Credo che non possa fare meraviglia, l’affermare che la poesia si faccia presente, a chi la scrive, come uno spostamento di tonalità della voce interiore o, ancora di più, come l’insorgere inaspettato di una voce seconda, del dire di un doppio io la cui dimensione esistenziale sembra assumere i contorni di un luogo sacro dalla volta in cui risuonano e rimbombano parole colme di echi, formule portatrici di suoni e significati densi di rimandi a cognizioni e sentimenti che dimoravano in un sottofondo psichico dove i paradigmi dello spazio-tempo non riescono a far valere l’imperatività delle loro regole ferree, ineludibili. Questa è l’impressione subito suscitata dalla lettura della prima lirica de “L’alveare assopito” di Angela Caccia:
Lei – io –
mi guarda vispa da una foto
non so chi delle due
sia più curiosa dell’incontro
lei punta le rughe
io tratti di tenerume
e qualcosa fra noi si spariglia
Accanto la sua ombra è lei la luce
che si staglia nel tempo che non c’è
verrebbe di voltarla
quella foto da cui sciamano presenze
le voci che da qui non si odono più
[…]
Il corsivo è mio, ma solo per sottolineare quanto scritto sopra circa lo sdoppiamento dell’io (“qualcosa fra noi si spariglia”), l’annullamento della dimensione spazio-tempo (“la luce/che si staglia nel tempo che non c’è”) e le suggestioni altre della voce poetante (“quella foto da cui sciamano presenze/le voci che da qui non si odono più”). E ancora più in là, l’evocazione non fraintendibile di quel luogo nascosto dove si va a depositare la memoria personale che, unitamente all’esperire emozionalmente l’esistenza, diventa il fattore generativo del verso (o l’alveare nascosto), il segno indelebile che il trascorrere fecondo dei giorni lascia permanentemente nella nostra anima senziente: “i ricordi non muoiono/s’addormentano vigili”.
Se la poesia rappresenta, così come credo, lo zenit espressivo della nostra comune umanità, quell’insorgere di un linguaggio verticale che riesce a dare profondità, spessore, evocazione, a un dire che altrimenti sarebbe semplicemente strumentale, si può affermare che Angela Caccia riesce a confermarlo, non solo per l’accuratezza della sua scrittura mai oscura, genuinamente metaforica, che si concede prevalentemente frequenti enjambement e dislocazioni grafiche del verso e della parola, ma soprattutto per quella sua tensione umanissima (“chiamati a non perdere la vocazione/all’umano”) a sottolineare la grazia e la dannazione di essere nati e vivi, di non lasciare al tempo che ci oltrepassa, il piacere di nullificarci nel silenzio dello scorrere di anni ed ere (“…quale tempo/s’accorgerà che ce ne siamo andati?”). Si avverte netta una pretesa di valore, un diritto inviolabile ad esistere e ad esserci, pur nei confini inappellabili di una “condanna del colore”, nella consapevolezza della “fatica di essere rosa”, nella coesistenza di vita/morte, gioia/dolore, ricordo/oblio. Tutto ciò, unitamente ad altro che si potrebbe aggiungere, fa dire che la poesia di Angela Caccia è una poesia che riesce ad abbracciare i momenti apicali dell’accadere individuale o anche di quelle esperienze che si incidono profondamente e fatalmente nel destino di ciascuno di noi, partendo dalla convinzione che ogni soggetto umano nasce col nome di rosa, con la natura di un fiore, ma che sarà proprio quella genesi a costituire la sua stessa condanna:
E dopo la neve
l’aria rassodò sui rami
e ascoltammo l’ombra
cadere dagli alberi
mutilati del bordo sicuro
Il po’ di verde sconsolato
annusava ovunque luce
rovistava in sacche di grigio
ed abbandono
la condanna del colore
fu la fatica di nascere rosa
Momento apicale fra gli altri, è la cognizione del dolore, non come esito di un’esperienza infausta, elettivamente traumatica, ma come presa di coscienza dell’universale condizione di quel ‘male del vivere’ che la Poesia (da Leopardi a Montale, da Ungaretti a Quasimodo e, prima di loro e dopo di loro, altri ancora) non ha mai smesso di denunciare impotentemente al cospetto della Storia o, più arditamente, alle orecchie di un’entità superiore e nascosta (“all’Angelo colpevole dei veleni di ciò che passa”), dimostrando ancora una volta, e di più, il coraggio della protesta, della resistenza umana, l’ostinazione di uno slancio vitale immanente verso le meraviglie estatiche della vita: “Guardavo il buio impolverare/lenta la campagna quando/una dopo l’altra fiorirono le lucciole/ e fu come uno sconto di pena” e più ampiamente:
La rondine è viaggio
altezze
l’ampio i canti delle terre
che la speziano
le schiarite i tramonti le tempeste
l’immacolato che la contagia
e la chiama a tornare – io che
conosco da sempre il sogno di tutte
le rondini: la casa
col tetto rosso e
le finestre giallo sole che
disegnano i bambini
Rondine tra le rondini è Angela Caccia che ne conosce i sogni di tutte, metaforizzati in immagini di un’innocenza antonomastica, quella dei bambini (“…la casa/col tetto rosso e/le finestre giallo sole che/disegnano i bambini), che sa far vibrare la sua interiorità di quella tenerezza cui si fa riferimento in una delle motivazioni del premio Faraexcelsior 2022 (quella di Antonella Giacon) o nelle liriche di Lei madre ai figli, a pag. 33 e a pag. 36, una tenerezza che sembra estendersi all’Umanità intera e a tutto il Creato con occhi sapienti e perciò immancabilmente indulgenti. E tutto ciò nonostante la consapevolezza lucida che il cuore dell’uomo deve imparare a guardare anche a sorella pietra, a sopportare la visione di ciò che non avverrà mai (“Poesia/è ciò che non è accaduto”) e che infine sarà il silenzio l’eloquenza estrema e terminale di chi, dell’essere al mondo, ha cantato la gloria e l’orrore, la meraviglia e il disincanto, la luce smagliante e l’oscurità profonda:
Il secondo piano, di Ritanna Armeni, edito da Ponte delle Grazie, 2023, p. 288
Dopo l’otto settembre del 1943, giorno in cui si comunicò che era stato firmato a Cassibile, in Sicilia, l’armistizio con il quale l’Italia si era arresa senza condizioni alle forze alleate, la speranza di essere liberati crebbe degli abitanti di Roma. In attesa che venisse finalmente sfondata la linea Gustav, i partigiani lottarono e resistettero cercando di contrastare i tedeschi con attentati e imboscate. I tedeschi però continuarono a occupare la città in un clima di terrore e violenza, facendo pagare ogni atto di ribellione con l’uccisione di civili inermi, aumentando le attività di ricerca e di cattura degli ebrei da deportare e sterminare. ll 26 settembre il comandante della Gestapo, Herbert Kappler, pena l’arresto di 200 capi di famiglia, chiese agli ebrei 50 chilogrammi d’oro. La comunità ebrea con grande sforzo li raccolse e li consegnò ai tedeschi sperando così di rabbonirli per un certo periodo. Le loro speranze furono presto deluse, il 16 ottobre del 1943 venne dato l’ordine di arrestare e deportare gli 8.00 ebrei censiti. Le operazioni di rastrellamento iniziarono già all’alba, i reparti delle SS coordinati da Theodor Dannecker arrestarono in poche ore 1259 persone degli 8.000 previste, compresi anziani e bambini, il resto con enorme rabbia del comando tedesco sfuggì alla cattura. Il vaticano scelse la via diplomatica e non prese posizione ufficiale anche se probabilmente agiva all’interno e in silenzio per contrastare gli abusi e le violenze perpetrati dai tedeschi. Le chiese e i conventi furono perquisiti senza autorizzazione alla ricerca di partigiani, politici ed ebrei che si erano nascosti fra le mura Vaticane.
Il romanzo di Ritanna Armeni inizia proprio il giorno del rastrellamento degli ebrei nel ghetto romano. Continua a leggere →
Dominica Villa Balbinot deve avere un conto in sospeso con la Natura o deve avere qualche oscuro legame ancestrale con i popoli del bosco. Forse un tempo in cui genietti e spiritelli erano stanziati sul pellame d’una foglia accartocciata o sotto gli ombrellini sforacchiati delle querce e delle betulle, era la comandante della guarnigione delle genziane sull’argine del ruscello, o era a capo dello sciame piratesco delle vanesse delle ortiche, o tra le nebbie dell’autunno trinava i colletti delle dissolventi fustaie come la più copiosa delle ariante arbustorum. Quasi tutta la poesia di Dominica Villa Balbinot possiede un vigoroso rimando al mondo naturale, uno sfarfallio di tanti rapidi occhiolini a chi si avventa tra le calle dei suoi versi, suonati con tastiera di un linguaggio che riprende stilemi classici, eccezionalmente forbito, ricercato, con uso di attributi a volte disappresi, indubbiamente, per colposa corsa dei giorni che fuggono più velocemente di quanto possa contenere la nostra memoria. È nella correlazione dell’individuo con il mondo naturale che nella poesia di Dominica Villa Balbinot, più precisamente in “Quel Lineare Raggelato Azzurro” (raccolta di scritti dal 2020 al 2023), si declina implicitamente, come per contrasto dovuto a precisa tecnica di bassorilievo, la condizione esistenziale dell’uomo, assumendone per comparazione le qualità degli elementi naturali: la secchezza della sabbia, nei cuori; il giallo flaccido di certi autunni imporriti dalle piogge, nell’anima; i caleidoscopici colori del cielo vaticinanti inquietudini o sofferenze, come visioni da un immenso fondo di caffè, negli occhi. Dominica Villa Balbinot è la voce sottovento dei boschi. S’alza dall’usta dei conigli selvatici, dai sentieri delle volpi, dai cunicoli terrosi dei porcospini e diventa, per sua ammissione, per sua negazione, poesia dell’uomo.
