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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Deborah Mega

Trittico

02 sabato Nov 2019

Posted by Deborah Mega in SINE LIMINE

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O cari infinitamente, spariti
 
 
O cari infinitamente, spariti
dal tempo, non dai sogni, precursori
nostri nelle tenebre, voi se fuori
del buio c’è ancora buio o a più miti
 
 
consigli lo riducono i bagliori
senza gloria, gli stenti, intirizziti
aculei d’un’alba (e, ascoltando, arditi
bisbigli) voi soli potreste, a onore
 
 
d’un altro vero, dirci, amate teste,
torsi venerati, e non dite mai,
mai! perché sia intera la libertà
del nostro arbitrio, perché non celeste
 
 
ma cieca e folle e sanguinosa sia
intanto, nell’orto, qui, l’agonia.
 
 
Cerco qualche volta di immaginare
 
 
Cerco qualche volta di immaginare
la felicità, mia e dei morti, e mi sembra
che sia la vita. Forse perché chiare
nella luce che già un po’ s’insettembra
 
sono adesso le cose e a meno amare
vertigini trascina e tanta assembra
più pazienza, più requie il declinare
del tempo è come se da queste membra
 
arse e dilaniate l’immensa salma
del mondo risorgesse in una calma
radiosa e stesse al cuore assaporare
 
l’infinito dolcissimo ritardo
del bene, e sentire l’Olona e l’Ardo
per come si chiamano risuonare.
 
 
Stare coi morti, preferire i morti
 
 
Stare coi morti, preferire I morti
ai vivi, che indecenza! Acqua passata.
Vedo che adesso più nessuno fiata
per spiegarci gli osceni rischi e torti
 
dell’assenza, adesso che è sprofondata
la storia… E così tocca a noi, ci importi
tanto o quel tanto, siano fioco o forti
i mesti richiami dell’ostinata
 
coscienza, alzare questa poca voce
contro il silenzio infinitesimale
a contestare l’infinito, atroce
 
scempio dell’esistente… (Al capitale
forse è questo che può restare in gola,
l’osso senza carne della parola.)
 
 
Giovanni Raboni

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Santi e poeti

01 venerdì Nov 2019

Posted by Deborah Mega in SINE LIMINE

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Bisogna essere santi
per essere anche poeti:
dal grembo caldo d’ogni nostro gesto,
d’ogni nostra parola che sia sobria,
procederà la lirica perfetta
in modo necessario ed istintivo.

Noi ci perdiamo, a volte, ed affanniamo
per i vicoli ciechi del cervello,
sbriciolati in miriadi di esseri
senza vita durevole e completa;
noi ci perdiamo, a volte, nel peccato
della disconoscenza di noi stessi.

Ma con un gesto calmo della mano,
con un guardar “volutamente” buono,
noi ci possiamo sempre ricondurre
sulla strada maestra che lasciammo,
e nulla è più fecondo e più stupendo
di questo tempo di conciliazione.

Alda Merini

2 dicembre 1948

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Intervista a Francesco Palmieri: Biografie

28 lunedì Ott 2019

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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Tag

Biografie, Francesco Palmieri, POESIA

 

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La Redazione ringrazia  Francesco Palmieri per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Biografie, Terra d’ulivi Edizioni, 2019.

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Credo che il 99,99% risponderà di aver iniziato a scrivere in età giovanissima o molto giovane, proprio perché fu in quel tempo che sentì l’amore per la scrittura, un amore profondo, intenso, emozionante e, per questo, un amore per sempre. Ebbene posso dire di far parte di quel 99,99%.

2. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Il riferimento letterario che sicuramente mi è più vicino è il Novecento, e credo non potrebbe essere altrimenti perché è a cavallo del secolo che si è formata la coscienza moderna che personalmente faccio risalire a Giacomo Leopardi, il primo esistenzialista ossia un protoesistenzialista. Da qui è facile capire che è il recanatese ad essere colui che in primis mi abbia influenzato nonostante io, da adolescente, lo abbia odiato molto per la sua cupa concezione del mondo e del destino umano. È chiaro che poi col tempo io mi sia ravveduto… Nel campo del mio sentire, quindi più per empatia che per influenza, sono venute tante altre personalità letterarie, primo fra tutte sicuramente Eugenio Montale e poi Ungaretti, Quasimodo, Saba, Moretti, Corazzini, Cardarelli e, più vicini a noi, Raboni, Giudici, Pagliarani, Caproni, Gatto, Erba, e ancora più vicini, Patrizia Cavalli, Vivian Lamarque, Patrizia Valduga, Valerio Magrelli, Fabio Pusterla, Testa, Toma e potrei continuare ancora ma sarebbe una elencazione noiosa. Fra gli stranieri citerei Prevért, Neruda, Salinas, Larkin, Wendy Cope, Edgar Lee Masters, Hikmet, e mi fermo qui. Ma voglio ripetere che non si tratta di influenze bensì di comunità di sentire e analogie di scrittura.

3.Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Come nasce la mia scrittura… direi senza alcuna premeditazione, di getto, come se i miei testi fossero già tutti scritti nel mio subconscio, infatti è raro che io intervenga sulla prima stesura. Vogliamo dire che io stia parlando di ispirazione? Ebbene la risposta è sì. Autobiografia e realtà circostante sono per me inscindibili, in quanto c’è sempre un io senziente ad elaborare l’esperienza del mondo e di se stesso. Da questo punto di vista tutta la scrittura e, soprattutto quella poetica, è autobiografica in quanto rappresenta la sintesi fra cognizione, emozione, fantasia, sentimento. Se un testo non contiene queste quattro qualità, non è poesia, è altro. In quanto all’imprinting geografico o topografico, devo riconoscerne la citazione spesso metaforica nei miei testi, sia che si tratti di immagini ambientali provenienti soprattutto dalla mia infanzia sia che invece si tratti di suggestioni metropolitane più vicine alla mia esperienza più recente. Ciò accade sempre quando l’esterno diventa luogo dell’anima, o almeno così è per me.

4. Ci parli della tua pubblicazione?

Se lo facessi sarei un partigiano sfacciato, no, preferisco che siano gli altri a parlarne semmai ne avessero voglia.

5. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

A questa domanda non saprei rispondere… Il panorama letterario contemporaneo è così intasato di scritture che qualsiasi opera arriva a sembrare non necessaria e inutile. Se qualcuno dovesse leggermi, direi che farebbe almeno un’esperienza interiore…

6. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Per i quattro libri che ho pubblicato, direi che non c’è un quando e nemmeno una “sacra” scintilla iniziale. Per 20 anni non ho scritto una sola poesia, poi – credo verso la fine del 2008- ho iniziato a scrivere senza fermarmi più almeno fino al 2015. È in questo arco di anni che ho scritto le mie quattro raccolte. Come ho detto sopra, non c’è stata alcuna premeditazione, tutto è avvenuto con estrema naturalezza se si esclude una certa compulsione attiva a dire, dire, scrivere. Circa poi la distinzione di quel flusso in raccolte autonome, beh devo dire che anche qui era l’istinto ad indicarmi la fine di un lavoro e l’inizio di un altro.

7. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Credo di aver risposto già a questa domanda.

8. La copertina. Chi, come, quando e perché?

Per quanto riguarda la copertina, l’ho sempre concordata con il mio editore  Elio Scarciglia di Terra d’ulivi e, essendo lui un ottimo fotografo di talento, abbiamo sempre scelto una sua fotografia che avesse attinenza con lo spirito dell’opera, per la raccolta “Biografie” invece la nostra scelta è caduta su un mio dipinto che ci è apparso molto in sintonia con i testi.

9.Come hai trovato un editore?

Credo nello stesso modo in cui fanno tutti: inviando le mie proposte ai diversi Editori. Naturalmente alcuni non hanno mai risposto, altri invece si rivelavano come tipografi truccati, in tanti era chiaro l’intento di lucro, qualcuno invece è stato da subito onesto e collaborativo, così com’è il mio editore di riferimento attuale, cioè Elio Scarciglia delle Edizioni Terra d’ulivi.

10.A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Direi a qualsiasi tipo di pubblico che abbia voglia di leggere poesia.

11. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Nell’unico modo in cui riesco a farlo, cioè pubblicando qualche testo sulla mia pagina personale Facebook e su quella dedicata ai miei libri, sempre su Facebook. A proposito la pagine dei libri si chiama col titolo della mia prima raccolta non d’amore: Fra improbabile cielo e terra certa. Naturalmente ho provato a farne una presentazione pubblica ma è stato un disastro già alla seconda esperienza qui a Milano. Ho provato anche a partecipare a un paio di concorsi; in uno sono stato il prescelto dalla giuria, nell’altro nemmeno mi sono piazzato fra i finalisti. Ma per ciò che concerne i concorsi ci sarebbe molto altro da dire e non ne ho alcuna voglia… mi basta dire che non parteciperò a nessun altro concorso.

12.Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Direi che sono tanti i testi a cui sto pensando ma probabilmente quello che segue rappresenta lo spirito di tutta la pubblicazione:

“Ho cercato di rendere magnifico

lo spazio verticale di azzurro sulla testa

(per arrivare all’apice del cielo

per rendermi fratello delle stelle

essere degno di avere avuto dio come padre)

 

ho cercato di rendere splendente anche la terra

di folgorarmi gli occhi con le rose

di respirare unisono col mare

(perché il paradiso era terrestre

ed è bugiardo chi dice che era celeste)

 

ho cercato d’indovinare l’angelo

nel passo sollevato di bocca glutei e seno

nel nudo delle cosce, il filo della schiena

(perché persino dio ha visto fra le donne

la donna benedetta, la madonna piena di grazia)

 

e adesso è arrivare a sera

chiudere finestre e porte

 

sperare d’aver lasciato

sulle scale i demoni

 

che per tutto il giorno

ho avuto dietro alle spalle.”

 

13.Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Che raggiunga le persone, che sia letta e compresa.

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Ma chi te lo fa fare a insistere con la scrittura?

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Nel futuro prossimo vorrei pubblicare le mie due ultime raccolte scritte e delle plaquette già definite, e poi ho in progetto anche la pubblicazione di un romanzo i cui ultimi 10 capitoli sono ancora sui quaderni… già, perché io scrivo a mano e poi traduco in file…

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Francesco Palmieri

Nato nell’entroterra barese, si è trasferito in un Comune a nord di Milano dove ha lavorato come docente di materie umanistiche. Attualmente collabora con siti, riviste e case editrici, occupandosi prevalentemente di critica letteraria. Suoi testi sono presenti in rete e in antologie. Nell’ottobre 2012 ha esordito, pubblicando con la casa editrice ‘La  Vita Felice’, la sua opera prima:  Studi lirici (solo parole d’amore). Successivamente, nel 2015,  ha pubblicato Fra improbabile cielo e terra certa, nel 2016 Il male nascosto e nel 2019 Biografie, sempre con la casa editrice Terra d’ulivi.

 

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Nove modi per insegnare ai ragazzi a odiare la lettura – Gianni Rodari

23 mercoledì Ott 2019

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

≈ 1 Commento

Tag

Gianni Rodari, Nove modi per insegnare ai ragazzi a odiare la lettura

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Oggi ricorre il 99esimo anniversario della nascita di Gianni Rodari e sin dalla giornata odierna iniziano i festeggiamenti per il centenario, che si svolgerà il 23 ottobre del 2020. Da decenni le sue opere raccontano una realtà sempre attuale, descrivono lucidamente sentimenti ancora veri e ci fanno riconoscere nella loro geniale semplicità. Sono storie moderne incarnate in una forma ‘classica’: universale ed eterna. Il 2020 sarà proprio l’anno rodariano, vi ricorrono infatti contemporaneamente 3 anniversari: il 100° dalla nascita, il 40° dalla morte e il 50° dall’attribuzione del Premio internazionale Andersen, che è considerato una sorta di Nobel per la letteratura infantile. Vogliamo ricordarlo attraverso un frammento tratto da un articolo che Rodari scrisse nell’ottobre del 1964 sul “Giornale dei Genitori” dal titolo 9 modi per insegnare ai ragazzi a odiare la lettura, poi confluito nel libro Scuola di fantasia.

