mi sei rimasta in gola
e mi sei salita in testa
ti sei fatta scrivere
senza opporre resistenza
per puro gioco
di misurare il tempo che passa
e senza dargli peso
mi hai permesso
di venirti a pescare dentro
solo quando mi eri necessaria
ed era il momento di apparirmi
in sogno, per strada
o in ascensore
sotto forma di parola
o di reumatismo, mal di denti
mal di essere e male dei fiori
poesia mia
quando ti ho creata
sei stata esposta come una reliquia
e ti ho tradita
traducendoti in segno
solo allora ti ho riposta nel cassetto
dopo essere riuscito
a descrivere come si forma
l’idea del fiore senza usare
il decespugliatore
ed ero così contento
che mi sono addormentato ridendo
Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di
Lara Pagani
un prologo
Come batte, fiacca, la distanza.
Mando i suoi anni a memoria,
luce li dicono e sono notte:
una catena di ossa malandate,
mai spezzate, soltanto corrotte.
Li ripasso dal cuore alle vene,
gli anni luce dell’infiorescenza;
è proprio nella cruda assenza
che traspare come ti avvicini
e si spoglia la trama della storia.
*
Vuotare una lavastoviglie che fischia
dimenticata in cucina, stendere in furia
una lavatrice, lavare di getto una tazza
per l’ennesimo caffè senza zucchero —
le mani mi occorrono affaccendate,
le piante formicolano, i capelli cadono
sulla parte sbagliata del viso.
Penso un’altra: dovrò scoprire quale
delle tante nuove, ricominciare.
Come brulicano, come premono
sotto la pelle le parole non scritte.
*
Francesca, stamattina mi ha destato
una punta di diamante posata in alto
a destra sulla fronte che ora sfolgora
e debolmente duole. Attendo
la tua ultima missiva. Nel bicchiere
dal vetro che risaliva ho versato lacrime
e diciassette gocce di Novalgina.
*
Sentirmi dire che sono malata,
che a volte il mio cervello non funziona
chiuso in cantina a quadrupla mandata
da visioni che nessuno perdona
è storia vecchia, è storia collaudata —
non fosse che ha stancato. Sono buona
da buttare? Non credo. Sono nata
per amarti e smentirti di persona.
Nel mio secondo mondo, come tu
lo chiami passo il tempo a farmi male
ma quello che non vedi, non ancora
è che nessuna tristezza finora
è stata la tormenta del finale.
Sono al sicuro — non salvarmi più.
*
Ogni tanto io ti piango
come si piangono i morti.
Ritento il conto dei torti
fatti e subìti, rimango indecisa
ma rivango, piango in flutti
di mare, a fiotti mi frango –
ma sono momenti anche i lutti
se riguardano te.
Sempre risalgo la riva –
m’accorgo del cielo, i gabbiani
stridenti che odiavi radenti l’orlo
dell’onda, il tuffo della testa
loro spietato e fulmineo –
e m’accordo con me stessa –
ritorno a parlare coi vivi.
*
se non m’amerai più
annuserò quando passo di lì
la corteccia del nostro albero in fasce.
Dove tu piantasti radici io pianto
non verso ma penso: ombra avrò
quanto basta, un posto in cui riposare
per tutta la vita che splende di fronte.
*
se per un giorno nella vita
qualcuno al posto mio, delle mie dita,
agli amati nel tempo riscrivesse
il tonfo della rabbia dentro al pugno
pesante dell’affetto… se potesse
con frasi a effetto ma senza mentire
rammendare gli strappi — come un ago
sutura lembi e stracci, come un medico
o una sarta capace — rammentare
che pur essendo atroce sono stata,
rimasta, ho solamente ingarbugliato
tono di voce e sbagliato parole.
Nina Cassian è nata a Galati in Moldavia (Romania), sulle rive del Danubio il 27.11.1924. Poetessa, scrittrice, traduttrice, partecipe e erede dell’ambiente culturale e intellettuale rumeno a cui appartengono Brâncusi, Tzara, Ionesco, Eliade e Cioran, come loro dovette subire l’esilio.
Nina Cassian è figlia d’arte, il padre Iosif C. Mătăsaru fu stimato traduttore dei grandi classici (Ghoete, Heine, Brecht). Nina si nutre di questi stimoli e dopo aver completato il liceo, arricchisce la sua formazione approdando a Bucarest e studiando pianoforte e composizione musicale, dove eccelle, recitazione, pittura. Nel 1943 si sposa col giovane poeta Vladimir Colin dal quale divorzia nel 1948, successivamente sposerà il critico letterario Alexandru Stefanescu. Nel 1944 si iscrive alla Facoltà di lettere, ma non ultimerà gli studi. Da quello stesso anno comincia a pubblicare suoi scritti, dapprima sul giornale Romania libera e successivamente edita la prima raccolta “Scala 1/1”, vicina all’avanguardia e perciò vista con sfavore dal regime rumeno che la marchiò come decadente. Ciò spinse la scrittrice verso opere maggiormente allineate “La nostra anima”, “Anno vivo, novecento e diciassette”, “Horea non è più solo”, “Gioventù”,“Versi scelti”.
Dal 1957 prosegue le pubblicazioni svincolandosi nuovamente dai dettami della dittatura comunista. Nina ha scritto praticamente per tutta la vita, autrice di oltre quaranta opere tra raccolte poetiche e libri per bambini, oltre alle traduzioni.
Importante la sua amicizia col poeta Celan, al quale rimase legata per sempre, essendone musa ispiratrice. La relazione si nutriva della speciale affinità culturale, influenza e ammirazione reciproca, per la consonanza di interessi poetici e preferenza di scrittori, quali Esenin, Eluard, Apollinaire. Ne dà sentore l’affettuosa lettera che Celan scrisse alla Cassian in vacanza nel ‘47 “Ingrata! Nobile e arborescente come sempre, quando ti penso, la mia mano… si affretta a offrirti, dall’assopito mio tappeto che ho steso sulle maree, questo specchio di fuliggine bianca e inchiostro ritmato… affinché certe bocche malevole della posterità non possano dire che noi non ci siamo amati. Che venga il mare su di noi e che gli squali-fratelli ci inghiottano!” Paul
Una grande svolta nella vita della poetessa fu il viaggio per una conferenza di scrittura creativa all’Università di New York nel 1985, lo stesso anno in cui morì il marito. Una volta a New York Nina Cassian chiede asilo politico come dissidente in quanto in patria la polizia segreta di Ceausescu aveva scoperto suoi testi satirici e antigovernativi tra le carte di un amico arrestato, quindi rischiava a sua volta d’essere imprigionata. Contemporaneamente in patria compiono l’epurazione culturale della sua figura, la fanno sparire, come non fosse mai esistita. Nina ha vissuto il resto della sua vita lontano dal paese d’origine a New York dove è morta il 15 aprile del 2014.
LA POETICA
Dice un famoso verso di Emily Dickinson “Io abito nella possibilità”, Nina Cassian nella sua scrittura lo fa proprio. Prende la parola e la mette in forma, la stira, la pressa, rotea e schizza fino a farne ciò che vuole, in perfetta consonanza col suo pensiero. Fantasmagorica, pittorica, sorprendente, carnale. Conferisce ai suoi testi una musicalità e plasticità non propriamente classiche perché contemporaneamente spinte da potenza immaginifica scoppiettante. Originale quindi, insolita, sebbene si avvertano nel suo scrivere echi di tutta la tradizione europea da Celan a Mandelstam, dalla Cvetaeva alla stessa Dickinson. Il corpo è spesso presente nella poesia della Cassian, come avviene del resto con più insistenza e consapevolezza nella poesia delle donne rispetto alla poesia scritta da poeti uomini. Le donne hanno col proprio corpo un rapporto più intimo e ancestrale, si misurano con la potenzialità del generare e del partorire, con la perdita periodica di liquori sanguigni, non possono essere che consapevoli dei propri muscoli e ventre e respiro esattamente per come esce dai polmoni, immerse nella propria pelle, in contatto continuo e profondo con la propria polpa.
La poetessa riversa nei suoi testi una vitalità poetica, una furia creativa caratterizzata da estremizzazioni, parossismi, inventiva. Descrive scenari surreali non meno però di momenti della quotidianità comuni a tutti, quale il risveglio o il cibarsi. L’umanità è presente, talvolta testimone della malinconia del poeta o del suo disagio o dolore, tendenzialmente indifferente, asettica, insensibile. Più di frequente il poeta trova alleati nelle cose o negli animali. Compartecipano e collaborano a edificare l’architettura poetica gli oggetti, gli elementi della natura, i sentimenti. Presente il dolore per l’espianto della separazione dai luoghi d’origine“Ah, ricordo ancora bene quel dolore!/La mia anima colta di sorpresa/saltava come una gallina con la testa mozza”
Non meno presente l’amore sia diretto alla forma umana che mistica. La ricchezza espressiva è specchio dell’eclettica formazione della poetessa, musicale e artistica. I toni sono caustici, arguti, ironici, sempre diretti, spesso malinconici. Colpisce l’atteggiamento di cupo e lucido disincanto verso gli altri e l’esistenza che rimanda al cinismo di Cioran.
