essenzialità individua il senso di quanto cerco di chiarire: «Il dolore fisico ci ricorda che siamo materia, ma quello morale che siamo spirito: energia cosciente, divenuta materia». Dunque, l’Autore vuole significare l’esistenza di una sola energia – energia cosciente – che informa la complessità del vivente e si manifesta sotto la forma che attiene all’organismo interessato: il soma la manifesta come materia fisica attaccabile dalla malattia e dal tempo, la psiche come materia di pensiero che a sua volta  può incontrare, conoscere gli abissi della sofferenza.

Il poeta Evaristo Seghetta pubblicò un interessante libro dal titolo Morfologia del dolore: impiega due termini che sono della lingua comune e, al contempo, uno di essi, della lingua specialistica: “morfologia” è la parola coniata nel 1785 da J. W. Goethe per indicare l’anatomia comparata: ora noi l’usiamo tanto in biologia, quanto in geografia fisica, quanto in linguistica. Non è un caso dunque che sia l’uomo di scienza, sia il poeta, possano impiegare la stessa parola con medesima significazione, pur in ambiti diversissimi: ciò suggerisce l’idea che esista un aspetto essenziale, un elemento primo, una sorta di frattale che accomuna tutte le discipline, le pone in dialogo e dal momento che l’uomo intuisce, analizza e accoglie questa intrinseca natura può dare avvio alla creazione di una realtà che modifica o supera la precedente.

Il dolore quindi mostra questo volto grandioso che guarda sia alla dimensione “sensoriale”, sia alla dimensione “spirituale” e come un ponte congiunge le due rive che sostengono lo scorrere della vita, la struttura umana: il soma e la psiche, e in virtù delle loro funzioni possiamo dire con Claudio Widmann che «Al di là del sensoriale s’estende l’immaginale».

Chi attraversa i territori oscuri, carichi di presagi indecifrabili, sconfortati, sconfortanti del dolore, non di rado parla di tempo straziato in termini di impotenza o di sfida contro un inaccessibile nemico, o sente di essere immerso entro un sovramondo di cui non conosce l’accesso, né l’uscita, sentendo il mondo reale senza possibilità, distante, dissolto da ogni certezza conosciuta, da ogni riferimento e paradigma di sicurezza, perduto l’orientamento abituale e tutto da costruire intorno al nucleo dirompente del dolore. Il poeta e l’artista conoscono bene questa atmosfera, poiché vivono come se la sensibilità neuronale fosse al grado esponenziale e la struttura sentimento – ragione  programmata per raccogliere il discorso analogico che il dolore fisico o psichico o entrambi, tenta di inviare alla comprensione, alla creanza, come se essa fosse la sola e sovrana natura capace di trasferire in parole o immagini i contenuti del dolore. L’arte in genere, la poesia in particolare, poiché si fonda sulla oralità e sulla grafia – le espressioni prime e immediate degli umani – sono i campi prediletti in cui il dolore può emergere in tutta la sua forza comunicativa, poiché trova colui che di esso può dare testimonianza.

Anna Rice non è una poetessa, è una scrittrice statunitense, ma da lei giunge una riflessione chiarificatrice sulla potenza del dolore: «Si tratta di una verità spaventosa: il dolore può renderci più profondi, può conferire un maggiore splendore ai nostri colori e una risonanza più ricca alle nostre parole. Questo avviene se non ci distrugge, se non annienta l’ottimismo e lo spirito, la capacità di avere visioni e il rispetto per le cose semplici e indispensabili.»; «una risonanza più ricca alle nostre parole»: questo è sia il modo in cui il poeta tenta di consegnarci la connotazione tragica del mondo, sia il risultato della creanza che trova la materia indispensabile nelle zone in ombra della psiche, laddove s’accumulano le scorie delle esperienze, ossia i resti dolorosi, ambigui, irrisolti, nodi drammatici o angosciosi della vita che nega sottrae o non riconsegna il dovuto, l’atteso, il bene che ci spetta.

Giuseppe Ungaretti, nella sezione poetica L’Allegria che accoglie i testi scritti in Carso durante la prima guerra mondiale,  include  una poesia che ha titolo Il porto sepolto: in certo modo è la sua dichiarazione di poetica, e indica il luogo in cui  giunge il poeta e risale alla luce «con i suoi canti/ e li disperde». Ora, la metafora bellissima consta di un porto che però è sepolto: il poeta vuole significare un luogo fluido che tuttavia è seppellito e dunque contiene reperti, scheletri d’imbarcazioni e umani, tesori andati perduti in naufragi: è dunque il luogo dove consiste il dolore scaturito dal dramma del naufragio, dove la memoria dell’acqua conserva le vestigia dell’accaduto, gli oggetti che facevano parte della vita delle vittime dell’acqua, le merci del viaggio per mare: Ungaretti, con quell’immagine ci indica che è nelle profondità oscure fluide e tempestose che conservano e forse sono mentori del dolore che nascono i canti con cui risalire alla luce per disperderli, perché il canto della poesia, il suo sapere alchemico, deve diffondersi, andare lontano quasi dimentico di chi  gli ha dato creanza, esistenza. La sezione che accoglie le poesie scritte tra il 1937 e il 1946 ha titolo esplicito Il dolore: nella poesia Tutto ho perduto i versi:

Disperazione che incessante aumenta

La vita non mi è più,

Arrestata in fondo alla gola,

Che una roccia di gridi

non hanno bisogno di commento, poiché il lemma disperazione ingloba e restituisce tutto il significante di un tempo in cui il dolore dello spirito, il dolore morale è parossistico.

