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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Loredana Semantica

Prisma lirico 7: Francesco Tontoli, opere di Thure Sundell e Maurice de Vlaminck

12 mercoledì Lug 2017

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Il colore e le forme, LETTERATURA, Poesie, Prisma lirico

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Nell’ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi presentiamo una poesia di Francesco Tontoli. La rijfrazione “prismatica” delle parole in immagine e colori è affidata a due opere pittoriche, rispettivamente “Moonlight” di Thure Sundell (1864-1924)  e “L’onda” di Maurice de Vlaminck (1876-1958). In calce una breve biografia/link dell’autore del testo.

Thure Sundell (1864-1924)

“Moonlight”, Thure Sundell

Credetemi
non esiste l’idea del silenzio
senza un giardino silenzioso
non esiste fruscio di vento
ronzare d’ape, abbaiare di cane
planare d’uccello su specchio d’acqua
tuonare di temporale in lontananza
non esiste moto d’onda e gorgoglio
rumore di pioggia che fa affondare
le gocce nel mare aggiungendo
al bicchiere già colmo
altra sostanza vitale
altro silenzio al silenzio taciuto.

l'onda

“L’onda”, Maurice de Vlaminck

testo di Francesco Tontoli

opere:

“Moonlight” di Thure Sundell

“L’onda” di Maurice de Vlaminck

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Sette contro Tebe di Sofocle

07 venerdì Lug 2017

Posted by Loredana Semantica in SPETTACOLO, Teatro

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Sette contro Tebe di Sofocle è l’altra tragedia, oltre a Le Fenicie di Euripide (della quale ho già detto qui) ad essere stata messa in scena quest’anno al teatro greco di Siracusa nell’ambito del 53° ciclo di rappresentazioni classiche.

Con la regia di Marco Baliani hanno calcato il palcoscenico del teatro aretuseo:

Eteocle | Marco Foschi
Antigone | Anna Della Rosa
Aedo | Gianni Salvo
Araldo | Aldo Ottobrino
Messaggero | Aldo Ottobrino
Danzatori | Massimiliano Frascà, Liber Dorizzi

Coro di giovani Tebane | Accademia d’Arte del Dramma Antico – sezione Scuola di Teatro “Giusto Monaco”

Questa tragedia si caratterizza per l’esiguità dei personaggi di spicco. Sostanzialmente solo due: Eteocle e Antigone. Due dei figli di Edipo e Giocasta, gli altri figli di questa coppia sventurata sono Polinice e Ismene che non compaiono in questa tragedia, la seconda in verità è una figura tramandata come silenziosa e docile, Polinice c’è, ma non si vede, o meglio lo si vede solo dopo morto, corpo inerte sul quale Antigone piange.

L’antefatto è analogo a quello delle Fenicie, Eteocle e Polinice, figli di Edipo, all’atto che Edipo lascia il trono di Tebe, si sono accordati per alternarsi un anno ciascuno al governo della città, ma Eteocle, scaduto il suo anno di regno, non vuole lasciare al fratello lo scettro e marcia da Argo verso Tebe con un grande esercito per reclamare il suo diritto. Pende sul capo dei fratelli la maledizione del padre che entrambi si sarebbero uccisi reciprocamente col ferro delle armi.

I due protagonisti Eteocle e Antigone si alternano sulla scena ricoperta completamente da granelli color rame, al centro della scena troneggia un frondoso ulivo secolare sostenuto da poderose radici. Scenografia essenziale ma efficace. Il coro rappresenta il popolo di Tebe.

Dopo l’introduzione dell’aedo (interpretato da Gianni Salvo, (anima del Piccolo Teatro di Catania), Antigone in scena porge offerte, prega gli dei con le donne/ancelle del popolo tebano prostrata sotto l’ulivo secolare. Eteocle interviene recitando nella sua prima apparizione a sorpresa dall’alto della casa dei mugnai, una casetta antica e piccola, a base pressappoco quadrata che si slancia in un piano sopraelevato. Essa domina dall’alto l’intero teatro. Eteocle, come un condottiero al suo esercito, infonde coraggio al suo popolo e proclama gli intenti bellicosi contro chi osa attaccare la città.

In un secondo momento Eteocle si presenta sulla scena e rimprovera alla sorella di assumere un comportamento pavido di fronte al popolo di Tebe con la sua paura e le sue preghiere non rappresenta un modello di coraggio e li rende deboli, tanto più che gli dei hanno abbandonato gli uomini e a nulla serve pregare, frase sacrilega tipicamente imboccata nelle tragedie a coloro che vanno incontro a sorte infausta. Alla notizia che marciano verso le sette porte di Tebe altrettanti guerrieri temibili dell’esercito di Polinice, Eteocle a sua volta nomina sette eroi tebani che alle porte di Tebe fronteggeranno i nemici.

Assegnazione delle porte
Porte Guerriero di Eteocle Guerriero di Polinice
Porta di Preto Melanippo Tideo
Porta Elettra Polifonte Capaneo
Porta Nuova Megareo Eteoclo
Porta Atena Onca Iperbio Ippomedonte
Porta Nord Attore Partenopeo
Porta Omoloide Lastene Anfiarao
Settima Porta Eteocle Polinice

Le investiture sono inscenate in modo spettacolare, con l’espediente di un graticcio in bambù che magicamente sorge dalla sabbia per diventare una sorta spalliera svedese, sorretta in verticale e in orizzontale dal coro del popolo/soldati tebani, sulla quale gli eroi si esibiscono aggrappati, man mano che vengono nominati, compiendo acrobazie/danze dimostrative del loro valore e prestanza. A semicerchio di fronte agli spettatori al limite dell’orchestra sette massi e sette vessilli, rappresentano le sette porte della città, la maschera che ogni eroe porta esibendosi, viene tolta da Eteocle dal capo e posta su ogni masso, una simbolica attribuzione del ruolo di difensori della città presso ciascuna delle porte.

Tutta la rappresentazione si caratterizza per spettacolarità, sin dalla scelta di far recitare Eteocle dalla Casa dei Mugnai che sorprende lo spettatore, poi per il grande risalto dato al coro sempre in movimento ad occupare lo spazio a imprimere dinamicità alla rappresentazione. La rilevanza del coro in verità è tipica delle tragedie arcaiche delle quali questa di Sofocle ha gli elementi caratterizzanti , così come l’esiguità dei personaggi. Probabilmente nella stesura originale di Sofocle i personaggi previsti erano solo il coro, il messaggero ed Eteocle mentre l’introduzione degli altri è frutto di interpolazione. Tuttavia di queste aggiunte la tragedia se ne giova risultando più ricca e varia nell’alternanza scenica. In questa versione rappresentata a Siracusa non è presente Ismene, sorella di Antigone, che in altre versioni è tra i personaggi.

I suoni sono utilizzati sapientemente e resi ottimamente dall’impianto sonoro, a sottolineare i momenti salienti, accompagnare le danze. I tamburi soprattutto spiccano per efficacia battendo in modo suggestivo ritmi di tragedia e di guerra. A proposito del suono spendo qui due parole sul fatto che ormai è invalso l’uso di utilizzare microfoni per gli attori della tragedia, che, tradizionalmente, dovrebbero recitare senza ausili tecnologici. Ciò perché il teatro dovrebbe godere di una particolare acustica potenziata dalle casse naturali  di risonanza poste a destra e a sinistra della scena, costituite da incavi scavati nella roccia. La verità è che i rimaneggiamenti del teatro e/o l’usura del tempo non rendono questa acustica eccellente come probabilmente era in origine, d’altra parte la tecnologia ormai è tale che i microfoni praticamente non si vedono, quindi sembra che gli attori recitino senza. Io però vengo da un tempo in gioventù nel quale ho visto e sentito recitare senza microfono al teatro greco di Siracusa e posso testimoniare la chiara percezione dello sforzo vocale richiesto all’attore. Davvero non tutti possono.

Il culmine della rappresentazione Sette contro Tebe è lo scompiglio della battaglia, tra fumi, assalti e fughe, mimando l’affanno e violenza della battaglia i soldati si misurano armi in pugno, accompagnati dal rumore degli scontri, in sottofondo di musiche coinvolgenti con punte di acuti tamburi e grida. Al tramestio di questo momento segue la calma dell’avvenuta tragedia. Questo è l’apice drammatico, dove Antigone pone a tutta la vicenda il suo cameo di dolore. Antigone piange i fratelli morti e esprime pari tenerezza per l’uno e l’altro deposti inanimati ai suoi piedi.  Sopraggiunge la manifestazione del volere della città di rendere onori a Eteocle, eroe e difensore di Tebe e di lasciare insepolto Polinice, esposto fuori dalle mura all’insulto di cani randagi e uccelli predatori. Il volere della città è espresso attraverso la voce tecnologica e nasale di un megafono. Anche il megafono è un elemento spettacolare di questa tragedia, montato su un alto traliccio sorge magicamente dalla sabbia e proclama la volontà del governo tebano di non dare sepoltura a Polinice che da nemico ha aggredito la città. Antigone si ribella  a questa decisione e dichiara l’intento opposto di dare sepoltura al corpo del suo disgraziato fratello a rischio della sua stessa vita. Intento che porterà a compimento. Questa però è tutta un’altra tragedia.