Espressiva e potente Nina Cassian era praticamente sconosciuta quando venne pubblicata in Italia nel 2013 da Adelphi con la raccolta di oltre 300 pagine C’è modo e modo di sparire. Poesie 1945-2007 . Divenne un caso editoriale. Di sé e del suo forsennato scrivere con un senso di ineluttabilità del gesto, chiaramente di reazione alla privazione della libertà, dice “Sono la Scimmia Condannata a Scrivere”. Del suo opporsi vanamente alle repressioni totalitarie scrive “La protesta linguistica/è impotente. Il nemico è analfabeta.” E del suo esilio esprime la speranza “Pur se verrò sepolta/ in una terra aliena:/ risorgerò un giorno/ nella lingua romena.” Scrisse anche in lingua inglese e in una lingua di sua invenzione. Chissà la fantasia dei suoi libri per bambini…
Un tappeto di farfalle morte ai piedi, morte e morbide (loro non hanno il rigor mortis). Io godo di ottima salute. Ho tirato fuori il fegato, ho estratto i polmoni, ho estirpato il cuore e non mi fa più male nulla. Tramutarsi in fantasma è una soluzione che vi raccomando freddamente.
Io sono io
Sono personale, soggettiva, intima, singolare, confessionale. Tutto quel che mi accade e si ripete accade a me. Il paesaggio che descrivo sono io stessa. Se vi interessano gli uccelli, gli alberi, i fiumi, consultate i libri degli esperti. Io non sono un dato uccello, un dato albero, un dato fiume. Io sono registrata solo come un Sé,
Io, ovvero Io.
Tappezzeria
Un piede nella fossa e l’altro sulla tigre impallinata – così vedo la mia sconfitta e la mia vittoria in questa scena venatoria.
Cedere il posto agli anziani e agli ammalati
Viaggiavo in piedi eppure nessuno mi offrì il posto anche se ero di almeno mille anni più anziana, anche se portavo, ben visibili, i segni di almeno tre gravi malanni: Orgoglio, Solitudine e Arte.
Illustrazioni di Loredana Semantica, (tecnica digitale, pennino su schermo).
Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
DOMENICO SETOLA
Se morire è già sapere
dove cadrà la luna
nell’ultima notte?
Se altrove è ristoro
dei morti, dove finirà
la voce, origine e
sigillo dell’ultima
lettera?
Bianca la paura
e il fondo del mare
che un giorno non
basta se caos
forma e dissolve
distrugge e riplasma.
Noi, forse una parola
nei volti bianchi che
guardano il sole,
l’ultimo sogno
che sulla terra
freddo
giace.
25 marzo 2023
*
Lontano da qui
e forse ancora noi
nei luoghi consacrati
delle specie estinte.
Fanciulli morimmo
all’ardore di un bacio
sole a picco
rovistando
il nostro intimo decreto.
Volevi disunirti
dal tuo profondo abisso,
io lontanamente solo
all’orizzonte
sparendo il tuo viso
nel crepuscolo rosa.
17 marzo 2023
*
Dove porta il fiore
della memoria,
le carte dimenticate della poesia,
la Francia di Char
alle periferie ricordate
di Napoli.
Se ogni vicenda
ha la sua deriva
che si disperde
e rapisce il sonno,
noi siamo i sonnambuli
delle parole, fra epoche
e miti ove un’ombra
gelida incombe.
23 febbraio 2023
*
Da te a me
come sera alla notte,
quando il freddo che scagliò
il mare oltre l’inverno
fece delle nostre parole taciute un canto.
Vinti e sommersi dalle profonde acque,
ritorni fra le mani
sull’onda che sussurra l’istante.
Ora la tua preghiera
è primavera
che al chiaror d’una camelia
accoglie, fra la neve, il nostro ricordo.
Da il “cerchio imperfetto” Controluna ed. 2021
*
Nella sapienza del volo
l’ombra si muove;
quel nome che ora è distanza,
sconfinando da me,
sospeso è nell’aria.
Da il “cerchio imperfetto”, Controluna edizioni 2021
*
Il cielo non ha dimenticato
il candore del tuo sguardo,
rifugio del tempo andato.
L’architettura delle stagioni
disegnata sul tuo volto,
cantiere di incontri e addii.
E l’eco dei bambini
precipitati nella danza buffonesca della vita,
il frutto primaverile che
tua madre vaticinava.
Da il “cerchio imperfetto”, Controluna edizioni 2021
*
Or che al porto delle nebbie
la tua ombra avvolge
la cenere che ti chiama,
or che fuori emerge al primo sole
la luce che ai grani semina
vita, resta al cuore
figlio che ora appari,
a me che padre di te mi fingo
a sfiorarti un’ultima carezza.
Da il “cerchio imperfetto”, Controluna edizioni 2021
*
Quel cielo di febbraio
febbre del ricordo
e il tuo volto crocevia
che mi scruta al confine
del giorno.
Ciglia contro ciglia
la foglia tremula
e io specchio inerme
del tuo affronto
a volare giù fin qui,
Dove il sole non arriva
né i morti ti sorridono,
qui dove il tempo suona
l’arpa dell’incontro
ed Eros scocca
l’ultima freccia,
il destino che ci unì.
febbraio 2023
*
È tempo che la rosa
lasci il suo sangue
sulla veste della notte,
che la chiave arrugginita
apra il varco dischiuso
del tuo sguardo.
È tempo che la casa
accolga lo straniero
e l’orecchio ascolti
il vento che urla
nell’urna del destino.
Suona ancora
il mare nella conchiglia
e la tua bocca è guscio
della mia alba.
È tempo che il tempo
si faccia arco roccioso
delle nostre ali
da qui alla cenere.
gennaio 2023
*
I morti hanno scritto
canzoni per l’autunno
e si sono addormentati per
i viali ingialliti.
A volte tornano
col vento e le sue note
e sono gli alberi coi
capi chini a cedere le foglie.
Vagano afoni senza chiavi
seduti sulle panchine
infreddoliti di solitudine.
I morti hanno sognato
gli inverni che verranno
ed ora attendono la tua
voce.
un testo del 2021
BIO
Domenico Setola, si è laureato in Giurisprudenza presso la Federico II di Napoli, dove attualmente studia storia medievale e moderna. Collabora da anni con giornali locali della provincia di Napoli.
Scrive poesie da vent’anni. Appassionato di Paul Celan, Paul Auster, Remo Pagnanelli, Umberto Saba, Vittorio Sereni, J. Derrida, G. Deleuze, M. M. Ponty, G. Bachelard.
Ha pubblicato la silloge Il “cerchio imperfetto”, Controluna edizioni, 2021.
Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.
La redazione ringrazia Giancarlo Baroni per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura. (puntoacapo editrice, dicembre 2022, p. 81).
Ci parli della tua pubblicazione?
Il libro comprende, come dice il sottotitolo, dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura. È diviso in due sezioni, la prima è intitolata Un cannocchiale nel buio e la seconda Una incerta beatitudine. Ogni sezione è composta da dieci saggi. Li elenco: Un senso arriverà; Il cannocchiale puntato sul buio; L’enigma della chiarezza; Post tenebras spero lucem; La menzogna di Ulisse;La faticosa necessità della scrittura; La beatitudine incerta dei poeti; Realtà / Poesia; Classicisti, realisti ed ermetici nella poesia in lingua italiana del Novecento (Tracce, ipotesi e indizi); Sui romanzi di idee.
La prefazione intitolata Il piacere dell’analogia è del critico Elio Grasso.
Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?
Come lucciole nel buio nasce da un lungo lavoro di riscritture e approfondimenti, di ripensamenti e rifiniture, di scavo e di lima. In una intervista Beppe Fenoglio confidava: «La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti»; mi identifico in queste parole. Il mio libro si confronta in maniera comprensibile ed essenziale con temi complessi e universali: l’esistenza e il suo contrario, la conoscenza e il mistero, chiarezza e oscurità, verità e menzogna, realtà e poesia, vita e scrittura…
È un testo da leggere e consultare senza fretta. Numerosi gli artisti, gli scrittori e soprattutto i poeti con i quali dialogo e che mi donano spunti, stimoli, frasi memorabili.
Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a impegnarti in questa opera? In altri termini qual è la sua genesi?
Nel 2023 ho compiuto 70 anni; nella Nota che chiude il libro ironicamente ho scritto: « Cari lettori qui trovate buona parte di quello che ho imparato. È poco a settant’anni? Un proverbio dice “piuttosto che niente (è meglio) piuttosto”».
La copertina. Chi, come, quando e perché?
In copertina un particolare del dipinto di Cezanne Le mele e le pere. La trovo elegante. Bravo l’editore che l’ha scelta.
Come hai trovato un editore?
Nel 2020 ho pubblicato, sempre con “puntoacapo”, una raccolta di versi intitolata I nomi delle cose; con l’editore mi sono trovato bene, ho continuato il rapporto.
A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?
Adopero un linguaggio il più possibile nitido, levigato, trasparente, chiaro; spero che queste caratteristiche rendano il libro gradevole e comprensibile.
In che modo stai promuovendo il tuo libro?
Lo propongo prevalentemente a riviste, siti letterari, blog, a persone e critici che credo possano essere interessati.
Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché?
Scelgo un brano che spiega il significato del titolo e l’essenza del libro: « Ci sono dei momenti, degli istanti in cui proviamo la sensazione di essere vicini alla verità: una intuizione come un lampo, una visione magica di qualcosa di più profondo e di più nascosto. Come i bagliori delle lucciole rimandano a una luce primigenia da cui sembrano originare, così le nostre illuminazioni passeggere sembrano per un attimo collegarsi a una verità più ampia e universale. Cerchiamo di afferrare quelle intuizioni e trattenerle, ma di solito riottose sbiadiscono come al risveglio certi sogni che durante la notte ci erano apparsi incredibilmente nitidi.
Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?
Sarei contento se venisse letta e apprezzata nelle scuole.
Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?
Questo mio libro saprà illuminare un angolo di buio?
Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?
Qualche mese dopo Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura ho pubblicato, ancora con “puntoacapo”, un breve testo (neppure 50 pagine) intitolato A occhi aperti sogno di essere un castoro. Alcune cose che posso dire di me (2020-2022). Se si trattasse non di un libro ma di un 45 giri direi che le “lucciole” costituiscono la facciata A e i “castori” quella B dello stesso disco. Facciate separate ma complementari: da un lato la mia parte prevalentemente meditativa legata al pensiero, dall’altra quella principalmente emotiva legata all’esistenza. Due parti alla ricerca di una precaria completezza.
Giancarlo Baroni
Abito a Parma dove sono nato nel 1953. Ho pubblicato due romanzi brevi, qualche racconto, un testo di riflessioni letterarie e sette libri di poesia. Le ultime tre raccolte di versi: I merli del Giardino di san Paolo e altri uccelli (Mobydick editore, 2009; nuova edizione illustrata e ampliata, Grafiche STEP Editrice, 2016, prefazioni di Pier Luigi Bacchini e Fabrizio Azzali), Le anime di Marco Polo (Book Editore, 2015), I nomi delle cose (puntoacapo editrice, 2020). Ho coordinato, assieme al poeta Luca Ariano, l’antologia Testimonianze di voci poetiche. 22 poeti a Parma (puntoacapo editrice, 2018). Il Dizionario critico della poesia italiana 1945-2020, curato da Mario Fresa e pubblicato nel 2021 dalla Società Editrice Fiorentina, contiene una scheda critica scritta da Giuseppe Marchetti; sono inoltre presente nel saggio di Paolo Briganti Dopo l’Officina. Poesia da ieri a oggi (Storia di Parma, Le lettere, Monte Università Parma Editore, 2012). Nel 2009, 2010 e 2011 ho letto a «Fahrenheit» (Rai Radio 3) diverse mie liriche, alcune in occasione del Festival della Filosofia di Modena. Ho scritto quasi trecento recensioni, la maggior parte pubblicate nella pagina culturale della «Gazzetta di Parma» a cui ho collaborato per vent’anni. Mie poesie sono presenti in siti, blog, riviste cartacee e on line, antologie. Un’ampia e significativa scelta dei miei versi si trova in «Ossigeno Nascente. Atlante dei poeti contemporanei». Sul sito letterario «Italian Poetry» le poesie sono accompagnate da una traduzione in lingua inglese del poeta Max Mazzoli. Diverse altre sono state tradotte in francese, in blog riviste e antologie, dalla poetessa Marilyne Bertoncini. Sulla rivista on line «Pioggia Obliqua. Scritture d’arte» curo una pagina intitolata Viaggiando inItalia; collaboro a «Margutte. Non-rivista on line di letteratura e altro». Miei testi e foto sulle città italiane appaiono sulla rivista cartacea «dalla parte del torto». Poeta per passione e fotografo per diletto, ho pubblicato, fuori commercio, quattro piccoli libri fotografici: Sguardi dell’arte, Bologna, Due volti di Parma e Foglie senza rami. Del 2020, anch’esso fuori commercio, è il volume di poesie e fotografie Il colore del tempo (Quaderni della Fondazione Daniele Ponchiroli, a cura di Gabriele Oselini, prefazione di Fabrizio Azzali). Recentissimi sono i volumi Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura e A occhi aperti sogno di essere un castoro. Alcune cose che posso dire di me (2020 – 2022), stampati entrambi da puntoacapo.
Gabriele Galloni, talentuoso poeta romano scomparso prematuramente nel 2020, è più vivo e presente che mai. Lo è nei ricordi di chi l’ha amato, nei suoi versi, nei racconti, nelle bozze di romanzi, nelle dichiarazioni di poetica presenti nel web, nelle riviste telematiche e cartacee, nei vari blog e siti letterari di poesia e scrittura. Lo è ancor di più in questi giorni in cui ha visto la luce la sua opera omnia, edita da Crocetti, dal titolo Sulla riva dei corpi e delle anime, con la prefazione di Alessandro Moscè, testimonianza di un fervore creativo che si è manifestato precocemente ma che ha rivelato una ricerca lessicale e stilistica inconsueta per un giovane autore eppure assolutamente matura e convincente. Pubblichiamo una selezione delle poesie più belle di Gabriele, tratte dai libri editi mentre era in vita e postumi insieme ai nostri auguri, ovunque lui sia…
In Attenti al lupo scriveva Ron nel 1990 e cantava Lucio Dalla: Questa vita è una catena/Qualche volta fa un po’ male/Guarda come son tranquilla io/Anche se attraverso il bosco/con l’aiuto del buon Dio/stando sempre attenti al lupo. Il bosco è nell’immaginario collettivo un luogo pauroso e oscuro dove ci si può perdere facilmente ed è abitato da animali pericolosi come il lupo o l’orso. Occorre stare in guardia, non perdere la strada e lasciare traccia del nostro passaggio, facendo cadere i sassolini come fece Pollicino. Oppure può essere un luogo accogliente dove rifugiarsi, come fece Biancaneve che trovò ospitalità e riparo nella casa dei sette nani. Un luogo dove perdersi e dove ritrovarsi. Il bosco è metafora della vita, è attraversamento e rifugio. Quando la maestra Silvia legge la notizia sul giornale invece di andare a scuola entra nel bosco. La vicenda si svolge negli anni ‘70 in un piccolo paese vicino a Torino, fra le montagne e al limitare del bosco, dove lentamente stanno arrivando i primi segnali della modernità. La notizia che sconvolge Silvia è il suicidio di Giovanna una sua scolara di undici anni. La bambina si è lasciata andare giù nel fiume saltando dalla finestra di casa sua, si è levata le scarpe e si è buttata. Silvia seguiva questa sua alunna con molta attenzione perché la ragazzina, appartenente a una famiglia modesta, aveva problemi a scuola, problemi forse non troppo dissimili a quelli che aveva lei da bambina. La maestra Silvia aveva chiamato il giorno prima la madre per lamentarsi del suo rendimento scolastico. Silvia non è una donna qualunque ma ha una funzione sociale precisa e determinata, un ruolo definito. Silvia è la maestra. Non è una donna qualunque, non è una madre, non è una moglie, non è una fidanzata, non è una figlia, Silvia è la maestra e basta. Alla maestra si chiede un’unica cosa, quella e nessun’altra cosa se non quella di fare la maestra e di saperla far bene. Silvia è cresciuta dalle suore e ha ricevuto un’educazione rigida, della sua infanzia ricorda il bosco nel quale si avventurava con il cugino e con il quale andava con gioia a raccogliere funghi. Il bosco è il luogo dell’infanzia, è in grembo materno che la ri-accoglie. Il senso di colpa e di inadeguatezza a svolgere il suo ruolo di insegnante la porta a rifugiarsi nel bosco e a sparire nel nulla. In paese tutti la cercano e temono una disgrazia. Rifugiatasi in un capanno che conosceva sin da piccola, ormai coperto dalla vegetazione, Silvia passa a ritroso tutta la sua vita, acquista consapevolezza del suo fallimento, si rende conto di non essere mai stata una donna ma un frutto ammuffito prima ancora di avere raggiunto la maturità. Silvia si lascia morire, non mangia e non beve, si vergogna di se stessa. Viene trovata da un bambino asmatico e sofferente, Martino, un alunno proveniente dalla vicina Torino che si è trasferito in paese per quei suoi motivi di salute. Martino non sa nulla della maestra, impara a conoscerla negli incontri segreti che avvengono al capanno. Martino è di parola e non rivelerà a nessuno che ha trovato Silvia. La maestra muta, infreddolita, sporca, disidratata, diventerà parte integrante e viva del bosco, perché il bosco è vivo nelle muffe, nei parassiti, nei vermi, non muore ma si trasforma. Sarà Martino a portarle da bere e da mangiare e la maestra Silvia si fa convincere a mangiare e a bere fino a che Silvia si è trasformata in qualcos’altro. Alla fine qualcosa accade ma resta sempre aperto un interrogativo. C’è qualcosa che nel romanzo non si conclude, il cerchio resta incompleto. Sembra una fiaba all’incontrario, in genere nelle fiabe si perdono i bambini, qui invece è l’adulto che si perde e il bambino è il salvatore che la ritrova. Un adulto la cui esistenza, nel bene e nel male, dipende dalle azioni di due bambini ha qualcosa di inquietante. Nelle fiabe c’è sempre una morale, qui mi sembra ci sia una morale all’incontrario. È un romanzo cupo. Allora in questa atmosfera cupa attraversando il bosco canterò: Guarda come son tranquilla io/Anche se attraverso il bosco/con l’aiuto del buon Dio/stando sempre attenti al lupo.
