Camilla amava i gatti. Ne ammirava il corpo proporzionato e flessuoso, la piccola testa triangolare, gli occhi gialli, verdi, azzurri, tutte le fessure oblunghe delle pupille piantate nel buio a scrutare la notte. Bello il loro pelo variopinto, la sua lucentezza briosa, dalle tonalità del bianco, al rosso, al nero, declinato in tutte le molteplici sfumature del marrone, gli ineffabili grigi. Affascinanti i balzi eleganti dei gatti in barba a tutte le leggi della fisica, la disinvolta indifferenza del loro incedere nel mondo e di contro i picchi di curiosità sfacciata e intrigante. Lo strusciarsi ruffiano contro le gambe, le fusa, le onde positive di vibrazioni che queste diffondono, il magnetismo animale della presenza, il sicuro piglio del passo sui cornicioni a chilometri dal suolo, la capacità di giocare con un filo di lana, una pagliuzza d’erba, una foglia secca.
Avere davanti agli occhi un piccolo felino, con i pregi di quelli selvaggi e senza i problemi che quelli darebbero, era per Camilla un incomparabile regalo della natura. Guardare giocare due micetti la riconciliava col mondo, come ammirare un albero nel suo rigoglio, un fiore nel suo splendore. Era una sorta di danza, una fusione di tenerezza e bellezza, dove la morbidezza del pelo e i corpicini dai movimenti incerti e goffi si mescolavano nel gioco all’esercizio per la lotta necessaria alla vita futura.
Camilla ne aveva avuti tanti gatti nel suo giardino. Fino ad una ricca colonia di sedici animaletti, molti anni prima. Ancora adesso ne aveva intorno. Da quando suo marito Oscar aveva montato una tettoia di policarbonato sul gazebo del giardino, i gatti del quartiere avevano deciso che quello era un luogo congeniale. La tettoia non era spiovente, ma piana, come Oscar avesse potuto montare una tettoria piana in un gazebo progettato col tetto spiovente era un miracolo di inventiva. Come avesse potuto sormontarla da un telo di polietilene era un mistero ancora più profondo. Il telo risultava praticamente inutile, esteticamente orribile, ed era stato strappato dal vento in più punti.
A dispetto di ciò i gatti avevano eletto quel luogo come prediletto. Il telo di polietilene era diventato un tiragraffi ideale. C’era un gatto bianco latte pezzato a macchie grigie, con una testa quasi tonda e l’aria soddisfatta di chi non teme nemici, che amava schiacciare un pisolino nell’angolo sinistro della tettoria. Un altro tigrato rosso tutto pelo passava ogni mattina, calpestando con le zampette guantate una passatoia in ferro nero di appena otto centimetri. Non mancava di farsi vivo uno splendido gatto nero, lucido di pelo e muscoloso, simile a una pantera in miniatura, con magnetici occhi gialli. Compariva in modo spettacolare, ergendosi statuario in tutto il suo splendore. Almeno altri due o tre felini bazzicavano quel posto tra i quali un elegante persiano grigio polvere, probabilmente non randagio. Era diventato un luogo trafficato come il corso principale di un paese. Non potevano mancare le zuffe animate da soffi, zampate e miagolii che si concludevano con l’allontanamento dell’ultimo invasore. A Camilla non erano chiare le dinamiche degli scontri per cui qualche volta restava alla finestra per studiarle. Il gazebo era antistante alla finestra, la tettoia da quel punto di osservazione appariva come un palcoscenico.
Camilla amava i gatti, ma non solo. L’amore per gli animali le era semplicemente connaturato, pensava che fossero parte del creato e dovessero essere rispettati come abitanti della terra, espressione della natura e, se domestici, come amici.
Per questo motivo Camilla, quando era bambinetta di sette o otto anni non capì perché in quella bella pineta in montagna, con la giostra e l’altalena, le panchine e aiuole, un posto ideale per divertirsi e giocare. Non capì dicevo, perché quel giorno un gruppetto di tre bambini, appena più grandetti, torturò e uccise un passerotto che aveva avuto la sventura di finire tra le loro mani. Dopo esserselo passato l’un l’altro tirandolo come una palla, l’ultimo del gruppo lo lanciò in aria e gli sferrò un calcio mandandolo a sbattere contro un tronco. Neanche il tempo di un grido. Camilla rimase attonita e sconvolta. Questo episodio si stampò indelebilmente nella memoria, finché fu capace di darsi ragione di questa crudeltà.
Divenne grande. Allora capì che quei ragazzini si dicono balordi, e più in generale che gli uomini si dividono in due categorie i buoni, che operano per il bene e i cattivi, capaci di gesti simili, non soltanto con le bestie, ma anche con i simili. Capì che c’erano mille sfumature tra questi estremi. Di solito chi era crudele con gli animali non era benevolo nemmeno con le persone, solo che su queste avesse un briciolo di potere. Ne concluse che la vera natura di una persona emerge col potere. Decise che avrebbe imparato a riconoscere gli uomini e avrebbe sempre operato perché il potere fosse dato ai buoni. E così fece. Indicibile impresa.
Giselda sognava ad occhi aperti. Mamma voleva che mettesse in ordine la cucina dopo pranzo. Da un lato le insegnava a rivestire il ruolo di brava donna di casa, dall’altro si faceva aiutare nelle faccende. Giselda comunque non era una cenerentola, aveva due sorelle e insieme si organizzavano. A volte in buon accordo, a volte bisticciando. Una lavava i piatti, di solito Amelia, la maggiore che si sbrigava in venti minuti e filava via. Alice era la più piccola, veniva adibita ad asciugare le stoviglie. Il resto era per Giselda. Vale a dire riporre le stoviglie, riordinare la stanza, spazzare e lavare i pavimenti. Giselda non faceva in fretta come Amelia, era più mogia, cincischiava, perdeva tempo, alla fine restava sola in cucina. Non le piacevano le faccende di casa, forse era pigra, col tempo si rese conto che non era portata, le faceva per dovere e per necessità, non certo perché far brillare la casa fosse la sua vocazione. Se ne rese conto solo quando incontrò qualcuno che l’aveva. La vocazione. Allora realizzò che siamo tutti fatti in modo diverso.
Nella grande cucina luminosa Giselda, rimasta sola, s’immergeva nelle sue peregrinazioni mentali ancora più profondamente, mentre riordinava, passava la spugna sui ripiani o spazzava il pavimento. L’ora assolata in quella stanza era grande abbastanza per i sogni, era perfetta per sognare. Lei entrava in una specie di torpore immaginifico dove s’inventava storie. A volte erano astruse e surreali: il disegno della piastrella, ad esempio, si animava e diventava un aquilone. Altre volte la statua di legno del gatto nero era un gatto vero con cui giocare. Spesso sognava di se stessa. Da grande farò la scrittrice, pensava. Scriverò un romanzo bellissimo, specchio dei tempi e della società, una sorta di Gattopardo, oppure sarò una specie di Emily Bronte di Cime tempestose, meglio ancora Antoine de Saint-Exupéry. Spesso nei suoi sogni c’entrava la scuola, la ricerca di un successo, un apprezzamento, lodi mai avute da professori indifferenti.
La notte nondimeno Giselda era preda della sua immaginazione. Il sonno sembrava non arrivasse mai. Le ombre, i rumori la tenevano all’erta. Una volta temette che qualcuno dietro la porta d’ingresso strusciasse i piedi in modo sospetto. Lo disse a suo padre, che inaspettatamente non la mise a tacere, ma le diede retta. A sua volta vegliò per scoprire che erano le scope dei netturbini che spazzavano le strade. In fondo anche questa era una fantasia, una storia inventata che il confronto con la realtà trasformò in una cosa banale, routinaria, simile alle pulizie di casa. La nettezza urbana.
Non passò molto tempo che Giselda perse la capacità di sognare ad occhi aperti e visse la sua vita di lavoro e di affetti. Solo molto molto tempo dopo Giselda la recuperò. Capì che quel sognare era come tornare all’infanzia, invecchiare diventando bambini, ma non smise di farlo, come non smise di invecchiare.
Allora il suo sogno più grande diventò di andare a vivere in un casale in campagna, scrivere racconti, romanzi, articoli, poesie. Dipingere, coltivare piante. Per realizzarlo dipinse un unico quadro, un autoritratto e lo mise in vendita ad una cifra esorbitante. Esattamente quella che occorreva. Non dico quanto, nemmeno se riuscì nel suo intento, ma i sogni si realizzano solo se desiderati.
Le stelle aspettano sempre che noi facciamo un balzo e le raggiungiamo. E’ certo che ciò avvenga non sappiamo quando. I sogni li plasmiamo noi stessi con le nostre mani. Sono come bolle di energia che scagliamo nell’ universo. L’universo le accoglie, a volte rotolano per anni, a volte per secoli, prima di esplodere, ma è certo che a un dato momento quella bolla di energia esploderà, tanto più violentemente quanto più grande il desiderio che la forma. Ci sono bolle che scoppiano in modo fragoroso e le vibrazioni si propagano come onde nello spazio e nel tempo. Bolle che fanno “flop” e si afflosciano in un secondo come palloncini sgonfi. Quelle che implodono ci danno dolore, quelle che esplodono gioia, ma ancora più importante è fabbricarne tante e tante da non poterle contare o tanto grandi da non poterle contenere. Il difficile allora sarà restare ancorati alla terra.