1. Presentare il libro come un’alternativa alla TV
2. Presentare il libro come un’alternativa al fumetto
3. Dire ai bambini di oggi che i bambini di una volta leggevano di più
4. Ritenere che i bambini abbiano troppe distrazioni
5. Dare la colpa ai bambini se non amano la lettura
6. Trasformare il libro in uno strumento di tortura
7. Rifiutarsi di leggere al bambino
8. Non offrire una scelta sufficiente
9. Ordinare di leggere per insegnare ai ragazzi a odiare la lettura

  1. Presentare il libro come un’alternativa alla tv

    “Leggi, invece di guardare la televisione”.
    “Se non ti vedo leggere vendo la televisione”.
    “Prendi i libri di scuola, invece di perdere tempo con quelle stupidate”.
    Non pretendo di conoscere tutte le espressioni particolari usate dai sostenitori di questo sistema quasi infallibile. I bambini sanno che la tv non è una “stupidata”: la trovano divertente, piacevole, utile. Può darsi che le sacrifichino qualche ora più del necessario, può darsi che si riducano talvolta in quello stato di semi-incoscienza nel quale il telespettatore abituale, bambino e adulto, casca dopo qualche tempo, e di cui è sintomo la totale passività con cui accetta dal teleschermo, senza scegliere e senza reagire, qualsiasi programma.
    Questo non toglie che nel complesso i meriti educativi della tv superino i suoi demeriti. Il teleschermo arricchisce il punto di vista, nutre il vocabolario, mette in circolo una quantità inverosimile d’informazioni, inserisce i nostri piccoli analfabeti in un circuito più vasto di quello familiare, che non sempre è vivificato dalle informazioni, dalla cultura, dalle idee. Si potrebbe quasi dire che la tv diminuisce le difficoltà della lettura. Intanto, perché crea (e sia pure a un livello discretamente basso) una specie di unità nazionale della lingua, e aiuta l’orecchio del bambino a superare l’ostacolo delle profonde differenze tra il dialetto nativo e materno e la lingua scolastica. Poi, perché rende familiari, attraverso il suono e l’immagine, un certo numero di parole “difficili”, di quelle davanti a cui i piccoli lettori incespicano inevitabilmente; e forse oggi incespicano meno di prima.
    Psicologicamente poi, non mi pare che negare un divertimento, un’occupazione piacevole (o sentita come tale, che è lo stesso) sia il modo ideale di farne amare un’altra: sarà piuttosto il modo di gettare su quest’altra un’ombra di fastidio e di castigo.

[Continua in Scuola di fantasia, Editori Riuniti, 1992.]

 

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Intervista a Mattia Tarantino: Fiori estinti

21 lunedì Ott 2019

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

≈ 2 commenti

Tag

Fiori estinti, Mattia Tarantino, POESIA

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Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La Redazione ringrazia Mattia Tarantino per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Fiori estinti, Terra d’ulivi Edizioni, maggio 2019.

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Gli angeli ricordano solo di aver dimenticato. A noi, per fortuna o purtroppo, non tocca la stessa sorte. Scrivere, prima di indicare l’associazione di un segno a una lettera, è incidere. Non ho mai amato farlo: la scrittura, in me, ha sempre assunto la forma di una condanna; talvolta di un varco per una sorta di assoluzione. Forse il modo di scontare la nascita, di non contarla più, cioè. Come nel libro di Giobbe:

Perisca il giorno in cui nacqui

[ … ]

Quel giorno lo possieda il buio

non si aggiunga ai giorni dell’anno,

non entri nel conto dei mesi

Tuttavia, non c’è maledizione in questo. Cioran sostiene che la maledizione sia un’elezione al contrario, e credo alle sue parole. Posso solo dire che la nevrosi di sillabe e suoni che si agitano tra la voce e la gola ha spesso bisogno di evadere. Allora, per quanto possibile, cerco di tracciarne la formula; sia questa pura gioia o soglia irrimediabile dell’al-di-là.

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?Su tutti, Dylan Thomas – di cui traduco, tra l’altro, i versi per Iris News -. L’analogia, lo scoppio, la visione che custodisce e sfilaccia nelle sue parole coincide, la maggior parte delle volte, con la mia poesia ideale. Quando non accade ne cerco i frammenti; il punto di caduta nel discorso delle parole che mancano. Anche Yves Bonnefoy ha giocato un ruolo importante nella mia formazione – o, forse, deformazione -. Quando, però, ho visto che dal mio balconcino di periferia non si vedevano mandorli, ho segnato i suoi versi sul muro sperando, un giorno, di avverarli e quindi cancellarli. C’è anche Majakovskij, ma non dico nulla; un proiettile ha già compiuto il suo verbo nel secolo. Spesso dicono che Baudelaire, per me, è stato fondamentale. Rivelo qui che non l’ho mai letto; I fiori del male non li ho ancora raccolti. Pochi, invece, gli italiani che mi hanno segnato. Rari, rarissimi versi, tra i grandi, di Montale, Corazzini e D’Annunzio; molti, invece, tra i contemporanei e i morti vicini. Penso soprattutto a Francesco Russo: ricordo più i suoi versi che i miei. Ci sono anche, però, Gabriele Galloni, Giorgia Esposito, Alfonso Guida, Giovanni Ibello e tanti altri, a cui ho rubato il più possibile.
  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Sono nato in una terra irredimibile; tra l’amianto e i campi radioattivi: qui l’erba è elettrica. Un disastro senza evasione possibile che andrebbe riverginato col sangue e la violenza. Violenza che qui, però, appartiene agli altri; ai balordi che sghignazzano con la maschera da orco. Meglio sigillarla, questa terra; segnarne una frontiera invalicabile che contenga e poi consumi il cancro. Il cancro è ovunque, qui. C’è bisogno di una comunione nuova, di mane e mane. Fino ad allora ne canterò la sciagura, il male declinato, la corruzione. D’altra parte, però, sono nato a Napoli: nel sangue ho i sorci e la commedia.

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

Fiori estinti è la mia seconda raccolta; il segno ultimo dell’adolescenza. Un lamento, una profezia: è nato nelle taverne e nelle strade; tra le chiese e gli amari. Ci sono i volti, le parole e le disgrazie che mi hanno attraversato. Forse la poesia, quella che troppi definiscono un tentativo di bellezza, non è nei miei versi: è dove la parola non arriva; dove resta solo il bianco.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

L’unica opera utile nella poesia contemporanea credo sia Dolore Minimo di Giovanna Vivinetto. Lo dico perché è l’opera, tra quelle di maggior rilievo, che più di tutte è entrata in una tensione sociale estesa e discussa. Ha preso parte a un campo di forze in costituzione; contribuito alle vicende dell’egemonia, per dirla alla Gramsci. Fiori estinti è una raccolta di minoranza, che non ha mercato e cerca l’ingovernabile. Non solo: rinuncia a ogni tentativo di governo; cerca di dare dignità al delirio, alla visione intatta sul fondo delle cose.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Delle scintille mi piace ciò che resta. Solo nell’attimo dopo, nella liturgia della cenere, ho deciso che questi versi sparsi e ripetuti dovevano avere assemblea. Ero nella mia stanza, probabilmente; una notte come tante.

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Di rigetto, al massimo. Fiori estinti è stato un divenire: mi sono inventato funambolo e cercato le cifre della crisi; contorto i muscoli e le sillabe. Sono sparpagliato, disordinato: conosco solo l’hora incerta. Di notte ho sempre preferito fare altro. Molte poesie sono nate tra i banchi del liceo; tra la noia, le bestemmie e le erezioni.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

Nella raccolta ci sono angeli ovunque. Perversi, violenti, ubriachi, incestuosi: rovesciati, soprattutto. Per questo l’editore ne ha scelti due che crollano; ha riportato in verticale il perimetro indicato da Benjamin.

  1. Come hai trovato un editore?

È la seconda opera che pubblico con Terra d’ulivi. Mi hanno offerto uno spazio, creduto nel mio lavoro fin dall’inizio. Fiori estinti tratta, grosso modo, gli stessi temi di Tra l’angelo e la sillaba, pubblicata nel 2017: ho proseguito con loro per continuità. Cercare un editore è stato, invece, complesso. Quando uscì la prima raccolta avevo da poco compiuto 16 anni: nelle librerie, spesso, manca la poesia contemporanea. Quando se ne trovano volumi, di solito appartengono a case editrici che riescono a entrare nei grossi circuiti di distribuzione. Ho cercato di capire dove fosse la poesia contemporanea, e quali editori, anche se piccoli, avessero cataloghi di qualità. Così scelsi allora, così ho scelto questa volta.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

A preti e farabutti; oppure ai pochi marchesi des Essenteis rimasti in giro. Sono versi che riesco a concepire solo in bocca a profeti e sifilitici.

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Fiori estinti è un libro fortunato. La critica e le riviste lo hanno accolto bene, offrendo e creando spazi per diffonderlo; sia in Italia che all’estero. Ci sono poi le presentazioni: quelle fatte e quelle a venire, dalla Campania alla Sardegna, dalla Lombardia al Piemonte, dal Lazio al Trentino. È un libro che mi piace muovere, ma non promuovere. Preferisco le cose bocciate.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle

mi aprono il sangue e disturbano

i versi in bocca ai morti

 

oppure

 

Ho conosciuto la noia del vino,

gli uccelli malati, e sono

saltato nella loro tosse

Non esistono versi indicativi: di solito scrivo al passato, o al condizionale. Nelle cose perdute e nei desideri; è un circolo vizioso che sto ancora provando a spezzare. Eppure, se dovessi scegliere dei versi, sceglierei le terzine citate. C’è lì, più o meno, la maggior parte dei temi della raccolta.

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Non l’ho mai capito. Non credo nelle opere, né so che sperare dalle cose sperate e tradite che ho cantato. Forse volevo solo la parabola del frutto: il germoglio, la maturità, il marciume.  Non so in quale di queste fasi siano i miei Fiori, ma poco importa. Mi interessa, del fiore, ciò che rimane.

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Avrei voluto qualcuno mi chiedesse dove fosse l’opera. Avrei risposto che è un tentativo di tagliare e sovvertire la verticalità del mondo. Qualcosa di simile lo scrive Giovanni Perri:

ostaggi del bene sogniamo il taglio verticale,

il pianto che ci salvi dal coro delle polveri

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Quest’anno mi dedicherò a tradurre i versi di Dylan Thomas e  scrivere qualche nota a raccolte di poesia contemporanea che trovo importanti; alle volte fondamentali. Ma i morti e gli amanti sono figure molto interessanti: chissà non mi mostrino un disegno, una via. Forse sono già sulle loro orme.

 

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Mattia Tarantino

Mattia Tarantino è nato a Napoli nel 2001. Co-dirige Inverso – Giornale di poesia; collabora come traduttore con Iris News – Rivista internazionale di poesia. Fa parte della redazione di Menabò – Quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria e di Bibbia d’Asfalto –Poesia urbana e autostradale. È presente in diverse riviste e antologie, italiane e internazionali. I suoi versi sono stati tradotti in sei lingue. Ha pubblicato Tra l’angelo e la sillaba (Terra d’ulivi, 2017) e Fiori estinti (Terra d’ulivi, 2019).

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Intervista a Daniela Cattani Rusich: Digitale purpurea

14 lunedì Ott 2019

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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Daniela Cattani Rusich, Digitale purpurea, POESIA

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Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Daniela Cattani Rusich per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Digitale purpurea, Eugraphia, maggio 2019.

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Ero una bambina apparentemente molto socievole ed esuberante, ma in realtà solitaria e riflessiva. Neanche in famiglia lo avevano capito e questo accrebbe in me una situazione di disadattamento e di solitudine, che colmavo scrivendo. A quei tempi, la scrittura era la mia coperta di Linus.

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Mi vengono in mente Jack London con il suo Martin Eden ma non solo, Pavese, Oscar Wilde, Hermann Hesse, Ungaretti e Montale, Emily Dickinson, Neruda, Merini e il teatro di Samuel Beckett, fin da ragazza. Più avanti ho incontrato la magica letteratura sudamericana, che mi ha subito rapita: Isabel Allende, Gabriel Garcia Marquez e soprattutto Luis Sepulveda. Rimanendo nello stesso continente, ma più a nord, un colpo di fulmine fu la raffinatissima scrittura di Henry James (in realtà inglese naturalizzato americano). Poi ho scoperto anche i poeti americani, a partire da Dylan Thomas. I miei riferimenti contemporanei sono Alessandro Baricco per la prosa e Giorgio Caproni per la poesia: in quest’ultimo trovo una corrispondenza fortissima nella visione esistenziale e nel suo modo di pensare la funzione del poeta.

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

I luoghi per me sono sempre stati tappe di vita, tanti, forse troppi: per questo probabilmente con essi ho un rapporto ambivalente, non sempre sereno. Autobiografia e osservazione della realtà sono sempre andate di pari passo, dopo la fase autoreferenziale dell’adolescenza.

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

È la mia quinta silloge, un libricino piuttosto semplice, diviso in due sezioni: l’amore e la violenza. Ci sono diverse poesie sociali che parlano della realtà attuale e di temi che mi stanno da sempre a cuore: la degenerazione dell’umanità, la violenza contro i più deboli (in particolare donne e bambini), la guerra.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Questo non posso dirlo io.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

È sempre un processo lungo per me. Io scrivo senza condizionamenti o scopi precisi; poi, magari dopo mesi o dopo anni, mi si spalanca dentro una finestra ed esce tutto quel che deve uscire. Anche se, ci tengo a specificarlo, seleziono moltissimo e scarto testi senza pietà.

