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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: INTERAZIONI

Claudio Pagelli, “Campo 87”, Puntoacapo Editrice, 2021.

31 lunedì Mag 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Campo 87, Claudio Pagelli

Claudio Pagelli, Campo 87, Traduzione in dialetto milanese di Giovanna Sommariva, Prefazione di Manuel Cohen

*

Si chiama Campo 87 l’area del Cimitero Maggiore di Milano che la giunta meneghina ha dedicato alle 128 vittime per Covid 19 . . . A questo luogo elettivo è dedicato, partendo dalla stringente attualità e approdando ad uno stadio di eccellenza d’arte, di letteratura
e di Ethos, il nuovo libro di poesia di Claudio Pagelli, mirabilmente e, viene da dire, senza riserve, sapientemente tradotto in milanese dall’autrice dialettale Giovanna Sommariva. Si tratta di un libro che tocca le corde di chi legge, che impone una riflessione, personale e sociale, sui destini dei singoli, sul destino stesso della poesia, così intimamente e irredimibilmente legato alle sorti umane, di quella condizione contemporanea che il grande Mario Luzi ebbe a indicare come “sopravvivente umanità dell’uomo”.
(Dalla Prefazione di Manuel Cohen)

*

Tutto si prende questo grande silenzio
la rosa di luce, la sera d’assenzio…

Tuscòss el se ciappa sto grand silenzi
la roeusa de lus, la sira d’absenzi…

*

Solo qualche sconosciuto
che mi butta terra in faccia,
l’ultima carezza del mondo
che si sfalda sul mio corpo…

Domà on quei cognussuu de nissun
ch’el me trà terra sora la faccia,
l’ultima carezza del mond
che la se sfreguja in sul mè còrp…

*

I prismi di cristallo
che oscillavano all’unisono
sul lampadario ancora negli occhi –
metronomi silenziosi, perfetti,
dell’ultimo atto…

I prisma de cristai
che dondaven all’unison
in sul lampedari anmò in di oeucc –
segnatemp de musega silenzios, perfett,
dell’ultim att…

*

Polvere alla polvere
e così sia. Così si usa dire, mi pare.
E così il mio corpo si sfarina
(astro di cenere, aria, memoria)
insieme ai corpi degli altri
in questa fossa del Maggiore…

Polver a la polver
l’è inscì. Inscì se dis, me par.
E inscì el mè còrp el se trà in farina
(astro de scendra, aria, memòria)
insema ai còrp di alter
in sta fòppa del Maggior…

*

Piaceva perdermi
ubriacarmi di cielo
nelle giornate buone
sotto gli occhi del Duomo –
fingermi creatura d’aria
ombra leggera, fantasma…

Me piaseva perdess
inciocchiss de ciel
in di giornad bon
sòtta i oeucc del Dòmm –
fingiom creatura d’ari
ombria leggera, fantasma…

*

Tu che passi e guardi
queste croci bianche,
questi cuori sepolti, sappi che ai morti
basta poco a essere felici –
un pensiero sottovoce, il più umile
dei fiori fra le sillabe dei nomi…

Tì che te passet e te vardet
sti cros bianch,
sti coeur seppellii, sappiet che ai mòrt
ghe basta pòcch per vess content –
on penser sòttvos, el pussee umil
di fior intra i sillab di nòmm…

*

Non è l’estinzione
in sé, un male
capita, è naturale.
È la solitudine il chiodo
al cuore, sentirsi un errore
l’invisibile crocifissione…

L’è minga l’andà de là
in sé, on maa
el succed, l’è natural.
L’è la solituden el ciòd
al coeur, sentiss on error
l’invisibil crocefission…

 

NOTE BIOGRAFICHE

Claudio Pagelli è nato a Como nel 1975 e vive a Rovello Porro in provincia di Como. Di poesia ha pubblicato: L’incerta specie (LietoColle, 2005), Le visioni del trifoglio (Manni, 2007), Ho mangiato il fiore dei pazzi (Dialogo, 2008), Buchi Bianchi (e-book, Clepsydra, 2010), Papez (L’Arcolaio, 2011), La vocazione della balena (L’Arcolaio, 2015), La bussola degli scarabei (Ladolfi, 2017), L’impronta degli asterischi (Ibiskos Ulivieri, 2019, Premio San Domenichino, Premio Lago Gerundo).
Sue poesie sono state tradotte in inglese e in spagnolo. Dal 2004 è presidente dell’Associazione Artistico Culturale Helianto.

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Davide Rocco Colacrai, “Della stessa sostanza dei padri – Poesie al Maschile”, Le Mezzelane Editrice, 2021.

25 martedì Mag 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Davide Rocco Colacrai, Della stessa sostanza dei padri – Poesie al Maschile

 

A due anni da “Asintoti e altre storie in grammi”, il pluripremiato poeta Davide Rocco Colacrai, è tornato con una nuova silloge poetica – edita da Le Mezzelane – “Della stessa sostanza dei padri – Poesie al Maschile” (72 pag. – formato 15×21 con alette e segnalibro ritagliabile –  prezzo copertina  Euro 11,00).

Il volume, terza silloge edita dalla casa editrice anconetana, si compone di 27 poesie che parlano dell’uomo in tutte le sue estensioni  e visioni. Ogni componimento ha un preciso rimando ad un uomo, un amico, un personaggio pubblico; questi uomini ispirano, con la propria vita e le proprie opere, versi eleganti che cristallizzano e fissano su carta tematiche potenti e attuali, spesso difficili da affrontare. Molte poesie sono ispirate a personaggi afferenti alla sfera personale dell’autore ma tanti altri sono personaggi famosi; ci sono infatti versi ispirati e dedicati a Rudolf Nureyev, al giovane calciatore calabrese Nunzio Lo Cascio, allo scrittore anti castrista Reinaldo Arenas, a Stefano Cucchi e allo scienziato Stephen Hawking. Davide Rocco Colacrai riesce con disinvoltura ad affrontare tante tematiche forti e dolorose grazie all’uso sapiente degli aggettivi e delle figure retoriche che si contaminano continuamente con altri “media” letterari e non (narrativa, film, canzoni). Questa silloge, come molto bene descrive lo stesso autore, si può considerare come una risposta a “Istantanee Donna – Poesie al femminile” ma anche “un importante punto di evoluzione nella mia vita, contemporaneamente un nuovo punto di arrivo e un nuovo punto di partenza; è una presa di coscienza, umana ma anche spirituale, che prima mi mancava”.

Davide Rocco Colacrai

 

Note biografiche

Giurista e Criminologo, Davide Rocco Colacrai è al suo dodicesimo anno di carriera e partecipazione a  Premi Letterari; ha infatti ricevuto numerosissimi riconoscimenti nazionali e internazionali. Tra gli ultimi: il Premio Letterario Europeo “Massa, città fiabesca di mare e marmo” (aggiudicato per il secondo anno non consecutivo), la Medaglia di Bronzo per Meriti Letterari al Premio Internazionale “Medusa Aurea” organizzato dall’A.I.A.M. (dopo aver vinto quella d’oro per due volte consecutive) e il Premio come Poeta dell’anno all’omonimo Premio Internazionale organizzato da Otma2 Edizioni. Nel 2015 gli è stata conferita la Medaglia del Presidente della Repubblica. Ė autore dei seguenti libri: “Frammenti di parole” (2010), “SoundtrackS” (2014), “Le trentatré versioni di un’ape di mezzanotte” (2015), “Infinitesimalità” (2016), “Istantanee Donna (poesie al femminile)” (2017), “Il dopo che si ripete, sempre in sordina” (2018) e “polaroiD” (2018), che ama presentare sotto forma di spettacoli di “poesia in teatro”, con cui gira da alcuni anni l’Italia.
Hanno scritto di lui Alfredo Rienzi, Carmelo Consoli, Livia de Pietro, Armando Saveriano, Italo Bonassi, Flavio Nimpo, Mauro Montacchiesi, Gordiano Lupi, Alfredo Pasolino, Stefano Zangheri e molti altri.
Nel tempo libero, insegna matematica, studia recitazione, è autore radiofonico per whiteradio.it, colleziona 45 giri da tutto il mondo (ne possiede duemila), ama leggere, praticare sport all’aria aperta e viaggiare.

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Giancarlo Baroni, “I nomi delle cose”, puntoacapo Editrice, 2020.

10 lunedì Mag 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Giancarlo Baroni, I nomi delle cose

 

I battesimi del conquistatore

Montagne laghi fiumi
mano a mano che procede li battezza
con i nomi della sua lingua.

Da domani sarà proibito
chiamare le cose in un altro modo.

*

Come fantasmi furiosi

Depositando per primi una manciata di terra
o spargendo dei fiori
si deve seppellire chi ci è caro,

accertarci che la voragine l’accolga.
Arriverà altrimenti
come un fantasma furioso ad insultarci

per l’ingiustizia subita perché morti
quanto lui all’opposto
gli siamo sopravvissuti.

*

Corre l’anima dentro la stanza

Volevi scavalcare le sbarre
del letto dove giacevi
il cervello impartiva l’ordine
il corpo non lo eseguiva

gesti di fuga accennati
dai piedi e dalle mani.
Da quando ti sei placato
corre l’anima dentro la stanza.

*

Nora

Sono file di piante i tuoi pensieri
che l’aria inutilmente scuote.
Con cautela accetti che ti sfiorino gli affetti.
Vivi appartata.

Niente più mi preoccupa
niente e nessuno, nemmeno…
Solo a te stessa spieghi
agli altri concedendo poche allusioni.

Che ti è successo, Nora? Un tempo
scuri e brucianti i tuoi occhi ora perduti.

*

Davanti all’Altare di Grunewald
(pregano i malati accolti nell’ospedale di Isenheim)

Cristo qui sei per noi fratello nel dolore
hai le labbra spalancate ma non riesci
per il tormento a urlare
le spine conficcate nella testa

i piedi rattrappiti parlano del tuo strazio
vedi con gli occhi chiusi e sai
il male che proviamo come il tuo
calvario è la nostra vita quotidiana

ustiona la pelle il fuoco
della lebbra ferite croste e piaghe
sono uguali alle tue ci specchiamo
nel divino sacrificio che lenisce
le nostre sofferenze.

*

La morte di Caravaggio

Al posto delle mele bacate
di grappoli bianchi e rossi
del fico maturo che mostra
il viola della polpa

la cesta di frutta contiene
la testa del Battista. Firmo col sangue
il mio autoritratto.

*

Artemisia Gentileschi
(6 maggio 1611)

Affondo la lama nel collo
il sangue imbratta la sua barba

Agostino aggrotta la fronte digrigna i denti
la luce nelle pupille si spegne.

 

 

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Mariella Bettarini, “Haiku alfabetici”, Il ramo e la foglia edizioni, 2021.

03 lunedì Mag 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

≈ 1 Commento

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Haiku alfabetici, Mariella Bettarini

Con questa nuova raccolta di poesie, scritte in forma di haiku, di tre versi in tre versi, Mariella Bettarini, con estro e spiccata sensibilità artistica, intesse un’opera poetica mirabile, pregna di corporeità e di spiritualità.
Haiku alfabetici è una sorta di ampio acrostico in cui l’alfabeto, a ventisei caratteri, assume molteplici significati, fatti di avvincenti dubbi e impensate riflessioni. L’autrice associa una parola a ogni lettera, su tale parola scrive cinque haiku incalzando con interrogativi e proposte, risposte e ancora domande. In un climax, in cui non si avverte fatica alcuna, ci si ritrova all’apice di una piacevole zona franca dell’esistenza da cui ammirare la creazione e, in essa, noi stessi come specie, provando nuovamente stupore per l’eccezionalità che, nostro malgrado, ci troviamo ad essere: creature libere e coscienti, ma vincolate alle conseguenze delle nostre azioni: da esse dipende ciò che siamo e ciò che saremo. Si ha la piacevole impressione di essere invitati alla fratellanza universale. Haiku alfabetici assume docilmente il carattere di un conciso ma universale discorso sul mondo e sul nostro modo di starci, nell’imprescindibile relazione con tutte le creature.

 

A › Animali

Da voi riprendo
dolcissimi animali
da voi riprendo

Sì – voi compagni
d’una vita silente
sì lenta ormai

Parto da voi
lentamente riprendo –
voi creature

Che ne sappiamo?
Troppo saputi noi
troppo superbi

E da te Tommy
a quattro zampe amico
occhi fedeli

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è an.jpg

 

E › Elementi

Siam fatti d’acqua
dall’acqua proveniamo
umani-acquei

Come fare se
manca a noi l’aria
vivo elemento?

Terra – sì terra
di terra abbisognamo
terrestre sogno

Il fuoco è ardente
tutto impregna di sé
l’ardente fuoco

Quattro elementi
per tutti noi alimento
cibo concreto

K › Koinè

Ecco l’incipit:
koinè = comunità
greca communio

Quante lingue per
un concetto solo –
solo ma grande

Unione di più
popolazioni idiomi
forte unità

È utopia?
No. Che il cielo voglia
fare unità

Koinè grande
solidale nevvero?
Viva Koinè!

X › Xenophilia

Xenophilia
amor dello straniero
non strano amore

Xenophilia
amore necessario
tanto più oggi

Ma perché odio?
vitale è il nostro amore:
xenophilia

Piuttosto noi
siamo stranieri a noi:
xenophilia

Xenophilia
altro non c’è da dire:
xenophilia

Z › Zenith

Eccomi giunta –
eccomi – sì – allo zenith –
eccomi giunta

Cos’è lo zenith?
è – sì – l’intersezione
tra l’orizzonte…

… e tutto il cielo –
il cielo che sta sopra –
sopra la testa

E perché zenith?
zenith che non è nadir –
e perché zenith?

Zenith – sì – zenith?
perché è amico del Sole –
del Sole amico

Nota biografica

Mariella Bettarini è nata nel 1942 a Firenze, dove vive. Ha insegnato nelle scuole elementari. Dagli anni Sessanta ha collaborato a più di centocinquanta tra giornali e riviste. Nel 1973 ha fondato (e da allora diretto) il quadrimestrale di poesia “Salvo imprevisti”, che nel 2002 ha preso il titolo “L’area di Broca” (semestrale di letteratura e conoscenza). Dal 1984 cura le Edizioni Gazebo. Dal 1966 ha pubblicato più di trenta libri e plaquettes di poesia.

 

*I disegni presenti nella silloge sono di Graziano Dei.

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“Lavoro” una poesia di Henry Van Dyke

01 sabato Mag 2021

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche, LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Emilio Capaccio, Henry Van Dyke, POESIA, traduzione

Henry Van Dyke (1852-1933)

LAVORO

Traduzione di Emilio Capaccio

Lasciatemi fare il mio lavoro giorno dopo giorno,
Nel campo o nella foresta, allo scrittoio o al telaio,
Nella chiassosa piazza o nella stanza tranquilla;
Lasciatemi scorgerlo nel mio cuore e dire,
Quando vaganti piaceri m’invitano dal devio sentiero:
«È il mio lavoro; la mia benedizione, non la mia condanna;
Di tutto ciò che vive, io sono colui dal quale
Questo lavoro può esser fatto nel modo migliore».

Non lo vedrò né troppo grande, né insignificante,
Per giovare al mio spirito e saggiare le mie capacità;
Accoglierò felice le ore del lavoro,
E felice tornerò a casa, quando lunghe ombre cadono
La sera, per divagarmi, amare e riposare,
Perché so che il mio lavoro è il più giusto per me.

*

WORK

Let me but do my work from day to day,
In field or forest, at the desk or loom,
In roaring market-place or tranquil room;
Let me but find it in my heart to say,
When vagrant wishes beckon me astray,
“This is my work; my blessing, not my doom;
“Of all who live, I am the one by whom
“This work can best be done in the right way.”

Then shall I see it not too great, nor small,
To suit my spirit and to prove my powers;
Then shall I cheerful greet the labouring hours,
And cheerful turn, when the long shadows fall
At eventide, to play and love and rest,
Because I know for me my work is best.

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Jonathan Rizzo, “Le scarpe del flâneur”, Edizioni Ensemble, 2020

26 lunedì Apr 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Jonathan Rizzo, Le scarpe del flâneur

 

I morti siamo noi

La polizia in bicicletta
inutile e inerme,
come i loro mezzi.

Case di cartone
abitate da persone,
per le quali
una vecchia dabbene
si lamenta.

Il barbone sfatto a vino rosso,
ne ride
di una grassa e larga,
da rospo qual è.

Tombe a latere
riposano in pace
con ali liberate.

I morti siamo noi.

 

Belleville

Passeggiare senza direzione alcuna.

Vestiti a fiori sbocciati al primo sole.

Sorrido a una bambina,
lei ride,
e anch’io mi sento leggero.

Uomini scalzi
in cammino fin da lontano
hanno bisogno di respirare
pacifici paradisi ideali
di nuvole soffici.

Sacchetti di plastica
rivoli gonfi
scoppiano
sotto il peso
delle nostre automobili,
nell’indifferenza dell’universo.

Bighellono tra le bancarelle di un mercatino,
ma non compro nulla.

Anche solo un quadretto
supera il volume delle mie tasche.

Allora
appena
passeggio
tra pelle nuda
di belle ragazze luccicanti
sotto il sole gentile che sorride.

