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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

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Archivi della categoria: LETTERATURA

Teiera triste. Un racconto di Cinzia Della Ciana

06 sabato Giu 2020

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, LETTERATURA

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Tag

Cinzia Della Ciana, Grumi sciolti, racconto

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Teiera triste è un racconto di Cinzia Della Ciana tratto dalla sua ultima pubblicazione “Grumi Sciolti” Helicon, 2020

Un profilo da panciuta teiera montata su una mole di un’altra panciuta teiera, modello Sheffield tardo Ottocento, un vecchio pezzo di un servito da nave non più lucidato, sconvolto da una patina che aveva inciso sulla lamina e fatto affiorare a sparo di proiettile efelidi brune.

Si sedeva al tavolino più esterno del caffè, quello al limitare del grande ombrellone bianco, parallelo al siparietto creato dal bosso rispetto alla piazza salotto della città.

La postazione era perpendicolare all’ingresso del locale e a tutti gli altri tavolini esterni. Era un tavolino quadrato da due, lei occupava la poltroncina di sinistra, mostrando in controluce la silhouette del suo profilo alla platea degli avventori. Fissava con occhi di brace chi non le era seduto di fronte.

 Lo sguardo intenso lustro di rabbia, una teiera bollente protesa a rovesciare improperi. Dalla borsa informe, abbandonata in terra accanto alla gamba del tavolo, pescava con il braccio molle la scatola delle sigarette e una volta raggiunta l’apriva di scatto. Estraeva la sigaretta e con rara abilità accendeva la miccia e aspirava a mantice. Poi rovesciava la nuvola addosso a chi non c’era. Biascicava parole e roteava la mano aggettandosi col petto sconfinando sulla metà del tavolino non di sua competenza. A tratti girava lo sguardo verso la piazza languida, respirando più intensa, scuoteva la testa.

All’arrivo del cameriere ordinava. Poco dopo dal vassoio ondeggiante atterravano sulla tovaglietta bianca una tazzina di caffè e un bicchiere di acqua nell’imbarazzo del cameriere che esitava a disporre le bevande, ma alla fine decideva di appoggiarle davanti a quella bizzarra umana teiera sconvolta da tanta incapacità.

Una volta allontanatosi il pinguino, la donna recuperava una strana calma. Sdraiava l’intera sigaretta sul posacenere e distribuiva quanto ordinato secondo un preciso ordine. L’acqua davanti alla poltroncina vuota. Il caffè sotto al suo bricco. Faceva un cenno quasi di cincìn e blaterando suoni che non arrivavano alla platea trangugiava il caffè in un sorso. Quindi apriva la bustina, la versava dentro la tazzina e girava i granelli allo spasimo, fino a che li raccoglieva a più riprese con il cucchiaino e li gustava deglutendo inquieta quanto in bocca aveva appena sciolto.

E mentre s’addolciva, il parlare defluiva ritmato da pause che nessuno dall’altra parte riempiva, ma che lei rigorosamente rispettava dondolando la testa, a tratti scuotendola per la comprensione che non riceveva. E i minuti diventavano un’ora e anche più. E la gente attraversava incurante la piazza che nell’attardarsi del giorno si andava aranciando. E gli avventori si alternavano agli altri tavolini. Lei ancora lì: non la vedeva nessuno, e nessuno lei vedeva, se non chi davanti a lei non c’era. Poi in un momento incalcolabile, quando le cicche le avevano spento anche l’anima e sfumato ogni desiderio, chiedeva il conto sbandierando minacciosa l’ultima sigaretta a mo’ di marchiatore di bestie. Il cameriere giungeva quasi lanciando il biglietto per il timore di subirne le conseguenze, per il disagio di entrarvi in contatto.

Frugava nel borsello ciondolo le monete che sapevano d’elemosina e maniacale le impilava precise a torre accanto al posacenere. Afferrava il collo alla borsa, raccoglieva le sue curve flaccide e salutava chi non c’era, quasi sputandogli addosso, tanta era la saliva che sporgeva a spuma dal labbro inferiore. Poi scavalcava la siepe nel punto esatto in cui il varco non teneva e s’allontanava sbuffando come una teiera appena messa sul fuoco. La tazzina era vuota, il bicchiere di acqua ancora pieno.

Il cameriere finalmente poteva sparecchiare.

***

“Non ancora, grazie debbo bere.”
“Scusi pensavo la signora fosse sola.”
“Sono arrivata tardi. Posso?”
“Certo, mi scusi si accomodi pure… non avevo capito.”
“Lei non capisce mai!”
“Come scusi?”
“Ogni volta non mi fa finire.”
“In che senso?”
“Porta via tutto senza aspettare.”
“Ma scusi cosa dovrei aspettare?”
“Che io beva.”
“Ma la signora se n’è andata …”
“Il bicchiere è per me e io mi siedo se e quando voglio.”
“Va bene… ma io come facevo a saperlo?”
“Stia più attento nello svolgere il suo lavoro, non deve solo sperare di finirlo presto e di pulire subito. Lei ce l’ha scritto in fronte: fuori uno, uno in meno.”

E solfeggiando con la mano finalmente mi sedetti al tavolino. Con la schiena dritta, come una caffettiera napoletana che aspetta di esser girata appoggiai sul piano la mia borsetta a bauletto. Estrassi gli occhiali, li inforcai e guardai la piazza attraverso la lente di quel vetro pieno. Poi lentamente rovesciai il bicchiere e mi misi a guardare il rigagnolo del liquido che lento si faceva strada sulla tovaglia e s’avviava a affrontare il grande salto verso terra.

“Aspetti, aspetti… asciugo e gliene porto un altro.”

“No! Bere non è la risposta e bevendo dimentichi la domanda. Ha visto come ci si può ridurre a bere? Si parla da soli, come la signora che se n’è appena andata!”

E mentre il cameriere si allontanava, sentii chiaramente le parole dell’ottuso che non aveva capito niente: “Bisogna che smetta di non bere, non vale a nulla essere astemio.”

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BYE (Chapbook) di Giorgio Brunelli

01 lunedì Giu 2020

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, I nostri racconti, LETTERATURA

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Bye, Giorgio Brunelli

 

Gentile narratario,
questo squarcio di vita reale o immaginaria, vede come primattore l’uomo contemporaneo, cui l´io narrante ne ha amaramente edulcorato le gesta.
Un eroe disilluso, esacerbato dalla consapevolezza filosofica e pragmatica di una sconfitta infinita, di uno scacco esistenziale inevitabile; una riedizione aggiornata del topos letterario e, antropologico, della figura del “vinto”. L´attitudine ad assumere un protocollo narrativo decisamente grottesco, drammatizzando parodicamente gli assunti ripescati dal mondo del “banale”, collude con una provocatoria ricercatezza verbale la quale, coniugata a una tendenza dissacratoria del linguaggio stesso, ne sottolinea l’ontologica inadeguatezza a sostenere fino in fondo la tragedia del vivere.

Giorgio Brunelli

*

 

Francesca, in quell’infuocato occaso di maggio, tornava con un Intercity da un convegno sull´arte a Milano. Terminai di guardare la centocinquantesima puntata di Un posto al sole e mi avviai a recuperarla in stazione con la mia automobile nuova: una Saxo immatricolata sedici anni addietro, acquistata per cento euro e salvata dalle capziose rottamazioni con gli incentivi statali. Per eludere reità cagionate da eventuali ritardi, arrivai in anticipo e ne approfittai per recarmi alla toilette di Trenitalia, ma non disponendo di un soldo per il piattino della migrante alla reception, dovetti trattenere nella vescica il giro di shottini consumati al brunch. Frustrato per l’insoluta minzione, mi affrancai verso l’angolo fissato per l’appuntamento.

Mi venne incontro con una falcata da virago e sensuali fianchi basculanti poggiati su dei cuissardes violacei da troia, martellati e inchiodati da un certo Manolo, un illustre calzolaro spagnolo. Il volto, aniconico dalla stanchezza, le sviliva il perfetto maquillage. La minigonna, disegnata per lei in esclusiva da un amico sartino angloturco, le slanciava ancor più il corpo segaligno e flessuoso da patinata gazzella contemporanea. Stringeva sotto al braccio una cartella minimal in pelle primo fiore e, con atavico appeal, indossava sontuosamente, calato sulla fronte, in ossequio ai diktat modaioli, un Borsalino avorio a larga tesa con vezzosa piuma di pavone, che le dissimulava – eccetto le cascate elicoidali dei tirabaci – la mole ondulata e abbacinante della chioma Terra di Siena.

Mi baciò distrattamente le labbra e interpretai al volo la sinossi di quel bacio; un horror vacui a venire non più rilevante di altri passati. La dottoressa Francesca Cinotti, Frenci per tutti, la conobbi in un falansterio dell´arte di firma archistar, all’inaugurazione della mostra
personale di Manlio Cattani, un mediocre e velleitario performer da lei fortemente sostenuto. Titolata esegeta della critica d´arte, Frenci era precipuamente marcata da una prezzolata congerie d’imprenditoria salottiera e smargiassa, e da galleristi parafiliaci d´ordine sagristico. Era peraltro accerchiata da un´organigramma di platidattili di giunta comunale, da propalatori calunniosi, dagli usuali prezzemolisti della gauche caviar, da artisti di scuderia campioni di dressage, e da una fumisteria di checche orbitanti nei dipartimenti modaioli. Infine, concatenati al filo rosso, vi si appellavano pivotanti art advisor sguinzagliati da lungimiranti istituti di credito, demiurghi tassidermizzati da café chantant con ascot al collo, e cuccioli criptociarlieri di critici d´arte, attitudinalmente inclini all´alpinismo curatoriale. Sostanzialmente, in questa vaudeville “coprosociale”, s´infingeva il meglio del portaborsame antropofagico del settore. Tutti peones di un sistema dell´arte divenuto inverecondo, correamente adunato in un anamorfico habitus di perfidi ciangottii.

L´ipertrofica mostra del pupillo di Frenci, così come in ogni altra sponsorizzata esposizione con menù gratuito alla carta, in realtà fungeva per tutti i presenti – me stesso in primis – da sputtanevole alibi per degustare la raffinata nouvelle cuisine proposta dal fastoso catering nel suo immaginifico buffet. Le ambite vettovaglie venivano ineccepibilmente glorificate su una striscia avorio di fine cotone broccato. Nel parapiglia collettivo, scatenato dalla corsa all´approvvigionamento per le dispense domestiche, oltre all’ordito prezioso della tovaglia, venivano pure sbranate le gambe della chilometrica tavola e i sottopiedi in acciaio temperato. E appunto, in questa schizoide temperie, fra il “c’era questo e c’era quello,” c’era anche lei: la storica dell’arte charmant. Nei sibilanti milieu dei gangli artistici nazionali, era arcinoto il suo scrivere d’arte salacemente percettivo e profondamente colto.
Ella, una bobo (Crasi linguistica di bourgeois-boheme. Giovane e colto professionista, dalla vita sociale brillante caratterizzata da comportamenti anticonformistici) dell’high-class lombarda, si era meritocraticamente guadagnata il girocollo d’alloro al DAMS di Bologna, assieme all’altro in smeraldi di Bulgari, prodigioso cadeau di laurea regalatole dall’ inorgoglito padre.

Dopo quel mattino giocondo, per lei fu un pontificato continuum di tripudi professionali. A unanime parere, era per giunta una donna squisitamente esteta e chic, amante di conversazioni ad alto nitore intellettuale, che sosteneva con tonalità di voce incolori. Poteva risultare oscenamente snob e, pur essendolo profondamente, riusciva a declinare la caterva di critiche al vetriolo adottando una verve lemmatica argutamente eresiarca. Comunque, dopo una bottiglia condivisa di prosecco, un cesto di moine picaresche e un paio di intuizioni azzeccate in merito all’opera del suo delfino ammaestrato, vinsi la sua F nella rubrica del cellulare. Seguì l’omologato corteggiamento a ruota di pavone e, al trigesimo della nostra conoscenza, già appendevo la mia gruccia di vita nel sei ante wengé di Frenci.

Gli esordi del rapporto furono intellettualmente vivaci e compulsivamente scoperecci. Ciò mi faceva evincere che, diversamente dalle mie precedenti rovinose convivenze, Frenci fosse la Musa perfetta, da me sempre agognata. Ella, tuttavia, era opportunamente mia moglie per il “do ut des” con l’establishment curiale col quale era reprensibilmente ammanicata, e mia libera compagna con gli estranei e tutta la sua sfera amicale, mia indefessa delatrice. In sintesi, Francesca Cinotti, detto all’ americana, incarnava il perfetto prototipo della “career woman”. Diversamente da me che, grazie alla Legge 180/78 Basaglia, potei scansare una ciclicitá di TSO manicomiali e che, per un singolare gap metempsicotico, nacqui coevo all´inconsolabile trapasso di Marylin. Ero un misantropo patologico e pennivendolo dopolavorista che gravitava nell´iniquo mondo dell´arte figurativa. In sostanza, all´impianto sociale apparivo come umbratile e schivo, avvolto da un´ostica nube anedonica che non di rado precipitava in stati di cupezza a dirotto. Ero peraltro stremato dall’essere strattonato in stereotipati inviti su répondez s’il vous plaît, frivoli happy hour o altre scoglionanti didascalie assoggettate al territorio speculativo del demanio ricreativo.

La Cinotti era bene informata sul fatto di quanto detestassi e demolissi con ferocia talune nomenclature professionali. Saccenti categorie costituite nelle quali vi individuavo, in un cospicuo numero di funtori ad esse accorpate, indizi di caratteri autoencomiastici altamente glicemici. Un nugolo di urticanti fragilitá ascrivibili al paradigma “primi della classe”, cui questa boriosa selezione di narcisismo overt, ne sventolava surrettiziamente il proprio sfilacciato gonfalone da caserma abbandonata. Forse, l´ostracismo connaturato in questo mio rifiuto oltranzista, si fulcra in un retropensiero afferente al mio frottage di un padre, il quale portava in dote una cifra artistica potente di cui egli con modestia, tendeva ad ascondere per un commovente senso di colpa impietosamente addossatogli dalla sua naturale perizia. Era peraltro pienamente conscio dell´innatismo del suo talento, che tuttavia ne adombrava la contezza, grazie a una forma indulgente di rispetto, di cui inconsciamente se ne avvaleva al fine di preservare la dignità della sua falange amicale artisticamente normodotata.

Pertanto, archiviata questa digressione paterna innervante sottotraccia, non potevo altro che desumere che tutto questo sottobosco “barnumizzato”, era il cachettico architrave che sosteneva l´intero mondo cinottiano; un meltin´ pot di opportunistiche relazioni, congiunte a un dopolavorismo tautologico impastato di cardio-frequenzimetri, assaggi di veganismi e bilance al quarzo alla senna, noto estratto di foglia dal devastante effetto waterrea. Come un logoro refrain, il tempus fugit arrivò a rarefare tutti i nostri ardori e candori. Così, ineluttabilmente puntuali, si presentarono al nostro cospetto i primi scazzi preventivati di norma, causati da una sommatoria di mutuali coazioni a ripetere, ormai largamente divenute intollerabili a entrambi. Una sera, speculare di altre, l’automobile rifiutó l´accensione. Frenci sussultò sul sedile e vomitò un´erotica interiezione che un tempo le avrei persino lambito con infinito amore. Poi, impostando la dizione, sbraitó un estetico “diocane!” maledendo l´infausto giorno in cui iniziò a darmi credito. Con la bizzarra alchimia dell´afflizione, convertì il senso di colpa in furore e, come in un ciak di Romero, scatenò l’amok rimastole imploso da mesi. Insorse strillando, invasata come non mai, che avrei dovuto rottamarlo quel fottuto trabiccolo da scalzacani, e che solo a un interdetto come me avrebbero potuto rifilarlo. Cercai anche sotto il tappetino poggiapiedi dell’utilitaria, dove mai poteva essersi imbucata la stupenda apparizione goduta al trasognante incontro all´orribile vernissage.

Con la mente a zonzo per i cazzi suoi, le braccia poggiate di peso sulle razze del volante crocchiando una caramella Rossana, tacqui, rimesso al suo solipsismo giaculatorio. A fine pistolotto il rottame tornò a rombare. Dopo un’ora di sordidi silenzi, segnalatori acustici di bilanci passivi e nebulosi ricordi, giungemmo a casa oramai arrendevolmente fagocitata da entrambi la riottosa querelle. Frenci si riempì la Vuitton di se e di sé e, scaraventandomi addosso le ultime scorie di contumelie, pigiò lo stop sulla nostra animata storia d’amore, lasciandomi con un ammosciante “Bye”.

