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LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: CRITICA LETTERARIA

Forma alchemica 25: Nazim Hikmet

24 domenica Gen 2021

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica

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Tag

alle vita, commento, Nâzım Hikmet, POESIA

foto di Loredana Semantica

Alla vita

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla dal di fuori o nell’al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.
La vita non è uno scherzo.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.

Siamo sempre col cellulare in mano, ma questo non sempre è un male, giusto qualche giorno fa eravamo in due in macchina su una provinciale ancor più a sud della mia città, avvolti dall’imbrunire suggestivo di un tardo pomeriggio siculo. Lui guidava, io cazzeggiavo al cellulare. Più o meno in prossimità di un passaggio a livello in sosta in attesa del passaggio del treno, vicino alla casa cantoniera, fermi a sinistra dei “pali di ficurinnia” piantati improvvidamente sul ciglio della strada, allora proprio allora, dallo schermo del telefonino è balzato fuori questo testo di Hazim Hikmet, come la poesia sbuca dal silenzio.
Lo leggo e lo trovo bellissimo, sento il bisogno di leggerlo al mio compagno che, a sua volta, lo trova bellissimo. L’esito dello scambio di opinioni è questa forma alchemica. “Forma alchemica” è la rubrica del blog Limina mundi nella quale rendo omaggio alle poesie che realizzano la perfetta alchimia di suono e senso, come spiego meglio qui.
Dal punto di vista formale il testo si compone di tre strofe, alcune frasi sono usate come un refrain “la vita non è uno scherzo” e “prendila sul serio”. Costituiscono il primo e secondo verso della prima e seconda strofa. “Prendila sul serio” introduce la terza strofa. Queste espressioni usate sono colloquiali, il poeta infatti si rivolge a un tu al quale parla, producono l’effetto di avvicinare il testo a una conversazione e di avvicinare l’interlocutore all’ascoltatore.
Nella prima strofa compare uno scoiattolo che non ci si attende dopo un inizio che promette una chiave di lettura della “vita”, ciò provoca un piccolo effetto sorpresa. Lo scoiattolo vuol essere un esempio, il riferimento a una creaturina che vive senza attese e pretese, un animaletto del bosco, ma avrebbe potuto essere un pesce nel mare, un uccello nel cielo, un giglio del campo. Esseri che non vivono nell’ansia del domani dell’oltre o del dopo, ma nel presente e semplicemente.
In questo pensiero poetico si avverte una singolare sintonia con il pensiero cristiano. Sovviene il passo del Vangelo Mt 6,25–33 nel quale le parole di Gesù sono un invito ad affidarsi alla benevolenza celeste, alla grazia che soccorre sempre anche qui chiamando in causa le piccole creature. Parole che sono di speranza nell’ansia e nell’affanno.

«Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” Mt 6,25–33

Ora siamo dentro una pandemia che spegne entusiasmo, iniziative, socialità. Leggere questo inno alla vita produce un particolare effetto di apertura e libertà. Regala un respiro di sollievo. Tocca le profondità.
La seconda strofa è dedicata al sacrificio estremo di quegli uomini che muoiono per altri uomini, per la loro libertà, davanti a un plotone d’esecuzione, o in un laboratorio di ricerca, gli occhi sui vetrini e provette a consumare la vita o a perderla per la salvezza di altri.
Anche questa strofa in questo momento storico assume un significato particolare, perché omaggia il sacrificio degli uomini di scienza, e ce ne sono, ne abbiamo visti, ma molti di più sono quelli che non vediamo, quelli dei quali non sappiamo, che i giornali non mettono in prima pagina o in un articolo per ottenere visualizzazioni, che non sono figure da copertina o disponibili all’esposizione, ma piuttosto esseri autentici e sconosciuti, sofferenti e determinati. Coraggiosi. Per tutti penso alle decine e decine di operatori sanitari morti sul campo di questa infausta pandemia. Di certo non l’avrebbero voluto. Come uomini e donne messi al muro.
Per l’ultima strofa ritorno per un attimo alla premessa raccontata sopra, chiarisco che quella raccontata non è la prima volta che leggevo questa poesia di Hikmet, già in passato l’avevo apprezzata, ma le circostanze erano diverse.
Quella sera di cui racconto avevamo lasciato alle nostre spalle un rettilineo che attraversa distese di uliveti. Ulivi annosi e contorti. Le foglie luccicanti d’argento. I polloni rigogliosi. Alberi fruttiferi e maestosi. In cima a questo post la foto di uno di essi. La chiusa del testo è un focus su vita, morte e ulivo. Quest’ultimo è un albero di alta valenza simbolica. Innanzitutto per le sue caratteristiche. La sua longevità fino a diventare albero secolare. La duttilità del tronco che si contorce per l’azione del vento, diventando una sorta di scultura viva. La capacità di sopravvivere in terreni aridi, sassosi e scoscesi, aprendosi la strada con le radici verso il suolo. Quella ancora più sorprendente di resilienza. E’ capace, distrutto da un’incendio, di gettare ancora polloni dalla ceppaia. Ama la luce, il sole, soffre il freddo e l’ombra. Il frutto che regala, buono in sé da mangiare (opportunamente trattato), è utile per produrre l’olio, prezioso nella cucina e nell’alimentazione. L’olivo era considerato sacro dai Greci, è simbolo di pace e rinascita. Dopo il diluvio per segno dell’emersione della terra una colomba porta a Noè un rametto d’ulivo. E’ simbolo di riconciliazione tra il divino e l’umano. Lo stesso olio che si estrae dall’oliva per la religione cristiana, una volta benedetto, è il crisma con cui si segna il cresimando, che si somministra agli infermi nell’estrema unzione.
Piantare ulivi a settant’anni è un gesto di resistenza alla morte, è la speranza di vederli crescere, il segno della continuità della vita, la consegna di questo spirito combattivo e anelante a una pianta che con ogni probabilità ci sopravvivrà.
L’ultimo aspetto che intendo rimarcare nella poesia e del suo legarsi singolarmente al nostro tempo richiede di riportare in breve gli aspetti salienti della vita dell’autore.
Nazim Hikmet viene detto spesso poeta turco, ma non mi sembra che questa nazionalità turca lo vesta perfettamente. Egli nacque a Salonicco, in Grecia, nel 1901, il padre era un diplomatico turco, la madre era una pittrice di nazionalità polacca. Nazim appena ventenne dovette lasciare la Turchia per ragioni politiche avendo pubblicamente denunciato il genocidio armeno. Si recò a Mosca dove maturò la sua formazione politica comunista. Tornato in Turchia nel 1928 per le sue idee comuniste, antinaziste e antifranchiste fu carcerato per cinque anni, poi liberato e nuovamente perseguitato, torturato e carcerato come sovversivo dal governo turco nazionalista.
La condanna inflitta era a 28 anni di detenzione, Hikmet ne scontò 12, dal 1938 al 1950. Nel 1950 fu liberato a seguito di uno sciopero della fame di diciotto giorni che compromise la salute del suo cuore e grazie a iniziative di solidarietà internazionale da parte di artisti e intellettuali.
Una volta libero, scampato a due attentati, fu costretto all’esilio, separato da moglie e figlio, in quanto il governo turno non permise loro di seguirlo. Nazim rinunciò alla nazionalità turca nel 1951, e, come rifugiato politico, acquistò quella polacca, la stessa della madre.
Egli visse poi soprattutto a Mosca, dove fissò la sua residenza e dove morì il 6 giugno del 1963, stroncato da una terza e fatale crisi cardiaca.
Hikmet scrisse la poesia “Alla vita”, proposta in questa forma alchemica, nel 1948, mentre era in carcere. Anche lo stato di prigionia del poeta aggiunge valore al testo. Nel leggerla proprio adesso non si può non correlare lo stato di costrizione in prigionia dell’autore alla particolarità del momento che viviamo e che ci costringe nelle case molto più di quanto desidereremmo. Anche se la detenzione è su basi diverse, lì imposta dalle sbarre punitive, qui dalle disposizioni e sanzioni, ma in sostanza dal buon senso a tutela della propria e altrui salute, sentirla risuonare come un canto di profonda libertà, pensare alla prigionia del suo autore, legge e rilegge in qualche modo il sentire del nostro tempo, lo rielabora, lo distende.

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100 ANNI DI LEONARDO SCIASCIA ~ METAFORE E CONTRADDIZIONI

13 mercoledì Gen 2021

Posted by marian2643 in Appunti letterari, LETTERATURA

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Anna Maria Bonfiglio, Leonardo Sciascia

Nei primissimi anni ’80 del secolo scorso venni invitata dal Comune di Porto Empedocle, mio luogo di origine, a partecipare come “giovane poetessa”  ad un convegno letterario che radunava alcuni degli autori del territorio agrigentino. Mi ritrovai dunque in un contesto di personalità della cultura non solo siciliana ma di carattere nazionale fra cui Antonino Cremona, Federico Hoefer, Alfonso Gaglio, Andrea Camilleri e Leonardo Sciascia. Di Hoefer e Camilleri, quest’ultimo non ancora nel solco del successo dovuto alla serie montalbaniana, conoscevo qualcosa, essendo stati entrambi amici di gioventù dei fratelli di mia madre, gli altri mi erano pressoché ignoti, salvo Sciascia di cui avevo letto Il giorno della civetta e qualche altro titolo. Di lui ho un ricordo visivo vago, in particolare un mezzo sorriso fra l’ironico e il compiaciuto. Timida e alle prime armi nel campo della scrittura, non osai interloquire con nessuno di loro, in seguito ebbi modo di presentare a Palermo sia Hoefer, col quale si stabilì una bella amicizia, sia Camilleri, che al contrario non ebbi più modo di incontrare. Di Leonardo Sciascia continuai a leggere molti altri libri, con un interesse sempre maggiore ma in difficoltà nell’inquadrare la sua opera in una categoria letteraria, fin quando non giunsi alla lettura di La Sicilia come metafora, un libro-intervista della giornalista francese Marcelle Padovani, che mette a fuoco la persona e l’opera sciasciana.  Ma chi è Leonardo Sciascia?

“Mio nonno si chiamava Leonardo, come me; era un gran lombardo alla Vittorini dagli occhi azzurri. Ho trovato suoi biglietti da visita: Leonardo Sciascia-Alfieri. Alfieri è un nome del nord, che aveva preso da sua madre insieme agli occhi azzurri, mentre Sciascia è un cognome propriamente arabo, che fino al 1860 sui registri anagrafici veniva scritto Xaxa, e che si leggeva Sciascia. In arabo, dice Michele Amari, vuol dire «velo del capo». Una volta, il console di Libia a Palermo mi ha detto che, per indicare un’amicizia strettissima, nel suo paese si parla di «due teste in una stessa sciascia”.

Nato a Racalmuto, paese dell’agrigentino, si trasferisce con la famiglia a Caltanissetta dove il padre inizia a lavorare come amministratore in una zolfara nissena. Frequenta il corso magistrale dove insegna Vitaliano Brancati, suo professore e primo riferimento culturale, consegue il diploma e inizia ad insegnare.

“Il pomeriggio lo passavo da uno zio sarto. Per apprendere il mestiere. Il mio trasferimento a Caltanissetta fu casuale. Se mio padre non avesse avuto il posto ad Assoro, non ci saremmo trasferiti a Caltanissetta. È stata una fatalità che ha inciso molto sul mio destino. Se fossimo rimasti a Racalmuto, io avrei fatto il sarto.”

Per fortuna delle patrie lettere la vita di Leonardo Sciascia ebbe diversa sorte. Per tutta la seconda metà del Novecento fu lo scrittore che attraversò la storia civile italiana, con le sue opere segnò l’inizio di quella letteratura che metteva il dito nella piaga del sistema mafioso la cui struttura si era insediata anche nell’apparato politico. La sua non fu denuncia, ma analisi lucida e impietosa della connivenza tra Stato e potere illegale, esercitata fin dal regno borbonico. Da uomo attento e analitico, lo scrittore è consapevole della difficoltà, per non dire dell’impossibilità, di giungere alla realizzazione di un perfetto sistema politico e sociale, tuttavia ritiene un dovere vivere e lottare perché questo possa essere raggiunto.

“Di me come individuo, individuo che incidentalmente ha scritto dei libri, vorrei che si dicesse: «Ha contraddetto e si è contraddetto», come a dire che sono stato vivo in mezzo a tante «anime morte», a tanti che non contraddicevano e non si contraddicevano.”

Riferendosi al ruolo dell’intellettuale, Sciascia sostenne che in Sicilia gli intellettuali costituiscono un corpo estraneo che il tessuto sociale rigetta in quanto rappresentano la coscienza del passato e la preoccupazione per l’avvenire.

“C’è stato un progressivo superamento dei miei orizzonti, e poco alla volta non mi sono più sentito siciliano, o meglio, non più solamente siciliano. Sono piuttosto uno scrittore italiano che conosce bene la realtà della Sicilia, e che continua a esser convinto che la Sicilia offre la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo odierno. Date queste condizioni, sono ancora uno scrittore siciliano? E che cos’è uno scrittore? Da parte mia, ritengo che lo scrittore sia un uomo che vive e fa vivere la verità, che estrae dal complesso il semplice, che sdoppia e raddoppia – per sé e per gli altri – il piacere di vivere. Anche quando rappresenta terribili cose.”

Scettico e talvolta amaro, per lo scrittore racalmutese il cammino della Sicilia è stato sempre un percorso difficile ancorché illuminato da grandi civiltà e da importanti tradizioni etnico-culturali che non ne hanno purtroppo cancellato la connotazione di terra di conquista. E coglie una lancinante verità nell’affermare che il fasto lasciato come retaggio dagli spagnoli ai siciliani, che continuano a praticarlo, gli uni lo vivevano da padroni, gli altri da schiavi. Alcune delle tante considerazioni e prese di posizione di Sciascia suscitarono a suo tempo aspre critiche e pungenti polemiche, soprattutto dopo che egli scese in politica, prima con il PCI di Achille Occhetto, dal quale diede le dimissioni perché contrario al “compromesso storico”, e dopo con il Partito Radicale, in seno al quale fu eletto alla Camera dei Deputati. Dopo la pubblicazione de L’affaire Moro le polemiche si moltiplicarono. Nel suo pamphlet Sciascia lascia trasparire il suo dissenso per come si era concluso il tragico rapimento di Aldo Moro, addossandone implicitamente la colpa all’apparato dello Stato che non aveva acconsentito a trattarne il rilascio. Egli smonta la tesi che era stata adottata dall’establishment politico, secondo la quale le lettere che il sequestrato scriveva pregando di cedere alle richieste dei terroristi erano dettate da uno stato di offuscamento mentale derivato dalla carcerazione, e lascia trasparire la propria posizione di dissenso. Quando si apre la tragica stagione degli omicidi di stato per mano mafiosa è ancora lui che sferra attacchi contro il sistema del “pentitismo”, non ritenendo etico “premiare”, a fronte di una testimonianza accusatoria, chi si era materialmente reso colpevole di uccisioni e stragi. Da una parte il rifiuto della violenza, dall’altra una costante critica al potere costituito e ai suoi segreti inconfessabili. Furono atteggiamenti che gli alienarono parte dei consensi, ma la sua presenza letteraria non ne rimase offuscata e le sue opere continuarono ad essere apprezzate fin oltre oceano.

“Considero il potere, non già alcunché di diabolico, ma di ottuso e avversario della libertà dell’uomo. Sono tuttavia indotto a lottare perché, all’interno del potere, si abbiano ricambi, possibilità di “alternative”, novità, una migliore organizzazione della giustizia, una libertà sempre più ampia, ragion per cui mi impegno quando c’è una battaglia da combattere. Mi rendo perfettamente conto di essere animato da un certo spirito di contraddizione, ma so che ogni essere umano che esercita un’attività intellettuale non può non esserne animato.”

La bibliografia di Leonardo Sciascia è sterminata, egli ha scritto di tutto: poesie, racconti, romanzi, saggi, teatro, pamphlet, aforismi, articoli giornalistici, e curatela di volumi collettanei e monografici per grandi case editrici italiane. Ho letto recentemente che la sua linea letteraria è stata definita Realismo critico. Non so quanto questa definizione possa essere adeguata, forse è ancora troppo presto per le etichette di “corrente”, o più verosimilmente la sua opera sfugge a ogni precisa categoria letteraria, mantenendo una sua propria identità che assomma la lezione pirandelliana e l’illuminismo volterriano. Ma possiamo affermare che dal suo magistero sono stati certamente influenzati due altri grandi scrittori siciliani, Andrea Camilleri e Gesualdo Bufalino, l’uno per la felice creazione del commissario Montalbano, spigoloso e ironico, l’altro per le risonanze barocche della sua scrittura. Amato e odiato, apprezzato e criticato, con la sua presenza e con la sua opera Leonardo Sciascia ha segnato tutta la seconda parte del secolo ventesimo lasciando un’impronta indelebile.

Anna Maria Bonfiglio

Nota – Le parti in corsivo sono tratte da “La Sicilia come metafora”, intervista a Leonardo Sciascia di Marcelle Padovani, Mondadori 1979

 

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Il Cosmo Simbolico di Cristina Campo

18 venerdì Dic 2020

Posted by marian2643 in Appunti letterari, LETTERATURA

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Cristina Campo, Diario Bizantino

Amore, oggi il tuo nome
al mio labbro è sfuggito
come al piede l’ultimo gradino…

ora è sparsa l’acqua della vita
e tutta la lunga scala
è da ricominciare.

T’ho barattato, amore, con parole.

Buio miele che odori
dentro diafani vasi
sotto mille e seicento anni di lava –

ti riconoscerò dall’immortale
silenzio.

 

Risiede in questi versi l’essenza del silenzio. Il nome sfuggito, la parola che lo anima è il peccato “imperdonabile”; il “baratto” del sentimento a favore della parola è un’ autoaccusa che si scioglierà solo “nell’immortale silenzio”. Quello  di Cristina Campo è un discorso per ellissi, un territorio in cui la vera ricchezza è tutto ciò che manca. D’altra parte non disse lei stessa che “aveva scritto poco e che meno avrebbe voluto scrivere”? L’eccedenza è quasi una paura, il mostrarsi più del necessario è in contrasto con la sua scelta esistenziale ed infatti fra la sua vita e la sua opera non esiste cesura, perché per Campo tra vita e pensiero, tra vita e arte non solo non deve esserci contrasto ma deve instaurarsi una vera e propria identificazione. Tutto ciò si sostanzia in una “assenza” che è incarnazione di una realtà più profonda dell’apparenza, rivelazione del vero significato delle cose, che non sta in quello che rappresentano ma in ciò a cui rinviano. Nel percorso verso questi rimandi lo sguardo si allunga fino ad arrivare a percepire il nucleo dei simboli che in essi risiedono. “L’incredulità nell’onnipotenza del visibile” è atteggiamento consustanziale alla scrittrice, è pratica che non abbandona, è la centralità di una poetica che guarda al mondo alluso, quello della fiaba, dei vangeli, della poesia, dove la “parola” è rivelazione del trascendente.

“Che altro veramente esiste in questo mondo se non ciò che non è di questo mondo?” Si chiede Cristina. Quello che unisce i due mondi è il simbolo e nella visione campiana il simbolo è fede in una Verità che parla attraverso di esso, è esperienza spirituale, esigenza di far combaciare la realtà naturale con una realtà sovrannaturale. Il suo mondo simbolico, mutuato in massima parte dalla liturgia della messa latina prima e bizantina poi, è lo specchio del cosmo celeste, epifania che rinvia all’Entità Divina. Ma il simbolo è altresì annidato nel tessuto delle fiabe ed è l’universo della fiaba uno dei nuclei più significativi della poetica campiana, un universo esplorato sia con la stesura di racconti fiabeschi ispirati ai migliori favolisti dell’Ottocento sia con accurati ed originali saggi. Nella concezione campiana il poeta è colui che restituisce la parola al suo valore simbolico e che trasferisce la verità in figure che coincidono con ciò che la parola significa. Il suo percorso intellettuale e ideologico segue quattro linee: il linguaggio, il paesaggio, il mito e il rito. Linguaggio essenziale, espresso per sottrazione più che per abbondanza, teso verso la Bellezza dell’Assoluto, da lei considerata quarta virtù dopo Fede Speranza e Carità. Campo, figura d’intellettuale appartata ed estranea al suo tempo, fa della costante ricerca della perfezione il suo ideale di vita e di scrittura, nel segno di una concezione ortodossa della cristianità che la conduce a combattere le riforme liturgiche del Concilio Vaticano II e ad avvicinarsi ai riti bizantini che ritiene più appropriati alla sua sete di assoluto.  

“Ci sono due mondi – io vengo dall’altro”. Si apre con questi versi, posti anaforicamente all’inizio di ogni strofe, il “poema” Diario Bizantino, ultima opera di Cristina Campo, licenziata poco prima della sua morte e pubblicata postuma. Il mondo da cui viene Cristina è sempre l’altro, e quello che unisce i due mondi è il simbolo, fede in una Verità che parla attraverso l’esperienza spirituale, esigenza di far combaciare la realtà naturale con una realtà sovrannaturale. La potenza semantica del Diario Bizantino è da vertigine, la sua simbologia, ancorchè pervasa di spiritualità, trascende il carattere meramente religioso e testimonia un’aderenza più o meno consapevole al linguaggio esoterico. Ogni lemma, ogni immagine conserva un significato che va oltre: il Lume coperto, il sepolto Sole; le incorporee Legioni, gli Arcistrateghi di luce; l’anello bianco di San Vitale. E tutto rimanda ad altro. Nella visione campiana il simbolo è fede in una Verità che parla attraverso di esso.

“L’attenzione è il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada al mistero. Infatti è solidamente ancorata nel reale, e soltanto per allusioni celate nel reale si manifesta il mistero. I simboli delle sacre scritture, dei miti, delle fiabe, che per millenni hanno nutrito e consacrato la vita, si vestono delle forme più concrete di questa terra. […]. Essa è dunque, alla fine, la forma più legittima, assoluta d’immaginazione. Quella a cui allude senza dubbio l’antico testo di alchimia là dove raccomanda di dedicare all’opera la vera immaginazione e non quella fantastica.”