L’astro come esca
prosciuga l’umanità
dalle sue soffitte ammuffite,
dirigendo l’orchestrina
al gran ballo della leggerezza.

Assisto colpito
a uno spettacolo improvvisato,
francesi di strada
e marionette d’asfalto
urlanti
nella Tempesta shakespeariana.

Unico concentrato
tra un pubblico
distratto e annoiato.
Tempi duri per i poetici.

Ospiti
d’onore
alla sagra della primavera.

Su un vialetto senza tempo
accarezzati
dall’ombra della fronda,
fili di sogni
per vecchi cappelli
di paglia
danzanti nel vento,
come echi di giochi
per bambini curiosi.

Gli innamorati
persi in uno sguardo
accarezzano trame di seta
pettinando silenzi intensi,
come se il mondo attorno
rallentasse
fino al fermo immagine.

Tra i rami
pirati e avventurieri
solcano i mari
della fantasia,
dove si naviga senza bussola.

Curve di nude onde circondano
come teneri squali innamorati
le mie carni
e ne dilaniano le membra.

Una madre accompagna
alla vita la figlia dolcemente.

La protegge mentre
fa pipì
su un arbusto accanto
ad altre roselline.
Verde età
dove libertà
non rima con severità.

All’angolo della strada
un uomo felice suona
un organino a manovella
cantando Trenet e la Piaf.
Due bambini lo ascoltano rapiti,
lui canta sorridente
scandendo bene la voce.

Il fratello maggiore da loro
due monete luccicanti.
Il sorriso si fa largo nell’uomo,
come i giri della manopola.

I bimbi emozionati
fanno scivolare
i piccoli cerchi argentei
nel secchiello che tintinna,
e per un attimo siamo tutti felici.

Con le mani in tasche
bucate
d’amore e follia,
perso nel cielo terso,
riempito di azzurra nuvola
l’anima scivola
su alcune leggere gocce di cuore
fino a dipingere il tramonto
di perle viola.

 

Omaggio all’amico scomparso

Il giorno che Marina morì
eravamo tutti al bar,
come in ogni altra occasione,
immuni dalla vita e da Lei.

Il vento cessò improvvisamente
di battere
e il caldo si fece insopportabile,
così decidemmo tutti insieme
di alzarci di colpo,
lasciare l’ultimo bicchiere a metà
sul tavolino sporco,
per non salutare
e finimmo con quell’estate
per sempre.

Quando la morte arrivò
non trovò più nessuno,
solo il conto da pagare.

 

Benvenuta signorina Lussuria

Benvenuta signorina Lussuria
in questa mia casa oltre la luna.

Dove far l’amore
è una maledizione, un vizio, una fortuna.

Dove entri in punta di dita
ed esci in damascato e visone.

Dove non trovi niente e perdi tutto,
ma la sconfitta eccita la tua sottana
e bagna la punta dorata,
lingua perduta
a ogni assalto all’arma bianca
stesa stremata.

Benvenuta signorina lussuria
sull’altra faccia della luna.

Dove le tenebre hanno tenere palpebre
e gli amanti consumati ansimi.

Prendi un fiore,
sono omaggio.

Ne ho una soffitta piena.
Ammuffiscono lentamente
come ansimi di consumati amanti
o ali impolverate di falene malate
danzanti.

Benvenuta signorina lussuria
dove chiede asilo la luna
per poter far vibrare la sua natura
rivestita di pelle nuda
e porpora impura.

 

Legato a te

Sembriamo piccole rose
aggrappate al gesto,
alle virgole silenziose.

Nell’ombra della tua assenza
sospiro vasto
il ricordo lontano della tua essenza.

Pochi attimi, respiri di resti
di un cuore casto,
bianche e dorate le tue vesti.

Affamati della vita,
memori di quel pasto
sempre sfiorato dalle dita.

La verità ci indica
l’inevitabile mesto
di una realtà modica.

Amore,
troppo fragile è questo sentimento candido.

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Riccardo Mazzamuto, “Divieto di calpestare formiche”, Eretica Edizioni, 2020

19 lunedì Apr 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Divieto di calpestare formiche, Riccardo Mazzamuto

 

ARBUSTO

Ormai passeggiando
in metropoli
se alzi gli occhi
al cielo
non riesci a sentire
rondini narrare.

Puoi trovarle
là nella piazza
dove
sosta l’ultimo tronco.

Cinguettii assordanti
forse cento duecento…
troppi per sorseggiare
lacrime di libertà…

Presto anche noi
ci ri-muoveremo
sull’albero
per qualche
boccata di ossigeno…

*

MACABRA DANZA

Stride nella notte
un suono tagliente
divide l’ombra
appesa dal sogno
sognato.

La mano che sta
dormendo invia
la danza omicida.

Là dove
beata nel sangue
da filtrare la zanzara
si strofina con dolcezza.

Boom… boom…
ora giace
rifiorita su zampe
irrigidite.

*

VIETATO CALPESTARE FORMICHE

Passeggiava in bicicletta
ragazzo fisicamente
sviluppato ma di mente
prematura con il cane
di razza a lato.

Pedalava sotto l’ombra
di se stesso nell’odore
in competizione col
quadrupede affaticato.

Appena vide che me ne
stavo su un muretto
accovacciato rallentò
il ritmo sussurrando
ad alta voce: “Andiamo
merdoso cane, muoviti
appresso a me.”

Sorrisi calpestando
una formica che sotto
le mie scarpe attraversava
il tratto con un pezzo di
briciola sulle mandibole…

*

FAUNA

Bloccate finestre
portoni da sbarre…
Niente paura visitatori
benvenuti “Zoo comunale”
esemplari rari.

Su pareti smaltate
cartelli con scritto:
“Vietato dare da mangiare
specie sotto sperimentazione”

Donne uomini ratti
scimpanzé serpenti
cavie con organi
atrofizzati,
anche loro sono
stati bambini.

*

VERIFICA

Siamo
graditi vermi
di un mappamondo
di mele marce

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Le geografie umane di Antonella Anedda

08 giovedì Apr 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Antonella Anedda, Fabio Prestifilippo, Geografie

A quasi tre anni dall’uscita di Historiae, Antonella Anedda torna nelle librerie italiane con Geografie edito per i tipi di Garzanti: “In questo suo nuovo libro, dove la lingua poetica è magistralmente cucita nella stoffa della prosa, Anedda parla di luoghi, dalla foresta pietrificata di Lesbos al monte Toc, di isole e di mari, usuali e allo stesso tempo straordinari. Ma sullo sfondo di Geografie, dietro i luoghi che evoca, c’è la riflessione sul significato profondo dei mutamenti, siano questi biologici o geologici, politici o climatici.”. Un libro che propone, non solo a livello stilistico, ma anche nell’approccio a ciò che può contenere la scrittura, un punto importante della riflessione trentennale della poetessa. Se Historiae, come afferma Guido Monti dalle pagine di Doppio Zero: “è anche cronistoria, resoconto, narrazione dei fatti più strettamente intimi che nel loro ricomporsi in parola poetica assumono però un significato tutto da decifrare; difatti quegli accadimenti non sono sepolti dal tempo e nel tempo ma attraverso i versi s’increspano di vita come onde sempre in movimento”, in Geografie la Anedda estende la parola poetica – pur mantenendo i sopraffini filtraggi di parola  – fino a trasformala in brano. Questa “scelta formale” ha una sua ragione d’essere, in prima istanza nella natura stessa della scrittura letteraria, nella fattispecie perché Antonella Anedda ci propone altro rispetto alla gioia del racconto. Non ci sono punti d’approdo in questo che sembra un viaggio nello splendore e nella miseria della terra e di chi la osserva, la divaricazione dello sguardo tocca anche la formalità di come lo si riproduce: sembra che la poesia non basti, sembra che la parola non abbia fine.

Cominciamo da Huan, La Dispersione o la Dissoluzione, che nell’I-Ching corrisponde all’esagramma numero 59, formato dai trigrammi del vento sull’acqua: “Il vento soffia sopra l’acqua che, la sparge e la dissolve in schiuma e spruzzi. Quando l’energia vitale di un uomo è bloccata al suo interno (in questo viene indicato un pericolo dall’attributo del trigramma inferiore), sarà nuovamente dispersa e dissolta dalla dolcezza.”. Partiamo dal segno Huan poiché è fra i luoghi per eccellenza nell’immaginario che la poetessa propone al lettore di Geografie. La dissipazione da una pienezza che ingombra sembra essere la condanna ad un eterno ritorno, tuttavia Antonella Anedda ci indicache l’ingolfarsi della concettualizzazione occidentale è un processo che può trovare un suo apice e un suo dissolvimento. Il senso della pienezza quindi non si definisce nell’accezione negativa di uno straripamento del pensiero che implode in se stesso, non è un sintomo dal quale liberarsi attraverso una sanificazione analitica semmai un processo che deve svolgersi per potersi concludere: “L’acqua non può scorrere dal monte se è impedita dalle pietre: deve raccogliersi e fermarsi fino ad aumentare e straripare. […] Come questo avvenga non è chiaro, ma ognuno di noi sa cosa significhi impedimento, conosce il groppo anche non visibile che blocca le nostre azioni e che interrompe i pensieri”. Il concetto è amico della moderazione, ma la misura del concetto si riempie facilmente ponendoci ad una distanza dalle cose, che disumanizza.

Molto di quanto abbiamo detto si produce nella metafora della cartina geografica: “Il lato incoraggiante del viaggiare e che puoi voltare la solitudine in direzioni diverse puntandola sui luoghi. Una carta geografica ha i confini che non hanno muri, con i fiumi tranquilli, i monti di gesso, il mare teso. Non ci sono i vivi, non ci sono i morti. Nessuna storia, nessun taglio del tempo. Peccato per le luci. Pazienza per il grumo di lecci, per il cambiamento delle stagioni, le ortiche, lo sciame degli insetti, i falchi, i gridi dei pavoni, ma è una liberazione immaginare di essere le sagome dei piloti sulle carte nautiche.” Il disegno della terra (la geografia nel suo senso letterale) allora diventa il primo luogo dove si alza il vento dello Huan, dove il concetto di spazio può “attrezzarsi” per esperire il mondo: “Sulla mappa non ci sono guardiani, né truppe, né numeri. Puoi attraversare i suoi confini. Nessuna pozzanghera, niente catrame. Annusa pure una mappa, non ha odore, è di carta come una banconota. Le carte geografiche danno pace come gli scheletri nel deserto.”. E poi ogni viaggio che: “[…] contiene una specie di diario di solo anni dopo e a distanza riusciamo a leggere qualche pagina. Solo ora capisco che una serie di forze da me non previste si erano unite fra loro per a) darmi piacere b) liberarmi dal terrore di salire su un aereo.”.

Dentro e fuori il pensiero, dentro e fuori creando un cortocircuito che porta, in alcuni momenti della lettura ad una vera divaricazione della percezione, alla perdita del punto di vista, al non sapere realmente di chi sia la voce narrante; se essa è narrata o narra. Sebbene ci troviamo alla prese con brevi prose Antonella Anedda non dimentica la possibilità straniante della poesia. Per questo non accade mai durante la lettura di Geografie di essere colti dalla spiacevole sensazione di avere a che fare con un testo di suggerimenti esistenziali; il corpo filtrante che genera questa scrittura peculiare ha in sé una doppia salvezza; ci preserva da una retorica inaccettabile e rende l’autore esente dall’essere un riferimento: “A volte le linee della mente si aprono senza sforzo, lasciano entrare quello che c’è: una particolare roccia, il modo in cui una macchina si ferma sul ciglio della strada, il timbro di un verde opaco di una quercia. Qualcosa in te si assottiglia e iniziano i giorni di guarigione”; “Non è vero che se ti se non ti muovi si sposta, se provi davvero vedrai che rimane e rimanendo si approfondisce, si scava un suo luogo, entra e modifica il tessuto cerebrale, il dolore non è mai da te diviso, sei tu e non puoi farci niente. Nel brano Presente esteso la Anedda ci svela la sua disillusione rispetto alla possibilità d’essere liberi dalla presenza mentale, ipotesi nemmeno caldamente auspicata dall’autrice che, come si ipotizzava qualche riga fa crede piuttosto al potere taumaturgico della dissoluzione: “Inutile negarlo, esiste la presenza mentale: te a te presente in un groviglio, lungo i rami che vanno in avanti e toccano altri rami, foglie secche, foglie vive”

La Geografia è il “luogo” primario su cui far aderire il nostro desiderio. La sua essenziale e secca ripartizione del mondo è come una misura vuota che ci invita a scoprire la complessità di ciò che si conclude tra le linee. Se è vero come affermò un noto psicoanalista francese, che il soggetto è per natura frammentato, come lo sono i trucioli dispersi sul tavolo del fabbro, allora la calamita che aggrega e rende compatta la dispersione è la forza del desiderio. In questa accezione possiamo immaginare la cartina geografica come il piano su cui si poggia il nostro desiderio ed il viaggio la risposta alla sua chiamata.  Antonella Anedda in Geografie, prima di ogni altra cosa ha intrapreso un viaggio nel concetto, amando il concetto, ed è stata nel mondo esperibile, amando il mondo: “Una carta geografica ha i confini che hanno muri, con i fiumi tranquilli, i monti di gesso, il mare teso. Non ci sono i vivi, non ci sono i morti […] Chi scrive di un’isola senza conoscerla davvero venendo, metti, da un paese soffocato di tufo, non ha lo sguardo e di conseguenza il linguaggio per sapere che l’isola non è mai isolata, ma esposta, che il continente è la salvezza che la conterrà, le darà una capsula”.

Fabio Prestifilippo

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Nunzio Di Sarno, “Mu”, Oèdipus Edizioni, 2020

05 lunedì Apr 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Mu, Nunzio Di Sarno

 

Le prime parole che troviamo ad aprire la raccolta di Nunzio Di Sarno sono quelle di un koan zen: Un monaco chiese a Joshu: “Un cane ha la natura di Buddha?”

Joshu rispose: “Mu”

Mu mantiene in sé gli opposti e spinge a trascenderli in uno slancio che scatta lontano dalla logica e dalla premeditazione. E quando pensi di averlo afferrato è proprio lì che ti scappa. Ci si può solo muovere insieme.

Il koan ci mostra la strada che si fa traccia e mappa. Una mappa che si mantiene giusto per il passaggio e le luci che durano sono le realizzazioni, in balia dell’amore e l’amicizia, delle droghe, dell’alcool e delle meditazioni, della malattia, della morte e della disciplina, in seno alle famiglie “vecchie, nuove e ritrovate”.

In una parola la Vita.

Che suona al passaggio del vento,

ma anche al ritmo sghembo di Monk

e alle distorsioni secche dei Ramones.

È un attimo e le gambe a croce schizzano nel Pogo.

In una spinta continua alla trasformazione, che trova,

nella trasfigurazione della mancanza e degli eccessi, le nuove forme.

E come riporta “Manifesto” il suono è sempre operativo, tutto è vissuto! Niente spazio per l’ozio, gli ammiccamenti e le consolazioni di rito.

Come potrebbero le pose reggere al vortice degli Elementi?

Il pensiero si produce nell’azione e all’azione riconduce sempre.

E l’azione non può non essere politica.

Qui il lettore non può restare sulla soglia a guardare, è chiamato ad aprirsi ed immergersi per sentire su di sé, sposando i ritmi per ritrovarsi a pezzi. Unico sentiero per accedere alle forme nuove.

*

Manifesto

Scrivo perché la poesia è visione
Il primo passo per la trasformazione
Scrivo perché la parola è una traccia
E il suono è operativo
Scrivo perché la beatitudine è bellezza
E il vuoto è compassione
Scrivo perché Milarepa cantava

*

Primavera

Danza delle ossa
Sui lamentosi
Dharma blues
Del Ginsberg
Barbuto

Dritte o a croce
Le nobili verità
Stanno nelle gambe

And all the hills echoed..

*

Sfilano gli alberi
Sotto nubi d’aprile
I cinguettii si perdono

*

Svanita la spuma
Nel moto dell’onda
Si diffonde la luce

*

Si dissolvono i venti
Per poter raccogliere
Foglie secche

 

Nunzio Di Sarno

Nunzio Di Sarno nasce a Napoli, si laurea in lingue e letterature straniere con una tesi su Ginna e le connessioni tra astrattismo e spiritualismo. Ha lavorato come operatore sociale, mediatore culturale, insegnante di italiano L2, di sostegno e di inglese.

Da alcuni anni risiede ed insegna a Firenze. Ha da pochi mesi conseguito la laurea in psicologia clinica e della riabilitazione con una tesi su Yoga, Tai Chi e mindfulness come terapie complementari nella malattia di Parkinson.

Mu, pubblicata da Oèdipus Edizioni nell’agosto 2020, è la sua raccolta d’esordio. Sue poesie ed articoli sono presenti su diversi siti e blog letterari.

