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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Deborah Mega

Insonnia

13 venerdì Ott 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Racconti

≈ 1 Commento

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Cesare Pavese, Feria d'agosto

Il protagonista di questo racconto, tratto dalla raccolta Feria d’agosto di Cesare Pavese è uno dei tanti giovani che nel secondo dopoguerra lasciarono la campagna perchè non si rassegnavano a condurre la vita di fatica e sacrificio dei loro padri e dei loro nonni.

Quando rientravo avanti l’alba sull’aia (rincasavo da feste, da discorsi, da avventure) sapevo che mio padre era là, sotto la macchia nera del noce, e stava immobile, da chi sa quanto tempo, guardando in mezzo agli alberi, dardeggiando gli occhi, sempre sul punto di uscire sotto le stelle. Io sbucavo dal prato e attraversavo l’aia (avrei potuto passare dal portico e non esser veduto), ma era meglio se capiva subito che non volevo nascondermi e quando il buio sarebbe diradato sapesse già ch’ero tornato da un pezzo. Il noce riempiva mezzo il cielo, ma un gran tratto dell’aia restava scoperto e biancheggiava: io passavo su quel bianco, e la notte era tanto serena che mi vedevo sotto i piedi la mia ombra. Attraversavo quel bianco senza guardare dalla parte del noce, perché se avessi guardato avrei dovuto fermarmi e mio padre mi avrebbe chiamato dicendo qualcosa e uscendo fuori. Mio padre non dormiva di notte perché era vecchio e gli pareva di perdere il tempo. Diceva che il tempo non passato sui beni è tutto sprecato. Nel cuore della notte scendeva dal letto (ci saliva che non era ancor buio), e cominciava a girare, entrava nella stalla vuota, raddrizzava un tridente, raccoglieva una paglia. Da quando le mie sorelle si erano sposate non ci restava che una vigna: due giornate di costa che lui di giorno zappava e di notte sorvegliava dall’aia. Un tempo (quand’eravamo bambini), già mezzo addormentati nel letto lo sentivamo toccare la corda nella stalla e spalancare la porticina che strideva raschiando. Allora quel rugghio ci pareva una minaccia, la voce vera di nostro padre, che insonne vegliava e nella notte esponeva la casa ai tremendi pericoli che un rumore improvviso può suscitare nel buio. Avremmo voluto che la porticina gli si richiudesse alle spalle, per sentirci più sicuri in fondo ai letti, dove il nostro cuore batteva. Eravamo sempre vissuti in quella casa dove un rumore voleva dire un estraneo. Adesso sbucavo sull’aia ridendo, e sapevo che mio padre mi aspettava sotto il noce. A volte mi accompagnava qualcuno fin sulla strada sotto la vigna: discorrevamo dell’ultima bottiglia, di quel che s’era fatto e si doveva fare.

– A domani, – dicevo.

– A domani, – e quell’altro si allontanava a passi lunghi, sotto le piante, anche lui verso casa. In tre passi salivo il sentiero e vedevo il gran noce e mi ritrovavo sull’aia di tutte le notti. Passavo senza fermarmi, davanti all’ombra di mio padre. Sentivo che mi guardava e voleva parlarmi. Non mi voltavo, arrivavo alla porta, e l’incontro era rimandato a un’altra volta. Di giorno mio padre aveva le sue idee e si sfogava con la mamma e gridava con me. C’erano sempre dei lavori inutili e bisognava farli per amore della pace: si legavano fascine e si vangava. Mio padre chiedeva non tanto che noi ci chinassimo a faticare, quanto che gli fossimo intorno e girassimo sull’aia a fargli credere che c’era lavoro per tutti. Da quando le mie sorelle si erano sposate e gli affittavano la vigna, a casa nostra era una morte, non si vedeva più nessuno, anche la stalla era vuota. Certi giorni mi annoiavo come quando ero ragazzo e nessuno veniva a giocare. Pigliavo nei campi bruscamente e dicevo che andavo in paese; andavo invece da mia sorella e le chiedevo di darmi un lavoro purchessia: non mi dava lavoro, ma di là passava sempre qualcuno e si discorreva a sazietà.

– Cos’avete fatto? – mi chiedeva a cena mio padre, e non bisognava rispondergli che avevamo chiacchierato, perché cominciava a gridare e a prendersela con la mamma che ci aveva messi al mondo così. Non con me. Venendo notte, non se la prendeva più con me, non osava affrontarmi. Era sempre sul punto di uscire dall’ombra, ma ogni volta io passavo, con la giacchetta sotto braccio, divagato e deciso, tendendo l’orecchio alle voci dei grilli, e nulla succedeva. Succedeva soltanto che, una volta entrato in casa, la mamma mi chiamava, con la sua voce soffocata, dal letto (neanche lei non dormiva più molto, alla sua età) e voleva sapere se mio padre era sempre sull’aia, sapere che cosa faceva, se aveva detto che rientrava. La tranquillavo borbottando, le dicevo che ero io e che faceva sereno. Rispondevo così spazientito, che sembravo mio padre. Era il mese di agosto e non c’era da pigliarsela se un vecchio non voleva dormire. La mamma a poco a poco taceva, ma neanch’io riuscivo a prender sonno (mi agitavano il vino e i discorsi della notte). Fuori c’era la campagna, c’eran le strade deserte, l’indomani col sole sarebbe stata un’altra cosa; ma intanto la smania di finirla, di prendere un treno, di andare in città e fare una vita più da uomo, non mi lasciava dormire. Anche mio padre era scappato giovanotto, e lui se n’era andato a piedi perché ai suoi tempi non c’era ancora la ferrovia. Ma dopo un anno era tornato. Io non volevo tornare mai più. La notte della Madonna rincasai ch’era mattino, e una volta tanto il sentiero del prato mi parve diverso dal solito. Mio padre uscì dalla stalla mentre facevo colazione sulla porta.

– Com’è andata la festa? –.

– Ho trovato il Nanni, – dissi masticando, – Abbiamo parlato –.

– Che cosa può dire quel vagabondo…

– Niente. Mi prende insieme a lavorare quando voglio –.

Mio padre si fermò irresoluto; aveva in mano una cavezza e la posò sulla finestra. Ancora un anno prima me l’avrebbe appioppata sulla schiena. Ma adesso era inutile, e si voltò verso la stalla di dove usciva la mamma passandosi una mano sugli occhi. Io lasciai che gridassero e intanto guardavo l’ombra lunga del noce.

Cesare Pavese, Feria d’agosto, Einaudi, Torino 1971

***

Il racconto è condotto in prima persona dal protagonista, che rievoca episodi della propria giovinezza trascorsa in campagna sulle colline delle Langhe, in particolare quelli riferiti all’estate in cui maturò la decisione di lasciare la famiglia e di trasferirsi in città per lavorare e divenire completamente autonomo. Del narratore-protagonista non si conoscono le caratteristiche fisiche né la sua identità che però si delinea sempre di più nel corso del racconto. E’ evidente fin da subito il contrasto generazionale tra padre e figlio: da un lato l’anziano genitore che rappresenta una generazione il cui obiettivo è conservare i propri beni, Diceva che il tempo non passato sui beni è tutto sprecato, fino all’insonnia notturna; dall’altro il giovane, che teme la figura autoritaria del padre e sogna di fuggire dalla solitudine della sua casa in mezzo alla collina, di prendere un treno e di andare in città. Egli manifesta il suo disagio attraverso le notti insonni, trascorse a chiacchierare e a divertirsi, proprio per il bisogno di stare e interagire con gli altri. L’intero racconto è caratterizzato dal silenzio tra i due personaggi: il padre è come un’ombra nell’oscurità della notte che il figlio evita di incontrare,  Passavo senza fermarmi, davanti all’ombra di mio padre. Sentivo che mi guardava e voleva parlarmi. Non mi voltavo, arrivavo alla porta, e l’incontro era rimandato a un’altra volta. Nella sequenza finale, diversa dalle precedenti per la presenza di una precisa indicazione temporale, La notte della Madonna, per il passaggio dal tempo imperfetto al passato remoto e per l’andamento dialogico, si verifica l’incontro sempre rimandato tra padre e figlio. Il ragazzo, dopo essere rientrato tardi da una festa, comunica al padre la decisione di voler andare via dopo aver accettato un’offerta di lavoro. Al padre non resta altro che arrendersi alla decisione del figlio e sfogarsi, come è solito fare, con la moglie. Al contrasto padre-figlio corrisponde il contrasto città-campagna. I due luoghi si caricano di una forte valenza simbolica, tra la città, luogo d’evasione, e la campagna, luogo chiuso e solitario, in cui anche la comunicazione avviene con difficoltà.

Considerato un maestro del “neorealismo”, Pavese non solo descrisse la realtà del Piemonte appena uscito dalla guerra ma ritrasse anche i ricordi d’infanzia e la nostalgia per un mondo rurale incontaminato, basato sui ritmi della natura e su tradizioni arcaiche, che si stava rapidamente spopolando per effetto dell’inurbamento.

Deborah Mega

 

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Incipit 15: Il ritratto di Dorian Gray

09 lunedì Ott 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, Il ritratto di Dorian Gray, Oscar Wilde, romanzo psicologico

Articolo di James Joyce apparso sul “Piccolo della Sera” di Trieste (24 marzo 1909) e scritto in italiano dall’autore.

