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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Deborah Mega

Versi trasversali: Sergio Oricci

01 lunedì Feb 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Pesci di vetro, Sergio Oricci

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

SERGIO ORICCI

1.

Passo ogni giorno dalla stazione centrale, che sembra ogni giorno sempre uguale; c’è un ragazzo che inizia a bere di mattina, e canta manele – perché siamo in Romania – fino a quando ha energia. Ha i capelli tirati indietro con un sacco di gel, è sempre a torso nudo se le temperature sono sopra lo zero; tutti i giorni gli stessi jeans. Qualche volta canta e balla davanti a un orso; è un peluche seduto su una sedia, che guarda la strada come fanno gli altri, alla fermata. Ieri l’orso teneva stretta una rosa, ma poteva anche essere qualunque altra cosa.

3.

Mi piacciono i semafori quasi quanto gli spazi vuoti. Attraversare la strada per incrociare gli altri pedoni. Li guardo negli occhi e vorrei che facessero lo stesso, anche quando mi accorgo che li sto infastidendo. Quando mi passa accanto qualcuno che mi piace, a volte chiudo gli occhi per sentirne l’odore. Altre li tengo aperti, per godermi fino in fondo la scena. Le cose che preferisco: capelli lunghi che ondeggiano e profumo di sapone, e gli handicappati a braccetto con un genitore.

12.

Cosa c’è di più bello di un quadro di Botero? Fiori di plastica dai colori artificiali, un film di Harmony Korine, un romanzo di Stephen King, il programma televisivo Ambiental in cui viene trasmessa ventiquattro ore al giorno l’immagine di un caminetto acceso. Una partita di tennis di Roger Federer, REZ di Tetsuya Mizuguchi, Shenmue di Yu Suzuki. Una stanza degli specchi, le case degli orrori, luci stroboscopiche, un club di Berlino, pesci di vetro da appoggiare su centrini su televisori CRT. Interferenze, il magnetismo, un paio di scarpe bianche con la suola fluo; le bottiglie Morandi, le strobosfere, gli Exogini. Andare al mare, non lavorare, la meditazione, gli oggetti senza una funzione. Fontana di Trevi, Fontana, la plastilina, gli orsetti gommosi, la formaldeide, la realtà virtuale, la luna, i laghi artificiali, le liste della spesa, Yves Klein e il suo cocktail blu. Tutto quello che non c’è in questa lista, tu.

36.

 L’arte contemporanea non richiede concentrazione. Basta guardarla senza chiedersi niente e fa succedere un sacco di cose. Un’università della California ha pubblicato i risultati di uno studio: in media a una mostra di arte contemporanea il pubblico passa 90 secondi a guardare un’opera e 180 a leggere la didascalia. Quando la didascalia non c’è, si impiegano 220 secondi a cercarne una, e il tempo davanti all’opera si riduce ancora.

45.

Ho questa immagine di mio padre che mastica a fatica una fetta di carne. Non era ancora vegetariano, ma di quello come di altre cose c’erano già state alcune avvisaglie. La prima volta che disse cose per me senza senso, mia madre mi fece sapere che era già successo, che c’erano stati dei precedenti. Sento la tensione che si scioglie in frammenti; del suo pensiero che saltava tra bombe atomiche e libri di storia. Tra Bordiga, la Sibilla Cumana e la questione sociopolitica. Io avevo otto anni e non capivo, tornavo da scuola e sentivo la sua voce e quella di mia madre. Restavo sulla porta di casa, tra disegni di meccanica, un dialetto che non funzionava, qualche volta una risata arrossata.

54.

A nove anni un’automobile mi ha investito: frattura di tibia e perone, porto ancora le cicatrici. Ricordo la scarpa destra tagliata con le forbici dai paramedici. Era una Reebok Pump, di quelle che si stringevano premendo la linguetta: non ricordo che fine ha fatto, ma il piede era così gonfio che la scarpa mi stava stretta. Tutto sommato non è stato un brutto periodo; a parte il fatto che mia madre, qualche settimana dopo l’incidente, regalò a mio padre un cappotto verde. Mio padre era convinto che fosse il cappotto dell’uomo che mi aveva investito; io non capivo come potesse pensarlo. Solo mesi più tardi, dopo aver saputo che era malato (schizofrenia paranoide la diagnosi – c’erano stati dei precedenti) sono riuscito a comprenderlo.

61.

Da adolescente le mie giornate erano tutte uguali. Uscire, bere, fumare e tingersi i capelli di un nuovo colore. Poi l’adolescenza è finita e dai centri sociali mi sono spostato sul divano a invecchiare. Dormire di giorno e di notte, le mie due vite. Avevo la pelle grigia e occhiaie che non sono più sparite. Uscirne è stato difficile; a volte mi sembra che il sonno sia ancora lì come una cicatrice.

97.

Il mio cane ha tutti i sintomi dell’ansia. Mi chiedo se sia stato io a passargliela. Da quando sono piccolo ci sono tante cose che non sopporto. Avevo quattordici anni la prima volta che me ne sono accorto, e dopo i venticinque la situazione è esplosa, è andata fuori controllo. Non ero più neanche in grado di restare sveglio. Ho provato a spostare i mobili e a cambiare il materasso per sentirmi meglio, poi ho iniziato a correre per non pensare a quanto fossi rotto. Non so esattamente come, ma la situazione si è lentamente messa a posto. Nel senso che mi sono normalizzato, ho smesso di essere disoccupato, mi sono anche sposato. Tutte cose orribili, certo, ma chiunque direbbe che sto meglio. Io dico che sono diverso, e che qualcosa nel viaggio è andato perso.

100.

Guardo le vite degli altri dall’esterno, penso a come mi sentirei se ci finissi dentro.

 

Testi di Sergio Oricci, Pesci di vetro, Gattomerlino, 2020.

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L’intervista a Tommaso Urselli: “Oggi ti sono passato vicino”

25 lunedì Gen 2021

Posted by Deborah Mega in Interviste

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Oggi ti sono passato vicino, Tommaso Urselli

 

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Tommaso Urselli per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Oggi ti sono passato vicino (Edizioni Ensemble, 2020).

 

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Ad essere sincero, ricordo meglio quando è nato il mio disamore: sui banchi delle scuole elementari, durante la correzione di un tema a traccia “Parla di tuo padre”, o qualcosa del genere… l’insegnante mi disse che quello svolgimento non poteva essere farina del mio sacco… e io ho finito col credergli per anni!

L’amore è nato molto più tardi, attraverso il teatro: credo che lo scrivere per qualcun altro, come la scrittura per la scena ti obbliga a fare, mi abbia liberato dalla preoccupazione di ricercare una scrittura che fosse a tutti i costi solo “mia”…

 

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Giusto per scomodare qualche grande, ma tra un minuto potrei far riferimento a tanti altri… nel teatro ho sempre guardato alla scrittura di Beckett, e mi è sempre piaciuta anche l’asciuttezza della sua poesia; tra i poeti italiani del ’900 Ungaretti, Caproni, Penna, Pasolini… E dopo Conte, Cucchi, De Angelis, Candiani, Gualtieri… Mi piace prestare ascolto a voci anche molto differenti… E poi ci sono i musicisti: da ragazzo ho ricevuto una formazione prima di tutto musicale, il jazz è stato il primo grande amore. La poesia ora è forse il tentativo di recuperarlo e farlo incontrare con quello per la parola, scoperta successivamente attraverso il teatro: due amori che, incontrandosi, ne generano un terzo…

 

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Credo nasca da una fragilità, da una ferita. La componente autobiografica può divenire un elemento di composizione passando attraverso il filtro di questa ferita, solo così ha senso e necessità il suo divenire scrittura: l’autore si mette da parte e lascia che sia la ferita a parlare, a sanguinare inchiostro sulla carta. Detta così può sembrare una cosa un po’ pulp, ma non necessariamente: da una ferita può anche sgorgare leggerezza, musica, canto…

 

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

Tecnicamente, una parte di queste poesie (quelle della sezione Parole alle formiche) era giunta finalista al Premio InediTO – Colline di Torino. Parallelamente il poeta Giuseppe Conte, a cui le avevo inviate, mi aveva incoraggiato ad andare avanti. Così ho continuato a scrivere, a limare…

Non saprei dire molto di più: faccio fatica a parlare del mio stesso lavoro, per lo meno a così poca distanza dalla sua uscita. Qualcuno, leggendola, ha avuto la sensazione che sia il risultato di un aver “coltivato per vent’anni la poesia quasi in segreto, dietro le quinte della scrittura e dell’esperienza teatrale”: non saprei trovare una definizione migliore… a volte – quasi sempre, forse – gli altri possono raccontare meglio di noi quello che facciamo.

 

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Per me è stato necessario scriverla; sulla necessità di leggerla, preferisco sia il lettore a esprimersi. Ad ogni modo, a giudicare da alcune segnalazioni e recensioni che cominciano a uscire su riviste e blog, mi pare stia suscitando l’interesse di persone anche molto differenti per età e formazione.

 

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Come è raccontato nelle note di chiusura, la “spinta” iniziale è arrivata durante la cura e riordino delle poesie di mio padre, lavoro ancora in fieri che ho avuto il coraggio di iniziare solo dopo più di dieci anni dalla sua scomparsa, e che mi permette in qualche modo di incontrarlo ancora (come suggerisce il titolo del libro e della sezione di apertura a lui dedicata).

 

7. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Sono lento, e frammentario… la sistematicità per me solitamente arriva in una fase successiva, quando si tratta di comporre i frammenti in qualcosa che possa stare insieme in un unico corpo organico, con un suo respiro… anche se poi la costituzione originaria, fatta di frammenti e corpi più piccoli, resta volutamente sempre visibile in filigrana. Non aggiungerei altro se non le parole di Antonio Fiori su Atelier Poesia già citate nel punto 4 (http://www.atelierpoesia.it/tommaso-urselli-esordio-in-poesia/).

 

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

È la copertina standard della collana Alter di Edizioni Ensemble, che trovo bella per la sua essenzialità – niente immagini, solo un testo estratto dalla raccolta –.

Il testo scelto affronta un tema che da diversi punti di vista – autobiografico, quotidiano, mitologico – attraversa un po’ tutto il libro… il padre, il figlio…

 

9. Come hai trovato un editore?

Ne ho contattati diversi parallelamente al lavoro di composizione della raccolta, inviando del materiale ancora in fieri. Indipendentemente dalla reciproca scelta finale, con diversi editori si è instaurato un bel rapporto di scambio e dialogo.

 

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

È un libro che contiene testi anche molto differenti tra loro per contenuto, struttura, linguaggio. In alcuni utilizzo forme più classiche, chiuse; in altri il linguaggio si apre, il ritmo è volutamente spezzato, sincopato; c’è una sezione di poesie brevissime, e altre sezioni con poesie dal respiro più lungo; ci sono inoltre composizioni la cui lingua risuona dell’esperienza teatrale; chiude il libro un testo di poesia in prosa, un flusso di parola priva di versificazione e punteggiatura, una sorta di unica lunga frase musicale dal tempo sospeso… come un assolo di sassofono mentre la sezione ritmica tace, per tornare al jazz… Penso quindi a un pubblico curioso e disposto, con chi scrive, a rischiare un po’. E tante volte lo è molto di più di ciò che comunemente si pensa. Lo dico per la pregressa esperienza in teatro: c’è spesso questa idea che il pubblico voglia a tutti i costi restare comodo e vedere sempre le stesse cose, mangiare sempre lo stesso rassicurante cibo surgelato da anni, sopravvivere più che vivere… ma forse è appunto solo un’idea, che riguarda più alcuni produttori di teatri e di surgelatori…

 

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Cerco di raccontarlo, in situazioni simili a questa. La cosa che mi piace è che, raccontandolo ad altri, lo racconto nuovamente anche a me… è come rientrarci ogni volta di nuovo, riviverlo, e la cosa mi diverte…

 

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

“Allora abitavo acqua / suonavo / strumenti fatti / d’aria: e di parole / nemmeno l’ombra.”.

È il testo di apertura della sezione “Parole alle formiche”. Non lo cito per questioni di primato rispetto ad altri ma perché è il primo testo in assoluto ad essere stato composto: nel 2001 Maurizio Cucchi lo pubblicò e recensì nella sua rubrica su Specchio de La Stampa, accostandolo per tematica alla poesia di Giuseppe Conte. Subito dopo mi sono dedicato al teatro… Così ora, a distanza di vent’anni, ho ricominciato da là, da quel primo passo; e ho inviato i testi di questa sezione a Conte, che mi ha risposto con le parole riportate in quarta di copertina.

 

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

“Passo”, dicevamo: mi pare di ricordare che un passo sia un po’ una situazione di disequilibrio che necessariamente dobbiamo attraversare se vogliamo spostarci da un punto all’altro, disegnare un cammino… Ecco, mi auguro che anche questo libro possa essere un passo, un piccolo disequilibrio per chi scrive e per chi legge.

 

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Ci penso.

 

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Tornare al teatro. Depistarsi, sempre.

 

Tommaso Urselli

 

NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA

Tommaso Urselli è autore di teatro. In passato alcuni suoi componimenti poetici sono stati pubblicati e recensiti da Maurizio Cucchi su Lo Specchio de La Stampa. “Oggi ti sono passato vicino”, da poco pubblicata per Ensemble, è la sua prima silloge poetica; alcuni estratti sono pubblicati da Maurizio Cucchi e da Vittorino Curci su Repubblica per la rubrica Bottega della Poesia, e su blog e riviste on-line; la sezione “Parole alle formiche”, particolarmente apprezzata dal poeta Giuseppe Conte (sue le parole in quarta di copertina), è giunta finalista al Premio InediTO – Colline di Torino 2019. Tra i suoi testi teatrali rappresentati e pubblicati: “Un vecchio gioco“ (La Mongolfiera Editrice) commissionato da Compagnia Scena Nuda. “Boccaperta” (La Mongolfiera Ed.) commissionato da Teatro Periferico. “Ipazia. La nota più alta” (pubblicato da Sedizioni) su commissione di PactaDeiTeatri. “Il Tiglio. Foto di famiglia senza madre”, prodotto dall’autore in collaborazione con l’attore-regista Massimiliano Speziani: il testo, tra i vincitori del premio Borrello per la drammaturgia (e premio Fersen alla regia) è pubblicato sul n. 727 della rivista Sipario, in volume per La Mongolfiera Editrice, in e-book per Morellini Editore. Su commissione del Festival Connections – Teatro Litta, Milano, scrive “In-equilibrio”. Viene prodotto dal Teatro Litta il suo testo “Esercizi di distruzione. L’importanza di chiamarsi Erostrato” (pubblicato in volume per Edizioni Corsare e sul n. 758 della rivista Sipario; vincitore del premio Lago Gerundo). È attore-autore di “Ma che ci faccio io qua” (pubblicato da Edizioni Corsare). Cura con Renata Molinari e Renato Gabrielli la pubblicazione di “A proposito di menzogne – testi per Città in condominio”, L’Alfabeto urbano, Napoli. Scrive “Canto errante di un uomo flessibile”, tra i vincitori del Premio Fersen per la drammaturgia e pubblicato da Editoria&Spettacolo. Vince la prima edizione del premio Parole in scena per il teatro-ragazzi con il testo “La città racconta” (pubblicato da Edizioni Corsare). È autore-regista di “Piccole danze quotidiane” (messo in scena al PimOff e presso la Triennale di Milano per il Festival Tramedautore, Outis).

Blog: https://tommasourselli.wordpress.com/

 

 

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Canto presente 50: Enrico Marià

18 lunedì Gen 2021

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA

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Enrico Marià, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

ENRICO MARIA’

 

Le mani tese

verso un oltre

che non posso

guardarlo negli occhi

ferita longitudinale

è la mia bocca che succhia

assi marcite, il vuoto incorniciato.

*

Le protesi

per le onde mutilate

che la boscaglia

del mare calmo

si fa spalto

a scovarmi

sangue acciaio.

*

La vasca quella

col sangue dei detenuti

e l’esistenza attesta

il male oscuro

questo desiderio

la rivincita dei corpi

il nome breve.

*

La superficie l’acqua immota

percorsa dagli animali feriti

che mai torna a casa

la complessità di questa luce.

*

I bambini

è questione

di odori buoni

di corpi caldi

amati il tempo

per il tempo

giusto per venire

un container

dove provvisorio

è il bestiame spostato.

*

Stefano è morto giovane

e io la piango ancora di nascosto

la famiglia slogata

la ricerca della colpa

e il non toccarmi mai più carne

se non treno fucile in faccia

che non voglio sia colpa tua

il ritorno di me

nel bianco del lenzuolo.

*

È il gesto che mi dice

che non so più essere

che quell’angolo incontrollabile

dove la lontananza mai raggiunta

il tempo scorso.

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Versi trasversali: Benedetto Ghielmi

11 lunedì Gen 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Benedetto Ghielmi, Cocci di bottiglia

 

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

BENEDETTO GHIELMI

 

ATTESA

L’attesa mi consuma le membra

adrenalina zampillante richiamo di un Oltre

catena che pone in gabbia il cuore

vorrei avere ma posso limitarmi a stare

tortura dell’anima

disarmato assaporo ciò che mi sarà posto in dono

riaffiora la speranza

spinta per vivere con intensità ulteriore

ogni atomo di tempo che respiro.

