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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi tag: POESIA

Emilio Capaccio traduce Georg Heym

14 domenica Mar 2021

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche, LETTERATURA

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Tag

Emilio Capaccio, Georg Heym, POESIA, traduzione

Il sole pende enorme all’orizzonte
fiamme saetta l’arco della sera.
E il sogno della luce, alto, su tutto.

G. H.

,

traduzioni di Emilio Capaccio

 
LA QUIETE


La vecchia barca che nel porto tranquillo
il meriggio culla alla sua cima.
Gli amanti assopiti dopo il bacio.
Una pietra in fondo alla verde fontana.

Il riposo di Pizia, uguale al sonno
che a superni dèi cala dopo il banchetto.
Il pallido cero che sbianca il morto.
Criniere di nubi sopra una valle.

La pietra fattasi riso d’un tonto.
Coppi polverosi in cui resta ancora l’aroma.
Violini sfasciati nel ciarpame dei solai.
L’aria ferma prima della burrasca.

Una vela che luccica all’orizzonte.
L’essenza dei campi che attrae le api.
L’oro d’autunno, le foglie e il tronco adorni.
Il poeta che dello sciocco sente invidia.
 
DIE RUHIGEN


Ein altes Boot, das in dem stillen Hafen
am Nachmittag an seiner Kette wiegt.
Die Liebenden, die nach den Küssen schlafen.
Ein Stein, der tief im grünen Brunnen liegt.

Der Pythia Ruhen, das dem Schlummer gleicht
der hohen Götter nach dem langen Mahl.
Die weisse Kerze, die den Toten bleicht.
Der Wolken Löwenhäupter um ein Tal.

Das Stein gewordene Lächeln eines Blöden.
Verstaubte Krüge, drin noch wohnt der Duft.
Zerbrochne Geigen in dem Kram der Böden.
Vor dem Gewittersturm die träge Luft.

Ein Segel, das vom Horizonte glänzt.
Der Duft der Heiden, der die Bienen führt.
Des Herbstes Gold, das Laub und Stamm bekränzt.
Der Dichter, der des Toren Bosheit spürt.
 
DORMIVEGLIA


Frusciano le tenebre come un vestito,
gli alberi vacillano all’orizzonte.

Rifùgiati al cuor della notte,
scava dentro l’oscurità un nascondiglio
come l’ape nel favo. Fatti piccolo
nel tuo giaciglio.

Qualcosa vuol andare per i ponti,
scalpita sollevando gli zoccoli,
pallide, sussultano le stelle.

Come un’anziana si trascina la luna
da una parte all’altra
col dorso ricurvo.
 
HALBSCHLAF


Die Finsternis raschelt wie ein Gewand,
Die Bäume torkeln am Himmelsrand.

Rette dich in das Herz der Nacht,
Grabe dich schnell in das Dunkele ein,
Wie in Waben. Mache dich klein,
Steige aus deinem Bette.

Etwas will über die Brücken,
Er scharret mit Hufen krumm,
Die Sterne erschraken so weiß.

Und der Mond wie ein Greis
Watschelt oben herum
Mit dem höckrigen Rücken.
 
O, LE TUE LUNGHE CIGLIA


O, le tue lunghe ciglia,
l’acqua oscura dei tuoi occhi.
Lasciami dentro sprofondare,
discendere fin al fondo.

Come si cala il minatore alla profondità
e oscilla un lume molto tenue
sull’uscio della miniera,
per l’ombrosa parete,

così continuo a calarmi
per dimenticare sul tuo seno
ciò che in superficie riecheggia,
giorno, tormento, splendore.

Cresce fitto nei campi,
ove il vento dimora, con ebbrezza di messe,
l’alto spino delicato
Contro il cielo azzurro.

Dammi la tua mano,
e lascia che al crescer ci uniamo,
preda d’ogni vento,
volo d’uccelli solitari,

che d’estate ascoltiamo
l’organo sfiatato dei temporali,
che d’autunno ci bagniamo alla sua luce
sulla riva di chiare giornate.

Qualche volta andremo a sporgerci
sull’orlo d’un oscuro pozzo,
fisseremo il fondo silenzioso
e là cercheremo il nostro amore.

Oppure usciremo dall’ombra
di boschi dorati
per entrare, grandi, in qualche crepuscolo
che sfiori soavemente la tua fronte.

Divina tristezza,
ala d’eterno amore,
soleva il tuo boccale
e bevi da questo sogno.

Una volta approderemo alla fine
ove il mare macchiato di giallo
mutamente invade la baia
di settembre,

riposeremo a quella dimora
di fiori appassti,
mentre tra le rocce
trema un vento cantando.

E dal bianco pioppo
che s’innalza contro il cielo
cadrà una foglia annerita
a riposar sulla tua nuca.
 
DEINE WIMPERN, DIE LANGEN


Deine Wimpern, die langen,
Deiner Augen dunkele Wasser,
Laß mich tauchen darein,
Laß mich zur Tiefe gehn.

Steigt der Bergmann zum Schacht
Und schwankt seine trübe Lampe
Über der Erze Tor,
Hoch an der Schattenwand,

Sieh, ich steige hinab,
In deinem Schoß zu vergessen,
Fern, was von oben dröhnt,
Helle und Qual und Tag.

An den Feldern verwächst,
Wo der Wind steht, trunken vom Korn,
Hoher Dorn, hoch und krank
Gegen das Himmelsblau.

Gib mir die Hand,
Wir wollen einander verwachsen,
Einem Wind Beute,
Einsamer Vögel Flug.

Hören im Sommer
Die Orgel der matten Gewitter,
Baden in Herbsteslicht,
Am Ufer des blauen Tags.

Manchmal wollen wir stehn
Am Rand des dunkelen Brunnens,
Tief in die Stille zu sehn,
Unsere Liebe zu suchen.

Oder wir treten hinaus
Vom Schatten der goldenen Wälder,
Groß in ein Abendrot,
Das dir berührt sanft die Stirn.

Göttliche Trauer,
Schwinge der ewigen Liebe.
Hebe den Krug herauf,
Trinke den Schlaf.

Einmal am Ende zu stehen,
Wo Meer in gelblichen Flecken
Leise schwimmt schon herein
Zu der September Bucht.

Oben zu ruhn
Im Hause der dürftigen Blumen,
Über die Felsen hinab
Singt und zittert der Wind.

Doch von der Pappel,
Die ragt im Ewigen Blauen,
Fällt schon ein braunes Blatt,
Ruht auf dem Nacken dir aus.

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Emilio Capaccio traduce Alfred Tennyson

30 sabato Gen 2021

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche, LETTERATURA

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Alfred Tennyson, Emilio Capaccio, POESIA, traduzione

Spingetevi al largo, sedendo un dietro l’altro, colpite
i sonori solchi; perché il mio scopo consiste
nel navigar oltre il tramonto.

A. T.

Stammi vicino quando la mia luce è fioca,
Quando il sangue scorre lento, e pungono
E formicolano i nervi; e il cuore è rivoltato,
E tutte le ruote dell’Essere sono lente.

Stammi vicino quando l’umore dei sensi
È soffocato da angosce che conquidono la fiducia,
E il tempo, un maniaco che sparpaglia la polvere,
E la vita, una furia che catapulta le fiamme.

Stammi vicino quando la fede è prosciugata
E gli uomini, mosche di una tarda primavera,
Che depongono le loro uova, e pungono e cantano
E si strofinano le loro piccole celle e muoiono.

Stammi vicino quando mi starò spegnendo
Per marcare il termine della sofferenza umana,
E sul limite basso e oscuro dell’esistenza
Il senso arcano di un giorno che sarà eterno.
 
BE NEAR ME WHEN MY LIGHT IS LOW

Be near me when my light is low,
When the blood creeps, and the nerves prick
And tingle; and the heart is sick,
And all the wheels of Being slow.

Be near me when the sensuous frame
Is rack’d with pangs that conquer trust;
And Time, a maniac scattering dust,
And Life, a Fury slinging flame.

Be near me when my faith is dry,
And men the flies of latter spring,
That lay their eggs, and sting and sing
And weave their petty cells and die.

Be near me when I fade away,
To point the term of human strife,
And on the low dark verge of life
The twilight of eternal day.
 
CADE LO SPLENDORE

Cade lo splendore sulle mura del castello
E su vette innevate vecchie di storia;
Trema la luce, lunga lunga, sopra i laghi
E la selvaggia cateratta balza nella gloria.
Soffia corno soffia, fa’ volare echi selvaggi,
Soffia corno; rispondete echi, morenti, morenti, morenti.

O, origlia, O, ascolta! come sottili e chiari
E più sottili e più chiari e più lontano stanno andando!
O, dolci e remoti, da rupi e strapiombi
I corni della terra degli Elfi stanno suonando!
Soffia, lasciaci sentire la risposta delle valli di porpora,
Soffia corno; rispondete echi, morenti, morenti, morenti.

O amore, essi muoiono lassù in floridi cieli,
Tramortiscono su collina o campo o fiume;
I nostri echi rotolano da anima ad anima,
E crescono sempre, per sempre.
Soffia corno soffia, fa’ volare echi selvaggi,
Soffia corno; rispondete echi, morenti, morenti, morenti.
 
THE SPLENDOR FALLS

The splendor falls on castle walls
And snowy summits old in story;
The long light shakes across the lakes,
And the wild cataract leaps in glory.
Blow, bugle, blow, set the wild echoes flying,
Blow, bugle; answer, echoes, dying, dying, dying.

O, hark, O, hear! how thin and clear,
And thinner, clearer, farther going!
O, sweet and far from cliff and scar
The horns of Elfland faintly blowing!
Blow, let us hear the purple glens replying,
Blow, bugles; answer, echoes, dying, dying, dying.