Bravo Marco Foschi nei panni di Eteocle. Ancora di più mi ha convinto questa bella Antigone-Anna Della Rosa, forse perché da donna solidarizzo con una donna, portatrice di trepidazione e dolore, forse perché nel ruolo di Antigone non lancia minacce, non bestemmia contro gli dei, perché fieramente osa opporre la pietà e l’affetto fraterno alla maledizione della città contro Polinice, forse infine per il fascino della particolare voce di Anna Della Rosa, lirica e tremante che si presta singolarmente alla recitazione delle tragedie. Lei è ben consapevole d’essere la figura femminile centrale di tutta la tragedia e riveste questo ruolo con talentuosa consapevolezza, sia in abiti da “guerra” di pelle e piume indossati nella prima parte della rappresentazione, sia dopo, negli abiti più sobri del dolore, una mise in spolverino color tra cipria e mattone su veste nera. Questo outfit mi è sembrato l’unica concessione al moderno tra i costumi altrimenti validi scenograficamente, perché “animati” molto mobili, danzano sul corpo degli attori come fossero dotati di una propria vita, appaiono ispirati in parte agli uomini delle caverne e per altro verso al medioevo dei signori paludati riccamente. Mi sarei risparmiate le cavigliere a frange da african style.

E’ piaciuta questa tragedia, oltre che a me, anche agli spettatori. A fine rappresentazione, tradizionalmente, si applaude a lungo per ringraziare. Ne vale davvero la pena.

Solo un rammarico, che è un appunto, che è una lamentela, che è una voce che dà voce a tutti coloro (e sono moltissimi) che non hanno gradito affatto il divieto dell’uso di fotocamere e telecamere durante la rappresentazione. Questa riserva dell’immagine di un evento pubblico è spiacevole e controproducente per la fortuna e memoria dell’evento stesso. Migliore sarebbe stato un divieto di riprese fotografiche e video per uso professionale o comunque commerciale.

Per quanto appena detto, qui non vi sono foto della rappresentazione.

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Forma alchemica 15: Costantino Kavafis

05 mercoledì Lug 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA

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E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.
Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.

Constantinos Kavafis
[In Settacinque poesie, Einaudi, Torino 1992]

Κι αν δεν μπορείς να κάμεις την ζωή σου όπως την θέλεις,
τούτο προσπάθησε τουλάχιστον
όσο μπορείς: μην την εξευτελίζεις
μες στην πολλή συνάφεια του κόσμου,
μες στες πολλές κινήσεις κι ομιλίες.
Μην την εξευτελίζεις πηαίνοντάς την,
γυρίζοντας συχνά κ’ εκθέτοντάς την
στων σχέσεων και των συναναστροφών
την καθημερινήν ανοησία,
ώς που να γίνει σα μια ξένη φορτική.

Κωνσταντίνος Καβάφης
da “Ποιήματα 1897-1933”, Ίκαρος, 1984

Propongo per questa Forma alchemica una poesia di Costantinos Kavafis, la versione originale e la traduzione in italiano, quest’ultima tratta dalla raccolta Einaudi “Settantacinque poesie” di N. Risi e M. Dalmàti
Non ha scritto molto Costantinos Kavafis, poco più di 150 poesie in tutto, la maggior parte delle quali dopo i quaranta anni, molte altre poesie sono rimaste incomplete. Scriveva su fogli sparsi, come appunti, senza sistematicità. Eppure, dopo la sua morte, raccolta e conosciuta la sua produzione, la sua fama cominciò a crescere, fino a farne uno dei più grandi poeti in lingua greca.
La spiegazione di questa grandezza sta nel suo modo di fare poesia, avulso dal gusto dell’epoca, non ascrivibile a nessuna corrente letteraria, dagli argomenti anticonvenzionali, insoliti, profondi e trattati con mano originale. Egli coniuga il classicismo letterario e l’attualità, la ricerca dell’interiorità e il desiderio sensuale. Molti componimenti si caratterizzano per i toni nostalgici, struggenti, come “Itaca”, splendida metafora del senso della vita, alla quale questo blog ha reso omaggio citandola nella pagina “About”
Kavafis nacque ad Alessandria d’Egitto nel 1863 e, sebbene per qualche tempo se ne sia allontanato al seguito della famiglia, volle tornare in questa città, dove si stabilì definitivamente nel 1885. Lì lavoro’ come giornalista, agente di borsa e poi per trent’anni interprete presso il Ministero dei Lavori pubblici. Da impiegato intimamente provava nei confronti dei colleghi un vago senso di superiorità e, sebbene fosse coscienzioso, si rendeva conto che il lavoro d’ufficio ostacolava la sua vena artistica, chiedendo tempo e applicazione, mortificando la sua ispirazione.
Kavafis amava Alessandria, per la sua natura multietnica, multilingue, la tolleranza morale, la vitalità dei commerci, la licenziosa vita notturna, per la ricchezza culturale frutto della congiunzione di molte culture: greca, ebrea, italiana, copta, armena. Visse ad Alessandria fino alla morte avvenuta nel 1933.
Egli tuttavia aveva molto a cuore la cultura e la lingua greca, e frequentò perciò sempre, sia ad Alessandria che nei viaggi lontano da essa, la comunità di lingua greca. Fu profondo conoscitore della storia, della civiltà ellenica, dell’impero romano e bizantino, che espresse nella sua scrittura.
Kavafis occultò la sua omosessualità che, scoperta da adolescente, esplicava con animo contraddittorio tra il godimento libero, derivante dal piacere dei sensi di ellenistica memoria e un senso oscuro di censura di estrazione cristiana, per la quale questo piacere sterile poteva trovare appagamento solo in ambienti degradati e situazioni infime.
Forse per questo egli visse per tutta la vita un senso di segregazione, che lo teneva nel suo appartamento, alla luce di una lampada, a scrivere versi cercando nella memoria il ricordo di un giovane corpo, un piacere mai dimenticato, che la pelle e sensi gli avevano regalato.
Probabilmente nasce in questo contesto di solitudine la  poesia oggi in commento.
Splendido esempio di compiutezza e limpidezza, trattazione moderna, argomento insolito, paradigmatica quindi della poetica dell’autore. L’avvio con la congiunzione “e” del primo verso sembra proseguire un discorso precedente. La poesia si snoda poi in un unico periodo retto dai primi tre versi e scandito dall’imperativo “non sciuparla”. Si riferisce alla vita Kavafis, ed in linea col suo vissuto di riserbo e solitudine, raccomanda di non sprecare la vita in commerci e vacue frequentazione, ma di selezionare le persone e gli eventi a cui partecipare con cura, in modo che la vita ci sia cara e non diventi un’estranea in balia del frenetico gioco degli inviti e delle relazioni.
La raccomandazione mi sembra particolarmente indicata in un’epoca nella quale ci lasciamo trascinare dalla mania del divertimento e della partecipazione ad attività ludiche, ricreative, sociali, collettive, più o meno grandiose, dove solo l’esserci in quello specifico luogo oggetto d’attenzione o diventato di moda, sembra dare una patente di esistenza in vita.
Mi sovvengono due citazioni musicali per questo argomento, che hanno in qualche modo attinenza con la poesia, con lo spirito che la pervade, specialmente con l’ indovinato aggettivo stucchevole, che ben esprime la nausea per tutte le occasioni festaiole e by night che tanto coinvolgono molta nostra attuale gioventù. Le propongo nei “gettonati” official video sottostanti.  Sia, voce affascinante ed interprete del più recente “Chandelier” e il più datato “Fuori dal tunnel” del cantautore Caparezza.

 

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Canto presente 21: Francesca Pellegrino

30 venerdì Giu 2017

Posted by Loredana Semantica in SINE LIMINE

≈ 2 commenti

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Francesca Pellegrino

Cronache di un Autunno

Sono successe cose, piccole cose
la linea storta sugli occhi
il traffico bloccato, i panni sporchi,
la spia rossa, il buco nero.
Si è anche fulminata una lampadina
ma me l’hanno dovuto dire.
Sono successe cose, sono successe anche se
ho respirato il giusto, senza esagerare
ho parlato pochissimo, lo giuro, quasi niente.
ma sono successe.
E ci sono anche novità, tipo
chiudere il sorriso per inventario
riparare la crepa delle notti, ché qui piove spesso
e sempre da dentro.
E infine, provare a scrivere il mio nome
sulla lista delle cose urgenti da sistemare
sul post-it del frigo.

Adamo ancora nega

Ancora neghi che la terra sia rotonda
soltanto perché non vedi che il tuo passo
distante anni luce dall’orizzonte .
E a me non resta che osservare impotente
il tempo che impiega una fronte
a corrugarsi.

