Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “La tristezza di Paolo” di Enrique Gómez Carrillo

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G U A T E M A L A 

LA TRISTEZZA DI PAOLO

(1899)

Enrique Gómez Carrillo (1873-1927)

Traduzione di Emilio Capaccio

Critico letterario, scrittore, cronista e diplomatico. Conosciuto anche per la sua vita mondana, frenetica e avventuriera, e per i suoi matrimoni chiacchierati con le scrittrici Aurora Cáceres, Raquel Meller e Consuelo Suncín. Trascorse gran parte della sua vita a Parigi. Molti aneddoti si raccontano sulla sua vita, il più importante dei quali lo vede coinvolto nel tradimento della spia Mata Hari, catturata di rientro a Parigi, nella sua camera dell’albergo Elysée Palace, dalla polizia francese e giustiziata il 15 ottobre del 1917. La sua fama letteraria deriva soprattutto dal lavoro di cronista e corrispondente di guerra durante la Prima Guetta Mondiale, guadagnandosi l’appellativo di “Principe dei croinisti” e l’ammirazione di molti intellettuali europei, tra i quali: Leopoldo Alas, Maurice Maeterlinck, Jean Moreas, Vicente Blasco Ibáñez.

Stremato e triste, Paolo lasciò il salone in cui si ballava e andò a cercare una nicchia profumata sotto le immense palme del parco, dove le note dell’orchestra arrivavano raddolcite e deterse dalla calda atmosfera della notte.

— Qui – pensò sistemandosi su una panca rustica — le mie instancabili cugine non mi troveranno.

Il ragazzo aveva 18 anni. Era biondo come un paggio del rinascimento veneziano; grave come un abitante della leggendaria Tebaide; malinconico come una castellana di una fiaba medioevale. I suoi occhi dal taglio allungato, di velluto chiaro e indolenti, attiravano senza cercare di dominare. Le sue guance pallide e lisce, quasi cristalline, sembravano illuminate dall’interno da una luce rosata.

Era giovane e molto bello e per di più nobile e ricco.

Ma non era felice.

Mosso da straordinarie fantasticherie, era arrivato a perdere la nozione di vita reale e soffriva la monotona volgarità di possibili piaceri, come gli altri soffrono i dolori materiali.

Si chiamava Paolo del Monte.

Le sue cugine lo chiamavano “Il selvaggio” per via del suo carattere restio e per tirarlo su di morale lo obbligavano ad accompagnarle ai festini nei palazzi degli amici.

— Ti portiamo a civilizzarti – mormoravano sorridendo.

In realtà, lo portavano per ballare con lui, per stringerlo nelle loro braccia sensuali e stordirlo con il profumo dei loro seni scollati, e anche sfiorarlo furtivamente, qualche volta, con la bocca, nel vortice propizio della danza.

La cugina più grande, in particolare, sembrava avere un interesse speciale nel far vibrare la carne statuaria del ragazzo. Quando ballava lo afferrava freneticamente e spesso cercava di immobilizzarlo in un abbraccio, accanto a un muro discreto, nel buio dei corridoi, appannandogli il viso con il soffio di fuoco della sua bocca socchiusa e palpitante.

— Penso che tu sia innamorata di me — le diceva lui ironicamente in quei momenti.

E lei, i cui occhi aveva improvvisamente serrati con profonde occhiate bluastre, non poteva rispondere che per mezzo di scuse incoerenti e balbettanti, fatte di suoni più che di parole, intervallate da rapidi sospiri, vezzeggiativi incomprensibili, gemiti ansimanti.

Quella notte sua cugina non era riuscita a condurlo in un luogo appartato.

— Qui non mi troverà – mormorò Paolo, accarezzando meccanicamente i petali flosci e freddi di un’iride gigantesca. — Qui non mi troverà.

Il suo sguardo si perdeva nell’infinito dell’orizzonte, alla ricerca della torre che un leggero e lontano suono di campana faceva percepire, oltre i confini del parco, nelle profondità della grande città sonnolenta.

Il cielo, di una tonalità quasi verde, un misto di intenso chiaro di luna e azzurro glauco, il cielo basso e pesante di quella notte d’estate, somigliava a una pianura aurorale popolata di nubi dalle forme voluttuose, tonde e bianche come ninfe discinte. Tutto, sotto le palme, respirava un’ardente mollizia. La stella che dà consigli amorosi luceva ancora solitaria e augusta nel firmamento.

Paolo pensò ad un altro cielo meno bello ma più amato, visto qualche anno prima dal giardino del collegio, nel momento in cui la campanella del dormitorio gli faceva alzare gli occhi a contemplare, per l’ultima volta nella giornata, qualcosa di libero, lontano e splendido, come le nuvole stesse, e le stelle.

— Il collegio!… L’alcova comune!… L’orrore dei letti vicini!

Paolo ricordava tristemente le sue notti di insonnia solitaria, ormai lontane. Improvvisamente, come spinto da una molla, ritrasse la mano che aveva accarezzato il fiore e cominciò a pulirla nervosamente con il fazzoletto. Gli sembrava che la carne del fiore si fosse tramutata in carne umana, marcita, gelata, quasi morta… E un’infinita ripugnanza per la materia molle dei corpi invecchiati gli ispirava idee di castità.

— Cugino! – si sentì chiamare.
Un passo leggero calpestava la sabbia finissima dei sentieri. Tra le fronde di palma scivolava un’ombra biancastra, curvandosi su ogni panca, scrutando nella boscaglia, ondulandosi leggermente con movenze feline.
— Cuginetto! – L’ombra si fermò ai piedi di un’acacia in fiore, sotto un arco di lanterne giapponesi. Immobile. Paolo la esaminò incuriosito.
Alla luce delle lanterne rosate, il suo petto nudo si tingeva di un soave carminio che accentuava le mirabili curve dei suoi seni. I capelli neri brillavano come un casco d’oro rossastro. I grandi occhi scuri brillavano, nel biancore del viso, come due scintille fisse. La linea del corpo, così perfetta.
— È una tentazione — si disse mentalmente Paolo. Poi si rivolse a lei:
— Cugina!
La chiamò senza sapere perché, senza rendersi conto che la stava chiamando, senza pensarci, senza volerlo e senza sentirlo.
La chiamò nonostante il desiderio di non vederla, di non farsi accarezzare da lei, di fuggire da tutto quello che potesse macchiare la sua anima.
La chiamò e non capì di aver sbagliato a chiamarla finché lei non fu al suo fianco.
— Cugina!…
Seduto sullo stesso scanno accogliente, sotto le palme coprenti, nello sfondo silenzioso del parco, i due cugini si guardavano sorridendo.
Lui, con bontà quasi ironica, tra rassegnato e contento, in attesa.
Lei, con labbra tirate e palpitanti.
— Sai a cosa stavo pensando? – disse Paolo.
— Se non era a me, preferisco non saperlo.
— Ero a me stesso.
Aveva appena finito di pronunciare quella frase inopportuna, quando già la cugina prendeva la sua testa tra le braccia e gli mordeva le labbra con superbia rabbia amorosa, in un bacio che era allo stesso tempo una ferita.
Le foglie sparse cantarono la loro canzone epitalamica, scricchiolando ritmicamente, con allegrie pagane e con giovani malizie, come duemila anni prima nell’Arcadia, quando le ninfe e i satiri facevano dei boschi sacri un vasto letto di amori.
Un’ora dopo, seduti entrambi su un sofà del salone, apparivano gravi e silenziosi, senza osare parlare, né avere voglia di sorridere.
E mentre nell’anima di lei tutto era luce, gioia e apoteosi, nell’anima di lui, era caligine e grigiore.

Più voci per un poeta: Rocco Scotellaro. Nel centenario della nascita

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Nel 1923, il 19 aprile di cento anni fa, a Tricarico in provincia di Matera nasceva Rocco Scotellaro. Poeta, politico e scrittore italiano. Appena trent’anni dopo Rocco sarebbe morto per un infarto, ma certo la sua non può dirsi una vita sprecata.
Nato da una famiglia di umili origini, il padre calzolaio, la madre sarta, fu indirizzato dalla famiglia agli studi, essendo versato in letteratura, s’iscrisse al Liceo Classico presso i Padri Cappuccini e per permettergli di proseguire gli studi tutta la famiglia si trasferì a Sicignano degli Aburni, in Campania.
Trento, Tivoli, Potenza, Napoli, Bari, Cava dei Tirreni sono città dove ha lo hanno portato i suoi viaggi per l’Italia per studio e lavoro. Al termine del Liceo intraprese gli studi di Giurisprudenza alla Facoltà la Sapienza di Roma, ma in lui si accese la passione politica e, senza giungere a laurearsi, decise di impegnarsi attivamente, iscrivendosi al Comitato di liberazione nazionale prima e successivamente al PSI.
La morte del padre lo induce a ritornare a Tricarico, in Basilicata, o per meglio dire in Lucania, come la Regione si è chiamata fino al 1947. Rocco aveva intuito l’esigenza che per risollevare le situazione l’Italia postbellica si doveva operare nelle realtà locali rurali con una visione chiara di progresso democratico e istituzionale. Egli era sensibile alle problematiche della sua gente così provata dalla miseria, dalla guerra e dall’inattività delle istituzioni, con particolare attenzione al mondo contadino, afflitto da sfruttamento, caporalato impietoso, carenze igienico sanitarie e povertà, mali che ben conosceva essendo stato sensibilizzato dal padre e dallo svolgimento di un’intensa attività sindacale e poi perchè sentiva di provenire da quell’ambiente, tant’è che viene spesso definito “il poeta contadino”.
Nel 1946, a soli 23 anni, diventa sindaco di Tricarico nel partito del Fronte Popolare Repubblicano, nato dalla fusione di PSI e PCI. Conobbe nello stesso anno Carlo Levi, pittore e antifascita, e Manlio Rossi Doria, politico ed economista. Levi a detta dello stesso Scotellaro fu il suo mentore e promotore. In una breve ma dinamica gestione da sindato, Rocco Scotellaro dotò Tricarico di una scuola aperta a tutti – perché i cittadini non dovessero spostarsi per studiare, come lui era stato costretto a fare – istituì le consulte locali per dare voce democratica al volere dei braccianti agricoli, s’impegnò a tutelare il loro diritto a coltivare la propria terra e impedire lo sfruttamento del loro lavoro da parte dei grandi proprietari terrieri. Si mosse anche sul fronte dell’occupazione delle terre, movimento che portò alla riforma agraria sul latifondo del 1950. Nel 1947 Rocco Scotellaro fece aprire a Tricarico, che ne era sprovvista, l’Ospedale civico.
Il suo grande spirito d’iniziativa disturbò evidentemente gli avversari, perchè dal 1948 al 1950, Scotellaro affrontò una traversia giudiziaria. Tutto ebbe inizio con una denuncia anonima e il rapporto di un funzionario di polizia giudiziaria, a seguito dei quali fu accusato di truffa, concussione e associazione a delinquere. L’accusa sembrava a Rocco talmente inverosimile che l’affrontò con una certa leggerezza. Per 45 giorni subì anche la reclusione nel carcere di Matera. Il procedimento si concluse in appello con assoluzione per non aver commesso il fatto, quindi con formula di piena, ma la vita di Rocco ne fu segnata. Abbandonò la politica nello scoramento che prende i sognatori delusi, senza mai cessare la sua dedizione alla Lucania, s’impegnò maggiormente sul fronte letterario. Appena uscito dal carcere si recò a Venezia, dove conobbe Amelia Rosselli, con la quale intrattenne un intenso rapporto di amicizia durato fino alla morte di lui, avvenuto appena tre anni anni dopo. Amelia Rosselli alla sua morte gli dedicò un’accorata “Cantilena, raccolta di poesie per Rocco Scoltellaro”. Una di queste.

