POESIA SABBATICA: Blues in memoria

Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento,
chiudete i pianoforti e fra un rullio smorzato
portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.

Incrocino gli aereoplani lassù
e scrivano sul cielo il messaggio Lui È Morto,
allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni,
i vigili si mettano i guanti di tela nera.

Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed il mio Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica,
il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto;
pensavo che l’amore fosse eterno: avevo torto.

Non servono più le stelle: spegnetele anche tutte;
imballate la luna, smontate pure il sole;
svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco;
perché ormai nulla può giovare.

Wystan Hugh Auden

La signora

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“Portrait of Madame Survage”, Amedeo Modigliani

Per Luciana, impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata, la parola “signora” era tra le più evocative del suo vocabolario. Suscitava nel suo animo una serie concatenata di pensieri ed emozioni. Vorticava nel cervello come una trottola dispettosa, alla quale dare spago e conto.
Oh era ben consapevole che per il vocabolario italiano era soltanto il titolo di cortesia con cui ci si rivolge a una donna sposata, versione di genere femminile del corrispettivo maschile “signore”, ma per lei “signore” e “signora” avevano tutto un corredo di significati, agitavano sentimenti che si allungavano e contorcevano in una scia di tensione e rabbia, sorriso o frustrazione.
Bastava che qualcuno le pronunciasse, perché l’ondata di queste memorie la investisse facendola per un momento, distrarre, sbandare, deconcentrare da qualunque cosa stesse facendo
Come potesse una sola parola avere tanta valenza per Luciana, impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata era un fatto singolare. Ma se si fosse penetrata la sua mente, se si fossero potuti leggere i suoi pensieri, avrebbe acquistato senso cotanto alto profilo semantico.
A cominciare dal ricordo più antico e incisivo, un regalo al veleno dal padre della sua migliore amica nell’età adolescenziale: Clara. Lui, il padre di Clara, laureato in biologia, una volta, chiamato signor Tarantello dal padre di Luciana, rimarcò “Dottore prego”. “E’ questo il modo tipico di umiliare chi ha cominciato la propria vita andando giovanissimo a lavorare per mantenere la sua famiglia, sig. Tarantello” pensava Luciana “Un laureato della vita mio padre, sig. Tarantello”. Ormai il padre di Luciana era morto, come ormai morto era anche il sig. Tarantello. Che Dio li abbia in gloria. Morti entrambi, signori e non, come livella comanda, nei cieli e in terra.
Questa era una scena a cui Luciana aveva pensato mille volte, lungo il suo tortuoso e faticoso percorso accademico. Certamente tra le cose che per desiderio di riscatto, per dare motivo d’orgoglio al padre, le avevano dato la forza di perseguire l’obiettivo della laurea con la stessa tenacia di un mastino che addenta un osso e non lo molla neanche a morire.
Ma “signore” o “signora” non avevano solo una connotazione negativa per Luciana impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata. Se lei pensava alla parola “signore” le tornavano in mente certi film americani, quelli epici della storia della navigazione, dove “signore” tra gli ufficiali di marina veniva usato ad ogni fine frase con tanta dignità e sussiego, da sembrare l’appellativo di un essere superiore, ultraterreno, potenzialmente chiamato ad un atto d’eroismo che il film stesso grandiosamente celebrava, quando fosse diventato realtà. Qualcosa alla Horatio Hornblower per intenderci, nato dalla penna di Cecil Scott Forester, prototipo dell’uomo perfetto, eroico e tutto d’un pezzo. Da innamorarsene, se mai fosse esistito.
Ma lei, Luciana, ormai era signora da tantissimi anni, ad innamorarsi non ci pensava affatto, invece all’appellativo “signora” ci pensava eccome. Le tornava ad esempio in mente il fotografo del suo matrimonio, che la chiamava “signora” a ripetizione, col sorrisetto compiacente, spiegando che ormai doveva abituarsi. Era chiaramente un refrain tattico per lusingare la cliente.
Invece non fu così. Dopo il matrimonio Luciana continuarono a chiamarla “signorina” per tanti e tanti anni, fino a un momento imprecisato tra i quaranta e i quarantacinque. In un primo momento alcuni smisero di chiamarla “signorina” e passarono al “signora”, altri esitarono per qualche anno tra i due appellativi, infine, passato qualche anno ancora, tutti optarono decisamente per il “signora” in ogni circostanza. Apparve chiaro a Luciana che era diventata: brizzolata, cicciottella e attempata senza rimedio, nemmeno quello della tintura per capelli. Tutti la chiamavano “signora” perché aveva cambiato aspetto, da giovane donna in donna matura, non più giovanile, sbarazzina. Anche qui duro colpo all’autostima. Era proprio finito il tempo delle mele, cominciava quello delle rose avvizzite.
Luciana pensava che fosse un’ingiustizia che una donna dovesse essere chiamata “signorina” o “signora” a seconda del suo stato civile o peggio ancora del suo aspetto esteriore, un appellativo fortemente discriminatorio, giacché invece gli uomini in ogni caso, sposati e non, sono sempre “signore”.
La parola “signore” le faceva tornare in mente la sua collega Valeria, quando doveva chiamare un uomo del quale non conosceva il nome lo appellava con foce ferma “signore, senta signore, aspetti ha dimenticato …”. Quell’appellativo “signore” a voce alta, nel silenzio documentale, tra scrivanie e faldoni, aveva un suono, così estemporaneo, di rispetto e dignità d’altri tempi, che nessun altro avrebbe potuto altrettanto, se non Valeria. Ne sorrideva al ricordo, Luciana. E poi subito dopo si rattristava perché neanche Valeria c’era più. Anche lei aveva raggiunto il Signore. Quello in maiuscolo. Per sempre.
L’esperienza di Luciana, impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata, in tema di “signore”, “signora” e titoli accademici nel mondo del lavoro non si fermava qui. Nessun altro come lei poteva sapere quante volte era stata chiamata “signora” mentre l’altra collega dei suoi dintorni era la dottoressa Colasanti o il giovanotto dell’altro corridoio era l’ingegnere Saporiti e il Direttore, dottor Cerami o Direttore, facoltativamente. Ora nessun altro poteva sapere quanto il suo titolo universitario Luciana l’avesse sudato palmo a palmo, per ogni lettera che compone la parola, esame per esame, senza aiuti esterni, interni o laterali, solo duro impegno personale. Era un mistero questa collocazione del ceto impiegatizio in impiegati di serie A e di serie B. Perché poi lei dovesse appartenere per forza al ramo B era incomprensibile. Dove fosse la falla, la carenza. L’usurpazione di cosa, quale mancanza avesse commesso per essere etichettata meno di quel che era, frustrantemente posta a confronto con altri, titolati immancabilmente, per chissà quale discesa celeste dell’investitura.
Un mistero che s’era infittito ulteriormente adesso che era diventata impiegata, brizzolata, cicciottella attempata e il più delle volte veniva chiamata Dottoressa. Finalmente anche lei sentiva pronunciare l’appellativo glorioso, conquistato palmo a palmo, per ogni lettera del titolo. Restava oscuro perché, a volte, di colpo, venisse appellata come “signora” nella bocca dei superiori alla prima proposta giudicata sbagliata o frase fuori posto, per un piccolo errore di lavoro o se si opponeva o non capiva al volo, se dava fastidio in ogni modo. Allora veniva subito sul campo immediatamente degradata al rango di “signora” come a dire: impiegatuccia incompetente o insolente. Chiaro come il sole invece che il dott. Colasanti era sempre dottore, e l’ingegnere restava ingegnere anche in mezzo alla sua inefficienza ed ai suoi macroscopici errori.
Poi non mancava il collega che parlando di quella della stanza accanto, per dire quanto fosse altezzosa o sgarbata o montata o per chissà quale altro torto nei suoi confronti, la definiva appunto la “signora”. Dando alla parola un evidente sottolineatura dispregiativa.
E per finire, ciliegina sulla torta, i famosi parenti serpenti di Luciana che la chiamavano “signora” per dire che si sentiva chissà cosa, si dava arie o importanza, che era superba o antipatica.
“L’avreste mai detto che “signora” potesse essere un modo per insultare una persona? Riflettete “signori” e “signore”. Al mondo non vi sono persone di serie A e di serie B. Solo uomini e donne. Aventi pari dignità sociale. E’ difficile questo concetto da imparare? Di sicuro la mia esperienza è che è difficile da mettere in pratica, in questa società ipocrita e graduata per fottutissimi ranghi sociali.”
Così pensava Luciana quel giorno che al lavoro si portò il fucile. Al primo “signora” che uscì dalla bocca al superiore lo inchiodò con un colpo in centro petto. “Ecco” pensò Luciana, impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata e laureata. “Giustizia è fatta”.