La Redazione del sito LIMINA MUNDI augura a tutti gli amici lettori di vivere serenamente la Pasqua, festa di speranza e rinnovamento.
Adesso è forse il tempo della cura.
Dell’aver cura di noi, di dire
noi. Un molto largo pronome
in cui tenere insieme i vivi,
tutti: quelli che hanno occhi, quelli
che hanno ali, quelli con le radici
e con le foglie, quelli dentro i mari,
e poi tutta l’acqua, averla cara, e l’aria
e più di tutto lei, la feconda,
la misteriosa terra. È lì che finiremo.
Ci impasteremo insieme a tutti quelli
che sono stati prima. Terra saremo.
Guarda lì dove dialoga col cielo
con che sapienza e cura cresce un bosco.
Si può pensare che forse c’è mancanza
di cura lì dove viene esclusa
l’energia femminile dell’umano.
Per quella energia sacrificata,
nella donna e nell’uomo, il mondo
forse s’è sgraziato, l’animale
che siamo s’è tolto un bene grande.
Chi siamo noi? Apriamo gli occhi.
Ogni millimetro di cosmo pare
centro del cosmo, tanto è ben fatto
tanto è prodigioso.
Chi siamo noi, ti chiedo, umane e
umani? Perché pensiamo d’essere
meglio di tutti gli altri? Senza api
o lombrichi la vita non si tiene
ma senza noi, adesso lo sappiamo,
tutto procede. Pensa la primavera scorsa,
son bastati tre mesi – il cielo, gli animali
nelle nostre città, la luce, tutto pareva
ridere di noi. Come liberato
dall’animale strano che siamo, arrivato
da poco, feroce come nessuno.
Teniamo prigionieri milioni e milioni
di viventi e li maltrattiamo.
Poi ce li mangiamo, poveri malati
che a volte non sanno stare in piedi
tanto li abbiamo tirati su deformi –
per un di più di petto, per più latte.
Chi siamo noi ti chiedo ancora.
Intelligenze, sì, pensiero, quelli con le
parole. Ma non vedi come non promettiamo
durata? Come da soli ci spingiamo fuori
dalla vita. Come logoriamo lo splendore
di questo tiepido luogo, infettando
tutto e intanto confliggiamo fra di noi.
Consideriamo il dolore degli altri
e delle altre specie.
E la disarmonia che quasi ovunque portiamo.
Forse imparare dall’humus l’umiltà. Non è
un inchino. È sentirsi terra sulla nobile terra
impastati di lei. Di lei devoti ardenti innamorati.
Dovremmo innamorarci, credo. Sì.
Di ciò che è vivo intorno. E in primo luogo
vederlo. Non esser concentrati
solo su noi. Il meglio nostro di specie
sta davanti, non nel passato. L’età
dell’oro è un ricordo che viene
dal futuro. Diventeremo cosa? È una
grande avventura, di spirito, di carne,
di pensiero, un’ascesa ci aspetta.
Eravamo pelo musi e code.
Diventeremo cosa?
Diremo io o noi? E quanto grande il noi
quanto popolato? Che delicata mano
ci vuole ora, e che passo leggero, e mente
acuta, pensiero spalancato al bene. Studiamo.
Impariamo dal fiore, dall’albero piantato,
da chi vola. Hanno una grazia che noi
dimentichiamo. Cura d’ogni cosa,
non solo dell’umano. Tutto ci tiene in vita.
Tutto fa di noi quello che siamo.
La poesia “Io” è di Fernanda Romagnoli. Video e voce di Loredana Semantica
La poesia “Tu” è di Fernanda Romagnoli. Video e voce di Loredana Semantica
La poesia “Ci sono anime liete” è di Fernanda Romagnoli. Video e voce di Loredana Semantica
Quando ai più che non s’interessano di poesia si nomina Fernanda Romagnoli -dicevamo qui – non è sorprendente che non la conoscano, ma è singolare che spesso nemmeno i poeti, chi scrive o legge poesia, l’abbia mai sentita nominare. Eppure Fernanda rappresenta un fulgido esempio di fare poetico, rimasto misconosciuto. La sua poesia è densa di assoluto, vibrante, tersa, metafisica e nel contempo sospesa in osservazione attenta della realtà, degli oggetti, persino degli animali a carpire loro il senso stesso dell’esistenza, quello della relazione con le umane cose, in parallelismi insoliti, spiazzanti, intelligenti, periodi complessi e magistralmente articolati, con una scorrevolezza e padronanza lessicale rara. Fernanda Romagnoli manifesta con la scrittura un anelito potente, che ingabbiato negli spazi angusti del vissuto, attraverso la poesia evade verso sfere celesti, trafigge la materialità delle cose, se ne impadronisce, le plasma, le ribalta, le aggancia al vivere e al morire, rimarcandone la caducità oppure all’opposto le proietta nell’eterno, le trasfigura. Insistenti i temi della morte, dell’eterno e dell’anima, non meno di quello dell’identità, del dolore, dell’estraniamento e della solitudine, di questi ultimi è paradigma la poesia “Il tredicesimo invitato”, che dà il titolo all’intera raccolta dov’è inserita. Linguisticamente questa poesia vola, non può altrimenti definirsi la grazia con la quale la Romagnoli compone l’architettura dei versi, la compiutezza del significato, la proprietà di linguaggio si sposano con la leggerezza di un’espressione poetica perfettamente modulata nel suono. Non dimentichiamo che la poetessa proviene da una formazione musicale giovanile che influenza certamente il suo scrivere alla ricerca del suono che promana pensiero e sentire in simbiosi, che appare tanto naturale, quanto – probabilmente – accuratamente ricercata, mantenendo una freschezza fuori dal comune. Fernanda conduce la propria poesia con la stessa vibrante tensione che anima i versi dickinsoniani, col pathos che vediamo brillare in quelli della Plath. Figure femminili nelle quali la costrizione spirituale (potremmo forse dire “di genere”?) spreme distillati poetici soavi o intensi, ma ad ogni modo esemplari. Ammirevole la maestria con la quale la poetessa dalla superfice scende alle profondità e risale a vertiginose altezze, cercando il divino. L’effetto nel lettore è di provocare una vertigine, lo induce a sporgersi verso il vuoto a cercare l’assoluto con la stessa brama con cui lo legge nei versi.
La biografia di Fernanda è essenziale, riporta le notizie “agli atti”, e dice poco del carattere, aspirazioni, desideri, esperienze dell’autrice, paradossalmente è soprattutto nella poesia che la ritroviamo. Possiamo ben immaginare lo scorrere della sua vita tra una giovinezza irrequieta, l’attraversamento certo incisivo della querra, un amore impossibile, l’incontro con Vittorio Raganella, l’innamoramento, il matrimonio impegni casalinghi, e, per qualche tempo, lavorativi. Il suo spazio vitale, come si conviene all’essere donna, sposa, madre. Ambito che per alcune è di piena realizzazione, per altre è recinto, senza peraltro che possano focalizzare alternative, essendo la situazione, la convenzione, le aspettative sociali a comportare un senso di delimitazione. Peraltro non era ostacolata dalla famiglia nella sua passione letteraria. D’altro canto il disagio esistenziale può essere un habitus innato, simile a una croce da portare, rispetto al quale la poesia è una forma di sopravvivenza. Fumava sigarette Fernanda, lo dice lei stessa, e beveva caffè al bar, sfaccendava, scriveva, faceva visita ai parenti o agli amici, avrà fatto qualche viaggio e qualche gita, curato la sua unica figlia. Tra pappette per neonati e cambio panni l’avrà cresciuta, una volta cresciuta, avrà tribolato per lei infinite volte. Una normalissima vita che non impedisce alla poetessa di essere tale. Trasfigurare in versi l’agonia di un bruco è un attimo poetico fissato per i posteri di potenza immaginifica brillante.
