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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: POESIA

Canto presente 43: Marcello Buttazzo

03 lunedì Feb 2020

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA

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Marcello Buttazzo, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

MARCELLO BUTTAZZO

A te

ho donato

le mie virtù di sogno

le ansie palpitanti

la carità di suono.

Timorosa

questa luna errante

nascosta dietro coltri che non so.

Trepidante il mio cuore rosso marezzato.

A te

ho donato

le mie incertezze

le stagioni inquiete

e questo sangue imprigionato.

Benigna

questa Natura

assetata di visioni

e d’ebbrezze.

Impaziente

questa vita

che non conosco.

Sulla mia terra

c’è ancora

il tuo nome.

Il cielo

nell’azzurro

infinitamente

l’ama.

*

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Canto presente 42: Marina Marchesiello

09 giovedì Gen 2020

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA

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Marina Marchesiello, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

MARINA MARCHESIELLO

Faccio piaghe di felicità
a tutte le mie nuove pieghe di luce.
Vedi, l’arrivare ancora ferita
sottopelle alla notte
mi aiuta;
rende ancora più liquidi
occhi ed umori e l’unto di consolazione
di avere resistito all’affronto
di un’altra luce sbagliata
del giorno senza te.
Faccio un sangue più sano
perché tu ci possa passare bene
sopra le dita.
Tu che hai le mani pulite che avevo
creduto le mie quando non sapevo
come mettere insieme le cose
che nessuno mi diceva appartenessero niente altro che all’aria del mondo
quando non si sa di essere due.
Faccio piaghe di felicità
per questo vistoso premere
del mio corpo in attesa del colpo violato.
Fossi stata più dura ai coltelli del “sento”
sarei stata la infelice vincente;
senza secernere continue albe,
queste bende di te.

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La Befana

06 lunedì Gen 2020

Posted by Deborah Mega in Poesie

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Guido Gozzano, La Befana

Albrecht Durer, Adorazione dei Magi, Galleria degli Uffizi

Discesi dal lettino
son là presso il camino,
grandi occhi estasiati,
i bimbi affaccendati

a metter la scarpetta
che invita la Vecchietta
a portar chicche e doni
per tutti i bimbi buoni.

Ognun, chiudendo gli occhi,
sogna dolci e balocchi;
e Dori, il più piccino,
accosta il suo visino

alla grande vetrata,
per veder la sfilata
dei Magi, su nel cielo,
nella notte di gelo.

Quelli passano intanto
nel lor gemmato manto,
e li guida una stella
nel cielo, la più bella.

Che visione incantata
nella notte stellata!
E la vedono i bimbi,
come vedono i nimbi

degli angeli festanti
ne’ lor candidi ammanti.
Bambini! Gioia e vita
son la vision sentita

nel loro piccolo cuore
ignaro del dolore.

Guido Gozzano

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uNa PoESia A cAsO: Emily Dickinson

22 domenica Dic 2019

Posted by Loredana Semantica in uNa PoESia A cAsO

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Ancora Emily Dickinson 

Rossa fiamma è il giorno

il mezzogiorno è viola

giallo il giorno che declina

e dopo tutto questo il Nulla.

Ma a sera mille scintille

rivelano la grandezza dell’arsa

terra d’argento che mai si consuma.

(trad. Loredana Semantica)

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Versi trasversali

18 lunedì Nov 2019

Posted by Deborah Mega in Versi trasversali

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Guglielmo Aprile, Poesie

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

GUGLIELMO APRILE

 

A rilascio lento

La crepa nella diga

all’inizio non fa rumore,

ma si allarga attraverso gli anni,

fino a quell’uomo

a cui il temporale ha rubato

ogni ricordo della strada di casa;

la lingua del ghiacciaio

si fende con lunghi boati,

dall’orlo del crepaccio

enormi blocchi si staccano e crollano in acqua.

 

Quella strana attitudine morbosa

che alcuni spingeva da piccoli

a sezionare pile da quattro volt

si ripresenta a distanza di anni,

in forma di lividi sulle dita,

di auto cappottate nel dormiveglia

e neonati ingoiati dai caimani.

 

Processo di combustione

Un tanfo di bruciato

ristagna nell’aria anche diverse ore

dopo che l’incendio è stato domato.

 

“Tutto finisce”, ripete dopo l’orgasmo

e resta a lungo a guardarsi le mani

piene di graffi,

di biglietti scaduti

o non utilizzati in tempo massimo,

di merce che non trova un compratore.

 

Con un colpo di tosse ieri sera

ho espettorato un grumo

di metallo carbonizzato.

 

Responso
1
Da bambini un po’ tutti giocavamo con le lenti ustorie,

oggi invece la nostra paura più grande

è reincarnarci in un insetto.

 

Viene l’età adulta

con le sue bandiere che infagottano deiezioni,

con le sue campane di allarme che suonano fuori tempo rispetto

all’incendio;

 

nel volo basso

dei pezzi di carta soffiati dal vento e inseguiti inutilmente dai passanti

leggo un responso

di cui non oso trarre la logica conclusione.

2
Si parla spesso di una falla

apertasi da un tempo non definibile

per errore umano o sfortunata casualità

nei depositi di stricnina:

il percolato scivola goccia a goccia nel canto mattutino dei merli,

i dintorni della stazione cosparsi di anelli incrinati;

 

in luogo del vecchio proprietario di queste rendite,

dai polsi massicci e dalla voce che non trema,

 

vedo una distesa di balene spiaggiate,

un parco per bambini cosparso di denti scheggiati.

 

Sotterranei

Si dice che le murene si siano rifugiate tutte

in nascondigli sotterranei,

in cantine buie e senza apparente uscita,

da quando abbiamo iniziato a dare loro questa caccia spietata;

e che ora aspettino, nascoste

in luoghi appartati e dove di rado qualcuno discende,

come in certe gallerie

scavate perché ci passasse la metropolitana

ma poi a distanza di anni

mai completate.

 

Gli esseri delle grotte prima o poi riaffioreranno

ancora più affamati; qualcuno anche

racconta di averli già avvistati

una notte, perlustrare i sobborghi

credendosi inosservati.

 

Ordalia

Da ragazzi, in vacanza, tuffarsi

da qualche altezza un po’ più impegnativa

aveva il brivido di un’ordalia.

Dopo anni sono rimasto

io solo in cima a quello scoglio

ed esito, timoroso o dell’acqua

gelata o di possibili rocce

non visibili che un attimo prima

dello schianto, in agguato su un fondale

basso, torbido. Eppure

il resto dei miei coetanei

ce l’ha fatta, senza apparenti traumi,

e ha riguadagnato riva da tempo,

esaurito il divertimento. E anche

le donne, a lungo andare, sono stufe

di aspettarmi, di incoraggiarmi, quando

è a me che tocca, e vanno via, insieme

a chi mi è passato avanti nel turno.

 

Vivere si fa impossibile, senza

una punta di cauta sfrontatezza

che chiuda gli occhi e conti fino a tre:

non ti abbraccia l’azzurro,

se non ti illudi di poter volare.