Cristina Campo vive artisticamente nel periodo in cui la cultura è rivolta verso le tensioni politiche e la poesia verso quei fronti che guardano da una parte all’impegno sociale e dall’altra agli sperimentalismi e alle neo-avanguardie. Il suo ruolo è dunque marginale rispetto al milieu imperante, le finalità della sua scrittura guardano sempre verso un orizzonte che connoti il suo dettato di valori spirituali ed estetici, essendo per lei Bellezza e Divino un corpo unico. Muore nel 1977, a 54 anni, nel silenzio quasi totale di una società letteraria che non ne aveva valutato la sostanziale caratura.

Anna Maria Bonfiglio

 

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Recensione di Silvio Aman su “Astro immemore” di Adriana Gloria Marigo, Prometheus Editrice, 2020

04 venerdì Dic 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Adriana Gloria Marigo, Astro immemore, Silvio Aman

 

Adriana Gloria Marigo: Astro immemore

Prometheus Editrice, 2020

Postfazione di Andrea Matucci: Un luminoso “sentimento dello spazio”

 

Con Astro immemore, Adriana Gloria Marigo ci offre una collana di quarantacinque brevi poesie in versi liberi rivolta al lago Maggiore coi suoi promontori, ma se il titolo ci allontana già da ogni ipotesi descrittiva, nei testi le elevate ricorrenze di aria, luce, azzurri e verdi lo richiamano piuttosto in raffinate tarsie o – come scrive Andrea Matucci – “per fuggevoli indicazioni” spesso tutt’altro che aderenti al versante visivo, semmai in un intreccio di empatia e stilizzazione:

 

Afflizioni pluvie saggiano

i cardini della roccia

l’irridente fragore del mare

che a me sodale frantuma

la chincaglieria del lago

 

finisterre occluso al largo.

 

È pur vero che il lago, o piuttosto la sua cornice, sottende l’intera raccolta, ma non senza effetti di estraneità, sia a causa dell’astro dimentico il suo benigno influsso – e tanto importante da titolare il libro – sia per la sua riduzione a “chincaglieria” rispetto al mare. Esso permette alla poetessa di eseguire difficili mosse da funambolo tramite voci inconsuete, rare, letterarie o derivate da altre lingue (come “funambolia” “viridarium” “spendimento” “implaga” “celestia” “aspèrgine” “venetico”…) cui si aggiunge l’uso spesso inarticolato delle preposizioni (“di rosa canina” – “d’ànemos” – “di vela rossa” – “d’aria” – “d’arte”) la tendenza a ridurre l’impiego degli articoli, e la sostantivazione di certi avverbi e aggettivi (“da smisurato lontano” “di vago fragrante”) ottenendo sempre nuove tessiture di un testo aperto, perciò di non facile decodificazione…

 

Intemperante giunge un vento

sonoro a lanciarsi ostinato

dalle dorsali prealpine,

suadere a dismisura

la funambolìa del mattino,

l’aspèrgine azzurra

lungo l’ordinata del giorno.

 

Nella formazione della propria lingua poetica, ci accorgiamo che Adriana Gloria Marigo ha reso straniere le presenze cui attribuisce “funambolìa” al mattino, “aspèrgine” all’azzurro, “implaga” al blu di Prussia “lunari” agli agresti, “spergiuro” al sole, “scaltra” all’ombra, “ordinata” al giorno, nel senso di unirle a presenze insospettate e a volte molto lontane come è il caso di il “re del Ponto”:

 

La digressione di tutto il turchino

sperpera la penitenza del cielo

qui avviene lo spergiuro del sole

la prova costante del re del Ponto,

stinge persino l’ombra scaltra del bianco.

 

La prima poesia, arco d’ingresso alla raccolta, si rivolge enigmaticamente a uno strappo esistenziale cui necessita l’arte del rammendo, come indica il duplice senso di fortuna…

 

È cucita addosso una veste

di timbriche fortune alterne

nella luce il momento esalta

e schianta nel giro che smaglia

e torna d’arte al rammendo.

 

mentre fra ciò che esalta e smaglia, le successive vi accennano sia per il tono sia per il fatto che l’impulso affettivo e i richiami al mondo esterno permangono in uno stato di implicito straniamento, sicché qui non si può certo dire, con Meister Eckart, “l’amore è di tal natura che trasforma l’uomo nella cosa amata”. Decisiva, al riguardo, è la quasi totale assenza dell’io “che vede, pensa, parla” (Andrea Matucci) e il predominio delle frasi constative, come in “febbraio ha corte nel gelo” “perdura il seccume” “si tagliano i rami opprimenti” e via così, lasciando insomma prevalere l’oggettività su cui si modellano le ardue espressioni dell’intera raccolta…

 

Stenta primavera pochi fiori

perdura il seccume

al turbine preciso d’avarìe

sotto lo sperdimento azzurro

ora che il levarsi mergozzino

convoca acuti d’ombra,

l’esecrabile nullora.

 

Ho accennato alle tarsie, perché la poesia di Adriana Gloria Marigo, estranea all’estensione narrativa “che è sempre stato l’orrore della poesia pura” (Andrea Matucci) anzi tendenzialmente ermetica, e perciò senza sviluppo, forma i suoi riquadri con frasi paratattiche, riducendo al minimo snodi, congiunzioni e punteggiatura. Ne abbiamo un esempio indiretto con “si tagliano rami opprimenti” per lasciare “respiro di spazio” e “Il canto glorioso dei merli/ svuota l’aria d’altra voce” nel senso di scindere o distanziare gli sguardi, talvolta improvvisi (“abbaglio bianco di rosa canina” “La salita che scosta le case/ s’apre nel punto preciso/ dove slarga lo sguardo/ di celestia fitto”)…

 

Si tagliano rami opprimenti

si lascia respiro di spazio

all’albero in canto rinascente.

In terra l’avventura dei bulbi,

della forsythia in acuto giallo

intrama fortuna di viridarium.

 

Oppure, in Lucreziana, unica poesia titolata:

 

Nella stagione che priva l’ornato

più chiare possiamo vedere

in margine al bosco

[…]

solitarie betulle odoranti

il rigore territoriale dell’aria.

 

“Fortuna di viridarium” (il “verde” ha anche lui molte ricorrenze) rafforza – adversus Thomas Stearns Eliot, nel suo “aprile è il più crudele dei mesi”– gli enunciati della precedente Primavera, stagione, qui portatrice di nostalgia:

 

Primavera, stagione

più di altra leale

celebri la nostalgia

ogni casa che ho abitato

et brevitas d’amore tornato.

 

Leale (quindi opposto all’astro) se celebra appunto la nostalgia delle case abitate e l’amore. E di nuovo:

 

Creanza d’aprile

riparata sui racemi dei lillà

effondi pulviscoli odorosi

lacerti di ere turbinanti…

 

lasciando percepire la preferenza per le stagioni dalla natura rinascente e calorosa con i loro profumi. Nella poesia dedicata a Vittorio Sereni, leggiamo: «Di vago fragrante si diffonde/ l’osmanto tra il duro verde// d’amaritudine pungendo/ aereo il destino d’ottobre» e di nuovo, con le echeggianti sonorità di aria : scarna (contrapposto all’estiva, pesante e piena) zoomorfo : frusto…

 

Basterà l’aria levantina

selvatica e scarna di oggi

sull’iperbole stesa del prato

il cielo di nubi zoomorfo

a specchiare l’incerta

profusione vegetale

imprimere cesura al frusto

mentre ad agresti lunari

ascendono canti alati.

 

Assieme alla primavera, all’aria e al celeste (dieci ricorrenze, con le sue variazioni cromatiche) in queste poesie domina la luce fin dalla prima: «nella luce il momento esalta» – «pura chiarità di salmo arioso» (sedici ricorrenze allargate a “chiaro” “luminanza” “splende” “oro”… “vennero corsiere di luminanza” – “tutto il foliage mi splende addosso” – “ora di fitto oro in festa” – “Flette il silenzio la misura dell’oro” […] L’orazione del fuoco in crepitio/risolve la brama ottusa/ gemma l’estrosa ora fausta”)…

 

Tutto coincide nella luce

occidua di ottobre fiammato

di nuovo al turbinante capriccio

sua specifica natura garante

la fratellanza dei mesi,

onore a loro sostanza

secondo agnizione

fine di circostanza.

 

I due versi finali lasciano supporre, che se l’elemento contingente richiede un’analisi, l’agnizione porta con sé – al contrario – un improvviso riconoscimento o la sorpresa, come abbiamo già visto per “l’abbaglio bianco di rosa canina” il cui verso è opportunamente staccato dai precedenti. Che qui non si tratti quasi mai di oscurità (“notte” o “notturno” e “sera” sono, mi pare, presenti solo due volte) bensì di luce, aria e vento, quest’ultimo con sette occorrenze, compreso Favonio… “vele nella squillante ora del vento” lo indica la poesia

 

Istruisce il chiaro

la scurità petrosa,

dispone la terra alla vela

risolta al viaggio per acqua –

tornata oggi la minuzia ventosa

da smisurato lontano.

L’ora misteriosa di gennaio

scollina lucentezza di stelle –

vezzo del primo Favonio

che arrischia in cielo e in terra

la virida voce errante,

pazzia delle rame gemmifere.

 

Perché anche dove compare, l’ombra è seguita dalla luce:

 

Sbriglia Mergozzo giù dalle cime

lusinga di ombre plananti

sulle morene dove la città

affonda sereni suoi romitaggi

d’incorollata luce aspersi.

 

Riguardo all’autunno con la sua profumazione, in “Di vago fragrante si diffonde” abbiamo:

 

Depreco ottobre

il darsi occiduo

appena la luce si fa bella

specchia vigori vegetali

la vocazione alle nostalgie

più remote dei tuoi passi.

 

ma anche:

 

Ora l’equinozio di autunno

colmerà di vaghezza incendiata

ogni foglia dell’albero amante

l’ispirata vaganza dell’aria

l’offerta corona della sera

caduto il regno dell’astro assoluto

nell’idioma stordito dei fiori.

 

D’altra parte, se oro e rosso (assieme a “ruggine”) hanno occorrenze ridotte in confronto a luce, foglie, rami e fiori legati ai mesi in ascesa, l’autunno è l’unica stagione in cui il declino sa incendiare le foglie dell’“albero amante” (cioè dei propri organi vitali) l’“ispirata vaganza dell’aria” e “l’offerta corona della sera” anche se gli ultimi due versi – distanziati per l’irrompere di un pensiero critico – introducono l’idea della caduta (l’astro declina) e la lingua stordita dei fiori dovuti al passaggio dalla piena solarità a quella riflessa dalle foglie d’oro.

Benché Adriana Gloria Marigo sia donna di mare, ha insomma saputo riconoscere i doni del lago, rendergli omaggio, offrirgli le corone delle sue complesse composizioni e farlo a sua volta esprimere. Un omaggio ha desiderato anche rendere al pittore Franco Rognoni con la figura in copertina: La donna del lago, gentilmente concessa da Stelio Carnevali.

 

Silvio Aman

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Franca Alaimo legge “Al dio dei ritorni” di Maria Allo

29 domenica Nov 2020

Posted by Loredana Semantica in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA

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Tag

CRITICA LETTERARIA, Franca Alaimo, Il dio dei ritorni, Maria Allo, POESIA

Nota di lettura di Franca Alaimo a “Al dio dei ritorni” di Maria Allo. Galassia Arte, 2013

“Un dolore ci sgretola la luce/ ovunque sulla terra”: sono i versi conclusivi di un testo della silloge. Al dio dei ritorni (Ed. Galassia Arte, 2013), che dichiarano il disincanto radicale dell’autrice di fronte ad una quotidianità stanca ed opaca, rischiarata soltanto dalla poesia che non si stanca di inseguire visioni di armonia, mentre si agglutina intorno a  ripetizioni dolenti, quali: “Non c’è riparo”, “Non c’è risposta”, “Non vi è luce”, che costellano un libro severo e vertiginoso come Solchi (L’arcolaio Ed, 2016), dove ogni parola assume il tono di una perentoria condanna della falsa mappa valoriale condivisa dall’uomo contemporaneo.

Ad essa, con la forza di un lessico corrosivo, la Allo oppone la passione di un’anima irrequieta, in cerca di assolutezza, e la tensione spasmodica verso una dimensione utopica, che la fanno oscillare continuamente fra la terra e un altrove (mistico per la sua purezza, ma non religioso) attraverso l’uso abbondante delle metafore che le facilitano l’accostamento a volte ardito, quasi bruciante, fra i frammenti dell’essere,

I suoi testi hanno molto a che fare con i quattro elementi fondanti dell’esistenza, ognuno dei quali affonda nella plurisignificanza dei simboli e dei miti, ma probabilmente è il fuoco (che influenza perfino la qualità del lessico) a predominare per quella segreta prossimità che si stabilisce fra ogni poeta e lo spazio geografico della sua quotidianità, ché del suo paese, nella provincia di Catania, molto affascina la presenza dell’Etna con i suoi rimbombi sonori e il suo inesausto ribollire, enigma e terrore, figura dell’inesauribile ossimoro vita-morte, metafora della stessa indole dell’autrice.

La morte viene assai più corteggiata della vita, in quanto possibilità di precipizio nel nulla purificante, nel silenzio a cui anela l’atto stesso dello scrivere, anche se ossimoricamente il poeta deve vestirlo di suoni. Fra l’altro la Allo possiede una sua fluviale poematicità, così che il discorso iniziato con la prima raccolta del 2011 Riflessi di rugiada (Albatros Ed.) trova una sua continuità nelle altre successive, delineando un mondo interiore coerente, anche se palpitante di rielaborazioni sempre nuove, all’interno di un’indagine che non sa e non può esaurirsi in risposte definitive, sebbene la meta sia sempre identica a se stessa: un possibile ritorno alla purezza, alla luce della gioia spesso intraviste nei paesaggi naturali, nei volti dei bambini, nei ricordi dei luoghi e degli affetti dell’infanzia: “La catena d’oro col il topazio bianco sul gilè/ Il grande pino la casa rossa “i Rosi”.

Spesso i testi hanno come soggetto o interlocutrice la Poesia stessa, così che, mettendo insieme le molte e sparse definizioni di essa, si possono dedurre i principi della poetica della Allo: “Opera di svelamento è la parola”, “Creare è dare una forma al proprio destino” (in Riflessi di rugiada); “bagliore/ che dissolve l’ombra”, “una realtà in un’altra realtà” (in Al dio dei ritorni); “Il macero segreto”, “luce che veglia” (in Solchi); “suono che ci tiene in vita”, “grappolo di luce in cui cadere” (in La terra che rimane).

La poesia della Allo, in sostanza, muove da una postura filosofico-esistenziale, nutrita di molte letture e riflessioni, che, mentre indaga il dolore (l’autrice esprime pienamente il tragico dell’anima siciliana), il senso dell’essere e il convulso apparire e sparire delle cose, non dimentica di introdurre nei versi squarci di bellezza paesaggistica tipicamente mediterranei (il mare, il sorbo, l’Etna, certe trasparenze di luci, il soffio del maestrale), e lampi emotivi (“la scintilla d’amore in mezzo al petto”), ma sempre avendo presente il destino dell’uomo, “la meta di umana compassione/ così vasta da non avere direzione”.

Franca Alaimo

26 ottobre 2020

Nota biobibliografica

Maria Allo, laureata in Lettere Classiche, poetessa e traduttrice siciliana. Vive tra Parigi e Catania. Scrive su numerosi blog letterari tra cui Solchi e i suoi testi sono apparsi anche su diverse riviste di studi letterari .  Ha al suo attivo diverse pubblicazioni antologiche e cinque sillogi di poesia: “I sentieri della speranza”, Gabrieli Editore marzo 1985;” Riflessi di rugiada. Cose sparse di me”, Gruppo Albatros 2011; “Al dio dei ritorni”, Galassia Arte Anno 2014; “Solchi. La parabola si compie nei risvegli “, Editore L’Arcolaio Anno 2016, “La terra che rimane” Edizioni di poesia Controluna Anno 2018 e “Talenti di donna “Onirica edizioni Anno 2013, come curatore. Ha scritto molte recensioni sulle opere dei poeti contemporanei. Alcuni suoi testi sono stati tradotti in spagnolo. Ha tradotto testi di autori greci contemporanei.

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“Cadere, volare” di Clelia Lombardo, Avagliano Editore, 2020. Nota critica di Anna Maria Bonfiglio.

18 mercoledì Nov 2020

Posted by marian2643 in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Recensioni

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Anna Maria Bonfiglio, Clelia Lombardo

 

Dopo la docustoria La ragazza che sognava la libertà, racconto di un femminicidio per decisione mafiosa, Clelia Lombardo, docente, poetessa e autrice di teatro, esce in libreria con il romanzo Cadere, volare, edito da Avagliano, storia di una giovane donna che si trova a dover affrontare le due realtà più importanti del proprio percorso di vita: l’inizio del viaggio nella concretezza del lavoro scelto e l’incontro con la possibilità di dare una svolta decisiva alla sua vita sentimentale. Nives insegna ai ragazzini di una scuola media di un piccolo paese dell’entroterra palermitano; giovani appena approdati alla prima adolescenza, figli di genitori impreparati alla propria genitorialità e perciò non in grado di indicare strade o trasmettere valori; madri vittime esse stesse di un’educazione retrograda e padri inesistenti, o violenti o invischiati nella minuta delinquenza locale. Un panorama scoraggiante per una giovane professoressa, Nives vorrebbe provare a scalfire l’indifferenza e il disinteresse dei suoi alunni, vorrebbe che potessero traghettare il guado verso l’età adulta consapevoli dell’importanza che può avere lo studio, dar loro la possibilità di vivere in modo migliore. Nella sua vita c’è Salvo, l’uomo di cui si è innamorata e che la ama, vive finalmente con fiducia il sentimento d’amore, dopo incontri vuoti e una prima giovinezza di solitudine affettiva. Poi Salvo le parla di matrimonio. Nell’incipit del romanzo ci troviamo in medias res, da questo punto inizia il racconto che, fra il presente vissuto con i suoi alunni e i loro problemi e gli incontri con l’amato, porterà Nives a ripercorrere la sua dolorosa storia di famiglia e a confrontarsi con un rapporto sentimentale che avverte come “una rete a maglie larghe da cui nella stessa misura l’amore entrava e usciva”.

Cadere, volare è un libro “onesto”, non fa l’occhiolino al lettore trattando questioni di carattere moralistico o pruriginoso, è una storia privata in cui la protagonista si mette in discussione e si pone a confronto con la realtà e con il proprio modo di intendere la vita. Ha creduto di avere trovato il suo ubi consistam nel lavoro e nell’amore, di aver superato la desolata solitudine dell’adolescenza e la morte prematura della madre, ma il passato che torna alla memoria ha perso il gusto amaro e ha portato una languida malinconia. Cosa vuole Nives? Non lo sa bene, sa però che se deve scegliere non deve essere una scelta di comodo o di opportunità, ma piuttosto “la sua scelta”. Sente l’urgenza di vivere in un mondo migliore di quello che le gira attorno, “questo non è il mondo che voglio”, pensa, e non pretende di poterlo cambiare ma di vivere come se ciò fosse possibile. Pensa che Salvo, nel corso di quell’anno in cui si sono amati, ha mostrato dei tratti caratteriali che la inquietano, è rigido, sfuggente, e lei ha paura, di sbagliare, di ritrovarsi sola. Nives ha paura di perdere coloro che ama.

Quello di Clelia Lombardo è uno stile netto, sempre in equilibrio nel tratteggiare il carattere dei personaggi che appartengono a sfere socio-culturali diverse e che tuttavia  si intersecano nel tessuto della storia; l’autrice adotta la forma narrativa della terza persona, mantenendo il giusto distacco nel definire il punto di vista delle varie figure del romanzo colte nei  momenti più significativi del racconto: gli alunni nella loro specificità di creature ancora spaesate in un mondo di cui conoscono solo il volto amaro, Nives nella fase in cui aveva sperato di trovare quel “qualcosa che nessuno può offrire all’altro”, e Salvo fra il desiderio di concretizzare il rapporto con lei e la difficoltà di comprenderne del tutto la sensibilità. Una storia peculiarmente psicologica, che tratteggia finemente i personaggi e si sofferma sulla delicata realtà degli adolescenti e sulle loro problematiche connesse all’ambito sociale cui appartengono. Un romanzo, questo della Lombardo, che la colloca fra le più promettenti narratrici del panorama contemporaneo.

 

Anna Maria Bonfiglio

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Nota critica dedicata ad “Archivio del Bianco” di Stefania Onidi, Terra d’ulivi Edizioni, 2020.

09 lunedì Nov 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Archivio del bianco, Stefania Onidi

In copertina “Asemic” di Stefania Onidi

Il bianco è un colore acromatico caratterizzato da elevata luminosità ed è dato dalla sintesi additiva di tutti i colori dello spettro visibile. Non a caso, in “Archivio del Bianco” di Stefania Onidi, silloge uscita per i tipi Terra d’ulivi Edizioni, il colore ricorre molto frequentemente in tutte le sue gamme: rosso, pece, rosa, verde metallo, nero, scala dei grigi, ocra, azzurro, verde, giallo; allo stesso modo è ricorrente anche il lessico specialistico dell’arte, evidente nel titolo stesso delle sezioni “campiture”, “tele e armature” con l’utilizzo di termini specifici come modulo classico, chiaroscuro, prospettiva. Onidi infatti da sempre affianca all’attività poetica quella pittorica.