Il romanzo è ispirato a storia vera occorsa a un lontano parente dell’autrice, Maddalena Vaglio Tanet, a Bioglio, un paesino di montagna in provincia di Biella, dove ha trascorso dai nonni tutte le sue vacanze estive. Nata nel 1985, ha studiato letteratura all’Università di Pisa e vive a Maastricht dove svolge la professione di scout letteraria. È stata finalista del premio Strega Ragazzi nel 2021 con il libro Il cavolo di Troia e altri miti sbagliati.
Aveva piovuto a lungo e intensamente ieri e il giorno prima, finalmente oggi il sole. Sandra era potuta uscire e ora seduta sulla panchina di legno guardava i bambini giocare nel parco. Si chiamavano tra loro e i richiami echeggiavano tra gli olmi, i pioppi e le magnolie secolari, le loro fresche risate mettevano allegria. Era un pomeriggio di primavera, nell’aria profumi, tutt’intorno la natura grata della pioggia, s’affrettava verso il tempo del maggior rigoglio. Lungo la siepe di pittosporo, in piena fioritura, una festa d’api ebbre e indaffarate. Il loro ronzio monotono e continuo produceva un effetto soporoso su Sandra, che assorta nei pensieri spostava lo sguardo tra il verde del luogo e i bambini intenti al gioco, a tratti spaziando nell’azzurro e nel soffice incanto delle nuvole.
Le tornarono in mente ricordi di giochi d’infanzia nella pineta con le amiche Donata, Giovanna e la sorella Antonella. Erano un bel gruppetto formatosi spontaneamente mentre le mamme poco distanti chiacchieravano. La pineta era vicino alla scuola, che le mamme si attardassero a parlare, era diventata una consuetudine. Le bimbe intanto giocavano a palla, se la lanciavano l’un l’altra e dovevano rilanciarla spingendola verso l’alto con le punte dei polpastrelli, in una pallavolo improvvisata. Talvolta un baker ben assestato era la salvezza della palla che continuava a restare in aria senza cadere. Il gioco del guppetto d’amiche era tutto lì. Tenere sospesa la palla e lanciarsela l’un l’altra. A Sandra piaceva giocare ad essere le salvatrici della palla volante. Non farla mai cadere era la sfida comune e divertente. Più stava in volo la palla più era sicuro il successo, più loro erano in gamba, e ridevano dei salvataggi in extremis. Sua sorella Antonella poi era davvero brava, capace di tuffarsi al volo e cadere a terra dopo aver rilanciato la sfera senza farsi male. Un vero talento. Avrebbe dovuto far parte di qualche squadra di pallavolo.
Il binario è lungo, il mare in tempesta.
Nelle iridi-vortici, vive la disperazione,
nei cuori-percussioni, echi di fiducia.
La fame artiglia gli stomaci, l’esistenza
evapora dagli squarci della sete.
E il freddo della notte e il caldo del giorno,
fiaccano le membra-countdown di provata vita.
Ma non importa quanto impervio il cammino,
quante volte ricucire la propria ombra,
la ricerca della libertà, genera forza.
Perché dietro regnano anelli
di povertà e malattie o la guerra
con sbavanti fauci spalancate.
Davanti si ergono i muri d’odio.
E tutt’intorno il mare
in attesa di sogni da rapire,
il deserto a consegnarli a Morgana,
ingannatrice tra le fate.
E i bambini scavano
tra corpi che non chiedono più aria,
in cerca di madri e padri.
La scelta è la sopravvivenza o la dipartita,
e con la tenacia della speranza
le mani si levano in cerca d’aiuto…
Ma ricadono esanimi nel fango,
tra un’offesa e uno sputo,
abbandonate dall’indifferenza.
*
Mahsa Amini
Quell’hijab ha una ciocca fuori posto,
è una ragazza che forse sogna con il vento
che le corteggia i capelli…
Ma una morale in divisa
le ha sistemato il velo,
facendolo aderire stretto stretto,
con le nocche e i manganelli,
cosicché non sfugga l’idea di un diritto.
( Le guerriere hanno lasciato ciocche
a pregare sulle tombe,
a mettere radici verso la luce).
Allora le strade sono esondate
dalle ombre del regime,
legando i capelli in una coda
che non si scioglie nel sangue
e la stoffa è diventata fiamme.
( L’occidente si è fermato un’attimo
a guardare, a spendere parole,
a difendere quella rivoluzione,
come testuggine e aquila).
Ma gli schermi hanno
un deficit d’attenzione
e la protesta si dissolve in eco…
Le ciocche crescono sole,
cosa sarà quando le ceneri tesseranno altro velo?
Le punte avranno pieghe vecchie o nuove?
*
Siamo tutti uguali
Quante sfilate di morti ingiuste,
prima di imparare ad abbracciare un’ombra.
Quanti secoli di di occhi chiusi
nell’odio per ciò che si crede diverso,
nel timore di quello che non si conosce.
A te che sopravvivi tra l’ignoranza delle persone, dico:
“Tu sei mio amico, sei mia amica!”
Per quanto tempo una persona può trattenere il fiato,
prima di potersi sentire libero,
schivando baci di piombo e scalando onde.
A te che guardi negli occhi la signora con la falce,
inseguendo un sogno, una speranza, dico:
“Tu sei mia madre, sei mio padre!”
Per quanti millenni rigurgiteremo razze
e immaginarie superiorità,
di uomini padroni ed altri schiavi.
A te che sogni attraverso anelli di catene, dico:
“Tu sei mio fratello, sei mia sorella!”
Per quante ere le urla renderanno sordi,
assedieranno menti e mureranno cuori,
con l’eresia di un unico modo naturale d’amare.
A te che dormi abbracciato al tuo amore,
a te che vivi il corpo nel quale sentirti vivo, dico:
“Tu sei mia figlia, sei mio figlio!”
Quanti mondi vivremo seppellendo terre promesse,
con vanghe di religioni o culture buone ed altre cattive,
o colori della pelle puri e altri marchiati dal male.
A te che lotti contro le ingiustizie,
e sotto il peso di questa croce, non ti spezzi,
a te mi inchino e ti rispetto, e ti prometto:
Che non esisteranno mai
confini, muri o leggi,
che potranno convincermi
che non siamo tutti uguali!
*
NOTA BIOGRAFICA
Andrea Abruzzese nasce a Foggia, città nella quale vive, il 27/04/1989.
Scrive poesie dall’età di 14 anni, alcune delle quali sono state pubblicate sui siti:
“L’Altrove – Appunti di poesia”, “Poetarum Silva” , “Poesie sull’albero”, “La Nuova Rivista Letteraria”, “L’Ottavo”, “Leggere poesia”, “Intermezzo Rivista”, “The Bookish Explorer”, “La Seppia”, “L’Incendiario”, “Aratea Cultura”, “Aquile Solitarie”, “Margutte”, “Momenti DiVersi”, “Mosse di Seppia” e “Pioggia Obliqua”.
Altre sono state commentate sul sito “Poesia del nostro tempo”, all’interno della rubrica “Laboratori di poesia”. Inoltre alcune sue poesie sono state pubblicate all’interno della rubrica “La Bottega della poesia”, del quotidiano “La Repubblica” nelle edizioni di Milano, Torino, Napoli e Bari.
Ci sono molti modi di far morire un cattivo amante.
Il primo e forse il più nobile
è quello di togliere l’acqua alle sue rose
lasciando che le spine lo dissanguino
lentamente, ucciderlo nel suo veleno
intossicandolo dello stesso amore osceno
che lo nutre.
Farlo ansimare del profumo di morte
che dolcemente esala
privarlo dell’ossigeno vitale che respira
quando si accosta con la bocca al petalo
nel dedalo vellutato del fiore
che non arriva al centro.
Fare in modo che la vertigine lo prenda
e lo trascini via lontano dall’oggetto amato
trascurarlo, gettando luce su un altro
più distante desiderio.
Renderlo infine trasparente ed etereo
inanimato, come un raggio di sole
che ti ha illuminato un attimo
con la forza amorevole e fatale
da far seccare per intero la tua pianta.