Una vetrina

Ho messo in vetrina
un sorriso che sta fermo e zoppo
sulle sue gambe. L’ho messo in vetrina
nella sua posa migliore, s’intende:
quella dalla quale si vede il mediterraneo. Tutto.
E qualcuno che si fermi e lo guardi, c’è sempre
e mai per acquistarlo – soltanto possederlo
per quel solo unico attimo.
Come è anche solito che qualcuno
non veda che una pozzanghera
di quando piove poco e male – fuliggine e indolenza.
L’ho messo in vetrina perché così
non barcolla più e, piuttosto che
continuamente precipitare nuvole
di incanto, piuttosto, piuttosto muore.
Ma non come qualcosa che dimentico.
Come qualcosa che ho perso.

Roubasienne

Certe madonne hanno il verme in bocca.
Le ho viste sedere a riva, infilzare
l’Amo nella lacrima intelligente,
attendendo
tutti i pesci grossi ad abboccare.

Borotalco

Non resta che la prevenzione:
fugare l’indelebile altro addio
prima che sia tardi.
Prima che sia macchia.
Perché è finito il borotalco
(spallucce).

 

 

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Prisma lirico 7: Sebastiano A. Patanè Ferro – fotografia di Loredana Semantica

28 mercoledì Giu 2017

Posted by Loredana Semantica in SINE LIMINE

≈ 1 Commento

Nell’ambito della rubrica Prisma lirico, oggi presentiamo una poesia di Sebastiano A. Patanè Ferro e la fotografia di Loredana Semantica. In calce una breve biografia e/o link degli autori.

IMG_6988 copia2

Il controcanto dei papaveri

non essere riusciti a cambiare il mondo
dovrebbe essere il solo rimpianto di ogni uomo
la stupidità oppone resistenza al flusso
e infine ne gode solo la gendarmeria

c’è un momento che scorre lungo cloache
e sarebbe meglio non impedire al gelo
di trasformarsi in musica non pronunciata
che rimanga vortice nel pensiero rotante
e da lì vada pure a sbattere contro porte chiuse

c’è anche il coraggio dell’assassinio che risolve
e normalmente chi uccide è un balordo
che non conosce il gioco della mente
quando inventa persino i perché giustificando
quella stirpe che è rimasta meno che scimmia

ti hanno sparato, amico mio, si hai un buco
da dove si vedono parole bruciacchiate
anche a Piero spararono per essere gentile
e a vegliarlo sono solamente i papaveri
che ne avrebbero di cose da raccontare

nel loro controcanto

testo di Sebastiano A. Patanè Ferro da “Lazzaro”, estensione poetica, 2015, Piccolo Teatro da Camera, Collezione

fotografia di Loredana Semantica

IMG_6977 copia CHIARA

Sebastiano A. Patanè

nasce a Catania nel 1953 sotto l’acquario di febbraio. Fin da giovanissimo coltiva la passione delle lettere che comincerà a sviluppare con impegno negli anni ‘80 quando fonda il centro culturale e d’arte “Nuova Arcadia” salotto di poesia e sede di numerosi reading. Presente in diverse riviste ed antologie nazionali ed internazionali del periodo, alla fine degli anni 80,primi ’90, dopo la separazione dalla moglie, abbandona la scrittura e comincia a viaggiare per il mondo. Quindici anni dopo, nel 2008, riprende a scrivere con l’intenzione di non smettere più. Sue poesie sono rintracciabili su diversi autorevoli blog tra cui Poetarum Silva, La stanza di Nightingale, Larosainpiù, Il giardino dei poeti e Neobar. Nel 2010 la Clepsydra Edizioni di Anila Resuli ha pubblicato “Poesie dell’assenza” in E-book.

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Le Fenicie di Euripide

23 venerdì Giu 2017

Posted by Loredana Semantica in SPETTACOLO, Teatro

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Nel teatro greco di Siracusa è il corso il 53°ciclo di rappresentazioni classiche.
Ogni anno nei mesi maggio, giugno e luglio, nello splendido scenario naturale a cielo aperto del teatro greco di Siracusa, l’INDA mette in scena 3 opere di autori classici greci o latini che attirano spettatori da tutto il mondo, l’anno scorso quasi 120.000.
L’inda, acronimo di Istituto Nazionale del Dramma Antico, è una fondazione culturale nata nel 1913 per iniziativa del nobile siracusano Mario Tommaso Gargallo, con l’intento di dare nuova vita al dramma antico nella sua sede naturale: il teatro greco di Siracusa.

Questo teatro è stato scavato nella roccia del colle Temenite circa 4 secoli prima della nascita di Cristo, è quindi un teatro antichissimo e glorioso, con la sua cavea di ben 138,60 metri si colloca tra i teatri greci più grandi del mondo. Caratterizzato da accorgimenti diretti a sfruttarne l’acustica, è costituito da più ordini di gradini disposti a semicerchio e degradanti verso il centro. Originariamente i gradini erano 67, divisi in 9 settori da scalinate che permettevano al pubblico l’accesso ai posti a sedere. Utilizzato anche in epoca romana, più volte rimaneggiato, è attualmente monumento archeologico oggetto di immancabile visita da parte dei turisti che si recano a Siracusa. Viene destinato soltanto di rado a premiazioni ed altre iniziative culturali diverse dalle rappresentazioni classiche per preservarne l’integrità. Sempre per tutelare la roccia dall’usura, durante il ciclo di rappresentazioni classiche viene protetto da impalcature sui gradini e transenne di legno lungo le scalinate per permetterne la fruibilità senza danneggiamenti.

Quest’anno in programma per il ciclo di rappresentazioni classiche ci sono:
“Le Fenicie” di Euripide, l’ultima rappresentazione domani
“Sette contro Tebe” di Eschilo
“Le Rane” di Aristofane
Le prime due sono tragedie, appartengono entrambe al ciclo tebano e trattano della stessa vicenda da angolazioni diverse, le Rane sono una commedia, capolavoro di Aristofane.

Le Fenicie di Euripide, è stata rappresentata quest’anno dopo una lunghissima pausa dal 1968, l’anno nel quale precedentemente è andata in scena, parliamo di oltre 50 anni fa. La tragedia è tale indubbiamente, c’è un gran bel numero di irrimediabili morti, un fato che incombe maledetto, guerra, odio e rivalità, una madre aggrovigliata nelle spire di infausta sorte che nulla può contro il destino e sceglie il suicidio, preferendo la morte a una vita di infelicità per il lutto dei propri figli e per la disgrazia del proprio delitto. Sono protagonisti di questa tragedia del ciclo tebano: Giocasta, Edipo, Eteocle e Polinice, Antigone, Tiresia, Creonte, Meneceo, a dare il nome alla tragedia un gruppo di donne, tra le quali una vergine, provenienti dalla Fenicia e dirette al tempio di Apollo che assistono allo svolgersi degli eventi. Le donne fenicie nella tragedia assumono le vesti del coro che tradizionalmente commenta o narra aspetti ed eventi rilevanti della tragedia.

Eteocle, Polinice e Antigone sono fratelli, figli di Giocasta ed Edipo, Edipo tuttavia sposando Giocasta ha commesso a suo tempo inconsapevolmente incesto, perché Giocasta è anche sua madre. Edipo, nella disperazione della colpa di cui si è macchiato, lascia il governo della città di Tebe, che resta ai figli maschi Eteocle e Polinice. Essi si accordano per alternarsi un anno ciascuno, ma Eteocle al termine del suo anno di governo non vuole cedere al fratello lo scettro e perciò Polinice, reclamando il suo diritto, marcia con un poderoso esercito da Argo verso Tebe. La tragedia si apre con un dialogo tra Antigone (Giordana Faggiano) e il suo precettore, (Simone Luglio), che è un pretesto narrativo per introdurre alla vicenda.

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Antigone e Pedagogo, ph. Loredana Semantica

In questa fase iniziale viene messa in risalto la scenografia. Bello l’albero sradicato, bianco nelle fronde e nelle radici, al centro della scena tra le rocce squadrate come mura e suggestivi teli di organza bianca stesi tra gli alti pali dello sfondo che ondeggiano al vento. Rosso tutto il resto. Scenografia essenziale ma efficace.

Tra i momenti salienti ed efficaci della tragedia il monologo di Giocasta, nell’ottima interpretazione di Isa Danieli. Ella preoccupata del rischio che incombe sulla città, ma soprattutto sui suoi figli tenta inutilmente di accordarli, risultando una credibile Giocasta in ricchi paludamenti neri e bionda, luminosa capigliatura. Eteocle al secolo è Guido Caprino (noto al grande pubblico per aver interpretato il Commissario Manara in TV) nella tragedia è un prestante re, cupo, determinato, assetato di potere.

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Eteocle e il coro, ph Loredana Semantica

Suo fratello Polinice è Gianmaria Martini, anche lui ha recitato in tv nella fiction I Cesaroni. Nei panni di Polinice si mostra meno imponente del fratello, con una recitazione più infantile e nevrotica, (del resto ben si accorda alla realtà della vita che i fratelli siano diversi per aspetto e temperamento) con la quale rappresenta alla madre Giocasta, quanto l’esilio di un reale sia una condizione di nullità e disagio.