 

A TE

Inebriante gioia

porto sicuro

fragilità eccelsa

piuma leggera

carezza rigenerante

sacra condivisione

semplicità divina

porta socchiusa alla bellezza

parola rassicurante

ancora del mio navigare

ristoro del mio essere

pergamena affascinante

desiderio di scoprirti

vetta alpina

sacro tempio

nettare del mio affanno

lettera incompiuta

muro portante ma nascosto

timida esuberanza

ispirazione ordinata

fiore non raccolto

acqua che disseta

profumo di

Dio.

 

AMORE

Brezza mattutina

mi scompigli ricomponendomi

ordine irrazionale con il suo cullante andare

 

sosta ristoratrice

mi straborda il cuore dagli schemi umani

spinta verso l’Assoluto

continuazione del ciglio della speranza

 

forza trascinatrice verso il superamento del razionale

espressione del dono

energia creatrice.

 

APERTURA

Racchiuso in questo desolante volteggiare

sbarrata è la via verso un oltre

sento il sapore del soffocamento

reclinandomi in avanti cerco un pertugio

respiro

posso, finalmente, assaporare il profumo del muschio

frizzante fuga

mi si schiude davanti un nuovo orizzonte

dove giungerà il mio vagare?

 

 

DELICATEZZA

Contemplo instancabilmente

ogni foglia che cade

danzando come se cadesse un frammento prezioso

plana docilmente accarezzando il suolo

 

ritorno ad un nuovo cominciare

gesto tremante

odo l’eco

 

trasforma il tutto avvolgendolo con il sacro mantello

carezza di vita.

 

MATTINA

Algido sole

brezza pungente

campi in attesa dell’abbraccio del nuovo giorno

 

volto rifiorito

la città ridesta la speranza in un nuovo cominciare.

 

RICORDI

L’anima, inebriata di bellezza,

canta attimi eterni e passi di luce

 

lo sguardo è nuovo

e un fiume incontrollato scorre nelle mie viscere

 

incontri rinnovati

brandelli di mistero

 

la vita è una domanda di eleganza e stupore

trattengo per riconsegnare allegria esplosiva

preziosa occasione è questo viaggio.

 

Testi tratti da Benedetto Ghielmi, Cocci di bottiglia, Edizioni 2000diciassette, 2020.

 

 

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“Ode al primo giorno dell’anno” di Pablo Neruda

01 venerdì Gen 2021

Posted by Deborah Mega in SINE LIMINE

≈ 1 Commento

by Aykut Aydogdu

Lo distinguiamo dagli altri
come se fosse un cavallino
diverso da tutti i cavalli.
Gli adorniamo la fronte
con un nastro,
gli posiamo sul collo sonagli colorati,
e a mezzanotte
lo andiamo a ricevere
come se fosse
un esploratore che scende da una stella.

Come il pane assomiglia
al pane di ieri,
come un anello a tutti gli anelli: i giorni
sbattono le palpebre
chiari, tintinnanti, fuggiaschi,
e si appoggiano nella notte oscura.

Vedo l’ultimo
giorno
di questo
anno
in una ferrovia, verso le piogge
del distante arcipelago violetto,
e l’uomo
della macchina,
complicata come un orologio del cielo,
che china gli occhi
all’infinito
modello delle rotaie,
alle brillanti manovelle,
ai veloci vincoli del fuoco.

Oh conduttore di treni
sboccati
verso stazioni
nere della notte.
Questa fine dell’anno
senza donna e senza figli,
non è uguale a quello di ieri, a quello di domani?

Dalle vie
e dai sentieri
il primo giorno, la prima aurora
di un anno che comincia,
ha lo stesso ossidato
colore di treno di ferro:
e salutano gli esseri della strada,
le vacche, i villaggi,
nel vapore dell’alba,
senza sapere che si tratta
della porta dell’anno,
di un giorno scosso da campane,
fiorito con piume e garofani.

La terra non lo sa: accoglierà questo giorno
dorato, grigio, celeste,
lo dispiegherà in colline
lo bagnerà con frecce
di trasparente pioggia
e poi lo avvolgerà
nell’ombra.

Eppure
piccola porta della speranza,
nuovo giorno dell’anno,
sebbene tu sia uguale agli altri
come i pani
a ogni altro pane,
ci prepariamo a viverti in altro modo,
ci prepariamo a mangiare, a fiorire,
a sperare.

Ti metteremo
come una torta
nella nostra vita,
ti infiammeremo
come un candelabro,
ti berremo
come un liquido topazio.

Giorno dell’anno nuovo,
giorno elettrico, fresco,
tutte le foglie escono verdi
dal tronco del tuo tempo.

Incoronaci
con acqua,
con gelsomini aperti,
con tutti gli aromi spiegati,
sì,
benché tu sia solo un giorno,
un povero giorno umano,
la tua aureola palpita
su tanti cuori stanchi
e sei,
oh giorno nuovo,
oh nuvola da venire,
pane mai visto,
torre permanente!

(Trad. di Alessandra Mazzucco)

Oda al primer día del año

Lo distinguimos
como
si fuera
un caballito
diferente de todos
los caballos.
Adornamos
su frente
con una cinta,
le ponemos
al cuello cascabeles colorados,
y a medianoche
vamos a recibirlo
como si fuera
explorador que baja de una estrella.

Como el pan se parece
al pan de ayer,
como un anillo a todos los anillos:
los días
parpadean
claros, tintineante, fugitivos,
y se recuestan en la noche oscura.

Veo el último
día
de este
año
en un ferrocarril, hacia las lluvias
del distante archipiélago morado,
y el hombre
de la máquina,
complicada como un reloj del cielo,
agachando los ojos
a la infinita
pauta de los rieles,
a las brillantes manivelas,
a los veloces vínculos del fuego.

Oh conductor de trenes
desbocados
hacia estaciones
negras de la noche.
este final
del año
sin mujer y sin hijos,
no es igual al de ayer, al de mañana?
Desde las vías
y las maestranzas
el primer día, la primera aurora
de un año que comienza
el primer día, la primera aurora
de un año que comienza,
tiene el mismo oxidado
color de tren de hierro:
y saludan
los seres del camino,
las vacas, las aldeas,
en el vapor del alba,
sin saber
que se trata
de la puerta del año,
de un día
sacudido
por campanas,
adornado con plumas y claveles,

La tierra
no lo
sabe:
recibirá
este día
dorado, gris, celeste,
lo extenderá en colinas,
lo mojará con
flechas
de
transparente
lluvia,
y luego
lo enrollará
en su tubo,
lo guardará en la sombra.

Así es, pero
pequeña
puerta de la esperanza,
nuevo día del año,
aunque seas igual
como los panes
a todo pan,
te vamos a vivir de otra manera,
te vamos a comer, a florecer,
a esperar.
Te pondremos
como una torta
en nuestra vida,
te encenderemos
como candelabro,
te beberemos
como
si fueras un topacio.

Día
del año
nuevo,
día eléctrico, fresco,
todas
las hojas salen verdes
del
tronco de tu tiempo.

Corónanos
con
agua,
con jazmines
abiertos,
con todos los aromas
desplegados,
sí,
aunque
sólo
seas
un día,
un pobre
día humano,
tu aureola
palpita
sobre tantos
cansados
corazones,
y eres,
oh día
nuevo,
oh nube venidera,
pan nunca visto,
torre
permanente!

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Versi trasversali

14 lunedì Dic 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Alessio Vailati, Il moto perpetuo dell'acqua

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ALESSIO VAILATI

Mare

I.
Sull’increspata lamina che specchia
antica e viva di epoche e di millenni
una distesa a perdifiato di sabbia

(laggiù arroccano mani di bambini
ancora castelli in mura e fortilizi)

gli occhi stanchi troveranno mai pace
dai riflessi, dagli echi imperscrutabili
delle nostre travisate identità?

II.
Non che il pensiero si faccia più saldo
nell’ondeggiare della correntia,
non che perdoni al moto il suo vagare
il panta rei, il vortice, la spirale
di lemmi, di radici, del suo tempo

fino a quando in un mattino di cristallo
il suo fondo scenderà a impietrire
preso nel folto l’occhio di Medusa.

III.
È questa brezza marina che figlia
l’assiduo frusciare del mare, il brusio
della vita nascente, il bisbiglio
vestibolo dei giorni più chiassosi,
di spazi dilatati, spalancati
da un fortissimo accecante bagliore.

E con il tempo è un giorno già lontano
nella vita indolente naufragata
in un’oscura nuvolaglia urbana,

il tuo sguardo che rifugge e va
nella visione estatica dell’acqua.

IV.
Dentro un’arena chiusa in gradinate
spiccano spoglie file digradanti
verso sud, nel mezzogiorno marino.

Ma se vi è tregua è proprio quell’istante
di smemoratezza estiva che acqueta
l’espansione instancabile dell’acqua.

Poi ogni ombra si fa incunabolo
e vi si getta il tarlo a germinare
da indulgenti tepori di scogliere
il dubbio che non siamo mare e sabbia

e il cielo instabile altro non sia
che uno specchio per le allodole.

Città fantasma

I.
Non hanno varchi o limiti le braccia
robuste del tempo, appena accennate
fra mura scalcinate nella traccia
d’antiche torri o chiese diroccate.

Poco più in alto un volo di rapace
ghermirà dalle rovine uno spettro,
il brandello di vita che resiste
con fatica all’erosione, il vessillo
scagliato contro il nemico più crudele.

 

II.
Se il vento è uno schiudersi d’occhi accesi
sulle lotte di sempre, sugli arresi
fortilizi che declinano a sera,
se è vero che in te ogni cosa s’avvera
–e già è tuo quel soffio che ci tiene
quasi sospesi e vivi in un prodigio–
allora mostra, sorto dal fastigio
delle città, il tuo volto nella cenere.

 

III.
Era un clangore a levarsi dai tetti
non già quel roco vociar d’ubriachi;
era un tragitto per fossi, per stretti
vicoli in cui perdersi.
Ma a chi
parlasti, a chi il tuo indice segnò
la via di fuga verso una salvezza?

 

IV.
Disilluso –ma ancora non ghermito–
tuttora spero, come e quanto può
sperare un uomo. E poi, di sopra, il vento
rinserra con veemenza le sue porte,
si arresta inesorabilmente: è fermo.

Il gorgo non sostiene più il suo moto.
Si placa dal dirupo il flusso, il tempo
sospeso si ripiega dentro il vuoto.

*

Declinava il Sole

Declinava il sole e la luce lentamente diradava. La sera ormai si gettava per le piazze, si appropriava di strade e vicoli, indugiava sui palazzi. L’uomo si volse rassicurato dal pensiero che la notte è soltanto un attimo, che ogni cosa gettata davanti alla luce genera necessariamente un’ombra.
“Ecco proprio di questo parliamo, della luce” disse all’improvviso indicando il disco luminoso arrossarsi dietro il filo dell’orizzonte.
“Cos’è per te quell’ombra?” rispose appena indietro una voce più sommessa e rise.
“Ah un’ombra, una penombra… mai una tenebra! La proiezione degli oggetti su uno sfondo… gli oggetti, come vedi, assorbono, riflettono, si fanno attraversare dalla luce. Ma non andiamo troppo nello specifico, non è questo il punto”.
“Lo immaginavo”, rispose l’altra voce. “Il problema è la cecità dello sguardo?”
“Ah lo sguardo… quella cosa che sbatte necessariamente sugli oggetti, sulle ombre incise nello sfondo. Guardiamo oltre, guardiamo alla luce che definisce – più o meno nitidamente – i contorni, che crea forme e colori dentro i nostri occhi. Di fuori c’è una babele di oggetti, di linguaggi, un labirinto di informazioni e affermazioni che confondono la nostra limitata e distratta intelligenza.
Risaliamo il fiume goccia a goccia, corpo dopo corpo, ombra dopo ombra fino all’impronta di quella sorgente pura, primigenia in cui tutto si riduce all’unità”. E poi ancora: “L’unità è come la vista dalla cima di una montagna. È la visione ampia che spinge nella dilatazione estrema il tempo fino al suo totale annullamento. È la visione complessiva che si allarga verso l’infinito, abbattendo le limitazioni dello spazio fisico, fino a renderle indifferente la materia… Lì si coglie la Verità, il principio ordinatore, il senso ultimo e più profondo delle cose, la formula che annichilisce ogni possibilità di inganno”.

*

Portovenere

Si erge una chiostra di mura sopra l’acqua
e a picco vi strapiombano falesie
dove sbatte e frange con fragore l’onda
e in mille spruzzi la sua voce il mare.

È già ricordo il borgo dal dirupo,
di sguincio incappa la vista su Palmaria
dall’altezza della chiesa di san Pietro.

Ma non v’è traccia nel flusso dell’aria
di questo mite inverno; non v’è parola
che contenga o che appena ravvicini
i lembi di una vita lacerata.

Ma poi di te

I.
Ma poi di te che cosa sa il ricordo
se non parole in nebbie di paesaggi
con il passato che in nuove radici
si rigenera quando le reinventa
come una specie di rassegnazione.

E so che queste cose ognuno sa
e dimentica. Il mare si confonde
in fondo al cielo chiaro nello sguardo
–così alto, così profondo– di Dio.

II.
Se aneli ad altro, tu per altro cosa
intendi, con il pensiero ondivago
nell’età che trascolorando muta?

Se vai oltre le dense nebbie, oltre
il dubbio che tiene la vita desta,
dimmi: tu chiamerai il mio nome ancora?

***

È sera sempre qui se con lo sguardo
ti fermi sotto il cielo delle venti
e intanto il traffico già si è rallentato
si è mitigato come l’aria quando
l’ombra offre ristoro alla canicola.

III.
Andrò forse in un mattino
l’animo dentro al mio cappotto,
i pugni stretti nelle tasche larghe,
gli occhi a terra, la luce a evitare;

andrò in un mattino svogliato al primo sole
negli angoli ciechi di una città dormiente

verso l’azzurrità del mare di silenzio
a colmare la distanza che risale il cielo.

 

Testi tratti da Alessio Vailati, Il moto perpetuo dell’acqua, Biblioteca dei Leoni, 2020.

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Canto presente 49: Ivano Mugnaini

07 lunedì Dic 2020

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA

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Ivano Mugnaini, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

IVANO MUGNAINI

 

Quale amnistia?

 

Quale amnistia? Per quali peccati mortali?

È cosa da poco, in fondo, la morte, banale,

veniale o giù di lì, di sicuro scontata,

garantita come una sentenza, o un elettrodomestico

Philips con controllo illimitato di qualità.

Perché tarda allora l’indulto al vizio comico

del vivere? Qualcuno lo disse “assurdo”,

questo abuso, tale misera esuberanza, ma

fu solo mirabile tautologia.

Almeno allora uno sconto di pena alla pena

dell’essere, una via di fuga, d’ingresso, d’uscita,

il lusso di un carcere aperto alla speranza

della redenzione, il crimine antico di ritrovarsi

colti clamorosamente sul fatto, nel sacco entrambe

le mani, in piena flagranza di reato, nell’atto doloso,

e recidivo, di essere ancora vivi, ancora umani.

 

* * *

 

Il mondo non ha angoli

 

Ci ritroveremo, mi hai detto,

in qualche angolo del mondo.

Ma il mondo non ha angoli,

ogni punto equivale a tutti

e a nessuno, la curva del tempo,

ferro, graffio, veleno,

traccia di sogno, linea di una mano.

Ci ritroveremo, certo, e ci accorgeremo

che è gravido di altre carni, di altri

semi, il ventre del destino.

Ma ancora, tenace, avido,

partirà lo sguardo verso un lembo

di pelle, l’occhio, il collo, il braccio,

il seno, e di nuovo sarà immagine

del mondo, spazio di luce agibile,

abitabile, l’attimo in cui, ridendo,

ci diremo che non è possibile.

 

*  *  *

( poesie da La creta indocile, Oèdipus edizioni, 2018)

 

Nei tropici si deve anzitutto mantenere la calma.

Levò un indice ammonitore. Du calme, du calme. Adieu

 

J.Conrad, Cuore di tenebra

 

 

   Conradiana

 

Voi che vedete solo la misura,

dello scheletro, il calibro

delle ossa, i numeri dell’Iban

e delle estrazioni del lotto,

i grattaevinci e la polvere grigia

sul bancone dell’immensa tabaccheria,

sappiate che anche qui,

nei tropici franosi del Bel Paese

traforato come un Emmentaler

di tragiche farse

reiterate ad libitum,

perfino qui

conta e necessita

anzitutto mantenere la calma,

du calme, du calme,

e qualche attimo vitale

di tenerezza strappata all’acciaio

e al cemento

dei nostri cuori di tenebra

prima del giorno d’aprile

da sempre agognato.

 

 

*  *  *

 

 

Lui soltanto

 

Siate gentili! Tanto, alla fine,

adesso e domani,

in ogni frammento di tempo,

altro non siamo che aliti impuri

nella trama perfetta di un cielo

cieco a cui non apparteniamo,

ragni impettiti inghiottiti

da uno sbadiglio.

Siate gentili, non vi agitate,

fate conto di essere ramarri

tramortiti lungo un ripido

pendio con cui gioca un gatto

tignoso in un afoso giorno

d’estate.

Solo l’amore,

quello che non siamo e non abbiamo,

si può permettere di essere

frenetico e crudele, perché lui,

lui soltanto,

è essenziale.

