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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

Abbiate cuore

22 giovedì Dic 2016

Posted by Loredana Semantica in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA', Ispirazioni e divagazioni, La società

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Natale

Ecco un altro Natale a ricordarci d’essere più buoni, ma quest’anno, non meno di altri, la nostra bontà è infetta, nessuno innocente di fronte alla guerra. Di fronte a foto di bambini insanguinati e strade che sono laghi di sangue. Occhieggiano orrori dai social network e noi qui al sicuro a chiederci se questo è un uomo, se questo è vero, cosa possiamo, poi restiamo impotenti a chiederci che significato abbia la parola bontà e, persino, scossi, che senso abbia la parola Natale. Siamo solo uomini. Lo sono anche di là dal mare, dalle montagne e dai confini. Uomini. Capaci di efferatezze come di slanci poetici. Questo attraversamento che è essere uomini sulla terra è un miscuglio di dannazione e paradiso. Lo è dalla notte dei tempi.  Lo è ancora adesso. Si spera di poter trascorrere l’esistenza quanto più in salute, bellezza e serenità possibile. Per i più sfortunati non sarà così, alcuni hanno l’inferno in questa terra, ma nel grande disegno ch’è l’esistenza al di qua e al di là della soglia percepibile sono convinta che ci sarà un riscatto per gli afflitti, un momento di catarsi e di rivoluzione, dove chi ha penato trova la sua pace, e chi ha commesso il male la pena. Ed anche questo è Natale.

Questo Natale perciò non è diverso dagli altri, non è meno triste di altri. Dipende dall’angolazione singolare. Chi è nella desolazione lo vedrà con occhi di dolore, chi è sereno, come una festa da trascorrere in famiglia e con gli amici. Nonostante la fame in qualche parte del mondo, con la guerra da qualche parte del mondo, con la miseria e col dolore, che Natale dopo Natale ci sono stati sempre. Non è un’assoluzione, ma una presa d’atto che il nero si accompagna al bianco ed è nelle zone grigie che dovrebbero lavorare bene con senso di responsabilità profondo, consapevoli d’avere le sorti dell’umanità nelle mani.

Ma questo non voleva essere un post pesante e nemmeno di luoghi comuni, anzi il post  voleva essere grazioso, celebrare questo momento che è festa religiosa e tradizionale nel contempo.

Ricca di usanze, come l’albero addobbato di tante luci, palline e pupazzetti, ora il mio di fiori dorati, ma nel ricordo della mia infanzia l’albero per eccellenza era quello del mio povero zio Filippo, buonanima, che aveva golosi pendenti di cioccolato rivestiti di carta stagnola colorata a forma di babbo natale o di monete. Troneggiava irraggiungibile sul pianoforte ed era un albero bellissimo, perché quei ninnoli mangerecci di decorazione erano l’ambizione di noi bambini e, sebbene lo zio Filippo avesse tanti figli, qualche volta una moneta è arrivata anche nelle mie mani e in quelle di mia sorella regalandoci un momento di estatica felicità natalizia.

Altra tradizione del Natale è il presepe che il mio libro delle elementari raccontava  essere nato in Italia, introdotto per la prima volta da San Francesco, che ebbe la bella idea di riprodurre lo scenario della nascita a Betlemme, con gli angeli e i pastori, Maria e Giuseppe, il bue e l’asinello, tante pecore e il bambinello nella mangiatoia, culla del Signore del cielo e della terra.

Ecco che da fame e guerra, che sono la pena del mondo, siamo passati al cuore del Natale, che è commemorazione sostanzialmente, del momento della nascita del Salvatore. Nacque Gesù in Betlemme ed era l’anno zero, zero perché segna il nuovo inizio dell’Umanità che poco dopo quella nascita conoscerà per la viva voce del figlio di Dio – pietra scartata dai costruttori, diventata testata d’angolo – il messaggio d’amore cristiano, qualcosa di profondamente rivoluzionario. Da allora i Cristiani  ricordano l’evento di questa nascita, premessa necessaria di tutti i successivi eventi: dalla passione di Gesù al seguito di una montagna di secoli e storia della cristianità. Tradizione è la messa del Natale per chi voglia porre l’accento più sacro alla festività.

Tradizione del Natale sono i dolci panettone e pandoro che ormai in tutte le possibili coperture e farciture abbondano sugli scaffali dei negozi e supermercati, la cena con la zuppa di pesce, con le impanate e scacciate, con gli arancini o gli arrosti, il gran pranzo di lasagne,  tacchini, prelibatezze e involtini. E così pensando alla pancia, che in allegria reclama la sua ora, concludo dicendo che anche noi da questo scorcio di luce che è il nostro minuscolo blog vogliamo fare i nostri più luminosi auguri.

Buon Natale a tutti, quindi, di cuore – il nostro certo, ma anche di averlo voi stessi – e di ogni bene.

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Nota critica su “Apologia del silenzio” di Loredana Semantica

21 mercoledì Dic 2016

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Apologia del silenzio, Deborah Mega, Loredana Semantica, POESIA

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Giacomo Balla, La Pazza, 1905, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

                                             “Quando una poesia è scritta è terminata,

                                                      ma non finisce; comincia, cerca un’altra poesia

                                                          in se stessa, nell’autore, nel lettore, nel silenzio”.

                                                                                                                                                                                              Pedro Salinas Continua a leggere →

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LE INTERVISTE: Il cerchio e la botte e Sette domande

19 lunedì Dic 2016

Posted by LiminaMundi in Interviste, LETTERATURA

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Deborah Mega, Interviste, Loredana Semantica

Con questo post concludiamo l’esperienza delle due interviste tipo che abbiamo proposto ai poeti più o meno noti di nostra conoscenza.

Se ricordate un’intervista l’abbiamo chiamata “Il cerchio e la botte”, caratterizzata da un botta e risposta rapido, perché le risposte non potevano superare le tre righe, l’altra, nella quale non c’era limite alla lunghezza della risposte, aveva per titolo “Sette domande sulla poesia”.

Abbiamo lasciato facoltà agli autori interpellati di poter scegliere il canovaccio di risposte. A questo punto  ci sembra interessante “rivelare” che a monte le domande dell’intervista “Il cerchio e la botte” erano state predisposte da Deborah Mega e quelle di “Sette domande sulla poesia” da Loredana Semantica.

Chiudiamo questa bella esperienza con un post un po’ insolito nel quale ve le proponiamo entrambe, in una sorta di “chiasma sinallagmatico”: Loredana Semantica risponde alle domande dell’intervista “Il cerchio e la botte” e Deborah Mega a quelle di “Sette domande sulla poesia”.

Buona lettura!

Loredana Semantica risponde alle domande dell’intervista “Il cerchio e la botte”

  1. Che cos’è per te la poesia e che cosa è in grado di esprimere?

La poesia è materia modellabile, un magma che bolle, una scoria di combustione, esprime tutta la gamma dell’esprimibile. Ed è anche modo di essere nella vita, un modo di dire la vita stessa. Come diceva bene Emily Dickinson poesia significa abitare la casa della possibilità. La potenza fatta parola.

  1. Quando e in che modo ti sei avvicinata alla poesia?

Mi sono avvicinata alla poesia circa quindici anni fa. Nessuna chiamata prima di quel momento, salvo qualche episodio. Il veicolo maieutico è stato il web, lo strumento in particolare il blog nel quale ci si esprime appunto in parola. Lì ho scoperto che, volendo, potevo dire l’universo, tentare di dirlo quanto meno.

  1. Chi sono stati i tuoi maestri o meglio i tuoi punti di riferimento?

Ho una vergognosa refrattarietà ai maestri, ma in cuor mio ne ho tanti, tutti coloro che ho letti in web e fuori dal web ed hanno lasciato il segno, tutti coloro che hanno forgiato il mio modo di scrivere, frutto di studio, pazienza, esperienza, tentativi, fallimenti.

  1. Ricordi il tuo primo verso?

Ricordo la mia prima poesia, scritta sull’ ultima pagina di un libro di diritto, raccontava di una notte insonne, senso di ringraziamento, rivelazione. Il libro è stato distrutto.