O love, they die in yon rich sky,
They faint on hill or field or river;
Our echoes roll from soul to soul,
And grow forever and forever.
Blow, bugle, blow, set the wild echoes flying,
And answer, echoes, answer, dying, dying, dying.
 
LACRIME INUTILI LACRIME

Lacrime, inutili lacrime, non so cosa vogliano dire,
Lacrime dal fondo d’una divina disperazione
Vengono al cuore e s’adunano negli occhi,
Nel guardare gli allegri campi autunnali
E pensando ai giorni che non ci sono più.

Radiosi come la prima luce che riverbera su una vela
E che riporta dagli inferi i nostri compagni,
Tristi come l’ultima luce che s’arrossa su chi
È calato con tutto ciò che amiamo oltre il bordo;
Così tristi, così radiosi, i giorni che non ci sono più.

Tristi ed estranei come in albe d’una oscura estate
Il primo cinguettio d’uccelli mezzo risvegliati
Per orecchi morenti, come per occhi morenti
Il varco che pian piano s’allarga in un fievole quadrato;
Così tristi, così radiosi, i giorni che non ci sono più.

Cari come i baci che si ricordano dopo la morte
E dolci come quelli che invano abbiamo sognato
Su labbra che sono per altri; profondi come l’amore,
Profondi come il primo amore e folli d’ogni rimpianto;
O Morte in Vita, i giorni che non ci sono più.
 
TEARS IDLE TEARS

Tears, idle tears, I know not what they mean,
Tears from the depth of some divine despair
Rise in the heart, and gather in the eyes,
In looking on the happy autumn-fields,
And thinking of the days that are no more.

Fresh as the first beam glittering on a sail,
That brings our friends up from the underworld,
Sad as the last which reddens over one
That sinks with all we love below the verge;
So sad, so fresh, the days that are no more.

Ah, sad and strange as in dark summer dawns
The earliest pipe of half-awakened birds
To dying ears, when unto dying eyes
The casement slowly grows a glimmering square;
So sad, so strange, the days that are no more.

Dear as remembered kisses after death,
And sweet as those by hopeless fancy feigned
On lips that are for others; deep as love,
Deep as first love, and wild with all regret;
O Death in Life, the days that are no more!

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Forma alchemica 25: Nazim Hikmet

24 domenica Gen 2021

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica

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Tag

alle vita, commento, Nâzım Hikmet, POESIA

foto di Loredana Semantica

Alla vita

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla dal di fuori o nell’al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.
La vita non è uno scherzo.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.

Siamo sempre col cellulare in mano, ma questo non sempre è un male, giusto qualche giorno fa eravamo in due in macchina su una provinciale ancor più a sud della mia città, avvolti dall’imbrunire suggestivo di un tardo pomeriggio siculo. Lui guidava, io cazzeggiavo al cellulare. Più o meno in prossimità di un passaggio a livello in sosta in attesa del passaggio del treno, vicino alla casa cantoniera, fermi a sinistra dei “pali di ficurinnia” piantati improvvidamente sul ciglio della strada, allora proprio allora, dallo schermo del telefonino è balzato fuori questo testo di Hazim Hikmet, come la poesia sbuca dal silenzio.
Lo leggo e lo trovo bellissimo, sento il bisogno di leggerlo al mio compagno che, a sua volta, lo trova bellissimo. L’esito dello scambio di opinioni è questa forma alchemica. “Forma alchemica” è la rubrica del blog Limina mundi nella quale rendo omaggio alle poesie che realizzano la perfetta alchimia di suono e senso, come spiego meglio qui.
Dal punto di vista formale il testo si compone di tre strofe, alcune frasi sono usate come un refrain “la vita non è uno scherzo” e “prendila sul serio”. Costituiscono il primo e secondo verso della prima e seconda strofa. “Prendila sul serio” introduce la terza strofa. Queste espressioni usate sono colloquiali, il poeta infatti si rivolge a un tu al quale parla, producono l’effetto di avvicinare il testo a una conversazione e di avvicinare l’interlocutore all’ascoltatore.
Nella prima strofa compare uno scoiattolo che non ci si attende dopo un inizio che promette una chiave di lettura della “vita”, ciò provoca un piccolo effetto sorpresa. Lo scoiattolo vuol essere un esempio, il riferimento a una creaturina che vive senza attese e pretese, un animaletto del bosco, ma avrebbe potuto essere un pesce nel mare, un uccello nel cielo, un giglio del campo. Esseri che non vivono nell’ansia del domani dell’oltre o del dopo, ma nel presente e semplicemente.
In questo pensiero poetico si avverte una singolare sintonia con il pensiero cristiano. Sovviene il passo del Vangelo Mt 6,25–33 nel quale le parole di Gesù sono un invito ad affidarsi alla benevolenza celeste, alla grazia che soccorre sempre anche qui chiamando in causa le piccole creature. Parole che sono di speranza nell’ansia e nell’affanno.

«Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” Mt 6,25–33

Ora siamo dentro una pandemia che spegne entusiasmo, iniziative, socialità. Leggere questo inno alla vita produce un particolare effetto di apertura e libertà. Regala un respiro di sollievo. Tocca le profondità.
La seconda strofa è dedicata al sacrificio estremo di quegli uomini che muoiono per altri uomini, per la loro libertà, davanti a un plotone d’esecuzione, o in un laboratorio di ricerca, gli occhi sui vetrini e provette a consumare la vita o a perderla per la salvezza di altri.
Anche questa strofa in questo momento storico assume un significato particolare, perché omaggia il sacrificio degli uomini di scienza, e ce ne sono, ne abbiamo visti, ma molti di più sono quelli che non vediamo, quelli dei quali non sappiamo, che i giornali non mettono in prima pagina o in un articolo per ottenere visualizzazioni, che non sono figure da copertina o disponibili all’esposizione, ma piuttosto esseri autentici e sconosciuti, sofferenti e determinati. Coraggiosi. Per tutti penso alle decine e decine di operatori sanitari morti sul campo di questa infausta pandemia. Di certo non l’avrebbero voluto. Come uomini e donne messi al muro.
Per l’ultima strofa ritorno per un attimo alla premessa raccontata sopra, chiarisco che quella raccontata non è la prima volta che leggevo questa poesia di Hikmet, già in passato l’avevo apprezzata, ma le circostanze erano diverse.
Quella sera di cui racconto avevamo lasciato alle nostre spalle un rettilineo che attraversa distese di uliveti. Ulivi annosi e contorti. Le foglie luccicanti d’argento. I polloni rigogliosi. Alberi fruttiferi e maestosi. In cima a questo post la foto di uno di essi. La chiusa del testo è un focus su vita, morte e ulivo. Quest’ultimo è un albero di alta valenza simbolica. Innanzitutto per le sue caratteristiche. La sua longevità fino a diventare albero secolare. La duttilità del tronco che si contorce per l’azione del vento, diventando una sorta di scultura viva. La capacità di sopravvivere in terreni aridi, sassosi e scoscesi, aprendosi la strada con le radici verso il suolo. Quella ancora più sorprendente di resilienza. E’ capace, distrutto da un’incendio, di gettare ancora polloni dalla ceppaia. Ama la luce, il sole, soffre il freddo e l’ombra. Il frutto che regala, buono in sé da mangiare (opportunamente trattato), è utile per produrre l’olio, prezioso nella cucina e nell’alimentazione. L’olivo era considerato sacro dai Greci, è simbolo di pace e rinascita. Dopo il diluvio per segno dell’emersione della terra una colomba porta a Noè un rametto d’ulivo. E’ simbolo di riconciliazione tra il divino e l’umano. Lo stesso olio che si estrae dall’oliva per la religione cristiana, una volta benedetto, è il crisma con cui si segna il cresimando, che si somministra agli infermi nell’estrema unzione.
Piantare ulivi a settant’anni è un gesto di resistenza alla morte, è la speranza di vederli crescere, il segno della continuità della vita, la consegna di questo spirito combattivo e anelante a una pianta che con ogni probabilità ci sopravvivrà.
L’ultimo aspetto che intendo rimarcare nella poesia e del suo legarsi singolarmente al nostro tempo richiede di riportare in breve gli aspetti salienti della vita dell’autore.
Nazim Hikmet viene detto spesso poeta turco, ma non mi sembra che questa nazionalità turca lo vesta perfettamente. Egli nacque a Salonicco, in Grecia, nel 1901, il padre era un diplomatico turco, la madre era una pittrice di nazionalità polacca. Nazim appena ventenne dovette lasciare la Turchia per ragioni politiche avendo pubblicamente denunciato il genocidio armeno. Si recò a Mosca dove maturò la sua formazione politica comunista. Tornato in Turchia nel 1928 per le sue idee comuniste, antinaziste e antifranchiste fu carcerato per cinque anni, poi liberato e nuovamente perseguitato, torturato e carcerato come sovversivo dal governo turco nazionalista.
La condanna inflitta era a 28 anni di detenzione, Hikmet ne scontò 12, dal 1938 al 1950. Nel 1950 fu liberato a seguito di uno sciopero della fame di diciotto giorni che compromise la salute del suo cuore e grazie a iniziative di solidarietà internazionale da parte di artisti e intellettuali.
Una volta libero, scampato a due attentati, fu costretto all’esilio, separato da moglie e figlio, in quanto il governo turno non permise loro di seguirlo. Nazim rinunciò alla nazionalità turca nel 1951, e, come rifugiato politico, acquistò quella polacca, la stessa della madre.
Egli visse poi soprattutto a Mosca, dove fissò la sua residenza e dove morì il 6 giugno del 1963, stroncato da una terza e fatale crisi cardiaca.
Hikmet scrisse la poesia “Alla vita”, proposta in questa forma alchemica, nel 1948, mentre era in carcere. Anche lo stato di prigionia del poeta aggiunge valore al testo. Nel leggerla proprio adesso non si può non correlare lo stato di costrizione in prigionia dell’autore alla particolarità del momento che viviamo e che ci costringe nelle case molto più di quanto desidereremmo. Anche se la detenzione è su basi diverse, lì imposta dalle sbarre punitive, qui dalle disposizioni e sanzioni, ma in sostanza dal buon senso a tutela della propria e altrui salute, sentirla risuonare come un canto di profonda libertà, pensare alla prigionia del suo autore, legge e rilegge in qualche modo il sentire del nostro tempo, lo rielabora, lo distende.