Il termine “archivio” fa pensare ad una raccolta sistematica e ordinata di storie, sensazioni, esperienze, che, ben raccolti e catalogati, possono essere più facilmente conservati e riutilizzati. La poesia, fin dai primi versi, appare suggestiva, elegante, vi si avvertono la cura e l’attenzione al dettaglio e all’equilibrio dei versi eppure è poesia che si sente, si tocca, si vede. Educa ad avere una visione pura sul niente, a mettersi in ascolto del silenzio che ingombra e che pesa; è poesia che rileva l’assenza, la perdita, il gesto mancato. Il senso probabilmente è da ricercarsi nel corpo, nelle relazioni con il mondo circostante e nella risonanza dei sensi e delle sensazioni. Corpo dunque che si offre in sacrificio, privo di calore come un involucro sfiatato, corpo che, tra scavi e innesti, ritorna alla sua concretezza, nonostante assenze, mancanze, distrazioni, delusioni, ferite. Gli stessi titoli delle altre sezioni, per un totale di cinque, sono “dentro e fuori”, “a margine”, “germogli e  rivoluzioni”, rimandano al rapporto tra dentro e fuori di sé, esprimono una dicotomia che vorrebbe riconciliare i contrari. Ci sono luoghi, a volte concreti a volte indistinti, oggetti, finestre, pareti, foto, divani, tazze, che diventano estensioni di se stessi. La poetessa osserva il mondo, percepisce eventi e fenomeni, poi, con lucidità di visione, coglie il presente e lo intreccia a riflessioni intimiste procedendo per sottrazione e per omissioni. I versi appaiono lapidari, minimali, incisivi come didascalie di fotogrammi in successione, le parole emergono e campeggiano nello spazio bianco della pagina, mentre tessono una fitta relazione di significati e trame di senso. Compare anche a sprazzi l’urgenza necessaria di una metafisica, di un cielo che è percepito come vicinissimo, Percuote il mio rosso / un vicinissimo cielo o ancora Desideravamo il paradosso / del miracolo, scrive Onidi. Il desiderio è anche quello di vivere l’oggi, il presente, quando scrive Vorrei vivere usando il presente indicativo, mentre si cerca di non soccombere, dal momento che manchiamo il bersaglio tutti i giorni. Percorre l’intera silloge un senso di vuoto e di solitudine mentre si intuisce la crudeltà del tempo nelle espressioni Le consegne del tempo sono puntuali, tempo avverso che non accontenta mai nessuno. Metafore, personificazioni e intarsi visivi sono disseminati per tutta la silloge, forse vorrebbero curare la disarmonia del vivere, rendere meno freddi i sentimenti e più efficaci le parole. Per sopravvivere potremmo dunque riciclare i ricordi, programmare l’evasione, tentare il nostro giro di luce, schiuderci, per guarire nel solco di una gioia antica.

 

Deborah Mega

*

Dettagli
 
 
 
Il cielo s’incurva ancora
 
polvere ovunque.
 
Tu che accadi tra le cinque e le sei.
 
La tua voce non è più le tue parole.
 
Mentre ti ascolto vedo la tua bocca
 
lago di carne
 
paesaggio del nord bianco aperto.
 
Prendi questo mio corpo, volevo dirti.
 
 
 
 
*
 
Almeno si potesse non pensarci
 
sottoporsi ad anestesie pesanti
 
non soccombere nel frattempo.
 
Nel sonno nascondersi
 
tenere lo scenario brillante
 
tentare il nostro giro di luce.
 
 
 
 
*
 
Alla fine si negano gli occhi
 
la scena si svuota
 
lei non ha un odore
 
rivestendosi si copre il seno con un braccio.
 
Lui invece è un feto.
 
Loro non si riproducono.
 
Nel cortile interno fingono.
 
 
 
Qui manchiamo il bersaglio tutti i giorni.
 
La tivù dei vicini ci dà in pasto al silenzio.
 
 
 
*
 
Clean
 
 
 
 
Poi si lava le mani nel lavello dello studio.
 
Aspetti sul lettino
 
di ferro e non ti rivesti
 
perché guardi il rubinetto il camice e il gettito moderato dell’acqua contro il bianco
 
della stanza
 
prima delle parole. E non vuoi parole.
 
 
 
Da piccoli quando si ama la neve non si pensa al freddo
 
si educa a questo sguardo puro
 
sul niente.
 
 
 
 
*
 
È andato via
 
si dice di uno quando è morto.
 
 
 
È andato via senza pensare ai vestiti
 
non ha chiuso valigie
 
non ha scelto mezzi
 
nemmeno i suoi piedi.
 
 
 
Gli altri a volte si spartiscono la roba.
 
Aprono stanze
 
nelle stanze armadi
 
negli armadi cassetti
 
scatole.
 
Con le mani abbassano le palpebre.
 
Parlano al buio, riscrivono la scena finale.
 
 
 
Rimbomba il saluto che non hanno dato.
 
 
 
*
 
 
Obitus
 
 
 
 
La stanza rigettava il peso
 
del silenzio sulle nostre pupille.
 
Desideravamo il paradosso
 
del miracolo: il tuo sorriso con qualche anno in meno.
 
Dentro la cassa eri bambola di Marie Tussaud
 
viso incapace lontano dalla carne
 
corpo definitivo nelle nostre storie.
 
Mentre alitavo nelle tue mani un bacio
 
il ragazzo cinese abbassava le serrande
 
qualcuno immortalava il cielo di Milano.
 
 
 
*
 
Flos Silens
 
 
 
 
Sono giorni di ginestre aperte,
 
api e febbre
 
finestre al sole
 
fiducia (silente)
 
piedi nudi e gatti che fanno l’amore.
 
Tutto procede con gioia ferma.
 
 
 
Mi allineo al passo vulnerabile del giallo.
 
 
 
Stefania Onidi
 
da Archivio del bianco (Terra d’ulivi edizioni, 2020)

 

 

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“Corpo di pane” di Elisa Ruotolo. Una lettura di Maria Allo

07 sabato Nov 2020

Posted by Loredana Semantica in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA

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Corpo di pane, CRITICA LETTERARIA, Elisa Ruotolo, Maria Allo, poesia contemporanea

Elisa Ruotolo, Corpo di pane, Nottetempo editrice 2019

Talvolta i poeti cercano una salvezza liberando l’anima dal fardello del corpo, la voce di Elisa Ruotolo in Corpo di pane, delinea un esodo, da un luogo per conquistarne un altro e migliore e la partenza( il termine italiano viaggio e il francese yoyage derivano dal latino viaticus, che indicava l’occorrente per mettersi in cammino) è una maniera per lasciarsi alle spalle il male, per abbandonare il luogo e le occasioni della colpa: il viaggio giunge come castigo e, insieme, come occasione di purificazione. Chi siamo? Da dove veniamo? si chiede Plotino, filosofo del III secolo d.C.

“Io sono quella mai nata
e che ancora può scegliersi un cuore
le mani giuste
un ventre senza ombre.” […] (pp. 33).

Un duplice sentire, pena e strazio, una catàbasi accompagnata da una successiva risalita per testimoniare la verità della sua esperienza, anche con le mutate condizioni di pienezza e apertura agli orizzonti della creatività in Corpo di pane

“…Ho avuto febbri e pesti e colera
Senza che nessuno ne prendessi nota…”

E ancora

“… faccio pace col tempo e le sciagure
del volar basso degli uccelli.” […] (pp.20)

La poesia è incontro, dono, scoperta per grazia. La conoscenza, quella profonda, non può prescindere dall’accesso al fondo poetico della mente, ed è appunto attraverso la poesia e l’amore che si può trasformare la bellezza in qualcosa che ritorna al mondo e lo arricchisce. Oggi l’uomo sente venir meno i legami con le certezze, con i valori forti che lo avevano fino a ieri sostenuto. Pharmakon, in greco, è una parola ambigua, che può designare sia un veleno sia una medicina. La voce di Elisa Ruotolo in “Corpo di pane “chiama a vivere anzitutto in dignità di fronte a se stessi.

“Usatelo bene, il vostro dolore
Ché non diventi mercanzia
Né attiri corvi al pasto della pietà.” […] (pp.11)

“C’è sempre un’ora esatta a scoprire d’avere un corpo
e sangue a bagnarlo. […] (pp.43)

“Vorrei essere pane
Perché l’unico dolore
Sarebbe quello del coltello
Che incide la crosta.” […] (pp.49)

Ecco. Connessa all’ idea del viaggio è anche l’idea della fatica, del lavoro. E poi al viaggio è associata l’idea della prova, dell’esperienza. La radice indoeuropea dei termini latini experior ed experimentum (da cui esperienza in italiano) è -per, e molti significati secondari di per si riferiscono appunto al movimento, all’attraversare uno spazio. Occorre prendere atto sì del dolore e di quel corpo vivo e vero che la vita ha gettato nel mondo, mai veramente visto e amato e diventato troppo triste e freddo per ospitare l’anima. E ora questo corpo senza più trascendenza urla il suo bisogno di pane e l’anima senza più dimora fa altrettanto, urla il suo bisogno d’amore. Ma amare, come dice Rilke, è una occasione per il singolo di maturare, di diventare un mondo per sé in grazia di un altro e posologia del dolore e dell’amore, le due sezioni che raccordano il volume, fungono da limen, metafora di un passaggio a un’altra di consapevolezza. Appare chiaro che corpo di pane non si proponga di trasmettere messaggi curativi ma un nuovo sguardo su se stessa e il mondo, lo sguardo che nasce dalla trasfigurazione riflessiva e immaginativa come capacità di accoglienza e di ascolto profondo.

“Voglio essere la pietà al momento giusto
La carezza che smonta ogni collera
Stupirvi col mio amore tardivo
Ingravidarmi del vostro cuore e poi
Ingrossarmi d’un niente.
Fino a perdere tutto, proprio tutto
anche la mia onnipotente verginità.” […] (pp.73)

L’autrice appartiene alla generazione che avverte di avere una frontiera innanzi a sé e di avere un futuro denso d‘ incertezza. Perciò Corpo di pane appare come una raccolta intima e sofferta e, grazie a tale esperienza, scavando dentro di sé, la poesia di Elisa Ruotolo, nella società moderna ammalata di nichilismo e di senso angoscioso della precarietà, porta alla luce una verità universale, che offre a noi lettori come contributo alla generale tensione verso il vero.

“Chiedo che passi tutto: il male e l’amore
ogni compromissione tentata e negata
con la vita.
Insegnami la gioia del niente
La lingua oscura della terra
Che parla del grano
Fammi essere antica come il fuoco
Vulnerabile come il legno
E senza anima.” […] (pp.76)

A livello formale, si può notare in quasi tutti i testi della raccolta, la predilezione per le strutture sintattiche ampie ma essenzialità di lessico senza alcuna concessione a registri alti e, frequenti ripetizioni, specialmente nella seconda sezione, di termini come amore, pane, verità, cuore che richiamano il legame con la vita, legame prossimo ad andare perduto per sempre.
© Maria Allo

Biografia
Elisa Ruotolo è nata nel 1975 a Santa Maria a Vico (Ce) dove vive tuttora. Insegna Italiano e storia in una scuola superiore. Ha esordito per nottetempo nel 2010, con la raccolta. Ho rubato la pioggia (vincitrice del Premio Renato Fucini e finalista al Premio Carlo Cocito; tradotto in America e in Francia). Nel 2014, ancora per le edizioni nottetempo, esce il suo primo romanzo. Ovunque, proteggici (Selezione Premio Strega 2014 e finalista al Premio Internazionale Bottari Lattes Grinzane). Ha pubblicato racconti su varie riviste tra cui Nuovi Argomenti e The FLR. Ultima pubblicazione in prosa (aprile 2018) il volume intitolato: Una grazia di cui disfarsi. Antonia Pozzi, il dono della vita alle parole (edizioni RueBallu). Nel 2019, per Interno Poesia, ha curato il volume Mia vita cara. Cento poesie d’amore e silenzio di Antonia Pozzi e, con l’editore nottetempo, la raccolta Corpo di pane (tradotta in spagnolo dall’Istituto Italiano di Cultura di Madrid).

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“Maternità marina” AA.VV. a cura di Silvia Rosa e Valeria Bianchi Mian, Ed. Terra d’ulivi, 2020. Nota critica di Francesco Palmieri.

03 martedì Nov 2020

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Recensioni

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Francesco Palmieri, Maternità marina, Silvia Rosa, Valeria Bianchi Mian

La raccolta poetica “Maternità marina”, frutto della sinergia corale delle poetesse in indice e curata da Silvia Rosa e Valeria Bianchi Mian, si inserisce nel panorama poetico dei nostri giorni come antologia tematica – la maternità – ma con un valore aggiunto che completa e al tempo stesso trascende la parola poetica, vale a dire la fotografia e l’illustrazione pittorica: Il complemento fotografico lo si deve all’esperienza inedita di Silvia Rosa mentre l’incursione grafica è frutto della creatività immaginifica di Valeria Bianchi Mian, curatrici che contemporaneamente contribuiscono alla raccolta con un testo ciascuna nel corso delle pagine di presentazione dell’opera. Il sincretismo formale del libro – sincronia e concorso di linguaggio, fotografia, pittura – potrebbe rimandare a un’intenzione didascalica non dichiarata, a un’opera illustrata dove le immagini giocano il ruolo di amplificatore della parola o viceversa, ma così non è poiché ogni medium specifico qui racconta una propria storia pur nella fedeltà e coerenza al tema della raccolta. Un tema lapalissianamente originario e ancestrale, così come è subito dichiarato fin dalla prima immagine della donna in nero che, tra le mani, reca quasi in offerta la conchiglia-utero, in un contesto per antonomasia millenario, cioè un uliveto. È un passaggio di testimone, da donna a donna, da femmina a femmina, da vecchia a giovane, secondo una successione ereditaria e filogenetica, un determinismo biologico indotto pulsionalmente da quell’istinto di sopravvivenza che spinge le creature naturali di carne e impulsi a procreare sempre e comunque. Ma si sa, nella filogenesi non c’è storia, non ci sono individui pensanti, non c’è l’Io con il suo vissuto, è fenomeno che replica se stesso senza lasciare traccia di quella che invece è l’epopea della maternità-filiazione, della connotazione psicologica ed emozionale del rapporto madre-figlia. Ed è di questo aspetto conscio ed inconscio che si occupa “Maternità marina”, delle implicazioni psichiche più profonde della relazione, sia nell’idillio che nella tragicità, nella corrispondenza empatica che nella conflittualità. Il pregio della coralità sta nel mettere in evidenza le diverse sfumature di vissuto individuale e personale, nel darci una versione polifonica di quel complesso fenomeno che è la maternità, un punto di vista denso di emozione e passione e spesso anche uno scambio di ruolo dove la figlia diventa a sua volta madre. Nelle parole e nelle immagini evocate dai testi si percepiscono le fasi primarie di simbiocità e fusionalità, si vede con evidenza lo sguardo mitologizzante degli occhi creaturali e infantili, si ascolta il racconto della faticosa costruzione del distacco e della ricerca di autonomia personale e soggettiva, si assiste all’uscita ora condivisa ed accettata ora drammatica e traumatica dal cerchio magico o cappio della relazione, e si percepisce infine la consapevolezza progressiva del senso di quelle rughe che si fanno sempre più profonde in volto e che preannunciano l’avvento di uno dei dolori più devastanti che si possano provare, il sigillo mortale che il tempo cinico appone ad una storia che era nata per non finire mai. Così come per i figli, le madri non dovrebbero morire mai.

Un tema così topico e sfaccettato non poteva non appoggiarsi all’evocavità potente di simboli, di metafore e immagini, in primis del mare quale correlato di utero immenso, di luogo amniotico e culla della creazione, di brodo primordiale da cui, dice la scienza, scaturirà il bios, la genesi del genere umano, perché se da un punto di vista creazionista è Dio il padre e la madre dell’uomo, è sicuramente la madre-mare la progenitrice dell’umanità tutta dal momento che, sia maschi che femmine, siamo tutti figli di donna. Una donna-mare, una donna-conchiglia, una donna-cavità di roccia che tesse le reti del futuro e dei destini a venire. Ma se è l’acqua uno dei quattro elementi della cosmogonia empedoclea e occidentale, principio primordiale di vita, non può sfuggire all’occhio l’evidenza fotografica di un altro principio antropogenetico strutturale, essenza e supporto  fondante di ogni esistenza corporea, vale a dire il sangue. Da pagina 63 a pagina 73 l’elemento ematico è il tratto cromatico dominante delle fotografie, la prova urlante di quel dolore decretato teologicamente (Genesi, “…con dolore partorirai figli.”) e di  un versamento liquido che sincronicamente significa perdita (emorragia) e acquisto (figli); di linfa-sangue è intrisa la veste linda della partoriente e rossa è la poltrona-alcova e luogo del miracolo della creazione. Ma è proprio in un tale contesto scenografico che emerge, una perplessità, un dubbio: qui si racconta un parto – come sembrerebbe suggerire il pesce deposto sul grembo della donna seduta e che ricorre in tanta iconografia cristiana (il pesce-Gesù) – o invece, in termini più inquietanti e drammatici, si testimonia l’esito tragico di una gestazione che si conclude con un aborto? E in questo secondo caso, cosa potrebbe significare fuor di metafora? Forse il rischio della maternità crudelmente frustrata o, ancora peggio dal punto di vista della continuazione della specie homo, il rifiuto di un ruolo procreativo non più possibile e in ogni caso una protesta antropologica, filosofica, culturale, cosmica? In fondo, alla luce della subordinazione storica del femminile al maschile, alla constatazione tragica, di una cronaca femminicida quasi quotidiana, all’orrore di un sistema globale grondante di ingiustizia e violenza, ai gemiti di un pianeta in agonia determinata da una distruttività famelica e ottusa, alla condizione dell’insuperabilità della condanna di nascere umani e mortali, chi se la sentirebbe di scagliare la prima pietra? Come non sentire un moto spontaneo di consenso? Ma direi di fermarci al primo termine del titolo del libro, “Maternità”, e affidiamoci alla convinzione che ogni grido di madre è un grido d’amore. Sempre. E comunque.

FRANCESCO PALMIERI

 

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L’IMPOSSIBILE VERITÁ DEI “SEI PERSONAGGI” PIRANDELLIANI

21 mercoledì Ott 2020

Posted by marian2643 in Appunti letterari, LETTERATURA

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Anna Maria Bonfiglio, Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore

Dalla sua prima rappresentazione in stesura definitiva, avvenuta il 18 maggio del 1925 a Roma, Sei personaggi in cerca d’autore è senza dubbio l’opera pirandelliana più replicata. Considerata il dramma più emblematico di tutta la drammaturgia di Luigi Pirandello e al contempo il più aperto ad ogni possibile lettura ed interpretazione, esso ci pone di fronte all’irrisolta questione dell’Essere e dell’Apparire, mantenendo nel tempo la sua vitalità ed il suo carattere originale. Il ruolo di Pirandello, che nell’epoca fra le due guerre mondiali sostituisce quello totalizzante dello scrittore-demiurgo, incarnato dal D’Annunzio, è quello dell’intellettuale che possiede la capacità di mettere a nudo le contraddizioni dell’età del primo capitalismo industriale. Il drammaturgo siciliano riesce a cogliere i primi aspetti di quella che sarà la massificazione dell’umanità: il meccanizzarsi della vita quotidiana e la solitudine dell’individuo che vede frantumarsi la propria personalità vivendo una realtà diversa da quella che percepisce con l’anima. Simbolo della condizione oggettiva di una umanità priva di certezze e ricca di contraddizioni e di illusioni, il personaggio pirandelliano cerca la liberazione da una società disumanizzante e una consistenza alternativa che gli dia l’identità a cui ambisce ma che non riesce a raggiungere se non nelle forme del suo inseguirla. Egli è tutt’uno col dramma che vive e rappresenta, i conflitti di cui è attore sono la sua stessa natura, il suo agire è guidato dal dilemma che la vita gli propone, e nell’incertezza della possibilità di risolverlo egli si vede sdoppiato divenendo il fulcro del contrasto stesso; si radicalizza nella convinzione che l’infelicità propria è la stessa che accomuna tutti gli esseri umani e perciò nessuno può sfuggirla.

Paradigma del conflitto tra l’aspirazione a comunicare con l’altro e l’impossibilità ad essere costituiti nella loro verità, i Sei personaggi senza autore, Padre, Madre, Figlio, Figliastra e  due bambini,  irrompono sul palcoscenico, dove una compagnia teatrale sta allestendo uno spettacolo, e chiedono di essere rappresentati nel loro dramma umano. Questo è l’unico modo perché le loro vite, nate dalla fantasia dell’autore, possano trovare un’identità. Ma la loro aspirazione a essere riconosciuti nella verità che raccontano si scontra con l’impossibilità da parte degli attori di far vivere la loro storia sul palcoscenico. Tuttavia la difficile trasposizione sulla scena della loro vicenda solletica la vanità del regista il quale avverte che il dramma di quella famiglia borghese, a tratti banale, a tratti tragico, merita di essere rappresentato. I sei personaggi raccontano la loro verità, che non è mai univoca, ma non riescono a riconoscersi negli attori che entrano nelle loro parti. Personaggi, dunque, condannati a restare “senza autore”, a peregrinare da un teatro all’altro con l’unica speranza di vedere rappresentata solo una parte della realtà che li sostanzia. E senza autore è, del resto, il personaggio pirandelliano in genere, affidato ad ogni possibilità di interpretazione, celebrato proprio per l’impossibilità di essere collocato in uno standard che ne faccia un’entità definita. Il contrasto fra la Vita e la Forma, che resta il nucleo di tutta la problematica pirandelliana, sfiora ne I sei personaggi il problema dell’arte. Agli attori che devono recitare il loro dramma è delegato il compito di sciogliere in forma compiuta la vita e di condurla alla dimensione dell’arte. Ma quella vita che vanno a rappresentare sfugge dalla loro comprensione e si rivela necessità di movimento, trasformazione, incompiutezza. Altri attori se ne approprieranno per farla rivivere in altre Forme, in un gioco dilatato fino all’impossibile. La tragedia dei sei personaggi sta nella disperata consapevolezza di non poter far mai giungere agli altri la loro Verità; il loro raccontarsi resta un tentativo senza risposta, una voce che può essere ascoltata ma non accolta, un inutile denudarsi. La Verità sarà sempre un passo indietro, sarà sempre un grido taciuto.

Anna Maria Bonfiglio

 

(Fonte dell’immagine)

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Sette piani

12 lunedì Ott 2020

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Racconti

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Dino Buzzati, La boutique del mistero, racconto psicologico

 

“Sette piani” è un racconto breve di Dino Buzzati, scritto nel 1937 e inserito dapprima nell’antologia I sette messaggeri del 1942 e successivamente nella raccolta dal titolo “Sessanta racconti” del 1968.