Il sottotitolo di questo articolo avrebbe potuto essere “Niente di nuovo sotto il sole”, l’amore infatti è un mistero che si ripete da ere, inoltre le poesie proposte, alcune o tutte, di certo le conoscerete. D’altra parte quando vi chiedono “cosa fai per S.Valentino?” rispondete pure “polpette”, come me, poi leggetevi queste poesie qua e se non vi piacciono o non le capite, sorry avete perso molto, non delle poesie, della vita.
Ah dimenticavo, in mezzo mi ci sono messa anch’io, con un mio testo di oltre 10 anni fa, e, a seguire chi volesse può accodarsi. Il post è aperto ai contributi.
Incontro sulle scale della torre, Frederic William Burton, 1864
Non sia mai ch’io ponga impedimenti all’unione di anime fedeli; Amore non è Amore se muta quando scopre un mutamento o tende a svanire quando l’altro s’allontana. Oh no! Amore è un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai; è la stella-guida di ogni sperduta barca, il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza. Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote dovran cadere sotto la sua curva lama; Amore non muta in poche ore o settimane, ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio: se questo è errore e mi sarà provato, io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.
William Shakespeare
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Che sia l’amore tutto ciò che esiste É ciò che noi sappiamo dell’amore; E può bastare che il suo peso sia Uguale al solco che lascia nel cuore.
Emily Dickinson
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I ragazzi che si amano si baciano in piedi Contro le porte della notte E i passanti che passano li segnano a dito Ma i ragazzi che si amano Non ci sono per nessuno Ed è soltanto la loro ombra Che trema nel buio Suscitando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo i loro risolini la loro invidia I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno Loro sono altrove ben più lontano della notte Ben più in alto del sole Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.
Jacques Prevert
Tamara de Lempicka, Il bacio,1922
Primavera è a un passo, mi colma d’azzurro e di riverberi, mi chiude nel desiderio che fa duri i seni e fa sussultare la vagina. Al canto delle rane uscirò nuda per le strade. dovranno vedermi che sono bella e piena d’ardori. Lui verrà a saperlo e perderà le staffe. Lo sa che anche il vento può farmi godere da forsennata.
Maria Marchesi
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Amore, oggi il tuo nome al mio labbro è sfuggito come al piede l’ultimo gradino… ora è sparsa l’acqua della vita e tutta la lunga scala è da ricominciare. T’ho barattato, amore, con parole. Buio miele che odori dentro diafani vasi sotto mille e seicento anni di lava – ti riconoscerò dall’immortale silenzio.
Cristina Campo
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Innamorarsi è un attimo contro la parete bianca penombra verdeggiante liquida e beffarda un salmone argenteo che nel guizzo risale la corrente le pupille d’acero filante s’allargano di luce affondando nere nell’addio un abbraccio brevissimo e la gola d’apnea rossa s’annoda all’ugola trafitta da stupore chiodi sopra il muscolo cardiaco come fosse un puntaspilli annegato nella stretta pulsante il cuore grida al vento quasi morto amore t’amo l’afasia di mille volte.
Loredana Semantica
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Le volte che è con furia che nel tuo ventre cerco la mia gioia è perché, amore, so che più di tanto non avrà tempo il tempo di scorrere equamente per noi due e che solo in un sogno o dalla corsa del tempo buttandomi giù prima posso fare che un giorno tu non voglia da un altro amore credere l’amore.
La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla dal di fuori o nell’al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.
La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.
Siamo sempre col cellulare in mano, ma questo non sempre è un male, giusto qualche giorno fa eravamo in due in macchina su una provinciale ancor più a sud della mia città, avvolti dall’imbrunire suggestivo di un tardo pomeriggio siculo. Lui guidava, io cazzeggiavo al cellulare. Più o meno in prossimità di un passaggio a livello in sosta in attesa del passaggio del treno, vicino alla casa cantoniera, fermi a sinistra dei “pali di ficurinnia” piantati improvvidamente sul ciglio della strada, allora proprio allora, dallo schermo del telefonino è balzato fuori questo testo di Hazim Hikmet, come la poesia sbuca dal silenzio.
Lo leggo e lo trovo bellissimo, sento il bisogno di leggerlo al mio compagno che, a sua volta, lo trova bellissimo. L’esito dello scambio di opinioni è questa forma alchemica. “Forma alchemica” è la rubrica del blog Limina mundi nella quale rendo omaggio alle poesie che realizzano la perfetta alchimia di suono e senso, come spiego meglio qui.
Dal punto di vista formale il testo si compone di tre strofe, alcune frasi sono usate come un refrain “la vita non è uno scherzo” e “prendila sul serio”. Costituiscono il primo e secondo verso della prima e seconda strofa. “Prendila sul serio” introduce la terza strofa. Queste espressioni usate sono colloquiali, il poeta infatti si rivolge a un tu al quale parla, producono l’effetto di avvicinare il testo a una conversazione e di avvicinare l’interlocutore all’ascoltatore.
Nella prima strofa compare uno scoiattolo che non ci si attende dopo un inizio che promette una chiave di lettura della “vita”, ciò provoca un piccolo effetto sorpresa. Lo scoiattolo vuol essere un esempio, il riferimento a una creaturina che vive senza attese e pretese, un animaletto del bosco, ma avrebbe potuto essere un pesce nel mare, un uccello nel cielo, un giglio del campo. Esseri che non vivono nell’ansia del domani dell’oltre o del dopo, ma nel presente e semplicemente.
In questo pensiero poetico si avverte una singolare sintonia con il pensiero cristiano. Sovviene il passo del Vangelo Mt 6,25–33 nel quale le parole di Gesù sono un invito ad affidarsi alla benevolenza celeste, alla grazia che soccorre sempre anche qui chiamando in causa le piccole creature. Parole che sono di speranza nell’ansia e nell’affanno.
«Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” Mt 6,25–33
Ora siamo dentro una pandemia che spegne entusiasmo, iniziative, socialità. Leggere questo inno alla vita produce un particolare effetto di apertura e libertà. Regala un respiro di sollievo. Tocca le profondità.
La seconda strofa è dedicata al sacrificio estremo di quegli uomini che muoiono per altri uomini, per la loro libertà, davanti a un plotone d’esecuzione, o in un laboratorio di ricerca, gli occhi sui vetrini e provette a consumare la vita o a perderla per la salvezza di altri.
Anche questa strofa in questo momento storico assume un significato particolare, perché omaggia il sacrificio degli uomini di scienza, e ce ne sono, ne abbiamo visti, ma molti di più sono quelli che non vediamo, quelli dei quali non sappiamo, che i giornali non mettono in prima pagina o in un articolo per ottenere visualizzazioni, che non sono figure da copertina o disponibili all’esposizione, ma piuttosto esseri autentici e sconosciuti, sofferenti e determinati. Coraggiosi. Per tutti penso alle decine e decine di operatori sanitari morti sul campo di questa infausta pandemia. Di certo non l’avrebbero voluto. Come uomini e donne messi al muro.
Per l’ultima strofa ritorno per un attimo alla premessa raccontata sopra, chiarisco che quella raccontata non è la prima volta che leggevo questa poesia di Hikmet, già in passato l’avevo apprezzata, ma le circostanze erano diverse.
Quella sera di cui racconto avevamo lasciato alle nostre spalle un rettilineo che attraversa distese di uliveti. Ulivi annosi e contorti. Le foglie luccicanti d’argento. I polloni rigogliosi. Alberi fruttiferi e maestosi. In cima a questo post la foto di uno di essi. La chiusa del testo è un focus su vita, morte e ulivo. Quest’ultimo è un albero di alta valenza simbolica. Innanzitutto per le sue caratteristiche. La sua longevità fino a diventare albero secolare. La duttilità del tronco che si contorce per l’azione del vento, diventando una sorta di scultura viva. La capacità di sopravvivere in terreni aridi, sassosi e scoscesi, aprendosi la strada con le radici verso il suolo. Quella ancora più sorprendente di resilienza. E’ capace, distrutto da un’incendio, di gettare ancora polloni dalla ceppaia. Ama la luce, il sole, soffre il freddo e l’ombra. Il frutto che regala, buono in sé da mangiare (opportunamente trattato), è utile per produrre l’olio, prezioso nella cucina e nell’alimentazione. L’olivo era considerato sacro dai Greci, è simbolo di pace e rinascita. Dopo il diluvio per segno dell’emersione della terra una colomba porta a Noè un rametto d’ulivo. E’ simbolo di riconciliazione tra il divino e l’umano. Lo stesso olio che si estrae dall’oliva per la religione cristiana, una volta benedetto, è il crisma con cui si segna il cresimando, che si somministra agli infermi nell’estrema unzione.
