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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

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Archivi della categoria: LETTERATURA

Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone

16 giovedì Mar 2023

Posted by Antonella Pizzo in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, NarЯrativa, Recensioni

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Tag

Antonella Pizzo, Maria Grazia Calandrone, romanzo, splendi come vita

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E le parole vanno via da noi, dalla cera impassibile dei nostri volti, e attivano le leve submarine di altri esseri umani, uguali a noi. Che splendono, talvolta, come noi splendiamo. Senza saperlo. (p. 13)

Maria Grazia Calandrone orfana due volte, privata dei genitori biologici, poi di quelli adottivi, nel romanzo Dove non mi hai portata edito da Einaudi nel 2022, proposto da Franco Buffoni al premio strega 2023 “per la tenuta stilistica e la capacità dell’autrice di coinvolgere il lettore in una vicenda storica e umana al calor bianco”, indaga sugli avvenimenti riguardanti la vita e la morte dei suoi genitori biologici. Oltre al succitato Dove non mi hai portata la Calandrone ha scritto nel 2021, edito da Ponte alle Grazie, il romanzo Splendi come vita, che riguarda la sua vita vissuta accanto alla madre adottiva.

Maria Grazia Calandrone, poetessa notevole, ha scritto sotto forma di romanzo una storia autobiografica, da lei definita lettera d’amore alla madre, narrata in prima persona dove racconta, tramite frammenti, immagini e inquadrature, rievocazioni, nel linguaggio poetico a lei congeniale, il complicato e difficile rapporto fra lei e la madre adottiva: Consolazione, detta Ione. Nata nel 1916, era moglie di un parlamentare comunista, insegnante di lettere, colta ed elegante, bionda e bella, così come appare nelle foto e nella copertina del romanzo con la piccola Maria Grazia in braccio. Non ho ancora letto Dove non mi hai portata e, per chi non avesse letto nessuno dei due romanzi, probabilmente è preferibile leggerli entrambi iniziando da Splendi come vita in modo da aderire al tempo della storia e alla stesura della Calandrone.
Un ritaglio di un famoso giornale dell’epoca datato 10 luglio 1965 riporta la notizia che, dopo aver abbandonato nel Parco di Villa Borghese la propria figlia Maria Grazia di 8 mesi, una donna si era tolta la vita buttandosi nelle acque del Tevere assieme al padre naturale della bambina, anche lui annegato. Lei è Lucia, bruna Mamma biologica. Maria Grazia è figlia dell’amore quindi per la società di allora figlia della colpa. La notizia del ritrovamento nel parco della piccola e indifesa Maria Grazia fa scalpore ed emoziona la gente, il giornale di cui sopra scrive in neretto che la bimba NON HA PIU’ NESSUNO. Continua a leggere →

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” Le favole della notte” di Melina Scalise. Dipinti di Francesca Magro

15 mercoledì Mar 2023

Posted by Maria Grazia Galatà in Note critiche e note di lettura

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Tag

Francesca Magro, Le favole della notte, Maria Grazia Galatà, Melina Scalise

Come non ricordare gli orchi , le streghe , gli gnomi , le fate che ci accompagnavano nelle fiabe di noi bambini ? La sera a letto quando la mamma o papà ci raccontavano e noi fantasticavamo o anche no.
Per Melina Scalise non va così: ci si trova di fronte ad una fantasia “adulta” anche se le fiabe restano fiabe ad ogni età e leggere l’inizio di ogni suo racconto con ”C’era una volta “è una sensazione che ti porta all’interno di mille immagini immergendoti di volta in volta ponendoti domande.
Guai ad allontanarsi dalla fantasia/sogno, aggiungo. Senza pregiudizio alcuno si susseguono immagini e riflessioni coraggiosamente profonde, che mettono il lettore di fronte a temi importanti alla ricerca del senso.
“Triangolo fece tesoro di prudenza e impulsività e da qual dì nacque trilogia, che ogni logica può portarsi via, si passa dal dramma alla risata e, con filosofia, la messa in scena è sempre assicurata” da “Non c’è due senza tre” (pag. 83)
Si ammirano, in questo libro, i bellissimi dipinti di Francesca Magro.
Mentre noi attendiamo altre fiabe per i nostri sogni, per allontanarci seppure per un po’ dalla bruttura di questo tempo

Maria Grazia Galatà

(Töpffer Edizioni, 2022 pp. 106 € 28.00)

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LA POESIA PRENDE VOCE: LUCIANNA ARGENTINO, PIETRO RUSSO, SERGIO DANIELE DONATI, FRANCESCO OTTONELLO

14 martedì Mar 2023

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast

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Tag

Francesco Ottonello, Lucianna Argentino, Maria Allo, Pietro Russo, Sergio Daniele Donati

La poesia prende voce

La partecipazione alla rubrica “La poesia prende voce” è aperta. Occorre inviare all’indirizzo liminamundi@gmail.com una foto, una lettura audio in formato mp3 o wav e i riferimenti editoriali del libro edito da cui è tratta la poesia.

POETI DI OGGI

Lucianna Argentino (ph. Mel Carrara)

Poesia di Lucianna Argentino da “In canto a te” (Samuele editore, 2019), legge la stessa autrice

In canto a te – Lucianna Argentino

Pietro Russo

Poesia di Pietro Russo da  “Eppuru i stiddi fanu scrusciu” (Le farfalle , Valverde 2022), legge lo stesso autore

Sergio Daniele Donati

Poesia di Sergio Daniele Donati, da “Il Canto della Moabita “(Ensemble ed. – settembre 2021), legge lo stesso autore

Francesco Ottonello

Poesia di Francesco Ottonello da” Isola aperta” (Interno POESIA 2020-Premio GOZZANO Premio città di Como Opera Prima), legge lo stesso autore

https://internopoesialibri.com/libro/isola-aperta/

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“Emma Zunz” di Jorge Luis Borges

13 lunedì Mar 2023

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Racconti

≈ 2 commenti

Tag

Emma Zunz, Jorge Luis Borges, racconto psicologico

foto di Francesca Woodman

 

“Emma Zunz” è un racconto dello scrittore argentino Jorge Luis Borges. Pubblicato nel 1948 sulla rivista Sur, fu successivamente ristampato nella raccolta del 1949 The Aleph. La storia tratta i temi della giustizia e della vendetta perpetrata ai danni del proprio datore di lavoro, ritenuto colpevole di una grave ingiustizia.

Continua a leggere →

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Appunti di lettura: Francesca Innocenzi, “Formulario per la presenza”, Edizioni Progetto Cultura.

10 venerdì Mar 2023

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Recensioni

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Tag

Formulario per la presenza, Francesca Innocenzi

 

 

Francesca Innocenzi

“Formulario per la presenza”

Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2022

Appunti di lettura

Come dichiara l’Autrice nella Postfazione, questa plaquette di venticinque testi (se ho contato con precisione) è un’antologia di versi da lei stessa curata, comprendente poesie comparse nelle tre sillogi pubblicate prima dei quarant’anni e fino al 2019; operazione, questa, non certo dettata da una forma di autocompiacimento narcisistico (o “autocelebrativa” come precisa Lei stessa) bensì come “esigenza di riunire quelle poche liriche” ancora in grado di essere risonanti, ancora rispecchianti e vivide nel loro portato di senso, contesto e causalità. Liriche quindi come recupero del vissuto significante, come permanenza e persistenza di una presenza mai estinta, attimi di esserci che la memoria attualizzante recupera intatti, quasi fossero paradigmi esistenziali, lezioni imprescindibili apprese come epifanie di conoscenza essenziale, pur avvenute nella dominanza di un dolore incancellabile che ancora richiede di essere trasceso, purificato dalla parola poetica conservandone tuttavia integro, testardamente e programmaticamente, il suo valore pedagogico, il marchio a fuoco e indelebile di vita attraversata e vissuta. Ci troviamo quindi nella dimensione del ricordo, di un memorare che non vuole essere una forma di ripetizione mentale e automatica di climax esperienziali ormai depotenziati dal trascorrere del tempo e dalla ormai acquisita distanza emozionale che offre la progressione biografica, bensì nel suo esatto contrario: nel pieno di un flusso di coscienza che sembra aver incastonato in se stesso il miracolo della resurrezione, della ri-comparsa vitale delle atmosfere, dei colori, della luce e delle relazioni da cui sono poi scaturite le parole vive, ora gioiose ora invece, come dice Ungaretti, scavate in un abisso. E, come per darne subito la consistenza e il senso, ecco che il volumetto si apre con una lirica che sembra riferirne subito la peculiarità testuale e tematica:

Un ricordo

 

ombre di gatti

sono strisce di bisce

serpeggianti verso gli orti.