La storia vede il protagonista, l’avvocato Giuseppe Corte, ricoverarsi in un ospedale per fare degli accertamenti e curare la leggerissima forma di malattia da cui è affetto. L’ospedale in questione ha una particolarità: ogni piano dei sette che lo costituiscono categorizza i pazienti in base alla gravità della loro malattia. Il Corte viene accolto subito al settimo piano, in attesa di guarire dalla malattia e quindi di poter tornare a casa, qui sono accettati i pazienti che devono fare solo degli accertamenti diagnostici di poco conto e che trascorrono il tempo della degenza come se si trattasse di una villeggiatura. Man mano che si scende, la gravità dello stato di salute dei pazienti aumenta fino ad arrivare al primo piano, dove le finestre sono sempre chiuse e su cui anche lo sguardo dei degenti dei piani alti non indugia per paura e scaramanzia. Dopo qualche giorno di permanenza, a Giuseppe Corte viene chiesto, con una scusa banale, di scendere al piano di sotto, in via temporanea. Ai suoi nuovi compagni di piano Giuseppe precisa che lui è del piano superiore dove, al più presto tornerà. Le cose però non andranno così. Corte si arrabbia, dibatte e litiga con i dottori per quella che ritiene un’ingiustizia e alle infermiere ribadisce che non è malato. Non si cura di quello che avviene dentro di lui, della “vera” malattia, su cui anche il lettore rimane all’oscuro. Proietta all’esterno il problema,  vuole e pretende solo di stare tra i “sani” ma cade nella solitudine, nella frustrazione e nell’impotenza. Il racconto è degno del miglior Buzzati, quello dei paesaggi introspettivi e desolati del “Deserto dei Tartari”, in questo caso però l’autore ci conduce all’interno del mondo sanitario. Quando scrive il suo racconto infatti si è in pieno periodo dello sviluppo dei grandi sanatori che accoglievano i pazienti affetti da TBC e da altri mali e fin da allora gerarchizzavano la cura attraverso il rispetto di terapie e protocolli. Il racconto offre una efficace metafora del mondo sanitario, dell’assistenza medica e infermieristica e ben rappresenta lo stillicidio che vive il Corte che coltiva sempre la speranza di tornare ai piani alti ma si rende conto della precarietà della salute. Dal racconto di Buzzati ne è stata tratta una pièce teatrale rappresentata per la prima volta al Piccolo Teatro di Milano nel 1953 e successivamente riproposta in molte città europee con il titolo: “Un caso clinico”. L’attore Ugo Tognazzi ne farà un film nel 1967: “Il fischio al naso”, e per la televisione, qualche anno dopo, Aroldo Tieri riprenderà la trasposizione curata da Albert Camus e rappresentata al Théatre La Bruyère nel 1955.

*

Dopo un giorno di viaggio in treno, Giuseppe Corte arrivò, una mattina di marzo, alla città dove c’era la famosa casa di cura. Aveva un po’ di febbre, ma volle fare ugualmente a piedi strada fra la stazione e l’ospedale, portandosi la sua valigetta. Benché avesse soltanto una leggerissima forma incipiente, Giuseppe Corte era stato consigliato di rivolgersi al celebre sanatorio, dove non si curava che quell’unica malattia. Ciò garantiva un’eccezionale competenza nei medici e la più razionale ed efficace sistemazione d’impianti. Quando lo scorse da lontano – e lo riconobbe per averne già visto la fotografia in una circolare pubblicitaria – , Giuseppe Corte ebbe un’ottima impressione. Il bianco edificio a sette piani era solcato da regolari rientranze che gli davano una fisionomia vaga d’albergo. Tutt’attorno era una cinta di alti alberi. Dopo una sommaria visita medica, in attesa di un esame più accurato Giuseppe Corte fu messo in una gaia camera del settimo ed ultimo piano. I mobili erano chiari e lindi come la tappezzeria, le poltrone erano di legno, i cuscini rivestiti di policrome stoffe. La vista spaziava su uno dei più bei quartieri della città. Tutto era tranquillo, ospitale e rassicurante. Giuseppe Corte si mise subito a letto e, accesa la lampadina sopra il capezzale, cominciò a leggere un libro che aveva portato con sé… Poco dopo entrò un’infermiera per chiedergli se desiderasse qualcosa… Giuseppe Corte non desiderava nulla ma si mise volentieri a discorrere con la giovane, chiedendo informazioni sulla casa di cura. Seppe così la strana caratteristica di quell’ospedale. I malati erano distribuiti piano per piano a seconda della gravità. Il settimo, cioè l’ultimo, era per le forme leggerissime. Il sesto era destinato ai malati non gravi ma neppure da trascurare. Al quinto si curavano già affezioni serie e così di seguito, di piano in piano. Al secondo erano i malati gravissimi. Al primo, quelli per cui era inutile sperare. Questo singolare sistema, oltre a sveltire grandemente il servizio, impediva che un malato leggero potesse venir turbato dalla vicinanza di un collega in agonia, e garantiva in ogni piano un’atmosfera omogenea. D’altra parte la cura poteva venir così graduata in modo perfetto. Ne derivava che gli ammalati erano divisi in sette progressive caste. Ogni piano era come un piccolo mondo a sé, con le sue particolari regole, con le sue speciali tradizioni. E siccome ogni settore era affidato a un medico diverso, si erano formate, sia pure minime, ma precise differenze nei metodi di cura, nonostante il direttore generale avesse impresso all’istituto un unico fondamentale indirizzo. Quando l’infermiera fu uscita, Giuseppe Corte, sembrandogli che la febbre fosse scomparsa, raggiunse la finestra e guardò fuori, non per osservare il panorama della città, che pure era nuovo per lui, ma nella speranza di scorgere, attraverso le finestre, altri ammalati dei piani inferiori. La struttura dell’edificio, a grandi rientranze, permetteva tale genere di osservazione. Soprattutto Giuseppe Corte concentrò la sua attenzione sulle finestre del primo piano che sembravano lontanissime, e che si scorgevano solo di sbieco. Ma non poté vedere nulla di interessante. La maggioranza erano ermeticamente sprangate dalle grigie persiane scorrevoli.

Il Corte si accorse che a una finestra di fianco alla sua stava affacciato un uomo. I due si guardarono a lungo con crescente simpatia, ma non sapevano come rompere il silenzio. Finalmente Giuseppe Corte si fece coraggio e disse: “Anche lei sta qui da poco?”
“0h no – fece l’altro – sono qui già da due mesi…” tacque qualche istante e poi, non sapendo come continuare la conversazione, aggiunse: “Guardavo giù mio fratello.” 

“Suo fratello?”
“Sì.” spiegò lo sconosciuto. “Siamo entrati insieme, un caso veramente strano, ma lui è andato peggiorando, pensi che adesso è già al quarto.”
“Al quarto che cosa?”
“Al quarto piano” spiegò l’individuo e pronunciò le due parole con una tale espressione di commiserazione e di orrore, che Giuseppe Corte restò quasi spaventato.
“Ma son così gravi al quarto piano?” domandò cautamente.
“Oh Dio” fece l’altro, scuotendo lentamente la testa “non sono ancora così disperati, ma comunque poco da stare allegri.”
“Ma allora”, chiese ancora il Corte, con una scherzosa disinvoltura come di chi accenna a cose tragiche che non lo riguardano, “allora, se al quarto sono già così gravi, al quinto chi mettono allora?” “0h, al primo sono proprio i moribondi. Laggiù i medici non hanno più niente da fare. C’è solo il prete che lavora. E naturalmente…”
“Ma ce n’è pochi al primo piano” interruppe Giuseppe Corte, come se gli premesse di avere una conferma “quasi tutte le stanze sono chiuse laggiù.”
“Ce n’è pochi, adesso, ma stamattina ce n’erano parecchi” rispose lo sconosciuto con un sottile sorriso. “Dove le persiane sono abbassate lì qualcuno è morto da poco. Non vede, del resto, che negli altri piani tutte le imposte sono aperte? Ma mi scusi, aggiunse ritraendosi lentamente “mi pare che cominci a far freddo. Io ritorno in letto.
Auguri, auguri…”

L’uomo scomparve dal davanzale e la finestra venne chiusa con energia; poi si vide accendersi dentro una luce. Giuseppe Corte se ne stette ancora immobile alla finestra fissando le persiane abbassate del primo piano. Le fissava con un’intensità morbosa, cercando di immaginare i funebri segreti di quel terribile primo piano dove gli ammalati venivano confinati a morire; e si sentiva sollevato di sapersene cosi lontano. Sulla città scendevano intanto le ombre della sera. Ad una ad una le mille finestre del sanatorio si illuminavano, da lontano si sarebbe potuto pensare a un palazzo in festa. Solo al primo piano, laggiù in fondo al precipizio, decine e decine di finestre rimanevano cieche e buie. Il risultato della visita medica generale rasserenò Giuseppe Corte. Incline di solito a prevedere il peggio, egli si era già in cuor suo preparato a un verdetto severo, e non sarebbe rimasto sorpreso se il medico gli avesse dichiarato di doverlo assegnare al piano inferiore. La febbre infatti non accennava a scomparire, nonostante le condizioni generali si mantenessero buone. Invece il sanitario gli rivolse parole cordiali e incoraggianti. Un principio di male c’era – gli disse – ma leggerissimo; in due o tre settimane probabilmente tutto sarebbe passato. “E allora resto al settimo piano?” aveva domandato ansiosamente Giuseppe Corte a questo punto. “Ma naturalmente!” gli aveva risposto il medico battendogli amichevolmente una mano su una spalla. E dove pensava di dover andare? Al quarto forse? chiese ridendo, come per alludere alla ipotesi più assurda. “Meglio così, meglio così!” fece il Corte. “Sa? Quando si è ammalati si immagina sempre il peggio”. Giuseppe Corte infatti rimase nella stanza che gli era stata assegnata originariamente. Imparò a conoscere alcuni dei suoi compagni di ospedale, nei rari pomeriggi in cui gli veniva concesso d’alzarsi. Seguì scrupolosamente la cura, mise tutto l’impegno a guarire rapidamente, ma ciononostante le sue condizioni pareva rimanessero stazionarie. Erano passati circa dieci giorni, quando a Giuseppe Corte si presentò il capo-infermiere del settimo piano. Aveva da chiedere un favore in via puramente amichevole: il giorno dopo doveva entrare all’ospedale una signora con due bambini; due camere erano, libere, proprio di fianco alla sua, ma mancava la terza; non avrebbe consentito il signor Corte a trasferirsi in un’altra camera, altrettanto confortevole? Giuseppe Corte non fece naturalmente nessuna difficoltà; una camera o un’altra per lui erano lo stesso; gli sarebbe anzi toccata forse una nuova e più graziosa infermiera. “La ringrazio di cuore”, fece allora il capo-infermiere con un leggero inchino; da una persona come lei le confesso non mi stupisce un così gentile atto di cavalleria. Fra un’ora, se lei non ha nulla in contrario, procederemo al trasloco. Guardi che bisogna scendere al piano di sotto” aggiunse con voce attenuata come se si trattasse di un particolare assolutamente trascurabile. “Purtroppo in questo piano non ci sono altre camere libere. Ma è una sistemazione assolutamente provvisoria, ” si affrettò a specificare vedendo che Corte, rialzatosi di colpo a sedere, stava per aprir bocca in atto di protesta, “una sistemazione assolutamente provvisoria. Appena resterà libera una stanza, e credo che sarà fra due o tre giorni, lei potrà tornare di sopra.”
“Le confesso”, disse Giuseppe Corte sorridendo, per dimostrare di non essere un bambino “le confesso che un trasloco di questo genere non mi piace affatto.”
“Ma non ha alcun motivo medico questo trasloco; capisco benissimo quello che lei intende dire, si tratta unicamente di una cortesia a questa signora che preferisce non rimaner separata dai suoi bambini… Per carità”, aggiunse ridendo apertamente “non le venga neppure in mente che ci siano altre ragioni”. “Sarà”, disse Giuseppe Corte “ma mi sembra di cattivo augurio”. 
Corte così passò al sesto piano, e sebbene fosse convinto che questo trasloco non corrispondesse a un peggioramento del male, si sentiva a disagio al pensiero che tra lui e il mondo normale, della gente sana, già si frapponesse un netto ostacolo. Al settimo piano, porto d’arrivo, si era in un certo modo ancora in contatto con il consorzio degli uomini; esso si poteva anzi considerare quasi un prolungamento del mondo abituale. Ma al sesto già si entrava nel corpo autentico dell’ospedale; già la mentalità dei medici, delle infermiere e degli stessi ammalati era leggermente diversa. Già si ammetteva che a quel piano venivano accolti dei veri e propri ammalati, sia pure in forma non grave. Dai primi discorsi fatti con i vicini di stanza, con il personale e con i sanitari, Giuseppe Corte si accorse come in quel reparto, il settimo piano venisse considerato come uno scherzo, riservato ad ammalati dilettanti, affetti più che altro da fisime; solo dal sesto, per così dire, si cominciava davvero. Comunque Giuseppe Corte capì che per tornare di sopra, al posto che gli competeva per le caratteristiche del suo male, avrebbe certamente incontrato qualche difficoltà; per tornare al settimo piano, egli doveva mettere in moto un complesso organismo, sia pure per un minuto sforzo; non c’era dubbio che se egli non avesse fiatato, nessuno avrebbe pensato a trasferirlo di nuovo al piano superiore dei “quasi-sani”.

Giuseppe Corte si propose perciò di non transigere sui suoi diritti e di non cedere alle lusinghe dell’abitudine. Ai compagni di reparto teneva molto a specificare che trovarsi con loro, soltanto per pochi giorni, ch’era stato lui a voler scendere d’un piano per fare un piacere a una signora, e che appena fosse rimasta libera una stanza sarebbe tornato di sopra. Gli altri lo ascoltavano senza interesse e annuivano con scarsa convinzione. II convincimento di Giuseppe Corte trovò piena conferma nel giudizio del nuovo medico. Anche questi ammetteva che Giuseppe Corte poteva benissimo essere assegnato al settimo piano; la sua forma era as-so-lu-ta-men-te leg-ge-ra e scandiva tale definizione per darle importanza – ma in fondo riteneva che al sesto piano Giuseppe Corte forse potesse essere meglio curato. “Non cominciamo con queste storie”, interveniva a questo punto il malato con decisione. “Lei mi ha detto che il settimo piano è il mio posto e voglio ritornarci”. “Nessuno ha detto il contrario”. ribatteva il dottore
“il mio era un puro e semplice consiglio non da dot-to-re, ma da au-ten-ti-co a-mi-co! La sua forma, le ripeto, è leggerissima, non sarebbe esagerato dire che lei non è nemmeno ammalato, ma secondo me si distingue da forme analoghe per una certa maggiore estensione. Mi spiego: l’intensità del male è minima, ma considerevole l’ampiezza; il processo distruttivo delle cellule” (era la prima volta che Giuseppe Corte sentiva là dentro quella sinistra espressione “il processo distruttivo delle cellule”) è assolutamente agli inizi, forse non è neppure cominciato, ma tende, dico, solo tende, a colpire contemporaneamente vaste porzioni dell’organismo. Solo per questo, secondo me, lei può essere curato più efficacemente qui, al sesto, dove i metodi terapeutici sono più tipici ed intensi. Un giorno gli fu riferito che il direttore generale della casa di cura, dopo essersi lungamente consultato con i suoi collaboratori, aveva deciso un mutamento nella suddivisione dei malati. Il grado di ciascuno di essi – per così dire – veniva ribassato di un mezzo punto. Ammettendosi che in ogni piano gli ammalati fossero divisi, a seconda della loro gravità, in due categorie, (questa suddivisione veniva effettivamente fatta dai rispettivi medici, ma ad uso esclusivamente interno) l’inferiore di queste due metà veniva d’ufficio traslocata a un piano più basso. Ad esempio, la metà degli ammalati del sesto piano, quelli con forme leggermente più avanzate, dovevano passare al quinto; e i meno leggeri del settimo piano passare al sesto. La notizia fece piacere a Giuseppe Corte, perché in un così complesso quadro di traslochi, il suo ritorno al settimo piano sarebbe riuscito assai più facile. Quando accennò a questa sua speranza con l’infermiera egli ebbe però un’amara sorpresa. Seppe cioè che egli sarebbe stato traslocato, ma non al settimo, bensì al piano di sotto. Per motivi che l’infermiera non sapeva spiegargli, egli era stato compreso nella metà più “grave” degli ospiti del sesto piano e doveva perciò scendere al quinto. 
Passata la prima sorpresa, Giuseppe Corte andò in furore; gridò che lo truffavano, che non voleva sentir parlare di altri traslochi in basso, che se ne sarebbe tornato a casa, che i diritti erano diritti e che l’amministrazione dell’ospedale non poteva trascurare così sfacciatamente le diagnosi dei sanitari. Mentre egli ancora gridava arrivò il medico per tranquillizzarlo. Consigliò al Corte di calmarsi se non avesse voluto veder salire la febbre, gli spiegò che era successo un malinteso, almeno parziale. Ammise ancora una volta che Giuseppe Corte sarebbe stato al suo giusto posto se lo avessero messo al settimo piano, ma aggiunse di avere sul suo caso un concetto leggermente diverso, se pure personalissimo. In fondo in fondo la sua malattia poteva, in un certo senso s’intende, essere anche considerata di sesto grado, data l’ampiezza delle manifestazioni morbose. Lui stesso però non riusciva a spiegarsi come il Corte fosse stato catalogato nella metà inferiore del sesto piano. Probabilmente il segretario della direzione, che proprio quella mattina gli aveva telefonato chiedendo l’esatta posizione clinica di Giuseppe Corte, si era sbagliato nel trascrivere. o meglio la direzione aveva di proposito leggermente “peggiorato” il suo giudizio, essendo egli ritenuto un medico esperto ma troppo indulgente. Il dottore infine consigliava il Corte a non inquietarsi, a subire senza proteste il trasferimento; quello che contava era la malattia, non il posto in cui veniva collocato un malato. Per quanto si riferiva alla cura – aggiunse ancora il medico – Giuseppe Corte non avrebbe poi avuto da rammaricarsi; il medico del piano di sotto aveva certo più esperienza; era quasi dogmatico che l’abilità dei dottori andasse crescendo, almeno a giudizio della direzione, man mano che si scendeva. La camera era altrettanto comoda ed elegante. La vista ugualmente spaziosa: solo dal terzo piano in giù la visuale era tagliata dagli alberi di cinta. Giuseppe Corte, in preda alla febbre serale, ascoltava ascoltava le meticolose giustificazioni con una progressiva stanchezza. Alla fine si accorse che gli mancavano la forza e soprattutto la voglia di reagire ulteriormente all’ingiusto trasloco. E senza altre proteste si lasciò portare al piano di sotto. L’unica, benché povera, consolazione di Giuseppe Corte, una volta che si trovò al quinto piano, fu di sapere che per giudizio concorde di medici, di infermieri e ammalati, egli era in quel reparto il menu grave di tutti. Nell’ambito di quel piano insomma egli poteva considerarsi di gran lunga il più fortunato. Ma d’altra parte lo tormentava il pensiero che oramai ben due barriere si frapponevano fra lui e il mondo della gente normale. Procedendo la primavera, l’aria intanto si faceva più tepida, ma Giuseppe Corte non amava più come nei primi giorni affacciarsi alla finestra; benché un simile timore fosse una pura sciocchezza, egli si sentiva rimescolare tutto da uno strano brivido alla vista delle finestre del primo piano, sempre nella maggioranza chiuse, che si erano fatte assai più vicine. Il suo male sembrava stazionario. Dopo tre giorni di permanenza al quinto piano, si manifestò anzi sulla gamba destra una specie di eczema che non accennò a riassorbirsi nei giorni successivi. Era un’affezione – gli disse il medico – assolutamente indipendente dal male principale; un disturbo che poteva capitare alla persona più sana del mondo. Ci sarebbe voluta, per eliminarlo in pochi giorni, una intensa cura di raggi digamma.

“E non si possono avere qui i raggi digamma?”, chiese Giuseppe Corte.
“Certamente” rispose compiaciuto il medico, “il nostro ospedale dispone di tutto. C’è un solo inconveniente….
“Che cosa?” fece il Corte con un vago presentimento.
“Inconveniente per modo di dire”. si corresse il dottore, “volevo dire che l’installazione per i raggi si trova soltanto al quarto piano e io le sconsiglierei di fare tre volte al giorno un simile tragitto”.
“E allora niente?”
“Allora sarebbe meglio che fino a che l’espulsione non sia passata lei avesse la compiacenza di scendere al quarto.”
“Basta!” urlò allora esasperato Giuseppe Corte. Ne ho già abbastanza di scendere! Dovessi crepare, al quarto non ci vado!”
“Come lei crede” fece conciliante il medico per non irritarlo “come medico curante, badi che le proibisco di andar da basso tre volte al giorno”. 

Il brutto fu che l’eczema, invece di attenuarsi, andò lentamente ampliandosi. Giuseppe Corte non riusciva a trovare requie e continuava a rivoltarsi nel letto. Durò così, rabbioso, per tre giorni, fino a che dovette cedere. Spontaneamente pregò il medico di fargli praticare la cura dei raggi e di essere trasferito al piano inferiore. Quaggiù il Corte notò, con inconfessato piacere, di rappresentare un’eccezione. Gli altri ammalati del reparto erano decisamente in condizioni molto serie e non potevano lasciare neppure per un minuto il letto. Egli invece poteva prendersi il lusso di raggiungere a piedi, dalla sua stanza, la sala dei raggi, fra i complimenti e la meraviglia delle stesse infermiere. Al nuovo medico, egli precisò con insistenza la sua posizione specialissima. Un ammalato che in fondo aveva diritto al settimo piano veniva a trovarsi al quarto. Appena l’espulsione fosse passata, egli intendeva ritornare di sopra. Non avrebbe assolutamente ammesso alcuna nuova scusa. Lui, che sarebbe potuto trovarsi legittimamente ancora al settimo. 

“Al settimo, al settimo!.” esclamò sorridendo il medico, che finiva proprio allora di visitarlo. Sempre esagerati voi ammalati. Sono il primo io a dire che lei può essere contento del suo stato; a quanto vede, dalla tabella clinica, grandi peggioramenti non ci sono stati. Ma da questo a parlare di settime, piano – mi scusi la brutale sincerità – c’è una certa differenza! Lei è uno dei casi meno preoccupanti, ne convengo io, ma è pur sempre un ammalato!” 

