Emanuele Martinuzzi, testi tratti da “L’idioma del sale”, Nulla Die Edizioni, 2022 e da “Notturna gloria”, Robin Edizioni, 2021.
05 lunedì Set 2022
Posted in LETTERATURA, Poesie
05 lunedì Set 2022
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27 lunedì Giu 2022
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by Grégoire A. Meyer
#1
La prima notte al mondo
ho piazzato una tenda al Polo Nord.
La luce lunare splendeva ovunque
e il ghiaccio si scioglieva
solo in determinati punti.
Ero spoglio e sotto di me
le foche nuotavano aspettando
il mio essere cacciatore.
Il silenzio d’altronde
non si può ricordare.
#2
La percentuale che un meteorite
colpisca la terra è lontana
dal nostro vivere quotidiano.
Acqua solida che vaga nello spazio
può essere pericolo e opportunità:
porta con sé vita e morte.
L’impatto è la decisione definitiva
che una specie debba smettere
di esistere, e un’altra nascere.
Non dovrebbe essere lasciato
al caso. Così la fede è l’unico
appiglio che difende dal caos.
#3
La gravità è una cosa che fa pensare,
fa compagnia per tutta la vita.
La senti sulle spalle eppure non grida.
È un’ombra silente, una catena e una piuma:
lancia uno sguardo o una palla e
prima o poi li troverai a terra. Qualcuno
ha detto che oltre lo spazio si annulla
ma chi può dirlo?
Forse un pesce o la memoria. A detta d’uomo
sulla luna non si sente, ma c’è,
così leggera che non fa rumore.
Non lascia soli nessuno
nemmeno una barca alla deriva.
#4
Tra gli anelli di Saturno c’è una distanza
come gli elettroni di un atomo.
Procedono intatti in tondo
attratti da un nucleo,
senza sentire la disperazione
tutta intorno, buia e infinita.
Sulla superficie, la temperatura
arriva a centinaia di gradi
sotto lo zero e la vita
non riesce ad imporsi.
Per fortuna dico,
una solitudine così
non sarebbe sopportabile,
nemmeno da un batterio.
Eppure l’occhio umano
reputa questo pianeta
tra i più belli. Solo da lontano
da molto lontano, mi ripeto.
#5
Nel caos della mia mente,
ho assistito a scene da manicomio.
Un giorno ho sputato la medicina ed è
stato lì che ho visto una porta piccola.
Aveva i capelli neri, e sembrava ferita dalla vita:
cinque punti di sutura nei pressi del cuore.
Abbiamo provato a fuggire tutte le sere
con le mani, ci siamo illusi. Con la dolcezza
dei primi occhi.
Ora , c’è molta stanchezza. Le venature sono più evidenti
e sembriamo vecchi. Una cosa è certa, abbiamo provato
a salire sui rami dell’amore.
Caduti, le ossa si sono frantumate con la realtà.
Eppure le mani hanno trovato il modo di sfiorarsi, le mani.
#6
E’ nato un bambino sulla terra,
tutti hanno descritto
l’evento come consueto.
Un essere piccolo scaraventato
su un globo sparso in un
indefinito spazio nero:
una catastrofe vista da fuori
diventa un miracolo.
Tutto il senso si racchiude
in una stanza di ospedale.
Il nascituro numero due
del venti aprile duemilasedici
non proviene dalla matematica.
L’unico comandamento a cui
appellarsi, è che l’uomo
assomigli ad un fiore.
Il fiore non reclama il diritto
di possesso, ma di dono.
NOTA BIOGRAFICA
Luigi Finucci pubblica due libri di poesia: Le prime volte non c’era stanchezza – Eretica edizioni nel 2016 e Il Canto dell’Attesa – Ladolfi Editore nel 2018. Ha poi pubblicato anche tre libri per bambini, in rima, per la Giaconi Editore: L’aspirante Astronauta, Il paese degli Artigiani e Il mondo di sotto. Collabora con alcune riviste e alcune sue poesie sono tradotte in diverse lingue, tra cui il rumeno e lo spagnolo.
26 domenica Giu 2022
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Bella lo era davvero Patrizia Cavalli, una delle voci più intense della poesia contemporanea. Se n’è andata nel giorno del solstizio d’estate, una bella data per morire anche se, per chi resta, ogni volta che muore un poeta è un giorno triste. Limina mundi la ricorda così. Una galleria fotografica e alcune sue poesie.
Patrizia Cavalli – Todi, 17 aprile 1947 – Roma, 21 giugno 2022