Tutto è passato

ma sento ancora il profumo del sole

su quei drappi abbandonati al vento

(estate 1995)

 

Proprio qui è visibile la chiave ermeneutica della poetica sottesa al memorare della Innocenzi, quando dal quarto verso scrive: “[…] Tutto è passato/ma sento ancora […]”, dove l’espressione passato/ancora assume l’aspetto semantico di un iperossimoro, una conciliazione di opposti, una tesi/antitesi che confluisce con naturalezza nella sintesi del termine indicato già nel secondo nome del titolo dell’opera, “Formulario per la presenza”, ossia un prontuario di poesia presente, un vademecum dell’anima, di quel luogo astratto (avrei potuto dire spirituale) dove le categorie dello spazio-tempo vengono annullate dalla macroscopia del dappertutto e del per sempre. A voler solo accennare ai temi fondanti e fondativi della poetica della Innocenzi, si può sinteticamente dire che essi esprimono una volta ancora – e mai di troppo – quelli che possono essere considerati gli assi portanti, strutturali, dell’antropologia universale, i lasciti sensibili dell’inconscio collettivo e della coscienza comune filtrati ontogeneticamente dalla complessità e profondità dell’anima individuale: essi vanno dall’esperienza della gioia (sempre troppo breve) ai morsi acuti del dolore (sempre troppo lungo), dall’euforia di stare al mondo e nel mondo alla caduta nel baratro della disintegrazione interiore, dalla innocente presunzione di onniscienza – tipica dell’età ingenua che non è solo l’infanzia – fino al sentirsi a posteriori “frodati di risposte”,  in un “dopo [che] è un codice a barre sul nulla”. Un dire poetico in fondo incastonato nei temi e nei motivi della classicità di quel percorso individuale e personale che chiamiamo esistenza ma, del resto, come si potrebbe presumere e pretendere di non essere ciò che ontologicamente e immanentemente siamo: fragili fibre di questo immenso universo. Esseri umani.

………..

è un agosto strano

l’erba del prato non ingiallisce

il fogliame persiste sui toni del verde.

sbirci in altre vite, fai il conto del tempo

ti trovi indietro.

torni a guardare il prato, lui sa da sé

quel che deve diventare

…………

 

cosa tu sei

se non la foglia del gelso appena appesa

se non la mela morsa, triturata

se non la spugna intrisa

d’acqua fatta nera.

sei insieme tutto questo

e ogni cosa insieme è in te divisa.

tu sai il dolore che ti taglia

via dal mondo

come sulla pelle madida ferita.

…………..

 

a te che hai ispessito la pelle del cuore

 

a te che hai ispessito la pelle del cuore

con blasfemie irte d’olio bollente

darei le primizie del bianco

mattino.

detergerei di te l’amaro

come questo panno liso il pavimento

se non ti scorgessi volto multiforme

strati di vuoto e di veleno

su scempi di ferite senza sangue.

 

 

FRANCESCO PALMIERI

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Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “Gli artigli della tigre” di Froylán Turcios

09 giovedì Mar 2023

Posted by emiliocapaccio in Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Idiomatiche, LETTERATURA

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Tag

Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Emilio Capaccio, Froylán Turcios, Gli artigli della tigre, Racconti, TRADUZIONI

H O N D U R A S

GLI ARTIGLI DELLA TIGRE

(1930)

Froylán Turcios (1875 – 1943)

Traduzione di Emilio Capaccio

Già all’età di dodici anni cominciò a pubblicare versi in varie riviste locali, ma negli anni successivi fu nel racconto che diede i suoi migliori risultati, potendosi considerare come il vero e proprio iniziatore di tale genere nel suo paese. I racconti di Turcios si caratterizzano per la perizia della trama, per il finale molte volte inatteso e spiazzante, e per lo stile asciutto e preciso con chiari rimandi al decadentismo italiano di Gabriele D’Annunzio. Di rilievo fu anche la sua attività di redattore di varie riviste letterarie, oltreché la sua carriera di diplomatico: fu ministro dell’Interno, deputato al Congresso Nazionale e delegato honduregno davanti alla Società delle Nazioni, a Ginevra.

I

Nella casa di montagna risuonarono terribili pianti dentro la cupa notte di giugno. L’allegra Juanita, di appena undici anni, era stata vittima della bestiale lussuria del bandito José Garmendia, chiamato El tigre, che scorrazzava per pianure e paraggi montuosi, marcando la sua orma con ogni tipo di infamia.

La povera creatura era stata aggredita dal feroce criminale a cento metri dalla casa, sul sentiero per Ojo de Agua (1). Era stata sua madre e le sue sorelle ad accorrere alle grida acute della bambina, dal momento che gli uomini non erano ancora tornati dalle piantagioni di tabacco nella fertile pianura. Si attardavano, quella sera. Il selvaggio, dopo la vile soddisfazione del suo desiderio, era fuggito in fretta tra gli alberi. Juanita giaceva immobile sul sentiero, i suoi vestiti strappati, seminuda e coperta di sangue. Il bandito, nell’esasperazione della sua animalità, e accecato dalla resistenza della fanciulla, l’aveva picchiata orribilmente. Le dita ruvide si erano impresse nel candore del collo infantile e dalle tempie pallide stonavano rivoli di porpora. Juanita riuscì appena a pronunciare il nome del suo carnefice e spirò qualche ora dopo.

II

Passarono diverse settimane. Gli ispettori di polizia tremavano alla prospettiva di poter incontrare José Garmendia e nessuno osava inseguirlo. Era un temibile malfattore, forte come un toro, agile come il felino di cui portava il nome, e crudele come mai nessuno, considerando il terrore che aveva gettato, negli ultimi tempi al proseguimento dei suoi audaci oltraggi. Si diceva che avesse recentemente attraversato il confine nicaraguense, dopo aver ucciso e derubato due cinesi nella Cuesta de Azacualpa.

III

Juan Diego, il più giovane dei fratelli di Juanita e colui al quale la bambina era stata più affezionata, aveva mutato il suo carattere dalla sera dell’orrendo crimine. Aveva perso il suo solito buonumore e la volontà per il lavoro. Immerso in un tenace silenzio, trascorreva giornate intere disteso sulla sua robusta amaca di corda o vagando per i monti. Rispondeva con amarezza alle domande che gli venivano poste e, sopraffatto da un dolore nero, si dimenticava persino della sua innamorata, la ragazza più bella del villaggio vicino. Spesso dormiva all’aperto. Si gettava nella frescura delle valli e l’alba lo sorprendeva a guardare il pallore delle stelle. Era un giovanotto bruno, energico e muscoloso, dal viso altezzoso e dallo sguardo profondo. Una mattina di fine settembre scomparve dalla montagna. Nessuno seppe più niente. Suo padre e i suoi tre fratelli lo cercarono ovunque e dopo inutili ricerche lo credettero morto.

IV

Una notte all’abbaiare violento dei cani tutti si svegliarono. La famiglia si alzò sentendo che qualcuno stava aprendo l’uscio nel patio. Mentre essi aprirono la porta, Juan Diego apparve sulla soglia. Immediatamente lo circondarono e lo accolsero con esclamazioni di gioia. Sembrava più alto e barbuto, e i suoi occhi neri brillavano.

— Padre! – esclamò — Ecco a voi gli artigli feroci della tigre, che ho lasciato appeso a una quercia nella valle di Jamastran. E trasse dalla borsa di pelle, che gli pendeva dalle spalle, due oggetti orribili e nauseanti, due mani gonfie e mostruose, villose e nere, bagnate di fango e di sangue.

_______

(1) Comune del dipartimento Comayagua, in Honduras.

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“Verranno a perderci in trionfo” di Francesco D’Angiò

07 martedì Mar 2023

Posted by emiliocapaccio in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Emilio Capaccio, Francesco D'Angiò, Verranno a perderci in trionfo

La poesia di D’Angiò mi viene incontro sulla via antica per Matera forse ancora di quel lontano Regno di Napoli, in un giorno insperato e insospettabile. Ha arcate sopraccigliari di sassi e polvere, radici di lavanda negli occhi, cappellone di feltro alle ubbie del vento, pizzetto folto d’autorevole arte e tono gentile nella compostezza del proprio dolore. Parla, tra gigari e favagelli di riarse plaghe dell’animo umano, una lingua vaticinante che quasi non ammette titolo ai suoi molti appelli lirici suddivisi in quattro sezioni nella raccolta “Verranno a perderci in trionfo”, G.C.L. Edizioni, 2022. Parla e come scrive il suo prefatore, Paolo Polvani: “nella sua asciutta compostezza non trascura le ragioni di una resa estetica convincente, persegue un’idea di pulizia e nitore, resta immune da qualsiasi tentazione retorica e non agghinda, non tende ad abbellire il verso, non ricorre ad espedienti manieristici e tuttavia, in virtù di quella frequentazione assidua con la poesia dei maestri, riesce, in maniera spontanea e con grande sincerità, a toccare ottimi livelli e si lascia leggere con piacere”.

Emilio Capaccio

TESTO N. 1

Rara, dimora qualche quiete
che non delude,
ed è subito un udire di grigiore
che rifà il giorno.
Ricompare anche
l’infruttuosa saggezza
di chi non ha mai ingoiato
un raggio di sole.
Si regge appena sul fondo del cielo,
l’ancora che ci tiene al mondo,
e la mutilata credenza
di farci bastare i resti
di ogni lembo di terra.
L’immobilità di quell’infinito
concede tregua d’inesistenza,
finché non s’appresta l’ora
che non passa per il tempo.
Ed uno spreco d’incompatibilità
ci avrà seminato senza stenti.

TESTO N. 19

La sera, gli arenili cominciano a dimenare
il ritardo della luce,
perché non vuole andare via
la perdita di coscienza
che è soltanto nella corsa dell’insoddisfazione.
L’elica che seleziona il vento,
si attenua su quello in ritardo,
e la scoperta di una conchiglia sperduta,
dipende dall’ora di chiusura della sabbia.
Come la scoperta di una mezza felicità
dipende dalle cose che devono darsi via,
lasciate sui tavoli sparecchiati in fretta.