Loredana Semantica

Prisma lirico 5: Sebastiano A. Patanè Ferro

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Nell’ambito della rubrica Prisma lirico, oggi presentiamo una poesia di Sebastiano A. Patanè Ferro alla quale ben si accompagna la Resurrezione di Lazzaro di Giotto. In calce una breve biografia dell’autore del testo.

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che fine ha fatto Lazzaro…

ogni giorno muore qualcosa dentro
e ogni mattina una resurrezione
che imbarazza un po’ per quelli (sospiro)
che non ce l’hanno fatta…
dietro i sogni non ci puoi correre sempre
né comunque fermarti ma (un sorso di vino)
proviamo a ricordare insieme tutti gli anni
tutti, dal primo all’ultimo e senza trascurare
le frazioni e gli aneddoti dimenticati (breve sorriso)
le bambole ignoranti le scelte artefatte dal cuore
e dalla stirpe dei falsi cugini…
(serio) parliamone, parliamone anche senza ricordarli

quanta verità può conoscere un uomo
si chiedeva Nietzsche senza trovare risposta
e quanta menzogna gli si schianta contro
quando decide sulla sincerità
pensiamo al sortilegio della vita e all’artificio
della morte mettiamo riserve:
dov’è Lazzaro che fine ha fatto e quanta strada

potrebbe insegnarci innumerevoli alberi e pietre
ma forse ha maledetto quel giorno…
per fortuna un poeta muore e risorge ad ogni verso
per fortuna (altro sorso di vino)
(drammatico) per fottutissima fortuna

testo di Sebastiano A. Patanè Ferro da “Lazzaro”, estensione poetica, 2015, Piccolo Teatro da Camera, Collezione