“E allora, allora” fece Giuseppe Corte accendendosi tutto nel volto, “lei a che piano mi metterebbe?”
“0h, Dio, non è facile dire, non le ho fatto che una breve visita, per poter pronunciarmi dovrei seguirla per almeno una settimana.”
“Va bene” insistette Corte “ma pressapoco lei saprà”
Il medico per tranquillizzarlo, fece finta di concentrarsi un momento in meditazione e poi, annuendo con il capo a se stesso, disse lentamente: “Oh Dio, proprio per accontentarla, ecco, ma potremo in fondo metterla al sesto!”
“Sì sì” aggiunse come per persuadere se stesso. “Il sesto potrebbe andar bene.” 

II dottore credeva così di far lieto il malato. Invece sul volto di Giuseppe Corte si diffuse un’espressione di sgomento: si accorgeva, il malato, che i medici degli ultimi piani l’avevano ingannato; ecco, qui questo nuovo dottore, evidentemente più abile e più onesto, che in cuor suo – era evidente – lo assegnava, non al settimo, ma al quinto piano, e forse al quinto inferiore! La delusione inaspettata prostrò il Corte. Quella sera la febbre salì sensibilmente. La permanenza al quarto piano segnò il periodo più tranquillo passato da Giuseppe Corte dopo l’entrata all’ospedale. Il medico era persona simpaticissima, premurosa e cordiale; si tratteneva spesso anche per delle ore intere a chiacchierare degli argomenti più svariati. Giuseppe Corte discorreva pure molto volentieri, cercando argomenti che riguardassero la sua solita vita d’avvocato e d’uomo di mondo. Egli cercava di persuadersi di appartenere ancora al consorzio degli uomini sani, di essere ancora legato al mondo degli affari, di interessarsi veramente dei fatti pubblici. Cercava, senza riuscirvi. Invariabilmente il discorso finiva sempre per cadere sulla malattia. Il desiderio di un miglioramento qualsiasi era divenuto in Giuseppe Corte un’ossessione. Purtroppo i raggi digamma, se erano riusciti ad arrestare il diffondersi dell’espulsione cutanea, non erano bastati ad eliminarla. Ogni giorno Giuseppe Corte ne parlava lungamente col medico e si sforzava in questi colloqui di mostrarsi forte, anzi ironico, senza mai riuscirvi.

“Mi dica, dottore. disse un giorno, come va il processo distruttivo delle mie cellule?”
“0h, ma che brutte parole!” lo rimproverò scherzosamente il dottore. “Dove mai le ha imparate? Non sta bene, non sta bene, soprattutto per un malato! Mai più voglio sentire da lei discorsi simili”
“Va bene” obiettò il Corte “ma così lei non mi ha risposto”
“0h, le rispondo subito” fece il dottore cortese. “Il processo distruttivo delle cellule, per ripetere la sua orribile espressione, è, nel suo caso minimo, assolutamente minimo. Ma sarei tentato di definirlo ostinato” “Ostinato, cronico vuol dire?”
“Non mi faccia dire quello che non ho detto. lo voglio dire soltanto ostinato. Del resto sono così la maggioranza dei casi. Affezioni anche lievissime spesso hanno bisogno di cure energiche e lunghe”
“Ma mi dica, dottore, quando potrò sperare in un miglioramento?”
“Quando? Le predizioni in questi casi sono piuttosto difficili… Ma senta” aggiunse dopo una pausa meditativa “vedo che lei ha una vera e propria smania di guarire… se non temessi di farla arrabbiare, sa che cosa le consiglierei?”
“Ma dica, dica pure, dottore….”
“Ebbene, le pongo la questione in termini molto chiari. Se io, colpito da questo male in forma anche tenuissima, capitassi in questo sanatorio, che è forse il migliore che esista, mi farei assegnare spontaneamente, e fin dal primo giorno, fin dal prima giorno, capisce? a uno dei piani più bassi. Mi farei mettere addirittura al….”
“Al primo?” suggerì con uno sforzato sorriso il Corte.
“Oh no! al primo no!” rispose ironico il medico, “questo poi no! Ma al terzo o anche al secondo di certo. Nei piani inferiori la cura è fatta molto meglio, le garantisco, gli impianti sono più completi e potenti, il personale è più abile. Lei sa poi chi è l’anima di questo ospedale?”
“Non è il professor Dati?”
“Già il professor Dati. E’ lui I’inventore della cura che qui si pratica, lui il progettista dell’intero impianto. Ebbene, lui, il maestro, sta, per così dire, fra il primo e il secondo piano. Di là irraggia la sua forza direttiva. Ma, glielo garantisco io, il suo influsso non arriva oltre al terzo piano; più in là si direbbe che gli stessi suoi ordini si sminuzzino, perdano di consistenza, deviino; il cuore dell’ospedale è in basso e in basso bisogna stare per avere le cure migliori”
“Ma insomma” fece Giuseppe Corte con voce tremante, “allora lei mi consiglia …”
“Aggiunga una cosa” continuò imperterrito il dottore “aggiunga che nel suo caso particolare ci sarebbe da badare anche all’espulsione. Una cosa di nessuna importanza ne convengo, ma piuttosto noiosa, che a lungo andare potrebbe deprimere il suo “morale”; e lei sa quanto è importante per la guarigione la serenità di spirito. Le applicazioni di raggi che io le ho fatte sono riuscite solo a metà fruttuose. Il perché può darsi che sia un puro caso, ma può darsi anche che i raggi non siano abbastanza intensi. Ebbene, al terzo piano le macchine dei raggi sono molto più potenti. Le probabilità di guarire il suo eczema sarebbero molto maggiori. Poi vede? una volta avviata la guarigione, il passo più difficile è fatto. Quando si comincia a risalire, è poi difficile tornare ancora indietro. Quando lei si sentirà davvero meglio, allora nulla impedirà che lei risalga qui da noi o anche più in su, secondo i suoi “meriti” anche al quinto, al sesto, persino al settimo oso dire”
“Ma lei crede che questo potrà accelerare la cura?”
“Ma non ci può essere dubbio. Le ho già detto che cosa farei io nei suoi panni”
Discorsi di questo genere il dottore ne faceva ogni giorno a Giuseppe Corte. Venne infine il momento in cui il malato, stanco di patire per l’eczema, nonostante l’istintiva riluttanza a scendere, decise di seguire il consiglio del medico e si trasferì al piano di sotto. 
Notò subito al terzo piano che nel reparto ‘regnava una speciale gaiezza’, sia nel medico, sia nelle infermiere, sebbene laggiù fossero in cura ammalati molto preoccupanti. Si accorse anzi che di giorno in giorno questa gaiezza andava aumentando: incuriosito, dopo che ebbe preso un po’ di confidenza con l’infermiera, domandò come mai fossero tutti così allegri. 

“Ah, non lo sa?” rispose l’infermiera “fra tre giorni andiamo in vacanza”
“Come andiamo in vacanza?”
“Ma sì. Per quindici giorni, il terzo piano si chiude e il personale se ne va a spasso. Il riposo tocca a turno ai vari piani”
“E i malati? come fate?”
“Siccome ce n’è relativamente pochi, di due piani se ne fa uno solo..”
“Come? riunite gli ammalati del terzo e del quarto?”
“No, no” corresse l’infermiera “del terzo e del secondo. Quelli che sono qui dovranno discendere da basso” “Discendere al secondo?” fece Giuseppe Corte, pallido come un morto. “lo dovrei cosi scendere al secondo?” “Ma certo. E che cosa c’è di strano? Quando torniamo, fra quindici giorni, lei ritornerà in questa stanza. Non mi pare che ci sia da spaventarsi.”

Invece Giuseppe Corte – un misterioso istinto lo avvertiva – fu invaso da una crudele paura. Ma, visto che non poteva trattenere il personale dall’andare in vacanza, convinto che la nuova cura coi raggi più intensi gli facesse bene – l’eczema si era quasi completamente riassorbita – egli non osò muovere formale opposizione al nuovo trasferimento. Pretese però, incurante dei motteggi delle infermiere, che sulla porta della sua nuova stanza fosse attaccato un cartello con su scritto “Giuseppe Corte, del terzo piano, di passaggio”. Una cosa simile non trovava precedenti nella storia del sanatorio, ma i medici non si opposero, pensando che in un temperamento nervoso quale il Corte anche una piccola contrarietà potesse provocare una grave scossa. Si trattava in fondo di aspettare quindici giorni non uno di più, non uno di meno. Giuseppe Corte si mise a contarli con avidità ostinata, restando per delle ore intere immobile sul letto, con gli occhi fissi sui mobili, che al secondo piano non erano più così moderni e gai come nei reparti superiori, ma assumevano dimensioni più grandi e linee più solenni e severe. E di tanto in tanto aguzzava le orecchie poiché gli pareva di udire dal piano di sotto, il piano dei moribondi, il reparto dei “condannati”, vaghi rantoli di agonie. Tutto questo naturalmente contribuiva a scoraggiarlo. E la minore serenità sembrava aiutare la malattia, la febbre tendeva a salire, la debolezza generale si faceva più fonda. Dalla finestra – si era oramai in piena estate e i vetri si tenevano quasi sempre aperti – non si scorgevano più i tetti e neppure le case della città, ma soltanto la muraglia verde degli alberi che circondavano l’ospedale. Dopo sette giorni, un pomeriggio verso le due, entrarono improvvisamente il capo-infermiere e tre infermieri, che spingevano un lettuccio a rotelle.

“Siamo pronti per il trasloco?” domandò in tono di bonaria celia il capo-infermiere.
“Che trasloco?” domandò con voce stentata Giuseppe Corte “che altri scherzi sono questi? Non tornano fra sette giorni quelli del terzo piano?”
“Che terzo piano?” disse il capo-infermiere come se non capisse “io ho avuto l’ordine di condurla al primo, guardi qua.” e fece vedere un modulo stampato per il passaggio al piano inferiore firmato nientemeno che dallo stesso professore Dati.

Il terrore, la rabbia infernale di Giuseppe Corte esplosero allora in lunghe irose grida che si ripercossero per tutto il reparto. “Adagio, adagio per carità”, supplicarono gli infermieri “ci sono dei malati che non stanno bene”. Ma ci voleva altro per calmarlo. Finalmente accorse il medico che dirigeva il reparto, una persona gentilissima e molto educata. Si informò, guardò il modulo, si fece spiegare dal Corte. Poi si rivolse incollerito al capo-infermiere, dichiarando che c’era stato uno sbaglio, lui non aveva dato alcuna disposizione del genere, da qualche tempo c’era un’insopportabile confusione, lui veniva tenuto all’oscuro d tutto… Infine, detto il fatto suo al dipendente, si rivolse, in tono cortese, al malato, scusandosi profondamente. “Purtroppo però” aggiunse il medico “purtroppo il professor Dati proprio un’ora fa è partito, per una breve licenza, non tornerà che fra due giorni. Sono assolutamente desolato, ma i suoi ordini non possono essere trasgrediti. Sarà lui il primo a rammaricarsene, glielo garantisco… un errore simile! Non capisco come possa essere accaduto!” Ormai un pietoso tremito aveva preso a scuotere Giuseppe Corte. La capacità di dominarsi gli era completamente sfuggita. Il terrore l’aveva sopraffatto come un bambino. I suoi singhiozzi risuonavano lenti e disperati per la stanza. Giunse così, per quell’esecrabile errore, all’ultima stazione. Nel reparto dei moribondi lui, che in fondo, per la gravità del male, a giudizio anche dei medici più severi, aveva il diritto di essere assegnato al sesto, se non al settimo piano! La situazione era talmente grottesca che in certi istanti Giuseppe Corte sentiva quasi la voglia di sghignazzare senza ritegno. Disteso nel letto, mentre il caldo pomeriggio dell’estate passava lentamente sulla grande città, egli guardava il verde degli alberi attraverso la finestra con l’impressione di esser giunto in un mondo irreale, fatto di assurde pareti a piastrelle sterilizzate, di gelidi androni mortuari, di bianche figure umane vuote di anima. Gli venne persino in mente che anche gli alberi che gli sembrava di scorgere attraverso la finestra non fossero veri; finì anzi per convincersene, notando che le foglie non si muovevano affatto. Questa idea lo agitò talmente, che il Corte chiamò col campanello l’infermiera e si fece porgere gli occhiali da miope, che in letto non adoperava; solo allora riuscì a tranquillizzarsi un poco: con l’aiuto delle lenti poté assicurarsi che erano proprio alberi veri e che le foglie, sia pur leggermente, ogni tanto erano mosse dal vento. Uscita che fu l’infermiera, passò un quarto d’ora di completo silenzio. Sei piani, sei terribili muraglie, sia pure per un errore formale, sovrastavano adesso Giuseppe Corte con implacabile peso. In quanti anni, sì, bisognava pensare proprio ad anni, in quanti anni egli sarebbe riuscito a risalire fino all’orlo di quel precipizio? Ma come mai la stanza si faceva improvvisamente così buia? Era pur sempre pomeriggio pieno. Con uno sforzo supremo Giuseppe Corte, che si sentiva paralizzato da uno strano torpore, guardò l’orologio, sul comodino, di fianco al letto. Erano le tre e mezzo. Voltò il capo dall’altra parte, e vide che le persiane scorrevoli, obbedienti a un misterioso comando, scendevano lentamente, chiudendo il passo alla luce.

 

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Nota critica dedicata a “La crepa madre” di Carlo Tosetti, Edizioni Pietre Vive, 2020.

28 lunedì Set 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

≈ 1 Commento

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Carlo Tosetti, La crepa madre

È un’opera inconsueta e originale quella composta da Carlo Tosetti ed edita da Pietre Vive nella Collana iCentoLillo, un poemetto d’ispirazione classica costituito da nove capitoli, che però indulge ad atmosfere gotiche e a tratti surreali e fantastiche. “La crepa madre” s’intitola e descrive un fenomeno naturale inspiegabile e dunque ‘perturbante’ inteso come noto da lungo tempo, perfino familiare ma che trasmette una sensazione di insicurezza e di disagio. Il fenomeno è presentato alla fine del primo capitolo nella sezione narrativa: Nella casa albergava una crepa viva e connotò un’estate di tanti anni fa del protagonista, narratore autodiegetico, che racconta gli avvenimenti occorsi nella cittadina di provincia in cui era solito trascorrere l’estate. Si trattava di uno squarcio nel muro di una casa vicina provocato da una frana, dal crollo d’un costone, frattura che il protagonista associò con certezza a una ferita al suo ginocchio causata da un frammento di vetro nascosto nell’erba. Questa associazione, negli anni a seguire, divenne convinzione e certezza.

 

I, 6

 

Nei giorni assai lontani

del mio lento claudicare,

dirimpetto, da una Casa,

un barrito minerale

si levò di pietre frante;

chiaro rombo d’una frana,

lindo crollo d’un costone,

e io zoppo, guadagnando

la finestra, dolorante,

vidi nulla delle mura

cupo frutto di collassi,

che rovine rammentava.

 

La prima edificazione della casa risaliva al Quattrocento mentre negli archivi comunali pare che fosse conservato un manoscritto d’autore ignoto, in cui si narrava di un esorcismo spettacolare praticato da un prelato del tempo per scacciare la presenza demoniaca dall’abitazione, circostanza che negli anni successivi attrasse diversi predicatori e truffatori.

 

II, 1

 

I manoscritti antichi,

i tramandati annali,

d’avi racconti orali,

recano d’una Crepa

notizia: viva, rinchiusa,

atea, sta nella Casa;

nel covo della Via Chiesa,

sonni alterna lunghi

a bradisismi pavidi,

talvolta squarcia spelonche;

pentita lei con la luna

la notte, calma sutura.

 

La Crepa era “viva”, dimorava sul muro dietro la testata del letto matrimoniale ma durante la notte si muoveva per le stanze spostandosi attraverso muri e pavimenti come un animale domestico, mentre la mattina dopo scompariva come se fosse stata suturata e ricomposta dalla luna.

 

III, 5

 

In quel luogo ritirato,

la natura io compresi

della Crepa, poiché sopra

il talamo dormiente

v’albergava e, invece

d’uggiolare di folletti,

il suo rodere s’udiva,

pareva un ticchettare:

la sera s’acquatta, cane

astratto rimesta, gira

nella fessura, sprimaccia,

rigira, sospira, riposa.

 

Quando i proprietari si trasferirono in un’abitazione più piccola, la Casa rimase chiusa per qualche anno fino a quando fu acquistata da una coppia di milanesi che intrapresero i lavori di restauro. La crepa però fece sentire la sua presenza provocando un ampliamento dello squarcio, che scomparve il giorno dopo provocando un malore alla nuova proprietaria.

 

IV, 9

 

L’orrore alla mattina.

La paura fa barriera,

il rifiuto l’interpone

fra l’enigma e la ragione.

Agli occhi dei novelli

abitanti apparve sana

la camera squartata

e priva fu d’alcuna

fresca lesione, frattura.

Svenne la donna, l’aceto

nemmeno dal sonno sicuro

levò quel giorno l’oscuro.

 

Quando poi il muratore Boldo decise di cominciare i lavori di ristrutturazione proprio dalla porzione di muro dove si trovava la Crepa, la Casa tremò, il muratore cadde dalla scala e si salvò per miracolo mentre la vibrazione provocò effetti simili a quelli di un terremoto, devastando la bottega attigua, raggiungendo la strada e tranciando gli impianti idrici, fognanti, i tubi del gas e delle linee elettriche e divenendo un problema di tutta la comunità.

 

V, 5

 

Tentenna la Casa, prende

un fremito, un sussulto,

che fin le membra attacca

del Boldo inerpicato

sulla scala. Per la fitta,

goffo ondeggia e cade

in tonfo, orizzontale;

lo risparmia la mazzetta,

nel volteggio suo, grazioso,

di svolazzi per la stanza:

sfiora il Boldo roteando,

grazia l’uomo, buono il caso.

 

Il disastro si arrestò a ridosso del lago, la crepa arretrò risanando il terreno e il manto erboso, come se non fosse mai passata.

 

VI, 16

 

Grande fu il mugghiare

delle gementi croste

di sismi e di fischi,

d’acuti di ganasce,

d’urli d’acciaio, frenate,

e col rombo d’un monte

crollato intero, giunto

dal lago a un soffio placò

la rabbia e s’arrese, pago

il canale inaudito, effuso

muto sospiro infinito,

lento, un poco arretrò.

 

Solo a quel punto si comprese che il suo ruolo era quello di saldare non di distruggere.

 

VII, 6

 

Non è la Crepa creata

per dilaniare pianeti,

a spicchi disfare i mondi,

tagliarli come la mela;

essa invece sutura,

sigilla le croste ed incolla

del globo neonato membrane,

rinchiude gli oceani di lava,

per fare la vita: foreste,

d’acque le arterie percorse

e d’ogni foggia le bestie.

Il fuoco imbriglia tuttora.

 

Erano stati gli uomini ignari a costruire nel punto di arresto della crepa, che da quel momento fu chiamata “madre”. Il paese fu immediatamente ricostruito: le condutture e le strade ripristinate.

 

VII, 10

 

Le strade acciottolate

nuove di porfidi antichi,

più verdi l’aiuole del centro

e davanti gli uffici, rifatto

il corso vecchio, centrale;

nella viottola, stretta,

vispa, il Santo Bernardo

aleggia su fogne coperte,

i cavi intubati di nuovo;

giunse l’asfalto incorrotto

col tempo nella Via Chiesa,

sanata fu anche la Casa.

 

Ad un certo punto il misterioso fenomeno sembrò scomparire ma il protagonista ardeva dal desiderio di ritrovare la ‘sua’ crepa.

 

VIII, 1

 

Invece, io stesso

e fiduciosi altri cercammo

invano il nuovo ricetto,

saputo che terra nessuna

pensarla priva si possa

della sapiente sutura;

d’ogni accademia, ciò

concluso e siano coscienti

giovani, genti d’altrove,

nati e vissuti lontani,

cresciuti senza sciagura:

la vita è composta frattura.

 

Quando ormai il protagonista non ci sperava più, un giorno in cui leggeva svogliatamente al parco nei pressi del tempietto che la crepa stessa aveva distrutto anni prima,  la Crepa ricomparve, poi lo seguì come un animale domestico fino ad insediarsi nella sua dimora precedente.

 

IX, 12

 

E sazia d’avermi che fu

lei ripagata la fede,

svelando che uno, ed uno,

vero, è lo squarcio soltanto

– di lama o di piuma, chioma,

radice, uguali le forme, vestite –

colò nel granito lisciato

dai passi d’esercito d’uomo.

La soglia del taglio godeva:

in Casa – perpetua la tana,

medesima camera brama –

la mia Crepa Madre rientrò.

 

Il poemetto è costituito da nove capitoli: in ciascuno sono presenti dodici strofe di dodici versi di lunghezza variabile, ad eccezione del sesto capitolo che ne reca sedici e di un ammonimento finale di sei versi, per un totale di 113 strofe e 1350 versi settenari e ottonari alternati. Si tratta di una coinvolgente cronaca in versi e in prosa, una sorta di prosimetro che ricorda la Vita Nova di Dante Alighieri in cui le scelte lessicali, ortografiche e sintattiche sono arcaiche ma allo stesso tempo capaci di alimentare continuamente la tensione narrativa.

Tosetti, nell’Ammonimento posto a conclusione del poemetto, avverte il lettore che la Crepa non è da considerarsi metaforicamente o allegoricamente ma nel senso pieno della parola e del significato. L’epiteto di “madre” però è da intendersi origine primordiale di tutte le cose e dunque, in questo senso, archetipo di fertilità e di vita, frattura e sutura allo stesso tempo. Anche l’utilizzo delle maiuscole per Casa e Crepa ne evoca la funzione archetipica e simbolica. La crepa diventa metafora potente dell’imprevedibilità e dello squilibrio che caratterizza la vita di ciascuno di noi; ad un certo punto Tosetti scrive infatti che la vita stessa è composta frattura. Nel poemetto emergono tratti tipici della letteratura fantastica, oltre che letteratura d’evasione, letteratura di “invasione” da parte dell’inaudito, dell’illogico, dell’irrazionale che penetrano nella vicenda provocandone il mutamento e la trasformazione, che comincia dall’ossessione del protagonista per la Crepa, dotata di vita propria. Certamente l’opera si distingue nel panorama letterario attuale per la scelta del prosimetro, l’originalità degli eventi narrati frutto di ricordi e di una singolare immaginazione, il rigore architettonico, l’ampio respiro, la ricerca di un lessico classicheggiante e arcaico, il convolgimento e la fluidità della narrazione. Per questi validi motivi la prova lirico-narrativa di Carlo Tosetti appare credibile e convincente.