  1. A chi si rivolge la tua poesia?

A me stessa, a tutti i tu potenziali, a tutti i possibili pronomi personali.

  1. E’ stata dichiarata la morte della poesia e la sua marginalità nell’età della tecnica. In libreria i libri dei poeti contemporanei sono poco presenti e spesso relegati in un angolo, solo i classici godono ancora di un certo prestigio. Di contro c’è un fiorire di readings, di concorsi letterari e di premi. Tu cosa pensi di tutto questo?

Penso che readings, concorsi e premi siano frutto di una certa mania di protagonismo che ormai affligge il singolo, gratificato di avere una platea plaudente, quasi questa gloria momentanea lo rendesse meno nullità. A substrato un contesto sociale predominato dall’idea dell’apparire per essere. La poesia comunque vive. Se così è, anche di queste cose.

C’è chi tenta un coinvolgimento nei fatti sociali del suo tempo, chi invece ritrova la verità della poesia e della vita nella sua Arcadia più o meno felice. Tu dove trovi ispirazione? E come nascono le tue poesie?

E’ una pulsione che segue l’entropia, tanto necessaria quanto sgradita, del fare e pensare della quotidianità, a cui consegue il momento della calma, silenzio, riposo. Scrivere diventa allora un fare anch’esso, un poein interiore, quasi che la mente fosse un mare agitato e trovasse la trasparenza o l’oscurità del suo fondo quando si placa il vento, si appiana la superficie, il pensiero allora sprofonda e riemerge dall’altro lato.

  1. Secondo te i giovani di oggi amano ancora la poesia?

Sì, anche se percepiscono solo confusamente cos’è.

  1. Che importanza è attribuita oggi alla poesia dal nostro sistema d’istruzione?

Ha sempre avuto una certa importanza, ancora oggi i classici si studiano a scuola, a scuola si studiano le principali figure retoriche, le poesie della grande letteratura italiana. Si potrebbe fare di più perché i giovani l’amino, anziché sentirla come oggetto di studio obbligato, fare in modo che essi stessi siano i poeti, mettano le ali, liberarne le potenzialità. Anche se non diventeranno poeti capiranno meglio di che si tratta.

  1. Ci sono degli orientamenti prevalenti nella poesia italiana ed europea?

Gli orientamenti prevalenti in poesia sono anche a livello europeo quelli che da sempre caratterizzano la poesia: pensiero, amore, bellezza, verità, straniamento e morte, disagio e critica sociale. Fermo il fatto che apprezzo la poesia di qualità di qualunque bandiera, subisco il fascino di quella in lingua inglese per maggiore confidenza con la lingua

  1. La poesia è in grado di influenzare il linguaggio?

E’ uno scambio reciproco, la poesia registra l’evoluzione del linguaggio e nel contempo introduce rivoluzione.

  1. Può avere un ruolo politico?

Certo che sì. Il poeta ha un ruolo di osservatore della società e critico, criticare non è mai fine a se stesso, ma mira a indurre dei cambiamenti. Ogni azione che nel sociale vuole produrre un cambiamento è politica.

  1. E’ cambiato il “mestiere” del poeta nel tempo?

Carmina non dant panem, non è mai stato un mestiere, tranne nell’epoca e per l’incontro con mecenati. Certo è cambiato il ruolo, ormai sono gli economisti, i filosofi, giornalisti e politici a poter dire autorevolmente la loro, i poeti  sempre di meno, mi sembra che restino relegati al ruolo di “emarginati del villaggio” anche se i poeti per nobilitare se stessi in modo apparentemente critico, preferiscono il termine “casta”. 

  1. Alfonso Berardinelli ha sostenuto che oggi chi scrive versi non dovrebbe considerare valido nessun testo se non regge il confronto con un articolo di giornale o con una canzone. Intendeva probabilmente dire che i poeti contemporanei non sono capaci di comunicare con il lettore. Tu cosa ne pensi?

Penso che stiamo parlando di aria, terra, fuoco e acqua, tutti elementi naturali, tutti riducibili a elementi chimici, analogamente poesia, articoli di giornale e canzoni appartengono al grande mondo della comunicazione, tutti avvalendosi dell’elemento parola. Ma il fuoco brucia e l’acqua ghiaccia. Dunque la composizione ha la sua importanza. La canzone poi esige la musica, che è un’altra cosa.

  1. Attualmente in che stato di salute versa la cultura italiana ed in particolare la poesia?

La cultura mi sembra in declino, salvo a non considerare cultura anche quella tecnologica. Di poesia mi pare invece che ce ne sia molta e in buona salute, sempre di nicchia quella di maggiore qualità e poi decisamente autoreferenziale, di conventi e conventicole, ricche di intelligenze tuttavia e talenti. Spesso a distanza percepisco queste cerchie competitive. 

  1. Il nome di un autore poco noto che meriterebbe di essere rivalutato.

Simone Cattaneo, Fernanda Romagnoli, Emilio Villa, Antonio Porta, Giovanni Giudici, Amelia Rosselli, Bartolo Cattafi, Angelo Maria Ripellino, Antonia Pozzi, Goliarda Sapienza, Maria Marchesi… Nessuna pretesa di completezza, potrei continuare. Volutamente i poeti sono morti.

  1. C’è ancora bisogno della poesia oggi e perché?

Sì, è un bisogno di molti. Perché è un momento di cambiamenti epocali, profonda crisi sociale e quando non basta la parola… allora c’è la poesia.

***

Deborah Mega risponde alle domande dell’intervista “Sette domande sulla poesia”

  1. Al celebre verso refrain della poesia “La verità, vi prego, sull’amore” di Wystan Hugh Auden l’amata poetessa statunitense Emily Dickinson risponde “l’amore è tutto: è tutto ciò che sappiamo dell’amore”, citazioni in forma di dialogo per dire che raramente un poeta ha trascurato di interpretare questo sentimento nelle sue composizioni. Nelle tue poesie l’amore è presente? E se dovessi dire che peso esso ha avuto nella tua scrittura? E nella tua vita?

L’amore è il motore dell’azione, come diceva Dante Alighieri move il sole e le altre stelle. Qualsiasi attività umana dovrebbe essere mossa e provocata dall’amore, purtroppo questo non vale per tutto e per tutti, troppi sono mossi dall’interesse, dall’egoismo, dal guadagno e dalla ricerca del proprio utile. Nelle mie poesie spesso è presente l’amore, inteso anche come generosità, come dono di sè agli altri attraverso la scrittura e la parola. Perfino la mia prima poesia è stata dettata dal sentimento di amore fraterno e dalla sua perdita, è da lì che tutto ha avuto inizio. Continua ad avere peso e importanza nella mia vita: anche la mia professione, che è quella di insegnante, nasce dall’amore, offro ai miei alunni le mie conoscenze, la mia comprensione, il mio ascolto. Se non è amore questo…

  1. Tra le poesie di Emily Dickinson è famosa quella del dialogo tra due morti, l’uno per la bellezza, l’altro per la verità. Anche verità e bellezza sono temi importanti della poesia. Pensi che siano irrinunciabili? Che ancora oggi bellezza e verità siano temi presenti al poeta? E in che misura?

Bellezza e verità appartengono all’esperienza di vita dell’uomo, sono irrinunciabili e strettamente legate. Dostoevskij nel romanzo L’idiota ha addirittura sostenuto che la bellezza salverà il mondo e, per relazione inversa, anche l’uomo deve costruire e perseguire la bellezza se vuole salvarsi. Mi piace pensare che ciascuno di noi sia chiamato a scoprire il proprio destino di bellezza e verità se vuole trovare se stesso e salvarsi dall’ omologazione, dall’insoddisfazione e dalla solitudine. Il poeta scrive denunciando la sua verità, leggendo il mondo a modo suo, cogliendone le contraddizioni e perseguendo un proprio ideale di bellezza.

  1. L’attività della scrittura si lega all’esperienza e alla memoria. Si potrebbe scrivere poesia senza memoria? In quale misura attingi ai ricordi nella tua poesia?