 

*  *  *

 

Ipotesi

 

Che poi in fondo,

niente è cambiato;

già prima ci scrutavamo

l’un l’altro di soppiatto

la forma degli occhi, la bocca,

le mani, il colore della faccia

e delle parole e ci lavavamo

con cura le mani scordandoci

di disinfettare

il cuore.

Ci osservavamo a tradimento,

eterni stranieri in una sala

d’aspetto o sui divani

di un locale, passeggeri

sulla panchina di un tram

ognuno verso il suo deserto

o la zona rossa della sua sera.

Forse la vera sfida, a ben vedere,

non è non ammalarsi

è guarire.

     

               ( inediti da libro )

 

 

 

 

 

 

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Recensione di Silvio Aman su “Astro immemore” di Adriana Gloria Marigo, Prometheus Editrice, 2020

04 venerdì Dic 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Adriana Gloria Marigo, Astro immemore, Silvio Aman

 

Adriana Gloria Marigo: Astro immemore

Prometheus Editrice, 2020

Postfazione di Andrea Matucci: Un luminoso “sentimento dello spazio”

 

Con Astro immemore, Adriana Gloria Marigo ci offre una collana di quarantacinque brevi poesie in versi liberi rivolta al lago Maggiore coi suoi promontori, ma se il titolo ci allontana già da ogni ipotesi descrittiva, nei testi le elevate ricorrenze di aria, luce, azzurri e verdi lo richiamano piuttosto in raffinate tarsie o – come scrive Andrea Matucci – “per fuggevoli indicazioni” spesso tutt’altro che aderenti al versante visivo, semmai in un intreccio di empatia e stilizzazione:

 

Afflizioni pluvie saggiano

i cardini della roccia

l’irridente fragore del mare

che a me sodale frantuma

la chincaglieria del lago

 

finisterre occluso al largo.

 

È pur vero che il lago, o piuttosto la sua cornice, sottende l’intera raccolta, ma non senza effetti di estraneità, sia a causa dell’astro dimentico il suo benigno influsso – e tanto importante da titolare il libro – sia per la sua riduzione a “chincaglieria” rispetto al mare. Esso permette alla poetessa di eseguire difficili mosse da funambolo tramite voci inconsuete, rare, letterarie o derivate da altre lingue (come “funambolia” “viridarium” “spendimento” “implaga” “celestia” “aspèrgine” “venetico”…) cui si aggiunge l’uso spesso inarticolato delle preposizioni (“di rosa canina” – “d’ànemos” – “di vela rossa” – “d’aria” – “d’arte”) la tendenza a ridurre l’impiego degli articoli, e la sostantivazione di certi avverbi e aggettivi (“da smisurato lontano” “di vago fragrante”) ottenendo sempre nuove tessiture di un testo aperto, perciò di non facile decodificazione…

 

Intemperante giunge un vento

sonoro a lanciarsi ostinato

dalle dorsali prealpine,

suadere a dismisura

la funambolìa del mattino,

l’aspèrgine azzurra

lungo l’ordinata del giorno.

 

Nella formazione della propria lingua poetica, ci accorgiamo che Adriana Gloria Marigo ha reso straniere le presenze cui attribuisce “funambolìa” al mattino, “aspèrgine” all’azzurro, “implaga” al blu di Prussia “lunari” agli agresti, “spergiuro” al sole, “scaltra” all’ombra, “ordinata” al giorno, nel senso di unirle a presenze insospettate e a volte molto lontane come è il caso di il “re del Ponto”:

 

La digressione di tutto il turchino

sperpera la penitenza del cielo

qui avviene lo spergiuro del sole

la prova costante del re del Ponto,

stinge persino l’ombra scaltra del bianco.

 

La prima poesia, arco d’ingresso alla raccolta, si rivolge enigmaticamente a uno strappo esistenziale cui necessita l’arte del rammendo, come indica il duplice senso di fortuna…

 

È cucita addosso una veste

di timbriche fortune alterne

nella luce il momento esalta

e schianta nel giro che smaglia

e torna d’arte al rammendo.

 

mentre fra ciò che esalta e smaglia, le successive vi accennano sia per il tono sia per il fatto che l’impulso affettivo e i richiami al mondo esterno permangono in uno stato di implicito straniamento, sicché qui non si può certo dire, con Meister Eckart, “l’amore è di tal natura che trasforma l’uomo nella cosa amata”. Decisiva, al riguardo, è la quasi totale assenza dell’io “che vede, pensa, parla” (Andrea Matucci) e il predominio delle frasi constative, come in “febbraio ha corte nel gelo” “perdura il seccume” “si tagliano i rami opprimenti” e via così, lasciando insomma prevalere l’oggettività su cui si modellano le ardue espressioni dell’intera raccolta…

 

Stenta primavera pochi fiori

perdura il seccume

al turbine preciso d’avarìe

sotto lo sperdimento azzurro

ora che il levarsi mergozzino

convoca acuti d’ombra,

l’esecrabile nullora.

 

Ho accennato alle tarsie, perché la poesia di Adriana Gloria Marigo, estranea all’estensione narrativa “che è sempre stato l’orrore della poesia pura” (Andrea Matucci) anzi tendenzialmente ermetica, e perciò senza sviluppo, forma i suoi riquadri con frasi paratattiche, riducendo al minimo snodi, congiunzioni e punteggiatura. Ne abbiamo un esempio indiretto con “si tagliano rami opprimenti” per lasciare “respiro di spazio” e “Il canto glorioso dei merli/ svuota l’aria d’altra voce” nel senso di scindere o distanziare gli sguardi, talvolta improvvisi (“abbaglio bianco di rosa canina” “La salita che scosta le case/ s’apre nel punto preciso/ dove slarga lo sguardo/ di celestia fitto”)…

 

Si tagliano rami opprimenti

si lascia respiro di spazio

all’albero in canto rinascente.

In terra l’avventura dei bulbi,

della forsythia in acuto giallo

intrama fortuna di viridarium.

 

Oppure, in Lucreziana, unica poesia titolata:

 

Nella stagione che priva l’ornato

più chiare possiamo vedere

in margine al bosco

[…]

solitarie betulle odoranti

il rigore territoriale dell’aria.

 

“Fortuna di viridarium” (il “verde” ha anche lui molte ricorrenze) rafforza – adversus Thomas Stearns Eliot, nel suo “aprile è il più crudele dei mesi”– gli enunciati della precedente Primavera, stagione, qui portatrice di nostalgia:

 

Primavera, stagione

più di altra leale

celebri la nostalgia

ogni casa che ho abitato

et brevitas d’amore tornato.

 

Leale (quindi opposto all’astro) se celebra appunto la nostalgia delle case abitate e l’amore. E di nuovo:

 

Creanza d’aprile

riparata sui racemi dei lillà

effondi pulviscoli odorosi

lacerti di ere turbinanti…

 

lasciando percepire la preferenza per le stagioni dalla natura rinascente e calorosa con i loro profumi. Nella poesia dedicata a Vittorio Sereni, leggiamo: «Di vago fragrante si diffonde/ l’osmanto tra il duro verde// d’amaritudine pungendo/ aereo il destino d’ottobre» e di nuovo, con le echeggianti sonorità di aria : scarna (contrapposto all’estiva, pesante e piena) zoomorfo : frusto…

 

Basterà l’aria levantina

selvatica e scarna di oggi

sull’iperbole stesa del prato

il cielo di nubi zoomorfo

a specchiare l’incerta

profusione vegetale

imprimere cesura al frusto

mentre ad agresti lunari

ascendono canti alati.

 

Assieme alla primavera, all’aria e al celeste (dieci ricorrenze, con le sue variazioni cromatiche) in queste poesie domina la luce fin dalla prima: «nella luce il momento esalta» – «pura chiarità di salmo arioso» (sedici ricorrenze allargate a “chiaro” “luminanza” “splende” “oro”… “vennero corsiere di luminanza” – “tutto il foliage mi splende addosso” – “ora di fitto oro in festa” – “Flette il silenzio la misura dell’oro” […] L’orazione del fuoco in crepitio/risolve la brama ottusa/ gemma l’estrosa ora fausta”)…

 

Tutto coincide nella luce

occidua di ottobre fiammato

di nuovo al turbinante capriccio

sua specifica natura garante

la fratellanza dei mesi,

onore a loro sostanza

secondo agnizione

fine di circostanza.

 

I due versi finali lasciano supporre, che se l’elemento contingente richiede un’analisi, l’agnizione porta con sé – al contrario – un improvviso riconoscimento o la sorpresa, come abbiamo già visto per “l’abbaglio bianco di rosa canina” il cui verso è opportunamente staccato dai precedenti. Che qui non si tratti quasi mai di oscurità (“notte” o “notturno” e “sera” sono, mi pare, presenti solo due volte) bensì di luce, aria e vento, quest’ultimo con sette occorrenze, compreso Favonio… “vele nella squillante ora del vento” lo indica la poesia

 

Istruisce il chiaro

la scurità petrosa,

dispone la terra alla vela

risolta al viaggio per acqua –

tornata oggi la minuzia ventosa

da smisurato lontano.

L’ora misteriosa di gennaio

scollina lucentezza di stelle –

vezzo del primo Favonio

che arrischia in cielo e in terra

la virida voce errante,

pazzia delle rame gemmifere.

 

Perché anche dove compare, l’ombra è seguita dalla luce:

 

Sbriglia Mergozzo giù dalle cime

lusinga di ombre plananti

sulle morene dove la città

affonda sereni suoi romitaggi

d’incorollata luce aspersi.

 

Riguardo all’autunno con la sua profumazione, in “Di vago fragrante si diffonde” abbiamo:

 

Depreco ottobre

il darsi occiduo

appena la luce si fa bella

specchia vigori vegetali

la vocazione alle nostalgie

più remote dei tuoi passi.

 

ma anche:

 

Ora l’equinozio di autunno

colmerà di vaghezza incendiata

ogni foglia dell’albero amante

l’ispirata vaganza dell’aria

l’offerta corona della sera

caduto il regno dell’astro assoluto

nell’idioma stordito dei fiori.

 

D’altra parte, se oro e rosso (assieme a “ruggine”) hanno occorrenze ridotte in confronto a luce, foglie, rami e fiori legati ai mesi in ascesa, l’autunno è l’unica stagione in cui il declino sa incendiare le foglie dell’“albero amante” (cioè dei propri organi vitali) l’“ispirata vaganza dell’aria” e “l’offerta corona della sera” anche se gli ultimi due versi – distanziati per l’irrompere di un pensiero critico – introducono l’idea della caduta (l’astro declina) e la lingua stordita dei fiori dovuti al passaggio dalla piena solarità a quella riflessa dalle foglie d’oro.

Benché Adriana Gloria Marigo sia donna di mare, ha insomma saputo riconoscere i doni del lago, rendergli omaggio, offrirgli le corone delle sue complesse composizioni e farlo a sua volta esprimere. Un omaggio ha desiderato anche rendere al pittore Franco Rognoni con la figura in copertina: La donna del lago, gentilmente concessa da Stelio Carnevali.

 

Silvio Aman

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Canto presente 48: Andrea Castrovinci Zenna

30 lunedì Nov 2020

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA

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Andrea Castrovinci Zenna, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

ANDREA CASTROVINCI ZENNA

 

Non così – propriamente così, come credevi

remota ipotesi non vomitarlo

tutto quel bene, “alcolico dimentico

ristoro, i suoi capelli nel castano

ondeggiamento lucevano d’oro” – e così

scindono scissi, accecano lucendo

e tu, tu, per spogliarmi così

non tu (o sì?) potresti ricompormi?

 

Sveglia da sempre in te dormivo

un non innocuo incubo d’amore.

 

*

 

Probabilmente

niente ho da dirti in aggiungere

forse in levare sarebbe ancora dire

al punto tale che tacerne è amarti.

 

*

 

Novembre sgelami dall’ansia acerba

per non averla in casa in fretta,

oltre presenze dubbie di timori;

lascia traspaia

come in lei amante

una tremenda primavera.

 

Epicedio a Romeo

 

Come chi piange e non sa ricomporsi,

così tu piangi e nulla ti conforta…

 

Ripensi a quando docile

si accoccolava tra le tue lenzuola,

tra le vesti leggere, sul tuo petto?

E nulla nel dolore ti è più abietto

che ricordare le felici cose…

Ma il tuo pensiero disperatamente

torna a quei gesti, alle gioiose fusa

svola sugli occhi, sui baffi, risente

morbido il morso (un solletico appena!)

su le punte dei piedi

quando d’inverno, tremendo e non scorso

ancora, nera la coda, il nasino,

dolce ossimoro tra il bianco dei plaid,

la carezzavi, gli smeraldi intenti.

 

Oggi entri in casa, non la trovi in giro;

di quelli il vuoto e il morso assenti, provi:

frugano gli occhi trepidi il divano

cercano invano grigia la figura.

Rubescono gli occhiucci, l’aria è tremula:

alla tua mano lesinando il pranzo

con animosa leggiadria discreta

più non si ammusa micia.

Nella tua stanza, tra lacrime chiusa,

è solo un gatto! segreta ripeti…

Ma fiele bevi riguardando foto

un tempo liete e ti avveleni a un fato

che tutte le creature fece carne

più o meno gravi o consapevoli.

 

*

 

E ti rivedo, in certi giorni grigi

tra le mie poche cose care e chiare;

come l’aliare bianco delle strigi,

impercettibile, crepuscolare.

 

*

 

Ma così biondo il mio tesoro mai

da illuminarmi ancora adolescente,

catartizzato in musica,

stordito, etilico!

Gioivi stretta al fianco mio bambino

nella solare gloria del tuo riso chiaro.

 

*

 

Bionda di grano il mio tesoro, docile

come la spiga al vento lieve; avorio

ha nelle dita cesellate e sfioro

un’altra volte te, suprema gioia.

 

 

 

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Le iguane non mi turbano più. Poesie di Dina Bellrham tradotte in italiano da Lorenzo Spurio

23 lunedì Nov 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Dina Bellrham, Le iguane non mi turbano più, Lorenzo Spurio

È uscito in questi giorni, per i tipi di Le Mezzelane Editore di Santa Maria Nuova (AN), il libro Le iguane non mi turbano più, selezione di poesie di Dina Bellrham, tradotte dal poeta e critico letterario Lorenzo Spurio. L’opera è il frutto di un lavoro di studio, analisi e traduzione dell’opera poetica della poetessa ecuadoriana Edelina Adriana Beltrán Ramos (1984-2011), meglio nota con lo pseudonimo di Dina Bellrham, che, nel corso della sua breve vita, pubblicò le raccolte Con Plexo de Culpa (2008) e La Mujer de Helio (2011). Questa edizione in lingua italiana (la prima opera organica di traduzione della poetessa, già tradotta, per singoli componimenti, in altre lingue) è stata permessa dall’interessamento e dalla fattiva collaborazione della famiglia, nella figura della madre Cecibel Ramos. Ad impreziosire il volume, che presenta una scelta di poesie tratte dalle sue due opere e dall’opera postuma Inédita Bellrham, è un ampio studio critico preliminare a cura della poetessa e critico letterario Siomara España tradotto in italiano dal curatore dal titolo “Dina Bellrham: contemplazione e comparsa”, nel quale si indagano con attenzione le caratteristiche preminenti della poetica della giovane poetessa. Come si legge dalla quarta di copertina: «La poesia della Bellrham è sospesa tra un fosco presentimento della morte – quasi un dialogo continuo con l’oltretomba – e una tensione amorosa per la vita, la famiglia e la quotidianità dei giorni della quale, pure, non manca di mettere in luce idiosincrasie, violenze e ingiustizie diffuse. La critica ha parlato di una sorta di nuovo Barocco per la sua poesia dove coesistono terminologie specialistiche della Medicina e squarci visionari che fanno pensare al più puro surrealismo. Entrare in una poetica così magmatica e a tratti scivolosa per cercarne di dare una versione nella nostra lingua non è compito semplice, dal momento che la poetessa coniò – come il critico Siomara España annota nello studio preliminare – un suo codice linguistico particolarissimo, inedito, personale e multi-stratificato. Eppure è un tentativo sentito (e in qualche modo doveroso) frutto di quella “chiamata” insondabile che non si è potuto eludere».

*

Lorenzo Spurio (Jesi, 1985), poeta, scrittore e critico letterario. Per la poesia ha pubblicato Neoplasie civili (2014), La testa tra le mani (2016), Le acque depresse (2016), Tra gli aranci e la menta. Recitativo dell’assenza per Federico García Lorca (I ediz. 2016; II ediz. 2020) e Pareidolia (2018). Ha curato antologie poetiche tra cui Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana (2016, 2 voll.). Intensa la sua attività quale critico con la pubblicazione di saggi in rivista e volume, approfondimenti, prevalentemente sulla letteratura straniera, tra cui le monografie su Ian McEwan e il volume Cattivi dentro: dominazione, violenza e deviazione in alcune opere scelte della letteratura straniera (2018). Si è dedicato anche allo studio della poesia della sua regione pubblicando Scritti marchigiani (2017) e La nuova poesia marchigiana (2019). Tra i suoi principali interessi figura il poeta e drammaturgo spagnolo Federico García Lorca al quale ha dedicato un ampio saggio sulla sua opera teatrale, tutt’ora inedito e tiene incontri tematici. Ha tradotto dallo spagnolo racconti di César Vallejo e di Juan José Millás e una selezione di poesie di Dina Bellrham confluite in Le iguane non mi turbano più (2020). Su di lui si sono espressi, tra gli altri, Giorgio Bàrberi Squarotti, Dante Maffia, Corrado Calabrò, Ugo Piscopo, Nazario Pardini, Antonio Spagnuolo, Sandro Gros-Pietro, Guido Oldani, Mariella Bettarini, Emerico Giachery e numerosi altri.