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Luciano Mastrocola, “Fiducia nel nulla”,Transeuropa Edizioni, 2020

29 lunedì Mar 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Fiducia nel nulla, Luciano Mastrocola

Bianco all’alba
Per scrivere poesie è desiderabile ma non necessario
essere in perfetta forma. (Kenneth Koch)

bianco all’alba
taglio fulmineo
lana di vetro o supplica
negativo bruciato
sintesi policroma ai piedi della rosa
cilicio spurio strenna per la cupa

bianco all’alba
pace nel velo lunare
galle carnose ondeggiano
tra flutti di peste amorosa

*

conosco pregi di punto virgola accento in decima
del cotone il filo per l’abito da sera
capace bisbigliare la tua voce
nel solco dove il risvolto esige riverbero

io non sono affatto paroliere
né sarto dal taglio simmetrico preciso
ma debolezza ferma all’ingresso
dove sorridi angelo crollato in una tempera

vinto
chiedo perdono a tutti

aspetto Natale

*

mano nella mano
nell’ordito di canali spurghi
da catrame erba gondole ardesia
penso unicamente contemplarti
rastrellando l’abisso
che tace nell’enigmatico destino

l’iride esplode
sfacciata cingendoci decisa
trapezio che bene conosciamo
perché tanto desiderato correggerlo
nel quadrato regolare
scudo al nucleo da benedire

*

lascia brusio al battente del presente
l’orma pronta a tergere
emozioni vizzi petali che s’inseguono
di noi ridotti al mondo
sminuendo eternità altrove

nell’aria svigorita
gioiello onda brada
rubata a scoglio o riva
vuotiamo nella spuma
l’orifiamma della trama

modellare     amore    dolore
caos       tregua
marmo nobile bendisposto al bulino
vestibolo museale
sinonimico della fine

*

nel rosso d’un fiammifero
traccio nivee costellazioni
punti incerti
tra parabole sopite su coppi in prospettiva

sposto pigro la sedia
al centro dell’anticamera sgombra
svelto il respiro smania
essere bava armonica per l’attesa

t’ho visto voltata di schiena
saggiando guizzo verginale
poi ho chiesto al passo dell’ora
un rigo dove ferire l’attimo minuto

Svuotando l’essenziale dal superfluo, cercando sintesi nella parola, ho tentato di consegnare pagine scritte senza gravità, sospese nei chiaroscuri del tempo vissuto. Versi composti negli anni, divisi in tre macro sezioni che, al di là di inutili classificazioni, resistono souvenir senza propositi d’ambizione.
La silloge è dedicata alla memoria del poeta italo-tunisino Mario Scalesi.

Luciano Mastrocola

Autore ed ex musicista, fondatore della formazione “indie-sperimentale” Il rumore del fiore di carta con la quale ha inciso tre album dal 2002 al 2012. Nel 2018 ha pubblicato la silloge Sognidoro (Palladino Editore) riscuotendo il plauso di pubblico e critica.
Scrive articoli su riviste di settore, cogestisce il portale web di cultura poetica “Opificio Rosselli” (www.opificiorosselli.it) Molisano, vive e lavora a Ferrara.

www.casadeltarlo.it

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Gino Pantaleone,  Lĭbĕr – Storia della scrittura, biblioclastie, letture resistenti – Ed. EXLIBRIS. Intervista all’Autore a cura di Anna Maria Bonfiglio.

24 mercoledì Mar 2021

Posted by marian2643 in Interviste

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Gino Pantaleone, Lĭbĕr – Storia della scrittura

 

 

Con questo libro, frutto di accurate ricerche e di paziente studio, l’autore compie un’operazione di carattere divulgativo in seno alla storia della scrittura dalle origini ai nostri giorni, un excursus narrativo e critico che riguarda il prodotto libro nella sua evoluzione, dai primi segni ai codici miniati fino alla stampa, per concludere con la problematica del loro rifiuto da parte delle istituzioni attraverso il rogo. Un “libro sui libri” a certificare il valore e l’importanza che essi hanno avuto e hanno nell’evoluzione della Storia.

INTERVISTA  ALL’AUTORE

  • E’ uscita lo scorso autunno la tua ultima, in ordine di tempo, pubblicazione, Lĭbĕr, un volume di carattere divulgativo che racconta la Storia della scrittura dalle origini ai giorni nostri. Come è nata l’intenzione di affrontare un argomento così impegnativo e quale è stata la finalità che pensavi potesse avere un libro di questo genere?

Come tu ben sai ogni scrittura nasce da diverse esperienze che convergono e si concentrano fino a diventare un tema ben preciso. Ascolto, letture, studi approfonditi… la lettura dell’Epopea di Gilgamesh sumerico, del Libro dei morti egiziano, la visita alle grotte dell’Addaura, vederne i graffiti, ad esempio, sono state esperienze illuminanti. Un altro imput è stato pure l’aver presentato, da relatore, insieme al poeta Lucio Zinna, il primo volume della Storia della poesia del prof. Salvatore Lo Bue, che riguarda proprio la poesia mesopotamica ed egiziana. Il resto lo hanno fatto l’amore per i libri antichi che ho visto in varie biblioteche della Sicilia, i codici miniati, vere e proprie opere d’arte, la formulazione di un ragionamento sul perché si bruciano i libri e sul perché i libri e la loro lettura invece appassiona così tanto sino alla dipendenza. Tutto questo mi ha fatto approfondire questa ricerca. Al solo pensiero che l’Epopea di Gilgamesh, questa grande e potente opera, fu scritta in una serie di tavolette di 30cm per 30cm con caratteri incomprensibili ai più, ed oggi invece la possiamo leggere tutti, dico tutti, scritta nel nostro codice alfabetico, tutto questo non è strabiliante? Io spero che queste mie curiosità le abbiano anche i potenziali lettori del libro, di Lĭbĕr.

  • Lĭbĕr è un testo sui generis, non si inscrive nella categoria della narrativa né della saggistica e meno che meno in quella della poesia, a quale genere di lettori hai pensato nel comporlo? E quale è stato il nucleo generativo del libro?

Per la stesura di questo volume ho consultato diciotto libri, quindici siti specializzati, ho dovuto chiedere alcune autorizzazioni per la pubblicazione di immagini a musei, siti e persone; alcuni mi hanno chiesto soldi, altri mi hanno negato di pubblicare, ad altri è bastato inviargli due copie del libro per farmi pubblicare un’immagine (ad esempio il Museo delle Civiltà di Roma per la Fibula Prenestina). Ho visitato due biblioteche per completare il lavoro sui codici miniati ed ho pubblicato foto di libri fatte sui leggii e tra gli scaffali. Insomma, vista la vasta mole di lavoro nella ricerca, penso che Lĭbĕr si avvicini più alla saggistica. Se lo avessi scritto per ciò che ho letto, sarebbe diventato un vero e proprio macigno, io, invece, ho pensato di renderlo fruibile a tutti raccontando si, l’evoluzione della scrittura, ma includendo momenti di vita vissuta e inserendo un cospicuo numero di curiosità che, nel complesso lavoro di interpretazione delle varie scritture, diventano lo stimolo principale, il vero sale della lettura di questo volume. Penso che i lettori di Lĭbĕr potrebbero essere i buoni lettori di libri, in quanto libro che parla di libri nella sua storia, nella sua nascita, nelle forme assunte nel tempo, nei materiali utilizzati sino all’invenzione della stampa. Altri lettori potrebbero essere coloro che amano conoscere l’evoluzione delle varie forme di comunicazione, dal graffito, alla cuneiforme, al geroglifico, al primo alfabeto fenicio, il susseguirsi delle varie scritture sino al latino e al medioevo da cui la nostra lingua attuale ha preso forma.

  • Prima di Lĭbĕr tu hai pubblicato quattro raccolte di poesia, due saggi e un testo che raccoglie le interviste ad alcuni poeti palermitani di lunga militanza, tre diverse categorie di scrittura, quale delle tre è stata quella a cui ti sei accostato per prima, e quale quella che senti ti appartenga maggiormente?

Il mio primo amore indubbiamente è la poesia. Chi mi conosce bene, e tu sei una di queste, sa bene da quanto tempo io mi sono gettato sui versi anche se il mio primo libro è datato 1995, Urla di dentro e il secondo 1997, Io così, se volete. Si, è vero, poi sono sparito. Per una decina d’anni, ho dovuto affrontare una parte impegnativa della mia vita, anche se, nel frattempo ho ascoltato, e per ben quattro anni, le lezioni di Poetica e Retorica a Lettere tenute dal prof. Salvatore Lo Bue. Poi, nel 2007 è uscito Il vento occidentale, altra raccolta di poesie. Quindi, amo la poesia, sentita, studiata, approfondita. Il libro che tu citi sulle conversazioni intraprese con poeti e poetesse siciliane di lunga militanza, tra le quali ci sei anche tu, mi ha dato possibilità di prendere consapevolezza di molti fattori relativamente alla funzione creativa, alla formazione dello stile, all’evoluzione personale della versificazione soggettiva in riferimento alla propria vita vissuta, alla propria esperienza, al proprio modo di interpretare la poesia. Un altro lavoro-studio per me questo testo, penso anche un ottimo abbecedario per chi vuole intraprendere questa complessa strada che ha come obiettivo finale spandere bellezza. I miei libri mi appartengono tutti, ma se devo fare un resoconto affettivo, il saggio al quale sono più legato è Il Gigante Controvento – Michele Pantaleone, una vita contro la mafia, è stato quello che ha avuto un consenso indescrivibile, ho fatto più di settantacinque presentazioni in Italia tra circoli culturali, sedi di associazioni e scuole di ogni ordine e grado. A zio Michele (lo chiamavo così ma non abbiamo mai saputo se fummo parenti), uomo scomodo e per questo diffamato e delegittimato, glielo dovevo. Ed è anche grazie al libro che allo scrittore di Villalba è stata dedicata una via a Palermo.

  • Quale fra i tuoi libri finora pubblicati è quello di cui ti senti maggiormente soddisfatto e perché?

Tra i libri di poesie, per quello che mi riguarda, i Canti a Prometeo sono quelli che sento più vicini a me in quanto hanno avuto una lavorazione di ben undici anni. Un genere poetico fuori moda trattandosi di ventidue sonetti, un lunghissimo lavoro di labor limae, che avrò abbandonato e ripreso centinaia di volte, iniziato nel 2007 e che ha visto la luce solo nel 2018.

Per la saggistica penso proprio che Lĭbĕr sia il frutto di una giusta ed equilibrata maturazione anche se non mi aspettavo questa grande attenzione che quotidiani, riviste, programmi radio, scrittori e amici comuni stanno dando al testo. Evidentemente l’oggetto libro, nel suo essere estremo, pericoloso sino ai roghi e bello sino alla dipendenza, desta eterno interesse.

  • Quali sono stati gli artisti, poeti o scrittori in prosa, che hanno contribuito alla tua formazione di autore letterario e in che modo?

Autori che ho studiato a fondo e che mi hanno segnato in genere nella poesia sono Shakespeare, Dante, Leopardi, Pessoa, Negri, Rilke, Caproni, Achmatova, i Lirici Greci, Hemingway, Tagore, Baudelaire, Horderlin, Merini… l’elenco è lungo ma questi credo siano da me i più letti e apprezzati. Narrativamente Dostoevskij, Valery, Yourcenar, Calvino, Balzac, Goethe, Mandel’stam, Pirandello, Wolf, Wilde… anche qui, l’elenco è lungo ma ho citato quelli che mi sono venuti per prima. Leggo soprattutto e volentieri i poeti e le poetesse di casa nostra, che conosco e che apprezzo. La lettura è una forma di apertura a trecentosessanta gradi. C’è chi scrive della cruda realtà, chi invece è visionario e rappresenta l’inesistente, chi riesce a raccontare i propri sogni, c’è chi sta a cavallo tra il sogno, la visione e la realtà. Ed è da queste letture e dalle personali prove di scrittura che ognuno di noi forma il proprio stile che diventa il vero suggello, come la firma in calce.

  • Quali sono i tuoi prossimi progetti di scrittura?

Dopo aver scritto un libro per bambini dal titolo Alice in wonderland a Palermo, fra non molto verrà pubblicato Alice in wonderland sul Parco delle Madonie, patrocinato proprio dall’Ente Parco delle Madonie. Così come Alice sogna e si perde a Palermo descrivendone le bellezze e facendosi descrivere i posti più belli di Palermo da personaggi inesistenti, la stessa cosa succede sul Parco delle Madonie attraversando i quindici comuni che lo rappresentano in un racconto realistico e nello stesso tempo fantastico. Per il resto sto tornando alla poesia con i miei Studi sulle attese. Si, si chiamerà così la mia prossima raccolta di poesie, ma per il momento non diciamolo a nessuno.

Gino Pantaleone

NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA

Gino Pantaleone è nato e vive a Palermo. Ha pubblicato quattro raccolte di poesia, tre saggi di carattere socio-politico e il libro di interviste ad alcuni autori siciliani Entronautica. Ha ottenuto diversi riconoscimenti in campo nazionale fra cui il premio speciale della giuria al concorso letterario Piersanti Mattarella. E’ autore di una rivisitazione della fiaba di Alice dal titolo “Alice in Wonderland…a Palermo”.

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Francesco Randazzo, “Il vero amore è una quiete accesa”, Graphofeel Edizioni, 2021

22 lunedì Mar 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Francesco Randazzo, Il vero amore è una quiete accesa

“Dove finisce tutto l’amore sprecato, tradito, maltrattato o semplicemente lasciato indietro come un bagaglio dimenticato sul binario?”

Iride e le sue sorelle, divinità dell’Olimpo ellenico, sorvolano il cielo della Città eterna e sono testimoni e narratrici delle vicende di questo singolare romanzo. Un bambino del sud di nome Tommi riaffiora nella vita e nella mente di Tommaso, quarantenne medico e bioingegnere di successo. Una bambina di nome Leyla, figlia di due grandi medici, lotta contro la cecità; viene salvata, ma fugge dalla sua storia difficile, viaggia e dimentica sé stessa. Diventerà la giovane sconosciuta che Tommaso incontrerà casualmente per strada; la porterà con sé, la laverà, l’amerà, le darà un nuovo nome, Moira. Il suo destino. Sarà un rapporto potente, lacerante, perverso anche, ma ineluttabile per entrambi.

(dalla quarta di copertina)

Dove finisce tutto l’amore sprecato, tradito, maltrattato o semplicemente lasciato indietro come un bagaglio dimenticato sul binario? Tutta la gioia delle speranze, l’entusiasmo della passione giovanile per la vita, per il futuro, si sciolgono come pioggia e defluiscono, dove? Il mondo che avevamo immaginato perfetto per accogliere la nostra determinazione a lasciarvi il segno, possibile meta di una felicità tutta da costruire con i sogni che in esso avrebbero trovato casa, aria, sole, armonia, ma anche lotta strenua e ostinata per sconfiggere il male, gli impedimenti, le storture da raddrizzare, il bene da costruire, grazie alla forza immensa che il corpo giovane e la mente ingenua ma potente, ci davano, quel mondo, quei mondi, creati nell’immaginazione e poi, inevitabilmente disintegrati dal buco nero del tempo e della disillusione, dove vanno a morire? Nel cuore, nel cuore d’ognuno. Ma quando il cuore si ferma, tutta questa immensa energia creata e poi disgregata, dove finisce?
Come un disegno tibetano di sabbia, si costruisce tutta l’esistenza, nel tentativo di creare un capolavoro di bellezza e perfezione. Quasi mai vi si riesce, quasi mai il disegno è completo. Sempre si dissolve al potente, ineludibile soffio del tempo. Ma pure, la polvere da qualche parte vola, e qualcun altro la respirerà.
Ecco il bambino e la bambina, mentre attraversano le loro linee del tempo, così distanti, così diverse, eppure destinate a incrociarsi.

Francesco Randazzo, “Il vero amore è una quiete accesa”, Graphofeel Edizioni, 2021

Francesco Randazzo

Francesco Randazzo, siciliano della diaspora, sovente col cervello in fuga all’estero, è scrittore e regista. Ha pubblicato, con vari editori, testi teatrali, poesie, racconti e tre romanzi; ha ottenuto numerosi riconoscimenti in premi e festival nazionali e internazionali.

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Domenico Pisana: “Nella trafitta delle Antinomie”. Edizioni Helicon, 2020. Quattro poesie e una intervista

12 venerdì Mar 2021

Posted by adrianagloriamarigo in Interviste, MISCELÁNEAS

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Adriana Gloria Marigo, Domenico Pisana, Nella trafitta delle Antinomie

Domenico Pisana: “Nella trafitta delle Antinomie”

Edizioni Helicon, 2020

Prefazione di Dario Stazzone

Quattro poesie e una intervista

 

Dalla prefazione di Dario Stazzone

 

«Come ogni atto poietico e poetico anche Nella trafitta delle antinomie è testimonianza di fede nella parola, sostenuta dalla fede dell’autore. Ma la nostra contemporaneità è segnata da una parola sempre più retorica, cinica e interessata, una parola che perde capacità di significazione e possibilità di raggiungere l’altro. Per questo i versi della prima sezione, Tettonica della contraddizione, ci consegnano una continua e inquieta meditazione, il sogno di una rinnovata onomathesia, la necessità di un rinnovato ascolto della Parola. (…) Ma il caos babelico ha ormai preso il sopravvento, ha determinato la confusione delle favelle, la frattura tra res e verba (…)

La cifra civile della poesia di Pisana è evidente in Passaggio in Italia, dove «silenzio e sdegno di un popolo diviso mi fa eco», in Passaggio in Europa, dov’è incastonato un forte interrogativo: «Ma che vale l’irenismo se ora / cade la memoria, se tutto scivola nell’imbuto / della dissolvenza a materia del golpe, la verità rimane». Questi versi possono essere ricondotti alla tradizione poetica dell’indignatio, vigorosa in seno alla letteratura italiana fin dalle sue origini, da Dante al Petrarca della canzone All’Italia, da Machiavelli che nella conclusione del Principe cita i versi della canzone petrarchesca nell’ambito di una più ampia e veemente adlocutio agli italiani ad una pletora di secentisti, dal Leopardi delle canzoni del 1818 al tentativo foscoliano di fondazione di una laica religio.