Sebastiano A. Patanè

nasce a Catania nel 1953 sotto l’acquario di febbraio. Fin da giovanissimo coltiva la passione delle lettere che comincerà a sviluppare con impegno negli anni ‘80 quando fonda il centro culturale e d’arte “Nuova Arcadia” salotto di poesia e sede di numerosi reading. Presente in diverse riviste ed antologie nazionali ed internazionali del periodo, alla fine degli anni 80,primi ’90, dopo la separazione dalla moglie, abbandona la scrittura e comincia a viaggiare per il mondo. Quindici anni dopo, nel 2008, riprende a scrivere con l’intenzione di non smettere più. Sue poesie sono rintracciabili su diversi autorevoli blog tra cui Poetarum Silva, La stanza di Nightingale, Larosainpiù, Il giardino dei poeti e Neobar. Nel 2010 la Clepsydra Edizioni di Anila Resuli ha pubblicato “Poesie dell’assenza” in E-book.

opera “Resurrezione di Lazzaro” di Giotto

DI COME

Di come pieghi la mia collezione di materia
accumulata negli anni per nascondere lo strazio
di come allegra ne godo e mi invade il tuo sguardo che regge il mio
– oh meraviglia non più attesa! –
sembra che sia nata per essere di bellezza semplice rincorsa
poi vado a casa e niente può essere sottratto
del vivente generoso che sono da sempre
chissà cosa hai capito, se l’hai capito lo splendore della leggerezza
se digerirai – fino a farlo te – il miracolo dei gemiti ribelli
presumo il tradimento ma non mi apposto ad attenderlo
sarà lui a trovarmi
basterà una pausa di dolore e paura
poi di nuovo mia
scriverò. Di come.

Canto presente 19 : Francesco Tomada

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Francesco Tomada

Da L’infanzia vista da qui, Sottomondo, 2005 (rist. Dot.com Press 2015)

Impercezione

Dormi e il tuo corpo si fa sottile
come un quadrifoglio tra le pagine
e non è carta ma stoffa di lenzuola
e non è libro ma tu portaci fortuna
in questa escoriazione fino al vivo
che per paura di essere banali
solo di rado chiamiamo amore

(a Stefania, finalmente)

Eri troppo minuta per essere donna e sorella maggiore
come sembrava impossibile che tu fossi madre
come sembrava impossibile morire di parto
nell’anno duemila di Dio

pesavi di meno di questo cognome che oggi
io porto da solo che se si potesse prenderlo
in braccio e sollevarlo come facevo con te
sarei un uomo diverso e avrei un sorriso
più facile da regalare ai miei figli

Da A ogni cosa il suo nome, Le Voci della Luna, 2008

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Prisma lirico 4: Francesco Tontoli – René Magritte – Loredana Semantica

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Nell’ambito della rubrica Prisma lirico, oggi presentiamo una poesia di Francesco Tontoli, con fotografia di Loredana Semantica e opera di Renè Magritte

ph. Loredana Semantica

VERBO

Credo sia arrivato il momento di dirlo
il sole non è rotondo come non lo è l’arancia
e nemmeno la Terra è blu
azzurro il cielo e i monti e i laghi
non sono morti i morti e i vivi
E’ tutta una fantasia
tenuta gelosamente nascosta
a cui abbiamo creduto perché faceva comodo crederci
Tu per esempio , non sei quella che sembri
così per dire, e io non sono quello che sono.
Ed è davvero strano che nonostante
questo non essere questo o quello
non essere interamente bianco su bianco
non essere il corpo che getta ombra
non essere completamente in accordo
e combaciare perfettamente l’uno dentro l’altro
noi, e dico noi per dire chiunque altro
noi cerchiamo ancora la curva che abbellisce la forma
la ruga del viso dove va a sostare una lacrima
trovando l’uno dentro l’altro uno spazio, un luogo
aprendo porte, attraversando corridoi
rimanendo per anni sospesi dentro a una promessa
accontentandoci di essere curvi minatori
crescendo figli come fossero verbi incarnati.
Poi, dopo le traversate nel deserto
quando la vista del sole ci appare schiacciata ai poli
e il colore sbiadito ci fa immaginare
la stupida perfezione della verità delle cose
il pensarlo ci mette davanti allo specchio dell’altro
e magari ci tocca morire proprio sul più bello
lasciando l’altro nel corridoio delle promesse non mantenute
di un verbo non pronunciato nella sua pienezza
come ad esempio il verbo amare.