La scrittura per quanto mi riguarda è molto legata al ricordo e alla memoria. Porta alla luce le cose non dette, non rivelate ad altri, non comprese talvolta neanche a se stessi, producendo effetti formativi, conoscitivi e, per qualcuno, perfino terapeutici. Buona parte delle mie poesie nasce da un ricordo magari sedimentato che ad un certo punto riemerge con prepotenza. Si può scrivere poesia anche senza alcun riferimento alla memoria ma ad un’esperienza specifica secondo me, volenti o nolenti, si fa sempre riferimento.

  1. Alcuni dicono che il silenzio, necessario momento di riflessione e di ispirazione, sia indispensabile perché nasca una poesia. Ma il silenzio è anche la poesia, ciò che si è taciuto, che s’interpone tra una parola e l’altra, tra un verso e l’altro. Condividi quest’ importanza attribuita al silenzio in relazione alla poesia? Le tue poesie nascono nel e dal silenzio oppure no?

Il silenzio è necessario e indispensabile per svolgere una qualsiasi buona azione dunque anche per scrivere una buona poesia. Permette di entrare in una dimensione individuale, di ritagliarsi un proprio spazio e rappresenta la condizione indispensabile per mettersi in ascolto di sè. Ciò non toglie che si possa avere un’intuizione, un’ispirazione poetica anche in un momento di caos totale, a quel punto importa solo che la mente sia libera da incombenze, impegni quotidiani e sovrastrutture.

  1. Tra i requisiti necessari della poesia c’è il mistero. Un alone che la circonda, un fascino speciale creato con le parole, che il lettore percepisce come una sorta di sfida al suo intelletto, comunicazione di un segreto, di un interrogativo vitale. Condividi questa idea o pensi che non vi sia relazione tra mistero e poesia?

La relazione tra poesia e mistero esiste anche se la poesia dovrebbe rivelare più che travisare lo stato delle cose. Nel mio caso però tendo a rivelare completamente il mio pensiero, per un’esigenza di chiarezza e di trasparenza, forse frutto della deformazione professionale, anche se mi piacerebbe riuscire in un tipo di scrittura più ermetica ed evanescente, in un trobar clus che, in alcune occasioni, ammiro in altri.

  1. Sono famosi i versi di Pessoa “Il poeta è un fingitore. /Finge così completamente /che arriva a fingere sia dolore/ il dolore che davvero sente.” Con questi versi si intercettano il tema del dolore in poesia e l’ambiguità. Sono elementi presenti nella tua poesia? E in che misura?

Chi di noi non ha mai sofferto? Credo proprio nessuno. Il tema del dolore è presente nella poesia, nella mia e in quella di tutti gli altri. Esiste anche la finzione letteraria ma si tratta di una finzione in cui ci si immedesima talmente tanto che alla fine diventa reale. Mi ritrovo dunque con la citazione di Pessoa. Per descrivere un’emozione l’immedesimazione diventa necessaria e, di conseguenza, la sua descrizione  o gli effetti che produce sul poeta, diventano realistici.

  1. Sempre Pessoa dice “La morte è la curva della strada,/morire è solo non essere visto.” C’è chi pensa che in poesia non si debba parlare di morte e chi invece si confronta con essa. Parli mai di morte nelle tue poesie? Scrivi per sopravvivere alla morte o per esorcizzarla?

E’ capitato di parlare di morte nelle mie poesie. E’ un pensiero latente con cui ogni tanto ci si confronta con un senso di rispetto e di sacralità. Non credo di temere la morte, mi auguro solo che giunga quando avrò compiuto tutto ciò che mi prefiggo di fare. Mi piacerebbe che qualcosa di me sopravvivesse, fosse anche un diario, un libretto di pensieri, un quaderno di appunti, sarebbero il segno tangibile che nella mia vita ho ritagliato del tempo e l’ho dedicato ad un’attività che amo perseguire, la scrittura appunto.

Deborah Mega

 

 

 

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CADENZE

18 domenica Dic 2016

Posted by alefanti in Poesie, SINE LIMINE

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Affianco i tuoi anni con i ricordi e non siamo più così distanti.
C’erano giorni imbanditi, mi nutrivano le emozioni
erano sottili nel tempo, riuscivo ad inghiottirle
nonostante i passaggi resi stretti dai rinforzi delle mura.
Era pieno di nemici là fuori.
C’è voluto tanto ad individuare lo specchio
a riconoscermi dietro l’armatura.
Tu che c’entri? Non posso sapere se è noia
a far fare la mosca al tuo sguardo.
Il mio ha un sapore di madre
ma lei, la ragazza affamata di ieri
torna con la sua notte infinita a porgere la mano.
A chiedere un pezzo d’amore da masticare piano.
Non si dimentica la fame.

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Fantasticheria

16 venerdì Dic 2016

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA

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Fantasticheria, Giovanni Verga

In questa novella tratta da Vita dei campi del 1880, Giovanni Verga fingendo di rivolgersi ad una raffinata donna cittadina di cui è innamorato, spiega le ragioni che lo spingono all’osservazione e al racconto delle vicende delle classi sociali più umili e disagiate. La loro filosofia di vita viene definita “ideale dell’ostrica” per il tenace attaccamento nei confronti della propria terra e delle proprie radici.

prodotti-ostriche-principale

Una volta, mentre il treno passava vicino ad Aci—Trezza, voi, affacciandovi allo sportello del vagone, esclamaste: — Vorrei starci un mese laggiù! —

Noi vi ritornammo, e vi passammo non un mese, ma quarantott’ore; i terrazzani che spalancavano gli occhi vedendo i vostri grossi bauli avranno creduto che ci sareste rimasta un par d’anni. La mattina del terzo giorno, stanca di vedere eternamente del verde e dell’azzurro, e di contare i carri che passavano per via, eravate alla stazione, e gingillandovi impaziente colla catenella della vostra boccettina da odore, allungavate il collo per scorgere un convoglio che non spuntava mai. In quelle quarantott’ore facemmo tutto ciò che si può fare ad Aci—Trezza: passeggiammo nella polvere della strada, e ci arrampicammo sugli scogli; col pretesto di imparare a remare vi faceste sotto il guanto delle bollicine che rubavano i baci; passammo sul mare una notte romanticissima, gettando le reti tanto per far qualche cosa che a’ barcaiuoli potesse parer meritevole di buscarsi dei reumatismi, e l’alba ci sorprese in cima al fariglione — un’alba modesta e pallida, che ho ancora dinanzi agli occhi, striata di larghi riflessi violetti, sul mare di un verde cupo, raccolta come una carezza su quel gruppetto di casucce che dormivano quasi raggomitolate sulla riva, mentre in cima allo scoglio, sul cielo trasparente e limpido, si stampava netta la vostra figurina, colle linee sapienti che vi metteva la vostra sarta, e il profilo fine ed elegante che ci mettevate voi. — Avevate un vestitino grigio che sembrava fatto apposta per intonare coi colori dell’alba. — Un bel quadretto davvero! e si indovinava che lo sapeste anche voi, dal modo in cui vi modellaste nel vostro scialletto, e sorrideste coi grandi occhioni sbarrati e stanchi a quello strano spettacolo, e a quell’altra stranezza di trovarvici anche voi presente. Che cosa avveniva nella vostra testolina allora, di faccia al sole nascente? Gli domandaste forse in qual altro emisfero vi avrebbe ritrovata fra un mese? Diceste soltanto ingenuamente: — Non capisco come si possa vivere qui tutta la vita —.

Eppure, vedete, la cosa è più facile che non sembri: basta non possedere centomila lire di entrata, prima di tutto; e in compenso patire un po’ di tutti gli stenti fra quegli scogli giganteschi, incastonati nell’azzurro, che vi facevano batter le mani per ammirazione. Così poco basta, perché quei poveri diavoli che ci aspettavano sonnecchiando nella barca, trovino fra quelle loro casipole sgangherate e pittoresche, che viste da lontano vi sembravano avessero il mal di mare anch’esse, tutto ciò che vi affannate a cercare a Parigi, a Nizza ed a Napoli. È una cosa singolare; ma forse non è male che sia così — per voi, e per tutti gli altri come voi. Quel mucchio di casipole è abitato da pescatori, «gente di mare», dicono essi, come altri direbbe «gente di toga», i quali hanno la pelle più dura del pane che mangiano — quando ne mangiano — giacché il mare non è sempre gentile, come allora che baciava i vostri guanti… Nelle sue giornate nere, in cui brontola e sbuffa, bisogna contentarsi di stare a guardarlo dalla riva, colle mani in mano, o sdraiati bocconi, il che è meglio per chi non ha desinato. In quei giorni c’è folla sull’uscio dell’osteria, ma suonano pochi soldoni sulla latta del banco, e i monelli che pullulano nel paese, come se la miseria fosse un buon ingrasso, strillano e si graffiano quasi abbiano il diavolo in corpo.