Oscar Fingal O’Flahertie Wills Wilde. Tali furono i titoli altisonanti ch’egli, con alterigia giovanile, volle far stampare sul frontespizio della sua prima raccolta di versi e con quel medesimo gesto altiero con cui credeva nobilitarsi scolpiva forse in modo simbolico, il segno delle sue pretese vane e la sorte che già l’attendeva. Il suo nome lo simboleggia: Oscar, nipote del re Fingal e figlio unigenito di Ossian nella amorfa odissea celtica, ucciso dolorosamente per mano del suo ospite mentre sedeva a mensa: O’Flahertie, truce tribù irlandese il cui destino era di assalire le porte di città medievali, ed il cui nome, incutendo terrore ai pacifici, si recita tuttora in calce all’antica litania dei santi fra le pesti, l’ira di Dio e lo spirito di fornicazione “dai feroci O’Flahertie, libera nos Domine”. Simile a quell’Oscar egli pure, nel fior degli anni, doveva incontrare la morte civile mentre sedeva a mensa coronato di finti pampini e discorrendo di Platone: simile a quella tribù selvatica doveva spezzare le lance della sua facondia paradossale contro la schiera delle convenzioni utili: ed udire, esule e disonorato, il coro dei giusti recitare il suo nome assieme a quello dello spirito immondo. Continua a leggere →

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Canto presente 24: Adriana Gloria Marigo

06 venerdì Ott 2017

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

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Adriana Gloria Marigo, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Adriana Gloria Marigo

Da  Un biancore lontano, LietoColle, 2009

 

*

Non è la luce distesa e

continua a darci conoscenza.

È l’intermittenza,

o l’ improvviso bagliore di altro

– luminoso – che schiarisce lo spazio

consueto, l’angolo remoto,

il varco dimenticato.

 

SPECCHI USTORI

Ci siamo donati specchi ustori.

 

Troveremo l’inclinazione perfetta,

il gradiente preciso, al fiammeggiare

sacro della luce che si spericola

capitombola dal colle entro le fronde

sopra un metallo di luna, forgiato

in fatica di fuoco.

 

Incendio senza cenere, transito divino

nel raggio che trasforma.

 

Da   L’essenziale curvatura del cielo, La Vita Felice, 2012

 

NEL LUOGO DEL TUO CUORE

 

Nel luogo del tuo cuore

incontrai il grumo incandescente

della tua corta follia

l’intollerabile calamità

del non esserti –

oggi che non riconosci la vela

io ti rivelo il vento

l’altezza della notte abbandonata

sulle rapide del giorno

nel duplice destino

di corolla e spina.

*

S’inclusero le tue parole

in una perla d’aria

 

– memoria tenue di universi –

 

mentre io sgranavo giorni

nei miei occhi di ninfa

mi feci vertigine d’ala

intesi l’ammanco originale

la tua nascita sotto un graffio di vento.

 

Da   Senza il mio nome, Campanotto Editore, 2015

 

*

Corifere le stelle

 

e a loro di luce rituale

dedita la luna

 

dalle sinopie del tempo alzammo

numero suono vocale

il barbaro colore primario

 

genio o follia

scorgemmo la faglia d’altro destino.

 

 

*

 

Perdimi, lasciami

ove più non s’intessono

fronda e nido –

indietro, alla morgana

 

mangia i semi di Persefone

dimentica la specie che sono

la cucitura eccellente

sulla veste di festa –

 

vivere ti è consentito

senza il mio nome.

 

Da   Astro immemore  (silloge inedita)

 

FRONTE OCCLUSO

(per giorni di pioggia)

 

Macerazioni in successione empirica

provano i cardini della roccia

l’irridente fragore del mare

che a me sodale frantuma

la chincaglieria del lago

 

finisterre occluso al largo.

 

*

 

Non fa cielo l’azzurro

che s’incaglia nel vetro

sposo di luce mattinale

 

manca l’aperto venetico

la trama fine d’aria che altrove

non arrischia il vago tinto.

 

 

 

 

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PUNTI DI VISTA 2: Danae

02 lunedì Ott 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti d'arte, ARTI, Il colore e le forme, Punti di vista

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Danae, Deborah Mega, Gustav Klimt

In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.

Oggi analizziamo Danae di Gustav Klimt.

Realizzato tra il 1907 e il 1908, è di piccole dimensioni (77 x 83 cm) e si trova a Vienna alla Galerie Würthle.

Il mito di Danae, figlia di Acrisio e madre di Perseo, che Zeus amò sotto forma di pioggia d’oro, è un tema trattato da diversi artisti: Correggio, Tiziano, Artemisia Gentileschi, Rembrandt, Rodin. Anche Klimt, uno dei fondatori della Secessione viennese, la scuola austriaca dell’Art Nouveau, l’ha utilizzato, in modo però molto originale: la rappresentazione coglie il momento del concepimento di Perseo. Il ricordo del mito e di qualsiasi elemento narrativo è quasi del tutto cancellato mentre compaiono nel quadro il motivo della fertilità, tipico dello Jugendstil e l’ossessione klimtiana di una sessualità esclusivamente femminile. Le forme, i colori e gli elementi curvilinei presenti, insieme agli elementi decorativi tratti dalla cultura bizantina, sono ulteriormente accentuati dalla cromaticità dell’oro, dalla pioggia d’oro che scivola nel corpo di Danae, rappresentata rannicchiata  in posizione fetale e avvolta in modo circolare, con forme tondeggianti che rimandano al tema della maternità e fertilità.

Il personaggio mitologico è trasportato ai nostri giorni per effetto di un velo orientaleggiante e di una calza di seta appesa alla caviglia.

La donna rappresenta un esempio di femminilità completamente autonoma e di desiderio solipsistico che si autosoddisfa.  Il viso reclinato e incorniciato dai lunghi capelli rossi, la bocca socchiusa e la contrazione della mano destra di Danae, sembrano descrivere il momento dell’estasi. La stessa nudità diventa elemento decorativo e così la borghesia e l’aristocrazia viennese accettarono questi  nudi perchè emergevano da sfondi colorati di oro e d’azzurro, trasmettendo l’impressione di una bellezza rigogliosa, di una ricchezza sconfinata, caratteristiche ricorrenti in tutte le opere di Klimt. L’ornamentazione del corpo e lo stile decorativo provocano distanza dall’osservatore; come in molte altre sue opere la dimensione onirica avvolge il personaggio e consente di rappresentare Danae dimentica di tutto e sprofondata nel suo mondo irreale, tanto da divenire icona del narcisismo femminile. L’elemento maschile, pure presente, appare cifrato e ridotto al simbolo astratto del rettangolo nero in basso a sinistra che fluisce tra la pioggia d’oro.

Deborah Mega

 

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RandoMusic 2: Wish You Were Here

25 lunedì Set 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti musicali, MUSICA, RandoMusic

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Deborah Mega, Pink Floyd, Wish You Were Here

L’aggettivo random usato nel linguaggio scientifico e tecnologico con il significato di casuale, privo di regolarità, senza un ordine preciso, ha fornito lo spunto per una nuova rubrica, questa volta musicale, che curerò due volte al mese di lunedì. Esistono  pezzi musicali a cui siamo particolarmente legati: alcuni sono diventati simbolo di una generazione, altri hanno generato e ispirato rivoluzioni e movimenti culturali riscrivendo regole, altri ancora sono divenuti strumenti di protesta riuscendo a smuovere coscienze. Li descriverò raccontando l’intreccio di musica e vita che li ha prodotti.

Continuiamo questo percorso con…

 

Wish You Were Here è tratto dall’album omonimo, nono album del gruppo progressive rock inglese Pink Floyd. Pubblicato nel 1975 dalla Harvest/EMI in Europa e dalla Columbia/Sony nel resto del mondo, fu ispirato dal materiale raccolto durante le varie esibizioni e registrato agli Abbey Road Studios di Londra. L’album fu acclamato dalla critica ed è posizionato al duecentoundicesimo posto della lista “The 500 Greatest Albums of All Time” pubblicata dalla rivista musicale Rolling Stone.   E’ il disco preferito anche dai componenti della band Richard Wright e David Gilmour. Continua a leggere →

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Incipit 14: La pelle

18 lunedì Set 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Curzio Malaparte, Deborah Mega, La pelle, romanzo neorealista

Erano i giorni della «peste» di Napoli. Ogni pomeriggio alle cinque, dopo mezz’ora di punching-ball e una doccia calda nella palestra della P.B.S., Peninsular Base Section, il Colonnello Jack Hamilton ed io scendevamo a piedi verso San Ferdinando, aprendoci il varco a gomitate nella folla che, dall’alba all’ora del coprifuoco, si accalcava tumultuando in via Toledo.
Eravamo puliti, lavati, ben nutriti, Jack ed io, in mezzo alla terribile folla napoletana squallida, sporca, affamata, vestita di stracci, che torme di soldati degli eserciti liberatori, composti di tutte le razze della terra, urtavano e ingiuriavano in tutte le lingue e in tutti i dialetti del mondo. L’onore di essere liberato per primo era toccato in sorte, fra tutti i popoli d’Europa, al popolo napoletano: e per festeggiare un così meritato premio, i miei poveri napoletani, dopo tre anni di fame, di epidemie, di feroci bombardamenti, avevano accettato di buona grazia, per carità di patria, l’agognata e invidiata gloria di recitare la parte di un popolo vinto, di cantare, di battere le mani, saltare di gioia tra le rovine delle loro case, sventolare bandiere straniere, fino al giorno innanzi nemiche, e gettar dalle finestre fiori sui vincitori.
Ma nonostante l’universale e sincero entusiasmo, non v’era un solo napoletano, in tutta Napoli, che si sentisse un vinto. Non saprei dire come questo strano sentimento fosse nato nell’animo del popolo.