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Traduciamo Louise Gluck: End of Summer

05 sabato Dic 2020

Posted by Loredana Semantica in Idiomatiche, LETTERATURA

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Tag

Louise Gluck, Nobel, POESIA, TRADUZIONI

Prosegue l’attività di traduzione iniziata qui, in calce a quel post troverete nei commenti i link/ping a tutte le precedenti traduzioni

End of Summer
(Louise Glück)

After all things occurred to me,
the void occurred to me.
There is a limit
to the pleasure I had in form –
I am not like you in this,
I have no release in another body,
I have no need
of shelter outside myself –
My poor inspired
creation, you are
distractions, finally,
mere curtailment; you are
too little like me in the end
to please me.
And so adamant –
you want to be paid off
for your disappearance,
all paid in some part of the earth,
some souvenir, as you were once
rewarded for labor,
the scribe being paid
in silver, the shepherd in barley
although it is not earth
that is lasting, not
these small chips of matter –
If you would open your eyes
you would see me, you would see
the emptiness of heaven
mirrored on earth, the fields
vacant again, lifeless, covered with snow –
then white light
no longer disguised as matter.

La fine dell’estate

(traduzione di Deborah Mega)

Dopo che ogni cosa mi è tornata in mente,
mi ha raggiunta il vuoto.
C’è un limite
al piacere che ho avuto nel corpo –
in questo non sono come te,
non ho liberazione in un altro corpo,
non ho bisogno
di protezione oltre a me stessa-
la mia povera ispirata
creazione, voi siete
distrazioni, infine,
pura riduzione; siete
troppo poco come me alla fine
per farmi piacere.
E così irremovibile –
vuoi essere ripagato
per la tua scomparsa,
tutto pagato in qualche parte della terra,

qualche souvenir, come eri una volta
ricompensato per la fatica,
lo scriba viene pagato
in argento, il pastore in orzo
sebbene non sia terra
quella che dura, non
questi piccoli frammenti di materia –
Se aprissi gli occhi
mi vedresti, vedresti
il vuoto del cielo
rispecchiato sulla terra, i campi
di nuovo vuoti, senza vita, coperti di neve –
poi luce bianca
non più travestita di materia.

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Franca Alaimo legge “Al dio dei ritorni” di Maria Allo

29 domenica Nov 2020

Posted by Loredana Semantica in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA

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Tag

CRITICA LETTERARIA, Franca Alaimo, Il dio dei ritorni, Maria Allo, POESIA

Nota di lettura di Franca Alaimo a “Al dio dei ritorni” di Maria Allo. Galassia Arte, 2013

“Un dolore ci sgretola la luce/ ovunque sulla terra”: sono i versi conclusivi di un testo della silloge. Al dio dei ritorni (Ed. Galassia Arte, 2013), che dichiarano il disincanto radicale dell’autrice di fronte ad una quotidianità stanca ed opaca, rischiarata soltanto dalla poesia che non si stanca di inseguire visioni di armonia, mentre si agglutina intorno a  ripetizioni dolenti, quali: “Non c’è riparo”, “Non c’è risposta”, “Non vi è luce”, che costellano un libro severo e vertiginoso come Solchi (L’arcolaio Ed, 2016), dove ogni parola assume il tono di una perentoria condanna della falsa mappa valoriale condivisa dall’uomo contemporaneo.

Ad essa, con la forza di un lessico corrosivo, la Allo oppone la passione di un’anima irrequieta, in cerca di assolutezza, e la tensione spasmodica verso una dimensione utopica, che la fanno oscillare continuamente fra la terra e un altrove (mistico per la sua purezza, ma non religioso) attraverso l’uso abbondante delle metafore che le facilitano l’accostamento a volte ardito, quasi bruciante, fra i frammenti dell’essere,

I suoi testi hanno molto a che fare con i quattro elementi fondanti dell’esistenza, ognuno dei quali affonda nella plurisignificanza dei simboli e dei miti, ma probabilmente è il fuoco (che influenza perfino la qualità del lessico) a predominare per quella segreta prossimità che si stabilisce fra ogni poeta e lo spazio geografico della sua quotidianità, ché del suo paese, nella provincia di Catania, molto affascina la presenza dell’Etna con i suoi rimbombi sonori e il suo inesausto ribollire, enigma e terrore, figura dell’inesauribile ossimoro vita-morte, metafora della stessa indole dell’autrice.

La morte viene assai più corteggiata della vita, in quanto possibilità di precipizio nel nulla purificante, nel silenzio a cui anela l’atto stesso dello scrivere, anche se ossimoricamente il poeta deve vestirlo di suoni. Fra l’altro la Allo possiede una sua fluviale poematicità, così che il discorso iniziato con la prima raccolta del 2011 Riflessi di rugiada (Albatros Ed.) trova una sua continuità nelle altre successive, delineando un mondo interiore coerente, anche se palpitante di rielaborazioni sempre nuove, all’interno di un’indagine che non sa e non può esaurirsi in risposte definitive, sebbene la meta sia sempre identica a se stessa: un possibile ritorno alla purezza, alla luce della gioia spesso intraviste nei paesaggi naturali, nei volti dei bambini, nei ricordi dei luoghi e degli affetti dell’infanzia: “La catena d’oro col il topazio bianco sul gilè/ Il grande pino la casa rossa “i Rosi”.

Spesso i testi hanno come soggetto o interlocutrice la Poesia stessa, così che, mettendo insieme le molte e sparse definizioni di essa, si possono dedurre i principi della poetica della Allo: “Opera di svelamento è la parola”, “Creare è dare una forma al proprio destino” (in Riflessi di rugiada); “bagliore/ che dissolve l’ombra”, “una realtà in un’altra realtà” (in Al dio dei ritorni); “Il macero segreto”, “luce che veglia” (in Solchi); “suono che ci tiene in vita”, “grappolo di luce in cui cadere” (in La terra che rimane).

La poesia della Allo, in sostanza, muove da una postura filosofico-esistenziale, nutrita di molte letture e riflessioni, che, mentre indaga il dolore (l’autrice esprime pienamente il tragico dell’anima siciliana), il senso dell’essere e il convulso apparire e sparire delle cose, non dimentica di introdurre nei versi squarci di bellezza paesaggistica tipicamente mediterranei (il mare, il sorbo, l’Etna, certe trasparenze di luci, il soffio del maestrale), e lampi emotivi (“la scintilla d’amore in mezzo al petto”), ma sempre avendo presente il destino dell’uomo, “la meta di umana compassione/ così vasta da non avere direzione”.

Franca Alaimo

26 ottobre 2020

Nota biobibliografica

Maria Allo, laureata in Lettere Classiche, poetessa e traduttrice siciliana. Vive tra Parigi e Catania. Scrive su numerosi blog letterari tra cui Solchi e i suoi testi sono apparsi anche su diverse riviste di studi letterari .  Ha al suo attivo diverse pubblicazioni antologiche e cinque sillogi di poesia: “I sentieri della speranza”, Gabrieli Editore marzo 1985;” Riflessi di rugiada. Cose sparse di me”, Gruppo Albatros 2011; “Al dio dei ritorni”, Galassia Arte Anno 2014; “Solchi. La parabola si compie nei risvegli “, Editore L’Arcolaio Anno 2016, “La terra che rimane” Edizioni di poesia Controluna Anno 2018 e “Talenti di donna “Onirica edizioni Anno 2013, come curatore. Ha scritto molte recensioni sulle opere dei poeti contemporanei. Alcuni suoi testi sono stati tradotti in spagnolo. Ha tradotto testi di autori greci contemporanei.

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Traduciamo Louise Gluck: The Mirror

22 domenica Nov 2020

Posted by Loredana Semantica in Idiomatiche, LETTERATURA

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Louise Gluck, Nobel, POESIA, TRADUZIONI

Prosegue l’attività di traduzione iniziata qui, in calce a quel post troverete nei commenti i link/ping a tutte le precedenti traduzioni

The Mirror
(Louise Glück)

Watching you in the mirror I wonder
what it is like to be so beautiful
and why you do not love
but cut yourself, shaving
like a blind man. I think you let me stare
so you can turn against yourself
with greater violence,
needing to show me how you scrape the flesh away
scornfully and without hesitation
until I see you correctly,
as a man bleeding, not
the reflection I desire.

Lo specchio

(traduzione di Deborah Mega)

Guardandoti nello specchio mi chiedo
cosa si provi a essere così bello
e perché non ti ami
ma ti tagli, radendoti
come un cieco. Credo che lasci che ti fissi
così puoi rivolgerti contro te stesso
con maggiore violenza,
chè hai bisogno di mostrarmi come strappi via la pelle
con disprezzo e senza esitazione
finché ti vedo correttamente
come un uomo che sanguina, non
come il riflesso che desidero.

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Emilio Capaccio traduce Walt Whitman

15 domenica Nov 2020

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche, LETTERATURA

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Emilio Capaccio, POESIA, traduzione, Walt Whitman

Il mare è per me un miracolo senza fine.
Pesci che nuotano, scogliere, il moto delle onde,
navi che portano uomini …
Quali più strani miracoli di questi?