Piantare ulivi a settant’anni è un gesto di resistenza alla morte, è la speranza di vederli crescere, il segno della continuità della vita, la consegna di questo spirito combattivo e anelante a una pianta che con ogni probabilità ci sopravvivrà.
L’ultimo aspetto che intendo rimarcare nella poesia e del suo legarsi singolarmente al nostro tempo richiede di riportare in breve gli aspetti salienti della vita dell’autore.
Nazim Hikmet viene detto spesso poeta turco, ma non mi sembra che questa nazionalità turca lo vesta perfettamente. Egli nacque a Salonicco, in Grecia, nel 1901, il padre era un diplomatico turco, la madre era una pittrice di nazionalità polacca. Nazim appena ventenne dovette lasciare la Turchia per ragioni politiche avendo pubblicamente denunciato il genocidio armeno. Si recò a Mosca dove maturò la sua formazione politica comunista. Tornato in Turchia nel 1928 per le sue idee comuniste, antinaziste e antifranchiste fu carcerato per cinque anni, poi liberato e nuovamente perseguitato, torturato e carcerato come sovversivo dal governo turco nazionalista.
La condanna inflitta era a 28 anni di detenzione, Hikmet ne scontò 12, dal 1938 al 1950. Nel 1950 fu liberato a seguito di uno sciopero della fame di diciotto giorni che compromise la salute del suo cuore e grazie a iniziative di solidarietà internazionale da parte di artisti e intellettuali.
Una volta libero, scampato a due attentati, fu costretto all’esilio, separato da moglie e figlio, in quanto il governo turno non permise loro di seguirlo. Nazim rinunciò alla nazionalità turca nel 1951, e, come rifugiato politico, acquistò quella polacca, la stessa della madre.
Egli visse poi soprattutto a Mosca, dove fissò la sua residenza e dove morì il 6 giugno del 1963, stroncato da una terza e fatale crisi cardiaca.
Hikmet scrisse la poesia “Alla vita”, proposta in questa forma alchemica, nel 1948, mentre era in carcere. Anche lo stato di prigionia del poeta aggiunge valore al testo. Nel leggerla proprio adesso non si può non correlare lo stato di costrizione in prigionia dell’autore alla particolarità del momento che viviamo e che ci costringe nelle case molto più di quanto desidereremmo. Anche se la detenzione è su basi diverse, lì imposta dalle sbarre punitive, qui dalle disposizioni e sanzioni, ma in sostanza dal buon senso a tutela della propria e altrui salute, sentirla risuonare come un canto di profonda libertà, pensare alla prigionia del suo autore, legge e rilegge in qualche modo il sentire del nostro tempo, lo rielabora, lo distende.
Quando muore Norma Jeane Mortenson più nota come Marilyn Monroe, il 5 agosto del 1962, io non avevo nemmeno compiuto un anno, non ricordo nulla di questa notizia, ricordo invece quando il 6 giugno del 1968 uccisero Robert Kennedy, ci pensò mio padre ad imprimere la notizia bene nella mia mente con una sberla motivata dalla mia esuberanza e pretesa di attenzione ignara della gravità dell’evento che giusto in quel momento comunicavano al notiziario serale. Tra la morte di Marilyn e l’omicidio di Robert Kennedy si colloca l’omicidio del fratello di Robert, 35° Presidente degli Stati Uniti d’America, John Fitzgerald Kennedy, ucciso a Dallas il 22 novembre del 1963. Uno strano filo letale lega Marilyn a queste uccisioni, giacché si scopre, ma molto tempo dopo, che Marilyn era diventata l’amante di John e di Robert.
Ancora oggi si dice che il Presidente degli Stati Uniti d’America sia l’uomo più potente del mondo e certo Marilyn ne doveva essere ben consapevole mentre cantava sensuale e infantile al tempo stesso, fasciata in un carnale abito rosa pelle “Happy Birthday Mister President” alla festa di compleanno di John. Non c’è da sorprendersi che siano nati molti misteri e voci sulle cause della morte dell’attrice cantante e modella statunitense: dal suicidio per ingestione di barbiturici, all’omicidio ordito dai Kennedy perché diventata pericolosa per gli amanti ai vertici della scena politica americana, all’esecuzione con supposta di veleno per vendetta eseguita dalla mafia nei confronti del Presidente americano che non corrispondeva alle pretese mafiose e con lo scopo di infangare la famiglia Kennedy. Ciò secondo la testimonianza del mafioso Chuck Giancana, confortata dal fatto che all’autopsia non furono trovate pastiglie nello stomaco dell’attrice, ma livelli elevati di barbiturici nel sangue ed ecchimosi su un’anca e la schiena. In effetti per raggiungere lo scopo di screditare i Kennedy sarebbe bastato diffondere le notizie dei comportamenti libertini del Presidente, alquanto affamato dell’altro sesso da avere le cosiddette “ragazze d’occasione” sempre a disposizione. Non so se l’affascinante Marilyn potesse dirsi appartenere a questa schiera, certo la storia l’ha consegnata a ben altro ruolo di icona pop, diva, sex symbol. Per essere stata capace di costruire con le sue sole forze il suo mito, cominciando da un’infanzia di disagio, per la sua sofferta ascesa, l’evidente infelicità, il fulgido esempio di bellezza, la fragilità e la resistenza con cui si oppose alle avversità, il fascino della sua radiosa femminilità, desidero includerla nella lista delle grandi donne del blog Limina mundi e renderle omaggio.
Marilyn ha conquistato fama durevole proprio facendo leva sulle doti che tanto gli uomini amano in una donna: bellezza e sensualità. Era la donna più desiderata dell’epoca. Dedicava tempo al mantenimento dello splendore della pelle, che, si diceva, emanasse una luminosità esclusiva. Si dedicava alla cura del corpo con esercizi fisici e sollevamento pesi mattutini, aveva attenzione per la sua alimentazione e curava naturalmente anche i suoi capelli, che, da castani naturali, divennero biondi decolorati catalizzatori del suo fascino. Sperimentò tutti i livelli di biondo: dorato, cenere, platino fino ad approdare al quel biondo da lei chiamato “federa” – praticamente bianco – che ancora oggi associamo al suo taglio medio ondulato che l’ha resa diva.
Il Presidente degli Stati Uniti d’America è l’uomo più potente del mondo e certo Marilyn ne aveva fatta di strada per approdare a cotanto amante. Nel 1926, quando nacque, sua madre Gladys Monroe, mentalmente instabile, non era in grado di prendersi cura della figlia neonata, quindi l’affidò a una coppia di coniugi Wayne e Ida Bolender che crebbero la piccola Norma Jeane fino a sette anni, poi la bimba fu affidata a una coppia di inglesi, insieme ai quali per un certo periodo lei tornò a vivere con la madre. Gladys però afflitta da esaurimento nervoso, per una caduta dalle scale fu ricoverata al Los Angeles General Hospital e successivamente le venne diagnosticata una schizofrenia paranoide, quindi dichiarata incapace di intendere e volere.
Di Norma si occupò in qualità di tutrice la migliore amica della madre, Grace McKee, che lavorava nell’archivio delle pellicole della Columbia Pictures, ciò indusse Norma ad interessarsi di cinema. Nel 1935, quando Grace McKee si sposò, Norma Jeane fu portata nell’orfanotrofio di Los Angeles, aveva 9 anni. Fu affidata poi a diverse famiglie e parenti facendo sempre ritorno all’orfanotrofio, dove cominciò a lavorare come vivandiera. In questo periodo non mancarono a corredo storie di violenze e abusi veri o presunti. Nel 1941, a 15 anni, Norma Jean tornò da Grace Mckee e frequentò la scuola. Lì conobbe un vicino di casa James Dougherty e, appena sedicenne, lo sposò. Quattro anni dopo divorziarono. Nel 1944 James partì per il fronte e lei si trasferì dalla suocera a Los Angeles, prese il posto del marito in una fabbrica di aeroplani come operaia.
James Dougherty e Marilyn Monroe
La sua carriera inizia, quando David Conover si reca in fabbrica per fotografare ragazze che “tenessero su il morale alle truppe” e la incoraggia a diventare modella. Fa servizi fotografici e poi un’audizione per il cinema. Viene notata. Il significativo passo successivo avviene col regista Ben Lyon che le fa tingere i capelli di biondo e le suggerisce di cambiare nome. Scelgono un nome sensuale, soffice, morbido di emme. Nasce Marilyn Monroe.
Gli inizi non furono facili, i fatti salienti tra il 1947 e il 1949 sono che lei volle studiare all’Actors Lab di Hollywood per migliorare la sua recitazione, ma i film a cui prese parte non ebbero successo e comunque le sue erano parti minori, le condizioni economiche non erano buone e accettò, tra l’altro di posare nuda per Playboy, oltre che lavorare come spogliarellista, conoscere nomi del cinema, avere amanti e forse prostituirsi.