Di tanto in tanto il tifo, il colèra, la malannata, la burrasca, vengono a dare una buona spazzata in quel brulicame, che davvero si crederebbe non dovesse desiderar di meglio che esser spazzato, e scomparire; eppure ripullula sempre nello stesso luogo; non so dirvi come, né perché. Vi siete mai trovata, dopo una pioggia di autunno, a sbaragliare un esercito di formiche, tracciando sbadatamentte il nome del vostro ultimo ballerino sulla sabbia del viale? Qualcuna di quelle povere bestioline sarà rimasta attaccata alla ghiera del vostro ombrellino, torcendosi di spasimo; ma tutte le altre, dopo cinque minuti di pànico e di viavai, saranno tornate ad aggrapparsi disperatamente al loro monticello bruno. — Voi non ci tornereste davvero, e nemmen io; — ma per poter comprendere siffatta caparbietà, che è per certi aspetti eroica, bisogna farci piccini anche noi, chiudere tutto l’orizzonte fra due zolle, e guardare col microscopio le piccole cause che fanno battere i piccoli cuori. Volete metterci un occhio anche voi, a cotesta lente? voi che guardate la vita dall’altro lato del cannocchiale? Lo spettacolo vi parrà strano, e perciò forse vi divertirà. Noi siamo stati amicissimi, ve ne rammentate? e mi avete chiesto di dedicarvi qualche pagina. Perché? à quoi bon? come dite voi. Che cosa potrà valere quel che scrivo per chi vi conosce? e per chi non vi conosce che cosa siete voi? Tant’è, mi son rammentato del vostro capriccio, un giorno che ho rivisto quella povera donna cui solevate far l’elemosina col pretesto di comperar le sue arance messe in fila sul panchettino dinanzi all’uscio. Ora il panchettino non c’è più; hanno tagliato il nespolo del cortile, e la casa ha una finestra nuova. La donna sola non aveva mutato, stava un po’ più in là a stender la mano ai carrettieri, accoccolata sul mucchietto di sassi che barricano il vecchio Posto della guardia nazionale; ed io, girellando, col sigaro in bocca, ho pensato che anche lei, così povera com’è, vi aveva vista passare, bianca e superba.

Non andate in collera se mi son rammentato di voi in tal modo, e a questo proposito. Oltre i lieti ricordi che mi avete lasciati, ne ho cento altri, vaghi, confusi, disparati, raccolti qua e là, non so più dove — forse alcuni son ricordi di sogni fatti ad occhi aperti — e nel guazzabuglio che facevano nella mia mente, mentre io passava per quella viuzza dove son passate tante cose liete e dolorose, la mantellina di quella donnicciola freddolosa, accoccolata, poneva un non so che di triste, e mi faceva pensare a voi, sazia di tutto, perfino dell’adulazione che getta ai vostri piedi il giornale di moda, citandovi spesso in capo alla cronaca elegante — sazia così, da inventare il capriccio di vedere il vostro nome sulle pagine di un libro. Quando scriverò il libro, forse non ci penserete più; intanto i ricordi che vi mando, così lontani da voi, in ogni senso, da voi inebbriata di feste e di fiori, vi faranno l’effetto di una brezza deliziosa, in mezzo alle veglie ardenti del vostro eterno carnevale. Il giorno in cui ritornerete laggiù, se pur vi ritornerete, e siederemo accanto un’altra volta, a spinger sassi col piede, e fantasie col pensiero, parleremo forse di quelle altre ebbrezze che ha la vita altrove. Potete anche immaginare che il mio pensiero siasi raccolto in quel cantuccio ignorato del mondo, perché il vostro piede vi si è posato, — o per distogliere i miei occhi dal luccichìo che vi segue dappertutto, sia di gemme o di febbri — oppure perché vi ho cercata inutilmente per tutti i luoghi che la moda fa lieti. Vedete quindi che siete sempre al primo posto, qui come al teatro! Vi ricordate anche di quel vecchietto che stava al timone della nostra barca? Voi gli dovete questo tributo di riconoscenza, perché egli vi ha impedito dieci volte di bagnarvi le vostre belle calze azzurre. Ora è morto laggiù, all’ospedale della città, il povero diavolo, in una gran corsìa tutta bianca, fra dei lenzuoli bianchi, masticando del pane bianco, servito dalle bianche mani delle suore di carità, le quali non avevano altro difetto che di non saper capire i meschini guai che il poveretto biascicava nel suo dialetto semibarbaro. Ma se avesse potuto desiderare qualche cosa, egli avrebbe voluto morire in quel cantuccio nero, vicino al focolare, dove tanti anni era stata la sua cuccia «sotto le sue tegole», tanto che quando lo portarono via piangeva, guaiolando come fanno i vecchi. Egli era vissuto sempre fra quei quattro sassi, e di faccia a quel mare bello e traditore, col quale dové lottare ogni giorno per trarre da esso tanto da campare la vita e non lasciargli le ossa; eppure in quei momenti in cui si godeva cheto cheto la sua «occhiata di sole» accoccolato sulla pedagna della barca, coi ginocchi fra le braccia, non avrebbe voltato la testa per vedervi, ed avreste cercato invano in quelli occhi attoniti il riflesso più superbo della vostra bellezza; come quando tante fronti altere s’inchinano a farvi ala nei saloni splendenti, e vi specchiate negli occhi invidiosi delle vostre migliori amiche. La vita è ricca, come vedete, nella sua inesauribile varietà; e voi potete godervi senza scrupoli quella parte di ricchezza che è toccata a voi, a modo vostro. Quella ragazza, per esempio, che faceva capolino dietro i vasi di basilico, quando il fruscìo della vostra veste metteva in rivoluzione la viuzza, se vedeva un altro viso notissimo alla finestra di faccia, sorrideva come se fosse stata vestita di seta anch’essa. Chi sa quali povere gioie sognava su quel davanzale, dietro quel basilico odoroso, cogli occhi intenti in quell’altra casa coronata di tralci di vite? E il riso dei suoi occhi non sarebbe andato a finire in lagrime amare, là, nella città grande, lontana dai sassi che l’avevano vista nascere e la conoscevano, se il suo nonno non fosse morto all’ospedale, e suo padre non si fosse annegato, e tutta la sua famiglia non fosse stata dispersa da un colpo di vento che vi aveva soffiato sopra — un colpo di vento funesto, che avea trasportato uno dei suoi fratelli fin nelle carceri di Pantelleria — «nei guai!» come dicono laggiù.

Miglior sorte toccò a quelli che morirono; a Lissa l’uno, il più grande, quello che vi sembrava un David di rame, ritto colla sua fiocina in pugno, e illuminato bruscamente dalla fiamma dell’ellera. Grande e grosso com’era, si faceva di brace anch’esso quando gli fissaste in volto i vostri occhi arditi; nondimeno è morto da buon marinaio, sulla verga di trinchetto, fermo al sartiame, levando in alto il berretto, e salutando un’ultima volta la bandiera col suo maschio e selvaggio grido d’isolano; l’altro, quell’uomo che sull’isolotto non osava toccarvi il piede per liberarlo dal lacciuolo teso ai conigli, nel quale v’eravate impigliata da stordita che siete, si perdé in una fosca notte d’inverno, solo, fra i cavalloni scatenati, quando fra la barca e il lido, dove stavano ad aspettarlo i suoi, andando di qua e di là come pazzi, c’erano sessanta miglia di tenebre e di tempesta. Voi non avreste potuto immaginare di qual disperato e tetro coraggio fosse capace per lottare contro tal morte quell’uomo che lasciavasi intimidire dal capolavoro del vostro calzolaio. Meglio per loro che son morti, e non «mangiano il pane del re», come quel poveretto che è rimasto a Pantelleria, o quell’altro pane che mangia la sorella, e non vanno attorno come la donna delle arance, a viver della grazia di Dio — una grazia assai magra ad Aci—Trezza.