Mi dicono anche che ero bella
da ragazza ma io non me ne sono mai accorta.
Ecco, forse sono stata felice ma non me ne sono accorta.
Forse è stato un godimento oggettivo, quello della mia bella giovinezza, ma non soggettivo.
Non c’ero e dunque non ho vissuto.
A volte si vivono intere vite senza esserci.
Cosa non devo fare
per togliermi di torno
la mia nemica mente:
ostilità perenne
alla felice colpa di esser quel che sono,
il mio felice niente.
Questa sfusa felicità che assale
Questa sfusa felicità che assale
le facce al sole,
i gomiti e le giacche
– quante dolcezze
sparse nel mercato,
come son belli
gli uomini e le donne!
E vado dietro all’uno
e guardo l’altra,
sento il profumo
inseguo la sua traccia,
raggiungo il troppo
ma il troppo non mi abbraccia.
Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare
come si scioglie una nuvola e come si scolora,
come cammina un gatto per il tetto
nel lusso immenso di una esplorazione, adesso
che ogni giorno mi aspetta
la sconfinata lunghezza di una notte
dove non c’è richiamo e non c’è più ragione
di spogliarsi in fretta per riposare dentro
l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,
adesso che il mattino non ha mai principio
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
a tutte le cadenze della voce, adesso
vorrei improvvisamente la prigione.
Quante tentazioni attraverso
nel percorso tra la camera
e la cucina, tra la cucina
e il cesso. Una macchia
sul muro, un pezzo di carta
caduto in terra, un bicchiere d’acqua,
un guardar dalla finestra,
ciao alla vicina,
una carezza alla gattina.
Così dimentico sempre
l’idea principale, mi perdo
per strada, mi scompongo
giorno per giorno ed è vano
tentare qualsiasi ritorno.
Addosso al viso mi cadono le notti
e anche i giorni mi cadono sul viso.
Io li vedo come si accavallano
formando geografie disordinate:
il loro peso non è sempre uguale,
a volte cadono dall’alto e fanno buche,
altre volte si appoggiano soltanto
lasciando un ricordo un po’ in penombra.
Geometra perito io li misuro
li conto e li divido
in anni e stagioni, in mesi e settimane.
Ma veramente aspetto
in segretezza di distrarmi
nella confusione perdere i calcoli,
uscire di prigione
ricevere la grazia di una nuova faccia.
E’ tutto così semplice,
sì, era così semplice,
è tale l’evidenza
che quasi non ci credo.
A questo serve il corpo:
mi tocchi o non mi tocchi,
mi abbracci o mi allontani.
Il resto è per i pazzi.
Ah, ma è evidente, muoio,
Sto per morire, che siano giorni
o anni, sto per morire,
muoio. Lo fanno tutti,
dovrò farlo anch’io. Sì, mi conformo
alla regola banale. Però intanto,
tra un sonno e l’altro finché esiste il sonno
(solo chi è in vita gode del suo sonno)
guardando il cielo, girando gli occhi
intorno, in questi istanti incerti
io sono certamente un’immortale.
19 martedì Apr 2022
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photo by Trini Schultz
Maccare
Quando l’aria degli alberi fu finita
gli animali della terra, del mare e della guerra
si trovarono una stanza infossata e inabitata
“Siamo un solo spirito” – disse il soffio
“Siamo un solo ritmo” – disse il battito
“Siamo un solo nodo” – disse il cappio.
Una sola stanza non bastò a contenere il tumulto rimasto,
lo scarto ammassato volle da subito definirsi distante,
i corpi s’allontanarono, s’infrattarono fino al costituirsi dei limiti.
Alloggiati in stanzette con serrature senza mandate, senza guardiani,
non insegnavano lo spavento dell’agguato ai teneri piccoli,
s’aspettava che l’ispezione cogliesse gli infatuati ansanti e indaffarati,
nulla si sa, nulla s’impartisce, la lezione è “Ci si nasconde”.
Ci si frantumerebbe in briciole per nascondersi meglio
“Io non so di te. Tu non sai di me”
Sussurravano i corridoi
S’impara velocemente, sì, ma tu, lettore caro, sai competere con la trasparenza?
Tu che hai un corpo che sarebbe intero anche senza pelle,
che potresti vedere anche senza muscoli,
con cui potresti ballare anche col solo pulsare delle vene,
le cui ossa resistono al secolare mangiare della terra,
competi tu, essere integro, con l’assuefazione.
Rifletti, carcassa pesante, e cammina fino all’ingresso della fossa,
li vedi? Si coprono di nero con un manto, intanto che aspettano la sorte,
dal muso alle zampe appannaggio di una sola nuvola priva di pensiero,
paiono covare essi stessi la propria attesa, come non volessero mollare la presa
di quella corda umida su cui siedono. I piedi penzolano lenti
su un ampio spiazzale che ha colore e consistenza di polvere,
il cui solco nel centro risuona come la cassa di uno strumento
monocorde. Sul filo erano in troppi, delle volte,
qualcuno cadeva, avrebbero dovuto legare altre corde,
ma il Bugiardo chiedeva il progresso, e questo s’identifica con lo spreco
che riempie le sue dita di gemme di plastica,
che permette ai suoi denti di cariarsi,
che leva ai pesci le alghe incontaminate,
che occlude anche ai sassi le radici.
Egli aspira ad un assoluto convesso che lo copra come in una bolla,
che lo sleghi dalle contingenze, un cielo di plexiglas, insomma,
per avvicinarsi alle forme mutate in velocità,
per avviarsi all’ordine del cerebrale,
alle liturgie del sé contenitore di statica sacralità.
Allora giù, dov’è freddo, strisciando per canne robuste dai suoni delicati,
per finire lontano dalla casa, ormai abitata.
La casa del sospetto ha stanze di colpa e di punizione:
come fossero chiavi della cintola di dio
gli inquilini scuciono la toppa per disporsi gelosi
ad origliare gelide presunzioni di fede
“Si discute di un temuto mercoledì delle ceneri”
“Ma mai arriva”
Intanto accumulano grasso e menzogne da disporre sotto i tappeti
perché l’assordante passo di dio non li colga dormienti
seppure non vissero che accumulando riserve e mai grazie,
riserve di chiassoso peccato, che li consolassero
dal bianco divino che appanna lo sguardo, ma non placa la voglia
di esser rovesciati ancora, e sporcati ancora.
Il bianco non sazia, il bianco lascia che il languore frema,
che il piacere aumenti finché
la porta si spalanchi
e dal grigio del lungo corridoio il pallore ansante invada gli anfratti
dov’è nascosto il marcio. Le sentinelle s’impuntano dritte
coi talloni sui bordi dei tappeti, perché a sbucare non sia la loro colpa
ma quella di chi, imperfetto truffatore, non ha saputo esser svelto.
E che scoppi la rivolta, che un capro deve sempre essere sacrificato,
che i virtuosi predicano ma disdegnano le suppliche,
quindi che il matto sia gettato giù
dal dirupo, come gli antichi
dalla forca, come le streghe
dalla piazza, come i lebbrosi
dall’Eden, come gli uomini.
Le chiavi
credono nella perpetua discendenza della creazione,
ricordano che tra chi fu generato, tu fosti posto nell’angolo del fosso
costretto in un basso putrido, i cui segregati non prestano servigio,
intanto i ciechi penitenti abitano in bilico nella fosca nebbia
che lo sfiatare di dio caccia,
egli appanna il cielo e i ciottoli
da cui gli obbedienti si coprono i piedi e le orecchie
perché i predecessori non li riempiano di graffi
richiamando all’attenzione gli spirti odierni:
Bisogna che ci sia un piccolo insetto,
magari deforme o magari pensante,
qualcuno che raccolga il peccato senza nasconderlo,
qualcuno cui non può essere rimesso il male
perché non cosparse la propria testa di ceneri.
Finì col racimolarsi di un uomo solo,
uno piccolo, dalla voce bassa e dalla testa china,
era spietato il suo dissenso ma inerme la sua pratica,
sicché lo presero senza che strillasse l’ingiustizia del torto,
“Non si urla a un dio bugiardo che mente.
Io gravito impermalente tra le orbite altrui,
mi sottraggo al verso, esattamente come il nero è tale
perché rifiuta in apparenza gli altri colori.
Io non chiesi mai di aprire la serratura,
non si può chiedere una quiete che non si è provata…
ma capitò di spiare, e la delizia fu troppa,
al di là lo squallore si annulla e il declino si spiega.
Io non saprò, so che non saprò, distanziarmi da chi mi tarpa,
per ingordigia, per timore, o per devozione alla sottomissione,
io starò qui perché i cretini possano vedere nel mio sacrificio
il Bugiardo che si nasconde”
Che si sa –annuncia uno squilibrato- il male è male,
va fatto, ma che non si dica, che non si sappia.
La perversione non è degli atti ma della parola
di chi la professa con la lingua linda dallo squallore,
che fu solo di chi, bugiardo, disse no,
che si sa:
chiudono gli occhi nell’aldilà.
Zahira Ziello
17 domenica Apr 2022
Posted in LETTERATURA, Poesie