Rocco vestito di perla

come il grigiore dei colli vicino al tuo paese

mostrami la via che conduce

non so dove

(Amelia Rosselli)


Rocco fu anche poeta e scrittore. Cominciò a scrivere appena adolescente, del 1940 la sua prima poesia, tra il 1948 e il 1953 pubblicò poesie e racconti sulla rivista “Botteghe oscure”. Scrisse il romanzo “L’uva puttanella”, in gran parte autobiografico, rimasto incompiuto, un’ opera teatrale e svolse un’inchiesta sui “Contadini del Sud”, per incarico di Einaudi, anch’essa rimasta incompiuta per la morte sopraggiunta.

Per sintetizzare lo spirito dei suoi ideali, della sua azione politica e sociologica bastano le sue centrate parole stralciate dalla lettera di presentazione diretta a Luciano Erba con la richiesta di pubblicare sue poesie su “Quarta generazione”. Le poesie furono pubblicate nel 1954 postume, come del resto gran parte della sua produzione.

Politicamente ho fiducia che cessi la indegna e mortifera divisione del mondo perché l’umanità posa curarsi dei suoi mali: la povertà economica e il decadimento culturale“. (Rocco Scotellaro)

Le sue opere

“È fatto giorno” Mondadori
“Contadini del Sud”, Laterza
“L’uva puttanella” Laterza
“Uno si distrae al bivio” Basilicata
“Margherite e rosolacci” Mondadori
“Giovani soli” Basilicata
“Lettere a Tommaso Pedio” Osanna
“Scuole di Basilicata” RCE
“Tutte le poesie (1940-1953)” Mondadori
“Il prezzo della libertà. Lettere da Portici” Edizioni Giannatelli
“Poesie” RCE
“Tutte le opere” Mondadori

Di seguito una selezione di poesie di Rocco Scotellaro. Illustrazioni di Loredana Semantica, (tecnica digitale, pennino su schermo).

In autunno (1940)

Trasvolano le rondini
i mari e i deserti,
a una dimora certa
lontana tendono,
all’orizzonte forse,
dove sempre il sole
cade in sera.

Lucania (1940)

M’accompagna lo zirlio dei grilli
e il suono del campano al collo
d’un inquieta capretta.
Il vento mi fascia
di sottilissimi nastri d’argento
e là, nell’ombra delle nubi sperduto,
giace in frantumi un paesetto lucano

Traguardo (1941)


Sconfinati deserti
io mi figuro.
Cammino e cammino
ansante
sfinito.
Desolato
la voce sola mi resta.
Una sillaba sola
l’eco non ripete
del mio grido.
Avanzo m’abbatto
mi levo.
In un baleno improvviso
un traguardo ravviso.
E un tuono rimbomba al mio grido.

(1948)

È già notte qui nei valloni
è già notte per le campagne
marine.
Dai paesi corrono piccole
nuvole di fumo verso il cielo.
Continua la vita nel gelo.
L’anima è questo respiro
che ci riempie e ci vuota.
E occorre guardarsi indietro
a vedere il giorno
dove corre.
Corre di fronte
alle luci accese dei pali
dove il Vulture adesso
si vede
sullo specchio rosso
di ponente…
Perché l’ombra è già
morta sui pini.

Al sopportico delle Api il primo amore (1948)

Al sopportico delle Api
affisse ai muri le nostre iniziali
col colore della paglia bruciata.
L’amore nostro crebbe qui
nella stalla vicina.
E io vederti sorgere tenera ombra,
misuravo le parole tue calde
cercandoti le labbra con le dita.
Ombre di noi che siamo in fuga
si allungano, scompaiono
quando la lucerna del mulattiere
mette fremito alle bestie per la biada.

La mia bella Patria (1949)

Io sono un filo d’erba
un filo d’erba che trema.
E la mia Patria è dove l’erba trema.
Un alito può trapiantare
il mio seme lontano.

Campagna (1949)

Passeggiano i cieli sulla terra
e le nostre curve ombre
una nube lontano ci trascina.
Allora la morte è vicina
il vento tuona giù per le vallate
il pastore sente le annate
precipitare nel tramonto
e il belato rotondo nelle frasche.

TITANiO di Loredana Semantica, Terra d’ulivi 2023. Una lettura di Antonella Pizzo

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TITANiO

Dopo L’informe amniotico [appunti numerati e qualchepoesia]  edito da Limina Mentis edizioni, 2015, opera prima di Loredana Semantica,  con prefazioni di Giorgio Bonacini e Rosa Pierno segnalato al premio Lorenzo Montano, esce la nuova raccolta di Loredana Semantica TITANiO edita da Terra d’Ulivi 2023.  Il titanio è un elemento metallico conosciuto per la sua resistenza alla corrosione, quasi pari a quella del platino, nonché per il suo alto rapporto tra resistenza e peso. È un metallo leggero, duro ma con bassa densità. Allo stato puro è molto duttile, lucido, di colore bianco metallico.

Il Titanio è il metallo ideale perché porta in sé due qualità opposte e ugualmente importanti, rappresenta l’equilibrio fra due proprietà intrinseche, la leggerezza e la resistenza.

La parola Titano deriva dal latino Titanus. I Titani vengono considerati come le forze primordiali del cosmo, che imperversavano sul mondo prima dell’intervento regolatore e ordinatore degli dei olimpici. C’è anche un IO graficamente inserito con la i in minuscolo a formare la parola che dà il titolo alla raccolta, suggerendo probabilmente che l’io poetico dell’autrice si qualifica,  si colloca, si identifica con la leggerezza e la durezza.

Le poesie sono sotto datate e seguono un ordine cronologico preciso,  sono in ordine progressivo cronologico dalla più vecchia alla più recente all’interno di ogni sezione,  ordinata per senso e omogeneità di stile e ispirazione. TITANiO raccoglie settanta poesie ripartite in 4 sezioni: 12 in Je est un autre, 21 in Biografia, 12 in Calligrafia, infine 25 in Sacrario. Esse scaturiscono da un lavoro, durato un anno, di riordino della produzione poetica dell’autrice degli anni che vanno dal 2010 al 2021, lavoro iniziato con la raccolta inedita In absentia vocis che è stata segnalata al Premio Lorenzo Montano del 2022.

Riporta l’autrice in prima pagina un breve testo tratto dalle Memorie di Adriano di Margherita Yourcenar    “Sono giunto a quell’età per cui la vita è, per ogni uomo una sconfitta accettata…  Ritrovavo in quel mito, (dei Titani n.d.r)  ambientato ai confini del mondo, le teorie dei filosofi di cui mi ero nutrito: ogni uomo, nel corso della sua breve esistenza, deve scegliere eternamente tra la speranza insonne e la saggia rinuncia ad ogni speranza, tra i piaceri dell’anarchia e quelli dell’ordine, tra il Titano e l’Olimpico. Scegliere tra essi, o riuscire a comporre, tra essi l’armonia.”  Ciò ci induce a credere che questo lavoro di riordino sia scaturito dal  bisogno di Loredana Semantica di riuscire a comporre un’armonia, un equilibrio, fra la sua vita quotidiana ordinata e regolare e le bruttezze del vivere, fra le forze irrequiete dell’inconscio generatrici di metafore e sogni, fra il sonno  e la veglia,  fra il suo bisogno di bellezza che salva e la necessità dell’amaro pane, quell’armonia necessaria che non porta alla rinuncia della speranza e che consente piuttosto di bilanciare le due  parti contrastanti.

Da questo equilibrio di forze, proprio quando dall’incontro delle due parti potrebbero scaturire lampi e saette,  dall’attrito delle due, fluisce piuttosto precisa e misurata la sua poesia, quasi un lento ritmare,  a tratti nostalgica, velata di ironia, non cinica ma disincantata, rassegnata ma non troppo, che osserva con freddezza la  nuda e cruda realtà sperando però che le sue parole siano come semi dai quali un giorno nasceranno  fiori. Spargo semi nel mondo/non appariscenti/gli occhi profondi/chissà se ne sbocceranno fiori. Una poesia che ha una sua musica interna come una musica da camera che sembrerebbe tranquillizzare Io vorrei dormire/di più e più a lungo/il sonno dovrebbe coprire/ogni pensiero con la sua/coltre bianca di silenzi e neve.// in realtà provoca un vago senso di malessere, il suo sguardo disincantato si ferma sulle cose inanimate, su un fantomatico  direttore, che rappresenta il potere, sul lavoro che aliena e che spesso ci è alieno, negli immensi bla bla, sapessi come tutto gira intorno/senza senso/c’è un bla bla immenso/ nel quale non mi riconosco/quattro fessi al tavolo di fronte/ parlano e ridono/con la bocca ripiena di cibo. La casa e gli affetti familiari che sono il suo porto sicuro e la ripagano di quel senso di non appartenenza e ostilità avvertito nel quotidiano andare. Scrivo una dopo l’altra/cose elementari/quasi uno scavare dentro/ fino all’essenza//,  appartenenza che ritrova però nelle sue radici e nella loro ricerca delle quale lei sente d’essere la foglia terminale.

Non se questa sia ricerca spirituale/o piuttosto di radici.  C’è un acclamare alla parola salvifica che può essere occasione di riscatto e di ritrovamento del sé più autentico. Lo calpesto  se posso e l’odio/lo danneggio e rivendico/ inneggio alla parola/mio unico luogo labirintico. Oppure ancora Io starei immota al caldo/beata in un respiro lieve/aperto ai movimenti del corpo/e del torace lenti e morbidi/come una schiuma soffice. Bisogna comunque leggerla questa raccolta e farsi un’idea propria perché nessuna nota può essere esaustiva perché è vasta la materia trattata, trattandosi di vita.