 

Nei giardini di Armida

Gli stormi a una certa quota rischiano

di sfracellarsi nel risucchio

di un’elica non avvistata in tempo;

l’arcobaleno assassino dei fiori

dopo averci drogato ci divora;

il porto alla solita ora

allestisce la sua scenografia

di luci basse e ci dobbiamo arrendere

al suo ammiccamento crudele e dolce;

il ricco guardaroba del teatro

ha il potere di esercitare un fascino

sui nostri sensi infantili, e ci alletta

con i suoi giocattoli e le sue maschere;

la maga escogita un trucco

antico come il mondo, ma di sicuro effetto

per catturarci, e ci scopriamo preda

della sua collezione di dionee

dal cromatismo artificiale e vivido;

 

Vivere è assurdo come innamorarsi

ma di una prostituta (assurdo, sì,

ma fino a un certo punto)

 

Testi tratti da Il giardiniere cieco, Transeuropa, 2019

 

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Versi trasversali

11 lunedì Nov 2019

Posted by Deborah Mega in Versi trasversali

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Alessandro Pagani, frasi umoristiche

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo l’opera di …

ALESSANDRO PAGANI

“LA REALTÀ IRREALE”
1. «Il mercato del cloruro di sodio s’innalza.» «Scusa, perché non dici sale?»
2. «Io non li sopporto i tossici!» «Lascia perdere tanto ormai li conosciamo, sono fatti così…»
3. «Buongiorno, vorrei un libro giallo.» «Mi spiace, i gialli sono finiti. Sono rimasti verdi, rossi e blu.»
4. «Non ne posso più di pulire i bagni, tocca sempre a me. Voglio che questa storia cessi.»
5. Perché la morte ti fa bella? Perché la vita cessa.
6. Chi beve tanti alcolici perde la tintarella perché si sbronza.
7. «Trattenga il fiato e poi espiri.» Quello capì spiri, e morì.
8. Dove vanno i ciclisti spagnoli dopo un incidente? A los pedale.
9. Il marito della cuoca è geloso del suo passato.

10. Secondo una statistica molte donne non si rifarebbero le tette, col seno di poi.
11. All’ingresso di un camping. «Abbiamo i prezzi più bassi di tutti. Chi ha orecchie per intendere, in tenda.»
12. Requisito a tempo di record tratto di spiaggia a clan mafioso: d’alloggio al demanio.
13. In fila alle poste. «Scusi capellone, deve fare la coda.» «Senta, a me piacciono sciolti.»
14. «Dottore, soffro di allucinazioni.» «Io non sono il dottore, sono il drago dalle orecchie viola.»
15. Due scarpe innamorate. «Lacci unimmo e là ci unimmo.»
16. «Mamma mi sono tatuato un cetaceo sulla nuca» «Ma che ti balena per la testa?»
17. «Ero indeciso se fare l’amore o la maionese.» «E com’è finita?» «L’ho fatta impazzire.»

18. «Come punizione starete nel recinto con i maiali!» «Perché, a cosa volete sottoporci?»
19. «Buongiorno, vorrei un gelato.» «Con la coppetta?» «Mah, non so se me la merito.»
20. Convegno sulla tossicodipendenza, relatore finale: «E ora passiamo ai fatti».
21. «L’assistente era brutto, ma col chirurgo plastico mi sono rifatta la bocca.»
22. «Perché i tuoi gatti fanno diao invece che miao?» «Perché dialogano tra loro.»
23. «Dottore, mi fa male la rachide.» «E mangi le nocciole!»
24. «E se mi vestissi da clown?» «Ma dai, non fare il pagliaccio!»
25. «Figlio mio guarda… una prostituta giapponese accanto ai templi» «Pagode?» «No, lo fa per lavoro.»

Benvenuti all’edizione terrestre del TG flash (Gordon) trasmesso dalla Base Ambra del satellite Cobalto. Ecco le notizie di oggi:
• Avvistata navicella di profughi nello spazio di Ardesia. No scusate, era un buco nero.
• Scoperto vaccino contro gli effetti del vaccino. È un vaccino.
• Arrestato androide sulla galassia di Celadon per eccesso di velocità. Visibilmente alticcio, alla domanda qual è il suo nome, rispondeva: «Roboh!».
• Uscito nuovo Iphone che sarà in grado di conoscere con assoluta certezza quando uscirà il prossimo.
• In vendita l’ologramma fai da te: puoi riprodurre chiunque, fuorché tutti gli altri.
• Scoperto farmaco per curare l’emicrania. Unico effetto collaterale, annulla i ricordi: ti fa male qualcosa, ma non sai cos’è.
• Torna l’alta moda a Milano, talmente alta che le modelle dovranno portare tacchi sessanta.
• Musica: presto in commercio le cuffie osmotiche. Non ti piace un brano? Non lo sentirai mai.
• Finalmente svelato il terzo segreto di Fatima: non esiste luogo dove Radio Maria non arrivi.
100
• Notizie da Plutone: ancora nessuna risposta sul perché si chiami come il cane di Topolone.
• Terra, Italia, disoccupazione record: un ragazzo su due è disoccupato, l’altro senza lavoro.
• Eletto il nuovo Papa, Denim Celeste IV. Queste le sue prime parole: «Se mi sbaglio, mi formaterete».
• Scoperto buco nero dentro la via lattea. Cappuccini gratis per tutti.
• Torna a far paura il fondamentalismo islamico: un kamikaze racconta una barzelletta, il pubblico esplode in una risata.
• Nuovo record di velocità nello spazio. La sonda Gainsboro X7 ha viaggiato a una velocità così alta che i rilevatori non hanno fatto in tempo a rilevarla.
• Trovata su Marte acqua potabile. Si cercano volontari per andare a tagliarla.
• Brianza, professoressa cibernetica aggredita in classe a Sediate, in provincia di Como.
• Culi in aria… ehm scusate, culinaria: alla fine i migliori posti dove mangiare nello spazio sono sempre quelli dove si fermano i camion-navicellisti.
• Il veicolo spaziale Perla Mistica sta facendo ritorno dal suo viaggio interstellare con una delle scoperte più incredibili degli ultimi anni: nello spazio cosmico non esiste la pubblicità. E ora, una pausa pubblicitaria.

Testi tratti da 500 Chicche di riso, 96, Rue de-La-Fontaine Edizioni

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Versi trasversali

07 giovedì Nov 2019

Posted by Loredana Semantica in Versi trasversali

≈ 1 Commento

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Giuseppe Settanni, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

GIUSEPPE SETTANNI

Frammenti

radici spaesate
come lacci senza scarpe
legano venti di canzoni sotterranee

mi siedo, una stella è caduta
nella mano aperta che invocava
la grazia della sera:
gioiello appuntito, è un dono
inatteso
che porta un lampo di luce a
alla mia mente assetata

la realtà è uno specchio rotto
che riflette frammenti di libri perduti.