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Scrivo sempre di getto, dopo una lunga gestazione interiore. Tutto ciò che vedo e che provo sedimenta in me, si fa magma e poi esce impetuosamente come lava da un vulcano. In genere il momento in cui arriva l’ispirazione è quello tra sonno e veglia, quando la razionalità allenta le briglie e le immagini e i versi sgorgano liberi.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

Non ho avuto molta scelta. Piuttosto è importante il titolo: la Digitale Purpurea è una pianta che, presa in piccole dosi, cura problemi di cuore; ad alte dosi è letale. Come è stato nella vita per me: ho sbagliato le dosi, sono viva per miracolo.

  1. Come hai trovato un editore?

Attraverso conoscenze comuni.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

A tutti quelli che non hanno paura di guardarsi dentro, di riflettere sulla propria esistenza e sul mondo di oggi, su quello che stiamo diventando: sempre più cinici, sempre più soli.

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Ho organizzato una prima presentazione alla Casa delle Arti – Spazio Merini, a Milano. Poi ho dovuto seguire il Premio Letterario Nazionale Poetika, di cui sono presidente da otto anni, e di tempo ne è rimasto ben poco. Non ho la frenesia di pubblicare, anzi. Forse riprenderò in primavera con qualche presentazione un po’ originale: la normalità mi annoia.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legata e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Non quello più riuscito, ma quello che in questo momento mi rappresenta maggiormente (infatti apre la silloge):

“La vita è stata un colpo di vento:

ho perso tutti i miei petali

fra le sue braccia”

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera? N

Nessuna in particolare.

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Nessuna. La poesia, se ne è capace, dice senza bisogno di spiegare. E deve emozionare, ovviamente.

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Sì, ho nel cassetto (da tre anni, notare la “smania” 😊) un testo teatrale tra il surreale, l’ironico e l’esistenziale, dal titolo provvisorio: Io vado, tu resti?”; inoltre sto lavorando a un secondo romanzo, legato al primo “C’è Nessuno?” (con lo stesso antieroe come protagonista): è un breve romanzo che ha avuto un grande successo e mi ha dato molte soddisfazioni.

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Daniela Cattani Rusich

Sangue misto (greco, friulano, slavo, turco, armeno), scrive fin da bambina. Scrittrice, poeta, performer, presidente del Premio Letterario Nazionale Poetika, fotografa molto dilettante, ha insegnato per venticinque anni, è stata redattrice del sito Poetika.it, direttore creativo di Onirica Edizioni, ideatrice del Circolo culturale Casteld’Arte in provincia di Milano e dell’associazione culturale CreAzione in Toscana. Primo premio al Concorso Internazionale, patrocinato dal Presidente della Repubblica, THEM ROMAN per il racconto “Porrajmos- l’olocausto zingaro”. Primo premio per la lirica “Segreta” al Concorso “Un monte di Poesia”, tra i cinque finalisti del Premio “Massa Città fiabesca di Mare e di Marmo” con la silloge che porta lo stesso titolo. Terzo posto al concorso “Poetando” con la sua prima silloge “Rendimi l’anima”, trofeo Colle Armonioso per “Viandante senza tempo”. Anche “Arché” ha ricevuto diversi riconoscimenti, Daniela però non ama le esibizioni di premi, infatti ha smesso da anni di parteciparvi. Ha curato numerose pubblicazioni, scritto prefazioni e recensioni e lavora come editor freelance. Ha pubblicato un romanzo corale, un romanzo breve, una graphic novel, cinque sillogi poetiche e diversi testi, sia in versi sia in prosa, sia drammatici che comici,  in antologie di editori vari.

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Il bambino tiranno

07 lunedì Ott 2019

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Racconti

≈ 1 Commento

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Dino Buzzati, Il bambino tiranno

Figli-tiranni

“Il bambino tiranno” è un racconto del 1954 di Dino Buzzati, nel quale lo scrittore descrive le tragiche conseguenze di un’educazione troppo accondiscendente e dell’incapacità di esercitare l’autorità da parte degli adulti che rinunciano al proprio ruolo educativo, perseguono  il consenso del figlio e finiscono per rovinarlo.

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Intervista a Rita Pacilio: La venatura della viola

30 lunedì Set 2019

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

≈ 1 Commento

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La venatura della viola, POESIA, Rita Pacilio

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La Redazione ringrazia Rita Pacilio, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: La venatura della viola, Giuliano Ladolfi Editore, ottobre 2019

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Epistole d’Autore 5

23 lunedì Set 2019

Posted by Deborah Mega in Epistole d'Autore

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Albert Camus, Maria Casarès

In un mondo digitale come il nostro ricevere una lettera cartacea è ormai una forma d’espressione d’altri tempi, un evento più unico che raro. La telematica e la capillarità della rete telefonica che consentono la trasmissione a distanza delle informazioni in tempo reale hanno reso immediata e veloce la comunicazione interpersonale. Sono lontani i tempi in cui, quando si scriveva una lettera, occorreva avere la pazienza di aspettare che arrivasse a destinazione e che giungesse la risposta. Eppure quell’attesa amplificava le emozioni, lasciava presagire la risposta, fortificava e rinvigoriva i sentimenti. Amore, affetto, amicizia, gioia, dolore, risentimento, dispiacere, follia sono i sentimenti veicolati dalle lettere, capaci di scuotere l’animo di chi scrive e di chi legge. La lettura di Epistole d’autore fornisce un ritratto insolito e inedito, per frammenti e dettagli, di uomini e donne celebri, svela segreti, rende più umani e veri i grandi del passato.

Albert Camus a Maria Casarès

Con Maria Victoria Casarès Pérez, Albert Camus visse un’importante e tormentata relazione, documentata da un libro contenente 865 lettere e pubblicato da Gallimard nel 2017, Corrispondance 1944-59, con la prefazione di Catherine, figlia dello scrittore.

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Nota critica su “Dedica” di Lucia Triolo, Edizioni DrawUp, 2019

16 lunedì Set 2019

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Recensioni

≈ 1 Commento

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Deborah Mega, Lucia Triolo

In “Dedica”, ultima fatica letteraria di Lucia Triolo, per i tipi Edizioni DrawUp,  opera vincitrice della IV edizione 2018 del Premio letterario Internazionale Città di Latina per la sezione Silloge inedita e finalista nel Concorso letterario  “Città di Conza della Campania”, la scelta del titolo rappresenta di per sé una dichiarazione d’intenti: l’azione del dedicare riflette la destinazione a un fine determinato, il manifestare e offrire, tramite la parola, la propria visione della realtà, contrapposta e differente da quella altrui. In senso figurato “dedica” significa volgere l’animo a qualcuno o qualcosa con intensità. Questo qualcuno è l’altro da sé, che si avverte diverso da noi ma che comunque si rivela necessario per la nostra realizzazione. Cerbino, nella prefazione, giustamente richiama Luhmann e il concetto di comunicazione come base dei sistemi sociali. L’atto comunicativo, finalizzato a fornire un’informazione, è un’azione necessariamente ed intrinsecamente sociale e va interpretato dopo un’adeguata osservazione. Lucia Triolo, da grande osservatrice qual è, percepisce, rileva, ricerca, denuncia una mancanza, un venir meno, proprio e altrui, ci si accosta all’altro quando si scrive Ho prestato al mio corpo / la tua sete e / la tua fame o E non abbiamo mai saputo / di quanti cuori altrui abbiamo bisogno / perché il nostro batta.

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Versi trasversali

09 lunedì Set 2019

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Dal ritorno al viaggio senza mediazione, Riccardo Mazzamuto

 

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

RICCARDO MAZZAMUTO

Bando 1

 

Brilla il corpo degli anni

ottanta, sfuso adesso

stanco pensiero oscuro

scappo dalla società

divistica coeva…

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Il logos e la follia in Ostinato – Suite in versi di Cinzia Della Ciana, Edizioni Helicon, 2019

05 giovedì Set 2019

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Recensioni

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Adriana Gloria Marigo, Cinzia Della Ciana

Ostinato – Suite in versi, Edizioni Helicon, 2019, è la seconda silloge poetica di Cinzia Della Ciana: segue, in un tempo piuttosto breve, la raccolta di esordio Passi sui sassi con la quale la poetessa toscana ha subito dato dimostrazione di chiara disposizione a intessere con la parola della poesia un rapporto sia sonoro sia metaforico, poiché la scelta lessicale densa di sonorità coincide con elementi strutturali, archetipici, mediatori di logos. Ritengo, in relazione alla lettura di Ostinato – libro che presenta complessità concettuale proprio per l’ispirazione e la genesi che intendono correlare, meglio, legare parola e musica come analizza nell’ottima postfazione Franco Di Carlo – necessario prendere in considerazione il termine ‘logos’ nella sua declinazione non solo di sostantivo, ma anche di verbo: in questa accezione ‘leghein’ –  in greco antico significa «conservare, raccogliere, accogliere ciò che viene detto e quindi ascoltare» – ci pone in relazione con tutta la sequenza della silloge pensata come la materializzazione di una suite – composizione musicale già di per sé concepita come espressione architettonica di quadri musicali  – in versi, dimostrando che ciò che urge metacreativamente nella scrittura dell’Autrice non è tanto la liberazione o l’annientamento della damnatio di vissuti feriti o irrisolti, quanto compire, coronare il disegno arduo e in certo modo aristocratico e fiero di un progetto di ricerca poetica e – a ogni modo – rispondente alle istanze del Sé, che mai si esonera dall’essere fautore del sogno e suo puntuale regista.

Nelle intenzioni della poetessa di Ostinato – Suite in versi, che si rivolge alla musica come mediatrice di pensiero e sentimento e alla parola come orchestrazione del segno formale che ha – per costituzione – perso in gran parte l’astrazione della musica e ha assunto l’ambiguità tipica della parola fin dal segno grafico, avviene quanto Martin Heidegger scrive in un passaggio in Saggi e Discorsi: «L’udire autentico appartiene al logos. Perciò questo udire stesso è un leghein. In quanto tale, l’udire autentico dei mortali è in certo senso lo stesso logos» certificando in tal modo l’esistenza di un legame che però, a mio avviso,  presenta un qualche specifico sfolgorìo per poter porre in correlazione l’udire autentico – che non è solo ascrivibile all’udito, ma anche al ‘sentire’ –, poiché ciò che avviene negli strati del pensiero ha rilevanza negli strati della psiche in un sistema di reciprocità, in quella zona dove avviene il processo cognitivo-affettivo.

Che cosa è mai, dunque, lo specifico sfolgorìo che consente il nesso tra poesia e musica? Lo psicanalista di formazione lacaniana Giovanni Sias, in La follia ritrovata, analizzando il rapporto tra musica e poesia individua l’elemento della correlazione nella follia «costitutiva dell’umano, è l’uomo stesso sul piano del suo desiderio, della sua più intima verità. […] La musica è l’emblema della follia. E non solo, o non tanto, perché è stata oggetto di molte composizioni (e anche di molte danze), ma perché è la musica stessa a essere follia nell’uomo. Anzi, è forse il momento più inequivocabile in cui l’uomo la incarna, la porta in scena, la sostiene. […] Ma mentre la poesia, perdendo il senso comune, introduce una pluralità di significati che sconvolge ogni significato determinato a priori aprendo un senso che si fa nel lettore, e a lui solo si dà, nella musica scompare e si rende impossibile ogni significato dato o da darsi, e il suono, il puro suono, scardina ogni possibile senso precostituito o da costituirsi, così che la parola non solo diventa inutile alla comprensione del mondo, ma la rende assolutamente insignificante all’esistenza di un mondo predefinito e del delirio di onnipotenza degli uomini sul mondo stesso».

Cinzia Della Ciana, in Ostinato – Suite in versi compie il grande tentativo di far dialogare la follia del linguaggio della musica «attraverso il quale si esperisce un mondo “puro”, (…) vi fa entrare la verità» con la follia del linguaggio della poesia che, fatto di parole, «non può e non sa esprimere perché falsa (la verità) e la confonde per via della doxa, la rende ordinaria, luogo comune, metro sociale di tutte le cose».

 

Adriana Gloria Marigo

Luino, 29 luglio 2019

 

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Guarda che luna! Le mille lune dei poeti

02 lunedì Set 2019

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

≈ 1 Commento

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Alda Merini, Charles Baudelaire, Federico Garcia Lorca, Gabriele D'Annunzio, Giacomo Leopardi, Gianni Rodari, Giovanni Pascoli, Giuseppe Ungaretti, Luigi Pirandello

Il 20 luglio 1969, cinquant’anni fa, Neil Armstrong, Michael Collins e Edwin Aldrin Buzz giungevano sulla luna a bordo dell’Apollo 11 e questo evento rappresentò un’importante svolta, un grande passo per l’umanità. Da sempre la Luna, unico satellite naturale della Terra, ha ispirato mitologie, leggende e credenze, poeti, scrittori, registi, musicisti. Personificata dalla dea Selene, fu considerata influente sui raccolti, le carestie e la fertilità. Condiziona la vita sulla Terra di molte specie viventi, regolandone il ciclo riproduttivo, agisce sulle maree e la stabilità dell’asse di rotazione terrestre. La raccolta che segue rappresenta una breve carrellata di testi poetici che trattano l’argomento.