La raccolta di versi di Pisana riserva una sorpresa, un’Appendix che raccoglie una successione di ritratti in versi di poeti ed artisti, un’isola in cui si respira un’aria pura che sembra concepita in contrappunto all’aspra realtà rappresentata. Ma una citazione tratta da Ovidio, esergo a questa più breve sezione, ci ammonisce contro la perdita di memoria e le umane ingenerosità: «Finché sarai illeso, potrai contare numerosi amici, ma se il tempo si abbuia, allora sarai solo».

Intersecando la sua voce con quella di altri poeti, evocando le immagini di un grande pittore, Pisana ci riconduce a ciò che è realmente umano, all’irrinunciabile valore tetico della parola e dell’immagine, contro l’odierno universo di barbarie.»

 

Le lingue incespicano

 

Quanta umanità smarrita hai già narrato,

anima mia, voce solitaria nel deserto:

dalla notte rifluisci all’aurora,

dall’aurora torni ad abbracciare la notte,

per via ti tracima la lucerna.

Senza amore, senza forza

di speranza – ma vedi come il sogno

lentamente si dilegua nel tramonto –

a volte ti innalzi illuminata

dalla fede, a volti ripiombi nell’abisso.

Parli la Lingua dell’Eden che ti fu data;

esisti, come sia lo chiedo ancora

al cielo, a questo tempo in cui

le lingue incespicano

su simboli sbagliati

aumentando l’infelicità del mondo,

a questa ora in cui più forte

ogni popolo – forse – dà nomi errati alle cose

implorando la sera della tirannia

che le stelle fuggono e rischiarano.

 

 

Pensando di cambiare

 

Se non cambia il cambiabile

l’incambiabile è il nostro futuro,

disegno di parole versate sul letto del fiume,

raccolte da canoe in cerca di successo.

Viviamo di pensieri che non sono Parola,

si contano sillabe, suoni e insulti

si plagiano bellezze, costruiscono gabbie

si appicca il fuoco, si colorano le nuvole,

diventano amore, odio, inferno e paradiso.

Bruciamo parole per reggere tesi, costruire

castelli con muri di cinta, frugare

nell’anima di uomini soli, si erigono sepolcri

e accendono fiaccole, sono lame e carezze,

miele e fiele, rose e spine.

Mi turbano opere di cuori perversi, sagome

di follia in valigie di morte, virus

d’invidia custoditi nel petto, maschere

di tenebre travestite di angeli, alchimie

d’arcobaleni per assalti di pioggia.

E chi non vede e non sente apre la strada

al silenzio che odora di veleni,

di sangue e di paludi, distrugge la speranza

che l’acqua prevalga sui roghi del male.

Pensando di cambiare, abbiamo

dimenticato di cambiare

noi stessi.

 

 

Nel fossato di parole

 

Leggera piuma ormai sono le pagine,

da tutti osservato

con esse io sto nella mia anima,

mi sento granello di sabbia;

al di là dell’ombra e della nuvola rossa

si nasconde il pensiero

si sbriciolano le certezze

ed il muto dolore

per cui paventasti con assenza d’amore

questo sangue della notte

e la sua tenebra travestita di luce.

Del mio pianto sfavillano gli specchi

ed i frutti di casa mia,

le forbici son per prime

sul crinale madido di lingue,

tutta la trasparenza dell’acqua è nella fogna

tutto l’amore della croce nel ghiaccio

e fanno rime con le forbici.

Di città in città si piangono i feriti

nel fossato di parole

e il sole di giustizia sbiadisce

su un’altra pagina di morte.

 

 

Ad Andrea Zanzotto

(Dietro le quinte)

 

Esili ormai sono le parole,

da molti isolato

con esse io convivo nella mia terra,

mi sento un ramo d’ulivo;

oltre il muro e la collina colorata di luci

si riaccendono i sogni

si sveglia la notte

e la pallida speranza

per cui vale resistere

a pantomime di latente potere

recitate nei palazzi che sanno d’antico.

Del mio canto suonano i pensieri

e le ore attendono l’uomo unto di magie,

le città sono vuote di fiducia

con lo sguardo al cielo madido di veleni,

tutta l’aria cristallina è nel pozzo

tutto il fumo nelle apparenze

e fanno squame sugli occhi.

Di giorno e di notte si battono le mani

nella morbida distruzione

e il rosso del tramonto si curva

su un’altra pagina di luna.

 

 

Intervista

 

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

La domanda apre nella memoria momenti legati alla mia adolescenza. È fra i banchi di scuola dello storico Liceo Classico “T. Campailla” di Modica che ho cominciato a scrivere versi. L’input, in quel periodo (eravamo tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70), mi venne dal mio docente di Lettere, morto il 7 gennaio scorso a 90 anni, che era un fine poeta, un saggista e critico letterario.  Le sue lezioni, la lettura dei versi di autori della letteratura italiana e latina, che egli  faceva con grande pathos interiore, suscitavano in me un fascino ed una attrazione forte. È sin dalla mia vita scolastica, insomma, che è nato l’amore per la poesia.                        

2. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Ogni epoca storica ha avuto i suoi poeti. Dai tempi delle mitologie, delle antiche letterature orientali, dalle Teogonie di Esiodo e dai lirici greci ai poemi omerici, per passare a Dante, Petrarca e fino al XX secolo, la poesia ha avuto le sue figure e i suoi personaggi di grande rilievo, che hanno lasciato un segno nella storia della letteratura. Riconosco che questo patrimonio poetico che abbiamo alle spalle continua, in un modo o in un altro, ad avere proiezioni ed influenze sulla  dimensione del mio poetare, ma  con l’obiettivo di ripensarlo rispetto alla condizione esistenziale dell’uomo di oggi. Carducci, Pascoli, Montale, Quasimodo, Ungaretti, Rebora, Zanzotto, Saba sono alcuni dei miei riferimenti letterari italiani, mentre per gli stranieri sono miei riferimenti i poeti francesi Baudelaire, Verlaine, Mallarmé e Rimbaud, ed ancora i poeti Lorca, Neruda, Tagore e Gibran.

Dentro questa geografia di riferimento ritengo che la poesia debba essere ripensata in “senso intuizionista”, cioè nella direzione dell’ “intuire”, cioè dell’ entrare dentro questo nostro tempo per fare venire alla luce il “perché” questa nostra società post moderna sta andando sempre più alla deriva. Dentro alla rilevante fioritura poetica contemporanea, ritengo sia necessario trovare “convergenze di poetica” che siano frutto di una “intuizione della storia”, in grado di trasformarsi in arte e comunicazione poetica. Credo in una poesia con un’idea di poetica. Fare poesia non è certo un mestiere, ma non può essere neanche un gioco; se il poetare diventa il pastiche-passatempo di anime belle, cioè lo sfogo di emozioni che coinvolgono il sentimento, la denuncia o il lamento di cose che non vanno, con versi che in tutto o in parte rielaborano brani tratti da opere preesistenti, per lo più con intento imitativo, credo sia difficile per la poesia contemporanea lasciare un segno negli anni a venire.

3. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

I luoghi in cui sono nato e vivo entrano molto nella mia opera poetica. Questi, infatti, non sono  per me pure e semplici ambientazioni, sfondi coreografici, contenitori retorici che distolgono l’attenzione del lettore dai contenuti, ma  conglomerati di senso e di significato che la poesia, in particolare, avoca a sé ogni qual volta percorre la strada di una seria riflessione sull’esistente e sul fenomenico. Ecco, dunque, l’importanza dei  luoghi iblei nella mia poesia, tant’è che ho anche pubblicato a riguardo, una silloge bilingue (italiano–inglese) Odi alle dodici terre, Armando Siciliano editore, 2016, dove la mia scelta di cantare in versi i luoghi della terra iblea non si configura come  un mettere in fila sfondi di paesaggi e “contenitori retorici” né rappresenta una opportunità letteraria quant’anche interessante, ma piuttosto un modo di recuperare, descrivere, esaltare e dare significato ad una terra plurale, composita (“signorile e rusticana”, direbbe Bufalino), con città, campagne, mare, coste dalle peculiarità individuali ben definite; i luoghi da me individuati e cantati nelle Odi ricompongono allora, attraverso la mia sensibilità e il mio sentire poetico, i tratti distintivi, fondativi, identitari di una terra, di una civiltà:  ad ogni città iblea dedico odi poetiche, facendone risaltare valori, bellezze, paesaggi, architettura e tradizioni aprendo nel lettore una sorta di dialettica poetica tra storia e memoria.

 

4. Ci parli della tua pubblicazione?

La mia ultima pubblicazione, Nella trafitta delle antinomie, è dell’agosto 2020, ed esiste sia in versione italiana, pubblicata da Helicon di Arezzo,  sia in versione rumena, În străpungerea antinomiilor, pubblicata dalla casa editrice Editura Școala Ardeleană; è stata recentemente insignita dal Centro Lunigianese di Studi Danteschi del “Premio speciale della Critica” nel quadro della XIII Edizione del Premio Internazionale di Poesia per la pace universale “Frate Ilaro del Corvo”. I versi di  questa raccolta – come fa rilevare molto bene anche il prefatore Dario Stazzone dell’Università di Catania nonché Presidente della Dante di Catania – si riconducono alla tradizione poetica dell’indignatio, vigorosa in seno alla letteratura italiana fin dalle sue origini, da Dante al Petrarca della canzone All’Italia, da Machiavelli che nella conclusione del Principe cita i versi della canzone petrarchesca nell’ambito di una più ampia e veemente adlocutio agli italiani ad una pletora di secentisti.

 

5. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Certamente io non l’ho partorita con una finalità specifica, ma con la consapevolezza  che  scrivere versi è sempre un modo per essere di più legato al mondo; potrà o meno piacere, ma sono convinto che  il poetare non deve staccarsi dalla vita nelle sue articolazioni storiche, politiche, sociali, filosofiche, religiose, di idealità, passioni, difficoltà e speranze; del resto sono convinto che la coltivazione della poesia come valore a sé stante o come insieme di dilettazioni poetiche disancorate dalla vita e dal suo sitz im leben resterebbero solo flatus vocis destinato a dissolversi.

Dunque credo, sulla scia della Tradizione letteraria internazionale, che questa mia ultima opera presenti contenuti, linguaggi e forme che non ignorano i “segni dei tempi”, e che tengono conto del contesto e dell’uomo contemporaneo al quale la mia parola poetica spero possa arrivare.

6. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Questa mia opera nasce – come bene ha anche fatto rilevare in una sua nota di analisi il critico letterario Federico Guastella – dalla contestazione delle degenerazioni socio-politiche, e col bisogno di fare continuamente i conti col disagio; ragion per cui si sviluppa nell’impegno costruttivo del “dover esserci” come soggetti di continua prassi. Si tratta di poesia civile, dunque, entro l’ampio respiro del “fare anima”, nel senso che vi si trovano delicate, intime suggestioni in un’atmosfera di umana universalità; di una poesia che, dettata dalla necessità di scendere nelle profondità dell’uomo e della società, si radica in vigorosi moduli etico-linguistici, dove la parola è vissuta come innamoramento per farsi dirompente nella ricerca del vero quale misura di vita.

7.Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Neruda coglieva un aspetto essenziale e fondamentale nella vita di un poeta, e cioè quello dell’ispirazione, della folgorazione – oserei dire-; come San Paolo sulla via di Damasco, il poeta vive un momento in cui cade dal cavallo grigio della quotidianità e intuisce qualcosa dentro che lo porta a scrivere, a ritirarsi, a dare alla parola la sua forza espressiva per interpretare un sentimento che è suo, ma che diventa collettivo, di tutti e che si fa epifania di una essenza metafisica universale.

Personalmente ho scritto questa raccolta progressivamente e quando mi sono sentito ispirato; io credo molto nell’ispirazione e sento la poesia come una dilatazione dell’anima che partorisce una parola che si fa linguaggio; il verbo dilatare è allusivo: potremmo cogliere una analogia tra la dilatazione dell’utero della madre proprio nel momento in cui dà alla luce un figlio e la dilatazione del sé del poeta che partorisce un testo poetico. C’è in entrambi i casi la sofferenza di un parto: fisico quella della madre, metafisico quello del poeta. Ecco, è l’ispirazione poetica, anzitutto, a svolgere nel mio poetare  un ruolo importante; l’ispirazione, certo, non è da intendersi come una speciale rivelazione né come uno scrivere di getto quasi sotto dettatura, ma è l’intervento del pensiero pensante, del sentimento, di uno stato d’animo, che si fanno presenti in modo straordinario al poeta , la cui intelligenza, è resa capace di concepire idee, immagini, figure, simboli e di formulare contenuti, particolarmente rilevanti all’interno di una struttura metrica e di un codice lessicale, per l’identità di una comunità civile. Nell’ispirazione poetica di questa mia raccolta, dunque, hanno interagito contemporaneamente tre ordini di facoltà: la concezione dei contenuti, che in questa opera sono sociali, politici, satirici, esistenziali, di respiro collettivo; la volontà di esprimerli in una data forma stilistica e l’atto concreto dell’espressione di questi contenuti.

8.La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?

Il titolo dato a un qualsiasi libro ha una funzione di sintesi in cui è racchiuso il senso dell’architettura espositiva. In questa mia ultima raccolta due sono i lessemi che la specificano e guidano: “trafiggere” e “antinomia”.                                                      Il termine “antinomia” da un punto di vista filosofico evidenzia un contrasto fra due concetti opposti che per Kant non è risolvibile con l’uso della ragione: tra tesi e antitesi c’è una contraddittorietà che le pone sullo stesso piano di validità. Da qui l’impossibilità di operare una scelta a favore dell’una o dell’altra. A me è stato più congeniale pensare all’albero edenico della conoscenza, nonché alla condizione dell’uomo che nella concretezza del momento storico vive sulla propria pelle le irrazionalità del sociale.  I miei versi lunghi nascono difatti da questa realtà resa nella prima parte dell’opera: è la lirica d’apertura, Le lingue incespicano, ad evidenziare il motivo tematico fondamentale, quello di un cosmo regolato dalla complementarietà di coppie contrarie (notte/giorno; sogno/tramonto; fede/abisso; vero/falso). Il “trafiggere” esprime invece  la brutalità, la violenza, la crudeltà che di prepotenza entrano nei rapporti tra gli uomini, deformando volti e situazioni.

La copertina della silloge reca il dipinto di René Magritte L’uomo allo specchio, ora al museo Boymans di Rotterdam. In piedi di fronte ad uno specchio, osserviamo un uomo di spalle che è vestito elegantemente. Indossa un abito scuro e ha i capelli accuratamente tagliati. Un ritratto dai dettagli ben definiti: dalla cornice dorata alla mensola in marmo di un caminetto. Eppure il suo volto è invisibile: nell’immagine riflessa, l’uomo è ancora visto di spalle. A vedersi nettamente è invece il libro sulla mensola: Le avventure di Gordon Pym di Edgar Allan Poe, probabilmente amato dal committente. La sua essenza resta nascosta, negandosi allo sguardo. Anonimo dunque il personaggio e inquietante come il volto indistinto del “Potere”, che secondo me ha fatto perdere il linguaggio del mondo sempre più posseduto dal buio, dove tutto appare doppio nella illeggibilità di una realtà abitata dal disordine e dalla asimmetria.

  

9. Come hai trovato un editore?

In realtà non ho cercato un editore,  in quanto  a seguito della mia classificazione al I posto al  Premio Internazionale di Arte Letteraria “Il Canto di Dafne” con un saggio letterario inedito dal titolo Quasimodo, Rebora e Garcia Lorca: Poetas que tienen el fuego entre sus manos: percorsi di umanesimo, spiritualità e poesia sociale, ho vinto, come previsto dal bando, un contratto editoriale per la pubblicazione gratuita di una raccolta di poesie o di una raccolta di racconti o di un romanzo a cura delle Edizioni HELICON di Arezzo, nonché diploma artistico personalizzato e targa. Nella trafitta delle antinomie nasce così. In secondo luogo a proporre la pubblicazione in Romania lo scorso novembre e ad occuparsi della traduzione è stato Stefan Damian, poeta, scrittore, saggista, filologo e direttore della cattedra di lingue e letterature romanze, Facoltà di lettere dell’Università Babeș-Bolyai,  che ha tradotto numerosi libri di narrativa, poesia, saggistica, storia dall’italiano al rumeno e dal rumeno all’italiano.