Ferito a morte dal congedo tranchant, mi defibrillai l´anima segandomi selvaggiamente, finché l’ansia abbandonica si dissolse assieme al nostro paragrafo di ficcante chimica sentimentale.
Oggettivamente, era solo l´equa ripartizione di erotomachie licenziose, il volano che aveva graziato il nostro antinomico rapporto, tuttavia condotto per forza d´inerzia fino a quel topico addio. Riempii tre scatoloni del Billa con le mie suppellettili, e le lasciai le chiavi di casa sopra la consolle shabby chic. Sotto il vaso inflatable di design contenente le sue risibili petunie in feltro, infilai un’ultima succinta missiva che scrissi a mano sul retro di una bolletta del gas, imitando calligraficamente la font Vivaldi:

Oh mia Frenci, ma quanto che ti ho amato, cazzo!

Chissà, forse doveva andar così…o forse boh.

Beh, allora ciao.

 

 

Bye di Giorgio Brunelli, tratto da Inqlatio, Polluzioni patafisiche e non, di un pollo apolide al palo

 

 

Nato a Verona nel 1962, mi formo in Scultura all´Accademia di Belle Arti nella stessa cittá. Artista situazionista, mi occupo di scultura, digital art e grafica industriale. In merito lo scrivere, la mia penna vola notturna, saldamente sorretta da un´insonne passione antispeculativa. Dal 2012 vivo in Brasile fra macumbe, anaconde e, talora, saltuarie gioie minimali.

 

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Emilio Capaccio traduce Yves Bonnefoy – Fotografie di Lorenzo Noto

30 sabato Mag 2020

Posted by Loredana Semantica in Fotografia, Idiomatiche, Il colore e le forme, LETTERATURA

≈ 3 commenti

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Emilio Capaccio, Lorenzo Noto, Yves Bonnefoy

Nella rubrica “Idiomatiche” inaugurata lo scorso sabato per accogliere le traduzioni di testi poetici e no, pubblico questa la seconda parte dei testi di Yves Bonnefoy tradotti da Emilio Capaccio e fotografie di Lorenzo Noto. L’articolo precedente qui.

Yves Bonnefoy

L’uccello valica il canto dell’uccello
e si allontana 
Y.B.

Yves Bonnefoy, traduzioni di Emilio Capaccio, fotografie di Lorenzo Noto

IL POZZO

Ascolta la catena urtare la parete
Quando il secchio scende nel pozzo che è l’altra stella,
A volte la stella della sera, quella che arriva sola,
A volte il fuoco senza raggi che attende all’alba
Che escono il pastore e gli animali.
Ma l’acqua è sempre chiusa, in fondo al pozzo
E la stella resta sempre sigillata.
Si percepiscono delle ombre, sotto i rami,
Sono viaggiatori che passano di notte
Curvi, il dorso carico di una massa scura,
Esitando, si direbbe, a un crocevia.
Alcune sembrano attendere, altre si spengono
Nello scintillio senza luce.
Il viaggio dell’uomo, della donna, è lungo, più lungo
della vita,
È una stella alla fine del cammino, un cielo
Che abbiamo creduto brillare fra due alberi.
Quando il secchio tocca l’acqua che lo sorregge,
È una gioia, poi la catena lo affonda.

LE PUITS

Tu écoutes la chaîne heurter la paroi
Quand le seau descend dans le puits qui est l’autre étoile,
Parfois l’étoile du soir, celle qui vient seule,
Parfois le feu sans rayons qui attend à l’aube
Que le berger et les bêtes sortent.
Mais toujours l’eau est close, au fond du puits,
Toujours l’étoile y demeure scellée.
On y perçoit des ombres, sous des branches,
Ce sont des voyageurs qui passent de nuit
Courbés, le dos chargé d’une masse noire,
Hésitant, dirait-on, à un carrefour.
Certains semblent attendre, d’autres s’effacent
Dans l’étincellement qui va sans lumière.
Le voyage de l’homme, de la femme est long, plus long
que la vie,
C’est une étoile au bout du chemin, un ciel
Qu’on a cru voir briller entre deux arbres.
Quand le seau touche l’eau, qui le soulève,
C’est une joie puis la chaîne l’accable.

GLI ALBERI

Noi guardavamo i nostri alberi, fu in cima
Al terrazzo che ci furono cari, il sole
Si teneva ancora vicino a noi quella volta
Ma in ritirata, ospite silenzioso,
Sulla soglia della casa in rovina, che noi lasciavamo
Al suo potere, immenso, illuminato.
Vedi, ti dicevo, fa glissare contro la pietra
Ineguale, incomprensibile, del nostro appoggio,
L’ombra delle nostre spalle confuse,
Quelle dei mandorli che sono vicini a noi,
E quella stessa dei muri alti che si mescola alle altre,
Sfasciata, barca bruciata, prua che va alla deriva,
Come un sovrappeso di sogno o di fumo.
Ma quelle querce laggiù sono immobili,
La loro stessa ombra non si muove, nella luce,
Ci sono le rive del tempo che scorrono qui dove siamo
E il loro suolo è inabbordabile, tanto è rapida
La corrente della speranza grande della morte.
Guardammo per un’intera ora gli alberi.
Il sole attendeva tra le pietre, poi ebbe compassione,
Stese verso di loro, a un livello inferiore, nel burrone,
Le nostre ombre che sembrarono raggiungerlo,
Come allungando le braccia si può toccare
Talvolta, nella distanza tra due esseri,
Un istante del sogno dell’altro, che va senza fine.

LES ARBRES

Nous regardions nos arbres, c’était du haut
De la terrasse qui nous fut chère, le soleil
Se tenait près de nous cette fois encore
Mais en retrait, hôte silencieux
Au seuil de la maison en ruines, que nous laissions
À son pouvoir, immense, illuminée.
Vois, te disais-je, il fait glisser contre la pierre
Inégale, incompréhensible, de notre appui
L’ombre de nos épaules confondues,
Celle des amandiers qui sont près de nous
Et celle même du haut des murs qui se mêle aux autres,
Trouée, barque brûlée, proue qui dérive,
Comme un surcroît de rêve ou de fumée.
Mais ces chênes là-bas sont immobiles,
Même leur ombre ne bouge pas, dans la lumière,
Ce sont les rives du temps qui coule ici où nous sommes,
Et leur sol est inabordable, tant est rapide
Le courant de l’espoir gros de la mort.
Nous regardâmes les arbres toute une heure.
Le soleil attendait, parmi les pierres,
Puis il eut compassion, il étendit
Vers eux, en contrebas dans le ravin,
Nos ombres qui parurent les atteindre
Comme, avançant le bras, on peut toucher
Parfois, dans la distance entre deux êtres,
Un instant du rêve de l’autre, qui va sans fin.

UNA PIETRA

Hanno vissuto al tempo in cui le parole erano povere,
Il senso non vibrava più nei ritmi disfatti,
Il fumo abbondava, avvolgendo la fiamma,
Temevano che la gioia non li avrebbe risorpresi.

Hanno dormito. Fu per sconforto del mondo.
Passavano nel loro sonno dei ricordi
Come di barche nella nebbia che accrescono
I loro fuochi, prima di prendere l’altezza del fiume.

Si sono svegliati. Ma l’erba è già nera.
Le ombre siano il loro pane e il vento la loro acqua.
Il silenzio, l’inconsapevolezza il loro anello,
Una bracciata di notte tutto il loro fuoco sulla terra.

UNE PIERRE

Ils ont vécu au temps où les mots furent pauvres,
Le sens ne vibrait plus dans les rythmes défaits,
La fumée foisonnait, enveloppant la flamme,
Ils craignaient que la joie ne les surprendrait plus.

Ils ont dormi. Ce fut par détresse du monde.
Passaient dans leur sommeil des souvenirs
Comme des barques dans la brume, qui accroissent
Leurs feux, avant de prendre le haut du fleuve.

Ils se sont éveillés. Mais l’herbe est déjà noire.
Les ombres soient leur pain et le vent leur eau.
Le silence, l’inconnaissance leur anneau,
Une brassée de nuit tout leur feu sur terre.

 

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L’intervista a Silvia Rosa: Maternità marina

25 lunedì Mag 2020

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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Maternità marina, poesia contemporanea, Silvia Rosa, Valeria Bianchi Mian

copertina

Questa intervista appartiene a un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Silvia Rosa per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: “Maternità marina” (Terra d’ulivi edizioni, 2020).

http://www.edizioniterradulivi.it/maternita-marina/232

 

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

 

Il mio amore per la scrittura è nato quando ero bambina, ed è legato, come lo sono due facce della stessa medaglia, a quello per la lettura. Ho ricordi lontanissimi nel tempo, ma molto vividi, di mia madre che insieme a una piccola me di tre anni leggeva il primo volume di un’enciclopedia per l’infanzia, I Quindici, in voga negli anni Settanta. In quelle pagine c’erano immagini incantevoli e soprattutto filastrocche, nenie, poesie che piano piano avevo finito con l’imparare a memoria, prima ancora di saper decifrare da sola quei piccoli segni neri misteriosi, che tanto mi affascinavano. Nel tempo sospeso dell’infanzia c’erano anche fiabe, favole e racconti a farmi compagnia e il mio interesse per i libri cresceva così anno dopo anno. Alle scuole elementari ho avuto la fortuna di essere seguita da un ottimo maestro, che ha saputo trasmettermi tutto il suo amore per la letteratura e per la poesia: è stato lui che mi ha accompagnato mentre fiorivano in me tutte le parole seminate in precedenza. Ho iniziato a leggere da sola, e a scrivere temi e poesie, con gusto, con gioia: non erano semplici compiti da svolgere, scrivendo sentivo di dare un senso alla realtà e al mondo in cui ero immersa, soprattutto ai loro aspetti più incomprensibili e sofferti, con cui ero costretta a confrontarmi. E poi avevo una fantasia strabordante e una passione viscerale per la Parola, che fosse scritta o che fosse pronunciata a voce, ne sentivo tutta la forza e tutta la potenza creatrice, ed ero animata dal desiderio di dare vita a nuovi microcosmi a misura dei miei desideri. A dieci anni volevo riscrivere il mondo, lo volevo a immagine e somiglianza dei miei sogni!

 

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

 

Ecco, questa è una domanda che di solito temo, perché l’aspettativa è che io sappia rispondere con un elenco puntuale di nomi, e a seguire di ragioni, per cui quell’autrice o quell’autore ha segnato i miei orizzonti letterari. Io però non sono capace di stilare questo tipo di lista, è come se tutto quanto abbia letto in passato viva allegramente in anarchia nella mia memoria, sfumato in un mix indistinguibile di titoli, di libri di ogni genere, di scrittrici, scrittori e poeti di tutti i tempi e i luoghi, così, senza un ordine gerarchico particolare, confuso e refrattario alle categorizzazioni. Ci sono stati grandi amori (perché certa scrittura si ama al pari di una persona), passioni fugaci ma anche storie che sono durate negli anni (di alcuni autori ho letto via via la produzione al completo!), epifanie improvvise e delusioni, seconde opportunità rivelatrici (le riletture riservano sempre sorprese), età che hanno segnato un nuovo sentire e dunque altre esigenze, altre domande, un gusto che si è modellato con il trascorrere del tempo, seguito dalla voglia di non fossilizzarsi su quanto risuona di più per similitudine di vedute e di stile. Penso anche che in molti casi sia inconsapevole l’influenza che certe letture e certe personalità artistiche o letterarie hanno avuto, e che non sia così lineare l’attribuzione di maternità e paternità varie alla propria visione della vita e dell’arte. Per esempio, anche un autore con cui non si sente di aver nulla in comune, la cui lettura lascia apparentemente indifferenti, può invece esercitare un’influenza sommersa, anche solo per contrasto, per opposizione. Se mai mi riuscisse un giorno di compilare un elenco, sarà forse di questo tipo: quali sono stati i nomi che ho ignorato, non apprezzato, incompreso, sottovalutato, dimenticato… una lista delle influenze alla rovescia!

 

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

 

Per me la differenza tra “componente autobiografica” e “osservazione della realtà circostante” è abbastanza sfumata. Non credo in una scrittura oggettiva, impersonale, asettica, e se di osservazione si parla, allora è partecipata, lo sguardo è un setaccio che coincide con l’interiorità, si osservano certi dettagli del reale, e non altri, e quando si restituisce a essi una forma, attraverso la propria voce e il proprio modo di usare le parole, inevitabilmente lo si fa a partire dal sé, anche corporeo. Quindi penso che laddove non si scelga di narrare situazioni direttamente correlate alla propria autobiografia, comunque l’Io sia implicato in modo più o meno centrale nel processo di scrittura, anche se posto a latere del discorso. I miei testi nascono da esperienze non sempre vissute in prima persona, che però hanno avuto una forte risonanza emotiva, un impatto che ha smosso qualcosa nel profondo, gettando d’improvviso luce in quelle zone d’ombra che sono di solito inaccessibili. Quanto ai luoghi, sono presenti, a volte con riferimenti precisi, più spesso con una certa vaghezza che li rende un poco anonimi, qualche volta si assottigliano e diventano paesaggi onirici, o accolgono memorie di viaggi sedimentate nel tempo.

 

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

 

“Maternità marina” è un’antologia poetica, che raccoglie i testi di trenta autrici italiane contemporanee, scritti a partire dalle suggestioni di una serie fotografica di ventotto scatti, con inserti grafici a ricamare le fotografie e illustrazioni a puntellare i versi, come una sorta di  sottotesto che accompagna la narrazione poetica e tiene insieme tutto l’impianto dell’opera. Nasce da una mia idea, e da un primo esperimento che mi ha visto cimentarmi con la macchina fotografica. Adoro la fotografia e spesso in passato ho collaborato con artisti e fotografi, scrivendo poesie per dare voce ai loro scatti. Con “Maternità marina” è successo il contrario, ho coinvolto le poete: Franca Alaimo, Vera Bonaccini, Angela Bonanno, Claudia Brigato, Martina Campi, Paola Casulli, Mirella Ciprea Crapanzano, Flaminia Cruciani, Alessia D’Errigo, Lella De Marchi, Francesca Del Moro, Laura Di Corcia, Claudia Di Palma, Alba Gnazi, Ksenja Laginja, Anna Lamberti-Bocconi, Daìta Martinez, Silvia Maria Molesini, Gabriella Montanari, Renata Morresi, Daniela Pericone, Valeria Raimondi, Anna Ruotolo, Silvia Secco, Francesca Serragnoli, Enza Silvestrini, Claudia Sogno, Alma Spina, Antonella Taravella, Claudia Zironi, perché fossero loro a scrivere i testi in sintonia con le mie immagini.

Valeria Bianchi Mian, con la quale collaboro al progetto “Medicamenta- lingua di donna e altre scritture” sotto la cui egida è nato il libro, è stata invece l’ideatrice del racconto grafico, dedicandosi alle illustrazioni e realizzando la delicata trama di inserti che riscrivono le foto di significati ulteriori. Il libro contiene anche le nostre due introduzioni come curatrici (quella di Valeria con un taglio psicoanalitico) e due nostre poesie, che abbiamo volutamente lasciato a margine della narrazione, a cui invece hanno dato forma le altre autrici. A conclusione dell’opera appare la postfazione accurata dell’artista Sandra Baruzzi, che riflette sulla sintesi che linguaggio visivo e scritto producono. Insomma, è un libro composito, stratificato, multiforme, onirico, conturbante e perturbante, tutto al femminile.

 

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

 

A essere onesta non ho mai pensato che un mio libro potesse essere utile o necessario, in generale. Ho avuto piuttosto la speranza che potesse incontrare lo sguardo generoso di una lettrice o di un lettore, essere riconosciuto, prestare la sua voce per incarnare un sentire altro dal mio, rinascere a nuova vita attraverso inedite attribuzioni di senso. Per quanto riguarda “Maternità marina”, trattandosi di un’opera corale, incentrata sul tema complesso del materno, mi auguro che possa interessare ed essere d’aiuto ‒ come una mappa ‒ a chi voglia incamminarsi in questo territorio originario, accogliente e impervio al contempo, accompagnato dall’eco dei versi e delle immagini, per un’esperienza totalizzante e sinestetica, al confine tra sogno e incubo.