Link all’acquisto dell’e-book

Link all’acquisto del libro

 

Info editoriali

Le Mezzelane Casa Editrice – Via W. Tobagi 4/H – 60030 – Santa Maria Nuova (AN)

Tel. 340405449 – Mail: informazioni@lemezzelane.eu – Sito: www.lemezzelane.eu

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“Un’altra poesia dei doni” di Jorge Luis Borges

17 martedì Nov 2020

Posted by Deborah Mega in Rose di poesia e prosa

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Ringraziare voglio il divino labirinto degli effetti e delle cause

per la diversità delle creature che compongono questo singolare universo,

per la ragione, che non cesserà di sognare un qualche disegno del labirinto,

per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,

per l’amore, che ci fa vedere gli altri come li vede la divinità,

per il saldo diamante e l’acqua sciolta,

per l’algebra, palazzo dai precisi cristalli,

per le mistiche monete di Angelus Silesius,

per Schopenhauer, che forse decifrò l’universo,

per lo splendore del fuoco

che nessun essere umano può guardare senza uno stupore antico,

per il mogano, il cedro e il sandalo,

per il pane e il sale,

per il mistero della rosa che prodiga colore e non lo vede,

per certe vigilie e giornate del 1955,

per i duri mandriani che nella pianura aizzano le bestie e l’alba,

per il mattino a Montevideo,

per l’arte dell’amicizia,

per l’ultima giornata di Socrate,

per le parole che in un crepuscolo furono dette da una croce all’altra.

per quel sogno dell’Islam che abbracciò mille notti e una notte,

per quell’altro sogno dell’inferno,

della torre del fuoco che purifica,

e delle sfere gloriose,

per Swedenborg, che conversava con gli angeli per le strade di Londra,

per i fiumi segreti e immemorabili che convergono in me,

per la lingua che, secoli fa, parlai nella Northumbria,

per la spada e l’arpa dei sassoni,

per il mare, che è un deserto risplendente

e una cifra di cose che non sappiamo,

per un epitaffio dei vichinghi,

per la musica verbale dell’Inghilterra,

per la musica verbale della Germania,

per l’oro, che sfolgora nei versi,

per l’epico inverno,

per il nome di un libro che non ho letto: Gesta Dei per Francos,

per Verlaine, innocente come gli uccelli,

per il prisma di cristallo e il peso d’ottone,

per le strisce della tigre,

per le alte torri di San Francisco e dell’isola di Manhattan

per il mattino nel Texas,

per quel sivigliano che stese l’Epistola Morale

e il cui nome, come egli avrebbe preferito, ignoriamo,

per Seneca e Lucano, di Cordova,

che prima dello spagnolo scrissero

tutta la letteratura spagnola,

per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,

per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,

per l’odore medicinale degli eucalipti,

per il linguaggio, che può simulare la sapienza,

per l’oblio, che annulla o modifica il passato,

per la consuetudine, che ci ripete e ci conferma come uno specchio,

per il mattino, che ci procura l’illusione di un principio

per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,

per il coraggio e la felicità degli altri,

per la patria, sentita nei gelsomini o in una vecchia spada,

per Whitman e Francesco d’Assisi, che scrissero già questa poesia,

per il fatto che questa poesia è inesauribile

e si confonde con la somma delle creature

e non arriverà mai all’ultimo verso

e cambia secondo gli uomini,

per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli perché moriva così lentamente,

per i minuti che precedono il sonno,

per il sonno e la morte, quei due tesori occulti,

per gli intimi doni che non elenco,

per la musica, misteriosa forma del tempo.

 

JORGE LUIS BORGES

(“Otro poema de los dones”, da ‘L’altro, lo stesso’, 1964)

 

Otro poema de los dones

Gracias quiero dar al divino Laberinto de los efectos y de las causas
Por la diversidad de las criaturas que forman este singular universo,
Por la razón, que no cesará de soñar con un plano del laberinto,
Por el rostro de Elena y la perseverancia de Ulises,
Por el amor, que nos deja ver a los otros como los ve la divinidad,
Por el firme diamante y el agua suelta,
Por el álgebra, palacio de precisos cristales,
Por las místicas monedas de Ángel Silesio,
Por Schopenhauer, que acaso descifró el universo,
Por el fulgor del fuego,
Que ningún ser humano puede mirar sin un asombro antiguo,
Por la caoba, el cedro y el sándalo,
Por el pan y la sal,
Por el misterio de la rosa, que prodiga color y que no lo ve,
Por ciertas vísperas y días de 1955,
Por los duros troperos que en la llanura arrean los animales y el alba,
Por la mañana en Montevideo,
Por el arte de la amistad,
Por el último día de Sócrates,
Por las palabras que en un crepúsculo se dijeron de una cruz a otra cruz,
Por aquel sueño del Islam que abarcó mil noches y una noche,
Por aquel otro sueño del infierno,
De la torre del fuego que purifica
Y de las esferas gloriosas,
Por Swedenborg, que conversaba con los ángeles en las calles de Londres,
Por los ríos secretos e inmemoriales que convergen en mí,
Por el idioma que, hace siglos, hablé en Nortumbria,
Por la espada y el arpa de los sajones,
Por el mar, que es un desierto resplandeciente
Y una cifra de cosas que no sabemos
Y un epitafio de los vikings,
Por la música verbal de Inglaterra,
Por la música verbal de Alemania,
Por el oro, que relumbra en los versos,
Por el épico invierno,
Por el nombre de un libro que no he leído: Gesta Dei per Francos,
Por Verlaine, inocente como los pájaros,
Por el prisma de cristal y la pesa de bronce,
Por las rayas del tigre,
Por las altas torres de San Francisco y de la isla de Manhattan,
Por la mañana en Texas,
Por aquel sevillano que redactó la Epístola Moral
Y cuyo nombre, como él hubiera preferido, ignoramos,
Por Séneca y Lucano, de Córdoba
Que antes del español escribieron
Toda la literatura española,
Por el geométrico y bizarro ajedrez
Por la tortuga de Zenón y el mapa de Royce,
Por el olor medicinal de los eucaliptos,
Por el lenguaje, que puede simular la sabiduría,
Por el olvido, que anula o modifica el pasado,
Por la costumbre, que nos repite y nos confirma como un espejo,
Por la mañana, que nos depara la ilusión de un principio,
Por la noche, su tiniebla y su astronomía,
Por el valor y la felicidad de los otros,
Por la patria, sentida in los jazmines, o en una vieja espada,
Por Whitman y Francisco de Asís, que ya escribieron el poema,
Por el hecho de que el poema es inagotable
Y se confunde con la sumas de la creaturas
Y no llegará jamás al último verso
Y varía según los hombres,
Por Frances Haslam, que pidió perdón a sus hijos por morir tan despacio,
Por los minutos que preceden al sueño,
Por el sueño y la muerte, esos dos tesoros ocultos,
Por los íntimos dones que no enumero,
Por la música, misteriosa forma del tiempo.

 

JORGE LUIS BORGES

(“Otro poema de los dones”, da ‘L’altro, lo stesso’, 1964)

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Nota critica dedicata ad “Archivio del Bianco” di Stefania Onidi, Terra d’ulivi Edizioni, 2020.

09 lunedì Nov 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Archivio del bianco, Stefania Onidi

In copertina “Asemic” di Stefania Onidi

Il bianco è un colore acromatico caratterizzato da elevata luminosità ed è dato dalla sintesi additiva di tutti i colori dello spettro visibile. Non a caso, in “Archivio del Bianco” di Stefania Onidi, silloge uscita per i tipi Terra d’ulivi Edizioni, il colore ricorre molto frequentemente in tutte le sue gamme: rosso, pece, rosa, verde metallo, nero, scala dei grigi, ocra, azzurro, verde, giallo; allo stesso modo è ricorrente anche il lessico specialistico dell’arte, evidente nel titolo stesso delle sezioni “campiture”, “tele e armature” con l’utilizzo di termini specifici come modulo classico, chiaroscuro, prospettiva. Onidi infatti da sempre affianca all’attività poetica quella pittorica.

Il termine “archivio” fa pensare ad una raccolta sistematica e ordinata di storie, sensazioni, esperienze, che, ben raccolti e catalogati, possono essere più facilmente conservati e riutilizzati. La poesia, fin dai primi versi, appare suggestiva, elegante, vi si avvertono la cura e l’attenzione al dettaglio e all’equilibrio dei versi eppure è poesia che si sente, si tocca, si vede. Educa ad avere una visione pura sul niente, a mettersi in ascolto del silenzio che ingombra e che pesa; è poesia che rileva l’assenza, la perdita, il gesto mancato. Il senso probabilmente è da ricercarsi nel corpo, nelle relazioni con il mondo circostante e nella risonanza dei sensi e delle sensazioni. Corpo dunque che si offre in sacrificio, privo di calore come un involucro sfiatato, corpo che, tra scavi e innesti, ritorna alla sua concretezza, nonostante assenze, mancanze, distrazioni, delusioni, ferite. Gli stessi titoli delle altre sezioni, per un totale di cinque, sono “dentro e fuori”, “a margine”, “germogli e  rivoluzioni”, rimandano al rapporto tra dentro e fuori di sé, esprimono una dicotomia che vorrebbe riconciliare i contrari. Ci sono luoghi, a volte concreti a volte indistinti, oggetti, finestre, pareti, foto, divani, tazze, che diventano estensioni di se stessi. La poetessa osserva il mondo, percepisce eventi e fenomeni, poi, con lucidità di visione, coglie il presente e lo intreccia a riflessioni intimiste procedendo per sottrazione e per omissioni. I versi appaiono lapidari, minimali, incisivi come didascalie di fotogrammi in successione, le parole emergono e campeggiano nello spazio bianco della pagina, mentre tessono una fitta relazione di significati e trame di senso. Compare anche a sprazzi l’urgenza necessaria di una metafisica, di un cielo che è percepito come vicinissimo, Percuote il mio rosso / un vicinissimo cielo o ancora Desideravamo il paradosso / del miracolo, scrive Onidi. Il desiderio è anche quello di vivere l’oggi, il presente, quando scrive Vorrei vivere usando il presente indicativo, mentre si cerca di non soccombere, dal momento che manchiamo il bersaglio tutti i giorni. Percorre l’intera silloge un senso di vuoto e di solitudine mentre si intuisce la crudeltà del tempo nelle espressioni Le consegne del tempo sono puntuali, tempo avverso che non accontenta mai nessuno. Metafore, personificazioni e intarsi visivi sono disseminati per tutta la silloge, forse vorrebbero curare la disarmonia del vivere, rendere meno freddi i sentimenti e più efficaci le parole. Per sopravvivere potremmo dunque riciclare i ricordi, programmare l’evasione, tentare il nostro giro di luce, schiuderci, per guarire nel solco di una gioia antica.

 

Deborah Mega

*

Dettagli
 
 
 
Il cielo s’incurva ancora
 
polvere ovunque.
 
Tu che accadi tra le cinque e le sei.
 
La tua voce non è più le tue parole.
 
Mentre ti ascolto vedo la tua bocca
 
lago di carne
 
paesaggio del nord bianco aperto.
 
Prendi questo mio corpo, volevo dirti.
 
 
 
 
*
 
Almeno si potesse non pensarci
 
sottoporsi ad anestesie pesanti
 
non soccombere nel frattempo.
 
Nel sonno nascondersi
 
tenere lo scenario brillante
 
tentare il nostro giro di luce.
 
 
 
 
*
 
Alla fine si negano gli occhi
 
la scena si svuota
 
lei non ha un odore
 
rivestendosi si copre il seno con un braccio.
 
Lui invece è un feto.
 
Loro non si riproducono.
 
Nel cortile interno fingono.
 
 
 
Qui manchiamo il bersaglio tutti i giorni.
 
La tivù dei vicini ci dà in pasto al silenzio.
 
 
 
*
 
Clean
 
 
 
 
Poi si lava le mani nel lavello dello studio.
 
Aspetti sul lettino
 
di ferro e non ti rivesti
 
perché guardi il rubinetto il camice e il gettito moderato dell’acqua contro il bianco
 
della stanza
 
prima delle parole. E non vuoi parole.
 
 
 
Da piccoli quando si ama la neve non si pensa al freddo
 
si educa a questo sguardo puro
 
sul niente.
 
 
 
 
*
 
È andato via
 
si dice di uno quando è morto.
 
 
 
È andato via senza pensare ai vestiti
 
non ha chiuso valigie
 
non ha scelto mezzi
 
nemmeno i suoi piedi.
 
 
 
Gli altri a volte si spartiscono la roba.
 
Aprono stanze
 
nelle stanze armadi
 
negli armadi cassetti
 
scatole.
 
Con le mani abbassano le palpebre.
 
Parlano al buio, riscrivono la scena finale.
 
 
 
Rimbomba il saluto che non hanno dato.
 
 
 
*
 
 
Obitus
 
 
 
 
La stanza rigettava il peso
 
del silenzio sulle nostre pupille.
 
Desideravamo il paradosso
 
del miracolo: il tuo sorriso con qualche anno in meno.
 
Dentro la cassa eri bambola di Marie Tussaud
 
viso incapace lontano dalla carne
 
corpo definitivo nelle nostre storie.
 
Mentre alitavo nelle tue mani un bacio
 
il ragazzo cinese abbassava le serrande
 
qualcuno immortalava il cielo di Milano.
 
 
 
*
 
Flos Silens
 
 
 
 
Sono giorni di ginestre aperte,
 
api e febbre
 
finestre al sole
 
fiducia (silente)
 
piedi nudi e gatti che fanno l’amore.
 
Tutto procede con gioia ferma.
 
 
 
Mi allineo al passo vulnerabile del giallo.
 
 
 
Stefania Onidi
 
da Archivio del bianco (Terra d’ulivi edizioni, 2020)

 

 

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“Maternità marina” AA.VV. a cura di Silvia Rosa e Valeria Bianchi Mian, Ed. Terra d’ulivi, 2020. Nota critica di Francesco Palmieri.

03 martedì Nov 2020

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Recensioni

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Francesco Palmieri, Maternità marina, Silvia Rosa, Valeria Bianchi Mian

La raccolta poetica “Maternità marina”, frutto della sinergia corale delle poetesse in indice e curata da Silvia Rosa e Valeria Bianchi Mian, si inserisce nel panorama poetico dei nostri giorni come antologia tematica – la maternità – ma con un valore aggiunto che completa e al tempo stesso trascende la parola poetica, vale a dire la fotografia e l’illustrazione pittorica: Il complemento fotografico lo si deve all’esperienza inedita di Silvia Rosa mentre l’incursione grafica è frutto della creatività immaginifica di Valeria Bianchi Mian, curatrici che contemporaneamente contribuiscono alla raccolta con un testo ciascuna nel corso delle pagine di presentazione dell’opera. Il sincretismo formale del libro – sincronia e concorso di linguaggio, fotografia, pittura – potrebbe rimandare a un’intenzione didascalica non dichiarata, a un’opera illustrata dove le immagini giocano il ruolo di amplificatore della parola o viceversa, ma così non è poiché ogni medium specifico qui racconta una propria storia pur nella fedeltà e coerenza al tema della raccolta. Un tema lapalissianamente originario e ancestrale, così come è subito dichiarato fin dalla prima immagine della donna in nero che, tra le mani, reca quasi in offerta la conchiglia-utero, in un contesto per antonomasia millenario, cioè un uliveto. È un passaggio di testimone, da donna a donna, da femmina a femmina, da vecchia a giovane, secondo una successione ereditaria e filogenetica, un determinismo biologico indotto pulsionalmente da quell’istinto di sopravvivenza che spinge le creature naturali di carne e impulsi a procreare sempre e comunque. Ma si sa, nella filogenesi non c’è storia, non ci sono individui pensanti, non c’è l’Io con il suo vissuto, è fenomeno che replica se stesso senza lasciare traccia di quella che invece è l’epopea della maternità-filiazione, della connotazione psicologica ed emozionale del rapporto madre-figlia. Ed è di questo aspetto conscio ed inconscio che si occupa “Maternità marina”, delle implicazioni psichiche più profonde della relazione, sia nell’idillio che nella tragicità, nella corrispondenza empatica che nella conflittualità. Il pregio della coralità sta nel mettere in evidenza le diverse sfumature di vissuto individuale e personale, nel darci una versione polifonica di quel complesso fenomeno che è la maternità, un punto di vista denso di emozione e passione e spesso anche uno scambio di ruolo dove la figlia diventa a sua volta madre. Nelle parole e nelle immagini evocate dai testi si percepiscono le fasi primarie di simbiocità e fusionalità, si vede con evidenza lo sguardo mitologizzante degli occhi creaturali e infantili, si ascolta il racconto della faticosa costruzione del distacco e della ricerca di autonomia personale e soggettiva, si assiste all’uscita ora condivisa ed accettata ora drammatica e traumatica dal cerchio magico o cappio della relazione, e si percepisce infine la consapevolezza progressiva del senso di quelle rughe che si fanno sempre più profonde in volto e che preannunciano l’avvento di uno dei dolori più devastanti che si possano provare, il sigillo mortale che il tempo cinico appone ad una storia che era nata per non finire mai. Così come per i figli, le madri non dovrebbero morire mai.