*

TRISTEZZA DELLA LUNA

Più pigra, questa sera, sta sognando la luna:
bellezza che su un mucchio di cuscini,
lieve e distratta, prima di dormire
accarezza il contorno dei suoi seni,

sulla serica schiena delle molli valanghe,
morente, s’abbandona a deliqui infiniti,
e volge gli occhi là dove bianche visioni
salgono nell’azzurro come fiori.

Quando su questa terra, nel suo pigro languore,
lascia che giù furtiva una lacrima fili,
un poeta adorante e al sonno ostile

nella mano raccoglie quell’umido pallore
dai riflessi iridati d’opale, e lo nasconde
lontano dagli occhi del sole, nel suo cuore.

CHARLES BAUDELAIRE, Traduzione di Giovanni Raboni

 

TRISTESSES DE LA LUNE

Ce soir, la lune rêve avec plus de paresse;
Ainsi qu’une beauté, sur de nombreux coussins,
Qui d’une main distraite et légère caresse
Avant de s’endormir le contour de ses seins,

Sur le dos satiné des molles avalanches,
Mourante, elle se livre aux longues pâmoisons,
Et promène ses yeux sur les visions blanches
Qui montent dans l’azur comme des floraisons.

Quand parfois sur ce globe, en sa langueur oisive,
Elle laisse filer une larme furtive,
Un poète pieux, ennemi du sommeil,

Dans le creux de sa main prend cette larme pâle,
Aux reflets irisés comme un fragment d’opale,
Et la met dans son cœur loin des yeux du soleil.

*

CANTO NOTTURNO Dl UN PASTORE ERRANTE DELL’ ASIA

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L’ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s’affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
E’ la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell’umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perchè dare al sole,
Perchè reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perchè da noi si dura?
Intatta luna, tale
E’ lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell’innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D’ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s’avess’io l’ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
E’ funesto a chi nasce il dì natale.

GIACOMO LEOPARDI

*

ALLA LUNA

O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, né cangia stile
O mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l’etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l’affanno duri!

GIACOMO LEOPARDI

*

 

POTESSERO LE MIE MANI SFOGLIARE LA LUNA

Pronunzio il tuo nome
nelle notti scure,
quando sorgono gli astri
per bere dalla luna
e dormono le frasche
delle macchie occulte.
E mi sento vuoto
di musica e passione.
Orologio pazzo che suona
antiche ore morte.

Pronunzio il tuo nome
in questa notte scura,
e il tuo nome risuona
più lontano che mai.
Più lontano di tutte le stelle
e più dolente della dolce pioggia.

T’amerò come allora
qualche volta? Che colpa
ha mai questo mio cuore?
Se la nebbia svanisce,
quale nuova passione mi attende?
Sarà tranquilla e pura?
Potessero le mie mani
sfogliare la luna!

FEDERICO GARCIA LORCA, Traduzione di Claudio Rendina

 

SI MIS MANOS PUDIERAN DESHOJAR

Yo pronuncio tu nombre
en las noches oscuras,
cuando vienen los astros
a beber en la luna
y duermen los ramajes
de las frondas ocultas.
Y yo me siento hueco
de pasión y de música.
Loco reloj que canta
muertas horas antiguas.

Yo pronuncio tu nombre,
en esta noche oscura,
y tu nombre me suena
más lejano que nunca.
Más lejano que todas las estrellas
y más doliente que la mansa lluvia.

Te querré como entonces
alguna vez? Qué culpa
tiene mi corazón?
Si la niebla se esfuma,
qué otra pasión me espera?
Será tranquila y pura?
Si mis dedos pudieran
deshojar a la luna!

*

L’ASSIUOLO

Dov’era la luna? ché il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi: 
chiù…

Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto: 
chiù…

Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d’argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s’aprono più?…);
e c’era quel pianto di morte… 
chiù…

GIOVANNI PASCOLI

*

O FALCE DI LUNA CALANTE

O falce di luna calante
che brilli su l’acque deserte,
o falce d’argento, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!
Aneliti brevi di foglie,
sospiri di fiori dal bosco
esalano al mare: non canto non grido
non suono pe ’l vasto silenzio va.
Oppresso d’amor, di piacere,
il popol de’ vivi s’addorme…
O falce calante, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

GABRIELE D’ANNUNZIO

*

SULLA LUNA

Sulla luna, per piacere,
non mandate un generale:
ne farebbe una caserma
con la tromba e il caporale.
Non mandateci un banchiere
sul satellite d’argento,
o lo mette in cassaforte
per mostrarlo a pagamento.
Non mandateci un ministro
col suo seguito di uscieri:
empirebbe di scartoffie
i lunatici crateri.
Ha da essere un poeta
sulla Luna ad allunare:
con la testa nella luna
lui da un pezzo ci sa stare…
A sognar i più bei sogni
è da un pezzo abituato:
sa sperare l’impossibile
anche quando è disperato.
Or che i sogni e le speranze
si fan veri come fiori,
sulla luna e sulla terra
fate largo ai sognatori!

GIANNI RODARI

*

VEGLIA

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita.

GIUSEPPE UNGARETTI

*

CANTO ALLA LUNA

La luna geme sui fondali del mare,
o Dio morta paura
di queste siepi terrene,
o quanti sguardi attoniti
che salgono dal buio
a ghermirti nell’anima ferita.
La luna grava su tutto il nostro io
e anche quando sei prossima alla fine
senti odore di luna
sempre sui cespugli martoriati
dai mantici
dalle parodie del destino.
Io sono nata zingara, non ho posto fisso nel mondo,
ma forse al chiaro di luna
mi fermerò il tuo momento
quanto basti per darti
un unico bacio d’amore.

ALDA MERINI

*

«Restò – appena sbucato all’aperto – sbalordito il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprì le mani nere in quella chiarità d’argento. / Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna. / Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era: ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna? / Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva. / Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, la Luna… C’era la Luna! la Luna! / E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore».

LUIGI PIRANDELLO, da Ciaula scopre la luna, Novelle per un anno

 

 

 

 

 

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Versi trasversali

06 sabato Lug 2019

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Davide Morelli

 

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

DAVIDE MORELLI

*

ALL’IMBRUNIRE

C’è un sovraccarico di segni

a quest’ora del giorno.

L’aria si fa più fine.

L’animo fa il calco

di questo tramonto.

Tutto passa, anche il passato.

Ma non dirmi il sottinteso, il traslato.

Sembra che non ci si possa esimere

dall’hic et nunc, dai rebus insolubili,

dalle associazioni di idee,

dalle giaculatorie brevi ed ingenue,

che avvitano la mente all’imbrunire.

 

*

TROPPO PRESTO

L’oscurità inghiotte la città.

La notte capovolge la realtà.

Ritorna un fantasma dalla memoria:

ricordiamo insieme una triste storia.

E’ morto  giovane. Troppo presto.

Restano pochi gesti, poche frasi.

Restano solo pochi aneddoti:

finiranno nel nulla dopo di noi.

Il vento fa da perno al rumore

delle cose e delle nostre parole.

 

*

VIAGGIO

Una volta all’anno si ha voglia

di partire: vedere altri volti,

altri paesaggi, altri luoghi:

sentire altre voci e altre storie

per tornare e sentirsi come nuovi.

Ma è solo e soltanto un’illusione

avere  copiato quei cieli

con una comune carta carbone.

 

*

SUL TAVOLO

Tutto ciò avvenne simultaneamente.

Ma non me la santo di parlare di coincidenze

o di concatenazione di cause.

Eravamo metafore sospese nel vuoto.

Si potrebbe parlare per ore

degli automatismi della gioventù.

Sul tavolo un biglietto del treno

di dieci anni fa.

Lo guardo. E’ lì senza un significato preciso.

Ciò che è remoto ritorna inavvertitamente

senza fare troppi sforzi di memoria.

La vita: questo strano impasto

di miele e fiele, di abitudini e similitudini.

I destini: questo gioco ad incastro.

 

*

GODOT

Essere umani significa anche

avere tutte le carte truccate

e ciò nonostante perdere lo stesso.

Essere umani significa anche

cercare punti fermi, approdi;

trovare segni inequivocabili

dove non c’è certezza assoluta.

Significa anche cercare l’altrove

nella realtà più convenzionale.

Ci sono innocenti senza colpa

condannati alla sofferenza atroce…

Anche oggi noi eravamo in attesa.

Un posto vale l’altro per attenderlo.

Certi l’attendono tutta la vita.

Anche oggi Godot ha dato forfait.

Non ci restano che giochi di specchi,

accostamenti inusuali di parole,

verità posticce o provvisorie.

Ma non possiamo dire ad ogni modo

che nell’attesa eravamo soli.

 

*

IPOTESI

Potremmo essere ologrammi

fluttuanti in molte dimensioni.

Trascendendo lo spazio e il tempo,

potremmo abitare il multiverso.

Ma al momento è solo una ipotesi

fantasiosa, se non delirante.

Direi una ipotesi tra le tante.

 

*

FELICITA’

La felicità di primo acchito

è una bella ragazza che ammicca.

Ma subito dopo si rivela come

un trucco prospettico dell’animo.

Più che una condizione esistenziale

è uno stato d’animo passeggero.

Siamo legati a questa illusione

da un eterno sortilegio.

È una eterna promessa

non mantenuta.

Niente di più.

 

Testi tratti da Componimenti pseudopoetici e Cuore improduttivo

 

 

 

 

 

 

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La grande mutazione

24 lunedì Giu 2019

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Racconti

≈ 2 commenti

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La grande mutazione, Primo Levi

Isabella, la ragazzina protagonista del racconto, viene contagiata da un virus sconosciuto, di cui esistono pochissimi casi in tutto il mondo. All’inizio è molto preoccupata ma poi scopre che non ha contratto una malattia grave: tutt’altro, grazie a quel virus vive un’esperienza indimenticabile.

by Kamil Vojnar

Da parecchi giorni Isabella era inquieta: mangiava poco, aveva qualche linea di febbre, e si lamentava di un prurito alla schiena. I suoi dovevano mandare avanti la bottega e non avevano molto tempo da dedicare a lei: – Si starà sviluppando, – disse la madre; la tenne a dieta e le fece frizioni con una pomata, ma il prurito aumentò. La bambina non riuscì più a dormire; applicandole la pomata, la madre si accorse che la pelle era ruvida: si stava coprendo di peli, fitti, rigidi, corti e biancastri. Allora si spaventò, si consultò col padre, mandarono a chiamare il medico. Il medico la visitò. Era giovane e simpatico, e Isabella notò con stupore che all’inizio della visita appariva preoccupato e perplesso, poi sempre più attento e interessato, e alla fine sembrava contento come se avesse vinto un premio alla lotteria. Annunciò che non era niente di grave, ma che doveva rivedere certi suoi libri e che sarebbe tornato l’indomani. L’indomani tornò, aveva una lente, e fece vedere al padre e alla madre che quei peli erano ramificati e piatti: non erano peli, anzi, ma penne che stavano crescendo. Era ancora più allegro del giorno avanti.

– In gamba, Isabella, – disse, – non c’è niente da spaventarsi, tra quattro mesi volerai – . Poi, rivolto ai genitori, aggiunse una spiegazione abbastanza confusa: possibile che loro non sapessero nulla? Non leggevano i giornali? Non vedevano la televisione? – È un caso di Grande Mutazione, il primo in Italia, e proprio qui da noi, in questa valle dimenticata! – Le ali si sarebbero formate a poco a poco, senza danni per l’organismo, e poi altri casi ci sarebbero stati nel vicinato, forse tra i compagni di scuola della bambina, perché la faccenda era contagiosa.

– Ma se è contagiosa è una malattia! – disse il padre.

– È contagiosa, pare che sia un virus, ma non è una malattia: Perché tutte le infezioni virali devono essere nocive? Volare è una bellissima cosa, piacerebbe anche a me: se non altro, per visitare i clienti delle frazioni. È il primo caso in Italia, ve l’ho detto, e dovrò fare rapporto al medico provinciale, ma il fenomeno è già stato descritto, diversi focolai sono stati osservati in Canada, in Svezia e in Giappone. Ma pensate che fortuna, per voi e per me!