L’ascesa al ruolo di star di Hollywood avvenne nel 1953 col film “Niagara” e la definitiva consacrazione con il film “Gli uomini preferiscono le bionde” nel quale canta “Bye bye baby” e “I diamanti sono i migliori amici delle ragazze” (più sotto il video), ingioiellata e vestita con un abito rosa di Travilla, costumista hollywoodiano, abito diventato negli anni seguenti un’icona e fonte d’ispirazione. Seguono i film di successo: “Come sposare un milionario”, “La magnifica preda”, “Quando la moglie è in vacanza”.
All’apice della fama nel 1954 sposò il suo secondo marito, Joe Di Maggio famoso campione di basball, americano di origini siciliane; con lui Marilyn si sentiva protetta e lui a suo modo l’amava, ma era troppo geloso e incline a scenate nelle quali volavano schiaffi. In sintesi Joe non accettava che la moglie fosse un’attrice famosa, conducesse una vita mondana e fosse desiderata da tanti uomini. Il matrimonio non durò nemmeno un anno. L’iconica scena nella quale la gonna plissettata dell’attrice si solleva per la folata del passaggio del treno su una presa d’aria della metropolitana, avvenuta casualmente nella realtà e ricreata in studio nel film “Quando la moglie è in vacanza”, oltre che diventare un altro momento cult della carriera dell’attrice, fu causa di litigio con Joe Di Maggio.
Marilyn Monroe e Joe Di Maggio
Nel 1956 gira il film “Fermata d’autobus” che le varrà la nomination al Golden Globe come migliore attrice di film commedia. A dire il vero Marylin per tutta la vita cercò di affrancarsi dal ruolo di bionda fatale e anche di progredire nelle sue capacità di recitazione. Studiando recitazione all’Actors Lab di Hollywood, all’ Actor’s Studio di New York, iscrivendosi all’Università della California, Los Angeles, dove studiò critica letteraria e artistica, facendosi spesso seguire da diversi insegnanti di recitazione. Potremmo dire senz’altro che prendeva la sua professione alquanto sul serio, ed aveva quella consapevolezza di sé che la porterà a rifiutare un ruolo in un musical per la ragione che il coprotagonista maschile, Frank Sinatra, riceveva un compenso oltre 3 volte superiore al suo.
Nella vita di Marilyn si susseguirono, amanti (Johnny Hyde, Robert Slatzer – sposato e lasciato con un matrimonio lampo di appena tre giorni – Frank Sinatra, Yves Montand e altri), film di successo, copertine di riviste, canzoni, dischi, aborti (lei stessa ne riferisce ben 14), interventi chirurgici (uno anche estetico per affilare naso e ammorbidire il mento), medicine, champagne.
Nel 1956 sposa il drammaturgo Arthur Miller, convertendosi, per poterlo sposare, all’ebraismo. Altro matrimonio, altro flop. Durante questa unione gira “Il principe e la ballerina” di Laurence Olivier e nel 1958 con Jack Lemmon e Tony Curtis, “A qualcuno piace caldo”. Per questo film vince il Golden globe come miglior attrice di film commedia. Il suo ultimo film fu “Gli spostati” con Clark Gable e Montgomery Clift. La sceneggiatura del film era scritta dallo stesso Arthur Miller in omaggio alla moglie. Quando il film fu girato però il matrimonio era già finito con un divorzio.
Arthur Miller e Marilyn Monroe
Nel 1962 iniziarono le riprese del film “Something’s Got to Give”, ma Marylin per la prematura morte non poté ultimarlo e il film fu girato nuovamente con Doris Day che ne prese il posto. Negli ultimi anni la salute mentale di Marylin andò deteriorandosi, soffriva d’insonnia, ingeriva spesso farmaci e alcolici. Si rivolse a uno psichiatra di New York, il dr. Greenson che cercò di ridurre questi abusi. Allontanatasi da New York e dal medico, Marilyn torna a farne uso, giunge a sentire il bisogno di cure psichiatriche tanto che si fa ricoverare in anonimato all’Ospedale Psichiatrico di New York. Quando si sentì chiusa in gabbia chiese aiuto all’ex marito Joe Di Maggio che la fece uscire. E’ il periodo in cui Marilyn diventa amante dei Kennedy. Si avvicina la fine. Con la Century Fox che la licenzia a causa della discontinuità sul set si apre una crisi e una controversia legale. Questi problemi tuttavia sembravano ormai risolti. L’attrice il 1° agosto del 1962 aveva tra le mani un nuovo contratto con la casa cinematografica per un milione di dollari e due film, inoltre si prospettava un un contratto come registra, attrice e sceneggiatrice con una casa cinematografica italiana per quattro film e un compenso di ben dieci milioni di dollari. Si apriva uno scenario di opportunità.
Il 5 agosto del 1962 venne trovata morta nella sua casa a Los Angeles, il poliziotto che per primo raggiunse la sua stanza nel rapporto riferì di averla trovata sul letto, riversa in diagonale, coperta da un lenzuolo, successivamente altri aggiunsero i particolari della cornetta in mano e del corpo nudo.
Solo i suoi capelli saranno stati lieti della sua morte, non più stressati dalle decolorazioni. Tutti gli altri espressero il cordoglio che si deve a un talento che ha pagato alla vita il suo tributo di sofferenza per restituire splendore. Si apre così il cinquantennio successivo di mostre celebrative e aste su abiti e oggetti personali della diva pagati anche svariati milioni di dollari. Il che è testimonianza della popolarità, ammirazione e desiderio che circondavano l’attrice a livello internazionale.
Marilyn amava farsi fotografare, seguiva i consigli di un amico fotografo che le diceva: se vuoi diventare famosa fai tante foto, devono sempre vederti sui giornali, e lei non si sottraeva all’obiettivo, anzi, davanti all’obiettivo, si trasformava, veniva fuori la sua carica sensuale, ma anche lo sguardo malizioso, quella risata da baciare, il rossetto rosso fuoco, i denti candidi, la pelle di neve (non amava abbronzarsi), le gambe perfette, il seno da coppa di champagne. Lo stesso accadeva davanti alla cinepresa, improvvisamente la smemorata ragazza triste, che arrivava sempre in ritardo e dimenticava le battute, si animava di un incredibile charme e vestita di gioielli luce e abiti glamour cantava: “ I migliori amici delle ragazze sono i diamanti”. Ed è vero. Guardatela nel video e dite se non può che essere vero.
Poiché è attraverso le foto che è stata tramandata ai posteri la sua bellezza, non posso che affidarmi alle foto per trametterla a mia volta. Propongo una carrellata di scatti che tentano l’impossibile, similmente a quando, con la fotografia, la pittura, la parola, si vorrebbe penetrare l’essenza di una rosa, cogliere quell’irresistibile fascino che l’immagine non rende, ma che è l’insieme di voce, corpo, movimento, espressione.
Concludo dicendo che Marilyn è stata anche molto amata. Robert Slatzer non trascurò mai per tutta la vita l’omaggio di rose bianche alla sua tomba. Joe Di Maggio lo testimonierà, organizzando e sostenendo le spese dei suoi funerali, portando per vent’anni fiori sulla sua tomba ad ogni compleanno. Miller scriverà la biografia “Io la conoscevo”, ma personalmente dubito che la conoscesse veramente, giacché è un pozzo nero l’infelicità e poi quattro anni di matrimonio non bastano per conoscere una donna, a volte nemmeno quaranta. Insomma di certo gli uomini non hanno saputo fare felice Marilyn, forse lei sceglieva male, ma più probabilmente il ruolo di sex symbol è incompatibile con quello di moglie di un solo uomo.
Resta comunque vero che la morte precoce, nel pieno della bellezza femminile, ha definitivamente consacrato Marilyn Monroe a eterna diva.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.
Oggi è la volta di Jacques Prèvert
Oasi Mirò (da “Sole di notte”)
Uccelli giallo folle vestiti di nero bruciato
in un cielo nero deserto
volavano.
Verde verde
Garcia Lorca cantava
Astro di rosso rame il suo cuore li attirava.
È colpa della luna
le lacrime sanno di sale
e le onde più sottili del mare
si erano rotte come vetro
sulla più tenera roccia.
le lacrime sanno di sale
è per colpa della luna
che governa le maree.
Oggi è il primo dell’anno 2021, una data che scritta tutta in numeri, 1.1.2021 ha un assonante fascino da “numero uno”. Come un segno di avvio e rinascita. Voglia il cielo che l’anno che ci lasciamo alle spalle sia una storia conclusa e col nuovo, appena iniziato, si apra un nuovo capitolo per l’umanità.
Uno scenario nel quale la malattia che ci ha ricordato quanto siamo deboli, fragili e mortali, quanto basta un soffio per metterci in ginocchio, sia debellata, e gli uomini, più consapevoli della preziosità degli affetti e della necessità di ripensare un diverso stile di vita e di rapporti sociali, generino pensiero e azione volti a “curare” la terra che abitano, a rispettare tutte le diversità, contrastare la povertà, dissipare le guerre.
Un augurio “grandioso”, ma credo fosse necessario esprimere il carico “spirituale” del significativo momento storico che stiamo vivendo e la speranza accomunante del superamento prossimo della pandemia, il desiderio di rinascita e conversione.