Amelia Rosselli, poetessa tra le più alte del nostro Novecento, trasferisce in poesia la «scia di disperazione nata all’indomani dell’uccisione del padre Carlo e dello zio Nello nel 1937, in Francia, non lontano da Parigi, per ordine di Ciano e Mussolini.», «…un problema esistenziale profondo, ingovernabile, irrisolvibile. (  ) un tormento interiore che cerca di trasmettere all’esterno per averne un minimo di considerazione. Essa negò sempre di essere ammalata fisicamente (aveva, fra i molti acciacchi, il morbo di Parkinson) e rifiutò cure. La sua poesia è faticata, ripiegata su se stessa, orgogliosa e disperata. Sta in un labirinto, da cui non vuole uscire. Una poesia viva in sé, chiusa in sé, con lampi verso il cielo quasi involontari. È una poesia da leggere e rileggere per cercare di comprendere una autentica sofferenza.» (Dario Lodi).

La poesia di Amelia Rosselli si presenta come un «corpo poetico distopico, fatto di ridondanze, di lapsus», di parole «legate ad una pratica trilingue che non trova un baricentro.» (Rita Corsa) e specchiano perfettamente il «male irrimediabile» di cui è pervasa, di cui è consapevole e lucida attrice e spettatrice. In Variazioni belliche (1960-1961, p.317) scrive:  «…/ Io pernottavo nel vuoto della mia/ribelle anima» e in La libellula da Serie ospedaliera, 1958:

E il delirio mi prese di nuovo, mi trasformò

stancata e ebete in un largo pozzo di paura,

mi chiamò coi suoi stendardi bianchi e violenti,

mi spinse alla porta della follia. Mi rovinò

per quell’intera durata e quel giorno intero.

Mi stese dispettosa a terra: incapace di muovere,

stanca all’alba, incapace a sera: e l’agonia

sempre più viva.

prima di compiere il gesto ultimo nel 1996, quando la speranza spiumata «…/ faticosa a mettersi insieme/ non ne vuol più sapere.»

Concludo citando un piccolo libro alla cui composizione partecipai nel 2013 in seguito al rinvenimento tutto casuale a opera del regista veneziano Daniele Frison mentre effettuava riprese sullo stato di degrado in cui  versavano i padiglioni dell’ex Ospedale al Mare del Lido di Venezia di un quaderno contenente poesie manoscritte da pazienti psichiatriche. Il quaderno divenne il libriccino dal titolo L’isola senza età, ispirato dai versi anonimi:

In fondo, più in fondo l’isola senza età m’appare

sembra l’irreale isola che da tempo respiro nei miei desideri

so che sarei felice

fra le lievi ombre che s’alzano nella fonda notte

so che non avrei più età e più bisogno di farmi credere…

Curato da Antonella Barina e Daniele Frison con la collaborazione di alcune poetesse è un bene prezioso, poiché testimonianza della grande voce del dolore che sale dalle stagioni dimenticate a farsi parola, ritrovamento, restituzione. I testi che risalgono agli anni ottanta sono semplici, attraversati da errori grammaticali e ortografici, ma esprimono qualcosa di potente: il numen che presiede alla vita, la forza sacra e dirompente che rende ciascuno creatore della propria identità anche nello stato di esilio, un mondo interiore colmo di paesaggio che affiora mediante la parola, che non è solo manifestazione dolente della propria vicenda umana, ma significazione che tra il dolore e la persona che lo sperimenta esiste un nucleo creativo che urla per venire alla luce.

 

Adriana Gloria Marigo

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Versi trasversali: Sergio Oricci

01 lunedì Feb 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Pesci di vetro, Sergio Oricci

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

SERGIO ORICCI

1.

Passo ogni giorno dalla stazione centrale, che sembra ogni giorno sempre uguale; c’è un ragazzo che inizia a bere di mattina, e canta manele – perché siamo in Romania – fino a quando ha energia. Ha i capelli tirati indietro con un sacco di gel, è sempre a torso nudo se le temperature sono sopra lo zero; tutti i giorni gli stessi jeans. Qualche volta canta e balla davanti a un orso; è un peluche seduto su una sedia, che guarda la strada come fanno gli altri, alla fermata. Ieri l’orso teneva stretta una rosa, ma poteva anche essere qualunque altra cosa.

3.