Quelli almeno non hanno più bisogno di nulla! lo disse anche il ragazzo dell’ostessa, l’ultima volta che andò all’ospedale per chieder del vecchio e portargli di nascosto di quelle chiocciole stufate che son così buone a succiare per chi non ha più denti, e trovò il letto vuoto, colle coperte belle e distese, sicché sgattaiolando nella corte, andò a piantarsi dinanzi a una porta tutta brandelli di cartacce, sbirciando dal buco della chiave una gran sala vuota, sonora e fredda anche di estate, e l’estremità di una lunga tavola di marmo, su cui era buttato un lenzuolo, greve e rigido. E pensando che quelli là almeno non avevano più bisogno di nulla, si mise a succiare ad una ad una le chiocciole che non servivano più, per passare il tempo. Voi, stringendovi al petto il manicotto di volpe azzurra, vi rammenterete con piacere che gli avete dato cento lire, al povero vecchio.

Ora rimangono quei monellucci che vi scortavano come sciacalli e assediavano le arance; rimangono a ronzare attorno alla mendica, e brancicarle le vesti come se ci avesse sotto del pane, a raccattar torsi di cavolo, bucce d’arance e mozziconi di sigari, tutte quelle cose che si lasciano cadere per via, ma che pure devono avere ancora qualche valore, poiché c’è della povera gente che ci campa su; ci campa anzi così bene, che quei pezzentelli paffuti e affamati cresceranno in mezzo al fango e alla polvere della strada, e si faranno grandi e grossi come il loro babbo e come il loro nonno, e popoleranno Aci—Trezza di altri pezzentelli, i quali tireranno allegramente la vita coi denti più a lungo che potranno, come il vecchio nonno, senza desiderare altro, solo pregando Iddio di chiudere gli occhi là dove li hanno aperti, in mano del medico del paese che viene tutti i giorni sull’asinello, come Gesù, ad aiutare la buona gente che se ne va.

— Insomma l’ideale dell’ostrica! — direte voi. — Proprio l’ideale dell’ostrica! e noi non abbiamo altro motivo di trovarlo ridicolo, che quello di non esser nati ostriche anche noi —.

Per altro il tenace attaccamento di quella povera gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere, mentre seminava principi di qua e duchesse di là, questa rassegnazione coraggiosa ad una vita di stenti, questa religione della famiglia, che si riverbera sul mestiere, sulla casa, e sui sassi che la circondano, mi sembrano — forse pel quarto d’ora — cose serissime e rispettabilissime anch’esse. Sembrami che le irrequietudini del pensiero vagabondo s’addormenterebbero dolcemente nella pace serena di quei sentimenti miti, semplici, che si succedono calmi e inalterati di generazione in generazione. — Sembrami che potrei vedervi passare, al gran trotto dei vostri cavalli, col tintinnìo allegro dei loro finimenti e salutarvi tranquillamente. Forse perché ho troppo cercato di scorgere entro al turbine che vi circonda e vi segue, mi è parso ora di leggere una fatale necessità nelle tenaci affezioni dei deboli, nell’istinto che hanno i piccoli di stringersi fra loro per resistere alle tempeste della vita, e ho cercato di decifrare il dramma modesto e ignoto che deve aver sgominati gli attori plebei che conoscemmo insieme. Un dramma che qualche volta forse vi racconterò, e di cui parmi tutto il nodo debba consistere in ciò: — che allorquando uno di quei piccoli, o più debole, o più incauto, o più egoista degli altri, volle staccarsi dai suoi per vaghezza dell’ignoto, o per brama di meglio, o per curiosità di conoscere il mondo; il mondo, da pesce vorace ch’egli è, se lo ingoiò, e i suoi più prossimi con lui. — E sotto questo aspetto vedrete che il dramma non manca d’interesse. Per le ostriche l’argomento più interessante deve esser quello che tratta delle insidie del gambero, o del coltello del palombaro che le stacca dallo scoglio.  

***

Il titolo sembra alludere ad una rêverie nostalgica e fiabesca in cui Verga anticipa la trama, i temi e i personaggi dei Malavoglia inoltre riflette sulla sua arte e fornisce alcune importanti indicazioni di poetica. L’autore ricorda un viaggio immaginario in Sicilia ad Aci Trezza e il dialogo ideale con una nobildonna francese, forse identificabile con Paolina Greppi, cui si rivolge direttamente e con cui Verga ebbe una relazione. Le coordinate spazio-temporali e il contrasto tra la città e le aree rurali, nel corso della novella, assumono grande rilevanza. All’inizio tutto appare romantico, la descrizione dei faraglioni, dell’alba pallida, delle casucce, mentre ci si sofferma ad osservare le bellezze del mare e del paesaggio. Gli ambienti descritti presentano un cromatismo simbolico: il verde, l’azzurro, il viola trasmettono l’idea del paesaggio romantico; il nero del paese è segno di vita misera, di difficoltà e di morte.

La donna all’inizio vorrebbe fermarvisi un mese ma dopo soli due giorni, si rende conto della monotonia della vita di paese da cui subito riparte. L’autore cerca di spiegarle le caratteristiche della vita di Aci Trezza, le difficoltà quotidiane degli abitanti, la miseria, la necessità di avere l’appoggio dei compaesani per sopravvivere. La società del paese è organizzata secondo regole e ruoli precisi e definiti, le stesse che governano la vita sociale delle formiche. Ecco la necessità di farsi piccoli come le formiche, di immedesimarsi per capire la realtà plebea alludendo così all’artificio della regressione. Si tratta del principio dell’impersonalità secondo cui il narratore deve eclissarsi e divenire un personaggio interno al mondo rappresentato. Di contro la donna, che proviene da una realtà cittadina completamente diversa, sazia di tutto e inebriata di feste e di fiori, é impossibilitata a comprendere. Com’è nello stile di Verga, spesso si utilizzano espressioni popolari o proverbiali. La gente di Aci Trezza viene spiegata con l’uso di metafore e similitudini come quelle dell’ostrica e della formica. Come le ostriche i paesani si aggrappano caparbiamente allo scoglio e resistono alla violenza delle onde anche grazie al loro attaccamento e alla solidarietà reciproca. A volte alcuni personaggi si staccano dallo “scoglio” del loro paese di loro spontanea volontà, alla ricerca di un miglioramento, di un’evoluzione che non riusciranno ad ottenere, il mondo infatti per loro, i vinti,  si trasformerà in un pesce vorace. I personaggi non hanno ancora né volto né nome ma in quelli abbozzati qui sono da ravvisare Maruzza mentre vende arance sull’uscio e guarda la donna bianca e superba, Padron ‘Ntoni vicino al cantuccio nero del focolare, Mena, rappresentata dietro i vasi di basilico e così via. Come gli animali, sono rappresentati in perpetua lotta con la natura per la sopravvivenza. Verga però è dalla loro parte, mentre osserva il reale e lo descrive, ci dona, come disse Sciascia, «la più vera e profonda dichiarazione di poetica che abbia mai scritto».

Deborah Mega

 

 

 

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Il tema del silenzio: Francesco Palmieri 8 – fotografia di Marek Waligora

14 mercoledì Dic 2016

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Fotografia, Il tema del silenzio, LETTERATURA, Poesie

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Tag

Fotografia, Francesco Palmieri, Marek Waligora, POESIA, silenzio

-17-

è un pomeriggio di niente
un pomeriggio da niente
con le nuvole basse a gravare sui tetti
coi tronchi in giardino come pali di pietra
neanche un vento, l’animarsi dell’aria,
i rami a tremare, un alzo di carta,
tutto fermo, un silenzio,
un tacere le foglie
e la voce che manca

non so se tu dormi
o se stai alla finestra

come me

che non aspetto nessuno
che disegno sul vetro
mille fiocchi di neve
che sono state farfalle.