Francesco Tontoli

René Magritte

Incipit 9 : Una stanza tutta per sé

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Ma, direte, Le abbiamo chiesto di parlare delle donne e il romanzo-cosa c’entra avere una stanza tutta per sé? Cercherò di spiegarmi. Quando mi avete chiesto di parlare delle donne e il romanzo, mi sono seduta sulla riva di un fiume e ho cominciato a chiedermi cosa significassero queste parole. Potevano semplicemente significare qualche osservazione su Fanny Burney; qualcuna di più su Jane Austen; un omaggio alle Brontë e una breve descrizione del presbiterio di Haworth sotto la neve. Qualche arguzia, se possibile, sulla signorina Mitford; una rispettosa allusione a George Eliot; un accenno alla signorina Gaskell, e basta. Ma ripensandoci, le parole mi parvero meno semplici. Il titolo Le donne e il romanzo  poteva significare (e poteva essere questa la vostra intenzione) le donne e la loro immagine; oppure poteva significare le donne e i romanzi che scrivono; oppure, le donne e i romanzi che parlano di loro; oppure il fatto che i tre sensi sono in qualche modo inscindibili, e in questa luce volevate che li considerassi. Ma, appena iniziai ad esaminare il soggetto da questo punto di vista, che mi sembrava il più interessante, ben presto vidi che presentava un fatale inconveniente. Non sarei mai riuscita a giungere ad una conclusione. Non avrei mai potuto adempiere a quello che è, me ne rendo conto, il primo compito di un conferenziere: offrirvi, dopo un’ora di discorso, un nocciolo di verità pura, da racchiudere tra le pagine del vostro taccuino e da conservare per sempre sulla mensola del caminetto. Tutto quel che potevo fare era offrirvi un’opinione su una questione piuttosto secondaria: una donna deve avere soldi e una stanza tutta per sé, se vuole scrivere romanzi; il che, come vedrete, lascia insoluto il grosso problema della vera natura della donna e della vera natura del romanzo. Mi sono sottratta al dovere di giungere a una conclusione su questi due problemi: le donne e il romanzo restano, per quel che mi riguarda, problemi insoluti.

[…]

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, 1929

L’incipit di oggi è tratto da quello che è considerato uno dei primi manifesti femministi del Novecento europeo. Si tratta di un saggio narrativo di Virginia Woolf, pubblicato nel 1929 con il primo titolo di Le donne e il romanzo (Women and fiction) e che raccoglie appunti e pensieri annotati durante la preparazione di due conferenze, tenute nel 1928 alle studentesse del Newnham e del Girton College di Cambridge. La Woolf non ha la pretesa di essere esaustiva e infatti, fin dall’inizio afferma che non potrebbe riuscire a fornire un nocciolo di verità e ciò in quanto la natura della donna e il romanzo sono e restano problemi insoluti. Continua a leggere

COLORARE

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Non avendo mano che sappia disegnare
è tutta la vita che mi accontento
del mio album da colorare.
Stendo in strato il rosso e il blu
rimanendo diligente dentro i margini.
Passo e ripasso il giallo
che non mi sembra mai abbastanza vivo.
Ogni tanto azzardo una sfumatura o un tratteggio.
Sono tante le pagine che lo compongono.
Chissà se riuscirò a finirlo.
Ci vuole tempo anche per rifare la punta alle matite.

 

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POESIA SABBATICA : L’arte di perdere

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Dell’arte di perdere si è facili maestri;
ogni cosa pare così colma dell’intento
d’andar persa, che perderla non è un disastro.

Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta l’estro
delle chiavi perse, dell’ora senza sentimento.
Dell’arte di perdere si è facili maestri.

Poi allenati a un perdere ulteriore, un perdere più lesto:
luoghi, nomi, e ogni dove che la mente
voleva visitare. Nulla di ciò sarà un disastro.

Ho perso l’orologio della mamma. Impiastro!
E di tre amate case non ho salvato niente.
Dell’arte di perdere si è facili maestri.

Ho perso due città stupende. E in quel contesto,
diversi regni miei, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è stato un disastro.

Perfino nel perderti (il riso nella voce, un gesto
che amo) non avrò mentito. E’ evidente,
dell’arte di perdere non si è difficili maestri
anche se può sembrare (e scrivilo!) un disastro.

Elizabeth Bishop

Questo trasformarsi in bomba

Manchester, 22 maggio 2017

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ph. Loredana Semantica

Forse anche dio si è stancato
O forse ha distolto lo sguardo.
Una rosa rossa sul selciato
Racconta il dolore
Un poema inascoltato.

Giovanna Iorio

Questo trasformarsi in bomba
e ridurre i bambini a cose
carne rimasticata in martirio.

Sapranno anche essere padri o amici
di altri bambini ridotti in cenere
che non sono stati mai
opportunamente inquadrati.

Come se l’inquadratura giusta
e la visione necrotica ci rendesse
liberi, santi , epifanici e credenti.

Francesco Tontoli

-Passaggio zero-

l’officiante
ancora oggi ripete

gloria negli altissimi cieli
e pace qui in terra
(agli uomini di buona volontà)

avesse sentito la bomba,
l’attentato al mercato
solo ieri mattina,
il sangue, le grida,
la carne al macello

gloria negli altissimi cieli
e qui sulla terra

la solita guerra

(e dio non s’è visto
dio dei cieli
non della terra).

Francesco Palmieri

Parole di donna 8 : MARAM AL MASRI

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Lui ha due donne:
una che dorme nel suo letto
e una che dorme nel letto dei suoi sogni.
Lui ha due donne che lo amano:
una che invecchia al suo fianco
e una che gli offrì la giovinezza
per poi occultarsi.

Lui ha due donne:
una nel cuore della sua casa
e una nella casa del suo cuore.