TESTO N. 9

Ho paura che d’improvviso
vada via la luce,
mentre cerco il sale nella tua tasca
per benedire lo spessore d’aria
che si trova bene
senza toccarci.
Ho degli uomini e delle donne
che sanno farsi di solitudine
come se tornassero a baciarsi,
fino a quando le striature della loro pelle
si fanno comode per il tacito consenso
di due richieste,
vedere il mare e piangere molto.
E dell’uno o dell’altro
non trascurarne i dettagli,
sia ad altezza di piena
che di sfusi abbagli,
concedendo al cambio di stagione
il punto più confidenziale del nostro esistere.

TESTO N. 104

Dovremmo diventare campo
appena seminato
briciole per i passeri
prima della neve,
al riposo della migrazione, uno stagno.
E punta estrema di roccia
dall’altra parte di un’ultima thule
e poi nessun ritorno,
non si racconta ciò che deve restare.
Una luna gonfia a dominare l’occhio nero
del buon Dio, dovremmo essere,
una ferita che non sana
il peccato originale. Salvare la lacrima
che scioglie la melma,
la frase d’amore al nostro carnefice,
che nonostante tutto
da una stessa bocca si è donata.

Francesco D’Angiò è nato a San Vitaliano (Na) nel 1968. Esordisce nel 1997 con la pubblicazione di un racconto edito da “Alea Editrice Bari” dopo aver vinto un concorso per esordienti. Riprende il filo interrotto della narrazione con la pubblicazione del romanzo breve “Lo sconosciuto” (Planet Book, 2020). L’amore per la poesia sin dall’età adolescenziale, così come varie volte accade, lo porta a partecipare a vari concorsi letterari, riservandogli piazzamenti lusinghieri. Nel 2021 pubblica la prima raccolta di versi dal titolo “Clessidre orizzontali”, Edizioni Tripla EEE. Nel 2022 pubblica la sua seconda raccolta: “Verranno a perderci in trionfo”, G.C.L. Edizioni. Attualmente vive a Matera.

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Pedro Eiras, “Bach”, Il ramo e la foglia edizioni, 2022. Nota di lettura di Deborah Mega

06 lunedì Mar 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Bach, Pedro Eiras

 

Pedro Eiras, “Bach”

Il ramo e la foglia edizioni, 2022

Note al testo e alla traduzione di Michela Graziani, Università degli Studi di Firenze

Postfazione di Claudio Trognoni, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”

 

Che cos’hanno in comune personaggi come Anna Magdalena Bach, Esther Meynell, Glenn Gould, John Cage, Gottfried Wilhelm Leibniz, solo per citarne alcuni, dal momento che non sono neanche coevi o della stessa nazionalità? Nulla sembrerebbe eppure i rimandi esistono se soltanto ci si lascia coinvolgere dall’appassionante lettura e analisi di un romanzo inconsueto e originale. Attraverso la pubblicazione di “Bach” di Pedro Eiras da parte de Il ramo e la foglia edizioni abbiamo modo di conoscere in Italia, nella traduzione di Michela Graziani, l’autore portoghese e allo stesso tempo di approfondire le connessioni esistenti tra diversi personaggi tutti legati alla figura sapientemente evocata, del grande Johann Sebastian Bach. Si tratta di un’opera a metà tra realtà documentata e finzione che, com’è precisato nella postfazione di Claudio Trognoni, “non è un insieme di racconti, non è un trattato musicale, non è un diario né una biografia” bensì un’opera narrativa composta da quattordici testi, apparentemente disomogenei per genere eppure collegati e connessi tra di loro. Non si tratta di un libro per eruditi, certamente è un libro interdisciplinare, in cui è garantita la compenetrazione tra le arti, non esclude il lettore che non abbia competenze musicali anche perché consente diversi livelli di lettura del testo: letterario, musicologico e filosofico. Ogni testo è connesso in qualche modo al precedente o al successivo, in un sapiente gioco a metà tra il documentarismo erudito e la riscrittura fittizia. Eiras ha fatto riferimento anche al sistema di catalogazione BWV o Bach-Werke, che permette di riferirsi con certezza a una precisa composizione di Bach fra le oltre mille censite da Wolfgang Schmieder, autore del catalogo. Il primo documento, risultato di una mistificazione letteraria riuscita tanto è verosimile e intensa, è una lettera scritta da Anna Magdalena Bach-Wilcke, musicista ella stessa e seconda moglie di Bach. La donna si presenta come vedova del direttore di Musica della città e Kantor della Scuola di San Tommaso, per garantirsi protezione per i figli più piccoli e per quello dall’intelletto rimasto semplice e il diritto sancito dalla tradizione che prevedeva che le vedove dei Kantori godessero per sei mesi del trattamento economico che i mariti ricevevano, come già avvenuto alle vedove di Kuhnau e di Schelle. Anna Magdalena e Johann Sebastian ebbero insieme tredici figli, di cui sette morirono in giovane età. Dopo la morte del compositore, nel 1750, i figli entrarono in contrasto tra loro e ognuno di loro intraprese la propria strada. Anna Magdalena, infatti, visse con le sue due figlie più giovani, Johanna Carolina e Regina Susanna e con Catharina Dorothea, figlia di primo letto del coniuge. Nessun altro familiare la aiutò economicamente, fatta eccezione per le figlie. Con dovizia di particolari biografici, Anna Magdalena informa che i figli sarebbero stati accolti dal loro fratellastro Carl Philipp Emanuel Bach, figlio del suo compianto marito e della sua prima moglie, Maria Barbara Bach, il quale risiedeva a Berlino ed era clavicembalista  al servizio di Federico di Prussia, per il quale aveva composto l’Offerta Musicale, composta “da un ricercare a sei voci e un altro a tre, dieci canoni, e una sonata”. Il genero Altnickol e sua moglie, si sarebbero occupati di Gottfried Heinrich. La ricerca di Pedro Eiras ha consentito di annotare dettagli relativi all’inventario e alla ripartizione dei beni del compositore tra la vedova e i nove figli rimasti in vita. Anna Magdalena, in particolare, lamenta il fatto che i figli Wilhelm Friedemann e Carl Philipp Emanuel si fossero impadroniti degli strumenti e delle partiture inoltre che con il passare del tempo, neanche poi tanto, fossero cambiati la musica e i gusti del pubblico. Contrappunto, fughe e corali per organo, un tempo tanto apprezzati erano ormai considerati pesanti e oscuri. La vedova fa riferimento anche alla querelle intercorsa tra il suo compianto marito e Johann Adolf Scheibe che riteneva le opere troppo abbellite e in contrasto con la semplicità della natura. Rievoca anche i posti in cui il celebre compositore aveva ricoperto ruoli di grande importanza anche se modesti rispetto a quelli rivestiti da Händel. La donna conclude la lettera dicendo di avere quarantanove anni dunque di essere invecchiata e di essere prossima alla morte. Avendo perduto sette dei suoi tredici figli, le sembra di sentirli nella casa vuota così come continua a sentire dei passi e a vedere un’ombra tra le scale, quella di suo marito, il vecchio incorreggibile Johann Sebastian Bach. Il secondo testo è dedicato a Esther Meynell, autrice di The Little Chronicle of Anna Magdalena Bach, pubblicata nel 1925 dalla casa editrice Chatto & Windus, in forma anonima e di cui Eiras possiede l’edizione edita da Chapman & Hall Ltd a Londra nel 1954. Si tratta di una narrazione in prima persona, attribuita alla vedova di Bach, che avrebbe deciso di scrivere le sue memorie dopo la visita di un vecchio alunno del compianto marito. Eiras cita anche altre edizioni oggetto di ricerca come quella portoghese con traduzione di Maria Osswald, edita a Lisbona nel 1945, per la casa editrice Aviz e afferma che certamente tra le fonti delle informazioni va ricordato lo studio dello storico Philipp Spitta, edito a Lipsia tra il 1873 e il 1880. Nel terzo saggio si presentano due cineasti francesi contemporanei, Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, creatori di film sperimentali che hanno permesso loro di essere annoverati tra gli autori più originali del cinema del XX secolo. Furono creatori di un lungometraggio dal titolo Cronaca di Anna Magdalena Bach, realizzato nel 1968 ma la cui gestazione risaliva agli anni Cinquanta. Si procede poi con Gustav Leonhardt, clavicembalista, organista e direttore d’orchestra olandese, interprete delle opere di Bach. Partecipò al film di Jean-Marie Straub, sopra menzionato, in qualità di musicista e di attore nel ruolo di Bach. Nell’opera, nel 1973, scrive una lettera all’austriaco Nikolaus Harnoncourt, clavicembalista e direttore d’orchestra anch’egli, con il quale incise tutte le cantate di Bach. Nella lettera descrive lo stato dei lavori di restauro della sua casa, circostanza che lo pone in una condizione di preoccupazione per il fatto che i clavicembali fossero stati trasferiti nelle varie stanze. Informa poi il suo interlocutore di aver completato l’incisione dei ventiquattro preludi e fughe del primo libro e di essere consapevole che potrebbe averli interpretati in modo diverso dalle intenzioni del compositore, anche perché Bach aveva fornito pochissime indicazioni di tempo. Glenn Gould è l’altro musicista a cui è dedicato un saggio, annoverato tra i più grandi pianisti mai vissuti, qui è ricordato per le registrazioni di musiche di Bach. Si parla anche di John Cage e del suo esperimento nella camera anecoica dell’università di Harvard, una stanza insonorizzata e acusticamente trattata, in cui poter “ascoltare il silenzio”, da cui ricava la consapevolezza dell’impossibilità di ottenere il silenzio assoluto. Il saggio successivo ritrae il filosofo Leibniz, sofferente per la gotta e i dolori articolari, mentre si sofferma a pensare al suono infinitesimale di un fiocco di neve. I suoi pensieri lo conducono al ricordo dell’ascolto di una passacaglia e fuga, eseguite con un organo di Arnstadt tre anni prima da un giovane musicista (Bach?), che “sdoppiava un tema semplice in un gioco di figure così inaspettate, in così profonda armonia”.