Di certo si può dire che l’autrice sa scrivere bene, che la sua scrittura è matura, che scrive e frequenta il web poetico da vent’anni, che ha fatto bene a riordinare la sua significativa produzione poetica, affinché non venga perduta nei meandri di una memoria volatile di un pc, come quelle foto, spesso importanti e belle, che non facciamo stampare mai e che ci dimentichiamo di aver fatto, negandoci il piacere della vicinanza, ma che dovremmo trasformare in concretezza cartacea affinché si squarci la siepe della dimenticanza che oscura i ricordi e il sole. (Antonella Pizzo)

Testi

Abbiatemi per lontanissima
così lontana che tremano i cieli
nella mia bocca d’amianto
costretta da un solo cunicolo
abbiatemi per rarefatta
così sperduta molecola
che nello spazio non piove
neanche un raggio di luce
a forare coltre maledetta
la piracanta spinosa.

10.02.2017

Io sono qui
e qui è la mia casa
i miei profumi la crema
per il viso le borse le ciabatte
i miei vestiti e arredi
qui il mio cane il frigo ricco
di cose buone il mio lavoro
gravoso e senza sole
atomica che sfianca e fagocita
l’uranio impoverito dei miei giorni
qui il mio centro e debolezza
mia forza e sicurezza la sagoma
del tuo corpo confortevole
il capo bianco dei tuoi capelli corti
qui i miei figli quando capita talvolta
a ristorare l’attesa ostinata
tra un’uscita e l’altra
con gli amici.

5.4.2017

Dentro di me un romanzo
dalla nascita brulicante di cortili
alle gebbie d’acqua fredda e anguille
sperdute tra rovi cicale e frinire
oltre le cancellate in cima alle scale
nei posti della memoria
dimenticati dalla storia spariti dalla terra
arati dalle ruspe al suolo
che compaiono solamente
in flash incerti dei ricordi
quasi fossero dei sogni.
In un altro capitolo il presente
arroccato a qualcosa che si sgretola
mentre avanza il tempo inesorabile
senza fretta con la calma sicurezza
di chi non ha precisi appuntamenti
dagli ostacoli si vede
che franano i punti fermi
gli stessi che sul foglio con la penna
erano uniti in progressione
in forme di una certa consistenza
a cui appuntare piedi medaglie o certezze
d’essere un preciso essere
un puntino esatto sulla terra.
Adesso il finale ad effetto
sui palmi le stimmate rosse
nel costato lo squarcio incrostato
dell’eremita.

10.01.2020

biografia

Siti dell’autrice

https://liminamundi.com 

https://lunacentrale.wordpress.com/

Loredana Semantica

Nata a Catania, laureata in giurisprudenza, sposata, ha due figli, vive e lavora a Siracusa. Si interessa da molti anni di poesia, fotografia e lavorazione digitale di immagini. Proviene dall’esperienza  di partecipazione e/o collaborazione a gruppi poetici, di fotografia, arte digitale, litblog, associazioni culturali nel web e su facebook. Ha pubblicato in rete all’indirizzo http://issuu.com/loredanasemantica le seguenti raccolte visuali e/o poetiche: 

Silloge minima (7/11/2009) 

Metamorfosi semantica (3.2.2010), 

Ora pro nomi(s) (27.3.2010) 

Parole e cicale (13.8.2010) 

L’informe amniotico (27.2.2011), quest’ultima raccolta  opera selezionata al premio Opera Prima 2012 e finalista al premio Lorenzo Montano 2012” è stata pubblicata nel 2015 da Liminamentis.

Il 4 agosto 2012 ha pubblicato, sempre su issuu, la raccolta di riflessioni e racconti “I sette vizi capitali” e da ultimo una Trilogia poetica, formata dalle tre seguenti raccolte: “Apologia del silenzio“, “Nulla Parola” di 30 poesie ciascuna, e “Poesia delle feste” .

Con Feltrinelli/ilmiolibro, insieme a Deborah Mega e Maria Rita Orlando nel 2015 ha pubblicato La prima rosa antologia di 160 poesie e 28 immagini d’autore sul tema della rosa. Gestisce il blog personale  “Di poche foglie” all’indirizzo https://lunacentrale.wordpress.com/.

antonella pizzo

Versi trasversali: Fabio Petrilli

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

FABIO PETRILLI

SILENZIO

Un tuffo nel silenzio
tra ricordi passati.
Cerco nella memoria voci e pensieri, rumorosi

Fermo il pensiero, nuoto nel silenzio : giungono verità.

Ancora mi rifugio in te
giudice non sindacabile di questo mondo
percosso dal tempo.
Fragile si scopre l’uomo.

TRAMONTO

Una pennellata ricolma di colore d’un pittore e il tramonto viene ricamato d’oro.
Con le nuvole si sciolgono i colori ed io mi incanto sempre di più mentre aspetto te.
L’ultimo raggio di sole, quello più rosso ti accoglie tra le sue braccia e tu felice corri verso me.
Il sole si rispecchia dentro il mare, nei tuoi capelli ti è rimasto l’oro e il vento ci gioca
e non me li fa baciare perché è geloso di questa felicità.

UNA LACRIMA

Una lacrima scende lentamente su quel bel viso.
Silenziosa ha deciso di abitare nei tuoi occhi.
Silenziosa accarezza le tue guance e sfiora le tue labbra.
Quanti livori porta con sé
Tutto tace
Mi emoziono ancora una volta mentre guardo l’altra immagine che ha conservato di te L’asciugherò con tutto l’Amore che merita delicatamente sfiorando i tuoi occhi lucidi.
Ma tu promettimi che non piangerai più
Promettimi che se avrai bisogno di me
E non mi troverai,
mi cercherai in un sogno ed io sarò lì ad aspettarti

sarò lì pronto a proteggerti.

FABIO PETRILLI

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Nato a Foggia il 9/3/2000, si diploma al Liceo Scientifico E.Medi di San Bartolomeo in Galdo, in provincia di Benevento dove vive, iscritto alla facoltà di Lettere e Beni Culturali presso l’Università degli Studi del Molise. Durante la frequenza del Liceo, scopre una passione per le materie Umanistiche, in particolare Latino e Letteratura Italiana, inizia a scrivere poesie dal 20 Luglio 2020. Le sue poesie sono state tradotte in francese dalla poetessa Irène Duboeuf e in spagnolo e catalano dal poeta Joan Josep Barcelò i Bauçà, in greco dalla poetessa Irene Doura Kavadia.  Suoi componimenti sono presenti nelle seguenti riviste letterarie nazionali:
– Rivista letteraria “ Poetrydream “ di Antonio Spagnuolo
– Rivista letteraria “ Alla volta di Lèucade” di Nazario Pardini
– “ Leggere Poesia “ di Michela Zanarella
– Blog letterario “ Borderliber” di Martino Ciano
– Rivista Letteraria “ Di Sesta e Settima Grandezza – Avvistamenti di poesia” di Alfredo
Rienzi
– Rivista letteraria “ Transiti Poetici” di Giuseppe Vetromile
– Associazione socio- culturale , rivista Thetis
– L’Altrove – Appunti di poesia di Daniela Leone
– Nel IV numero ( giugno 2023) della rivista letteraria online “ Circolare Poesia “ di Mattia Cattaneo.
Inoltre suoi testi poetici in lingua inglese sono presenti nella rivista letteraria internazionale  “ Writers Capital International Foundation “ .

Poesia sabbatica: -55-

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-55-

 

ti ho cercata

 

ad ogni inizio del giorno

in un ultimo sogno

nel respiro affannato

di un passo da corsa

nelle strade affollate

nelle strade deserte

nella neve d’inverno

nel fiore in germoglio

 

ti ho cercata

 

a levante a ponente

alla fine del mondo

sulle cime dei monti

in un pozzo profondo

a due passi da casa

in città inesistenti

 

ho chiesto di te

 

a un passante

a un bambino

a un uomo in divisa

a una donna coi fiori

ai veggenti

ai profeti

a una notte di stelle

alla luna sorella

alla pioggia che cade

nelle strade di sera

 

poi mi sono fermato

poi mi sono seduto

poi ho chiuso la porta.

 

 

Francesco Palmieri

Appunti di lettura: Angela Caccia, “L’alveare assopito”, Fara Editore, 2022.

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Angela Caccia

“L’alveare assopito”

Fara Editore 2022

 

Appunti di lettura

 

Credo che non possa fare meraviglia, l’affermare che la poesia si faccia presente, a chi la scrive, come uno spostamento di tonalità della voce interiore o, ancora di più, come l’insorgere inaspettato di una voce seconda, del dire di un doppio io la cui dimensione esistenziale sembra assumere i contorni di un luogo sacro dalla volta in cui risuonano e rimbombano parole colme di echi, formule portatrici di suoni e significati densi di rimandi a cognizioni e sentimenti che dimoravano in un sottofondo psichico dove i paradigmi dello spazio-tempo non riescono a far valere l’imperatività delle loro regole ferree, ineludibili. Questa è l’impressione subito suscitata dalla lettura della prima lirica de “L’alveare assopito” di Angela Caccia:

 

Lei – io –

mi guarda vispa da una foto

non so chi delle due

sia più curiosa dell’incontro

lei punta le rughe

io tratti di tenerume

e qualcosa fra noi si spariglia

 

Accanto la sua ombra è lei la luce

che si staglia nel tempo che non c’è

verrebbe di voltarla

quella foto da cui sciamano presenze

le voci che da qui non si odono più

[…]

 

Il corsivo è mio, ma solo per sottolineare quanto scritto sopra circa lo sdoppiamento dell’io (“qualcosa fra noi si spariglia”), l’annullamento della dimensione spazio-tempo (“la luce/che si staglia nel tempo che non c’è”) e le suggestioni altre della voce poetante (“quella foto da cui sciamano presenze/le voci che da qui non si odono più”). E ancora più in là, l’evocazione non fraintendibile di quel luogo nascosto dove si va a depositare la memoria personale che, unitamente all’esperire emozionalmente l’esistenza, diventa il fattore generativo del verso (o l’alveare nascosto), il segno indelebile che il trascorrere fecondo dei giorni lascia permanentemente nella nostra anima senziente: “i ricordi non muoiono/s’addormentano vigili”.