 

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

 

Quasi un decennio fa, durante una vacanza al Sud, stavo passeggiando sulla spiaggia, nella luce abbacinante dell’estate mediterranea, quando ho visto una poltrona rossa abbandonata sugli scogli, scolorita e segnata dal tempo, eppure ancora così accogliente. Ho avuto una visione, non so come altro dire, cioè ho visto (immaginato, ma sembrava molto reale) una giovane donna vestita di bianco, seduta sulla poltrona, e a questa immagine primigenia poi ne sono seguite altre, un racconto intero, una specie di fiaba, a cui ho sentito il bisogno di dare concretezza  attraverso le immagini fotografiche. Io però non sono una fotografa, quindi è stato tutt’altro che semplice realizzare gli scatti. Solo molto tempo dopo, quando ho ripreso la serie fotografica dall’oblio in cui l’avevo relegata, quando ho condiviso questa visione con Valeria e poi con le altre poete, solo in quel momento è stato davvero gettato il seme da cui l’opera è nata.

 

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, a orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

 

Di solito scrivo quando ho l’ispirazione, di getto, e spesso succede la notte. Durante il giorno poi mi occupo della revisione, del lavoro di limatura. L’unico mio testo poetico contenuto in “Maternità marina” è nato in un periodo in cui stavo leggendo il libro di Tiziana Cera Rosco, “Corpo finale”, un’opera potentissima, che mi ha molto turbato. Diciamo che per certi versi è stato come gettare sale su una ferita, la mia ferita, quella con cui da sempre faccio i conti.

Il libro nella sua interezza, invece, ha avuto una lunga gestazione, durata più di due anni. Ho scoperto mio malgrado che essere curatrice mi rende ancora più perfezionista del solito, perché è più forte il senso di responsabilità che accompagna il prendersi cura di poesie altrui. Poi il libro è stato il frutto della collaborazione con Valeria, quindi per due anni abbiamo discusso, vagliato e valutato tutti i dettagli, ci siamo confrontate su ogni decisione da prendere, ed essendo due personcine dalla testa molto dura non sempre siamo giunte subito a un accordo su come procedere.

 

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

 

La copertina è in linea con lo stile della collana “Le Avventurine” in cui è stata pubblicata “Maternità marina”. L’immagine è una foto presente nel libro, nella seconda sezione, lavorata con gli inserti grafici che Valeria ha creato per ogni scatto, seguendo una sua linea narrativa precisa e circolare. L’abbiamo scelta perché non rivela troppo, pur presentando tutti gli elementi salienti della storia: il riferimento al mare (la conchiglia), la donna-madre, l’ambientazione nella natura, quel qualcosa di fiabesco che connota tutta l’opera.

 

  1. Come hai trovato un editore?

 

Ho scritto, presentando una prima versione del progetto, direttamente all’editore Elio Scarciglia, di Terra d’ulivi edizioni. Volevo che fosse proprio lui a occuparsene, cercavo un editore in grado di curare la parte grafica/fotografica nel migliore dei modi, e sapevo che lui è un ottimo fotografo e che Terra d’ulivi ha una collana dedicata ai libri foto-poetici. Inoltre nel suo catalogo molti sono i nomi di autori e autrici validi e quindi avevo la sicurezza che le due anime del libro, poesia e immagini, avrebbero trovato tutta l’attenzione e la cura necessarie. La prima versione del progetto non ha convinto l’editore, così dopo qualche tempo gliel’ho ripresentato con alcune varianti. Nel frattempo l’ho mandato anche a poche altre case editrici, diciamo per avere un piano B nel caso Elio bocciasse di nuovo la proposta. Invece gli è molto piaciuta l’idea nuova e così abbiamo iniziato a lavorarci. È stato prezioso potermi confrontare con lui, e non posso che ringraziarlo per la pazienza cha ha avuto con me e con Valeria.

 

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

 

A chi apprezza la commistione dei linguaggi artistici, a chi ama la buona poesia, a chi ha voglia di immergersi in atmosfere oniriche e fiabesche, a chi non ha paura di sondare zone d’ombra, a chi è interessato alla scrittura contemporanea che pone al centro paure, limiti, complessità, aperture ed epifanie del femminile, a chi è animato da curiosità, a chi è sedotto dalla bellezza e dai suoi rovesci, a chi cerca un libro originale e fuori dagli schemi.

 

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

 

Si era pensato a una serie di presentazioni su tutto il territorio nazionale, dal momento che le autrici coinvolte abitano in quasi ogni regione d’Italia. Data la situazione contingente, tuttavia, al momento l’idea è di iniziare a dare notizia del libro tramite i social e i blog, magari anche con l’ausilio di video presentazioni.

 

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legata e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

 

Per non fare torto a nessuna autrice, scegliendo una sola poesia delle trenta che compongono l’opera ed escludendo dunque tutte le altre, riporto il mio testo, che come dicevo è a margine della narrazione, insieme a quello di Valeria, contenuto nell’introduzione. Non è assolutamente il più riuscito, anzi, e forse nemmeno il più rappresentativo dell’antologia, proprio perché pur essendo in tema, non è associato a nessuna foto. Nell’introduzione lo presento come “preludio [al] viaggio nel luogo più terrestre e viscerale che ci appartenga, una piccola bussola da disattendere alla ricerca del proprio spicchio di luna, del volto autentico della Madre che ci abita dall’origine dei tempi”:

 

L’ALTRA MADRE

 

Avrebbe potuto essere

animale respiro bianco

latte di tenerezza sangue

nel sangue identico,

un cordoncino ombelicale

di silenzi esattamente puntati

al petto dal viola di un capezzolo

al cuore tutto pieno di mani,

fare parola passi centro

di ogni sguardo del presente

e del futuro stella polare

 

Avrebbe potuto essere

non la distanza siderale

in luogo d’ogni azzurro,

la purezza del bicchiere vuoto

della carne intatta destinata

ad avvizzire ‒ meraviglia

in una teca senza corpo

 

Avrebbe potuto scegliersi

colomba un manto di peluria

imponente fiera d’unghie

che ruotano intorno al giallo

degli occhi, schiudersi, sfuggire

alla precisione di sé stessa

 

(invece)

 

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

 

Vorrei tanto che questo libro tutto al femminile fosse letto anche dagli uomini. Mi piacerebbe che qualcuno ne scrivesse, vorrei avere riscontri per scoprire se e quali corde ha sfiorato nel lettore. Mi piacerebbe che, al di là degli esiti perfettibili, fosse evidente quanta cura e attenzione ci sono state dietro alla sua realizzazione.

 

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

 

Non saprei. Sono io la prima ad avere molte domande in sospeso con me stessa rispetto a questo progetto. Vorrei tanto che a qualcuno venisse in mente di darmi proprio le risposte che non ho trovato da sola. Ecco perché aspetto qualche parere, qualche restituzione di senso, la possibilità di nuove interpretazioni.

 

 15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova        opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

 

Sempre in collaborazione con Valeria Bianchi Mian, ho in cantiere una nuova antologia, di cui saremo curatrici.  È un lavoro che nasce da una mia rubrica pubblicata a puntate sul blog Poesia del nostro tempo, dal titolo “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione”, dedicata al tema dei confini e della migrazione, con un focus sulla questione linguistica di chi scrive in una lingua seconda. Poete straniere, che vivono o che hanno vissuto in Italia, raccontano la propria storia di migranti anche attraverso la poesia. Sto lavorando a una mia prossima raccolta, ma sono ancora in una fase aurorale, è troppo presto per prevederne gli sviluppi e dare anticipazioni in merito.

Speriamo bene!

silvia

 

Silvia Rosa nasce a Torino, dove vive e insegna. Laureata in Scienze dell’Educazione, ha frequentato il Corso di Storytelling della Scuola Holden (2008/2009). È vicedirettrice del blog “Poesia del Nostro tempo”, dove si occupa tra l’altro delle rubriche “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione” e “Scaffale poesia: editori a confronto”, ed è redattrice di “NiedernGasse”, dove cura le rubriche “L’asterisco e la Margherita”, firmandosi con il nome di Margherita M. e “Fuori banco: cronache dalla scuola degli ultimi”. Collabora con il blog Margutte e fa parte della redazione di “Argo annuario di poesia”. È tra le ideatrici del progetto “Medicamenta: lingua di donna e altre scritture”, che propone una serie di letture, eventi e laboratori rivolti a donne italiane e straniere, con le loro narrazioni e le loro storie di vita. Ha intervistato e tradotto alcuni poeti argentini, dando vita al progetto Italia Argentina ida y vuelta. Incontri poetici, pubblicato nel 2017 in e-book (edizioni Versante Ripido ‒ La Recherche). Suoi testi poetici e in prosa sono presenti in diversi volumi antologici e sono apparsi in riviste, siti e blog letterari. Tra le sue pubblicazioni: le raccolte poetiche Tempo di riserva (Giuliano Ladolfi Editore 2018), Genealogia imperfetta (La Vita Felice 2014), SoloMinuscolaScrittura (con prefazione di Giorgio Bàrberi Squarotti, La vita Felice 2012), Di sole voci  (LietoColle Editore 2010); il saggio di storia contemporanea Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960) (Ananke Edizioni 2013).

Biobibliografia completa qui:

http://www.larecherche.it/biografia.asp?Tabella=Biografie&Utente=silviarosa

 

 

 

 

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Emilio Capaccio traduce Yves Bonnefoy – Fotografie di Lorenzo Noto

23 sabato Mag 2020

Posted by Loredana Semantica in Fotografia, Idiomatiche, Il colore e le forme, LETTERATURA

≈ 1 Commento

Tag

Emilio Capaccio, Lorenzo Noto, Yves Bonnefoy

Questo post avrebbe potuto essere un Prisma lirico, cioè un articolo che sposa parola poetica e suggestione di immagini in un unicum, e, in effetti lo è, ma questa volta è esaltata, a maggior valore, quella particolare attenzione alla parola che riversa il testo da un idioma ad un altro, con l’operazione di traduzione d’autore. Potrei dilungarmi ad approfondire cosa significa tradurre, se occorre essere fedeli al testo, se personalizzare la traduzione secondo il proprio sentire, ma questa è un’introduzione non un approfondimento, tanto più che io stessa quando traduco la mia amata Emily Dickinson non sono molto rispettosa delle sue caratteristiche di scrittura, le maiuscole ad esempio, i trattini sparsi. Tolgo virgole, articoli determinativi e indeterminativi. A volte non è che proprio traduco, piuttosto “converto” o reinterpreto. Da ciò, cioè da questo comportamento concludente se ne deduce anche il mio pensiero. Io sono convinta che tradurre sia un’operazione che sta al traduttore, e spazia dal letterale al libero, secondo il suo sentire. Certamente però tradurre sempre e sempre sarà un voler comprendere profondamente il testo sposandolo alla propria lingua e, dunque, contemporaneamente un omaggio al poeta o scrittore scelto e  diffondere la traduzione è volerlo più conosciuto e conoscibile nel proprio mondo. Tradurre è quindi contemporaneamente una testimonianza di passione per la parola e per quello specifico autore.

Quando ho letto le traduzioni delle poesie di Yves Bonnefoy di Emilio Capaccio,  espressione della sua passione nel senso che ho esposto sopra, ho pensato che fosse il caso di avviare questa nuova rubrica dedicata alla traduzione dei testi di letteratura, poetici e no. Si chiamerà “Idiomatiche”. Per l’occasione ho chiesto a Lorenzo Noto di poter scegliere alcune sue foto da affiancare ai testi in lingua originale e tradotti. Ecco il frutto del connubio in questa suggestiva inaugurazione. Il prossimo sabato la seconda parte di questo articolo.

Yves Bonnefoy, traduzioni di Emilio Capaccio, fotografie di Lorenzo Noto

L’uccello valica il canto dell’uccello

e si allontana. (Y.B.)

IL FULMINE

Ha piovuto, questa notte.
La strada ha l’odore dell’erba ammollita,
Poi, nuovamente, la mano della calura
Sulla nostra spalla, come
A dire che il tempo non torna indietro a riprenderci.
Ma là, dove il campo viene a incespicare contro il mandorlo,
Vedi, un rossiccio è balzato
Da ieri a oggi attraverso le foglie.
E noi ci siamo fermati, è fuori dal mondo,
E io vengo vicino a te,
Finisco di strapparti dal tronco annerito,
Ramo, fulminato,
Da cui la linfa di ieri, ancora divina, scorre.

LA FOUDRE

Il a plu, cette nuit.
Le chemin a l’odeur de l’herbe mouillée,
Puis, à nouveau, la main de la chaleur
Sur notre épaule, comme
Pour dire que le temps ne va rien nous prendre.
Mais là où le champ vient buter contre l’amandier,
Vois, un fauve a bondi
D’hier à aujourd’hui à travers les feuilles.
Et nous nous arrêtons, c’est hors du monde,
Et je viens près de toi,
J’achève de t’arracher du tronc noirci,
Branche, été foudroyé
De quoi la sève d’hier, divine encore, coule.

 

LA CAMERA

Lo specchio e il fiume in piena, stamattina,
Si chiamavano attraverso la camera, due luci
Si trovano e si uniscono nell’oscuro
Dei mobili della stanza dissigillata.

E noi eravamo due paesi di sonno
Comunicanti dai loro scalini di pietra
Dove si perdeva l’acqua non agitata di un sogno
Sempre riformatosi, sempre infranto.

La mano pura dormiva accanto alla mano inquieta.
Un corpo poco alla volta nel suo sogno si muoveva.
E lontano, sull’acqua più nera di un tavolo
L’abito rosso illuminante dormiva.

LA CHAMBRE

Le miroir et le fleuve en crue, ce matin,
S’appelaient à travers la chambre, deux lumières
Se trouvent et s’unissent dans l’obscur
Des meubles de la chambre descellée.

Et nous étions deux pays de sommeil
Communiquant par leurs marches de pierre
Où se perdait l’eau non trouble d’un rêve
Toujours se reformant, toujours brisé.

La main pure dormait près de la main soucieuse.
Un corps un peu parfois dans son rêve bougeait.
Et loin, sur l’eau plus noire d’une table
la robe rouge éclairante dormait.

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Nota di lettura di Anna Maria Bonfiglio su “Nei giorni per versi” di Anna Maria Curci, Ed. ArcipelagoItaca, 2019

20 mercoledì Mag 2020

Posted by marian2643 in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Recensioni

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Tag

Anna Maria Bonfiglio, Anna Maria Curci

Ci sono libri che leggi per interesse, libri che leggi per piacere, libri che leggi per imparare. Poi ci sono libri che non smetti mai di leggere, libri che ti accompagnano per tutta la vita e che ogni volta che li leggi ti trasmettono qualcosa di nuovo e di diverso. E’ a questa categoria, che per comodità definirei evergreen, che appartiene Nei giorni per versi della poetessa, scrittrice e traduttrice Anna Maria Curci. Ho incontrato la scrittura di Anna Maria leggendo delle pagine di prosa nelle quali, attraverso i colori degli abiti indossati, venivano ricordati figure e fatti della vita dell’autrice e ne sono rimasta affascinata. E’ passato qualche anno ma ricordo ancora l’emozione che quella lettura mi ha trasmesso, rinviandomi ad un tempo che anche io avevo vissuto e ricordandomi nella figura della madre la mia stessa madre. Così ho iniziato a seguirla, ammirando lo stile della sua scrittura, la professionalità nell’espansione del proprio “sapere”, sempre misurata e profonda, e la generosità nella promozione della poesia degli altri. Tutto ciò ha trovato ulteriore compimento nella lettura della sua silloge poetica di cui affettuosamente mi ha fatto prezioso dono.

Nei giorni per versi  mi ha catturato subito ma mi ha anche messo un po’ di soggezione: cosa potevo dire io di una così perfetta operazione di stile, dove significato e significante si intersecavano e la parola poetica, tanto criptica quanto suggestiva, apriva un mondo infinito di interpretazioni? E più leggevo più mi sentivo immersa in un universo di significazioni. La voce poetica di Anna Maria Curci “netta la parola come sfogliando un cespo fino al suo cuore tenero”, scrive nella accurata e illuminante prefazione Patrizia Sardisco, sottolineando proprio la capacità dell’autrice di fulminare con il verso l’attimo cogente che spetta al lettore decodificare. Già il titolo della silloge si pone come primo nucleo generativo di indagine: nei giorni per versi, anaforico e musicale; trascorrere i giorni inseguendo i versi, dedicando tempo ai versi; ma anche nei giorni per-versi, laddove il tempo si manifesta nella sua valenza persecutoria. Le centosettantatré quartine di endecasillabi che compongono la raccolta si snodano senza soluzione di continuità riferendoci un quadro diaristico che fulmina riflessioni, ricordi, squarci di ironia e fustigazioni di costume in un ensamble (e uso questo termine a ragion veduta per l’intrinseco innesto musicale dei versi) di risonanze che coniugano motivi di cronaca quotidiana e colti riferimenti letterari. Il genere letterario che Anna Maria Curci declina in questa raccolta è l’epigramma, canone dominante per l’espressione poetica che traduca in rapida sintesi un’arguta e mordace critica:

 

“Quei rondinotti rannicchiati all’Elba

sono cresciuti, si son fatti corvi.