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Giocasta e Polinice, ph. Loredana Semantica

Tiresia, l’indovino cieco, è interpretato con originale vena bisbetica, comica e patetica nello stesso tempo, da Alarico Salaroli. E’ Tiresia che indica come unica via per salvare Tebe dalla minaccia della guerra incombente il sacrificio di Meneceo (Matteo Francomano) figlio di Creonte. Ottimo anche Creonte, interpretato da Michele Di Mauro. Proprio Creonte è l’artefice dell’unico momento di pathos in scena, quando egli manifesta il suo inconsolabile dolore alla scoperta che suo figlio Meneceo si è suicidato, sacrificandosi per salvare la città, realizzando il vaticinio di Tiresia.

Ed in questa ultima considerazione si evidenzia il limite di questa tragedia, costruita da Euripide, senza un’autentica consapevolezza o autentica volontà di muovere lo spettatore a partecipazione. Sin dall’introduzione di un coro formato da terze parti, le donne Fenicie, che osservano e commentano, più con lucidità che con emozione.

A dire del coro in particolare, tranne la vergine in assurdi occhiali dalla montatura di celluloide scura e la pianista che ben accorda note gravi a tutto l’insieme, tutte le donne fenicie hanno il volto coperto da un mascherone di gomma. Scelta che impressiona ma non compensa il limite della staticità del coro. Essendo questo gruppo a dare il nome alla tragedia, forse un maggiore dinamismo, un’esaltazione delle battute, renderlo maggiormente spettacolare avrebbe giovato all’intera rappresentazione.  La tragedia infatti soffre per l’assenza di un protagonista che spicchi e catturi l’attenzione dell’ascoltatore, lo conquisti alla sua sofferenza ed alle sue ragioni. Giocasta avrebbe potuto raggiungere questo vertice, sol che Euripide avesse voluto mettere in scena il tragico momento in cui lei si dà la morte per non sopravvivere ai suoi figli. Euripide invece sceglie per finale la sobrietà di una condanna per Edipo, in lutto per la morte di madre e sposa al tempo stesso e dei suoi due figli, messo all’esilio da Creonte, convinto che egli sia l’origine della rovina di Tebe. La scena finale è di Edipo che, accompagnato da Antigone se ne va verso lo sfondo e sparisce.

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Edipo, ph. Loredana Semantica

Anche quest’anno, come ormai avviene da tempo, sono stati introdotti nei costumi della tragedia elementi estemporanei e stranianti: come le divise moderne dei soldati, i berretti con le visiere, gli elmetti e i bottoni dorati, gli occhiali assolutamente incoerenti della vergine tra le donne fenicie, la mise in giallo limone di Antigone  che rammenta lo stile teenager anni 50 da film Grease, ben poco in linea col coraggio, ribellione e disperazione che fanno brillare questa figlia di Edipo. L’araldo, Massimo Cagnina, ha l’ingrato compito di snocciolare la serie di morti che funestano la tragedia, riesce a farlo trasformando il momento tragico, in un inserto tragicomico, dove il refrain “Me dispiace” e l’inflessione meridionale spadroneggiano. La palma res della ieraticità, pur nella pronuncia evidentemente straniera, va a Edipo – Yamanuchi Hal, perfettamente nei panni di un re cieco, nobile e sconfitto dal fato.

In sintesi cosa potremmo dire di questa tragedia? Bravi tutti tranne Euripide.

La regia è di Valerio Binasco.

Tutte le informazioni qui. http://www.indafondazione.org/it/

Loredana Semantica

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Forma alchemica 14: Rainer Maria Rilke

21 mercoledì Giu 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA

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IX Elegia, Rainer Maria Rilke

Noi forse siamo qui per dire: casa,
ponte, fontana, cancello, brocca, albero da frutto, finestra
al massimo: colonna, torre…ma per dire, cerca di capire,
oh, per dirle così, come mai le cose stesse
hanno mai intimamente creduto d’essere.
Tuttavia essere qui è molto, perché sembra
che tutto qui abbia bisogno di noi,
questo luogo effimero che stranamente ci riguarda.
Noi i più fugaci. Ogni cosa una sola volta.
Solo una volta e mai più. E noi ugualmente
soltanto una volta. Mai una seconda.
Ma questo essere stati una volta
anche una sola volta, essere stati terreni
sembra irrevocabile.

(Rainer Maria Rilke, IX Elegia, vv. 32- 36, 11-17, traduzione di Loredana Semantica)

Il cantore dei cantori è Rilke, lui l’Orfeo moderno, mistico e misterioso. Ardente del sacro fuoco poetico. Con Rilke ci slanciamo verso l’azzurro del pronunciamento. La sacralità della parola esiste per dire, mentre, per converso, sembra che le cose stesse esistano al mondo per poter essere dette. E’ quasi un incantesimo del dire che le fa essere ciò che sono: presenti, visibili, dicibili. Cose animate, cose pensate, cose per sempre cose nel momento stesso in cui esse sono definite, nel vocabolo che le significa e le com-prende facendole comprendere. Cose molteplici, personificate e pensanti che mai avrebbero inteso essere ciò che sono, quando le si dice. Inconsapevoli della loro presenza/essenza, del loro portato di significanza. Semanticamente cose. Cose esplicitate. Cose a corredo, normali, meravigliose.
Noi uomini ad esse rapportati, sembriamo essere qui ed ora giustificati proprio da queste cose che necessitano di noi, come se per nostro tramite si rivelassero, rivelando la loro autentica essenza. Cose che sono per un attimo e poi non più. Fugaci quindi, non meno di noi uomini esseri caduchi per eccellenza, eminentemente consapevoli della finitudine, destinati al termine fin dalla nascita. Uomini che vivono sapendo di morire progressivamente ogni giorno, avvicinandosi col tempo sempre più all’exitus. Rilke profondo. Profondo, ieratico, profetico e interrogante. Ineluttabile, vaticinante. Rilke saggio e gigante, svettante poesia fino alle cime, impasto di poesia e carne. Come le cose, noi stessi nella fugacità dell’essere esistiamo sulla terra. Vi so-stiamo una sola volta e mai più.
Ma essere anche solo una volta sulla terra, nonostante l’abito della transitorietà, ha in sé il seme di un’eternità che sta nell’irrevocabilità della nostra essenza/presenza nel mondo. Natura esistente che resta e r-esiste per un tempo non definibile a testimonianza-specchio-icona-monolite e ci sopravvive.
Non trascorriamo quindi, inesistenti e vacui, ma siamo nel rapporto con le cose che ci concernono, più o meno materiali, in un’elencazione che le scardina e le afferma, che le rende persistenti ed effimere al contempo, che le rende tuttavia cose nella peculiarità di ciascuna di esse: casa, torre, colonna finestra. Significativa la scelta musicale dei vocaboli. Evidente un insistente riferimento a costruzioni architettoniche frutto del lavoro umano: casa, torre, ponte. Non meno significanti la fontana e l’albero da frutto, anch’essi metaforicamente produttivi, nello zampillare dell’acqua e nel frutto che l’albero dona, in un dare bucolico, originario, sorgivo. Un vago sentore metapoetico è profuso nell’intero testo. Omaggio alla parola, alle realtà osservata e trasposta in parola, all’interiorità. Com’è proprio dei temi cari all’autore.
Cose quindi che si colorano di significato e prolificano di senso attraverso la nostra esperienza che le acquisisce e concretizza. Esse non esisterebbero senza di noi, senza il significato che noi ad esse riconnettiamo, per la percezione che ne abbiamo. Poetica quest’ultima che caratterizza l’intera produzione rilkiana, come il senso religioso, instillato dalla famiglia del poeta, profondamente religiosa.
In questa Forma alchemica ho premesso  il commento ai cenni biografici che sono solita dare sull’autore. Ho scritto questo commento in colata unica, in sorta di “raptus” di corrispondenza poetica suscitata per riverbero dalla poesia di Rilke, la considero infatti un modello di perfezione, requisito di eccellenza presente del resto anche altre composizioni di questo poeta. Non avendo confidenza con la lingua originale dell’autore, delle poesie di Rilke, purtroppo, non posso percepire pienamente la costruzione, l’armonia, il ritmo e le assonanze, cioè tutto ciò che fa di un testo poesia, prima e oltre il suo senso. Esse tuttavia mantengono, anche tradotte, un’indiscutibile profondo fascino, nel che, ritengo, sia ulteriore dimostrazione della loro grandezza. Rilke ha scritto principalmente in lingua tedesca, senza tuttavia disdegnare il francese, al quale ha fatto ricorso nella seconda parte della sua produzione.
Ciò che tuttavia impressiona della biografia di Rilke è l’inquietitudine del poeta che si manifesta con una vita girovaga. Non per niente il concetto di “uomo senza casa” presente anche in Kafka, serpeggia anche nella poetica di Rilke.
Nell’arco del mezzo secolo della sua vita, (nato nel 1875, è morto nel 1926), Rilke ha viaggiato per tutta l’Europa e oltre, dalla Russia a Venezia, da Napoli a Monaco, da Praga, a Zurigo, Berna, Roma, Duino, Dresda, Egitto, …e l’elenco potrebbe proseguire. Costanti i contatti di Rilke con gli ambienti culturali di tutta l’Europa, molte le donne con le quali intrattenne una corrispondenza epistolare e frequentazione personale, essendo amiche per lui, muse, amori. Molti amici artisti e scrittori, tra i quali Pasternak, Tolstoj, Rodin, Valery, solo per citare i nomi più noti, con i quali condivise idee, reciproca stima. Altri ancora erano amici che l’ammiravano, gli offrivano ospitalità nei suoi spostamenti.
Si sposò con Clara Westhoff, dalla quale ebbe la figlia Ruth, ma il grande amore della sua vita fu l’intellettuale Lou Andreas-Salomé.
Ampia la sua produzione, i suoi capolavori sono le Elegie duinesi, dalle quali è tratto lo stralcio poetico commentato qui, i Sonetti a Orfeo e I quaderni di Malte Laurids Brigge.