Francesco Palmieri

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ph. Marek Waligora

Chiudo questo lungo excursus nel tema del silenzio con un’ultima poesia di Francesco Palmieri. Il numero otto nel titolo indica che nell’ambito della rubrica ho commentato otto poesie di Palmieri. Francesco, come autore del blog Limina mundi, è stato generoso nel rendere disponibili i propri testi alla mia “vivisezione”.
Con l’occasione compio una piccola digressione riepilogativa e ricordo anche gli altri autori del blog che hanno accettato di rendere disponibili le proprie poesie sul tema: Maria Allo, Deborah Mega, Francesco Tontoli, Raffaella Terribile, Alessandra Fanti. In tutto ventitré poesie, oltre ad un mio testo che è stato commentato da Deborah Mega, per complessivi 24 incontri col silenzio.
Le poesie commentate sono state accompagnate dalle foto d’autore di Emanuele Dello Strologo, Daniele Gozzi, Alessandro Tocco, Massimo Grassi, Carlo Piscopo, Massimo Lichtman, Samuele Romano, Daniela Alessi, Angelo Merante, Art Khai, Lex Lutther ai quali si aggiunge oggi Marek Waligora.

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ph. Marek Waligora

Una bella esperienza che mi ha permesso una sorta di verifica di quanto esposto nei due post introduttivi sulla rubrica “Il tema del silenzio” qui e qui, oltre ad una maggiore conoscenza della scrittura degli amici poeti che ho citato e ad un’indagine ulteriore di cosa sia il silenzio, se un male o una risorsa, concludendone che dipende dalla prospettiva e dall’atteggiamento individuale che modula la prima, permettendo agli estremi la visione del silenzio come tacere che permette la riflessione e percezione di ciò che il rumore copre o nasconde, oppure all’opposto lo stato di silenzio come diverso modo di chiamare la sofferenza muta.
Torno quindi al commento del testo di Francesco Palmieri, la prima cosa che di esso ho notato è l’andamento piano, rassegnato e la poesia infatti appare malinconica, ma non cupa o drammatica, c’è l’immobilità e il silenzio tipici forse del momento dopo la tempesta, o di quello prima che si scateni la bufera, in ogni caso un’immobilità e un silenzio che sono pace, da godere finché durano.

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ph. Marek Waligora

Nella strofa finale il gesto di disegnare fiocchi di neve richiama il gioco dei bambini che sfruttando la condensa sui vetri delle finestre per contrasto di calore interno esterno, si divertono a scrivere e disegnare sull’opaco del vapore condensato, scoprendo il vetro trasparente e tracciando così dei segni: lettere o case o farfalle, i disegni sopravvivono il tempo che si forma sul vetro nuovo vapore. Questo gioco ha lo stesso fascino dello scrivere sulla sabbia, il fascino del transitorio, del voler comunicare, dell’artistico e del divertimento tutti insieme. E’ dunque una chiusa che alleggerisce ancora di più l’intero testo. Direi che stare così, in questo limbo di silenzio potrebbe anche essere gradevole, rispecchiare l’anima e il desiderio di quiete, immensa, pacificante, solidissima quiete.

Per il commento visivo ho interpellato Marek Waligora, creatore di immagini di fascino, nelle quali da trame antichizzate, sfumate o ricamate emergono figure misteriose o infinitesimali, animali, scenari onirici e surreali, quasi fossero forme e paesaggi osservati a distanza con un cannocchiale puntato sulla luna. Sognanti eppure magici come un fantastico mondo da Alice nel paese delle meraviglie dominato da filtri di colore, dalla maestria e sensibilità dell’autore.

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ph. Marek Waligora

Loredana Semantica

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Il cerchio e la botte: SILVIA CALZOLARI

12 lunedì Dic 2016

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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Tag

intervista, POESIA, Silvia Calzolari

Proseguiamo con la rubrica dedicata alle interviste di autori, poeti e scrittori potenzialmente noti, modestamente noti, mediamente noti, molto noti; le interviste sono pubblicate qui su LIMINA MUNDI in linea di massima il lunedì.

Il titolo dell’intervista che proponiamo oggi indica che lo scambio di domande e risposte è rapido e conciso. Nelle risposte non è permesso dilungarsi oltre tre righe. Colpo su colpo, come i bottai che ne assestavano ai fasci di legna della botte e ai cerchi che li stringevano, attività dalla quale deriva il noto detto: “Un colpo al cerchio e uno alla botte”. Qui da intendersi non tanto nel senso di mantenere l’equilibrio in una situazione scomoda, ma, piuttosto in quello del convergere, tra botta e risposta, al risultato comune di raccontare con le parole dei poeti il mondo della poesia.

L’autrice intervistata oggi è SILVIA CALZOLARI.

calzolari

  1. Che cos’è per te la poesia e che cosa é in grado di esprimere?

La poesia è modo d’essere, uno stato mentale. I versi tentano di esprimere l’essenza del micro e del macrocosmo, attraverso l’incessante ricerca e sperimentazione della parola.

  1. Quando e in che modo ti sei avvicinata alla poesia?

Quando l’occhio interiore ha iniziato a muovere i suoi primi segni liberi su un foglio, ho sentito “poesia”. Era il bisogno naturale di una bambina di giocare, catturare ed esaltare colori-forme-suoni, cercando e creando fantasie, soprattutto nei momenti più bui e dolorosi.

  1. Chi sono stati i tuoi maestri o meglio i tuoi punti di riferimento?

Madre Natura è stata ed è sempre maestra ispiratrice. Durante gli studi liceali, determinante fu l’incontro con il mio professore di lettere Adriano Menegoi, grande Maestro, estroso ed umanamente appassionato. Da allora, oltre alla lettura dei grandi classici italiani (Dante, Leopardi, Montale, Ungaretti…) e stranieri (Baudelaire, Éluard, Plath, Dickinson..), è nata la forte spinta di una ricerca personale.

  1. Ricordi il tuo primo verso?

Sì e posso affermarlo con certezza, non tanto grazie alla mia memoria o per la sua rilevanza, ma perché lo conservo ancora. Ridendo di me stessa eccolo: “Raggi d’albero le mie dita” (3 maggio 1971).

  1. A chi si rivolge la tua poesia?

Credo che nello scavo e nel proprio catarsi non si pensi assolutamente a chi sia destinato il proprio verso, pur sentendo e cercando sempre quel filo universale che a tutti appartiene. Se poi il proprio scritto arriva emotivamente ed emozionalmente al lettore è gratificazione. Nelle liriche a carattere sociale, l’intenzione diviene invece più mirata e razionale, sostenuta da quel desiderio di lotta per comuni intenti: l’urlo di libertà, l’ascolto di fragilità  e la forza dell’utopia contro quel sistema di diseguaglianza ed ingiustizia che soffoca ed opprime così pesantemente l’essere umano.

  1. E’ stata dichiarata la morte della poesia  e la sua marginalità nell’età della tecnica. In libreria i libri dei poeti contemporanei sono poco presenti e spesso relegati in un angolo, solo i classici godono ancora di un certo prestigio. Di contro c’è un fiorire di readings, di concorsi letterari e di premi. Tu cosa pensi di tutto questo?

Non credo assolutamente che la poesia sia morta, la sua marginalità e/o eccessiva diffusione in rete sono effetto della contemporaneità, generatrice spesso di dispersione e confusione. La tecnologia è un mezzo che concede visibilità e condivisione, nella consapevole illusione che la poesia arrivi ovunque. Le esperienze di concorsi, readings e quant’altro, penso appartengano a quasi tutti gli scrittori. Solo affrontandole si può comprendere quanto, se pur ingenuamente gratificanti, siano troppo spesso solo uno spettacolo d’apparenza, ove domina la superficialità narcisistica e una ridicola competitività che è l’antitesi stessa della poesia. Sono percorsi (in)evitabili che distraggono quasi sempre dall’essenza, poche volte arricchiscono profondamente. Per questo partecipo raramente e solo ove sento empatia e coinvolgimento emotivo.

  1. C’è chi tenta un coinvolgimento nei fatti sociali del suo tempo, chi invece ritrova la verità della poesia e della vita nella sua Arcadia più o meno felice. Tu dove trovi ispirazione? E come nascono le tue poesie?