Maria Gabriela Llansol invece è una scrittrice e traduttrice portoghese contemporanea che, nel 1977 ha scritto O Livro das Comunidades (Il Libro delle Comunità), libro molto caro ad Eiras, dedicato a incontri, dialoghi e reinterpretazioni del pensiero di scrittori, artisti, pensatori e mistici. La potenza della musica è affermata anche da Martin Lutero. Siamo a Wittemberg nel 1528. Lutero, poco prima della dipartita della figlia Elizabeth che ha contratto la peste, riceve la visita di Philipp Melanchton, teologo tedesco e suo amico, protagonista con lui della Riforma protestante. Dopo varie considerazioni sul concetto che un uomo diventi vulnerabile nel momento stesso in cui sia divenuto padre, afferma che “la musica è la nostra seconda scienza, subito dopo la teologia. È un dono di Dio. Allontana le tentazioni e i cattivi pensieri.” È per questo motivo che scrive inni, perché la musica è l’unica consolazione degli uomini. Non dimentichiamo che nella Chiesa di San Tommaso, dove Bach lavorò come direttore musicale per ventisette anni, Martin Lutero vi discusse i meriti della Riforma. Nel saggio dedicato a Jeshua Ben-Josef, cioè all’uomo- rabbino ( Gesù?) che visse e fu crocifisso intorno al 33 d.c. sotto Ponzio Pilato, Eiras ricerca tutte le occorrenze e le citazioni dedicate alla musica e contenute nella Bibbia e i vari riferimenti a molti canti di adorazione e a molti strumenti come flauti, trombette, trombe, corni, cetre, salteri, arpe, lire da dieci corde, tamburelli, cimbali; non va dimenticato che alcuni chiameranno Bach “quinto evangelista” come se l’ultima buona novella fosse stata scritta in musica. Gli ultimi saggi sono dedicati a Esther Hillesum, scrittrice olandese ebrea, vittima dell’Olocausto, che descrive il suo viaggio senza ritorno passando per Lipsia. Lavorando come dattilografa presso una sezione del Consiglio Ebraico, ebbe la possibilità di salvarsi, ma forte delle sue convinzioni umane e religiose, decise di condividere la sorte del suo popolo. Le pagine dedicate a Ich habe genug BWV 82, (in tedesco, “Ho abbastanza”), cantata di  Bach, scritta a Lipsia per la ricorrenza del 2 febbraio 1727, per basso solista, oboe, archi e basso continuo, sono volutamente bianche come a voler far parlare la musica. Si tratta probabilmente di un silenzio metaforico, ulteriore rimando a Cage o al silenzio della musica durante i viaggi della deportazione e al dramma della Shoah che ancora oggi nessuno è riuscito a spiegare. Il silenzio diviene anche reazione al perenne rumore/inquinamento acustico di fondo della contemporaneità. Si cita a questo proposito José Tolentino de Mendonça, che afferma la necessità di un’iniziazione al silenzio cioè all’ascolto. L’ultimo saggio è dedicato ad Albert Schweitzer, Premio Nobel per la Pace, medico, filantropo, musicologo, organista franco-tedesco, appassionato di musica classica e in particolare di quella bachiana. Non a caso pubblicò J. S. Bach, il musicista poeta, in cui raccontò la storia della musica del compositore e dei suoi predecessori e analizzò le sue opere più importanti. Si fece promotore fino alla sua morte di missioni umanitarie in Gabon, dove aveva fondato l’ospedale di Lambaréné e dove curava la popolazione del luogo. In quest’opera monumentale Eiras attraverso l’approccio filologico e gli intrecci intertestuali e di contenuto coinvolge il lettore, lo appassiona e lo trasporta in coordinate spazio-temporali lontane dall’uomo contemporaneo. Viene esaltata la funzione catartica e totalizzante della musica di tutti i tempi e il tema universale della vita e della morte.  Oltre al silenzio di cui si è già ampiamente parlato, l’altro fil rouge che è quello di maggior interesse per me, è quello della genitorialità, già messo in evidenza da Trognoni in Postfazione e ricorrente frequentemente nel libro, quella di Bach e Anna Magdalena, di Martin Lutero, nella parabola del figliol prodigo a cui si fa riferimento nel testo Jeshua Ben-Josef, unico episodio del Nuovo Testamento in cui sia presente la musica. Anche nell’ultimo testo del libro, intitolato 2002, il narratore si rivolge a una bambina che culla sulle note di “Mache dich, mein Herze, rein”, aria tratta dalla Passione secondo Matteo. Concludo questa lunga nota con una significativa citazione dell’autore che ancora una volta spinge il lettore a riflettere e a resistere: “Non si può risuscitare il XVIII secolo, ma inventare il passato in base al nostro desiderio.[…]In ogni parola di questi documenti settecenteschi leggo il passato, il presente e ciò che persiste del passato nel presente.”

© Deborah Mega

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~A viva voce: Presentendo la sera~

04 sabato Mar 2023

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Tag

Francesco Palmieri, il male nascosto

 

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2023/03/presentendo-la-sera.m4a

 

PRESENTENDO LA SERA 

 

me ne sto andando

in uno scadere d’anni

(ma quando si comincia a morire,

a cinquanta, sessanta,

a settant’anni,

o quando a un compleanno

lo sai che non c’è tempo

per passi troppo lunghi

la vista più lontano)

 

che importa

se ancora avrò stagioni,

se soffierò candele

sui troppi giorni spesi

per qualche storia in fronte

e troppi vuoti di memoria

 

(ma c’ è ancora nella carne

un guizzo d’ascensione,

la voglia all’improvviso

di stare nel tuo odore,

a te donna che passi

vestendo il sole addosso,

a te che sei polpa e pelle

più vera di ogni stella)

 

me ne sto andando

come lo stormo a ottobre

come i giorni più corti

e la foglia che trema

la luce che sviene

oltre i tetti e le cime

 

(ma il passero in volo

sa già d’altro sole,

ha linee di cielo

ricamate negli occhi,

non io che qui a terra

mi arrendo alla sera,

che ho i passi contati

di un tempo a scadere

e la fine verrà, sarà fine,

sarà il sonno e l’inverno,

parlerò coi miei morti

nell’insonnia e la notte

e un mattino qualunque

non aprirò più la porta)

 

 

intanto io aspetto

che un dio mi sorprenda,

che faccia cadere

sul mio letto le rose.

 

FRANCESCO PALMIERI

dalla raccolta “Il male nascosto” Edizioni Terra d’ulivi

 

http://www.edizioniterradulivi.it/il-male-nascosto/121

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Versi trasversali: Salvatore Annunziata

03 venerdì Mar 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Tag

poesia contemporanea, Salvatore Annunziata

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

SALVATORE ANNUNZIATA

 

Auschwitz

 

E non chiedermi

chi sono,

tanto poi

non ti rispondo.

 

E non guardarmi

queste mani!

Tra quello che resta

delle mie ossa

non cercarci

la speranza:

pietra morta

verso il lago dell’inutile

l’ho scagliata

oltre le mura.

 

Tanto io non spero.

 

Io non sogno.

 

Io non sono.

  

Come foglia caduta

 

Scendo fino in fondo

al mio dolore

e per un istante

ti rivedo.

E ti chiamo

ancora ti chiamo.

A bassa voce ti parlo

ancora ti parlo.

E tu che cosa fai?

Mi guardi

ma col nulla m’intrattieni.

 

 (A mio padre)

 

 Avere amore

 

È come guardare la vita

dall’alto

dell’idea della morte.

Guarda!

Guarda come sono chiari

i giorni creduti senza sole!

E così caldi ancora

anche i baci

creduti senza fuoco!

 

Testi tratti da “Mondo parallelo”, Grauseditore, 2010

 

Il nostro tempo insieme

 

È strada

tra cielo e terra,

è un campo di fiori

scampato alle falci.

 

È luce rimasta

tra gli altari e le chiese,

il nostro tempo insieme

è fuoco sgorgato

dai pozzi invisibili di pietra

e irrompe nel reale

come un’onda rincorsa

dalle mani del sole.

 

È ombra e spada di luce

sprovvisti di guerra e di sangue,

è bocca che grida

è una collina che dorme.

È un cesto di speranze

il nostro tempo insieme

è vociferare di preghiere.

 

È strada

tra cielo e terra,

è un campo di fiori

scampato alle falci.

 

In un abbraccio

 

Al riparo dall’incuranza

di tutte le stagioni

e la collera sui vetri

di un incessante temporale,

non ci tocca

ora

il tempo

e il ritorno delle ombre deformate.