Raffaello Sanzio, La Resurrezione di Cristo, Museo di San Paolo, Brasile
Suono di campane,
voce che trasvola sul mondo,
canto che piove dal cielo sulla terra,
nella città sorda e irrequieta,
e nel silenzio dei colli
ove, nel pallore argenteo,
le bacche d’olivo maturano il dono di pace.
Suono che viene a te,
quale alleluia pasquale,
a offrirti la gioia di ogni primavera,
a chiamarti alla rinascita;
a dirti che la terra rifiorisce
se il tuo cuore si aprirà come un boccio,
che ripete un gesto d’amore e di speranza,
levando il mite ramoscello
in questa chiara alba di Risurrezione!
Gabriele D’Annunzio
19 sabato Mar 2022
Posted in LETTERATURA, Poesie

Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.
Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
“Com’è bella la notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno”. Tu vedevi il mondo
nel novilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.
ALFONSO GATTO
da “La storia delle vittime” (1945)
01 martedì Feb 2022
Posted in Idiomatiche, LETTERATURA, Poesie
Le poesie di Maria Allo ospitate su Exitirion e tradotte in greco da Stavros Girgenis
(I)
Δεν γνώριζα πως ήμουν μέσα
σ’ ένα αιχμηρό σημείο της γλυσίνας
πριν το άνθισμα.
—Γη που παραμένει (Ed. di Poesia Controluna, 2018)
non sapevo di essere dentro
in un punto affilato del glicine
prima di fiorire.
—La terra che rimane (Ed. di Poesia Controluna, 2018
(II)
Η ΓΗ ΠΟΥ ΠΑΡΑΜΕΝΕΙ
Άσε με να μιλήσω για τη θάλασσα και τις αβύσσους της
γίνεται φως στις διαφάνειες
όπως οι αναμνήσεις ή αυτό που λείπει
– κοίτα – αυτό το φαράγγι παραμένει φραγμένο
μια τρύπα στο στήθος
με θάμνους σε όλες τις εποχές.
Άσε με να μιλήσω για τη νύχτα όταν πυκνώνει
στους κροτάφους και στο όνομά σου
τότε με φωτίζεις και μένεις μέσα σ’ αυτή τη σάρκα
διαλύοντας τη σκιά και την απόσταση που εγγίζει τον ουρανό.
Άσε το θάρρος σου οργωμένο στα χείλη μου
περιφρουρεί και αγκαλιάζει τα όρια της θάλασσας
όπως η μνήμη που παραμένει και μεταλλάσσεται.
—Σχισμές ( Ed. L’arcolaio, 2016)
LA TERRA CHE RIMANE
Lasciami parlare del mare e dei suoi abissi
si fa luce nelle trasparenze
come i ricordi o ciò che manca
– vedi – resta questa gola insabbiata
un foro dentro il petto
con sterpaglie in tutte le stagioni.
Lasciami parlare della notte quando si addensa
sulle tempie e sul tuo nome
allora mi rischiari e resti dentro questa carne
strappando l’ombra e la distanza che avvicina il cielo.
Lasciami il tuo coraggio arato sulle labbra
custodisce e abbraccia i confini del mare
come la memoria che resta e si trasmuta.
—Solchi (Ed. L’arcolaio, 2016)
(III)
Πριν τη γένεση του κόσμου
ήμασταν αθώοι
εποχές απρόβλεπτων κυττάρων
τυχαία πλέγματα από τουμπερόζες στον κήπο.
Πριν τη γένεση του κόσμου
ανέπνεε η αυγή και τα φύλλα
αιωρούνταν στην στέγη του στάβλου.
Στον στροβιλισμό υπήρχε το ίδιο όνειρο
[μια μοναδική δύναμη]
σε μετεωρισμό στον άνεμο θερμοί χώροι
βαθύτητα οραμάτων.
Η ιπποκαστανιά σκόρπιζε στα πεζοδρόμια
σκαντζόχοιρους γεμάτους μούρα
με κάποιο κρυφό χάδι του ήλιου
που μερικές φορές έτρεμε ανάμεσα στα μακριά κλαδιά
θωπεύοντάς μας τα χέρια και αίφνης
το θρόισμα των γκρίζων περιστεριών
μέσα στη σιωπή του πρωινού μας ξυπνούσε.
Τώρα δεν υπάρχει εποχή,
κυριαρχεί το σκοτάδι και τα μάτια
χάνονται ανάμεσα στις βλεφαρίδες.
Τώρα στο ψηλάφισμα δεν υπάρχει παρά μόνο ορίζοντας
ο ασταθής πλανήτης εκτοξεύει βέλη.
Είναι εδώ οι Άγιοι Τόποι όπου ο τετράρχης Ηρώδης
ολοκλήρωσε τη σφαγή των αθώων;
—Ξέφωτο (Ed. Ladolfi, 2021)
Prima della genesi del mondo
noi eravamo indocili
stagioni di cellule impreviste
intrecci casuali di tuberose nell’orto.
Prima della genesi del mondo
si respirava l’alba e le foglie
fluttuavano sul tetto della scuderia.
Nel vorticare c’era lo stesso sogno
[una forza unica]
in bilico nel vento caldi spazi
profondità di visioni.
L’ippocastano disseminava sui selciati
ricci gremiti di bacche
con qualche furtiva carezza di sole
che a volte tremava tra i lunghi rami
sfiorandoci le mani e improvviso
il frullare di tortore grigie
nel silenzio del mattino ci destava.
Ora non c’è stagione,
sovrasta il buio e gli occhi
si perdono tra i cigli.
Ora a tentoni si va non c’è orizzonte
il pianeta precario lancia strali.
È qui la Terra Santa dove Erode il tetrarca
consumò la strage degli innocenti?
—Radure (Ed. Ladolfi, 2021)
(IV)
ΞΕΡΕΤΕ
Ξέρετε, έχουμε ρυάκια λάσπης να ανασκάψουμε
πέτρες λάβας και μαύρους αρκεύθους στο πέρασμα των αιώνων.
Όσο για μένα, μια φωτιά φιδογυρνούσε
στα οστά μου: αλλά δεν φαντάστηκα μια φωνή
μέχρι που έβαλα στο στήθος μου
τη μυρωδιά του δέρματός της όπως για να αποφύγει
τις λάμψεις του ιπποφαούς ο χειμώνας έζησε
σε συνεχή πόλεμο από κατάλληλη απόσταση
σαν κόκκινα σφεντάμια που σε μια ανάσα τώρα
στροβιλίζονται έρημα γύρω από τον άνεμο.
Ξέρετε, ξυπνάω το πρωί
σαρώνοντας κάθε φύλλο στο χαμηλότερο κλαδί
αυτού που είναι διασκορπισμένο ανάμεσά μας.
—Ξέφωτο (Ed. Ladolfi, 2021)
SAPETE
Sapete, abbiamo flussi di fango da estirpare
lapilli di lava e ginepri neri lungo i secoli.
Quanto a me un fuoco serpeggiava
nelle ossa: ma non immaginavo una voce
finché ho riposto nel mio seno
l’odore della sua pelle come a stornare
da lampi di biancospini l’inverno vissuto
in continua guerra a debita distanza
come aceri rossi che in un soffio ora
volteggiano deserti intorno al vento.
Sapete, mi sveglio al mattino
scrutando ogni foglia sul ramo più basso
di quel che è disperso fra noi
—Radure (Ed. Ladolfi, 2021)
(V)
ΚΑΘΕΤΟ ΒΛΕΜΜΑ
Δεν υπάρχει σχισμή βράχου
στην οποία μπορεί να κυματίσει η θάλασσα.
Λευκοί ερωδιοί διαβαίνουν τον λήθαργο
των κοχυλιών που κοιμούνται
στον πιο καθαρό βυθό της θάλασσας
αλλά σε μια κατάρα το ηφαίστειο
εξαφανίζει ονόματα και φωνές όταν η νύχτα
κατέρχεται και σε ένα βράχο η κραυγή
αναφλέγεται ανάμεσα στις σαπισμένες ακτίνες στις ακτές
σ’ εκείνον που δεν έχει φως στο πρόσωπό του.
Μόνο μερικές φορές η ανάσα είναι καθρέφτης
[ενός κάθετου βλέμματος.
—Ανέκδοτο (2020)
SGUARDO VERTICALE
Non c’è fenditura di scoglio
in cui il mare possa fluttuare.
Bianchi aironi incrociano il torpore
di conchiglie in dormiveglia
sul fondo più chiaro del mare
ma in una maledizione il vulcano
nomi e voci dilegua quando la notte
scende e sopra una roccia il grido
divampa tra i raggi marci nei lidi
su chi non ha luce in viso.
Solo a tratti il respiro è specchio
[di uno sguardo verticale.
—Inedito (2020)
(VI)
ΔΕΝ ΜΠΟΡΕΙΣ ΝΑ ΣΤΑΜΑΤΗΣΕΙΣ
Δεν μπορείς να σταματήσεις τον άνεμο
μόνο να συλλάβεις τους οιωνούς του
πίσω από το ανάλαφρο βάρος ενός σύννεφου.
Σου μιλώ από άγνωστους καιρούς
δίχως να ξέρω πώς με διαπερνά
η σκιά, ενώ μια δέσμη ακτίνων
αναρριχάται συγκεχυμένα σε αδιαπέραστα μονοπάτια.
Έχω σπείρει ίχνη
πίσω από ασύνδετους άξονες στον βυθό
τώρα επιπλέουν σε ένα χάσμα
ενώ η σκιά διαστέλλει τη λάμψη μου.
Ιδού. Γράφε καθώς πέφτεις.
Λοιπόν, αυτό μου αφήνεις ως στίχο:
τη μυστική φωνή – σπόρο του χρόνου
και τη βροχή στα χέρια.
Στην αναπνοή σου όλες οι λέξεις,
όλη η σιωπή
ολόκληρο το σύμπαν, τα πάντα και όλοι
—Γη που παραμένει (Ed. di Poesia Controluna, 2018)
NON SI PUÒ FERMARE
Non si può fermare il vento
solo cogliere i suoi presagi
dietro il peso lieve di una nube.
Ti parlo da tempi sconosciuti
senza sapere come mi attraversa
l’ombra, mentre un fascio di raggi
si inerpica confuso per sentieri impervi.
Ho seminato impronte
dietro cardini sconnessi nei fondali
ora fluttuano in una voragine
mentre l’ombra dilata il mio chiarore.
Ecco. Scrivi mentre cadi.
Dunque questo mi lasci come verso:
la voce segreta − seme del tempo
e la pioggia fra le mani.
Nel tuo respiro tutte le parole,
tutto il silenzio
l’universo intero, tutto e tutti
—La terra che rimane (Ed. di Poesia Controluna, 2018)
Maria Allo è autrice di questo blog, la sua biografia qui
26 mercoledì Gen 2022
Posted in LETTERATURA, Poesie