Nell’oblio

lontano il riflesso delle tue
mani sulle vetrate scarne della cantina
fotografia scolorita di un’età
apparentemente disadorna

prima che le ore venissero inghiottite
da monotonie senza piacere
la fugacità delle luci
create con sapienza da dita morbide
era capace di riempire di pace il pensiero
affollato

con dispetto le pagine sono state voltate
dal vento

in memoria di pallide effusioni
risuonano i salmi
canzoni sacre per gli alberi
che hanno smarrito i loro rami

l’innocenza è per coloro che non vedono

Lame nel buio

l’hai visto il vecchio
che sputa disgustato
sul muro della verità?
non trova pace il penitente
nella camera da letto
il filo del silenzio
strozza la speranza

fiamme e cani
a passeggio nel parco
non si curano del dubbio
la scia della vanità
volteggia spavalda
ma il cerchio non si chiude

i lampi in lontananza
oscurano la notte
ci sarà tempesta
dicono i saggi con lo scettro

Pece

da lontano un vetro
il riflesso si muove fragile
le ombre delle sere cupe
e tu mi accompagni con parole
di freschezza

cosa hanno trovato
i portatori di vittorie?

sul trono della fame
è stato issato uno stendardo
di cenere e vento

il colore delle lacrime
che riempiono il ciglio della strada
le mani non si toccano
pallida la pece del mio cuore

 

Testi tratti da Blu, Edizioni Ensemble, 2019

 

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Canto presente 41: Giovanni Sepe

28 sabato Set 2019

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA

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Giovanni Sepe, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

GIOVANNI SEPE

Occasione

Penso alla morte come a un’ombra sola
che cade floscia tra le rose nuove,
un velo opaco sui mirtilli bruni.
penso a una voce fioca nelle vene,
lenta come una sera in solitudine
mentre la luna pullula nel cielo.
Penso alla morte e piango silenzioso.
Morire insieme al seme e ai girasoli
farebbe della morte un’occasione.

Non domandarmi il peso del mio nome
tra tanti in lettere informali brama
la calda candela.
Tu non conosci il ritmo delle ombrose
luci sul passo della voce piccola
nei vicoli stretti,
la colla che ci lega al mare aperto
sul tufo sgretolato dalla noia.
Non domandarmi un nome per le cose
di cui non ho voce.

Nutrivo l’onestà delle parole:
il peso degli accenti sulle labbra
rifrangeva la luce come un prisma.
Stelline puntiformi, intorno il buio.
Ho elettricità adesso nelle tasche
un circùito stampato: un chip,
dieci grammi di molecole.
Fumo, leggo
e ti penso, è un gioco luminoso
perderti ora.

Tu non lo sai, il tuo sonno che vegliava
l’assenza di un cuore, quanto lunghe
faceva le mie sere.
Quanto mi è caro ora tu non lo sai,
quel tempo in cui ero, io stesso, custode
di memorie future.
La giovinezza veniva in soccorso
in voci uguali a un ricordo dolce.
Della parola nata
dal tuo sonno infecondo tu non sai

Hai lasciato il disordine alle mensole
come in un giorno qualunque di giugno:
Il sale grosso dietro le stoviglie,
i biscotti umidi ormai da riporre,
dietro agli infusi con la teiera bianca,
sopra la scatola aperta dei farmaci.
C’è ancora da ordinare i pomodori,
quattro file da dieci semi ognuna
e il tuo sorriso impreciso da cogliere.
L’ aria, che tiepida arriva dal mare,
l’odore dei limoni e delle rose,
la voce rumorosa del vicino:
metterò in ordine avanti i ricordi.
E nel mio cuore lascerò il disordine

Quanto di te perdo
sarà il silenzio che incontrerò la notte,
quando il cuore avrà voglia di morire.
Il magenta sbiadito in autunno
sulla fissità rugosa del tempo
dove la speranza s’incurva su un filo di luce.
Sarà il tramonto della luna
al di là della collina,
mentre la gente s’intrattiene
per non sentirsi sola.
il battito tremulo di un fiore
acceso dal vento,
mentre chiudi i miei occhi sul tuo ricordo.
Quanto di te perdo oggi
sarà mio solo domani.

Vi dico “addio” come al migliore amico
nell’incertezza di giorni lontani.
Addio alla voce senza più rumore,
alla mia carne che vesto dell’ombra
perché la luce cerni dal silenzio
il male speso nelle mie parole.
Addio al giardino in fiore e al gelso rosso
ai lunari prolissi di ricordi.
A quanti un filo d’erba guarderanno.
Vi dico “addio”, sarò breve a morire.

Sei il miele che s’affina sulla bocca
quando pronuncio la parola buona,
quella netta, precisa del tuo nome.
Sei figlia, e madre, del mio verbo guasto,
incauto, quasi giusto, indovinato.

Sei, mentre parlo, tu quanto divieni:
più ricca o povera alle mie parole.
E taccio, e invecchia il pensiero di te.

da “Il peso della luce”, Controluna, 2018

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uNa PoESia A cAsO: Emily Dickinson

12 giovedì Set 2019

Posted by Loredana Semantica in uNa PoESia A cAsO

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Emily Dickinson 

Inviamo un’onda a trovare un’altra onda
un compito così divino
che lo stesso messaggero s’ innamorò
dimenticando di tornare.

Tuttavia concepiamo una saggia distinzione
sempre vananente compiuta
che il momento migliore
per arginare il mare
sia quando il mare se n’è andato.

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Versi trasversali

09 lunedì Set 2019

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Dal ritorno al viaggio senza mediazione, Riccardo Mazzamuto

 

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

RICCARDO MAZZAMUTO

Bando 1

 

Brilla il corpo degli anni

ottanta, sfuso adesso

stanco pensiero oscuro

scappo dalla società

divistica coeva…

Continua a leggere →

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Guarda che luna! Le mille lune dei poeti

02 lunedì Set 2019

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

≈ 1 Commento

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Alda Merini, Charles Baudelaire, Federico Garcia Lorca, Gabriele D'Annunzio, Giacomo Leopardi, Gianni Rodari, Giovanni Pascoli, Giuseppe Ungaretti, Luigi Pirandello

Il 20 luglio 1969, cinquant’anni fa, Neil Armstrong, Michael Collins e Edwin Aldrin Buzz giungevano sulla luna a bordo dell’Apollo 11 e questo evento rappresentò un’importante svolta, un grande passo per l’umanità. Da sempre la Luna, unico satellite naturale della Terra, ha ispirato mitologie, leggende e credenze, poeti, scrittori, registi, musicisti. Personificata dalla dea Selene, fu considerata influente sui raccolti, le carestie e la fertilità. Condiziona la vita sulla Terra di molte specie viventi, regolandone il ciclo riproduttivo, agisce sulle maree e la stabilità dell’asse di rotazione terrestre. La raccolta che segue rappresenta una breve carrellata di testi poetici che trattano l’argomento.

*

TRISTEZZA DELLA LUNA

Più pigra, questa sera, sta sognando la luna:
bellezza che su un mucchio di cuscini,
lieve e distratta, prima di dormire
accarezza il contorno dei suoi seni,

sulla serica schiena delle molli valanghe,
morente, s’abbandona a deliqui infiniti,
e volge gli occhi là dove bianche visioni
salgono nell’azzurro come fiori.

Quando su questa terra, nel suo pigro languore,
lascia che giù furtiva una lacrima fili,
un poeta adorante e al sonno ostile

nella mano raccoglie quell’umido pallore
dai riflessi iridati d’opale, e lo nasconde
lontano dagli occhi del sole, nel suo cuore.

CHARLES BAUDELAIRE, Traduzione di Giovanni Raboni

 

TRISTESSES DE LA LUNE

Ce soir, la lune rêve avec plus de paresse;
Ainsi qu’une beauté, sur de nombreux coussins,
Qui d’une main distraite et légère caresse
Avant de s’endormir le contour de ses seins,

Sur le dos satiné des molles avalanches,
Mourante, elle se livre aux longues pâmoisons,
Et promène ses yeux sur les visions blanches
Qui montent dans l’azur comme des floraisons.