Se la poesia rappresenta, così come credo, lo zenit espressivo della nostra comune umanità, quell’insorgere di un linguaggio verticale che riesce a dare profondità, spessore, evocazione, a un dire che altrimenti sarebbe semplicemente strumentale, si può affermare che Angela Caccia riesce a confermarlo, non solo per l’accuratezza della sua scrittura mai oscura, genuinamente metaforica, che si concede prevalentemente  frequenti enjambement e dislocazioni grafiche del verso e della parola, ma soprattutto per quella sua tensione umanissima (“chiamati a non perdere la vocazione/all’umano”) a sottolineare la grazia e la dannazione di essere nati e vivi, di non lasciare al tempo che ci oltrepassa, il piacere di nullificarci nel silenzio dello scorrere di anni ed ere (“…quale tempo/s’accorgerà che ce ne siamo andati?”). Si avverte netta una pretesa di valore, un diritto inviolabile ad esistere e ad esserci, pur nei confini inappellabili di una “condanna del colore”, nella consapevolezza della “fatica di essere rosa”, nella coesistenza di vita/morte, gioia/dolore, ricordo/oblio. Tutto ciò, unitamente ad altro che si potrebbe aggiungere, fa dire che la poesia di Angela Caccia è una poesia che riesce ad abbracciare i momenti apicali dell’accadere individuale o anche di quelle esperienze che si incidono profondamente e fatalmente nel destino di ciascuno di noi, partendo dalla convinzione che ogni soggetto umano nasce col nome di rosa, con la natura di un fiore, ma che sarà proprio quella genesi a costituire la sua stessa condanna:

 

E dopo la neve

l’aria rassodò sui rami

e ascoltammo l’ombra

cadere dagli alberi

mutilati del bordo sicuro

Il po’ di verde sconsolato

annusava ovunque luce

rovistava in sacche di grigio

ed abbandono

la condanna del colore

fu la fatica di nascere rosa

 

Momento apicale fra gli altri, è la cognizione del dolore, non come esito di un’esperienza infausta, elettivamente traumatica, ma come presa di coscienza dell’universale condizione di quel ‘male del vivere’ che la Poesia (da Leopardi a Montale, da Ungaretti a Quasimodo e, prima di loro e dopo di loro, altri ancora) non ha mai smesso di denunciare impotentemente al cospetto della Storia o, più arditamente, alle orecchie di un’entità superiore e nascosta (“all’Angelo colpevole dei veleni di ciò che passa”), dimostrando ancora una volta, e di più, il coraggio della protesta, della resistenza umana, l’ostinazione di uno slancio vitale immanente verso le meraviglie estatiche della vita: “Guardavo il buio impolverare/lenta la campagna quando/una dopo l’altra fiorirono le lucciole/ e fu come uno sconto di pena” e più ampiamente:

La rondine è viaggio

altezze

l’ampio i canti delle terre

che la speziano

le schiarite i tramonti le tempeste

l’immacolato che la contagia

e la chiama a tornare – io che

conosco da sempre il sogno di tutte

le rondini: la casa

col tetto rosso e

le finestre giallo sole che

disegnano i bambini

 

Rondine tra le rondini è Angela Caccia che ne conosce i sogni di tutte, metaforizzati in immagini di un’innocenza antonomastica, quella dei bambini (“…la casa/col tetto rosso e/le finestre giallo sole che/disegnano i bambini), che sa far vibrare la sua interiorità di quella tenerezza cui si fa riferimento in una delle motivazioni del premio Faraexcelsior 2022 (quella di Antonella Giacon) o nelle liriche di Lei madre ai figli, a pag. 33 e a pag. 36, una tenerezza che sembra estendersi all’Umanità intera e a tutto il Creato con occhi sapienti e perciò immancabilmente indulgenti. E tutto ciò nonostante la consapevolezza lucida che il cuore dell’uomo deve imparare a guardare anche a sorella pietra, a sopportare la visione di ciò che non avverrà mai (“Poesia/è ciò che non è accaduto”) e che infine sarà il silenzio l’eloquenza estrema e terminale di chi, dell’essere al mondo, ha cantato la gloria e l’orrore, la meraviglia e il disincanto, la luce smagliante e l’oscurità profonda:

 

n.3

 

Lascia che la parola torni insonne

che il cuore si riconcili alla pietra

 

 

Poesia

è ciò che non è accaduto

e calò il silenzio

come unica forma di eloquenza

 

 

FRANCESCO PALMIERI

Il secondo piano di Ritanna Armeni

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Il secondo piano, di Ritanna Armeni, edito da Ponte delle Grazie, 2023, p. 288

Dopo l’otto settembre del 1943, giorno in cui si comunicò che era stato firmato a Cassibile, in Sicilia, l’armistizio con il quale l’Italia si era arresa senza condizioni alle forze alleate, la speranza di essere liberati crebbe degli abitanti di Roma. In attesa che venisse finalmente sfondata la linea Gustav, i  partigiani lottarono  e resistettero cercando di contrastare i tedeschi con attentati e imboscate.  I   tedeschi però continuarono a occupare la città in un clima di terrore e violenza, facendo pagare ogni atto di ribellione con l’uccisione di civili inermi, aumentando le attività di ricerca e di cattura degli ebrei da deportare e sterminare.  ll 26 settembre il comandante della Gestapo, Herbert Kappler, pena l’arresto di 200 capi di famiglia, chiese agli ebrei 50 chilogrammi d’oro. La comunità ebrea con grande sforzo li raccolse  e li consegnò ai tedeschi sperando così di rabbonirli per un certo periodo. Le loro speranze furono presto deluse, il 16 ottobre del 1943 venne  dato l’ordine di arrestare e deportare gli 8.00 ebrei censiti. Le operazioni di rastrellamento  iniziarono già all’alba, i reparti delle SS  coordinati da Theodor Dannecker arrestarono in poche ore 1259 persone degli 8.000 previste, compresi anziani  e  bambini, il resto con enorme rabbia del comando tedesco sfuggì alla cattura. Il vaticano scelse la  via diplomatica e non prese posizione ufficiale anche se probabilmente agiva all’interno e in silenzio per contrastare gli abusi e le violenze perpetrati dai tedeschi.  Le chiese e i conventi furono perquisiti senza autorizzazione alla ricerca di partigiani, politici ed ebrei che si erano nascosti fra le mura Vaticane.

Il romanzo di Ritanna Armeni inizia proprio il giorno del rastrellamento degli ebrei nel ghetto romano. Continua a leggere

“Quel Lineare Raggelato Azzurro” di Dominica Villa Balbinot

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Dominica Villa Balbinot deve avere un conto in sospeso con la Natura o deve avere qualche oscuro legame ancestrale con i popoli del bosco. Forse un tempo in cui genietti e spiritelli erano stanziati sul pellame d’una foglia accartocciata o sotto gli ombrellini sforacchiati delle querce e delle betulle, era la comandante della guarnigione delle genziane sull’argine del ruscello, o era a capo dello sciame piratesco delle vanesse delle ortiche, o tra le nebbie dell’autunno trinava i colletti delle dissolventi fustaie come la più copiosa delle ariante arbustorum.
Quasi tutta la poesia di Dominica Villa Balbinot possiede un vigoroso rimando al mondo naturale, uno sfarfallio di tanti rapidi occhiolini a chi si avventa tra le calle dei suoi versi, suonati con tastiera di un linguaggio che riprende stilemi classici, eccezionalmente forbito, ricercato, con uso di attributi a volte disappresi, indubbiamente, per colposa corsa dei giorni che fuggono più velocemente di quanto possa contenere la nostra memoria.
È nella correlazione dell’individuo con il mondo naturale che nella poesia di Dominica Villa Balbinot, più precisamente in “Quel Lineare Raggelato Azzurro” (raccolta di scritti dal 2020 al 2023), si declina implicitamente, come per contrasto dovuto a precisa tecnica di bassorilievo, la condizione esistenziale dell’uomo, assumendone per comparazione le qualità degli elementi naturali: la secchezza della sabbia, nei cuori; il giallo flaccido di certi autunni imporriti dalle piogge, nell’anima; i caleidoscopici colori del cielo vaticinanti inquietudini o sofferenze, come visioni da un immenso fondo di caffè, negli occhi.
Dominica Villa Balbinot è la voce sottovento dei boschi. S’alza dall’usta dei conigli selvatici, dai sentieri delle volpi, dai cunicoli terrosi dei porcospini e diventa, per sua ammissione, per sua negazione, poesia dell’uomo.

Emilio Capaccio

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“Adesso” di Mariangela Gualtieri

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foto di Gloria Mosca

 

La Redazione del sito LIMINA MUNDI augura a tutti gli amici lettori di vivere serenamente la Pasqua, festa di speranza e rinnovamento.

 

 

Adesso è forse il tempo della cura.
Dell’aver cura di noi, di dire
noi. Un molto largo pronome
in cui tenere insieme i vivi,
tutti: quelli che hanno occhi, quelli
che hanno ali, quelli con le radici
e con le foglie, quelli dentro i mari,
e poi tutta l’acqua, averla cara, e l’aria
e più di tutto lei, la feconda,
la misteriosa terra. È lì che finiremo.
Ci impasteremo insieme a tutti quelli
che sono stati prima. Terra saremo.
Guarda lì dove dialoga col cielo
con che sapienza e cura cresce un bosco.

 

Si può pensare che forse c’è mancanza

 

di cura lì dove viene esclusa
l’energia femminile dell’umano.
Per quella energia sacrificata,
nella donna e nell’uomo, il mondo
forse s’è sgraziato, l’animale
che siamo s’è tolto un bene grande.
Chi siamo noi? Apriamo gli occhi.
Ogni millimetro di cosmo pare
centro del cosmo, tanto è ben fatto
tanto è prodigioso.

 

Chi siamo noi, ti chiedo, umane e
umani? Perché pensiamo d’essere
meglio di tutti gli altri? Senza api
o lombrichi la vita non si tiene
ma senza noi, adesso lo sappiamo,
tutto procede. Pensa la primavera scorsa,
son bastati tre mesi – il cielo, gli animali
nelle nostre città, la luce, tutto pareva
ridere di noi. Come liberato
dall’animale strano che siamo, arrivato
da poco, feroce come nessuno.
Teniamo prigionieri milioni e milioni
di viventi e li maltrattiamo.
Poi ce li mangiamo, poveri malati
che a volte non sanno stare in piedi
tanto li abbiamo tirati su deformi –
per un di più di petto, per più latte.

 

Chi siamo noi ti chiedo ancora.
Intelligenze, sì, pensiero, quelli con le
parole. Ma non vedi come non promettiamo
durata? Come da soli ci spingiamo fuori
dalla vita. Come logoriamo lo splendore
di questo tiepido luogo, infettando
tutto e intanto confliggiamo fra di noi.
Consideriamo il dolore degli altri
e delle altre specie.
E la disarmonia che quasi ovunque portiamo.
Forse imparare dall’humus l’umiltà. Non è
un inchino. È sentirsi terra sulla nobile terra
impastati di lei. Di lei devoti ardenti innamorati.

 

Dovremmo innamorarci, credo. Sì.
Di ciò che è vivo intorno. E in primo luogo
vederlo. Non esser concentrati
solo su noi. Il meglio nostro di specie
sta davanti, non nel passato. L’età
dell’oro è un ricordo che viene
dal futuro. Diventeremo cosa? È una
grande avventura, di spirito, di carne,
di pensiero, un’ascesa ci aspetta.
Eravamo pelo musi e code.
Diventeremo cosa?
Diremo io o noi? E quanto grande il noi
quanto popolato? Che delicata mano
ci vuole ora, e che passo leggero, e mente
acuta, pensiero spalancato al bene. Studiamo.
Impariamo dal fiore, dall’albero piantato,
da chi vola. Hanno una grazia che noi
dimentichiamo. Cura d’ogni cosa,
non solo dell’umano. Tutto ci tiene in vita.
Tutto fa di noi quello che siamo.