 

10. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Poggiando il libro su temi di poesia sociale, ed avendo esso una prospettiva cognitiva, filosofica, antropologica, etica ed estetica , credo abbia un ampio spazio di movimento per poter essere letto. Ad ogni buon conto, applico a me stesso le parole che Henry James, scrittore e critico letterario statunitense, noto per i suoi romanzi e i suoi racconti sul tema della coscienza e della moralità, rivolgeva a se stesso: «Meglio essere attaccato che passare inosservato. Perché la peggiore cosa che si possa fare a uno scrittore è non parlare delle sue opere».

 

11. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

L’opera si trova ora nel portfolio editoriale della casa editrice rumena Editura Şcoala Ardeleană, che comprende importanti titoli di letteratura transilvana, ma anche saggi, teologia, arti visive, psicoanalisi, spiritualità, storia letteraria, filosofia, studi culturali, teatro, nonché articoli accademici, tesi di dottorato e altri articoli scientifici e universitari e traduzioni di autori della letteratura straniera (inglese, spagnolo, italiano, portoghese, ceco, serbo, ungherese, ebraico, giapponese e russo). In  Italia le Edizioni Helicon hanno patrocinato una campagna di promozione, tant’è che la versione italiana del libro si trova in diverse distribuzioni on line: www.mondadoristore.it, www.ibs.it , www.bookdealer.it , www.libraccio.it

 

12. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Paradigmatica è per me, in questa pubblicazione, la poesia Suolo e sottosuolo, ove spicca evidente l’antinomia:

 

“Quando mi adagio al suolo appare tanta bellezza:

volti smaglianti, bicchieri trasparenti, filari tessuti

di ricami, intarsi costruiti con marmo di Carrara,

eloqui caldi di parole e di “mi piace”: sembra che sia

dappertutto  sole, luna che ispira parole d’amore, 

stella che ti fa sognare mare che t’apre all’infinito.

Il corno suona giustizia e speranza, il lupo e l’agnello

pascolano insieme nei campi madidi di miele,

l’odio e l’amore s’abbracciano alla bisogna.

Quando mi adagio al suolo, ogni voce annuncia

il  paradiso, ogni viso pratica la giustizia,

si indigna, versa lacrime, dice la verità e ama

d’amore sincero e passionale.

 

Quando scendo nel sottosuolo, rimango strabiliato,

i miei occhi s’impaurano, arrossiscono:

trovo animali feroci, persone cambiate,

in rivolta, infelici e dannati.

Raccolgo gramigna, bicchieri sporchi,

filari intemperanti, urla, sguardi abbuiati, noia,

volti soli, senza vita e senza maschera.

 

Quando scendo nel sottosuolo, sento che il corno

suona per sé, mi vedo agnello in mezzo ai lupi, odoro

fiele  e non più miele, mi sperdo nell’olimpo degli dei

ove ognuno adora se stesso in mezzo al sangue di innocenti.

Trovo il vero suolo: anime assetate d’amore, pianto

e lacrime, persone con le spalle curve, sguardi in cerca

di sorrisi, agnelli in attesa del pastore che dà senso.

 

Quando scendo nel sottosuolo, trovo animali smarriti

in cerca di persone, volti che cercano il cielo, la luna,

le stelle,  sottratti alla maschera del giorno.

 

Vorrei rimanere nel sottosuolo senza cambiare identità,

per dire che l’amore è ciò che più conta,

sognare sogni di libertà, cantare il canto della speranza

con le mani verso il cielo, abbracciare la terra

dal legno della croce, costruire il mondo senza guerra

e senza odio, fare delle mie mani una coppa di neve.

 

Spesso non resta che adagiarsi al suolo

inferno vellutato di paradiso, arma di difesa

per non morire:

uno, nessuno, centomila! 

 

 

13. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Non ho particolari aspettative. Continuo a credere in una poesia dinamica, che si evolve restando radicata in un umanesimo che riesce ad innovare, a sperimentare senza perdere il contatto con la tradizione, con la storia, con la società. Personalmente non mi appassiona il purismo lirico disancorato dal reale, dalla conoscenza e dalla filosofia, né il prosaicismo privo di tensione morale. Rispetto a quest’opera, spero che i miei versi – per dirla con Montale – non rimangano “spoglie morte”, ma che trovino accoglienza tra i pochi lettori di poesia.

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Come mai ha scelto come epigrafe del libro la frase di Leonardo Sciascia “Nessuno è al di sopra di ogni sospetto”?

 

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Sì, ho parecchi lavori in corso. Un’altra raccolta dal titolo provvisorio L’esilio della notte. E ancora un testo di critica letterario Donne in poesia: si tratta di una panoramica su alcune significative voci femminili contemporanee della poesia italiana; e infine  un saggio dedicato a poeti contemporanei stranieri.

 

 

Biobibliografia

 

Domenico Pisana è nato a Modica nel 1958. È laureato in Teologia ed ha conseguito il dottorato in Teologia Morale presso l’Accademia Alfonsiana dell’Università Lateranense di Roma. Pisana ha pubblicato con editori di caratura nazionale ed europea, come la San Paolo, la SEI, la Albalibri di Livorno, le Edizioni del Rinnovamento di Roma, la Inumea di Bucarest, la San Pablo di Bogotà, la casa editrice polacca 4 KP di Varsavia, ma anche con medie e piccole case editrici. Ha pubblicato: 9 volumi di poesie, 8 libri di critica letteraria, 11 testi di carattere teologico ed etico, 3 volumi di carattere storico-politico. In quasi un trentennio di fiorente attività letteraria, si sono occupati di Domenico Pisana la rivista di Letteratura greca Pancosmia Sunergasìa, l’Antologia poetica Romanta in italiano, inglese, francese e tedesco, gli autori Irena Burchacka e Anna Sojka che hanno tradotto in polacco l’opera teologica di Pisana Sulla tua parola getterò le reti, tradotta anche integralmente in versione spagnola da Augusto Aimar; ed ancora si sono occupati di Pisana il poeta e critico letterario rumeno Geo Vasile, che ha tradotto il suo saggio Quel Nobel venuto dal Sud. Salvatore Quasimodo tra gloria ed oblio  e la poetessa Floriana Ferro che ha tradotto in inglese il suo recente volume Odi alle dodici terre. Il vento, a corde, dagli Iblei.

Di Domenico Pisana si sono anche occupati “Il Giornale Italiano de Espana” di Madrid,  il Giornale on line “L’ItaloEuropeo Independent” di Londra, la rivista francese “La Voce” di Parigi, la rivista letteraria internazionale Galaktika Poetike “ATUNIS”,  il quotidiano on line dell’Arabia Saudita “Sobranews.com”.

Recentemente Pisana è stato anche tradotto in rumeno da Stefan Damian, poeta e scrittore e docente di letteratura italiana presso il Dipartimento di Lingue Romanze dell’Università di Bucarest, sulla rivista romena “TRIBUNA”; è stato tradotto dal poeta e docente universitario albanese Arjan Kallco sulla rivista italo-albanese “ALTERNATIVA”,  ed è stato inserito nel volume ATUNIS GALAXY ANTHOLOGY – 2019, a cura di Agron Schele, autore albanese residente in Belgio,  scrittore di romanzi e co-fondatore della rivista internazionale  ATUNIS.

È stato ospite e recentemente  ha ricevuto riconoscimenti in importanti Festival Internazionali: in Bosnia al Festival “La Piuma d’oro”, a Istanbul in Turchia al FeminIstanbul” e il 24 novembre scorso in provincia di Massa Carrara al Festival Internazionale di Arte Letteraria “Il Canto di Dafne”.

Tra i numerosi  premi e riconoscimenti letterari ricevuti, ne ricordiamo alcuni:

– Medaglia d’oro del “Premio alla Modicanità”, conferitogli nel settembre del 2006 dall’Amministrazione Comunale e dalla Pro Loco di Modica;

– Premio “Capitale Iblea della cultura” per l’impegno profuso nella promozione della cultura e dell’espressione poetica proprie degli Iblei”, conferitogli a Comiso il 15 dicembre 2015;

– “Premio Sicilia Federico II” alla cultura per le sue pubblicazioni e attività culturali, conferitogli a il 27 novembre del 2016;

– “Premio Europeo FARFA” per la cultura e il territorio 2017, dall’Associazione Internazionale dei Critici Letterari il 21 gennaio 2017;

– Premio alla cultura “Magister vitae” conferitogli a San Vito Lo Capo (Trapani) il 2 settembre 2017;

– I° Premio internazionale “Dal Tirreno allo Jonio” conferitogli il 20 dicembre 2010 per la saggistica, nell’ambito delle manifestazioni di chiusura di Matera Capitale Europea della Cultura 2019;

-Premio speciale della critica conferitogli dal Centro Lunigianese di Studi Danteschi alla raccolta poetica Nella Trafitta delle Antinomie.

 

 

 

 

 

 

 

 

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L’intervista a Grazia Procino: “E sia”

01 lunedì Mar 2021

Posted by Deborah Mega in Interviste

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E sia, Grazia Procino

 

 

 

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni. La redazione ringrazia GRAZIA PROCINO per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: “E sia”, Giuliano Ladolfi Editore, 2019.

 

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

È nato parallelamente all’intensa attrazione verso i libri e la lettura; fin da bambina mi sentivo protetta e coccolata dalle parole di un libro, entravo a far parte di un mondo parallelo che mi soddisfaceva completamente. Con il tempo il desiderio di esprimermi attraverso la scrittura si è espanso fino ad annullare la barriera della timidezza.

 

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Sono molti, tra gli scrittori Saramago ( il primo in assoluto);  tra i poeti  Montale, Kavafis, Ritsos, i poeti meridionali Bufalino, Gatto, Bodini, Prete e il poeta caraibico Derek Walcott. Sono solo i più amati e i più letti, poi seguono altri.

 

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

La mia scrittura nasce dal sangue e dalla carne, dai dolori e dalle gioie, dai tradimenti e dalle disillusioni, insomma dalla vita; ma è lo studio, l’impegno e la cura verso la parola che illumina e cerca un senso al magma originato dalle passioni del vivere. Il rapporto che ho con la mia terra, il Sud e la Puglia, è viscerale, materno, ma nello stesso tempo lucido, paterno. Fin dalla prima silloge, “Soffi di nuvole” (Scatole parlanti), la mia terra ha uno spazio privilegiato e lo è ancor più nell’ultima raccolta, che è stata pubblicata a febbraio 2021 “Di albe e di occasi” (Macabor editore), dove non solo le luci abbacinanti del Meridione donano speranze e gioie, ma anche le ombre della nostra sventurata terra forniscono stimoli di riflessioni civili e sociali. Cito un mio testo fra tutti, emblematico per la denuncia che provoca, mi riferisco a “Raccoglitrice di pomodori in una campagna pugliese”.

 

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

La silloge “E sia” è un’esplorazione al presente del passato, da cui proveniamo, quello mitico della Grecia antica. Ho voluto ripercorrere la traiettoria culturale della tragedia classica, per questo il libro ha la struttura della tragedia greca: si apre con il prologo, si snoda in stasimi e monodie e si conclude con un epilogo. I testi sono percorsi da un’interna musicalità, quella tipica del dionisiaco tragico; mi piace pensare che per questo, otto mie poesie della raccolta sono diventate canzoni nel CD del gruppo rock “CFF e il Nomade Venerabile”, che per Paolo Benvegnù rappresentano uno dei gruppi migliori presenti nel panorama italiano.

 

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Sarebbe da parte mia schietta arroganza pensare che la raccolta sia necessaria o fondamentale; forse sarà stata utile per le conseguenze che ha generato, l’occasione bellissima di partorire un progetto musicale, di cui sono felice ed entusiasta.

 

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

La genesi dell’opera è rintracciabile nei racconti dedicati ai poeti Esiodo e Ibico, contenuti nella raccolta “Storie di donne e di uomini” ( Quaderni edizioni). Da lì è partita l’idea di narrare poeticamente nell’oggi lo ieri che ci ha plasmati, e ho assecondato l’onda di intenti, costruendo un percorso e dei movimenti entro personaggi e stati d’animo eterni e profondamente attuali. Quello che si legge in “ E sia” non è il passato museale, atrofizzato, ma è la classicità che dialoga ancora con l’uomo contemporaneo.

 

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

È stato un progetto a cui mi sono dedicata per due anni, con un impegno quotidiano fatto di ritorni frequenti sulle parole già scritte, di interruzioni dalle attività consuete per rimodellare versi già elaborati. Credo nella fatica di una costruzione che si realizza giorno dopo giorno, non nel riversamento delle parole in un solo giorno.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

È stato l’editore Giulio Ladolfi a propormi la copertina di una sobria eleganza che io ho accolto con favore.

 

  1. Come hai trovato un editore?

Non è stato facile. Un libro di poesie che riannoda il presente con il passato classico non risulta appetibile per editori tesi a impacchettare prodotti per un mercato di consumo effimero. Quando l’ho proposto a Giulio Ladolfi e mi ha contattato telefonicamente, ho capito di avere trovato la persona giusta e competente, capace di intendere la cura che c’è dietro alla raccolta.

 

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

È un pubblico di due tipologie: uno attrezzato di conoscenza del patrimonio culturale classico e un altro che, pur sprovvisto, è interessato a gustare gli echi di quel patrimonio all’interno della nostra contemporanea complessità.

 

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Ho presentato il libro “in presenza” e sono stata molto soddisfatta del riscontro favorevole del pubblico presente; non ho voluto espormi in presentazione on line, almeno finora, per imbarazzo e soggezione rispetto a un mezzo freddo, di cui ignoro le possibilità.

 

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Sono diverse le poesie di cui mi reputo soddisfatta. Ne riporto quella che conclude il libro e che è risultata profetica, avendo mostrato la prospettiva del futuro, pur essendo stata composta nel 2019:

 

“ Epilogo

Finiremo, finiremo

di stancarci per questi giorni magri,

smunti, per queste ore

che indeboliscono gli ardori,

per questi individui – spettri, che mai

risorgono alla sveglia dell’impegno,

pigri – ahi, ma quanto pigri! – e

guardano sempre dove Circe

sedusse i loro stupidi compagni e

si indignano senza conoscere il perché.

Ameremo senza stancarci

in stanze grandi a contenere cieli

neri come la pece

per confondere il mio dal tuo

ed essere nostro.

Torneremo a godere di vita.”

 

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

“E sia” mi ha reso felice sia per i risultati conquistati in diversi concorsi sia per il corollario del progetto musicale, che sarà pubblicato a marzo prossimo. Quello che posso augurarmi è che il mio nuovo libro “Di albe e di occasi” raggiunga lo stesso gradimento e conquisti altri traguardi, di cui compiacermi.

 

  1. Una domanda che faresti a te stessa su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Mi hanno posto molti e diversi quesiti sul libro, incuriositi dalla sua originalità; pertanto, in questo ambito curiosità e interesse sono esauriti.

 

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

A febbraio è stata pubblicata la raccolta “Di albe e di occasi” , che è  un viaggio a ritroso nel tempo individuale e collettivo e, da ultimo, nel tempo sospeso della pandemia. Ho scandagliato la mia geografia degli affetti anche, e soprattutto, dei luoghi dell’anima. Mentre si assiste al tramonto della civiltà, declinata nei suoi valori fondanti (l’educazione dei gesti e delle parole che fa luogo alla miopia indocile di individui-monadi), mi sono posta come obiettivo una nuova Itaca, un’alba di ripensamenti e di diversi orizzonti. Una ripartenza dalla fine.

 

Grazia Procino

 

NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA

Grazia Procino, docente di Lettere presso il Liceo Classico di Gioia del Colle,  ha pubblicato haiku in due raccolte collettive edite da Fusibilia, la raccolta poetica “Soffi di nuvole”( Scatole parlanti, 2017)- Finalista Premio Nabokov e Premio Speciale al Premio nazionale “Poetika” a Verbania- e i racconti “Storie di donne e di uomini”( Quaderni edizioni, 2019).

 “E sia” ( Giuliano Ladolfi Editore) è stata la sua seconda silloge poetica: medaglia d’onore al Premio Don Luigi di Diegro 2020,  finalista al Premio “Città di Acqui Terme” e attestato di merito al premio “Lorenzo Montano”. Una sua poesia è stata selezionata per l’IPoet di gennaio 2019 dalla casa editrice Lietocolle; sue poesie sono apparse su riviste specializzate come Poesia Ultracontemporanea, Poesia del nostro tempo, Poetarum silva e Poeti Oggi. Una sua intervista è stata pubblicata su L’Estroverso a cura di Grazia Calanna. Il poeta Maurizio Cucchi su La Repubblica di Milano e il poeta Vittorino Curci su La Repubblica di Bari hanno selezionato delle sue poesie per la rubrica “La bottega della poesia”.  E’ tra i 12 poeti selezionati nell’antologia “Officina iPoet 2019” della casa editrice Lietocolle (Libriccini da collezione).