Loredana Semantica

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Canto presente 20: Filippo Parodi

16 venerdì Giu 2017

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

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Filippo Parodi, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Filippo Parodi

Colloquio

La carne senza carne per raggiungerti e con-vincere,
i nervi deodorati, queste ossa che reinvento,
per le tue rigide altezze la mia soffice paralisi.
Il gioco di strozzarmi con la lingua incravattata.

In auto con mia zia

In auto con mia zia,
Lei guida e come un sacco mi trasporta, guardo intorno,
Il torace dilatato da Schubert e dai baci delle benzodiazepine,
La colpa di una gioia, non sono responsabile.
Io sono il nipote che scivola e sbadiglia, lo zaino tra le cosce, vibrante galleria,
Il giorno parla piano, la zia doma le ruote e le crudeltà d’asfalto, di
mare e così via,
E ha voce, nervi, linfa, maestà decisionale. Fucili tra i capelli, la zia sta lì a difendermi con le sue azzurre ombre, le perle nella borsa, le scatolette miste con il cibo per i gatti e poi
Mi chiede. Mi tormenta. Stracolma. Mi stordisce.
Le nuvole irrisolte, casette sopra i monti e le rate, le bollette, il pranzo, il giardiniere,
La zia stringe le marce e sa intonarsi con il mondo che
Mi sembra sussurrare farfalle di paura. Mi sembra si accartocci in abitata apoplessia. Ritorna a una pozzanghera di familiarità.
La zia che mi confessa che devo ancora nascere. Continua a leggere →

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Prisma lirico 6: Francesco Tontoli – Emanuele Dello Strologo

14 mercoledì Giu 2017

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Fotografia, Il colore e le forme, MUSICA, Prisma lirico, Proposte musicali

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Emanuele Dello Strologo, Fotografia, Francesco Tontoli, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi presentiamo “Neo nati” una poesia di Francesco Tontoli, la fotografia di Emanuele Dello Strologo. In calce link e/o una breve biografia degli autori.

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Ai Neo nati

Eoni fa non eravate che idee
e or ora creati ancora impastati
di fango e di sangue
il vostro legame col sole
si spezza coi denti
e vi soffia quel fiato

sappiate che siete stati invissuti
che foste bevuti in un sorso di luna
che eravate la piuma che non si riposa
che assomigliavate a quei punti di stelle
che si congiungono a formare creature
più come cose sognate simili a dubbi
che vengono a chi si rivolta nel sonno

eravate i mille pensieri senza essere nati
col senno di poi i punti del corpo toccati
e benedetti da un rapido segno di croce
eravate nelle gambe di chi corre incontro all’amore
sulle dita di chi chiude gli occhi ad un morto
sostavate dentro una barca prima di prendere il mare
nelle mani del vento che gonfia lenzuoli e paure

e qualcuno di voi è rimasto un’idea
e qualcuno di voi senza verbo che incarna
ha salutato da un posto imperfetto i due sposi
come in un tempo infinito non coniugato
quel gemello che guarda e che cuce
la candida tela, il pezzo di stoffa del mondo
camicia che protegge da futura paura di vita.

testo di Francesco Tontoli

fotografia di Emanuele Dello Strologo 

Emanuele Dello Strologo, nato a Genova il 30 novembre 1969, si occupa da anni di fotografia, che, scoperta quasi per caso, è diventata la passione/professione che assorbe tutto il suo tempo.  Attraverso le immagini manifesta attenzione per le persone e la loro vita, raccontando di storie umane, quotidianità e vissuto, fissando nei propri scatti volti, momenti,  scenari, situazioni che resterebbero altrimenti sconosciuti, trascorrendo nell’indifferenza del mondo.  Specializzato in reportage e ritrattistica, collabora con Agenzie fotografiche di livello nazionale e internazionale quali Corbis e Getty Images, proponendo lavori fotografici sui temi di maggior interesse sociale.

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La signora

09 venerdì Giu 2017

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, LETTERATURA

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Amedeo Modigliani, la signora, Loredana Semantica, racconto

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“Portrait of Madame Survage”, Amedeo Modigliani