W. W.

Walt Whitman, traduzioni di Emilio Capaccio

 
IO CREDO CHE UNA FOGLIA D’ERBA


Io credo che una foglia d’erba non sia meno del quotidiano lavorio delle stelle,
E una formica è egualmente perfetta, e un granello di sabbia, e l’uovo dello scriccio,
E la raganella è uno dei capolavori più grandi,
E il rovo che si arrampica potrebbe adornare le camere del cielo,
E il ganghero più piccolo nella mia mano potrebbe irridere tutti gli ingranaggi,
E la mucca che sminuzza con il capo calato sovrasta qualsiasi statua,
E un topo è un miracolo sufficiente a far vacillare sestilioni di miscredenti,
E io potrei venire ogni pomeriggio della mia vita a osservare la figlia dell’agricoltore
Che bolle il tè nel suo bollitore di ferro e inforna il tortino.

Io trovo e incorporo gneiss, carbone, filati estesi di muschi, frutti, grani, esculenti radici,
E sono completamente stuccato di quadrupedi e uccelli,
E ho lasciato ciò che è alle mie spalle per buone ragioni,
E richiamo ogni cosa e di nuovo la richiudo, quando ne ho voglia.

Invano affrettarsi o adombrarsi;
Invano le plutoniche rocce emanano il loro vecchio calore contro il mio approccio;
Invano il mastodonte si ritira sotto le sue ossa polverizzate;
Invano gli oggetti si stagliano in leghe lontane, e assumono molteplici forme;
Invano l’oceano si deposita nelle cavità, e i grandi mostri vi abitano il fondo;
Invano la poiana si dà alloggio nel cielo;
Invano il serpente scivola tra i ceppi e i rampicanti;
Invano l’alce s’addentra in segreti passaggi del bosco;
Invano l’alca dal becco a rasoio veleggia verso nord fino al Labrador;
Io la seguo velocemente, ascendo al nido nella fessura della scogliera.
 
I BELIEVE A LEAF OF GRASS


I believe a leaf of grass is no less than the journey-work of the stars,
And the pismire is equally perfect, and a grain of sand, and the egg of the wren,
And the tree-toad is a chef-d’oeuvre for the highest,
And the running blackberry would adorn the parlors of heaven,
And the narrowest hinge in my hand puts to scorn all machinery,
And the cow crunching with depress’d head surpasses any statue,
And a mouse is miracle enough to stagger sextillions of infidels,
And I could come every afternoon of my life to look at the farmer’s girl boiling her iron
tea-kettle and baking shortcake.

I find I incorporate gneiss, coal, long-threaded moss, fruits, grains, esculent roots,
And am stucco’d with quadrupeds and birds all over,
And have distanced what is behind me for good reasons,
And call anything close again, when I desire it.

In vain the speeding or shyness;
In vain the plutonic rocks send their old heat against my approach;
In vain the mastodon retreats beneath its own powder’d bones;
In vain objects stand leagues off, and assume manifold shapes;
In vain the ocean settling in hollows, and the great monsters lying low;
In vain the buzzard houses herself with the sky;
In vain the snake slides through the creepers and logs;
In vain the elk takes to the inner passes of the woods;
In vain the razor-bill’d auk sails far north to Labrador;
I follow quickly, I ascend to the nest in the fissure of the cliff.
 
NOI DUE QUANTO TEMPO FUMMO INGANNATI


Noi due, quanto tempo fummo ingannati,
Ora trasfigurati, fuggiamo in fretta come fugge la natura.
Siamo natura, a lungo siamo stati assenti, ma ora torniamo,
Diventiamo piante, tronchi, foglie, radici, corteccia,
Siamo accampati sulla terra, siamo rocce,
Siamo querce, cresciamo fianco a fianco negli spazi liberi,
Bruchiamo, siamo in mezzo alle mandrie selvagge, spontanei come chiunque,
Siamo due pesci che nuotano accanto nel mare,
Siamo quello che sono i fiori della robinia,
Stilliamo l’aroma sui canali la mattina e la sera,
Siamo anche la dozzinale traccia delle bestie, dei vegetali, dei minerali,
Siamo due falchi predatori, ci alziamo in volo e dall’alto scrutiamo la valle,
Siamo due soli splendenti, siamo noi che bilanciamo noi stessi,
sferici e stellari, siamo come due comete,
Ci aggiriamo zannuti e a quattro zampe nella boscaglia, scagliandoci sulla preda,
Siamo due nuvole che guidano alte, le mattine e i pomeriggi,
Siamo mari che si mescolano, allegre onde che rotolano l’una sull’altra,
che si sprizzano l’un l’altra,
Siamo quello che è l’aria, trasparente, ricettiva, pervia, impervia,
Siamo la neve, la pioggia, il freddo, l’oscurità,
Samo qualunque prodotto e influenza del globo,
Abbiamo girato e rigirato finché non siamo giunti di nuovo a casa, noi due,
Abbiamo gettato tutto tranne la libertà, tutto tranne la gioia.
 
WE TWO HOW LONG WE WERE FOOL’D


We two, how long we were fool’d,
Now transmuted, we swiftly escape as Nature escapes,
We are Nature, long have we been absent, but now we return,
We become plants, trunks, foliage, roots, bark,
We are bedded in the ground, we are rocks,
We are oaks, we grow in the openings side by side,
We browse, we are two among the wild herds spontaneous as any,
We are two fishes swimming in the sea together,
We are what locust blossoms are,
We drop scent around lanes mornings and evenings,
We are also the coarse smut of beasts, vegetables, minerals,
We are two predatory hawks, we soar above and look down,
We are two resplendent suns, we it is who balance ourselves
orbic and stellar, we are as two comets,
We prowl fang’d and four-footed in the woods, we spring on prey,
We are two clouds forenoons and afternoons driving overhead,
We are seas mingling, we are two of those cheerful waves rolling over each other
and interwetting each other,
We are what the atmosphere is, transparent, receptive, pervious, impervious,
We are snow, rain, cold, darkness,
We are each product and influence of the globe,
We have circled and circled till we have arrived home again, we two,
We have voided all but freedom and all but our own joy.
 
O ME! O VITA!


O Me! O Vita! di domande che si susseguono come queste,
D’infiniti treni di miscredenti, di città nutrite da dissennati,
Di me stesso che sempre disapprova se stesso (perché chi è più miscredente di me, chi più dissennato?)
Di occhi che inutilmente implorano la luce, di scopi abbietti, di lotte sempre ricominciate,
Dei miseri risultati d’ogni cosa, della sordida e arrancata folla che vedo attorno a me,
Dei vani e inservibili anni degli altri, io agli altri intrecciato,
La domanda, O Me! così triste, ricorrente — Che c’è di buono in tutto questo, O Me, O Vita?

Risposta.

Che tu sia qui — che la vita esista ed esista l’identità,
Che la potente commedia vada avanti e che tu possa offrire il tuo verso.
 
OH ME! OH LIFE!


Oh me! Oh life! of the questions of these recurring,
Of the endless trains of the faithless, of cities fill’d with the foolish,
Of myself forever reproaching myself, (for who more foolish than I, and who more faithless?)
Of eyes that vainly crave the light, of the objects mean, of the struggle ever renew’d,
Of the poor results of all, of the plodding and sordid crowds I see around me,
Of the empty and useless years of the rest, with the rest me intertwined,
The question, O me! so sad, recurring — What good amid these, O me, O life?

Answer.

That you are here — that life exists and identity,
That the powerful play goes on, and you may contribute a verse.

 

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Traduciamo Louise Gluck: Violet

01 domenica Nov 2020

Posted by Loredana Semantica in Idiomatiche, LETTERATURA

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Louise Gluck, Nobel, POESIA, traduzione

Ancora una traduzione di una poesia del neo premio nobel Louise Gluck. Qui il post di introduzione a cui rinvio per le motivazioni della rubrica “Traduciamo Louise Gluck” e per le altre traduzioni delle quali troverete i links nei commenti a quel post. da “The wild Iris”, 1992 Violet Because in our world something is always hidden, small and white, small and what you call pure, we do not grieve as you grieve, dear suffering master; you are no more lost than we are, under the hawthorn tree, the hawthorn holding balanced trays of pearls: what has brought you among us who would teach you, though you kneel and weep, clasping your great hands, in all your greatness knowing nothing of the soul’s nature, which is never to die: poor sad god, either you never have one or you never lose one. Violetta traduzione di Loredana Semantica Perché nel nostro mondo qualcosa è sempre nascosto, minuscolo e bianco, piccolo e ciò che tu chiami puro, noi non ci addoloriamo come ti addolori tu, caro maestro sofferente; tu non sei più smarrito di quanto lo siamo noi, sotto l’albero di biancospino, la raccolta delle spine bilanciata da cassette di perle: cosa ti ha condotto tra noi chi ti insegnerebbe, anche se ti inginocchi e piangi, stringendo le tue grandi mani, in tutta la loro grandezza non sapendo niente della natura dell’anima, che non è mai morire: povero dio triste, o non ne hai mai una o non la perdi mai.

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Traduciamo Louise Gluck: Vespers

24 sabato Ott 2020

Posted by Loredana Semantica in Idiomatiche, LETTERATURA

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Louise Gluck, POESIA, traduzione

Si prosegue con le traduzioni del neo premio Nobel per la letteratura: Louise Gluck. Stavolta è la volta delle piante di pomodoro. Non ci sono dubbi che il testo ha un significato nascosto. Spero possiate coglierlo. Questa iniziativa di traduzione è iniziata qui. A quel post vi rimando per la lettura delle altre traduzioni, i cui link sono nei commenti.