Che proprio fosse una fortuna, Isabella non era tanto convinta. Le penne crescevano rapidamente, le davano noia quando era a letto e si vedevano attraverso la camicetta. Verso marzo la nuova ossatura era già ben visibile, e alla fine di maggio il distacco delle ali dal dorso era quasi completo. Vennero fotografi, giornalisti, commissioni mediche italiane e forestiere: Isabella si divertiva e si sentiva importante, ma rispondeva alle domande con serietà e dignità, e del resto le domande erano stupide e sempre le stesse. Non osava parlare con i genitori per non spaventarli, ma era in allarme: va bene, avrebbe avuto le ali, ma chi le avrebbe insegnato a volare? Alla scuola guida del capoluogo? O all’aeroporto di Poggio Merli? A lei sarebbe piaciuto imparare dal dottorino della mutua: o che magari le ali fossero spuntate anche a lui, non aveva detto che erano contagiose? Così dai clienti delle frazioni ci sarebbero andati insieme; e forse avrebbero anche superato le montagne insieme sul mare, fianco a fianco, battendo le ali con la stessa cadenza. A giugno, alla fine dell’anno scolastico, le ali di Isabella erano ben formate e molto belle da vedere. Erano intonate con il colore dei capelli (Isabella era bionda): in alto, verso le spalle, macchiettate di bruno dorato, ma le remiganti erano candide, lucide, robuste. Venne una commissione del CNR, venne un sussidio considerevole dell’UNICEF, e venne anche dalla Svezia una fisioterapista; si era sistemata nell’unica locanda del paese, capiva male l’italiano, niente le andava bene, e faceva fare a Isabella una serie di esercizi noiosissimi. Noiosi e inutili: Isabella sentiva i muscoli fremere e tendersi, seguiva il volo sicuro delle rondini nel cielo estivo, non aveva più dubbi e provava la sensazione precisa che a volare avrebbe imparato da sé, anzi, di saper già volare: di notte ormai non sognava altro. La svedese era severa, le aveva fatto capire che doveva ancora attendere, che non doveva esporsi a pericoli, ma Isabella aspettava solo che le si presentasse l’occasione. Quando riusciva a isolarsi, nei prati in pendio, o qualche volta persino nel chiuso della sua camera, aveva provato a battere le ali; ne sentiva il fruscio aspro nell’aria, e nelle spalle minute di adolescente una forza che quasi la spaventava. La gravezza del suo corpo le era venuta in odio; sventolando le ali la sentiva ridursi, quasi annullarsi: quasi. Il richiamo della terra era ancora troppo forte, una cavezza, una catena. L’occasione venne verso Ferragosto. La svedese era tornata in ferie al suo paese, e i genitori di Isabella erano in bottega, indaffarati con i villeggianti. Isabella prese la mulattiera per Costalunga, superò il crinale e si trovò sui prati ripidi dell’altro versante: non c’era nessuno. Si fece il segno della croce, come quando ci si butta in acqua, aprì le ali e prese la corsa verso il basso. A ogni passo, l’urto contro il suolo si faceva più lieve, finché la terra le mancò; sentì una gran pace, e l’aria fischiarle alle orecchie. Distese le gambe all’indietro: rimpianse di non aver messo i jeans, la gonna sbandierava nel vento e le dava impaccio. Anche le gambe e le mani la impacciavano, provò a incrociarle sul petto, poi le tenne distese lungo i fianchi. Chi aveva detto che volare era difficile? Non c’era nulla di più facile al mondo, aveva voglia di ridere e cantare. Se aumentava l’inclinazione delle ali, il volo rallentava e puntava verso l’alto, ma solo per poco, poi la velocità si riduceva troppo e Isabella si sentiva in pericolo. Provò a sbattere le ali, e si sentì sostentata, a ogni colpo guadagnava quota, agevolmente, senza sforzo. Anche mutar direzione era facile come un gioco, si imparava subito, bastava torcere leggermente l’ala destra e subito voltavi a destra: non c’era neppure bisogno di pensarci, ci pensavano le ali stesse, come pensano i piedi a farti deviare a destra o a sinistra quando cammini. A un tratto provò una sensazione di gonfiore, di tensione al basso ventre; si sentì umida, toccò, e ritrasse la mano sporca di sangue. Ma sapeva di che cosa si trattava, sapeva che un giorno o l’altro sarebbe successo, e non si spaventò. Rimase in aria per un’ora buona, e imparò che dai roccioni del Gavio saliva una corrente d’aria calda che le faceva acquistare quota gratis. Seguì la provinciale e si portò a madre e suo padre con tre o quattro clienti. In breve le vie brulicarono di gente. Le sarebbe piaciuto atterrare sulla piazza, ma appunto, la gente era troppa, e aveva paura di prendere terra malamente e di farsi ridere dietro. Si lasciò trasportare dal vento al di là del torrente, sui prati dietro il mulino. Scese, scese ancora finché poté distinguere i fiori rosa del trifoglio. Anche per atterrare, sembrava che le ali la sapessero più lunga di lei: le sembrò naturale disporle verticalmente, e mulinarle con violenza come per volare all’indietro; abbassò le gambe e si trovò in piedi sull’erba, appena un poco trafelata. Ripiegò le ali e si avviò verso casa. In autunno spuntarono le ali a quattro compagni di scuola di Isabella, tre ragazzi e una bambina; alla domenica mattina era divertente vederli rincorrersi a mezz’aria intorno al campanile. A dicembre ebbe le ali il figlio del portalettere, e subentrò immediatamente al padre con vantaggio di tutti. Il dottore mise le ali l’anno dopo, ma non si curò di Isabella e sposò in gran fretta una signorina senz’ali che veniva dalla città. Al padre di Isabella le ali spuntarono quando aveva già passato i cinquant’anni. Non ne trasse molto profitto: prese qualche lezione dalla figlia, con paura e vertigine, e si lussò una caviglia atterrando. Le ali non lo lasciavano dormire, riempivano il letto di penne e di piume, e gli riusciva fastidioso infilarsi la camicia, la giacca e il soprabito. Gli davano ingombro anche quando stava dietro il bancone della bottega, così se le fece amputare.

Primo Levi, Opere, Einaudi

*

Nella vicenda l’imparare a volare assume un significato simbolico. Il volo infatti è simbolo di libertà, di scoperta, di fantasia, di avventura, di crescita personale. Non a caso si dice “volare con la fantasia”, “spiccare il volo”, “mettere le ali”. Isabella, grazie alle ali, scopre che le basta l’istinto per imparare a volare, non le occorrono le raccomandazioni degli adulti. Il narratore, nel corso della storia, assume il punto di vista della protagonista; in molti passaggi del testo la focalizzazione è sul personaggio. Per esprimere con efficacia questo punto di vista, l’autore adotta la tecnica del “discorso indiretto libero” adottando la focalizzazione zero. La storia è fantastica ma viene narrata come se fosse una cronaca, rara ma verosimile. Primo Levi inizia a coltivare il genere fantascientifico nello stesso periodo in cui sta scrivendo Se questo è un uomo (ultimato nel gennaio 1947), come dimostra la pubblicazione di un primo racconto fantascientifico, I mnemagoghi, apparso su «L’Italia Socialista» alla fine del 1948. Successivamente continua a dedicarsi alla scrittura di testi fantascientifici e li pubblica su quotidiani e riviste. Questi racconti confluiscono nella prima raccolta di fantascienza, Storie Naturali, che esce sotto lo pseudonimo di Damiano Malabaila nel 1966, per i tipi di Einaudi. Si tratta di una fantascienza  ricca di ironia e di invenzioni che rispecchiano gli interessi scientifici dell’autore e aperta alla riflessione sui comportamenti umani. In un’intervista apparsa su «L’Unità» nel gennaio 1966, in occasione della messa in scena a Torino di tre atti unici di argomento fantascientifico contenuti in Storie naturali, Primo Levi parla della fantascienza come di uno sconfinamento dalla realtà al possibile. Il genere gli risulta particolarmente congeniale perché riempie di senso la scissione che egli  avverte tra la sua condizione di chimico impiegato in fabbrica e scrittore nel tempo libero. I racconti possiedono una pluralità di livelli di lettura e una profondità di pensiero dirompente nonostante sia celata dietro lo schermo delle invenzioni fantastiche. Per queste loro caratteristiche le due raccolte di racconti che Calvino definì “fantabiologici”,  Storie naturali e  Vizio di forma presentano diversi spunti di riflessione e approfondimento.

Deborah Mega

 

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Epistole d’Autore 4

17 lunedì Giu 2019

Posted by Deborah Mega in Epistole d'Autore

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Diego Rivera, Frida Kahlo

In un mondo digitale come il nostro ricevere una lettera cartacea è ormai una forma d’espressione d’altri tempi, un evento più unico che raro. La telematica e la capillarità della rete telefonica che consentono la trasmissione a distanza delle informazioni in tempo reale hanno reso immediata e veloce la comunicazione interpersonale. Sono lontani i tempi in cui, quando si scriveva una lettera, occorreva avere la pazienza di aspettare che arrivasse a destinazione e che giungesse la risposta. Eppure quell’attesa amplificava le emozioni, lasciava presagire la risposta, fortificava e rinvigoriva i sentimenti. Amore, affetto, amicizia, gioia, dolore, risentimento, dispiacere, follia sono i sentimenti veicolati dalle lettere, capaci di scuotere l’animo di chi scrive e di chi legge. La lettura di Epistole d’autore fornisce un ritratto insolito e inedito, per frammenti e dettagli, di uomini e donne celebri, svela segreti, rende più umani e veri i grandi del passato.

Frida Kahlo a Diego Rivera

 

Frida Kahlo, la nota pittrice messicana, è conosciuta per le sue opere d’arte e per la sua stravagante personalità. Non tutti però sono a conoscenza del suo immenso amore per l’artista messicano Diego Rivera, con il quale trascorse quasi tutta la vita. Si trattò di una relazione difficile e tormentata, che si può ricostruire grazie alle lettere d’amore raccolte ne Il diario di Frida Kahlo. Un autoritratto intimo. Il loro rapporto intenso e tormentato è uno dei più celebri della storia dell’arte e di tutto il Novecento.  L’artista messicana conobbe Diego Rivera nel 1927, egli divenne dapprima il suo mentore e, successivamente, l’amore di tutta una vita. Malgrado l’opposizione di sua madre a questa relazione, Frida sposò ugualmente Diego Rivera due anni dopo, nel 1929. Continua a leggere →

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PUNTI DI VISTA 15: Guernica

10 lunedì Giu 2019

Posted by Deborah Mega in Appunti d'arte, ARTI, Punti di vista

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Deborah Mega, Guernica, Pablo Picasso

In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente. Oggi analizziamo Guernica di Pablo Picasso.