 

Io e te,

volto disteso

che ride a singhiozzi

davanti alla serietà

della tristezza

e alla derisione malinconica

degli scettici seduti

 

Io e te,

l’uno dentro l’altro,

e la nostra passione

come un grido di rabbia

contro questa vita

per averci concesso

solo questa vita.

 

Testi tratti da “Dello stesso amore”, Grauseditore, 2013

 

Di questo inverno

 

Restano specchi d’acqua

dai quali sono migrati

gli uccelli e la luce.

Anche voi,

grigi del cielo,

avete assistito giungere

alle destinazioni ignote

tutte le foglie?

Noi abbiamo visto

la mano della neve

appoggiarsi su tutte le cose.

Il suo freddo ci ha raggiunti

poi i ricordi,

ora teneri

ora tremendi,

e siamo rimasti lì,

nudi!

Più degli alberi.

 

Ottobre

 

Assisto all’appassire,

ma è l’altro autunno:

ciò che ero

cade a foglie.

 

Quartiere

 

Sulla strada

dove sono nato

case con dentro quadri

che non hanno mai

cambiato le parole.

 

Sui marciapiedi

ragazzi richiamati

dalle madri,

altri dalla morte.

 

Ed altri

ancora

ho visto correre

con dentro anime

mai partite.

 

La poesia degli affamati


Ho sentito

la poesia negli affamati,

ti fissano gli occhi

con quelle anime

che pregano in silenzio

rivolte non so dove.

Con quelle illusioni

e con quei sogni

che non nascono

in letti caldi

ma dove la pioggia

sceglie di cadere.

 

Salvatore Annunziata

 

Bibliografia

Salvatore Annunziata nasce nel 1981 a Pompei (NA), dove vive e risiede, ed è autore delle raccolte “Mondo parallelo” e “Dello stesso amore”, entrambe edite da Grausedizioni. Quest’ultima viene premiata dalla giuria del concorso “Don Luigi di Liegro” presieduta, nell’edizione del 2015, dai poeti Dante Maffia e Renato Fiorito. Più volte tra i premiati dalla giuria del concorso “Premio Alda Merini”, ideato da Vincenzo Ursini Editore, i suoi testi sono stati pubblicati in varie antologie, tra le quali  “I poeti contemporanei Vol. 12” curata dal poeta Elio Pecora, e sul noto sito Rainews – Il primo blog di poesia della Rai, ideato e curato dalla poetessa e giornalista Luigia Sorrentino. Testi editi e inediti sono stati pubblicati all’interno della rubrica “Bottega della poesia” del quotidiano “La Repubblica” di Napoli, a cura del poeta e critico letterario Eugenio Lucrezi; e di Roma, a cura della poetessa e critica letteraria Gilda Policastro. Altri, inoltre, sono apparsi sul sito “Centro Cultural Tina Modotti”, nella traduzione in spagnolo a cura del poeta Antonio Nazzaro e sulle riviste on line “L’Estroverso” di Grazia Calanna;  “La locomotiva – Quaderno di poesia”.

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Mi limitavo ad amare te

02 giovedì Mar 2023

Posted by Antonella Pizzo in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, NarЯrativa, Recensioni

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Tag

Antonella Pizzo, Narrativa, romanzo, Rosella Postorino

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Il nuovo romanzo di Rosella Postorino, Mi limitavo ad amare te, edito da Feltrinelli nel 2023 p.352, proposto per il Premio Strega 2023 da Nicola Lagioia, è un romanzo ispirato a vicende realmente accadute, così come il precedente e bellissimo Le assaggiatrici  ambientato in Germania durante la seconda guerra mondiale, che trae ispirazione dal racconto di Margot Wölk la quale a 96 anni confessò di essere stata una delle assaggiatrici del cibo di Hitler nella caserma di Karusendorf. Le assaggiatrici edito nel 2018 da Feltrinelli ha venduto, fra l’Italia e l’estero, 300.000 mila copie e ha vinto il Premio Campiello 2018.
Le vicende narrate dal romanzo Mi limitavo ad amare te partono da Sarajevo durante il conflitto della Bosnia – Erzegovina degli anni ‘90. Il racconto inizia nel 1992 e prosegue fino al 2011, durante una guerra combattuta vicino casa nostra ma che forse buona parte degli italiani ha vissuto con un certo distacco, come se gli orrori accadessero  lontano anni luce da noi e non nell’altra sponda dell’Adriatico. I protagonisti del romanzo, Omar, Senadin, Ivo, Danilo e Nada, non sono realmente esistiti ma le loro vicende romanzate sono alquanto verosimili. Nel 1992 Sarajevo era stata posta sotto assedio e veniva bombardata da mesi, mancavano luce, acqua e cibo. Gli educatori e i responsabili dell’orfanotrofio  Ljubica Ivezić dopo lo scoppio di una bomba nell’istituto, che aveva causato il ferimento di due bambini, decisero che i minori ospitati venissero portati in salvo in Italia. Così gli orfani e bambini disagiati, che vivevano nella struttura, furono fatti salire su un pullman per Spalato per essere condotti in un luogo sicuro lontano dalla guerra. Da Spalato furono trasferiti in aereo a Milano e quindi divisi fra Rimini e Monza per trascorrervi le vacanze estive. Continua a leggere →

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LA POESIA PRENDE VOCE: ISABELLA BIGNOZZI, MARIA GRAZIA GALATA’, ELIA BELCUFINÈ, ANNALISA RODEGHIERO,

28 martedì Feb 2023

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast

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Annalisa Rodeghiero, Elia Belcufinè, Isabella Bignozzi, Maria Allo, Maria Grazia Galatà

La poesia prende voce

POETI DI OGGI

Isabella Bignozzi (ph. Francesca Serragnoli)

poesia di Isabella Bignozzi, Supernova, è tratta da Le stelle sopra Rabbah, per Transeuropa nel 2021, ed è accompagnata dal sottofondo Musicale Gnossienne No.1 di Erik Satie, legge la stessa autrice

Maria Grazia Galatà con Mario Luzi

poesia di Maria Grazia Galatà Da” Quintessenza “, Marco Saya Edizioni 2018, legge la stessa autrice

Elia Belcufinè

poesia di Elia Belcufinè da “La rosa rosa”, RPlibri 2020, legge lo stesso autore

Annalisa Rodeghiero

poesia di Annalisa Rodeghiero, da “A oriente di qualsiasi origine”, Arcipelago Itaca edizioni 2021, legge la stessa autrice

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Il delitto Pascoli: un caso irrisolto

27 lunedì Feb 2023

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Poesie

≈ 1 Commento

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Giovanni Pascoli, La cavalla storna, Ruggero Pascoli, X agosto

 