“Risacche” di Cipriano Gentilino (Terra d’Ulivi Edizioni, 2023 pp. 76 € 13.50) è una raccolta poetica che rimanda all’osservazione profonda dei movimenti sensibili, avvolti nello slancio interiore di ritorno di un’onda emotiva. L’autore accoglie le dinamiche esistenziali delle difficoltà umane, si confronta con l’origine delle contingenze, incrocia il vitale flutto della riflessione e si misura con le derive dell’uomo. L’intenso e intimo tracciato dei versi racchiude la consistenza espressiva degli stati d’animo, indica la destinazione filosofica del tempo, lungo le istintive possibilità di resistenza, spiega la determinazione del coraggio, decifra la natura evocativa delle immagini e il segno imperscrutabile delle ispirazioni. Cipriano Gentilino attraversa il sentiero della vita, si scontra con la voce dolorosa delle solitudini, si consegna al solco della scrittura, scolpito nell’immediatezza delle idee, nutre la consapevolezza di una preghiera pagana, custodisce la vocazione emblematica dell’oracolo delle interpretazioni. Espone il commento della realtà attraverso la viva conoscenza dei paesaggi, rintraccia l’eco struggente dei luoghi, ritrova l’epifania autentica dei destinatari, insegue il cammino esegetico di una solidarietà morale, abbraccia la cifra simbolica di ogni legame, conferma il valore ancestrale della poesia, in grado di svelare il significato inconfessato di ogni smarrimento. L’infinita qualità metaforica, tratteggiata nella poesia di Cipriano Gentilino, oltrepassa la vertigine del malessere, illustra la burrasca dei sentimenti, sintetizza l’amarezza dei contrasti, trasforma l’essenza dell’uomo nella dimensione introspettiva dell’empatia, assiste l’immenso dispiegamento delle impetuose increspature. Cipriano Gentilino impiega lo strumento conoscitivo del disincanto, affronta il crudele destino della contemporaneità, fronteggia l’ineluttabile provvisorietà, accorda le lucide inquietudini dell’abisso spirituale con la ricerca confortante di un equilibrio, rafforza, nella efficace motivazione dei versi, l’espressione dell’identità e rinnova l’intuizione dell’appartenenza. “Risacche” dona al lettore un desiderio animoso verso la libertà, mostra con l’accurata corrispondenza delle assonanze poetiche, l’osservazione delle proprie esperienze dentro il sussurro dell’anima. Il fragore ricettivo delle parole annuncia la vibrazione persistente del cuore, immedesima l’oscillazione delle passioni con la frantumazione delle speranze. Cipriano Gentilino ritrova la percezione della vicinanza affettiva, nella condivisione del dialogo poetico, scioglie la ricorrenza delle mancanze oltre il silenzio dell’estraneità, valica la stagione dell’ambiguità del vuoto, rievoca la densità degli affanni. L’universo psichico del poeta trascende una luminosa tensione che illumina le metamorfosi della moderna realtà, interroga l’inconscio, riemerge dalla simbologia di ogni limite, orienta l’evolversi del sentire, comunica la similitudine ontologica della risacca, estende la peregrinazione dell’umanità. Una sequenza visiva di ricordi e di richiami alimenta l’intervallo ripetitivo della nostalgia e dell’inclinazione elegiaca alla dispersione, trattiene il fondamento di colori e odori legati alla superficie originaria dell’accoglienza.
Siamo pesci rossi di vergini stantie tra righe di templi senza santi bolle perplesse d’apnea per un po’ d’aria e qualche parola.
Sul tepore
Una fiammella di lanterna intirizzita cerca olio anche d’avanzo per un po’ di inciampo un tepore anche assoldato in versi scandalosi irriverenti, prima che ci precipiti la notte.
Accostati
Accosta la tua sedia chino annuso la terra che ci riprende donami un bastone che mi alzi per respirarti le labbra accarezzami che osi sussurrarti poesia o così ci sembrerà.
Inquietudine
In questo imbrunire un’inquietudine di assenza antica, scricchiolo di foglia anonima, si baratterebbe per un nome o solo una parola adagiata sul fondo.
Frammenti
Scordate litanie d’annata siamo ombre al muro nel silenzio di epifanie, spiragli sparsi nei frammenti di sonno allo scandalo del risveglio.
Sera
Due bignè ancora di ieri e due fiocchi di neve questa sera,
una videochiamata a sud e un film di guerra a est,
e a luci spente due germogli di narcisi al riparo dal gelo
Dialoghi
Mi dissi ti voglio in silenzio poi non ti sentii più. Portasti arcobaleni di punti esclamativi ma ero già distratto.
Un’intervista per conoscere un giovane autore, il contenuto dell’opera e il processo col quale essa è giunta alla pubblicazione.
La redazione ringrazia Raffaella Rossi, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Epidermide rara, Eretica Edizioni, 2023
Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?
Ho sempre amato scrivere, da quando ero una bambina, forse non capivo ancora cosa stessi facendo, adesso mi è più chiaro. Credo che questa mia passione sia nata proprio per essere un’osservatrice attenta della realtà circostante: per realtà intendo non solo il contesto naturale, anche quello sociale. La poesia per me è un modo di comunicare, è sicuramente un talento e se mi è stato donato, è importante condividerlo. I miei luoghi sono già poesia, adoro la nebbia in inverno che svela le colline con i piccoli germogli di uva quando anticipano la primavera, mi perdo nei paesaggi collinari della mia terra, nelle albe, gli ulivi mi parlano, i fiori mi parlano, c’è un contatto tra me e l’assoluto proprio quando entro in sintonia con i miei luoghi: io vivo in provincia di Avellino, a 480 m s.l.m., immaginate i profumi dei boschi in autunno, il grano in estate, sono contemplativa, cambierei i miei luoghi solo con la Sicilia orientale, mi piacerebbe vivere in Sicilia per tanti motivi, alle pendici dell’Etna con lo sguardo puntato verso il mare e gli odori degli agrumi nella testa. La componente autobiografica -proprio come i luoghi in cui vivo- è parte integrante della mia poesia, forse se non avessi vissuto la mia vita non sarei diventata autrice. Tra la mia vita, i miei luoghi e la poesia c’è un processo osmotico, come affermo sempre “la mia poesia sono io”, quindi ci sono dentro, tutta quanta. Scrivere è un modo per rendere infinite le cose che finiscono, per dare quel tocco di eterno alle esperienze della vita, belle o brutte che siano, a volte mi sento meglio scrivendo, quando si mette l’anima a nudo cambiano tante cose. Mi piace scrivere in modo diretto proprio per questo motivo, non amo girare intorno alle situazioni, se qualcosa fa male voglio dirlo, se qualcosa mi fa bene voglio scriverlo, non so per quale motivo, forse si nasce così, poeti, come chi nasce cantante o cuoco, insegnante, dottore o altro. Poi c’è da dire che ho studiato archeologia, le tracce sono importanti per ricostruire la storia, la poesia è fatta da tante fonti, il poeta è l’archeologo dell’anima.
Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?
Quando ero una ragazzina accompagnavo mia madre al mercato, girare tra i mercati mi annoiava molto sono sincera, allora passavo il tempo davanti a quelle bancarelle che vendevano i libri usati, all’epoca con mille lire potevi comprare bei libri. Anche oggi esistono ancora, con due euro riesci a trovare qualcosa di veramente interessante. Ricordo il primo poeta e scrittore al quale mi sono affezionata tanto è stato Cesare Pavese, avevo comprato da una bancarella il libro “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, lo trovai così spassionatamente vero. Non riconobbi Pavese neorealista che mi avevano insegnato alle scuole superiori, ma un poeta così solo, con l’animo messo a nudo che riusciva a comunicarmi il suo dolore attraverso le pagine di un libro. Ho letto tutti i poeti noti, devo dire che anche Giuseppe Ungaretti mi ha formata molto; sempre in quelle bancarelle comprai la sua raccolta e mi appassionai al poeta non “della guerra”, ma alla raccolta “Dialogo”, piena di luce, di passione e di speranza. Ho apprezzato tanto Rainer Maria Rilke, ho letto tante cose che mi hanno sempre incuriosita e spinta a provare. Devo citare Alda Merini, non solo per la sua poetica alla quale sono molto legata, ma per il suo modo di parlarci, di sentirla così donna, così vera, perciò mi piace leggerla sempre. Della Cavalli, invece, mi è piaciuta la schiettezza. Attualmente mi coinvolgono molto i poeti dei giorni nostri, ho molta stima per Beatrice Zerbini, la sento molto vicina anche dal punto di vista umano, credo che l’umiltà sia alla base della poesia, dove c’è umiltà riesco a percepire tanta vita. Non cito tutti i nomi ma adoro leggere le poesie che non conosco, mi piace migliorare, siamo in continuo divenire e la poesia ce lo insegna.
Ci parli della tua pubblicazione? Ricordi quando e in che modo è nata l’idea di scrivere questo libro e il soggetto? Quanto tempo hai impiegato a scriverlo?
Ho deciso di pubblicare le ultime poesie perché hanno tutte una matrice comune. La produzione era abbastanza vasta, ho scelto quelle più dirette che parlano dell’amore, come spiego nell’introduzione si parla dell’amore che io definisco vero, quello che si sente a pelle, quindi, Epidermide rara è un titolo polisemantico. Non entro in campi che non mi competono, ma la pelle se trova l’altra pelle vera riesce a sentirne tutte le vibrazioni. Impiego poco tempo per scrivere una poesia, dietro però c’è un lavoro molto complesso, a volte alcune poesie mi fanno piangere peggio di un parto.
Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?
Mi piacerebbe dire di sì, “certo che sì le mie poesie non cambieranno il mondo” scrisse Patrizia Cavalli. Ovviamente è un modo per dire che la poesia non risolve i problemi e i conflitti, però dona al lettore un momento di silenzio e condivisione. A parte l’utilità, credo che ogni poeta abbia un proprio stile personale, nessuno è uguale all’altro, anche io ho un modo personale di scrivere e può essere approfondito da chi si interessa della poesia, come a me piace interessarmi agli altri poeti e all’arte in generale. Può essere necessario per chi ha voglia di capire che siamo un po’ tutti nella stessa barca, c’è chi riesce ad esprimerlo attraverso più sensibilità e chi invece resta inerte.
Nel processo che ti ha portato a pubblicare ti sei avvalso dell’attività professionale di un editor oppure di un’agenzia letteraria? Hai frequentato una scuola di scrittura? Più in generale quali ambiti o ambienti del mondo letterario senti che ti appartengono e/o ti sono stati d’aiuto?
No, non ho contattato nessuno, tra me e la poesia c’è un rapporto intenso e di solitudine, del resto come nella vita, mi tocca fare tutto da sola, un po’ sono abituata. In futuro lo farò (forse). Ritengo importanti le riviste di poesia e di letteratura, in Italia c’è un buon lavoro, sono tutti molto appassionati, perché accostarsi al mondo della poesia significa essere un appassionato in generale, per natura.