Per Luciana, impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata, la parola “signora” era tra le più evocative del suo vocabolario. Suscitava nel suo animo una serie concatenata di pensieri ed emozioni. Vorticava nel cervello come una trottola dispettosa, alla quale dare spago e conto.
Oh era ben consapevole che per il vocabolario italiano era soltanto il titolo di cortesia con cui ci si rivolge a una donna sposata, versione di genere femminile del corrispettivo maschile “signore”, ma per lei “signore” e “signora” avevano tutto un corredo di significati, agitavano sentimenti che si allungavano e contorcevano in una scia di tensione e rabbia, sorriso o frustrazione.
Bastava che qualcuno le pronunciasse, perché l’ondata di queste memorie la investisse facendola per un momento, distrarre, sbandare, deconcentrare da qualunque cosa stesse facendo
Come potesse una sola parola avere tanta valenza per Luciana, impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata era un fatto singolare. Ma se si fosse penetrata la sua mente, se si fossero potuti leggere i suoi pensieri, avrebbe acquistato senso cotanto alto profilo semantico.
A cominciare dal ricordo più antico e incisivo, un regalo al veleno dal padre della sua migliore amica nell’età adolescenziale: Clara. Lui, il padre di Clara, laureato in biologia, una volta, chiamato signor Tarantello dal padre di Luciana, rimarcò “Dottore prego”. “E’ questo il modo tipico di umiliare chi ha cominciato la propria vita andando giovanissimo a lavorare per mantenere la sua famiglia, sig. Tarantello” pensava Luciana “Un laureato della vita mio padre, sig. Tarantello”. Ormai il padre di Luciana era morto, come ormai morto era anche il sig. Tarantello. Che Dio li abbia in gloria. Morti entrambi, signori e non, come livella comanda, nei cieli e in terra.
Questa era una scena a cui Luciana aveva pensato mille volte, lungo il suo tortuoso e faticoso percorso accademico. Certamente tra le cose che per desiderio di riscatto, per dare motivo d’orgoglio al padre, le avevano dato la forza di perseguire l’obiettivo della laurea con la stessa tenacia di un mastino che addenta un osso e non lo molla neanche a morire.
Ma “signore” o “signora” non avevano solo una connotazione negativa per Luciana impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata. Se lei pensava alla parola “signore” le tornavano in mente certi film americani, quelli epici della storia della navigazione, dove “signore” tra gli ufficiali di marina veniva usato ad ogni fine frase con tanta dignità e sussiego, da sembrare l’appellativo di un essere superiore, ultraterreno, potenzialmente chiamato ad un atto d’eroismo che il film stesso grandiosamente celebrava, quando fosse diventato realtà. Qualcosa alla Horatio Hornblower per intenderci, nato dalla penna di Cecil Scott Forester, prototipo dell’uomo perfetto, eroico e tutto d’un pezzo. Da innamorarsene, se mai fosse esistito.
Ma lei, Luciana, ormai era signora da tantissimi anni, ad innamorarsi non ci pensava affatto, invece all’appellativo “signora” ci pensava eccome. Le tornava ad esempio in mente il fotografo del suo matrimonio, che la chiamava “signora” a ripetizione, col sorrisetto compiacente, spiegando che ormai doveva abituarsi. Era chiaramente un refrain tattico per lusingare la cliente.
Invece non fu così. Dopo il matrimonio Luciana continuarono a chiamarla “signorina” per tanti e tanti anni, fino a un momento imprecisato tra i quaranta e i quarantacinque. In un primo momento alcuni smisero di chiamarla “signorina” e passarono al “signora”, altri esitarono per qualche anno tra i due appellativi, infine, passato qualche anno ancora, tutti optarono decisamente per il “signora” in ogni circostanza. Apparve chiaro a Luciana che era diventata: brizzolata, cicciottella e attempata senza rimedio, nemmeno quello della tintura per capelli. Tutti la chiamavano “signora” perché aveva cambiato aspetto, da giovane donna in donna matura, non più giovanile, sbarazzina. Anche qui duro colpo all’autostima. Era proprio finito il tempo delle mele, cominciava quello delle rose avvizzite.
Luciana pensava che fosse un’ingiustizia che una donna dovesse essere chiamata “signorina” o “signora” a seconda del suo stato civile o peggio ancora del suo aspetto esteriore, un appellativo fortemente discriminatorio, giacché invece gli uomini in ogni caso, sposati e non, sono sempre “signore”.
La parola “signore” le faceva tornare in mente la sua collega Valeria, quando doveva chiamare un uomo del quale non conosceva il nome lo appellava con foce ferma “signore, senta signore, aspetti ha dimenticato …”. Quell’appellativo “signore” a voce alta, nel silenzio documentale, tra scrivanie e faldoni, aveva un suono, così estemporaneo, di rispetto e dignità d’altri tempi, che nessun altro avrebbe potuto altrettanto, se non Valeria. Ne sorrideva al ricordo, Luciana. E poi subito dopo si rattristava perché neanche Valeria c’era più. Anche lei aveva raggiunto il Signore. Quello in maiuscolo. Per sempre.
L’esperienza di Luciana, impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata, in tema di “signore”, “signora” e titoli accademici nel mondo del lavoro non si fermava qui. Nessun altro come lei poteva sapere quante volte era stata chiamata “signora” mentre l’altra collega dei suoi dintorni era la dottoressa Colasanti o il giovanotto dell’altro corridoio era l’ingegnere Saporiti e il Direttore, dottor Cerami o Direttore, facoltativamente. Ora nessun altro poteva sapere quanto il suo titolo universitario Luciana l’avesse sudato palmo a palmo, per ogni lettera che compone la parola, esame per esame, senza aiuti esterni, interni o laterali, solo duro impegno personale. Era un mistero questa collocazione del ceto impiegatizio in impiegati di serie A e di serie B. Perché poi lei dovesse appartenere per forza al ramo B era incomprensibile. Dove fosse la falla, la carenza. L’usurpazione di cosa, quale mancanza avesse commesso per essere etichettata meno di quel che era, frustrantemente posta a confronto con altri, titolati immancabilmente, per chissà quale discesa celeste dell’investitura.
Un mistero che s’era infittito ulteriormente adesso che era diventata impiegata, brizzolata, cicciottella attempata e il più delle volte veniva chiamata Dottoressa. Finalmente anche lei sentiva pronunciare l’appellativo glorioso, conquistato palmo a palmo, per ogni lettera del titolo. Restava oscuro perché, a volte, di colpo, venisse appellata come “signora” nella bocca dei superiori alla prima proposta giudicata sbagliata o frase fuori posto, per un piccolo errore di lavoro o se si opponeva o non capiva al volo, se dava fastidio in ogni modo. Allora veniva subito sul campo immediatamente degradata al rango di “signora” come a dire: impiegatuccia incompetente o insolente. Chiaro come il sole invece che il dott. Colasanti era sempre dottore, e l’ingegnere restava ingegnere anche in mezzo alla sua inefficienza ed ai suoi macroscopici errori.
Poi non mancava il collega che parlando di quella della stanza accanto, per dire quanto fosse altezzosa o sgarbata o montata o per chissà quale altro torto nei suoi confronti, la definiva appunto la “signora”. Dando alla parola un evidente sottolineatura dispregiativa.
E per finire, ciliegina sulla torta, i famosi parenti serpenti di Luciana che la chiamavano “signora” per dire che si sentiva chissà cosa, si dava arie o importanza, che era superba o antipatica.
“L’avreste mai detto che “signora” potesse essere un modo per insultare una persona? Riflettete “signori” e “signore”. Al mondo non vi sono persone di serie A e di serie B. Solo uomini e donne. Aventi pari dignità sociale. E’ difficile questo concetto da imparare? Di sicuro la mia esperienza è che è difficile da mettere in pratica, in questa società ipocrita e graduata per fottutissimi ranghi sociali.”
Così pensava Luciana quel giorno che al lavoro si portò il fucile. Al primo “signora” che uscì dalla bocca al superiore lo inchiodò con un colpo in centro petto. “Ecco” pensò Luciana, impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata e laureata. “Giustizia è fatta”.

Loredana Semantica

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Prisma lirico 5: Sebastiano A. Patanè Ferro

07 mercoledì Giu 2017

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Il colore e le forme, LETTERATURA, Poesie, Prisma lirico

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POESIA, Sebastiano A. Patanè Ferro

Nell’ambito della rubrica Prisma lirico, oggi presentiamo una poesia di Sebastiano A. Patanè Ferro alla quale ben si accompagna la Resurrezione di Lazzaro di Giotto. In calce una breve biografia dell’autore del testo.

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che fine ha fatto Lazzaro…

ogni giorno muore qualcosa dentro
e ogni mattina una resurrezione
che imbarazza un po’ per quelli (sospiro)
che non ce l’hanno fatta…
dietro i sogni non ci puoi correre sempre
né comunque fermarti ma (un sorso di vino)
proviamo a ricordare insieme tutti gli anni
tutti, dal primo all’ultimo e senza trascurare
le frazioni e gli aneddoti dimenticati (breve sorriso)
le bambole ignoranti le scelte artefatte dal cuore
e dalla stirpe dei falsi cugini…
(serio) parliamone, parliamone anche senza ricordarli

quanta verità può conoscere un uomo
si chiedeva Nietzsche senza trovare risposta
e quanta menzogna gli si schianta contro
quando decide sulla sincerità
pensiamo al sortilegio della vita e all’artificio
della morte mettiamo riserve:
dov’è Lazzaro che fine ha fatto e quanta strada

potrebbe insegnarci innumerevoli alberi e pietre
ma forse ha maledetto quel giorno…
per fortuna un poeta muore e risorge ad ogni verso
per fortuna (altro sorso di vino)
(drammatico) per fottutissima fortuna

testo di Sebastiano A. Patanè Ferro da “Lazzaro”, estensione poetica, 2015, Piccolo Teatro da Camera, Collezione

Sebastiano A. Patanè

nasce a Catania nel 1953 sotto l’acquario di febbraio. Fin da giovanissimo coltiva la passione delle lettere che comincerà a sviluppare con impegno negli anni ‘80 quando fonda il centro culturale e d’arte “Nuova Arcadia” salotto di poesia e sede di numerosi reading. Presente in diverse riviste ed antologie nazionali ed internazionali del periodo, alla fine degli anni 80,primi ’90, dopo la separazione dalla moglie, abbandona la scrittura e comincia a viaggiare per il mondo. Quindici anni dopo, nel 2008, riprende a scrivere con l’intenzione di non smettere più. Sue poesie sono rintracciabili su diversi autorevoli blog tra cui Poetarum Silva, La stanza di Nightingale, Larosainpiù, Il giardino dei poeti e Neobar. Nel 2010 la Clepsydra Edizioni di Anila Resuli ha pubblicato “Poesie dell’assenza” in E-book.

opera “Resurrezione di Lazzaro” di Giotto

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Ed ora ammazzateci tutti

23 martedì Mag 2017

Posted by Loredana Semantica in SINE LIMINE

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Capaci, 23 maggio 1992

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Ludovica, 10 anni

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Questo trasformarsi in bomba

23 martedì Mag 2017

Posted by Loredana Semantica in Cronache della vita, LETTERATURA, Poesie

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Manchester, 22 maggio 2017

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ph. Loredana Semantica

Forse anche dio si è stancato
O forse ha distolto lo sguardo.
Una rosa rossa sul selciato
Racconta il dolore
Un poema inascoltato.

Giovanna Iorio

Questo trasformarsi in bomba
e ridurre i bambini a cose
carne rimasticata in martirio.

Sapranno anche essere padri o amici
di altri bambini ridotti in cenere
che non sono stati mai
opportunamente inquadrati.

Come se l’inquadratura giusta
e la visione necrotica ci rendesse
liberi, santi , epifanici e credenti.

Francesco Tontoli

-Passaggio zero-

l’officiante
ancora oggi ripete

gloria negli altissimi cieli
e pace qui in terra
(agli uomini di buona volontà)

avesse sentito la bomba,
l’attentato al mercato
solo ieri mattina,
il sangue, le grida,
la carne al macello

gloria negli altissimi cieli
e qui sulla terra

la solita guerra

(e dio non s’è visto
dio dei cieli
non della terra).

Francesco Palmieri

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Prisma lirico 3: Luca Di Stefano – Anna Navarra

17 mercoledì Mag 2017

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Fotografia, LETTERATURA, Poesie, Prisma lirico

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Anna Navarra, Fotografia, Luca Di Stefano, POESIA

Nell’ambito della rubrica Prisma lirico, oggi presentiamo una poesia di Luca Di Stefano, la fotografia di Anna Navarra. In calce link  e/o una breve biografia degli autori.