Bruco
Tagliato in due col suo frutto il bruco si torce, precipita nel piatto, ove un attimo orrendo sopravvive al suo lutto. Coperto di bucce, sepolto fra le dolcezze e gli aromi che amava in vita, gli accendo sulla catasta l’incenso della mia sigaretta. Morte pulita – ed in fretta. Ma che ne so della via che il bruco ha percorso in quell’unico istante di agonia.
La stessa “gallina rossa” dell’omonima poesia inchioda danzando verbalmente un’essenza chiocciante o appariscente che riverbera in parole e specchi la propria e altrui natura.
Rossa gallina
Rossa gallina, in te odio – più del tuo chiocciolio di spavento, dell’occhietto puntuto, dello sconcio berretto – in te odio il mezzo metro di vento che spenni nel fracasso di uno slancio già rantolo e frattura allo spiccarsi. In te odio la mia storpia fiammata, il mio abortito amplesso con lo spazio, l’implacata natura che m’aizza a un volo compromesso.
E poi c’è la poesia “Tirando le somme”, dichiaratamente autobiografica, che riepiloga a volo d’uccello l’intera vita in pochi “fotogrammi” fondamentali, nella quale è menzionata la virtù femminile più accreditata della storia, frutto di sviluppo secolare, tramandata di madre in figlia, di suocera a nuora, nei bisbigli di consiglieri parentali o amicali, una specie di collante familiare del quale sono portatrici principali le donne: la pazienza. Un’osservatrice Fernanda, malinconica e composta, probabilmente, per come le imponeva il ruolo di moglie di un militare, ma nemmeno risentita contro la sorte o gli incontri, gli insuccessi , anche perché oggettivamente nulla le sarà mancato, a parte la salute non proprio brillante. E’ nella natura sua propria, nel temperamento incline all’introiezione, che scatta la scintilla espressiva, con risultati che, probabilmente, si dovrebbero inquadrare con spirito oggettivo nel filone intimista, confessionale, pervaso di lirismo, mi sembra tuttavia che nessuna di queste definizioni calzi perfettamente, nel senso di essere riduttive, rischiano, come del resto tutte le classificazioni, di sminuire una voce, già di per sé, ingiustamente poco valorizzata.
Forse la Romagnoli ha la colpa per alcuni di non essere “sperimentale”, di muoversi nel solco della tradizione novecentesca e precedente, di indulgere all’autobiografismo più che all’intrigante all’ermetismo, ma gli “ismi” sono espressioni classificatorie che – in quanto demarcano – hanno a loro volta il limite di essere inadeguate – perché nulla possono riferire sulla bellezza espressiva, le ardite associazioni verbali, i lemmi insoliti, evocativi, ricercati, gli origami verbali, le simmetrie, la costruzione sapiente del ritmo e del suono, la musicalità, che caratterizzano la scrittura di questa poetessa. E’ un dato di fatto che la scrittura femminile trascorsa più riuscita viaggi sulle ali dell’introspezione alla ricerca di un altro-assoluto-divino dentro e fuori di sé che verticalizza, ben più in alto di quanto vediamo riesca quella maschile, come se la voce si assottigliasse in acuti da soprano e penetrasse le nubi, più centrata e fine del corrispettivo maschile. Si potrebbe dire, se fosse un fascio di luce, per proseguire in similitudine, che sia un laser che buca il cielo. Non mi sembra peculiarità da trascurare, al contrario è da esaltare, è da indagare, se possibile, in parallelismo ad altri aspetti, chiedersi quanto questa sorta di “conventualità” femminile si traduca in parossismo di intuizione mistica, quanto sostanzi una produzione poetica intrisa di raccoglimento e canto, come un pulsare di inspirazione ed espirazione che diversamente, vivendo, cioè una vita sociale più ricca, variegata, pubblica ed “esposta” sarebbe forse impossibile da raggiungere. Mi tornano in mente le castrazioni “tecniche” del canto lirico. Una vita di riserbo è cosa meno cruenta sul piano fisico, ma parimenti incisiva psicologicamente, che ha come suo forse-prodotto: la meraviglia in poesia?
Nessun assioma beninteso in queste considerazioni, né rapporto di causalità effetto, nel senso che è abbastanza intuitivo che chiudersi in una prigione non aiuterebbe l’estro dell’aspirante poeta carente o privo d’altro “bagaglio”, né si vogliono esporre suggerimenti da seguire per le nuove generazione emergenti (o magari sì, in verità, suggerire ad esempio che la ricerca parossistica di visibilità non favorisce il risultato), e men che meno vuol essere un sindacato sulla vita scelta da questa poetessa – perché sempre di scelta alla fin fine si tratta – solo interrogativi sull’origine del flusso poetico, i percorsi e risultati raggiunti.
Un appunto finale circa l’esclusione o l’autoesclusione dai circoli e circuiti letterari. Mi chiedo quanto penalizzi il poeta l’essere un isolato, quanto pesi sull’emarginazione che sceglie e infine subisce e se l’esclusione non sia una sorta di pena comminata postuma, non meno che scelta in vita, mancando i gruppi di “amici” che possano conservarne e diffonderne la voce poetica e suoi pregi, carenti i contatti utili a “elevarsi” nelle “gerarchie”, il poeta resta nel limbo, pur avendo prodotto testi il cui pregio surclassa altre e più esaltate produzioni. Avviene quindi che ogni tanto si leva qualche voce isolata mai sufficiente a ricollocarlo nel suo rango, di qualche appassionato estimatore o un familiare.
Molti leggono, tra la chiamata per vocazione, inclinazione e strumento, la Romagnoli andrebbe, ritengo, utilmente indicata come lettura, tenuta da conto per ciò che è, un tassello della scrittura poetica italiana e, come tale, anche nel poco che ha scritto – forse l’unica sua pecca – suggerita come lettura da conoscere. Piolo di una scala su cui salire per progredire in poesia.
Roald Dahl (1926 – 1990), scrittore, sceneggiatore, autore di libri per ragazzi, pubblicò il racconto “Cosciotto d’agnello” in originale Lamb to the Slaughter, nel 1953, sulla rivista “Harper’s Magazine”. È un racconto di amara ironia e umorismo nero, incentrato sul tema della vendetta. La scena è quella di un salotto borghese, in cui Mary Maloney aspetta il ritorno a casa di Patrick, il marito poliziotto. L’uomo rientra a casa puntuale come al solito, alle cinque del pomeriggio, e informa sua moglie con poche fredde parole che ha deciso di lasciarla, nonostante lei si trovi al sesto mese di gravidanza. Mary, reagisce malissimo, in un impeto di rabbia colpisce il marito alla testa. Essendo moglie di un poliziotto, sa bene che la prima cosa da far sparire è l’arma del delitto. Continua a leggere →
Davide Cortese (ph. Rino Bianchi) Rome February 16, 2020. Davide Cortese, native of Lipari, poet, photographed in Rome in the church of Sant’Agata de ‘Goti/Davide Cortese, nativo di Lipari, poeta, fotografato a Roma nella chiesa di Sant’Agata de’ Goti.
Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
ELVIO CARRIERI
Poema sinfonico o canto dell’odio e del compostato
È il tempo dei margini e sta finendo
Cosi sarà giusto chiedersi
Dove siamo diretti, in quale specchio
Si sfalderà la nostra imitazione
Ma viaggiare
Da limite a illimite è un rischio
Bisogna imparare a star muti nel centro
Dove cadranno gli asfalti
Gli IBAN, i codici di accesso
Che spesso si violentano nella memoria
E va imparata, l’arte del carbonio
L’urlo di una poesia sciolta nell’acido
Il gesto del progresso, il sogno erotico
L’orrendo orgasmo
Impastato nella terra
Va assorbito l’acido odore
Di questo fango pieno di compostato
Su questa terra compressa va scritto
L’imperativo del terrore
Annullare il verso
La memoria della lettera
Bisogna sputare in faccia al raccolto
Come veri malviventi
Con l’incudine dell’unghia
Scheggiare la bussola antica del tempo
Solo così impareremo a invecchiare
Vivere al centro
Non è cosa da poco
Si tratta di lamine, di movimento
Si tratta di cenere che è liscia, silenziosa.
Eῖδος Su un esemplare di scheletro
Non è disprassìa
Sono i tratti della bocca
Che proprio non mi piacciono
Fanno paura
Quanto un’antica maschera cinese
Sono i muscoli striati
Maledetti, inesistenti
Lavativi corrotti sicuramente
Abominevoli
Che si rendono al cospetto della mente
Non è disprassìa
Non è una colite che mi semplifica
Fosse solo così facile
Dissolversi nella malattia
Non è neanche la gola
Che perderò con la giusta postura
A rendere giustizia
Non sono le anche, il costato
Gli accenni di scabbia
O forse è la signorìa
Di quel ventre colluso e sprezzante
E di quel feudo che chiamo stomaco
Che mi rigo come una bestia
E trasporto come una missiva
A rendere giustizia è la paura
Non è mica disprassia
Questa assurda involuzione
In-volontà di muoversi
Forse è solo lo scheletro
Forse fargli giustizia è impossibile.