 

Mariangela Gualtieri

Più voci per un poeta: Fernanda Romagnoli. Videopoesia

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La poesia “Io” è di Fernanda Romagnoli. Video e voce di Loredana Semantica
La poesia “Tu” è di Fernanda Romagnoli. Video e voce di Loredana Semantica
La poesia “Ci sono anime liete” è di Fernanda Romagnoli. Video e voce di Loredana Semantica

Quando ai più che non s’interessano di poesia si nomina Fernanda Romagnoli -dicevamo qui – non è sorprendente che non la conoscano, ma è singolare che spesso nemmeno i poeti, chi scrive o legge poesia, l’abbia mai sentita nominare.
Eppure Fernanda rappresenta un fulgido esempio di fare poetico, rimasto misconosciuto. La sua poesia è densa di assoluto, vibrante, tersa, metafisica e nel contempo sospesa in osservazione attenta della realtà, degli oggetti, persino degli animali a carpire loro il senso stesso dell’esistenza, quello della relazione con le umane cose, in parallelismi insoliti, spiazzanti, intelligenti, periodi complessi e magistralmente articolati, con una scorrevolezza e padronanza lessicale rara. Fernanda Romagnoli manifesta con la scrittura un anelito potente, che ingabbiato negli spazi angusti del vissuto, attraverso la poesia evade verso sfere celesti, trafigge la materialità delle cose, se ne impadronisce, le plasma, le ribalta, le aggancia al vivere e al morire, rimarcandone la caducità oppure all’opposto le proietta nell’eterno, le trasfigura. Insistenti i temi della morte, dell’eterno e dell’anima, non meno di quello dell’identità, del dolore, dell’estraniamento e della solitudine, di questi ultimi è paradigma la poesia “Il tredicesimo invitato”, che dà il titolo all’intera raccolta dov’è inserita.
Linguisticamente questa poesia vola, non può altrimenti definirsi la grazia con la quale la Romagnoli compone l’architettura dei versi, la compiutezza del significato, la proprietà di linguaggio si sposano con la leggerezza di un’espressione poetica perfettamente modulata nel suono. Non dimentichiamo che la poetessa proviene da una formazione musicale giovanile che influenza certamente il suo scrivere alla ricerca del suono che promana pensiero e sentire in simbiosi, che appare tanto naturale, quanto – probabilmente – accuratamente ricercata, mantenendo una freschezza fuori dal comune. Fernanda conduce la propria poesia con la stessa vibrante tensione che anima i versi dickinsoniani, col pathos che vediamo brillare in quelli della Plath. Figure femminili nelle quali la costrizione spirituale (potremmo forse dire “di genere”?) spreme distillati poetici soavi o intensi, ma ad ogni modo esemplari. Ammirevole la maestria con la quale la poetessa dalla superfice scende alle profondità e risale a vertiginose altezze, cercando il divino. L’effetto nel lettore è di provocare una vertigine, lo induce a sporgersi verso il vuoto a cercare l’assoluto con la stessa brama con cui lo legge nei versi.

La biografia di Fernanda è essenziale, riporta le notizie “agli atti”, e dice poco del carattere, aspirazioni, desideri, esperienze dell’autrice, paradossalmente è soprattutto nella poesia che la ritroviamo.
Possiamo ben immaginare lo scorrere della sua vita tra una giovinezza irrequieta, l’attraversamento certo incisivo della querra, un amore impossibile, l’incontro con Vittorio Raganella, l’innamoramento, il matrimonio impegni casalinghi, e, per qualche tempo, lavorativi. Il suo spazio vitale, come si conviene all’essere donna, sposa, madre. Ambito che per alcune è di piena realizzazione, per altre è recinto, senza peraltro che possano focalizzare alternative, essendo la situazione, la convenzione, le aspettative sociali a comportare un senso di delimitazione. Peraltro non era ostacolata dalla famiglia nella sua passione letteraria. D’altro canto il disagio esistenziale può essere un habitus innato, simile a una croce da portare, rispetto al quale la poesia è una forma di sopravvivenza. Fumava sigarette Fernanda, lo dice lei stessa, e beveva caffè al bar, sfaccendava, scriveva, faceva visita ai parenti o agli amici, avrà fatto qualche viaggio e qualche gita, curato la sua unica figlia. Tra pappette per neonati e cambio panni l’avrà cresciuta, una volta cresciuta, avrà tribolato per lei infinite volte. Una normalissima vita che non impedisce alla poetessa di essere tale. Trasfigurare in versi l’agonia di un bruco è un attimo poetico fissato per i posteri di potenza immaginifica brillante.

Bruco

Tagliato in due col suo frutto
il bruco si torce, precipita
nel piatto, ove un attimo orrendo
sopravvive al suo lutto.
Coperto di bucce, sepolto
fra le dolcezze e gli aromi
che amava in vita, gli accendo
sulla catasta l’incenso
della mia sigaretta.
Morte pulita – ed in fretta.
Ma che ne so della via
che il bruco ha percorso in quell’unico
istante di agonia.

La stessa “gallina rossa” dell’omonima poesia inchioda danzando verbalmente un’essenza chiocciante o appariscente che riverbera in parole e specchi la propria e altrui natura.

Rossa gallina

Rossa gallina, in te odio
– più del tuo chiocciolio di spavento,
dell’occhietto puntuto,
dello sconcio berretto – in te odio
il mezzo metro di vento
che spenni nel fracasso di uno slancio
già rantolo e frattura
allo spiccarsi. In te odio
la mia storpia fiammata,
il mio abortito amplesso con lo spazio,
l’implacata natura che m’aizza
a un volo compromesso.

E poi c’è la poesia “Tirando le somme”, dichiaratamente autobiografica, che riepiloga a volo d’uccello l’intera vita in pochi “fotogrammi” fondamentali, nella quale è menzionata la virtù femminile più accreditata della storia, frutto di sviluppo secolare, tramandata di madre in figlia, di suocera a nuora, nei bisbigli di consiglieri parentali o amicali, una specie di collante familiare del quale sono portatrici principali le donne: la pazienza.
Un’osservatrice Fernanda, malinconica e composta, probabilmente, per come le imponeva il ruolo di moglie di un militare, ma nemmeno risentita contro la sorte o gli incontri, gli insuccessi , anche perché oggettivamente nulla le sarà mancato, a parte la salute non proprio brillante. E’ nella natura sua propria, nel temperamento incline all’introiezione, che scatta la scintilla espressiva, con risultati che, probabilmente, si dovrebbero inquadrare con spirito oggettivo nel filone intimista, confessionale, pervaso di lirismo, mi sembra tuttavia che nessuna di queste definizioni calzi perfettamente, nel senso di essere riduttive, rischiano, come del resto tutte le classificazioni, di sminuire una voce, già di per sé, ingiustamente poco valorizzata.

Forse la Romagnoli ha la colpa per alcuni di non essere “sperimentale”, di muoversi nel solco della tradizione novecentesca e precedente, di indulgere all’autobiografismo più che all’intrigante all’ermetismo, ma gli “ismi” sono espressioni classificatorie che – in quanto demarcano – hanno a loro volta il limite di essere inadeguate – perché nulla possono riferire sulla bellezza espressiva, le ardite associazioni verbali, i lemmi insoliti, evocativi, ricercati, gli origami verbali, le simmetrie, la costruzione sapiente del ritmo e del suono, la musicalità, che caratterizzano la scrittura di questa poetessa. E’ un dato di fatto che la scrittura femminile trascorsa più riuscita viaggi sulle ali dell’introspezione alla ricerca di un altro-assoluto-divino dentro e fuori di sé che verticalizza, ben più in alto di quanto vediamo riesca quella maschile, come se la voce si assottigliasse in acuti da soprano e penetrasse le nubi, più centrata e fine del corrispettivo maschile. Si potrebbe dire, se fosse un fascio di luce, per proseguire in similitudine, che sia un laser che buca il cielo. Non mi sembra peculiarità da trascurare, al contrario è da esaltare, è da indagare, se possibile, in parallelismo ad altri aspetti, chiedersi quanto questa sorta di “conventualità” femminile si traduca in parossismo di intuizione mistica, quanto sostanzi una produzione poetica intrisa di raccoglimento e canto, come un pulsare di inspirazione ed espirazione che diversamente, vivendo, cioè una vita sociale più ricca, variegata, pubblica ed “esposta” sarebbe forse impossibile da raggiungere. Mi tornano in mente le castrazioni “tecniche” del canto lirico. Una vita di riserbo è cosa meno cruenta sul piano fisico, ma parimenti incisiva psicologicamente, che ha come suo forse-prodotto: la meraviglia in poesia?

Nessun assioma beninteso in queste considerazioni, né rapporto di causalità effetto, nel senso che è abbastanza intuitivo che chiudersi in una prigione non aiuterebbe l’estro dell’aspirante poeta carente o privo d’altro “bagaglio”, né si vogliono esporre suggerimenti da seguire per le nuove generazione emergenti (o magari sì, in verità, suggerire ad esempio che la ricerca parossistica di visibilità non favorisce il risultato), e men che meno vuol essere un sindacato sulla vita scelta da questa poetessa – perché sempre di scelta alla fin fine si tratta – solo interrogativi sull’origine del flusso poetico, i percorsi e risultati raggiunti.

Un appunto finale circa l’esclusione o l’autoesclusione dai circoli e circuiti letterari. Mi chiedo quanto penalizzi il poeta l’essere un isolato, quanto pesi sull’emarginazione che sceglie e infine subisce e se l’esclusione non sia una sorta di pena comminata postuma, non meno che scelta in vita, mancando i gruppi di “amici” che possano conservarne e diffonderne la voce poetica e suoi pregi, carenti i contatti utili a “elevarsi” nelle “gerarchie”, il poeta resta nel limbo, pur avendo prodotto testi il cui pregio surclassa altre e più esaltate produzioni. Avviene quindi che ogni tanto si leva qualche voce isolata mai sufficiente a ricollocarlo nel suo rango, di qualche appassionato estimatore o un familiare.

Molti leggono, tra la chiamata per vocazione, inclinazione e strumento, la Romagnoli andrebbe, ritengo, utilmente indicata come lettura, tenuta da conto per ciò che è, un tassello della scrittura poetica italiana e, come tale, anche nel poco che ha scritto – forse l’unica sua pecca – suggerita come lettura da conoscere. Piolo di una scala su cui salire per progredire in poesia.