A febbraio 2021 è venuta alla luce la terza silloge poetica “Di albe e di occasi” (Macabor). Il poeta Antonio Nazzaro ha tradotto in spagnolo e pubblicato sul sito Centro cultural Tina Modotti  una sua poesia “Distanze incolmabili”, tratta dalla prima raccolta. Hanno rivolto la loro attenzione, realizzando note di lettura e recensioni alla raccolta “E sia” il poeta Leopoldo Attolico, il critico Giuseppe Giglio, Paola Casulli sul blog “Incanto errante”, il poeta Fabio Prestifilippo, il poeta Gianluca Conte, Federico Migliorati sul Gazzettino Nuovo nella rubrica “Spaziolibri”, Alessandra Farinola su “Mangialibri”, Felicia Buonomo su “Carteggi letterari”, Rita Bompadre su “L’altrove appunti di poesia”, il poeta Mario Famularo e il poeta Federico Preziosi su Exlibris 20, Graziella Atzori su Sololibri.net

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Cinque poesie di Nicola Romano tratte dalla sua nuova raccolta “Fra un niente e una menzogna”, Ed.Passigli, con la prefazione di Elio Pecora.

27 mercoledì Gen 2021

Posted by marian2643 in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Nicola Romano, Tra un niente e una menzogna

Della poesia di Nicola Romano va sottolineato lo spessore della tematica che si accompagna alla forza evocativa della parola meditata, immediata e mediata, espressa in funzione significante. I nuclei tematici privilegiati sono essenzialmente contenuti nello sguardo verso la realtà che radicalizza l’uomo-poeta al mondo in cui vive e l’incontro con un nuovo tempo fisico e interiore che lo pone di fronte alla necessità di ri-considerare l’esistenza vissuta e da vivere. La disposizione strutturale dei temi non ha un inquadramento organico, i testi sono distribuiti per tematiche miste, pur mantenendo unità di stile. Il livello semantico è una fusione di termini, sia di carattere quotidiano che di uso ricercato, quando non specialistico e neologistico, fino a qualche invenzione lessicale in funzione  della resa metrica. I testi aprono un ventaglio di argomenti dove s’insediano i motivi e gli interrogativi del vivere quotidiano declinati attraverso uno sguardo che indaga e riflette non soltanto su ciò che è al suo esterno ma su quello che la ragione e lo spirito detta. Una poetica, quella di Romano, che si inserisce in quadro che definirei di “mitografia del quotidiano”, per lo sguardo acuto, ironico e talvolta compassionevole verso tutto ciò che viene percepito e vissuto.

Anna Maria Bonfiglio

  

RED CARPET

 

Non metteranno mai

tappeti rossi

sulle tue strade

sparse ed ineguali

o sui percorsi stretti ed allagati

come quel mare freddo

chiuso in gola

 

quindi

 

consacra il tempo

semplice e ordinario

del nuovo giorno

che ti nasce in bocca

allacciati le stringhe sul muretto

datti una sferza tra le cose mute

sorridi se ti taglia un gatto nero

stranisci a quel

che rutta un manifesto

e non turbarti

all’amnesia d’un nome

che scortica la mente

e poi di colpo

intero si rivela

 

 

ASSENZA

 

Tutto sta nel capire

dove mi sprofonda la tua assenza

se falsa noncuranza

o interna solitudine

è questo armeggiare

nel palmo d’un divano

tra un facile sudoku

e un po’ di vino

Con un sentore d’assurdo

risalgono canali a quel principio

che fa nascere il corso d’ogni storia

e le mani rovistano le sacche

di quei pensieri assorti ed intricati

come spighe di canne scarmigliate

 

ed un lamento scorre fino ai piedi

se tenera ferita è la tua assenza

 

 

QUEL VAGO

 

Le porte sbattute dal vento

ribattono un vento di mare:

oscilla nel sonno leggero

la cupa lanterna

tra i muri del cuore

dilaga la polvere e il muschio

continua a patire sui prati

la febbre del tempo peggiore

 

Chissà tutta intera una vita

se esclude quel tempo migliore

pensato tra ali di canto

e odori rapiti ai verzieri

D’inesauribile attesa

quel vago che trema negli occhi

e non sa che dispiace

 

 

MERAVIGLIA

 

È bello stare qui

non manca nulla

confabulo col sole

che scalda le finestre

le vie sono un teatro

dove tutto è palese

e quel che busco

è più del necessario

per mantenere lune

sempre accese

 

D’intorno strappo

cespi di parole

che poi sminuzzo

come vuole il cuore

e a compendio

di tanta meraviglia

accanto a me trattengo

corbezzoli ed aloe

 

e una valigia piena

per fuggire

 

 

VACUITÀ

 

Cosa rimane

dei numerosi giorni accatastati

come ordinate spighe nei covoni

e di tutto un continuo trafficare

sui marciapiedi lisi delle strade

delle risa scambiate a crepapelle

sul volto degli amici più vicini

o degli sparsi attimi straniati

tra portici in granito ed osterie

 

e cosa resta

delle fatiche spinte fino a sera

per lanciare le reti sul domani

o delle labbra offerte con tremore

dentro un’oscurità senza parole?

 

Rimane solo nebbia che s’imbianca

tra i pali dei lampioni alla marina

e d’una vita forse trasognata

solo un fondiglio erboso di ruscello

 

 

Giornalista pubblicista, Nicola Romano vive a Palermo, dove è nato nel 1946. Con opere edite ed inedite è risultato vincitore di diversi concorsi nazionali di poesia. Alcuni suoi testi hanno trovato traduzione in esperanto e su riviste spagnole, irlandesi e romene. Suoi testi sono presenti in “Fahrenheit” di Radio Rai3. Attualmente dirige la Collana di poesia dell’editrice “Spazio Cultura” di Palermo.

Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: I faraglioni della mente (1983), Amori con la luna (prefazione di Bent Parodi, 1985), Tonfi (1986), Visibilità discreta (prefazione di Lucio Zinna, 1989),  Estremo niente (con una nota di Melo Freni, 1992), Fescennino per Palermo (1993), Questioni d’anima (prefazione di Aldo Gerbino, 1995), Elogio de los labios (a cura di Carlos Vitale, Barcelona, 1995), Malva e Linosa – haiku (prefazione di Dante Maffìa, 1996), Bagagli smarriti (prefazione di Fabio Scotto, 2000), Tocchi e rintocchi (prefazione di Sebastiano Saglimbeni, 2003), Gobba a levante (prefazione di Paolo Ruffilli, 2011), Voragini ed appigli (prefazione di Giorgio Linguaglossa, 2016), Birilli (sei poesie con una incisione di Girolamo Russo, 2016), D’un continuo trambusto (prefazione di Roberto Deidier, 2018), Tra un niente e una menzogna (prefazione di Elio Pecora, 2020).

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L’intervista a Tommaso Urselli: “Oggi ti sono passato vicino”

25 lunedì Gen 2021

Posted by Deborah Mega in Interviste

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Oggi ti sono passato vicino, Tommaso Urselli

 

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Tommaso Urselli per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Oggi ti sono passato vicino (Edizioni Ensemble, 2020).

 

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Ad essere sincero, ricordo meglio quando è nato il mio disamore: sui banchi delle scuole elementari, durante la correzione di un tema a traccia “Parla di tuo padre”, o qualcosa del genere… l’insegnante mi disse che quello svolgimento non poteva essere farina del mio sacco… e io ho finito col credergli per anni!

L’amore è nato molto più tardi, attraverso il teatro: credo che lo scrivere per qualcun altro, come la scrittura per la scena ti obbliga a fare, mi abbia liberato dalla preoccupazione di ricercare una scrittura che fosse a tutti i costi solo “mia”…

 

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Giusto per scomodare qualche grande, ma tra un minuto potrei far riferimento a tanti altri… nel teatro ho sempre guardato alla scrittura di Beckett, e mi è sempre piaciuta anche l’asciuttezza della sua poesia; tra i poeti italiani del ’900 Ungaretti, Caproni, Penna, Pasolini… E dopo Conte, Cucchi, De Angelis, Candiani, Gualtieri… Mi piace prestare ascolto a voci anche molto differenti… E poi ci sono i musicisti: da ragazzo ho ricevuto una formazione prima di tutto musicale, il jazz è stato il primo grande amore. La poesia ora è forse il tentativo di recuperarlo e farlo incontrare con quello per la parola, scoperta successivamente attraverso il teatro: due amori che, incontrandosi, ne generano un terzo…

 

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Credo nasca da una fragilità, da una ferita. La componente autobiografica può divenire un elemento di composizione passando attraverso il filtro di questa ferita, solo così ha senso e necessità il suo divenire scrittura: l’autore si mette da parte e lascia che sia la ferita a parlare, a sanguinare inchiostro sulla carta. Detta così può sembrare una cosa un po’ pulp, ma non necessariamente: da una ferita può anche sgorgare leggerezza, musica, canto…

 

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

Tecnicamente, una parte di queste poesie (quelle della sezione Parole alle formiche) era giunta finalista al Premio InediTO – Colline di Torino. Parallelamente il poeta Giuseppe Conte, a cui le avevo inviate, mi aveva incoraggiato ad andare avanti. Così ho continuato a scrivere, a limare…

Non saprei dire molto di più: faccio fatica a parlare del mio stesso lavoro, per lo meno a così poca distanza dalla sua uscita. Qualcuno, leggendola, ha avuto la sensazione che sia il risultato di un aver “coltivato per vent’anni la poesia quasi in segreto, dietro le quinte della scrittura e dell’esperienza teatrale”: non saprei trovare una definizione migliore… a volte – quasi sempre, forse – gli altri possono raccontare meglio di noi quello che facciamo.

 

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Per me è stato necessario scriverla; sulla necessità di leggerla, preferisco sia il lettore a esprimersi. Ad ogni modo, a giudicare da alcune segnalazioni e recensioni che cominciano a uscire su riviste e blog, mi pare stia suscitando l’interesse di persone anche molto differenti per età e formazione.

 

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Come è raccontato nelle note di chiusura, la “spinta” iniziale è arrivata durante la cura e riordino delle poesie di mio padre, lavoro ancora in fieri che ho avuto il coraggio di iniziare solo dopo più di dieci anni dalla sua scomparsa, e che mi permette in qualche modo di incontrarlo ancora (come suggerisce il titolo del libro e della sezione di apertura a lui dedicata).

 

7. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Sono lento, e frammentario… la sistematicità per me solitamente arriva in una fase successiva, quando si tratta di comporre i frammenti in qualcosa che possa stare insieme in un unico corpo organico, con un suo respiro… anche se poi la costituzione originaria, fatta di frammenti e corpi più piccoli, resta volutamente sempre visibile in filigrana. Non aggiungerei altro se non le parole di Antonio Fiori su Atelier Poesia già citate nel punto 4 (http://www.atelierpoesia.it/tommaso-urselli-esordio-in-poesia/).

 

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

È la copertina standard della collana Alter di Edizioni Ensemble, che trovo bella per la sua essenzialità – niente immagini, solo un testo estratto dalla raccolta –.

Il testo scelto affronta un tema che da diversi punti di vista – autobiografico, quotidiano, mitologico – attraversa un po’ tutto il libro… il padre, il figlio…

 

9. Come hai trovato un editore?

Ne ho contattati diversi parallelamente al lavoro di composizione della raccolta, inviando del materiale ancora in fieri. Indipendentemente dalla reciproca scelta finale, con diversi editori si è instaurato un bel rapporto di scambio e dialogo.

 

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

È un libro che contiene testi anche molto differenti tra loro per contenuto, struttura, linguaggio. In alcuni utilizzo forme più classiche, chiuse; in altri il linguaggio si apre, il ritmo è volutamente spezzato, sincopato; c’è una sezione di poesie brevissime, e altre sezioni con poesie dal respiro più lungo; ci sono inoltre composizioni la cui lingua risuona dell’esperienza teatrale; chiude il libro un testo di poesia in prosa, un flusso di parola priva di versificazione e punteggiatura, una sorta di unica lunga frase musicale dal tempo sospeso… come un assolo di sassofono mentre la sezione ritmica tace, per tornare al jazz… Penso quindi a un pubblico curioso e disposto, con chi scrive, a rischiare un po’. E tante volte lo è molto di più di ciò che comunemente si pensa. Lo dico per la pregressa esperienza in teatro: c’è spesso questa idea che il pubblico voglia a tutti i costi restare comodo e vedere sempre le stesse cose, mangiare sempre lo stesso rassicurante cibo surgelato da anni, sopravvivere più che vivere… ma forse è appunto solo un’idea, che riguarda più alcuni produttori di teatri e di surgelatori…

 

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Cerco di raccontarlo, in situazioni simili a questa. La cosa che mi piace è che, raccontandolo ad altri, lo racconto nuovamente anche a me… è come rientrarci ogni volta di nuovo, riviverlo, e la cosa mi diverte…

 

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

“Allora abitavo acqua / suonavo / strumenti fatti / d’aria: e di parole / nemmeno l’ombra.”.

È il testo di apertura della sezione “Parole alle formiche”. Non lo cito per questioni di primato rispetto ad altri ma perché è il primo testo in assoluto ad essere stato composto: nel 2001 Maurizio Cucchi lo pubblicò e recensì nella sua rubrica su Specchio de La Stampa, accostandolo per tematica alla poesia di Giuseppe Conte. Subito dopo mi sono dedicato al teatro… Così ora, a distanza di vent’anni, ho ricominciato da là, da quel primo passo; e ho inviato i testi di questa sezione a Conte, che mi ha risposto con le parole riportate in quarta di copertina.

 

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

“Passo”, dicevamo: mi pare di ricordare che un passo sia un po’ una situazione di disequilibrio che necessariamente dobbiamo attraversare se vogliamo spostarci da un punto all’altro, disegnare un cammino… Ecco, mi auguro che anche questo libro possa essere un passo, un piccolo disequilibrio per chi scrive e per chi legge.

 

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Ci penso.

 

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Tornare al teatro. Depistarsi, sempre.

 

Tommaso Urselli

 

NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA

Tommaso Urselli è autore di teatro. In passato alcuni suoi componimenti poetici sono stati pubblicati e recensiti da Maurizio Cucchi su Lo Specchio de La Stampa. “Oggi ti sono passato vicino”, da poco pubblicata per Ensemble, è la sua prima silloge poetica; alcuni estratti sono pubblicati da Maurizio Cucchi e da Vittorino Curci su Repubblica per la rubrica Bottega della Poesia, e su blog e riviste on-line; la sezione “Parole alle formiche”, particolarmente apprezzata dal poeta Giuseppe Conte (sue le parole in quarta di copertina), è giunta finalista al Premio InediTO – Colline di Torino 2019. Tra i suoi testi teatrali rappresentati e pubblicati: “Un vecchio gioco“ (La Mongolfiera Editrice) commissionato da Compagnia Scena Nuda. “Boccaperta” (La Mongolfiera Ed.) commissionato da Teatro Periferico. “Ipazia. La nota più alta” (pubblicato da Sedizioni) su commissione di PactaDeiTeatri. “Il Tiglio. Foto di famiglia senza madre”, prodotto dall’autore in collaborazione con l’attore-regista Massimiliano Speziani: il testo, tra i vincitori del premio Borrello per la drammaturgia (e premio Fersen alla regia) è pubblicato sul n. 727 della rivista Sipario, in volume per La Mongolfiera Editrice, in e-book per Morellini Editore. Su commissione del Festival Connections – Teatro Litta, Milano, scrive “In-equilibrio”. Viene prodotto dal Teatro Litta il suo testo “Esercizi di distruzione. L’importanza di chiamarsi Erostrato” (pubblicato in volume per Edizioni Corsare e sul n. 758 della rivista Sipario; vincitore del premio Lago Gerundo). È attore-autore di “Ma che ci faccio io qua” (pubblicato da Edizioni Corsare). Cura con Renata Molinari e Renato Gabrielli la pubblicazione di “A proposito di menzogne – testi per Città in condominio”, L’Alfabeto urbano, Napoli. Scrive “Canto errante di un uomo flessibile”, tra i vincitori del Premio Fersen per la drammaturgia e pubblicato da Editoria&Spettacolo. Vince la prima edizione del premio Parole in scena per il teatro-ragazzi con il testo “La città racconta” (pubblicato da Edizioni Corsare). È autore-regista di “Piccole danze quotidiane” (messo in scena al PimOff e presso la Triennale di Milano per il Festival Tramedautore, Outis).

Blog: https://tommasourselli.wordpress.com/

 

 

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Edoardo Gallo: “La Verità è un Bambino dagli Occhi Grandi” Liberodiscrivere, 2020. Cinque poesie e una intervista

15 venerdì Gen 2021

Posted by adrianagloriamarigo in Interviste, MISCELÁNEAS

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Adriana Gloria Marigo, Edoardo Gallo, La Verità è un Bambino dagli Occhi Grandi

Edoardo Gallo: “La Verità è un Bambino dagli Occhi Grandi”

Liberodiscrivere, 2020

Prefazione di Sotirios Papadopoulos e di Giuliana Balzano

Postfazione di Sara Zanferrari

 

 

Dalla prefazione di Sotirios Papadopoulos

«Edoardo Gallo con la sua nuova silloge intitolata La Verità è un Bambino dagli Occhi Grandi ci fa fare un tuffo nel sacro concetto di Alitheia (Verità); un viaggio nello sforzo di essere sempre noi stessi ma attraverso la paura del giudizio sociale. Siamo consci che il cervello umano è in grado di svolgere infinite e complesse operazioni in tempi ridotti. Ma esiste soltanto una di queste che non può essere eseguita ed è proprio questa che compromette i rapporti tra tutti gli esseri su questo pianeta. Distinguere il Vero dal Falso, la Verità dalla Menzogna, la Alitheia dal Pseudos. Edoardo ci porta attraverso le sue melodie visive a capire che la Verità non può coesistere con la Menzogna senza essere contaminata, deformata, svilita e annientata. Ma non è forse che la Verità è la concordanza tra Giudizio e Realtà? E che cosa è Reale se non la manifestazione dell’Essere? I poemi di Gallo, come specchio vivente della nostra Anima, dietro a una trama semplice, nascondono uno spirito agonistico pieno di voglia di Bellezza interna e di coraggio guerriero nel mezzo di una società alla deriva, in cima a naufragi di valori e di detriti di anime vendute al Consumismo Materiale.»