Un tema così topico e sfaccettato non poteva non appoggiarsi all’evocavità potente di simboli, di metafore e immagini, in primis del mare quale correlato di utero immenso, di luogo amniotico e culla della creazione, di brodo primordiale da cui, dice la scienza, scaturirà il bios, la genesi del genere umano, perché se da un punto di vista creazionista è Dio il padre e la madre dell’uomo, è sicuramente la madre-mare la progenitrice dell’umanità tutta dal momento che, sia maschi che femmine, siamo tutti figli di donna. Una donna-mare, una donna-conchiglia, una donna-cavità di roccia che tesse le reti del futuro e dei destini a venire. Ma se è l’acqua uno dei quattro elementi della cosmogonia empedoclea e occidentale, principio primordiale di vita, non può sfuggire all’occhio l’evidenza fotografica di un altro principio antropogenetico strutturale, essenza e supporto  fondante di ogni esistenza corporea, vale a dire il sangue. Da pagina 63 a pagina 73 l’elemento ematico è il tratto cromatico dominante delle fotografie, la prova urlante di quel dolore decretato teologicamente (Genesi, “…con dolore partorirai figli.”) e di  un versamento liquido che sincronicamente significa perdita (emorragia) e acquisto (figli); di linfa-sangue è intrisa la veste linda della partoriente e rossa è la poltrona-alcova e luogo del miracolo della creazione. Ma è proprio in un tale contesto scenografico che emerge, una perplessità, un dubbio: qui si racconta un parto – come sembrerebbe suggerire il pesce deposto sul grembo della donna seduta e che ricorre in tanta iconografia cristiana (il pesce-Gesù) – o invece, in termini più inquietanti e drammatici, si testimonia l’esito tragico di una gestazione che si conclude con un aborto? E in questo secondo caso, cosa potrebbe significare fuor di metafora? Forse il rischio della maternità crudelmente frustrata o, ancora peggio dal punto di vista della continuazione della specie homo, il rifiuto di un ruolo procreativo non più possibile e in ogni caso una protesta antropologica, filosofica, culturale, cosmica? In fondo, alla luce della subordinazione storica del femminile al maschile, alla constatazione tragica, di una cronaca femminicida quasi quotidiana, all’orrore di un sistema globale grondante di ingiustizia e violenza, ai gemiti di un pianeta in agonia determinata da una distruttività famelica e ottusa, alla condizione dell’insuperabilità della condanna di nascere umani e mortali, chi se la sentirebbe di scagliare la prima pietra? Come non sentire un moto spontaneo di consenso? Ma direi di fermarci al primo termine del titolo del libro, “Maternità”, e affidiamoci alla convinzione che ogni grido di madre è un grido d’amore. Sempre. E comunque.

FRANCESCO PALMIERI

 

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A tarda sera

02 lunedì Nov 2020

Posted by Deborah Mega in SINE LIMINE

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A tarda sera quando
prego pace ai miei morti,
ad una ad una vi chiamo per nome,
mie sensibili anime. In un lampo
a ciascun nome mi risponde il viso
desiderato,
e il sangue vi ripalpita vi segna
i suoi segreti.

Odono il mio sussurro anche gli anziani
che in grembo alla memoria
già posano quieti
e forse ancora anelano in cammino
per i valichi estremi al loro Cielo.
Un poco, andando, si volgono e alcuno
lontanamente sorride…

Ma questi,
al mio cuore i più mesti,
che ieri appena spezzavano il pane
con noi sotto la lampada e nell’ombra
son passati tenendosi per mano,
lo sguardo al focolare:
questi quando la sera
chiamo per nome i miei morti, li vedo
ancora fermi, ancora
trepidi e tesi di là della porta
non richiusa, che geme.

Ecco mi fate cenno, anime care,
d’incamminarci insieme.

 

Angelo Barile (1888-1967), da “Poesie”, Scheiwiller, Milano 1986.

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L’intervista a Mario Fresa: “Bestia divina”

26 lunedì Ott 2020

Posted by Deborah Mega in Interviste

≈ 1 Commento

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Bestia divina, Mario Fresa

 

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Mario Fresa per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Bestia divina (La Scuola di Pitagora editrice, 2020).

 

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Ho iniziato a scrivere, in prosa, intorno ai quattordici o quindici anni. Erano testi narrativi e teatrali. Sono quindi passato alla traduzione letteraria e, infine, all’acuminata esattezza della poesia.

 

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Citerò solo alcuni nomi (includendo anche quelli che non appartengono alla scrittura propriamente “letteraria”). Per la prosa: Flaubert, Schopenhauer, Eliade, Bufalino, Hesse, Jesi, Evola, Kafka, Molière. Per la poesia: Ovidio, Petrarca, Baudelaire, Foscolo, Rilke, Leopardi, Mandel’štam, Rosselli, Orten.

 

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

C’è una componente autobiografica, sì, ma di natura inconscia: il luogo di origine della scrittura è una zona d’ombra, non del tutto controllata dal nostro cosiddetto “io”. I luoghi nei quali ho vissuto non sono mai entrati nella mia scrittura.

 

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

Bestia divina è il diario postumo, o la cronaca indotta, della cancellazione di un’identità: il racconto di una morte vera (quella di una persona cara) e, insieme, un attento e perturbante “ricordo del futuro”: cioè l’analisi della scomparsa del proprio nome, del proprio esserci.

 

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

 Non spetta a me dirlo…

 

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Ho scritto questo lavoro su invito del curatore della collana, Andrea Corona. Un incontro bellissimo, direi da “amicizia stellare” (nel senso nicciano dell’espressione).

 

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Ho impiegato un paio di anni per la stesura del testo. Durante gli ultimi mesi, ho contemporaneamente scritto una seconda raccolta, dal titolo Il mantello di Goya, che completa la prima, siccome un dittico ideale. Questa seconda raccolta sarà pubblicata tra un paio di anni.

 

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

Sulla copertina è riportata una meravigliosa incisione di Loredana Müller, un’artista straordinaria. Rappresenta uno dei miei animali “totemici”. Nel contemplare il disegno, è miracolosamente riemerso un cruciale ricordo visivo della mia infanzia.

 

  1. Come hai trovato un editore?

Come ho già detto, è stato l’editore a “trovare” me.

 

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Nel testo sono presenti costanti riferimenti all’arte visiva (in ispecie alla pittura di Goya) e alla musica. Il lettore “ideale” dovrebbe saperli riconoscere con una certa facilità.

 

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Non lo sto promuovendo, né ho intenzione di organizzare una presentazione del volume.

 

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

«Per te ho serbato una violenta fedeltà».

Spiega compiutamente il senso di una delle poche manifestazioni dell’esistenza che continuo ad amare.

 

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Che possa raggiungere amici sconosciuti.

 

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

L’interrogazione (insolubile, ma vitale) che sempre ci pone l’occhio albertiano: Quid tum?

 

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Nei primi mesi del 2021 uscirà un Dizionario della poesia italiana (1945-2020) da me curato. Un volume impegnativo: è il frutto della collaborazione di oltre cinquanta redattori e ospita più di duecento schede critiche. Nel 2022 è prevista la pubblicazione di una nuova raccolta poetica. Ora sto lavorando a un lungo testo in prosa che (non) assomiglia a un romanzo.

 

Mario Fresa

 

Mario Fresa, poeta e saggista, è nato a Salerno giovedì 10 luglio 1973. Ha collaborato e collabora a riviste italiane, francesi e internazionali: «Paragone», «Nuovi Argomenti», «Caffè Michelangiolo», «La Revue des Archers», «Almanacco dello Specchio», «Poesia», «il verri», «Nazione Indiana», «Recours au Poème», «Semicerchio», «Gradiva». Esordisce in poesia con l’avallo di Maurizio Cucchi, sulle pagine di «Specchio della Stampa» e nella silloge mondadoriana Nuovissima poesia italiana (2004). Tra i suoi lavori, l’edizione critica del poema Il Tempo, ovvero Dio e l’Uomo di Gabriele Rossetti (2012) e l’edizione commentata e tradotta dell’Epistola mediolatina De cura rei familiaris di Bernardo di Chiaravalle (2012). Tra i suoi ultimi libri di poesia: Uno stupore quieto (2012); Svenimenti a distanza (2018); Bestia divina (2020). Ha ricevuto, di recente, il Premio Cumani-Quasimodo e, ad honorem, il Premio Internazionale Prata per la critica letteraria.

 

 

 

 

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“Poema della fine”, di Vasilisk Gnedov, traduzione di Mattia Tarantino, Terra d’ulivi Edizioni, 2020.

19 lunedì Ott 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Mattia Tarantino, Poema della fine, Vasilisk Gnedov

 

In questi giorni ha appena visto la luce la ‘traduzione’, a cura di Mattia Tarantino, di un libretto che desterà scalpore “Poema della fine”, di Vasilisk Gnedov. Si tratta della prima traduzione di un’opera apparsa per la prima volta nel 1913 in “Смерть Искусству”(Morte all’Arte) di cui pare che lo stesso Gnedov abbia dato una lettura pubblica. Le prime cento copie sono state distribuite insieme al numero 6 di Menabò, quadrimestrale internazionale di Cultura Poetica e Letteraria edito da Terra d’ulivi Edizioni. Alla fine di settembre l’amico Mattia me ne ha dato notizia. “Pensavo sarebbe divertente-capirai perché leggendolo-fare una selezione di testi”, mi ha detto. In quel momento non ho intuito cosa volesse dire. Ne ho avuto contezza quando ho potuto sfogliare il libretto. Poema della fine è costituito da due pagine bianche. A quel punto era doveroso un approfondimento, riempire quanto meno di qualche nozione quella tabula rasa.

Queste le notizie biografiche sull’autore. Vasilisk Gnedov (1890 – 1978) è stato un poeta russo. Annoverato tra i futuristi, in particolare tra gli ego-futuristi di Severjanin, ha fatto parte dell’ala più sperimentale del movimento. Le sue ricerche metasemantiche sono culminate nella più celebre delle sue opere, “Morte all’arte”, pubblicata nel 1913. La raccolta conteneva quindici poesie minimaliste che il poeta, il cui intento dichiarato era quello di “invertire e rinnovare la letteratura, mostrare nuovi percorsi”, recitava sul palco usando pochi gesti silenziosi. Ed è proprio al silenzio primordiale che Gnedov intendeva ritornare; nello spazio bianco della pagina che costituisce il Poema della fine non vi è alcun segno grafico, nessuna parola, come a voler significare che esso è l’essenza più autentica e misteriosa della poesia, necessario quanto la parola stessa e quanto le infinite potenzialità combinatorie del linguaggio e dei suoni. Successivamente Vasilisk si accostò a Majakovskij, poi la partecipazione alla prima guerra mondiale, alla rivoluzione, la detenzione nei gulag insieme alla moglie Olga Pilatskaja, lo ridussero davvero al silenzio.

Gnedov ne uscì nel 1956 ma fu ignorato per decenni. Solo nel 1978, dopo la sua morte in Ucraina, è stato rivalutato come precursore del modernismo russo. A Mattia Tarantino e a Terra d’ulivi Edizioni va riconosciuto il merito di aver acceso l’interesse sul meno prolifico ma più estremo dei poeti futuristi russi.

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Sette piani

12 lunedì Ott 2020

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Racconti

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Dino Buzzati, La boutique del mistero, racconto psicologico

 

“Sette piani” è un racconto breve di Dino Buzzati, scritto nel 1937 e inserito dapprima nell’antologia I sette messaggeri del 1942 e successivamente nella raccolta dal titolo “Sessanta racconti” del 1968.

La storia vede il protagonista, l’avvocato Giuseppe Corte, ricoverarsi in un ospedale per fare degli accertamenti e curare la leggerissima forma di malattia da cui è affetto. L’ospedale in questione ha una particolarità: ogni piano dei sette che lo costituiscono categorizza i pazienti in base alla gravità della loro malattia. Il Corte viene accolto subito al settimo piano, in attesa di guarire dalla malattia e quindi di poter tornare a casa, qui sono accettati i pazienti che devono fare solo degli accertamenti diagnostici di poco conto e che trascorrono il tempo della degenza come se si trattasse di una villeggiatura. Man mano che si scende, la gravità dello stato di salute dei pazienti aumenta fino ad arrivare al primo piano, dove le finestre sono sempre chiuse e su cui anche lo sguardo dei degenti dei piani alti non indugia per paura e scaramanzia. Dopo qualche giorno di permanenza, a Giuseppe Corte viene chiesto, con una scusa banale, di scendere al piano di sotto, in via temporanea. Ai suoi nuovi compagni di piano Giuseppe precisa che lui è del piano superiore dove, al più presto tornerà. Le cose però non andranno così. Corte si arrabbia, dibatte e litiga con i dottori per quella che ritiene un’ingiustizia e alle infermiere ribadisce che non è malato. Non si cura di quello che avviene dentro di lui, della “vera” malattia, su cui anche il lettore rimane all’oscuro. Proietta all’esterno il problema,  vuole e pretende solo di stare tra i “sani” ma cade nella solitudine, nella frustrazione e nell’impotenza. Il racconto è degno del miglior Buzzati, quello dei paesaggi introspettivi e desolati del “Deserto dei Tartari”, in questo caso però l’autore ci conduce all’interno del mondo sanitario. Quando scrive il suo racconto infatti si è in pieno periodo dello sviluppo dei grandi sanatori che accoglievano i pazienti affetti da TBC e da altri mali e fin da allora gerarchizzavano la cura attraverso il rispetto di terapie e protocolli. Il racconto offre una efficace metafora del mondo sanitario, dell’assistenza medica e infermieristica e ben rappresenta lo stillicidio che vive il Corte che coltiva sempre la speranza di tornare ai piani alti ma si rende conto della precarietà della salute. Dal racconto di Buzzati ne è stata tratta una pièce teatrale rappresentata per la prima volta al Piccolo Teatro di Milano nel 1953 e successivamente riproposta in molte città europee con il titolo: “Un caso clinico”. L’attore Ugo Tognazzi ne farà un film nel 1967: “Il fischio al naso”, e per la televisione, qualche anno dopo, Aroldo Tieri riprenderà la trasposizione curata da Albert Camus e rappresentata al Théatre La Bruyère nel 1955.

*

Dopo un giorno di viaggio in treno, Giuseppe Corte arrivò, una mattina di marzo, alla città dove c’era la famosa casa di cura. Aveva un po’ di febbre, ma volle fare ugualmente a piedi strada fra la stazione e l’ospedale, portandosi la sua valigetta. Benché avesse soltanto una leggerissima forma incipiente, Giuseppe Corte era stato consigliato di rivolgersi al celebre sanatorio, dove non si curava che quell’unica malattia. Ciò garantiva un’eccezionale competenza nei medici e la più razionale ed efficace sistemazione d’impianti. Quando lo scorse da lontano – e lo riconobbe per averne già visto la fotografia in una circolare pubblicitaria – , Giuseppe Corte ebbe un’ottima impressione. Il bianco edificio a sette piani era solcato da regolari rientranze che gli davano una fisionomia vaga d’albergo. Tutt’attorno era una cinta di alti alberi. Dopo una sommaria visita medica, in attesa di un esame più accurato Giuseppe Corte fu messo in una gaia camera del settimo ed ultimo piano. I mobili erano chiari e lindi come la tappezzeria, le poltrone erano di legno, i cuscini rivestiti di policrome stoffe. La vista spaziava su uno dei più bei quartieri della città. Tutto era tranquillo, ospitale e rassicurante. Giuseppe Corte si mise subito a letto e, accesa la lampadina sopra il capezzale, cominciò a leggere un libro che aveva portato con sé… Poco dopo entrò un’infermiera per chiedergli se desiderasse qualcosa… Giuseppe Corte non desiderava nulla ma si mise volentieri a discorrere con la giovane, chiedendo informazioni sulla casa di cura. Seppe così la strana caratteristica di quell’ospedale. I malati erano distribuiti piano per piano a seconda della gravità. Il settimo, cioè l’ultimo, era per le forme leggerissime. Il sesto era destinato ai malati non gravi ma neppure da trascurare. Al quinto si curavano già affezioni serie e così di seguito, di piano in piano. Al secondo erano i malati gravissimi. Al primo, quelli per cui era inutile sperare. Questo singolare sistema, oltre a sveltire grandemente il servizio, impediva che un malato leggero potesse venir turbato dalla vicinanza di un collega in agonia, e garantiva in ogni piano un’atmosfera omogenea. D’altra parte la cura poteva venir così graduata in modo perfetto. Ne derivava che gli ammalati erano divisi in sette progressive caste. Ogni piano era come un piccolo mondo a sé, con le sue particolari regole, con le sue speciali tradizioni. E siccome ogni settore era affidato a un medico diverso, si erano formate, sia pure minime, ma precise differenze nei metodi di cura, nonostante il direttore generale avesse impresso all’istituto un unico fondamentale indirizzo. Quando l’infermiera fu uscita, Giuseppe Corte, sembrandogli che la febbre fosse scomparsa, raggiunse la finestra e guardò fuori, non per osservare il panorama della città, che pure era nuovo per lui, ma nella speranza di scorgere, attraverso le finestre, altri ammalati dei piani inferiori. La struttura dell’edificio, a grandi rientranze, permetteva tale genere di osservazione. Soprattutto Giuseppe Corte concentrò la sua attenzione sulle finestre del primo piano che sembravano lontanissime, e che si scorgevano solo di sbieco. Ma non poté vedere nulla di interessante. La maggioranza erano ermeticamente sprangate dalle grigie persiane scorrevoli.