Ci ho messo appena tre anni
Ci ho messo appena tre anni
Per farti capire
Che quelli che scrivo non sono ditirambi
Sottesi, o peggio ancora
Poemetti in prosa, o sperimentazioni
Illuminate, contusioni insomma
Di una qualche singolare zona del cervello
Ho tentato addirittura
La mossa del malmenato
Dell’uomo scheletrico
Un Kafka ancora più secco e ancora più magro
Ci ho messo appena tre anni
Per capire e poi dimenticare
Effettivamente cosa fosse un ditirambo
C’era poco da fare in fondo
Oltre che tornarmene da solo a scavare.
A un Bestiario del passato
È facile sorprendersi se a tratti
Anche l’ombra soggiace a un’altra ombra
Tanto diversa quando si compone
Copre per sé, come se fosse il tutto
Come se a un tratto il buco nell’asfalto
Lo scheletro sventrato dell’uccello
Mi ricordassero che sono un uomo
Che sono vivo e anch’io porto uno scheletro
Ed anche lui con me si porta un’ombra.
Dal bianco dei miei occhi calcinati
Li stringo in mano, annodo le falangi
Sciolgo le trecce e il groppo delle vene
Dalla stanca parabola che formo
Sul limite, sul bordo della strada
Fino a dove la calce si costringe
Sento la crepa, il tratto che non bada
A ricongiungersi, la mente che straborda
E non recide, e neanche mi determina
E non occorre il ghigno del coltello
L’amplesso che fa il rame nell’acciaio
Non occorre il silenzio del portone
Altre falangi, altre capigliature
Luoghi migliori, altre nevrastenie
Tutto ciò non occorre per salpare
L’ombra comparirà, si farà netta
Verso una consuetudine che attende
L’ombra che niente vuole e niente prende
Fino a dove la calce si costringe.
Neuköln
La turbolenza scorre sotto i polsi
Allora in ordine
Cedono petto viscere carni
Caviglie accorpate nel decollo
La convinzione
In aria c’è l’odore di una congiura
Dove dorme il dolore
Commisto alle orme
La turbolenza scorre sotto i polsi
Così con eleganza si ripiega al padre
Che faccia la sua volontà
Ma non troppo di getto
Non in modo così barbarico
Qui fuori da me la convinzione
Il tanfo delle biomolecole che brama
Sono pronto a disgiungermi
Dov’è la presunzione
Nel credermi parte di questa creazione sigillata
Il capitano parla in portoghese
In aria c’è l’odore di una congiura
E il vecchio con l’occhio bionico
Ancora non si siede
Chissà che aspetta a farsi volontà
Cosa gli costerà mai arrivar fin qui
Stracciarmi il doppiopetto
Coprirsi il volto sfigurato dalle piaghe
Guardarmi nelle tempie
Aprirsi l’epicardio
E sputarmi nel cuore
E dirmi sono qui per te che tremo
Non così
Non in modo così barbarico
Il padre non può cedere alle mie lusinghe
La mia volontà
deve farsi signora
La mia congiura deve avvelenarmi da sola.
Quasi un Lied
Certo mi guardi
Come farebbe un’avèrla
Sul palo che è il ramo
Dove poi finirei scorticato
Credo fra poco
Dovrei darmela a gambe senza ritegno
A che pro finire poi
Con un rametto in mezzo allo sterno
A mo’ di antica preda
Tu avèrla che mi sanguini
Inumata a sacrificio metropolitano
Certo l’istante
Di me col collo aperto in due
Sopra un’antica quercia
Le mani soppresse
Braccato come un selvatico
Odore di muschio felci sorprese
Sotto di me che muoio
Sopra di me che sanguino
Tu avèrla che mi guardi
Di me non puoi farne che questo.
La malnata edito da Einaudi stile libero è uscito il 21 marzo in Italia e subito dopo in Francia, Spagna, Grecia, Repubblica Ceca, Turchia, Bulgaria. Uscirà a breve anche negli Stati Uniti e in Germania, inoltre è in corso di traduzione in 32 lingue; pare che il romanzo abbia incantato gli editori di tutto il mondo. L’autrice è la giovanissima Beatrice Salvioni, un’esordiente uscita dalla Scuola Holden, così si presenta sul sito della suddetta: https://thewall.scuolaholden.it/allievi/beatrice-salvioni/ Volevo che la mia vita fosse un’avventura. A nove anni ho messo calze e succo di mela in uno zaino e sono scappata. È durata fino al cancello di casa. Ma da allora ho cominciato a scrivere storie. Classe 1995, ho conseguito una laurea magistrale in Filologia moderna presso l’Università Cattolica di Milano con una tesi sulle dinamiche della scelta nello storytelling interattivo. Frequento il secondo anno del college “Scrivere” presso la Scuola Holden di Torino. Ho vinto l’edizione 2021 del concorso per racconti inediti del premio Calvino con “Il volo notturno delle lingue mozzate”. Ho praticato scherma medioevale e ho scalato il Monte Rosa. Ho sempre pensato che la cosa peggiore della vita sia la sua assenza di senso narrativo. Per questo ho deciso di dedicarmi alle storie, qualsiasi forma decidano di assumere.
Il romanzo ha un inizio forte che inchioda alle pagine il lettore. L’ambientazione è la riva del fiume Lambro. Tre sono i protagonisti della scena. Due ragazzine, Francesca e Maddalena. Il cadavere di un uomo riverso sopra il corpo di una delle due, è difficile scrollarsi di dosso un morto. Le due con molta fatica ce la fanno, infine cercano di nascondere il cadavere sotto una rete di tronchi e rami, l’uomo ha sulla camicia una spilla con il fascio e il tricolore.
La storia è ambientata a Monza durante il periodo fascista, fra il 1935 e il 1936, nel periodo della conquista dell’Abissinia. Il romanzo racconta, per voce di Francesca, l’amicizia indissolubile esistente fra lei e Maddalena Merlini detta la Malnata. Francesca è un’adolescente di dodici anni appartenente a una famiglia borghese e conformista, il padre produce berretti di feltro per l’esercito grazie all’interessamento sottaciuto della madre che ha una relazione extraconiugale con un fascista, il signor Colombo. Maddalena è una ragazzina dal padre assente, appena più grande di Francesca, appartenente a una famiglia indigente. La Malnata ha altri due fratelli, Edoardo, che per lei è come un padre, e Donatella, fidanzata con il figlio maggiore dei Colombo. Maddalena si sente responsabile delle sciagure occorse alla sua famiglia, come la morte del fratellino Dario, caduto dalla finestra di casa; l’incidente del padre, che ha perso una gamba in un ingranaggio della fabbrica.
Rosario Chiàrchiaro, personaggio nato dalla penna di Luigi Pirandello, è stato scacciato dal banco dei pegni perché era considerato uno Jettatore, al suo passaggio, tutti fanno i più svariati segni scaramantici: toccano il ferro, fanno le corna. Così dato che è considerato tale vuole un riconoscimento ufficiale, al giudice D’Andrea chiede di volere una patente di iettatore. Rosario Chiàrchiaro era un malnato come Maddalena, come la cooprotagonista, infatti quando la incontravano le donne dicevano diocenescampi e si facevano un frenetico segno della croce, gli uomini sputavano a terra. La malnata non aveva richiesto a nessuno la patente ma indossava quel soprannome come una corazza. Le accuse della gente diventano il suo senso di colpa ma anche la sua forza.
Francesca passando ogni giorno dal ponte del fiume Lambro vede questa ragazzina che gioca sulla riva del fiume con i maschi che si diverte, e ne è conquistata. I maschi che la seguono sono Matteo e Federico, il figlio della influente famiglia fascista dei Colombo, che con lei giocano sul Lambro e pendono dalle sue labbra.
Maddalena la affascina, vuole diventare sua amica, nonostante la Malnata sia disprezzata da tutti. Grazie alla complicità nata in seguito a un furto di ciliegie, finalmente le due lo diventano. Tra i personaggi che gravitano attorno a Maddalena e a Francesca, oltre a Matteo e Federico, ci sono anche Tiziano, il fidanzato di Donatella, e Noè, il leale figlio del fruttivendolo. Francesca scoprirà grazie a Maddalena l’importanza della libertà di opinione e la non sottomissione, l’importanza della verità. Imparerà a combattere gli abusi, il sessismo, l’oppressione, a far sentire la sua voce. Imparerà a ribellarsi alle piccole e grandi ingiustizie con cui convive.
La Malnata diventa il suo esempio di vita, il punto di riferimento. Sarà lei a raccontarle quello che accade al quando si diventa donne “ Noi femmine non ci dobbiamo schifare del sangue”. Le due si aiutano reciprocamente, Maddalena grazie a Francesca torna a scuola, sostenuta anche dal fratello Edoardo che ci tiene alla sua istruzione. La famiglia della Malnata avrà anche altre disgrazie oltre a quelle che già hanno l’hanno colpita, ma di tutto ciò la Malnata non ha colpa.
