“Divenire” di Valentina Marzulli (Eretica Edizioni, 2023 pp. 60 € 15.00) cattura l’energia ispiratrice dello svolgimento del tempo intorno al passaggio esistenziale del mutamento. La poetessa intuisce nel divenire qualcosa che diviene, nel movimento interpretativo della realtà, che si manifesta e si dissolve nelle contraddizioni emotive, non disperde l’essenza originaria dell’evoluzione passionale ma la rinnova. Continua a leggere →
Solitude è il titolo. Solitude è il sentimento dentro questo viaggio tortuoso nelle strettoie del verso? Versi tranciati quasi a metà dal voler dire qualcosa oltre a quanto cominciato; ma è per solitudine che finiscono in una scarpata dell’immaginario? Non è un’abbottonata arrendevolezza, non una malleabilità al volere di questo male sottile, ma un’alienazione che si contorce nella presa coscienza del proprio stato, un violento dibattersi in fondo al buio tra l’essere che soffre le sue metamorfosi e l’essere a cui è stata data una faccia sola per il mondo della luce. Allora questa raccolta è una battaglia di identità, una guerra di molteplici mondi verso cui allineiamo le nostre apparenze per ogni scossa d’amore, dolore, felicità che prendiamo dall’esistenza. In questo ecosistema che ci fa cresce nella mutabilità si consuma il delitto della Raffin di voler stendere i suoi versi sulla nostra condizione di sordi sconosciuti. La raccolta si intitola Solitude, Eretica edizioni, 2022.
Emilio Capaccio
* Uccidimi ti prego Ho fatto la guerra Con pentole
Mestolo e coperchi C’è anche chi mi ha sequestrata Di domenica Sul divano Col mio vestito azzurro Mi sono ricordata Del carro siciliano della nonna Coi cavalli bianchi Volevo fosse vero E mi avrebbe portato fino in piazza Uccidimi ti prego Non ne ho colpa O tienimi nell’ombra Se ho voluto danzare Con le perle della mamma
* Tutte le parole Che non mi hai mai detto Le ho cercate sulle bocche Di qualche sconosciuto Così si rompe un orologio Così va riparato Tutto il movimento Del mio tempo interiore La nube voragine e rivolta Scandiva la mia natura Scandito dalla tua identità Si vive ritmici Sai Si vive di ritmi primordiali E io ero sorda Non sentivo il mio Dov’è? Perché non sento? Tu non mi hai parlato Aspettavo una parola Per riconoscermi Al di fuori di me Così muto Mi è parso tutto il mondo Dopo Mi è parso vuoto Tutto il mio mondo Dentro
* Nel silenzio Di un pensiero denso Di un altro sospeso silenzio Il piede
Salendo un gradino Piantava coltelli d’argento Il mio amore se n’era andato Piantava coltelli d’argento Non sfiorito Non appassito Se n’era andato Prima c’era poi Nemmeno una traccia E me ne sono accorta Mentre arrotolavo Corde di cotone Il mio amore Per dire amore Sentendo amore Intorno al collo Piantava coltelli d’argento E mi liberava E a me felice Interessava solo Della primavera Intorno al collo Del calore sul viso Di quel sole Che all’improvviso Riconosceva Persino me
Alessandra Raffin è psicologa esperta in neuropsicologia clinica e terapia autogena. Vive e lavora tra Italia e UK. La poesia è parte integrante della sua vita da sempre. Solitude è la sua prima pubblicazione.
L’esordio poetico la prof. Di Schiena lo fa con l’Amore. Declama all’Amore, pacatamente e solennemente, con un timbro seducente di vestale delle Murge, spesso in forma sintetica e simbolica. Ma è Lui il grand’ospite della sala cerimonia del cuore dell’autrice. È lui che ha la pelle odorosa di pietra carsica e una corporeità sublime e dolorosa, come la carnalità di certi cladodi pungenti, di certi frutti tumidi e lacrimosi. È lui che ha le labbra morbide del bacio e l’unghia tagliente del graffio. È lui che è doppia pozione: antidoto di solitudine e fiele di disperazione. La raccolta si intitola: “Un bacio e un graffio”, Edizioni Ensemble, 2023, postfazione di Pasquale Vitagliano.
Emilio Capaccio
Magma dei sentimenti
C’è molto da tremare per riportare a galla Il magma dei sentimenti. E dire fuori dai denti che non si può amare senza armi pari. A cosa giova vivere in pena quando i corpi vogliono luce e brezza di primavera? Ho scelto il tormento, il filo spinato per adorare chi non è nato dentro me.
*
Irrisolto
L’amore mio per te è il solito irrisolto. La fuga, la rincorsa verso l’inafferrabile. Storia di cardi spinosi, nuvole bianche, crepe e vento scomposto. Troverò pace quando incrocerò le braccia supina e rigida non pulserò più
*
Ti amerò in silenzio. Non busserò non lo dirò a nessuno. Ti chiuderò a chiave nel mio cuore E mi addormenterò. Passeranno i morti a ferrare la serratura.
*
Cambio pelle tutte le volte che striscio di dolore
*
Ti restituirò l’attesa le caramelle alla menta forte e i chili di troppo. Tratterrò le chiavi dell’aorta principale la meraviglia e la premura. Mi vedrai in copertina o su un altare a dispensare baci come ti piace.
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Conto i minuti nell’attesa di vederti. Sempre nuovo è il giorno con le tue mani sui miei fianchi. Porti ossigeno rozzo e primitivo io luce filtrata, avamposto dell’amore.
Vincenza Di Schiena (Andria, 1975), insegnante, con un lungo trascorso di impegno civile, sociale e culturale nel suo territorio. Ha pubblicato alcuni racconti nel Repertorio dei pazzi della città di Andria (Marcos y Marcos, 2016), volume a cura di Paolo Nori. Sue poesie sono state pubblicate su «Verso libero», «Collettivo Culturale TuttoMondo» e nell’antologia Transiti poetici.
Il libro “La scrittura che rivela – Dialogo con quaratatrè autori contemporanei”, a cura di Maria Pina Ciancio, è stato pubblicato da Macabor nel 2023 nella collana “saggi e antologie”. La copertina è un’elaborazione grafica di Giorgio Ferrarini dell’opera Sanftmütiger Zyklop (Ciclope mite) Ferdinand Seiler, 2021.
La raccolta accoglie gli scritti di alcuni autori italiani contemporanei sul tema della scrittura come atto solitario, intimo e privato, sul senso che la parola scritta ha per ciascuno e sul rapporto della scrittura con l’altro e col mondo esterno. Gli altri autori presenti sono: Maria Allo, Lucianna Argentino, Francesco Arleo, Eleonora Bellini, Domenico Brancale, Michele Brancale, Luigi Cannillo, Roberto Ceccarini, Maria Benedetta Cerro, Maria Pina Ciancio, Domenico Cipriano, Lorenza Colicigno, Pino Corbo, Anna Maria Curci, Mariella De Santis, Francesco De Girolamo, Annamaria Ferramosca, Fernanda Ferraresso, Antonio Fiori, Mario Fresa, Gabriella Gianfelici, Marco Giovenale, Stefano Guglielmin, Gina Labriola, Maria Lenti, Paola Loreto, Anna Rita Merico, Marina Minet, Ivano Mugnaini, Giovanni Nuscis, Rita Pacilio, Antonella Pizzo, Grazia Procino, Maria Pia Quintavalla, Daniela Raimondi, Alessandro Ramberti, Margherita Rimi, Loredana Semantica, Antonio Spagnuolo, Rossella Tempesta, Silvano Trevisani, Giuseppe Vetromile, Bonifacio Vincenzi
Proponiamo di seguito due stralci tratti dal libro stesso. Precisamente la parte centrale della nota di chiusura di Maria Pina Ciancio, e, più sotto, in carattere corsivo, l’incipit dell’intervento di Loredana Semantica. Il testo integrale e gli altri interventi potrete leggerli integralmente acquistando il libro qui o sul sito della casa editrice o negli altri store specializzati on line.
“Rileggendo d’un fiato tutti gli interventi raccolti in questo saggio, ho avuto la sensazione di sentirmi frammento di qualcosa di più ampio. Ogni intervento coglie aspetti, sfumature e modulazioni dello scrivere che spesso non avrei saputo dire o raccontare. Ci sono esperienze che mi sono più vicine, altre che mi illuminano e chiariscono, mi lasciano in riflessione. Ciò che ne emerge è la sensazione che la scrittura assolva in qualche modo a un tentativo di ricerca interiore e di conoscenza che taluni sentono come strumento, altri come compagna di viaggio. Ricerca dell’essenziale, dunque, dell’innocenza perduta, rivelazione di un segreto, esercizio spirituale, e tanto altro ancora. La scrittura, come si può leggere in alcuni interventi, può acquisire, inoltre, significato di rifugio e di salvezza sia dal dolore intimo e privato, sia dai grandi dolori del mondo e dunque, come direbbe Bukowski, si fa salvifica e terapeutica, mondo ritrovato, terra nuova dove poter vivere: «Sento che la scrittura è sempre lì, sento le parole azzannare la carta, e ne ho bisogno come non mai. Lo scrivere mi ha salvato dal manicomio, dall’assassinio e dal suicidio. Ne ho bisogno ancora. Adesso. Domani. Fino all’ultimo respiro.» Che la cultura, i libri, la scrittura salvi oppure no, non ha importanza, ciò che importa è che è un prodotto dell’uomo in cui esso si proietta, sfida se stesso, si riconosce. Ci sono poeti che vivono l’esperienza della parola come libertà, come scatto di ribellione, come appagamento e gioia creativa, altri come dannazione o precarietà, sofferenza, fatica, sudore, o addirittura pudore, inadeguatezza (mi piace sottolineare la parola pudore che oggi abbiamo pressoché bandito dalla nostra vita pubblica e privata a discapito della sfrontatezza e della sfacciataggine).”
Maria Pina Ciancio
Nel fiore della mia gioventù non avrei creduto a chi mi avesse detto che un giorno avrei scritto poesia. Ancora adesso faccio fatica a dirmi poeta. La domanda a cui rispondere tuttavia riporta più propriamente al termine “scrittura” e non “poeta”, cioè al prodotto e non al soggetto producente, e alle relazioni. Ritorno al tema e dico che la mia professione mi ha dato occasione di confrontarmi con la scrittura, apprendendo on the job un certo modo di scrivere burocratico che inizia con “si riscontra” e passando per la S.V., approda a “pregasi accusare ricevuta”. Più di recente va detto la comunicazione dell’Amministrazione pubblica ha teso alla semplificazione del linguaggio, sfrondandolo dalle tare del burocratese: forme passive, impersonali, oscurità di linguaggio, circonlocuzioni e altro. Ho gestito questo transito avvenuto nell’ultimo decennio, conoscendo però le impostazioni del passato. Già in precedenza gli studi di diritto mi avevano formato ad una scrupolosa attenzione per la terminologia, perché sull’uso improprio di un termine si può giocare l’intero concetto, l’intero esame, l’intera causa legale, un intero rapporto con l’altro, amico, estraneo che sia. Direi che preminentemente è lo studio ad avermi resa cauta nell’uso dei termini, a vigilare costantemente sulla parola usata, la singola parola e il loro insieme nella connessione logica dei termini. Ciò vale tanto nella parola detta che scritta, ma nella consapevolezza che l’espressione verbale è più imprecisa e volatile, mentre quella scritta è più studiata, ancorata a un supporto digitale o analogico, quindi più duratura e trasferibile nei luoghi e nel tempo, può produrre effetti lunghi e imprevisti anche nel rapporto con l’altro, secondo i tempi e la volontà di reazione, in relazione alla capacità di comprensione di quest’ultimo. Per questa ragione anche la chiarezza e la sinteticità erano altri “spiriti guida” della personale scrittura.