Con Lettere Flavio Almerighi aggiunge un altro importante tassello alla sua produzione poetica. La raccolta, suddivisa in quattro sezioni, si presenta come una corrispondenza epistolare senza un preciso destinatario, un monologo per tutti e per nessuno, nel quale ogni lettore può riconoscere qualcosa di sé. La scrittura poetica di Almerighi è un arco che si flette in direzioni infinite, sempre riuscendo a centrare il bersaglio, ora con frecce appuntite di ironia, ora con amarezza o polemica verso un modus vivendi in cui non si riconosce, infine con lo sguardo amorevole verso gli affetti personali e con l’abbraccio dettato dall’umana pietas. Una cifra stilistica, quella di Flavio Almerighi, che sopravanza ogni stilema avanguardistico, pur avendone introiettato la lezione, e che ricusa la sovrabbondanza sentimentale conservandone il valore intrinseco. Nel corpo dei testi rinveniamo la durezza della condizione esistenziale (Messo al mondo, legato, in prova) e la tenerezza dell’affetto taciuto (ti sia lieve la mia lettera/lanciata alta/assieme a un bacio); l’indignazione per la carica di odio razziale (Voi che siete uomini,/sporchi dentro e sporchi fuori,/uccidete i Cananei…ma siate civili,/caricateli su barche/senza remo né vela/e vengano dispersi in mare) e l’amore come male benefico (è sequenza di metastasi benigne/e anticorpi a renderle felici). La lingua poetica di Almerighi ha toni alti, modulate in forma lirico-colloquiale le sue lettere sapranno trovare la destinazione giusta.
Anna Maria Bonfiglio
Lettera per i diciott’anni
Piccola cara che non trovo,
ora sei scappata e dici
credi che non capisca?
Io indocile a chiederti
di finire il pranzo,
mi ostino a compilare
l’album della tua vita.
Sono troppo piccolo
per capire,
un po’ come quando si andava
da Gatteo a Villamarina.
Cercavo felicità
in molti libri
intonsi e a buon prezzo,
ora uomo e vela
affronto ogni colpo di vento.
Pochi metri vicina,
ora distante, penserai forse
che per i tuoi diciott’anni
non è andata così male.
Lettera
Ora tocca a te comprendere
l’estate sconosciuta
senza tradizioni di famiglia.
Candela flessibile
consumata sotto l’altare
di chi non crede,
carne e stoppino, là
dove spiaggiano desideri.
Dimmi tu di te,
quali siano le tue rondini
come mai sono già partite,
quanto ti spaventa e meraviglia
se un cane
vuole leccarti la mano.
Io sto qui
a cercare e vendere,
ho tutto sott’occhio
quando non precipito,
ti sia lieve la mia lettera
lanciata alta
assieme a un bacio.
Violaine
La vecchia barattava la pensione sociale
per un po’ d’aria,
non le importava il resto:
mangerò domani, ripeteva.
Altri tre baci e saranno quattromila.
C’era una radio accesa,
serviva un po’ di tempo per sentirla
per quelle valvole mai calde.
La musica partiva, scordavamo l’attesa
e il risalire di silenziose maree.
C’era un cielo dapprima sereno,
qualche nuvola innocente lo macchiava.
La pioggia,
così a lungo invocata,
declinava l’invito.
Una pazienza infinita,
storie da raccontare, prima,
durante e dopo il passaggio del fiume.
Il passato prendeva per mano il futuro
ogni giorno.
Uccidete i Cananei
Voi che siete uomini,
sporchi dentro e sporchi fuori,
uccidete i Cananei,
mangiatene figli e spose,
lasciate i feriti a terra,
muoiano poco per volta
divorati dagli uccelli:
uccidete quei senza dio,
uccidete i sacrifici umani
le biblioteche.
Uccideteli.
Hanno nuche tenere.
Date alla terra il loro latte,
il loro sangue nero
non importa l’età,
nascono e muoiono
col marchio d’infamia,
spargete sale sulle loro città,
vuotatele di ogni bene,
se necessario lasciate superstiti,
ma siate civili,
caricateli su barche
senza remo né vela
e vengano dispersi in mare,
a voi, signorine, ripeto,
investite il ricavato
in nuove armi per ripartire
un’altra crociata
Abbiate cura di voi,
dei vostri figli e della Legge.
Non trascurate di nascondere
quanto possa restarvi in tasca
in caso il diluvio
bussi alle vostre porte.
Vi diranno usurai,
mangiatori di carne umana.
Tutti ricorderanno Shylock
nessuno Gesù Cristo.
La Moldava
quel giorno di aprile,
dalla rovina sopravvissuti a stento,
bambini finalmente liberi
scendemmo in strada,
non c’erano tripudio e parate,
il tempo ci avrebbe rotto le mani
inspiegabilmente da lontano una musica
arrivò, infinitamente bella e nuova
dopo tanto tempo di macchine per cucire
sirene e rifugi
ci avvicinammo a una radio accesa,
col cuore commosso e niente altro
ascoltammo La Moldava
altre ombre
perduta da tempo
quel giorno tornò la neve,
stesso fruscio d’organza,
qualcosa fuggì
al normale raggiro
della ragione
come sussulto
a valle
mille anni dopo
luci accese
palazzine
pensiline
accartocciato sul cuore,
lo stesso foglio
dona alla luce altre ombre
fino a quando resteranno
confitti a terra
soltanto pensieri
dato un fruscio
la lettera s’imbuca,
il calamaio nero
rovesciato su preziosi amori,
cancella ogni coscienza
il cui principio è silenzio
Testi tratti da Lettere di Flavio Almerighi, Ed.Macabor, 2021.
06 giovedì Gen 2022
Posted in Idiomatiche, LETTERATURA, Poesie
Torno a meditare sempre sull’idea della vita,
mentre medito perennemente sull’esistenza del momento.
M. H.