La storia di Maddalena e Francesca è una storia senza tempo. Ricorda per certi versi L’amica geniale di Elena Ferrante. L’amicizia fra due ragazzine diverse per ceto e carattere, ma in generale anche il sentimento di amicizia e la lealtà di Noè, che supera ogni ostacolo ed è più forte di ogni interesse materiale in confronto a certi rapporti malati narrati nel romanzo. Il disagio delle ragazze nei confronti del proprio corpo che cambia con l’arrivo del mestruo, gli sguardi degli uomini che fanno sentire in colpa e che mettono in imbarazzo. Il fascismo sembra preso come spunto per via dell’ideologie sessiste, la considerazione delle donne pari a zero, buone solo per fare figli, e l’ipocrisia imperante. Dopo l’inizio che fulmina, il romanzo procede pigramente, sembra che non accada nulla, e quello che accade si svolge con estrema lentezza. Poi il romanzo ha un balzo, prende il via, come se la parte centrale sia stata scritta in quel modo, affinché Francesca potesse avere la forza per arrivare più velocemente. Insomma il romanzo è un romanzo storico e di formazione, è bello, avvincente, veicola un messaggio importante, mi è molto piaciuto, in pratica l’ho divorato, però, mio limite, non riesco ad afferrarne l’unicità nella storia e nell’impianto narrativo o in altri ambiti, tanto da fare sgomitare le case editrici per accaparrarselo (così almeno si legge in giro vedi ansa), in libreria ce ne sono tanti di altrettanto ben scritti, ma ben venga anche questo, consiglio di leggerlo. Antonella Pizzo
Nella vichinga e impronunciabile Örnsköldsvik, fiamma un piccolo, piccolissimo, italico, cuore, duplice padre dall’ occhione che s’appollaia benigno, insegnante di lingue e diuturno artiere di ars poetica. Porta in tasca la sua radice, come una zampa di coniglio, e un verso breve e asciutto, frettoloso nell’urgenza di condurre dirozzata la parola, come un fare preciso di sgorbia, e di sopraggiungere ratto ratto all’emozione. Lo stile spinge le pedivelle di un biciclo romantico con la cesta di paglia intrecciata e il fiocco sul davanti, dove sono adunati i temi cari e discari dell’uomo: la vita, l’amore, la speranza, i giorni avanti. La scrittura è sobria, matura, appartenente a un’anima di mezz’età coltivata bene con olio e sole di Toscana, permeante di solida consapevolezza: non decanta sconvolgimenti e cataclismi, non cade in adulazione dell’enfasi teatrica, né cede a solennità nel lirismo. Porta un vento teso e letizioso dalle antiche leccine e moraiole dei colli fiorentini e tanta promessa di nuova scrittura.
Emilio Capaccio
La raccolta di Gabriele Greco si intitola Bruciaglie, peQuod, Ancona, 2022, eccone una sinossi.
“Bruciaglie” è una raccolta costituita di sessanta poesie inedite scritte durante l’arco di quest’ultimo decennio tra Firenze, città d’origine e di formazione dell’autore e Örnsköldsvik, cittadina svedese nella quale egli vive e lavora da otto anni. La raccolta si apre con una riflessione metapoetica sul senso e sulla necessità dello scrivere speculari al mistero della poesia stessa e dei suoi simboli. Su questo tema cardine, s’innestano poi, rivisitati e reinterpretati, alcuni classici tópoi della poesia, quali ad esempio: la meditazione sul senso della vita, sul dolore del vivere, sul tempo, sulla memoria e sulla morte; ed altri temi chiave quali: la rinascita, la partenza, il ritorno, il viaggio, la paternità, l’infanzia e le stagioni. Alcune delle immagini ricorrenti sono spesso soltanto lievemente accennate da un tenue e acquerellato cromatismo: il biancore delle nevi e dei ghiacci dei lunghi inverni svedesi, le afose e solitarie estati fiorentine, le domeniche azzurre di mare, fino ai contrasti più accesi tra il buio e la luce, tra un io poetico dissolto e un tu muto e distante, o tra il quotidiano rarefatto esistere e l’anelito d’infinito e di bellezza. Due ulteriori nuclei tematici significativi della raccolta sono infine quello relativo alla sfera dell’amore, della sensualità, del mistero e del sogno in stretto dialogo, e talora intercambiandosi e quasi confondendosi fra loro, con il nucleo complementare relativo alla sfera del disamore, della perdita, dell’abbandono, della distanza, dell’inganno, dello sradicamento e dell’oblio. Il linguaggio di Bruciaglie è teso alla ricerca di un’essenzialità estrema. Il dettato è stilisticamente scabro, diafano, talvolta quasi arido, vòlto a mostrare i nervi e l’ossatura del corpo della poesia.
Senza posa è questa vita così preziosa e inafferrabile che tu quasi la divori.
E non trattieni l’inconsulta voglia di un bacio al mattino
mentre riparte il treno dalla stazioncina assopita sulla costa degli Etruschi.
La necropoli ci attende assolata.
E la serpe che in sogno t’apparve.
Fra le felci non falciate da nessuno
– tu sola anima viva sei –
fra tutti i morti della necropoli,
me compreso.
*
Non importa se il tuo cuore abbia taciuto o si sia voltato dalla parte sbagliata, sognando lune da afferrare o stelline di carta da desiderare.
È l’amore forse che vince.
Addosso hai una croce senza chiodi
perciò sei libera.
*
Un mare di pietra lassù mi attendeva. Sudario di ricordi.
Quell’ossaia affastellata cantava di giorni disfatti per sempre.
E forse anche dei miei.
Poi un volo senza ali.
Solo ‒ sospinto da un vento di terra e di mare.
Altro non sapevo.
Infine un silenzio di polveri
*
Qui termina il nostro cammino di attese inespresse e di parole tagliate legate mute.
Lacci soffocano stretti i cuori.
Cartevetrate stridono.
Tutto assurdo e vita niente.
*
Sera trafelata rauca: vermiglia cruda piaga.
Grumo di vita in un’acre fiala.
Cera viva, che di mestizia t’arrossi, stammi dentro ora che io son restio e più non veglio:
quasi stelo divagato e sghembo del tuo adombrato senso.
Gabriele Greco nasce nel 1978 a Fucecchio (Firenze). Dopo il diploma di maturità classica al Liceo Ginnasio Statale Virgilio di Empoli, pubblica le sue prime due raccolte di poesie: Lieve, stelle in processione (Titivillus, 1998) e Petali notturni (Titivillus, 1999). Frequenta la Facoltà di Lettere presso l’Università degli Studi di Firenze, laureandosi in Teoria e Critica della Letteratura con una tesi sul poeta e pittore francese Henri Michaux. Dal 2015 vive in Svezia, a Örnsköldsvik, dove insegna italiano, francese, spagnolo e arti visive in un liceo. Nel 2020 pubblica quattro sue poesie inedite in Affluenti. Nuova poesia fiorentina. Vol. 2 (Ensemble) e nel 2022 esce la sua ultima raccolta di poesie Bruciaglie (peQuod). Nel giugno 2022 ad Ancona, partecipa a La punta della lingua, Festival Internazionale Poesia (17° edizione). Nel settembre 2022 è finalista con la poesia inedita Cardeto al Concorso “Se vuoi la pace prepara la pace” indetto dall’Università per la Pace, dalla Regione Marche e dal Museo Tattile Statale Omero di Ancona e a Spoleto riceve il Premio Internazionale Menotti Art Festival per la Letteratura 2022. Nel dicembre 2022 una sua poesia inedita, Labirinti perpetui, è selezionata e pubblicata nell’Agenda poetica 2023 (Ensemble).
Rilievo sulla fronte di un sarcofago raffigurante una scena di insegnamento (IV sec. d.C., Roma, Musei Capitolini).