Il Corte si accorse che a una finestra di fianco alla sua stava affacciato un uomo. I due si guardarono a lungo con crescente simpatia, ma non sapevano come rompere il silenzio. Finalmente Giuseppe Corte si fece coraggio e disse: “Anche lei sta qui da poco?”
“0h no – fece l’altro – sono qui già da due mesi…” tacque qualche istante e poi, non sapendo come continuare la conversazione, aggiunse: “Guardavo giù mio fratello.” 

“Suo fratello?”
“Sì.” spiegò lo sconosciuto. “Siamo entrati insieme, un caso veramente strano, ma lui è andato peggiorando, pensi che adesso è già al quarto.”
“Al quarto che cosa?”
“Al quarto piano” spiegò l’individuo e pronunciò le due parole con una tale espressione di commiserazione e di orrore, che Giuseppe Corte restò quasi spaventato.
“Ma son così gravi al quarto piano?” domandò cautamente.
“Oh Dio” fece l’altro, scuotendo lentamente la testa “non sono ancora così disperati, ma comunque poco da stare allegri.”
“Ma allora”, chiese ancora il Corte, con una scherzosa disinvoltura come di chi accenna a cose tragiche che non lo riguardano, “allora, se al quarto sono già così gravi, al quinto chi mettono allora?” “0h, al primo sono proprio i moribondi. Laggiù i medici non hanno più niente da fare. C’è solo il prete che lavora. E naturalmente…”
“Ma ce n’è pochi al primo piano” interruppe Giuseppe Corte, come se gli premesse di avere una conferma “quasi tutte le stanze sono chiuse laggiù.”
“Ce n’è pochi, adesso, ma stamattina ce n’erano parecchi” rispose lo sconosciuto con un sottile sorriso. “Dove le persiane sono abbassate lì qualcuno è morto da poco. Non vede, del resto, che negli altri piani tutte le imposte sono aperte? Ma mi scusi, aggiunse ritraendosi lentamente “mi pare che cominci a far freddo. Io ritorno in letto.
Auguri, auguri…”

L’uomo scomparve dal davanzale e la finestra venne chiusa con energia; poi si vide accendersi dentro una luce. Giuseppe Corte se ne stette ancora immobile alla finestra fissando le persiane abbassate del primo piano. Le fissava con un’intensità morbosa, cercando di immaginare i funebri segreti di quel terribile primo piano dove gli ammalati venivano confinati a morire; e si sentiva sollevato di sapersene cosi lontano. Sulla città scendevano intanto le ombre della sera. Ad una ad una le mille finestre del sanatorio si illuminavano, da lontano si sarebbe potuto pensare a un palazzo in festa. Solo al primo piano, laggiù in fondo al precipizio, decine e decine di finestre rimanevano cieche e buie. Il risultato della visita medica generale rasserenò Giuseppe Corte. Incline di solito a prevedere il peggio, egli si era già in cuor suo preparato a un verdetto severo, e non sarebbe rimasto sorpreso se il medico gli avesse dichiarato di doverlo assegnare al piano inferiore. La febbre infatti non accennava a scomparire, nonostante le condizioni generali si mantenessero buone. Invece il sanitario gli rivolse parole cordiali e incoraggianti. Un principio di male c’era – gli disse – ma leggerissimo; in due o tre settimane probabilmente tutto sarebbe passato. “E allora resto al settimo piano?” aveva domandato ansiosamente Giuseppe Corte a questo punto. “Ma naturalmente!” gli aveva risposto il medico battendogli amichevolmente una mano su una spalla. E dove pensava di dover andare? Al quarto forse? chiese ridendo, come per alludere alla ipotesi più assurda. “Meglio così, meglio così!” fece il Corte. “Sa? Quando si è ammalati si immagina sempre il peggio”. Giuseppe Corte infatti rimase nella stanza che gli era stata assegnata originariamente. Imparò a conoscere alcuni dei suoi compagni di ospedale, nei rari pomeriggi in cui gli veniva concesso d’alzarsi. Seguì scrupolosamente la cura, mise tutto l’impegno a guarire rapidamente, ma ciononostante le sue condizioni pareva rimanessero stazionarie. Erano passati circa dieci giorni, quando a Giuseppe Corte si presentò il capo-infermiere del settimo piano. Aveva da chiedere un favore in via puramente amichevole: il giorno dopo doveva entrare all’ospedale una signora con due bambini; due camere erano, libere, proprio di fianco alla sua, ma mancava la terza; non avrebbe consentito il signor Corte a trasferirsi in un’altra camera, altrettanto confortevole? Giuseppe Corte non fece naturalmente nessuna difficoltà; una camera o un’altra per lui erano lo stesso; gli sarebbe anzi toccata forse una nuova e più graziosa infermiera. “La ringrazio di cuore”, fece allora il capo-infermiere con un leggero inchino; da una persona come lei le confesso non mi stupisce un così gentile atto di cavalleria. Fra un’ora, se lei non ha nulla in contrario, procederemo al trasloco. Guardi che bisogna scendere al piano di sotto” aggiunse con voce attenuata come se si trattasse di un particolare assolutamente trascurabile. “Purtroppo in questo piano non ci sono altre camere libere. Ma è una sistemazione assolutamente provvisoria, ” si affrettò a specificare vedendo che Corte, rialzatosi di colpo a sedere, stava per aprir bocca in atto di protesta, “una sistemazione assolutamente provvisoria. Appena resterà libera una stanza, e credo che sarà fra due o tre giorni, lei potrà tornare di sopra.”
“Le confesso”, disse Giuseppe Corte sorridendo, per dimostrare di non essere un bambino “le confesso che un trasloco di questo genere non mi piace affatto.”
“Ma non ha alcun motivo medico questo trasloco; capisco benissimo quello che lei intende dire, si tratta unicamente di una cortesia a questa signora che preferisce non rimaner separata dai suoi bambini… Per carità”, aggiunse ridendo apertamente “non le venga neppure in mente che ci siano altre ragioni”. “Sarà”, disse Giuseppe Corte “ma mi sembra di cattivo augurio”. 
Corte così passò al sesto piano, e sebbene fosse convinto che questo trasloco non corrispondesse a un peggioramento del male, si sentiva a disagio al pensiero che tra lui e il mondo normale, della gente sana, già si frapponesse un netto ostacolo. Al settimo piano, porto d’arrivo, si era in un certo modo ancora in contatto con il consorzio degli uomini; esso si poteva anzi considerare quasi un prolungamento del mondo abituale. Ma al sesto già si entrava nel corpo autentico dell’ospedale; già la mentalità dei medici, delle infermiere e degli stessi ammalati era leggermente diversa. Già si ammetteva che a quel piano venivano accolti dei veri e propri ammalati, sia pure in forma non grave. Dai primi discorsi fatti con i vicini di stanza, con il personale e con i sanitari, Giuseppe Corte si accorse come in quel reparto, il settimo piano venisse considerato come uno scherzo, riservato ad ammalati dilettanti, affetti più che altro da fisime; solo dal sesto, per così dire, si cominciava davvero. Comunque Giuseppe Corte capì che per tornare di sopra, al posto che gli competeva per le caratteristiche del suo male, avrebbe certamente incontrato qualche difficoltà; per tornare al settimo piano, egli doveva mettere in moto un complesso organismo, sia pure per un minuto sforzo; non c’era dubbio che se egli non avesse fiatato, nessuno avrebbe pensato a trasferirlo di nuovo al piano superiore dei “quasi-sani”.

Giuseppe Corte si propose perciò di non transigere sui suoi diritti e di non cedere alle lusinghe dell’abitudine. Ai compagni di reparto teneva molto a specificare che trovarsi con loro, soltanto per pochi giorni, ch’era stato lui a voler scendere d’un piano per fare un piacere a una signora, e che appena fosse rimasta libera una stanza sarebbe tornato di sopra. Gli altri lo ascoltavano senza interesse e annuivano con scarsa convinzione. II convincimento di Giuseppe Corte trovò piena conferma nel giudizio del nuovo medico. Anche questi ammetteva che Giuseppe Corte poteva benissimo essere assegnato al settimo piano; la sua forma era as-so-lu-ta-men-te leg-ge-ra e scandiva tale definizione per darle importanza – ma in fondo riteneva che al sesto piano Giuseppe Corte forse potesse essere meglio curato. “Non cominciamo con queste storie”, interveniva a questo punto il malato con decisione. “Lei mi ha detto che il settimo piano è il mio posto e voglio ritornarci”. “Nessuno ha detto il contrario”. ribatteva il dottore
“il mio era un puro e semplice consiglio non da dot-to-re, ma da au-ten-ti-co a-mi-co! La sua forma, le ripeto, è leggerissima, non sarebbe esagerato dire che lei non è nemmeno ammalato, ma secondo me si distingue da forme analoghe per una certa maggiore estensione. Mi spiego: l’intensità del male è minima, ma considerevole l’ampiezza; il processo distruttivo delle cellule” (era la prima volta che Giuseppe Corte sentiva là dentro quella sinistra espressione “il processo distruttivo delle cellule”) è assolutamente agli inizi, forse non è neppure cominciato, ma tende, dico, solo tende, a colpire contemporaneamente vaste porzioni dell’organismo. Solo per questo, secondo me, lei può essere curato più efficacemente qui, al sesto, dove i metodi terapeutici sono più tipici ed intensi. Un giorno gli fu riferito che il direttore generale della casa di cura, dopo essersi lungamente consultato con i suoi collaboratori, aveva deciso un mutamento nella suddivisione dei malati. Il grado di ciascuno di essi – per così dire – veniva ribassato di un mezzo punto. Ammettendosi che in ogni piano gli ammalati fossero divisi, a seconda della loro gravità, in due categorie, (questa suddivisione veniva effettivamente fatta dai rispettivi medici, ma ad uso esclusivamente interno) l’inferiore di queste due metà veniva d’ufficio traslocata a un piano più basso. Ad esempio, la metà degli ammalati del sesto piano, quelli con forme leggermente più avanzate, dovevano passare al quinto; e i meno leggeri del settimo piano passare al sesto. La notizia fece piacere a Giuseppe Corte, perché in un così complesso quadro di traslochi, il suo ritorno al settimo piano sarebbe riuscito assai più facile. Quando accennò a questa sua speranza con l’infermiera egli ebbe però un’amara sorpresa. Seppe cioè che egli sarebbe stato traslocato, ma non al settimo, bensì al piano di sotto. Per motivi che l’infermiera non sapeva spiegargli, egli era stato compreso nella metà più “grave” degli ospiti del sesto piano e doveva perciò scendere al quinto. 
Passata la prima sorpresa, Giuseppe Corte andò in furore; gridò che lo truffavano, che non voleva sentir parlare di altri traslochi in basso, che se ne sarebbe tornato a casa, che i diritti erano diritti e che l’amministrazione dell’ospedale non poteva trascurare così sfacciatamente le diagnosi dei sanitari. Mentre egli ancora gridava arrivò il medico per tranquillizzarlo. Consigliò al Corte di calmarsi se non avesse voluto veder salire la febbre, gli spiegò che era successo un malinteso, almeno parziale. Ammise ancora una volta che Giuseppe Corte sarebbe stato al suo giusto posto se lo avessero messo al settimo piano, ma aggiunse di avere sul suo caso un concetto leggermente diverso, se pure personalissimo. In fondo in fondo la sua malattia poteva, in un certo senso s’intende, essere anche considerata di sesto grado, data l’ampiezza delle manifestazioni morbose. Lui stesso però non riusciva a spiegarsi come il Corte fosse stato catalogato nella metà inferiore del sesto piano. Probabilmente il segretario della direzione, che proprio quella mattina gli aveva telefonato chiedendo l’esatta posizione clinica di Giuseppe Corte, si era sbagliato nel trascrivere. o meglio la direzione aveva di proposito leggermente “peggiorato” il suo giudizio, essendo egli ritenuto un medico esperto ma troppo indulgente. Il dottore infine consigliava il Corte a non inquietarsi, a subire senza proteste il trasferimento; quello che contava era la malattia, non il posto in cui veniva collocato un malato. Per quanto si riferiva alla cura – aggiunse ancora il medico – Giuseppe Corte non avrebbe poi avuto da rammaricarsi; il medico del piano di sotto aveva certo più esperienza; era quasi dogmatico che l’abilità dei dottori andasse crescendo, almeno a giudizio della direzione, man mano che si scendeva. La camera era altrettanto comoda ed elegante. La vista ugualmente spaziosa: solo dal terzo piano in giù la visuale era tagliata dagli alberi di cinta. Giuseppe Corte, in preda alla febbre serale, ascoltava ascoltava le meticolose giustificazioni con una progressiva stanchezza. Alla fine si accorse che gli mancavano la forza e soprattutto la voglia di reagire ulteriormente all’ingiusto trasloco. E senza altre proteste si lasciò portare al piano di sotto. L’unica, benché povera, consolazione di Giuseppe Corte, una volta che si trovò al quinto piano, fu di sapere che per giudizio concorde di medici, di infermieri e ammalati, egli era in quel reparto il menu grave di tutti. Nell’ambito di quel piano insomma egli poteva considerarsi di gran lunga il più fortunato. Ma d’altra parte lo tormentava il pensiero che oramai ben due barriere si frapponevano fra lui e il mondo della gente normale. Procedendo la primavera, l’aria intanto si faceva più tepida, ma Giuseppe Corte non amava più come nei primi giorni affacciarsi alla finestra; benché un simile timore fosse una pura sciocchezza, egli si sentiva rimescolare tutto da uno strano brivido alla vista delle finestre del primo piano, sempre nella maggioranza chiuse, che si erano fatte assai più vicine. Il suo male sembrava stazionario. Dopo tre giorni di permanenza al quinto piano, si manifestò anzi sulla gamba destra una specie di eczema che non accennò a riassorbirsi nei giorni successivi. Era un’affezione – gli disse il medico – assolutamente indipendente dal male principale; un disturbo che poteva capitare alla persona più sana del mondo. Ci sarebbe voluta, per eliminarlo in pochi giorni, una intensa cura di raggi digamma.

“E non si possono avere qui i raggi digamma?”, chiese Giuseppe Corte.
“Certamente” rispose compiaciuto il medico, “il nostro ospedale dispone di tutto. C’è un solo inconveniente….
“Che cosa?” fece il Corte con un vago presentimento.
“Inconveniente per modo di dire”. si corresse il dottore, “volevo dire che l’installazione per i raggi si trova soltanto al quarto piano e io le sconsiglierei di fare tre volte al giorno un simile tragitto”.
“E allora niente?”
“Allora sarebbe meglio che fino a che l’espulsione non sia passata lei avesse la compiacenza di scendere al quarto.”
“Basta!” urlò allora esasperato Giuseppe Corte. Ne ho già abbastanza di scendere! Dovessi crepare, al quarto non ci vado!”
“Come lei crede” fece conciliante il medico per non irritarlo “come medico curante, badi che le proibisco di andar da basso tre volte al giorno”. 

Il brutto fu che l’eczema, invece di attenuarsi, andò lentamente ampliandosi. Giuseppe Corte non riusciva a trovare requie e continuava a rivoltarsi nel letto. Durò così, rabbioso, per tre giorni, fino a che dovette cedere. Spontaneamente pregò il medico di fargli praticare la cura dei raggi e di essere trasferito al piano inferiore. Quaggiù il Corte notò, con inconfessato piacere, di rappresentare un’eccezione. Gli altri ammalati del reparto erano decisamente in condizioni molto serie e non potevano lasciare neppure per un minuto il letto. Egli invece poteva prendersi il lusso di raggiungere a piedi, dalla sua stanza, la sala dei raggi, fra i complimenti e la meraviglia delle stesse infermiere. Al nuovo medico, egli precisò con insistenza la sua posizione specialissima. Un ammalato che in fondo aveva diritto al settimo piano veniva a trovarsi al quarto. Appena l’espulsione fosse passata, egli intendeva ritornare di sopra. Non avrebbe assolutamente ammesso alcuna nuova scusa. Lui, che sarebbe potuto trovarsi legittimamente ancora al settimo. 

“Al settimo, al settimo!.” esclamò sorridendo il medico, che finiva proprio allora di visitarlo. Sempre esagerati voi ammalati. Sono il primo io a dire che lei può essere contento del suo stato; a quanto vede, dalla tabella clinica, grandi peggioramenti non ci sono stati. Ma da questo a parlare di settime, piano – mi scusi la brutale sincerità – c’è una certa differenza! Lei è uno dei casi meno preoccupanti, ne convengo io, ma è pur sempre un ammalato!” 

“E allora, allora” fece Giuseppe Corte accendendosi tutto nel volto, “lei a che piano mi metterebbe?”
“0h, Dio, non è facile dire, non le ho fatto che una breve visita, per poter pronunciarmi dovrei seguirla per almeno una settimana.”
“Va bene” insistette Corte “ma pressapoco lei saprà”
Il medico per tranquillizzarlo, fece finta di concentrarsi un momento in meditazione e poi, annuendo con il capo a se stesso, disse lentamente: “Oh Dio, proprio per accontentarla, ecco, ma potremo in fondo metterla al sesto!”
“Sì sì” aggiunse come per persuadere se stesso. “Il sesto potrebbe andar bene.” 