Il dipinto, di dimensioni 349 x 776 cm, si trova al  Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid. Grazie all’immediatezza del suo messaggio e all’efficacia del suo simbolismo, questo capolavoro del cubismo denuncia la guerra e l’orrore dei conflitti. Nel 1937 Picasso era già un artista affermato e famoso e ricevette dalla Repubblica Spagnola l’incarico di realizzare un’imponente opera murale che decorasse il padiglione della Spagna durante l’EXPO del 1937. In quel momento l’artista da tre anni viveva a Parigi, a Rue des Grands Augustins. Pablo accettò l’incarico ma i lavori per questa imponente pittura cominciarono molto a rilento perché il pittore non si sentiva ispirato. Il 26 aprile 1937 la piccola città spagnola di Guernica nella provincia di Biscaglia, venne bombardata senza pietà dalla Legione Condor, corpo volontario composto da elementi dell’armata aerea tedesca Luftwaffe e dall’Aviazione Legionaria fascista italiana. Il poeta Juan Larrea, amico di Pablo, lo andò a trovare per parlargli di questo evento: l’opera che stava realizzando per l’EXPO doveva assolutamente riguardare questo terribile atto di violenza. Guernica rappresentava un centro molto attivo della resistenza che stava combattendo per la proclamazione della Repubblica in Spagna. Al fianco dei repubblicani c’erano socialisti, comunisti, anarchici; dall’altra parte c’era Francisco Franco, il generale delle truppe nazionaliste. Al suo fianco intervennero i nazisti, i quali, il 26 aprile 1937, effettuarono un bombardamento a tappeto sulla città di Guernica. Quel giorno gli abitanti erano raccolti al centro del paese per il mercato. Le vittime furono tantissime. Al momento dell’attacco gran parte degli uomini di Guernica erano al fronte a combattere contro le truppe di Franco. In paese erano rimasti prevalentemente donne e bambini. Tutti furono massacrati. Da quando ebbe l’idea definitiva, Picasso impiegò poco più di un mese per completare il lavoro che venne esposto al padiglione spagnolo e finanziato dai repubblicani spagnoli impegnati nella guerra civile. La tela  dunque era il simbolo perfetto per dimostrare l’avversione al tema principale dell’Esposizione, la tecnologia bellica che aveva permesso la distruzione della città di Guernica. All’epoca il pubblico ebbe reazioni contrastanti. Nell’estate dello stesso anno il lavoro di Pablo Picasso venne ospitato a Londra poi in altre città inglesi e francesi. Guernica ebbe un successo straordinario e fu inviato negli USA per raccogliere dei fondi da destinare a tutte le vittime innocenti della guerra civile in Spagna. Il quadro di Guernica venne conservato al MoMA per un lasso di tempo su diretta richiesta di Pablo che voleva che la tela rimanesse al sicuro negli Stati Uniti e che non facesse ritorno in Spagna fino a che la democrazia non fosse stata nuovamente resa ufficiale. I continui spostamenti stavano danneggiando il quadro così si decise di lasciarlo in una sala del MoMA fino al 1981. Nel 1968 Francisco Franco manifestò pubblicamente il desiderio che l’opera tornasse in Spagna ma Picasso disse che avrebbe accettato il trasferimento soltanto se fosse stata ufficializzata la repubblica e le istituzioni democratiche. Nel 1973 Picasso morì e due anni dopo anche Francisco Franco. La Spagna divenne una monarchia costituzionale democratica. Guernica per la sua prima apparizione in pubblico fu collocata al Casón del Buen Retiro di Madrid poi al Museo del Prado per qualche anno, successivamente al Museo Reina Sofia di Madrid insieme a 20 bozze preparatorie dell’opera. Nel dipinto non c’è alcun esplicito riferimento al bombardamento effettuato sulla città spagnola, non ci sono aerei e bombe che distruggono tutto. Per esprimere al meglio il tema della guerra Pablo ha usato soltanto il bianco, il nero ed una scala di grigi così da rappresentare l’assenza di vita e la drammaticità. Come alcuni capolavori del passato, anche questa tela ha una struttura a tre parti. A sinistra c’è il toro e la donna che sorregge il figlio, al centro c’è il cavallo morente e la donna con la lampada, a destra la casa in fiamme e la donna che urla. Oltre ad essere divisibile in tre parti, i protagonisti sono organizzati in gruppi triangolari. ll primissimo dettaglio che salta all’occhio è sicuramente il toro con il corpo scuro e la testa bianca, simbolo della “brutalità e dell’oscurità”. Anche nella Minotauromachia, il toro viene assunto come protagonista dell’opera. Sotto il toro è ritratta una donna con in braccio un bambino morto, la donna sta stringendo il piccolo mentre rivolge il suo sguardo al cielo e lancia delle urla di rabbia e impotenza. I suoi occhi sono molto strani ed hanno la forma di lacrime. Il bambino non ha più le pupille proprio perché non è più in vita. Tra il toro ed il cavallo, all’altezza delle loro teste, si trova una colomba. Picasso non l’ha fatta di colore bianco ma l’ha resa con lo stesso tono dello sfondo. Le manca un’ala ed ha la testa rivolta verso l’alto con il becco aperto. Il significato di questo animale è molto semplice, di solito simboleggia la pace. Ma a questa manca un’ala proprio perché la pace è stata infranta. Nella parte bassa della tela c’è un combattente morto di cui vediamo solo testa e braccia. La sua mano sinistra non stringe nulla ma la destra reca una spada spezzata ed un fiore. La spada è il simbolo della guerra ed il fiore che sta sbocciando allude alla speranza che nasce alla fine del conflitto. Un altro elemento degno di nota è la lampadina al centro del quadro che allude al progresso della tecnologia e alla speranza e che assomiglia anche ad una pupilla all’interno di un grande occhio. Sembrerebbe anche che la lampada si trovi dentro a un sole. Al centro della composizione c’è un cavallo dalla forma strana: il suo corpo si trova a destra ma la sua testa è rivolta a sinistra ed è stato trafitto anche da una lancia. Il dolore è talmente forte che il cavallo ha la bocca spalancata e manifesta una lingua a punta (molto simile a quella della donna che piange la morte del proprio bambino). La testa ed il collo sono grigi, il petto ed una delle zampe sono di colore bianco, il resto del corpo invece è coperto da brevi pennellate. Alla destra del cavallo c’è un’altra donna che si sta inginocchiando alla ricerca di un riparo per curare le sue ferite. Sopra di lei c’è un’altra donna che sta cercando di illuminare la scena servendosi di una lampada ad olio. Alcuni studiosi pensano che lei possa simboleggiare la Repubblica Spagnola. Un altro dettaglio non meno importante è la casa in fiamme sulla destra e che rappresenta l’architettura che viene distrutta. Con il suo gesto pare quasi che stia implorando che il bombardamento si fermi da un momento all’altro. E per questo dettaglio, Picasso si è ispirato ad un altro capolavoro,  il 3 maggio 1808 di Francisco Goya. L’uomo al centro che sta per essere fucilato è nella stessa posizione della donna che cerca di scampare al bombardamento. Allude al fatto che l’umanità è stanca della guerra, alcuni pensano che questo personaggio che scappa con le mani verso il cielo potrebbe rappresentare la moglie dell’artista. Un altro dettaglio è molto importante: la freccia obliqua che si vede alla sinistra del cavallo, la cui traiettoria se la prolungassimo, giunge fino al bambino morto tra le braccia della madre. Esiste una versione di quest’opera nella sala del Consiglio di Sicurezza dell’ONU proprio perché da sempre l’ONU è impegnata nella ricerca e nel mantenimento della pace.

Deborah Mega

 

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“Anna Maria Ortese, la scrittrice errante” di Anna Maria Bonfiglio

05 mercoledì Giu 2019

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA

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Anna Maria Bonfiglio, Anna Maria Ortese

Il primo libro di Anna Maria Ortese che acquistai fu Il porto di Toledo, nel lontano 1975. Era una scrittrice a me sconosciuta ma mi affascinò quel titolo, Toledo era sì il nome di una città spagnola, ma era stato anche il nome di una via di Palermo al tempo della dominazione ispanica in Sicilia e forse, inconsciamente, questo mi aveva suggestionato. Purtroppo però la sua lettura mi lasciò spiazzata: lo trovai un libro ostico, una scrittura che era prosa ma anche poesia, diario, autobiografia; una narrazione visionaria o, come la stessa autrice la definiva, irreale. Confesso che, dopo un paio di tentativi, interruppi la lettura e collocai il volume nella mia libreria, dimenticandomene. Fu una trasmissione televisiva in cui si parlava dell’Ortese che mi risvegliò la voglia di riaccostarmi alla scrittura ortesiana, ma, ahimé, del Porto di Toledo non trovai più alcuna traccia nella mia biblioteca e ripiegai su altri due famosi libri, Il mare non bagna Napoli e L’Infanta sepolta, questa volta lasciandomi totalmente sedurre dall’opera e dalla vita di questa importante e problematica scrittrice.

Anna Maria Ortese nasce a Roma il 13 giugno del 1914 da Oreste, siciliano di nascita ma di origine catalana, e Beatrice Vaccà, nata a Napoli ma discendente da una famiglia di scultori della Lunigiana. Ha una sorella e cinque fratelli di cui uno suo gemello. Nel 1915, a causa della chiamata al fronte del padre, la famiglia lascia la capitale e si trasferisce prima in Puglia e poi in Campania, a Portici; nel 1919, alla fine della guerra, il ricostituito nucleo familiare si trasferisce a Potenza, dove Oreste ha un incarico governativo, e dove risiederà fino al 1924. Qui Anna Maria frequenta le prime classi elementari che interrompe a causa della decisione del padre di trasferirsi in Libia, allora colonia italiana. Il periodo della permanenza in Africa s’incide nella memoria della scrittrice che lo ricorderà come un tempo in cui ‘essere dentro la natura’ ma anche come ‘inferno’ vissuto in una ‘casa di pietra senza porte e finestre, col tetto metà coperto e metà no, dove dal pavimento sbucavano scorpioni, topi e scarafaggi’. Nel 1928 gli Ortese ritornano in Italia, stabilendosi a Napoli, dove la giovane Anna Maria frequenta per un breve periodo una scuola ad indirizzo commerciale, senza però completare il ciclo di studi. Questi della permanenza napoletana sono per la giovane gli anni in cui si delinea in maniera decisiva la strada della scrittura, primariamente in poesia. La morte in guerra del fratello Emanuele ispira alla giovane Ortese la poesia Manuele, pubblicata su L’Italia letteraria e confluita poi nella raccolta Il mio paese è la notte, che raggruppa le poesie scritte tra il 1930 e il 1980,  ma che viene pubblicata nel 1996. I primi racconti apparsi su L’Italia letteraria non suscitano alcun interesse  in seno alla famiglia e Anna Maria chiede a Bontempelli, allora direttore del giornale, di pubblicarli con lo pseudonimo di Franca Nicosi; tutti i racconti escono in seguito in raccolta col titolo Angelici dolori e con una nota editoriale dello stesso scrittore che così si esprime: “In questi racconti – che tutti insieme fan romanzo e poema lirico – una semplificazione spietata degli argomenti e degli atti dà lume di miracolo alle persone e cose più comuni della vita”. La scrittura di Ortese spiazza la critica militante e viene liquidata come ‘influenzata dal realismo magico’ di natura bontempelliana. L’amicizia con Paola Masino, compagna di Bontempelli, dà modo all’Ortese di approdare al Gazzetino di Venezia, città dove va a vivere, prima ospite dell’amica Paola e in seguito in una propria abitazione. Da Venezia si sposta a Trieste e quindi a Firenze, poi a Napoli, Roma, Bologna, trasferimenti in gran parte per lavoro, ma nella realtà la scrittrice non risiederà mai a lungo nello stesso posto, sia per la necessità di lavorare e trovare una stabilità economica, sia per una sorta di nevrosi da peregrinazione ereditata dal padre. Di tutti i luoghi in cui risiede durante la sua vita, e sono molti, Napoli è la città che maggiormente segna, nel bene e nel male, la sua opera. Città amata e vituperata, vissuta e ripudiata, ma profondamente radicata nella sua memoria. La vita e l’opera di Anna Maria Ortese si mescolano, confluiscono in una scrittura visionaria, lirica, irreale, radicata nella complessità delle vicende vissute e traslitterate attraverso un codice che non si apparenta a nessun’altra scrittura. Eppure il suo percorso letterario è complicato e la sua opera viene messa in discussione e riconosciuta tardivamente. Dopo la pubblicazione di Angelici dolori, nel 1953 esce Il mare non bagna Napoli, libro difficile da classificare nella nomenclatura dei generi letterari, costruito su personaggi e ricordi, amore e rabbia, presa di coscienza di una sconfitta ideologica che s’intreccia alla miseria del popolo. Di Napoli Ortese mette in scena il degrado, l’amara condizione dei sopravvissuti alla guerra, la disillusione di quegli intellettuali che avevano creduto nello scarto verso una politica di sinistra e che alla fine si erano assuefatti a ruoli convenzionali. Lo sguardo della scrittrice è impietoso e gli scrittori napoletani non riescono a perdonarglielo. E’ un ferita che s’inciderà nella sua esistenza e che l’allontanerà per sempre dalla città amata. Il libro è costituito da cinque racconti, l’ultimo dei quali è a sua volta suddiviso in sei capitoli. I primi due, Un paio di occhiali e Interno familiare, raccontano le storie di due famiglie diversamente collocate nella scala sociale: la prima appartiene al ceto più umile e povero, vive al limite della sopravvivenza e perciò nell’impossibilità di provvedere all’acquisto di un paio di occhiali per la figlia Eugenia, quasi cieca. Ortese entra nel basso dove vive la famiglia e ne esplora la geografia fisica e morale con sguardo meticoloso, trascrivendone fedelmente il linguaggio popolare e prendendo le distanze da un facile pietismo. Qui Napoli è vista nella sua veste più miserevole, non vi è amore né solidarietà fra le famiglie dei bassi, né nella famiglia di Eugenia, al massimo qualche gesto di carità. Ed è grazie a quella della zia Nunzia che la bambina ottiene infine quegli occhiali che le consentiranno di vedere l’azzurro del cielo della città. Ma attraverso le lenti lo sguardo dell’infelice Eugenia scopre la squallida realtà che la sua debole vista le aveva nascosto e il miracolo che aspettava svanisce come al risveglio di un sogno. Lo stile crudo e distaccato della scrittura di Ortese, occhio inesorabile che affonda fino al midollo dei fatti, supera in questo racconto la cifra verista pur ricordandone la lezione. Il secondo racconto, Interno familiare, mantiene lo stesso registro narrativo ma questa volta la condizione sociale cui appartiene il nucleo domestico è la piccola borghesia e la protagonista, Anastasia Finizio, una matura donna nubile che con il suo lavoro mantiene tutta la numerosa famiglia. Nell’apatia di una vita monotona e senza alcuna speranza di un ‘bene personale’, Anastasia, fredda e indifferente allo scorrere della vita, intravede improvvisamente uno squarcio di luce nel ritorno di un uomo che un tempo le è stato caro. Tutto le appare, allora, come illuminato da una luce che non aveva mai notato, per qualche ora vede la propria vita mutata, allegrata da un affetto maschile, proiettata in una dimensione in cui sarà la protagonista e non più il pilastro sul quale si regge la sua famiglia. Ma è la visione di un momento, quasi un’allucinazione, e la realtà torna a ricollocarla nella casella a cui è destinata. Ortese traccia una figura di donna vinta, incapace di affrancarsi dai doveri verso una famiglia che la tiene sotto scacco e rassegnata a vivere nel suo ristretto cerchio. Tutti i racconti de Il mare non bagna Napoli svelano di una città e dei suoi abitanti la parte più oscura e miserevole, il degrado fisico e morale, la povertà e i residui della distruzione bellica. Così Oro a Forcella e, ancor più, La città involontaria, un reportage sui caseggiati dei primi sobborghi postbellici, detti Granili, costruiti per accogliere i senzatetto sopravvissuti alla guerra. Costruzioni di infima fattura, abitati da quella parte di popolo che si fatica a credere reale, non persone ma ‘larve di una vita in cui esistettero il vento e il sole di cui non serbano quasi ricordo’. E nella visita a codesta realtà inimmaginabile l’autrice viene in contatto con un’umanità fuori da ogni collocazione, una folla di personaggi, uomini, donne, bambini, stretti in ambienti umidi e bui, fra sporcizia e insetti, come in una corte dei miracoli. Una Napoli fuori da ogni immaginazione, restituita al lettore priva di quell’alone di luce e chiasso che ne costituisce il fascino mediterraneo; una scrittura asettica, da cronaca, ne effettua una specie di autopsia che ne attesti la morte. Ma la parte del libro che suscita l’imbarazzo e la collera degli scrittori amici dell’Ortese è quella del racconto finale, Il silenzio della ragione. Negli anni della sua permanenza a Napoli, fra il 1945 e il 1950, Anna Maria Ortese frequenta con regolarità i redattori della rivista Sud, un gruppo di intellettuali, fra cui Luigi Compagnone, Domenico Rea, Raffaele La Capria, Michele Prisco e Pasquale Prunas, quest’ultimo fondatore e direttore di Sud, progressisti della sinistra che mirano alla sprovincializzazione della cultura meridionalista pubblicando autori delle avanguardie e testi di poeti e scrittori stranieri. Ortese, che collabora con alcuni settimanali nazionali, riceve l’incarico di scrivere un articolo su alcuni di questi nuovi scrittori, che in forma di racconto confluirà in seguito ne Il mare non bagna Napoli. Il libro ottiene il Premio Viareggio, ma suscita rabbia e risentimento negli autori passati sotto le forche caudine della cruda prosa ortesiana e allo stesso tempo procura alla scrittrice il sincero rammarico di averli ‘traditi’. In una intervista rilasciata alcuni anni dopo, Ortese dichiara apertamente di esserne pentita: “Gli amici che si dispiacquero avevano ragione. (…) Era stato Elio Vittorini a indurmi a citarli con nome e cognome nel capitolo più lungo del libro, dedicato agli intellettuali e intitolato Il silenzio della ragione. La richiesta era ragionevole: senza nomi, quel mio ricordo perdeva senso. Ma a quelle pagine ripenso con un senso di colpa.” Fra le innumerevoli opere di Anna Maria Ortese Il mare non bagna Napoli è un unicum: un libro di prosa che non è un romanzo, non è una serie di racconti né un reportage giornalistico; un testo che in un certo senso si potrebbe definire ‘neorealista’ per lo scenario di una città e di un popolo depauperati dalla guerra e per la dura visione di miseria morale e di degrado che avvolge Napoli e la sua gente.