[…]

Curzio Malaparte, La pelle, Aria d’Italia, 1949

L’incipit di oggi è tratto dal romanzo neorealista a sfondo autobiografico La pelle di Curzio Malaparte, pseudonimo di Kurt Erich Suckert (1898 – 1957), scrittore e giornalista italiano dallo stile  immaginifico. Continua a leggere →

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Canto presente 23: Rita Pacilio

15 venerdì Set 2017

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

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poesia contemporanea, Rita Pacilio

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Rita Pacilio

*

LA VOCE È UNA PIETRA NERA

Billie dormiva anche di giorno

l’alcool lascia segni sulle gote

nel baffo tirato senza grazia

– la riluttanza della fede fallace –

 

si sdraiava con il corpo senza-corpo

nella stanza infantile dell’allodola

a otto anni sul pavimento del night

ingoiava i suoni e le interferenze

 

si trattenevano i singhiozzi nella voce

alta e nera di seppia. L’eleganza possibile

pettinava le particelle scure della storia

per abbassarle nella parola intima

 

basta questo per possedere la vita

ripetuta nella continuazione del chorus

laborioso, improvvisato, meditato piano

quando il sole dilata il centro e il suo chiodo.

 

BILLIE HOLIDAY, detta Lady Day (1915 – 1959), è stata una cantante statunitense fra le più grandi di tutti i tempi nei generi Jazz e Blues. Infanzia travagliata e dolorosa, a soli quindici anni, iniziò la sua carriera di cantante nei club di Harlem. Il suo stile è connotato da una vena sofisticata e da un timbro espressivo discorsivo, quasi recitativo, flemmatico. Unica nella sua interpretazione melodica del chorus è considerata la regina dell’improvvisazione.

(tratta da Il suono per obbedienza, poesie sul jazz – Marco Saya Edizioni 2015)

*

Sono il ciottolo ripudiato dall’oceano

mentre la vanga scava fino ai cieli d’estate

dove resta immobile il seme infuriato.

Difficile dirti adesso le foglie sulla via

quando file di formiche sui bordi

spalancano voragini nel suolo raffreddato.

Non chiedono perdono né fanno lamento

le facce dei degenti

sotto giornali stesi come coperte al sole

perché Dio li ama fino al mattino.

 

(tratta da Gli imperfetti sono gente bizzarra – La Vita Felice, 2012)

*

Ho parlato al tuo corpo fraterno

conficcato nella pioggia che lava

sollevato ruggiti sfibrati

per pietrificarne i momenti.

 

In questa scorza ci sentiamo stretti

provoca dolore la bruna pupilla

lo so, tu sai scucire la terra

una grossa onda sul nostro campo.

 

Rinascere dal poco movimento

ogni istante si converte

la riga che non fa triangoli

un’immagine che resta al centro.

 

Così ti riparo dalle voci

e fisso il segno delle parole

qui ti lascio lamento malato

custode di ossa imporporate.

 

Non cambiare l’odore al soffitto.

 

(tratta da Gli imperfetti sono gente bizzarra – La Vita Felice, 2012)

*

Avrei voluto piangerti con gli occhi di una vecchia

con le dita scuoiate e spaventose

dipinte sul mio volto scavato

caduta, graffiata dai calcinacci di sguardi gonfi

rabbrividita nel ventre ossuto

cupa e rabbiosa come un astro nella notte,

invece facevo il rumore di un ramo, umido, sradicato

bianco di acero, troppo smilzo

che sperava di indossare le tagliole nel terreno

un segno triste, cammino della memoria di tibie e cosce.

Avrei voluto farti tornare indietro dalla bocca dei vermi

aprirti alla luce di te stesso

sperare di cambiare il fregio dopo la pioggia

togliere la ruggine alla melma appiccicosa

e partorirti senza mestruo.

Avrei voluto farti scivolare dal mondo all’età di ottant’anni

dopo quaranta estati ammainate nell’erba secca

cresciuta sulla tua barbapapà.

Adesso continua a muoversi l’oscurità sulla tua schiena.

 

(tratta da Quel grido raggrumato – La Vita Felice 2014)

*

Non devi restituirmi la difesa

appuntire collera tra me e te

riparare nelle mani a forma di cuore

tutti i pensieri belli e tristi

che raccontano beltà sbarazzine,

 

non devi sbattere porte per dimenticare

il mento alzato agli uomini che ho

baciato. Non maledire

le parole dei poeti che mi hanno

 

voluta in sposa e poi copiata.

Non devi perdonare i dubbi di Romeo

il suo Pater Nostro in ginocchio

bruciato nelle lettere perfette

 

mai spedite. Che fatica

aprire gli occhi e trovarsi attorcigliata

sembrare un tuono, lunga, un fiume stretto.

Vedersi seminata, vangata

un miscuglio di quesiti spalancati.

 

(tratta da Prima di andare – La Vita Felice 2016)

*

Capiterà a tutti di essere una boa

in mezzo al mare, una boa

dalla forma di pesce supino

dalla voce umana con braccia di violino

 

al posto delle branchie l’anima

spugna polposa e fili d’erba i capelli.

 

Si diventa così quando si va via

 

un nome senza nome

rimasto tra le palpebre e la mente

giovinezze disperse in un altro viaggio.

Quando anche le viscere svuoteranno

 

residui della traversata

resteranno bucce vuote

involucri rancidi, mezzi sorrisi,

il seno ormeggiato.

 

Questo siamo quando lasciamo

una casa, un fiore, chi abbiamo amato.

Capiterà a tutti di essere una boa

 

in mezzo al mare, pesci, uccelli dal ventre tremante.

 

(tratta da Prima di andare – La Vita Felice 2016)

*

La copia 

Non potrai mai essere come me
non hai gli occhi verdi di marzo
quel silenzio pacato, tiepido
la fine del mio amore per l’inverno.
Non potrai avere capelli bianchi
ho impiegato anni per tenere riccioli
i ricordi. Copiare ciò che sono io:
le scale in ginocchio, il coraggio,
preghiere urlate, pianto la morte
degli uccelli caduti dai rami.
Non sei madre degli alberi
e ai limoni tu non sei mancata.
Queste rughe le vedi? Non sono tue
ci vogliono secoli di scavo
per arrivare al calco di Pompei
un bacio segnato dalle dita
dove non porti il cerchio dell’anello.
L’atteggiamento sì, la copia falsa
quando il vestito compri uguale
al mio. La voce, il tono, passi lenti,
la risata. Non sarai il porto d’armi
chiuso nel cassetto, labbra amare
attaccate alla libertà, la bandiera
della paura. Quella no, s’impiglia
alla miseria del desiderio nefasto
consola lo sfondo delle ossa inclinate:
domandare alla guerra la fotografia.
Il petto disfatto la mia miscela.
(tratta da L’amore casomai – Racconti inediti)

*

Non invidiatemi
ho la pelle vecchia e stanca
ho i capelli bianchi, li vedete?
Non vedete le ossa distese
quanti muri alzano tra me
e il vento?
Non invidiatemi perché non ho
l’orizzonte della verità.
Passo nella cruna arrugginita
dove separo gli occhi dal ricordo.
Non dovete invidiarmi
qui la tempesta mi ustiona intera.

 

(tratta da L’amore casomai – Racconti inediti)

 

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PUNTI DI VISTA 1: Ritratto dei coniugi Arnolfini

11 lunedì Set 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti d'arte, ARTI, Il colore e le forme, Punti di vista

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Deborah Mega, Jan van Eyck, Ritratto dei coniugi Arnolfini

In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.

Oggi analizziamo il Ritratto dei coniugi Arnolfini del pittore Jan van Eyck, uno dei dipinti ad olio più famosi al mondo.

Realizzato nel 1434, di piccole dimensioni (82 x 60 cm), si trova alla National Gallery di Londra, nella stanza numero 56 con il numero d’inventario NG186. Il ritratto fu commissionato dal lucchese Giovanni Arnolfini, uno dei più facoltosi mercanti di Bruges, rappresentato con la moglie Giovanna Cenani, anch’essa figlia di un mercante di Lucca. I due sposi sono raffigurati in piedi, nella stanza nuziale, nell’atto di pronunciare il solenne giuramento di fedeltà matrimoniale e di scambiarsi la fede secondo l’uso canonico anteriore al Concilio di Trento. L’interno borghese e l’inconsueta ambientazione  in camera da letto sono rappresentati con cura per rendere meglio la caratterizzazione sociale dei personaggi e perché ogni elemento, il cane, il candeliere con una sola candela, lo specchio, gli zoccoli di legno, le arance, si riveste di significati simbolici come la fedeltà matrimoniale e la fertilità. La firma del pittore Johannes de eyck fuit hic posta sopra lo specchio, che lo riflette insieme all’altro testimone, garantisce l’avvenuto giuramento tra i coniugi.