Come hai trovato un editore?
Ho scritto agli editori di poesia, mi hanno accolta bene. Ho pubblicato con Eretica di Giordano Criscuolo perché sono in sintonia con il suo modo di pensare. Lui ha sempre espresso che non si scrive per vendere ma solo per emozionare, i versi tendono all’infinito. Quando ci siamo salutati prima che il libro uscisse, ci siamo detti grazie, “grazie per le emozioni che tu ci hai regalato” mi ha risposto Giordano. Credo sia una bella cosa.
La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?
La copertina fa parte del progetto editoriale della casa editrice Eretica, la collana “Quaderni di poesia” ha la copertina rossa. Il titolo “Epidermide rara”, come ho espresso prima è polisemico, introduce il lettore verso la rarità dell’amore che si tocca a pelle e la rarità in generale. Sulla prima di copertina c’è questa poesia “Siamo noi/quei fiori bagnati /in mezzo a un campo di belve. /Non chiudermi la porta: /il vento asciuga l’acqua /e allarga le ali. Un po’ difficile, comprendo, ma i fiori bagnati resistono di più alle “belve”, almeno credo sia così.
A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?
Domanda difficile: a chi vuole sognare un po’? A chi ha cuore, non lo so davvero, lo vedo poco indicato per i giovanissimi, però in privato mi scrivono che apprezzano.
In che modo e in quali luoghi stai promuovendo il tuo libro?
Ho un modo di promozione tutto personale, io regalo i miei libri, se avessi la possibilità, spedirei libri in tutto il mondo. Uso molto i social, se usati bene, possono nascere scambi culturali interessanti, infatti sto conoscendo tante persone interessate. Sto partecipando ai premi di poesia edita e per l’estate spero di partire con progetti di diffusione più concreti. Ci vuole molto tempo e spesso manca. Ultimamente realizzo piccoli video quotidiani con la mia faccia, non perché provo piacere nel farmi vedere, ma il contatto visivo è molto importante.
Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)
Sono legata a più di una poesia, a una in particolare che forse è tutta l’essenza del libro, non cito il titolo perché per scelta le mie poesie sono senza titolo (non voglio vincolare e confinare le parole). Ho scritto dei versi che leggo spesso, quasi per un’esigenza vitale, c’è una poesia che parla della luce quando passa tra gli alberi proprio come fa l’amore quando apre un cuore e poi, c’è la parte finale della poesia essenza: ” (…)Io conosco gli inferni /e conosco il paradiso /conosco gli abissi/ e conosco i cieli/ ma sono capace di amarti/ e ti amo/ qui e adesso/ nel posto /dove si contano i respiri.” Al “posto dove si contano i respiri” ho dedicato il mio libro, è il respiro che fa l’amore, che fa la vita, i miei respiri li ho contati tutti, uno per uno, quando mi sono mancati. La sincerità di una persona verso l’amore sta proprio nel fatto che puoi aver visto il paradiso, puoi aver visto l’inferno, ma quando ami conta solo l’adesso, non esiste più niente. Esiste il respiro, il momento indimenticabile.
Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?
Mi piacerebbe che le persone leggessero di più, non solo le mie poesie e i miei libri, entrare nel mondo di un poeta non è difficile, c’è bisogno di empatia, questo mi aspetto, che un lettore non sfogli le pagine solo per sfogliarle o accontentarmi, ma che nella poesia riesca a trovare anche se stesso. Io leggo gli altri perché mi danno delle emozioni, mi fanno capire che tutto sommato non siamo così soli, questo vorrei anche per me.
NOTA BIOBIBLIOGRAFICA
Raffaella Rossi è nata ad Avellino nel 1983 e vive in un piccolo paese di provincia, dove svolge la professione di insegnante. Laureata in Archeologia presso l’Università degli Studi di Salerno, dal 2007 si occupa di poesia visiva, ponendo l’attenzione su forme di comunicazioni verbali, accompagnate da forme visive. Il messaggio poetico è sviluppato facendo convergere al segno grafico altri tipi di segni, mettendo l’accento proprio sulla semanticità di questi ultimi.
Ha pubblicato una silloge di poesie dal titolo “Stagioni e Riti” nel 2011. Nel 2023 ha pubblicato la raccolta poetica ”Epidermide Rara” con Eretica Edizioni. L’autrice ha ricevuto l’attenzione da parte di alcuni blog di poesie già con le sue prime poesie su un sito personale, ottenendo una prima traduzione in lingua spagnola per conto di “Laboratori Poesia”. Le sue poesie e recensioni poetiche per altri autori, sono fruibili on line e in una serie di antologie poetiche pubblicate dalle case editrice che hanno ritenuto meritevole la sua poesia ai concorsi. Per l’autrice, la poesia è la parola dell’anima, è un mezzo di comunicazione importante e salvifico, con funzioni anche demiurgiche. La poesia è un dono d’amore per se stessi e gli altri.
C’ero già andato l’anno scorso. Un nuovo editore aveva appena pubblicato il mio secondo romanzo e mi aveva invitato a Torino. Il mio volumetto faceva bella mostra di sé sul suo banchetto.
Nonostante non fossi più un giovincello (e oggi sono ancora più vecchio), mi feci prendere dall’entusiasmo “dell’autore presentato al Salone del libro”.
«Che cosa devo fare?» chiesi.
«Niente di speciale, ti metti qui davanti, con il tuo libro in mano, e se qualcuno si ferma tu gliene parli e cerchi di venderglielo».
È così per tutti, per tutti gli editori e per tutti gli autori, anche per i più famosi, cambia solo la “lochescion”: i più sfigati in piedi davanti agli stand a fare i piazzisti di pentole di carta, i più commerciabili in una saletta con tanto di microfono e compiacente relatore che li imbocca.Sarà che non sono mai stato portato per il marketing, ma mi sentivo uno scemo. Tra i “do solo un’occhiata” e i “grazie, ma ho già mangiato” (risposta veridica, lo giuro), mi chiedevo che cosa stessi facendo lì.
Quest’anno ci sono andato con minore entusiasmo. Non posso parlare male del mio editore, anzi, dei miei. Sono brave e oneste persone che fanno del bricolage più o meno avanzato, cioè fanno ciò che possono con quello che hanno. Entrambi mi hanno fatto un’intervista pubblicata sui social, il luogo virtuale che rende sempre meno socievoli i lettori e i frequentatori del salone (non sempre coincidono).
È un posto enorme, ben organizzato e altrettanto dispersivo. Entropico è forse l’aggettivo che meglio lo definisce. Tradotto in volgare: un casino innominabile. Coorti di ectoplasmi vagano senza meta tra i padiglioni, lo sguardo vuoto e la borsa piena di libri comprati seguendo le molteplici pubblicità stile “what else?” o grazie alla capacità di persuasione della sirena di turno, leggi l’abilità del “collaboratore” della casa editrice pagato poche centinaia di euro al mese, o con partita IVA incentivato dalla percentuale sulle vendite effettuate.
Un bailamme senza senso, un parossistico bazar dove trovi anche un catafalco del Ministero della Difesa (mi chiedo se difendano la “cultura” e soprattutto da chi), un altro della Rai da dove pontificano giornalai con il titolo di giornalisti, chioschi di rappresentanza delle Regioni, che con la scusa di un opuscolo pubblicitario promuovono attività commerciali e turismo (cioè lo spostamento di persone che starebbero meglio a casa loro in posti che sarebbero migliori senza di loro), un’esposizione di aspirapolvere Fo**etto (visto con i miei occhi) forse per spolverare i vecchi volumi, venditori di street food dagli olezzi pestilenziali e dai prezzi da oreficeria, insomma, un mercato mediorientale dove il principale movente dei “clienti” (attribuire loro l’appellativo di lettori è una scommessa) è quello di dire “io c’ero”.
Durante una pausa, all’esterno dei casermoni adibiti a esposizione faccio due parole con un omone dall’aspetto dimesso. Scopro che è un editore, o meglio uno che stampa manoscritti esenti da diritti d’autore, e che ha uno stand enorme proprio di fronte a quello del mio editore. “Nella giornata della memoria, con il Diario di Anna Frank tiro su 20-30.000 Euro”, mi dice orgoglioso.
Mi chiede in che veste partecipi al salone. Quando gli dico che sono un autore e che ho venduto più di un centinaio di copie si esalta e mi copre di complimenti. Secondo lui (prendo con le pinze le sue affermazioni) ciascuno dei circa 80.000 nuovi manoscritti pubblicati ogni anno vende più o meno 100 copie. Il resto va al macero. La maggior parte degli editori (lui non si definisce tale) sopravvive grazie alla rete di contatti di ogni autore, il quale, se vende una cinquantina di esemplari grazie alle sue presentazioni e firma-copie, gli garantisce la copertura delle spese. Poi ci sono i contributi all’editoria: statali, regionali, europei e via discorrendo. I distributori, soprattutto il più grande, sono delle associazioni a delinquere (ipse dixit).
Alla fine della conversazione, ne esco con la conferma di ciò che sospettavo: i toni trionfalistici, che ogni anno seguono la chiusura della kermesse torinese, lodando il successo di pubblico, il rinnovato interesse per la cultura, la sensibilità delle amministrazioni pubbliche, l’abnegazione degli organizzatori, l’entusiasmo degli editori e via discorrendo, lasceranno il posto non molto tempo dopo ai soliti piagnistei sul fatto che in Italia non si legge, sulla crisi dell’editoria, sull’analfabetismo di ritorno (da dove?) e sulla necessità di nuovi e più cospicui aiuti pubblici a un settore cardine della cultura nazionale.