Il 10 agosto 1867 Ruggero Pascoli, padre di Giovanni, venne assassinato con una fucilata da due sicari, appostati all’altezza di Savignano, mentre tornava a casa sul suo calesse, a San Mauro di Romagna, l’odierno San Mauro Pascoli. A quel tempo il brigantaggio affliggeva la zona e non era la prima volta che un fattore venisse ucciso dalla criminalità locale. Ruggero Pascoli era stato più volte assessore comunale ed esponente del partito repubblicano del paese, da oltre dieci anni, inoltre, era amministratore della tenuta agricola La Torre dei principi Torlonia. La posizione economica di Ruggero garantiva a lui e alla numerosa famiglia, aveva infatti dieci figli, un tenore di vita piuttosto agiato e suscitava numerose invidie e malcontenti. A quel tempo il poeta aveva dodici anni e studiava nel collegio degli Scolopi di Urbino. La sera dell’omicidio, Ruggero avrebbe dovuto incontrare l’ingegnere Achille Petri, un inviato dei Torlonia, per rinnovare l’incarico di amministratore. All’appuntamento però l’ingegnere non si presentò. Il mandante dell’assassinio rimase sconosciuto, la gente del luogo però sapeva chi fosse il responsabile ma taceva per paura di ritorsioni e per omertà.  Il prefetto attribuì la fine di Ruggero ai repubblicani estremisti che lo consideravano un traditore, poiché si era schierato con i liberali monarchici; la famiglia Pascoli, invece, indirizzò le indagini nell’ambiente lavorativo. Il magistrato che si occupò dell’inchiesta indagò due criminali di Cesena, che furono però prosciolti. Per molti e per la famiglia, i due sicari agirono su mandato di chi voleva succedere a Ruggero nel prestigioso incarico, secondo Giovanni, il mandante aveva partecipato all’esecuzione del delitto. Questa tesi emerge in un film del 1953, di Giulio Morelli, intitolato La cavallina storna e ispirato alla poesia La cavalla storna, unica testimone del delitto. Il delitto rimase impunito e venne archiviato dalla magistratura, dopo tre processi, come “commesso da ignoti”. Due altri imputati, accusati di essere sicari a pagamento di casa Torlonia, dapprima furono condannati in primo grado e in seguito furono assolti. Il poeta fece anche delle indagini personali e ritenne che i due criminali Luigi Pagliarani e Michele Della Rocca avessero agito su incarico di tale Pietro Cacciaguerra, l’uomo che l’anno dopo la morte di Ruggero Pascoli prese il suo posto nell’amministrazione della tenuta con l’aiuto dell’ingegnere Petri. Cacciaguerra aveva fatto fortuna in Sudamerica, era poi ritornato a Savignano divenendo un signorotto prepotente che aveva avuto dei contrasti con Ruggero (notoriamente uomo onesto e corretto). Era possibile anche che il principe Torlonia sapesse la verità sul delitto e per timore di ritorsioni, abbia dato perfino il suo assenso. La famiglia Pascoli dovette così abbandonare la tenuta e si trasferì a San Mauro, nella casa materna che sarà venduta qualche anno dopo per le difficoltà economiche. I Torlonia revocarono la sovvenzione alla famiglia di Ruggero. Caterina Vincenzi Alloccatelli, madre di Giovanni, appartenente ad una famiglia della piccola nobiltà rurale, sopravvisse solo per pochi mesi dopo la morte del marito, colpita da un attacco cardiaco; poco più tardi morirono di malattia i figli Margherita e Luigi, Giacomo, invece, morì mentre ricopriva la carica di assessore comunale e pare conoscesse personalmente coloro che avevano partecipato al complotto per uccidere il padre. La giovane moglie di Giacomo pretese parte della scarna eredità e mandò completamente in rovina la famiglia. Gli altri figli, Raffaele e Giuseppe, si allontanarono progressivamente dal nucleo famigliare, Giovanni, dopo una gioventù tumultuosa in cui finì anche in carcere per motivi politici, si fece carico della famiglia con il proprio stipendio da insegnante, richiamando presso di sé le sorelle Ida e Maria con l’intento di ricostituire il nucleo famigliare. Unica consolazione: il 10 agosto di ogni anno Giovanni inviava a Pietro Cacciaguerra, colui che riteneva l’assassino del padre, un biglietto listato a lutto, con la dicitura p.r. (per ricordare).  Cacciaguerra lasciò l’incarico nella tenuta nel 1875; il successivo amministratore della tenuta, qualche anno dopo, confermò al poeta che i suoi sospetti erano fondati e che “ci aveva preso nel mezzo” ma gli consigliò di non indagare oltre. Dopo che il presunto mandante morì, Pascoli lo raffigurò, nella poesia Tra San Mauro e Savignano, come un’anima che non trova pace neanche dopo la morte proprio a causa del delitto impunito. Nel 2014 Rosita Boschetti nel libro Omicidio Pascoli. Il complotto, edito da Mimesis, racconta la storia del complotto sulla base di documenti inediti, frutto di meticolose ricerche d’archivio. Il drammatico evento gettò sull’anima sensibilissima del poeta un’ombra che si fece sempre più cupa negli anni della maturità e segnò irrimediabilmente il poeta. In molte sue poesie, infatti, è trattato l’argomento della morte del padre. Oltre alla poesia citata, in X agosto, pubblicata per la prima volta ne Il Marzocco del 9 agosto 1896 e poi inserita in Myricae del 1897, che reca la dedica “A Ruggero Pascoli, mio padre“, il poeta rievoca la morte del padre, avvenuta proprio nella notte di San Lorenzo. Il tragico evento gli suggerisce l’interpretazione del fenomeno delle stelle cadenti, molto evidente in quella notte e identificate con le lacrime del cielo per la malvagità che regna sulla Terra. Il componimento è costituito da sei quartine di decasillabi e novenari a rima alternata, secondo lo schema ABAB.

 

X agosto

 

San Lorenzo, Io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.

Ora è là come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido
portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

 

La poesia è incentrata sul paragone tra la morte della rondine che portava nel becco un insetto, cena dei suoi rondinini e quella del padre, entrambi vittime innocenti di un mondo violento. Lo stesso titolo evoca l’immagine della croce, simbolo della sofferenza del poeta, ribadita anche dal paragone con la rondine caduta e rimasta a terra con le ali aperte come crocifissa. Vi ricorre l’immagine del nido, spesso presente nella poesia del Pascoli, metafora della famiglia, luogo di affetti, che offre protezione dalla crudeltà del mondo circostante. Nell’ultima strofa si mette in evidenza la contrapposizione tra il cielo, infinito e immortale, e la Terra, atomo opaco del male, inondata di un pianto di stelle. L’altra poesia in cui il poeta rievoca con dolore la morte del padre è La cavalla storna, composta nel 1903 e inserita nei Canti di Castelvecchio, testo molto commovente e suggestivo. La poesia è costituita da trentuno strofe di distici di endecasillabi a rima baciata.

 

La cavalla storna

 

Nella Torre il silenzio era già alto.
Sussurravano i pioppi del Rio Salto.

I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste.

Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;

che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.

Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;

il primo d’otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.

Tu che ti senti ai fianchi l’uragano,
tu dai retta alla sua piccola mano.

Tu c’hai nel cuore la marina brulla,
tu dai retta alla sua voce fanciulla”.

La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

lo so, lo so, che tu l’amavi forte!
Con lui c’eri tu sola e la sua morte.

O nata in selve tra l’ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;

sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:

adagio seguitasti la tua via,
perché facesse in pace l’agonia…”.

La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

oh! due parole egli dové pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.

Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,

con negli orecchi l’eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:

lo riportavi tra il morir del sole,
perché udissimo noi le sue parole”.

Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l’abbracciò su la criniera.

“O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!

a me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona… Ma parlar non sai!

Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!

Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
esso t’è qui nelle pupille fise.

Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa’ cenno. Dio t’insegni, come”.

Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.

La paglia non battean con l’unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.

Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome . . . Sonò alto un nitrito.

 

La scena si svolge di notte, nella stalla, in un silenzio irreale in cui è possibile ascoltare solo il fruscio dei pioppi mossi dal vento. La madre del poeta sta parlando con l’unica testimone del delitto, la cavalla detta «storna» per il colore del manto grigio pezzato da macchie bianche. Nell’immaginazione del poeta la cavalla, spaventata dagli spari che uccisero il padre, proseguì per un tratto, trasportando il corpo di Ruggero e lo condusse a casa, al nido violato. Emerge la contrapposizione tra la viltà e l’omertà degli uomini proprio perché il delitto restò irrisolto dunque impunito e la serenità e la purezza della natura a cui appartiene la cavalla, perché lei ha visto ma non può parlare. L’impossibilità dell’animale di rispondere alle domande della madre sulle circostanze dell’omicidio di Ruggero si risolve alla fine in un sorprendente nitrito con cui la cavalla sembra confermare all’ascolto il nome del presunto assassino, pronunciato dalla madre del poeta. La cavalla, umanizzata dal poeta, si fa carico dell’ingiustizia e del dolore causato dagli uomini.

 

 

©Deborah Mega

 

 

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~A viva voce: Non avresti dovuto dire~

25 sabato Feb 2023

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Francesco Palmieri, Solo parole d'amore

 

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2023/02/non-avresti-dovuto-dire.m4a

 

non avresti dovuto dire

devi andartene via,

non avresti dovuto dirlo.

 

ho aspettato che mi chiamassi indietro,

ho aspettato giù nel portone

fuori dal cancello

sul marciapiede

sotto a un lampione,

ho camminato quasi stando fermo

e mi sono voltato e ancora rivoltato

ho contato passi a uno, a due, a tre,

poi, non ho contato più.

 

non avresti dovuto dirlo

devi andartene via,

perché l’amore non dice vai

l’amore dice resta

 

l’amore non dice vai

l’amore dice resta.

 

FRANCESCO PALMIERI
(dalla raccolta “Solo parole d’amore”)

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“Dappertutto stando fermi” di Luca Masala. Una lettura di Rita Bompadre.

24 venerdì Feb 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Dappertutto stando fermi, Luca Masala, Rita Bompadre

 

“Dappertutto stando fermi” di Luca Masala (L’Erudita, 2022 pp. 113 € 16.00) è un libro caratterizzato da una combattente espressività e da un’ampia intensità di significato. L’autore inscrive l’intuizione profonda dell’inquietudine attuale, attraversa l’abissale superficie del vuoto spirituale, comprende l’assenza di un principio solido di riferimento, sfida il conflitto ordinario contro l’estraneità emotiva, conosce il disorientamento esistenziale. La poesia di Luca Masala dichiara l’indefinibile disagio nei confronti della frammentata condizione vitale, lacera la crisi d’identità dell’uomo contemporaneo, rilegge la frenetica, contrastante, realistica spinta introspettiva. I testi evidenziano la crisi dei valori, aggiungono il suggestivo incedere dei sentimenti lungo il cammino imprevedibile della vita, confermano la propria autonomia stilistica, continuano a sostenere la spietatezza delle difficoltà e l’accusa dell’incomunicabilità. Il poeta accorda l’impulsiva necessità di orientare un senso poetico alle relazioni umane, alla concezione del mondo, ritrova nel passaggio elegiaco l’interpretazione della memoria e del tempo. “Dappertutto stando fermi” è un suggerimento felice che arriva a destinazione, oltrepassa l’accelerazione delle umane distrazioni istintive, promuove un percorso lungo il senso contemplativo del ritmo interiore, in viaggio intorno alla consapevolezza. Il libro ospita il luogo immutabile dei ricordi, racchiude la fragilità delle illusioni, scopre i frammenti della quiete. Luca Masala cerca la poesia in ogni ispirazione quotidiana, coglie l’essenza della qualità evocativa delle parole, ascolta la rivelazione del sentiero incontaminato dell’anima. Concentra la luce infinita della meraviglia scolpita nella sensazione dell’appartenenza, disegna la prospettiva indistinta della solitudine con immagini offerte al confronto con la realtà, nel precipizio di una distorsione temporale, nella metafora di una visione catartica. Rivolge lo sguardo all’entità romantica e dolorosa della misura etica della lontananza, tenta di ridurre la dilatazione della distanza e della vacuità. “Dappertutto stando fermi” raggiunge la sensibilità del cuore, il territorio stabilito della reciprocità affettiva, regola la frequenza viscerale, tocca il termine di una permanenza dentro la dimora significativa del sentire, nel riflesso contraddittorio tra la continuità e la dimenticanza. I versi circondano la cognizione invisibile del disincanto, l’impulso malinconico e amaro del sogno fatalmente perduto. La corrispondenza della natura umana, in ostinata lotta tra equilibrio e stabilità, orienta l’armonia della poesia, indirizza la simmetria costante della staticità sospesa verso una dinamica empatica delle esperienze, filtra il percorso della semplicità. La sostanza autentica di Luca Masala riflette l’autenticità e la purezza dell’arte poetica, compone l’estratto di ogni promessa di speranza, include la capacità profonda e coraggiosa dell’ascolto, l’efficacia confortante e sorprendente del pensiero. Luca Masala dichiara l’affabile sincerità, apre il solco tracciato della scrittura sulla strada della conoscenza, sulla complessità della dimensione percettiva, avvia la protezione della saggezza nelle tendenze innate dell’uomo.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Arianima