MARAM AL MASRI

Maram Al Masri è una poetessa siriana vivente. Nata a Lattakia, è vissuta lì fino a vent’anni, ha studiato a Damasco e a Londra, si è sposata giovanissima e, con il coniuge, è stata costretta a fuggire a Parigi perché oppositrice del regime di Assad. Dopo la fine del suo matrimonio il marito è ritornato in Siria portando con sé il figlio che lei non ha rivisto per i successivi tredici anni. Maram ha esordito a Damasco negli anni Ottanta con Ti minaccio con una colomba bianca; poi, dopo un lungo periodo di silenzio, ha pubblicato le sillogi Ciliegia rossa su piastrelle bianche e Ti guardo, mentre al 2011 risale la sua raccolta Anime scalze. “Le ho viste tutte passare in strada / anime scalze, / che si guardano dietro, / temendo di essere seguite / dai piedi della tempesta, / ladre di luna / attraversano, / camuffate da donne normali. / Nessuno le può riconoscere / tranne quelle / che somigliano a loro”, scrive Maram. Continua a leggere

POESIA SABBATICA : Certe volte i soli

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Certe volte i soli
 
per non far capire
 
che sono soli
 
alla gente che non pensi
 
ma che sola quella signora
 
per esempio al mare guardano
 
l’orizzonte facendo ciao
 
con la mano fanno finta
 
di salutare qualcuno come
 
per dire non crediate
 
solo sulla battigia sono sola
 
ma nel mare oh nel mare
 
ne ho di persone care
 
da salutare! in primis lui
 
lui in primis e poi tante ma tante
 
di quelle persone che dovrei avere
 
le mani del mondo per salutarle tutte
 
tante quasi come voi che siete così tanta
 
famiglia sotto l’ombrellone
 
che l’ombra non basta per tutti
 
invece i soli l’ombra l’hanno tutta
 
per loro, ci copre da far quasi freddo
 
paura ma basta far ciao con la mano
 
salutare quelle persone care
 
nel mare che siamo quasi pari
 
sembriamo tanti anche noi uni
 
noi solitari che parliamo nel cellulare muto
 
che citofoniamo al muro sono io apri
 
e le persone care dal mare ci aprono
 
ci salutano, salutano proprio noi
 
in persona.
 
(e gli altri no!)
 
 
Vivian Lamarque

Canto presente 18 : Paola Casulli

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Paola Casulli

 

Udire un’ombra tra le nuvole
e trasalire nel riconoscere
la luce di un treno appena passato
o della neve appassita sui cancelli,
precipitata sui tetti
a incombere sulle tele di ragno del giardino.
Quelle piccole cose,
quei fiori finti che mettevi al centro di una tavola addobbata
per un cielo sgombro, per i tuoi ragazzi
che mordevano la paura di non concedersi alla vita.
Per te che ora te ne stai lì
ferma come una Madonna dipinta sul letto,
quel dolce peso della bellezza che muore. Continua a leggere

Prisma lirico 3: Luca Di Stefano – Anna Navarra

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Nell’ambito della rubrica Prisma lirico, oggi presentiamo una poesia di Luca Di Stefano, la fotografia di Anna Navarra. In calce link  e/o una breve biografia degli autori.

12465775_10207383139515431_2094925846579249958_oTetragramma di pallido satellite

E l’adiaforo atropo specchia l’ali a marchiar la fronte della luna

di vetro pennellata la storpia imago assillante nettasi con la salata parte degl’angeli inciampati sugl’alambicchi degl’affossati altari oculari

sgozzanti smagrate pulsioni sui rispettivi usci le vene a cielo aperto sui palmi dei gomiti imprecano fisarmonica di fede ubriache ognuna dell’atea solitudine dell’altra

in scomposte fratture di genuflessioni l’ovale spoglio da cerone da passeggio ulula la nauseante piega di certe linee schizzate a margine della pallida maniacale ovvietà d’omissioni ser(i)ali partorite in regime di sempiterna attesa di parole capaci di spiegare

lo spleen e i suoi derivati non riescono a numerarsi orbite di (ri/in)voluzione con le sole dita disossate a falangi nel tentativo di risalire il pozzo affogato nel torace

– ogni medaglia al (va/do)lore appesa a foglia di spine sull’albero nervale scricchiola gemito tre volte più assordante della precedente –

Sintetico candelabro gioca l’azzardo d’un destino ridicolo con l’argento

spalmato fra ciglia e ciglia il fiuto fiuta fiele di menzogne annidate nel condizionale di ciascun mulinello di pensiero (pre)occupante impazzito ipotalamo scavatosi giaciglio nei pressi del singhiozzante cardio

salmodiante la metà perversa della speranza la schiena s’inarca a fiacco scudo di improperi alitati al soffitto e sul soffitto condensati in roulette russe di lividi nembi

ingrassati nell’angustia di quattro mura erette a cella d’isolamento i terremoti dell’ossa ghigliottinano il respiro delle tempie frullate in vorticosa nomenclatura di folli dialoghi col Tetragramma Io

– l’ermeneutica del perpetuo algoritmo degl’ami intrrogativi maschera carie a iosa proprio nel sottile limite tra verbo e la sua guisa –

Lo scheletro infranto raccoglie i propri cocci

per saldarsi nuovamente quando la rugiada tornerà a stuprar fiori il viso cerca nei pressi della celeste mappatura epidermica le maschere stracciate nella sana demenza del cereo bagno di luce