La scrittura è stata poi una sorta di salvacondotto nelle relazioni. Nel rapporto con l’altro ha sempre pesato la mia natura riservata, non desiderosa di apparire, accompagnata dalla percezione dei limiti di ogni mostrarsi/relazionarsi a causa della falsità e dell’inganno reciproco che esso concretizza. Per spiegarlo con maggiore semplicità, quanti falsi sorrisi spendiamo?Ciò ha reso la scrittura un mezzo per comunicare, interponendo il medium dei segni grafici e del loro assemblarsi che assume senso per convenzione oggettiva, maturata nel tempo tra gli uomini in significante e significato. Scrivere per me è stato da sempre perciò un modo per lavorare il più possibile asettico, comunicare, relazionarmi, potendo nello scrivere soppesare maggiormente il testo, evitare il contatto visivo e verbale perché questi ultimi, unitamente ai contenuti della conversazione privata, sono modalità con le quali le persone si formano la propria impressione sull’altro, formulano giudizi, apprendono informazioni private che poi trasferiscono o peggio ancora diffondono più o meno consapevolmente, inserendo e concorrendo a inserire ogni persona in schemi mentali-critici di valutazione e giudizio per servirsene a proprio vantaggio.
Smarginature (LietoColle, 2020) non è un libro da leggere: è un libro da accettare. Nel mettere in scena un dissidio – il suo, quello di tutti – Giorgia Esposito trascrive un dilemma che non può essere dipanato, se non con ciò che potremmo chiamare una forma di fede, un patto poetico-pragmatico. Di fatto, al centro della materia del libro c’è l’io lirico con i suoi traumi, i suoi desideri, le sue amicizie, e quello che si predica è la sua esemplarità. Se gli accenni al concreto, per quanto nitidi, non fossero sfumati dalla tenuta sovramondana dell’insieme, potremmo parlare di un’opera di formazione, di una narrazione in versi in cui la poeta, schiudendosi al pubblico, se ne pone a sintesi e modello; ma questo non accade e il dibattersi ondisono di Esposito assume pagina dopo pagina il bruciore della mistica.
Perché quando nella poesia di apertura viene detto che «qualcuno sta cercando i suoi,/ il non ritorno, il bacio sulla fronte/ del padre» e due pagine dopo «l’acqua non purifica,/ non ripara, non è più ritorno vitale», si sta mettendo a paradigma sottotraccia una cosa sola: l’impossibilità. Quante volte in Smarginature i desideri vengono frustrati, come quando il desiderio di immensità di Marta viene ridotto a «una forma di schizofrenia,/ una distorsione della mente». Insomma, viene posto un netto confine alle velleità del soggetto, una linea che ricalca la massima delfica del μηδὲν ἄγαν, ‘nulla di troppo’, ed è ciò che anche Augusto Pivanti rileva nella sua breve nota al volume. Questi parla di una coabitazione tra la «riduzione dei margini» e «l’espandersi oltre i margini», ma non può essere ignorato che, quando i margini si serrano, l’io è infelice. Già nella prima lirica si parla di infelicità, e ancora questo accade in tutti quei momenti soggetti alle incursioni della memoria. Che si tratti di «foto di figli,/qualche santino» o di un ineluttabile «spettro di ereditarietà/ mal smaltito», la sostanza non cambia: il ricordo traccia margini, genera sofferenza, tanto che «il pensiero divora le teste/ e le risputa matte». È questo il primo termine del paradosso di Smarginature: lo statuto di astrattezza per eccellenza, il pensiero, si sostanzia in situazioni tanto reali da non poter esser evase. E qui si gioca tutto il rovesciamento del libro: la possibilità di smarginare, di esorbitare in una serenità totale viene raggiunta solo se ci si affida al concreto, ai «residui sensoriali» e in primis al corpo. Infatti, «la voce non copre la mano che trema» e poco più avanti smaccatamente si dice che «i corpi ci chiamano per resistere/ all’orrore», perché rispetto al pensiero, la carne non pone filtri o forme di mediazione, non può ingannare e ricorrendo a lei i problemi vengono affrontati di petto, non ruminati. Ma c’è di più: il corpo è un sistema chiuso, limitato, conoscibile e i suoi confini sono delineati con chiarezza, non così quelli della mente Perciò il rapporto tra i due appare veramente quello tra il cielo e «la feritoia da cui scocca la luce», come a ribadire ancora una volta la direzione perseguita dal libro: per non smarrirsi occorre procedere dal micro al macro, smarginare a partire dal comprovato caposaldo di quella fisicità che appare spesso come ben più di una pura manifestazione del proprio mondo interiore. Insomma, Esposito propone una disamina analitica del rapporto mente- corpo e delle sue conseguenze sulla tensione alla felicità, tanto che l’orizzonte dell’operazione, che ad un tempo schiude e riserra questo binomio inscindibile, pare essere quello di una filosofia morale. La difficoltà del processo viene superata sul piano formale attraverso il sistematico ricorso a sentenze e casi esemplari, in un sistema gnomico che parrebbe essere nelle intenzioni dell’autrice l’unica soluzione ad una «testa indecifrata». Eppure, la lucidità complessiva del libro costituisce il migliore antidoto, esorcizza la paura di restare irrisolta e ci consegna una possibilità di azione senza mezzi termini. Smarginature ci parla di questo, di una felicità immensa e sbrigliata, della quale si ammette una sola possibilità di movimento: la crescita. In antitesi – ma forse bisognerebbe dire in commistione – con la gioia, in ogni lirica vengono inserite tessere disforiche a costante monito del fatto che «restare al centro» è complicato e possibile solo desiderando «l’intero nella crepa» nella piena accettazione: del corpo, dei margini, della sofferenza. Prima di ribellarsi.
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Christian Negri vive in provincia di Lecco e studia Lettere Antiche alla Statale di Milano.
Sue poesie e contributi critici si trovano sul web.
S’immagini un giorno di brezza primaverile che cammina pigro nelle ore. I piedi nudi scivolano sul manto mattutino di camomilla selvatica e rosolacci. S’immagini l’orchestra policromatica degli uccelli dei boschi maceratesi dipanare la sua armonica quiete sonora. S’immagini la fanciulla sdraiata sul fianco nell’erba; la fanciulla dai riccioli sediziosi sotto il cappello col nastro annodato; la fanciulla che parla come dipinge, che scrive come colora. La poesia della Luzi è una lentissima giornata primaverile. Un’interminabile confessione d’amore agli elementi più irriducibili che ammobiliano la vita umana; un’invocazione ai numeri primi della natura: la fresca terra, la luce divina, la luna nuda, con la sua corte di ammiratori celesti, il garrulo popolo dei fiori e quello soprelevato degli uccelli; e più su, su tutto e dentro ogni riparo, Dio sereno e mattiniero, nella poesia della Luzi. La raccolta s’intitola: “Come un fiore in un crepaccio”, Giuliano Ladolfi Editore, 2023, con prefazione di Maurizio Minnucci; ed è così che viene a prendermi; ed è così che viene agli occhi, per farmi deliziare le evasioni, per portarmi tutto pieno di vergogna e raffazzonato accanto alla fanciulla dal cappello col nastro annodato.
Emilio Capaccio
La tenerezza delle mani
Sembrano così lontani adesso i giorni dei fiordalisi gli occhi fermi come laghi sussurravano parole l’amore sembrava un gioco inconsapevoli e leggeri si assaggiava l’infinito.
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Il silenzio dei primi uomini
Il mattino ha profumo di fiori sconosciuti alla notte. Una formica cammina portando il suo peso i gatti si scambiano il cibo le lavande occhieggiano dai loro viola. Qualcuno ha tagliato i rami per il fuoco di domani. Gli uccelli cantano dai loro alberi intorno c’è il silenzio dei primi uomini. Un bocciolo rosso fa capolino fra l’erba
– come gli batte forte il cuore.
*
Nel silenzio ottobrino
cammino nell’erba bagnata e fredda il gatto la lecca la prima luce è già piena di Dio è la forza inascoltata che abbiamo dentro da sempre
la morte è un principio di sonno o viceversa dormiamo quando non abbiamo null’altro da fare
– prendimi adesso, ma concedimi ancora un sogno
mi scaldo le mani col fiato passo il calore alle guance, sorrido più divertita o commossa, non so
quei gesti imparati da bambini selvaggi o veri uomini sono sempre stati lì, proprio come la luce a salvarci.
*
Siamo io e te
a guardarci in questa notte che allinea i brividi quante memorie e sospiri – Luna – custoditi nelle sembianze di un candido viso. Le nuvole ti sono damigelle, Marte timido amante, lontano. Come donna mi specchio nelle tue fasi e rotondità
– arcana complicità che ammicca nel silenzio inviolato.
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Non aspettarsi niente è un fiore
aspettarsi qualcosa da qualcuno è umano una speranza che sa di latte ingenuo desiderio una conferma
un limite
quando abbiamo smesso di credere nell’impossibile? Guardare il cielo e affidarci all’Universo al viso sorridente di un bambino di un fiore.
Luciana Luzi, maceratese, classe 1967, è artista poliedrica e appassionata; fin dall’infanzia ama l’arte in tutte le sue manifestazioni. Nell’età adulta sperimenta in modo più impegnativo non solo le arti pittoriche e il fumetto, frequentando corsi professionali (in particolare la Summer School di Illustrazione Editoriale Ars in Fabula di Macerata), ma anche la scrittura, in particolare di poesie, per le quali riceve segnalazioni di merito per la “Poesia in Lingua” in diversi concorsi letterari “Città di Grottammare”, indetti dall’Associazione “Pelasgo 968”. Alcune sue composizioni sono recensite in blog e riviste letterarie online e cartacee. Attualmente si sta dedicando al ruolo di assistente d’infanzia.
L’amabile poetessa Bellini ha un pennino dall’inchiostro un po’ magico e un po’ amaro. Coll’ombrello di Mary Poppins, il guardo vispo e un gesto svagato di saluto, svolazza di qua e di là per i climi delle stanze che si fanno in questa scorreria di versi. Scaffali illuminati dal volto falotico della luna; libri e giocattoli dentro bauli di pelle alla rinfusa nel sottoscala; dimore assettate di vecchi professori; ricordi che vanno ad accoccolarsi tra le stelle; sua altezza, la Talpa, col consorte, il Leprotto; i cugini reali, il Gatto, e sua maestà, la Gazza, e tutta la simbolica fauna del bosco. Favole che s’animano a imperitura levità, ma non con frivolezza, dalla bacchetta di briosa bibliotecaria di mirabilia. La sua wunderkammer è quest’opera, e apre le porte ai visitatori appena per il tempo fatato della lettura. La sua wunderkammer si chiama: “Stanza d’inverno e altre poesie”, Book Editore, 2021, con una nota di Alfredo Luzi.