 

Dalla prefazione di Giuliana Balzano

«L’ispirazione poetica di Edoardo Gallo nasce da un intenso stato emotivo derivato dalla puntuale osservazione di ciò che lo circonda. Il poeta fa un’attenta analisi interiore dei propri sentimenti dando vita a liriche dinamiche e nel contempo dolcissime. Nelle sue poesie si “leggono” chiaramente due elementi: la forza interiore che caratterizza il suo pensiero; il bisogno costante di cogliere quelle verità difficili da negare. Il suo stato d’animo va a distendersi sui versi e la poesia diventa un mezzo indispensabile per lui, per poter camminare nei meandri più bui dell’esistenza umana. Gallo sente il bisogno di amare, cerca la pace nella magia del silenzio, ambisce a trovare la verità. Amore, silenzio e verità diventano un modo per lui di affrontare la frenesia di questo nostro tempo sofferto e avverso. Gallo crede nella forza delle parole, ha fiducia nelle parole, gioca con le parole creando liriche riflessive, cariche di schiettezza.»

 

A portata di mano

 

Il mio mondo

lo tengo a portata di mano

tutto dentro a una tasca.

Chiavi per aprire porte

Un fazzoletto per le lacrime

Una conchiglia per aver con me le onde

Alcune monete per un gelato

E quella poesia che scriverò domani

 

 

 

Da qualche parte

 

Alla fine vince chi non ha paura del buio.

Alla fine.

Là al bivio tra la strada che sale e quella che scende.

Da qualche parte starà pur la fine.

Del lasciarti andare,

dell’un po’ morire.

Dell’unica volta che abbiamo saputo cos’è l’amore

 

 

 

Il nido del desiderio

 

Vivo nel desiderio di tutto quel che ho già scritto.

Non c’è nuovo che mi appassioni più

di quelle labbra che furono il mio sorriso.

Ancor oggi ripensando al ramo

ci porterei la paglia per costruire il nido

per tutte le volte che torno e non ti trovo

 

 

 

Infinito e confine

 

Infinito e confine

i tuoi occhi,

acqua e fuoco

la tua bocca;

tra l’infinito e la bocca

i tuoi occhi.

E sono con te oltre quel confine,

oltre le terre conosciute,

al di là di tutti i mari,

sopra le stelle

con te

 

 

 

Soldati

 

Come i milioni di soldati abbattuti un secolo fa

Siamo stati sterminati.

La montagna è diventata ancora la nostra tomba

la nostra anima è stata sradicata e siamo caduti a terra.

Tutto esattamente come cento anni fa.

Qualcuno potrebbe pensare che noi non abbiamo sofferto.

Noi custodi di queste cime,

Noi soldati di queste vette.

Abeti, Larici, Faggi, Frassini, Tigli

siamo nuovamente morti.

Non il nostro spirito che vivrà per sempre

Tra i sassi che abbiamo vegliato

i sentieri che abbiamo adombrato

i ricordi che abbiamo protetto.

E in tutti voi che ci avete amato

 

29 ottobre 2018 tempesta Vaia: dedicata agli alberi dell’altopiano di Asiago

 

 

 

Intervista

 

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Risale ai tempi del liceo con lo studio dei classici della letteratura, ma questo innamoramento ha avuto la sua folgorazione dopo aver visto il film l’Attimo Fuggente; film che ho riassaporato recentemente assieme ai miei figli. Ricordo che io adolescente lo approfondii in modo viscerale andando a cercare e poi leggere o rileggere tutti gli autori citati: da Whitman a Thoreau, da Byron a Frost, fino ad Orazio per citarne alcuni.

 

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Faccio veramente fatica a dare solo alcuni nomi. Leggo molta poesia e cerco di spaziare quanto più possibile per “succhiare” il nettare delle parole di questi immensi poeti. Decisamente sono molto legato a Leopardi e Whitman. Mi piacciono Montale, Caproni, Gozzano, Pavese fino a Zanzotto, molto le poesie di Szymborska, di Dickinson, di Cvetaeva. Mi affascinano Pozzi e Plath. Amo viaggiare con Prevert ed Hesse, innamorarmi con Lorca e Neruda. Ho un debole per l’intrigante e diretto Bukowski, per i più meditativi e spirituali Hikmet, Gibran, per la filosofia di Pessoa e Rilke. Direttamente o indirettamente cerco di farmi coinvolgere da tutti, credo comunque di avere un mio stile che mi dicono sia riconoscibile e distintivo.

 

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

 Tutto nasce dal mio innato istinto di osservare. Vedo, guardo, ascolto, sento e porto a scrittura ogni emozione. Ogni sentire. Per me infatti «la poesia è un ponte che unisce ogni intimo sentire». Un ponte che collega il fuori al dentro di noi per poi ritornare fuori, in un moto quasi perpetuo e sconvolgente. Tutto ciò che scrivo fa parte di un vissuto, a volte intimo, a volte spaziale; a volte è inconscio che vive nel sogno e che poi diventa attimo vissuto. Non potrei mai scrivere qualcosa per la quale non ho provato nulla. Ho bisogno di respirare e tramutare in parola ogni emozione, qualcosa che mi ha colpito, che mi ha ferito o fatto gioire o solo ho vissuto per un istante. In alcune poesie ci sono i posti a me cari, spesso i colli Berici dove ho una casa e dove ho vissuto da bambino. I ricordi d’infanzia dati da un albero, l’erba appena tagliata, la raccolta dell’uva, la neve, un pettirosso. Da mio padre che siede sotto al portico e guarda la vallata al di là del muro. Insomma ogni cosa che osservo e che ricordo può essere motivo per fare e dire poesia.

 

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

Dopo aver pubblicato le prime due sillogi a me molto care Giorno Zero e È Solo Poesia nel marzo scorso ho deciso di mandare in stampa la terza raccolta che ho voluto intitolare La Verità è un Bambino dagli Occhi Grandi e che ha visto la sua prima presentazione solo nel giugno 2020. Ho vissuto un periodo dove la verità era diventata profondamente urgente e necessaria. Ma non tanto la verità in sé ma l’ “essere vero”. Legata quindi alla sincerità e alla lealtà come forme di gentilezza, di passione, di credibilità. Ero stanco di vedere il continuo depauperamento dei valori veri a vantaggio di forme egocentriche, narcisiste e arroganti, veloci da raggiungere, effimere e superficiali. La poesia è per me sinonimo di verità, perché canta il vero, e lo descrive raccontato dentro le sue fatiche, le sue malinconie tuttavia restando verità di speranza, con slanci di illusione e di utopia per compiere ogni giorno un passo avanti.

 

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Non lo so se sia utile, e tantomeno necessaria. Lo è per me, sicuramente. La poesia è per me un’urgenza necessaria; in tal senso credo possa essere utile anche a qualcun altro. Quello che mi dicono i lettori, e lo riporto fedelmente, è che nel leggermi trovano serenità e, in alcuni concetti espressi con metafore e paradossi, leggono una filosofia buona a sostegno del possibile, impavida nella sua completa fragilità. Come ha scritto in una prefazione il prof. Sotirios Papadopoulos, «Edoardo Gallo con la sua nuova silloge ci fa fare un tuffo nel sacro concetto di Alitheia (Verità); questa dolce e amara sensazione rende la sua opera Fragile come l’acciaio e Robusta come le ali di libellula».

 

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Non c’è un preciso momento. È nata con il vivere quotidiano, giorno dopo giorno. Segue il corso delle mie giornate e degli eventi.

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi, oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Quasi ogni componimento lo scrivo di getto e solo in alcuni casi, o nelle poesie più lunghe, metto mano ad alcuni versi anche a distanza di tempo. In altri non trovo subito la parola giusta, e così torno sopra la poesia per sentire se riflette appieno l’emozione che ho provato e che voglio trasmettere. A volte per lavoro sono in viaggio e lì l’ispirazione può giungere improvvisa, anche se è la notte il tempo migliore per il mio scrivere. Quello che è certo è che scrivo perché ne ho bisogno e quando lo sento forte mi fermo ovunque io sia e scrivo. Mi distoglie dalla vita stressante che il lavoro mi obbliga a fare seppur con piacere, e mi catapulta in un mondo parallelo dal quale torno rigenerato e rinnovato.

  1. La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?

Ho l’abitudine, suggerita dal mio editore Antonello Cassan di Liberodiscrivere, di scegliere per le copertine un’opera pittorica. Dopo aver collaborato con Andrea Marchesini, ho sentito la forte necessità di chiedere a Bruna Lanza una sua opera. Il colore segue il filo conduttore del contenuto del libro. In questo caso è stata scelta un’opera che emotivamente mi ha molto colpito, di prevalente colore arancio perché questo colore, caldo e attraente, per me simboleggia la poesia e quindi la verità. Il titolo del libro è preso dal titolo di una poesia in esso contenuta che declina in tutti i modi possibili la verità. La migliore sua descrizione risiede nel verso La verità è un bambino dagli occhi grandi.

  1. Come hai trovato un editore?

È una storia che serbo gelosamente ed è quasi romantica. Nel giugno 2016 ero a Genova per lavoro e da poco avevo tra gli amici di facebook la poetessa e filosofa Grazia Apisa che lì vive. Le ho scritto un messaggio chiedendole di poterla incontrare e, non senza mio stupore, lei ha accettato. Abbiamo trascorso diverse ore parlando di poesia, leggendone, bevendo un tè. È stato uno dei momenti più preziosi e intensi della mia vita. È stata lei a suggerirmi, durante quell’incontro, la mia attuale casa editrice Liberodiscrivere.

 

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Credo che possa essere molto interessante per tutte le persone che si pongono domande, pertanto non solo agli amanti della poesia ma a un pubblico di lettori più vasto. Avviso che non so se nel leggerle troveranno le risposte che cercano, ma forse sarà più probabile che si porranno ulteriori domande. Credo inoltre che questa pubblicazione possa comprendere un’ampia fascia di età, anzi lo spero. Ho avuto il piacere di portare le mie poesie anche in alcune scuole primarie e secondarie; sono stati momenti di grande stupore, vedere come menti così giovani riuscissero a captare e andare oltre il significato stesso della poesia. Ricorderò per sempre la risposta di una bambina di nove anni alla mia domanda “cos’è per voi la poesia”, rispose: «Per me la poesia è follia». Cosa potevo sentirmi dire più di questo?

 

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Per lavoro mi occupo di vendite e indirettamente di marketing. Sono pertanto abituato ad utilizzare le diverse forme di comunicazione. I canali distributivi sono i più disparati: direttamente dalla mia casa editrice, attraverso Amazon o IBS libri, oppure si possono prenotare in quasi tutte le librerie anche se in questo caso, purtroppo, la consegna è sempre piuttosto lenta. Mi piace promuovere personalmente la distribuzione; spedisco le copie direttamente a casa dei lettori, naturalmente con dedica, oppure li distribuisco durante gli incontri di presentazione. Quest’anno inoltre alcune aziende hanno trovato interessante omaggiarlo ai loro clienti come regalo di Natale. Utilizzo poi i social più significativi: ho un mio blog edoardogallopoesia su facebook che sta ricevendo una buona attenzione e, con lo stesso nickname, sono presente anche su youtube, dove presento il progetto PoeMusìa in collaborazione con il compositore e pianista Giuseppe Laudanna.

 

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

 

« Pensare di aver perso una cosa.

Ritrovarla

ed essere felice.

Piccoli attimi

nei quali riconosci

il senso della vita.

Perché la vita

è nelle cose

ritrovate.

Anche quando

sono perdute »

 

Una delle poesie che preferisco perché mi dà un senso di pace e di accettazione.

 

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Spero riuscirà ad avvicinare un maggior numero di lettori alla poesia. La poesia infatti è per me curativa, una medicina buona e chi la legge non può altro che trarre giovamento. La poesia è sempre stata un po’ troppo tenuta in disparte rispetto le altre forme di scrittura, non so se per rispetto o più per paura. Essa, anzi Ella, è fondamentale, illumina la vita come un lampo. È distillato, un’estrema sintesi di qualcosa di molto più grande. In poche parole riesce a contenere un mondo di emozioni e di significati. Non si possono infatti leggere decine di poesie tutte d’un fiato. Un libro va letto adagio, facendo sedimentare le parole, rileggendole se possibile così da scoprire i molti e diversi “messaggi” contenuti. A volte la poesia è un codice segreto e come tale ci vuole la giusta pazienza per decodificarlo e apprezzarlo totalmente.

 

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Cosa contiene il QR Code stampato in quarta di copertina?

 

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Sto continuando a scrivere ma è ancora presto per pensare al prossimo libro. Vorrei solo riuscire a tornare a presentarlo pubblicamente, vedere tutto il viso delle persone, guardare dentro i loro occhi, respirare la loro stessa aria. Potere stringere nuovamente le mani e abbracciare, forte, a lungo restando ad ascoltare il prezioso silenzio che si scatena in quel momento.

Edoardo Gallo

 

Biobibliografia

Edoardo Gallo è poeta vicentino. Ha pubblicato tre libri in forma collettiva esprimendo poi la sua cifra poetica originale e polimorfa nelle tre raccolte personali Giorno Zero, È Solo Poesia , La Verità è un Bambino dagli Occhi Grandi.

Ha partecipato a Poetry Vicenza, FlussiDiVersi di Caorle, Parole Spalancate Festival Internazionale di Genova e al BeArt Festival dell’Arte di Vicenza. Con la poesia Io sono mio padre è vincitore assoluto del Premio Letterario Nazionale “Giorgio Gaiero”. Nel 2020, quale rappresentante della poesia italiana, è invitato a partecipare alla mostra virtuale “Mediterranean Anatomy” patrocinata dall’Ambasciata Italiana in Grecia. Le poesie A chi importa e Il nido del desiderio sono diventate canzoni d’autore.                L’inedito Soldati viene utilizzato quale voce poetica del video realizzato da Adifly in collaborazione con l’associazione culturale Liberi Pensatori, in ricordo degli alberi abbattuti dalla tempesta Vaia. Il progetto viene patrocinato dall’Assessorato alla Cultura e Turismo della Regione del Veneto. A luglio 2020 è finalista alla XIV edizione del Premio Letterario “Città di Livorno” con la poesia Le cose difficili. Prestigiose sono le collaborazioni con numerosi artisti e musicisti, tra i quali il pianista e compositore Giuseppe Laudanna con il quale crea il progetto artistico PoeMusìa.

 

 

 

 

 

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Recensione di Silvio Aman su “Astro immemore” di Adriana Gloria Marigo, Prometheus Editrice, 2020

04 venerdì Dic 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Adriana Gloria Marigo, Astro immemore, Silvio Aman

 

Adriana Gloria Marigo: Astro immemore

Prometheus Editrice, 2020

Postfazione di Andrea Matucci: Un luminoso “sentimento dello spazio”

 

Con Astro immemore, Adriana Gloria Marigo ci offre una collana di quarantacinque brevi poesie in versi liberi rivolta al lago Maggiore coi suoi promontori, ma se il titolo ci allontana già da ogni ipotesi descrittiva, nei testi le elevate ricorrenze di aria, luce, azzurri e verdi lo richiamano piuttosto in raffinate tarsie o – come scrive Andrea Matucci – “per fuggevoli indicazioni” spesso tutt’altro che aderenti al versante visivo, semmai in un intreccio di empatia e stilizzazione:

 

Afflizioni pluvie saggiano

i cardini della roccia

l’irridente fragore del mare

che a me sodale frantuma

la chincaglieria del lago

 

finisterre occluso al largo.

 

È pur vero che il lago, o piuttosto la sua cornice, sottende l’intera raccolta, ma non senza effetti di estraneità, sia a causa dell’astro dimentico il suo benigno influsso – e tanto importante da titolare il libro – sia per la sua riduzione a “chincaglieria” rispetto al mare. Esso permette alla poetessa di eseguire difficili mosse da funambolo tramite voci inconsuete, rare, letterarie o derivate da altre lingue (come “funambolia” “viridarium” “spendimento” “implaga” “celestia” “aspèrgine” “venetico”…) cui si aggiunge l’uso spesso inarticolato delle preposizioni (“di rosa canina” – “d’ànemos” – “di vela rossa” – “d’aria” – “d’arte”) la tendenza a ridurre l’impiego degli articoli, e la sostantivazione di certi avverbi e aggettivi (“da smisurato lontano” “di vago fragrante”) ottenendo sempre nuove tessiture di un testo aperto, perciò di non facile decodificazione…

 

Intemperante giunge un vento

sonoro a lanciarsi ostinato

dalle dorsali prealpine,

suadere a dismisura

la funambolìa del mattino,

l’aspèrgine azzurra

lungo l’ordinata del giorno.