©Deborah Mega

Testi di Carlo Tosetti tratti da “La crepa madre”, Edizioni Pietre Vive, 2020.

 

 

 

 

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Nota critica dedicata a “Galatina / Un sogno d’amore” di Dante Maffia ed Elio Scarciglia, edito da Terra d’ulivi Edizioni, 2020

21 lunedì Set 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Dante Maffia, Elio Scarciglia

Nel prezioso libretto “Galatina /Un sogno d’amore” edito da Terra d’ulivi Edizioni nella collana Le Avventurine, i suggestivi testi poetici di Dante Maffia e i mirabili scatti fotografici di Elio Scarciglia danno vita ad un progetto editoriale di cui nessuna biblioteca degna di questo nome dovrebbe essere priva, per la perfetta sintesi tra la lettura dei pensieri poetici e la visione delle illustrazioni del testo e per il piacere estetico che dalla loro fruizione ne deriva.   

Celebre esempio dell’arte romanica situato nel cuore del Salento, la Basilica di Santa Caterina d’Alessandria, a Galatina, è uno scrigno di bellezza, un meraviglioso gioiello, custode di magnifici affreschi gotici, che ricordano i cicli pittorici di scuola giottesca presenti nella Basilica di San Francesco d’Assisi. La chiesa fu edificata tra il 1369 e il 1391 per volere di Raimondello Orsini del Balzo che, di ritorno dalle Crociate, portò con sé un dito prelevato dal corpo della Santa, reliquia tuttora conservata nel tesoro della chiesa. Il prospetto romanico della basilica è arricchito da un portale finemente decorato e da un rosone che sembra intagliato nella pietra e che racchiude al centro lo stemma della famiglia committente. Gli affreschi, eseguiti su committenza di Maria d’Enghien, sposa di Raimondello, furono realizzati dapprima da maestranze locali e successivamente da artisti provenienti da altre città italiane, Siena, Venezia, Padova e qui è d’obbligo il riferimento alla Cappella degli Scrovegni, i cui cicli pittorici ricordano quelli presenti nella Basilica.

In questo libro Maffia ha incontrato la città di Galatina, l’ha accolta, l’ha compresa e le ha dato voce attraverso i suoi scorci, ha colto attimi di vita e di storia millenaria attraverso la forma breve e immediata degli haiku manifestando in questo modo il suo innamoramento, il suo “sogno d’amore”. Galatina, ammaliante fonte d’ispirazione, città-donna, è divenuta concreta, creatura dalla straordinaria bellezza, in cui perfino il Paradiso “ha fatto il nido”. La città è divenuta oggetto del desiderio del poeta, in cui convergono memorie, sogni, dissolvenze, impalpabili vibrazioni. Ecco dunque che si compie un romantico e nostalgico viaggio nel passato che ricorda soffuse atmosfere crepuscolari. Il linguaggio è ancora una volta quello del cuore che si confessa rivelando la propria umanità e la propria imperfezione. La poesia appare visionaria e immaginifica, allo stesso modo Galatina diventa donna da amare e di cui prendersi cura. Maffia fa riferimento anche al fenomeno del tarantismo, della Lascivia Chorea, come veniva chiamata nel Cinquecento la danza di possessione dallo straordinario potenziale simbolico, che ha uno dei suoi centri nevralgici proprio a Galatina, nella chiesa di San Paolo dove i tarantati venivano condotti a bere l’acqua sacra del pozzo della cappella.

“Tarantoliamo / senza fermarci mai. / Così il mio sangue.” Scrive Maffia. E ancora:

“Il ballo di San Vito spesso prende / le nostre ragazze / e le morde, e crea in loro / danno e stupore, / un dissidio che fa tremare il cielo / le grida strazianti d’un mistero.”

Altrettanto ha fatto Scarciglia, abilissimo fotografo d’arte, che, con amore, l’eleganza, l’estro creativo e la sensibile intuizione che lo contraddistinguono, ha saputo cogliere particolari e dettagli di rara intensità che sfuggono agli occhi dei più e li ha resi manifesti trasformando anche il fruitore meno colto in esteta esigente.

Le immagini si dipanano nitide e incisive e accompagnano il lettore in un percorso emotivo, fatto di dialoghi, scoperte, abbracci, carezze per i sensi e lo sguardo. In definitiva,  il connubio Maffia –Scarciglia, dopo Matera e una donna, ha creato un altro libro di pregio, in cui sublime, bellezza e amore procedono a braccetto.

Deborah Mega

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Angelo Maria Ripellino – La buffoneria del dolore

16 mercoledì Set 2020

Posted by marian2643 in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA

≈ 2 commenti

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Angelo Maria Ripellino, Anna Maria Bonfiglio

Darling, lo so, il mio continuo lamento ti attedia,

questa eterna altalena tra ebbrezza e malore.

Il mio rammarico è forse volontà di commedia.

Grande è la buffoneria del dolore.

 

Angelo Maria Ripellino nasce a Palermo il 4 dicembre del 1923, da Carmelo, insegnante di Lettere, poeta e scrittore di drammi teatrali, e Vincenza Maria Trizzino, titolare di una farmacia. Ha appena sette anni quando la famiglia si trasferisce a Mazara del Vallo, dove il padre ha ottenuto un incarico presso il locale Liceo Parificato e dove Angelo frequenta le scuole fino al completamento delle classi ginnasiali. Nel 1937 a Carmelo viene assegnata una cattedra al liceo “Giulio Cesare” di Roma e la famiglia si sposta nella Capitale, che diverrà la città di adozione del poeta, quella dove continuerà gli studi e inizierà, ancora studente, la sua attività letteraria scrivendo per alcuni giornali e pubblicando poesie, racconti, recensioni e brevi saggi. Iscritto alla Facoltà di Lettere, sceglie di interessarsi dell’universo letterario slavo e diventa allievo di Ettore Lo Gatto, uno dei primi studiosi di letteratura russa in Italia. Ancora giovanissimo, viene aggredito da una infezione tubercolare che, sebbene curata con applicazioni di pneumotorace, in seguito lo costringerà a sottoporsi ad una pneumectomia. Continuerà tuttavia la sua attività letteraria e intensificherà il suo impegno per gli studi di slavistica soggiornando a Praga dove incontrerà Ela Hlochová che diverrà sua moglie e sua collaboratrice e gli darà due figli, Milena e Alessandro.

Dal 1948 al 1952 Ripellino insegna all’Università di Bologna Filologia slava e Lingua ceca; con l’incarico di Lingua e Letteratura russa al Magistero di Roma ritorna nella sua “città” dove inizia un felice percorso come traduttore di alcuni poeti russi, lavorando al contempo alla Storia della poesia ceca contemporanea. Pariteticamente si dedica al teatro e alle arti cosiddette “minori”: critica cinematografica, teatro delle marionette, musica, trasmissioni radiofoniche.  Il suo percorso erratico fra le varie tipologie di studi e di scritture ne fa trasparire il proposito di inseguire una sorta di sincretismo fra tutte le espressioni artistico-letterarie. Continua a scrivere poesia e nel 1960 pubblica la sua prima raccolta, Se non ora quando, ma, seppure accolti dalle migliori riviste letterarie, i suoi versi restano indietro rispetto a quella che si va configurando come figura di slavista, etichetta che prevarrà sempre sulla sua qualità di artista delle lettere. “Slavista! Mi gridano donne con  frappe sul capo./ (…) Slavista! Mi beffano da un carro funebre/ (…) Chiedo perdono. E’ deciso. La prossima volta/ farò un altro mestiere”, scrive nella poesia n.2 di Notizie dal diluvio.

Nel 1964 Ripellino viene aggredito da una recrudescenza tubercolare e ricoverato nel sanatorio di Dobříš, vicino Praga, sotto le cure del primario Petr Ostrý che lo recupera alla vita. Da questa esperienza nasce la raccolta di poesie La fortezza d’Alvernia, poematico diario della vita che fugge, declinato attraverso rimandi letterari e figurativi della sua multiculturalità, che egli definisce “teatro d’ombre” e “cartolina illustrata della speranza”. La silloge, proposta a Einaudi per la pubblicazione, viene rifiutata, presumibilmente per lo scarso interesse suscitato in Italo Calvino che definirà Ripellino “un poeta fuori del tempo” e “un futurista in ritardo”, e, dopo ulteriori rifiuti da parte di altri editori, sarà pubblicata da Rizzoli nel 1967.

 (…)  Sebbene io sia imbrattato delle fuliggini della Mitteleuropa, nutrito di mille umori stranieri e come arrivato sin qui con un carrozzone dipinto di calderai, tuttavia nella barocca e ferale Sicilia nativa affondano le mie radici. Penso talvolta che questo sradicamento sia la sorgente di tutti i miei mali, della mia vita in bilico. Torno giù a precipizio sovente dal continente all’isola amara, irrorata di luci di agrumi, ai giorni lontani in cui sereno viaggiavo con una modesta famiglia nel caldo di una casetta domenicale, come nel ventre di un ciprino carpio. Poi si versò una giara di olio in soffitta. L’olio colava per gli scalini. Ebbero inizio le sciagure. Il letto si coprì di infausti cappelli. Ancor oggi essi ingombrano la mia poesia. Dell’infanzia insulare mi porto dietro un fagotto di emblemi: il ricordo di dolci comprati alla ruota del monastero, le stanze mortuarie con le salmodianti comari in nero, i presepi con arance e lumie, il basso continuo della tristezza, che pende dai nostri occhi come le cispe di un tracoma e una certa pagliacceria fanfarona.” Così il poeta Angelo Maria Ripellino, “imbrattato” di cultura mitteleuropea, rivendica la sua ascendenza isolana, in uno scritto ad apertura della pubblicazione di Sinfonietta. “Ho sempre vagheggiato di trovare un punto d’incontro fra la lezione dei moderni lirici slavi, tedeschi, francesi, di cui mi sono imbevuto e i congegni, le «meraviglie» del nostro Barocco. Per me una lunga fune si tende dalla Martorana alla cupola del San Nicola di Praga.(…).

Nel 1969 Ripellino pubblica, questa volta sì con Einaudi, la raccolta di poesie Notizie dal diluvio, costituita da settantasette poesie divise in due parti, da lui stesso definita “diario di un anno calamitoso”, riferendosi sia alla sua salute che va sempre peggiorando che alla tragica conclusione di quel movimento politico e sociale che fu la Primavera di Praga e che egli aveva seguito come inviato de L’Espresso. Il libro è una specie di “arca” nella quale il poeta raccoglie persone, animali e fatti che hanno costituito il suo mondo per eternizzarli nella sua storia privata restituendoli in metafore, allegorie, analogismi e neologismi, in un rutilante universo semantico di strabiliante ricchezza. Tutta la poesia ripelliniana è un vortice di opulenza lessicale, una partitura di infinite significazioni nella quale vorticano la musica, la pittura e i pittori, il teatro e i teatranti, i mùsici e i pagliacci, gli animali di ogni specie, e i colori di un arcobaleno personale dove primeggia il giallo, il colore del sole.

“Ancora la giovinezza mi chiama, falòtica /come le cicogne dello Zwin./ Ancora mi affligge la sua effigie gotica./Non resisto agli occhi verdi che mi amano,/ io, principe carpatico in rovina”. Sono i versi della terza parte della poesia n.67 della raccolta Sinfonietta, uscita ancora per Einaudi nel 1972. Qui i testi assumono una coloritura plumbea, con chiari riferimenti alla salute che va aggravandosi, e tuttavia ancora accompagnata da metafore di “luce” nell’assunzione di lemmi quali fuoco, candele, angeli; una raccolta definita “ostica” per il lessico e la sintassi, e catalogata come risultato di “un oscuro barocchismo”. E’ quella che più mette l’accento sulla vicenda personale dell’autore, sulla sua consapevolezza di non aspettarsi più niente altro che sofferenza e tuttavia restando “in una grande allegria funebrina”. “Alla tua età si può ricominciare,/ma io, bambina, ormai devo raccogliere/ le somme del passato, ristoppare/ con giorni avventicci il mio destino,/ con spilorcia avarizia fare i conti, / io che giuoco sempre a rimpiattino/ col disfavore di Domineddìo.”  Egli stesso in un’intervista aveva dichiarato: “Gran parte della mia scrittura è diventata il vezzeggiamento di questo eterno malessere.”

Sempre da Einaudi nel 1976 viene pubblicato Lo splendido violino verde, raccolta ripartita in due sezioni: Das letzte Varieté (L’ultimo Varietà), e Don Pasquale (con riferimento all’opera di Donizetti); opera della piena maturità che assomma tutti i temi della poetica ripelliniana  rinominando personaggi, musiche, artisti, ora con vis ironica ora con clownesca malinconia. Pervade tutto il testo un andamento antitetico fra la gioia di vivere e la coscienza del male che lo opprime: “L’eterna altalena tra ebbrezza e malore(…)il miele del male”, dove il male accostato al miele rivela l’aggressione del sopravvenuto diabete, che in seguito lo costringerà all’amputazione delle dita di un piede. Come sempre il campo semantico usato da Ripellino è ad ampio spettro, aggomitola il contingente con la memoria del passato attraverso accostamenti incompatibili, metafore e paronomasie; all’oscuro barocchismo di Sinfonietta fa eco un tono di gioiosità malinconica, come di chi si appresti ad invecchiare per il processo naturale della vita. “Piano piano anche tu ti sfilerai dalla stretta/ cruna della rivolta/ per diventare un vecchietto benpensante che sgretola/ croste di massime ottuse (…) sarai raggricchiato, minuscolo, nano/ nella luce palustre della tua notte che avanza,/ avrai tanto freddo, come Varsavia a novembre.” Nell’acrobatico ordine linguistico di Ripellino vive tutta una folla di soggetti e contenuti che riemergono nuovi, liberati dalla cenere del vissuto.

Il 21 aprile del 1978 un collasso cardiocircolatorio, causato dall’aggravarsi delle patologie di cui era afflitto, spegne, ad appena cinquantaquattro anni, Angelo Maria Ripellino. La sua raccolta Autunnale barocco esce nel 1977 e vince il Premio Prati; è l’ultima sua presenza nel mondo delle lettere, ma in precedenza aveva pubblicato altri lavori in prosa: nel 1965 Il trucco e l’anima, sui grandi registi del teatro russo, che gli vale il Premio Viareggio; nel 1973 Praga magica, la sua opera più conosciuta; nel 1975 Storie del bosco boemo. Postumo, a cura di Giacinto Spagnoletti, viene stampato Scontraffatte chimere, che raccoglie tutti gli inediti, anche quelli giovanili, del grande poeta siciliano. Sebbene appassionato cultore, traduttore e saggista di opere della letteratura russa e boema, Angelo Maria Ripellino si ritenne sempre primariamente poeta e lo amareggiò che, nella società letteraria del tempo,  non venisse messo mai al primo posto questo suo ruolo. Solo all’inizio di questo nuovo secolo alcuni giovani studiosi hanno intrapreso un percorso di recupero e di studio dell’opera poetica ripelliniana e curato nuove edizioni delle sue raccolte edite e delle sue poesie inedite.

Anna Maria Bonfiglio

 

Poesie

 

Verrai ogni tanto a visitarmi sottoterra
come una bionda Persefone
in mezzo alle larve baritonali.
Ricordi: già ne parlammo a Wiesbaden.
mi promettesti che quando prenderò alloggio dall’orco
di tanto in tanto verrai
per un breve soggiorno
a consolare la mia malinconia,
il mio desiderio della terra,
a narrarmi degli amici.
E non importa se figli
ti prenderanno per matta, pensando
che ciò che è morto va dimenticato
e che è assurdo questo lugubre turismo.

* * *

Non si accorgeranno nemmeno
di quello che hai scritto.
Getteranno i tuoi versi tra gli stracci vecchi.
Resterai sguattero, guitto
in questa fiera di gattigrù delle lettere:
Sei un viluppo di piume, una balla di fieno,
carica di gorgheggianti uccellini.
Ma per chi cantano? Chi mai li ascolta?
Merda. Sarebbe meglio scrivere
novelle per pennivendoli, romanzi zuccherini,
storielle piovose, canzoni da balera.
Ma è tardi ormai. Scriverai ancora versi,
questa feccia di vino che nessuno vuole bere.

 

* * *

Tu pensi che, quando cresce il tuo male,

si spengano i fuochi, le barche non prendano il mare,

si proibisca ai cani di latrare,

i figli si incantino come sculture di sale.

 

Oh no, lascia perdere. Osserva

la ghiandaia azzurra che ruba

il suo ultimo cucchiaino d’argento.

Ferma lo sguardo sgomento

Sull’estranea bellezza di questa caraffa in cui luccica

tutto il ghiaccio del mondo.

 

 

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Italo Calvino: Un intellettuale “neoilluminista” tra i libri del mondo di Maria Allo

26 domenica Lug 2020

Posted by maria allo in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA

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Italo Calvino, Maria Allo

Arduo risulta definire uno scrittore anomalo e proteiforme come Calvino, sempre attento a tutte le idee, i dibattiti, le lotte del nostro tempo, avido di nuove sperimentazioni. Neoilluminista, diffida dei miti novecenteschi, (irrazionalismo, anticonformismo, avanguardismo), concludendo a un suo antimodernismo, sempre geloso di una propria irriducibile identità e diversità, che ne fa forse, come sostiene Berardinelli, precursore del Postmoderno.

“Il massimo del tempo della mia vita l’ho dedicato ai libri degli altri, non ai miei. E ne sono contento”

Del lungo lavoro di Italo Calvino alla Einaudi sono testimonianza interessante le lettere inviate a critici e scrittori, raccolte postume ne I libri degli altri (1991). “Quando mi trovo in un ambiente in cui posso illudermi d’essere invisibile, io mi trovo molto bene”. Una volta gli scrittori veramente popolari nessuno sapeva chi erano, di persona, erano solo un nome sulla copertina, e questo dava loro un fascino straordinario. “Io credo che la condizione ideale dello scrittore sia vicina all’anonimato; è allora che la massima autorità dello scrittore si sviluppa, quando lo scrittore non ha un volto, una presenza, ma il mondo che egli rappresenta, occupa tutto il quadro. Come Shakespeare”. Leggere i suoi libri è come seguire le tracce di qualcuno che cerca di capire il mondo senza mai essere soddisfatto delle risposte che trova e continua instancabilmente ad allargare il proprio orizzonte di osservazione.

“… questo è il bene dell’essere dimezzato: il capire d’ogni persona e cosa al mondo la pena che ognuno e ognuna ha per la propria incompletezza. Io ero intero e non capivo, e mi muovevo sordo e incomunicabile tra i dolori e le ferite seminati dovunque, là dove meno da intero uno osa credere”.

In “Il visconte dimezzato – Cap. VII -”, di Italo Calvino

Il visconte dimezzato esce nel 1952 nella collana di narrativa “I gettoni”, che Vittorini dirige per l’Einaudi di Torino e il romanzo, anche per la consacrazione ufficiale del critico Emilio Cecchi, incontra un notevole successo. Il romanzo ha inaugurato un modo fiabesco e simbolico di rappresentare la realtà, molto lontano dal modello ufficiale del realismo e rientrerà insieme al Barone Rampante e al Cavaliere inesistente in una trilogia intitolata i nostri antenati. Il libro è accompagnato da una postfazione che illustra il senso e l’importanza che questi tre testi rivestono nel cammino creativo dell’autore. Caduti gli ideali della Resistenza, ormai venuta meno la spinta morale del primo dopoguerra, lo scrittore si trova a fronteggiare una realtà nuova, il più delle volte difficile e ostile: nuovi rapporti tra le classi sociali, nuove prospettive aperte dallo sviluppo urbano e industriale, che il canone neorealista si dimostra inadeguato a rappresentare. Al grigiore fiacco e placidamente rassegnato di questa nuova realtà, Calvino decide di opporre il vigore immaginifico di storie fantastiche, che però non rappresentano una fuga, ma una chiave di lettura del mondo, un metodo per aderire obliquamente alla storia, salvandone quel tanto di vitalità, purezza e idealismo che ancora è rimasto. L’intento di Calvino è dunque quello di allontanarsi dalla realtà per distinguerne meglio le linee essenziali, la direzione profonda. Il genere fiabesco è utilizzato dallo scrittore in chiave etica, poiché il suo fine, pur con la leggerezza di un racconto inventato, è scoprire e proporre nuovi modi di partecipazione al processo storico in atto. I protagonisti dei romanzi sono nostri antenati perché nella commistione tra storia e fantasia, essi hanno a che fare col nostro presente: le loro avventure mostrano allegoricamente la complessità del rapporto tra realtà e ragione, tra i numerosi aspetti del reale e il tentativo della ragione di afferrarli. In loro possiamo riconoscere la stessa ricerca assillante, le stesse domande, gli stessi dubbi che abitano la vita dell’uomo moderno; le loro storie, inverosimili ma così piene di verità, formano come dice Calvino, “un albero genealogico degli antenati dell’uomo contemporaneo, in cui ogni volto cela qualche tratto delle persone che ci sono intorno, di voi, di me stesso”.