Marsden Hartley
Poesie di Marsden Hartley (1817-1943). Traduzione di Emilio Capaccio
VENDITORE DI PESCE
Ho preso le squame
dalle guance della luna.
Ho fatto le pinne dalle ali della ghiandaia,
gli occhi dai susini nell’ombra.
Ho preso i vermigli dalle labbra del sole.
Da tutto questo ho fatto nascere un pesce nel cielo,
l’ho messo a nuotare per te in un azzurro d’ottobre.
Siedo sulla riva del ruscello e osservo
il prato in visibilio
mentre volge in oro cinerino.
Sono sempre belli i pesci
che vengono a te dall’arcobaleno.
Perché sono stati creati,
perché li ho messi
a nuotare?
FISHMONGER
I have taken scales from off
the cheeks of the moon.
I have made fins from bluejays’ wings,
I have made eyes from damsons in the shadow.
I have taken flushes from the peachlips in the sun.
From all these I have made a fish of heaven for you,
set it swimming on a young October sky.
I sit on the bank of the stream and watch
the grasses in amazement
as they turn to ashy gold.
Are the fishes from the rainbow
still beautiful to you,
for whom they are made,
for whom I have set them,
swimming?
UCCELLI CANORI
Cento uccelli canori al più vicino squarcio dolorante,
sembrava amassero il suo dolore
empito d’iper iconica spogliatezza.
Non m’attendevo sì strabiliante opulenza
d’appressarsi a me celata col far del giorno,
benché la mane sia il momento e la primavera
il modo in cui sa esser migliore l’amore.
Attraverso il fogliame un bruciante
impeto d’ali dorate, leste, vorticose.
Tutti gli uccelli canori del mondo son venuti
a me, e son in me viventi
Io solo fresco ricetto e umile ombra ho dato,
alle mie foglie premute da eccessivo sole.
Ho detto che son venuti cento uccelli canori
per me,
e ora che chiaro m’è tutto, quelli che son stati,
che son stati davvero vicino,
son due solo, o tre,
Ma come m’hanno preso.
WARBLERS
An hundred warblers in the nearest aching gap,
it seems as though it loved its aching
filled with hyper-ikonistic misery.
I did not expect such staggering wealth
to come to me by dawn-delivered stealth,
though morning is the time and spring
the way love knows of its best being.
All through the leaves a burning
rush of gilded, swift, whirling wing.
All warblers of the world have come
to me, and are in me living
I only cool retreat and humble shade giving,
my leaves with excess of sun trampled.
I said an hundred warblers came
to me,
and now that I am clear, what it
was, was very near
it was but two, or three,
But how they fastened me.
L’AQUILA NON VUOLE AMICI
L’aquila non vuole amici,
impiega i suoi pensieri per altri fini –
ha i suoi cerchi da iscrivere
a dodicimila piedi da dove
i pesci setacciano il mare,
trova il suo conforto nell’illesa
immensità,
dove pensano le aquile non c’è bisogno
d’essere soli –
Nell’isolamento
c’è un profondo senso di casa.
THE EAGLE WANTS NO FRIENDS
The eagle wants no friends,
employs his thoughts to other ends –
he has his circles to inscribe
twelve thousand feet from where
the fishes comb the sea,
he finds his solace in unscathed
immensity,
where eagles think, there is no need
of being lonesome –
In isolation
is a deep revealing sense
of home.
FIDUCIA
“Avremo il sole ora”.
dicevano i tremuli gabbiani
“Abbiamo percorso la gamma del mare tuonante,
uno per uno, uno per uno,
e sebbene l’onda sia piena di pane
un’ala è spesso sfinita dai tendini
d’una cosa così varia e vasta;
facciamo la nostra geodetica sorveglianza,
perché le aringhe sono una cosa splendente,
una forma di lucente immaginazione,
una grandiosa circostanza.
Il brivido d’una foglia di frassino e di pino
fa altra musica per la determinazione d’un giorno,
anche i gabbiani amano la forma delle rose
prima che il giorno muoia.”
CONFIDENCE
“We’ll have the sun now,”
the quaking sea gulls said.
“We’ve run the gamut of the thundering sea,
one by one one by one,
and though the wave is full of bread
a wing is often tendon-weary
of a thing so varied-vast;
we do our geodetic surveillance,
for herring are a shining thing,
a shape of sleek imagining,
a pretty circumstance.
The shiver of an ash leaf and of pine
makes other music for a day’s determining,
even sea gulls love the shape of roses
ere day closes.”
31 venerdì Dic 2021
Posted in Poesie
La Redazione di Limina mundi augura Buon Anno Nuovo