Ritorno al banchetto del mio editore dove i miei omologhi autori si sfidano in una tenzone di selfie da postare sulle loro pagine social. Sono molto diverso da loro? Ognuno crede d’avere qualcosa d’imprescindibile da dire al mondo, un messaggio in bottiglia.Sono sommerso da un vociare incontenibile, una folla di miei simili che riversa parole in questo capannone annegato in un oceano di parole scritte. Milioni, miliardi di parole, Utili? Inutili?
La cifra essenziale di questo “Salone” è quella commerciale. Significa avere performance misurabili in termini di successo. Nudi, freddi numeri capaci di certificare che il “cliente” (lettore e/o autore) è divenuto performante, perfetto ingranaggio di una oliata macchina dove la divergenza, il senso critico sono considerati con fastidio un inceppo da aggiustare. Perché la vita è una darwiniana competizione in cui solo il più “competente” vince. E gli altri devono percepire il peso dello smacco, del fallimento, divenendo “scarti”. Conta solo vincere a qualunque costo, anche con la slealtà.
I miei libri sono una camola in un silos di milioni di metri cubi di farina.
«Allora perché ci vai al salone?»
Perché come tutti gli umani non sono esente dal demone della vanità. Perché anche a me piacerebbe vendere centinaia di migliaia di copie come i VIP che denigrano Dante, Manzoni, Dostoevskij o Verga e che, en passant, invitano i “clienti” a comprare i loro manoscritti.
Però, io non lo farei, se non altro per buona educazione, un vezzo riservato ai “boomers”.
Vado al salone perché, come diceva Dominique Angel, «Je passe mon temps à me libérer de ce que la nécessité m’oblige à mettre en place pour survivre».
Poi, secondo la legge dei grandi numeri, ti capita qualcuno davanti, uno sconosciuto che ha comprato su Ama*on il tuo libro, che l’ha letto, e te lo conferma citando questo o quel passaggio che gli è piaciuto, che gli ha lasciato qualcosa. E ti chiede la dedica, la medaglietta che lui pensa d’aver meritato attraverso la sua lettura.
E tu, non gliela fai la dedica? Sì, il Salone è proprio una fiera: delle vanità.
Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
FRANCESCO RANDAZZO
Silenzio
Albeggi, tendaggi e sàgole,
pianto di rosmarino in bilico,
mentre sulla torre smemora
ogni sapienza esatta.
Dietro lo specchio opaco
ride la sfinge isterica
e con le mani stringe la cornice.
E poi silenzio, silenzio senza enigmi.
Finché la zagara
Arriverà la primavera
di questo freddo
di queste morti
resteranno fiori
pronti a rinascere
pagine da riscrivere
e bocche respiri
baci e lenzuola
Sulle teglie
di pomodori
stesi al sole
affiorerà
il sale bianco
I bambini
ruberanno le mandorle
correndo e inciampando
felici
Arriverà la primavera
per dimenticare
di questo freddo
di queste morti
Almeno per un poco
ci sembrerà impossibile
che si possa lasciare
di sé soltanto un brivido
un’improvvisa assenza
Finché la zagara c’ingannerà di nuovo
Finché le bucce d’arancia bruceranno l’unghia.
Ben vestito
A volte vado a letto vestito,
di tutto punto, giacca compresa,
ci fosse un terremoto fuggirei dignitosamente,
ci fosse un trapasso sarei già pronto,
ci fosse, come poi è, per lo più,
che semplicemente dormo,
me ne vado in giro ben vestito
nei miei sogni e al mattino
mi alzo ed esco così come sono,
con gli abiti stropicciati dal sonno,
e gli occhi furbi di chi va
continuamente tra due mondi,
senza andate e ritorni,
sempre in giro, altro dove,
altro quando, ben vestito,
spiegazzato di vita e di sogno.
Ai primi di novembre
Non mi piace venirvi a trovare, laggiù,
messi in fila, inscatolati nel cemento,
piantati nell’asfalto, freddati dal marmo,
con le date d’inizio e fine, perentorie.
Preferisco incontrarvi, come siete per me,
straordinariamente vivi e guariti dal male,
dagli errori e i rimpianti, bellissimi per sempre,
come forse non speravate o non avete saputo,
ma adesso e per sempre lo siete, in questo
enorme palazzo della memoria, il mio,
il nostro, che abitate con me, dentro stanze perfette.
Non ci sono rintocchi, né grida, né lacrime,
nessuno può disturbarci, persino ridere possiamo,
dimenticarci di tutto, rivivere solo il bene, sempre.
A qualcuno dovrò lasciare le chiavi,
ma questo palazzo non sparirà.
Acufeni
Acufeni intonati
in coro cinguettante
nel bosco della mente
Gorgheggi
stranamente
meravigliosi armonici
stupiscono e rivelano
quanto perfetto
possa essere
il caos dell’anima
la faglia nel
diapason
dell’equilibrio fisico
Quando torna il
silenzio
sorprendentemente la
calma sussurra
la certezza che la vita
dentro di noi
è un haiku
senza sillabe
Chimere
I sussurri dei fogli sparsi sul
tavolo, la polvere che incipria i libri
seri,
questo canto che viene da
lontano, da memorie di carezze
antiche,
un calpestio di passetti infantili,
una luce spenta all’improvviso,
tra gli scaffali corre una bicicletta,
e dai cassetti chiusi bussano
gnomi dispettosi spacciatori
d’incertezze, il caffè si fredda e sospira aromi,
il timore lontano grida minacce
ancora vive, feroci, umilianti.
Un battito di ciglia e il respiro ansioso,
tutto si esala nell’alambicco fragile,
della mente smarrita in dedalo
infinito.
Una mano sul volto per cancellare. E soltanto
una lacrima per assaggiarne il sale.
Non contare i passi
Non contare i passi che percorri nella notte,
ascolta soltanto il suono delle tue scarpe,
dalle finestre chiuse intrufola il pensiero,
muovi le braccia in una lingua muta,
attraversa il silenzio e le sue colonne
d’Ercole, perditi in un’avventura senza più
tempo, e ricorda di ringraziare ciò che
dimentichi, con un sospiro e un sorriso
disegnerai quella gioia impossibile nei giorni
spietati.
Francesco Randazzo, testi tratti da “Sabbia aspra”, Porto Seguro Editore, 2022
Il mio quotidiano navigare tra le cose.
Al mattino ho la fortuna di perdere tempo
prendere in prestito gli attimi e lasciarli andare
rimanere incantato dalle piccole tempeste
che si scatenano nella mia tazza di tè
meditare sulle risposte evasive che ho dato
a chi nella notte mi ha posto un quesito
mostrandomi immagini dell’adolescenza
sfocando lo sfondo di un mistero rimasticato
a cui ho cambiato la trama decine di volte.
Quel pezzo di cielo che mi fa meteorologo
di me stesso da un piccolo terrazzo di città
sondando il cielo dalle case e vedermi sondato
in ripresa aerea che si allontana dal mio fuoco.
Cosa mi porta a sognare rimanendo sospeso
come chi non riesce a vedere oltre il suo passo
mancando la presa del piede alla terra
facendo girare a vuoto la macchina fantastica
che ha perso il motivo di riprendere immagini?
Vedo nelle nebbie di questo maggio autunnale
esposto alla forza dei venti delle sue rose
gli esempi maturati, le lezioni indimenticabili
le nature matrigne che abbiamo partorito
noi patrigni e matrigne delle nostre madri.
Quanti misteri si leggono in una sola tazza!
Le notizie di un naufragio disciolte nel latte
lo stupore infantile di veder navigare qualcuno
a bordo di un’arca che costeggia case allagate.
Prima dell’inizio della seconda guerra mondiale e delle deportazioni degli ebrei nei campi di concentramento, viene pubblicato nel 1936 negli stati uniti il romanzo I fratelli Ashkenazi. L’autore è Lo scrittore polacco in lingua yiddish Israel Joshua Singer (1893-1944), figlio del rabbino Pinchas Mendl Zinger e fratello dello scrittore Isaac Bashevis Singer, premio Nobel per la letteratura nel 1978. Il libro ha più di 700 pagine ma ciò non mi ha fermata perché avendo già fatto esperienza della scrittura di Singer con il suo bellissimo La Famiglia Karnowski, ero certa che ne sarebbe valsa la pena. Singer ebreo ashkenazita ci racconta il suo mondo, per molti un mondo lontano, estraneo e complicato, multiforme, multiculturale e caotico, un mondo pieno di contraddizioni. Il romanzo narra le vicende immaginarie di due fratelli inserititi in un contesto di verità storica, fra la metà del XIX secolo fino agli anni trenta del secolo successivo, fra la polonia e la Russia zarista.
Poiché la Polonia era ricca di filati di lana e di cotone ma mancava di tessitori vennero fatti entrare nel territorio polacco, con la promessa di non pagare le tasse e altri benefici, tessitori provenienti dalla Germania, tedeschi e ebrei ortodossi. Così, dopo la fine delle guerre napoleoniche, una lunga processione di tedeschi ed ebrei percorse le strade polverose della Sassonia e della Slesia fra villaggi già devastati dalle guerre di Napoleone, diretti verso la cittadina polacca di Lodz, chi nei carri o nei barocci, chi a piedi. Molti erano individui cenciosi, altri erano ricchi ebrei carichi di masserizie, ma tutti, ricchi e poveri, erano muniti di telai a mano.