Emilio Capaccio
Antico compleanno
La mamma aveva gli occhi neri e neri i suoi capelli, docili soltanto al vento. Scrutava con quegli occhi i visi dei suoi piccoli alunni, sorrideva a mio padre nelle feste, contemplava laghi, monti, panorami e talvolta anche il mare. E mi restava accanto, quel suo sguardo lucente d’ossidiana, silente compagnia quando non c’era.
*
Le case dei vecchi professori
Le case dei vecchi professori, con i libri ordinati sopra gli scaffali, con i libri in punta di piedi al davanzale, con i libri in poltrona a occupare gli spazî del tempo senza ore, i giorni lunghi come le stagioni, le alterne apparizioni di luce e buio alle finestre, all’ospite tendono la mano. Le case dei vecchi professori hanno l’odore dell’inchiostro anche quando dalla scrivania ammicca l’occhio di ghiaccio del computer. Le case dei vecchi professori taciturne reclinano il capo lentamente, come fiori sorpresi dal vento della sera.
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Notte
La notte è stanca perché ha perduto il buio, il misericordioso margine d’ombra sparso sul velluto dell’oblio. Ma non pensate, bambini, alla luna, né al latte di stelle o alle comete. Non pensate alle luci. Questo chiarore di polvere rossa arroventata s’innalza dal vicino HUB. E il boato che s’ode non è tuono, ma scoppio di motori (lo sa perfino il gatto che ronfa ben nascosto sotto un telo).
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Due
I vecchi giocattoli, quelli del baule in fondo alle scale, fremono. Sentono che è giunta la stagione delle notti lunghe, dei sogni già accesi all’uscita di scuola, del pane, burro e zucchero. I vecchi giocattoli vorrebbero alzare il coperchio e dire a tutti che i bambini sono sempre buoni.
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I lupi
Dicono che da queste parti, tra il Ticino, l’Agogna e la baraggia, siano tornati i lupi, forse dal medioevo, forse dall’altro mondo. Pare che la gente qui, dura e selvaggia, li tema e già s’appresti a un’offensiva (la stessa che inferocisce i rivali umani). E tuttavia il traffico scorre, gli aerei decollano come dure raffiche sul cielo, le ruspe scavano e nei condotti oscuri si riversano i consueti veleni. Tutto va bene per gli umani, tutto tranne i lupi.
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Eleonora Bellini, bibliotecaria di lungo corso, scrittrice e traduttrice, vive nel Piemonte Orientale. Per la sua biblioteca ha ideato e curato, negli anni, progetti di invito alla lettura, mostre d’arte, didattiche e documentarie, itinerari multiculturali tra i libri, incontri con scrittori. Segretaria e organizzatrice del premio nazionale di Poesia e Traduzione Poetica “Achille Marazza” (1982-2018); componente di giuria dei concorsi letterari “La casa della Fantasia” (2003-2018) e “Antonio Cerruti – Ariodante Marianni” (2008-2017). Collabora e ha collaborato a periodici e riviste (tra gli altri “Quinta Generazione”, “L’immaginazione”, “Verbanus”, “Fermenti”, “Capoverso”, “Il Ponte”, “Il Sempione”, “Pagine giovani”, “5Xché”) e a siti letterari (tra gli altri “Le letture di don Chisciotte”, “Mangialibri”). Ha pubblicato opere di genere diverso:
Poesia: Metadizionario, Lalli 1980; Note a Margine, Premio Albisola Giovani – Seledizioni 1980; Tracce, con prefazione di Vico Faggi, Sabatelli – Quaderni di Resine 1993; Agenda feriale, Premio Rhegium Julii 1997; I nemici svegli, con presentazione di Ariodante Marianni, ArtEuropa, 2004; Il rumore dei treni, con nota di Ariodante Marianni, Book Editore 2007; Le ceneri del poeta, Orizzonti Meridionali 2011; Stanze d’inverno. Non solo liriche, La Parada 2012; ριζώματα radici. Poesie sui 4 elementi, Youcanprint/ Mimesis.me 2014; Prove d’autunno, con presentazione di Fabio Scotto, Puntoacapo editrice 2018; Legno estivo, Youcanprint/ Mimesis.me 2019.
Narrativa: Con il motore al minimo, EOS 1999; Il calendario dell’avvento, R. Vecchi 1999; La stella sul tetto, Creativi Associati 2017; La casa dei libri, Creativi Associati 2017.
Traduzioni: J. Daniélou, Diari spirituali, Piemme 1998; L. M. Sinistrari, Sortilegium, in “Quaderni Borgomaneresi/2–1999”; A. de Lamartine, Ditemi il vostro segreto. Carteggio con Giulia di Barolo, San Paolo 2000; A. Cerruti, Tre poesie, Borgo Ticino 2000 e Poesie religiose in “Quaderni Borgomaneresi/4-2001”; W. A. Stuart, Sketches, in “Quaderni Borgomaneresi/8-2005”; L. Basset, Il desiderio di voltare pagina, San Paolo 2008; M. Quesnel, La saggezza cristiana, San Paolo 2008; R. Stainville, Grande male – Medz Yeghern: Turchia 1909, un testimone del massacro degli Armeni. San Paolo 2008; L. Basset, La morte fa paura agli uomini non a Dio, San Paolo 2009.
Altri testi: I bambini e la poesia, Borgomanero 1986; Finché ci sia respiro, Interlinea 1996; Laboratorio per Rodari, Fondazione Marazza 1991; La Madonna della Bocciola e i culti mariani del lago d’Orta, con Carlo Carena, Comune di Ameno 1993; Borgo Ticino e Divignano. Storie di gente, luoghi di memoria, E. Bellini/D. Tessari, EOS 1996; Pagina picta. Il caso, l’allegoria, la volontà nella pittura di Ariodante Marianni, Colophon Libri 2005; Dialogo a colori. Rodari e Maulini in biblioteca, Fondazione Marazza 2010; La poesia e la vita. Ariodante Marianni dieci anni dopo, Fermenti 2017.
Bambini e ragazzi: Piccoli Libri, Fondazione Marazza 2000; I sei giorni del sole. La spedizione di Carlo Pisacane a Sapri nel racconto di un bambino, Laser 2000; Piccole Rime, Fondazione Marazza 2001; La Casa della Fantasia, Fondazione Marazza 2002; Una scatola piena di treni, margherite, triangoli, Edizioni I fiori di campo 2002; Un anno nella casa della fantasia, Fondazione Marazza 2003; Un anno nella casa della fantasia 2, Fondazione Marazza 2004; I laboratori della fantasia, Fondazione Marazza 2005; Pensieri Rime Colori per la Casa della Fantasia, Fondazione Marazza 2006; I laboratori della Fantasia 2 , Fondazione Marazza 2007; Un sacco di libri e altre cose colorate, Fondazione Marazza 2008; Vivilibro, Fondazione Marazza 2009; Ninna nanna per una pecorella, Topipittori 2009 (tradotto in corso, francese e spagnolo e in simboli WLS per Uovonero Edizioni 2019); La storia che non c’era in Unduetrestella 3/2009; Là nel bosco in Unduetrestella 1/2010; La capra, la cicala e l’usignolo, in Unduetrestella 2/2010; Specchiarsi, Fondazione Marazza 2010; Fuori dal nido, Nonsoloparole 2003; L’elefante e la formica. Gandhi nelle lettere del nonno, Nonsoloparole 2016; Adalgiso e il mistero del maniero, La Ruota Edizioni 2018; La casa in riva al mare, Fabbrica dei segni 2019; Casa di luna, Edizioni Il Ciliegio 2019; Il quaderno di Lisa, Antipodes edizioni 2021; Non dire il tuo nome, Edizioni Il Ciliegio 2021.
Parlare di Poesia induce a riflettere. È dovuto alla Poesia uno spazio esclusivo. Al cospetto della Poesia si é, volendo usare una immagine intrigante e vera, come di fronte a un quadro: lo osserviamo in silenzio, studiandone -leggendone- il linguaggio, il suo potere evocativo, e i segni, le forme, il significato, consapevoli del fatto che non ci troviamo, però, all’interno di un museo ma nel farsi vivo delle cose, nel loro farsi esperienza. La Poesia prima di scriverla ha bisogno di una lunga e profonda dedizione e disciplina affinché si possano comprendere innanzitutto le ragioni della sua esistenza. In questo senso l’esortazione di Louis F. Celine suona ancor oggi attualissima: “Nella scrittura lo stile è di fondamentale importanza, necessita di tanto lavoro, ma nessuno oggi vuole faticare, le frasi devono essere scardinate ed è un lavoro durissimo… Bisogna che la cosa tenga sulla pagina. Per tenere su una pagina, serve uno sforzo grandissimo”. Ecco, lontano da certo mainstream che fa del linguaggio della poesia un’espressione troppo spesso verbosa e sciatta, piegata a una mal compresa “ragione del cuore”, le qualità della scrittura poetica di Paolo M. Rocco le rileviamo non solo nei contenuti delle sue liriche ma anche nell’acquisizione di uno stile personalissimo che funziona come la carta d’identità di una esperienza che traccia una strada originale e di sicuro interesse nella formulazione di un pensiero poetico nuovo e suggestivo che, oggi, si è affermato anche oltre i confini nazionali con la pubblicazione di “En cada estacion del recorrido/A ogni stazione del cammino – poemas escogito 1989/2021”, una significativa antologia di sue poesie pubblicata in Spagna, bilingue, da Nautilus Ediciones. E dunque, queste dedizione, disciplina, stile sono attributi che pienamente si addicono alle poesie di Paolo Maria Rocco giunto al suo quarto libro. Oggi rileviamo per queste ragioni una voce di indubbio valore che si distingue per l’universalizzazione del suo dettato, capace peraltro di esprimerlo nella perfetta solitudine che è dovuta alla Poesia, avulsa dalle lusinghe di appartenenze a ‘scuole di pensiero’, ‘tendenze’, gruppi, mode…: «Ora una poesia nuova induce ad ammettere che c’è un tempo ancora per la poesia dell’opposizione aperta e dichiarata al mondo. La lettura delle liriche di Paolo Maria Rocco mostra – ha scritto Al J. Moran – che nel mondo il pensiero poetante risorge come poesia della fine di un mondo (…)».
La finestra socchiusa contiene un volto sopra il campo del mare. I capelli vaghi accompagnano il tenero ritmo del mare. Non ci sono ricordi su questo viso. Solo un’ombra fuggevole, come di nube. L’ombra è umida e dolce come la sabbia di una cavità intatta, sotto il crepuscolo. Non ci sono ricordi. Solo un sussurro che è la voce del mare fatta ricordo. Nel crepuscolo l’acqua molle dell’alba che s’imbeve di luce, rischiara il viso.