Ho contemplato dalla luna, o quasi,
il modesto pianeta che contiene
filosofia, teologia, politica,
pornografia, letteratura, scienze
palesi o arcane. Dentro c’è anche l’uomo,
ed io tra questi. E tutto è molto strano.
Tra poche ore sarà notte e l’anno
finirà tra esplosioni di spumanti
e di petardi. Forse di bombe o peggio,
ma non qui dove sto. Se uno muore
non importa a nessuno purché sia
sconosciuto e lontano.
Eugenio Montale
25 sabato Dic 2021
Posted in LETTERATURA, Poesie
La Redazione del blog LIMINA MUNDI augura a tutti BUON NATALE!

Sfrigola la carta crespa,
incanta come sempre il pastore inginocchiato,
la pecora che resta
indietro, inciampa, increspa
la finzione del prato;
le case di cartone, l’acqua
che non scorre – è un velo
di stagnola,
e il muschio…
ah, il muschio! unica nostra astuzia
quest’aggiunta patetica del vero,
quest’attenzione un po’ pignola
alla minuzia… –
Portami ancora doni, dio bambino.
Entra dalle finestre chiuse, assali il sonno,
fammi sorpresa quando l’ora
scocca ed è – miracolo – mattino.
Portami l’attesa per esempio, il dono
che lungheggia il tempo, lo rinnova
al fuoco sempre acceso, all’eco
d’un mio desiderare
timido, quieto.
Torna a essere l’Atteso,
colui che senza una ragione arriva, senza peso
(eravamo bambini bravi, capaci
di sperare, anche
di bivaccare all’ombra di un divieto;
perché ci hai reso vecchi così rapaci,
e schiavi?).
Ritorna l’attimo che riempie
d’un qualche baluginare il mondo:
fai che vediamo al buio i lampi
latenti,
la tenda che si scosta, il frullo
delle ali, il soffio
d’un alito che sia divino…
Noi,
ciechi veggenti.
Fai che passiamo l’anno ad aspettare
(quest’arte oggi così desueta, incolta…).
Fai che così aspettando non passiamo.
Non così veloci, e senza posa…
La pena di passare sia una neve
che s’incunea a filtrare
e gocciola dai travi, appena sciolta…
Qualcosa che alla fine ci distrae
e riposa.
Paola Mastrocola
01 lunedì Nov 2021
Posted in LETTERATURA, Poesie

Giorno dei Santi e il cielo di Novembre
riflesso nell’asfalto delle vie
inondate di pioggia, due grigiori
paralleli ad opprimere lo sguardo
dovunque cerchi fuga. La città
sembra di piombo e cenere, ed il crudo
lampo dei fari rende più spettrali
i visi dei passanti. Lente scorrono
le ore in questo scroscio
d’acqua, tra schizzi brevi
di fango e il volteggiare
di foglie marce dai giardini. È arduo
oggi pensare al Paradiso: tutto
ci riconduce e prostra sulla terra.
Occorre troppa fede a superare
l’alta barriera di tristezza. Facile
sarà invece domani, nella scia
d’una stagione di disfacimento,
ricordare la fine d’ogni carne.
Margherita Guidacci, da “Le poesie”, 1999
01 mercoledì Set 2021
Posted in Appunti letterari, LETTERATURA, Poesie