II dottore credeva così di far lieto il malato. Invece sul volto di Giuseppe Corte si diffuse un’espressione di sgomento: si accorgeva, il malato, che i medici degli ultimi piani l’avevano ingannato; ecco, qui questo nuovo dottore, evidentemente più abile e più onesto, che in cuor suo – era evidente – lo assegnava, non al settimo, ma al quinto piano, e forse al quinto inferiore! La delusione inaspettata prostrò il Corte. Quella sera la febbre salì sensibilmente. La permanenza al quarto piano segnò il periodo più tranquillo passato da Giuseppe Corte dopo l’entrata all’ospedale. Il medico era persona simpaticissima, premurosa e cordiale; si tratteneva spesso anche per delle ore intere a chiacchierare degli argomenti più svariati. Giuseppe Corte discorreva pure molto volentieri, cercando argomenti che riguardassero la sua solita vita d’avvocato e d’uomo di mondo. Egli cercava di persuadersi di appartenere ancora al consorzio degli uomini sani, di essere ancora legato al mondo degli affari, di interessarsi veramente dei fatti pubblici. Cercava, senza riuscirvi. Invariabilmente il discorso finiva sempre per cadere sulla malattia. Il desiderio di un miglioramento qualsiasi era divenuto in Giuseppe Corte un’ossessione. Purtroppo i raggi digamma, se erano riusciti ad arrestare il diffondersi dell’espulsione cutanea, non erano bastati ad eliminarla. Ogni giorno Giuseppe Corte ne parlava lungamente col medico e si sforzava in questi colloqui di mostrarsi forte, anzi ironico, senza mai riuscirvi.

“Mi dica, dottore. disse un giorno, come va il processo distruttivo delle mie cellule?”
“0h, ma che brutte parole!” lo rimproverò scherzosamente il dottore. “Dove mai le ha imparate? Non sta bene, non sta bene, soprattutto per un malato! Mai più voglio sentire da lei discorsi simili”
“Va bene” obiettò il Corte “ma così lei non mi ha risposto”
“0h, le rispondo subito” fece il dottore cortese. “Il processo distruttivo delle cellule, per ripetere la sua orribile espressione, è, nel suo caso minimo, assolutamente minimo. Ma sarei tentato di definirlo ostinato” “Ostinato, cronico vuol dire?”
“Non mi faccia dire quello che non ho detto. lo voglio dire soltanto ostinato. Del resto sono così la maggioranza dei casi. Affezioni anche lievissime spesso hanno bisogno di cure energiche e lunghe”
“Ma mi dica, dottore, quando potrò sperare in un miglioramento?”
“Quando? Le predizioni in questi casi sono piuttosto difficili… Ma senta” aggiunse dopo una pausa meditativa “vedo che lei ha una vera e propria smania di guarire… se non temessi di farla arrabbiare, sa che cosa le consiglierei?”
“Ma dica, dica pure, dottore….”
“Ebbene, le pongo la questione in termini molto chiari. Se io, colpito da questo male in forma anche tenuissima, capitassi in questo sanatorio, che è forse il migliore che esista, mi farei assegnare spontaneamente, e fin dal primo giorno, fin dal prima giorno, capisce? a uno dei piani più bassi. Mi farei mettere addirittura al….”
“Al primo?” suggerì con uno sforzato sorriso il Corte.
“Oh no! al primo no!” rispose ironico il medico, “questo poi no! Ma al terzo o anche al secondo di certo. Nei piani inferiori la cura è fatta molto meglio, le garantisco, gli impianti sono più completi e potenti, il personale è più abile. Lei sa poi chi è l’anima di questo ospedale?”
“Non è il professor Dati?”
“Già il professor Dati. E’ lui I’inventore della cura che qui si pratica, lui il progettista dell’intero impianto. Ebbene, lui, il maestro, sta, per così dire, fra il primo e il secondo piano. Di là irraggia la sua forza direttiva. Ma, glielo garantisco io, il suo influsso non arriva oltre al terzo piano; più in là si direbbe che gli stessi suoi ordini si sminuzzino, perdano di consistenza, deviino; il cuore dell’ospedale è in basso e in basso bisogna stare per avere le cure migliori”
“Ma insomma” fece Giuseppe Corte con voce tremante, “allora lei mi consiglia …”
“Aggiunga una cosa” continuò imperterrito il dottore “aggiunga che nel suo caso particolare ci sarebbe da badare anche all’espulsione. Una cosa di nessuna importanza ne convengo, ma piuttosto noiosa, che a lungo andare potrebbe deprimere il suo “morale”; e lei sa quanto è importante per la guarigione la serenità di spirito. Le applicazioni di raggi che io le ho fatte sono riuscite solo a metà fruttuose. Il perché può darsi che sia un puro caso, ma può darsi anche che i raggi non siano abbastanza intensi. Ebbene, al terzo piano le macchine dei raggi sono molto più potenti. Le probabilità di guarire il suo eczema sarebbero molto maggiori. Poi vede? una volta avviata la guarigione, il passo più difficile è fatto. Quando si comincia a risalire, è poi difficile tornare ancora indietro. Quando lei si sentirà davvero meglio, allora nulla impedirà che lei risalga qui da noi o anche più in su, secondo i suoi “meriti” anche al quinto, al sesto, persino al settimo oso dire”
“Ma lei crede che questo potrà accelerare la cura?”
“Ma non ci può essere dubbio. Le ho già detto che cosa farei io nei suoi panni”
Discorsi di questo genere il dottore ne faceva ogni giorno a Giuseppe Corte. Venne infine il momento in cui il malato, stanco di patire per l’eczema, nonostante l’istintiva riluttanza a scendere, decise di seguire il consiglio del medico e si trasferì al piano di sotto. 
Notò subito al terzo piano che nel reparto ‘regnava una speciale gaiezza’, sia nel medico, sia nelle infermiere, sebbene laggiù fossero in cura ammalati molto preoccupanti. Si accorse anzi che di giorno in giorno questa gaiezza andava aumentando: incuriosito, dopo che ebbe preso un po’ di confidenza con l’infermiera, domandò come mai fossero tutti così allegri. 

“Ah, non lo sa?” rispose l’infermiera “fra tre giorni andiamo in vacanza”
“Come andiamo in vacanza?”
“Ma sì. Per quindici giorni, il terzo piano si chiude e il personale se ne va a spasso. Il riposo tocca a turno ai vari piani”
“E i malati? come fate?”
“Siccome ce n’è relativamente pochi, di due piani se ne fa uno solo..”
“Come? riunite gli ammalati del terzo e del quarto?”
“No, no” corresse l’infermiera “del terzo e del secondo. Quelli che sono qui dovranno discendere da basso” “Discendere al secondo?” fece Giuseppe Corte, pallido come un morto. “lo dovrei cosi scendere al secondo?” “Ma certo. E che cosa c’è di strano? Quando torniamo, fra quindici giorni, lei ritornerà in questa stanza. Non mi pare che ci sia da spaventarsi.”

Invece Giuseppe Corte – un misterioso istinto lo avvertiva – fu invaso da una crudele paura. Ma, visto che non poteva trattenere il personale dall’andare in vacanza, convinto che la nuova cura coi raggi più intensi gli facesse bene – l’eczema si era quasi completamente riassorbita – egli non osò muovere formale opposizione al nuovo trasferimento. Pretese però, incurante dei motteggi delle infermiere, che sulla porta della sua nuova stanza fosse attaccato un cartello con su scritto “Giuseppe Corte, del terzo piano, di passaggio”. Una cosa simile non trovava precedenti nella storia del sanatorio, ma i medici non si opposero, pensando che in un temperamento nervoso quale il Corte anche una piccola contrarietà potesse provocare una grave scossa. Si trattava in fondo di aspettare quindici giorni non uno di più, non uno di meno. Giuseppe Corte si mise a contarli con avidità ostinata, restando per delle ore intere immobile sul letto, con gli occhi fissi sui mobili, che al secondo piano non erano più così moderni e gai come nei reparti superiori, ma assumevano dimensioni più grandi e linee più solenni e severe. E di tanto in tanto aguzzava le orecchie poiché gli pareva di udire dal piano di sotto, il piano dei moribondi, il reparto dei “condannati”, vaghi rantoli di agonie. Tutto questo naturalmente contribuiva a scoraggiarlo. E la minore serenità sembrava aiutare la malattia, la febbre tendeva a salire, la debolezza generale si faceva più fonda. Dalla finestra – si era oramai in piena estate e i vetri si tenevano quasi sempre aperti – non si scorgevano più i tetti e neppure le case della città, ma soltanto la muraglia verde degli alberi che circondavano l’ospedale. Dopo sette giorni, un pomeriggio verso le due, entrarono improvvisamente il capo-infermiere e tre infermieri, che spingevano un lettuccio a rotelle.

“Siamo pronti per il trasloco?” domandò in tono di bonaria celia il capo-infermiere.
“Che trasloco?” domandò con voce stentata Giuseppe Corte “che altri scherzi sono questi? Non tornano fra sette giorni quelli del terzo piano?”
“Che terzo piano?” disse il capo-infermiere come se non capisse “io ho avuto l’ordine di condurla al primo, guardi qua.” e fece vedere un modulo stampato per il passaggio al piano inferiore firmato nientemeno che dallo stesso professore Dati.

Il terrore, la rabbia infernale di Giuseppe Corte esplosero allora in lunghe irose grida che si ripercossero per tutto il reparto. “Adagio, adagio per carità”, supplicarono gli infermieri “ci sono dei malati che non stanno bene”. Ma ci voleva altro per calmarlo. Finalmente accorse il medico che dirigeva il reparto, una persona gentilissima e molto educata. Si informò, guardò il modulo, si fece spiegare dal Corte. Poi si rivolse incollerito al capo-infermiere, dichiarando che c’era stato uno sbaglio, lui non aveva dato alcuna disposizione del genere, da qualche tempo c’era un’insopportabile confusione, lui veniva tenuto all’oscuro d tutto… Infine, detto il fatto suo al dipendente, si rivolse, in tono cortese, al malato, scusandosi profondamente. “Purtroppo però” aggiunse il medico “purtroppo il professor Dati proprio un’ora fa è partito, per una breve licenza, non tornerà che fra due giorni. Sono assolutamente desolato, ma i suoi ordini non possono essere trasgrediti. Sarà lui il primo a rammaricarsene, glielo garantisco… un errore simile! Non capisco come possa essere accaduto!” Ormai un pietoso tremito aveva preso a scuotere Giuseppe Corte. La capacità di dominarsi gli era completamente sfuggita. Il terrore l’aveva sopraffatto come un bambino. I suoi singhiozzi risuonavano lenti e disperati per la stanza. Giunse così, per quell’esecrabile errore, all’ultima stazione. Nel reparto dei moribondi lui, che in fondo, per la gravità del male, a giudizio anche dei medici più severi, aveva il diritto di essere assegnato al sesto, se non al settimo piano! La situazione era talmente grottesca che in certi istanti Giuseppe Corte sentiva quasi la voglia di sghignazzare senza ritegno. Disteso nel letto, mentre il caldo pomeriggio dell’estate passava lentamente sulla grande città, egli guardava il verde degli alberi attraverso la finestra con l’impressione di esser giunto in un mondo irreale, fatto di assurde pareti a piastrelle sterilizzate, di gelidi androni mortuari, di bianche figure umane vuote di anima. Gli venne persino in mente che anche gli alberi che gli sembrava di scorgere attraverso la finestra non fossero veri; finì anzi per convincersene, notando che le foglie non si muovevano affatto. Questa idea lo agitò talmente, che il Corte chiamò col campanello l’infermiera e si fece porgere gli occhiali da miope, che in letto non adoperava; solo allora riuscì a tranquillizzarsi un poco: con l’aiuto delle lenti poté assicurarsi che erano proprio alberi veri e che le foglie, sia pur leggermente, ogni tanto erano mosse dal vento. Uscita che fu l’infermiera, passò un quarto d’ora di completo silenzio. Sei piani, sei terribili muraglie, sia pure per un errore formale, sovrastavano adesso Giuseppe Corte con implacabile peso. In quanti anni, sì, bisognava pensare proprio ad anni, in quanti anni egli sarebbe riuscito a risalire fino all’orlo di quel precipizio? Ma come mai la stanza si faceva improvvisamente così buia? Era pur sempre pomeriggio pieno. Con uno sforzo supremo Giuseppe Corte, che si sentiva paralizzato da uno strano torpore, guardò l’orologio, sul comodino, di fianco al letto. Erano le tre e mezzo. Voltò il capo dall’altra parte, e vide che le persiane scorrevoli, obbedienti a un misterioso comando, scendevano lentamente, chiudendo il passo alla luce.

 

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Nota critica dedicata a “La crepa madre” di Carlo Tosetti, Edizioni Pietre Vive, 2020.

28 lunedì Set 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

≈ 1 Commento

Tag

Carlo Tosetti, La crepa madre

È un’opera inconsueta e originale quella composta da Carlo Tosetti ed edita da Pietre Vive nella Collana iCentoLillo, un poemetto d’ispirazione classica costituito da nove capitoli, che però indulge ad atmosfere gotiche e a tratti surreali e fantastiche. “La crepa madre” s’intitola e descrive un fenomeno naturale inspiegabile e dunque ‘perturbante’ inteso come noto da lungo tempo, perfino familiare ma che trasmette una sensazione di insicurezza e di disagio. Il fenomeno è presentato alla fine del primo capitolo nella sezione narrativa: Nella casa albergava una crepa viva e connotò un’estate di tanti anni fa del protagonista, narratore autodiegetico, che racconta gli avvenimenti occorsi nella cittadina di provincia in cui era solito trascorrere l’estate. Si trattava di uno squarcio nel muro di una casa vicina provocato da una frana, dal crollo d’un costone, frattura che il protagonista associò con certezza a una ferita al suo ginocchio causata da un frammento di vetro nascosto nell’erba. Questa associazione, negli anni a seguire, divenne convinzione e certezza.

 

I, 6

 

Nei giorni assai lontani

del mio lento claudicare,

dirimpetto, da una Casa,

un barrito minerale

si levò di pietre frante;

chiaro rombo d’una frana,

lindo crollo d’un costone,

e io zoppo, guadagnando

la finestra, dolorante,

vidi nulla delle mura

cupo frutto di collassi,

che rovine rammentava.

 

La prima edificazione della casa risaliva al Quattrocento mentre negli archivi comunali pare che fosse conservato un manoscritto d’autore ignoto, in cui si narrava di un esorcismo spettacolare praticato da un prelato del tempo per scacciare la presenza demoniaca dall’abitazione, circostanza che negli anni successivi attrasse diversi predicatori e truffatori.

 

II, 1

 

I manoscritti antichi,

i tramandati annali,

d’avi racconti orali,

recano d’una Crepa

notizia: viva, rinchiusa,

atea, sta nella Casa;

nel covo della Via Chiesa,

sonni alterna lunghi

a bradisismi pavidi,

talvolta squarcia spelonche;

pentita lei con la luna

la notte, calma sutura.

 

La Crepa era “viva”, dimorava sul muro dietro la testata del letto matrimoniale ma durante la notte si muoveva per le stanze spostandosi attraverso muri e pavimenti come un animale domestico, mentre la mattina dopo scompariva come se fosse stata suturata e ricomposta dalla luna.

 

III, 5

 

In quel luogo ritirato,

la natura io compresi

della Crepa, poiché sopra

il talamo dormiente

v’albergava e, invece

d’uggiolare di folletti,

il suo rodere s’udiva,

pareva un ticchettare:

la sera s’acquatta, cane

astratto rimesta, gira

nella fessura, sprimaccia,

rigira, sospira, riposa.

 

Quando i proprietari si trasferirono in un’abitazione più piccola, la Casa rimase chiusa per qualche anno fino a quando fu acquistata da una coppia di milanesi che intrapresero i lavori di restauro. La crepa però fece sentire la sua presenza provocando un ampliamento dello squarcio, che scomparve il giorno dopo provocando un malore alla nuova proprietaria.

 

IV, 9

 

L’orrore alla mattina.

La paura fa barriera,

il rifiuto l’interpone

fra l’enigma e la ragione.

Agli occhi dei novelli

abitanti apparve sana

la camera squartata

e priva fu d’alcuna

fresca lesione, frattura.

Svenne la donna, l’aceto

nemmeno dal sonno sicuro

levò quel giorno l’oscuro.

 

Quando poi il muratore Boldo decise di cominciare i lavori di ristrutturazione proprio dalla porzione di muro dove si trovava la Crepa, la Casa tremò, il muratore cadde dalla scala e si salvò per miracolo mentre la vibrazione provocò effetti simili a quelli di un terremoto, devastando la bottega attigua, raggiungendo la strada e tranciando gli impianti idrici, fognanti, i tubi del gas e delle linee elettriche e divenendo un problema di tutta la comunità.

 

V, 5

 

Tentenna la Casa, prende

un fremito, un sussulto,

che fin le membra attacca

del Boldo inerpicato

sulla scala. Per la fitta,

goffo ondeggia e cade

in tonfo, orizzontale;

lo risparmia la mazzetta,

nel volteggio suo, grazioso,

di svolazzi per la stanza:

sfiora il Boldo roteando,

grazia l’uomo, buono il caso.