E l’adiaforo atropo specchiasi nella luna eclissando un’uscita al di là di essa

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testo di Luca Di Stefano

fotografie di Anna Navarra

Luca Di Stefano

Annus Domini MCMLXXXII, un ameno paesino dell’entroterra ascolano, sputo primo vagito nella secca ombra obliqua d’un Dicembre “più innocuo d’una decina di precedenti Suoi”. Da allora, maledizione nella maledizione, incarno intestinale ossimoro “immobile fuga dall’utero materno”. Tale condizione/contraddizione primordiale ha figliato nel tempo alberi su alberi di connesse e intricate antinomie: me. Nell’intento di superare intrinseca di difficoltà nel comunicare mondo interno a mondo esterno tramite semplici catene di fonemi, spesso male interpretate, ho cominciato, fin da tenera età, a veicolarmi attraverso forme d’interazione non convenzionali, riconducibili alla discutibile definizione di Arte. Da compositore musicale a fotografo occasionale, da imbrattatore di linde tele a sperimentale fabbricatore di corti cinematograci, sono approdato, circa tre anni fa, sulle vergini coste della scrittura, più precisamente della poesia. RETRO L’UNA è la mia prima pubblicazione letteraria.

Anna Navarra

Vive e lavora a Torino, dov’è nata. Sposata, ha un figlio che ha voluto crescesse in campagna a contatto con la natura: la migliore scelta della sua vita. Ama viaggiare, i gatti, il cinema, la ceramica, la scultura. Ammira il movimento delle mani che creano e per esprimersi artisticamente ha scelto la fotografia.  Con reportage di vita e colore racconta i suoi viaggi per mezzo mondo (l’altra metà deve ancora visitarla) ed in scatti nei quali allinea occhio-mente- cuore ferma in immagini scorci, architetture e vita della sua città.

 

Incipit 8 : I dolori del giovane Werther

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Viandante sul mare di nebbia (olio su tela, 95 cm x 75 cm) di Caspar David Friedrich, 1818, Hamburger Kunsthalle di Amburgo.

4 maggio 1771

Come sono lieto di esser partito! Amico carissimo, che è mai il cuore dell’uomo! Ho lasciato te che amo tanto, dal quale ero inseparabile, e sono lieto! Pure so che tu mi perdonerai. Tutte le altre persone che conoscevamo non sembravano forse scelte apposta dal destino per angosciare un cuore come il mio? Povera Eleonora! Eppure io ero innocente. Che potevo fare se mentre le grazie capricciose di sua sorella mi procuravano un piacevole passatempo, in quel povero cuore nasceva una passione? Ma… sono proprio del tutto innocente? Non ho forse alimentato i suoi sentimenti? Non mi sono dilettato delle sue sincere, ingenue espressioni che tanto spesso ci facevano ridere, e che erano invece così poco risibili? non ho io… Ah! l’uomo deve sempre piangere su se stesso! Io voglio, caro amico, e te lo prometto, io voglio emendarmi; non voglio più rimuginare quel po’ di male che il destino mi manda, come ho fatto finora; voglio godere il presente e voglio che il passato sia per sempre passato. Senza dubbio tu hai ragione, carissimo, i dolori degli uomini sarebbero minori se essi – Dio sa perché siamo fatti così! – se essi non si affaticassero con tanta forza di immaginazione a risuscitare i ricordi del male passato, piuttosto che sopportare un presente privo di cure. Sarai così buono di dire a mia madre che sbrigherò nel miglior modo possibile i suoi affari e gliene darò notizie quanto prima. Ho parlato con mia zia e non ho affatto trovato in lei quella donna cattiva che da noi si ritiene lei sia. È una donna ardente, passionale e di ottimo cuore. Le ho reso noti i lamenti di mia madre per la parte di eredità che lei ha trattenuta; me ne ha esposto le ragioni e mi ha detto a quali condizioni sarebbe pronta a rendere tutto, e anche più di quanto noi domandiamo. Basta, non voglio scrivere altro su questo; dì a mia madre che tutto andrà bene. Intanto, a proposito di questa piccola questione, ho osservato che l’incomprensione reciproca e l’indolenza fanno forse più male nel mondo della malignità e della cattiveria. Almeno queste due ultime sono certo più rare. Del resto io qui mi trovo benissimo; la solitudine è un balsamo prezioso per il mio spirito in questo luogo di paradiso, e questa stagione di giovinezza riscalda potentemente il mio cuore che spesso rabbrividisce. Ogni albero, ogni siepe è un mazzo di fiori e io vorrei essere un maggiolino per librarmi in questo mare di profumi e potervi trovare tutto il mio nutrimento. La città in se stessa non è bella, ma la circonda un indicibile splendore di natura. Questo spinse il defunto Conte M. a piantare un giardino sopra una delle colline che graziosamente si intrecciano e formano leggiadrissime valli. Il giardino è semplice, e si sente fin dall’entrare che ne tracciò il piano non un abile giardiniere, ma un cuore sensibile che qui voleva godere se stesso. Ho già sparso lacrime su colui che non è più, in quel cadente gabinetto che era un giorno il suo posticino favorito e che ora è il mio. Presto sarò padrone del giardino; il giardiniere mi si è già affezionato in questi pochi giorni e non dovrà pentirsene. […]