La simmetria della composizione sembra accrescere la solenne austerità del momento, le due figure sono di una immobilità assorta, quasi in meditazione. Sono avvolte di luce ed emergono da uno spazio crepuscolare che accentua le tonalità calde dei colori e l’intimità dell’evento. Il gesto dell’uomo può essere interpretato come una benedizione, un saluto, un giuramento; la donna gli porge la mano destra, mentre appoggia la sinistra sul proprio ventre, con un gesto che sembrerebbe alludere ad una gravidanza futura, in realtà i coniugi non ebbero figli. Il dipinto è un repertorio di elementi tipici della pittura fiamminga: nel clima raccolto e domestico i due personaggi in posa per il pittore sono abbigliati in abiti d’apparato e illuminati dalla luce proveniente da un’alta finestra laterale. L’immagine di Arnolfini appare frutto di uno studio di carattere: il volto è scavato, il naso lungo e sottile, le narici dilatate, l’espressione è intensa e assorta. Il tentativo di interpretazione interiore del personaggio e la cura particolaristica hanno determinato la supposizione che possa trattarsi di un autoritratto. L’unico personaggio a fissare lo spettatore, a non riflettersi nello specchio è il griffoncino di Bruxelles dal pelo rossiccio. La stanza è rappresentata con estrema precisione, tutti gli oggetti sono raffigurati dettagliatamente, tra questi spicca, al centro, uno specchio convesso, dove il pittore dipinse la coppia di spalle e il rovescio della stanza. Jean-Philippe Postel, uno scrittore parigino che è anche un medico, nel suo libro/inchiesta “Il mistero Arnolfini”, pubblicato di recente da Skira con prefazione di Daniel Pennac e la traduzione di Doriana Comerlati, ha analizzato questo quadro così enigmatico. Ha rilevato la presenza di un terzo uomo, l’uomo con il turbante rosso, per molti lo stesso van Eyck; l’ipotesi sostenuta da molti che si tratti del mercante lucchese Arnolfini secondo lui sarebbe da escludere perché negli altri suoi ritratti coevi non mostra alcuna somiglianza fisica con questo dipinto. Nel 1990 un ricercatore francese della Sorbona, Jacques Paviot, scoprì nell’archivio dei duchi di Borgogna un documento matrimoniale di Giovanni Arnolfini datato 1447 e che probabilmente si riferisce al secondo matrimonio. A Bruges nel XV secolo ci furono quattro Arnolfini e due di essi si chiamavano Giovanni, il più ricco era quello che aveva rapporti con il duca di Borgogna per il quale lavorava Jan Van Eyck.

L’opera rimase sino al 1516 nella casa dei coniugi Arnolfini; poi fu sequestrata e donata a Maria d’Ungheria, reggente dei Paesi Bassi. Nel 1556 il dipinto venne collocato nel palazzo reale di Madrid, per poi giungere in Francia, trafugata da Giuseppe Bonaparte. Successivamente venne prelevata dai soldati inglesi e venduta alla National Gallery di Londra per la bella cifra di seicento guinee. Il dipinto sembra rappresentare un’allegoria della maternità oppure alluderebbe al momento del fidanzamento. Altra ipotesi suggestiva è che nel dipinto sia rappresentata la prima moglie di Arnolfini, Costanza Trenta. La maggioranza degli oggetti fu dipinta dopo avere creato la scena principale. Dall’osservazione degli oggetti e degli abiti indossati appare evidente la condizione di agiatezza della giovane coppia. Lui indossa una tunica scura e sobria, coperta da un mantello con le falde foderate di pelliccia di marmotta e indossa un ampio cappello di feltro nero. Lei indossa un vestito verde, colore della fertilità, con guarnizioni di pelliccia d’ermellino. Ha un’acconciatura elaborata ed indossa una collana, vari anelli e una cintura broccata d’oro. La disposizione degli zoccoli sul pavimento della stanza non è casuale: quelli di Giovanna, rossi, stanno vicino al letto; quelli del marito sono in primo piano, più vicini alla porta d’ingresso. Vengono sfruttate più fonti luminose,  la ricchezza dei dettagli, visibile attraverso l’uso della luce, avvicina l’arte fiamminga a quella del Rinascimento italiano. Una certa rigidezza delle forme e l’espressione enigmatica dei personaggi sono anche caratteristiche tipiche della prima scuola fiamminga. Da grande ritrattista e pittore di costume qual è, Jan van Eyck rivela tutto il suo amore per la luce, il senso della materia e della pluralità delle forme, un’arte nuova che concilia sentimento e ragione.

Deborah Mega

 

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L’essenziale è invisibile agli occhi

08 venerdì Set 2017

Posted by Deborah Mega in Ispirazioni e divagazioni, LETTERATURA, SINE LIMINE

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Antoine de Saint Exupèry, Deborah Mega, Il piccolo principe

foto dal web

 

21

In quel momento apparve la volpe.

“Buon giorno”, disse la volpe.

“Buon giorno”, rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non  vide nessuno.

“Sono qui”, disse la voce, “sotto al melo…”
“Chi sei?”
domandò il piccolo principe, “sei molto carino…”
“Sono una volpe”
, disse la volpe.
“Vieni a giocare con me”, le propose il piccolo principe, “sono così triste…”
“Non posso giocare con te”
, disse la volpe, “non sono addomesticata.”
“Ah!. Scusa”, fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
“Che cosa vuol dire addomesticare?”
“Non sei di queste parti, tu
,” disse la volpe, “che cosa cerchi?”
“Cerco gli uomini”
, disse il piccolo principe. “Che cosa vuol dire addomesticare?” 

“Gli uomini”, disse la volpe, “hanno dei fucili e cacciano. È molto noioso! Allevano anche delle galline. È il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?”
“No”
, disse il piccolo principe. “Cerco degli amici. Che cosa vuol dire addomesticare?” 
“È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…”
“Creare dei legami?” 

“Certo,” disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.”
“Comincio a capire”, disse il piccolo principe. “C’è un fiore… credo che mi abbia addomesticato…”
“È possibile”
, disse la volpe. “Capita di tutto sulla Terra…”
“Oh! non è sulla Terra
,” disse il piccolo principe. La volpe sembrò perplessa:
“Su un altro pianeta? Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?”
“No
.”
“Questo mi interessa! E delle galline?”
“No
.”
“Non c’è niente di perfetto”, sospirò la volpe.
Ma la volpe ritornò alla sua idea:
“La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…”
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
“Per favore… addomesticami”, disse.
“Volentieri”, rispose il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose.”
“Non si conoscono che le cose che si addomesticano,” disse la volpe. “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!”
“Che bisogna fare?”
domandò il piccolo principe.

“Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe. “In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino…”

Il piccolo principe ritornò l’indomani.

“Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe. “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità. Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti.”

“Che cos’è un rito?” disse il piccolo principe. 
“Anche questa, è una cosa da tempo dimenticata”,
disse la volpe. “È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza.”
Così il piccolo principe addomesticò la volpe. E quando l’ora della partenza fu vicina:
“Ah!” disse la volpe, “… piangerò.”    

“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”
“È vero”
, disse la volpe.
“Ma piangerai!”  disse il piccolo principe.
“È certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”
“Ci guadagno”
, disse la volpe, “il colore del grano.”
Poi soggiunse:  “Va’ a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto.”

foto di Loredana Semantica

 

Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.
“Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente,” disse. “Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo.”
E le rose erano a disagio.
“Voi siete belle, ma siete vuote”, disse ancora. “Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho  riparata col paravento. Perché su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è  lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa.”
E ritornò dalla volpe.

“Addio”, disse.

“Addio”, disse la volpe. “Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.”
“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.
“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”.
“È il tempo che ho perduto per la mia rosa…” sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
“Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”    

“Io sono responsabile della mia rosa…” ripeté il piccolo principe per ricordarselo.

***

Il capitolo tratto da Il piccolo principe di Antoine de Saint Exupèry offre lo spunto per alcune riflessioni di educazione all’affettività.

In primo luogo il brano ricorda l’importanza delle relazioni e dei legami, delle piccole cose, quelle che sembrano di poco conto ma che in realtà sono importanti perchè ci fanno stare bene. Un gesto, un abbraccio, una buona azione, un saluto, un sorriso, sembrano invisibili ma sono indispensabili, essenziali, dettagli tutt’altro che insignificanti. L’essenziale è invisibile agli occhi. 

Allo stesso modo la vera bellezza spesso è quella che non si vede, dunque occorre andare al di là delle apparenze per cogliere la vera essenza di persone e cose: solo la nostra sensibilità permette di percepire la singolarità dell’altro. Il discorso si allarga fino a fornire la definizione di “addomesticare”, inteso come rendere domestico, creare dei legami, spiega l’autore, tramite la voce della volpe. Addomesticare rende l’altro “speciale”, unico al mondo e questo vale sia nelle relazioni di coppia che di amicizia e presuppone infinita pazienza. Diventiamo anche responsabili di ciò che addomestichiamo, se non ce la sentiamo di mantenere una relazione per la paura di limitazioni alla nostra libertà, rischiando di deludere l’altro, evitiamo di creare l’attesa, quello che nel brano viene definito rito. È il tempo e l’attenzione che dedichiamo agli altri a permetterci di creare un vero legame con loro. Ogni persona per noi è importante per via del rapporto che abbiamo costruito con lei, del tempo che abbiamo investito nel creare e nel coltivare la relazione. Anche l’insegnamento se vogliamo è un atto di addomesticamento che ci impegna nella conoscenza dell’altro. Presuppone pazienza, tempo da dedicare e un atteggiamento di empatia e di ascolto nei confronti dell’altro.

L’altra considerazione importante è che le parole possono essere fonte di malintesi, sembrano innocue ma sono molto importanti, vanno misurate e usate con cautela e prudenza. La volpe insegna al Piccolo Principe il valore dell’amicizia, che per lei significa essere addomesticata mentre per il piccolo principe vuol dire prendersi cura della sua rosa. Il legame con una persona implica anche la sofferenza del distacco ma varrà la pena soffrire se poi in cambio ne otterremo il colore del grano, un arricchimento, un ricordo che ci accompagnerà per sempre.

La vanità della rosa è la causa della rottura del rapporto con il Piccolo Principe, il protagonista perde il proprio punto di riferimento, in molte interpretazioni infatti la rosa rappresenta la metafora della madre ed egli soffre per la fine di questo rapporto. Da questo dolore però, da questo senso di solitudine e di abbandono proviene la spinta ad esplorare nuovi pianeti. Elaborata la perdita, possiamo dirigerci verso opportunità che prima non riuscivamo nemmeno a scorgere.

Per l’alto mare aperto.