12465775_10207383139515431_2094925846579249958_oTetragramma di pallido satellite

E l’adiaforo atropo specchia l’ali a marchiar la fronte della luna

di vetro pennellata la storpia imago assillante nettasi con la salata parte degl’angeli inciampati sugl’alambicchi degl’affossati altari oculari

sgozzanti smagrate pulsioni sui rispettivi usci le vene a cielo aperto sui palmi dei gomiti imprecano fisarmonica di fede ubriache ognuna dell’atea solitudine dell’altra

in scomposte fratture di genuflessioni l’ovale spoglio da cerone da passeggio ulula la nauseante piega di certe linee schizzate a margine della pallida maniacale ovvietà d’omissioni ser(i)ali partorite in regime di sempiterna attesa di parole capaci di spiegare

lo spleen e i suoi derivati non riescono a numerarsi orbite di (ri/in)voluzione con le sole dita disossate a falangi nel tentativo di risalire il pozzo affogato nel torace

– ogni medaglia al (va/do)lore appesa a foglia di spine sull’albero nervale scricchiola gemito tre volte più assordante della precedente –

Sintetico candelabro gioca l’azzardo d’un destino ridicolo con l’argento

spalmato fra ciglia e ciglia il fiuto fiuta fiele di menzogne annidate nel condizionale di ciascun mulinello di pensiero (pre)occupante impazzito ipotalamo scavatosi giaciglio nei pressi del singhiozzante cardio

salmodiante la metà perversa della speranza la schiena s’inarca a fiacco scudo di improperi alitati al soffitto e sul soffitto condensati in roulette russe di lividi nembi

ingrassati nell’angustia di quattro mura erette a cella d’isolamento i terremoti dell’ossa ghigliottinano il respiro delle tempie frullate in vorticosa nomenclatura di folli dialoghi col Tetragramma Io

– l’ermeneutica del perpetuo algoritmo degl’ami intrrogativi maschera carie a iosa proprio nel sottile limite tra verbo e la sua guisa –

Lo scheletro infranto raccoglie i propri cocci

per saldarsi nuovamente quando la rugiada tornerà a stuprar fiori il viso cerca nei pressi della celeste mappatura epidermica le maschere stracciate nella sana demenza del cereo bagno di luce

E l’adiaforo atropo specchiasi nella luna eclissando un’uscita al di là di essa

12487042_10207383197116871_1636053493991626434_o

testo di Luca Di Stefano

fotografie di Anna Navarra

Luca Di Stefano

Annus Domini MCMLXXXII, un ameno paesino dell’entroterra ascolano, sputo primo vagito nella secca ombra obliqua d’un Dicembre “più innocuo d’una decina di precedenti Suoi”. Da allora, maledizione nella maledizione, incarno intestinale ossimoro “immobile fuga dall’utero materno”. Tale condizione/contraddizione primordiale ha figliato nel tempo alberi su alberi di connesse e intricate antinomie: me. Nell’intento di superare intrinseca di difficoltà nel comunicare mondo interno a mondo esterno tramite semplici catene di fonemi, spesso male interpretate, ho cominciato, fin da tenera età, a veicolarmi attraverso forme d’interazione non convenzionali, riconducibili alla discutibile definizione di Arte. Da compositore musicale a fotografo occasionale, da imbrattatore di linde tele a sperimentale fabbricatore di corti cinematograci, sono approdato, circa tre anni fa, sulle vergini coste della scrittura, più precisamente della poesia. RETRO L’UNA è la mia prima pubblicazione letteraria.

Anna Navarra

Vive e lavora a Torino, dov’è nata. Sposata, ha un figlio che ha voluto crescesse in campagna a contatto con la natura: la migliore scelta della sua vita. Ama viaggiare, i gatti, il cinema, la ceramica, la scultura. Ammira il movimento delle mani che creano e per esprimersi artisticamente ha scelto la fotografia.  Con reportage di vita e colore racconta i suoi viaggi per mezzo mondo (l’altra metà deve ancora visitarla) ed in scatti nei quali allinea occhio-mente- cuore ferma in immagini scorci, architetture e vita della sua città.

 

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Prisma lirico 2: Maria Allo – Daniele Gozzi

10 mercoledì Mag 2017

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Il colore e le forme, LETTERATURA, Poesie, Prisma lirico

≈ 2 commenti

Nell’ambito della rubrica Prisma lirico, oggi presentiamo le poesie di Maria Allo, la fotografia di Daniele Gozzi. In calce link  e/o una breve biografia degli autori.

Tutto dipende da come vedi  l’oscillare delle cose : le stagioni , i nomi, le perdite, le voci dei bambini  che il mare avrebbe dovuto trattenere,  finché ogni cosa si fa consueta in un modo che non hai bisogno di capire. Eppure salda qualche verità rimane :  nessuno può più esentarsi  dalle crudeltà del tempo.

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Non posso andare senza una vera meta
C’è una pagina da dire con parole diverse
direbbe questa casa fino alla scogliera.
Così cerco un coraggio obliquo
che bruci nel profondo e percorra la sabbia
su una spiaggia nuda , ma se ascolto …
voci flebili di bimbi
pagine cancellate dalla risacca
rimbombano nelle orecchie.
Dovunque
*
Che cosa può rimuovere l’amore?
La nostra luce in cenere
stride su arenili increduli fin nelle radici
sbiadisce assorta sul fondo del mare
non questa materia grezza
dovunque.
*
In fondo non è niente.
Come l’amore
Il tempo striscia sui seni dell’attesa
moltiplica impronte nel deserto
a volte brutale , ma vale tutte le parole
e in ogni duna ripiega il suo tramonto.
dovunque

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Eppure ti sento come l’aroma del caffè fumante
attraverso le ossa a ostacoli sul mare
dannata raffica dolente
anche se il tuo volto svanisce e la tua ombra.

*

Il sole attraversa l’albero di casa
si fa splendente la tenda bianca
un uccello prende il volo
di fuoco gli occhi in un varco
tra la finestra e i giorni.
Se questa è ancora luce
e non invece questo tempo precario
come delirio per camminare ai bordi
prendimi anche se sui gesti e le parole
il silenzio di tanto in tanto cade fra le ali
e la luce in fondo a una fessura.

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testi di Maria Allo

fotografie di Daniele Gozzi

Diplomato alla scuola di Belle Arti “Adolfo Venturi” a Modena, Daniele Gozzi lavora come grafico dalla notte dei tempi. Da sempre appassionato di fotografia, grazie anche alle moderne tecnologie digitali, interpreta in modo personale e creativo le “normali” immagini che cattura con l’obiettivo, cercando di ottenere risultati piacevoli all’occhio e alla mente. Il suo è un viaggio senza tema fisso, un vagare nelle emozioni catturate in uno spazio-tempo indefinito. Nel settembre 2011 la prima personale al Palazzo Comunale- Cantine degli Scolopi di Fanano. Nel 2012 “apre” un gruppo fotografico su Facebook e con diversi di questi artisti porta avanti una collettiva, che si apre a gennaio 2014 con una prima esposizione nello spazio “Art in Loft” di Modena, poi a quello del Palazzo Comunale di Castelvetro (Mo) e infine ancora nel Palazzo Comunale-Cantine degli Scolopi di Fanano (Mo). Nell’ottobre 2013 partecipa con 4 opere, alla quinta edizione del Med Photo Fest di Catania e da settembre 2013 a luglio 2014, a 10 collettive tenute allo “Spazio E” di Milano.

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Canto presente 17: Sebastiano Patanè Ferro

05 venerdì Mag 2017

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

≈ 2 commenti

Tag

POESIA, poesia contemporanea, Sebastiano A. Patanè Ferro

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Sebastiano A. Patanè Ferro

l’amore al tempo delle scimmie
la storia poetica

ha un rumore di fondo l’amore
come l’acqua che bolle
come un piccolo vento senza mani
albero chino a guardarsi le radici

false (carta da gioco)

una spiaggia piena d’orme sovrapposte
con una musa in centro e tante sedie a lato
come in una festa dove la tristezza vera
prende altre forme fino a diventare stella

falsa (approssimato viversi) Continua a leggere →

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Prisma lirico 1: Filippo Parodi – Gianluca Di Pasquale

03 mercoledì Mag 2017

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Il colore e le forme, LETTERATURA, Poesie, Prisma lirico

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Tag

arte, Filippo Parodi, Gianluca Di Pasquale, pittura, POESIA

Nell’ambito della rubrica Prisma lirico, oggi presentiamo le poesie di Filippo Parodi, i dipinti di Gianluca Di Pasquale. In calce una breve biografia degli autori.

FELCE 40x50 cm olio su tela anno 2014

FELCE, 40×50 cm, olio su tela, anno 2014

Commosso

Ridere velluto sulle costruite cime,
pur sempre il vuoto addosso, ma
carezze senza indagine

nuotando poi l’allarme
in luce stretta che raduna
chiamarsi: ecco un riverbero
di flebile o magnifico.