Non dimentichiamo però che fine e inizio d’anno sono un’occasione, ormai tradizionale, su questo blog, di dare uno sguardo al lavoro svolto sul blog stesso, un bilancio che, come al solito richiede l’ausilio dei numeri, il concorso dei nomi.
Con oggi e in questo momento il blog Limina mundi registra 168.264 visite dalla sua nascita e 188 follower. Sono stati pubblicati in tutto 684 articoli. Nell’anno 2020 sono stati pubblicati 134 post che, rispetto ai 101 dell’anno 2019 sono un incremento. Questo dato offre l’occasione per sottolineare l’aspetto più innovativo che ha riguardato il blog nel 2020 e cioè la partecipazione di Adriana Gloria Marigo e Annamaria Bonfiglio, entrate a far parte della redazione del blog.
Altri autori che hanno contribuito sono: Emilio Capaccio con tre sue poesie e le traduzioni delle quali dirò più sotto, Cinzia della Ciana (con i racconti “Solfeggiando in emergenza”, e “Teiera triste”), Francesco Tontoli (racconto “Griot in the city”, le poesie “10 quarantene”), Francesco Palmieri (nota critica a “Maternità Marina” di autori vari a cura di Silvia Rosa e Valeria Bianchi Mian), Pietro Pancamo (racconto “Serafino preposto al coraggio”), Giorgio Brunelli (racconto “BYE (Chapbook)”, Franca Alaimo (nota critica “Al dio dei ritorni” di Maria Allo), Maria Allo con una sua lettura a “Corpo di pane” di Elisa Ruotolo.
Questi nomi appena citati spiegano l’incremento di produzione, se fossimo un’azienda che produce e vende potremmo dire che l’offerta si è arricchita, ma poiché non lo siamo e il linguaggio da sponsor non è nelle nostre corde, né si addice allo spirito del blog, diciamo piuttosto che è bello che si sviluppi l’aspetto corale del blog, è un piacere avere più voci presenti a dare forma, suono e colore all’arte.
Scendendo più nei dettagli di quanto è stato fatto:
Adriana Gloria Marigo ha pubblicato nella sua rubrica Miscelaneas 22 articoli nei quali ha presentato gli autori: Silvio Raffo, Luciano Domenighini, Gianluca Conte, Marcks Hediger, Francesco Zevio, Alessandro Quattone, Paul Morand, Gabriella Cinti, Alain De Botton, Giorgio Bolla, Valentina Meloni, Giancarlo Stoccoro, Victoria Surliuga, Ezio Gribaudo, Fabio Dainotti, John Taylor, Paolo Menon, la rivista Traduzionetradizione diretta da Claudia Azzola, nonché gli interventi critici a firma della stessa Marigo, di Fabio Pusterla, di Silvio Aman, in particolare di Aman su “Astro immemore” del quale Adriana Gloria Marigo è autrice. Adriana ha chiuso l’anno con la proposta poetica del giorno di Natale.
Annamaria Bonfiglio ha pubblicato 9 articoli nei quali ha affrontato la poetica o aspetti specifici della poetica di Jean Louis Borges, Luigi Pirandello, Angelo Maria Ripellino, Cristina Campo. Ha proposto inoltre note di lettura di “Nei giorni per versi” di Anna Maria Curci, “Vite ordinarie” di Franca Alaimo, “Cadere Volare” di Clelia Lombardo e “Cuore di preda” di varie autrici , quest’ultimo sul tema della violenza di genere, presente e ingravescente, della quale è sempre bene mai smettere di parlare.
Deborah Mega ha pubblicato circa 50 articoli. Ha continuato a curare la rubrica “Epistole d’autore” (3 articoli) e la rubrica “Racconti” con analisi critica di 6 racconti proposti alla lettura, ha pubblicato le interviste a Mario Fresa su “Bestia divina”, Nino Iacovella su “ La linea Gustav”, Silvia Rosa su “Maternità Marina” e a Sergio Sichenze su “Tutto è uno”. Ha inoltre scritto e pubblicato le seguenti recensioni a “Fiori estinti” e “Poema della fine” di Mattia Tarantino, “Galatina Un sogno d’amore” di Dante Maffia e Elio Scarciglia, “Tutto è uno” di Sergio Sichenze, “La crepa madre” di Carlo Tosetti e “Archivio del bianco” di Stefania Onidi.
Loredana Semantica ha pubblicato circa 50 articoli tra i quali le interviste agli autori Federica Galetto per “La neve e la libellula”, Sal Ferranti per “La legge della piuma”, Mariangela Ruggiu “Il suono del grano”, Patrizia Destro “Haiku dal silenzio”, Viviana Viviani “Se mi ami sopravvalutami”, Cinzia della Ciana “Grumi sciolti”. Loredana Semantica ha pubblicato nella rubrica “Cronache sospese” 1 articolo e 2 articoli nella rubrica “Prisma lirico”. Dal 14 marzo al 16 maggio 2020 ha curato la rubrica #cronacheincoronate pubblicando i racconti di vita quotidiana di se stessa alle prese col profondo lock down italiano in tempo di pandemia. La rubrica aperta ai contributi di chi volesse offrirli, ha visto la partecipazione di Antonella Pizzo e Flavio Almerighi, Deborah Mega, Anna Maria Bonfiglio Cinzia Della Ciana. Nell’anno 2020 è stata avviata la rubrica “Idiomatiche”. L’inaugurazione della rubrica è avvenuta con le traduzioni di Yves Bonnefoy ad opera di Emilio Capaccio e l’arte fotografica di Lorenzo Noto. Successivamente Emilio Capaccio ha proposto sue traduzioni di Seamus Heaney, Carlos Drummond de Andrade, Walt Whitman, Angel Gonzalez. Nella rubrica sono presenti diverse traduzioni del neo premio Nobel Louise Gluck ad opera di Antonella Pizzo, Deborah Mega e Loredana Semantica. In tutto la rubrica Idiomatiche raccoglie 17 articoli.
In “Canto presente” nel 2020 abbiamo ospitato: Marina Marchesiello, Marcello Buttazzo, Giovanni Ibello, Giampaolo Mastropasqua, Nicola Grato, Davide Cortese, Andrea Castrovinci Zenna, Ivano Mugnaini.
In “Versi trasversali” abbiamo ospitato: Alessio Vailati, Michela Zanarella.
Non mancano vari articoli a cura di Loredana Semantica e Deborah Mega per particolari occasioni di celebrazione, festività o memoria. Un po’ come questo, volendo, che ripercorre un anno di lavoro e dà spessore all’opera che cerchiamo di realizzare. Mi pare non ci sia altro da dire. Mancano solo gli auguri sintetici, quelli speciali sono già all’inizio di questo post. C’è tutto: “Numeri e Auguri”.
Fernanda Romagnoli nel Prisma lirico di oggi, con Félix Vallotton – Renè Magritte
1
Sonno
Mia madre dorme, sul cuscino il profilo di medaglia, scaldandosi un tremulo ghiro di respiro in fondo alla gola. Dorme con due collane di rughe allacciate alla nuca, il sopracciglio in pieghe di pacata meraviglia. I capelli riposano leggeri nell’ombra che al suo corpo fa da culla. Ma la mano s’è arresa, crocefissa alla vita.
Poesia “Sonno” di Fernanda Romagnoli, da Il tredicesimo invitato, 1980
2
Opere
1) Félix Vallotton, Donna sdraiata che dorme, 1899
Prosegue l’attività di traduzione iniziata qui, in calce a quel post troverete nei commenti i link/ping a tutte le precedenti traduzioni
End of Summer
(Louise Glück)
After all things occurred to me,
the void occurred to me.
There is a limit
to the pleasure I had in form –
I am not like you in this,
I have no release in another body,
I have no need
of shelter outside myself –
My poor inspired
creation, you are
distractions, finally,
mere curtailment; you are
too little like me in the end
to please me.
And so adamant –
you want to be paid off
for your disappearance,
all paid in some part of the earth,
some souvenir, as you were once
rewarded for labor,
the scribe being paid
in silver, the shepherd in barley
although it is not earth
that is lasting, not
these small chips of matter –
If you would open your eyes
you would see me, you would see
the emptiness of heaven
mirrored on earth, the fields
vacant again, lifeless, covered with snow –
then white light
no longer disguised as matter.
La fine dell’estate
(traduzione di Deborah Mega)
Dopo che ogni cosa mi è tornata in mente,
mi ha raggiunta il vuoto.
C’è un limite
al piacere che ho avuto nel corpo –
in questo non sono come te,
non ho liberazione in un altro corpo,
non ho bisogno
di protezione oltre a me stessa-
la mia povera ispirata
creazione, voi siete
distrazioni, infine,
pura riduzione; siete
troppo poco come me alla fine
per farmi piacere.