Non gracchiano, starnazzano eleganti,

librano versi telecomandati”.

 

Metafora del proliferare versificatorio, la quartina ricorda le novecentesche schermaglie di poeti quali, solo per citarne alcuni, Caproni, Montale e Flaiano che se le mandavano a dire tanto in maniera manifesta quanto in metafora. E ancora Curci:

 

“Si affanneranno nuove schiere d’api

a degustare (già mutato il gene)

sputando il seme, trattenendo il vago.

Il festone chiassoso empie le gote.”

 

Garbo ed eleganza accompagnano l’ironia e il rammarico per l’uso-abuso del genere poesia, parola che può ritorcersi contro:

 

“Quando mi troverai già sfilacciata

dalla tua attesa inerte, mio poeta,

bollandoti la fronte penserai

che mai io sono innocua, io parola.”

 

Sferzante monito al doveroso riguardo che  esige l’espressione poetica. Ma l’obiettivo della nostra poetessa zooma anche su altre realtà, indaga la contemporaneità, gli affetti, l’arte, ha sguardi di tenerezza per il passato:

 

“A fine luglio, nei giorni di pioggia,

giocavamo a Monopoli o a Carriere.

Meteo e tempo ci erano propizi.

Mai più sarebbe stato come allora.”

 

Andando avanti nella lettura incontriamo quartine di carattere intimo, la poetessa a confronto con se stessa, un’eva versus eva, donna, figlia, moglie, madre, docente, che si ritrovano infine in un unicum.

“Mi cullo in quello che di me dicevi;

          metà e metà, formica e poi cicala,

          un ibrido che ascolta, stipa e canta.

          Ti cerco nella sera sopraggiunta.”

 

E allora i versi si abbandonano  all’umbratile malinconia, alla tentazione di una resa dei conti, ai fatali distacchi, “oggetti smarriti alla dogana”. La lettura ci aggancia alle pagine e una dopo l’altra non sai più quale quartina scegliere da citare per chiudere questa mia breve nota di lettura:

“Man mano che si accende lume a lume

           Sostiamo nel silenzio che rapprende

           Lo squarcio all’improvviso rivelato.

           Noi che veniamo al mondo lacerando.”

 

Anna Maria Bonfiglio

 

 

 

 

 

 

 

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Ricordando Mario Luzi

18 lunedì Mag 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Segnalazioni ed eventi

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Mario Luzi

Il 28 febbraio di 15 anni fa moriva il grande Mario Luzi. Vogliamo ricordarlo attraverso le sue stesse parole.

Alla vita

Amici ci aspetta una barca e dondola
nella luce ove il cielo s’inarca
e tocca il mare, volano creature pazze ad amare
il viso d’Iddio caldo di speranza
in alto in basso cercando
affetto in ogni occulta distanza
e piangono: noi siamo in terra
ma ci potremo un giorno librare
esilmente piegare sul seno divino
come rose dai muri nelle strade odorose
sul bimbo che le chiede senza voce.
Amici dalla barca si vede il mondo
e in lui una verità che precede
intrepida, un sospiro profondo
dalle foci alle sorgenti;
la Madonna dagli occhi trasparenti
scende adagio incontro ai morenti,
raccoglie il cumulo della vita, i dolori
le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita.
Le ragazze alla finestra annerita
con lo sguardo verso i monti
non sanno finire d’aspettare l’avvenire.
Nelle stanze la voce materna
senza origine, senza profondità s’alterna
col silenzio della terra, è bella
e tutto par nato da quella.

da La barca, 1935

*

Già colgono i neri fiori dell’Ade
i fiori ghiacciati viscidi di brina
le tue mani lente che l’ombra persuade
e il silenzio trascina.

Decade sui fiochi prati d’eliso
sui prati appannati torpidi di bruma
il colchico struggente più che il tuo sorriso
che la febbre consuma.

Nel vento il tuo corpo raggia infingardo
tra vetri squillanti stella solitaria
e il tuo passo roco non è più che il ritardo
delle rose nell’aria.

da Avvento notturno,1940

*

Il vento è un aspro vento di quaresima,
geme dentro le crepe, sotto gli usci,
sibila nelle stanze invase, e fugge;
fuori lacera a brano a brano i nastri
delle stelle filanti, se qualcuna
impigliata nei fili fiotta e vibra,
l’incalza, la rapisce nella briga.

Io sono qui, persona in una stanza,
uomo nel fondo di una casa, ascolto
lo stridere che fa la fiamma, il cuore
che accelera i suoi moti, siedo, attendo.
Tu dove sei? sparita anche la traccia…
Se guardo qui la furia e se più oltre
l’erba, la povertà grigia dei monti.

da Primizie del deserto, 1942

*

Vent’anni

Perdono pe’ nostri dolci peccati
per avere spesso guardato
teneramente dissiparsi il giorno
dall’ombra e il silenzio dei casini
sognando di andare con una fanciulla
senza seni lungo l’Arno rosa
e la voglia di piangere racchiusa
nel cuore come un’onda preziosa.

Perdono per esserci creduti forti
più della morte quando passavano
i carri e i funerali per le strade
odorate di cipria e di fiori
e volevamo portare a casa cantando
l’immagine dei baci, la voglia
di stringer l’età amara che non fugga,
d’entrare nelle chiese che non han più soglia.

da Poesie ultime e ritrovate, 2014

 *

Aprile-Amore

Il pensiero della morte m’accompagna
tra i due muri di questa via che sale
e pena lungo i tornanti. Il freddo
di primavera irrita i colori,
stranisce l’erba, il glicine, fa aspra
la selce, sotto cappe e impermeabili
punge le mani secche, mette un brivido.

Tempo che soffre e fa soffrire, tempo
che in un turbine chiaro porta fiori
misti a crudeli apparizioni, e ognuna
mentre ti chiedi che cos’è sparisce
rapida nella polvere e nel vento.

Il cammino è per luoghi noti
se non che fatti irreali
prefigurano l’esilio e la morte.
Tu che sei, io che sono divenuto
che m’aggiro in così ventoso spazio,
uomo dietro una traccia fine e debole!

E’ incredibile che io ti cerchi in questo
o in un altro luogo della terra dove
è molto se possiamo riconoscerci.
Ma è ancora un’età, la mia,
che s’aspetta dagli altri
quello che è in noi oppure non esiste.

L’amore aiuta a vivere, a durare,
l’amore annulla e dà principio. E quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s’annunci di lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità.

La mia pena è durare oltre quest’attimo

Da Primizie del deserto, 1942

 

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10 #cronacheincoronate

16 sabato Mag 2020

Posted by Loredana Semantica in #cronacheincoronate; #andràtuttobene

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#cronacheincoronate; #tuttoandràbene; il tempo del coronavirus

Ancora qualche racconto dei giorni vissuti al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione i link agli altri post delle cronache incoronate precedenti.

Oggi vi propongo le mie ultime tre cronache. Nella prima racconto la mia prima uscita dopo il grande isolamento. Un’uscita per esigenze di lavoro avvenuta oltre un mese fa. Nelle altre parlo di statistiche  e del loro fascino, di pasta ripiena e non solo.

Oggi, conclusa la fase 2 della riapertura, siamo prossimi alla fase 3 di uscita dall’isolamento. Il 18 maggio, lunedì prossimo avverrà la ripresa delle attività in sicurezza e delle uscite libere, per quanto ancora limitate territorialmente. Forse la paura sta passando. Forse abbiamo imparato a fronteggiare il minuscolo mostro. Non è un caso che le cronache incoronate si chiudano con il racconto di questa prima uscita che è la testimonianza del senso di responsabilità di tutti i cittadini nel seguire le raccomandazioni del Governo. Con una cronaca che parla di statistiche, il cruscotto governativo che orienta e ha orientato le scelte governative. E infine con l’ultima cronaca che esprime l’importanza dell’essenziale. Spero che tutti abbiamo tratto insegnamento da quest’esperienza. Che abbiamo imparato anche, tra l’altro, quanto sia preferibile la solidarietà alle chiusure, la generosità agli egoismi, di quanto poco servano gli applausi, la superbia, la pomposità, l’apparenza, di quanto invece contino la nobiltà del coraggio, la forza che dà il senso del dovere, la concordia e compattezza nelle condotte,  tali da diventare l’unità sorprendente di un popolo, che popolo maggiormente ci rende.

Di certo l’esperienza ci ha messo di fronte alla nostra fragilità e alle battaglie accomunanti della vita e della morte. Queste ultime quanto mai tetre e annichilenti. Penso che abbiamo pagato un tributo alto di decessi a questa pandemia, alcuni erano miei conoscenti, reali e virtuali. Penso che basti così. Che sia vero il detto tutto nostro siculo “niuro cu more” letteralmente “nero chi muore”, per dire “a contrariis verbis” che i vivi vanno avanti. Siamo alla ricerca dello scatto d’orgoglio, dell’inventiva, della determinazione e ancora e sempre di tanta forza e operosità. Mi auguro che questo sia un addio alle cronache incoronate, non un arrivederci.

CRONACHE INCORONATE

Siracusa, 8 aprile 2020

CRONACHE INCORONATE

LE USCITE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

È dal 17 marzo che non esco. Escluse un’incursione nel giardino, una nel cortile, una fino al cassonetto dei rifiuti. Con un’autocertificazione ultimo modello non compilata e l’autorizzazione del Boss, parto, inforcando l’auto. Da quella data è la prima volta che sono in strada e vedo gente. Certo che la situazione è davvero diversa. La percentuale di persone con la mascherina è del 90%, venti giorni fa del 10%. Sono stupefatta di vedere i miei concittadini in fila, distanziati di oltre un metro l’uno dall’altro, in attesa davanti al fruttivendolo, alla banca, all’Ufficio postale. Hanno tutti recepito le regole. Probabilmente anche meglio che altrove, visto che, se dovessero ammalarsi, se la vedrebbero “pietre pietre” ben più che altrove. Qui infatti, quanto ad assistenza sanitaria, non si conosce il significato della parola eccellenza. Anche la semplice efficenza ed efficacia latitano. È per questo che i Siracusani pensano bene di applicare un altro detto idiomatico ” chi si guardò, si salvò”. E infatti si guardano bene da contagiarsi l’un l’altro. Arrivo al mio Ufficio e, prima di scendere, mi bardo. Guanti in nitrile e mascherina. La mascherina è in tessuto. L’ho fatta io. Mi calza perfettamente. Per potenziarne l’efficacia, ho inserito all’interno un quadratino di carta forno. Scendo dall’auto, mi infilo la giacca, entro in Ufficio. Incontro in tutto tre persone, nessuna di loro mi si avvicina. Tutti a debita distanza. Salgo nella mia stanza e realizzo che la respirazione con la mascherina non può accelerare. Bisogna mantenersi calmi e non sudare. Affannarsi vuol dire respirare male. In ogni caso l’appannarsi degli occhiali è inevitabile. Si guarda il mondo storcendo il collo come galline, attraverso uno spiraglio sottile del vetro, che si opacizza a stantuffo ad ogni respiro. Spruzzo qui e lì l’alcool misto a poca acqua, che mi porto appresso in una boccetta da eau fraiche oblunga con tappo spry. Operazione probabilmente non necessaria, visto che i locali sono stati sanificati appena un paio di giorni fa. Sbrigo l’essenziale. Circa due ore di lavoro. Torno al porto sicuro della mia auto. Nuovo rito di svestizione. Spruzzo l’alcool sui guanti. Mi tolgo la mascherina prendendola dagli anelli dietro le orecchie. Infilo guanti e mascherina in una bustina. Spruzzo alcool sul volante, sul cellulare, sulle chiavi, sul badge. Metto in moto e parto. Arrivo a casa. Missione compiuta. C’è un bellissimo sole, servirà a sanificare il giubbotto.

Tutto andrà bene.

CRONACHE INCORONATE

Siracusa 19 aprile 2020

LA PASTA RIPIENA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

È di moda coccolarsi col cibo. Oggi si usa una terminologia esterofila intuitiva: comfort food, che non è solo il brodino quando c’è freddo, ma anche la pizza, il pane, dolci vari e la pasta fatta in casa. Nel senso di fare cose buone da mangiare che consolano, visto che siamo reclusi d’imperio per la salvaguardia dal contagio e di tempo a disposizione ce n’è. Oggi mi sono cimentata coi ravioloni ripieni di spinaci e ricotta. Saranno vent’anni che non ne preparo. La ricetta è semplicissima. La lavorazione un po’ lunga. Stendere la pasta l’operazione piu noiosa. Mentre ero intenta alla lavorazione si alza dal letto il figlio minore. “Che stai pasticciando, mamma?” Ed io ” Sto facendo i ravioli ricotta e spinaci” risponde “Ahhh…” e resta un po’ a guardare. Poi mi aiuta a cercare un attrezzo che faccia da coppapasta, del quale non dispongo. La scelta cade su una tazzona da colazione che ha la misura giusta per ricavare i cerchi di pasta belli grandi. Il figlio minore si allontana. Arriva il maggiore, più brutalmente dice ” Che schifezzina stai preparando, mamma?” Ed io ” I ravioloni ricotta e spinaci”, risponde ” Ah sì, vero, vero. Avevi detto ieri che li avresti fatti”. Io proseguo la preparazione e loro ronzano intorno. Sorvegliano la progressione. Percepisco una certa curiosità. Mi torna in mente quando cinque o sei anni fa, tirai fuori gli aghi da lana e cominciai a sfornare sciarpe, cappelli, poncho, maglioni. Li lasciai esterrefatti di questa mia capacità. Al punto che me lo dissero apertamente. “Non ti avevamo mai vista lavorare la lana, non sapevamo lo sapessi fare”. Le mamme non finiscono mai di stupire. Poi li sento che parlano tra loro, il grande dice al minore ” Ma sì sarà come le pizze, prima s’impratichisce, poi le verranno sempre più buone”. Allora mi tocca intervenire. “Guardate ragazzi, io la pasta la so fare da quando ero ragazza, verrà buona sin dalla prima volta. Siete voi che non me l’avete mai vista fare”. In effetti a casa di mia mamma la si faceva spesso nei giorni di festa. Poi, una volta sposata e con i figli, ho sempre rinviato certe preparazioni, per troppo lavoro, per stanchezza, perché ero una donna in carriera, perché dovevo scrivere l’ultima poesia…Questo tempo strano recupera mie abilità vintage, se così posso dire, di arti apprese e messe da parte. Sono certa saprei fare anche il pane. Una bella pagnotta fragrante. Prima di dare il primo taglio, come faceva mia nonna, traccerei una croce sulla sua superficie ringraziando Dio di avere “il pane quotidiano”. Tenendo sempre a mente l’importanza delle cose semplici. La grazia di disporre dell’essenziale.