Mattino di Cesare Pavese
Mattino e sera di Jon Fosse La nave di Teseo, 2019
Jon Fosse, scrittore e drammaturgo norvegese nato nel 1959, «Per le sue opere teatrali e la prosa innovativa che danno voce all’indicibile» è stato il vincitore del premio Nobel per la Letteratura nel 2023. Per meriti letterari ha avuto l’onore di essere ospitato, per un certo periodo di tempo, a Oslo nella residenza reale di Grotten. Vincitore di moltissimi premi, tra i quali il prestigioso Premio Internazionale Ibsenil Nynorsk Literature Prize, lo Swedish Academy’s Nordista Pris, il Premio Ubu, l’European Prize for Literature, il premio Willy Brandt, è stato tradotto in numerose lingue. Oltre a testi riguardanti il teatro ha pubblicato in Italia i romanzi Melancholia; Insonni; Mattino e sera (tradotto da Margherita Podestà Heir); L’altro nome. Settologia. Vol. 1-2; Io è un altro. Settologia. Vol. 3-5.
Matino e lasera è uscito nel 2019 ed è edito dalla Nave di Teseo. Il mattino e la sera sono il principio e la fine di ogni giorno, anche la sera non rappresenta la fine del tutto poiché dopo il buio torna a splendere la luce, così ciclicamente a ripetere.
La storia è semplice ed è la storia di tutti, si nasce e si muore. Nasce un bambino che si chiama Johannes, farà il pescatore, muore un uomo che ha lo stesso nome ed è stato un pescatore. Non è chiaro se si tratta dello stesso uomo o sono due uomini qualsiasi che per mera combinazione hanno vissuto negli stessi luoghi, che portano lo stesso nome, che hanno fatto l’antico e identico mestiere di pescatore. Un mestiere che si tramanda di padre in figlio.
Marta la moglie del pescatore Olai, un mattino partorisce un bambino che chiameranno Johannes, come il nonno, anche lui sarà un pescatore come suo padre. In quel mattino particolare le energie sono forti, le tensioni straordinarie. Olai si prende la testa fra le mani, è preoccupato, teso. Marta grida, la levatrice richiede l’intervento del padre, vuole che porti dell’acqua calda. Sarà una nascita travagliata, come una lotta immane, grida di dolore squarciano l’aria nell’isoletta immersa nel freddo, gelo, ghiaccio, stridore, urla, angoscia, ansia, spinte verso la luce che si intravede ma tarda ad arrivare. Il male e il bene sembrano scontrarsi, il buio e la luce si affrontano in una lotta immane. Poi tutto si compie, Il bimbo nasce, fa iI suo rimo respiro e il suo primo vagito, gli si aprono i polmoni che si riempiono di aria e tutto si quieta e placa.
Tutto scorre come un fiume, bisogna abbandonarsi alla corrente, lasciarsi andare senza opporre resistenze, solo allora si potrà giungere alla destinazione finale. Fino al grande mare dove tutto si placa, dove non esiste più il tempo e lo spazio: «Adesso noi due saliremo sulla barca e partiremo. Dove andremo? Adesso fai domande come se tu fossi ancora vivo. Da nessuna parte? Dove andremo, non è nessun posto e per questo motivo non possiede neppure un nome». «Adesso spariranno le parole», dice nel finale Peter, il migliore amico di Johannes. Non esiste più la materia, i corpi come li conosciamo, non esiste più il dolore, non più il mare, jam in ebraico, le grandi acque, il diluvio, l’oceano, simbolo del caos primordiale, della morte, del nulla, del male, spazio popolato da mostri. Cantava Fabrizio De André nel Testamento “Questo ricordo non vi consoli quando si muore si muore soli.” Diversamente qui si nasce soli ma quando si muore, nella sera della vita, si è accompagnati da chi hai conosciuto, da chi hai voluto e ti ha voluto bene, da chi ti è stato accanto durante il tuo percorso terreno. Quando il vecchio pescatore si sveglia sembra un giorno come un altro eppure fa un incontro inaspettato e strano. Si imbatte in Peter, l’amico fraterno morto da tempo, venuto a prenderlo e accompagnarlo nel regno dei morti. Johannes non realizza che il suo amico è morto, anche se è scheletrico e ha i capelli lunghi. Johannes è confuso, si trova in una dimensione borderline, fra la vita e la morte non c’è quello stacco netto come fra la non nascita e la nascita, quando l’ossigeno penetra nei polmoni e brucia. Non vi è uno stacco netto come al mattino della vita, la sera è dolce e quieta. Non ci sono urla e travagli, non ci sono compressioni e spinte. Il pescatore è ormai anziano e si muove con lentezza eppure si sente leggero. La temperatura fuori è gelida ma a lui l’aria sembra calda. Tutto è come sempre eppure sembra tutto cambiato. Johannes vorrebbe andare a pescare ma si ricorda che stranamente non può più farlo da quando si è accorto che, contravvenendo a tutte le leggi della fisica, l’esca non affonda ma resta sospesa a metà. Tutte le leggi sono sovvertite, il sassolino buttato a Peter lo attraversa. La signorina Pettersen di cui lui era innamorato è tornata a essere giovane come un tempo. Anna che Johannes avrebbe voluto sposare è ancora incinta. Erna, su moglie, madre dei suoi sette figli è viva anche se morta ormai da tanto tempo. Lui vede e parla con sua figlia Signe ma lei sembra non sentirlo, vede il suo sguardo impaurito. La scrittura è potente e poetica, come un flusso di coscienza, fra la nebbia e la luce, i contorni sono sfumati o abbaglianti come i raggi di sole sulla neve. Mattino e sera è una lunga novella scritta con uno stile fluido, nessun punto, solo virgole. Non puoi fermarti, nessuno può fermare lo scorrere del tempo e il ciclo della vita. Ma nessuno può impedire la morte. Nessun vivo può trattenere un morto. Alla fine il punto arriva a fermare il tutto, anche se Fosse quel punto non lo mette neppure alla fine del romanzo, quando resta lo spazio bianco e sono finite le parole. Tutto scorre ma tutto resta impresso, tutto è vero ma tutto nel contempo esiste solo nei ricordi, nel ciò che è stato e che non sarà più. Resta un pugno di terra sulla bara, dei granchi rimasti invenduti, il buio, ma anche l’amore che vola in cielo sotto forma di nuvole bianche, resta il mare dei pescatori, il mare azzurro e calmo, senza un punto finale.
La raccolta “Pianure d’obbedienza” abbraccia la vastità poetica del cammino spirituale dell’autrice in tutte le sue forme. Tessuta alacremente fin dagli albori dell’infanzia, la gestazione si estende fino ad oggi, arricchendosi ulteriormente di studi e vissuti, che la poeta ha coltivato negli anni. La silloge è divisa in quattro parti. La prima, “Le lodi del sentiero”, espone la quotidianità della fede e le diramazioni interiori che ne confermano il valore nel tempo. Nella seconda parte, “Guerre e lampade”, lo sguardo si sposta nei territori desolati della guerra in corso, valorizzandone l’aspetto umano nei dettagli dell’anima e del corpo. L’assoluzione per quei soldati, figli, padri e madri anche loro e l’accorata necessità d’inviare un messaggio ai potenti della terra. La terza parte, “Preghiere”, non di meno sublime, solleva i quesiti più intimi, senza mai trascurare l’altro nelle vicissitudini di vita più comuni, in un’ispirazione di rara devozione. L’ultima parte, “Foglie capovolte”, quasi come risposta a un sentire universale, affronta il tema della morte, del dolore per la perdita, del ricordo e del perdono, pur mantenendo sempre desta la luce della fede. La sua poetica si muove in una terra metaforica che incanta, per consegnarci un messaggio evangelico puro, totalmente fedele alla sincerità della parola. Leggendo questi versi si ha la sensazione che l’autrice sia riuscita ad accedere alla dimensione più profonda dell’esistenza. L’integrità di ogni concetto, sempre finalizzato al compimento, scorre sicuro, addentrandosi oltre, dove la poesia raggiunge le più alte vette dell’amore.
Maria Pina Ciancio
Se mai c’è stato
Incontro
Se mai c’è stato un giorno in cui non mi eri accanto Signore, io non lo ricordo Vi erano stanze allora, arse come grembi nei deserti e giare di lacrime arginate come albe di novembre quando il giorno tarda ad affacciare
L’inverno cadeva per sentenza gelandosi al vissuto sotto i marmi e scialli capovolti vestivano le sedie per i lutti sbiadendosi al saluto in calca fra i bisbigli in processione
Io non lo ricordo quando tu non c’eri e se lo ricordo mi aggrappo a un rifiuto a un verbo senza frutto, d’amara mietitura e ai torti che reclamano le strade da padroni scavandole d’orgoglio e di altre morti
Il tempo si fermava, presagio in un binario le porte chiuse offese, l’impazienza e il varco d’ogni fronte strappava un passo in meno davanti al volto cieco della meta estranea a quella grazia mai fuggente
Se è vero che la Croce racchiude il tuo segreto accordami un frammento che dia sopportazione e lasciami così, senza conforto, incerta nella luce e vigile alle tenebre pungenti finché questa memoria mi abbandoni
(Marina Minet, da Pianure d’obbedienza, Prefazione di Silvano Trevisani, Macabor 2023)
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Marina Minet, il cui vero nome è Teresa Anna Biccai, nasce a Sorso in Sardegna e attualmente vive a Roma. La sua scrittura rivolge un’attenzione particolare ai tormenti dell’esistenza e alle naturali inquietudini che segnano e contemporaneamente arricchiscono l’anima. Ha pubblicato le seguenti monografie poetiche: “Le frontiere dell’anima” (Liberodiscrivere® edizioni, 2006), “Il pasto di legno” (Poetilandia, 2009), “So di mio padre, me” (Clepsydra Edizioni, 2010), “Onorano il castigo” (Associazione Culturale LucaniArt, 2012), il racconto breve “Lo stile di Van Van Gogh” (Associazione Culturale LucaniArt, 2014), le sillogi poetiche “Delle madri” (Edizioni L’Arca Felice 2015),“Scritti d’inverno” (a cura del premio Città di Taranto, 2017), “Pianure d’obbedienza” in corso di stampa. Fra le altre pubblicazioni ricordiamo i romanzi collettivi al femminile “ESTemporanea” (Liberodiscrivere® edizioni, 2005) e “Malta Femmina” (Ed. Zona, 2009), il poemetto in prosa-poetica “Perdono in supplica d’impronta esangue in monologo d’augurio al pasto” (da Amantidi – Vittime, Magnum Edizioni, 2006). Una sua fiaba per bambini è stata pubblicata nella raccolta antologica “A mezz’aria” (Liberodiscrivere® edizioni, 2006). Il racconto-poema “Metamorfosi nascoste” è apparso nell’antologia “Unanimemente” a cura di Gabriella Gianfelici e Loretta Sebastianelli (Ed. Zona 2011). Recentemente compare nelle riviste “Frequenze poetiche” (2023) e Il Sarto di Ulm (2020). Nelle Antologie “Italia Insulare I poeti” (Macabor, 2021 ), Secolo donna (Macabor, 2018) , “Voci dell’aria” (Exosphere PoesiArtEventi Associazione Culturale, 2014), “Teorema del corpo – Donne scrivono l’eros (Ed. FusibiliaLibri, 2014) e nella plaquette collettiva “Le trincee del grembo” (Associazione Culturale LucaniArt, 2014). Ha vinto numerosi concorsi letterari, tra cui il I° Premio alla V edizione del “Concorso Letterario Internazionale Isabella Morra, il mio mal superbo 2015″ (poesia inedita), il I° Premio alla IX edizione del “Concorso Letterario Nazionale Città di Taranto 2015” (poesia inedita). Da anni collabora alla gestione del Magazine LucaniArt. Si occupa, inoltre, di divulgare la sua passione per la poesia, attraverso l’ideazione e la realizzazione di interessanti “video poetry” che è possibile visionare sul suo canale youtube. Il sito web dell’autrice: https://marinaminepoesie.wordpress.com/
“Il viaggio e la speranza” di Alfredo Alessio Conti (Carello Editore, 2023 pp. 46 € 12.00) è una conferma poetica all’orizzonte di un itinerario dentro la parola divina e umana, il varco di un confine sacro in cui il cammino esitante dell’uomo è la prima, necessaria missione della coscienza interiore per intraprendere la migliore esperienza della vita. Il percorso di Alfredo Alessio Conti circonda il tracciato fragile e sofferto del tempo presente, alimenta la traccia esplicativa di una liturgia emotiva, scandisce il movimento interpretativo dell’esistenza, la linearità geometrica di ogni profondo ed essenziale verso, segue la complessità incessante del fondamento della conoscenza.