foto di Deborah Mega
Limina Mundi riprende la sua programmazione con la pubblicazione di un celebre testo di Eugenio Montale dedicato all’estate e tratto dalla raccolta Ossi di seppia. Come in Meriggiare pallido e assorto, il poeta descrive il paesaggio assolato e riarso dal sole durante il mezzogiorno, nelle ore più calde di una giornata estiva. Il verso iniziale ha l’andamento di un inno squillante. Il sole occupa la sua posizione più alta nel cielo, tanto da non permettere agli alberi di creare l’ombra. La luce acceca, rende incerti i contorni delle cose e inaridisce la terra. Il motivo dell’aridità diventa emblema di una condizione metafisica ed esistenziale, ritornando con insistenza nel resto della poesia: un secco greto, l’arsura, in giro, una reliquia di vita. Solo un martin pescatore vola sui resti di un animale e annuncia il sollievo della pioggia futura. Emerge però la fiducia nella possibilità della sopravvivenza (Il mio giorno non è dunque passato) e della speranza (della buona pioggia, che verrà dopo lo squallore). Ma la vera gioia, come già aveva affermato Leopardi nel Sabato del villaggio, non è nell’appagamento del desiderio, ma nell’attesa dell’ora più bella di là dal muretto”. In relazione al lessico Montale ricorre a parole auliche e rare, latinismi (occaso) e termini letterari, come falbe, scialbato (aggettivo usato anche da D’Annunzio) e compìta (usato da Dante). La descrizione del paesaggio fa riferimento, come sempre, alla terra ligure.
Metro: tre quartine di endecasillabi (il v. 2 è un novenario sdrucciolo, il v. 11 è un dodecasillabo) con rime ABAB, CDCD, EFEF.
Gloria del disteso mezzogiorno
quand’ombra non rendono gli alberi,
e più e più si mostrano d’attorno
per troppa luce, le parvenze, falbe.
Il sole, in alto, – e un secco greto.
Il mio giorno non è dunque passato:
l’ora piú bella è di là dal muretto
che rinchiude in un occaso scialbato.
L’arsura, in giro; un martin pescatore
volteggia s’una reliquia di vita.
La buona pioggia è di là dallo squallore,
ma in attendere è gioia più compita.
EUGENIO MONTALE, Ossi di seppia (Torino, Piero Gobetti, 1925).
04 domenica Apr 2021
Posted in LETTERATURA, Poesie

foto di Gloria Mosca
Suono di campane,
voce che trasvola sul mondo,
canto che piove dal cielo sulla terra,
nella città sorda e irrequieta,
e nel silenzio dei colli
ove, nel pallore argenteo,
le bacche d’olivo maturano il dono di pace.
Suono che viene a te,
quale alleluia pasquale,
a offrirti la gioia di ogni primavera,
a chiamarti alla rinascita;
a dirti che la terra rifiorisce
se il tuo cuore si aprirà come un boccio,
che ripete un gesto d’amore e di speranza,
levando il mite ramoscello
in questa chiara alba di Risurrezione!
Gabriele D’Annunzio
05 lunedì Ott 2020
Posted in LETTERATURA, Poesie

Giacomo Balla, Lampada ad arco, 1909, Museum of Modern Art di New York.
01 martedì Set 2020
Posted in LETTERATURA, Poesie

Con il testo odierno riprende l’ordinaria programmazione di LIMINA MUNDI.
Settembre è mese sacro ai poeti, preannuncia l’arrivo della stagione autunnale, il ritorno a scuola e la ripresa delle varie occupazioni quotidiane. L’arrivo di settembre riporta alla memoria di Gabriele D’Annunzio le immagini della sua terra d’Abruzzo dove tra i ricordi d’infanzia è custodito anche il fenomeno della transumanza, la migrazione stagionale dei pastori che conducono le greggi dai pascoli montani verso la pianura. Si tratta di un ricordo nostalgico e malinconico perché il poeta non appartiene più al mondo mitico delle origini in cui il tempo sembra essersi fermato ed è scandito dai ritmi stagionali imposti dalla natura. L’utilizzo della paratassi facilita la comprensione e conferisce un’apparente semplicità al testo mentre espressioni come verga di avellano, stazzi, tratturo, su le vestigia degli antichi padri, evocano un mondo arcaico e un’atmosfera quasi sacrale. Accanto a termini di uso corrente ci sono espressioni ricercate (alpestri, esuli, erbal fiume silente, dalla sabbia non divaria), immagini che suscitano sensazioni visive (il sole imbionda) e uditive (isciacquio, calpestio), citazioni letterarie dantesche: L’alba vinceva l’ora mattutina/che fuggia innanzi, sì che di lontano/conobbi il tremolar de la marina. (I Canto del Purgatorio, vv. 115-117). Il poeta rivede i suoi pastori mentre lasciano gli alpeggi, i recinti all’aperto che hanno ospitato le pecore durante la stagione estiva, li immagina mentre si dissetano alle sorgenti dei monti perché il sapore dell’acqua resti nei loro cuori portando conforto, poi, dopo aver costruito un nuovo bastone di legno di nocciolo, s’incamminano lungo i sentieri erbosi che portano fino al mare Adriatico. D’Annunzio si unisce idealmente ai pastori nel lungo viaggio, idealizzato e descritto in modo solenne, perché quegli stessi sentieri, per secoli sono stati percorsi dai loro antenati.
Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.
Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natia
rimanga né cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.
E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!
Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquio, calpestio, dolci romori.
Ah perché non son io cò miei pastori?
GABRIELE D’ANNUNZIO, I Pastori, da Alcyone (Milano, Treves 1903).
04 sabato Lug 2020
Posted in LETTERATURA, Poesie
VOCE DEL PAESAGGIO
Emilio Capaccio,
Kolibris Edizioni, 2016
Prefazione di Massimo Sannelli
FISSITÀ
La mia fissità è la fissità di certi momenti di bisogno
di estese note di lentezze in quegli spazi
che s’allungano dall’uno all’altro
tempo saltabeccante
tanto prolungati da sembrare le ore scollate
sia pure in continuo allineamento
E da un punto oscillante del giorno
lontano, molto lontano da quelle ore
lunghi ‘stare a sentire’
il brusio di una qualche deriva di foglia
il rapido accoppiamento degli insetti
insorti contro il termine della stagione
la pietra che vibra la sua liquida arpa di ruscello
il battito del cuore di pomeriggi
che sembrano interminabili
fin quando durano i loro cieli negli occhi
e già risucchiati in un oscuro di cose finite
mentre la palpebra bruciante si richiude
e capisco allora come invece siano stati brevi
E vedere la mia vita che si nasconde
dietro le foglie degli alberi
ma volteggiandomi attorno facendomi le fusa
per paura di lasciarmi un’altra volta
con la fretta avventata del mio corpo
MI UNIFORMO AL COLORE DELL’ESTATE
Mi uniformo al colore dell’estate
agli umori labili e malinconici dell’inverno
ai brani del destino
al suono delle mille ossa
Non voglio più di quello
che non sia stato calcato
da un coturno divino nel mio sangue
Aspetto solo promesse
Non so quali, non so da che animo vengano
Riconosco che mi sono state fatte
dapprima che io nascessi
Mi vesto nella forma
semplice e mattinale di un pensiero
nelle acque azzurre di un sogno
che corre infinitamente in altri sogni
LE NUVOLE
Che cosa vogliono da me queste nuvole
così bianche e frastagliate
frivole d’aria, lampanti di luce?
In che lingua d’altitudine mi parlano
quando passano nei caldi planisferi
dell’estate?
O, invidio le nuvole
Il loro tempo che non segnano gli orologi
Vanno agli angoli dei cieli dove finisce ogni età
assegnate a un ordine di precarietà universale
non temono decreti di venti
non temono dissolvenze
fedeli all’effimero apparire
del loro comandamento
Mi ricordano la fugacità di ogni danza che danzo
di ogni volo che si compie
e la condanna di chi resta fisso a guardarle
con le radici nella terra
(con le braccia troppo corte sulla terra)
seppur passa, senza andare passa
vittima dello stesso comandamento
29 lunedì Giu 2020
Posted in LETTERATURA, Poesie