 

Nella formazione della propria lingua poetica, ci accorgiamo che Adriana Gloria Marigo ha reso straniere le presenze cui attribuisce “funambolìa” al mattino, “aspèrgine” all’azzurro, “implaga” al blu di Prussia “lunari” agli agresti, “spergiuro” al sole, “scaltra” all’ombra, “ordinata” al giorno, nel senso di unirle a presenze insospettate e a volte molto lontane come è il caso di il “re del Ponto”:

 

La digressione di tutto il turchino

sperpera la penitenza del cielo

qui avviene lo spergiuro del sole

la prova costante del re del Ponto,

stinge persino l’ombra scaltra del bianco.

 

La prima poesia, arco d’ingresso alla raccolta, si rivolge enigmaticamente a uno strappo esistenziale cui necessita l’arte del rammendo, come indica il duplice senso di fortuna…

 

È cucita addosso una veste

di timbriche fortune alterne

nella luce il momento esalta

e schianta nel giro che smaglia

e torna d’arte al rammendo.

 

mentre fra ciò che esalta e smaglia, le successive vi accennano sia per il tono sia per il fatto che l’impulso affettivo e i richiami al mondo esterno permangono in uno stato di implicito straniamento, sicché qui non si può certo dire, con Meister Eckart, “l’amore è di tal natura che trasforma l’uomo nella cosa amata”. Decisiva, al riguardo, è la quasi totale assenza dell’io “che vede, pensa, parla” (Andrea Matucci) e il predominio delle frasi constative, come in “febbraio ha corte nel gelo” “perdura il seccume” “si tagliano i rami opprimenti” e via così, lasciando insomma prevalere l’oggettività su cui si modellano le ardue espressioni dell’intera raccolta…

 

Stenta primavera pochi fiori

perdura il seccume

al turbine preciso d’avarìe

sotto lo sperdimento azzurro

ora che il levarsi mergozzino

convoca acuti d’ombra,

l’esecrabile nullora.

 

Ho accennato alle tarsie, perché la poesia di Adriana Gloria Marigo, estranea all’estensione narrativa “che è sempre stato l’orrore della poesia pura” (Andrea Matucci) anzi tendenzialmente ermetica, e perciò senza sviluppo, forma i suoi riquadri con frasi paratattiche, riducendo al minimo snodi, congiunzioni e punteggiatura. Ne abbiamo un esempio indiretto con “si tagliano rami opprimenti” per lasciare “respiro di spazio” e “Il canto glorioso dei merli/ svuota l’aria d’altra voce” nel senso di scindere o distanziare gli sguardi, talvolta improvvisi (“abbaglio bianco di rosa canina” “La salita che scosta le case/ s’apre nel punto preciso/ dove slarga lo sguardo/ di celestia fitto”)…

 

Si tagliano rami opprimenti

si lascia respiro di spazio

all’albero in canto rinascente.

In terra l’avventura dei bulbi,

della forsythia in acuto giallo

intrama fortuna di viridarium.

 

Oppure, in Lucreziana, unica poesia titolata:

 

Nella stagione che priva l’ornato

più chiare possiamo vedere

in margine al bosco

[…]

solitarie betulle odoranti

il rigore territoriale dell’aria.

 

“Fortuna di viridarium” (il “verde” ha anche lui molte ricorrenze) rafforza – adversus Thomas Stearns Eliot, nel suo “aprile è il più crudele dei mesi”– gli enunciati della precedente Primavera, stagione, qui portatrice di nostalgia:

 

Primavera, stagione

più di altra leale

celebri la nostalgia

ogni casa che ho abitato

et brevitas d’amore tornato.

 

Leale (quindi opposto all’astro) se celebra appunto la nostalgia delle case abitate e l’amore. E di nuovo:

 

Creanza d’aprile

riparata sui racemi dei lillà

effondi pulviscoli odorosi

lacerti di ere turbinanti…

 

lasciando percepire la preferenza per le stagioni dalla natura rinascente e calorosa con i loro profumi. Nella poesia dedicata a Vittorio Sereni, leggiamo: «Di vago fragrante si diffonde/ l’osmanto tra il duro verde// d’amaritudine pungendo/ aereo il destino d’ottobre» e di nuovo, con le echeggianti sonorità di aria : scarna (contrapposto all’estiva, pesante e piena) zoomorfo : frusto…

 

Basterà l’aria levantina

selvatica e scarna di oggi

sull’iperbole stesa del prato

il cielo di nubi zoomorfo

a specchiare l’incerta

profusione vegetale

imprimere cesura al frusto

mentre ad agresti lunari

ascendono canti alati.

 

Assieme alla primavera, all’aria e al celeste (dieci ricorrenze, con le sue variazioni cromatiche) in queste poesie domina la luce fin dalla prima: «nella luce il momento esalta» – «pura chiarità di salmo arioso» (sedici ricorrenze allargate a “chiaro” “luminanza” “splende” “oro”… “vennero corsiere di luminanza” – “tutto il foliage mi splende addosso” – “ora di fitto oro in festa” – “Flette il silenzio la misura dell’oro” […] L’orazione del fuoco in crepitio/risolve la brama ottusa/ gemma l’estrosa ora fausta”)…

 

Tutto coincide nella luce

occidua di ottobre fiammato

di nuovo al turbinante capriccio

sua specifica natura garante

la fratellanza dei mesi,

onore a loro sostanza

secondo agnizione

fine di circostanza.

 

I due versi finali lasciano supporre, che se l’elemento contingente richiede un’analisi, l’agnizione porta con sé – al contrario – un improvviso riconoscimento o la sorpresa, come abbiamo già visto per “l’abbaglio bianco di rosa canina” il cui verso è opportunamente staccato dai precedenti. Che qui non si tratti quasi mai di oscurità (“notte” o “notturno” e “sera” sono, mi pare, presenti solo due volte) bensì di luce, aria e vento, quest’ultimo con sette occorrenze, compreso Favonio… “vele nella squillante ora del vento” lo indica la poesia

 

Istruisce il chiaro

la scurità petrosa,

dispone la terra alla vela

risolta al viaggio per acqua –

tornata oggi la minuzia ventosa

da smisurato lontano.

L’ora misteriosa di gennaio

scollina lucentezza di stelle –

vezzo del primo Favonio

che arrischia in cielo e in terra

la virida voce errante,

pazzia delle rame gemmifere.

 

Perché anche dove compare, l’ombra è seguita dalla luce:

 

Sbriglia Mergozzo giù dalle cime

lusinga di ombre plananti

sulle morene dove la città

affonda sereni suoi romitaggi

d’incorollata luce aspersi.

 

Riguardo all’autunno con la sua profumazione, in “Di vago fragrante si diffonde” abbiamo:

 

Depreco ottobre

il darsi occiduo

appena la luce si fa bella

specchia vigori vegetali

la vocazione alle nostalgie

più remote dei tuoi passi.

 

ma anche:

 

Ora l’equinozio di autunno

colmerà di vaghezza incendiata

ogni foglia dell’albero amante

l’ispirata vaganza dell’aria

l’offerta corona della sera

caduto il regno dell’astro assoluto

nell’idioma stordito dei fiori.

 

D’altra parte, se oro e rosso (assieme a “ruggine”) hanno occorrenze ridotte in confronto a luce, foglie, rami e fiori legati ai mesi in ascesa, l’autunno è l’unica stagione in cui il declino sa incendiare le foglie dell’“albero amante” (cioè dei propri organi vitali) l’“ispirata vaganza dell’aria” e “l’offerta corona della sera” anche se gli ultimi due versi – distanziati per l’irrompere di un pensiero critico – introducono l’idea della caduta (l’astro declina) e la lingua stordita dei fiori dovuti al passaggio dalla piena solarità a quella riflessa dalle foglie d’oro.

Benché Adriana Gloria Marigo sia donna di mare, ha insomma saputo riconoscere i doni del lago, rendergli omaggio, offrirgli le corone delle sue complesse composizioni e farlo a sua volta esprimere. Un omaggio ha desiderato anche rendere al pittore Franco Rognoni con la figura in copertina: La donna del lago, gentilmente concessa da Stelio Carnevali.

 

Silvio Aman

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Le iguane non mi turbano più. Poesie di Dina Bellrham tradotte in italiano da Lorenzo Spurio

23 lunedì Nov 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Dina Bellrham, Le iguane non mi turbano più, Lorenzo Spurio

È uscito in questi giorni, per i tipi di Le Mezzelane Editore di Santa Maria Nuova (AN), il libro Le iguane non mi turbano più, selezione di poesie di Dina Bellrham, tradotte dal poeta e critico letterario Lorenzo Spurio. L’opera è il frutto di un lavoro di studio, analisi e traduzione dell’opera poetica della poetessa ecuadoriana Edelina Adriana Beltrán Ramos (1984-2011), meglio nota con lo pseudonimo di Dina Bellrham, che, nel corso della sua breve vita, pubblicò le raccolte Con Plexo de Culpa (2008) e La Mujer de Helio (2011). Questa edizione in lingua italiana (la prima opera organica di traduzione della poetessa, già tradotta, per singoli componimenti, in altre lingue) è stata permessa dall’interessamento e dalla fattiva collaborazione della famiglia, nella figura della madre Cecibel Ramos. Ad impreziosire il volume, che presenta una scelta di poesie tratte dalle sue due opere e dall’opera postuma Inédita Bellrham, è un ampio studio critico preliminare a cura della poetessa e critico letterario Siomara España tradotto in italiano dal curatore dal titolo “Dina Bellrham: contemplazione e comparsa”, nel quale si indagano con attenzione le caratteristiche preminenti della poetica della giovane poetessa. Come si legge dalla quarta di copertina: «La poesia della Bellrham è sospesa tra un fosco presentimento della morte – quasi un dialogo continuo con l’oltretomba – e una tensione amorosa per la vita, la famiglia e la quotidianità dei giorni della quale, pure, non manca di mettere in luce idiosincrasie, violenze e ingiustizie diffuse. La critica ha parlato di una sorta di nuovo Barocco per la sua poesia dove coesistono terminologie specialistiche della Medicina e squarci visionari che fanno pensare al più puro surrealismo. Entrare in una poetica così magmatica e a tratti scivolosa per cercarne di dare una versione nella nostra lingua non è compito semplice, dal momento che la poetessa coniò – come il critico Siomara España annota nello studio preliminare – un suo codice linguistico particolarissimo, inedito, personale e multi-stratificato. Eppure è un tentativo sentito (e in qualche modo doveroso) frutto di quella “chiamata” insondabile che non si è potuto eludere».

*

Lorenzo Spurio (Jesi, 1985), poeta, scrittore e critico letterario. Per la poesia ha pubblicato Neoplasie civili (2014), La testa tra le mani (2016), Le acque depresse (2016), Tra gli aranci e la menta. Recitativo dell’assenza per Federico García Lorca (I ediz. 2016; II ediz. 2020) e Pareidolia (2018). Ha curato antologie poetiche tra cui Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana (2016, 2 voll.). Intensa la sua attività quale critico con la pubblicazione di saggi in rivista e volume, approfondimenti, prevalentemente sulla letteratura straniera, tra cui le monografie su Ian McEwan e il volume Cattivi dentro: dominazione, violenza e deviazione in alcune opere scelte della letteratura straniera (2018). Si è dedicato anche allo studio della poesia della sua regione pubblicando Scritti marchigiani (2017) e La nuova poesia marchigiana (2019). Tra i suoi principali interessi figura il poeta e drammaturgo spagnolo Federico García Lorca al quale ha dedicato un ampio saggio sulla sua opera teatrale, tutt’ora inedito e tiene incontri tematici. Ha tradotto dallo spagnolo racconti di César Vallejo e di Juan José Millás e una selezione di poesie di Dina Bellrham confluite in Le iguane non mi turbano più (2020). Su di lui si sono espressi, tra gli altri, Giorgio Bàrberi Squarotti, Dante Maffia, Corrado Calabrò, Ugo Piscopo, Nazario Pardini, Antonio Spagnuolo, Sandro Gros-Pietro, Guido Oldani, Mariella Bettarini, Emerico Giachery e numerosi altri.

Link all’acquisto dell’e-book

Link all’acquisto del libro

 

Info editoriali

Le Mezzelane Casa Editrice – Via W. Tobagi 4/H – 60030 – Santa Maria Nuova (AN)

Tel. 340405449 – Mail: informazioni@lemezzelane.eu – Sito: www.lemezzelane.eu

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L’intervista a Mario Fresa: “Bestia divina”

26 lunedì Ott 2020

Posted by Deborah Mega in Interviste

≈ 1 Commento

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Bestia divina, Mario Fresa

 

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Mario Fresa per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Bestia divina (La Scuola di Pitagora editrice, 2020).

 

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Ho iniziato a scrivere, in prosa, intorno ai quattordici o quindici anni. Erano testi narrativi e teatrali. Sono quindi passato alla traduzione letteraria e, infine, all’acuminata esattezza della poesia.

 

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Citerò solo alcuni nomi (includendo anche quelli che non appartengono alla scrittura propriamente “letteraria”). Per la prosa: Flaubert, Schopenhauer, Eliade, Bufalino, Hesse, Jesi, Evola, Kafka, Molière. Per la poesia: Ovidio, Petrarca, Baudelaire, Foscolo, Rilke, Leopardi, Mandel’štam, Rosselli, Orten.

 

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

C’è una componente autobiografica, sì, ma di natura inconscia: il luogo di origine della scrittura è una zona d’ombra, non del tutto controllata dal nostro cosiddetto “io”. I luoghi nei quali ho vissuto non sono mai entrati nella mia scrittura.

 

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

Bestia divina è il diario postumo, o la cronaca indotta, della cancellazione di un’identità: il racconto di una morte vera (quella di una persona cara) e, insieme, un attento e perturbante “ricordo del futuro”: cioè l’analisi della scomparsa del proprio nome, del proprio esserci.

 

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

 Non spetta a me dirlo…

 

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Ho scritto questo lavoro su invito del curatore della collana, Andrea Corona. Un incontro bellissimo, direi da “amicizia stellare” (nel senso nicciano dell’espressione).

 

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Ho impiegato un paio di anni per la stesura del testo. Durante gli ultimi mesi, ho contemporaneamente scritto una seconda raccolta, dal titolo Il mantello di Goya, che completa la prima, siccome un dittico ideale. Questa seconda raccolta sarà pubblicata tra un paio di anni.

 

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

Sulla copertina è riportata una meravigliosa incisione di Loredana Müller, un’artista straordinaria. Rappresenta uno dei miei animali “totemici”. Nel contemplare il disegno, è miracolosamente riemerso un cruciale ricordo visivo della mia infanzia.

 

  1. Come hai trovato un editore?

Come ho già detto, è stato l’editore a “trovare” me.

 

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Nel testo sono presenti costanti riferimenti all’arte visiva (in ispecie alla pittura di Goya) e alla musica. Il lettore “ideale” dovrebbe saperli riconoscere con una certa facilità.

 

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Non lo sto promuovendo, né ho intenzione di organizzare una presentazione del volume.

 

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

«Per te ho serbato una violenta fedeltà».

Spiega compiutamente il senso di una delle poche manifestazioni dell’esistenza che continuo ad amare.

 

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Che possa raggiungere amici sconosciuti.

 

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

L’interrogazione (insolubile, ma vitale) che sempre ci pone l’occhio albertiano: Quid tum?

 

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Nei primi mesi del 2021 uscirà un Dizionario della poesia italiana (1945-2020) da me curato. Un volume impegnativo: è il frutto della collaborazione di oltre cinquanta redattori e ospita più di duecento schede critiche. Nel 2022 è prevista la pubblicazione di una nuova raccolta poetica. Ora sto lavorando a un lungo testo in prosa che (non) assomiglia a un romanzo.

 

Mario Fresa

 

Mario Fresa, poeta e saggista, è nato a Salerno giovedì 10 luglio 1973. Ha collaborato e collabora a riviste italiane, francesi e internazionali: «Paragone», «Nuovi Argomenti», «Caffè Michelangiolo», «La Revue des Archers», «Almanacco dello Specchio», «Poesia», «il verri», «Nazione Indiana», «Recours au Poème», «Semicerchio», «Gradiva». Esordisce in poesia con l’avallo di Maurizio Cucchi, sulle pagine di «Specchio della Stampa» e nella silloge mondadoriana Nuovissima poesia italiana (2004). Tra i suoi lavori, l’edizione critica del poema Il Tempo, ovvero Dio e l’Uomo di Gabriele Rossetti (2012) e l’edizione commentata e tradotta dell’Epistola mediolatina De cura rei familiaris di Bernardo di Chiaravalle (2012). Tra i suoi ultimi libri di poesia: Uno stupore quieto (2012); Svenimenti a distanza (2018); Bestia divina (2020). Ha ricevuto, di recente, il Premio Cumani-Quasimodo e, ad honorem, il Premio Internazionale Prata per la critica letteraria.

 

 

 

 

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