“Cosciotto d’agnello” di Roald Dahl

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Roald Dahl (1926 – 1990), scrittore, sceneggiatore, autore di libri per ragazzi, pubblicò il racconto “Cosciotto d’agnello” in originale Lamb to the Slaughter, nel 1953, sulla rivista “Harper’s Magazine”. È un racconto di amara ironia e umorismo nero, incentrato sul tema della vendetta. La scena è quella di un salotto borghese, in cui Mary Maloney aspetta il ritorno a casa di Patrick, il marito poliziotto. L’uomo rientra a casa puntuale come al solito, alle cinque del pomeriggio, e informa sua moglie con poche fredde parole che ha deciso di lasciarla, nonostante lei si trovi al sesto mese di gravidanza. Mary, reagisce malissimo, in un impeto di rabbia colpisce il marito alla testa. Essendo moglie di un poliziotto, sa bene che la prima cosa da far sparire è l’arma del delitto. Continua a leggere

LA POESIA PRENDE VOCE: FRANCESCA SERRAGNOLI, ROSARIA DI DONATO, DAVIDE CORTESE, LORENZO PATARO

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La poesia prende voce

POETI DI OGGI

Francesca Serragnoli

Poesia di Francesca Serragnoli da “La quasi notte” Medusa C 2020, legge la stessa autrice

Rosaria Di Donato

Poesia “il padre il figlio” di Rosaria Di Donato, tratta da” Preghiera in Gennaio”, Macabor Editore 2021, legge la stessa autrice

la silloge si può acquistare rivolgendosi direttamente all’Editore: https://www.macaboreditore.it/home/libri/hikashop-menu-for-products-listing/product/166-preghiera-in-gennaio.html

Davide Cortese (ph. Rino Bianchi)
Rome February 16, 2020. Davide Cortese, native of Lipari, poet, photographed in Rome in the church of Sant’Agata de ‘Goti/Davide Cortese, nativo di Lipari, poeta, fotografato a Roma nella chiesa di Sant’Agata de’ Goti.

Poesia tratta da “Darkana” di Davide Cortese, Edizioni Lieto Colle, 2017, legge lo stesso autore

Lorenzo Pataro

Poesia di Lorenzo Pataro da “Amuleti”, Ensemble, 2022, legge lo stesso autore

Poesia sabbatica: Il gioco della verità

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Il gioco della verità

 

bruciare fino all’ultima scintilla,

questo tocca,

strappare con i denti dalla pelle

la residua piuma che ti resta

 

recidere lo spago ai palloni nella testa,

pungere le bolle per lo scoppio

e sia l’aria e il nulla

l’inconsistente che li tiene

 

domani

al cenno lieve della luce,

riporrò i vestiti sulla porta

e uscirò nudo

al ghiaccio che c’è fuori

 

in cielo

in terra

e dappertutto.

 

Francesco Palmieri

(dalla raccolta “Fra improbabile cielo e terra certa” – Terra d’ulivi edizioni)

Versi trasversali: Elvio Carrieri

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ELVIO CARRIERI

 

 

Poema sinfonico
o canto dell’odio e del compostato

È il tempo dei margini e sta finendo
Cosi sarà giusto chiedersi
Dove siamo diretti, in quale specchio
Si sfalderà la nostra imitazione
Ma viaggiare
Da limite a illimite è un rischio
Bisogna imparare a star muti nel centro
Dove cadranno gli asfalti
Gli IBAN, i codici di accesso
Che spesso si violentano nella memoria
E va imparata, l’arte del carbonio
L’urlo di una poesia sciolta nell’acido
Il gesto del progresso, il sogno erotico
L’orrendo orgasmo
Impastato nella terra
Va assorbito l’acido odore
Di questo fango pieno di compostato
Su questa terra compressa va scritto
L’imperativo del terrore
Annullare il verso
La memoria della lettera
Bisogna sputare in faccia al raccolto
Come veri malviventi
Con l’incudine dell’unghia
Scheggiare la bussola antica del tempo
Solo così impareremo a invecchiare
Vivere al centro
Non è cosa da poco
Si tratta di lamine, di movimento
Si tratta di cenere che è liscia, silenziosa.

Eῖδος
Su un esemplare di scheletro

Non è disprassìa
Sono i tratti della bocca
Che proprio non mi piacciono
Fanno paura
Quanto un’antica maschera cinese
Sono i muscoli striati
Maledetti, inesistenti
Lavativi corrotti sicuramente
Abominevoli
Che si rendono al cospetto della mente
Non è disprassìa
Non è una colite che mi semplifica
Fosse solo così facile
Dissolversi nella malattia
Non è neanche la gola
Che perderò con la giusta postura
A rendere giustizia
Non sono le anche, il costato
Gli accenni di scabbia
O forse è la signorìa
Di quel ventre colluso e sprezzante
E di quel feudo che chiamo stomaco
Che mi rigo come una bestia
E trasporto come una missiva
A rendere giustizia è la paura
Non è mica disprassia
Questa assurda involuzione
In-volontà di muoversi
Forse è solo lo scheletro
Forse fargli giustizia è impossibile.

Ci ho messo appena tre anni

Ci ho messo appena tre anni
Per farti capire
Che quelli che scrivo non sono ditirambi
Sottesi, o peggio ancora
Poemetti in prosa, o sperimentazioni
Illuminate, contusioni insomma
Di una qualche singolare zona del cervello
Ho tentato addirittura
La mossa del malmenato
Dell’uomo scheletrico
Un Kafka ancora più secco e ancora più magro
Ci ho messo appena tre anni
Per capire e poi dimenticare
Effettivamente cosa fosse un ditirambo
C’era poco da fare in fondo
Oltre che tornarmene da solo a scavare.

A un Bestiario del passato

È facile sorprendersi se a tratti
Anche l’ombra soggiace a un’altra ombra
Tanto diversa quando si compone
Copre per sé, come se fosse il tutto
Come se a un tratto il buco nell’asfalto
Lo scheletro sventrato dell’uccello
Mi ricordassero che sono un uomo
Che sono vivo e anch’io porto uno scheletro
Ed anche lui con me si porta un’ombra.
Dal bianco dei miei occhi calcinati
Li stringo in mano, annodo le falangi
Sciolgo le trecce e il groppo delle vene
Dalla stanca parabola che formo
Sul limite, sul bordo della strada
Fino a dove la calce si costringe
Sento la crepa, il tratto che non bada
A ricongiungersi, la mente che straborda
E non recide, e neanche mi determina
E non occorre il ghigno del coltello
L’amplesso che fa il rame nell’acciaio
Non occorre il silenzio del portone
Altre falangi, altre capigliature
Luoghi migliori, altre nevrastenie
Tutto ciò non occorre per salpare
L’ombra comparirà, si farà netta
Verso una consuetudine che attende
L’ombra che niente vuole e niente prende
Fino a dove la calce si costringe.

Neuköln

La turbolenza scorre sotto i polsi
Allora in ordine
Cedono petto viscere carni
Caviglie accorpate nel decollo
La convinzione
In aria c’è l’odore di una congiura
Dove dorme il dolore
Commisto alle orme
La turbolenza scorre sotto i polsi
Così con eleganza si ripiega al padre
Che faccia la sua volontà
Ma non troppo di getto
Non in modo così barbarico
Qui fuori da me la convinzione
Il tanfo delle biomolecole che brama
Sono pronto a disgiungermi
Dov’è la presunzione
Nel credermi parte di questa creazione sigillata
Il capitano parla in portoghese
In aria c’è l’odore di una congiura
E il vecchio con l’occhio bionico
Ancora non si siede
Chissà che aspetta a farsi volontà
Cosa gli costerà mai arrivar fin qui
Stracciarmi il doppiopetto
Coprirsi il volto sfigurato dalle piaghe
Guardarmi nelle tempie
Aprirsi l’epicardio
E sputarmi nel cuore
E dirmi sono qui per te che tremo
Non così
Non in modo così barbarico
Il padre non può cedere alle mie lusinghe
La mia volontà
deve farsi signora
La mia congiura deve avvelenarmi da sola.

Quasi un Lied

Certo mi guardi
Come farebbe un’avèrla
Sul palo che è il ramo
Dove poi finirei scorticato
Credo fra poco
Dovrei darmela a gambe senza ritegno
A che pro finire poi
Con un rametto in mezzo allo sterno
A mo’ di antica preda
Tu avèrla che mi sanguini
Inumata a sacrificio metropolitano
Certo l’istante
Di me col collo aperto in due
Sopra un’antica quercia
Le mani soppresse
Braccato come un selvatico
Odore di muschio felci sorprese
Sotto di me che muoio
Sopra di me che sanguino
Tu avèrla che mi guardi
Di me non puoi farne che questo.

La malnata di Beatrice Salvioli

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La malnata edito da Einaudi stile libero è uscito il 21 marzo in Italia e subito dopo in Francia, Spagna, Grecia, Repubblica Ceca, Turchia, Bulgaria. Uscirà a breve anche negli Stati Uniti e in Germania, inoltre è in corso di traduzione in 32 lingue; pare che il romanzo abbia incantato gli editori di tutto il mondo. L’autrice è la giovanissima Beatrice Salvioni, un’esordiente uscita dalla Scuola Holden, così si presenta sul sito della suddetta: https://thewall.scuolaholden.it/allievi/beatrice-salvioni/  Volevo che la mia vita fosse un’avventura. A nove anni ho messo calze e succo di mela in uno zaino e sono scappata. È durata fino al cancello di casa. Ma da allora ho cominciato a scrivere storie. Classe 1995, ho conseguito una laurea magistrale in Filologia moderna presso l’Università Cattolica di Milano con una tesi sulle dinamiche della scelta nello storytelling interattivo. Frequento il secondo anno del college “Scrivere” presso la Scuola Holden di Torino. Ho vinto l’edizione 2021 del concorso per racconti inediti del premio Calvino con “Il volo notturno delle lingue mozzate”. Ho praticato scherma medioevale e ho scalato il Monte Rosa. Ho sempre pensato che la cosa peggiore della vita sia la sua assenza di senso narrativo. Per questo ho deciso di dedicarmi alle storie, qualsiasi forma decidano di assumere.

Il romanzo ha un inizio forte che inchioda alle pagine il lettore. L’ambientazione è  la riva del fiume Lambro. Tre sono i protagonisti della scena. Due ragazzine, Francesca e Maddalena. Il cadavere di un uomo riverso sopra il corpo di una delle due, è difficile scrollarsi di dosso un morto. Le due con molta fatica ce la fanno, infine cercano di nascondere il cadavere sotto una rete di tronchi  e rami, l’uomo ha sulla camicia una spilla con il fascio e il tricolore.