CRONACHE INCORONATE

Siracusa 22 aprile 2020

LE STATISTICHE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Le statistiche sembrano una cosa facile, raccogli un po’ di numeri li metti su una tabella, ci metti una bella descrizione, li aggreghi, li rappresenti con una bella curva, un diagramma a torta o a colonne e il gioco è fatto. Col cavolo. Non è niente affatto così. Per prima cosa devi sapere dove vuoi arrivare con quelle statistiche. Voglio dire che le statistiche misurano qualcosa ma sono uno strumento, un cruscotto, ti dicono dove spingere, dove rallentare, se c’è un anello debole. I numeri cioè devono essere raccolti in modo che dopo, più o meno aggregati, secondo l’ambito di osservazione, ti possano “parlare”. Ti devono poter fare l’occhiolino. Spalancarti un mondo. E tu puoi trovarvi una chiave di lettura, una prospettiva, una nuova angolazione, persino una soluzione. L’indirizzo verso cui dirigere la futura azione. I numeri hanno il loro fascino, si “mostrano” se si sanno leggere, se ancor prima si sanno raccogliere gli specifici dati, se questi sono sufficientemente definiti, attendibili e adeguatamente mirati. Per svariati anni mi sono occupata di numeri, un po’ di contabilità, un naufragio da controller. Soprattutto mi piacevano le statistiche. La prima cosa da capire è capire con le parole e la logica che cosa misurano i numeri e non tutti sono abbastanza…diciamo attenti o interessati da capire cosa stanno misurando quei numeri. Perché se non lo capisci bene non puoi neanche costruire ulteriori confronti e relazioni. Al tempo del coronavirus, conoscendo questa mia inclinazione, ho cominciato a provare fastidio leggendo gli articoli dei giornali che riferivano a modo loro i dati delle statistiche del contagio. Ho cercato di andare alla fonte. Dapprima ho trovato una testata che riportava i dati giorno per giorno con tabelle e grafici senza commenti, poi, resami conto che si trattava delle statistiche della protezione civile rielaborate, sono andata alla fonte. Questo il link. Il link in verità me l’ha passato mio figlio minore che a sua volta teneva d’occhio la statistica. Buon sangue non mente. Non so quanti altri italiani siano stati ad attendere ogni giorno la pubblicazione del “bollettino di guerra”. Alle 18,30 ogni giorno. Ritengo moltissimi. Tra questi certamente, con speciale sensibilità, Lorenzo Noto, un mio amico di Facebook che si è avvalso di excel per impostare tabelle di analisi, la più recente delle quali condivido più sotto. So però che è dal 17 marzo 2020 che prendo nota a mano (una scelta scaramantica, come se potessi possedere meglio ciò che scrivo di pugno) di 6 dati giornalieri, calcolo la differenza di questi con quelli del giorno precedente. E precisamente a livello nazionale: gli attuali contagiati, i guariti, i deceduti, il totale, il totale contagiati in Sicilia, quelli di Siracusa. Le statistiche hanno detto che non sono bastati 15 giorni di isolamento per vedere uno stop o inversione di tendenza. A quel punto ho capito che l’ultimo dei contagiati nell’ultimo giorno di circolazione, avrebbe potuto contagiare un altra o più persone, per quanto poi lui stesso e quelle altre subito dopo fossero confinate in casa. In sintesi non bastavano quindici giorni ne occorrevano di più. Così è stato, ma finalmente è avvenuto. Da ieri non più soltanto segni di frenata del contagio, ma l’inizio della decrescita. E’ chiaro che questo segno meno è una somma algebrica. Però i numeri dicono che finalmente l’inversione di tendenza sta avvenendo e ne scrivo perché il segno negativo nel dato di crescita del contagio per due giorni consecutivi fa davvero ben sperare che #tuttoandràbene. Brava Italia. Adesso però statti buona, non fare la solita garibaldina strafalciona. Finché non siamo a zerototale = nessuno più malato, o almeno fino al prossimo traguardo: zero nuovi contagi, ancora mascherina e amuchina.

p.s.A proposito l’avete fatta una donazione alla protezione civile. Avete aiutato chi ci aiuta?

La tabella excel dei contagi. E’ un’elaborazione di Lorenzo Noto dei dati della Protezione Civile

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“Griot in the city”, un racconto di Francesco Tontoli

11 lunedì Mag 2020

Posted by frantoli in I nostri racconti, LETTERATURA

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Francesco Tontoli, Griot in the city

 

Nella sua voce vi sono così tanti armonici che anche quando parla, anche quando non canta, gli si può ascoltare il fruscìo sotterraneo di un mondo di muchi e catarri, un lavorìo di bronchi affaticati, un motore non immobile di ottoni e di archi come un’orchestra asmatica che si accordi con difficoltà.
-Canta, canta!…- gli dicono centrando il cappellaccio in terra con una moneta. E lui con lo sguardo acquoso fa cenno di stringersi il pugno al petto gorgheggiando con un suono simile alla carta vetrata un:
-Grazie!- sonante e soddisfatto, imitando il “parlato” d’operetta.
–Dedicherò questa birretta a te, amore mio sconosciuto!…-
La velocità della massa di uomini e donne che si sposta da un punto all’altro della città come in una clessidra, ogni giorno su quel marciapiede, viene alterata dal suono ruvido e dal tono beffardo che fuoriesce dal suo cavo orale.
Un monito, il richiamo di un sirenetto rauco alla vacuità della fretta. Uomini legati a doppio filo alla schiavitù dell’ora esatta, e del minuto secondo da centrare ad ogni passo, vengono intontiti per un tempo indefinibile da una fonte sonora oscura e cavernosa che li blandisce, rapendoli dalla strada.
La cecità non gli è d’ostacolo. Sa esattamente del rumore dei passi di chi esita e di quanti sono quelli che non resistono al duro impatto della sua voce.
Sa quanti corpi barcollano allo scontro con le onde seghettate delle sue blue-notes. E i piccoli cerchi concentrici umani che gli si formano intorno sono simili a quelli che si allargano nell’acqua quando vi affonda un sasso.
Ode chiaramente le corrispondenze lievi degli sguardi che si incrociano e annuiscono. Le labbra che piano si allargano in un sorriso scavando nella pietra dura. E’ tutta gente uscita a sgomitare per lo spazio vitale dei pochi centimetri quadrati concessi graziosamente ogni giorno dall’Entità Sconosciuta chiamata benevolmente Padreterno, che manifesta tutta la sua gentile ferocia nell’abbrutire e nell’annichilire in un luogo denominato “città” , tutta la vita che gli uomini immaginano abbia creato.
Certo che anche gli uomini stessi, qualcuno sospetterebbe soprattutto loro, partecipano allo scempio con una discreta attitudine emulativa che la dice lunga sulla competizione che stabiliscono con Dio per dividersi le spoglie del pianeta che abitano. L’uno nel Sito Immaginario, l’altro in quello Reale.
Chi sono ad esempio quei due che si tengono per mano mentre ascoltano il Griot metropolitano cieco, fare i gargarismi con l’acido muriatico, tutti compresi nello sforzo di carpirgli il segreto della musica e della sua fascinazione?
E quell’altro tipo un po’ in disparte in grisaglia d’ordinanza che sembra fulminato sulla via di Damasco, con la borsa di pelle nera in una mano ingombra del sangue delle sue vittime finanziarie? Come mai si è fermato anche lui in posa mistica, sguardo perso e bocca aperta?
Forse perché il barbone sfatto di cattiva birra ha toccato i loro tasti dolenti, i loro bottoncini segreti, esposto i loro nervi alla radiazione della sua voce facendo emergere un’umanità dimenticata? E’ come scavare in un sito archeologico affondando strumenti in un terreno cedevole, avendo a disposizione il più potente dei mezzi di scavo: la frenesia dovuta al ricordo di qualcosa di irrimediabilmente perduto.
Ognuno di questi uomini in cerchio insomma, anche se ora si ricompone e ritorna a correre, anzi a rincorrere l’oggetto scuro del suo desiderio, ha subìto l’effetto devastante dell’evocazione di un fantasma prigioniero nella propria mente.
I due amanti questa sera si lasceranno senza una ragione così come aveva cantato il Griot. E l’uomo con la borsa nera, dopo aver visto scorrere e cadere i suoi titoli in borsa, verrà attratto dal cassetto della scrivania dove ha riposto la pistola che ha comprato un giorno, più per esibirla che per usarla. Ma questo il Griot non lo canterà sui marciapiedi di New York o Londra, dove si svolge presumibilmente questa storia di possibilità.
Lui vocalizza solo canzoni d’amore.

Francesco Tontoli

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9 #cronacheincoronate

09 sabato Mag 2020

Posted by Loredana Semantica in #cronacheincoronate; #andràtuttobene

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#cronacheincoronate; #tuttoandràbene; il tempo del coronavirus, Antonella Pizzo, Flavio Almerighi

Prosegue il racconto dei giorni vissuti al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione i link agli altri post delle cronache incoronate precedenti. Oggi con me che racconto di fake news e poesia, la serena voce di Anna Maria Bonfiglio nella sua cronaca che infonde coraggio.

Vi ricordo che chiunque può proporre al blog Limina mundi (liminamundi@gmail.com) il proprio vissuto di questi giorni di epidemia e contenimento. Il turbamento, lo stravolgimento, il dolore ma anche lo spirito di resistenza, di reazione, e, talvolta il sorriso, nonostante tutto. Un modo per stare vicini, per allontanare la paura, per esorcizzarla. 

CRONACHE INCORONATE

LA SINDROME DELL’ESILIO DI ANNA MARIA BONFIGLIO

Oggi, 6 maggio 2020, dopo 70, dicasi settanta, giorni di domicilio coatto, ho provato a mettere il naso fuori dal portone di casa. Non è che scalpitassi per uscire, essendo già fuori dal contesto lavorativo e, a dirla tutta, non essendovi mai entrata in maniera stabile, sono abituata a trascorrere buona parte del mio tempo a casa, salvo spesa, qualche giornata di shopping, qualche sortita in pizzeria, incontri culturali e teatro. Dite che non è poco? Sì, è vero, ma non è neanche molto, in quanto le suddette attività sono spalmate nell’arco di un anno. Ma comunque, questo è, e va bene così. La permanenza a casa in continuativo e la paura del maledetto covid19, dopo le prime due settimane di ansia, non mi procurarono né insofferenza né nervosismo, né mi infastidì che il primo step di apertura ventilato per il 14 di aprile fosse stato procrastinato al 24 dello stesso mese e di seguito al 4 di maggio. Però, mano a mano che si avvicinava la data per la prima fase di apertura, cominciavo a prepararmi per uscire dalla tana: le mascherine c’erano, i guanti pure, era stata perfino attrezzata una pochette con fazzolettini e gel disinfettanti. Giunta alla domenica 3 marzo mi persuasi che fosse stato meglio evitare di uscire per la prima volta proprio il primo dei giorni che avrebbero visto la folla accalcarsi per le strade, a piedi o in auto, per visitare quelli definiti “propri congiunti” che contemplavano anche la quarta categoria di cugini, gli affetti stabili, i fidanzati, i conviventi, le unioni civili, i bambini con il girello, varie ed eventuali. Bene, meglio aspettare. Il martedì, appena alzata e dopo il caffè,  mi affacciai al balcone per sondare che aria tirasse. Era una giornata grigiastra, verso Monte Pellegrino una nuvolaglia offuscava il panorama. Uscire, ma perché avere tutta ‘sta fretta? Se si fosse messo a piovere? Se l’abbassamento di temperatura che aveva previsto il meteo si fosse presentato? Rischiare un raffreddore dopo tanta quarantena era da stupidi, in fondo ormai la strada verso la libertà era aperta, un giorno in più di chiusura non faceva la differenza. Senza contare che ancora non si avevano notizie precise sul reale effetto in termini di contagio dell’apertura del giorno precedente. Stavo entrando nella paranoia? Forse. Allora dovevo reagire subito. Ingolfata in guanti mascherina tracolla e shopper, entro in ascensore e approdo nell’androne. Spaesata, mi guardo attorno, sono ancora qui, dove tutto è come prima, solo che a me sembra nuovo, quasi estraneo. La mia macchinetta elettrica mi aspetta, la guardo e quasi mi stupisco di trovarla intatta, ma caricarmici su mi riesce più difficile, non trovo la giusta posizione, ho quasi dimenticato come manovrarla. Incontro due dei miei condomini, dico: sto uscendo per la prima volta, come se fossi resuscitata. Fuori dal portone avverto un lieve spaesamento, percorro il marciapiedi, aspetto il verde al semaforo, attraverso, arrivo al negozio dove di solito faccio gli acquisti casalinghi. I ragazzi mi salutano con calore, mi chiedono come sto, io dico bene bene, come fossi stata ammalata; compro quel che devo frettolosamente, fuori c’è gente che aspetta il turno, è buona norma non stare a trastullarsi guardando di qua e di là fra la merce. Ritorno a casa più rinfrancata, ancora una volta ho oltrepassato uno stallo psicologico, ancora una volta ho rimosso la mia fragilità emotiva. Ho superato la sindrome dell’esilio.

Ce la faremo

 

CRONACHE INCORONATE

Siracusa, 4 aprile 2020

LE BUFALE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS DI LOREDANA SEMANTICA

Qualche giorno fa ho condiviso sul mio profilo facebook una poesia di un (in)certo storico Eracleonte da Gela del 233 a.C. che mi ha inviata mio cognato via wathsapp, la messaggeria istantanea via web. La poesia è questa.

E’ iniziata l’aria tiepida
e dovremo restare nelle case
per le Antesterie
le feste dei fiori
in onore a Dioniso

Non usciremo
non festeggeremo
bensì mangeremo e dormiremo
e berremo il dolce vino
perchè dobbiamo combattere

Le nostre città lontane
ornamento della terra asiatica
hanno portato qui a Gela
gente del nostro popolo
un tempo orgoglioso

Queste genti ci hanno donato
un male nell’aria
che respiriamo se siamo loro vicini
il male ci tocca e resta con noi
e da noi passa ai nostri parenti

Il tempo trascorrerà
e sarà il nostro alleato
il tempo ci aiuterà
a guardare senza velocità
il quotidiano trascorrere del giorno

Siamo forti e abbiamo sconfitto molti popoli
e costruito grandi città
aspettiamo che questo male muoia
restiamo nelle case
e tutti insieme vinciamo.

Di questa poesia, a quanto pare, è risultato autore un certo Marcello Troisi, vivente, al quale vanno i complimenti per averla ben confezionata.
Prima di condividerla avevo cercato notizie col cellulare di questo Eracleonte e l’unico risultato era su un e book di google che adesso ho scaricato da pc.
Il libro in questione è *Memorie Istoriche di Sicilia* che narra di quanto è *accaduto in Sicilia dal tempo dei suoi primi abitatori fino alla coronazione del re Vittorio Amedeo* nel quale è citato un Eracleonte, sotto il paragrafetto “Primo concilio de’ Vescovi in Sicilia”. La corona c’entra sempre.
Riporto il passo a seguire riguardante Eracleonte.
“Mentre regnò Adriano, e la Romana Chiesa veniva governata da Alessandro Primo di questo nome, vogliono alcuni, che si fusse tenuto in Sicilia un Concilio di Vescovi per condannare l’eresia di Eracleonte discepolo dell’empio Valentino. Insegnava egli, che i Fedeli battezzati ancorché commettessero qualunque eccesso, non potevano più peccare, e rimanevano sempre in grazia: una sì perniciosa dottrina, trovò gagliardissima opposizione tra Prelati Siciliani, i quali avendone prima consultato il Pontefice Romano, si unirono poscia in Concilio Provinciale; e condennata avendo l’eresia di Eracleonte, lo dichiararono scomunicato.”
Considerato il regno di Adriano e il Papato di Alessandro Primo la vicenda si colloca intorno al 105 -116 dopo Cristo.
Tutto ciò per amore di approfondimento, per il quale non sempre si hanno tempo e strumenti adeguati.
Se cercate adesso su Google Eracleonte da Gela trovate molti risultati, tutti nel senso che Eracleonte non esiste. Che sia esistito uno storico Eracleonte autore di questa poesia è una bufala o fake news, cioè notizia falsa. Risulta, tra l’altro, che l’ha citata anche Zaia, Presidente Regione Veneto. Questi articoli riportano al suo reale autore, come ho detto all’inizio. Ora le bufale se ne conclude hanno un solo scopo. Balzare agli onori della cronaca. Chi se ne rende autore ha il suo attimo di gloria. Ingannando gli altri, gli artefici compiono il loro piccolo delitto di menzogna, per cui il resto dell’umanità si divide tra coloro che non ci sono cascati e coloro che invece sì, tra chi riprova e chi sbeffeggia.
Questo caso è innocuo, anzi forse benefico, si colloca tra gli scherzi buoni e la poesia mantiene il suo valore, altre bufale invece fanno danno. Gli autori andrebbero perseguiti, così tanto per togliere il gusto dello scherzo senza pensare alle conseguenze, dello scoop non verificato e del protagonismo. Quest’ultimo soprattutto uno dei mali del nostro tempo.
Sul coronavirus io ho scritto due sole poesie. Le riporto, nel caso qualcuno volesse citarmi tra duemila anni in tempo di pandemia Sono proprio mie, non le ho copiate e, inoltre, esisto veramente.

Vediamo oggi da quale distanza
da quanti milioni di anni luce
arriva la tua voce nuova diversa
sgusciata come la polpa di banana
dalla buccia esce tutta
compatta estranea intatta
inaspettata.

Qui stiamo col piede asciutto
fermo ma non in salvo ancora
chiusi rinserrati tra le mura
mentre fuori infuria la bufera
è un ciclone da allerta meteo
ma l’emergenza lo accantona
lo sovrasta e infuria più duramente
si perdono nei grandi numeri
le storie dei singoli
ma si capisce ugualmente
come famiglie intere
siano devastate dai lutti
dalla febbre.