L’ispirazione può nascere dal buio o dalla luce dei nostri strati interiori (tra conscio e inconscio), come ovunque quando il “terzo occhio” coglie immagini, angoli, visi, situazioni e spazi. Si scrive ciò che si vive, ciò che si percepisce, ciò che si è nel mutamento del proprio essere.

  1. Secondo te i giovani di oggi amano ancora la poesia?

Pur essendo un settore di nicchia, sono più che mai convinta dell’amore dei giovani per la poesia (nella sua più ampia accezione). La poetica giovanile si esprime spesso attraverso interazioni artistiche di vario genere nel superamento della classicità e degli stereotipi. Questa loro ricerca è seme d’evoluzione.

  1. Che importanza è attribuita oggi alla poesia dal nostro sistema d’istruzione?

Il nostro sistema d’istruzione purtroppo rimane quello di sempre, si potrebbe fare molto di più. Spesso vengono proposti esclusivamente classici e molto poco poetiche recenti. Vi sono comunque insegnanti che, per abilità e volontà personale, trovano il modo di percorrere insieme ai propri studenti cammini poetici alternativi.

  1. Ci sono degli orientamenti prevalenti nella poesia italiana ed europea?

La poesia deve fare i conti con un panorama caratterizzato da un numero mai così elevato di “poeti” in attività e dalle più variegate espressioni e tendenze. Il rapporto con le altre discipline creative sembra l’orientamento più evidente e più che mai sperimentato. C’è nella poesia contemporanea anche una bella spinta ad un confronto e dialogo tra culture diverse.

11.La poesia è in grado di influenzare il linguaggio?

La poesia ha sempre influenzato il linguaggio e viceversa.

  1. Può avere un ruolo politico?

La storia è ricca di esempi: Dante Alighieri e Neruda, per citarne due tra i più conosciuti. La forza politica della poesia si è sempre manifestata. Il poeta-politico ha pagato molte volte a caro prezzo le sue scelte. Credo sia importante, nel momento storico attuale, una presenza attiva della poesia.

  1. E’ cambiato il “mestiere” del poeta nel tempo?

Non credo sia cambiato il “mestiere”: la passione è la spinta primaria che ignora e si disinteressa di un eventuale guadagno. La realizzazione di una silloge è mutata,  questo sì,  grazie alle tecnologie.

  1. Alfonso Berardinelli ha sostenuto che oggi chi scrive versi non dovrebbe considerare valido nessun testo se non regge il confronto con un articolo di giornale o con una canzone. Intendeva probabilmente dire che i poeti contemporanei non sono capaci di comunicare con il lettore. Tu cosa ne pensi?

Direi a Berardinelli che, se il testo di una canzone può essere poesia, un articolo di giornale è prosa. Ogni espressione può avere la sua validità in sé e/o (in)utilità comunicativa con o senza comparazioni. Ogni critica è soggettiva, come ogni libertà critica è fondamentale.

15.Attualmente in che stato di salute versa la cultura italiana ed in particolare la poesia?

Siamo la culla della cultura, ma tutta l’arte è in grande difficoltà, in un contesto di globalizzazione priva di scrupoli. Stiamo attraversando un’epoca buia, in cui vige un atteggiamento scarsamente meritocratico, legato ad opportunismi e ad esclusive finalità commerciali. La poesia (come ogni arte) sa comunque vivere ad altre altezze.

  1. Il nome di un autore poco noto che meriterebbe di essere rivalutato.

Ne ho vari in mente, ma non vorrei dimenticare nessuno.

  1. C’è ancora bisogno della poesia oggi e perché?

La poesia è essenziale ed essenza, lo spirito umano morirebbe senza di essa. Personalmente non ne posso fare a meno. In ogni caso, c’è bisogno di autenticità poetica. Spesso c’è troppa finzione… e non mi riferisco di certo all’atteggiamento del fingitore di Pessoa.  

 

BIOGRAFIA – SILVIA CALZOLARI: è nata a Bergamo nel 1965. Si dedica da sempre alla poesia e, dopo la realizzazione della silloge “Specchio” (2009), nel 2010 pubblica “Suonetti in No Minore” (Aletti Editore), “Gioia del dubbio” nel 2011, “Infinire” (Feltrinelli.it) nel 2012, “Ho-oH” (Feltrinelli.it) nel 2013. E’ presente in numerose antologie. Nel dicembre 2014 pubblica “Free Lemon T(h)ree” con le Ed. N.O.S.M. che arriva alla seconda edizione nel maggio 2015. Le sue liriche sono inserite in numerose raccolte antologiche. Collabora con artisti del panorama contemporaneo, in riviste, blog ed associazioni (partecipando sia come organizzatrice che come giurata di concorsi). Partecipa al programma radiofonico “Musica e Parole” di Tony Esposito da Bruxelles (Radio Emozioni Live.). Ha ricevuto numerosi riconoscimenti e premi. E’ collaboratrice di “Deliri Progressivi” (Progetto Magazine-online; di carattere artistico-culturale; www.deliriprogressivi.com).

INFINIRE – poesiarte di Silvia  silviacalzolaripoeta.blogspot.com/

https://www.facebook.com/Silvia–Calzolari-poesia-358051357551820/ – SOF(F)IAVANGUARDIA –https://www.facebook.com/groups/3304391965

suonetti10@gmail.com

 

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DOMENICA

11 domenica Dic 2016

Posted by alefanti in Poesie, SINE LIMINE

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“Se dagli occhi invecchiati
più non suole sortire la luce che ho dentro
perché l’a lungo guardare li ha spenti
ecco che son costretta e mi conviene
raccontarla in parole.
Per quanto povere siano sapranno farmi dono
dell’essere guardiane e mie compagne
del desiderio di mettere in comune
ciò che la vita insegna:
ch’è bello certamente esserci stati
e ancor più bello è esserci ancora
fino a che un dio vorrà, chiamato vita grata”.
Questo diceva la vecchia a chi chiedeva
che fosse quel suo fine disegno di parole:
l’andava ricamando sul lenzuolo
e lo chiamava con quel nome strano: sudario.

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Canto presente 8: Marisa Guagliardito

09 venerdì Dic 2016

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

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Tag

Canto presente, Marisa Guagliardito, poesia attuale, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Marisa Guagliardito

*

il corpo addosso non ha voce del tempo futuro

se non alita inchiostro e climi

di pioggia o sereno sulle spalle

se concavo non raccoglie nel giro di una pagina

tutto il forse

tutto il certo invisibile

che sente arrivare alle braccia come

l’erba mossa come

un bimbo come

la stretta del sole

quando sale la poesia e ci alziamo

per tenerci in piedi

*

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Il tema del silenzio: Deborah Mega 6

07 mercoledì Dic 2016

Posted by Loredana Semantica in Il tema del silenzio, LETTERATURA, Poesie

≈ 3 commenti

Tag

Deborah Mega, Loredana Semantica, POESIA, silenzio

#2

L’angoscia della carne
una litania di lotte
mentre si aspira alla bellezza
una e sola delle cose.
Si fa desiderio e contemplazione
questa carità di infinito amore
se ogni cosa è incontro e dono.

L’angoscia del mutamento
origina e divora ciò che mi circonda
lo possiedo eppure piango
viva e presente ne è la perdita.
Niente è mio a questo mondo
non io non il mio corpo
né la mia parola.

Disponibile alla cura del reale
senza forzare l’attimo
attendo epifanie di vita

dentro e fuori di me
ascoltando nel silenzio
osservando nel buio

amo.

Deborah Mega

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Giogio De Chirico, Il contemplatore, 1976

Il penultimo incontro col silenzio è un testo di Deborah Mega di impronta filosofico-introspettiva. Confluiscono in questo scritto, esperienza di vita, consapevolezza delle proprie debolezze, aspirazioni, studi filosofici, educazione religiosa. Quest’ultima specialmente presente nei termini carità e amore.

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Il cerchio e la botte: RITA PACILIO

05 lunedì Dic 2016

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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Tag

POESIA, Rita Pacilio

 

Proseguono le interviste del lunedì di autori, poeti e scrittori potenzialmente noti, modestamente noti, mediamente noti, molto noti.