Quand parfois sur ce globe, en sa langueur oisive,
Elle laisse filer une larme furtive,
Un poète pieux, ennemi du sommeil,

Dans le creux de sa main prend cette larme pâle,
Aux reflets irisés comme un fragment d’opale,
Et la met dans son cœur loin des yeux du soleil.

*

CANTO NOTTURNO Dl UN PASTORE ERRANTE DELL’ ASIA

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L’ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s’affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
E’ la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell’umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perchè dare al sole,
Perchè reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perchè da noi si dura?
Intatta luna, tale
E’ lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell’innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D’ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s’avess’io l’ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
E’ funesto a chi nasce il dì natale.

GIACOMO LEOPARDI

*

ALLA LUNA

O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, né cangia stile
O mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l’etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l’affanno duri!

GIACOMO LEOPARDI

*

 

POTESSERO LE MIE MANI SFOGLIARE LA LUNA

Pronunzio il tuo nome
nelle notti scure,
quando sorgono gli astri
per bere dalla luna
e dormono le frasche
delle macchie occulte.
E mi sento vuoto
di musica e passione.
Orologio pazzo che suona
antiche ore morte.

Pronunzio il tuo nome
in questa notte scura,
e il tuo nome risuona
più lontano che mai.
Più lontano di tutte le stelle
e più dolente della dolce pioggia.

T’amerò come allora
qualche volta? Che colpa
ha mai questo mio cuore?
Se la nebbia svanisce,
quale nuova passione mi attende?
Sarà tranquilla e pura?
Potessero le mie mani
sfogliare la luna!

FEDERICO GARCIA LORCA, Traduzione di Claudio Rendina

 

SI MIS MANOS PUDIERAN DESHOJAR

Yo pronuncio tu nombre
en las noches oscuras,
cuando vienen los astros
a beber en la luna
y duermen los ramajes
de las frondas ocultas.
Y yo me siento hueco
de pasión y de música.
Loco reloj que canta
muertas horas antiguas.

Yo pronuncio tu nombre,
en esta noche oscura,
y tu nombre me suena
más lejano que nunca.
Más lejano que todas las estrellas
y más doliente que la mansa lluvia.

Te querré como entonces
alguna vez? Qué culpa
tiene mi corazón?
Si la niebla se esfuma,
qué otra pasión me espera?
Será tranquila y pura?
Si mis dedos pudieran
deshojar a la luna!

*

L’ASSIUOLO

Dov’era la luna? ché il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi: 
chiù…

Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto: 
chiù…

Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d’argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s’aprono più?…);
e c’era quel pianto di morte… 
chiù…

GIOVANNI PASCOLI

*

O FALCE DI LUNA CALANTE

O falce di luna calante
che brilli su l’acque deserte,
o falce d’argento, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!
Aneliti brevi di foglie,
sospiri di fiori dal bosco
esalano al mare: non canto non grido
non suono pe ’l vasto silenzio va.
Oppresso d’amor, di piacere,
il popol de’ vivi s’addorme…
O falce calante, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

GABRIELE D’ANNUNZIO

*

SULLA LUNA

Sulla luna, per piacere,
non mandate un generale:
ne farebbe una caserma
con la tromba e il caporale.
Non mandateci un banchiere
sul satellite d’argento,
o lo mette in cassaforte
per mostrarlo a pagamento.
Non mandateci un ministro
col suo seguito di uscieri:
empirebbe di scartoffie
i lunatici crateri.
Ha da essere un poeta
sulla Luna ad allunare:
con la testa nella luna
lui da un pezzo ci sa stare…
A sognar i più bei sogni
è da un pezzo abituato:
sa sperare l’impossibile
anche quando è disperato.
Or che i sogni e le speranze
si fan veri come fiori,
sulla luna e sulla terra
fate largo ai sognatori!

GIANNI RODARI

*

VEGLIA

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita.

GIUSEPPE UNGARETTI

*

CANTO ALLA LUNA

La luna geme sui fondali del mare,
o Dio morta paura
di queste siepi terrene,
o quanti sguardi attoniti
che salgono dal buio
a ghermirti nell’anima ferita.
La luna grava su tutto il nostro io
e anche quando sei prossima alla fine
senti odore di luna
sempre sui cespugli martoriati
dai mantici
dalle parodie del destino.
Io sono nata zingara, non ho posto fisso nel mondo,
ma forse al chiaro di luna
mi fermerò il tuo momento
quanto basti per darti
un unico bacio d’amore.

ALDA MERINI

*

«Restò – appena sbucato all’aperto – sbalordito il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprì le mani nere in quella chiarità d’argento. / Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna. / Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era: ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna? / Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva. / Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, la Luna… C’era la Luna! la Luna! / E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore».

LUIGI PIRANDELLO, da Ciaula scopre la luna, Novelle per un anno

 

 

 

 

 

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Versi trasversali

06 sabato Lug 2019

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Tag

Davide Morelli

 

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

DAVIDE MORELLI

*

ALL’IMBRUNIRE

C’è un sovraccarico di segni

a quest’ora del giorno.

L’aria si fa più fine.

L’animo fa il calco

di questo tramonto.

Tutto passa, anche il passato.

Ma non dirmi il sottinteso, il traslato.

Sembra che non ci si possa esimere

dall’hic et nunc, dai rebus insolubili,

dalle associazioni di idee,

dalle giaculatorie brevi ed ingenue,

che avvitano la mente all’imbrunire.

 

*

TROPPO PRESTO

L’oscurità inghiotte la città.

La notte capovolge la realtà.

Ritorna un fantasma dalla memoria:

ricordiamo insieme una triste storia.

E’ morto  giovane. Troppo presto.

Restano pochi gesti, poche frasi.

Restano solo pochi aneddoti:

finiranno nel nulla dopo di noi.

Il vento fa da perno al rumore

delle cose e delle nostre parole.

 

*

VIAGGIO

Una volta all’anno si ha voglia

di partire: vedere altri volti,

altri paesaggi, altri luoghi:

sentire altre voci e altre storie

per tornare e sentirsi come nuovi.

Ma è solo e soltanto un’illusione

avere  copiato quei cieli

con una comune carta carbone.

 

*

SUL TAVOLO

Tutto ciò avvenne simultaneamente.

Ma non me la santo di parlare di coincidenze

o di concatenazione di cause.

Eravamo metafore sospese nel vuoto.

Si potrebbe parlare per ore

degli automatismi della gioventù.

Sul tavolo un biglietto del treno

di dieci anni fa.

Lo guardo. E’ lì senza un significato preciso.

Ciò che è remoto ritorna inavvertitamente

senza fare troppi sforzi di memoria.

La vita: questo strano impasto

di miele e fiele, di abitudini e similitudini.

I destini: questo gioco ad incastro.

 

*

GODOT

Essere umani significa anche

avere tutte le carte truccate

e ciò nonostante perdere lo stesso.

Essere umani significa anche

cercare punti fermi, approdi;

trovare segni inequivocabili

dove non c’è certezza assoluta.

Significa anche cercare l’altrove

nella realtà più convenzionale.

Ci sono innocenti senza colpa

condannati alla sofferenza atroce…

Anche oggi noi eravamo in attesa.

Un posto vale l’altro per attenderlo.

Certi l’attendono tutta la vita.

Anche oggi Godot ha dato forfait.

Non ci restano che giochi di specchi,

accostamenti inusuali di parole,

verità posticce o provvisorie.

Ma non possiamo dire ad ogni modo

che nell’attesa eravamo soli.