Deborah Mega

 

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RandoMusic 1: Heard It Through the Grapevine

04 lunedì Set 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti musicali, MUSICA, RandoMusic

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Creedence Clearwater Revival, Deborah Mega, Marvin Gaye

L’aggettivo random usato nel linguaggio scientifico e tecnologico con il significato di casuale, privo di regolarità, senza un ordine preciso, ha fornito lo spunto per una nuova rubrica, questa volta musicale, che curerò due volte al mese di lunedì. Esistono pezzi musicali a cui siamo particolarmente legati: alcuni sono diventati simbolo di una generazione, altri hanno generato e ispirato rivoluzioni e movimenti culturali riscrivendo regole, altri ancora sono divenuti strumenti di protesta riuscendo a smuovere coscienze. Li descriverò raccontando l’intreccio di musica e vita che li ha prodotti.

Cominciamo questo percorso con…

Heard It Through the Grapevine (Mi è giunta voce o anche tramite voci di corridoio) è un classico della black music scritto da Norman Whitfield e Barrett Strong nel 1966, portato al successo da Marvin Gaye nel 1968.

La prima registrazione della canzone avvenne con il gruppo The Miracles nell’agosto del 1966, ma non fu pubblicata dal produttore Berry Gordy. La seconda versione invece fu registrata da Marvin Gaye nel febbraio 1967, ma non fu pubblicata. La terza registrazione avvenne sempre nel 1967 e fu realizzata dal gruppo Gladys Knight and the Pips e finalmente pubblicata. 

Marvin Gaye pubblicò la sua versione a cappella nel 1968 nell’album In the Groove. Il produttore Berry Gordy, accettò di pubblicarlo come singolo il 30 ottobre 1968; un paio di mesi dopo il brano riuscì a raggiungere la prima posizione nel Regno Unito, rimanendo in vetta alla classifica per sette settimane. Il brano costituì il singolo più venduto nella storia della Motown, con quattro milioni di copie vendute. La Motown Records era un’etichetta discografica nata nel 1959 a Detroit, nel Michigan e poi trasferita a Los Angeles nel 1972.  Negli anni sessanta il settore Rhythm and blues e Soul furono così famosi da coniare il termine di Motown Sound, uno stile di musica soul con tratti distintivi, quali l’uso del basso, particolari strutture melodiche e arrangiamenti. L’unico gruppo musicale italiano ad essere stato prodotto dalla Motown Records fu la band Libra, nata nel 1974, di cui la Motown pubblicò due album con testi in inglese. Nel 2004 la rivista Rolling Stone posizionò il brano all’80º posto nella classifica delle 500 canzoni migliori.

Nel 1970 i Creedence Clearwater Revival, vera e propria istituzione del rock americano, nell’ album Cosmo’s Factory, considerato unanimemente il loro capolavoro, registrarono una loro versione del brano della eccezionale durata di 11 minuti. In questi anni il rock diventa psichedelico ma i CCR compiono un viaggio a ritroso nel tempo.

Deborah Mega

 

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Discussione sulla poesia

31 lunedì Lug 2017

Posted by Deborah Mega in SINE LIMINE

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OCEAN HORIZON di Richard Diebenkorn (1859)

Sedevamo sulla riva del giorno – due poeti,
presi dalla discussione sulla vera poesia,
ed io, che li ascoltavo in silenzio.
– La poesia- affermava l’uno senza ombra di dubbio, –
è semplicità. Dobbiamo sradicarla dai vortici
della complessità! Basta con le nebbie!
– Al contrario!- replicava l’altro, non meno
convinto.- La poesia è affogata nei bassifondi
dell’elementare. Dobbiamo estrarla verso le profondità
del pensiero complesso! Basta scorza masticata!
La discussione batteva ora contro una riva ora contro
quella opposta e diventava sempre più spumosa.
Una libellula si mise a volare tra i due. Le sue ali
recavano il vago sorriso del giorno dall’occhio solare,
l’ultimo per lei disponibile. E sfrecciò dritta
verso l’abbraccio d’addio della sera.
La libellula non era affatto semplicità, nemmeno però
complessità.
Era poesia.

Blaga Dimitrova

 

E con questo testo di discussione su come debba essere la poesia, se elementare o complessa,  auguriamo  BUONE VACANZE.

Per il mese di agosto la programmazione del blog prosegue con le proposte poetiche di Alessandra Fanti e di Francesco Palmieri ed il mercoledì con i racconti brevi di Enrico Cerquiglini della serie “Del terzo millennio: strascichi post-umani”.

Ci ritroveremo il 1° settembre con consuete e con nuove rubriche, idee nuove e nuovi propositi.

LA REDAZIONE di LIMINA MUNDI

 

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Incipit 13: Una donna

24 lunedì Lug 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, romanzo autobiografico, Sibilla Aleramo, Una donna

«La mia fanciullezza fu libera e gagliarda. Risuscitarla nel ricordo, farla riscintillare dinanzi alla mia coscienza, è un vano sforzo. Rivedo la bambina ch’io ero a sei, a dieci anni, ma come se l’avessi sognata. Un sogno bello, che il menomo richiamo della realtà presente può far dileguare. Una musica, fors’anche: un’armonia delicata e vibrante, e una luce che l’avvolge, e la gioia ancora grande nel ricordo. Per tanto tempo, nell’epoca buia della mia vita, ho guardato a quella mia alba come a qualcosa di perfetto, come alla vera felicità. Ora, cogli occhi meno ansiosi, distinguo anche ne’ miei primissimi anni qualche ombra vaga e sento che già da bimba non dovetti mai credermi interamente felice. Non mai disgraziata, neppure; libera e forte, si, questo dovevo sentirlo. Ero la figliuola maggiore, esercitavo senza timori la mia prepotenza sulle due sorelline e sul fratello: mio padre dimostrava di preferirmi, e capivo il suo proposito di crescermi sempre migliore. Io avevo salute, grazia, intelligenza — mi si diceva — e giocattoli, dolci, libri, e un pezzetto di giardino mio. La mamma non si opponeva mai a’ miei desideri. Perfino le amiche mi erano soggette spontaneamente. L’amore per mio padre mi dominava unico. Alla mamma volevo bene, ma per il babbo avevo un’adorazione illimitata; e di questa differenza mi rendevo conto, senza osare di cercarne le cause. Era lui il luminoso esemplare per la mia piccola individualità, lui che mi rappresentava la bellezza della vita: un istinto mi faceva ritenere provvidenziale il suo fascino. Nessuno gli somigliava : egli sapeva tutto e avea sempre ragione. Accanto a lui, la mia mano nella sua per ore e ore, noi due soli camminando per la città o fuori le mura, mi sentivo lieve, come al disopra di tutto. Egli mi parlava dei nonni, morti poco dopo la mia nascita, della sua infanzia, delle sue imprese fanciullesche meravigliose, e dei soldati francesi ch’egli, a otto anni, avea visto arrivare nella sua Torino, ” quando l’Italia non c’era ancora „. Un tale passato aveva del fantastico. Ed egli m’era accanto, con l’alta figura snella, dai movimenti rapidi, la testa fiera ed eretta, il sorriso trionfante di giovinezza. In quei momenti il domani mi appariva pieno di promesse avventurose. II babbo dirigeva i miei studi e le mie letture s senza esigere da me molti sforzi. Le maestre, quando venivano a trovarci a casa, lo ascoltavano con meraviglia e talvolta, mi pareva, con profonda deferenza. A scuola ero tra le prime, e spesso avevo il dubbio d’avere un privilegio. Sin dalle prime classe, notando la differenza dei vestiti e delle refezioni, m’ero potuto formare un concetto di quel che dovevano essere molte famiglie delle mie compagne: famiglie d’operai gravate dalla fatica, o di bottegai grossolani. Rientrando in casa guardavo sull’uscio la targhetta lucente ove il nome di mio padre era preceduto da un titolo. Non avevo che cinque anni allorché il babbo, che insegnava scienze nella cittaduzza ov’ero nata, s’era dimesso in un giorno d’irritazione e s’era unito con un cognato di Milano, proprietario d’una grossa casa commerciale. io capivo che egli non doveva sentirsi troppo contento della sua nuova situazione. Quando Io vedevo, in qualche pomeriggio libero, entrare nello stanzino ov’erano raccolti un poco in disordine alcuni apparecchi per esperienze di fisica e di chimica, comprendevo che là soltanto si trovava a suo agio. E quante cose mi avrebbe insegnato il babbo! » […]

Sibilla Aleramo, Una donna, Società Tipografica Editrice Nazionale,Torino, 1906

 

Una donna è l’opera prima di Sibilla Aleramo, pseudonimo di Rina Faccio, scrittrice e poetessa italiana, nata ad Alessandria nel 1876. Si tratta di un romanzo autobiografico e di formazione, in cui la protagonista narra in prima persona eventi della sua vita, dagli anni dell’infanzia fino alla maturità. Fin dall’inizio emerge la descrizione di un padre amatissimo espresso dalla frase “L’amore per mio padre mi dominava unico” e di una figura materna quasi assente e dominata dal marito. Rina ha una vera e propria adorazione per il padre, la madre invece appare meno interessante, defilata, malinconica, meno colta. Continua a leggere →

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TOTO’, IL PRINCIPE DELLA RISATA

21 venerdì Lug 2017

Posted by Deborah Mega in Cinema, CULTURA E SOCIETA', La società, Segnalazioni ed eventi, SPETTACOLO, Teatro, TV

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cinquantenario dalla scomparsa, Deborah Mega, Totò