 

Soffocare e guardare indietro

gli occhi negli occhi

a immaginare altezze

mai toccate

e scivolare

lungo la lama del vento

fiato di cristallo

un unico respiro

fino in fondo

nella parte visibile

dell’anima

 

Primavera

 

Alba di vita

piccolo sole che esplode negli occhi

ogni volta che vi guardo, figli miei,

un giorno di musica e luce

da vivere per sempre

mentre la bella giostra del mondo

compie ancora il suo giro

e solo per noi

 

Commiato

 

Passano, queste anime

rapide e terse

nello spazio di una vita

curvilinee e perse

illusorie di una meta

sulle immense strade del tempo.

 

Passano, senza fermarsi

amici e nemici

questi corpi convulsi

ignari del dolore

di non poter restare a lungo

nel miracolo della storia,

a guardarne il bagliore

a viverne il sogno.

 

Nel breve istante,

io con loro

andrò via

a fianco del rimpianto

solerte come un faro

che, indolente,

illumina da lontano

la metà sconosciuta

del niente

 

Frammento IV

 

“…E poi corro.

Per sentire il ritmo dei sogni

per abbracciare la mia solitudine

e tornare a respirare

con l’illusione fugace

che si può vivere per sempre.”

 

 

Frammento VIII

 

“…E nell’ombra

che odora di fresco

il tuo ricordo ritorna

per mescolarsi furtivo

con la notte”.

 

 

Frammento LXX

 

“…Toglierò dai tuoi occhi

i veli spietati del tempo

e tutto ti sarà chiaro.

…

Quel giorno scorgerai

immobile

il mio volto tra le stelle.”

 

 

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Bly di Melania Soriani

23 giovedì Feb 2023

Posted by Antonella Pizzo in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, NarЯrativa, Recensioni

≈ 1 Commento

Tag

Antonella Pizzo, bly, disparitadigenere, disparità, femminismo, giornalismo, inchiesta, melaniasoriani, mondadori, romanzo

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Il romanzo Bly di Melania Soriani,  uscito nel 2022 ed edito da Mondadori, narra le vicende della giornalista statunitense Nellie Bly, pseudonimo di Elizabeth Jane Cochran, vissuta tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, in un periodo in cui alle donne non era consentito esercitare quelle professioni considerate prettamente maschili, secondo la mentalità dell’epoca, ma solo quelle attinenti al cosiddetto “universo femminile”. Pizzi, merletti, ricamo, cura della casa e della famiglia, erano attività alle quali dovevano dedicarsi le donne dei ceti agiati. Operaie in fabbrica, sarte, serve, contadine, braccianti, erano attività proprie delle donne del ceto popolare. Le altre professioni, l’avvocatura, la medicina, il giornalismo, la partecipazione ad attività politiche e molte altre ancora, erano riservate esclusivamente agli  uomini, in quanto le donne erano ritenute incapaci per natura di svolgere compiti intellettivi. Elizabeth Jane, tredicesima dei quindici figli del giudice Michael Cochran, dei quali una diecina nati dall’unione con la precedente e defunta moglie,  nacque a Cochran’s Mill in Pennsylvania nel  maggio del 1864.

Quando la bimba nacque il padre si mostrò  molto orgoglioso di presentare alla famiglia quel fagottino rosa, così  tanto rosa che la bimba fu soprannominata Pink. La famiglia  all’apparenza era benestante, infatti il padre, oltre ad essere un giudice, era anche un discreto uomo d’affari. La piccola Pink cominciò a essere interessata ai libri  ancor prima di saper leggere, disdegnava i giochi  delle bambine e voleva giocare con i fratelli. Ribelle e testarda nascondeva i volumi della biblioteca del giudice per poterli guardare di nascosto. Alla morte improvvisa del capofamiglia i  Cochran caddero in disgrazia, furono costretti  a lasciare la casa dove avevano vissuto fino ad allora. Elizabeth dovette  interrompere gli studi, la madre fu costretta a risposarsi perché serviva lo  stipendio di un marito. L’uomo che sposò però si rivelò essere violento e ubriacone,  la sfruttava, la picchiava costantemente.  In  seguito, grazie alla determinazione della figlia Elizabeth, la madre ebbe il coraggio di divorziare. A seguito della lettura di un articolo di un giornale locale, il Pittsburgh Dispatch, dal titolo A cosa servono le ragazze,  nel quale si invitavano le donne a non lavorare ma a stare  chiuse in casa a badare alla famiglia, Elizabeth presa dall’indignazione e dal furore femminista, dal senso di giustizia che la caratterizzava, secondo il quale tutti gli esseri umani sono uguali e hanno uguali doveri e diritti, siamo essi uomini o donne, inviò una vibrante lettera di protesta al giornale  firmandosi  come Lonely Orphan Girl. Dopo vari abboccamenti e traversie, il direttore riconobbe l’indubbio valore intellettuale e il coraggio di Elizabeth, anche perché il giornale aveva aumentato la tiratura, e  assunse la ragazza. Si decise che Elizabeth avrebbe utilizzato lo pseudonimo di Nellie Bly. Così iniziò la sua fortunata carriera di giornalista investigativa. Coraggiosa e intelligente, fingendosi operaia e facendosi ingaggiare da una fabbrica,  scoprì  e denunciò sul giornale per il quale scriveva gli atti di violenza, gli  abusi e le  condizioni inumane del lavoro a cui erano costrette le operaie delle fabbriche. Questa nuova forma di giornalismo investigativo, inesistente prima di lei, divenne  presto  un modello di riferimento nel mondo del giornalismo che ancora oggi viene praticato. In seguito si trasferì a New York e fu assunta dal New York World di Joseph Pulitzer,  col patto che  conducesse un’inchiesta sulle condizioni del reparto femminile dell’ospedale psichiatrico City Mental Health Hospital di Manhattan. Questa volta Bly si finse una povera donna smemorata. La donna venne internata in manicomio per parecchi giorni, e si rese testimone diretta delle terribili e inumane  condizioni in cui venivano trattate le pazienti recluse. Bly nonostante pensasse di essere indenne da romanticismi e avesse deciso che il matrimonio, così come era considerato all’epoca, non era adatto a lei, si innamorò  di un uomo affascinante che diceva di amarla.  Quando scoprì che era un uomo sposato e con figli, lei ne soffrì molto. Intraprese da sola un viaggio che la portò a visitare il mondo in 72 giorni emulando  Fogg  del giro del mondo in 80 giorni di Giulio Verne, il quale, incuriosito e ammirato,  la volle conoscere durante una tappa del suo  viaggio.

Il libro è molto scorrevole e si legge con piacere, con una scrittura chiara e leggera nonostante la tematica importante, la scrittrice fa parlare Bly in prima persona. Milena Soriani ci racconta la storia di questa donna speciale e moderna, anche se vissuta un secolo fa.  Nellie Bly si racconta e non parla solo del suo coraggio  e la sua determinazione, ma anche  delle sue tante fragilità e delle sue debolezze e delle sue paure.  Nellie non è una wonder woman che indossa un costume sfavillante e sbaraglia in men che non si dica gli avversari, è una donna comune, con pregi  e difetti, ma che ha avuto volontà ferrea.  Indomita e combattiva non è mai arretrata davanti agli ostacoli che inevitabilmente si incontrano nel perseguire le proprie passioni, non  lasciandosi mai sopraffare dallo scoramento. Con intelligenza, con serietà, con fermezza, ha perseguito i propri scopi credendo nella giustizia e nell’uguaglianza. A Nellie Bly noi donne dobbiamo essere  grate, così come a Melania Soriani che ci ha raccontato la sua storia con amore e il rispetto che questa figura merita. Le donne hanno combattuto per decenni per la libertà e per il riconoscimento dei propri diritti, con convinzione, con passione, lottando per l’affermazione. Ma la libertà delle donne viene costantemente  minacciata,  e il pensiero va alle donne iraniane, prigioniere e vittime, e a tutte le donne che subiscono abusi e violenze. Ci sono tante Bly che combattono per la disparità di genere, per la libertà e per i diritti con coraggio, senza arrendersi, pagando spesso con la vita.