Secondo il Grande dizionario italiano dell’uso, esauriente lemmario dell’uso corrente della lingua italiana, curato da Tullio De Mauro e pubblicato nel 1999, si conterebbero almeno 35 mila latinismi nel nostro linguaggio quotidiano. Termini di uso comune come album, gratis,par condicio, referendum, virus, bonus malus, video, una tantum, quorum, sono sulla bocca di tutti, anche se non sempre ce ne rendiamo conto. Il latino è la nostra storia, ci aiuta a parlare e a scrivere bene in un mondo in cui la parola è sempre più trascurata. Nel giro di pochi anni il web ha ampliato le possibilità di comunicazione e di accesso alle informazioni, tuttavia, si è ridotta negli adolescenti la capacità di comprensione del testo e anche il lessico si è drammaticamente impoverito. «Il latino non è un reperto archeologico, né uno status symbol, né un mestiere per pochi sopravvissuti. Nel latino c’è un’eredità, cioè un capitale da far fruttare. Una vera ricchezza culturale», scrive il professor Ivano Dionigi, presidente della Pontificia accademia di Latinità e già rettore dell’Università di Bologna, autore, tra gli altri, del bestseller Il presente non basta. La lezione del latino, edito da Mondadori nel 2016. Si è andata imponendo una preoccupante rimozione della lingua e della cultura classica, mentre la “lezione del latino” andrebbe recuperata per riscoprire il passato, la nostra storia ed emanciparci dalla dittatura del presente. Nel secondo dopoguerra, un pregiudizio di natura ideologica ha gravato sul latino. Il fascismo si servì delle lingue classiche per esaltare in chiave propagandistica i fasti della Patria, “la lingua dei signori” la definì Nenni. Gramsci invece pensava che conoscere le lingue classiche, fosse un modo necessario per comprendere le civiltà che ci hanno preceduti. Oggi il latino è insegnato solo al liceo classico, allo scientifico “tradizionale” e a pochi altri indirizzi; l’opzione Scienze applicate non lo prevede, infatti, e i docenti referenti dell’Orientamento, che si interessano di pubblicizzare la propria offerta formativa, in tempo di iscrizione alle scuole superiori, lo fanno ben presente, come se fosse un valore aggiunto. Nella scuola secondaria di primo grado l’insegnamento del latino è stato abolito dall’anno scolastico 1977-78, anche se in alcune scuole si è reintrodotto nell’ora di Approfondimento della Lingua Italiana. Con l’avvento delle tecnologie e la riforma scolastica delle tre I, Internet, Inglese e Impresa (qualcuno ha voluto ironicamente inserirne una quarta, Imbecilli), il latino è stato giudicato poco utile perché ritenuto erroneamente poco concreto e immediato ed è stato relegato in un cantuccio, contestualmente si sono privilegiate le competenze tecniche piuttosto che quelle umanistiche. Nella scuola secondaria di primo grado l’insegnamento della lingua latina ha carattere opzionale e dunque laboratoriale. I docenti attivano un laboratorio di conoscenza degli elementi di civiltà e, talvolta, in alcune scuole, con l’intento pratico di offrire, principalmente agli studenti che poi proseguiranno gli studi umanistici, un primo approccio allo studio della disciplina. «La tradizione greca e latina è chiave di interpretazione e di lettura della contemporaneità», ha affermato l’attuale ministro dell’Istruzione Pasquale Bianchi. Il latino non va parlato, sarebbe assurdo crederlo, anche se esistono scuole in cui il latino si utilizza perfino per chiedere alla prof di recarsi ai servizi igienici. Si tratta del cosiddetto “metodo natura” o “metodo Ørberg”, dal nome del linguista danese Hans Henning Ørberg (1920-2010), autore del testo Lingua latina per se illustrata, un metodo di insegnamento delle lingue antiche (greco e latino) basato sulle tecniche di apprendimento delle lingue moderne. Gli alunni iniziano subito ad utilizzare testi in latino (o greco) che possono essere compresi senza bisogno di traduzione e familiarizzano con il lessico senza doverne studiare prima le regole grammaticali. Il metodo viene anche chiamato “induttivo-contestuale”, poiché l’apprendimento del codice avviene per induzione, mentre l’apprendimento tradizionale è “deduttivo-grammaticale”, basato sullo studio delle strutture grammaticali ai fini di una corretta traduzione. Secondo alcuni detrattori, apprendere tante regole, con rigore e precisione, finisce per demotivare gli studenti anziché invogliarli allo studio. Dionigi afferma di non aver mai compreso “la rovinosa alternativa per cui l’inglese o l’informatica debbano sostituire, e non piuttosto integrare, altre discipline come il greco o il latino, l’arabo o il cinese”. Il suo pensiero è condiviso anche da molte altre personalità della cultura. Imparare il latino significa apprenderne anche il metodo, per ritrovare le testimonianze del passato e imparare a imparare. Lo studio dei classici è un allenamento allo studio in generale e all’uso più consapevole della lingua italiana. Nel Regno Unito, lo scorso anno, il governo ha stanziato quattro milioni di sterline per ampliare l’offerta formativa nella scuola pubblica, inserendo proprio l’insegnamento del latino. «Viva è qualunque lingua scritta sia ancora in grado, pur non circolando più come codice orale, di stimolare interpretazioni, risposte critiche e reazioni emotive.» (N. Gardini con C. Arletti, Elogio del latino, Repubblica 2021). Il latino contribuisce alla formazione dell’«impostazione mentale» dell’individuo e alla capacità di riflettere criticamente su ogni argomento di studio e di discussione. Anche lo studio della grammatica latina fornisce una solida base per lo studio di quella italiana, le cui strutture sintattiche restano le stesse del latino. Sin dal suo primo approccio alla lingua latina, è opportuno accostare sempre l’etimologia della parola latina al corrispondente termine italiano, per mettere in evidenza le analogie, le differenze e l’evoluzione nel tempo. Si tratta di piccoli approfondimenti che possano motivare e incuriosire i ragazzi. Il laboratorio di latino può essere utile a tutti gli studenti che vogliano potenziare le loro capacità logiche, approfondire le strutture linguistiche della nostra lingua, conoscere l’origine delle nostre parole e apprezzare con maggiore consapevolezza, il grande patrimonio della civiltà romana ancora presente nel nostro territorio.
“Oltre la neve“ di Antonio Corona (La Vita Felice, 2022 pp. 68 € 12.00) contiene l’incisività della scrittura interiore, rivolge una profonda riflessione sulle congiunture inattese e miracolose delle relazioni umane, sottintese nella curva emotiva dell’esistenza. La poesia di Antonio Corona nobilita la sostanza sublime della meraviglia, sussurra la magia delle attese, offre il dono di una sequenza lirica scandita dall’immediatezza di una confidenziale, intima verità e dalle occasioni di felicità inaspettata. Genera la volontà dell’innocenza, dà vita allo svolgimento migrante dello spirito, rapito dall’incoraggiamento della sensibilità. Antonio Corona sostiene l’interezza dei propri pensieri rivolgendo il candore del suo sguardo sull’umanità, elogia, all’interno della seduzione quotidiana, l’interrogativo esistenziale, assegna all’essenza delle incrinature e dei tormenti la sensazione istintiva del vuoto. Ascolta l’invisibile forza evocativa del silenzio, riempie la saggezza del cuore attraverso il profumo di un abbraccio, la gentilezza di una complicità, celebra la permanenza seducente dell’amore. Leggere “Oltre la neve” significa assistere a un insegnamento di consapevolezza, oltrepassare tra le pagine la limpida ispirazione dei ricordi, apprezzare l’intonazione serena della consistenza, trascendere la bellezza dell’immaginazione. I testi sprigionano oscillazioni sentimentali, suggeriscono la loro efficace intuizione dalla forma interpretativa dell’esperienza vissuta, arricchiscono, nell’ordinamento stilistico di quattro suddivisioni esplicative: Sublimazione, Caduta, Riposo, Ritorno alla terra, il credito del sentire. La memoria emotiva circonda la sincerità dei versi, spinge la personale crescita intellettiva dell’autore verso una compiuta elaborazione della propria maturità artistica, rintraccia l’estensione della comprensione e della vicinanza al senso di appartenenza, ritrova il percorso affettivo dell’anima. “Oltre la neve” è anche una metafora introspettiva in cui le parole restituiscono il suono ovattato della tenerezza, rendono più vivo il desiderio, raggiungono l’equilibrio e il conforto, alleggeriscono i risentimenti quando il velo del passato non oscura il presente. Il significato simbolico del candido manto che imbianca l’orizzonte ricopre l’atmosfera incantata del sogno e va oltre la destinazione di ogni speranza. Il poeta spiega una rinascita capace di rigenerare la pace con noi stessi, rilassare la natura delle cose, riconciliare l’armonia degli incontri e delle relazioni. Ogni immagine cristallizzata riempie la mente con lo spazio inconscio, scioglie la fragilità, intensifica la fortunata e protetta risorsa dei vincoli romantici. La scrittura delicata e raffinata di Antonio Corona rinnova il percorso sovrumano della commozione, nel legame indissolubile con un linguaggio autentico e parla attraverso l’espressione traslata di un’aderenza mediatrice tra spiritualità e carnalità come nel contatto divino tra cielo e terra, nella dolce lusinga del trascorrere del tempo. Infine mi permetto di dedicare ad Antonio Corona un’ispirata esortazione, nella piacevole suggestione delle parole del poeta Tito Balestra, con l’augurio che ne farà tesoro nel momento opportuno: “Se hai una montagna di neve tienila all’ombra”.
Può essere considerata come la prima scrittrice di racconti nel suo paese. È stata anche poetessa e giornalista, allieva di Victoria Magaña de Fortín, prima scrittrice femminista e attivista dei diritti delle donne a El Salvador. Pubblicò in breve tempo, dal 1928 al 1930, tre volumi: “Esbozos”, raccolta di saggi e riflessioni; “Surtidores”, miscellanea di aforismi, prosa e poesia; “Caja de Pandora”, raccolta di racconti. Le tematiche trattate fanno ritenere l’autrice come una delle pioniere del femminismo sudamericano. Nei suoi racconti spesso l’ambiente familiare si trasforma in uno spazio di conflittualità in cui l’uomo opprime la donna attraverso la violenza domestica e una continua emarginazione da tutte le attività sociali, considerate tipicamente maschili per l’epoca.