La vita di Anna Maria Ortese è un percorso di erranza, di casa in casa, di editore in editore, sempre scontenta, in continuo affanno per la scarsezza di soldi, salvo poi perdere l’assegno del premio Strega; all’amico che lo ritrova e glielo riconsegna dice: “Cosa vuole, Righi, questa è solo segatura. In realtà i soldi non valgono niente. Polvere, sono solo polvere”. Tormentata da una forma di autolesionismo per quello che dice di essere: ingenua, illetterata, scartata dall’entourage intellettuale coevo, in guerra con il mondo da cui si sente respinta, in realtà pubblica con editori come Einaudi, ha frequentazioni con Vittorini e Calvino, con i clan letterari e con la grande editoria italiana. “Vorrei scrivere soltanto cose dolcissime, ma ho dovuto difendermi, e ora la mia penna è aspra, risentita”, scrive in una lettera. I suoi romanzi, invasi di sguardi e atmosfere emozionali, intessuti di misteri piuttosto che di trame, sprigionano sensazioni di vertigine per la visionarietà di cui sono intrisi, risultando talvolta enigmatici e di difficile lettura. La sua scrittura è stata riconosciuta come vocata alla “rêverie”, quello stato sognante che precede la coscienza della realtà e ne onirizza i dati, traducendoli in simboli e metafore. Onirica e straniante si presenta ad Aleardo, giunto nell’isola di Ocaňa, Estrellita, la donna-iguana, “bestiola verdissima e alta quanto un bambino, dall’apparente aspetto di una lucertola gigante, ma vestita da donna, con una sottanina scura, un corsetto bianco, palesemente lacero e antico, e un grembialetto fatto di vari colori”. Tra realtà e fantasticherie si consuma l’amore di Aleardo per l’Iguana, prigioniera a sua volta del sentimento che la lega al suo padrone e che infine la distrugge. Il racconto, fra storia e favola, si fa allegoria per dirci come ogni rapporto di forza finisca per uccidere la dignità e l’amore e come l’inseguimento della felicità conduca all’esilio morale. Agli antipodi di quella raccontata ne Il mare non bagna Napoli, è la Napoli che vive nella fabula Il cardillo addolorato. Una città del tardo Settecento, teatrale, immersa nel sogno barocco, con i suoi colori mediterranei e la sua spettacolarizzazione, dove si aggirano fantasmi e folletti. Qui giungono tre viaggiatori del Nord Europa per far visita ad un celebre guantaio e qui conoscono la di lui figlia Elmina, giovane bellissima e muta ‘come pietra’, filo rosso di tutta la narrazione, alla quale viene contestata la brutale morte del cardellino di casa, ucciso e dato in pasto al gatto. Elmina e la sua vittima diventano, allora, le entità metafisiche del racconto, incarnate di volta in volta in Folletti, Streghe, Principi e fantasmi di varie fattezze, in una vertigine polisemica che accumula significati e interpretazioni. Il canto dolce e accorato del cardillo risuona nel romanzo con toni di lamento, risveglia i ‘misteri dolorosi’, quelli umani e quelli della natura, è la voce che chiede di essere ascoltata e chi la sente è colto dalla languida consapevolezza che il Bene può essere raggiunto. Ortese ha da tempo focalizzato la sua attenzione verso quelle che lei stessa definisce ‘piccole persone’, cerchio nel quale iscrive i deboli, i poveri, i perseguitati, gli animali; ne scrive sui giornali ma non sempre raccoglie consensi. Con L’Iguana, Il cardillo addolorato e Alonso e i visionari compone una trilogia che evoca un nuovo eden dove gli animali antropomorfizzati hanno il compito di trovare la Bellezza nascosta nella  brutale realtà e riscattarne il valore.

Anna Maria Ortese muore il 9 marzo del 1998, dopo un breve ricovero in ospedale. I suoi ultimi anni, dopo la morte della sorella, li trascorre appartata, dividendosi tra la casa di Rapallo, che è riuscita ad acquistare con l’assegno Bacchelli ottenuto per interessamento di Lalla Romano e Dario Bellezza, e un albergo per anziani a Milano. Dopo la sua morte sono state trovate miriadi di scritti, appunti, minute e carteggi, parte di questo materiale è stato preso in cura da Angela Borghesi ed è stato pubblicato da Adelphi con il titolo Le piccole persone. Il volume raccoglie alcuni suoi pezzi giornalistici, pubblicati ma mai raccolti, ed altri testi inediti, che convergono sull’impegno ecologico-ambientale e animalista della scrittrice.

Anna Maria Bonfiglio

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Il colombre

28 martedì Mag 2019

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Racconti

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Dino Buzzati, Il colombre

La produzione di Dino Buzzati spazia dal teatro al libretto d’opera, dalla poesia al fumetto, dal romanzo al racconto. Il colombre è uno dei racconti più celebri e significativi di Buzzati, pubblicato nel 1966, ha per protagonista Stefano Roi, figlio di un capitano di mare e desideroso di intraprendere la stessa carriera del padre. Un giorno, andando per mare, il ragazzo scorge il colombre, un animale astuto, misterioso e temuto dai marinai che può essere visto solo dalla vittima che la creatura ha scelto e che sarà perseguitata tutta la vita.

 