Mi dormi
e anch’io dormo
il tuo sonno di fianco.
Non è vero che ci siamo sognati
tutti d’un fiato?
Eravamo sudati e stavamo
accanto a ciascuno dei nostri pensieri
di ieri, con quei gesti e quei visi
che si fanno nel sonno
quando si viene guardati.
Studiavamo il dafarsi
e quasi a contarsi le dita delle mani
dicevamo sommessamente qualcosa
praticando una musica notturna, suonando
dentro un ‘orchestra di corde e di fiati.
Tu ripetevi un verso udito ieri per strada per caso
stando dritti sul filo che segna le notti
dormivamo in silenzio e con il senso del sonno
ritto e puntito, esploravamo la parte taciuta del sogno.
Francesco Tontoli
18 lunedì Mag 2020
Posted in LETTERATURA, Poesie, Segnalazioni ed eventi
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Il 28 febbraio di 15 anni fa moriva il grande Mario Luzi. Vogliamo ricordarlo attraverso le sue stesse parole.

Alla vita
Amici ci aspetta una barca e dondola
nella luce ove il cielo s’inarca
e tocca il mare, volano creature pazze ad amare
il viso d’Iddio caldo di speranza
in alto in basso cercando
affetto in ogni occulta distanza
e piangono: noi siamo in terra
ma ci potremo un giorno librare
esilmente piegare sul seno divino
come rose dai muri nelle strade odorose
sul bimbo che le chiede senza voce.
Amici dalla barca si vede il mondo
e in lui una verità che precede
intrepida, un sospiro profondo
dalle foci alle sorgenti;
la Madonna dagli occhi trasparenti
scende adagio incontro ai morenti,
raccoglie il cumulo della vita, i dolori
le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita.
Le ragazze alla finestra annerita
con lo sguardo verso i monti
non sanno finire d’aspettare l’avvenire.
Nelle stanze la voce materna
senza origine, senza profondità s’alterna
col silenzio della terra, è bella
e tutto par nato da quella.
da La barca, 1935
*
Già colgono i neri fiori dell’Ade
i fiori ghiacciati viscidi di brina
le tue mani lente che l’ombra persuade
e il silenzio trascina.
Decade sui fiochi prati d’eliso
sui prati appannati torpidi di bruma
il colchico struggente più che il tuo sorriso
che la febbre consuma.
Nel vento il tuo corpo raggia infingardo
tra vetri squillanti stella solitaria
e il tuo passo roco non è più che il ritardo
delle rose nell’aria.
da Avvento notturno,1940
*
Il vento è un aspro vento di quaresima,
geme dentro le crepe, sotto gli usci,
sibila nelle stanze invase, e fugge;
fuori lacera a brano a brano i nastri
delle stelle filanti, se qualcuna
impigliata nei fili fiotta e vibra,
l’incalza, la rapisce nella briga.
Io sono qui, persona in una stanza,
uomo nel fondo di una casa, ascolto
lo stridere che fa la fiamma, il cuore
che accelera i suoi moti, siedo, attendo.
Tu dove sei? sparita anche la traccia…
Se guardo qui la furia e se più oltre
l’erba, la povertà grigia dei monti.
da Primizie del deserto, 1942
*
Vent’anni
Perdono pe’ nostri dolci peccati
per avere spesso guardato
teneramente dissiparsi il giorno
dall’ombra e il silenzio dei casini
sognando di andare con una fanciulla
senza seni lungo l’Arno rosa
e la voglia di piangere racchiusa
nel cuore come un’onda preziosa.
Perdono per esserci creduti forti
più della morte quando passavano
i carri e i funerali per le strade
odorate di cipria e di fiori
e volevamo portare a casa cantando
l’immagine dei baci, la voglia
di stringer l’età amara che non fugga,
d’entrare nelle chiese che non han più soglia.
da Poesie ultime e ritrovate, 2014
*
Aprile-Amore
Il pensiero della morte m’accompagna
tra i due muri di questa via che sale
e pena lungo i tornanti. Il freddo
di primavera irrita i colori,
stranisce l’erba, il glicine, fa aspra
la selce, sotto cappe e impermeabili
punge le mani secche, mette un brivido.
Tempo che soffre e fa soffrire, tempo
che in un turbine chiaro porta fiori
misti a crudeli apparizioni, e ognuna
mentre ti chiedi che cos’è sparisce
rapida nella polvere e nel vento.
Il cammino è per luoghi noti
se non che fatti irreali
prefigurano l’esilio e la morte.
Tu che sei, io che sono divenuto
che m’aggiro in così ventoso spazio,
uomo dietro una traccia fine e debole!
E’ incredibile che io ti cerchi in questo
o in un altro luogo della terra dove
è molto se possiamo riconoscerci.
Ma è ancora un’età, la mia,
che s’aspetta dagli altri
quello che è in noi oppure non esiste.
L’amore aiuta a vivere, a durare,
l’amore annulla e dà principio. E quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s’annunci di lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità.
La mia pena è durare oltre quest’attimo
Da Primizie del deserto, 1942
06 lunedì Gen 2020
Posted in Poesie

Albrecht Durer, Adorazione dei Magi, Galleria degli Uffizi
Discesi dal lettino
son là presso il camino,
grandi occhi estasiati,
i bimbi affaccendati
a metter la scarpetta
che invita la Vecchietta
a portar chicche e doni
per tutti i bimbi buoni.
Ognun, chiudendo gli occhi,
sogna dolci e balocchi;
e Dori, il più piccino,
accosta il suo visino
alla grande vetrata,
per veder la sfilata
dei Magi, su nel cielo,
nella notte di gelo.
Quelli passano intanto
nel lor gemmato manto,
e li guida una stella
nel cielo, la più bella.
Che visione incantata
nella notte stellata!
E la vedono i bimbi,
come vedono i nimbi
degli angeli festanti
ne’ lor candidi ammanti.
Bambini! Gioia e vita
son la vision sentita
nel loro piccolo cuore
ignaro del dolore.
Guido Gozzano