La storia è ambientata a Monza durante il periodo fascista, fra il 1935  e il 1936, nel periodo della conquista dell’Abissinia. Il romanzo racconta, per  voce di Francesca, l’amicizia indissolubile esistente fra lei e Maddalena Merlini detta la Malnata.  Francesca è un’adolescente di dodici anni  appartenente a una famiglia borghese e conformista, il padre produce berretti di feltro per l’esercito grazie all’interessamento sottaciuto della madre che ha una relazione extraconiugale con un fascista, il signor Colombo.  Maddalena è una ragazzina dal padre assente, appena più grande di Francesca, appartenente  a una famiglia indigente. La Malnata ha altri due fratelli, Edoardo, che per lei è come un padre, e Donatella, fidanzata con il figlio maggiore dei Colombo. Maddalena si sente responsabile delle sciagure occorse alla sua famiglia, come la morte del fratellino Dario, caduto dalla finestra di casa; l’incidente del padre, che ha perso una gamba in un ingranaggio della fabbrica.

Rosario Chiàrchiaro, personaggio nato dalla penna di Luigi Pirandello, è stato scacciato dal banco dei pegni perché era considerato uno Jettatore, al suo passaggio, tutti fanno i più svariati segni scaramantici: toccano il ferro, fanno le corna. Così dato che è considerato tale vuole  un riconoscimento ufficiale, al giudice D’Andrea chiede di volere una patente di iettatore. Rosario Chiàrchiaro era un malnato come Maddalena, come la cooprotagonista,  infatti quando la incontravano le donne dicevano diocenescampi e si facevano un frenetico segno della croce, gli uomini sputavano a terra. La malnata non aveva richiesto a nessuno la patente ma indossava quel soprannome come una corazza. Le accuse della gente diventano il suo senso di colpa ma anche la sua forza.

Francesca passando ogni giorno dal ponte del fiume Lambro vede questa ragazzina che gioca sulla riva del fiume con i maschi che si diverte, e ne è conquistata. I maschi che la seguono sono Matteo e Federico, il figlio della influente famiglia fascista dei Colombo, che con lei giocano sul Lambro e pendono dalle sue labbra.

Maddalena la affascina, vuole diventare sua amica, nonostante la Malnata sia disprezzata da tutti. Grazie alla complicità nata in seguito a un furto di ciliegie, finalmente le due lo diventano.  Tra i personaggi che gravitano attorno a Maddalena e a Francesca, oltre a Matteo e Federico, ci sono anche Tiziano, il fidanzato di Donatella, e Noè, il leale figlio del fruttivendolo. Francesca scoprirà grazie a  Maddalena l’importanza della libertà di opinione e la non sottomissione, l’importanza della verità. Imparerà a combattere gli abusi, il sessismo, l’oppressione,  a far sentire la sua voce. Imparerà a  ribellarsi alle piccole e grandi ingiustizie con cui convive.

La Malnata diventa il suo esempio di vita, il punto di riferimento. Sarà lei a raccontarle quello che accade al quando si diventa donne “ Noi femmine non ci dobbiamo schifare del sangue”. Le due si aiutano reciprocamente, Maddalena grazie a Francesca torna a scuola, sostenuta anche dal fratello Edoardo che ci tiene alla sua istruzione. La famiglia della Malnata avrà anche altre disgrazie oltre a quelle che già hanno l’hanno colpita, ma di tutto ciò la Malnata non ha colpa.

La storia di Maddalena e Francesca è una storia senza tempo. Ricorda per certi versi L’amica geniale di Elena Ferrante.  L’amicizia fra due ragazzine diverse per ceto e carattere, ma in generale anche il sentimento di amicizia e la lealtà di Noè, che supera ogni ostacolo ed è più forte di ogni interesse materiale in confronto a certi  rapporti  malati narrati nel romanzo. Il disagio delle ragazze nei confronti del proprio corpo che cambia con l’arrivo del mestruo, gli sguardi degli uomini che fanno sentire in colpa e che mettono in imbarazzo. Il fascismo sembra preso come spunto per via dell’ideologie  sessiste, la considerazione delle donne pari a zero, buone solo per fare figli, e l’ipocrisia imperante. Dopo l’inizio che fulmina, il romanzo procede pigramente, sembra che non accada nulla, e  quello che accade si svolge  con estrema lentezza. Poi il romanzo ha un balzo, prende il via, come se la parte centrale sia stata scritta in quel modo, affinché Francesca potesse avere la forza per arrivare più velocemente. Insomma il romanzo è un romanzo storico e di formazione, è  bello, avvincente,  veicola un messaggio importante,  mi è molto piaciuto, in pratica l’ho divorato, però, mio limite, non riesco ad afferrarne l’unicità nella storia e nell’impianto narrativo o in altri ambiti, tanto da fare sgomitare le case editrici per accaparrarselo (così almeno si legge in giro vedi ansa),  in libreria ce ne sono tanti di altrettanto ben scritti, ma ben venga anche questo, consiglio di leggerlo.  Antonella Pizzo

“Bruciaglie” di Gabriele Greco.

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Nella vichinga e impronunciabile Örnsköldsvik, fiamma un piccolo, piccolissimo, italico, cuore, duplice padre dall’ occhione che s’appollaia benigno, insegnante di lingue e diuturno artiere di ars poetica. Porta in tasca la sua radice, come una zampa di coniglio, e un verso breve e asciutto, frettoloso nell’urgenza di condurre dirozzata la parola, come un fare preciso di sgorbia, e di sopraggiungere ratto ratto all’emozione. Lo stile spinge le pedivelle di un biciclo romantico con la cesta di paglia intrecciata e il fiocco sul davanti, dove sono adunati i temi cari e discari dell’uomo: la vita, l’amore, la speranza, i giorni avanti. La scrittura è sobria, matura, appartenente a un’anima di mezz’età coltivata bene con olio e sole di Toscana, permeante di solida consapevolezza: non decanta sconvolgimenti e cataclismi, non cade in adulazione dell’enfasi teatrica, né cede a solennità nel lirismo.
Porta un vento teso e letizioso dalle antiche leccine e moraiole dei colli fiorentini e tanta promessa di nuova scrittura.

Emilio Capaccio

La raccolta di Gabriele Greco si intitola Bruciaglie, peQuod, Ancona, 2022, eccone una sinossi.

“Bruciaglie” è una raccolta costituita di sessanta poesie inedite scritte durante l’arco di quest’ultimo decennio tra Firenze, città d’origine e di formazione dell’autore e Örnsköldsvik, cittadina svedese nella quale egli vive e lavora da otto anni.
La raccolta si apre con una riflessione metapoetica sul senso e sulla necessità dello scrivere speculari al mistero della poesia stessa e dei suoi simboli. Su questo tema cardine, s’innestano poi, rivisitati e reinterpretati, alcuni classici tópoi della poesia, quali ad esempio: la meditazione sul senso della vita, sul dolore del vivere, sul tempo, sulla memoria e sulla morte; ed altri temi chiave quali: la rinascita, la partenza, il ritorno, il viaggio, la paternità, l’infanzia e le stagioni. Alcune delle immagini ricorrenti sono spesso soltanto lievemente accennate da un tenue e acquerellato cromatismo: il biancore delle nevi e dei ghiacci dei lunghi inverni svedesi, le afose e solitarie estati fiorentine, le domeniche azzurre di mare, fino ai contrasti più accesi tra il buio e la luce, tra un io poetico dissolto e un tu muto e distante, o tra il quotidiano rarefatto esistere e l’anelito d’infinito e di bellezza.
Due ulteriori nuclei tematici significativi della raccolta sono infine quello relativo alla sfera dell’amore, della sensualità, del mistero e del sogno in stretto dialogo, e talora intercambiandosi e quasi confondendosi fra loro, con il nucleo complementare relativo alla sfera del disamore, della perdita, dell’abbandono, della distanza, dell’inganno, dello sradicamento e dell’oblio.
Il linguaggio di Bruciaglie è teso alla ricerca di un’essenzialità estrema. Il dettato è stilisticamente scabro, diafano, talvolta quasi arido, vòlto a mostrare i nervi e l’ossatura del corpo della poesia.

Senza posa è questa vita
così preziosa e inafferrabile
che tu quasi la divori.

E non trattieni
l’inconsulta voglia
di un bacio al mattino

mentre riparte il treno
dalla stazioncina assopita
sulla costa degli Etruschi.

La necropoli ci attende assolata.

E la serpe che in sogno t’apparve.

Fra le felci
non falciate
da nessuno

– tu sola
anima viva sei –

fra tutti i morti
della necropoli,

me compreso.

*

Non importa
se il tuo cuore abbia
taciuto
o si sia voltato
dalla parte sbagliata,
sognando lune
da afferrare
o stelline di carta
da desiderare.

È l’amore forse che vince.

Addosso
hai una croce
senza chiodi

perciò sei libera.

*

Un mare
di pietra
lassù
mi attendeva.
Sudario di ricordi.

Quell’ossaia
affastellata
cantava
di giorni
disfatti
per sempre.

E forse anche dei miei.

Poi un volo senza ali.

Solo ‒
sospinto
da un vento
di terra e di mare.

Altro non sapevo.

Infine un silenzio di polveri

*

Qui
termina
il nostro
cammino
di attese
inespresse
e di parole
tagliate
legate
mute.

Lacci
soffocano
stretti
i cuori.

Cartevetrate
stridono.

Tutto
assurdo
e
vita
niente.

*

Sera trafelata
rauca: vermiglia
cruda piaga.

Grumo
di vita
in un’acre
fiala.

Cera viva,
che di mestizia
t’arrossi,
stammi dentro
ora che io
son restio
e più non veglio:

quasi
stelo
divagato
e sghembo
del tuo
adombrato
senso.

Gabriele Greco nasce nel 1978 a Fucecchio (Firenze). Dopo il diploma di maturità classica al Liceo Ginnasio Statale Virgilio di Empoli, pubblica le sue prime due raccolte di poesie: Lieve, stelle in processione (Titivillus, 1998) e Petali notturni (Titivillus, 1999). Frequenta la Facoltà di Lettere presso l’Università degli Studi di Firenze, laureandosi in Teoria e Critica della Letteratura con una tesi sul poeta e pittore francese Henri Michaux. Dal 2015 vive in Svezia, a Örnsköldsvik, dove insegna italiano, francese, spagnolo e arti visive in un liceo. Nel 2020 pubblica quattro sue poesie inedite in Affluenti. Nuova poesia fiorentina. Vol. 2 (Ensemble) e nel 2022 esce la sua ultima raccolta di poesie Bruciaglie (peQuod). Nel giugno 2022 ad Ancona, partecipa a La punta della lingua, Festival Internazionale Poesia (17° edizione). Nel settembre 2022 è finalista con la poesia inedita Cardeto al Concorso “Se vuoi la pace prepara la pace” indetto dall’Università per la Pace, dalla Regione Marche e dal Museo Tattile Statale Omero di Ancona e a Spoleto riceve il Premio Internazionale Menotti Art Festival per la Letteratura 2022. Nel dicembre 2022 una sua poesia inedita, Labirinti perpetui, è selezionata e pubblicata nell’Agenda poetica 2023 (Ensemble).