 

*

IPOTESI

Potremmo essere ologrammi

fluttuanti in molte dimensioni.

Trascendendo lo spazio e il tempo,

potremmo abitare il multiverso.

Ma al momento è solo una ipotesi

fantasiosa, se non delirante.

Direi una ipotesi tra le tante.

 

*

FELICITA’

La felicità di primo acchito

è una bella ragazza che ammicca.

Ma subito dopo si rivela come

un trucco prospettico dell’animo.

Più che una condizione esistenziale

è uno stato d’animo passeggero.

Siamo legati a questa illusione

da un eterno sortilegio.

È una eterna promessa

non mantenuta.

Niente di più.

 

Testi tratti da Componimenti pseudopoetici e Cuore improduttivo

 

 

 

 

 

 

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uNa PoESia A cAsO: Emily Dickinson

15 sabato Giu 2019

Posted by Loredana Semantica in uNa PoESia A cAsO

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Tag

EMILY DICKINSON, POESIA

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Emily Dickinson

La chimica certezza
che nulla va perduto
sprona nella sventura
il mio credo in frantumi

Se vedrò il volto degli atomi
tanto più le finite creature
che mi sono state sottratte.

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Canto presente 40: Massimo Botturi

08 sabato Giu 2019

Posted by Loredana Semantica in Canto presente

≈ 3 commenti

Tag

Canto presente, Massimo Botturi, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

MASSIMO BOTTURI

A MIA MADRE

 Quasi cadesse ancora quel filo d’erba nuova
dalla tua mano e hai appena due anni
ora che in fila, aggiusti il borsellino
per quando sarà il conto.
Le poche tue cibarie, un flit per i mosconi
galanterie portate da casa in questo uffizio
dove le giovinette sistemano scaffali
e taciturne vanno alla pesa.
Sempre attenta, io t’ho veduta in queste faccende
un soffio d’aria, versata d’innocenza sui vortici del mondo
tra le rotonde e i clacson sguaiati
luminarie, file di denti come promessa.
Ora sei china
non più al figliolo nudo dai gomiti incrostati
ma alla severità delle vene, delle ossa
di ciò che ti sorregge a fatica
senza un pianto.

QUANDO POI SMETTE DI PIOVERE

Quando poi smette di piovere, fa strano
e sembra che più niente ci sia a volare intorno.
Ti sembra d’esser mai esistito, e che le foglie
si chiamino a custodi del mondo
con le leggi
le regole non scritte che spingono le verdi
e annullano le gialle alla fine dei respiri.
È come avere te, un foglio bianco, sesso aperto
per contraddire Darwin in sette giorni solo;
è come avere letteratura, mani e bocca
volume in edizione extra lusso.
Gli occhi, ancora
come dei secchi d’acqua con dentro le tue lune
le tue mammelle poco educate
il tuo ombelico, sporgente come un pesce
alle briciole del pane.

L’UOMO ACCANTO

Quando dormo profondo allungo il corpo
come l’acqua dentro il vino
come i sogni, che odorano di more e tempesta.
Torno al Vico
a quel trasloco di San Martino, alla maestra
che m’educò all’amore per libero pensiero.
Ritorno al lume, chiuse le imposte
e al libro nuovo. Sulla credenza via dallo sporco
perché oro, sarebbe stato i giorni a venire.
Dormo e sboccio
maturo come il fiore di pero e di genziana
tra i tiri dello schioppo nel bosco e altri lamenti.
E quando dormo profondo
in altri mondi, poi getto le mie viole a ricordo;
ho calze corte, un piccolo maglione sfibrato
ma sorrido. Sì forte che del sangue poi m’esce
e mostra il segno
sul labbro un bacio pronto a venire
l’uomo accanto.

ROSSA

Là, una rosa
ha già varcato il limite imposto di un cancello;
la debole ed inutile leggina che la vuole
di proprietà a un’anziana signora.
Ma n’è nulla
ciò che la vanità scrive in calce, lei si fionda
accetta il rischio d’essere scissa;
che so io, da uno innamorato prima che torni a casa
da una ragazza mentre l’annusa
e trova pari, al seno suo lavato di fresco.
Eccola china
del peso di rugiada scolpita, come vena
varice della terra ghiaiosa
Dio inventore.

INTERMITTENZE

Questa mia stanza ha un occhio a est, piccino.
Davanti un sortilegio di foglie, a inverno coppi.
La luna ci sghignazza minuti, forse un’ora
poi gira il culo e va verso il Michigan, Milano
o una città che adesso mi scordo.
Sembra niente, ma a me vien su il magone
perché è una bella donna che sfugge, come gli anni
Allora viene in mente quando prendevo il treno
e tra una riga e l’altra di un libro salutavo
le amiche pendolari di stessa mia premura.
Nemmeno un caffè insieme;
garretti, borse, corse
e metropolitane d’ogni colore, e tram.
Mi viene anche in mente la mia morosa mora
le uscite di nascosto dal padre che dormiva
le scuse alla sorella portata per candela.
E allora penso, porca miseria, è proprio vero
son attimi che passano svelti quelli belli
ma restano che sembrano secoli, ciao amore!

 

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Canto presente 39: Pasquale Del Giudice

30 giovedì Mag 2019

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, SINE LIMINE

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Tag

Canto presente, Pasquale Del Giudice, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

PASQUALE DEL GIUDICE

Dal corpo.

Avere un corpo, zampe e zanne, trascinare
in giro un guscio, al guinzaglio
della coscienza, un ordigno in prestito,
oscuro oggetto di studi, provvisorio
intrico, ferraglia che stride
il proprio involucro, ignorato
dall’altezza degli occhi, delle analisi sommarie
indagini sulle superfici, sui paesaggi
terrestri, dal taglio della propria
inconsapevolezza, inconsistenza conoscitiva,
dal corpo scavare il corpo della terra
concentrato di lesioni, assimilate
ferite, cancellazioni e stratificazioni
scendendo con la penna, ribaltare
il progetto degli appezzamenti, la cartina
delle proprietà, delle vene, delle strade
lasciandone emergere il risvolto,
il lavorio sotterraneo di gallerie,
funzioni, formiche, avi che trasportano briciole
ossigeno, monumenti alla debolezza di tutti,
col corpo rinvenire genealogie
verticali e parentele orizzontali,
tra ulivi bisnonni e piante neonate,
essere un corpo é non avere corpo,
l’illusione di un giorno, servire
il destino della storia e l’ordine del discorso,
avvenire nei sensi, consumare il gioco
di stare al mondo, prescritti, urbanizzati
urtando altre parti di mondo,
riproducendolo, nei fraintendimenti,
nei dialoghi della bocca e delle braccia,
desiderando il mistero di un altro corpo,
dall’enigma del proprio, esposti e difesi
nella carne, cartapesta di pori
e vespaio di cellule altrui, con cui
guerreggiare a nome di un altro,
nel solo corpo che hai e che non ti appartiene
a nome tuo e di nessuno che moltiplica i giorni,
le scuse, i passatempi per restare in piedi
tra gli altri, contro gli altri,
avere un corpo, un materasso su cui morire,
deteriorarsi, contando, misurando
parole tra sé e la propria carcassa,
oscurarsi tra le coperte, in nuovi
anfratti, pieghe, lasciando cadere sillabe,
come squame, pelli secche, cicliche mute
come distanze cadute, di pareti e mura di sé
anni, crolli, avvicinandosi alla polvere,
dal corpo sentire i gradi, il calore,
signore crudele al giuramento degli alberi,
col corpo tornarsene a casa, nell’altra gabbia,
torcendo il capo tra gli archivi,
mentre la città muove strumenti, apparecchi
macchine, motori, alla finestra
guardare la pace estiva, le cattedrali,
gli edifici, la miseria, l’asfalto,
le televisioni che parlano a vuoto, i ritagli
di giornale, le scadute politiche del mondo,
dalle vetrate degli occhi, vedere chi vince
più vicino alla morte, la vita di ognuno
una storia di commiati diretti al comune,
all’ultimo congedo, mentre si cerca
invano la particella neutra, il volto dell’altro,
il laccio, l’accordo a quella frequenza monotona
neutra, sottopelle, dove non termina il filo
e una testa, una cellula si lega all’altra,
occhi di tutti i colori, corpo di Dio,
corpo di tutti i corpi, tutto il dolore del mondo
vedere con tutti gli occhi del mondo,
soffrire la sincronia delle piaghe mentre
si diffondono, si ripetono, ognuno
portatore sano di ferite, che arreca agli altri,
disperdendo il primo trauma, dal corpo.