Vespers

In your extended absence, you permit me
use of earth, anticipating
some return on investment. I must report
failure in my assignment, principally
regarding the tomato plants.
I think I should not be encouraged to grow
tomatoes. Or, if I am, you should withhold
the heavy rains, the cold nights that come
so often here, while other regions get
twelve weeks of summer. All this
belongs to you: on the other hand,
I planted the seeds, I watched the first shoots
like wings tearing the soil, and it was my heart
broken by the blight, the black spot so quickly
multiplying in the rows. I doubt
you have a heart, in our understanding of
that term. You who do not discriminate
between the dead and the living, who are, in consequence,
immune to foreshadowing, you may not know
how much terror we bear, the spotted leaf,
the red leaves of the maple falling
even in August, in early darkness: I am responsible
for these vines.

Vespri

traduzione di Loredana Semantica


Durante la tua lunga assenza, mi hai permesso
di usare la terra, prevedendo
un certo ritorno dall’investimento. Devo riferirti
di aver fallito il mio compito, principalmente
per quanto riguarda le piante di pomodoro.
Penso che non dovrei essere incoraggiata a coltivare
pomodori. Oppure, se lo sono, tu dovresti contenere
le forti piogge, le notti fredde che vengono
così spesso qui, mentre altre regioni godono
di dodici settimane d’estate.
Tutto questo ti appartiene: d’altra parte
io ho piantato i semi, ho visto i primi germogli
come ali squarciare il suolo, è stato il mio cuore
a spezzarsi per la peronospera, la macchia nera si è diffusa
così rapidamente moltiplicandosi nei filari. Io dubito
che tu abbia un cuore, che tu possa capire questi termini.
Tu che non distingui tra morte e vita, che sei, di conseguenza,
immune dai presagi, potresti non saperlo
quanto ci terrorizzi vedere una foglia macchiata,
le foglie rosse d’acero che cadono
anche in agosto, nella prima oscurità: io sono la responsabile
di questi rampicanti.

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Traduciamo Louise Gluck: Parable of faith

18 domenica Ott 2020

Posted by Loredana Semantica in Idiomatiche, LETTERATURA

≈ 2 commenti

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Louise Gluck, POESIA, traduzione

Col contributo di Antonella Pizzo prosegue la traduzione delle poesie di Louise Gluck iniziata qui

Dalla raccolta “Meadowlands”, 1996

Parable of faith

Now, in twilight, on the palace steps
the king asks forgiveness of his lady.
He is not
duplicitous; he has tried to be
true to the moment; is there another way of being
true to the self?
The lady
hides her face, somewhat
assisted by the shadows. She weeps
for her past; when one has a secret life,
one’s tears are never explained.
Yet gladly would the king bear
the grief of his lady: his
is the generous heart,
in pain as in joy.

Do you know
what forgiveness mean? it mean
the world has sinned, the world
must be pardoned 

Parabola di fede

(traduzione di Antonella Pizzo)

Ora, al crepuscolo, sui gradini del palazzo
il re chiede perdono alla sua donna.
Lui non è falso; ha provato ad essere vero al momento;
c’è un altro modo di essere fedele a sé stesso?
La donna
nasconde il suo viso, un po’
aiutata dalle ombre. Piange
per il suo passato; quando si ha una vita segreta,
le proprie lacrime non vengono mai spiegate.
Eppure il re avrebbe sopportato
la sofferenza della sua donna: il suo
è cuore generoso,
nel dolore come nella gioia.

Lo sai
cosa significa perdono? significa
che il mondo ha peccato, che il mondo
deve essere perdonato.

qui potete ascoltare la lettura in lingua originale

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Traduciamo Louise Gluck: The red poppy

10 sabato Ott 2020

Posted by Loredana Semantica in Idiomatiche, SINE LIMINE

≈ 7 commenti

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Louise Gluck, POESIA, traduzione

In Italia ha destato una certa sorpresa l’attribuzione del Nobel per la letteratura a Louise Gluck, poetessa statunitense, nata a New York nel 1943. In pochi la conoscevano, e le poesie che circolano in rete probabilmente non le rendono giustizia, tant’è che non mancano le polemiche. Però potrebbe trattarsi di un problema di traduzione. Per conoscere meglio questa autrice ho pensato di tentare una traduzione alternativa delle poesie che circolano in rete. Una alla volta, in modo che abbiano ciascuna massima attenzione. Come quando si osserva un quadro su uno sfondo nero o una parete vuota per coglierne al meglio le linee e i colori. Lo considero un esperimento, alla ricerca della poetica di un’autrice che è stata ritenuta degna di così ambito riconoscimento. Al termine di questo percorso, l’esperimento sarà diventata esperienza. Se avete voglia di cimentarvi ho scovato qui un nutrito elenco di testi in lingua originale. Antonella Pizzo mi ha segnalato quest’altra ricca raccolta qui. Se poi volete proporre alla redazione i vostri esperimenti, siete benvenuti. Buona poesia a tutti.

The great thing
is not having
a mind. Feelings:
oh, I have those; they
govern me. I have
a lord in heaven
called the sun, and open
for him, showing him
the fire of my own heart, fire
like his presence.
What could such glory be
if not a heart? Oh my brothers and sisters,
were you like me once, long ago,
before you were human? Did you
permit yourselves
to open once, who would never
open again? Because in truth
I am speaking now
the way you do. I speak
because I am shattered.

 

Il papavero rosso

(traduzione di Loredana Semantica)

 

La cosa migliore è

non avere pensieri

i sentimenti: oh quelli ce li ho

nel cielo ho un signore chiamato sole

fiorisco per lui

gli offro il rosso del mio cuore

rosso come la sua presenza.

Cos’altro potrebbe essere un tale splendore

se non passione? Oh miei fratelli e sorelle

eravate come me voi tanto tempo fa

prima di diventare umani?

Anche voi vi siete permessi

di brillare una volta

chi mai vorrebbe farlo di nuovo?

Perché in verità adesso

sto parlando la vostra lingua.

Io parlo perché sono distrutta.

 

 

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Di Pirandello poeta

01 mercoledì Apr 2020

Posted by marian2643 in Appunti letterari, LETTERATURA

≈ 1 Commento

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Anna Maria Bonfiglio, Luigi Pirandello, POESIA

Di Luigi Pirandello romanziere e drammaturgo non si finisce mai di scrivere, poco invece si ricorda della sua modesta (per numero) produzione poetica della quale in definitiva non si è mai detto troppo bene. Personalmente ho avuto modo di parlarne in un convegno a lui dedicato in quel di Porto Empedocle, suo e mio paese d’origine, e nell’occasione portare alla superficie quella parte della sua opera considerata minore. Luigi Pirandello pubblica la sua prima raccolta di poesie, Mal giocondo, nel 1889 a Palermo e l’ultima, Fuori di chiave, nel 1912 a Genova. La sua produzione poetica copre quindi un arco di tempo a cavallo fra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, periodo di transizione fra due secoli, momento storico caratterizzato dal tramonto della civiltà del positivismo e dal sorgere di un’epoca protesa alla ricerca di nuovi valori e altre certezze. Ciò genera nel poeta quello smarrimento morale che egli indaga nel saggio giovanile Arte e coscienza d’oggi, nel quale fra l’altro si pone questa domanda:”Quali saranno le norme della condotta, quali azioni saranno reputate giuste o ingiuste?” Interrogativo ancora attuale, per motivi certo diversi ma non per questo meno importanti. Il disorientamento di cui parla Pirandello in questo saggio investe soprattutto i giovani dei quali egli dice:”(I giovani) danno di sé uno spettacolo ancor più triste. Nei(loro) cervelli e nelle (loro) coscienze regna una straordinaria confusione“. Il passaggio da un secolo all’altro è quello che abbiamo vissuto e viviamo anche noi, poeti contemporanei che hanno varcato la soglia del duemila direi quasi con la stessa confusione, con gli stessi problemi di coscienza, sebbene di natura diversa e di altra provenienza. La crisi a cui si riferisce Pirandello è quella dell’Italia post-unitaria, della repressione dei Fasci siciliani, dello scandalo della Banca Romana che metteva il dito nella piaga della corruzione della classe dirigente ed è la crisi storica e la delusione giovanile che irrompono in Mal giocondo,  libro che già nell’ossimoro del titolo riconduce alla visione di tutta la tematica pirandelliana. In questa prima prova poetica dello scrittore agrigentino si rileva la sfiducia nelle classi dirigenti, negli uomini politici responsabili di mal governo, in uno stato rimasto sostanzialmente burocratico e poliziesco. L’amarezza che ne viene fuori per il fallimento delle speranze risorgimentali sarà poi espressa più compiutamente nel romanzo I vecchi e i giovani dove assume contorni più decisi e densi di significati simbolici. A questa tematica fa da contrappunto la polemica contro la repressione dell’eros, il desiderio di vita e la ribellione alla convenzionalità delle leggi moralistiche. La cifra stilistica è sostenuta da una lingua viva, lontana dal logorato uso letterario e rinnovata da un’espressione semanticamente essenziale.

A monte della seconda raccolta, Fuori di chiave, si intravede in filigrana la poetica del saggio L’umorismo, quel “sentimento del contrario” che nella poesia Preludio orchestrale riporta alla condizione dell’uomo che avverte la pena di non essere in armonia con se stesso e con il mondo, che si sente creatura alienata, appunto “fuori di chiave”. Il tema della dissociazione della personalità, delle molteplici espressioni dell’io, delle “forme” in cui vive l’individuo, gabbie che lo imprigionano e lo separano dall’altro se stesso, è ancora attuale e vissuto in certa poesia contemporanea che avverte il disagio di un’esistenza priva di certezze e d’ogni consolatoria illusione, vittima della cosiddetta società dell’immagine che ha costruito modelli fisici sempre più diretti alla perfezione fisica e sempre meno tesi alla vera ed autentica essenza dell’uomo. Nella poesia Ritorno, scritta a Porto Empedocle nel 1910, Pirandello affronta il legame che unisce l’uomo alle sue radici geografiche. Egli parla all’altro se stesso, al giovane che dal terrazzo della sua casa, “cassero d’una nave a cui volgea/prospera allora e lieta la fortuna“, sentiva la smania dell’attesa che lo allontanava da tutto ciò che lo circondava. La fisionomia del borgo marinaro, la realtà fisica e sociale del luogo (il porto, il mare, le banchine dalle quali gli zolfatari trasportavano lo zolfo sulle navi da carico) ritornano accompagnate dall’amarezza per l’avversa sorte che “cangiò la fortuna” della sua famiglia. Non sembri allora peregrino accostare questa tensione poetica all’attuale filone di tanta letteratura dell’emigrazione, spesso espressa nell’ambigua valenza di desiderio di appartenenza alla nuova terra e nostalgia dell’habitat originario.