Il Gatto Nero (The Black Cat) è un racconto breve scritto da Edgar Allan Poe nel 1843 e pubblicato nei Racconti dell’incubo e del Terrore. La storia è raccontata in prima persona da un omicida condannato a morte che, pur sapendo di non essere creduto, vuole rivelare quanto gli è successo, per spiegare cosa l’ha portato alla condanna. Afferma di essere stato un uomo perbene e di aver sempre amato gli animali; tale passione era condivisa anche da sua moglie, che non perdeva occasione di procurarsene. Tra i vari animali i coniugi avevano un gatto nero di nome Plutone, che il narratore amava particolarmente, e che la moglie, per scherzo e superstizione, definiva una strega tramutata in gatto. A un certo punto l’uomo divenne dipendente dall’alcool e deturpato dagli eccessi tanto da fare violenza a sua moglie e maltrattare gli animali, mantenendo però un certo riguardo per il gatto. Una sera, tornato a casa ubriaco, l’uomo notò che Plutone lo evitava, così lo afferrò e l’animale lo morse provocandogli una follia omicida che lo spinse a cavargli un occhio con un temperino.
“Cuentos Olvidados”, i racconti dimenticati tradotti da Emilio Capaccio, offerti in lettura su questo sito tra il 2022 e l’inizio del 2023, sono stati raccolti in libro e sono diventati un ebook. Li proponiamo in 3 file diversi alla lettura. Flipbook, sfogliabile on line, epub e pdf scaricabili liberamente.
Strutturare un lavoro di scrittura nel formato libro digitale rappresenta per questo sito una novità in stile “Enterprise”, dal nome della famosa nave dei viaggi interstellari della serie Star Treek, che gli appassionati di fantascienza ben ricordano. L’astronave aveva il compito di “esplorare nuovi mondi per giungere fin dove nessun uomo era mai giunto prima” 🙂
A questa iniziativa intendiamo in futuro dare seguito con altre raccolte/opere.
Buona lettura.
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L’invenzione del treno, novità progressista di fine Ottocento, con l’utilizzo del vapore, già impiegato in Inghilterra nei telai meccanici e successivamente dell’energia elettrica, e con l’ampliamento della rete ferroviaria comportarono una rivoluzione culturale senza precedenti, pari a quella di Internet per la fine del Novecento.
“Cala queste ceneri e cerca tra l’universo, raccogli polvere di stelle per me” così scrive Ilaria Petriglia nel suo “Baratri tiburtini”(L’Erudita, 2022 pp. 58 € 16.00). La sua opera poetica è un significativo esordio, una affascinante esposizione di contenuti esistenziali, una efficace raccolta di versi, espressi nel contesto discordante e divergente dei sentimenti umani. Ilaria Petriglia riproduce un incantevole scenario in cui l’umanità dipinge la propria prospettiva d’identità attraverso l’evocazione di un paesaggio autentico, accoglie l’invito della natura a preservare la bellezza della città di Tivoli. La poesia restituisce l’ispirazione visiva nelle immagini celebrative del meraviglioso anfiteatro Colli Aniene, luogo di infinita suggestione e spirito del mondo. La poesia di Ilaria Petriglia riferisce l’incastro del tempo nelle riflessioni sensibili, dichiara le proprie esperienze vissute con la consapevolezza della percezione del precipizio emotivo, trasmette la resistenza elegiaca a ogni proiezione interiore, oltrepassa il concetto ostile dell’abisso, interpreta l’intuitiva capacità di valutare e possedere la materia della redenzione morale. “Baratri tiburtini” varca l’accentuata e inevitabile instabilità della condizione umana, incrocia la desolazione della fragilità, incoraggia a sostenere le difficoltà e a coltivare la cura. Descrive la validità del riscatto, illustra l’estensione delle certezze, spiega la volontà di risvegliare il carattere umano per ravvivare l’inclinazione della congiunzione relazionale. La parola poetica eleva una intonazione profonda in un’intesa con l’ordine naturale delle cose, con l’equilibrio empatico delle sensazioni, contro un’attualità danneggiata dalla sostanza vertiginosa e tortuosa della solitudine. I versi di Ilaria Petriglia ricompongono la superficie dell’inchiostro, oltrepassano l’elemento scritto e trasmettono la libertà salvifica del pensiero, plasmano la finalità di dare voce ai sentimenti dell’io poetico, accostano l’immediatezza letteraria del linguaggio alla persuasiva densità della sincerità, dilatano la luminosità di una liturgia, valorizzata nella forma dell’unità distintiva delle preghiere di vicinanza. Rivestono l’arte incisiva di ogni orizzonte, inseguono il traguardo delle possibilità, l’urgenza purificatrice per reagire all’assenza e al dolore. Ilaria Petriglia analizza la fragilità e il disorientamento degli uomini, profetizza lo specchio frammentario della propria drammaticità, consegna al lettore l’occasione per ascoltare il sussurro dell’anima, per trattenere l’inafferrabile consistenza del cuore, dischiude il respiro della speranza. Declina la valutazione dell’amore in tutte le sue carismatiche e infinite sfaccettature, elogia l’esclusiva e protettiva dedizione nei confronti di persone, familiari, luoghi che sostano nella nostra memoria, coniuga la magia degli incontri, nel cammino della vita, con l’insistenza magnetica del ricordo, trasporta tra le pagine la ricchezza iniziatica dell’energia universale. Abbraccia la condivisione della generosità, include, all’incondizionato valore delle promesse, la gentilezza e la compassione dei desideri, accoglie, nella combinazione del bene, la saggezza delle direzioni. Tratteggia il disegno del destino, conduce il soffio vitale nel territorio privato della coscienza, ritrae il chiarore dell’amorevolezza nella benevolenza della misura affettiva e ci insegna a mostrarci per quello che siamo.
sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita. Nascono per mezzo di voi, ma non da voi. Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono. Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee. Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni. Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri. Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti. L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suo vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane. Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo.
Kahlil Gibran
L’arte è una specie di impulso innato che cattura l’essere umano e lo trasforma nel suo stesso strumento. Per svolgere questo difficile compito gli è a volte necessario sacrificare la felicità e qualunque cosa che renda la vita degna di essere vissuta per l’uomo comune.
C .G. Jung
Romanzo lirico / iniziatico, quello della scrittrice Floriana Coppola, infaticabile costruttrice di edifici poetici. In questo romanzo forte e intenso, la parola è la vera protagonista, perché è la conquista di un accesso al mondo, di un riscatto doppio, sia sociale che femminile.
Marika è una bambina Rom che impara a leggere il mondo grazie a una madre che nella sua ambivalenza, esprime il conflitto tra sottomissione e ribellione, Marika, con una volontà eccezionale, come la volpe morde la zampa pur di fuggire dalla sua trappola, sottoscrive la seconda e imparando a leggere, scopre i significati del mondo trasformando il suo. Un mondo a cui togliere il male per restituire bellezza attraverso il suono, il canto, e la magia delle parole che tanto l’affascinano.
Il suo è un universo abitato nel dolore, nella violenza e nella bruttezza, ma in cui si evidenziano anche figure positive, come quella del saggio nonno Marek che le insegnerà la libertà attraverso la musica, da cui partirà il suo viaggio di non ritorno verso la sua personale forma di riscatto sociale; mentre la figura della nonna gitana che legge i tarocchi, nutre il suo immaginario e le dà profondità. Le immagini sono in questo caso delle frecce che indicano il destino, il gioco dei tarocchi è come una una educazione immaginativa che non è pura fantasticheria come insegna Hillman, ma un trarre fuori ciò che sta dentro, le nostre immagini infatti, ci abitano e ci prevengono e nostro compito è trarle fuori. Ciò significa passare dal livello narrativo a quello immaginale, dove nel registro narrativo il senso emerge solo alla fine, mentre in quello immaginale il senso è in ogni istante. I tarocchi quindi, sono immagini archetipiche che permettono di leggere la realtà in modo simbolico e la spingono fuori dalla realtà cruda e concreta di quel mondo pieno di rituali antichi e brutali, che la espongono nuda al freddo per lavarsi fuori dalla rulotte in tutte le stagioni, perché non bisogna contaminare l’interno, eppure Marika riesce a prendere il meglio di tutto e di tutti, come a volte accade a esseri speciali dotati di polvere magica che spargono su chi li circonda. Il discorso che attraversa il romanzo di Floriana è anche politico sociale, la denuncia di tutte le emarginazioni, ma coglie anche in modo sottile il potenziale valoriale di una cultura che si contrappone allo spreco consumistico della nostra società altrettanto violenta e inquinante, mentre riconosce a quella Rom il valore del recupero, del rammendo, tutto si aggiusta…I gagè buttavano tante cose ancora utili e loro le raccoglievano. Due operazioni complementari. Loro gettano e i rom riutilizzano.