Ipotesi sulle aule studio.

Geometrie che si ripetono
in un’armonia predisposta di sedie
banchi e postazioni computer,
rigidità inflessibile
di architetture razionaliste
composizione minimalista,
patria di zaini, occhiali, matite
occhiate, effetti personali, segreti amori
mondo sottomarino, enorme
acquario di pesci boccheggianti, di pazzi
che parlano da soli, macchine
che borbottano in parallelo, di sottolineature
di sacrifici di parti di testo espunte dal testo,
di testi messi insieme, stuprati e riassunti
passati da una bocca all’altra, fabbrica
di impuniti travisamenti,
le aule studio rivelano l’interesse
la curiosità verso l’altro e il fastidio
l’attrazione e la repulsione del diverso
origliato nel proprio universo,
le biblioteche sono allevamenti
intensivi della specie, in cui la scrittura
passa il testimone filogenetico
mentre si gonfia e si rigonfia il palloncino
solipsistico degli scopi personali,
l’illusione dei propri obiettivi,
la prefigurazione degli esami
mettendosi alla prova
ognuno nutrito dalla benzina del suo fine,
le aule studio sono palestre di boxe
sale d’addestramento
dove ognuno si prepara alla gara
prendendo a pugni il suo sacco, il suo libro,
camere iperbariche, anticamere
d’arrivismo sociale,
in questi luoghi amo i distratti,
chi fissa un punto a caso della stanza,
chi incrocia uno sguardo fuoriuscito
dalla sua bolla d’attenzione
chi è incapace di concentrarsi su di sé,
chi si annoia di sé, chi è innamorato
della fisionomia dei corpi, del mondo
che gli passa vicinissimo nelle sue forme
e sta attento a non approfondirlo,
amante della superficie, del gusto del vedere
divinità innalzatasi a contemplare
l’ansia dei suoi figli sfiniti e contratti dal lavoro
al di sopra o al di sotto dei suoi doveri
del suo debito nei confronti della vita,
in una via di mezzo, nel possibile
tra il conosciuto e lo sconosciuto,
ognuno in attesa dell’evento, dell’impatto
effettivo, eterno riscaldamento
nelle aule studio si fanno ipotesi sui freni
sulla tenuta del motore, officine
in cui si eseguono rituali, prove
sulle gomme, crash test, cercando di coprire
e prevedere le domande, di mangiare
l’intera torta del programma
in vista dell’esame che forse non si terrà mai,
studiare per un esame è un esercizio chirurgico,
un’ossessione della prestazione,
leggere è guidare a caso per le strade del mondo,
conoscere cose per il piacere di farlo,
nelle ore o nei giorni di festa
le aule studio sono ospedali senza pazienti
reparti dormienti, letti vuoti, corridoi spenti.

Volti prismatici di un mocio.

Polipo addomesticato, sbattuto sulla pietra
sulle superfici di casa,
piste d’atterraggio o da pattinaggio
per curling amatoriali
per parrucche di treccine idroassorbenti,
scettro delle signore di casa
migliore amico, fucile delle casalinghe,
alghe redivive a contatto con l’acqua,
teste schiantate da un battiscopa all’altro
maltrattate da donne frustrate, sottomesse
alla gerarchia patriarcale
allo scazzo di badare a figli, mariti e amanti,
futuro strumento di rivolta,
arma con la quale i lavoratori domestici
otterranno l’indipendenza,
un mocio è una lattuga dalla facile usura
un sommozzatore col fiatone
un ragazzetto bullizzato
col cranio nel cesso, torturato,
immerso e strizzato più volte;
dovremmo lasciarlo prosperare
nel suo secchio specifico, in ammollo
come una creatura marina
una medusa di listarelle nel suo acquario,
senza farlo disidratare,
imputridire nel lercio del passato,
ogni tanto versando dell’acqua fresca
della vita nuova o del detersivo
come forma di premio, come dental stick,
come dessert, come bevanda
analcolica bluastra allucinogena,
il mocio è un regalo, un prestito di Zeus
alle faccende domestiche
ballerino provetto, come tutti
inizia a perdere pezzi, a puzzare di marcio,
a soffrire di calvizie, lasciando in giro
ciocche, parti di chioma,
la sua arte è trattenere il fiato
la giusta misura d’acqua
per affrontare le insenature, i rischi
e le strettoie quotidiane della vita,
sapendosi sporcare e ripulire,
rimettendosi nuovamente in gioco;
uno e molteplice, questo straccio sofisticato
è un esemplare di Komondor
tenuto in un angolo o in un ripostiglio
dal temperamento notoriamente
equilibrato, affettuoso, indipendente
gentile e tranquillo, rasta con asta
un mocio non è altro che un omaggio
divino alla testa danzante di Rud Gullit.

La manutenzione.

Sono vivo, un cantiere aperto,
una macchina usata, un mostro precario
civilizzato, puntualmente i peli mi rispuntano sul viso,
il sebo si accumula nei pori,
il mondo è la criniera di un cavallo,
ogni cosa necessita di manutenzione e del suo stalliere,
della sua lametta e del suo giardiniere,
di revisioni, di versioni, di una controllatina
ai freni, alla tenuta dei bulloni
la vegetazione, le unghie ricrescono, la pelle decade,
ciclicamente sono necessarie
radiografie, controlli delle pompe
del sistema e del livello di putrefazione raggiunto,
è opportuno ridurre ad ordine umano
la matematica delle sterpaglie,
più cresci più muori, più muori più cadi a pezzi,
più perdi illusioni, più i tuoi gesti
si sommano negli errori degli anni,
hanno avuto incidenza, hanno ferito e perdonato,
hanno deluso e smentito se stessi,
esposta alle intemperie e alla consunzione del tempo
la vita è un cadavere sezionato
dunque le cose muoiono con gusto
e ogni giorno implica lo sforzo
di tenere a bada il loro disfacimento,
la loro fuga, la loro tentata ribellione
rimandando la loro fine,
ritinteggiando le porte e i capelli, le pareti,
la manutenzione tiene sveglio il mondo
il suo bisogno di cure, morte che ci tiene in piedi,
che stimola, smuove a mettere in ordine la stanza
a usare il tempo nel migliore
o nel peggiore dei modi, sperperando
quello che resta in affronto al tempo
e a se stessi, costantemente ridare senso
dove si era dato senso, nei rapporti sociali
nei propri spazi, nel cassetto
delle delusioni, opponendosi alla forza
centrifuga che mette in moto la macabra pantomima,
bisogna immaginare Sisifo barbiere,
crollare è darla vinta alle liane, alle piante rampicanti
quando ti sommergono i piatti da lavare,
quando la tua casa si arrende
alla forza riassorbente dell’edera
e del muschio, delle erbe infestanti, dei nidi di ragno,
dei topi, delle formiche, dei rifiuti dei passanti.