LAGO 130x200 cm olio su tela anno 2007

LAGO, 130×200 cm, olio su tela, anno 2007

I cigni

Dopo tutto questo tempo
ho sfiorato la tua via
ch’era stata anche la mia,

truccavamo i possessivi in
quell’insolita assonanza
dalle così brevi vene
mentre il mondo si piegava al
nostro
specchio sotto gli alberi.

BOSCO GIALLO 120x180 cm olio su tela anno 2012-2013

BOSCO GIALLO, 120×180 cm, olio su tela, anno 2012-2013

testi di Filippo Parodi

Filippo Parodi nasce a Genova nel 1978. Nel 1986 si trasferisce a Milano, dove tutt’ora vive. Si laurea in Filosofia Estetica nel 2003, con una tesi sul verosimile e il meraviglioso nella poesia. A partire dal 2007 pubblica i suoi primi testi su The End e sulla rivista internazionale di poesia e ricerche Zeta. Nel 2012 vince un concorso indetto dalla casa editrice Gorilla Sapiens ed esce un suo racconto nell’antologia Urban Noise. Sempre per Gorilla Sapiens, alla fine del 2013, pubblica il primo libro La testa aspra. In seguito scrive racconti per Verde Rivista e Ultrafilosofia. Nel Novembre 2014, insieme a Massimo Bacigalupo, Peter Carravetta e ad altri studiosi, viene invitato a partecipare al convegno Terribile la parola: i filosofi sono succubi del problema-parola, tenutosi al Palazzo Ducale di Genova, per celebrare i quarant’anni di pensiero e scritture del poeta-filosofo Raffaele Perrotta. Nel 2016 vengono inseriti su The Livingstone alcuni suoi componimenti. Nel 2017 pubblica poesie su Il Foglio Clandestino. Attualmente sta lavorando al secondo libro, la cui uscita è prevista nei prossimi mesi.

dipinti di Gianluca Di Pasquale

Gianluca Di Pasquale (Roma – 1971)

Vive e lavora a Milano.

http://www.gianlucadipasquale.com/

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1° maggio con Thomas Stearns Eliot

01 lunedì Mag 2017

Posted by Loredana Semantica in Rose di poesia e prosa, Segnalazioni ed eventi

≈ Lascia un commento

Tag

1° maggio, POESIA, Thomas Stearns Eliot

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Gustave-Caillebotte-Giovane-uomo-alla-finestra-1875

Nessuno ci ha offerto un lavoro
Con le mani in tasca
E il viso basso
Stiamo in piedi all’aperto
E tremiamo nelle stanze senza fuoco.
Solo il vento si muove
Sui campi vuoti, incolti
Dove l’aratro è inerte, messo di traverso
Al solco. In questa terra
Ci sarà una sigaretta per due uomini,
Per due donne soltanto mezza pinta
Di birra amara. In questa terra
Nessuno ci ha offerto un lavoro.
La nostra vita non è bene accetta, la nostra morte
Non è citata dal “Times”

Thomas Stearns Eliot

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Prisma lirico: intro

26 mercoledì Apr 2017

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Il colore e le forme, LETTERATURA, Poesie, Prisma lirico

≈ 22 commenti

Tag

arte, immagini, POESIA

Optical-dispersion

Foto da wikipedia: prisma ottico

Oggi anticipo l’avvio di una nuova rubrica nella quale la parola sposa l’immagine, si coniugano l’arte verbale e l’arte visuale. La rubrica prende il nome di “Prisma lirico”. I post di “Prisma lirico” si alterneranno senza alcuna regolarità ai mercoledì di “Forma alchemica”. Nell’ambito di questa rubrica proporrò componimenti scritti (poesie, racconti, stralci di romanzi ecc..) e immagini (fotografie, dipinti, opere d’arte ecc.)

Parole e immagini sono un connubio affascinante, per quanto avere sotto gli occhi soltanto il testo dà risalto alla parola. La lettura di un racconto o di una poesia infatti già apre nella mente del lettore scenari immaginari che intercettano l’esperienza del lettore, sprigionando tutto il potere suggestivo dello scritto per scelta dei vocaboli usati, per la loro concatenazione, a seconda del ritmo e delle pause della scrittura, oltre che per il significato di ogni lemma, ogni frase, periodo e componimento complessivo.

Similmente un’immagine, sia essa un dipinto, una fotografia,  un disegno, quando stia a sé instaura già per se stessa un dialogo con l’osservatore, provocandone una risposta emozionale e suggestiva non molto diversa dalla “risposta” provocata dalle parole, con in più l’immediatezza del messaggio. L’immagine infatti, ancora più di quanto faccia la poesia, va subito al cuore del pensiero evocato, è sufficiente uno sguardo ad un’immagine e già è stata catturata l’attenzione, l’interesse, quando invece la parola ha bisogno di più tempo, occorre che gli occhi scorrano sul foglio e che la mente si apra alla concatenazione logica delle espressioni per coglierne il senso, il messaggio.

Proporre l’immagine insieme al testo è un’operazione diversa da proporli assoluti l’uno dall’altro, quando si associano si stanno intersecando tra loro diverse arti espressive. Il che illumina parola ed immagini ad un più ampio senso oppure consente di modificarlo, definirlo, leggerne uno completamente diverso, specie quando il pensiero sia stato manifestato in modo indiretto, sfumato oscuro. L’immagine verso la parola e viceversa la parola unita all’immagine, possono trasformare un trobar clus nel suo opposto, in ogni caso lo moltiplicano nella ricchezza sensitiva: occhi-mente-cuore.  Nello stesso tempo, consentono all’opera, alle opere,  un percorso mentale nel cervello recettivo, un flusso comunicativo che scorre altrimenti da una visione indipendente e assoluta, si muove cioè in un alveo che forse altrimenti, cioè senza questo connubio, non avrebbe avuto sviluppo e ancora meno vita.

Per questa nuova rubrica ho scelto il titolo di “Prisma lirico”. L’arte visuale infatti si manifesta grazie alla luce, che rivela il colore e la forma. Colore e forma sono per l’arte visuale quello che le parole sono per la scrittura e la comunicazione verbale. La radice, l’essenziale, gli elementi necessari che permettono la costruzione. La parola “Prisma” intende riferirsi al prima ottico, lo strumento che consente di dividere un fascio di luce nei suoi componenti spettrali, gli stessi che possiamo ammirare nel cielo dopo un temporale nell’arcobaleno, fungendo le goccioline d’acqua, ancora sospese nell’aria dopo la pioggia, come innumerevoli prismi che rifrangono la luce.

L’aggettivo “lirico” invece ha la sua radice etimologica nella parola lira, lo strumento musicale che nell’antichità accompagnava  i componimenti poetici o le narrazioni degli aedi, i cantori professionisti dell’antica grecia che nel 600, 700 a. C., si tramandavano mnemonicamente le gesta epiche degli eroi, le guerre, gli uomini, gli dei e le raccontavano agli uditori. Così sono nate Iliade ed Odissea. Per saper cantare e suonare divinamente la lira, il nome di Orfeo è stato tramandato come il più grande poeta dell’antichità. Un mito immortale, giunto fino ai nostri giorni.

Successivamente l’aggettivo lirico è stato riferito estensivamente agli scritti letterari che sono espressione di sensibilità. L’aggettivo vuole essere quindi un riferimento all’utilizzo delle parole per creare emozione, comunicazione, trasmettere messaggi di interiorità, cosa che avviene con la poesia, certo, ma nondimeno si può riscontrare in grado elevato in belle pagine di racconti o romanzi.

L’insieme del titolo della rubrica vorrebbe suggerire l’idea che l’immagine, coi colori e le forme, la parole in forma letteraria, con le suggestioni e la fantasia, scompongono e ricompongono l’illuminazione mentale che è l’espressione artistica, l’unica luce, insieme all’amore ( o se preferite alla carità o alla bontà) nel mare di oscurità che ci avvolge

Loredana Semantica

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Canto presente 16: Maria Grazia Calandrone

21 venerdì Apr 2017

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

≈ 1 Commento

Tag

Maria Grazia Calandrone, POESIA, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Maria Grazia Calandrone

PIETÀ
da Gli Scomparsi – storie da “Chi l’ha visto?”

Frammento in memoria

[…] ora sappiamo, poi che ne abbiamo rimosso il corpo
azzurro e cedevole, che lei era stata una cosa che non opponeva resistenza e adesso era
esaudita, mentre tubercoli
di larve ne intaccavano gli occhi e la canala dei liquami era stata
scavata profondamente
quanto
il fatto che chi se n’era andato non era più
con lei da molto tempo e lei aveva concluso nel corpo quel separarsi
lentissimo come in presenza di ostacoli e scendendo le scale quella mattina
con la fronte addolcita dal sole
sulla spalla
della piccola indiana con il nome da uccello aveva detto questo
essere stata in mani estranee è stata
la vita mia

Roma, 22 gennaio 2010 Continua a leggere →

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