E così irremovibile –
vuoi essere ripagato
per la tua scomparsa,
tutto pagato in qualche parte della terra,
qualche souvenir, come eri una volta
ricompensato per la fatica,
lo scriba viene pagato
in argento, il pastore in orzo
sebbene non sia terra
quella che dura, non
questi piccoli frammenti di materia –
Se aprissi gli occhi
mi vedresti, vedresti
il vuoto del cielo
rispecchiato sulla terra, i campi
di nuovo vuoti, senza vita, coperti di neve –
poi luce bianca
non più travestita di materia.
Nota di lettura di Franca Alaimo a “Al dio dei ritorni” di Maria Allo. Galassia Arte, 2013
“Un dolore ci sgretola la luce/ ovunque sulla terra”: sono i versi conclusivi di un testo della silloge. Al dio dei ritorni (Ed. Galassia Arte, 2013), che dichiarano il disincanto radicale dell’autrice di fronte ad una quotidianità stanca ed opaca, rischiarata soltanto dalla poesia che non si stanca di inseguire visioni di armonia, mentre si agglutina intorno a ripetizioni dolenti, quali: “Non c’è riparo”, “Non c’è risposta”, “Non vi è luce”, che costellano un libro severo e vertiginoso come Solchi (L’arcolaio Ed, 2016), dove ogni parola assume il tono di una perentoria condanna della falsa mappa valoriale condivisa dall’uomo contemporaneo.
Ad essa, con la forza di un lessico corrosivo, la Allo oppone la passione di un’anima irrequieta, in cerca di assolutezza, e la tensione spasmodica verso una dimensione utopica, che la fanno oscillare continuamente fra la terra e un altrove (mistico per la sua purezza, ma non religioso) attraverso l’uso abbondante delle metafore che le facilitano l’accostamento a volte ardito, quasi bruciante, fra i frammenti dell’essere,
I suoi testi hanno molto a che fare con i quattro elementi fondanti dell’esistenza, ognuno dei quali affonda nella plurisignificanza dei simboli e dei miti, ma probabilmente è il fuoco (che influenza perfino la qualità del lessico) a predominare per quella segreta prossimità che si stabilisce fra ogni poeta e lo spazio geografico della sua quotidianità, ché del suo paese, nella provincia di Catania, molto affascina la presenza dell’Etna con i suoi rimbombi sonori e il suo inesausto ribollire, enigma e terrore, figura dell’inesauribile ossimoro vita-morte, metafora della stessa indole dell’autrice.
La morte viene assai più corteggiata della vita, in quanto possibilità di precipizio nel nulla purificante, nel silenzio a cui anela l’atto stesso dello scrivere, anche se ossimoricamente il poeta deve vestirlo di suoni. Fra l’altro la Allo possiede una sua fluviale poematicità, così che il discorso iniziato con la prima raccolta del 2011 Riflessi di rugiada (Albatros Ed.) trova una sua continuità nelle altre successive, delineando un mondo interiore coerente, anche se palpitante di rielaborazioni sempre nuove, all’interno di un’indagine che non sa e non può esaurirsi in risposte definitive, sebbene la meta sia sempre identica a se stessa: un possibile ritorno alla purezza, alla luce della gioia spesso intraviste nei paesaggi naturali, nei volti dei bambini, nei ricordi dei luoghi e degli affetti dell’infanzia: “La catena d’oro col il topazio bianco sul gilè/ Il grande pino la casa rossa “i Rosi”.
Spesso i testi hanno come soggetto o interlocutrice la Poesia stessa, così che, mettendo insieme le molte e sparse definizioni di essa, si possono dedurre i principi della poetica della Allo: “Opera di svelamento è la parola”, “Creare è dare una forma al proprio destino” (in Riflessi di rugiada); “bagliore/ che dissolve l’ombra”, “una realtà in un’altra realtà” (in Al dio dei ritorni); “Il macero segreto”, “luce che veglia” (in Solchi); “suono che ci tiene in vita”, “grappolo di luce in cui cadere” (in La terra che rimane).
La poesia della Allo, in sostanza, muove da una postura filosofico-esistenziale, nutrita di molte letture e riflessioni, che, mentre indaga il dolore (l’autrice esprime pienamente il tragico dell’anima siciliana), il senso dell’essere e il convulso apparire e sparire delle cose, non dimentica di introdurre nei versi squarci di bellezza paesaggistica tipicamente mediterranei (il mare, il sorbo, l’Etna, certe trasparenze di luci, il soffio del maestrale), e lampi emotivi (“la scintilla d’amore in mezzo al petto”), ma sempre avendo presente il destino dell’uomo, “la meta di umana compassione/ così vasta da non avere direzione”.
Franca Alaimo
26 ottobre 2020
Nota biobibliografica
Maria Allo, laureata in Lettere Classiche, poetessa e traduttrice siciliana. Vive tra Parigi e Catania. Scrive su numerosi blog letterari tra cui Solchi e i suoi testi sono apparsi anche su diverse riviste di studi letterari . Ha al suo attivo diverse pubblicazioni antologiche e cinque sillogi di poesia: “I sentieri della speranza”, Gabrieli Editore marzo 1985;” Riflessi di rugiada. Cose sparse di me”, Gruppo Albatros 2011; “Al dio dei ritorni”, Galassia Arte Anno 2014; “Solchi. La parabola si compie nei risvegli “, Editore L’Arcolaio Anno 2016, “La terra che rimane” Edizioni di poesia Controluna Anno 2018 e “Talenti di donna “Onirica edizioni Anno 2013, come curatore. Ha scritto molte recensioni sulle opere dei poeti contemporanei. Alcuni suoi testi sono stati tradotti in spagnolo. Ha tradotto testi di autori greci contemporanei.
Prosegue l’attività di traduzione iniziata qui, in calce a quel post troverete nei commenti i link/ping a tutte le precedenti traduzioni
The Mirror
(Louise Glück)
Watching you in the mirror I wonder
what it is like to be so beautiful
and why you do not love
but cut yourself, shaving
like a blind man. I think you let me stare
so you can turn against yourself
with greater violence,
needing to show me how you scrape the flesh away
scornfully and without hesitation
until I see you correctly,
as a man bleeding, not
the reflection I desire.
Lo specchio
(traduzione di Deborah Mega)
Guardandoti nello specchio mi chiedo
cosa si provi a essere così bello
e perché non ti ami
ma ti tagli, radendoti
come un cieco. Credo che lasci che ti fissi
così puoi rivolgerti contro te stesso
con maggiore violenza,
chè hai bisogno di mostrarmi come strappi via la pelle
con disprezzo e senza esitazione
finché ti vedo correttamente
come un uomo che sanguina, non
come il riflesso che desidero.
“Solfeggiando…in emergenza” è un racconto breve di Cinzia Della Ciana che appartiene alla raccolta “Solfeggi” della stessa autrice. Il racconto suggerisce un possibile antidoto al tempo difficile che stiamo vivendo. Non un rimedio risolutivo, ma che aiuta a superarlo e rende meno cupo il percorso: il sorriso. Consigliatissimo. Il rimedio, certo, ma anche il racconto.
Ma pensa te…
Che ti passa per la testa Linda stamattina, ti vedo contrariata?
Cose da pazzi! Da pa-zzi!
Ch’è successo?
E’ successo che la nostra Lella non viene più a casa a fare le pulizie!
E perché non viene? Non sta bene forse?
No no, sta benissimo!
Sicura?
Sicurissima! É perfettamente lucida e in forma, l’ho appena sentita al telefono.
Con questi chiari di luna bisogna esserne sicuri, perché se ci fosse anche un minimo dubbio che non stesse bene, allora… allora sarebbe meglio per tutti che non venisse!
Così questa casa chissà chi la pulisce, eh? Ma che discorsi fai?
Meglio da soli che male accompagnati!
Sentitelo il signorino, lui fa presto a dire meglio “soli”… tanto a strusciare lui non è avvezzo, l’olio di gomito preferisce comprarlo al posto di darlo!
Ma insomma non cambiar discorso Linda, piuttosto dimmi un po’… perché la Lella non verrebbe da noi?
Questa mattina, è lunedì lo sai, il lunedì arriva presto perché deve fare i terrazzi e anche tutte le vetrate del salone, ecco mi ha telefonato precisamente cinque minuti prima delle otto…, dico ma si può avvertire così a ridosso? Nemmeno in cent’anni una come lei, una con lo stipendio fisso, imparerebbe l’educazione!
Insomma non la fare lunga, arriva al sodo, che t’ha detto?
Ha cominciato così: “Signora Linda ha sentito il Premier ieri sera?” e io: “Il premier chi?” e lei: “Ma come, il Presidente del Consiglio!”… Capito? Lei, la Lella di “Ponte alla polpetta”, il Capo dello Governo mica lo chiama come noi che poveri cristiani s’è fatto tanti sacrifici per mettere su la fabbrica e per comprarsi l’attico! Lei, senza pensieri, aspetta di riscuotere la fine del mese e a forza di guardare i filmini americani lo chiama il Premier… incredibile!
Insomma Linda mi vuoi dire che t’ha detto la Lella?
Un attimo che c’arrivo… e diamine fammele mettere in fila tutte le sue paroline perché devi capire quant’è fina quella lì!