Era una ricerca semplice silenziosa.Un continuo rimpallo di paragoni tra un modo di vivere futile, fatto di eccessi, effimero e vuoto e un mondo povero, essenziale, ma anche colorato, allegro e creativo. Anche il mondo femminile apparentemente ricco e libero, in realtà è come un burca creato dalla prigione della bellezza ad ogni costo, mentre l’altro sinceramente maschilista e gerarchico assume il valore dell’autenticità. In un continuo confronto tra il mondo rom e il mondo dei gagè si alternano e si rispecchiano il male e il bene, come quello dell’usuraio Pavol, sudicio e pappone che spaventa la piccola Marika e quello delle banche allo stesso modo usuraie travestite e autorizzate, o quello dello sfruttamento del lavoro. Ognuno aveva il suo inferno in terra, ovunque c’erano i vampiri, che succhiavano il sangue della povera gente. Dove a un Mangiafuoco Pavol non si contrappone più l’angelo Marek Geppetto che salva e perdona, e dalla pancia della balena non si esce vivi. Il padre infatti, divorato dal livore e dall’avidità, si trasforma in un lupo minaccioso, e non sarà mai più quello dell’infanzia. Era scomparso il padre ragazzo che giocava, che sorrideva. Il padre bambino con cui correva nel cortile, che la lanciava per aria, facendola ridere. In poco tempo era diventato un lupo, suo padre. Un lupo selvatico e ombroso. È con queste figure spaventose che lei attraverserà, come in una terra di mezzo senza protezioni, quel momento delicato della sua adolescenza, in cui non senza vergogna si vive la trasformazione del corpo, da neutro a sessuato a desiderabile da uomini cupi e bramosi, con il terrore di restare anche lei vittima dell’abuso che viene inferto alle donne.
“Sto sanguinando. Che cosa mi sta succedendo?
Marika, stai calma. Sei diventata donna. Ora devi stare più attenta a non strofinarti con i maschi se non vuoi rimanere incinta. Prendi questo e asciugati. Niente di grave. Dura tre giorni e poi passa.
Furono le parole della madre, secche e concise, sbrigative. Marika si andò a lavare. Sentì una strana sensazione di calore al basso ventre. Era una donna. Una donna di dodici anni, con i calzettoni stropicciati che scendevano alle caviglie, le scarpe da ginnastica, la tuta usata del fratello e ancora lo sterno con due accenni di olive come seni. Eppure sentiva di essere una femmina, per certi sguardi dei maschi sulla sua bocca carnosa, sul sedere piccolo e sodo. Quel lieve torrente rosso tra le gambe era una promessa di piacere, un’eredità nascosta di sofferenza, un marchio di genere. Ma lei non sentiva di appartenere a nessun genere. Era di passaggio anche nella pelle. Pelle di serpente, mutazione di farfalla, trasformazione primitiva della creatura senza nome.
Non toccare niente in questi tre giorni.
Cosa non devo toccare?
Ora : Lei sapeva il rischio di essere tra corpi prossimi.“
Attraverso le peripezie come in una fiaba, che in effetti incontriamo, l’autrice utilizza tutte le forme dell’universo simbolico per inoltrarci nello spazio interiore di Marika che scoprirà attraverso la fiaba di Pinocchio la possibilità di perdersi e anche quella di ritrovarsi specchiandosi nel suo Alter Ego biondo e dalla carnagione chiara, contrapposta alla sua capigliatura e pelle scura, che diventerà la sua Fata Turchina, quella che potremmo anche definire ideale dell’io, che le permetterà di affrancarsi da quel mondo che la schiaccia e imprigiona. Da lì verrà fuori portandosi il meglio, le permetterà infatti, l’unione dei mondi, non senza la sofferenza del tradimento. Si tratta di dire sì a sé stessi, come direbbe Jung, di porsi dinnanzi a sè stessi come il compito più grave. È questa infatti, la più grande opera d’arte che ci sia dato realizzare, la nostra individualità. Quest’arte del diventare sé stessi non è incoraggiata dal collettivo, volto al mantenimento dell’uniformità, mentre vede nella diversità l’incombere di una minaccia. Per amarsi bisogna tradire e acquisire la capacità di esser soli, questa la chiave di un appassionato racconto di amore ribelle verso la vita di chi con audacia sa prendere la sua parte.
Ho per le mani da qualche settimana “Abitare gli abiti” di Lina Maria Ugolini, sottotitolo “Bucato in versi”. Edito nel 2022 da “Edizioni del Foglio Clandestino”. La casa editrice cura un aperiodico “Il foglio clandestino”, appunto, del quale vanta la raffinatezza delle confezioni, oltre che la qualità del contenuto e anche in questo caso non si smentisce. E’ accattivante e al contempo elegante la copertina del libro, anche nella quarta dove il filo dei panni stesi sventola di foulard fiorati e pashmine arabescate. L’opera grafica in copertina s’intitola “Nel vento…” ne è autrice Monica Auriemma. Il libro è di poesia e si caratterizza sin da subito per essere tematico.
Si scrive sempre per ispirazione più o meno guidata, c’è un’ispirazione nascente che gorgoglia dall’esperenziale, esplode nel quotidiano e avvampa in un frustata di parole incontenibili e c’è un’ispirazione più ragionata che costruisce un architettura e traduce il “progetto”. Progetto che poi non è altro che strutturare un’opera con un’idea progettuale iniziale. In questo caso il talento e l’ispirazione son maggiormente controllati con risultati diversi dalla “pollosità” delle manifestazioni simili a raptus che portano l’autore a scrivere con impeto e fragranza. In abitare gli abiti la tematica si manifesta sin dal titolo, è uno scrivere tutto incentrato sull’abbigliarsi, dal vestirsi, al predisporre, lavare, stendere, pulire e riporre gli abiti, all’uso specifico di specifici capi. E noi, leggendo, seguiamo il percorso creativo tra i meandri di armadi, lavatrici, stendini e corpi vestiti e rivestiti. Gli abiti, trattati nel tono tranquillo delle composizioni, sono tuttavia solo un pretesto per “calare” nel contesto, con calma sicurezza il colpo di scena del verso lampante, impudico, consapevole. Scarto di un nitore abbagliante e discinto, che merita una rilettura, spiazza e rende degna d’interesse l’intera composizione. Per esempio ne “il ciclo ricomincia quotidiano”
I vestiti vestono indossati si lavano bagnati si asciugano asciutti si stirano stirati si ripongono nell’armadio o nei cassetti.
Il ciclo ricomincia quotidiano circolare nel cerchio del portello Il tubo carica l’acqua e la scarica nella pila provvista di un buon buco.
Singolare analogia tra ciò che s’indossa e si defeca.
L’intero viaggio tra le considerazioni ispirate dal vestiario è disseminato di inserti di saggezza esistenziale, caratterizzati da disincanto, arguzia e ironia, guizzi che suggeriscono un accostamento alle note penne di una Vivien Lamarque o Patrizia Cavalli, quando non della Szymborska. Come nella deliziosa e ironica “reggiseni”
Stesse istruzioni di lavaggio per le coppe che coprono le mammelle odorose più che mai di pelle al gusto di mandorla vanigliata
Bianchi come il confetto i seni delle fanciulle croccanti nei capezzoli schiusi al turbamento
Ceduti dal peso degli anni quelli delle donne galline senza più uova buone però per fare il brodo nelle notti d’inverno
Pizzi bretelle ganci imbottiture per reggere o sorreggere più del dovuto poppe pur sempre lievitate.
Due pesi per varie misure capesante di merletto che il sole riscalda e asciuga bilance per pesare once di baci.
Linguisticamente l’uso dei termini è appropriato vario e ricco, nonostante il ricorso in gran parte a vocaboli d’uso comune, senza frequenti ricognizioni nel baule di quelli astrusi, come avviene talvolta in testi farciti di una ricercatezza innaturale preferita al gusto del comunicare.
Il verseggiare rifugge ritmi consueti, cantilenanti o rigorosi della metrica classica, la scelta è pienamente di un verso libero che si spinge fino al limite del prosaico. L’autrice indulge a volte nelle paronomasie, ne è un esempio il titolo stesso, questa è – mi sembra – una delle poche concessioni alla musicalità che restituisce un suono accattivante. Priva di ossequio alla tradizione del sonetto, nemmeno gli accapo consentono di ascrivere il verso ad altro canonico scandire e sillabare. Di certo l’ambizione dell’opera non è uno sferruzzare lemmi in endecasillabi. Ciò nulla toglie alla gradevolezza e all’originalità del pensiero ed è inutile discorrere se sia o meno poesia. Si fa leggere senza dubbio, diverte, sorprende, non annoia e sfida pure l’intelligenza del lettore nelle circonlocuzioni di senso e similitudini, che impongono all’occhio una frenata per consentire al cervello di coglierne le sfumature.
Il libro si divide in due sezioni: “lavaggi” e “abitare gli abiti”, preceduti da “stoffe”, sottotitolo “quasi un prologo” e chiusi da “sfilatura del poetabile”, quasi una postfazione. Nel cuore del libretto e all’inizio della sezione abitare gli abiti si trova la poesia che dà il titolo all’intera raccolta e alla sua seconda sezione.
Tornare ad abitare gli abiti che furono abitati più o meno a lungo per non dimenticare il proprio guardaroba seppellito nella cabina armadio la stanza degli spiriti del nuovo millennio.
Qui si dà ragione del fenomeno modaiolo da un lato, ma dall’altro sintomatico dell’epoca attuale di opposizione al consumismo precedentemente imperante. In barba al pil e in onore all’ecologico è un fatto che da anni si diffonde un processo di recupero di abiti e oggetti dismessi, dimenticati, lasciati in eredità, acquistati nelle bancarelle dell’usato, e, nel contempo, di ritorno alla moda del passato, E’ in auge il termine vintage. Vestire vintage è a la page, lo è anche anche nell’ arredare. E’ il modo delle famiglie e dei singoli di contribuire alla maturazione dei tempi, l’impegno a invertire il processo dell’ inquinamento e contrastare lo spreco. Sovviene poi al riguardo, per chi l’ha già compiuta, quell’opera di smantellamento di armadi e cabine armadio, intere case di coloro che non ci sono più. Abitare gli abiti è un omaggio ai morti che ne testimonia la persistenza del ricordo, è vestire la pelle e il corpo dei vivi, consentendo a camicie, giacche, soprabiti o pantaloni di coloro che ci hanno lasciato di proseguire il viaggio, indossati, gonfiarsi al vento del navigare nella vita, come vele di un’imbarcazione. L’opera si conclude – pare – perchè finisce l’inchiosto, forse invece viene meno l’ispirazione, termina ad ogni modo insistendo sulla fine. Subentra una stanchezza dove i panni vincono la competizione di durevolezza rispetto al corpo che li veste senza merito e ragione al punto da togliere il senso a tutto il da fare che essi comportano. La raccolta, forse desiderando surclassare entrambi – corpi e vesti – approda al foglio col sigillo editoriale.