Melania Soriani è nata a Roma nel 1965 e vive a Carrara. Ha pubblicato diversi racconti in antologie e riviste. Con il romanzo per ragazzi In viaggio con Amir si è aggiudicata il premio Selezione Bancarellino 2019.

Antonella Pizzo Letture e scritture e noticine di una finta critica 

mpluchi@yahoo.it

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“Un fecondo gioco” – Marco Furia legge “Eliodoro” di Mario Fresa

22 mercoledì Feb 2023

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni

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Eliodoro, Marco Furia, Mario Fresa

Come un gioco verbale sospeso sul suo medesimo linguaggio, “Eliodoro”, romanzo di Mario Fresa, si presenta al lettore quale specchio capace di riflettere non una singola immagine ma una precisa, grottesca, serie di frammentate sequenze.
Del resto, l’autore, nel capitoletto d’appendice “a. Che cos’è Eliodoro. Caratteristiche e posologia”, tiene a dire:

“Eliodoro è un romanzo-gioco di pannelli e di schegge mobili che possono essere letti in successione o in modo più rapsodico, per esempio aiutandosi con l’aiuto di un dado e di una seconda voce femminile o maschile […]”.

Schegge e pannelli, dunque?
A prima vista sì, tuttavia …
Tuttavia, pagina dopo pagina, ci si accorge di come una ben poco lineare trama non si limiti a far emergere personaggi e circostanze, ma, nel farsi acrobatica parola, suggerisca una sua originale visione del mondo.
Non mi riferisco a una sorta di senso della storia che lo stesso Fresa propone, per esempio, indicando i titoli dei singoli capitoli, né ai più o meno ampi funambolici tratti, penso piuttosto a un dinamico quid che sembra superare-costituire il concetto di racconto.
Si tratta, a mio avviso, di un desiderio di vicenda che non s’intende ignorare, di un originale persistere quale espressivo narrante nel suo nemmeno troppo mascherato confessarsi: il Nostro non entra nel romanzo nelle usuali maniere perché è ben cosciente di farne parte, in ogni modo.
Affermazione banale, si dirà: chiunque si esprime per via di scrittura è presente nella scrittura stessa.
Qui, però, qualcosa di diverso si aggiunge, qualcosa in grado di chiamare contemporaneamente dentro e fuori.
Togliere il nome dell’autore dalla copertina o, al contrario, renderlo incancellabile?
Ambedue le cose.
Atteggiamento dalla valenza assai creativa proposto, almeno in apparenza, con noncurante naturalezza: atteggiamento nel cui àmbito il lettore si viene a trovare come per caso, passando da un brano all’altro, da una visione all’altra.
Simile a una roulette che sembra non fermarsi mai, questa scrittura non si preoccupa né di arrestarsi né di proseguire: il suo è moto perpetuo, ma è pure continua fine
d’isolati attimi-tratti, di singole particelle di spazio-tempo-parola.
Si legge, ad esempio, a pagina 71

“E poi, sorpresa amara, soltanto per fregare il destino, Ruggeri che sta per fare, in un momento, il salto salutare vede tutto con un certo anticipo allarmato: vede vicino a quello sbarco, con l’aiuto gentile del principe alato, mosca-radente, comparso sul labbro della tazzina lasciata lì […]”

e a pagina 105

“Il maestro Denise è in bilico solenne, adesso, col suo equilibrio in pezzi, con quel suo piangere ridere, con quel suo tipico urto di potenza, insomma; come un bimbo che non dorme ma che s’incanta mentre sente la TV-giovinezza […]”.

Come si vede, lo sguardo dell’autore nel suo essere acuto, attento al particolare, partecipa d’un non consolante senso del favolistico che porta lontano pur essendo vicino, proprio lì, negli accostamenti di un probabile che evoca realtà anche quotidiane.
Davvero, ci si trova di fronte a uno specchio verbale preciso nel suo rendere evidenti vividi tratteggi di un non racconto che, tuttavia, è anche racconto: mettere in discussione certi nostri schemi significa promuovere feconde riflessioni sugli schemi medesimi e, alla fine, su noi stessi?

                                                                                               Marco Furia

Mario Fresa, “Eliodoro”, Fallone Editore, 2022, pp. 150, euro 22,00

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LA POESIA PRENDE VOCE: ORNELLA MALLO, PAOLA DEPLANO, PIETRO ROMANO, MARIANGELA RUGGIU

21 martedì Feb 2023

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast

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Tag

Maria Allo, Mariangela Ruggiu, Ornella Mallo, Paola Deplano, Pietro Romano

La poesia prende voce

POETI DI OGGI

Ornella Mallo

di Ornella Mallo “Mani”, tratta da Scriverti, Kemonia Edizione, febbraio 2022, legge la stessa autrice

Paola Deplano

poesia di Paola Deplano, da “L’ultima Cenerentola”, Edizioni Progetto Cultura, 2018.

Pietro Romano

poesia di Pietro Romano, da “Feriti dall’acqua”, peQuod, 2022, collana Portosepolto diretta da Luca Pizzolitto. legge lo stesso autore

Mariangela Ruggiu

poesia di Mariangela Ruggiu da “Ti portavo a volte l’acqua”, Terra d’ulivi edizioni 2022, legge la stessa autrice

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Un omaggio a Puccini nel cuore di Rapolano 

20 lunedì Feb 2023

Posted by Deborah Mega in Recensioni, Segnalazioni ed eventi, Teatro

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Kris B. Writer, L'altro Giacomo, Renato Raimo, Sabatina Napolitano

La sera di sabato 18 febbraio sono stata al Teatro del Popolo di Rapolano per lo spettacolo “L’altro Giacomo”, diretto e sceneggiato da Renato Raimo. Puccini è un uomo appassionante e appassionato, sul palco incarnato nel regista che ne ha curato la biografia ricalcando i momenti più frizzanti come gli snodi passionali. Elvira, Corinna, Josephine, Rose: le donne protagoniste della vita del compositore lucchese di cui ricorre il centenario nel 2024. “L’altro Giacomo” scritto a quattro mani da Renato Raimo e Kris B. Writer è uno spettacolo intenso non solo per gli amanti della lirica, attraverso le arie pucciniane il racconto tra narrazione e musica diventa una magia possibile grazie a Carlo Bernini, già direttore musicale di Andrea Bocelli (che però nel nostro caso non c’era perché a New York). Col patrocinio della fondazione Puccini di Lucca, lo spettacolo è una attrattiva interessante e adrenalinica per il pubblico pucciniano. Se quindi la poesia italiana e la storia italiana nell’Opera raggiungono una compiutezza esotica quasi alchemica, è impossibile non considerare che l’Opera con La Boheme, La Tosca, Madame Butterfly, e la Turandot si veste di abiti che non possono essere pensati senza un brivido di inquietudine e di nostalgia. Le dodici opere pucciniane hanno segnato un alone di profondità psicologica e drammaticità tutta italiana nel panorama internazionale, pur richiamando l’opera wagneriana. Lo spettacolo “L’altro Giacomo” restituisce alla storia la memoria dell’uomo Puccini, introverso, solitario, sensibile e profondamente innamorato.

Giampaolo Rugarli autore de “La divina Elvira. L’ideale femminile nella vita e nell’opera di Puccini” (Marsilio, 1999) sostiene che in ogni donna di Puccini c’è in realtà nascosta la figura di Elvira. Il loro è un amore forte e scandaloso nella Lucca di fine Ottocento. Per quasi vent’anni Elvira resta compagna di Puccini e alla morte del marito Narciso, ne diventa la moglie. Elvira non è solo compagna quindi, e poi sposa, ma è anche e soprattutto la musa sotterranea per le ancelle devote e le fate cattive dell’operista, come se tutta la drammatica tensione dell’arte pucciniana non fosse possibile senza il traino e lo slancio di Elvira. Nonostante questo Puccini ama molte donne, ed ogni volta le sue passioni richiamano come una forma di violenza, e probabilmente il pubblico non si sarebbe aspettato diversamente da un genio malinconico e passionale, inevitabilmente mito e simbolo.

Sabatina Napolitano

 

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~A viva voce: 22 – Canzonetta~

18 sabato Feb 2023

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Francesco Palmieri, il male nascosto

 

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2023/02/22-canzonetta.m4a

 

22 – Canzonetta

 

è un dolore troppo dolore

quello chiuso in una stanza

e la chiave,

la chiave l’ho cucita dentro a un polso,

per non lasciarla in giro

sul tavolo in cucina quando ho fretta

o sopra al comodino con la luce dimenticata accesa,

 

è un dolore nascosto,

un buco alla parete che sopra ci metti un quadro

magari con il mare che fa azzurre anche le fosse

o anche un crocifisso ma senza Cristo

perché lui è risorto e poi non s’è più visto,

 

è un dolore fragile,

che se lo guardi in faccia lui si fa bambino

ma senza madre e padre a tacere la paura,

neanche un angelo custode

a spegnere la luce, chiudere la porta,

lui fa le smorfie dure, poi dice sono un uomo

ma sente in qualche posto un piangere di stelle,

 

è un dolore che non ha nulla di speciale,

il dolore è dolore e non è a chili e neanche a metri,

il dolore è dolore

e comunque

fa male.

FRANCESCO PALMIERI

(dalla raccolta “Il male nascosto”  Edizioni Terra d’ulivi)
http://www.edizioniterradulivi.it/il-male-nascosto/121

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