Ancora, uffa…
Dunque dicevo… io le ho risposto che noi s’era andati a cena fuori e che s’era fatto tardi per cui la televisione non s’era guardata. E lei, quella sfrontata, m’ha subito ripreso: “Ma come, ormai di questi tempi, si sa che certi discorsi, i politici, li fanno la domenica sera e tardi e li danno sui social… bisogna essere aggiornati, glielo ricordi al suo caro signor Giovanni: i giornali oggigiorno non bastano più, bisogna esser sempre connessi e non si può aspettare d’andare in edicola il giorno dopo!”
Ma senti questa chi si crede d’esser diventata col telefonino sempre in mano! Per me con quel cellulare sui social c’ha trovato anche il “ganzo”, te lo dico io!
Ah ecco, ora che ho fatto il tuo nome, m’ascolti eh? Senti allora come è svoltata la faccenda…
Dimmi dai…
Io alla provocazione del premier non ho risposto e ho lasciato correre, così lei ha continuato dicendo: “Signora Linda i dati del covid sono arrivati a livelli preoccupanti, non si può continuare a uscire come fate voi, …”
Pure! Ora c’ha da ridire anche sul fatto che noi si va fuori?
Certo! Dice che noi siamo sempre in giro, una sera qui, un giorno là e che si entra a contatto con tanta di quella gente che quando si torna in casa, si porta dentro un po’ di tutto: microbi, virus e … insomma non siamo più sicuri. Anzi lei sostiene che, a dirla tutta, non siamo nemmeno in regola, perché la casa, questa nostra casa, non è una semplice casa, ma è un luogo di lavoro e quindi…
E quindi?
E quindi lei afferma che per essere in regola andrebbe sanificata!
Sanificata? Ma che discorsi sono questi? Prima di far pulire la casa dalla domestica dovrei chiamare un’altra domestica per farle trovare la casa pulita? O che è grulla? O per chi c’ha preso?
Che domestica e domestica! La Lella la sanificazione la vuole con l’ozono fatta dalle ditte specializzate!
Pure!
Secondo lei è il momento di dare un segnale di sicurezza a tutto il mondo del lavoro: noi dobbiamo cominciare a offrire un orizzonte certo, se no…
Se no?
Se no va seguìta la raccomandazione del governo!
In che senso?
Nel senso che la legge raccomanda lo smart working!
E allora?
Per farla corta: da oggi la Lella lavora in smart working!
Come sarebbe a dire? E lei che fa? Una domestica in smart working? Stira e lava con il computer?
No no… lei ha detto che noi alle 10 le telefoniamo con la video chiamata e quindi lei ci dice, per filo e per segno, quello che va fatto e come va fatto!
Sarebbe?
Sarebbe che lei sa dove stanno i prodotti e gli strumenti e come si usano, lei sa quel che c’è da fare via via in questa casa… e da casa sua lei ci dirige!
Ma che tocca pagarla?
Bellino per forza, che pensi che lei stia al cellulare per nulla?
A me sembra una cosa che non sta né in cielo né in terra! Voglio sentire il commercialista…
Lascia stare dice che quelli del sindacato… insomma non si scampa.
Ma io? Io che c’entro col pulire?
L’hai voluto l’attico? E allora pedala anche te, pallino!
Elisa Ruotolo, Corpo di pane, Nottetempo editrice 2019
Talvolta i poeti cercano una salvezza liberando l’anima dal fardello del corpo, la voce di Elisa Ruotolo in Corpo di pane, delinea un esodo, da un luogo per conquistarne un altro e migliore e la partenza( il termine italiano viaggio e il francese yoyage derivano dal latino viaticus, che indicava l’occorrente per mettersi in cammino) è una maniera per lasciarsi alle spalle il male, per abbandonare il luogo e le occasioni della colpa: il viaggio giunge come castigo e, insieme, come occasione di purificazione. Chi siamo? Da dove veniamo? si chiede Plotino, filosofo del III secolo d.C.
“Io sono quella mai nata e che ancora può scegliersi un cuore le mani giuste un ventre senza ombre.” […] (pp. 33).
Un duplice sentire, pena e strazio, una catàbasi accompagnata da una successiva risalita per testimoniare la verità della sua esperienza, anche con le mutate condizioni di pienezza e apertura agli orizzonti della creatività in Corpo di pane
“…Ho avuto febbri e pesti e colera Senza che nessuno ne prendessi nota…”
E ancora
“… faccio pace col tempo e le sciagure del volar basso degli uccelli.” […] (pp.20)
La poesia è incontro, dono, scoperta per grazia. La conoscenza, quella profonda, non può prescindere dall’accesso al fondo poetico della mente, ed è appunto attraverso la poesia e l’amore che si può trasformare la bellezza in qualcosa che ritorna al mondo e lo arricchisce. Oggi l’uomo sente venir meno i legami con le certezze, con i valori forti che lo avevano fino a ieri sostenuto. Pharmakon, in greco, è una parola ambigua, che può designare sia un veleno sia una medicina. La voce di Elisa Ruotolo in “Corpo di pane “chiama a vivere anzitutto in dignità di fronte a se stessi.
“Usatelo bene, il vostro dolore Ché non diventi mercanzia Né attiri corvi al pasto della pietà.” […] (pp.11)
“C’è sempre un’ora esatta a scoprire d’avere un corpo e sangue a bagnarlo. […] (pp.43)
“Vorrei essere pane Perché l’unico dolore Sarebbe quello del coltello Che incide la crosta.” […] (pp.49)
Ecco. Connessa all’ idea del viaggio è anche l’idea della fatica, del lavoro. E poi al viaggio è associata l’idea della prova, dell’esperienza. La radice indoeuropea dei termini latini experior ed experimentum (da cui esperienza in italiano) è -per, e molti significati secondari di per si riferiscono appunto al movimento, all’attraversare uno spazio. Occorre prendere atto sì del dolore e di quel corpo vivo e vero che la vita ha gettato nel mondo, mai veramente visto e amato e diventato troppo triste e freddo per ospitare l’anima. E ora questo corpo senza più trascendenza urla il suo bisogno di pane e l’anima senza più dimora fa altrettanto, urla il suo bisogno d’amore. Ma amare, come dice Rilke, è una occasione per il singolo di maturare, di diventare un mondo per sé in grazia di un altro e posologia del dolore e dell’amore, le due sezioni che raccordano il volume, fungono da limen, metafora di un passaggio a un’altra di consapevolezza. Appare chiaro che corpo di pane non si proponga di trasmettere messaggi curativi ma un nuovo sguardo su se stessa e il mondo, lo sguardo che nasce dalla trasfigurazione riflessiva e immaginativa come capacità di accoglienza e di ascolto profondo.
“Voglio essere la pietà al momento giusto La carezza che smonta ogni collera Stupirvi col mio amore tardivo Ingravidarmi del vostro cuore e poi Ingrossarmi d’un niente. Fino a perdere tutto, proprio tutto anche la mia onnipotente verginità.” […] (pp.73)
L’autrice appartiene alla generazione che avverte di avere una frontiera innanzi a sé e di avere un futuro denso d‘ incertezza. Perciò Corpo di pane appare come una raccolta intima e sofferta e, grazie a tale esperienza, scavando dentro di sé, la poesia di Elisa Ruotolo, nella società moderna ammalata di nichilismo e di senso angoscioso della precarietà, porta alla luce una verità universale, che offre a noi lettori come contributo alla generale tensione verso il vero.
“Chiedo che passi tutto: il male e l’amore ogni compromissione tentata e negata con la vita. Insegnami la gioia del niente La lingua oscura della terra Che parla del grano Fammi essere antica come il fuoco Vulnerabile come il legno E senza anima.” […] (pp.76)
Biografia Elisa Ruotolo è nata nel 1975 a Santa Maria a Vico (Ce) dove vive tuttora. Insegna Italiano e storia in una scuola superiore. Ha esordito per nottetempo nel 2010, con la raccolta. Ho rubato la pioggia (vincitrice del Premio Renato Fucini e finalista al Premio Carlo Cocito; tradotto in America e in Francia). Nel 2014, ancora per le edizioni nottetempo, esce il suo primo romanzo. Ovunque, proteggici (Selezione Premio Strega 2014 e finalista al Premio Internazionale Bottari Lattes Grinzane). Ha pubblicato racconti su varie riviste tra cui Nuovi Argomenti e The FLR. Ultima pubblicazione in prosa (aprile 2018) il volume intitolato: Una grazia di cui disfarsi. Antonia Pozzi, il dono della vita alle parole (edizioni RueBallu). Nel 2019, per Interno Poesia, ha curato il volume Mia vita cara. Cento poesie d’amore e silenzio di Antonia Pozzi e, con l’editore nottetempo, la raccolta Corpo di pane (tradotta in spagnolo dall’Istituto Italiano di Cultura di Madrid).
Ancora una traduzione di una poesia del neo premio nobel Louise Gluck.