Lesbia era giunta a trovare impiego in quella scuola. Perché? Solamente per capriccio. Non per urgente necessità. Era un’anima sensibile e fine. Brillantemente colta, capace di percepire anche le più vaghe sensazioni e di imprimerle nelle sue pagine predilette. Militava nella legione degli scrittori; non propriamente legione, perché gli scrittori votati a quest’arte si contano sulle dite della mano. Ma quella era la sua bandiera: la suprema idealità della bellezza conquistata dalla parola.
In breve tempo, giunse sotto la lente di quel crocchio di donnicciole volgari della scuola che la esaminavano dalla testa ai piedi e bisbigliavano alle sue spalle. “Pedante, altezzosa.” Ma Lesbia non era né pedante né altezzosa, aveva semplicemente un merito concreto e un valore intrinseco, e questa circostanza mandava le altre fuori dai gangheri. Inoltre, con il suo carattere schivo e ombroso, si teneva sempre a rispettosa distanza, cosa che quelle non gradivano. A questi spiriti gretti che si ritrovavano, scambiandosi sciocchezze e battute volgari, sembrava riprovevole il riserbo altero e dignitoso di Lesbia.
“Chi sei, veramente?” le sussurrava una voce interiore, come per metterla in guardia dalle maldicenze nella scuola. Lesbia si rispondeva: “Chi sono? Una che è molto al di sopra delle loro sciocchezze e delle loro volgarità. Uno spirito che non arriveranno mai a comprendere”.
Taceva, consapevole e fiera, già più volte ferita nel suo amor proprio e nella sua delicatezza.
Un pomeriggio quando andò, come di consueto, per consultare l’orologio, prima di iniziare il suo lavoro, era anche fumettista e caricaturista, si ritrovò con lo stupido mucchietto di carne umana, come sempre, a dire sciocchezze. Salutò educatamente e cercò con lo sguardo l’orologio. Una di loro, forse d’accordo con le altre, le disse:
— Lesbia, di voi dicono che scrivete anche, e che i vostri scritti siano molto belli. Mi piacerebbe leggere un racconto che mi hanno riferito s’intitola: “Attraverso la serratura”, che si deve alla vostra penna magistrale.
Lesbia si pose davanti a quella figura, negli occhi spuntò lo sguardo scrutatore delle sue nere pupille. Dietro il desiderio goffamente espresso si nascondeva un intento malvagio. Lesbia era come un punto luce attorno al quale si raccoglievano tutte le sue compagne, tutti gli artisti. Questo, in luoghi piccoli e calunniosi, suscita pettegolezzi, soprattutto quando la persona che si giudica ha talento e qualità tali da poter essere intaccata dalle coscienze altrui. Ma Lesbia sapeva anche essere perfettamente accattivante. Sapeva farsi lusingare senza mutare di una virgola la sua dignità. Era cresciuta in fretta nei circoli artistici e intellettuali della sua terra natale e la sua casa era sempre apparsa come un cenacolo dove tutti gli iniziati si radunavano per scambiarsi le proprie idee. Lesbia aveva la dote di saper vivere.
Ma quelle anime zuppe di fango cercavano di umiliarla, senza ricordare a loro stesse che tutti noi abbiamo minuscoli recessi nella nostra coscienza che sono molto poco illuminati. Perché se non fosse così, saremmo creature perfette, e dov’è la perfezione? Lesbia con spigliatezza rispose:
— Dite bene, Eleonora. Ho un bel racconto intitolato “Attraverso la serratura”. Non so se vi piacerà. Avevo il ritaglio del giornale da qualche parte ma l’ho perso. Tuttavia, poiché non voglio che rimaniate con il desiderio di conoscerlo, ve lo narrerò a grandi linee.
Così Lesbia iniziò a raccontare una piccola storiella sulla vita intima di Eleonora.
“Lei era una giovane carina e attraente che aveva viaggiato un po’ e per questo credeva di avere illuminazione e finezza, cosa molto difficile. Ebbene, la finezza si eredita, viene dall’anima e dai sentimenti, e l’illuminazione si ottiene quando si ha uno spirito esplorativo assetato di sapere, e quando si viaggia con la mente in talune circostanze. Ma Ifigenia, che è la protagonista della mia storia, non aveva viaggiato in tal modo: aveva semplicemente svolto mansioni gravose, umilianti, futili. Meglio, non aveva perpetrato i costumi generosi della sua gente, ma aveva messo in pratica solo quelli volgari e insignificanti, che si racchiudono nel lusso sfrenato, e imparato a parlare male di tutte le persone a portata di mano, raccontando menzogne e giudicando sempre sotto il prisma dell’invidia e della grettezza morale. Ebbene, senza imparare nulla di buono tornò per necessità in seno alla campagna. Cercò di farsi impiegare come addetta a un banco di rivendita senza riuscirci, fintantoché non la posero a lavorare in una officina dove trascorreva i suoi giorni senza allegria, occupandosi del carico che i carrettieri portavano alle stazioni e ascoltando la loro linguaccia da taverna. Con il cuore spezzato per i pochi spiccioli della paga e per l’umiliazione data dalla sua mansione, decise di cambiare ambiente ed entrò in una scuola superiore per ragazzi. Lì conobbe Edgardo, un maestro piccoletto e nero come una nocciola, ma molto intelligente e buono. Invaghirsi perdutamente l’uno dell’altra alla velocità della luce, fu un tutt’uno. I giorni passavano rapidi come fulmini e lei, ardente di febbre d’amore, aveva nella mente solo il pensiero di farsi sposare. Edgardo, però, non pareva mostrare la stessa determinazione. Un pomeriggio… (arriva la parte interessante) … si diedero appuntamento nei bagni della scuola. Il posto sembrava appropriato, era discreto, buio e chiuso a chiave. Lì si abbandonarono a una passione disperata e orribile. Lui, approfittando del momento e spinto dalle circostanze, aveva sollevato il vestito di raso e cominciava a toccarle il corpo, che tremava di passione. Lei gemeva, desiderando chissà quante altre cose. Naturalmente avevano dimenticato il rispetto che merita un luogo sacro come la scuola e il rispetto umano. Chissà fino a che punto si sarebbero spinti se non fosse stato per due occhi maliziosi e indagatori, che sembravano quelli di un felino, e che, premuti sul buco della serratura, si rallegravano dello spettacolo. Erano quelli di un vecchio insegnante, una vera canaglia, a cui piaceva per giunta impicciarsi dei fatti degli altri, e che, prevedendo l’imminenza di un fatto spiacevole per lui, come direttore, non aveva saputo trattenere un gemito. Edgardo, al sentire il rumore, era impallidito di paura, aveva allontanato l’invasata che era tornata in sé e stava per urtare contro uno dei pilastri della sala da bagno. Quanto avrebbe goduto ancora il vecchio insegnante, vera canaglia, vedendo quelle cosce bianche e chissà cos’altro! Ebbene, in seguito Ifigenia continuò a lavorare e a fingere una serietà senza limite e a giudicare male tutte le donne civettuole e allegre che ardivano esibire le loro cosce marmoree a un uomo che voleva solo divertirsi con loro, come con una bambola di alabastro.”
— Vi è piaciuto il racconto, Eleonora? – Disse Lesbia dolcemente, fissandola negli occhi.
Eleonora si morse le labbra, dissimulando l’imbarazzo, e dicendo:
— Lesbia, avete inventiva e immaginazione. Niente di più bello del racconto della maestra avventuriera. Ma per essere della combriccola voi avreste dovuto tacerlo. Sarà che non è finzione?
Lesbia salutò nuovamente e voltò le spalle ridendo dentro di sé per l’imbarazzo cagionato. Poi rifletté: se noi donne ci odiamo, se non troviamo in noi nulla di buono né di morale, come possiamo sperare di difenderci dagli attacchi degli uomini? Dov’è quel blocco che dovremmo formare per difenderci dall’ingiustizia? Ma se anche così fosse, lo sforzo di noi, donne consapevoli, deve tendere a ottenere la redenzione dopo la morte, a incanalare i passi di quelle donnette senza senno e odiose sul cammino di una bella solidarietà, di un sano e onesto cameratismo. Oggi, non è ancora tempo, ma arriverà. Le nostre mani, a caso, devono gettare nel solco il seme di un nuovo vangelo che parli di comprensione, amore, generosità, perdono. Io amo tutte loro nonostante tutto. Come il Battista nel Giordano delle liberazioni, dobbiamo innalzare l’acqua lustrale di tutti gli ideali di redenzione, sotto la gloria di cieli luminosi e all’ombra dei limoni in fiore.