E noi corriamo
come Erinni o Baccanti
su per i monti
corriamo infelici
lontano.

*

Dipingerò un campo di girasoli
nel mio prossimo quadro
una distesa di girasoli
accesi di giallo come il sole.

Un girasole per ogni caduto
di questo male

Il quadro è nato, finito quando il numero dei morti ha toccato il suo picco.

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Eveline

04 lunedì Mag 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Racconti

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Gente di Dublino, James Joyce, racconto psicologico

Ragazza alla finestra, Salvador Dalì, 1925

Nei racconti di Gente di Dublino, opera pubblicata nel 1914, lo scrittore irlandese James Joyce  vuole fornire una testimonianza emblematica dei personaggi della città di Dublino, nevrotici, alienati, ossessivi, frustrati, falliti nelle loro aspirazioni, incapaci di agire e di cambiare il corso della loro vita. Con Eveline, quarto dei quindici racconti della raccolta, inizia la serie dedicata all’adolescenza. Eveline è una ragazza di diciannove anni, che ha trascorso un’infanzia misera e triste, segnata dalla morte di un fratello amato, dalla pazzia e dalla morte della madre, dal disamore del padre, dalla povertà. Queste drammatiche vicende l’hanno segnata e le precludono il riscatto finale, portandola alla rinuncia passiva. Davanti alla prospettiva della fuga e al progetto di una vita più serena, confortata dall’amore di un giovane, Eveline si rivela incapace di scegliere, incarnando il tema, ricorrente nella letteratura del Novecento, dell’inettitudine e dell’inerzia di fronte alle scelte della vita. La ragazza rappresenta l’immobilità dei Dublinesi. Quel suo starsene sempre ferma, davanti alla finestra, poi aggrappata al parapetto della banchina, definisce la paralisi dell’animo. La salvezza per lei  è la figura di Frank, giovane buono e generoso, che le suggerisce la possibilità di una nuova vita. Il peso dei legami familiari e la polvere però opprime e uccide in lei ogni volontà di riscatto. Tutto intorno alla ragazza è polveroso e incenerito, gli oggetti della casa, il sentiero, le vecchie fotografie;  l’opprimente strato polveroso diviene inquietante metafora della condizione umana, in cui è soffocato ogni slancio verso la felicità. Il flusso di coscienza, tipico di Joyce, è reso attraverso il discorso indiretto libero o il monologo interiore. Il racconto inizia con alcune brevi annotazioni del narratore esterno che descrive un ambiente domestico modesto e triste. Dopo poche battute il narratore assume il punto di vista della protagonista che, alla finestra, osserva il buio della sera che pian piano invade la stanza. Tramite la focalizzazione interna infatti sono analizzati i più segreti moti dell’animo di Eveline. La fabula appare statica, quasi immobile, la voce narrante però interseca i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza con le prospettive della vita futura. I tre piani temporali si intersecano e si sovrappongono continuamente, rincorrendo il libero flusso dei pensieri della protagonista che riguardano l’infanzia, la casa, la brutalità del padre, i progetti di fuga con Frank, i ricordi della madre morente. A una prima lettura il racconto risulta caratterizzato dal registro realistico, per le dettagliate descrizioni. Si scopre, poi, che l’oggettività è solo apparente e che il carattere dominante della narrazione è quello psicologico. Nel racconto affiora di tanto in tanto il narratore onnisciente: ad un certo punto Eveline ascolta il suono di un organetto in strada e si sente lacerata interiormente perché è divisa tra la volontà di liberazione e il senso del dovere per aver promesso alla madre di prendersi cura della famiglia. Nella parte conclusiva del racconto si svolge l’azione vera e propria, Eveline è vittima di una paralizzante crisi di panico, che rivela la sua drammatica dimensione di “morte in vita”.

*

Stava seduta vicino alla finestra, a guardare le ombre della sera che calavano sul viale. Con la testa appoggiata contro le tendine, aveva nelle narici l’odore del cretonne polveroso. Era stanca. Passava poca gente. Passò l’uomo della casa in fondo che rientrava, e lei sentì il rumore dei suoi passi sull’asfalto del marciapiede, poi lo scricchiolare dei suoi piedi sulla cenere del sentiero davanti alle case nuove con la facciata rossa. Lì, una volta, c’era un prato, dove giocavano tutte le sere con gli altri ragazzi. Poi un tale di Belfast aveva comprato il terreno e su di esso aveva fatto costruire le case, non piccole case scure, come le loro, ma allegre case di mattoni rossi, con il tetto lucido. Tutti i ragazzi che abitavano nel viale andavano a giocare in quel prato – i Devine, i Water, i Dunn, il piccolo Keogh, lo storpio, lei, i suoi fratelli e le sorelle. Ernest no, lui non ci andava mai, a giocare: era troppo grande. Molte volte suo padre veniva a cacciarli via con il suo bastone di rovo; ma di solito il piccolo Keogh stava di guardia e quando lo vedeva venire dava l’allarme. Eppure sembrava che fossero piuttosto felici, a quei tempi. Suo padre non era tanto cattivo, in fondo; e poi c’era ancora la mamma. Era passato molto tempo, da allora; lei, i fratelli e le sorelle erano tutti diventati grandi; la mamma era morta. Anche Tizzie Dunn era morta, e i Water erano tornati in Inghilterra. Tutto cambia. Anche lei, adesso, stava per andar via, come gli altri, stava per lasciare la sua casa. La casa! Si guardò in giro per la stanza, vide ancora una volta tutti quegli oggetti familiari che aveva spolverato una volta alla settimana per tanti anni senza mai riuscire a capire da dove diavolo venisse tutta quella polvere. Forse non li avrebbe mai più visti, quegli oggetti familiari, dai quali non avrebbe mai immaginato di doversi separare. Eppure, in tutti quegli anni, non era mai riuscita a scoprire il nome del prete la cui fotografia ingiallita stava appesa al muro sopra l’armonium rotto, di fianco alla stampa a colori con la rivelazione alla beata Margherita Maria Alacoque. Era stato compagno di scuola di suo padre. Ogni volta che faceva vedere a qualche ospite quella fotografia, suo padre si limitava sempre a dire distrattamente: – Vive a Melbourne, adesso. Aveva acconsentito a andar via, a lasciare la sua casa. Aveva fatto bene? Cercò di considerare la questione da tutti i punti di vista. In quella casa aveva comunque un tetto e da mangiare; aveva intorno la gente che conosceva da quando era piccola. Certo che doveva faticare parecchio, a casa come al lavoro. Che cosa avrebbero detto, ai Magazzini, quando avrebbero saputo che era scappata con un uomo? Che era una sciocca, forse; e avrebbero messo un annuncio per rimpiazzarla. La signorina Gavan sarebbe stata ben contenta. La punzecchiava sempre, specialmente se c’era qualcuno che sentiva. – Signorina Hill, non vede che quelle signorine stanno aspettando? – Un po’ di energia, signorina Hill, per favore! Non c’era proprio da farci una malattia, a lasciare il negozio. Nella casa nuova, invece, in un lontano paese sconosciuto, sarebbe stato diverso. Sarebbe stata una donna sposata, lei, Eveline. La gente l’avrebbe trattata con rispetto, non l’avrebbero trattata come la mamma. Anche adesso, che aveva diciannove anni compiuti, le capitava di sentirsi minacciata dalle violenze di suo padre. Era per questo che le erano venute le palpitazioni, lo sapeva. Quando erano ancora piccoli, lui non se l’era mai presa con lei, come faceva con Harry e Ernest, perché era una femmina; ma poi aveva incominciato a minacciarla, a dirle quello che le avrebbe fatto se non fosse stato per la memoria della sua povera mamma. E adesso non c’era più nessuno a difenderla. Ernest era morto, e Harry, che lavorava come decoratore di chiese, era quasi sempre lontano, in giro. E poi le continue discussioni per i soldi, tutti i sabati sera, immancabilmente, le erano divenute ormai indicibilmente penose. Dava in casa tutto il salario di sette scellini, e anche Harry mandava quel che poteva, ma il dramma era farsi dare qualcosa da suo padre. Le diceva che era una spendacciona senza testa, che non era affatto disposto a darle i suoi sudati quattrini per farli buttare dalla finestra, e le diceva anche di peggio, perché di solito il sabato sera era di pessimo umore. Poi, finalmente, le dava un po’ di soldi, le domandava se aveva intenzione o no di comprare qualcosa per il pranzo di domenica. Allora lei doveva correre senza perder tempo a fare la spesa, e farsi strada a gomitate in mezzo alla gente, con il suo borsellino di pelle nera stretto in mano, e poi tornare a casa tardi, carica di pacchi. Aveva il suo daffare per mandare avanti la casa, e badare che i bambini, rimasti affidati a lei, andassero a scuola regolarmente e mangiassero nelle ore giuste. Un lavoro duro, una vita grama, eppure, adesso che stava per lasciare tutto quanto, già non le sembrava poi così terribile. Stava per cominciare un’altra vita, con Frank. Frank era molto buono, forte, generoso. Sarebbe andata via con lui, sul piroscafo che partiva quella notte, e sarebbe stata sua moglie, e avrebbero vissuto insieme a Buenos Aires, dove lui le aveva già preparato la casa. Se la ricordava benissimo, la prima volta che lo aveva visto: era venuto a pensione in una casa sulla strada principale, dove lei andava a trovare dei conoscenti. Le sembrava che da allora fosse passata soltanto qualche settimana. Lui stava al cancello, con il berretto buttato indietro e i capelli che gli cadevano sulla faccia abbronzata. Poi avevano fatto conoscenza. Lui l’aspettava fuori dai Magazzini, tutte le sere, e l’accompagnava a casa. L’aveva portata a vedere La ragazza di Boemia, e lei si era così emozionata, seduta vicino a lui, a teatro, in quei posti che non le erano abituali. Lui aveva una gran passione per la musica, e se la cavava anche a cantare. La gente sapeva che si volevano bene, e così, quando lui cantava quella canzone della ragazza innamorata di un marinaio, lei si sentiva sempre un po’ imbarazzata, ma era una sensazione piacevole. Lui per scherzo la chiamava Papavero. In principio, lei era molto suggestionata all’idea di avere un ragazzo, poi, in un secondo tempo, Frank aveva incominciato a piacerle davvero. Le parlava di paesi lontani. Aveva incominciato come mozzo, con una paga di una sterlina al mese, su una nave della Allan Line che faceva servizio con il Canada. Le diceva i nomi delle navi sulle quali aveva navigato, le descriveva le diverse mansioni a bordo. Aveva attraversato lo Stretto di Magellano, e le raccontava certe storie spaventose sui selvaggi della Patagonia. A Buenos Aires, diceva, aveva avuto un colpo di fortuna, ed era tornato in patria solo per una vacanza. Il padre di lei, naturalmente, aveva saputo di quella faccenda, e le aveva proibito di continuare a vederlo. – Li conosco bene, io, i marinai –, aveva detto. E un giorno avevano avuto un alterco, lui e Frank, e da allora lei si era dovuta incontrare di nascosto con il suo innamorato. Faceva sempre più buio, sul viale, e il bianco delle due lettere che teneva in grembo si faceva indistinto. Una era per Harry, l’altra per il padre. Il suo preferito era sempre stato Ernest, ma voleva bene anche a Harry. Negli ultimi tempi, suo padre stava invecchiando: se ne era accorta, e sapeva che gli sarebbe mancata. Anche lui sapeva essere gentile, a volte. Non molto tempo prima, un giorno che lei aveva dovuto stare a letto malata, lui era venuto a leggerle un libro, una storia di fantasmi, e le aveva abbrustolito del pane sul fuoco. Un’altra volta, quando c’era ancora la mamma, erano andati tutti a fare un picnic sulla collina di Howth, e ricordava che suo padre si era messo in testa il cappellino della mamma per far ridere i bambini. Il tempo passava, ma lei continuava a starsene lì, seduta vicino alla finestra, con la testa appoggiata alle tendine, respirando l’odore del cretonne polveroso. Lontano, giù nel viale, sentì suonare un organetto. Lo conosceva, quel motivo. Strano che fosse venuto proprio quella sera a ricordarle la promessa che aveva fatto alla mamma, la promessa di badare alla casa il più a lungo possibile. Le venne in mente l’ultima sera con la mamma malata: era lì al buio, nella stanza chiusa, dall’altra parte dell’anticamera, e fuori si sentiva suonare una malinconica canzone italiana. Poi avevano dato sei pence al suonatore dell’organetto per mandarlo via. Si ricordava di suo padre, che era tornato tutto fiero nella stanza della malata, dicendo: – Maledetti italiani! Proprio qui, devono venire! – e mentre ci pensava, sentiva dentro di sé, come un incantesimo, la visione penosa della vita della mamma, una vita di sacrifici quotidiani conclusa con la pazzia. Tremava nel sentire ancora la voce della mamma che continuava a ripetere con delirante insistenza: – Derevaun Seraun! Derevaun Seraun! Subito la prese un senso di terrore che la fece alzare in piedi. Fuggire! Doveva fuggire! Frank l’avrebbe salvata. Le avrebbe dato la vita, forse anche l’amore. Ma quello che voleva era vivere. Perché doveva essere infelice? Aveva diritto di essere felice. Frank l’avrebbe presa tra le braccia, l’avrebbe stretta forte tra le braccia. L’avrebbe salvata. Era lì, in mezzo a quella marea di folla, nella stazione di North Wall. Lui le teneva la mano, e lei si rendeva conto che le stava parlando, che continuava a ripeterle qualcosa sul viaggio. La stazione era piena di soldati, con i loro zaini di tela scura. Di là della tettoia, oltre la banchina, intravedeva la sagoma nera della nave, gli oblò illuminati. Non rispondeva alle sue domande. Si sentiva la faccia pallida e fredda, e in una vertigine di desolazione chiese a Dio di guidarla, di mostrarle quale fosse il suo dovere. La sirena della nave fischiò a lungo, lugubre, nella nebbia. Se partiva, il giorno dopo sarebbe stata in mare aperto, con Frank, in navigazione verso Buenos Aires. I posti erano già fissati. Poteva ancora tirarsi indietro, dopo tutto quello che lui aveva fatto per lei? Dall’angoscia, sentiva dentro un urto di nausea, e continuava a muovere le labbra in una muta, fervida preghiera. Il suono di una campana le batteva contro il cuore. Sentiva che lui la prendeva per la mano: – Vieni! Tutti gli oceani del mondo tumultuavano intorno al suo cuore. E lui la stava spingendo lì dentro, la faceva affogare. Si aggrappò con tutt’e due le mani al parapetto di ferro. – Vieni! No! No! No! Era impossibile. Le sue mani si aggrappavano freneticamente al parapetto. E, dal gorgo, lei gridò il suo tormento. – Eveline! Evvy! Lui correva di là della cancellata, e le gridava di seguirlo. Gli gridavano di andare avanti, ma lui continuava a chiamarla. Lei voltò verso di lui la sua faccia pallida, inerte, come un animale senza scampo. Non c’era amore, nei suoi occhi, non un addio, era come se non lo riconoscessero.

James Joyce, da Gente di Dublino

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8 #cronacheincoronate

30 giovedì Apr 2020

Posted by Loredana Semantica in #cronacheincoronate; #andràtuttobene

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#cronacheincoronate; #tuttoandràbene; il tempo del coronavirus, Cinzia Della Ciana, Francesco Smelzo

Prosegue il racconto dei giorni vissuti al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione i link agli altri post delle cronache incoronate precedenti. Oggi racconta la quarantena Cinzia Della Ciana in due video elaborati con Francesco Smelzo. Due performances poetiche sinestetiche: parole – suono – immagini. Il cielo in una stanza che segna la singolarità storico-religiosa della Pasqua 2020 e La primavera di Kant, la pandemia in chiave filosofica. Chiude una poesia di Cinzia Della Ciana dedicata alle donne vittime di violenza che la quarantena ha recluso nel luogo di pena. La mascherina come bavaglio. A loro la profonda solidarietà di tutte le autrici e autori del blog.

Vi ricordo che chiunque può proporre al blog Limina mundi (liminamundi@gmail.com) il proprio vissuto di questi giorni di epidemia e contenimento. Il turbamento, lo stravolgimento, il dolore ma anche lo spirito di resistenza, di reazione, e, talvolta il sorriso, nonostante tutto. Un modo per stare vicini, per allontanare la paura, per esorcizzarla.