Il visconte dimezzato allude a un’allegoria della scissione umana e alla lacerazione dell’uomo moderno,” dimidiato, mutilato, incompleto, nemico a se stesso” secondo le parole di Calvino stesso e alla sua difficile ricerca di un’identità e di una “nuova completezza”. Racconta di Medardo di Terralba che, durante un combattimento, (siamo nel Seicento in una guerra tra russi e turchi) viene diviso da un colpo di cannone in due metà autonome una onesta e virtuosa (il Buono), l’altra assolutamente malvagia (il Gramo) e solo grazie a un’operazione miracolosa riuscirà a ricostituire quell’unità indissolubile di bene e male in cui consiste l’equilibrio dell’uomo.  Il Visconte dimezzato si riallaccia al topos letterario del doppio: dallo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert (1886) Louis Stevenson, al ritratto di Dorian Gray (1891) di Oscar Wilde, al Fu Mattia Pascal (1904) di Luigi Pirandello. Tra le varie fonti di ispirazione per questo racconto c’è anche con ogni probabilità il decimo capitolo del capolavoro di Miguel Cervantes (1547-1616), in cui il protagonista illustra al suo fedele scudiero Sancho Panza le proprietà miracolose di un medicamento che intende preparare: “Che ampolla e che balsamo è questo? disse Sancio Pancia. — È un balsamo, replicò don Chisciotte, la cui ricetta ho a memoria; ed è tale che l’uomo non deve più temere che alcuna ferita lo conduce a morire, per grande che sia; perciò quando io n’abbia, e te lo dia, se tu mi vedessi in qualche battagliata tagliato a mezzo, come suole spesso avvenire, altro non hai da fare che prendere quella parte del corpo che fosse caduta per terra, e con molta diligenza, prima che il sangue si rapprenda, congiungerla all’altra rimasta sopra la sella; avvertendo però di commetterle ugualmente e al loro giusto punto: ciò fatto mi vedrai rimesso perfettamente in salute.”

Cifra peculiare di Calvino nel corso di tutta l’opera (se si eccettua l’ultimissima produzione e Palomar in particolare) è l’umorismo. Il ricorso a questo registro del pensiero e del linguaggio è naturale per lo scrittore, se è vero che, come sosteneva Pirandello, per umorismo s’intende il “sentimento del contrario”, ovvero l’immedesimazione amara e divertita nell’assurdo di una situazione o di un carattere. Questo assurdo che, istintivamente, provoca il riso, ma poi riflettendoci rivela il suo lato malinconico, nasce dalla scomposizione del reale, ovvero dall’accentuazione deformata del dettaglio. Per la sua natura strutturalistico-semiotica, l’opera di Calvino tende a fare proprio questo: scomporre il reale e ricomporlo secondo un gioco combinatorio che finisce per essere, inevitabilmente, umoristico. Lo stile e il tono de I nostri antenati si ispirano al modello del conte philosophique settecentesco del prediletto Voltaire e rivisita la tradizione epico-cavalleresca (sulle orme dell’amato Ariosto) per costruire una limpida, affascinante vicenda di avventure e di peripezie, una brillante fiaba in sé avvincente, compiuta e di grande forza comica dove alla narrazione piacevolmente avvincente e spesso ironica, si accompagna un evidente intento morale. In particolare, affiorano problematici temi attuali della parzialità e dell’ambiguità di ogni scelta e delle antitesi di bene e di male, reale e ideale, resi incandescenti dai contrasti tra Est e Ovest nel clima di guerra fredda. Se nella convivenza di modelli, di moventi e di intuizioni molteplici è la singolarità dello scrittore, nella consapevolezza critica della “sospensione di senso” sempre proiettata in avanti sta l’attualità fecondissima della sua ricerca.

 “Io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente). Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra”: così Calvino scriveva nel 1964 a una studiosa che gli chiedeva informazioni sulla sua vita. Perciò i documenti più adatti a far luce sui tratti fondamentali della sua personalità sono le prese di posizione sul significato della letteratura e sul mestiere dello scrittore. Un po’ come uno dei tanti personaggi dei suoi racconti, Calvino presenta una fisionomia complessa, sospesa tra passato e futuro, talvolta indecifrabile, tuttavia profondamente affascinante perché imprevedibile e mutevole. Cittadino del mondo da Cuba a Sanremo, da Torino a Roma, da New York a Parigi, interessato a campi del sapere non proprio precipui della letteratura, almeno nella recente tradizione italiana, Calvino può essere definito un intellettuale neoilluminista, almeno per il gusto allo studio dei fenomeni della natura, in questo in sintonia con la personale tradizione scientifica della famiglia e per la sua prosa pulita e secca senza ripiegamenti introspettivi, per la precisione razionale del suo raccontare, anche quando il riferimento è il mondo della fantasia, campo indagato con felice assiduità perché unisce la  leggerezza a un impegno etico mai esibito, se non nella scelta delle parole, delle frasi. A ciò si aggiungano le riflessioni semiologiche sul fare letteratura, stimolate dalle frequentazioni parigine di studiosi e scrittori come Barthes e Queneau. Quando negli anni Settanta comincia a svilupparsi un”esasperato narcisismo” (Ferroni) tra gli intellettuali, Calvino fa valere la sua naturale riservatezza, sia nella vita privata sia nelle opzioni culturali. Noi abbiamo soprattutto amato il Calvino del libero narrare e inventare: ma sappiamo che non può esistere senza l’altro che trasforma la fantasia in curiosità e veste questa di panni intellettuali. Questo connubio costituisce il punto più alto e letterariamente più ambito della sua creazione, la cui tersa e misurata bellezza, sia nel raccontare che nell’indagare, non teme confronti. Come Palomar, ultima opera di Calvino (1983), è lo scrittore che, provate tutte le esperienze di scrittura, tutti i linguaggi possibili, deve tendere l’orecchio“ là dove le parole tacciono”; ma è anche l’uomo moderno che conosce tutti i meccanismi di rapporto con l’universo, e che, siccome “l’universo è lo specchio in cui possiamo contemplare solo ciò che abbiamo imparato a conoscere in noi “, egli deve cercare continuamente una strada, trovare una via per essere in pace con se stesso.

Maria Allo

Note

Italo Calvino, Il visconte dimezzato, Cap. VII, pag. 128 Mondadori

Italo Calvino, Palomar: “L’universo come specchio” Einaudi

  1. Ferroni, Italo Calvino, in Storia della letteratura italiana, vol. IV (Il Novecento),

Einaudi, Torino 1991.

La ricerca letteraria-Il tempo storico e le forme, Novecento 5, a cura di Parenti, Vegezzi e Viola

Romanzi e racconti di Italo Calvino nei Meridiani, pagg. 7 – 29, Mondadori, Milano 1991,

a cura di C. Milanini

Monografia

  1. Bonura, “Invito alla lettura di Italo Calvino”, Mursia, Milano 1972 (nuova edizione aggiornata, ivi 1985).

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La città di Leonia

21 martedì Lug 2020

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Racconti

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Italo Calvino, Le città invisibili

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Leonia è una delle città che Italo Calvino immagina venga descritta da Marco Polo a Kublai Khan ne “Le città invisibili”, opera pubblicata nel 1972; un paio d’anni dopo, quando fu pubblicata negli Stati Uniti, all’autore venne assegnato il premio Nebula. Fa parte del periodo combinatorio dell’autore, in cui è evidente l’influenza della semiotica e dello strutturalismo. Calvino comincia a scrivere quelli che sono i romanzi più significativi e rappresentativi della sua curiosa e poliedrica personalità: si apre il periodo dello sperimentalismo, lontano dalla militanza politica e più concentrato su quelle che sono le infinite possibilità che la letteratura e il linguaggio offrono per raccontare il mondo. Nella letteratura combinatoria, centrale diventa il lettore, che si trova a “giocare” con l’autore, nella ricerca delle combinazioni interpretative nascoste nella sua opera e nel linguaggio stesso. Il punto di partenza di ogni capitolo è il dialogo tra Marco Polo e l’imperatore dei Tartari Kublai Khan, che interroga l’esploratore sulle città del suo immenso impero. Marco Polo descrive città reali o immaginarie, che colpiscono sempre più il Gran Khan. L’imperatore chiede a Marco di raccontargli del suo lungo viaggio e in particolare vuole che gli vengano descritte le città che ha visitato. Marco Polo non si limita ad una descrizione fisica, o esteriore, delle città che incontra (e che nel testo hanno tutte un nome di donna e non il nome reale e storico), ma espone anche un resoconto dettagliato delle città che gli vengono in mente quando vede quelle reali, delle sensazioni e delle emozioni che ogni città, con i suoi profumi, sapori e rumori, suscitano. Chi legge può divertirsi a scorrere prima i paragrafi con lo stesso titolo, affrontando quindi una lettura tematica, oppure seguire l’ordine consueto, pagina dopo pagina, finendo col trovarsi davanti un variegato labirinto dove pare che i temi e i soggetti si perdano e si ritrovino in un fantastico groviglio dove il lettore deve ricombinare le parti. Questo fa sì che il romanzo non abbia una fine propriamente detta: ogni capitolo, ogni paragrafo, possono essere letti per ultimi e quindi ogni lettore, in base al modo in cui sceglierà di leggere, troverà una fine diversa. Il libro è costituito da nove capitoli, ma c’è un’ulteriore divisione interna: ognuna delle 55 città è divisa in base a una categoria (sono 11 in totale), dalle “città e la memoria” alle “città nascoste”. Le 55 città hanno tutte un nome di donna di derivazione classicheggiante. Il lettore ha quindi la possibilità di “giocare” con la struttura dell’opera, scegliendo di seguire un raggruppamento o un altro, la divisione in capitoli o in categorie, o semplicemente saltare da una descrizione di città a un’altra. Calvino stesso ha affermato, in una conferenza del 1983 alla Columbia University a New York, che non c’è una sola fine delle Città invisibili perché “questo libro è fatto a poliedro, e di conclusioni ne ha un po’ dappertutto, scritte lungo tutti i suoi spigoli”. Le città descritte da Marco Polo diventano simbolo della complessità e del disordine della realtà, e le parole dell’esploratore appaiono, quindi, come il tentativo di dare un ordine a questo caos del reale. Perché ciò che Calvino vuole mostrare, come da lui stesso affermato alla fine del libro, è “l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme” e i due modi per non soffrirne: “Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.  Ma queste città sono anche sogni, come dice Marco Polo: “tutto l’immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra”. La realtà perde la sua concretezza e diventa fluida e puramente mentale, si realizza nella fantasia. I temi affrontati sono diversi e vari: dal tema del ricordo e della memoria a quello del tempo, da quello del desiderio a quello della morte. Il ruolo e la sfida del lettore è riuscire a cogliere il “discorso segreto”, le “regole assurde” e le “prospettive ingannevoli” di queste storie.

Tra le relazioni dell’esploratore, quella sulla città di Leonia ricorda la situazione di molte metropoli consumistiche e moderne. Infatti a Leonia i cittadini consumano e sprecano cibi e oggetti in quantità industriali, rinnovano ogni giorno vestiti, oggetti, arredamenti, producono una grande quantità di rifiuti che poi non sono in grado di smaltire. Leonia diventa una città simbolo che riflette un problema attuale che ci riguarda da vicino. Anche la nostra società spreca molto più di ciò di cui ha veramente bisogno e non rispetta l’ambiente. La situazione sembrerebbe paradossale ed esagerata ma in realtà non lo è perché “più Leonia espelle roba più ne accumula” in un processo irrefrenabile, squilibrato e inarrestabile di sovrapproduzione. Fortunatamente il pattume di Leonia è contenuto e respinto dall’immondezzaio delle altre città vicine, anche se più aumenta l’altezza di queste montagne di rifiuti, più incombe il pericolo delle frane. Il rischio è che la città venga inghiottita dal proprio passato che invano ha tentato di respingere e dimenticare. A Leonia  “Gli spazzaturai sono accolti come angeli” e circondati da un rispettoso silenzio; compiono infatti un lavoro importantissimo che merita un rispetto quasi sacrale perché per produrre nuovi oggetti occorre smaltire ciò che si è già gettato via. Oltre alla sovrapproduzione Leonia si sta specializzando sempre di più nella creazione di manufatti sempre migliori, più resistenti alle intemperie, al tempo, a fermentazioni e combustioni. Allo stesso modo anche la spazzatura diviene sempre più resistente e indistruttibile. In questo modo Leonia anziché essere una città invisibile diventa visibilissima, frenetica nel suo consumare tutto in breve tempo, travolgente perché di forte impatto ambientale. Leonia è una città fittizia la cui descrizione però è attualissima perché riflette alla perfezione la società contemporanea. E’ una megalopoli, invivibile, caotica, che riflette una crisi gravissima, dell’uomo e della natura. Lo sguardo di Calvino  è profetico perché già nel 1972,  anno di pubblicazione dell’opera, ipotizzava la catastrofe che stiamo vivendo.

*

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche che dall’ultimo modello d’apparecchio.
Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti di Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo i tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose di ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.
Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori dalla città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. E’ una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.
Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri. Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sé le montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.
Più ne cresce l’altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle altre città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.

(I. Calvino, Le città invisibili, 1972)

 

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“Lì un tempo fioriva il mio cuore” di Filippo D’Eliso, RPlibri. Nota di lettura di Marisa Papa Ruggiero

13 lunedì Lug 2020

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Recensioni

≈ 1 Commento

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Filippo D'Eliso, Marisa Papa Ruggiero

 

Far parlare l’essere con le parole della poesia

Artista dei suoni, Filippo D’Eliso ci offre, in questi giorni, una sinfonia poetica di cristallina purezza: “La vita fu / per un solo attimo / ciò che mai più sarebbe stata”; e ancora: “Qualcosa però si nasconde / nel sole. Presto sarà sera / e qualcuno andrà via”…

Quando apri un libro di poesia e il libro è: Lì un tempo fioriva il mio cuore del citato autore e t’imbatti in un verso  dove il pensiero taglia/ come ghiaccio secco, e percepisci  il senso di caduta a picco sul mistero della indecifrabilità del male, sai anche che quel libro, come ogni libro di versi contiene molte più cose di quante ne vedremmo noi che leggiamo. Un libro di poesia contiene, come si sa, una sua intrinseca compiutezza, è necessità fondante, autonoma, tanto che tentare di aggiungere, dall’esterno, parole di riflessione critica  a un libro di poesie, sarebbe da ritenere, a rigore, superfluo. Se poi l’autore, come s’è detto, è un musicista, la cui spinta creativa è una costante che risuona in consonanza con le forze vitali dell’universo, possiamo facilmente configurarci dove nasce quella necessità di affidarsi alla parola poetica come a un controcanto naturale che aspira a porsi in intima fusione con la sua grazia immaginosa e sorgiva.

E allora, sulla scia di questo controcanto che l’autore ha diffuso così intensamente intorno a noi per invitarci a un colloquio, a un incontro, non posso non sentirmi sollecitata a mia volta a prenderne parte con qualche breve, modesta riflessione. Dico subito che qui, davanti ai miei occhi,  gli elementi primari di musica e poesia appaiono come trasfigurazioni speculari che trovano slancio espansivo grazie alla autenticità della parola e, in virtù della stessa, tendono a saldarsi, a sovrapporsi.

Lo snodo tematico fondamentale è rappresentato dal rapporto magnetico tra le due curve asintotiche che ne disegna i contorni di spiritualità e materia: il rapporto, in definitiva di suono e senso. E possiamo anche spiegarci l’appartenenza ad una scelta linguistica ben radicata nel pentagramma tradizionale di matrice novecentesca, tuttavia molto al di là di una scontata  aderenza meramente lirica. Una poesia fatta, piuttosto, di interiorizzazioni, di forti tensioni morali, a tratti meditativa, a tratti evocativa, che trae rifugio e alimento direttamente in quelle forze interiori che compongono il nostro intenso sentire. Una poesia che accorda densità e leggerezza sui ritmi del respiro. Una modalità che, in un momento come quello attuale così poco favorevole alle interiorizzazioni, potrebbe apparire come una scelta trasgressiva, una provocazione, ma si presenta, invece, nel nostro autore, nella sua intima, genuina coerenza. Non c’è semplificazione, né alcuna concessione all’idilliaco in questi versi, ma una sobrietà d’espressione quasi severa, appena solcata da malinconia. L’io è diffuso ed espansivo, per nulla ripiegato su se stesso, un io interrogante e in ascolto di ciò che è la sostanza etica del mondo. Il sacro, in questi testi, entra per irradiazione, come richiamato, a tratti, sulle corde intense e potenti di una sinfonia tedesca.

Non trova posto alcuna sterile astrazione in questi versi, bensì una salda appartenenza a un sentimento di terrena, consapevole presenza con i suoi attriti, le sue disillusioni e sconfitte,  il suo pathos. Con le sue piccole fiale di saggezza. Più a monte del linguaggio c’è sempre una zona d’ombra che ha sede nella nostra Ferita ancestrale, la prima ad appartenerci, ed è ineludibile. Ecco, in quella fatale, remota consapevolezza ha sede il dramma. E il destino di solitudine esistenziale della creatura umana prende  inizio. É là che la parola attinge e si fa carne, oltre che suono. É per raggiungere questa  dimensione, non statica, ma in perenne vibrazione, che il poeta compie la sua ricerca, con gli strumenti che gli sono propri, con la devozione e l’umiltà che si devono alla poesia.

 

Marisa Papa Ruggiero

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Nota critica dedicata a “Biografie” di Francesco Palmieri, Terra d’ulivi Edizioni, 2019

22 lunedì Giu 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Tag

Biografie, Francesco Palmieri

 

Non c’è due senza tre ed è per questo, forse, che dopo Studi lirici solo parole d’amore uscita per i tipi La Vita Felice e Fra improbabile cielo e terra certa edita da Terra d’ulivi Edizioni insieme a Il male nascosto, mi ritrovo a recensire Biografie, l’ultima silloge poetica di Francesco Palmieri sempre per i tipi dello stesso editore.

La raccolta contiene una sessantina di testi; la cifra stilistica è quella consueta.

Palmieri si configura una volta di più uno scrittore lirico-esistenziale; la sua poesia una lirica del desiderio. Il percorso del poeta è un viaggio senza via d’uscita, privo di “memoria della destinazione”, nella sua poesia domina il dolore, come condizione inevitabile e necessaria dell’uomo. Il poeta ricorda con nostalgia i bei momenti vissuti ed epicizzati nella descrizione nostalgica dell’alternarsi delle stagioni, invoca il cielo, sottopone al vaglio della ragione desideri e sentimenti. I temi dominanti vengono confermati: il disincanto, la vita, la morte, il dolore, la perdita, la gioia che ormai è divenuta fossile, morta in una pietra, il tempo, l’inarrestabile esaurirsi della condizione umana, soprattutto la certezza che non ci sia salvezza se persino dio fa piangere dio.

Perfino i nostri cari sono ricordati con rimpianto e con amarezza, se ne ricorda la crudeltà per il loro essersene andati in silenzio. Il momento spesso rappresentato è la sera, che coincide con la sera della vita, la stagione più ricorrente quella invernale o le atmosfere autunnali brumose, notturne e sepolcrali da Canti di Ossian, in cui il poeta si chiede in quale momento sia scesa la nebbia, sia giunto il tramonto fino al nero d’abisso in cui ognuno è nessuno.

La presenza del divino la si ritrova nel cuore dell’uomo, nella carne che sbaglia, non è sufficiente a consolare l’uomo. Quello che viene a mancare, ancora una volta, è il soccorso della fede mentre a soccorrere l’uomo è la poesia, unico segno tangibile del passaggio dell’uomo. Si scrive per sopravvivere, per evitare che la vita sia solo morte e letargo, perché scrivere è necessario come il respiro.

Il poeta attinge sempre al suo vissuto, fatto di esperienze, ricordi nostalgici, certezze, rimpianti. “Brama da lontano” perché l’avvicinamento comporta, da parte dell’oggetto del desiderio, l’acquisizione di peso e la perdita di penne e piume. Emerge ancora una volta l’idealizzazione della donna, la donna-angelo di stilnovistica memoria, mentre forse non si trattava di una creatura di stelle ma di una creatura terrena venuta dall’acqua / come i pesci e gli uccelli o di una Salomè che il poeta vestiva d’azzurro mentre lei desiderava avere solo una testa sul piatto.  

Per la poesia dei trovatori Alberto Varvaro aveva parlato di spazio lirico chiuso come condizione caratterizzante dell’ispirazione: anche qui, allo stesso modo il poeta soffre, si lamenta, invoca la fine delle sue pene d’amore ed esistenziali ma allo stesso tempo é legato al suo destino di sofferenza perchè in fondo lo percepisce positivo. Forse è il modo che gli resta per continuare a sentirsi vivo. Il poeta, pur viaggiando fra le pareti domestiche, fra il tavolo e la sedia / dal corridoio al letto, nonostante le persiane chiuse, sente e percepisce tutto il rumore e il dolore del mondo. La vita ci vorrebbe leoni aguzzi mentre noi non siamo corazzati, non siamo provvisti di scaglie, crine, penne e piume ma di pelle che si spacca / carne che si perde e più avanti carne esposta / di tremito e d’offesa. E in tutto questo siamo repliche, cloni, proviamo la pena di chi è polvere / e polvere tornerà.

Anche l’amore si è tramutato in pianto, perché nonostante si sia vivi, si è già condannati a morte, e mentre lo si pensa, affiora il tu di montaliana memoria, tu pensami a novembre / come si pensa ai morti / che un giorno sono andati / e mai più sono tornati.

Tra i vari testi c’è anche una toccante lettera alla propria figlia, a cui il poeta chiede di essere ricordato con leggerezza, depurando il ricordo da errori, colpe e dolori, affinchè non sia un peso da ricordare, che possa aggiungersi alla fatica del vivere.

Emerge di tanto in tanto qualche reminiscenza mutuata dalla tradizione cristiana, che è possibile cogliere in termini come passione, calice, tenebra/salvezza, trenta denari, barabba, croce, spine, chiodi, eden, mela morsicata, angeli guardiani, arcangeli, osanna, rosa purpurea, luce, liberaci dal male, amen, acquasantiere.

Dal punto di vista stilistico, data la volontà di rendere condivisibile e comprensibile la poesia, si giunge nuovamente alla contaminazione prosastica ma questo, a mio avviso, non è un limite, tutt’altro. Potrebbe essere letta come una mutazione espansiva dell’istanza lirica. La poesia lirica, del resto, deve essere comprensibile, destinata a qualcuno, la versificazione chiara ed evidente, perché deve cercare e quasi evocare il lettore. Un trobar leu dunque che si contrapponga al trobar clus, che racconti l’esperienza propria, del mondo, degli altri esseri umani, perché divenga comunicazione tangibile ed evidente. Riemerge di tanto in tanto l’eterno conflitto tra la percezione dei limiti della condizione umana e l’anelito d’infinito. Avvertire la vastità del tutto contribuisce a farci sentire ancora più fragili e soli mentre torna a riaffiorare l’intimo affanno. Nel conflitto tra società e individuo, nella dialettica irrisolta, permane il momento lirico, l’io del poeta esprime se stesso senza mai risultare retorico o rappresentativo.