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by Darknesss

Quando Stefano Roi compì i dodici anni, chiese in regalo a suo padre, capitano di mare e padrone di un bel veliero, che lo portasse con sé a bordo. “Quando sarò grande” disse “voglio andar per mare come te. E comanderò delle navi ancora più belle e grandi della tua.” “Che Dio ti benedica, figliolo” rispose il padre. E siccome proprio quel giorno il suo bastimento doveva partire, portò il ragazzo con sé. Era una giornata splendida di sole; e il mare tranquillo. Stefano, che non era mai stato sulla nave, girava felice in coperta, ammirando le complicate manovre delle vele. E chiedeva di questo e di quello ai marinai che, sorridendo, gli davano tutte le spiegazioni. Come fu giunto a poppa, il ragazzo si fermò, incuriosito, a osservare una cosa che spuntava a intermittenza in superficie, a distanza di due-trecento metri, in corrispondenza della scia della nave. Benché il bastimento già volasse, portato da un magnifico vento al giardinetto, quella cosa manteneva sempre la distanza. E, sebbene egli non ne comprendesse la natura, aveva qualcosa di indefinibile, che lo attraeva intensamente. Il padre, non vedendo Stefano più in giro, dopo averlo chiamato a gran voce invano, scese dalla plancia e andò a cercarlo. “Stefano, che cosa fai lì impalato?” gli chiese scorgendolo infine a poppa, in piedi, che fissava le onde. “Papà, vieni qui a vedere.” Il padre venne e guardò anche lui, nella direzione indicata dal ragazzo, ma non riuscì a vedere niente. “C’è una cosa scura che spunta ogni tanto dalla scia” disse “e che ci viene dietro.” “Nonostante i miei quarant’anni” disse il padre “credo di avere ancora una vista buona. Ma non vedo assolutamente niente.” Poiché il figlio insisteva, andò a prendere il cannocchiale e scrutò la superficie del mare, in corrispondenza della scia. Stefano lo vide impallidire. “Cos’è? Perché fai quella faccia?” “Oh, non ti avessi ascoltato” esclamò il capitano. “Io adesso temo per te. Quella cosa che tu vedi spuntare dalle acque e che ci segue, non è una cosa. Quello è un colombre. È il pesce che i marinai sopra tutti temono, in ogni mare del mondo. È uno squalo tremendo e misterioso, più astuto dell’uomo. Per motivi che forse nessuno saprà mai, sceglie la sua vittima e, quando l’ha scelta la insegue per anni e anni, per una intera vita, finché è riuscito a divorarla. E lo strano è questo: che nessuno riesce a scorgerlo se non la vittima stessa e le persone del suo stesso sangue.” “Non è una favola?” “No. Io non l’avevo mai visto. Ma dalle descrizioni che ho sentito fare tante volte, l’ho subito riconosciuto. Quel muso da bisonte, quella bocca che continuamente si apre e chiude, quei denti terribili. Stefano, non c’è dubbio, purtroppo, il colombre ha scelto te e fin che tu andrai per mare non ti darà pace. Ascoltami: ora noi torniamo subito a terra, tu sbarcherai e non ti staccherai mai più dalla riva, per nessuna ragione al mondo. Me lo devi promettere. Il mestiere del mare non è per te, figliolo. Devi rassegnarti. Del resto, anche a terra potrai fare fortuna.” Ciò detto, fece immediatamente invertire la rotta, rientrò in porto e, col pretesto di un improvviso malessere, sbarcò il figliolo. Quindi ripartì senza di lui. Profondamente turbato, il ragazzo restò sulla riva finché l’ultimo picco dell’alberatura sprofondò dietro l’orizzonte. Di là dal molo che chiudeva il porto, il mare restò completamente deserto. Ma, aguzzando gli sguardi, Stefano riuscì a scorgere un puntino nero che affiorava a intermittenza dalle acque: il “suo” colombre, che incrociava lentamente su e giù, ostinato ad aspettarlo. Da allora il ragazzo con ogni espediente fu distolto dal desiderio del mare. Il padre lo mandò a studiare in una città dell’interno, lontana centinaia di chilometri. E per qualche tempo, distratto dal nuovo ambiente, Stefano non pensò più al mostro marino. Tuttavia, per le vacanze estive, tornò a casa e per prima cosa, appena ebbe un minuto libero, si affrettò a raggiungere l’estremità del molo, per una specie di controllo, benché in fondo lo ritenesse superfluo. Dopo tanto tempo, il colombre, ammesso anche che tutta la storia narratagli dal padre fosse vera, aveva certo rinunciato all’assedio. Ma Stefano rimase là, attonito, col cuore che gli batteva. A distanza di due-trecento metri dal molo, nell’aperto mare, il sinistro pesce andava su e giù, lentamente, ogni tanto sollevando il muso dall’acqua e volgendolo a terra, quasi con ansia guardasse se Stefano Roi finalmente veniva. Così, l’idea di quella creatura nemica che lo aspettava giorno e notte divenne per Stefano una segreta ossessione. E anche nella lontana città gli capitava di svegliarsi in piena notte con inquietudine. Egli era al sicuro, sì, centinaia di chilometri lo separavano dal colombre. Eppure egli sapeva che, di là dalle montagne, di là dai boschi, di là dalle pianure, lo squalo era ad aspettarlo. E, si fosse egli trasferito pure nel più remoto continente, ancora il colombre si sarebbe appostato nello specchio di mare più vicino, con l’inesorabile ostinazione che hanno gli strumenti del fato. Stefano, ch’era un ragazzo serio e volonteroso, continuò con profitto gli studi e, appena fu uomo, trovò un impiego dignitoso e remunerativo in un emporio di quella città. Intanto il padre venne a morire per malattia, il suo magnifico veliero fu dalla vedova venduto e il figlio si trovò ad essere erede di una discreta fortuna. Il lavoro, le amicizie, gli svaghi, i primi amori: Stefano si era ormai fatto la sua vita, ciononostante il pensiero del colombre lo assillava come un funesto e insieme affascinante miraggio; e, passando i giorni, anziché svanire, sembrava farsi più insistente. Grandi sono le soddisfazioni di una vita laboriosa, agiata e tranquilla, ma ancora più grande è l’attrazione dell’abisso. Aveva appena ventidue anni Stefano, quando, salutati gli amici della città e licenziatosi dall’impiego, tornò alla città natale e comunicò alla mamma la ferma intenzione di seguire il mestiere paterno. La donna, a cui Stefano non aveva mai fatto parola del misterioso squalo, accolse con gioia la sua decisione. L’avere il figlio abbandonato il mare per la città le era sempre sembrato, in cuor suo, un tradimento alle tradizioni di famiglia. E Stefano cominciò a navigare, dando prova di qualità marinare, di resistenza alle fatiche, di animo intrepido. Navigava, navigava, e sulla scia del suo bastimento, di giorno e di notte, con la bonaccia e con la tempesta, arrancava il colombre. Egli sapeva che quella era la sua maledizione e la sua condanna, ma proprio per questo, forse, non trovava la forza di staccarsene. E nessuno a bordo scorgeva il mostro, tranne lui. “Non vedete niente da quella parte?” Chiedeva di quando in quando ai compagni, indicando la scia. “No, noi non vediamo proprio niente, perché?” “Non so. Mi pareva…” “Non avrai mica visto per caso un colombre” facevano quelli, ridendo e toccando ferro. “Perché ridete? Perché toccate ferro?” “Perché il colombre è una bestia che non perdona. E se si mettesse a seguire questa nave, vorrebbe dire che uno di noi è perduto.” Ma Stefano non mollava. La ininterrotta minaccia che lo incalzava pareva anzi moltiplicare la sua volontà, la sua passione per il mare, il suo ardimento nelle ore di lotta e di pericolo. Con la piccola sostanza lasciatagli dal padre, come egli si sentì padrone del mestiere, acquistò con un socio un piccolo piroscafo da carico, quindi ne divenne il solo proprietario e, grazie a una serie di fortunate spedizioni, poté in seguito acquistare un mercantile sul serio, avviandosi a traguardi sempre più ambiziosi. Ma i successi, e i milioni, non servivano a togliergli dall’animo quel continuo assillo; né mai, d’altra parte, egli fu tentato di vendere la nave e di ritirarsi a terra per intraprendere diverse imprese. Navigare, navigare era il suo unico pensiero. Non appena, dopo lunghi tragitti, metteva piede a terra in qualche porto, subito lo pungeva l’impazienza di ripartire. Sapeva che fuori c’era il colombre ad aspettarlo, e che il colombre era sinonimo di rovina. Niente. Un indomabile impulso lo traeva senza requie, da un oceano all’altro. Finché, all’improvviso, Stefano un giorno si accorse di essere diventato vecchio, vecchissimo; e nessuno intorno a lui sapeva spiegarsi perché, ricco com’era, non lasciasse finalmente la dannata vita del mare. Vecchio, e amaramente infelice, perché l’intera esistenza sua era stata spesa in quella specie di pazzesca fuga attraverso i mari, per sfuggire al nemico. Ma più grande che le gioie di una vita agiata e tranquilla era stata per lui sempre la tentazione dell’abisso. E una sera, mentre la sua magnifica nave era ancorata al largo del porto dove era nato, si sentì prossimo a morire. Allora chiamò il secondo ufficiale, di cui aveva grande fiducia, e gli ingiunse di non opporsi a ciò che egli stava per fare. L’altro, sull’onore, promise. Avuta questa assicurazione, Stefano, al secondo ufficiale che lo ascoltava sgomento, rivelò la storia del colombre, che aveva continuato a inseguirlo per quasi cinquant’anni, inutilmente. “Mi ha scortato da un capo all’altro del mondo” disse “con una fedeltà che neppure il più nobile amico avrebbe potuto dimostrare. Adesso io sto per morire. Anche lui, ormai, sarà terribilmente vecchio e stanco. Non posso tradirlo.” Ciò detto, prese commiato, fece calare in mare un barchino e vi salì, dopo essersi fatto dare un arpione. “Ora gli vado incontro” annunciò. “È giusto che non lo deluda. Ma lotterò, con le mie ultime forze.” A stanchi colpi di remi, si allontanò da bordo. Ufficiali e marinai lo videro scomparire laggiù, sul placido mare, avvolto nelle ombre della notte. C’era in cielo una falce di luna. Non dovette faticare molto. All’improvviso il muso orribile del colombre emerse di fianco alla barca. “Eccomi a te, finalmente” disse Stefano. “Adesso, a noi due!” E, raccogliendo le superstiti energie, alzò l’arpione per colpire. “Uh” mugolò con voce supplichevole il colombre “che lunga strada per trovarti. Anch’io sono distrutto dalla fatica. Quanto mi hai fatto nuotare. E tu fuggivi, fuggivi. E non hai mai capito niente.” “Perché?” fece Stefano, punto sul vivo. “Perché non ti ho inseguito attraverso il mondo per divorarti, come pensavi. Dal re del mare avevo avuto soltanto l’incarico di consegnarti questo.” E lo squalo trasse fuori la lingua, porgendo al vecchio capitano una piccola sfera fosforescente. Stefano la prese fra le dita e guardò. Era una perla di grandezza spropositata. E lui riconobbe la famosa Perla del Mare che dà, a chi la possiede, fortuna, potenza, amore e pace dell’animo. Ma era ormai troppo tardi. “Ahimè!” disse scuotendo tristemente il capo. “Come è tutto sbagliato. Io sono riuscito a dannare la mia esistenza: e ho rovinato la tua.” “Addio, pover’uomo” rispose il colombre. E sprofondò nelle acque nere per sempre. Due mesi dopo, spinto dalla risacca, un barchino approdò a una dirupata scogliera. Fu avvistato da alcuni pescatori che, incuriositi, si avvicinarono. Sul barchino, ancora seduto, stava un bianco scheletro: e fra le ossicine delle dita stringeva un piccolo sasso rotondo. Il colombre è un pesce di grandi dimensioni, spaventoso a vedersi, estremamente raro. A seconda dei mari, e delle genti che ne abitano le rive, viene anche chiamato kolomber, kahloubrha, kalonga, kalu-balu, chalung-gra. I naturalisti stranamente lo ignorano. Qualcuno perfino sostiene che non esiste.

 Dino Buzzati, Il colombre, Mondadori, Milano, 1966

Secondo la sua stessa testimonianza, il nome del mostro nacque nella fantasia di Dino Buzzati, dalla  frase How many kilometers? (“Quanti chilometri?), pronunciata da un conoscente americano. La parola piacque foneticamente a Buzzati e gli ispirò il mostro, capace di condizionare l’intera esistenza di Stefano. Il narratore onnisciente dapprima presenta al lettore la figura di Stefano Roi, poi quella dell’animale. Il colombre può essere visto soltanto dalla vittima e dai suoi familiari, solo Stefano e suo padre dunque si accorgono della sua presenza; il padre, preoccupato per il figlio, lo fa sbarcare e gli raccomanda di non lasciare mai la terraferma, mandandolo a studiare in una città dell’entroterra. Diversi anni più tardi, dopo la morte di suo padre, Stefano, ormai ventiduenne, torna  dalla madre dicendole di voler fare il marinaio. La madre, ignara della vicenda, acconsente felice. Stefano passa da una nave all’altra e il colombre lo segue per tutto il mondo. Ad un certo punto si rende conto di essere invecchiato e finalmente decide di  andare incontro al suo destino e di affrontare il colombre. Si fa calare in mare su una scialuppa con un arpione e in breve incontra il colombre. L’animale è enorme; quando Stefano sta per colpirlo questi lo ferma, dicendogli che il Re del Mare lo ha incaricato di dargli una perla in grado di esaudire ogni suo desiderio e di donargli fortuna, potenza, amore e pace dell’animo. Quel pesce leggendario lo aveva inseguito per tutta la vita non per ucciderlo, ma per regalargli la Perla del Mare. Il racconto si conclude con il ritrovamento della barca e del cadavere di Stefano che stringe un sassolino bianco nella mano ormai scheletrica. Nel racconto torna il tema dell’attesa già trattato ne Il Deserto dei Tartari: sia Stefano che il colombre, infatti, aspettano per tutta la loro vita il momento dell’incontro. Il protagonista rinuncia a condurre una vita agiata e tranquilla perché ossessionato dalla paura del colombre, trasmessagli dal padre. Invece di affrontare la creatura il protagonista ne diventa la vittima. L’insegnamento che se ne deduce è che dobbiamo affrontare le nostre paure per realizzare i nostri sogni, seguire dunque le nostre passioni perché ad un certo punto, senza che ce ne rendiamo conto, arriva il momento in cui quei sogni sono diventati rimpianti.

Deborah Mega

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Epistole d’Autore 3

20 lunedì Mag 2019

Posted by Deborah Mega in Epistole d'Autore

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Virginia e Leonard Woolf

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In un mondo digitale come il nostro ricevere una lettera cartacea è ormai una forma d’espressione d’altri tempi, un evento più unico che raro. La telematica e la capillarità della rete telefonica che consentono la trasmissione a distanza delle informazioni in tempo reale hanno reso immediata e veloce la comunicazione interpersonale. Sono lontani i tempi in cui, quando si scriveva una lettera, occorreva avere la pazienza di aspettare che arrivasse a destinazione e che giungesse la risposta. Eppure quell’attesa amplificava le emozioni, lasciava presagire la risposta, fortificava e rinvigoriva i sentimenti. Amore, affetto, amicizia, gioia, dolore, risentimento, dispiacere, follia sono i sentimenti veicolati dalle lettere, capaci di scuotere l’animo di chi scrive e di chi legge. La lettura di Epistole d’autore fornisce un ritratto insolito e inedito, per frammenti e dettagli, di uomini e donne celebri, svela segreti, rende più umani e veri i grandi del passato.

Virginia Woolf al marito Leonard

La scrittrice inglese Virginia Woolf, femminista convinta che lottava per la parità dei sessi, da sempre incline alla depressione, il 28 marzo del 1941all’età di 59 anni, decise di porre fine alla sua vita. Prima di lasciarsi annegare nelle acque del fiume Ouse vicino alla sua casa a Rodmell, nel Sussex, lasciò una commovente lettera di addio al marito Leonard da sempre vicino e amorevole dinanzi ad ogni crisi, si riempì le tasche di sassi mentre procedeva verso il fiume. Giunta nei pressi del corso d’acqua, abbandonò il bastone e camminò ancora, lasciandosi annegare nel fiume. Queste sono le sue ultime ore, ricostruite da Nadia Fusini, massima esperta woolfiana in Possiedo la mia anima, biografia edita qualche anno fa da Mondadori. “Per molti giorni Virginia non fu né viva né morta. Mancava. Era scomparsa. ‘Missing’ scrissero i giornali”, racconta la studiosa. Poi, il 18 aprile, un gruppo di giovani in gita sul fiume Ouse scorse qualcosa nell’acqua. A prima vista, sembrava un tronco. “Per gioco gli tirarono i sassi, volevano accostarlo a riva. Il ragazzo che entrò nell’acqua per prenderlo scoprì che era il corpo di una donna in pelliccia”, che indossava al polso un orologio fermo alle 11:45. Continua a leggere →

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