CRONACHE INCORONATE

IL CIELO IN UNA STANZA – PASQUA 2020 DI CINZIA DELLA CIANA E FRANCESCO SMELZO

CRONACHE INCORONATE

PRIMAVERA DI KANT DI CINZIA DELLA CIANA E FRANCESCO SMELZO

CRONACHE INCORONATE

DONNE MASCHERATE DI CINZIA DELLA CIANA

Fossimo come loro
da sempre col velo
eleganti senza volto,
il molto ch’è tutto
se detto collo sguardo.
Noi nude emancipate
noi sfacciate con la patente del niente
ora sfacciate dal bavaglio
noi fragili incapaci di gestire il serraglio
basso lo sguardo
incerto e perso
– senza bocca non respira –
condensiamo solo vapore
negli occhiali da sole
masticando parole di paura.
Noi analfabete di femminilità
adesso sillabiamo a fatica.
Io fanatica di libertà ora
tifo per ogni diversa grammatica.

 

 

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Canto presente 45: Gianpaolo Mastropasqua

27 lunedì Apr 2020

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA

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Gianpaolo Mastropasqua, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

GIANPAOLO MASTROPASQUA

Introduzione e poesie tratte dall’introvabile DANZAS DE AMOR Y DUENDE (Editorial Enkuadres, edizione bilingue a cura di Julio Pavanetti y Francesca Corrias – fotografia di Dana De Luca, Valencia, prefazione di Luis Miguel Rubio Domingo, 2016)

 

ANTICHISSIMO E FUTURO AMORE

Amare è fermare il rumore del tempo, distendersi, fingersi morti nell’erba di una millimetrica nascita, porgere l’orecchio alla terra per ascoltare il battito del cuore del mondo, per sentire il soffio della profezia delle primavere e il grido di tutti i dispersi, all’unisono. Rialzarsi, innalzarsi a stento come neonati con l’attinta consapevolezza negli occhi e una nuova lingua da combattimento per rubare il frammento di futuro prima che diventi annuncio di maceria. L’uomo che sopravvivrà alla storia sarà l’uomo dal linguaggio ultimo, primordiale, l’uomo che avrà attraversato l’ustione dell’epoca rimanendone marchiato e indenne. Egli fonderà una nuova lingua, rapida come le nuvole, profonda come un oceano, danzante come una danza. Un essere che è ragazzo e abisso, poesia incarnata di alfabeti estremi, destino e duende. Egli sarà pontefice dall’uno all’altro da sé. Egli sarà poesia, egli sarà poesia perché non sarà più egli, sarà risonanza universale con l’anima degli uomini che hanno l’anima. Essere in poesia è penetrare l’oltrefemmina per entrare nel suo più intimo abbacinante segreto, amandola con tutto il corpo fino a perderlo, domando la materia fisica e metafisica anche a rischio di sprofondare interamente nei suoi lidi quintessenziali, anche a costo di farsi divorare intero dalla sua fame arcaica.  Giungere dunque, dove nessun altro è giunto, per allenarsi nella sua vertigine più numinosa, nel suo limbo più inaudito. Salire, risalire folle e sacro, atleta dell’ignoto nei piani dell’esistenza, per fuoriuscire olimpico, novella di massimi sensi, dinastia di ultime labbra. Essere il suo amante assoluto per essere il definitivo amore. L’unico a cui pur dettando ordini nuovi lei obbedisce costretta nel giogo di forze, nel campo stremato delle grammatiche dove ogni silenzio è una gravidanza, dove il suo letto d’inchiostro e biancofoglio è un regno trasformante, un patto metamorfico. Divenire, attraversando quelle lande mirabili e urlanti per essere il suo strumento sonoro e corporeo, la sua lingua traducente, il suo oltrepoeta. Tu, solo nel fuoco dell’essere libero, solo non temendo di scomparire vivo o riemergere morto tra le sue spire ancestrali potrai essere, solo non temendo la solitudine o l’isolamento dalla superficie del visibile lei potrà amarti e donarti il primo verso nell’arsi di un colpo d’ali spezzate. Non ci sono altre vie, altrimenti non esiterebbe un solo istante a divorarti, abbandonarti o tradirti e scomparire per l’eternità. Io che non sono io non scrivo per gli uomini, io scrivo per gli déi.

 

GGM – Siviglia, Via Alvarez Quintero 44, Venerdì 12 dicembre 2008

 

Labbra di Maiorca

Se non fossi pura come il nettare

delle ninfe terrestri, affamata

come la luna che divora i raggi

delle notti bianche, risveglierei l’alba

in un corpo d’acque semplici,

invece tu lama nel petto vibrante

accarezzi le corde più inaudite

del vento lirico, soffi nelle vene

con le tue dita d’arpa corrente

generi pianeti, occhi felici,

passaggi celesti, furie perdute

in taciturni di sguardi audaci

e poi baci sull’anima tremula

fino al tramonto irraggiungibile

dei sensi viandanti, sei il calice

ricolmo di primavere dove attingo

foreste di notturni e sillabe verdifoglia,

sei terra o volo dove voglio distendermi

e rotolarmi poema nudo della pioggia

per addormentarmi tra le lenzuola intime

del tuo sudore, con la faccia nel raccolto

dei tuoi monti negromanti lucidi

tu dell’universo il buio.

 

Ora catalana

Facemmo sogni definitivi e volgari

come figli o feti dalle vetrate

alzammo mondi circolari, tombe

a orologeria, genocidi apparenti

con mani predisposte o pazienti

come ladri vani, con case curate

fino al furto, fino alle rate.

E il mio amore giocherà a carte

con la morte, senza barare

tra le bare, amore amore

cosa rubo se non il tuo nome?

Ci stenderemo nel fiato delle strade

nelle volte delle chiese che respirano

nella quiete catenaria, come minerali,

come michelangeli d’aria tra le arcate

tra i colori monumentali di una specie

con le finestre più nere della pece.

 

Lamento della musa innamorata

Tu non sei fatto come un poeta,

mi prendi a calci, all’angelo

hai strappato le ali, tu vivi con i falchi,

della Grecia possiedi il corpo

senza fare nulla, e il sangue selvatico

dell’impero, occidentale e furia

tu non nasci nei cimiteri impolverati

e non hai dèi, né padri, né madri

giungi dalle strade tra i sud e la polvere

ora per riposarti vieni, in battaglia

come un capriccio nel mio letto

e mi fai fuoco con la tua fame di canti

mi prepari cospargendomi di aromi

e incensi, mi fai lucida, un altare

serri le vie di fuga con il tuo corpo

a corpo, mi uccidi di bianco

per farmi rinascere, senza tregua

e danzi perché danzino i millenni

nel mio ventre, ti fai spazio, paesaggio

e pietra, campanile, cappella, guglia

tu ripeti le architetture fino a Dio

volteggiando nelle cose, fai pioggia

col tuo duende, dissemini gli antenati

con il tuo battere oscuro, entri adulto

e non hai mai avuto paura del buio

tu non parli, hai una lingua ignota

vuoi scrivermi, mi apri libro e muori dentro.

 

Benedetta

In te si chiude la giovinezza come un libro

tra le palpebre dell’ultima pagina

mentre danzi perfetta e folle

con tutte le lettere degli alfabeti

e doni la scienza inconoscibile

della profezia, a queste mani

che devono tradurre presto

o morire, perché non sono più mani

e non più sono all’altezza di colpire

la luce, nel punto estinto dove la mente

diviene colpo di coda, arto, atto.

E tu non comprendi l’amore delle pareti

perché sei la casa dell’essere

la domanda abitata da tutte le risposte

come una figlia in gravidanza che ride,

sei tu la ferita da cui nacque il mondo

tu atomica e acerba, tu sei benedetta.

 

Karmica

Tu sei la mia anima e mi tocca

vivere senza, come una tomba

che cammina, un vizio vuoto.

Tu sei il mio corpo illuminato

e ora spento, nel sudario del letto.

Vago senza pupille nell’estate autunnale

nella schizofrenia delle stagioni

come una foglia volata

tra i piedi di Dio. Dove sono

i tuoi occhi neri e le dita rituali

che mi cullavano fino all’estasi?

Nessuna creatura comprenderà mai

i tuoi cento travestimenti, il respiro,

la strage dell’amore e del dolore

a ore, in quale celeste cantano

la tua voce di violino in fiamme?

Ritorno ogni resurrezione

al cimitero, raccolgo un fiore

di vento per Amelia e attendo il bacio

marziale, quel tocco illimitato

nel punto sciolto dove giace l’uomo

il cui nome fu scritto nell’acqua.

 

(Roma, Cimitero Acattolico)

 

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7 #cronacheincoronate

23 giovedì Apr 2020

Posted by Loredana Semantica in #cronacheincoronate; #andràtuttobene

≈ 1 Commento

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#cronacheincoronate; #tuttoandràbene; il tempo del coronavirus, Antonella Pizzo, Flavio Almerighi

Prosegue il racconto dei giorni vissuti al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione i link agli altri post delle cronache incoronate precedenti. Flavio Almerighi propone la sua Quarantena 33, che è proprio la trentatreesima di una serie di brevi cronache di questi giorni. Non si salva quasi nessuno dall’ ironia almerighiana, spinta fino al sarcasmo, sferza noi, se stesso e il mondo, diverte e si diverte, a volte, veramente. Antonella Pizzo contribuisce con tre suoi recenti testi poetici scritti in tema. È riconoscibile il taglio, un timbro a me noto, preciso e pulito della mia amica poetessa, la sua chiara voce.

Vi ricordo che chiunque può proporre al blog Limina mundi (liminamundi@gmail.com) il proprio vissuto di questi giorni di epidemia e contenimento. Il turbamento, lo stravolgimento, il dolore ma anche lo spirito di resistenza, di reazione, e, talvolta il sorriso, nonostante tutto. Un modo per stare vicini, per allontanare la paura, per esorcizzarla. 

CRONACHE INCORONATE

QUARANTENA 33 DI FLAVIO ALMERIGHI

Luis Sepulveda, ricordi Carolina quante volte La Gabbianella e il Gatto? Se n’è andato anche lui, oggi, per il coronaccio malefico. Intanto i dirigenti lumbard scalpitano, vogliono riaprire e turnà a lavurà; se ne sbattono i coglioni della salute pubblica e gli oltre undicimila morti (più della metà di tutte le vittime in Italia) non dicono nulla (ovvio, i morti non parlano) ai vertici e al loro presidente cerebroandato, o alla confindustria: quel che conta sono i ghelli (i danè) e se gli operi non sdrumano i padroni non guadagnano. Di fatto questa è la secessione, fra perquise e stragi di vecchietti nelle case di riposo. Quando si dice la faccia come il culo! Mi ritengo fortunato a non risiedere in Lombardia. Eh, scusate, oggi si ride poco, ogni tanto è bene mettere in moto il cervello, collegarlo e pensare una bella Norimberga nazionale. Andrà tutto bene a chi???? Dai, domani vado dal mio amico Djiangor a fare rifornimento di albi di Cronaca Vera, Jacula, Sukia e Corna Vissute, così domani si torna a ridere.

Siracusa, 4 aprile 2020

CRONACHE INCORONATE

COSE DI CASA NOSTRA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Non è che abbia sempre ispirazione per le cronache. La poesia risponde a un bisogno, anche le cronache. Specie inizialmente, quando il silenzio era troppo e servivano a stemperare l’angoscia, a incanalarla, come si fa col dolore. Nella quotidianità del giorno per giorno, passo dopo passo, per uscire fuori dal tunnel. Ora che altri, scrittori e no, noti o meno, più letti, visibili, apprezzati sono arrivati alla stessa “occorrenza”: scrivere per raccontare questi giorni, il mio desiderio mi sembra possa sedarsi. Cosa raccontare oggi della mia normalità? Mentre ci sono gli ultimi barlumi di prosa appesi sulla punta della lingua?
Due cose di casa nostra. Una molto vicina a me, l’altra molto lontana da me, ma che comunque mi appartiene. La pizza e il nostro Capo del Governo. Cominciamo dalla pizza. La pizza a casa mia è un must, un cult un leitmotiv. Mi sono sparata tutti gli inglesismi possibili per significare che è molto apprezzata. Sapendo che piace a tutti in famiglia, la sera di più sere di questa quarantena l’ho preparata. Dalla notizia letta in rete che il lievito scarseggia, ho capito che non è stata un’idea solo mia. Il fine di preparare impasti fragranti di forno è di questi tempi intermedio tra il nutrimento necessario e il consolatorio. Riguardo alla ricetta dell’impasto io ne ho una standard che uso da una ventina d’anni. Ultimamente sto sperimentando nuove proporzioni tra grammi di lievito e tempo di lievitazione. Riducendo i primi aumentando i secondi. Funziona. La pasta lievita ugualmente.
Il secondo punto all’ordine del giorno di questa cronaca è qualche nota poetica sul nostro Presidente del Consiglio. Sempre fine elegante e misurato, in questa circostanza eccezionale Giuseppe Conte sta riuscendo ad ottenere il consenso del paese, conquistando le donne e lasciando impressionati gli uomini per coraggio e determinazione. Non so a voi, ma a me fa venire in mente quella poesia della Dickinson che dice:

Noi non sappiamo mai quanto siamo alti
finché non ci chiedono di alzarci
ed allora, se siamo conformi al progetto,
le nostre stature toccano i cieli.

Nella tragica sfortuna di questo morbo bastardo, abbiamo avuto la fortuna di avere questo Presidente del Consiglio, che sta limitando fortissimamente la libertà di ciascuno, ma si intuisce che lo fa con l’alto senso di responsabilità della carica istituzionale che riveste, in nome dell’esigenza di salvaguardia della salute di singoli e collettività. Cioè il motivo per cui è ammissibile farlo in uno stato democratico. Non so il futuro, non ho la palla di vetro, ma adesso in questo momento, mi sento nelle mani di un uomo saggio, equilibrato, super partes, che sta lavorando duramente e non tirerà la corda del contenimento/protezione oltre la misura che la collettività alla quale appartengo può sostenere. Concludendo. Chi ha bisogno veramente (sto parlando di fame e salute) spero che chieda aiuto prima di deflagrare in gesti insani e ne riceva per quanto gli occorre, chi ha dovuto cessare le attività lavorative, professionali e commerciali, spero ne ottenga ristoro dagli stanziamenti previsti, ma senza precipitarsi come accattoni, se possono contare su propri risparmi, chi vive di delinquenza si licenzi, chi è approfittatore, squalo, selvaggio speculatore, spero che si converta alla bontà e potrei continuare…il senso è quello che si intuisce, sulla fiducia. Virate. Vade retro covid.
Tutto andrà bene.

CRONACHE INCORONATE

TRE POESIE DI ANTONELLA PIZZO

Aprile uno

lo strazio indicibile vorrei ora narrare
dietro ogni maschera una storia
sopra i letti i nudi corpi immobili
la solitudine schianta il desiderio di vita
il grido della croce riecheggia nei corridoi
quando incontrai il becchino
sfiorai il ridicolo con il mio andare a zonzo

chi cerca di contare i punti della piastrella all’uncinetto
tre alti tre bassi tre fili tre respiri tre spilli
una gettata una passata una chiamata nessuna risposta
chi augura buona pasqua e buone cose
chi legge la lista della spesa

il governatore dell’isola chiuse lo stretto
impedì ogni arrivo e partenza
farfalle smarrite in una stanza chiusa
crepe in uno spazio ristretto
tre parole in fila tre parole
immuni nostra salvezza.

Aprile due

Al ritorno della scampagnata la canzone andò sfumando
la compagine si sparpagliò per strada
le nacchere furono abbandonate sopra lo scaffale
qualcuno suggerì di fare una nuotata al fiume
un altro invece sognò di buttarsi in pigiama dentro l’oceano indiano
altri tuonavano di pirati dei caraibi e di squali tigre
qualcuno scavò una profonda buca all’isola del tesoro
e vi si nascose dentro fino al collo
un altro si arrampicò sopra l’albero del pane
un altro ancora sventrò un pipistrello nano e se ne fece un portachiavi ludico.

L’anno duemilaventi non cominciò nel migliore dei modi
un essere minuscolo che è e non è, vivente o non vivente
un misero mistero nel mistero si insinuò e intossicò i nostri giorni
finirono i baci e gli abbracci, finirono le feste e gli amori
le strette di mano, i batti cinque a palmo aperto
fu tutto un discutere di dati, un deserto d’argilla, fu un crepaccio
scafandri e tende d’isolamento
didattica a distanza e smart working
fa fame e buio, fu rissa e disperazione
processione di virologi
sapienti soporiferi maligni
un bimbo di Palermo partì per raggiungere il nonno.
noi restammo a casa ad attendere la fine.