Qui il post di introduzione a cui rinvio per le motivazioni della rubrica “Traduciamo Louise Gluck” e per le altre traduzioni delle quali troverete i links nei commenti a quel post.
da “The wild Iris”, 1992
Violet
Because in our world
something is always hidden,
small and white,
small and what you call
pure, we do not grieve
as you grieve, dear
suffering master; you
are no more lost
than we are, under
the hawthorn tree, the hawthorn holding
balanced trays of pearls: what
has brought you among us
who would teach you, though
you kneel and weep,
clasping your great hands,
in all your greatness knowing
nothing of the soul’s nature,
which is never to die: poor sad god,
either you never have one
or you never lose one.
Violetta
traduzione di Loredana Semantica
Perché nel nostro mondo
qualcosa è sempre nascosto,
minuscolo e bianco,
piccolo e ciò che tu chiami
puro, noi non ci addoloriamo
come ti addolori tu, caro
maestro sofferente; tu
non sei più smarrito
di quanto lo siamo noi, sotto
l’albero di biancospino, la raccolta delle spine
bilanciata da cassette di perle: cosa
ti ha condotto tra noi
chi ti insegnerebbe, anche se
ti inginocchi e piangi,
stringendo le tue grandi mani,
in tutta la loro grandezza non sapendo
niente della natura dell’anima,
che non è mai morire: povero dio triste,
o non ne hai mai una
o non la perdi mai.
Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di
DAVIDE CORTESE
Mi soqquadra il tuo sguardo. Dice un blu che cielo dopo cielo è stato azzurro e bianco nuvola per tornare blu fino a me. E i miei occhi nero rondine ti volano dentro.
* Non siamo che reduci dal più abbagliante degli splendori. Tutto ciò che di più saggio abbiamo detto, noi lo abbiamo detto da bambini. La più alta vetta dell’arte, l’abbiamo toccata da bambini. La gloria a cui aspiriamo da grandi, noi l’abbiamo posseduta da piccoli: ed era soltanto l’umile tappeto davanti al tempio sfavillante della nostra gioia.
* Tra i fiocchi di neve che cadono ce n’è sempre uno, non visto, che risale il cielo. Ogni autunno ha una foglia segreta, che rimane salda all’albero. C’è sempre tra gli uomini un uomo che non muore. Egli attende che quelli che lo conoscevano si siano tutti spenti. Resta acceso a illuminare un’eternità che non so.
*
Disfare una barchetta di carta per scrivere sul foglio marezzato versi che hanno sete d’avventura. Rileggere parole migranti che salpano per sempre lontano muovendo con la mano un addio.
*
PRIMA DI PARTIRE PER LA NAMIBIA
Cosa cerco laggiù nel deserto (laggiù: polvere e sole, grembo dolce della madre nera) che non sia già qui nel mio petto? Cos’è che mi chiama a sé? di chi, questa voce antica? Da lontano e da vicino io rispondo: “Sono qui”. Eccomi al cospetto del silente deserto. Non mi nego, no, al tuo richiamo. Io vengo a te a camminare sulla pelle di un dio. Non un solo granello andrà perso. Non un solo granello. Sul sonno della tua pelle muovo i miei arcani passi. Tu sei deserto se solo io sono qui.
*
Mi basta il sole, adesso e saper vivo il tuo respiro pensare che da qualche parte scintilla il tuo sorriso e c’è a vagabondare nell’aria un atomo della tua luce. Sei un pensiero felice. Tu non farci caso se ti amo.
* Ecco il corpo con cui compio il mio destino. La mia innocenza ha toccato la tua innocenza. E non siamo mai più stati innocenti. In noi vita e morte nel gioco nudo di fare l’amore.
*
Crollano l’una accanto all’altra tutte le estati segate dalle cicale.
Qui il post di introduzione a cui rinvio per le motivazioni della rubrica “Traduciamo Louise Gluck” e per le altre traduzioni delle quali troverete i links nei commenti a quel post.
The Islander
Sugar I am CALLING you. Not Journeyed all these years for this: You stalking chicken in the subways, Nights hunched in alleys all to get That pinch…O heartbit, Fastened to the chair. The supper’s freezing in the dark. While I, my prince, my prince… Your fruit lights up. I watched your hands pulling at the grapes.
L’Isolano
traduzione di Loredana Semantica
Dolcezza io ti sto chiamando. Non ho viaggiato tanti anni per questo: tu che insegui una gallina in metropolitana, le notti che si curvano su tutte le possibilità. Quella stretta…O quel morso del cuore fissato alla sedia. La cena sta gelando nell’oscurità. Mentre io, mio principe, mio principe… Il tuo frutto si accende. Ho visto le tue mani tirare gli acini.
Si prosegue con le traduzioni del neo premio Nobel per la letteratura: Louise Gluck. Stavolta è la volta delle piante di pomodoro. Non ci sono dubbi che il testo ha un significato nascosto. Spero possiate coglierlo. Questa iniziativa di traduzione è iniziata qui. A quel post vi rimando per la lettura delle altre traduzioni, i cui link sono nei commenti.
Vespers
In your extended absence, you permit me use of earth, anticipating some return on investment. I must report failure in my assignment, principally regarding the tomato plants. I think I should not be encouraged to grow tomatoes. Or, if I am, you should withhold the heavy rains, the cold nights that come so often here, while other regions get twelve weeks of summer. All this belongs to you: on the other hand, I planted the seeds, I watched the first shoots like wings tearing the soil, and it was my heart broken by the blight, the black spot so quickly multiplying in the rows. I doubt you have a heart, in our understanding of that term. You who do not discriminate between the dead and the living, who are, in consequence, immune to foreshadowing, you may not know how much terror we bear, the spotted leaf, the red leaves of the maple falling even in August, in early darkness: I am responsible for these vines.
Vespri
traduzione di Loredana Semantica
Durante la tua lunga assenza, mi hai permesso di usare la terra, prevedendo un certo ritorno dall’investimento. Devo riferirti di aver fallito il mio compito, principalmente per quanto riguarda le piante di pomodoro. Penso che non dovrei essere incoraggiata a coltivare pomodori. Oppure, se lo sono, tu dovresti contenere le forti piogge, le notti fredde che vengono così spesso qui, mentre altre regioni godono di dodici settimane d’estate. Tutto questo ti appartiene: d’altra parte io ho piantato i semi, ho visto i primi germogli come ali squarciare il suolo, è stato il mio cuore a spezzarsi per la peronospera, la macchia nera si è diffusa così rapidamente moltiplicandosi nei filari. Io dubito che tu abbia un cuore, che tu possa capire questi termini. Tu che non distingui tra morte e vita, che sei, di conseguenza, immune dai presagi, potresti non saperlo quanto ci terrorizzi vedere una foglia macchiata, le foglie rosse d’acero che cadono anche in agosto, nella prima oscurità: io sono la responsabile di questi rampicanti.
Col contributo di Antonella Pizzo prosegue la traduzione delle poesie di Louise Gluck iniziata qui
Dalla raccolta “Meadowlands”, 1996
Parable of faith
Now, in twilight, on the palace steps
the king asks forgiveness of his lady.
He is not
duplicitous; he has tried to be
true to the moment; is there another way of being
true to the self?
The lady
hides her face, somewhat
assisted by the shadows. She weeps
for her past; when one has a secret life,
one’s tears are never explained.
Yet gladly would the king bear
the grief of his lady: his
is the generous heart,
in pain as in joy.
Do you know what forgiveness mean? it mean the world has sinned, the world must be pardoned
Parabola di fede
(traduzione di Antonella Pizzo)
Ora, al crepuscolo, sui gradini del palazzo
il re chiede perdono alla sua donna.
Lui non è falso; ha provato ad essere vero al momento;
c’è un altro modo di essere fedele a sé stesso?
La donna
nasconde il suo viso, un po’
aiutata dalle ombre. Piange
per il suo passato; quando si ha una vita segreta,
le proprie lacrime non vengono mai spiegate.
Eppure il re avrebbe sopportato
la sofferenza della sua donna: il suo
è cuore generoso,
nel dolore come nella gioia.
Lo sai cosa significa perdono? significa che il mondo ha peccato, che il mondo deve essere perdonato.
qui potete ascoltare la lettura in lingua originale
Col contributo di Antonella Pizzo prosegue la traduzione delle poesie di Louise Gluck iniziata qui
Dalla raccolta “Averno” 2006
The Night Migrations
This is the moment when you see again the red berries of the mountain ash and in the dark sky the birds’ night migrations.
It grieves me to think the dead won’t see them— these things we depend on, they disappear.
What will the soul do for solace then? I tell myself maybe it won’t need these pleasures anymore; maybe just not being is simply enough, hard as that is to imagine.
Le migrazioni notturne
(traduzione di Antonella Pizzo)
È questo il momento in cui rivedi le rosse bacche del sorbo selvatico e nel cielo scuro le migrazioni notturne degli uccelli.
Mi è gravoso pensare che i morti non vedranno queste cose da cui dipendiamo, svaniranno.
Come potrà allora l’anima consolarsi? Mi dico che forse non avrà bisogno di questi piaceri; non essere, forse, è molto semplice, anche se è difficile immaginarlo.
qui potete ascoltare la lettura in lingua originale