La comunità ebraica riesce a inserirsi nel territorio di Lodz e addirittura ad allargarsi costruendo nuove case o ingrandendo le case già esistenti. Alcuni ebrei si mettono in proprio e aprono le loro attività autonome di tessitori.
Uno di questi ebrei, che si era fatto da sé riuscendo a diventare un imprenditore, era Reb Abraham Hirsh Ashkenazi, ebreo devoto e rispettoso delle tradizioni. La moglie era sul punto di partorire e si era a ridosso della Pasqua, ma lui volle ugualmente recarsi dal rabbino chassidico di Vorka per chiedere una benedizione per il figlio che gli stava per nascere, nonostante le strade fossero infestate dai ribelli e dai cosacchi. Il rabbino gli aveva predetto che i suoi figli sarebbero diventati ricchi ma non sarebbero mai stati devoti. Al suo ritorno trova che la moglie ha partorito due gemelli, Simcha Mayer e Jacob Bunim.
bambini di Lodz primi anni del 1900
I due fratelli sono dissimili fra di loro, sia nell’aspetto che caratterialmente, erano come il giorno e la notte. Il più grande è Simcha Mayer, minuto ma sempre triste benché dotato di intelligenza viva, l’altro Jacob Bunim all’apparenza meno intelligente ma più robusto e allegro. Il romanzo narra della rivalità di questi due gemelli, che si manifesta sin dai primi anni di vita. Il minore ama la bella vita, le belle donne e il buon cibo, finge col padre di essere devoto per non creare problemi, si è innamorato sin da piccolo delle bella Dinah, una bambina che gioca spesso con lui mentre il fratello minore, roso dall’invidia, sta a guardare. Da adulti si contendono il potere nella città di Łódz. Il maggiore sposa Dinah la donna amata dal minore. È furbo e sa operare inganni e astuzie, diventa ricco e si fa chiamare Max, accumula ricchezze su ricchezze, sgobba dalla mattina alla sera senza mai un attimo di riposo, sfrutta i lavoratori della fabbrica come un vero negriero. Odia il fratello minore perché nonostante lui non si dia da fare è come se fosse stato baciato dalla fortuna perché diventa più ricco di lui. Ha sposato, infatti, una donna ricchissima anche se il suo è un matrimonio infelice perché lui ama Dinah la moglie del fratello maggiore. Quasi tutta la seconda parte del romanzo racconta la lotta fra operai e imprenditori, i conflitti fra gli ebrei devoti e i gentili, fra polacchi e russi, fra i nobili e nuovi ricchi, lo sfruttamento dei tessitori considerati alla stregua di schiavi, la ribellione dei lavoratori, la lotta di classe e la rivoluzione russa. Simcha Mayer che ormai si fa chiamare Max Ashkenazi aveva trasferito molti dei suoi macchinari dalla polonia in Russia, ma a causa dell’abolizione della proprietà privata, perde tutti i suoi averi e viene rinchiuso in una prigione della nuova Unione Sovietica. Pentito del male che aveva causato agli altri in nome della ricchezza e della sua avidità, ormai vecchio e malato, comprende di aver sbagliato tutto costruendo il suo mondo nella sabbia e viene tratto in salvo proprio da quel fratello che lui aveva sempre odiato e invidiato. Così come in quel periodo storico erano gli ebrei, invidiati e odiati, tant’è che il malcontento e la rabbia della popolazione venivano spesso indirizzati dal governo russo attraverso i pogrom contro di loro, facendone un capro espiatorio. Questo romanzo, così come gli altri dello stesso autore, per chi è lontano dalla cultura del popolo ebreo, può rappresentare un’ottima occasione per comprendere meglio l’animo di questo popolo e le loro tradizioni, in quanto le vicende sono narrate da un vero scrittore ebreo ashkenazita di lingua yiddish vissuto a ridosso del periodo storico narrato, quasi fosse un testimone diretto.
In nessuna pagina del romanzo si può leggere la gioia di vivere o la serenità dei protagonisti. Nessuno dei personaggi presente nel romanzo sembra riuscire a essere felice, eppure la felicità è contemplata nella loro visione e nella loro tradizione religiosa, ma nel romanzo c’è sempre nelle vite dei personaggi un sottofondo di malinconia. Tutti, ciascuno per i propri particolari motivi dati dai problemi derivati dalla classe di appartenenza, sia per l’avidità, sia per la povertà, sia per la troppa ricchezza, per non sapersi accontentare mai, sia perché si combatte per la lotta di classe, o per i dettami della religione di appartenenza che a volte pesano come un macigno, ognuno per il suo ma tutti sono infelici. Molti sono i personaggi presenti nel romanzo e molte le loro vicende personali. Donne, uomini, figli, mogli, mariti, politici, ministri, nobili, imprenditori, filatori, venditori di scarti, agenti di commercio operai, ricchi, accattoni e straccioni, tutti vivono la loro infelicità in un mondo dominato dal caos e dalla confusione. Gli unici che sembrano porsi al di sopra di questo mondo mai felice sono i rabbini, depositari della saggezza e dell’ordine, come se lo studio e l’insegnamento della legge fossero un porto sicuro, un luogo preciso, e i rabbini, detentori di quella terra promessa, già insediati nella terra dove scorre latte e miele. Nel giudaismo la felicità è un comando, il Talmud dice che rallegrarsi durante una festività è dovere religioso. Sia nel Levitico che nel Deuteronomio si ordina di essere gioiosi, molte delle loro feste sono nel segno della gioia, la gioia della festa delle capanne, la gioia della Pasqua. È chiaro così che quasi nessuno dei personaggi del romanzo è un devoto e ciò causa infelicità. Il romanzo già nel titolo parrebbe avere come tema principale la storia di due fratelli e il dualismo esistente fra essi, ma è solo l’occasione per rappresentare i conflitti esistenti nell’animo umano e nei gruppi contrapposti: fra le diverse etnie, fra gentili ed ebrei, fra chassidin devoti e non osservanti, fra il socialismo e il capitalismo. Ciascuno portatore di malcontenti e dicotomie, dove i personaggi cambiano abito di volta in volta, a seconda delle circostanze, una volta sono le vittime e un’altra sono i carnefici assumendo ruoli intercambiabili adattandosi ai padroni e alla situazione storica ai confini territoriali del momento. Il libro appassiona e si legge facilmente nonostante le sue tante pagine e gli argomenti non molto leggeri perché la scrittura è fluida e la storia interessante, specialmente per chi ama questo tipo di scritture, cioè le saghe familiari e i romanzi storici in cui le vicende dei protagonisti sono inseriti nella realtà storica, anche se ho trovato un po’ lunghe la parte delle descrizioni delle lotte di classe e della rivoluzione popolare. Il romanzo mi è piaciuto meno de La famiglia Karnowski perché un po’ ripetitivo in certe parti e meno dinamico.
E’ terminata il 5 maggio scorso Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados, il progetto curato da Emilio Capaccio su questo sito nella categoria TRADUZIONI. L’ articolata iniziativa, inziata il 7 aprile dell’anno scorso ha accompagnato i lettori di Limina mundi per oltre un anno, suscitando interesse, abbiamo pensato quindi di rivolgere alcune domande al Curatore in un’intervista proposta nel sottostante podcast.
la linea rossa traccia il percorso ideale compiuto con i Racconti dimenticati
Qui sotto l’audio dell’intervista. La voce dell’introduzione è di Loredana Semantica, formulano le domande Deborah Mega e Loredana Semantica, risponde Emilio Capaccio. Buon ascolto
I volti dei 21 autori dei racconti dimenticati tradotti da Emilio Capaccio
EMILIO CAPACCIO
Emilio Capaccio è nato il 16 maggio del 1976. Ha vissuto a Campagna, in provincia di Salerno. Vive a Milano. Ha pubblicato in formato e-book: “Malinconico Oscuro”, traduzioni di poeti sudamericani inediti, con prefazione di Giorgio Mancinelli. Ha collaborato con la rivista internazionale di poesia: “Iris News”. Collabora con vari blog di poesia. Sue traduzioni e poesie sono presenti in varie antologie, blog e nella rivista “Il Foglio Clandestino, Aperiodico Ad Apparizione Aleatoria”. Ha pubblicato la raccolta poetica: “Voce del Paesaggio”, edita da Kolibris Edizioni 2016, con prefazione di Massimo Sannelli, e la raccolta poetica: “Canzoniere della Biondezza”, edita da L’Arciere del Dissenso 2019, con prefazione di Emilio Paolo Taormina. Come curatore e traduttore ha pubblicato le raccolte: “Radice”, del poeta spagnolo José Luis Hidalgo, Giuliano Ladolfi Editore 2017, e “Princesse Amande”, della poetessa francese Lucie Delarue-Mardrus, LietoColle 2017. Nel 2023, ha pubblicato per Neobar eBooks Via Lattea, traduzioni in rima della raccolta di sonetti inedita del poeta brasiliano, Olavo Bilac.
A questo link tutti gli articoli pubblicati da Emilio Capaccio su Limina mundi