Johann Wolfgang Goethe, I dolori del giovane Werther, 1774

L’incipit di oggi è tratto da uno dei più famosi romanzi d’amore della letteratura tedesca. Non è chiaramente definibile, nel senso che può essere inteso come testo filosofico per il panteismo del giovane Goethe, romantico, perché uno dei più letti e conosciuti dello Sturm und Drang, sociale perchè descrive la borghesia tedesca di quegli anni, religioso e perfino politico. Del resto, come scrisse Manacorda, la ricchezza di significati non è tipica dei grandi capolavori? In effetti poiché parla d’amore e di morte, parla di tutto. Continua a leggere

C’è modo e modo d’essere madre

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5 voci poetiche, 5 modi diversi d’essere madri: dal paradiso alla dannazione

Quann’ero ragazzino

Quann’ero ragazzino, mamma mia me diceva:
“Ricordate, fijolo, quanno te senti veramente solo
tu prova a recità ‘n’Ave Maria.
L’anima tua da sola spicca er volo
e se solleva come pe’ maggìa”.
Ormai so’vecchio, er tempo m’è volato,
da un pezzo s’è addormita la vecchietta,
ma quer consijo nun l’ho mai scordato.
Come me sento veramente solo
io prego la Madonna benedetta
e l’anima da sola pija er volo.

Trilussa

A’ Mamma

Chi tene a mamma
è ricche e nun ‘o sape;
chi tene a mamma
è felice e nun ll’apprezza
pecchè ll’ammore ‘e mamma
è ‘na ricchezza
è comme ‘o mare
ca nun fernesce maje.
Pure ll’omme cchiù triste e malamente
è ancora bbuon si vò bbene ‘a mamma.
A mamma tutto te dà,
niente te cerca
e si te vede ‘e chiagnere
senza sapè ‘o pecchè…
t’a stregne ‘mpiette
e chiagne ‘nsieme a tè!

Salvatore Di Giacomo

Tu non sei più vicina a Dio

Tu non sei più vicina a Dio di noi;
siamo lontani tutti.
Ma tu hai stupende, benedette le mani.
Nascono chiare in te dal manto,
luminoso contorno:
io sono la rugiada, il giorno,
ma tu,
tu sei la pianta.

Rainer Maria Rilke

Supplica a mia madre

E’ difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile.

Pier Paolo Pasolini

Medèa:

Amiche, è fermo il mio disegno: i figli,
prima ch’io possa, uccidere, e lontano
fuggir da questa terra, e non concedere
che per l’indugio mio muoiano i figli
di piú nemica mano. è ch’essi muoiano
ferma necessità. Poiché bisogna,
io che li generai li ucciderò.
Su, dunque, àrmati, o cuor. Ché indugi? è vile
non far ciò che bisogna, anche se orriblle.
Su, sciagurata mano mia, la spada,
stringi la spada, e muovi a questo truce
termin di vita, non esser codarda,
né dei figli pensar che d’ogni cosa
ti son piú cari, e che li desti a luce.
Questo sol giorno i figli tuoi dimentica,
e poscia piangi. Anche se tu li uccidi,
cari sono essi, e sciagurata io sono.
(Entra nella reggia)

CORO: Strofe prima
O Terra, o fulgidissimo
raggio del Sole, a questo suol volgetevi,
mirate questa sciagurata femmina,
prima che avventi l’impeto
della morte sanguinea
sui figli suoi. Dell’aurea progenie
tua son germoglio; ed uom che versi l’ícore
d’un Dio, dei Numi la vendetta pròvoca.
Ma tu reggila, frenala,
raggio divin: tu scaccia dalla casa
la sanguinaria Erinni, cui lo spirito
della vendetta invasa.

Antistrofe prima

Invano, dunque, i pargoli
generasti alla luce: spersi ed írriti
i travagli materni andaron, misera,
che l’inospite tramite
delle azzurre Simplègadi
abbandonasti. Or, che t’invade l’animo
cura sí grave? A che, furia d’eccidio
segue a furia d’eccidio? Il consanguineo
contagio infesto agli uomini,
pena al misfatto ugual sovressi i rei
desta, che su le lor case precipita,
per voler degli Dei.

da “Medea” di Euripide trad. Ettore Romagnoli

POESIA SABBATICA : George Gray

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George Gray
 
Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
 
Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
 
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
 
Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio —
una barca che anela al mare eppure lo teme.
 
Edgar Lee Masters
 
Antologia di Spoon River (edizione parziale di 152 epitaffi, traduzione di Fernanda Pivano, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1943)

Flavio Almerighi intervista Loredana Semantica

Su sito Neobar è stata recentemente pubblicata l’intervista senza domande a Loredana Semantica.

L’intervista senza domande è una forma originale di intervista nella quale non sono poste delle domande all’autore,  ma proposti al suo commento versi che Flavio Almerighi seleziona da una pubblicazione dell’autore stesso, tranne l’ultimo verso lasciato alla scelta dell’intervistato.

L’intervista a Loredana Semantica riguarda la raccolta “L’informe Amnionico” (Limina mentis 2015) ed è preceduta dal breve commento critico di Flavio Almerighi che riportiamo di seguito.

L’intero articolo (commento più intervista) potete leggerlo qui.