Sconvolge, spiazza, incuriosisce, diverte, questo Eliodoro, originalissimo romanzo di Mario Fresa, appena pubblicato negli Specchi Mercuriali di Fallone Editore. Fin dalla prima lettura, con il suo susseguirsi di immagini sempre diverse e variegate, con il fantasmagorico avvicendarsi di figure, colori, suoni, ricorda la celebre suite di Musorgskij, in cui i brani sono ispirati a quadri e al movimento dell’osservatore che si sposta da una tela all’altra. È un libro caleidoscopico, da leggere con distacco e meraviglia in cui la complessità del reale è trattata attraverso una fitta serie di libere associazioni. Non si è ancora conclusa una rappresentazione, un percorso, la caratterizzazione di un personaggio, che già si introduce un’altra suggestione iconografica che soddisfa archetipi come il mondo dell’infanzia, della fiaba, il grottesco e il macabro. Come nei Quadri, il tema dominante è ricco di variazioni ed elaborazioni continue e funge da elemento di coesione in una rappresentazione basata sul contrasto di personaggi e azioni eppure tutt’altro che episodica. Ma procediamo con ordine. Partiamo dal dire ciò che Eliodoro non è. Non è un romanzo consueto o prevedibile, una delle innumerevoli narrazioni che costellano il panorama editoriale degli ultimi anni. Devo ammettere che conoscendo la scrittura e la cifra stilistica di Fresa in poesia, un po’ me l’aspettavo. Sapevo che il suo Eliodoro non sarebbe stato un romanzo prevedibile. Eliodoro è “un romanzo-gioco” di pannelli e di schegge movibili che possono essere letti in successione o in modo più rapsodico […]”. L’autore fornisce perfino note e indicazioni utili per la lettura, una sorta di bugiardino per il paziente-lettore, affinché ne “assuma” la lettura rispettando la corretta posologia o anche la tolleri “pazientemente”. Si tratta di una composizione stravagante in cui è evidente l’eterogeneità della narrazione ma in cui è comunque ravvisabile la dipendenza dai canoni tradizionali come emerge dalla citazione conclusiva, tratta dal congedo della canzone 146 del Rerum vulgarium fragmenta di Petrarca, una delle liriche più note della poesia italiana delle origini ma anche da citazioni riconoscibilissime come le dannunziane coccole aulenti e tante altre a cui il lettore si aggrappa alla ricerca disperata di una trama a cui appigliarsi ma che non esiste, nel senso classico del termine, mentre le riflessioni multiple e parallele costruiscono immagini che mutano in modo variabile e imprevedibile a ogni movimento. Non è un libro da leggere tutto d’un fiato, dicevo, non a caso, tra i suggerimenti del bugiardino, Fresa invita ad utilizzare un segnalibro perché il lettore potrebbe sentire la necessità di rileggere le pagine più di una volta. E questo è vero: la rilettura apre orizzonti di senso. L’incipit colloca il lettore in un’atmosfera rarefatta e sospesa in cui è evidente la compartecipazione ironica e a volte amara dell’autore per il proprio protagonista e per le sue disavventure. Il cavaliere Magonza ricorda il Don Chisciotte di Cervantes, in entrambe le figure, le meravigliose utopie della letteratura si scontrano con la durezza della vita. Lo studioso russo Michail Bachtin ha evidenziato le principali novità del romanzo moderno a cui è possibile ricondurre anche l’opera di Fresa, la dinamica temporale appartiene alla categoria della contemporaneità, tempo non concluso, in continuo divenire, propone il racconto di un’esperienza individuale, ha un’impostazione soggettiva che tende ad approfondire la psicologia dei personaggi descritti. Bachtin definisce il romanzo un genere dialogico perché accoglie diverse visioni del mondo, quella dei vari personaggi e dello stesso autore. Questo comporta precise conseguenze sul piano stilistico: il romanzo si caratterizza per il plurilinguismo, è una forma aperta che si serve delle proprietà demistificanti del riso, strumento di rovesciamento degli stilemi e dei valori ideologici offerti dalla tradizione. Nel caso di Eliodoro il romanzo è psicologico, polifonico, corale, in esso vi interagiscono tante coscienze indipendenti, portatrici ciascuna di una propria visione del mondo, che interagiscono in un dialogo privo di esito finale. Nessuna, tra l’altro, prende il sopravvento o rivela, in nessun caso, la posizione dell’autore. In Eliodoro il deragliamento del lessico e della sintassi tradizionale è assicurato, Fresa indulge nella inconsueta tendenza ad associare due nomi e ad invertire la posizione di nomi e aggettivi, ecco dunque che la madre di Magonza è una grossa donna-dattero, Eliodoro e Luisa si scambiano un bacio nell’auto-pianoforte (un Bösendorfer più che uno Steinway), si badi bene, oltre a espressioni come le rosse mosche, la piccina suocera mosca, gli amici, un po’ acufeni, un po’ vermi, gli insetti giornalisti, un sapiente cane, i muti parroci, le diaboliche spade, i pazienti familiari, il cane cappellano, i mostri bambini, l’ospite ragazza, i topi-cittadini. Lo stesso terapeuta di Eliodoro è un ambiguo angelo misto: un po’ buono un po’ dottore, che prima di diventare terapeuta era stato un “Elefante ragazzo”. Tutto ricorda Eliodoro sotto ipnosi e denuncia nel suo flusso di coscienza nel quale si fondono realtà e immaginazione, coscienza e inconscio, eliminata ogni barriera tra la percezione reale delle cose e la rielaborazione mentale. Il mago Eliodoro diventerà insensibile fino a divorare i suoi figli (Crono?), ricorda la prima supplenza di sua madre, i sorrisi-temporale dei padroni risentiti, le mosche segretarie, il bidello-guardiano, il taverniere mostro, il vento figliolo e poi le sue donne amate, sognate o evocate (Luisa, Clara, Ester, Vanitosa). Oltre a riferimenti frequenti a dipinti della Storia dell’Arte, il lessico è spesso specialistico della musica, il gatto dal passo mahleriano, l’operistica sprezzatura, la mezzavoce di Giovanna, il Loggione, il liuto barocco, il giro di Suite, la cui struttura è proprio menzionata (allemanda, corrente, sarabanda, giga), gli acuti virtuosismi, i Lieder,le acciaccature, ma anche specifico della scuola con i suoi permessi retribuiti, le ratifiche finali, l’Aula Magna, il tema argomentativo, le competenze, il registro, la circolare ministeriale, il disturbo oppositivo, le note disciplinari. Oltre a memorie scolastiche e ad aneddoti attinti alla carriera scolastica dell’autore da discente prima e da docente in seguito, si aggiungono pagine tratte da una sorta di diario pediatrico, con annotazioni relative all’accrescimento, alla deambulazione, al linguaggio di Luisa. È un labirinto letterario in cui Fresa ci introduce, fingendo crudelmente di fornirci delle chiavi di lettura che facilitino la comprensione e l’orientamento (informazioni, note, bugiardino, riferimenti, indicazioni), mentre in realtà ci lascia sprovvisti di una via d’uscita. Per non parlare di tutti quei costrutti lessicali come guardanti respiranti, sterminare sterminerà, conservare, conserverà, votare votano che ricordano anche il linguaggio tipico delle fiabe. I personaggi, raccontati con bonaria ironia da Fresa, fanno sorridere e allo stesso tempo riflettere, sono emblematici ma rispecchiano la varietà del mondo, un’umanità multiforme che si dilata attraverso il racconto. La capacità affabulatoria di Fresa è implacabile, incalzante, stordisce tanto è inverosimile e surreale la rappresentazione degli eventi che l’autore sottomette alla sua volontà, al gioco di specchi, al citazionismo enciclopedico di titoli, di incipit, di formule letterarie celebri. Allo stesso tempo avviene il recupero di strategie narrative come la falsa enunciazione, la destrutturazione logica e temporale, il suggerimento su come leggere un’espressione (neanche ci si trovasse a teatro e si dovessero seguire le indicazioni di un Fresa regista). In fin dei conti, le riflessioni di Eliodoro sulla malattia, sulla vita e sulla morte sono universali e condivise, Le malattie sono i nostri amori più duraturi: sono da custodire dentro di noi, come il fiabesco ricordo del primo rapporto completo…Perché si è schiavi dei morti?…Perché ogni fine è a portata di mano, proprio così, con assoluta naturalezza, senza che tu lo sappia… Ecco dunque che la polifonia di Eliodoro, dietro l’apparente divertissement, esprime il comune senso di precarietà e di provvisorietà delle certezze, il desiderio di un volo senza volo, di una sparizione senza tanto clamore, nonché la negazione di ogni prospettiva fissa e totalizzante.
Deborah Mega
Mario Fresa, Eliodoro, Fallone editore, ‘Gli Specchi Mercuriali’, 2022, pp. 160, euro 22.
Titolo: Il primo sole dell’estate Autore: Daniela Raimondi Prezzo copertina: € 19.00 Editore: Nord Collana: Narrativa Nord Data di Pubblicazione: 23 maggio 2023 EAN: 9788842935414 ISBN: 8842935417
È una casa fredda, quella in cui cresce Norma, in cui i genitori non si separano per quieto vivere e gli abbracci si contano sulle dita di una mano. Forse è per questo che, quando Norma è lontana dalla famiglia, tutto le sembra più bello. Come le estati passate dai nonni, a Stellata, un paesino in cui il tempo sembra essersi fermato ed è reso ancora più magico dai racconti di nonna Neve, che parlano di una famiglia di sognatori e di sensitivi e della zingara che ha segnato la loro strada. E poi, sempre a Stellata, c’è Elia, compagno di giochi e di confidenze. Tuttavia, quando l’infanzia cede il posto all’adolescenza, Norma scopre di avere paura dei nuovi sentimenti che la legano a Elia e decide di interrompere la loro amicizia. Passeranno molti anni prima che i due si ritrovino a Londra e il loro rapporto si trasformi in un amore adulto e totalizzante, ma il destino sta scrivendo per lei un’altra pagina, una pagina che è incominciata a Stellata e finirà molto lontano, in Brasile. Perché i sogni hanno sempre un prezzo e la felicità è un dono che si conquista attraverso la fatica.
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La Casa sull’argine di Daniela Raimondi edito da Editrice nord nel 2020, ha venduto migliaia di copie ed è stato tradotto in moltissime lingue. Il romanzo attraverso due secoli, dall’Unità d’Italia agli anni di piombo, narra le vicende della famiglia Casadio di Stellata. Dopo La casa sull’argine, Daniela Raimondi torna in libreria con un nuovo romanzo dal titolo Il primo sole dell’estate, edito anch’esso da editrice nord. In questo nuovo romanzo ci racconta lo svolgersi della vita di alcuni personaggi già presenti nel precedente libro, principalmente si racconta della vita di Norma che è l’io narrante della storia e di sua madre Elsa. Il romanzo nato come seguito del primo ha però una sua costruzione autonoma e si regge da solo, così si può trarre piacere dalla sua lettura anche se non si è letto il primo. La figura centrale del romanzo è Norma Martiroli, nata nel 1947 in un inverno freddissimo, figlia di Guido e Elsa, una coppia scoppiata, che non si è mai amata. Elsa si era sposata a vent’anni già incinta ma non voleva un figlio, voleva godersi un po’ la vita, visto che aveva passato gli anni dell’infanzia a crescere e accudire i numerosi fratellini, che sua madre sfornava uno dopo all’altro, invece di giocare nel cortile come tutti i suoi coetanei. Quando Elsa partorisce e nasce Norma, il padre, Guido Casadio, figlio di Neve e gemello di Dolfo che ha sposato Zena, va a comunicare con gioia la bella notizia della nascita della bimba ai parenti. Nonna Neve è felicissima ma la stessa felicità non è provata da Elsa che considera sua figlia quasi come fosse un’estranea e la tratta con estrema freddezza. Norma trova il calore solo quando si trova a Stellata, il loro paese d’origine dove tutto è cominciato tramite Viollca una gitana sensitiva che aveva in sé la magia e che aveva contribuito a far nascere una generazione dalla doppia identità, i sognatori e sensitivi e quelli con i piedi ben piantati in terra e pragmatici. A Stellata, c’è Elia, uno strano bambino, uno che combina guai, diverso dagli altri, Elia diventa il suo compagno di giochi e di confidenze. Passata l’infanzia, Norma scopre di aver paura di ciò che sente per Elia e decide di interrompere la loro amicizia. Dopo molti anni Norma ritroverà Elia a Londra e si accorge di averlo sempre amato e di amarlo ancora. Come si può non innamorarsi di Elia? Ribelle, dalle idee progressiste e con l’avversione per il moralismo della società borghese, anticonformista, con i suoi capelli lungi e la sua barba, affascinante nonostante ami indossare le mutande bianche antiche, intelligente, gentile. Sembra andare tutto nel miglior dei modi, lei ha sposato l’uomo che ama e al quale ha dato il suo primo bacio. Ma la sorte rema contro e il destino è avverso. I due si sposano e vanno in viaggio di nozze in Brasile dove vivono la zia Adele e la figlia Maria Luz. Lì, il destino beffardo li attende.