Mi piacciono i semafori quasi quanto gli spazi vuoti. Attraversare la strada per incrociare gli altri pedoni. Li guardo negli occhi e vorrei che facessero lo stesso, anche quando mi accorgo che li sto infastidendo. Quando mi passa accanto qualcuno che mi piace, a volte chiudo gli occhi per sentirne l’odore. Altre li tengo aperti, per godermi fino in fondo la scena. Le cose che preferisco: capelli lunghi che ondeggiano e profumo di sapone, e gli handicappati a braccetto con un genitore.

12.

Cosa c’è di più bello di un quadro di Botero? Fiori di plastica dai colori artificiali, un film di Harmony Korine, un romanzo di Stephen King, il programma televisivo Ambiental in cui viene trasmessa ventiquattro ore al giorno l’immagine di un caminetto acceso. Una partita di tennis di Roger Federer, REZ di Tetsuya Mizuguchi, Shenmue di Yu Suzuki. Una stanza degli specchi, le case degli orrori, luci stroboscopiche, un club di Berlino, pesci di vetro da appoggiare su centrini su televisori CRT. Interferenze, il magnetismo, un paio di scarpe bianche con la suola fluo; le bottiglie Morandi, le strobosfere, gli Exogini. Andare al mare, non lavorare, la meditazione, gli oggetti senza una funzione. Fontana di Trevi, Fontana, la plastilina, gli orsetti gommosi, la formaldeide, la realtà virtuale, la luna, i laghi artificiali, le liste della spesa, Yves Klein e il suo cocktail blu. Tutto quello che non c’è in questa lista, tu.

36.

 L’arte contemporanea non richiede concentrazione. Basta guardarla senza chiedersi niente e fa succedere un sacco di cose. Un’università della California ha pubblicato i risultati di uno studio: in media a una mostra di arte contemporanea il pubblico passa 90 secondi a guardare un’opera e 180 a leggere la didascalia. Quando la didascalia non c’è, si impiegano 220 secondi a cercarne una, e il tempo davanti all’opera si riduce ancora.

45.

Ho questa immagine di mio padre che mastica a fatica una fetta di carne. Non era ancora vegetariano, ma di quello come di altre cose c’erano già state alcune avvisaglie. La prima volta che disse cose per me senza senso, mia madre mi fece sapere che era già successo, che c’erano stati dei precedenti. Sento la tensione che si scioglie in frammenti; del suo pensiero che saltava tra bombe atomiche e libri di storia. Tra Bordiga, la Sibilla Cumana e la questione sociopolitica. Io avevo otto anni e non capivo, tornavo da scuola e sentivo la sua voce e quella di mia madre. Restavo sulla porta di casa, tra disegni di meccanica, un dialetto che non funzionava, qualche volta una risata arrossata.

54.

A nove anni un’automobile mi ha investito: frattura di tibia e perone, porto ancora le cicatrici. Ricordo la scarpa destra tagliata con le forbici dai paramedici. Era una Reebok Pump, di quelle che si stringevano premendo la linguetta: non ricordo che fine ha fatto, ma il piede era così gonfio che la scarpa mi stava stretta. Tutto sommato non è stato un brutto periodo; a parte il fatto che mia madre, qualche settimana dopo l’incidente, regalò a mio padre un cappotto verde. Mio padre era convinto che fosse il cappotto dell’uomo che mi aveva investito; io non capivo come potesse pensarlo. Solo mesi più tardi, dopo aver saputo che era malato (schizofrenia paranoide la diagnosi – c’erano stati dei precedenti) sono riuscito a comprenderlo.

61.

Da adolescente le mie giornate erano tutte uguali. Uscire, bere, fumare e tingersi i capelli di un nuovo colore. Poi l’adolescenza è finita e dai centri sociali mi sono spostato sul divano a invecchiare. Dormire di giorno e di notte, le mie due vite. Avevo la pelle grigia e occhiaie che non sono più sparite. Uscirne è stato difficile; a volte mi sembra che il sonno sia ancora lì come una cicatrice.

97.

Il mio cane ha tutti i sintomi dell’ansia. Mi chiedo se sia stato io a passargliela. Da quando sono piccolo ci sono tante cose che non sopporto. Avevo quattordici anni la prima volta che me ne sono accorto, e dopo i venticinque la situazione è esplosa, è andata fuori controllo. Non ero più neanche in grado di restare sveglio. Ho provato a spostare i mobili e a cambiare il materasso per sentirmi meglio, poi ho iniziato a correre per non pensare a quanto fossi rotto. Non so esattamente come, ma la situazione si è lentamente messa a posto. Nel senso che mi sono normalizzato, ho smesso di essere disoccupato, mi sono anche sposato. Tutte cose orribili, certo, ma chiunque direbbe che sto meglio. Io dico che sono diverso, e che qualcosa nel viaggio è andato perso.

100.

Guardo le vite degli altri dall’esterno, penso a come mi sentirei se ci finissi dentro.

 

Testi di Sergio Oricci, Pesci di vetro, Gattomerlino, 2020.

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