 

Il disastro si arrestò a ridosso del lago, la crepa arretrò risanando il terreno e il manto erboso, come se non fosse mai passata.

 

VI, 16

 

Grande fu il mugghiare

delle gementi croste

di sismi e di fischi,

d’acuti di ganasce,

d’urli d’acciaio, frenate,

e col rombo d’un monte

crollato intero, giunto

dal lago a un soffio placò

la rabbia e s’arrese, pago

il canale inaudito, effuso

muto sospiro infinito,

lento, un poco arretrò.

 

Solo a quel punto si comprese che il suo ruolo era quello di saldare non di distruggere.

 

VII, 6

 

Non è la Crepa creata

per dilaniare pianeti,

a spicchi disfare i mondi,

tagliarli come la mela;

essa invece sutura,

sigilla le croste ed incolla

del globo neonato membrane,

rinchiude gli oceani di lava,

per fare la vita: foreste,

d’acque le arterie percorse

e d’ogni foggia le bestie.

Il fuoco imbriglia tuttora.

 

Erano stati gli uomini ignari a costruire nel punto di arresto della crepa, che da quel momento fu chiamata “madre”. Il paese fu immediatamente ricostruito: le condutture e le strade ripristinate.

 

VII, 10

 

Le strade acciottolate

nuove di porfidi antichi,

più verdi l’aiuole del centro

e davanti gli uffici, rifatto

il corso vecchio, centrale;

nella viottola, stretta,

vispa, il Santo Bernardo

aleggia su fogne coperte,

i cavi intubati di nuovo;

giunse l’asfalto incorrotto

col tempo nella Via Chiesa,

sanata fu anche la Casa.

 

Ad un certo punto il misterioso fenomeno sembrò scomparire ma il protagonista ardeva dal desiderio di ritrovare la ‘sua’ crepa.

 

VIII, 1

 

Invece, io stesso

e fiduciosi altri cercammo

invano il nuovo ricetto,

saputo che terra nessuna

pensarla priva si possa

della sapiente sutura;

d’ogni accademia, ciò

concluso e siano coscienti

giovani, genti d’altrove,

nati e vissuti lontani,

cresciuti senza sciagura:

la vita è composta frattura.

 

Quando ormai il protagonista non ci sperava più, un giorno in cui leggeva svogliatamente al parco nei pressi del tempietto che la crepa stessa aveva distrutto anni prima,  la Crepa ricomparve, poi lo seguì come un animale domestico fino ad insediarsi nella sua dimora precedente.

 

IX, 12

 

E sazia d’avermi che fu

lei ripagata la fede,

svelando che uno, ed uno,

vero, è lo squarcio soltanto

– di lama o di piuma, chioma,

radice, uguali le forme, vestite –

colò nel granito lisciato

dai passi d’esercito d’uomo.

La soglia del taglio godeva:

in Casa – perpetua la tana,

medesima camera brama –

la mia Crepa Madre rientrò.

 

Il poemetto è costituito da nove capitoli: in ciascuno sono presenti dodici strofe di dodici versi di lunghezza variabile, ad eccezione del sesto capitolo che ne reca sedici e di un ammonimento finale di sei versi, per un totale di 113 strofe e 1350 versi settenari e ottonari alternati. Si tratta di una coinvolgente cronaca in versi e in prosa, una sorta di prosimetro che ricorda la Vita Nova di Dante Alighieri in cui le scelte lessicali, ortografiche e sintattiche sono arcaiche ma allo stesso tempo capaci di alimentare continuamente la tensione narrativa.

Tosetti, nell’Ammonimento posto a conclusione del poemetto, avverte il lettore che la Crepa non è da considerarsi metaforicamente o allegoricamente ma nel senso pieno della parola e del significato. L’epiteto di “madre” però è da intendersi origine primordiale di tutte le cose e dunque, in questo senso, archetipo di fertilità e di vita, frattura e sutura allo stesso tempo. Anche l’utilizzo delle maiuscole per Casa e Crepa ne evoca la funzione archetipica e simbolica. La crepa diventa metafora potente dell’imprevedibilità e dello squilibrio che caratterizza la vita di ciascuno di noi; ad un certo punto Tosetti scrive infatti che la vita stessa è composta frattura. Nel poemetto emergono tratti tipici della letteratura fantastica, oltre che letteratura d’evasione, letteratura di “invasione” da parte dell’inaudito, dell’illogico, dell’irrazionale che penetrano nella vicenda provocandone il mutamento e la trasformazione, che comincia dall’ossessione del protagonista per la Crepa, dotata di vita propria. Certamente l’opera si distingue nel panorama letterario attuale per la scelta del prosimetro, l’originalità degli eventi narrati frutto di ricordi e di una singolare immaginazione, il rigore architettonico, l’ampio respiro, la ricerca di un lessico classicheggiante e arcaico, il convolgimento e la fluidità della narrazione. Per questi validi motivi la prova lirico-narrativa di Carlo Tosetti appare credibile e convincente.

©Deborah Mega

Testi di Carlo Tosetti tratti da “La crepa madre”, Edizioni Pietre Vive, 2020.

 

 

 

 

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Nota critica dedicata a “Galatina / Un sogno d’amore” di Dante Maffia ed Elio Scarciglia, edito da Terra d’ulivi Edizioni, 2020

21 lunedì Set 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Dante Maffia, Elio Scarciglia

Nel prezioso libretto “Galatina /Un sogno d’amore” edito da Terra d’ulivi Edizioni nella collana Le Avventurine, i suggestivi testi poetici di Dante Maffia e i mirabili scatti fotografici di Elio Scarciglia danno vita ad un progetto editoriale di cui nessuna biblioteca degna di questo nome dovrebbe essere priva, per la perfetta sintesi tra la lettura dei pensieri poetici e la visione delle illustrazioni del testo e per il piacere estetico che dalla loro fruizione ne deriva.   

Celebre esempio dell’arte romanica situato nel cuore del Salento, la Basilica di Santa Caterina d’Alessandria, a Galatina, è uno scrigno di bellezza, un meraviglioso gioiello, custode di magnifici affreschi gotici, che ricordano i cicli pittorici di scuola giottesca presenti nella Basilica di San Francesco d’Assisi. La chiesa fu edificata tra il 1369 e il 1391 per volere di Raimondello Orsini del Balzo che, di ritorno dalle Crociate, portò con sé un dito prelevato dal corpo della Santa, reliquia tuttora conservata nel tesoro della chiesa. Il prospetto romanico della basilica è arricchito da un portale finemente decorato e da un rosone che sembra intagliato nella pietra e che racchiude al centro lo stemma della famiglia committente. Gli affreschi, eseguiti su committenza di Maria d’Enghien, sposa di Raimondello, furono realizzati dapprima da maestranze locali e successivamente da artisti provenienti da altre città italiane, Siena, Venezia, Padova e qui è d’obbligo il riferimento alla Cappella degli Scrovegni, i cui cicli pittorici ricordano quelli presenti nella Basilica.

In questo libro Maffia ha incontrato la città di Galatina, l’ha accolta, l’ha compresa e le ha dato voce attraverso i suoi scorci, ha colto attimi di vita e di storia millenaria attraverso la forma breve e immediata degli haiku manifestando in questo modo il suo innamoramento, il suo “sogno d’amore”. Galatina, ammaliante fonte d’ispirazione, città-donna, è divenuta concreta, creatura dalla straordinaria bellezza, in cui perfino il Paradiso “ha fatto il nido”. La città è divenuta oggetto del desiderio del poeta, in cui convergono memorie, sogni, dissolvenze, impalpabili vibrazioni. Ecco dunque che si compie un romantico e nostalgico viaggio nel passato che ricorda soffuse atmosfere crepuscolari. Il linguaggio è ancora una volta quello del cuore che si confessa rivelando la propria umanità e la propria imperfezione. La poesia appare visionaria e immaginifica, allo stesso modo Galatina diventa donna da amare e di cui prendersi cura. Maffia fa riferimento anche al fenomeno del tarantismo, della Lascivia Chorea, come veniva chiamata nel Cinquecento la danza di possessione dallo straordinario potenziale simbolico, che ha uno dei suoi centri nevralgici proprio a Galatina, nella chiesa di San Paolo dove i tarantati venivano condotti a bere l’acqua sacra del pozzo della cappella.

“Tarantoliamo / senza fermarci mai. / Così il mio sangue.” Scrive Maffia. E ancora:

“Il ballo di San Vito spesso prende / le nostre ragazze / e le morde, e crea in loro / danno e stupore, / un dissidio che fa tremare il cielo / le grida strazianti d’un mistero.”

Altrettanto ha fatto Scarciglia, abilissimo fotografo d’arte, che, con amore, l’eleganza, l’estro creativo e la sensibile intuizione che lo contraddistinguono, ha saputo cogliere particolari e dettagli di rara intensità che sfuggono agli occhi dei più e li ha resi manifesti trasformando anche il fruitore meno colto in esteta esigente.

Le immagini si dipanano nitide e incisive e accompagnano il lettore in un percorso emotivo, fatto di dialoghi, scoperte, abbracci, carezze per i sensi e lo sguardo. In definitiva,  il connubio Maffia –Scarciglia, dopo Matera e una donna, ha creato un altro libro di pregio, in cui sublime, bellezza e amore procedono a braccetto.

Deborah Mega

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L’intervista a Nino Iacovella: La linea Gustav

14 lunedì Set 2020

Posted by Deborah Mega in Interviste

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La linea Gustav, Nino Iacovella

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.
La redazione ringrazia Nino Iacovella, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: La linea Gustav, Il Leggio Libreria Editrice, 2019.

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

È stato un amore tardivo. Tardi ho iniziato a leggere. Tardi ho iniziato a scrivere. Tutto è accaduto dopo la mia laurea in economia. Lì è successo qualcosa. Ero fiaccato da quell’epopea formativa rivelatasi a posteriori, in buona parte, errata. Avrei dovuto seguire un percorso umanistico. Studiare filosofia o musica. Imparare a suonare uno strumento: il contrabbasso, il sax (amo il jazz), la fisarmonica. Forse tutte queste cose insieme. Molto probabilmente la scrittura è stata l’ultima occasione praticabile per rientrare in un alveo più consono alla mia natura: l’attività creativa. La mia è una famiglia d’arte. Il mio paese, Guardiagrele, è una terra di arti e mestieri. La creatività si respira in ogni angolo, persino nel linguaggio. Il dialetto guardiese, in Abruzzo, è fortemente contraddistinto da una dialogica aforistica. La lingua così è già una palestra di metafore e figure retoriche che pochi si rendono conto, parlando, di creare.

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti
    hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la
    vita e l’arte?

Da autodidatta mi sono nutrito di qualsiasi libro capitato a tiro. Un grande disordine e una grande abbuffata che per anni, compulsivamente, ho portato avanti rubando le ore al sonno. Ho sempre amato leggere le biografie dei grandi scrittori e dei grandi artisti in generale. Ero affascinato dalla loro dedizione. Amo molto la letteratura americana contemporanea. I grandi maestri, prima che nella poesia, li ho trovati negli autori di narrativa breve: Raymond Carver, Richard Yates, Alice Munro. Tra i grandi romanzieri invece Truman Capote e Richard Ford, così come l’intramontabile William Faulkner e Michel Houellebecq. Degli italiani faccio un nome deciso: Giorgio Vasta de Il tempo materiale. La poesia è arrivata dopo con Charles Simic, Philip Schultz, Seamus Heaney e René Char tra gli stranieri; tra gli italiani la scrittura di Antonella Anedda ha avuto, per stile e suggestioni, il risalto maggiore nelle mie preferenze. Notti di pace occidentale e Le residenze invernali sono state svolte decisive per i primi passi della mia scrittura.

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai
    con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

La componente autobiografica non è il fulcro della mia scrittura, preferisco ciò che osservo della realtà cercando di riproporla con immagini e linguaggio il più possibile aderente all’oggetto di osservazione. Il rapporto con il luogo dove sono nato è stato fondamentale sinora solo in una raccolta: La linea Gustav, dove, con andamento poematico, ripercorro i tristi accadimenti della Seconda Guerra Mondiale in Abruzzo.

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

La linea Gustav fu originariamente pubblicato nel 2013 all’interno di una opera più vasta dal titolo Latitudini delle braccia. Ebbe una certa eco tra i lettori. Ma negli esordi, si sa, vengono commessi sempre degli errori. La sensazione era che il libro non avesse raggiunto tutto il suo pubblico potenziale, pur sapendo di quanto esiguo sia quello della poesia. In Abruzzo, soprattutto, sarebbe un libro da scoprire, anche per riaprire un dialogo su quello che siamo stati e quello che, purtroppo, per certi versi, siamo diventati.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Penso di sì, soprattutto per il suo contenuto di memoria storico-epica. Storia e poesia sono una miscela letteraria che non deve cadere in desuetudine.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Un racconto di mio padre. Lui e mia zia erano bambini quando furono presi di mira da un cecchino della Wehrmacht. Era una storia che spesso mi raccontava. Mi ha ispirato profondamente. Da lì è partito il tutto.

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale”
    scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

L’ho scritta lentamente, in questo caso intendo Latitudini delle braccia, in quasi dieci anni di lavoro. Ma debbo dire che è stata anche l’opera con la quale ho cercato di “costruire” la mia voce più matura. Scritta per lo più la notte. Ai tempi lavoravo come amministrativo in una multinazionale. I tempi per la scrittura e per la lettura erano molto ristretti.

  1. La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?

Per la foto di copertina, innestata nell’elegante format a sfondo nero dei libri della collana Radici de Il Leggio Editore, ho scelto uno scatto che ritrae due bambini di spalle lungo un sentiero nel bosco. Dietro di loro un cane segugio. Il sentiero e i bambini rappresentano il passaggio generazionale lungo il percorso della Storia. Storia tracciata nella Linea Gustav, la linea difensiva costruita dall’esercito nazista che serviva per ritardare la risalita delle truppe alleate sbarcate in Sicilia.

  1. Come hai trovato un editore?

L’anno scorso fui contattato da Gabriela Fantato che aveva letto dei miei inediti pubblicati sul sito di Atelier poesia. Gli piacquero al punto di chiedermi se l’opera dalla quale erano stati tratti era pronta per propormi, da curatrice della collana, la pubblicazione. Ma a causa dei miei tempi di scrittura lunghi, la raccolta era ancora incompleta e così proposi in alternativa la ripubblicazione de La linea Gustav. Gabriela e Sandro Salvagno (l’editore) accolsero la proposta con entusiasmo. Figurarsi io.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

A un pubblico più ampio di quello degli addetti ai lavori, visto che è un libro di poesia che parla di un periodo storico cruciale del nostro Paese che non può essere dimenticato.

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Il lock down ha interrotto una serie programmata di incontri sul territorio di Milano e nelle scuole, sia milanesi che abruzzesi. Da poco in Abruzzo, a Guardiagrele, con i testi de La linea Gustav abbiamo realizzato un recital. A breve sarà riproposto a Milano, nel mio quartiere, al Corvetto. Per adesso ci muoviamo così.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più
    legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

L’incipit dell’opera. Rappresenta un momento dello sfollamento del mio paese proprio a causa della fortificazione della Linea Gustav: “E cercarvi lì, tra i vecchi a coprire le madri, / le madri come rifugi per sagome minute / (tra il seno e la spalla, insenature / come porti per piccole teste / spaurite nella burrasca. // Sul paese come un’ombra la Linea Gustav / tracciato d’inchiostro sulle rovine, / il confine di chi si butta a terra / prima o dopo lo sparo.

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Che possa arrivare soprattutto ai più giovani. Poesia e storia, cattura emotiva e memoria, un modo per ridare un senso a una società che da tempo vedo rannicchiarsi su se stessa, individualmente appagata dal piccolo cabotaggio narcisistico e dall’autoreferenzialità.

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

“Perché ci metti sempre così tanto a scrivere un libro di poesia?” E qui la mia risposta: “Perché ho parecchi vizi e intendo coltivarli tutti. Uno in particolare: la lettura”.

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova
    opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Sono entrato nel settimo anno di lavorazione di un progetto dal titolo “La parte arida della pianura”. Mi coccolo il lento crescere di questa raccolta come una gestante con il proprio figlio. Nessuna continuità con i progetti precedenti. Ogni tanto pubblico qualche inedito tra le pagine online dei blog letterari da me più frequentati. Il tema di fondo, a farla breve, è l’epica umana tout court. Ora sto terminando l’ultimo pezzo di una sezione intitolata Madre della violenza (titolo ispirato a una canzone di Peter Gabriel). Il prossimo anno penso che potrei chiudere il progetto e iniziare a proporlo per la pubblicazione.

Nino Iacovella

Nino Iacovella è nato a Guardiagrele nel ’68, ha una formazione socio-economica. Ha riesordito in poesia nel 2013 con Latitudini delle braccia (deComporre, Gaeta). Del 2015 è la plaquette con i primi testi de La parte arida della pianura (Edizioni culturaglobale, Cormons). Ha curato insieme a Sebastiano Aglieco e Luigi Cannillo l’antologia “Passione Poesia – Letture di poesia contemporanea (1990-2015)” Ed. CFR, Milano, 2016. Del dicembre del 2019, è La linea Gustav, Il Leggio Editore, Chioggia. È tra i fondatori e redattori del blog di poesia Perigeion, un atto di poesia. Vive e lavora a Milano.

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