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Canto presente 38: Alfonso Ravazzano

23 giovedì Mag 2019

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA, SINE LIMINE

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Tag

Alfonso Ravazzano, Canto presente, POESIA

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

ALFONSO RAVAZZANO

LA GRAMMATURA DELL’INCERTO

Prendevi in prestito
i respiri che mostravano
coraggio e che io cercavo
in ogni luogo di confine.
La tua gola piena di tubi
mi ricordava il gesto del subacqueo
quando mira ai pesci.

 

Non è tanto sparire allontanarsi
è rimanere aggrappati a noi stessi.
Io e tutte le mie assenze
abbiamo il peso del buio
la grammatura dell’incerto
il sapore di un miscuglio
già bevuto.

 

Parlare di chiodi, di attese
una mano a martello
e lo sguardo disfatto.
Tu che il sonno lo inventi
pensa a salvarti ad essere
là dove potresti rinascere.

 

Il senso delle parole è in una foto che guardo
da una montagna di tormenti, descrive l’esercizio
della fatica silenziosa, quella che spinge l’aria
verso luoghi che non abbiamo abitato e nel disegno
dello sguardo la descrizione di un salto infinito.

 

I pesci hanno tanto coraggio e non si aspettano niente.
Ti avevo chiesto un bacio ma tu tardavi a morire
mentre l’amo feriva l’acqua senza averne paura.

 

Nutrire ogni forma di delirio
la mano aggiunge acqua alla sete
e il freddo è una coperta di sogni
si riesce a sentirne il calore da fuori
possibile sfidare le superfici isteriche
quando sdraiati si resta più deboli
cosa sono le cosidette assenze
se non tornano i conti e le somme
può servire adagiarsi su uno strato di pelle
quello più vicino alla luce in un fiato.

 

Ogni volta che muori
la dismisura del viaggio
fra il tuo allontanarsi
e il mio divenire – verifica
l’attimo in cui suggerivi
di comprendermi.
Dentro a questa geografia
dello smarrimento – regni
un poco risparmiata e cupa.
Ogni sillaba che costruisce
il tuo nome genera altri mondi
altre incomprensioni o incertezze.
Rivedo la tua mano dettare
in un foglio scarabocchiato
disegni visibili e necessari.
Tu m’abbandonasti al confine
imperturbabile di una città
che non avremmo mai conosciuto.

 

Guarda i miei occhi le tue debolezze
fissami pure potremmo incontrarci
Il male che mi porgi è la geometria dei vinti
sono per quello che respiri anche se non saprai dimenticarlo
Io prendo coraggio dal tuo labbro quello che bacia
la fisionomia del sangue.
Aprimi succhiando l’aria che non dovrò respirare.

 

La respirazione è un talento
la somma dei rami tagliati
la voce matura dei passeri
e altre direzioni di volo
è tutto nelle radici di un acero
la variante dell’ossigeno
raggiunta la trachea
sentirai soltanto un soffio d’aria
sei troppi movimenti e linee
per sparire.

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uNa PoESia A cAsO: Costantino Kavafis

19 domenica Mag 2019

Posted by Loredana Semantica in uNa PoESia A cAsO

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candelabro, Costantino Kavafis

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Costantino Kavafis, con “Candelabro”

Una camera piccola e vuota. Ivi s’accampa,
fra quattro mura nude, con un verde parato,
un candelabro splendido: divampa,
e brucia, dentro ciascuna sua vampa,
una lascivia, un impeto di lascivo calore.

Nella piccola camera che il candelabro allieta
del suo gagliardo, vivido lume riverberato,
quella fiamma è del tutto inconsueta:
non è per una carne vile e vieta
la forte voluttà di quell’ardore.

(trad. Filippo Maria Pontani)

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uNa PoESia A cAsO: Rabindranath Tagore

04 sabato Mag 2019

Posted by Loredana Semantica in uNa PoESia A cAsO

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POESIA, Rabindranath Tagore

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Rabindranath Tagore, da “Il giardiniere”

Quando mi passò accanto velocemente
l’orlo della sua veste mi sfiorò.
Da un’ isola sconosciuta del cuore
venne improvviso un respiro caldo di primavera.
Fu un tocco fugace che  svanì
in un momento come il petalo di un fiore reciso
trasportato dall’aria.
Ma si fermò sul mio cuore come un sospiro
del suo corpo, come un sussurro dell’anima.

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I disoccupati

01 mercoledì Mag 2019

Posted by Deborah Mega in Poesie

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Edward Hopper, Stephen Spender

Edward Hopper – People in the Sun – 1960

I disoccupati

Passando tra la folla silenziosa
in piedi dietro opache sigarette,
questi uomini in ozio nella strada,
io ho il senso della luce che cade.

Indugiano agli angoli della via
e con un alzar di spalle salutano
gli amici e rovesciano le tasche
vuote, gesti cinici dei poveri.

Non hanno ora lavoro, come gli uomini
più degni e ben pagati a tavolino
dormono lunghe notti e alle dieci
si alzano e rimangono a guardare
lo stillicidio lento delle ore.

Sono geloso delle ore di pianto
che fissano con quegli occhi affamati.
Sono ossessionato da queste immagini,
sono ossessionato dal loro vuoto.

Stephen Spender, Poesie (Mondadori, 1999), trad. di Alfredo Rizzardi

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Nota critica su “La finestra dei mirtilli” di Fernando Lena e Daìta Martinez

22 lunedì Apr 2019

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Poesie, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Tag

Daìta Martinez, Fernando Lena, La finestra dei mirtilli

 

Da una finestra si assorbe sole e aria, si osserva il mondo, il cielo azzurro o plumbeo, l’orizzonte caratterizzato da un paesaggio collinare o portuale. Immagino che questa sia la visuale consueta per i due autori Lena e Martinez, dal loro punto di osservazione. Comiso e Palermo, tratti geografici che, insieme alla sperimentazione espressiva, li accomunano più di quanto faccia la loro scrittura, almeno ad una prima lettura. E da una finestra di mirtilli, punto di osservazione sul mondo, scrivono i due autori.

I testi di Lena e Martinez, contrassegnati solo da un orario, si alternano attraverso la raccolta in modo differente anche dal punto di vista tipografico tanto da richiamare aspetti e contenuti terreni, nel caso di Lena, flussi di coscienza e flashback nel caso di Martinez. Procedendo nella lettura però trapelano flashback anche dai versi di Fernando e attività concrete e quotidiane dai versi di Daìta. Emergono i temi ricorrenti nella poetica dei due autori: la dipendenza, l’irrequietezza, la paura, l’illusione, la mediocrità, l’amore mancato, l’euforia, il viaggio, il dolore, il tempo, la morte, la solitudine nel caso di Lena; la memoria, l’attesa, l’assenza, la nostalgia, la religione, la libertà nel caso di Martinez. Ne viene fuori un’atmosfera realistica descritta nei suoi aspetti più crudi, veri e oggettivi in un caso, nonostante i pensieri, le emozioni e i giudizi siano percepibili, un’atmosfera quasi crepuscolare e malinconica che mira a rappresentare le piccole azioni e cose di ogni giorno, gli affetti, le abitudini e l’intimità di un’esistenza semplice confortata dai valori della tradizione nell’altro. Lena sogna alla finestra pensando ad un arcobaleno in due e a tutti i colori in un sogno solo, Martinez invece il ritorno all’ingenuità dell’infanzia mentre considera con ironia il desiderio di una felicità quieta e modesta.