Cinquant’anni fa, esattamente il 15 aprile 1967, si spegneva a Roma Antonio De Curtis, in arte Totò, uno dei più grandi attori comici italiani. E’ stato la risposta italiana a Charlot e a Buster Keaton, un attore istrionico, un artista irresistibile e poliedrico, dotato di grande acume e di straordinaria umanità. La morte per lui significò l’inizio di una nuova fase, quella del riconoscimento incondizionato, della scoperta da parte delle nuove generazioni, del pentimento da parte di chi lo aveva criticato definendo totoate i suoi film e lui un clown, un attore improvvisato, scurrile, da quattro soldi, ecc. Pare che Totò abbia sempre sofferto molto per queste critiche infelici, dopo una prima consultava tutte le principali testate alla ricerca di una frase di elogio e di riconoscimento. Spesso la ricerca si rivelava vana, la lettura gli lasciava l’amaro in bocca tanto che era solito dire che “in Italia bisogna morire per essere apprezzati”. E aveva ragione. Il pubblico, per fortuna, incurante dello sprezzante giudizio dei critici, è sempre accorso ad assistere ai suoi spettacoli e ai suoi film. Da anni Totò è addirittura divenuto oggetto di culto, venerato come San Gennaro e pure la cappella gentilizia che fece erigere nel cimitero di Santa Maria del Pianto, nei pressi dell’aeroporto di Capodichino, è divenuta un vero e proprio santuario. La morte lo colpì all’età di 69 anni nella casa romana di via Monti Parioli 4 per un attacco alle coronarie, per lui fu celebrato un triplice funerale: a Roma presso la Chiesa Sant’Eugenio, a Napoli in presenza di 250.000 persone presso la chiesa di Sant’Eligio, ancora a Napoli nel Rione Sanità il 22 maggio. Continua a leggere →

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Parole di donna 12: ANNE SEXTON

17 lunedì Lug 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

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Anne Sexton, Deborah Mega, Words

Projection Lauren, by Cbanck

Be careful of words,
even the miraculous ones.
For the miraculous we do our best,
sometimes they swarm like insects
and leave not a sting but a kiss.
They can be as good as fingers.
They can be as trusty as the rock
you stick your bottom on.
But they can be both daisies and bruises.
Yet I am in love with words.
They are doves falling out of the ceiling.
They are six holy oranges sitting in my lap.
They are the trees, the legs of summer,
and the sun, its passionate face.
Yet often they fail me.
I have so much I want to say,
so many stories, images, proverbs, etc.
But the words aren’t good enough,
the wrong ones kiss me.
Sometimes I fly like an eagle
but with the wings of a wren.
But I try to take care
and be gentle to them.
Words and eggs must be handled with care.
Once broken they are impossible
things to repair.
Anne Sexton, Words, The Complete Poems

 

*

Siate attenti alle parole,
anche a quelle miracolose.
Per le miracolose facciamo del nostro meglio,
a volte sciamano come insetti
e non lasciano una puntura ma un bacio.
Possono essere buone come dita.
Possono essere affidabili come la roccia
su cui ci si siede.
Possono essere sia margherite che lividi.
Eppure sono innamorata delle parole.
Sono colombe che cadono dal tetto.
Sono sei arance sacre poggiate sul mio grembo.
Sono gli alberi, le gambe dell’estate,
e il sole, il suo volto appassionato.
Ma spesso mi deludono.
Troppe cose vorrei dire,
tante storie, immagini, proverbi, ecc.
Ma le parole non sono abbastanza buone,
mi baciano quelle sbagliate.
A volte volo come un’aquila
ma con le ali di un passero.
Provo ad averne cura
e ad essere gentile con loro.
Parole e uova devono essere maneggiate con cura.
Una volta rotte sono impossibili
da riparare.
Anne Sexton, Le parole, The Complete Poems, trad. di Deborah Mega

 

Verba volant scripta manent recita un’antica locuzione latina, come se le parole oltre a circolare e volare di bocca in bocca, possano perdersi una volta pronunciate. Esiste anche un’altra locuzione sullo stesso concetto derivata da una formula omerica ricorrente ben 124 volte tra Iliade e Odissea, ἔπεα πτερόεντα προσηύδα, diceva parole alate. In Words Anne Sexton ci invita a utilizzare le parole con cautela, con grande attenzione perché oltre al dono della leggerezza nel senso di trasmettere concetti liberamente e ovunque, esse rivestono una grande importanza.  Continua a leggere →

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Incipit 12: Lo straniero

10 lunedì Lug 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Albert Camus, Deborah Mega, L'Étranger, Lo straniero, romanzo

Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.” Questo non dice nulla: è stato forse ieri. L’ospizio dei vecchi è a Marengo, a ottanta chilometri da Algeri. Prenderò l’autobus delle due e arriverò ancora nel pomeriggio. Così potrò vegliarla e essere di ritorno domani sera. Ho chiesto due giorni di libertà al principale e con una scusa simile non poteva dirmi di no. Ma non aveva l’aria contenta. Gli ho persino detto: “Non è colpa mia.” Lui non mi ha risposto. Allora ho pensato che non avrei dovuto dirglielo.[…]

Albert Camus, Lo straniero, Gallimard, 1942

Lo straniero (L’Étranger) è un romanzo  dello scrittore e filosofo francese Albert Camus, pubblicato nel 1942 da Gallimard. La vicenda inizia con la lettura di un telegramma da parte del protagonista Meursault, con cui viene informato della scomparsa della madre, ospite di un ospizio fuori città. Meursault è di origine francese ma vive ad Algeri, è un modesto impiegato, chiede un congedo di quarantotto ore al suo titolare e, dopo averlo ottenuto, va a pranzare in un ristorante. Alle due del pomeriggio prende l’autobus e per la stanchezza e il gran caldo dorme per tutto il tragitto. Incontra il direttore dell’ospizio e poi si reca in una stanza dove si trova il corpo della madre ma rifiuta di vederlo. Continua a leggere →

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Parole di donna 11: ANTONELLA ANEDDA

03 lunedì Lug 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

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Antonella Anedda, Deborah Mega, In una stessa terra

by Abbas Kiarostami

 

Se ho scritto è per pensiero

perché ero in pensiero per la vita

per gli esseri felici

stretti nell’ombra della sera

per la sera che di colpo crollava sulle nuche.

Scrivevo per la pietà del buio

per ogni creatura che indietreggia

con la schiena premuta a una ringhiera

per l’attesa marina – senza grido – infinita.

 

Scrivi, dico a me stessa

e scrivo io per avanzare più sola nell’enigma

perché gli occhi mi allarmano

e mio è il silenzio dei passi, mia la luce deserta

– da brughiera –

sulla terra del viale.

 

Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco

trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli

perché solo il coraggio può scavare

in alto la pazienza

fino a togliere peso

al peso nero del prato.

 

Antonella Anedda, In una stessa terra, da  Notti di pace occidentale, Donzelli, Roma 1999

 

Nonostante la consapevolezza dei limiti del linguaggio, Antonella Anedda scrive perché è in pensiero per la vita, per coloro che sono felici ma su cui incombono la caducità e la precarietà mentre già arriva la sera di ciascuno. Semplicemente, quasi umilmente, la poetessa innalza la sua preghiera laica spiegando che scrive perché ha pietà del buio e di tutti coloro che indietreggiano di fronte ad una difficoltà, che sono con le spalle al muro, appoggiati ad una ringhiera. Si scrive per avanzare nell’enigma, per tentare di comprendere il perché delle cose e degli eventi, perché niente e nessuno è difeso e protetto e anche le parole sono più fragili delle cose stesse, come la parola bosco quando è priva di uccelli e di rami. Solo il coraggio e la pazienza possono sostenerci. Continua a leggere →

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Incipit 11 : Lessico famigliare

26 lunedì Giu 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, Lessico famigliare, Natalia Ginzburg, romanzo