Il titolo dell’intervista che proponiamo oggi indica che lo scambio di domande e risposte è rapido e conciso. Nelle risposte non è permesso dilungarsi oltre tre righe. Colpo su colpo, come i bottai che ne assestavano ai fasci di legna della botte e ai cerchi che li stringevano. Attività dalla quale deriva il noto detto: “Un colpo al cerchio e uno alla botte”. Qui da intendersi non tanto nel senso di mantenere l’equilibrio in una situazione scomoda, ma, piuttosto in quello del convergere, tra botta e risposta, al risultato comune di raccontare con le parole dei poeti il mondo della poesia.

L’autore intervistato oggi è RITA PACILIO, la quale è stata interpellata anche in un’altra occasione per Sette domande sulla poesia.

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MEGLIO

04 domenica Dic 2016

Posted by alefanti in Poesie

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Nella notte
– forse annoiati ché nessuno li guarda –
si annodano i miei capelli.
Al mattino, quelli sopra la nuca
– i più tardi a svegliarsi –
sono ancora inestricabile groviglio.
La mia scarsa pazienza, incalzata dal fastidio
li strappa via con un colpo di spazzola troppo energico.
Ho la testa più leggera la mattina
e la faccia, che non ama la sua memoria a breve termine
non si riconosce, circondata com’è nello specchio
da tutto quel rigoglio di femminile risveglio.
Sei tu, le dico, fattene una ragione.
E butta via le vecchie foto, è meglio.

 

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Una rosa rossa

02 venerdì Dic 2016

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA

≈ 1 Commento

Tag

Deborah Mega, La grammatica di Dio, racconto psicologico, Stefano Benni

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Uno dei grandi meriti della scrittura in genere é fungere da strumento di impietosa e indiscussa critica dei costumi. Nella raccolta di racconti La grammatica di Dio del 2007, lo scrittore Stefano Benni rappresenta la realtà italiana dei nostri giorni, riflette sull’egoismo e sul cinismo di affaristi privi di scrupoli per i quali predominano le leggi di mercato e nulla contano gli altri.

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Il tema del silenzio: Francesco Palmieri 7

30 mercoledì Nov 2016

Posted by Loredana Semantica in Il tema del silenzio, LETTERATURA, Poesie

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Tag

Francesco Palmieri, Loredana Semantica, POESIA, silenzio

MEMENTO

silenzio
dalla strada accecata
da un pomeriggio d’estate
e l’orecchio pesca
dentro, fuori,
fuori, un vento appena,
dentro, qualcosa attende
seduto su una riva,
forse passerà un fuoco
e farà ridere gli occhi,
silenzio
mentre urlano
sirene sottomarine nel cuore,
io in cucina
sto cercando un coltello
taglierò la gola al poeta
che raccontandomi del cielo
del cielo
mi ha lasciato sulla terra
con il niente nelle mani.

Francesco Palmieri

Siamo al terz’ultimo appuntamento col tema del silenzio. Ancora un incontro col silenzio. Il silenzio e la poesia di Francesco Palmieri.

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Sette domande sulla poesia : CRISTINA BOVE

28 lunedì Nov 2016

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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Tag

Cristina Bove, intervista, POESIA

Un altro appuntamento dedicato alle interviste di autori e personaggi potenzialmente noti, modestamente noti, mediamente noti, molto noti che sono pubblicate il lunedì.

Il titolo di questa intervista è Sette domande sulla poesia, perché sottoponiamo all’autore sette domande su importanti temi della poesia. A differenza dell’intervista “Il cerchio e la botte” qui la risposta è di lunghezza libera. Anche questa, come “Il cerchio e la botte”, è un’intervista tipo che sarà sottoposta ad altri autori oltre a quello intervistato oggi che è CRISTINA BOVE.

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APPUNTI

27 domenica Nov 2016

Posted by alefanti in Poesie, SINE LIMINE

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Quale baldo cubismo balzerà coniglio da dietro le fronde dei tuoi occhi?
Quale taglio sullo scampolo della luce
improvviserà un panneggio ardito sulla veste della tua nudità?
Non sei vecchia ancora e già sai tutti i mai più senza rancori da schivare.
Hai finito l’elenco degli amori e ti fai sorprendere
dallo schiudersi di nuove generazioni di natura in fiamme.
L’epica monta in sella e questo genera nuovi stupori.
Come dirti dei colori senza nome?
Pare ci sarà da conoscere come cibo incastrato tra i denti.
Pare che un fiume di parole da buttare siano fatte nuove dalla banalità della pioggia.
È notte.

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Canto presente 7: Liliana Zinetti

25 venerdì Nov 2016

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

≈ 1 Commento

Tag

Canto presente, Liliana Zinetti, poesia attuale, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Liliana Zinetti

Dal porto sepolto

I

Come febbre attraversi infetti
il sangue che pure attraverso te
fiorisce, tocchi la fronte le mani
sei goccia compatta, scalpello d’ossa
non ti appartengono né ritrosia né gentilezza
ferocemente nasci vieni
pretendi di tradurre la vita intraducibile.

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Il tema del silenzio: Francesco Tontoli 5 – fotografia di Lex Lutther

23 mercoledì Nov 2016

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Fotografia, Il tema del silenzio, LETTERATURA, Poesie

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Tag

Fotografia, Francesco Tontoli, Lex Lutther, Loredana Semantica, POESIA, silenzio

Sole di maggio

Quanto sole ha questo sole stamattina
si è posata sulla terra la parola
luminosa si è schiantata provocando
putiferio sulle foglie e sopra i rami.

Ha scalzato quel silenzio che cammina
come un cieco nella notte, ha toccato
sulle corde dei suoi raggi quelle rose.

Ha baciato le sue donne, s’è infilato
proprio sotto alle lenzuola dove tutto
è addormentato, e ha sparato su un discorso
quasi quasi ci credevo alle sue scuse.

Ha gettato lo scompiglio tra le gambe
ha riaperto i pugni chiusi per trovarvi
molti sogni, ha cambiato alcune trame
di filmini poco onesti, desideri poco chiari.

Poi mi ha detto nell’orecchio illuminato
delle cose che terrò per tutto il giorno
riservate, non volendolo tradire.

(29/5/2015)

Francesco Tontoli

Una poesia luminosa questa di Francesco Tontoli, che spande parola per parola freschezza ben oltre quella singola parola che essa cita al suo secondo verso in enjambement con l’aggettivo luminosa al principio del verso seguente.

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Il cerchio e la botte: ALESSANDRO ASSIRI

21 lunedì Nov 2016

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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Tag

Alessandro Assiri, intervista, POESIA

Proseguiamo con la rubrica dedicata alle interviste di autori, poeti e scrittori potenzialmente noti, modestamente noti, mediamente noti, molto noti; le interviste sono pubblicate qui su LIMINA MUNDI in linea di massima il lunedì (non è un’indicazione rigida, ma orientativa).

Il titolo dell’intervista che proponiamo oggi indica che lo scambio di domande e risposte è rapido e conciso. Nelle risposte non è permesso dilungarsi oltre tre righe. Colpo su colpo, come i bottai che ne assestavano ai fasci di legna della botte e ai cerchi che li stringevano, attività dalla quale deriva il noto detto: “Un colpo al cerchio e uno alla botte”. Qui da intendersi non tanto nel senso di mantenere l’equilibrio in una situazione scomoda, ma, piuttosto in quello del convergere, tra botta e risposta, al risultato comune di raccontare con le parole dei poeti il mondo della poesia.

Questa è un’intervista “tipo” che sarà sottoposta anche ad altri autori oltre a quello intervistato oggi che è ALESSANDRO ASSIRI.

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A OGNI FIGLIA

20 domenica Nov 2016

Posted by alefanti in Poesie, SINE LIMINE

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Le briciole. Raccolte. Da sotto il letto.
Briciole dell’abbandono all’amore
seminate come speranze
briciole di fame dell’abbandono di non amore
sparse per cercare più aria al respiro.
Le ho raccolte – prima di te e durante –
per impastare un povero pane
che ti nutrisse meglio di come
è capitato a me.
Il miracolo succede ancora:
un’ abbondanza immeritata
mi è restata tra le mani
mentre sazia andavi alla vita
la tua.

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