Martinez utilizza il dialetto come lingua originaria che dà vita ad una poesia immaginifica e allegorica in cui confluiscono profumi, tradizioni, suggestioni tipiche dell’isola. La sperimentazione, che Martinez persegue, la porta a costruire quasi architettonicamente ogni parola, ogni posizione e spaziatura tra le parole in un modo che corrisponde all’afflato della lingua, al suo naturale intercalare. Demolisce la sintassi tradizionale perché i versi sono privi di punteggiatura, tuttavia catturano il lettore per il loro aspetto visivo. Si ricorre spesso al dialogo, con il suo alternarsi di interrogativi e di risposte a volte sussurrate, altre volte pronunciate con decisione e fermezza. Ad entrambi è comune la grande sensibilità, il sentire e vivere la vita con intensità e un senso di accoglienza e appartenenza al proprio mondo.

Anche Lena è poeta dalla grande sensibilità, che avverte di avere soltanto parole nella sua povertà di talento oltre a quello di perdere le coincidenze con la morte, analizza il suo rapporto con il luogo natìo, mitico e allo stesso tempo limitante e lo sublima attraverso il ricordo che conferisce ai pensieri il sapore della testimonianza. Per entrambi, la finestra è angolo di osservazione, che consente un diverso approccio e una differente lettura della realtà dovuti a esperienze di vita completamente differenti. Da quanto detto, “La finestra dei mirtilli” merita di essere letta e approfondita perché rappresenta lo stesso mondo visto da due diverse prospettive, in cui è avvincente perdersi.

© Deborah Mega

*

f:
00.00

Vorrei un giorno
dicevo a quella tossica di Adele
mentre lei mi metteva fretta nel prendergli la vena.
Un giorno avrei voluto amarla, con una fede
consegnargli il mio batticuore e tutte le epatiti.
Davanti a Dio ci saremmo scambiati le allucinazioni
promettendo metadone anzichè aghi ingestibili.
E così avrei detto amore e nei cessi poi vomitato
una delle mie tante personalità.
Ho pensato in grammi per chissà quanto tempo
immaginando che fosse lì il peso della mia volontà.
Essere con il respiro dentro l’abitudine di peccare
se ciò fosse una espiazione metodica dei polmoni
direi che ho vissuto brancolando per necessità
d’assomigliare più a una bestia che a un santo.
Vorrei un giorno che la finestra apparisse lucida
e baciandomi tra i passanti, dalle loro bocche
tu ascoltassi almeno una parola dolce di mirtilli.

(ora non lo sai, ma forse il dolore ci sorprenderà)

*

d:
23.23

accade ciurato dal grembo un merletto melanconica sutura
a mia assenza la notte arrotondata tra il catino e la maniera
chi c’hannu li manuzze mentri pigghianu l’aria frisca sutta
chiddu ca nun torna d’un orlo alla paura degli specchi
o un rovinio di latte quando è piana la fontana dentro agli attimi
primitivo il sapore a dietro un gesto dal respiro e ha cenere
                                                                                               guarda
la collana
della sposa
imperfetta movenza]

quest’ancestrale solitudine dalle braccia che morbide mi
asciugo candore del rimpianto sulla riva del cielo lassatu
a li lampare cunsacrate d’ogni dèi la spiranza vagnata di
nuddu ca nuddu sapi li dogghie ammucciate nta la vucca
assittata d’insonnia e collina discendente silenzio questa
ebbrezza spugghiata ‘n mezzu ciatu na fogghia crolla lei

*

f:
17.10

«Ora puoi fare da solo dicevi
come se io avessi imparato chissà cosa di così geniale
era una questione di paure
e per alcuni quelle paure li condusse alla luce».
Ma noi eravamo quelli davanti ai pub chiusi
convinti di mirare la luna con le bottiglie vuote
eravamo una specie non protetta
causa le molteplici bestemmie e l’amore
per una sola fede appuntita, maleducata.
Poi il cielo è cambiato e i colori
hanno iniziato a moltiplicare il rosso sulle camicie,
sul cruscotto: dove c’era follia quel colore
ci battezzava le cadute e mai nessuna rivincita.
Ora potresti convincermi che la vista ci ha illusi
perchè le nuvole non le abbiamo mai avute sotto i piedi
o forse sono ancora messe lì nel dipinto ispirato da Dio,
e anche se ti cerco nei dettagli appena una croce,
una foto, indicano l’evoluzione del caos:
ogni minuto dell’aria adesso è eternità,
forse non so respirare ma scrivere della mediocrità
che spinge i cancelli non lascia
nuove storie alla voce arrugginita, e ormai
varcata l’intenzione quei bambini sull’altalena
non siamo noi, capisci ?
noi abbiamo tutte le periferie in gola, ed è impossibile
gridare la bellezza all’infuori del diritto d’essere
muti fino alla resurrezione.
«Finalmente puoi fare da solo – dicevi soddisfatta –
come se avessi imparato la formula dell’accoglienza:
diluirmi nel sangue aspirando la tua dolcezza mancata
da una fiala… fu quello l’amore… tutto in percentuali
tra un collasso e un’aurora».

a volte imparo dalla saliva
l’affinità dei vomiti
sarà un’intuizione epatica,
ma vivere quello non ci riesco
è una febbre alle ossa
inestirpabile senza un’idea.

*

d:
19.43

come posso
a un nocciolo
di piede

m’inchina silenzio
o liberazione sia

velatura le unghia
dal sonno un dopo
lasciato

hai battito tempo ?

e il vuoto in un canto di cicale
affonda la notte ai nostri passi
smarrita resistenza poi     ferita

l’eclissi blasfema

                   cavallucciu marinu
                  ‘u mari mi scinni da
                  chisti occhiuzzi ccà

l’avissi pinzatu r’accussì ‘u juocu mentri unn’era jucu
[caminari all’incuntrariu unni attummuliava la

grasta e tuttu ‘u firmamentu di la vistina i centrini
[all’uncinetto la grazia di li mennule ‘u lettu in
un ramuzzu di misericordia cielo sbavato all’odore del
[mosto: l’avissi pinzatu r’accussì ‘u jocu ma
unn’era jocu iu ca nun sacciu parrari e m’ammucciu
[sutta na scorza d’aranci ché la pioggia ha il
senso del contatto mancato o mancato al contatto il giorno
[dei giorni in un casteddu di rina

appizzatu
a la vintura
dello spacco

si tramonta dalle mani il torpore
comu pozzu
arriminari li paroli
prijate

nel sangue degli apostoli
ho

libertà?

statti mutu
‘a prucissiuni sta passannu

 

La finestra dei mirtilli, Daìta Martinez/Fernando Lena, Salarchi Immagini, Ragusa, 2019

 

 

 

 

 

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