Il romanzo si svolge tra il passato e il presente. Fra il Brasile, l’Inghilterra e l’Italia. Nel presente Norma deve occuparsi della madre che è molto malata ed è voluta tornare a Stellata. Norma ha lasciato Londra ed è tornata in Italia a vivere con la madre malata, con quella madre che ora è diventata come un bambina ma che non ha mai avuto una carezza o una parola buona per lei bambina. Norma accanto alla madre ricorda e rivive il suo passato, la felicità e il dolore provato, le gioie e le delusioni, la vita generosa e la vita beffarda che si è presa gioco di lei. Fra magia e realtà si svolge la vita di Norma. L’amata cugina Donata ha militato nelle Brigate rosse e fa una brutta fine. Donata ha ereditato dall’antenata gitana la capacità di predire il futuro attraverso la lettura dei tarocchi e dei sogni, rivela a Norma le sue visioni, ma la cugina non capisce la portata della sua previsione, solo dopo, quando Donata non ci sarà più, si renderà conto come e quando si era avverata in pieno la profezia che la riguardava.
Nel romanzo si raccontano tutte le vicissitudini della famiglia Martitoli. Un grande affresco ricco di personaggi dalle mille sfumature, che amano e odiano, che gioiscono e soffrono. Norma alla fine dopo aver sofferto tanto a causa dei tradimenti inaspettati, essere delusa proprio dalla persone che lei amava di più e nelle quali riponeva fiducia e speranza, riesce a ricostruire la propria felicità, nel perdono e nella comprensione. La felicità non è un dono che cade massiccio dal cielo sulla terra ma si edifica mattone su mattone, si costruisce giorno dopo giorno con determinazione e sacrificio, liberandosi dai pesi che impediscono la sua realizzazione, tornando alle radici, tornando all’innocenza e allo stupore dei bambini.
Una lettura avvincente, Daniela Raimondi è un’autrice ecclettica e che non delude mai, è una poeta che ha ricevuto importanti riconoscimenti e anche come narratrice sta dimostrando tutto il suo valore.
Daniela Raimondi è nata in provincia di Mantova e ha trascorso la maggior parte della sua vita in Inghilterra. Ora si divide tra Londra e la Sardegna. Ha pubblicato dieci libri di poesia che hanno ottenuto importanti riconoscimenti nazionali. Suoi racconti sono presenti in antologie e riviste letterarie. La casa sull’argine, edito da Nord, e uscito nel 2020 è stato il suo primo romanzo e nel 2023 è uscito, sempre per i tipi della Nord, Il primo sole dell’estate.
Nina Cassian è nata a Galati in Moldavia (Romania), sulle rive del Danubio il 27.11.1924. Poetessa, scrittrice, traduttrice, partecipe e erede dell’ambiente culturale e intellettuale rumeno a cui appartengono Brâncusi, Tzara, Ionesco, Eliade e Cioran, come loro dovette subire l’esilio.
Nina Cassian è figlia d’arte, il padre Iosif C. Mătăsaru fu stimato traduttore dei grandi classici (Ghoete, Heine, Brecht). Nina si nutre di questi stimoli e dopo aver completato il liceo, arricchisce la sua formazione approdando a Bucarest e studiando pianoforte e composizione musicale, dove eccelle, recitazione, pittura. Nel 1943 si sposa col giovane poeta Vladimir Colin dal quale divorzia nel 1948, successivamente sposerà il critico letterario Alexandru Stefanescu. Nel 1944 si iscrive alla Facoltà di lettere, ma non ultimerà gli studi. Da quello stesso anno comincia a pubblicare suoi scritti, dapprima sul giornale Romania libera e successivamente edita la prima raccolta “Scala 1/1”, vicina all’avanguardia e perciò vista con sfavore dal regime rumeno che la marchiò come decadente. Ciò spinse la scrittrice verso opere maggiormente allineate “La nostra anima”, “Anno vivo, novecento e diciassette”, “Horea non è più solo”, “Gioventù”,“Versi scelti”.
Dal 1957 prosegue le pubblicazioni svincolandosi nuovamente dai dettami della dittatura comunista. Nina ha scritto praticamente per tutta la vita, autrice di oltre quaranta opere tra raccolte poetiche e libri per bambini, oltre alle traduzioni.
Importante la sua amicizia col poeta Celan, al quale rimase legata per sempre, essendone musa ispiratrice. La relazione si nutriva della speciale affinità culturale, influenza e ammirazione reciproca, per la consonanza di interessi poetici e preferenza di scrittori, quali Esenin, Eluard, Apollinaire. Ne dà sentore l’affettuosa lettera che Celan scrisse alla Cassian in vacanza nel ‘47 “Ingrata! Nobile e arborescente come sempre, quando ti penso, la mia mano… si affretta a offrirti, dall’assopito mio tappeto che ho steso sulle maree, questo specchio di fuliggine bianca e inchiostro ritmato… affinché certe bocche malevole della posterità non possano dire che noi non ci siamo amati. Che venga il mare su di noi e che gli squali-fratelli ci inghiottano!” Paul
Una grande svolta nella vita della poetessa fu il viaggio per una conferenza di scrittura creativa all’Università di New York nel 1985, lo stesso anno in cui morì il marito. Una volta a New York Nina Cassian chiede asilo politico come dissidente in quanto in patria la polizia segreta di Ceausescu aveva scoperto suoi testi satirici e antigovernativi tra le carte di un amico arrestato, quindi rischiava a sua volta d’essere imprigionata. Contemporaneamente in patria compiono l’epurazione culturale della sua figura, la fanno sparire, come non fosse mai esistita. Nina ha vissuto il resto della sua vita lontano dal paese d’origine a New York dove è morta il 15 aprile del 2014.
LA POETICA
Dice un famoso verso di Emily Dickinson “Io abito nella possibilità”, Nina Cassian nella sua scrittura lo fa proprio. Prende la parola e la mette in forma, la stira, la pressa, rotea e schizza fino a farne ciò che vuole, in perfetta consonanza col suo pensiero. Fantasmagorica, pittorica, sorprendente, carnale. Conferisce ai suoi testi una musicalità e plasticità non propriamente classiche perché contemporaneamente spinte da potenza immaginifica scoppiettante. Originale quindi, insolita, sebbene si avvertano nel suo scrivere echi di tutta la tradizione europea da Celan a Mandelstam, dalla Cvetaeva alla stessa Dickinson. Il corpo è spesso presente nella poesia della Cassian, come avviene del resto con più insistenza e consapevolezza nella poesia delle donne rispetto alla poesia scritta da poeti uomini. Le donne hanno col proprio corpo un rapporto più intimo e ancestrale, si misurano con la potenzialità del generare e del partorire, con la perdita periodica di liquori sanguigni, non possono essere che consapevoli dei propri muscoli e ventre e respiro esattamente per come esce dai polmoni, immerse nella propria pelle, in contatto continuo e profondo con la propria polpa.
La poetessa riversa nei suoi testi una vitalità poetica, una furia creativa caratterizzata da estremizzazioni, parossismi, inventiva. Descrive scenari surreali non meno però di momenti della quotidianità comuni a tutti, quale il risveglio o il cibarsi. L’umanità è presente, talvolta testimone della malinconia del poeta o del suo disagio o dolore, tendenzialmente indifferente, asettica, insensibile. Più di frequente il poeta trova alleati nelle cose o negli animali. Compartecipano e collaborano a edificare l’architettura poetica gli oggetti, gli elementi della natura, i sentimenti. Presente il dolore per l’espianto della separazione dai luoghi d’origine“Ah, ricordo ancora bene quel dolore!/La mia anima colta di sorpresa/saltava come una gallina con la testa mozza”
Non meno presente l’amore sia diretto alla forma umana che mistica. La ricchezza espressiva è specchio dell’eclettica formazione della poetessa, musicale e artistica. I toni sono caustici, arguti, ironici, sempre diretti, spesso malinconici. Colpisce l’atteggiamento di cupo e lucido disincanto verso gli altri e l’esistenza che rimanda al cinismo di Cioran.
Espressiva e potente Nina Cassian era praticamente sconosciuta quando venne pubblicata in Italia nel 2013 da Adelphi con la raccolta di oltre 300 pagine C’è modo e modo di sparire. Poesie 1945-2007 . Divenne un caso editoriale. Di sé e del suo forsennato scrivere con un senso di ineluttabilità del gesto, chiaramente di reazione alla privazione della libertà, dice “Sono la Scimmia Condannata a Scrivere”. Del suo opporsi vanamente alle repressioni totalitarie scrive “La protesta linguistica/è impotente. Il nemico è analfabeta.” E del suo esilio esprime la speranza “Pur se verrò sepolta/ in una terra aliena:/ risorgerò un giorno/ nella lingua romena.” Scrisse anche in lingua inglese e in una lingua di sua invenzione. Chissà la fantasia dei suoi libri per bambini…
Un tappeto di farfalle morte ai piedi, morte e morbide (loro non hanno il rigor mortis). Io godo di ottima salute. Ho tirato fuori il fegato, ho estratto i polmoni, ho estirpato il cuore e non mi fa più male nulla. Tramutarsi in fantasma è una soluzione che vi raccomando freddamente.
Io sono io
Sono personale, soggettiva, intima, singolare, confessionale. Tutto quel che mi accade e si ripete accade a me. Il paesaggio che descrivo sono io stessa. Se vi interessano gli uccelli, gli alberi, i fiumi, consultate i libri degli esperti. Io non sono un dato uccello, un dato albero, un dato fiume. Io sono registrata solo come un Sé,
Io, ovvero Io.
Tappezzeria
Un piede nella fossa e l’altro sulla tigre impallinata – così vedo la mia sconfitta e la mia vittoria in questa scena venatoria.
Cedere il posto agli anziani e agli ammalati
Viaggiavo in piedi eppure nessuno mi offrì il posto anche se ero di almeno mille anni più anziana, anche se portavo, ben visibili, i segni di almeno tre gravi malanni: Orgoglio, Solitudine e Arte.
Illustrazioni di Loredana Semantica, (tecnica digitale, pennino su schermo).