 

Deborah Mega

*

 

C’è un dolore che non sei tu

e nemmeno l’acqua che scroscia sulle ringhiere

neanche il cielo smorto che tornerà sereno

neppure il nero degli ombrelli aperti

il bavero rialzato delle giacche

quest’aria che non è vento

ma furia nelle strade di gambe e di motori

 

c’è un dolore che sta dentro allo specchio,

una mattina a caso, un giorno in mezzo a tanti,

lo vedi sulla faccia, negli occhi più pesanti,

nel lungo di un pensiero che non si aspetta nulla.

 

*

 

E alla fine

può già bastare il poco

 

(ma quanto viaggio è stato,

quanto camminare e spingere,

quanti fuochi accesi

e le fiamme a incenerirsi,

quante preghiere e rose

il chiedere credendoci

che qualcuno avrebbe dato

e poi pure il bussare ancora

che qualcuno avrebbe aperto,

quanti imbocchi in strade

col fondo senz’ uscita

per capirla infine

che qui non c’è un’uscita)

 

ora ci prova l’angelo

a visitarmi ancora

ma è solo un passaggio d’aria

lo sbuffo di corrente

da una finestra all’altra

 

resta mollica ed acqua

appena un respiro lento

di chi non ha più un posto

dove vorrebbe andare.

*

 

Me ne sto nella sera

ed è solo un dettaglio

che sia sera di brume

di viali sperduti

in una foto d’ottobre

 

(e mi chiedo

quand’è scesa la nebbia,

quando è stato il momento

che si è fatto tramonto,

come accade che a un tratto

si comincia a morire)

 

potrei ora chiamare

angeli e mare,

la lingua aliena di veggenti e sciamani,

potrei dire d’impennate di vento

in un’aria che sale

a suonare le stelle

(e quanta musica eterna

nell’oltre d’ogni confine).

 

ma me ne sto nella sera

a parlare a qualcosa

che non so se sia dio

o quel nero d’abisso

dove ognuno è nessuno.

 

*

 

(a una mia amica per un lutto che il tempo non ha medicato)

 

Tu non la sai

la crudeltà dei morti

 

quel loro andarsene zitti

e noi senza più parole

senza più appuntamenti da dare

nessun giorno dopo

 

noi

che possiamo solo chiamarli

che sappiamo i nomi ad uno ad uno

che guardiamo fotografie

 

e niente

nessuno risponde

non una parola

una voce

un rumore

 

noi

i vivi

a sopportare la morte.

*

 

Non è volo

l’apertura d’ali

di un uccello impagliato

 

è la secca memoria

di un cielo che è stato.

 

*

 

Si stava alla finestra

tra il giallo delle rose

e il sole acceso in cielo

il canto di cicale

e il sonno di pinete,

 

era il turgido del seno

il tempo che fa febbre tutta la carne

e nelle gambe il fiato

di chi sa solo andare avanti

 

(la morte non era prevista

nemmeno si pensava

che i ragazzi invecchiano

che anche gli anni passano

e all’improvviso è l’ora

che più non sei immortale)

 

si sta alla finestra

fra una stagione e l’altra

a volte piove forte

o troppo caldo è il sole

 

e quando guardi fuori

al folto dei cespugli

alla superba rosa

che sta sui tacchi a spillo

 

lo sai che sotto al cielo

è lì tutto il miracolo.

 

 

Francesco Palmieri, testi tratti da Biografie, Terra d’ulivi Edizioni, 2019

 

 

 

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Una brezza mediterranea tra poeti italiani e turchi /A Mediterranean Breeze among Italian and Turkish Poets / Türk ve İtalyan Şairlerin Akdeniz Esintisi

15 lunedì Giu 2020

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, Recensioni

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Il volume, pubblicato nel maggio 2020 dalle Edizioni Il Cuscino di Stelle, è stato curato e tradotto da Claudia Piccinno e da Mesut Şenol e raccoglie testi di autori italiani e turchi: Annamaria Pecoraro, Bruna Cicala, Carmen Moscariello, Claudia Piccinno, Deniz Ayfer Tüzün, Deniz İnan, Dilek İşcen Akişik, Domenico Pisana, Elisabetta Bagli, Emanuele Aloisi, Emel İrtem, Emel Koşar, Enzo Bacca, Ester Cecere, Funda Aytüre, Gianpaolo Mastropasqua, Hilal Karahan, Kalgayhan Dönmez, Mesut Şenol, Nazario Pardini, Nuray Gök Aksamaz, Osman Öztürk, Sabahat Şahin, Valentina Meloni, Michela Zanarella, Volkan Hacioglu.

PREFAZIONE

A Mediterranean Breeze among Italian and Turkish Poets si configura come un’opera complessa e densa di contenuti, che ha visto la collaborazione, la ricerca, la traduzione da parte di più persone di nazionalità diversa, riflesso di una comunità plurima e dialogante. Nonostante sia un’europeista convinta, l’Europa attuale intesa come organismo sovranazionale, negli ultimi tempi, ha dimostrato di essere dominata da meccanismi finanziari e logiche di mercato che poco hanno a che vedere con i valori democratici e comunitari che ispirarono i Padri fondatori. Andrebbero invece valorizzate le legittime differenze e i patrimoni culturali di cui ciascuna nazione è depositaria. Il lavoro dei curatori Mesut Şenol e Claudia Piccinno risale a un progetto di diversi anni fa, quello di realizzare un’antologia trilingue che, attraverso l’inglese, utilizzato come lingua veicolare, sancisse il passaggio di testi poetici dalla lingua italiana alla lingua turca e viceversa, in una reciproca ottica di scambio, incrocio e collaborazione. L’iniziativa editoriale, originale e ambiziosa, è stata accolta dall’Associazione Culturale “Il Cuscino di Stelle” e ha previsto la selezione di tredici poeti e poetesse italiani e altrettanti poeti e poetesse turchi. Ventisei modi di declinare alfabeti, culture, esperienze, modi di intendere la poesia, sensibilità.

Ciascun testo è presentato in lingua originale, seguito dalla traduzione in inglese e infine da quella d’autore in lingua italiana o turca. I testi antologizzati, per un totale di trentasette, sono frutto del genio creativo di autori celebri, universalmente riconosciuti e di altri ugualmente validi che meritano di essere letti e apprezzati.

Le tematiche affrontate nell’antologia sono diverse: vi sono trattati, infatti, grandi temi come il desiderio di pace e di libertà, l’impegno civile, motivi classici come l’amore, le illusioni consolatrici, l’assenza, il ricordo, la nostalgia, il topos dei cicli stagionali, l’immedesimazione con gli elementi della natura in una sorta di nuovo panismo, il recupero di elementi mitologici, per dimostrare che tutti i poeti, indipendentemente dalla nazionalità di appartenenza, condividono archetipi, simbologie, metafore. Come affermava Erich Auerbach nella Philologie der Weltliteratur, a proposito dell’universalità della letteratura “Dobbiamo tornare in circostanze diverse, a ciò che già possedeva la cultura medioevale prima della formazione delle nazioni: al riconoscimento che il pensiero non ha nazionalità.” Va a questo punto ribadita, una volta di più, l’importanza e il rigore delle traduzioni, che non devono annientare le specificità di ciascuna lingua in modo tale da garantire il trasferimento di quello scrigno di segreti linguistici, tesoro di ogni lingua nazionale e fonte di arricchimento reciproco e di curiosità per le differenze. Ne deriva un clima interculturale che abbatte le barriere linguistiche e, aprendo nuovi orizzonti, crea visioni transnazionali, veri e propri ponti tra comunità solidali e dialoganti.

Deborah Mega

PREFACE

A Mediterranean Breeze among Italian and Turkish Poets is the exit of a complex and dense work of content, which has seen the collaboration, the research, and the translation of poets of different nationalities, a reflection of a plural and dialoguing community.
Despite being a convinced Europeanist, current Europe as a supranational body, in recent times, has proven to be dominated by financial and market logic mechanisms that have little to do with the democratic and community values that inspired the Founding
Fathers. Instead, the legitimate differences and cultural heritages of which each nation is the custodian should be valued.
The work of the curators Mesut Şenol and Claudia Piccinno dates back to a project of several years ago, the one of creating a trilingual anthology which, through English, used as a vehicular language, sanctioned the passage of poetic texts from the Italian language into the Turkish language and viceversa, in a mutual perspective of exchange, crossing and collaboration. The original and ambitious editorial initiative was accepted by the “Il Cuscino di Stelle” Cultural Association and involved the selection of thirteen Italian poets and thirteen Turkish poets. Twenty-six ways of alphabets, cultures, experiences, ways of understanding poetry, sensitivity.
Each text is presented in the original language, even though print order is first the Italian language followed by the English translation, and finally in Turkish language. The anthologized texts, for a total of thirty-seven, are the result of the creative genius of famous, universally recognized and other equally valid authors who deserve to be read and appreciated. The themes dealt with in the anthology are different: in fact, major themes such as the desire for peace and freedom, civil commitment, classic reasons including love, consoling illusions, absence, recollection, nostalgia, the topos of the seasonal cycles, the identification with the elements of nature in a sort of new panism, the recovery of mythological elements, seem to demonstrate that all poets, regardless of their nationality, share archetypes, symbols, and metaphors, have many things in common. As Erich Auerbach stated in the Philologie der Weltliteratur, regarding the universality of literature “We must return in different circumstances, to what medieval culture already possessed before the formation of nations: to the recognition that thought has no nationality.”
At this point, once again, the importance and rigor of translations must be reiterated, which must not destroy the specific features of each language in such a way as to guarantee the transfer of that casket of linguistic secrets, treasure of each national language and source of mutual enrichment and curiosity for differences. The result is an intercultural climate that breaks down language barriers and, opening new horizons, creating transnational visions, real bridges between solidarity and dialoguing communities.

Deborah Mega

ÖNSÖZ

Türk ve İtalyan şairlerin arasındaki Bir Akdeniz Esintisi, farklı uluslardan şairlerin işbirliği, araştırması ve çeviri ile oluşan karmaşık ve yoğun bir içerik çalışmasının sonucu, çoğulcu ve diyalog kuran bir topluluğun bir yansımasıdır.
İnanmış bir Avrupacı olmama karşın, uluslarüstü yapısıyla mevut Avrupa son yıllarda, Kurucu Babalara esin olan demokratik ve toplum değerleriyle pek ilgisi olmayan finansal ve piyasa mantığıyla çalışan mekanizmalar tarafından yönlendirildiğini kanıtlamıştır. Bu tablo yerine, her ülkenin koruyucusu olduğu meşru farkların ve kültürel mirasın değerli bulunması gereklidir.
Küratörler Mesut Şenol ve Claudia Piccinno’nun çalışmaları, birkaç yıl öncesine ait bir projeye dayanmaktadır. Bu projede, aracı dil olarak İngilizce kullanılarak üç dilde bir antolojinin, ortak bir değişim perspektifi, geçiş ve işbirliği içinde İtalyancadan Türkçeye, Türkçeden İtalyancaya şiirsel metinleri sunması öngörülmüştür. Bu orijinal ve iddialı editörlük girişimi, “Il Cuscino di Stelle” Kültür Derneği tarafından kabul edilmiş ve on üç İtalyan ve on üç Tük şairin eserlerinin seçiminin yapılması kararlaştırılmıştır. Alfabelerin, kültürlerin, deneyimlerin, şiir anlayışının ve duyarlılığın 26 farklı yöntemi.
Her bir metin kendi orijinal dilinde sunulmuştur. Sıralamada önce İtalyanca, sonra onun İngilizce çevirisi ve sonunda Türkçe yer almıştır. Antolojiye giren toplam otuz yedi şiir, ünlü, yaygın olarak tanınan ve benzer biçimde birer değer olan, okunmayı ve takdir edilmeyi hak eden şairlerin yeteneklerini, yaratıcılıklarını yansıtmaktadır.
Antolojide işlenen konular farklıdır: aslında, barış ve özgürlük arzusu, topluma hizmet ile aşk, yanılsamaların avuntusu, ayrılık, anımsama, nostalji, mevsim dönümleri konuları, yeni bir panizm türündeki unsurlarla özdeşleşme, mitolojik unsurların yeniden ortaya konması gibi klasik temalar, milliyetleri, ortak modelleri, sembolleri ve metaforları ne olursa olsun, ortak birçok yönlerinin olduğunu göstermektedir. Erich Auerbach’ın Philologie der Weltliteratur adlı eserinde belirttiği gibi, edebiyatın evrenselliği konusundaki ifadesinde işaret edildiği üzere, “Ulusların oluşmasından önce ortaçağ kültürünün sahip olduğu şeye – düşüncenin bir milliyetinin olmadığının kabulüne –, farklı koşullarda geri dönmek zorundayız.”
Bu noktada tekrar belirtmek gerekirse, çevirilerin önemini ve titizliğini yeniden belirtilmek zorundayız. Çeviriler her bir dilin kendi özgün özelliklerine zarar vermemek, dilsel incelikleri ve her bir ulusal dilin hazinesini, farklılıklarda karşılıklı zenginleştirme ve merak kaynağı olma özelliklerini diğer dile geçirmeyi başarmak zorundadır. Ortaya çıkan sonuç, dil engellerini yıkan, yeni ufuklar açan, ulusaşırı vizyonların, topluluklar arasındaki dayanışma ve diyalogda yeni köprüler kuran kültürler arası bir iklimin yaratılması olmuştur.

Deborah Mega

I curatori

CLAUDIA PICCINNO

Cattura1

Direttrice per l’Europa del WFP (World Festival Poetry, continental director for Europe) e ambasciatrice in Italia per Ist Sanat Art, opera per promuovere la poesia basata sul rispetto e la valorizzazione delle diversità, che previene ogni tipo di pregiudizio, tra cui quelli di genere.

She is the official WFP (World Festival Poetry, continental director for Europe), Ist Sanat Art ambassador for Istanbul culture in Italy; she works to promote poetry based on respect and appreciation of differences, she fights to prevent any sort of prejudices.

Claudia Piccinno, WFP (World Festival Poetry, continental director for Europe) Avrupa Kıtası Direktörü, Ist-Art İstanbul’un İtalya’daki Kültür Elçisidir.
Saygı ve farklılıklara anlayış gösterilmesi temelinde şiirin desteklenmesi için çalışmakta, cinsiyet önyargılarının önlenmesi için mücadele etmektedir.

 

MESUT ŞENOL

Cattura2

 

Poeta, scrittore, traduttore, editore, giornalista e accademico. Organizzatore di eventi culturali-artistici-letterari, Mesut Şenol ha pubblicato ormai 9 raccolte di poesie ed è membro di alcune organizzazioni internazionali di letteratura e traduzione.
Le sue poesie sono state tradotte in varie lingue, premiate e pubblicate in antologie.

Poet, writer, translator, editor, journalist, and academician. Being an organizer of cultural-artistic-literary events, Mesut Şenol published 9 poetry collections by now, and he is a member of some organizations of international literature and translators. His poems have been translated into various languages, awarded and appeared in anthologies.

Şair, yazar, çevirmen, editör, gazeteci, akademisyen. Kültürsanat-edebiyat etkinlikleri düzenleyicisi. 9 şiir kitabı yayımlanan Mesut Şenol bazı uluslararası edebiyat ve çevirmenler kuruluşlarının üyesi. Şiirleri çeşitli dillere çevrildi, ödüllendirildi ve antolojilerde yayımlandı.

*

Di seguito un testo di una delle autrici dell’antologia con l’augurio che possa presto riprendere a scrivere e a recensire poesia.

BRUNA CICALA

Cattura3

 

     Presagi

Presagio di tempesta

sul lungomare scuro

Nettuno rumoreggia:

credeva di trovare l’infinito

nei giorni avari di Venere e di sale.

S’alza, s’impenna, esplode

cavalca ogni onda su note discordanti,

è folle la sua danza

a inseguir saetta.

L’amore insano brucia,

si perde nei fondali

degli occhi suoi distratti,

rapiti da un baleno

di effimera bellezza.

Omens

Storm omen

on the dark waterfront

Neptune roars:

believed to find infinity

on the stingy days of Venus and salt.

It rises, rears, explodes

rides every wave on discordant notes,

his dance is insane

chasing lightning.

Insane love burns,

it gets lost in the seabed

of his distracted eyes,

kidnapped by a flash

of ephemeral beauty.

İşaretler

Karanlık su kenarında

fırtına işareti

Neptün kükrüyor:

Venüs’ün eli sıkı gününde ve tuzda

sonsuzluğu bulduğuna inandı.

Yükseliyor, şahlanıyor, patlıyor

Akortsuz notalarda her dalgaya biniyor,

dans edişi çılgın

şimşeğin peşinde.

Çılgın aşk yakar,

onun şaşkına dönmüş gözlerindeki

deniz yatağında kaybolur,

çok kısa ömürlü güzelliğin

kısa bir anında kaçırılır.

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Nota critica dedicata a “Tutto è uno” di Sergio Sichenze, Terra d’ulivi Edizioni, 2020

08 lunedì Giu 2020

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Recensioni

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Tag

Sergio Sichenze, Tutto è uno

 

“Tutto è uno” di Sergio Sichenze, edita per i tipi Terra d’ulivi nel gennaio 2020, nella collana di poesia Quindici per Quindici, comprende una trentina di componimenti puri, essenziali, espressi attraverso scarne ma suggestive parole di intensa efficacia simbolica e allusiva. L’epigrafe iniziale di Rainer Maria Rilke è tratta da Dir zur Feier del 1897: anche in quest’opera, ad una prima lettura, la prospettiva dell’autore sembrerebbe essere introspettiva e soggettiva. Fin dai primi versi la forma espressiva appare condensata ed enigmatica, tanto da far pensare ad una scrittura aforistica e ad uno stile solenne. Le risonanze contenutistiche però hanno senso solo se collocate in un testo continuo, a formare un canto coeso che abbia come oggetto il divenire incessante delle cose. La scrittura si collega a modelli di comunicazione come la sentenza morale, l’oracolo, appare dunque enigmatica, simile e aderente alla forma in cui la natura si manifesta. Occorre infatti riuscire a interpretare e a decrittare le indicazioni di natura forniteci dai sensi per cogliere il principio di armonia che è sottoposto alla trasformazione incessante della realtà fenomenica. I concetti fin qui esposti rimandano alle speculazioni del filosofo Eraclito secondo il quale “tutto scorre” (pànta rhéi). La Natura è allegorizzata, enfatizzata, ricorda la misteriosa foresta di simboli di baudelairiana memoria in cui scompaiono i limiti tra realtà e sogno e la separazione tra esperienza etica ed esperienza estetica o anche lo spazio interno del mondo, il Weltinnenraum di cui parlava Rilke. In Tutto è uno l’osservazione attenta della natura ha attivato un silenzioso percorso di conoscenza della propria realtà interiore, di introspezione che, risuonando dal fondo, si è aperto alla percezione sensoriale di cose, eventi, fenomeni e ramificandosi, è venuto allo scoperto come magma incandescente rivelando tempi e luoghi fortemente evocativi perché colorandosi delle nostre esperienze, acquisiscono senso ed esprimono un significato diverso per ciascuno di noi. Ogni parola, ogni verso conduce al successivo in modo inevitabile e coerente come passi su un sentiero nonostante tutto questo emerga solo dopo una lettura più accurata ed approfondita. La sintassi è semplificata, la punteggiatura ridotta al necessario, l’aggettivazione, frequentemente usata nei titoli (Rosa mistica, Verginale incanto, Incandescente dimora, Giovane folgore, Fortissimo grido, Antica pietra e l’elenco potrebbe continuare), è fluida e suggestiva. Dal punto di vista lessicale ho colto alcune forzature linguistiche dovute ad accostamenti arditi, a neologismi, a frasi nominali, a verbi intransitivi usati transitivamente.

Lo sguardo di Sichenze però si conferma terrestre. Coglie l’universo come un tutto riunificato e ricomposto: chi è in grado di contemplare in questo modo supera la frammentazione della realtà, la interiorizza acquisendo echi e richiami della natura  e si immerge nelle cose terrestri con sentimento panico e con mani plasmatrici, ricche di energia e di calore umano e vitale. In una visione di questo tipo crollano le pareti tra Dentro e Fuori, tra Vita e Morte, tra tempo passato, presente e futuro. Il processo circolare di ritorno alle origini si è compiuto, non a caso l’ultimo testo della raccolta si intitola Origine.  La morte stessa diviene premessa di ogni vita e della metamorfosi del divenire mentre avviene il ricongiungimento al mistero dell’esistenza.

Deborah Mega

*

Rosa mistica

 

Rosa

mistica tra le pieghe

di settembre l’ora

tradisce.

 

Sole

nel viola la notte

inganna: occhi nella bufera

guazzano.

 

Nera

stagione della pupilla

albeggia.

 

Respiro: le tue spalle

copro.

 

La scintilla

del frumento rinuncia

ricaccia.

 

Mare

dai grandi occhi

nella parabola del cielo

sconfina.

 

Ho appreso la riproduzione

dell’inatteso.

 

A Lecce

 

Sonno

ti sopravanza: sulla terra

tra due mari

dormi.

 

Nero fermo

del cielo ricolora. S’inazzurra

il fianco lunare.

 

S’assottiglia

l’aria: giovane

tempo folgora.

 

Tanto

Sfoggio la nostra

accumulata cecità

abbaglia.

 

Il tuo

respiro è un profilo

che ci ricalca.

 

Pensai questo tempo

d’avvenire.

 

Luce di neve

cadde.

 

 

Origine

 

Dio

è dentro l’Uomo

dicevano: vivere

è intimo corpo

che s’offre.

 

Fulmineo

scatto tra due vuoti: dubbio

da sventare.

 

Non dimenticare: il deserto

è ciò che ti farà

bere.

 

Incenso esistenza

cura.

 

Alcuna legge ha luogo in sé.

 

Essere noi, adesso,

è origine.

 

 

Testi tratti da Tutto è uno di Sergio Sichenze, Terra d’ulivi Edizioni, 2020

 

 

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