Questo diceva tra sé, mentre lo sguardo penetrante dei suoi occhi neri si perdeva in lontananza, sui dorsi bui della montagna, dove i petali di un gigantesco crisantemo sanguinante, che orlava il vaso enorme del firmamento, si dissolvevano lentamente. E anche l’orologio lentamente dava i suoi rintocchi.
Con un profondo sospiro, Lesbia disse:
— È ancora presto. Manca ancora tutta la notte per il nuovo giorno, ma quando esso arriverà splendente con la sua faretra di raggi di luce, i miei giardini pensili dello spirito si troveranno copiosi di rose accese e di pallidi gigli di bene e di verità.
La poesia “Oggetti” è di Fernanda Romagnoli. Video e voce di Loredana Semantica
La poesia “Tirando le somme” è di Fernanda Romagnoli. Video e voce di Loredana Semantica
La poesia “Niente” è di Fernanda Romagnoli. Video e voce di Loredana Semantica
Quando ai più che non s’interessano di poesia si nomina Fernanda Romagnoli non è sorprendente che non la conoscano, ma è singolare che spesso nemmeno i poeti, chi scrive o legge poesia, l’abbia mai sentita nominare. Poche note biografiche.
Fernanda Romagnoli, nata a Roma nel 1916, ha compiuto studi musicali, diplomandosi in pianoforte dal Conservatorio di S. Cecilia a diciotto anni, da privatista, a venti anni consegue il diploma magistrale. Nel 1943, in tempo di guerra, pubblica la sua prima raccolta di poesie: Capriccio, con prefazione di Giuseppe Lipparini.
L’anno successivo si rifugia a Erba con la famiglia per poi ritornare a Roma nel 1946. Sposa l’ufficiale di cavalleria Vittorio Raganella, il matrimonio col militare la porterà dal 1948 a vivere in diverse città: Firenze, Roma, Pinerolo, e infine Caserta, dove resterà dal 1961 al 1965. Durante questo periodo lavora come maestra e, nel 1965 pubblica la sua seconda silloge: Berretto rosso.
Nonostante la qualità dei suoi scritti e la pubblicazione delle due raccolte di poesia Fernanda Romagnoli soffrì l’isolamento letterario stemperato dall’amicizia di Carlo Betocchi e Nicola Lisi e, infine, di Attilio Bertolucci, grazie al cui interessamento nel 1973, pubblicò la sua terza raccolta: Confiteor.
Ha collaborato con alcune riviste: La Fiera Letteraria, Forum Italicum, e, per la radio, a L’Approdo. Durante la guerra contrasse l’epatite che minò la sua salute tanto da dover essere sottoposta nel 1977 a intervento chirurgico al fegato. L’intervento comunque non la restituì la salute e rimase sofferente, nonostante ciò, anche per consiglio di Attilio Bertolucci e Carlo Betocchi, continuò a scrivere. Nel 1980 pubblica la raccolta considerata il suo capolavoro: Il tredicesimo invitato. Il libro le darà un minimo di notorietà. Gli anni seguenti sono segnati da una sempre maggiore difficoltà a lavorare e da ripetuti ricoveri. Successivamente i problemi di salute continuarono a tormentarla, conducendola anche a ricoveri, nel frattempo qualche poesia veniva pubblicata sul quotidiano Reporter nell’inserto Fine Secolo e sulla rivista Arsenale. Fernanda Romagnoli muore a Roma all’età di settant’anni, presso l’Ospedale Sant’Eugenio, il 9 giugno 1986
Le sue raccolte
Capriccio, Roma, 1943 Berretto rosso, Roma, 1965 Confiteor, Guanda, Parma, 1973 Il tredicesimo invitato, Garzanti, Milano, 1980 Mar Rosso, Il Labirinto, Roma, 1997 Il tredicesimo invitato e altre poesie, Libri Scheiwiller, Milano, 2003
Più di recente, Interno poesia, 2022, “La folle tentazione dell’eterno”.
Non leggere odi, figlio mio, leggi gli orari. Son piú esatti. Svolgi le carte di navigazione prima che sia tardi. Vigila, non cantare. Viene il giorno che torneranno a inchiodar liste sulla porta e a chi dice di no dipinger sul petto qualcosa di uncinato. Impara ad andare senza esser conosciuto, impara piú di me: a cambiar quartiere, passaporto, faccia. Fai pratica di tradimento al minuto, di sporca quotidiana salvezza. Le encicliche sono utili per accendere il fuoco e i manifesti per incartare burro e sale a chi è senza difesa. Rabbia e pazienza ci vogliono per soffiare nei polmoni del potere la fine polvere mortale, macinata da chi ha molto imparato, da chi è esatto, da te.
Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
SIMONE CONSORTI
Oggi ho piantato un sasso
Oggi ho piantato un sasso
innaffiandolo e parlandoci
dandogli semi e cercando
il terreno adatto
Il mio sogno è che cresca come
un Partenone
Oggi ho piantato in asso
un fiore per un sasso
Mi consegno all’acqua verso l’alba
Mi consegno all’acqua verso l’alba
per morire un po’ di morto a galla
Non ho niente addosso
se non il mio corpo
di cui mi libero
Tutto quello che ho dentro e che è fuori
(e non intendo l’anima o i colori)
è strenuamente
dolcemente vita
che a riva mi trascina
e alla deriva
Ho lasciato accanto al mio un posto vuoto
Ho lasciato accanto al mio un posto vuoto
e a chi me lo chiede
dico occupato
Dico sto aspettando
dico lui verrà tra poco
non so quando
D’altronde non c’è fila per sedere
perché nessuno vuole mettersi vicino
a chi sta aspettando qualcun altro
Ho lasciato un posto vuoto qui accanto
ma intanto pure il mio si sta svuotando
In ogni bara lasciateci un buco
In ogni bara lasciateci un buco
per farci entrare il mondo
oppure un bruco
In ogni bara lasciateci un buco
per fare uscire almeno un po’ di buio
C’è tutto ciò che han veduto
negli occhi di ognuno
quando si chiudono
In ogni bara lasciateci un buco
a forma di nuvola
La ragazza che raccoglie le conchiglie
La ragazza che raccoglie le cartacce
e quella che raccoglie le conchiglie
si incrociano ogni giorno sulla spiaggia
verso l’alba
Nemmeno si salutano
solo la prima parla
ma l’altra ha una conchiglia sull’ orecchio
perché anche se il mare è ad un passo
lo vuole sentire più vicino
e più lontano
Avvolta la immagino di notte
mentre attutisce il suono delle onde
per ascoltare meglio i tuoi silenzi
avviluppati ai miei
Se un giorno amerò qualcun’ altra
sarà lei
Stamattina ho pedinato una formica
Stamattina ho pedinato una formica
Prima girava senza meta
poi si è vista con un’amica
Bisbigliavano talmente basso
che ho dovuto avvicinarmi
di qualche passo
e pure in quelle condizioni
non ho capito se parlassero di yoga
o di rivoluzioni
sta di fatto che a un certo punto
erano cento
Blateravano di sviluppare ali
e diventare api
E poi ordigni atomici
e trasformarsi in uomini
Una sosteneva che voleva
creare un Dio
nero e piccolissimo
capace di far funzionare le cose
anche fuori dal Paradiso
Quando si sono separate
ho ripreso a seguire la mia formica
Ma forse era l’amica
Cose e persone
Oggetti chiamati regali
reclamati indietro dopo anni
Il regalante si è pentito
Il regalato è diventato uno sconosciuto
Nel frattempo un libro è stato letto
delle scarpe hanno girato per il mondo
un gioiello ha brillato
a beneficio di occhi e di specchi
I freddi oggetti sono diventati cose
a volte perfino pròtesi
Sottrarli adesso è togliere
un pezzo di sé alle persone
Simone Consorti
Simone Consorti è nato nel 1973 a Roma, dove insegna in un liceo. Ha esordito con “L’uomo che scrive sull’acqua ‘aiuto’”(Baldini e Castoldi 1999, Premio Euroclub 2000, Premio Linus). Ha pubblicato i romanzi “Sterile come il tuo amore”(Besa, 2008), “In fuga dalla scuola e verso il mondo”(Hacca, 2009), “A tempo di sesso”(Besa, 2012),“Da questa parte della morte”(Besa, 2015), “Otello ti presento Ofelia” (L’erudita, 2018), “La pioggia a Cracovia”(Ensemble, 2019), “Vi dichiaro marito e morte”(Ensemble, 2021). Sono uscite diverse sue raccolte di poesia tra cui “Nell’antro del misantropo” (L’arcolaio, 2014),“Le ore del terrore”(L’arcolaio, 2018) e “Voce del verbo mare” (Arcipelago Itaca, 2022). Le sue piéces “Berlino kaputt mundi” e “Sterile come il nostro amore” sono andate, con successo, in scena, rispettivamente al Teatro Agorà e al Teatro Antigone di Roma tra il marzo e il giugno del 2018. Si occupa di street photography; ha tenuto mostre personali in Italia e partecipato a collettive in Francia e Russia.