Nella mia casa paterna, quand’ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava:  Non fate malagrazie! Se inzuppavamo il pane nella salsa, gridava: – Non leccate i piatti! Non fate sbrodeghezzi! non fate  potacci! Sbrodeghezzi e potacci erano, per mio padre, anche i quadri moderni, che non poteva soffrire. Diceva: – Voialtri non sapete stare a tavola! Non siete gente da portare nei loghi! E diceva: – Voialtri che fate tanti sbrodeghezzi, se foste una table d’hôte in Inghilterra, vi manderebbero subito via. Aveva, dell’Inghilterra, la piú alta stima. Trovava che era, nel mondo, il piú grande esempio di civiltà. Soleva commentare, a pranzo, le persone che aveva visto nella giornata. Era molto severo nei suoi giudizi, e dava dello stupido a tutti. Uno stupido era, per lui, «un sempio». – M’è sembrato un bel sempio, – diceva, commentando  qualche  sua  nuova  conoscenza.  Oltre ai «sempi» c’erano i «negri». «Un negro» era, per mio padre, chi aveva modi goffi, impacciati e timidi, chi si vestiva in modo inappropriato, chi non sapeva andare in montagna, chi non sapeva le lingue straniere. Ogni atto o gesto nostro che stimava inappropriato, veniva definito da lui «una negrigura». – Non siate dei negri! Non fate delle negrigure! – ci gridava continuamente. La gamma delle negrigure era grande. Chiamava «una negrigura» portare, nelle gite in montagna, scarpette da città; attaccar discorso, in treno o per strada, con un compagno di viaggio o con un passante; conversare dalla finestra con i vicini di casa; levarsi le scarpe in salotto, e scaldarsi i piedi alla bocca del calorifero; lamentarsi, nelle gite in montagna, per sete, stanchezza o sbucciature ai piedi; portare, nelle gite, pietanze cotte e unte, e tovaglioli per pulirsi le dita. Nelle gite in montagna era consentito portare soltanto una determinata sorta di cibi, e cioè: fontina; marmellata; pere; uova sode; ed era consentito bere solo del tè, che preparava lui stesso, sul fornello a spirito. Chinava sul fornello la sua lunga testa accigliata, dai rossi capelli a spazzola; e riparava la fiamma dal vento con le falde della sua giacca,  una giacca di lana color ruggine, spelata e sbruciacchiata alle tasche, sempre la stessa nelle villeggiature in montagna. Non era consentito, nelle gite, né cognac, né zucchero a quadretti: essendo questa, lui diceva, «roba da negri»;  e non era consentito fermarsi a far merenda negli châlet, essendo una negrigura. Una negrigura era anche ripararsi la testa dal sole con un fazzoletto o con un cappelluccio di paglia, o difendersi dalla pioggia con cappucci impermeabili, o annodarsi al collo sciarpette: protezioni care a mia madre, che lei cercava, al mattino quando si partiva in gita, di insinuare nel sacco da montagna, per noi e per sé; e che mio padre, al trovarsele tra le mani, buttava via incollerito. Nelle gite, noi con le nostre scarpe chiodate, grosse, dure e pesanti come il piombo, calzettoni di lana e passamontagna, occhiali da ghiacciaio sulla fronte, col sole che batteva a picco sulla nostra testa in sudore, guardavamo con invidia «i negri» che andavan su leggeri in scarpette da tennis, o sedevano a mangiar la panna ai tavolini degli châlet. Mia madre, il far gite in montagna lo chiamava «il divertimento che dà il diavolo ai suoi figli», e lei tentava sempre di restare a casa, soprattutto quando si trattava  di mangiar fuori: perché amava, dopo mangiato, leggere il giornale e dormire al chiuso sul divano. Passavamo sempre l’estate in montagna. Prendevamo una casa in affitto, per tre mesi, da luglio a settembre. Di solito, eran case lontane dall’abitato; e mio padre e i miei fratelli andavano ogni giorno, col sacco da montagna sulle spalle, a far la spesa in paese. Non c’era sorta di divertimenti o distrazioni. Passavamo la sera in casa, attorno alla tavola, noi fratelli e mia madre. Quanto a mio padre, se ne stava a leggere nella parte opposta della casa; e, di tanto in tanto, s’affacciava alla stanza dove eravamo raccolti a chiacchierare e a giocare. S’affacciava sospettoso, accigliato; e si lamentava con mia madre della nostra serva Natalina, che gli aveva messo in disordine certi libri; «la tua cara Natalina», diceva. «Una demente», diceva, incurante del fatto che la Natalina, in cucina, potesse udirlo. D’altronde alla frase «quella demente della Natalina» la Natalina c’era abituata, e non se ne offendeva affatto. A volte la sera, in montagna, mio padre si preparava per gite o ascensioni. Inginocchiato a terra, ungeva le scarpe sue e dei miei fratelli con del grasso di balena; pensava che lui solo sapeva ungere le scarpe con quel grasso. Poi si sentiva per tutta la casa un gran rumore di ferraglia: era lui che cercava i ramponi, i chiodi, le piccozze. – Dove avete cacciato la mia piccozza? – tuonava. Lidia! Lidia! dove avete cacciato la mia piccozza? Partiva per le ascensioni alle quattro del mattino, a volte solo, a volte con guide di cui era amico, a volte con i miei fratelli; e il giorno dopo le ascensioni era, per la stanchezza, intrattabile; col viso rosso e gonfio per il riverbero del sole sui ghiacciai, le labbra screpolate e sanguinanti, il naso spalmato di una pomata gialla che sembrava burro, le sopracciglia aggrottate sulla fronte solcata e tempestosa, mio padre stava a leggere il giornale, senza pronunciare verbo: e bastava un nonnulla a farlo esplodere in una collera spaventosa. Al ritorno dalle ascensioni con i miei fratelli, mio padre diceva che i miei fratelli erano «dei salami» e «dei negri», e che nessuno dei suoi figli aveva ereditato da lui la passione della montagna; escluso Gino, il maggiore di noi, che era un grande alpinista, e che insieme a un amico faceva  punte difficilissime; di Gino e di quell’amico, mio padre parlava con una mescolanza di orgoglio e di invidia, e diceva che lui ormai non aveva piú tanto fiato, perché andava invecchiando. Questo mio fratello Gino era, del resto, il suo prediletto, e lo soddisfaceva in ogni cosa; s’interessava di storia naturale, faceva collezioni d’insetti, e di cristalli e d’altri minerali, ed era molto studioso. Gino si iscrisse poi in ingegneria; e quando tornava a casa dopo un esame, e diceva che aveva preso un trenta, mio padre chiedeva: – Com’è che hai preso trenta? Com’è che non hai preso trenta e lode? E se aveva presa trenta e lode, mio padre diceva: – Uh, ma era un esame facile. In montagna, quando non andava a fare ascensioni, o gite che duravano fino alla sera, mio padre andava però, tutti i giorni, «a camminare»; partiva, al mattino presto, vestito nel modo identico di quando partiva per le ascensioni, ma senza corda, ramponi o piccozza; se ne andava spesso da solo, perché noi e mia madre eravamo, a suo dire, «dei poltroni», «dei salami», e «dei negri»; se ne andava con le mani dietro la schiena, col passo pesante delle sue scarpe chiodate, con la pipa fra i denti. Qualche volta, obbligava mia madre a seguirlo; – Lidia! Lidia! – tuonava al mattino, – andiamo a camminare! Sennò t’impigrisci a star sempre sui prati! – Mia madre allora, docile, lo seguiva; di qualche passo piú indietro, col suo bastoncello, il golf legato sui fianchi, e scrollando i ricciuti capelli grigi, che portava tagliati cortissimi, benché mio padre ce l’avesse molto con la moda dei capelli corti, tanto che le aveva fatto, il giorno che se li era tagliati, una sfuriata da far venir giú la casa. – Ti sei di nuovo tagliati i capelli! Che asina che sei! – le diceva mio padre, ogni volta che lei tornava a casa dal parrucchiere. «Asino» voleva dire, nel linguaggio di mio padre, non  un  ignorante, ma uno che faceva  villanie o  sgarbi; noi suoi figli eravamo «degli asini» quando parlavamo poco o rispondevamo male. – Ti sarai fatta metter su dalla Frances! – diceva mio padre a mia madre, vedendo che s’era ancora tagliata i capelli; difatti questa Frances, amica di mia madre, era da mio padre molto amata e stimata, fra l’altro essendo la moglie d’un suo amico d’infanzia e compagno di studi; ma aveva agli occhi di mio padre il solo torto d’avere iniziato mia madre alla moda dei capelli corti; la Frances andava spesso a Parigi, avendo là dei parenti, ed era tornata da Parigi un inverno dicendo: – A Parigi si usano i capelli corti. A Parigi la moda è sportiva. A Parigi la moda è sportiva, – avevano ripetuto mia sorella e mia madre tutto l’inverno, rifacendo un po’ il verso alla Frances, che parlava con l’erre; si erano accorciate tutti i vestiti, e mia madre s’era tagliata i capelli; mia sorella no, perché li aveva lunghi fino in fondo alla schiena, biondi e bellissimi; e perché aveva troppa paura di mio padre.[…] Continua a leggere →

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Parole di donna 10 : ADRIENNE RICH

19 lunedì Giu 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

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Adrienne Rich, Deborah Mega, Notte bianca

Ragazza alla finestra, Salvador Dalì, 1925

 

Luce a una finestra. Una donna è sveglia
in quest’ora immobile.
Noi che lavoriamo così abbiamo lavorato spesso
in solitudine. Ho dovuto immaginarla
intenta a ricucirsi la pelle come io ricucio la mia
anche se
con un punto
diverso.

Alba dopo alba, questa mia vicina
si consuma come una candela
trascina il copriletto per la casa buia
fino al suo letto buio
la sua testa
piena di rune, sillabe, ritornelli
questa sognatrice precisa

sonnambula in cucina
come una falena bianca,
un elefante, una colpa.
Qualcuno ha tentato di tenerla
tranquilla sotto una coperta afgana
intessuta di lane color erba e sangue

ma si è levata. La sua lampada
lambisce i vetri gelati
e si scioglie nell’alba.
Non la fermeranno mai
quelli che dormono il sonno di pietra del passato,
il sonno dei drogati.
In un attimo di cristallo, io lampeggio
un occhio attraverso il freddo
un aprirsi di luce fra noi
nel suo occhio che incide il buio
– questo è tutto. L’alba è la prova, l’agonia
ma dovevamo contemplarla:
Dopo di che potremo forse dormire, sorella mia,
mentre le fiamme si alzano sempre più alte, possiamo
dormire.