Pirandello poeta avverte l’esigenza del rinnovamento del linguaggio, cerca una sua originale lingua che non percorra strade già sperimentate e sebbene molti dei temi affrontati siano fisiologicamente inattuali possiamo riconoscervi l’estetica baudelairiana della condizione poeta: un sovversivo che crede nella forza della poesia come atto d’accusa verso un sistema governato da leggi se vogliamo utopiche ma necessarie alla sopravvivenza dell’artista.

Anna Maria Bonfiglio

 

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Intervista a Francesco Palmieri: Biografie

28 lunedì Ott 2019

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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Biografie, Francesco Palmieri, POESIA

 

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La Redazione ringrazia  Francesco Palmieri per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Biografie, Terra d’ulivi Edizioni, 2019.

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Credo che il 99,99% risponderà di aver iniziato a scrivere in età giovanissima o molto giovane, proprio perché fu in quel tempo che sentì l’amore per la scrittura, un amore profondo, intenso, emozionante e, per questo, un amore per sempre. Ebbene posso dire di far parte di quel 99,99%.

2. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Il riferimento letterario che sicuramente mi è più vicino è il Novecento, e credo non potrebbe essere altrimenti perché è a cavallo del secolo che si è formata la coscienza moderna che personalmente faccio risalire a Giacomo Leopardi, il primo esistenzialista ossia un protoesistenzialista. Da qui è facile capire che è il recanatese ad essere colui che in primis mi abbia influenzato nonostante io, da adolescente, lo abbia odiato molto per la sua cupa concezione del mondo e del destino umano. È chiaro che poi col tempo io mi sia ravveduto… Nel campo del mio sentire, quindi più per empatia che per influenza, sono venute tante altre personalità letterarie, primo fra tutte sicuramente Eugenio Montale e poi Ungaretti, Quasimodo, Saba, Moretti, Corazzini, Cardarelli e, più vicini a noi, Raboni, Giudici, Pagliarani, Caproni, Gatto, Erba, e ancora più vicini, Patrizia Cavalli, Vivian Lamarque, Patrizia Valduga, Valerio Magrelli, Fabio Pusterla, Testa, Toma e potrei continuare ancora ma sarebbe una elencazione noiosa. Fra gli stranieri citerei Prevért, Neruda, Salinas, Larkin, Wendy Cope, Edgar Lee Masters, Hikmet, e mi fermo qui. Ma voglio ripetere che non si tratta di influenze bensì di comunità di sentire e analogie di scrittura.

3.Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Come nasce la mia scrittura… direi senza alcuna premeditazione, di getto, come se i miei testi fossero già tutti scritti nel mio subconscio, infatti è raro che io intervenga sulla prima stesura. Vogliamo dire che io stia parlando di ispirazione? Ebbene la risposta è sì. Autobiografia e realtà circostante sono per me inscindibili, in quanto c’è sempre un io senziente ad elaborare l’esperienza del mondo e di se stesso. Da questo punto di vista tutta la scrittura e, soprattutto quella poetica, è autobiografica in quanto rappresenta la sintesi fra cognizione, emozione, fantasia, sentimento. Se un testo non contiene queste quattro qualità, non è poesia, è altro. In quanto all’imprinting geografico o topografico, devo riconoscerne la citazione spesso metaforica nei miei testi, sia che si tratti di immagini ambientali provenienti soprattutto dalla mia infanzia sia che invece si tratti di suggestioni metropolitane più vicine alla mia esperienza più recente. Ciò accade sempre quando l’esterno diventa luogo dell’anima, o almeno così è per me.

4. Ci parli della tua pubblicazione?

Se lo facessi sarei un partigiano sfacciato, no, preferisco che siano gli altri a parlarne semmai ne avessero voglia.

5. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

A questa domanda non saprei rispondere… Il panorama letterario contemporaneo è così intasato di scritture che qualsiasi opera arriva a sembrare non necessaria e inutile. Se qualcuno dovesse leggermi, direi che farebbe almeno un’esperienza interiore…

6. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Per i quattro libri che ho pubblicato, direi che non c’è un quando e nemmeno una “sacra” scintilla iniziale. Per 20 anni non ho scritto una sola poesia, poi – credo verso la fine del 2008- ho iniziato a scrivere senza fermarmi più almeno fino al 2015. È in questo arco di anni che ho scritto le mie quattro raccolte. Come ho detto sopra, non c’è stata alcuna premeditazione, tutto è avvenuto con estrema naturalezza se si esclude una certa compulsione attiva a dire, dire, scrivere. Circa poi la distinzione di quel flusso in raccolte autonome, beh devo dire che anche qui era l’istinto ad indicarmi la fine di un lavoro e l’inizio di un altro.

7. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Credo di aver risposto già a questa domanda.

8. La copertina. Chi, come, quando e perché?

Per quanto riguarda la copertina, l’ho sempre concordata con il mio editore  Elio Scarciglia di Terra d’ulivi e, essendo lui un ottimo fotografo di talento, abbiamo sempre scelto una sua fotografia che avesse attinenza con lo spirito dell’opera, per la raccolta “Biografie” invece la nostra scelta è caduta su un mio dipinto che ci è apparso molto in sintonia con i testi.

9.Come hai trovato un editore?

Credo nello stesso modo in cui fanno tutti: inviando le mie proposte ai diversi Editori. Naturalmente alcuni non hanno mai risposto, altri invece si rivelavano come tipografi truccati, in tanti era chiaro l’intento di lucro, qualcuno invece è stato da subito onesto e collaborativo, così com’è il mio editore di riferimento attuale, cioè Elio Scarciglia delle Edizioni Terra d’ulivi.

10.A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Direi a qualsiasi tipo di pubblico che abbia voglia di leggere poesia.

11. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Nell’unico modo in cui riesco a farlo, cioè pubblicando qualche testo sulla mia pagina personale Facebook e su quella dedicata ai miei libri, sempre su Facebook. A proposito la pagine dei libri si chiama col titolo della mia prima raccolta non d’amore: Fra improbabile cielo e terra certa. Naturalmente ho provato a farne una presentazione pubblica ma è stato un disastro già alla seconda esperienza qui a Milano. Ho provato anche a partecipare a un paio di concorsi; in uno sono stato il prescelto dalla giuria, nell’altro nemmeno mi sono piazzato fra i finalisti. Ma per ciò che concerne i concorsi ci sarebbe molto altro da dire e non ne ho alcuna voglia… mi basta dire che non parteciperò a nessun altro concorso.

12.Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Direi che sono tanti i testi a cui sto pensando ma probabilmente quello che segue rappresenta lo spirito di tutta la pubblicazione:

“Ho cercato di rendere magnifico

lo spazio verticale di azzurro sulla testa

(per arrivare all’apice del cielo

per rendermi fratello delle stelle

essere degno di avere avuto dio come padre)

 

ho cercato di rendere splendente anche la terra

di folgorarmi gli occhi con le rose

di respirare unisono col mare

(perché il paradiso era terrestre

ed è bugiardo chi dice che era celeste)

 

ho cercato d’indovinare l’angelo

nel passo sollevato di bocca glutei e seno

nel nudo delle cosce, il filo della schiena

(perché persino dio ha visto fra le donne

la donna benedetta, la madonna piena di grazia)

 

e adesso è arrivare a sera

chiudere finestre e porte

 

sperare d’aver lasciato

sulle scale i demoni

 

che per tutto il giorno

ho avuto dietro alle spalle.”

 

13.Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Che raggiunga le persone, che sia letta e compresa.

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Ma chi te lo fa fare a insistere con la scrittura?

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Nel futuro prossimo vorrei pubblicare le mie due ultime raccolte scritte e delle plaquette già definite, e poi ho in progetto anche la pubblicazione di un romanzo i cui ultimi 10 capitoli sono ancora sui quaderni… già, perché io scrivo a mano e poi traduco in file…

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Francesco Palmieri

Nato nell’entroterra barese, si è trasferito in un Comune a nord di Milano dove ha lavorato come docente di materie umanistiche. Attualmente collabora con siti, riviste e case editrici, occupandosi prevalentemente di critica letteraria. Suoi testi sono presenti in rete e in antologie. Nell’ottobre 2012 ha esordito, pubblicando con la casa editrice ‘La  Vita Felice’, la sua opera prima:  Studi lirici (solo parole d’amore). Successivamente, nel 2015,  ha pubblicato Fra improbabile cielo e terra certa, nel 2016 Il male nascosto e nel 2019 Biografie, sempre con la casa editrice Terra d’ulivi.

 

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Intervista a Mattia Tarantino: Fiori estinti

21 lunedì Ott 2019

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

≈ 2 commenti

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Fiori estinti, Mattia Tarantino, POESIA

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Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La Redazione ringrazia Mattia Tarantino per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Fiori estinti, Terra d’ulivi Edizioni, maggio 2019.