LA POESIA PRENDE VOCE: MARINA PIZZI, LUCA PIZZOLITTO, GIANCARLO STOCCORO

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La poesia prende voce

POETI DI OGGI

Marina Pizzi (ph. Dino Ignani)

Poesia di Marina Pizzi “L’estate di chi guarda” da “Il giornale dell’esule” Crocetti Editore 1986, legge Maria Allo

Luca Pizzolitto

Poesia di Luca Pizzolitto, dalla raccolta “Crocevia dei cammini”, peQuod, 2022, (http://www.italicpequod.it/2020/books/1702-2/)

Legge lo stesso autore

Giancarlo Stoccoro

Poesia di Giancarlo Stoccoro tratta da “Esercizi di sparizione”, Tozzuolo Editore 2022, p.64, (https://www.francescotozzuoloeditore.it/giancarlo-stoccoro/131-esercizi-di-sparizione-9791280114372.html)

Legge lo stesso autore

Alla riscoperta del latino

Rilievo sulla fronte di un sarcofago raffigurante una scena di insegnamento (IV sec. d.C., Roma, Musei Capitolini).

 

Secondo il Grande dizionario italiano dell’uso, esauriente lemmario dell’uso corrente della lingua italiana, curato da Tullio De Mauro e pubblicato nel 1999, si conterebbero almeno 35 mila latinismi nel nostro linguaggio quotidiano. Termini di uso comune come album, gratis, par condicio, referendum, virus, bonus malus, video, una tantum, quorum, sono sulla bocca di tutti, anche se non sempre ce ne rendiamo conto. Il latino è la nostra storia, ci aiuta a parlare e a scrivere bene in un mondo in cui la parola è sempre più trascurata. Nel giro di pochi anni il web ha ampliato le possibilità di comunicazione e di accesso alle informazioni, tuttavia, si è ridotta negli adolescenti la capacità di comprensione del testo e anche il lessico si è drammaticamente impoverito. «Il latino non è un reperto archeologico, né uno status symbol, né un mestiere per pochi sopravvissuti. Nel latino c’è un’eredità, cioè un capitale da far fruttare. Una vera ricchezza culturale», scrive il professor Ivano Dionigi, presidente della Pontificia accademia di Latinità e già rettore dell’Università di Bologna, autore, tra gli altri, del bestseller Il presente non basta. La lezione del latino, edito da Mondadori nel 2016. Si è andata imponendo una preoccupante rimozione della lingua e della cultura classica, mentre la “lezione del latino” andrebbe recuperata per riscoprire il passato, la nostra storia ed emanciparci dalla dittatura del presente. Nel secondo dopoguerra, un pregiudizio di natura ideologica ha gravato sul latino. Il fascismo si servì delle lingue classiche per esaltare in chiave propagandistica i fasti della Patria, “la lingua dei signori” la definì Nenni. Gramsci invece pensava che conoscere le lingue classiche, fosse un modo necessario per comprendere le civiltà che ci hanno preceduti. Oggi il latino è insegnato solo al liceo classico, allo scientifico “tradizionale” e a pochi altri indirizzi; l’opzione Scienze applicate non lo prevede, infatti, e i docenti referenti dell’Orientamento, che si interessano di pubblicizzare la propria offerta formativa, in tempo di iscrizione alle scuole superiori, lo fanno ben presente, come se fosse un valore aggiunto. Nella scuola secondaria di primo grado l’insegnamento del latino è stato abolito dall’anno scolastico 1977-78, anche se in alcune scuole si è reintrodotto nell’ora di Approfondimento della Lingua Italiana. Con l’avvento delle tecnologie e la riforma scolastica delle tre I, Internet, Inglese e Impresa (qualcuno ha voluto ironicamente inserirne una quarta, Imbecilli), il latino è stato giudicato poco utile perché ritenuto erroneamente poco concreto e immediato ed è stato relegato in un cantuccio, contestualmente si sono privilegiate le competenze tecniche piuttosto che quelle umanistiche. Nella scuola secondaria di primo grado l’insegnamento della lingua latina ha carattere opzionale e dunque laboratoriale. I docenti  attivano un laboratorio di conoscenza degli elementi di civiltà e, talvolta, in alcune scuole, con l’intento pratico di offrire, principalmente agli studenti che poi proseguiranno gli studi umanistici, un primo approccio allo studio della disciplina. «La tradizione greca e latina è chiave di interpretazione e di lettura della contemporaneità», ha affermato l’attuale ministro dell’Istruzione Pasquale Bianchi. Il latino non va parlato, sarebbe assurdo crederlo, anche se esistono scuole in cui il latino si utilizza perfino per chiedere alla prof di recarsi ai servizi igienici. Si tratta del cosiddetto “metodo naturao metodo Ørberg”, dal nome del linguista danese Hans Henning Ørberg (1920-2010), autore del testo Lingua latina per se illustrata, un metodo di insegnamento delle lingue antiche (greco e latino) basato sulle tecniche di apprendimento delle lingue moderne. Gli alunni iniziano subito ad utilizzare testi in latino (o greco) che possono essere compresi senza bisogno di traduzione e familiarizzano con il lessico senza doverne studiare prima le regole grammaticali. Il metodo viene anche chiamato “induttivo-contestuale”, poiché l’apprendimento del codice avviene per induzione, mentre l’apprendimento tradizionale è “deduttivo-grammaticale”, basato sullo studio delle strutture grammaticali ai fini di una corretta traduzione. Secondo alcuni detrattori, apprendere tante regole, con rigore e precisione, finisce per demotivare gli studenti anziché invogliarli allo studio. Dionigi afferma di non aver mai compreso “la rovinosa alternativa per cui l’inglese o l’informatica debbano sostituire, e non piuttosto integrare, altre discipline come il greco o il latino, l’arabo o il cinese”.  Il suo pensiero è condiviso anche da molte altre personalità della cultura. Imparare il latino significa apprenderne anche il metodo, per ritrovare le testimonianze del passato e imparare a imparare.  Lo studio dei classici è un allenamento allo studio in generale e all’uso più consapevole della lingua italiana. Nel Regno Unito, lo scorso anno, il governo ha stanziato quattro milioni di sterline per ampliare l’offerta formativa nella scuola pubblica, inserendo proprio l’insegnamento del latino. «Viva è qualunque lingua scritta sia ancora in grado, pur non circolando più come codice orale, di stimolare interpretazioni, risposte critiche e reazioni emotive.» (N. Gardini con C. Arletti, Elogio del latino, Repubblica 2021). Il latino contribuisce alla formazione dell’«impostazione mentale» dell’individuo e alla capacità di riflettere criticamente su ogni argomento di studio e di discussione. Anche lo studio della grammatica latina fornisce una solida base per lo studio di quella italiana, le cui strutture sintattiche restano le stesse del latino. Sin dal suo primo approccio alla lingua latina, è opportuno accostare sempre l’etimologia della parola latina al corrispondente termine italiano, per mettere in evidenza le analogie, le differenze e l’evoluzione nel tempo. Si tratta di piccoli approfondimenti che possano motivare e incuriosire i ragazzi. Il laboratorio di latino può essere utile a tutti gli studenti che vogliano potenziare le loro capacità logiche, approfondire le strutture linguistiche della nostra lingua, conoscere l’origine delle nostre parole e apprezzare con maggiore consapevolezza, il grande patrimonio della civiltà romana ancora presente nel nostro territorio.

© Deborah Mega

 

“Oltre la neve” di Antonio Corona. Una lettura di Rita Bompadre.

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“Oltre la neve“ di Antonio Corona (La Vita Felice, 2022 pp. 68 € 12.00) contiene l’incisività della scrittura interiore, rivolge una profonda riflessione sulle congiunture inattese e miracolose delle relazioni umane, sottintese nella curva emotiva dell’esistenza. La poesia di Antonio Corona nobilita la sostanza sublime della meraviglia, sussurra la magia delle attese, offre il dono di una sequenza lirica scandita dall’immediatezza di una confidenziale, intima verità e dalle occasioni di felicità inaspettata. Genera la volontà dell’innocenza, dà vita allo svolgimento migrante dello spirito, rapito dall’incoraggiamento della sensibilità. Antonio Corona sostiene l’interezza dei propri pensieri rivolgendo il candore del suo sguardo sull’umanità, elogia, all’interno della seduzione quotidiana, l’interrogativo esistenziale, assegna all’essenza delle incrinature e dei tormenti la sensazione istintiva del vuoto. Ascolta l’invisibile forza evocativa del silenzio, riempie la saggezza del cuore attraverso il profumo di un abbraccio, la gentilezza di una complicità, celebra la permanenza seducente dell’amore. Leggere “Oltre la neve” significa assistere a un insegnamento di consapevolezza, oltrepassare tra le pagine la limpida ispirazione dei ricordi, apprezzare l’intonazione serena della consistenza, trascendere la bellezza dell’immaginazione. I testi sprigionano oscillazioni sentimentali, suggeriscono la loro efficace intuizione dalla forma interpretativa dell’esperienza vissuta, arricchiscono, nell’ordinamento stilistico di quattro suddivisioni esplicative: Sublimazione, Caduta, Riposo, Ritorno alla terra, il credito del sentire. La memoria emotiva circonda la sincerità dei versi, spinge la personale crescita intellettiva dell’autore verso una compiuta elaborazione della propria maturità artistica, rintraccia l’estensione della comprensione e della vicinanza al senso di appartenenza, ritrova il percorso affettivo dell’anima. “Oltre la neve” è anche una metafora introspettiva in cui le parole restituiscono il suono ovattato della tenerezza, rendono più vivo il desiderio, raggiungono l’equilibrio e il conforto, alleggeriscono i risentimenti quando il velo del passato non oscura il presente. Il significato simbolico del candido manto che imbianca l’orizzonte ricopre l’atmosfera incantata del sogno e va oltre la destinazione di ogni speranza. Il poeta spiega una rinascita capace di rigenerare la pace con noi stessi, rilassare la natura delle cose, riconciliare l’armonia degli incontri e delle relazioni. Ogni immagine cristallizzata riempie la mente con lo spazio inconscio, scioglie la fragilità, intensifica la fortunata e protetta risorsa dei vincoli romantici. La scrittura delicata e raffinata di Antonio Corona rinnova il percorso sovrumano della commozione, nel legame indissolubile con un linguaggio autentico e parla attraverso l’espressione traslata di un’aderenza mediatrice tra spiritualità e carnalità come nel contatto divino tra cielo e terra, nella dolce lusinga del trascorrere del tempo. Infine mi permetto di dedicare ad Antonio Corona un’ispirata esortazione, nella piacevole suggestione delle parole del poeta Tito Balestra, con l’augurio che ne farà tesoro nel momento opportuno: “Se hai una montagna di neve tienila all’ombra”.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

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