L’informe amniotico di Loredana Semantica

Ho letto molto volentieri L’informe amniotico di Loredana Semantica (Limina Mentis), senza formalizzarmi su alcunché, come chi guada un fiume senza vederne la sponda opposta, e magari incappando in qualche mulinello.  Questo bel libro, si può sintetizzare in una frase sola: “lo partorì dopo un travaglio di orologi”, senza ombra di dubbio è stato così. Il libro si snoda in un flash back che parte dall’ultimo frammento o appunto numerato, fino ad arrivare al primo, allo zero, ma non è certo detto che la sequenza temporale sia rispettata.  Alcuni di questi, pochi per la verità, sono spezzati in versi, sorta di poesie tradizionali, come più comunemente letto e accettato. Non mi formalizzerei troppo sulla forma comunque. Credo che nemmeno Loredana Semantica, nome di penna dell’autrice, lo abbia pensato e preso in considerazione. Quello che appassiona e che rende “robusto” questo libro, è proprio quello che qualcuno potrebbe additare come il suo punto debole, l’estrema frammentazione. Alcune decine di brandelli di presente, di cosidetti appunti, discontinui, di mille umori e argomenti, tutti pronti a retrocedere verso il più vecchio (non ne sono certo), a un punto tale che ti chiedi chi sia o cosa sia, di chi siano quegli occhi che hanno scritto e soprattutto se siano sempre gli stessi. Ogni appunto celebra al proprio interno il suo numero di matricola (tredici secondi al numero 13, dodici luoghi al 12 e così via, avanti e indietro) sì che il già accaduto, il passato, diventa interscambiabile con tutti i presenti che è stato e con il futuro anteriore. C’è bellezza in questo libro, c’è la luna, c’è l’ansia, la contusione, c’è la sconosciuta che lo ha scritto e ha raccolto tutti i post it e che ha saputo truccare molto bene le carte dello spazio tempo. In fin dei conti se lo spazio è paragonabile a una coperta, se la stessa viene ripiegata i punti rimangono gli stessi, variano le distanze, tempo e spazio si contraggono, e questo a parer mio è saper voler bene al lettore imboccandolo di riconoscibile bellezza. Ed è anche un ottimo inizio per una partita a carte, perché queste sono state rimescolate benissimo, ma senza barare.

 Flavio Almerighi

Prisma lirico 2: Maria Allo – Daniele Gozzi

Nell’ambito della rubrica Prisma lirico, oggi presentiamo le poesie di Maria Allo, la fotografia di Daniele Gozzi. In calce link  e/o una breve biografia degli autori.

Tutto dipende da come vedi  l’oscillare delle cose : le stagioni , i nomi, le perdite, le voci dei bambini  che il mare avrebbe dovuto trattenere,  finché ogni cosa si fa consueta in un modo che non hai bisogno di capire. Eppure salda qualche verità rimane :  nessuno può più esentarsi  dalle crudeltà del tempo.

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Non posso andare senza una vera meta
C’è una pagina da dire con parole diverse
direbbe questa casa fino alla scogliera.
Così cerco un coraggio obliquo
che bruci nel profondo e percorra la sabbia
su una spiaggia nuda , ma se ascolto …
voci flebili di bimbi
pagine cancellate dalla risacca
rimbombano nelle orecchie.
Dovunque
*
Che cosa può rimuovere l’amore?
La nostra luce in cenere
stride su arenili increduli fin nelle radici
sbiadisce assorta sul fondo del mare
non questa materia grezza
dovunque.
*
In fondo non è niente.
Come l’amore
Il tempo striscia sui seni dell’attesa
moltiplica impronte nel deserto
a volte brutale , ma vale tutte le parole
e in ogni duna ripiega il suo tramonto.
dovunque

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Eppure ti sento come l’aroma del caffè fumante
attraverso le ossa a ostacoli sul mare
dannata raffica dolente
anche se il tuo volto svanisce e la tua ombra.

*

Il sole attraversa l’albero di casa
si fa splendente la tenda bianca
un uccello prende il volo
di fuoco gli occhi in un varco
tra la finestra e i giorni.
Se questa è ancora luce
e non invece questo tempo precario
come delirio per camminare ai bordi
prendimi anche se sui gesti e le parole
il silenzio di tanto in tanto cade fra le ali
e la luce in fondo a una fessura.

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testi di Maria Allo

fotografie di Daniele Gozzi

Diplomato alla scuola di Belle Arti “Adolfo Venturi” a Modena, Daniele Gozzi lavora come grafico dalla notte dei tempi. Da sempre appassionato di fotografia, grazie anche alle moderne tecnologie digitali, interpreta in modo personale e creativo le “normali” immagini che cattura con l’obiettivo, cercando di ottenere risultati piacevoli all’occhio e alla mente. Il suo è un viaggio senza tema fisso, un vagare nelle emozioni catturate in uno spazio-tempo indefinito. Nel settembre 2011 la prima personale al Palazzo Comunale- Cantine degli Scolopi di Fanano. Nel 2012 “apre” un gruppo fotografico su Facebook e con diversi di questi artisti porta avanti una collettiva, che si apre a gennaio 2014 con una prima esposizione nello spazio “Art in Loft” di Modena, poi a quello del Palazzo Comunale di Castelvetro (Mo) e infine ancora nel Palazzo Comunale-Cantine degli Scolopi di Fanano (Mo). Nell’ottobre 2013 partecipa con 4 opere, alla quinta edizione del Med Photo Fest di Catania e da settembre 2013 a luglio 2014, a 10 collettive tenute allo “Spazio E” di Milano.