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Gli angeli ricordano solo di aver dimenticato. A noi, per fortuna o purtroppo, non tocca la stessa sorte. Scrivere, prima di indicare l’associazione di un segno a una lettera, è incidere. Non ho mai amato farlo: la scrittura, in me, ha sempre assunto la forma di una condanna; talvolta di un varco per una sorta di assoluzione. Forse il modo di scontare la nascita, di non contarla più, cioè. Come nel libro di Giobbe:

Perisca il giorno in cui nacqui

[ … ]

Quel giorno lo possieda il buio

non si aggiunga ai giorni dell’anno,

non entri nel conto dei mesi

Tuttavia, non c’è maledizione in questo. Cioran sostiene che la maledizione sia un’elezione al contrario, e credo alle sue parole. Posso solo dire che la nevrosi di sillabe e suoni che si agitano tra la voce e la gola ha spesso bisogno di evadere. Allora, per quanto possibile, cerco di tracciarne la formula; sia questa pura gioia o soglia irrimediabile dell’al-di-là.

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?Su tutti, Dylan Thomas – di cui traduco, tra l’altro, i versi per Iris News -. L’analogia, lo scoppio, la visione che custodisce e sfilaccia nelle sue parole coincide, la maggior parte delle volte, con la mia poesia ideale. Quando non accade ne cerco i frammenti; il punto di caduta nel discorso delle parole che mancano. Anche Yves Bonnefoy ha giocato un ruolo importante nella mia formazione – o, forse, deformazione -. Quando, però, ho visto che dal mio balconcino di periferia non si vedevano mandorli, ho segnato i suoi versi sul muro sperando, un giorno, di avverarli e quindi cancellarli. C’è anche Majakovskij, ma non dico nulla; un proiettile ha già compiuto il suo verbo nel secolo. Spesso dicono che Baudelaire, per me, è stato fondamentale. Rivelo qui che non l’ho mai letto; I fiori del male non li ho ancora raccolti. Pochi, invece, gli italiani che mi hanno segnato. Rari, rarissimi versi, tra i grandi, di Montale, Corazzini e D’Annunzio; molti, invece, tra i contemporanei e i morti vicini. Penso soprattutto a Francesco Russo: ricordo più i suoi versi che i miei. Ci sono anche, però, Gabriele Galloni, Giorgia Esposito, Alfonso Guida, Giovanni Ibello e tanti altri, a cui ho rubato il più possibile.
  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Sono nato in una terra irredimibile; tra l’amianto e i campi radioattivi: qui l’erba è elettrica. Un disastro senza evasione possibile che andrebbe riverginato col sangue e la violenza. Violenza che qui, però, appartiene agli altri; ai balordi che sghignazzano con la maschera da orco. Meglio sigillarla, questa terra; segnarne una frontiera invalicabile che contenga e poi consumi il cancro. Il cancro è ovunque, qui. C’è bisogno di una comunione nuova, di mane e mane. Fino ad allora ne canterò la sciagura, il male declinato, la corruzione. D’altra parte, però, sono nato a Napoli: nel sangue ho i sorci e la commedia.

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

Fiori estinti è la mia seconda raccolta; il segno ultimo dell’adolescenza. Un lamento, una profezia: è nato nelle taverne e nelle strade; tra le chiese e gli amari. Ci sono i volti, le parole e le disgrazie che mi hanno attraversato. Forse la poesia, quella che troppi definiscono un tentativo di bellezza, non è nei miei versi: è dove la parola non arriva; dove resta solo il bianco.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

L’unica opera utile nella poesia contemporanea credo sia Dolore Minimo di Giovanna Vivinetto. Lo dico perché è l’opera, tra quelle di maggior rilievo, che più di tutte è entrata in una tensione sociale estesa e discussa. Ha preso parte a un campo di forze in costituzione; contribuito alle vicende dell’egemonia, per dirla alla Gramsci. Fiori estinti è una raccolta di minoranza, che non ha mercato e cerca l’ingovernabile. Non solo: rinuncia a ogni tentativo di governo; cerca di dare dignità al delirio, alla visione intatta sul fondo delle cose.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Delle scintille mi piace ciò che resta. Solo nell’attimo dopo, nella liturgia della cenere, ho deciso che questi versi sparsi e ripetuti dovevano avere assemblea. Ero nella mia stanza, probabilmente; una notte come tante.

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Di rigetto, al massimo. Fiori estinti è stato un divenire: mi sono inventato funambolo e cercato le cifre della crisi; contorto i muscoli e le sillabe. Sono sparpagliato, disordinato: conosco solo l’hora incerta. Di notte ho sempre preferito fare altro. Molte poesie sono nate tra i banchi del liceo; tra la noia, le bestemmie e le erezioni.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

Nella raccolta ci sono angeli ovunque. Perversi, violenti, ubriachi, incestuosi: rovesciati, soprattutto. Per questo l’editore ne ha scelti due che crollano; ha riportato in verticale il perimetro indicato da Benjamin.

  1. Come hai trovato un editore?

È la seconda opera che pubblico con Terra d’ulivi. Mi hanno offerto uno spazio, creduto nel mio lavoro fin dall’inizio. Fiori estinti tratta, grosso modo, gli stessi temi di Tra l’angelo e la sillaba, pubblicata nel 2017: ho proseguito con loro per continuità. Cercare un editore è stato, invece, complesso. Quando uscì la prima raccolta avevo da poco compiuto 16 anni: nelle librerie, spesso, manca la poesia contemporanea. Quando se ne trovano volumi, di solito appartengono a case editrici che riescono a entrare nei grossi circuiti di distribuzione. Ho cercato di capire dove fosse la poesia contemporanea, e quali editori, anche se piccoli, avessero cataloghi di qualità. Così scelsi allora, così ho scelto questa volta.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

A preti e farabutti; oppure ai pochi marchesi des Essenteis rimasti in giro. Sono versi che riesco a concepire solo in bocca a profeti e sifilitici.

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Fiori estinti è un libro fortunato. La critica e le riviste lo hanno accolto bene, offrendo e creando spazi per diffonderlo; sia in Italia che all’estero. Ci sono poi le presentazioni: quelle fatte e quelle a venire, dalla Campania alla Sardegna, dalla Lombardia al Piemonte, dal Lazio al Trentino. È un libro che mi piace muovere, ma non promuovere. Preferisco le cose bocciate.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle

mi aprono il sangue e disturbano

i versi in bocca ai morti

 

oppure

 

Ho conosciuto la noia del vino,

gli uccelli malati, e sono

saltato nella loro tosse

Non esistono versi indicativi: di solito scrivo al passato, o al condizionale. Nelle cose perdute e nei desideri; è un circolo vizioso che sto ancora provando a spezzare. Eppure, se dovessi scegliere dei versi, sceglierei le terzine citate. C’è lì, più o meno, la maggior parte dei temi della raccolta.

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Non l’ho mai capito. Non credo nelle opere, né so che sperare dalle cose sperate e tradite che ho cantato. Forse volevo solo la parabola del frutto: il germoglio, la maturità, il marciume.  Non so in quale di queste fasi siano i miei Fiori, ma poco importa. Mi interessa, del fiore, ciò che rimane.

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Avrei voluto qualcuno mi chiedesse dove fosse l’opera. Avrei risposto che è un tentativo di tagliare e sovvertire la verticalità del mondo. Qualcosa di simile lo scrive Giovanni Perri:

ostaggi del bene sogniamo il taglio verticale,

il pianto che ci salvi dal coro delle polveri

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Quest’anno mi dedicherò a tradurre i versi di Dylan Thomas e  scrivere qualche nota a raccolte di poesia contemporanea che trovo importanti; alle volte fondamentali. Ma i morti e gli amanti sono figure molto interessanti: chissà non mi mostrino un disegno, una via. Forse sono già sulle loro orme.

 

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Mattia Tarantino

Mattia Tarantino è nato a Napoli nel 2001. Co-dirige Inverso – Giornale di poesia; collabora come traduttore con Iris News – Rivista internazionale di poesia. Fa parte della redazione di Menabò – Quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria e di Bibbia d’Asfalto –Poesia urbana e autostradale. È presente in diverse riviste e antologie, italiane e internazionali. I suoi versi sono stati tradotti in sei lingue. Ha pubblicato Tra l’angelo e la sillaba (Terra d’ulivi, 2017) e Fiori estinti (Terra d’ulivi, 2019).

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Intervista a Daniela Cattani Rusich: Digitale purpurea

14 lunedì Ott 2019

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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Daniela Cattani Rusich, Digitale purpurea, POESIA

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Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Daniela Cattani Rusich per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Digitale purpurea, Eugraphia, maggio 2019.

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Ero una bambina apparentemente molto socievole ed esuberante, ma in realtà solitaria e riflessiva. Neanche in famiglia lo avevano capito e questo accrebbe in me una situazione di disadattamento e di solitudine, che colmavo scrivendo. A quei tempi, la scrittura era la mia coperta di Linus.

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Mi vengono in mente Jack London con il suo Martin Eden ma non solo, Pavese, Oscar Wilde, Hermann Hesse, Ungaretti e Montale, Emily Dickinson, Neruda, Merini e il teatro di Samuel Beckett, fin da ragazza. Più avanti ho incontrato la magica letteratura sudamericana, che mi ha subito rapita: Isabel Allende, Gabriel Garcia Marquez e soprattutto Luis Sepulveda. Rimanendo nello stesso continente, ma più a nord, un colpo di fulmine fu la raffinatissima scrittura di Henry James (in realtà inglese naturalizzato americano). Poi ho scoperto anche i poeti americani, a partire da Dylan Thomas. I miei riferimenti contemporanei sono Alessandro Baricco per la prosa e Giorgio Caproni per la poesia: in quest’ultimo trovo una corrispondenza fortissima nella visione esistenziale e nel suo modo di pensare la funzione del poeta.