Adrienne Rich, Notte bianca

Il testo di oggi è stato scritto nel 1974 da Adrienne Rich, poetessa, saggista, insegnante americana contemporanea, scomparsa  nel 2012. Nota per le sue posizioni femministe e radicali, ha al suo attivo una quindicina di volumi di poesie pubblicati in cinquant’anni di lavoro e di studio. Laureatasi al Radcliffe College, vinse il premio Yale Series of Younger Poets per i poeti emergenti, grazie al quale potè pubblicare il suo primo libro, la cui introduzione fu scritta dalla Auden. Solo con il terzo libro la Rich è stata riconosciuta come una delle scrittrici americane più importanti, sia per la sua voce poetica che per i temi femministi spesso trattati. Continua a leggere →

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Incipit 10 : Il nome della rosa

12 lunedì Giu 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, Il nome della rosa, romanzo, Umberto Eco

foto di Loredana Semantica

stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus 

 

In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Questo era in principio presso Dio e compito del monaco fedele sarebbe ripetere ogni giorno con salmodiante umiltà l’unico immodificabile evento di cui si possa asserire l’incontrovertibile verità. Ma videmus nunc per speculum et in aenigmate e la verità, prima che faccia a faccia, si manifesta a tratti (ahi, quanto illeggibili) nell’errore del mondo, così che dobbiamo compitarne i fedeli segnacoli, anche là dove ci appaiono oscuri e quasi intessuti di una volontà del tutto intesa al male. Giunto al finire della mia vita di peccatore, mentre canuto senesco come il mondo, nell’attesa di perdermi nell’abisso senza fondo della divinità silenziosa e deserta, partecipando della luce inconversevole delle intelligenze angeliche, trattenuto ormai col mio corpo greve e malato in questa cella del caro monastero di Melk, mi accingo a lasciare su questo vello testimonianza degli eventi mirabili e tremendi a cui in gioventù mi accadde di assistere, ripetendo verbatim quanto vidi e udii, senza azzardarmi a trarne un disegno, come a lasciare a coloro che verranno (se l’Anticristo non li precederà) segni di segni, perché su di essi si eserciti la preghiera della decifrazione. Il Signore mi conceda la grazia di essere testimone trasparente degli accadimenti che ebbero luogo all’abbazia di cui è bene e pio si taccia ormai anche il nome, al finire dell’anno del Signore 1327 in cui l’imperatore Ludovico scese in Italia per ricostituire la dignità del sacro romano impero, giusta i disegni dell’Altissimo e a confusione dell’infame usurpatore simoniaco ed eresiarca che in Avignone recò vergogna al nome santo dell’apostolo (dico l’anima peccatrice di Giacomo di Cahors, che gli empi onorarono come Giovanni XXII). Forse, per comprendere meglio gli avvenimenti in cui mi trovai coinvolto, è bene che io ricordi quanto stava avvenendo in quello scorcio di secolo, così come lo compresi allora, vivendolo, e così come lo rammemoro ora, arricchito di altri racconti che ho udito dopo – se pure la mia memoria sarà in grado di riannodare le fila di tanti e confusissimi eventi. Sin dai primi anni di quel secolo il papa Clemente V aveva trasferito la sede apostolica ad Avignone lasciando Roma in preda alle ambizioni dei signori locali: e gradatamente la città santissima della cristianità si era trasformata in un circo, o in un lupanare, dilaniata dalle lotte tra i suoi maggiori; si diceva repubblica, e non lo era, battuta da bande armate, sottoposta a violenze e saccheggi. Ecclesiastici sottrattisi alla giurisdizione secolare comandavano gruppi di facinorosi e rapinavano con la spada in pugno, prevaricavano e organizzavano turpi traffici. Come impedire che il Caput Mundi ridiventasse, e giustamente, la meta di chi volesse indossare la corona del sacro romano impero e restaurare la dignità di quel dominio temporale che già era stato dei cesari? Ecco dunque che nel 1314 cinque principi tedeschi avevano eletto a Francoforte Ludovico di Baviera come supremo reggitore dell’impero. Ma il giorno stesso, sull’opposta riva del Meno, il conte palatino del Reno e l’arcivescovo di Colonia avevano eletto alla stessa dignità Federico d’Austria. Due imperatori per una sola sede e un solo papa per due: situazione che divenne, invero, fomite di grande disordine… Due anni dopo veniva eletto ad Avignone il nuovo papa, Giacomo di Cahors, vecchio di settantadue anni, col nome appunto di Giovanni XXII, e voglia il cielo che mai più alcun pontefice assuma un nome ormai così inviso ai buoni. Francese e devoto al re di Francia (gli uomini di quella terra corrotta sono sempre inclini a favorire gli interessi dei loro, e sono incapaci di guardare al mondo intero come alla loro patria spirituale), egli aveva sostenuto Filippo il Bello contro i cavalieri templari, che il re aveva accusato (credo ingiustamente) di delitti vergognosissimi per impadronirsi dei loro beni, complice quell’ecclesiastico rinnegato. Frattanto si era inserito in tutta quella trama Roberto di Napoli, il quale per mantenere il controllo della penisola italiana aveva convinto il papa a non riconoscere nessuno dei due imperatori tedeschi, e così era rimasto capitano generale dello stato della chiesa. Nel 1322 Ludovico il Bavaro batteva il suo rivale Federico. Ancor più timoroso di un solo imperatore, come lo era stato di due, Giovanni scomunicò il vincitore, e questi di rimando denunciò il papa come eretico. Occorre dire che, proprio in quell’anno, aveva avuto luogo a Perugia il capitolo dei frati francescani, e il loro generale, Michele da Cesena, accogliendo le istanze degli “spirituali” (di cui avrò ancora occasione di parlare) aveva proclamato come verità di fede la povertà di Cristo, che se aveva posseduto qualcosa coi suoi apostoli l’aveva avuto solo come usus facti. Degna risoluzione, intesa a salvaguardare la virtù e la purezza dell’ordine, ma essa spiacque assai al papa, che forse vi intravvedeva un principio che avrebbe messo a repentaglio le stesse pretese che egli, come capo della chiesa, aveva, di contestare all’impero il diritto di eleggere vescovi, accampando di converso per il sacro soglio quello di investire l’imperatore. Fossero queste o altre le ragioni che lo muovevano, Giovanni condannò nel 1323 le proposizioni dei francescani con la decretale Cum inter nonnullos. Fu a quel punto, immagino, che Ludovico vide nei francescani, nemici ormai al papa, dei potenti alleati. Affermando la povertà di Cristo essi in qualche modo rinvigorivano le idee dei teologi imperiali, e cioè di Marsilio da Padova e Giovanni di Gianduno. E infine, non molti mesi prima degli eventi di cui sto narrando, Ludovico, che aveva raggiunto un accordo con lo sconfitto Federico, scendeva in Italia, veniva incoronato a Milano, entrava in conflitto coi Visconti, che pure lo avevano accolto con favore, poneva Pisa sotto assedio, nominava vicario imperiale Castruccio, duca di Lucca e Pistoia (e credo facesse male perché non conobbi mai uomo più crudele, tranne forse Uguccione della Faggiola), e ormai si apprestava a scendere a Roma, chiamato da Sciarra Colonna signore del luogo. Ecco com’era la situazione quando io – già novizio benedettino nel monastero di Melk – fui sottratto alla tranquillità del chiostro da mio padre, che si batteva al seguito di Ludovico, non ultimo tra i suoi baroni, e che ritenette saggio portarmi con sé perché conoscessi le meraviglie d’Italia e fossi presente quando l’imperatore fosse stato incoronato in Roma. Ma l’assedio di Pisa lo assorbì nelle cure militari. Io ne trassi vantaggio aggirandomi, un poco per ozio e un poco per desiderio di apprendere, per le città della Toscana, ma questa vita libera e senza regola non si addiceva, pensarono i miei genitori, a un adolescente votato alla vita contemplativa. E per consiglio di Marsilio, che aveva preso a benvolermi, decisero di pormi accanto a un dotto francescano, frate Guglielmo da Baskerville, il quale stava per iniziare una missione che lo avrebbe portato a toccare città famose e abbazie antichissime. Divenni così suo scrivano e discepolo al tempo stesso, né ebbi a pentirmene, perché fui con lui testimone di avvenimenti degni di essere consegnati, come ora sto facendo, alla memoria di coloro che verranno.

[…]

Umberto Eco, Il nome della rosa, Bompiani, 1980.

 *

Il nome della rosa è un romanzo scritto da Umberto Eco ed edito per la prima volta da Bompiani nel 1980. Si può considerare un romanzo storico-filosofico sviluppato come un giallo deduttivo, ha ottenuto un vasto successo di critica e di pubblico, è stato tradotto in tantissime lingue e ha ottenuto diversi premi e riconoscimenti, come il Premio Strega nel 1981. L’incipit del prologo riprende Giovanni 1,1-2, ma in tutta l’opera c’è la continua ricerca di segni, di citazioni, di libri che parlano di altri libri, come suggerisce lo stesso Eco nelle Postille al Nome della rosa, breve saggio pubblicato, attraverso la rivista Alfabeta, in cui spiega il percorso letterario che lo ha portato alla stesura del romanzo.  Continua a leggere →

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Canto presente 19 : Francesco Tomada

02 venerdì Giu 2017

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

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A ogni cosa il suo nome, Francesco Tomada, L'infanzia vista da qui, Non si può imporre il colore ad una rosa, Portarsi avanti con gli addii

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Francesco Tomada

Da L’infanzia vista da qui, Sottomondo, 2005 (rist. Dot.com Press 2015)

Impercezione

Dormi e il tuo corpo si fa sottile
come un quadrifoglio tra le pagine
e non è carta ma stoffa di lenzuola
e non è libro ma tu portaci fortuna
in questa escoriazione fino al vivo
che per paura di essere banali
solo di rado chiamiamo amore

(a Stefania, finalmente)

Eri troppo minuta per essere donna e sorella maggiore
come sembrava impossibile che tu fossi madre
come sembrava impossibile morire di parto
nell’anno duemila di Dio

pesavi di meno di questo cognome che oggi
io porto da solo che se si potesse prenderlo
in braccio e sollevarlo come facevo con te
sarei un uomo diverso e avrei un sorriso
più facile da regalare ai miei figli

Da A ogni cosa il suo nome, Le Voci della Luna, 2008

Continua a leggere →

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Il blog LIMINA MUNDI è stato fondato da Loredana Semantica e Deborah Mega il 21 marzo 2016. Limina mundi svolge un’opera di promozione e diffusione culturale, letteraria e artistica con spirito di liberalità. Con spirito altrettanto liberale è possibile contribuire alle spese di gestione con donazioni:
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