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

I luoghi per me sono sempre stati tappe di vita, tanti, forse troppi: per questo probabilmente con essi ho un rapporto ambivalente, non sempre sereno. Autobiografia e osservazione della realtà sono sempre andate di pari passo, dopo la fase autoreferenziale dell’adolescenza.

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

È la mia quinta silloge, un libricino piuttosto semplice, diviso in due sezioni: l’amore e la violenza. Ci sono diverse poesie sociali che parlano della realtà attuale e di temi che mi stanno da sempre a cuore: la degenerazione dell’umanità, la violenza contro i più deboli (in particolare donne e bambini), la guerra.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Questo non posso dirlo io.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

È sempre un processo lungo per me. Io scrivo senza condizionamenti o scopi precisi; poi, magari dopo mesi o dopo anni, mi si spalanca dentro una finestra ed esce tutto quel che deve uscire. Anche se, ci tengo a specificarlo, seleziono moltissimo e scarto testi senza pietà.

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Scrivo sempre di getto, dopo una lunga gestazione interiore. Tutto ciò che vedo e che provo sedimenta in me, si fa magma e poi esce impetuosamente come lava da un vulcano. In genere il momento in cui arriva l’ispirazione è quello tra sonno e veglia, quando la razionalità allenta le briglie e le immagini e i versi sgorgano liberi.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

Non ho avuto molta scelta. Piuttosto è importante il titolo: la Digitale Purpurea è una pianta che, presa in piccole dosi, cura problemi di cuore; ad alte dosi è letale. Come è stato nella vita per me: ho sbagliato le dosi, sono viva per miracolo.

  1. Come hai trovato un editore?

Attraverso conoscenze comuni.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

A tutti quelli che non hanno paura di guardarsi dentro, di riflettere sulla propria esistenza e sul mondo di oggi, su quello che stiamo diventando: sempre più cinici, sempre più soli.

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Ho organizzato una prima presentazione alla Casa delle Arti – Spazio Merini, a Milano. Poi ho dovuto seguire il Premio Letterario Nazionale Poetika, di cui sono presidente da otto anni, e di tempo ne è rimasto ben poco. Non ho la frenesia di pubblicare, anzi. Forse riprenderò in primavera con qualche presentazione un po’ originale: la normalità mi annoia.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legata e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Non quello più riuscito, ma quello che in questo momento mi rappresenta maggiormente (infatti apre la silloge):

“La vita è stata un colpo di vento:

ho perso tutti i miei petali

fra le sue braccia”

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera? N

Nessuna in particolare.

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Nessuna. La poesia, se ne è capace, dice senza bisogno di spiegare. E deve emozionare, ovviamente.

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Sì, ho nel cassetto (da tre anni, notare la “smania” 😊) un testo teatrale tra il surreale, l’ironico e l’esistenziale, dal titolo provvisorio: Io vado, tu resti?”; inoltre sto lavorando a un secondo romanzo, legato al primo “C’è Nessuno?” (con lo stesso antieroe come protagonista): è un breve romanzo che ha avuto un grande successo e mi ha dato molte soddisfazioni.

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Daniela Cattani Rusich

Sangue misto (greco, friulano, slavo, turco, armeno), scrive fin da bambina. Scrittrice, poeta, performer, presidente del Premio Letterario Nazionale Poetika, fotografa molto dilettante, ha insegnato per venticinque anni, è stata redattrice del sito Poetika.it, direttore creativo di Onirica Edizioni, ideatrice del Circolo culturale Casteld’Arte in provincia di Milano e dell’associazione culturale CreAzione in Toscana. Primo premio al Concorso Internazionale, patrocinato dal Presidente della Repubblica, THEM ROMAN per il racconto “Porrajmos- l’olocausto zingaro”. Primo premio per la lirica “Segreta” al Concorso “Un monte di Poesia”, tra i cinque finalisti del Premio “Massa Città fiabesca di Mare e di Marmo” con la silloge che porta lo stesso titolo. Terzo posto al concorso “Poetando” con la sua prima silloge “Rendimi l’anima”, trofeo Colle Armonioso per “Viandante senza tempo”. Anche “Arché” ha ricevuto diversi riconoscimenti, Daniela però non ama le esibizioni di premi, infatti ha smesso da anni di parteciparvi. Ha curato numerose pubblicazioni, scritto prefazioni e recensioni e lavora come editor freelance. Ha pubblicato un romanzo corale, un romanzo breve, una graphic novel, cinque sillogi poetiche e diversi testi, sia in versi sia in prosa, sia drammatici che comici,  in antologie di editori vari.

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Prisma lirico 29: Emily Dickinson – Hans Andersen Brendekilde – John Atkinson Grimshaw

04 venerdì Ott 2019

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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autunno, Hans Andersen Brendekilde, John Atkinson Grimshaw, POESIA

Hans Andersen Brendekilde

Nel Prisma lirico di oggi un suggestivo omaggio all’autunno in versi e colore

Sono più miti le mattine
le noci diventano più scure
la guancia delle ciliegie è più soda
la rosa non è più in città

L’acero porta una sciarpa più gaia,
il campo una gonna scarlatta.
E anch’io per non essere antiquata
mi metterò un gioiello.

John Atkinson Grimshaw

Poesia di Emily Dickinson

Opere:

Sentiero alberato in autunno, Hans Andersen Brendekilde, 1902

Stapleton Park near Pontefract Sun, John Atkinson Grimshaw, 1877

 

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Intervista a Rita Pacilio: La venatura della viola

30 lunedì Set 2019

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

≈ 1 Commento

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La venatura della viola, POESIA, Rita Pacilio

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La Redazione ringrazia Rita Pacilio, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: La venatura della viola, Giuliano Ladolfi Editore, ottobre 2019

Continua a leggere →

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Intervista a Stefano Guglielmin: La lingua visitata dalla neve

19 giovedì Set 2019

Posted by Loredana Semantica in Interviste, LETTERATURA

≈ 1 Commento

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La lingua visitata dalla neve, POESIA, saggio, Stefano Guglielmin

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Stefano Guglielmin, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: La lingua visitata dalla neve. Scrivere poesia oggi, Aracne Editrice, Canterano (RM) 2019, pp. 456.

Continua a leggere →

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uNa PoESia A cAsO: Emily Dickinson

15 sabato Giu 2019

Posted by Loredana Semantica in uNa PoESia A cAsO

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EMILY DICKINSON, POESIA

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Emily Dickinson

La chimica certezza
che nulla va perduto
sprona nella sventura
il mio credo in frantumi

Se vedrò il volto degli atomi
tanto più le finite creature
che mi sono state sottratte.

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Canto presente 38: Alfonso Ravazzano

23 giovedì Mag 2019

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA, SINE LIMINE

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Alfonso Ravazzano, Canto presente, POESIA

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

ALFONSO RAVAZZANO

LA GRAMMATURA DELL’INCERTO

Prendevi in prestito
i respiri che mostravano
coraggio e che io cercavo
in ogni luogo di confine.
La tua gola piena di tubi
mi ricordava il gesto del subacqueo
quando mira ai pesci.

 

Non è tanto sparire allontanarsi
è rimanere aggrappati a noi stessi.
Io e tutte le mie assenze
abbiamo il peso del buio
la grammatura dell’incerto
il sapore di un miscuglio
già bevuto.

 

Parlare di chiodi, di attese
una mano a martello
e lo sguardo disfatto.
Tu che il sonno lo inventi
pensa a salvarti ad essere
là dove potresti rinascere.

 

Il senso delle parole è in una foto che guardo
da una montagna di tormenti, descrive l’esercizio
della fatica silenziosa, quella che spinge l’aria
verso luoghi che non abbiamo abitato e nel disegno
dello sguardo la descrizione di un salto infinito.

 

I pesci hanno tanto coraggio e non si aspettano niente.
Ti avevo chiesto un bacio ma tu tardavi a morire
mentre l’amo feriva l’acqua senza averne paura.

 

Nutrire ogni forma di delirio
la mano aggiunge acqua alla sete
e il freddo è una coperta di sogni
si riesce a sentirne il calore da fuori
possibile sfidare le superfici isteriche
quando sdraiati si resta più deboli
cosa sono le cosidette assenze
se non tornano i conti e le somme
può servire adagiarsi su uno strato di pelle
quello più vicino alla luce in un fiato.

 

Ogni volta che muori
la dismisura del viaggio
fra il tuo allontanarsi
e il mio divenire – verifica
l’attimo in cui suggerivi
di comprendermi.
Dentro a questa geografia
dello smarrimento – regni
un poco risparmiata e cupa.
Ogni sillaba che costruisce
il tuo nome genera altri mondi
altre incomprensioni o incertezze.
Rivedo la tua mano dettare
in un foglio scarabocchiato
disegni visibili e necessari.
Tu m’abbandonasti al confine
imperturbabile di una città
che non avremmo mai conosciuto.

 

Guarda i miei occhi le tue debolezze
fissami pure potremmo incontrarci
Il male che mi porgi è la geometria dei vinti
sono per quello che respiri anche se non saprai dimenticarlo
Io prendo coraggio dal tuo labbro quello che bacia
la fisionomia del sangue.
Aprimi succhiando l’aria che non dovrò respirare.

 

La respirazione è un talento
la somma dei rami tagliati
la voce matura dei passeri
e altre direzioni di volo
è tutto nelle radici di un acero
la variante dell’ossigeno
raggiunta la trachea
sentirai soltanto un soffio d’aria
sei troppi movimenti e linee
per sparire.

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Il blog LIMINA MUNDI è stato fondato da Loredana Semantica e Deborah Mega il 21 marzo 2016. Limina mundi svolge un’opera di promozione e diffusione culturale, letteraria e artistica con spirito di liberalità. Con spirito altrettanto liberale è possibile contribuire alle spese di gestione con donazioni:
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