Aprile tre
I
Ho camminato tanto, passo dopo passo
al limite delle forze
ho i piedi sanguinanti, trafitte le ginocchia
sento l’odore della sabbia e il rumore dell’onda che squassa l’aria
si butta senza freni sugli scogli
una nebbia mi ha colpita agli occhi
si è attaccata alle cornee e mi ha rosicchiato le immagini
una voce mi indica la direzione
segui il sentiero ad est, gira a nord poi scendi a sud, con un balzo supera l’ ostacolo
quanta fatica e quanto sforzo, a che ti serve il mare?
è solo tanta acqua, una distesa inutile di sale.
II
Accanto alla cima accanto alle contigue stelle
nulla risale nulla volge alla fine
se il serpente ingaggia la lotta
la fine arretra senza sconto di pena
avvolgi la mente in diafane parole
e sibila la coscienza inocula la mente
certe stelle vagheggiano il ritorno del satellite perduto in fondo alla galassia
che si rovinò alla fine dei tempi nel magnum magmatico primordiale

 

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VITE ORDINARIE di Franca Alaimo (Ladolfi Editore)

22 mercoledì Apr 2020

Posted by marian2643 in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Recensioni

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Anna Maria Bonfiglio, Franca Alaimo

Il romanzo di formazione di una donna che voleva spezzare le catene del perbenismo

Questo denso romanzo è la storia di un rapporto di affetto e di complicità fra due donne, due cugine, attorno alle quali s’intrecciano le vite di molti altri personaggi, sia dell’ambito affettivo-familiare sia di carattere occasionale, che hanno in qualche modo contiguità con le protagoniste principali. La narrazione inizia con l’attesa di una fine: Giovanna aspetta una notizia che sa essere funesta e l’attende prendendosi cura delle sue rose e divagando con la mente su alcuni ricordi. Comincia così a delinearsi la natura di questo rapporto parentale, che non si spezzerà mai se non con la perdita fisica di una delle due parti. Giovanna è stata una bambina vivace, intelligente e creativa, dotata di grande volontà e di acuta sensibilità; ha conosciuto molto presto la verità sulla sua condizione di figlia adottiva, ma ha taciuto, macerandosi nel desiderio di conoscere le sue reali origini e manifestando talvolta insofferenza verso i propri genitori adottivi. Ha un rapporto di affettuosa intimità con il padre, non così con Luisa, la madre, con la quale entra ben presto in conflitto. In questo triangolo familiare si configura il legame con la cugina Nina, di alcuni anni maggiore di lei, che con il tempo diverrà di reciproco scambio anche intellettuale. Iniziamo così ad entrare nell’apparato parentale di Giovanna, costituito da nonni, zii, cugini e affini, che cominciamo a conoscere man mano che sfilano davanti al corpo senza vita di Nina, riportando alla memoria di Giovanna tutto il passato. Rivedere la signora Cannella, amica della madre, apre il primo spaccato di ricordi: Giovanna, che è appena una ragazzina, accompagna la madre dall’amica e, non vista, ascolta le loro conversazione; scopre così che la mamma mette in discussione il suo aspetto fisico che ritiene affatto attraente. La giovane entra in conflitto con la madre, il suo carattere si fa indipendente e determinato, ribelle all’educazione repressiva che le si vuole imporre. E’ Nina, la cugina più grande, che la protegge e  le permette di vivere con lei le esperienze di donna adulta. In queste pagine, come in molte altre, l’autrice mostra una notevole vocazione  per la descrizione dei particolari: luoghi, figure fisiche, natura, tutto viene filtrato dal suo occhio attento ai minimi dettagli e questo definisce il codice stilistico del romanzo.

Il libro è suddiviso in venticinque capitoli, ognuno dei quali rilascia una tessera del mosaico che andrà a costituire il percorso di Giovanna dalla fase preadolescenziale alla maturità, e in questo senso uno snodo importante è il capitolo sette che descrive l’incontro della protagonista con la coetanea Costanza. Sono pagine particolarmente intense, che raccontano di un’amicizia vissuta come un’iniziazione in un’atmosfera di rigore mistico. Siamo nella settimana santa e Giovanna si trova con i genitori ad assistere alla processione del Venerdì Santo dai balconi della casa di Costanza. Chi ha avuto modo di conoscere e seguire almeno una volta questa pratica religiosa ritroverà in queste pagine la stessa emozione e la stessa contrizione che essa induce nell’anima di chi la segue. L’autrice ne fa una descrizione così dettagliata e partecipata, così figurativamente esatta da far sentire il lettore emotivamente presente. Tutto è rappresentato in forma minuziosa e realistica: i cestini con i petali di rose, il balcone adornato da una tovaglia di lino ricamata, la processione che esce dalla Cattedrale e sfila per il corso, il Cristo e l’Addolorata. Finita la processione, le due ragazzine si allontanano dai grandi per rifugiarsi nella camera di Costanza e scambiarsi le proprie confidenze. Qui si consuma metaforicamente il passaggio di Giovanna dalla condizione infantile allo stato dell’adolescenza; con l’acquisizione del drammatico segreto che Costanza confida all’amica e con la scoperta dei loro corpi nudi le due giovinette si avviano al loro destino di adulte.

Giovanna e Nina, pur amandosi, si scontrano sulle questioni dei principi morali e religiosi e sulla condotta di vita. La prima avverte fin dall’adolescenza l’esigenza di scavalcare l’educazione piccolo-borghese dell’entourage familiare, di affrancarsi dalla famiglia e di vivere nella libertà l’amore per l’arte; la seconda, pur avvertendo il cambiamento sociale in atto, non possiede l’energia intellettuale della cugina e resta imprigionata nei pregiudizi e nei tabù che le sono stati trasmessi. Il loro rapporto resta comunque integro e insieme attraversano la temperie del ’68, seppure con aperture diverse. Nina rimane permeata dal suo involucro convenzionale, Giovanna, ormai studentessa universitaria, frequenta i colleghi della contestazione e condivide i loro programmi, più per una forma di provocazione verso l’educazione ricevuta che per vero impegno politico. Il romanzo è anche la rappresentazione di una fetta di società piccolo borghese attraverso la cui esistenza è possibile conoscere, e per alcuni lettori ri-conoscere, usi e costumi di un tempo ormai superato ma anche la rete di affetti e di complicità che univa i componenti di una famiglia e i loro piccoli espedienti per la sopravvivenza e per il mantenimento dell’immagine sociale. La struttura formale di Vite ordinarie è organizzata in modo che ogni capitolo risulti una narrazione a se stante che, se estrapolata dal contesto, può essere letta come un racconto concluso. Costanza, La signora Cannella, La storia di Sebastian, Il giorno delle lumache, solo per fare degli esempi, vivono autonomamente pur essendo parte integrante del quadro d’insieme. Franca Alaimo compie con questo romanzo un percorso nel tempo, la sua Giovanna non fa bilanci, non si arroga nessun diritto di giudizio, prende atto del corso che ha avuto la sua esistenza e va avanti consapevole della ricchezza e delle perdite che la vita ha in serbo per ogni creatura e, alla fine, vince la scommessa.

Anna Maria Bonfiglio

 

 

 

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Epistole d’Autore 8

20 lunedì Apr 2020

Posted by Deborah Mega in Epistole d'Autore

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Dino Campana, Sibilla Aleramo

In un mondo digitale come il nostro ricevere una lettera cartacea è ormai una forma d’espressione d’altri tempi, un evento più unico che raro. La telematica e la capillarità della rete telefonica che consentono la trasmissione a distanza delle informazioni in tempo reale hanno reso immediata e veloce la comunicazione interpersonale. Sono lontani i tempi in cui, quando si scriveva una lettera, occorreva avere la pazienza di aspettare che arrivasse a destinazione e che giungesse la risposta. Eppure quell’attesa amplificava le emozioni, lasciava presagire la risposta, fortificava e rinvigoriva i sentimenti. Amore, affetto, amicizia, gioia, dolore, risentimento, dispiacere, follia sono i sentimenti veicolati dalle lettere, capaci di scuotere l’animo di chi scrive e di chi legge. La lettura di Epistole d’autore fornisce un ritratto insolito e inedito, per frammenti e dettagli, di uomini e donne celebri, svela segreti, rende più umani e veri i grandi del passato.

 

Sibilla Aleramo e Dino Campana 

Dino Campana e Sibilla Aleramo si incontrarono per la prima volta nel 1916 a Marradi, suo paese natale in provincia di Firenze. La Aleramo aveva quarant’anni, lui trentuno. Lei era ormai celebre per aver pubblicato il romanzo autobiografico dai forti contenuti femministi Una donna (di cui ho parlato qui) ed aveva avuto diverse storie d’amore. Lui non sopportava la mentalità del suo paese natio da cui spesso si allontanava per rifugiarsi in paesi lontani, fughe che si concludevano con il ritrovamento e il ricovero in manicomio per le crisi ossessive di cui soffriva da quando aveva quindici anni. I suoi “Canti Orfici” avevano ricevuto una discreta accoglienza ma erano stati molto apprezzati dalla Aleramo che gli aveva scritto una lettera perché sedotta dalla bellezza del suo capolavoro. Dall’incontro nacque una passione dolorosa e distruttiva per entrambi. Passato l’idillio iniziale infatti le ossessioni e i cattivi pensieri di entrambi presero il sopravvento nella loro storia. La follia di Dino era dovuta anche alla gelosia, perché conosceva gli amanti di Sibilla, Carrà, Prezzolini, Soffici, Papini. Lei diceva d’amarlo e probabilmente lo amava davvero. Vissero però un tormentato periodo di litigi e violenze che spaventavano chi vi assisteva. Nonostante ciò la loro storia d’amore continuò finché nel gennaio del 1917 le condizioni della malattia di Dino non peggiorarono, la Aleramo lo fece visitare da uno psichiatra celebre, il prof. Ernesto Tanzi ma successivamente Campana fu costretto alla reclusione in manicomio. Tra i due iniziò così un rapporto epistolare fatto di contraddizioni; Sibilla lo cercava e lo evitava, Dino la inseguiva senza trovarla finché ad un certo punto Sibilla non smise davvero di cercarlo. Lui morì nel 1932, a Castel Pulci, nell’ospedale psichiatrico dove era stato internato, mentre Sibilla continuò a scrivere fino al giorno della sua morte nel 1960. A testimonianza di questa passione devastante è rimasto il meraviglioso carteggio pubblicato in Un viaggio chiamato amore-Lettere 1916-18 da cui è stato tratto il film omonimo del 2002, diretto da Michele Placido e interpretato da Laura Morante e Stefano Accorsi.

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6 #cronacheincoronate

16 giovedì Apr 2020

Posted by Loredana Semantica in #cronacheincoronate; #andràtuttobene

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#cronacheincoronate; #tuttoandràbene; il tempo del coronavirus

Prosegue il racconto dei giorni vissuti al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione  i link agli altri post delle cronache incoronate precedenti. Hanno raccolto l’invito a contribuire Cinzia Della Ciana e Deborah Mega con propri testi  che oggi vi propongo. Chiude questo post una mia cronaca del 31 marzo dedicata al silenzio. Cinzia Della Ciana nel suo racconto sposa con levità la fantascienza, la citazione cinematografica e il surreale dei giorni nostri. Deborah Mega racconta l’esperienza attualissima e concreta  della  Didattica a distanza, che oggi si sperimenta, ma probabilmente, rivoluzionerà la scuola di domani.

Vi ricordo che chiunque può proporre al blog Limina mundi (liminamundi@gmail.com) il proprio vissuto di questi giorni di epidemia e contenimento. Il turbamento, lo stravolgimento, il dolore ma anche lo spirito di resistenza, di reazione, e, talvolta il sorriso, nonostante tutto. Un modo per stare vicini, per allontanare la paura, per esorcizzarla. 

CRONACHE INCORONATE

DELL’INQUIETITUDINE EXTRATERRESTRE DI CINZIA DELLA CIANA

Oggi ore 13, TG edizione speciale.
Dopo la sigla squillante la telecamera allarga sulla giornalista che sbatte ripetutamente le ciglia abbagliando gli spettatori con il suo sguardo ipnotizzato. Quindi implacabile annuncia:
“Oggi alle 8,30 tutti i video di computer, tablet e smartphone della nazione si sono accesi all’unisono. Sullo schermo di ognuno è apparso uno strano tipo che potete osservare sulla foto alle mie spalle: grande testa, collo periscopico e cuore luminescente pulsante di rosso. Il soggetto, non ben identificato ma dall’inequivocabile natura aliena, ha lanciato l’appello accorato che sentirete dal filmato che ci accingiamo a mandare in onda. Il tutto è al vaglio delle Autorità. Chiunque avesse avuto contatti con lui è invitato a rivolgersi al più vicino Presidio per consentire che si attivino i controlli del caso. Chiunque lo abbia avvistato ha l’obbligo di segnalarlo alla Pubblica Sicurezza, o anche semplicemente mandando un whatsapp al numero in sovraimpressione. Non c’è da allarmarsi, andrà tutto bene!”
Dopo di che un vocina  prendeva a fare eco  sgranata fra due occhi celesti.
“Salve sono E.T. , vi ricordate di me?  Sono E.T., l’ Extra Terrestre, quello che trentotto anni fa atterrò sul vostro pianeta con gli alieni botanici, che poi partirono scordandosi di me e abbandonandomi qui sulla Terra. Sono quello che a forza di dire  “Telefono Casa” ritornò a casa con l’astronave che venne a riprendermi.
Umani vi prego ascoltatemi, sono disperato!
Direte voi perché? Cerco di spiegarmi. Senza il permesso di soggiorno del Comandante alieno sono tornato sulla vostra pianeta, ma credo proprio che non dovevo farlo, non so perché, ma sono sicuro che ho sbagliato qualcosa, sono sicura che non è il momento.
E’ successo che qualche settimana fa mi sono affacciato alla Galassia P38 e ho visto il  Pianeta delle acque e dei boschi; così mi è venuta una grande nostalgia. Mi sono detto “quasi quasi prendo astronave di ricambio, faccio giretto, voglio vedere cosa combinano amici Umani. Questa volta voglio  però vedere cose nuove, basta America!”
Insomma volevo venire qui,  nel posto dove è nato l’umano che ha scoperto l’America, Colombo mi pare si chiami. E così sono atterrato in Italia.
Ma purtroppo ripeto qualcosa non va, è tutto molto strano e spero non sia colpa mia “non c’è nessuno in giro!”
Io era venuto per farmi nuovi amici, volevo mangiare la pizza, quella vera, mica quella della California, volevo vedere il Colosseo. Invece no, tutto è deserto, le strade sono vuote, tutto è chiuso, sbarrato.
Umani ho fame e non so dove mangiare, non so dove dormire, nessuno mi fa entrare né a casa propria né da altra parte, ma i bambini dove sono? E quel che è peggio è che l’astronave si è guastata!
Il primo che ho incontrato appena atterrato aveva una macchina bellissima con tante  luci colorate e scintillanti;  mi ha stoppato con la paletta e mi ha chiesto “Qual è il motivo del suo spostamento? Ha il modello? Se non ce l’ha  riempia questo!”
Io sono rimasto male, perché non pensavo che per un giretto mi ci volesse il permesso di soggiorno alieno. E mentre il mio cuore diventava rosso per tentare di comunicare telepaticamente con l’umano, questo è diventato all’improvviso bianco bianco, mi ha guardato come se avesse davanti la morte secca e, impaurito, è arretrato verso un altro umano che stava dentro la macchina. Gli ha sussurrato all’orecchio “Guarda qui come ci si riduce” e quindi ha ordinato “Ho capito non c’è dubbio, si tratta di spostamento per motivi di salute… ma non stia qui impalato, vada direttamente al Pronto Soccorso, subito circolare!!”
Ma perché dico non ha voluto fare amicizia con me?! Perché non ha voluto sapere come stavo dopo tanti anni che mancavo dalla Terra e senza chiedermi  nulla mi ha mandato dritto all’ospedale?!
Mi sono  incamminato sconsolato alla ricerca dell’ospedale. A un certo punto ho visto una fila di persone davanti a un negozio, uno di quelli che ha la croce verde in alto.  Ho pensato che forse lì avrei trovato riparo e mangiare. Ma la gente era strana, stava tutta in fila, tutta con la mascherina in faccia. Eppure quando sono sceso sulla Terra mi pareva che il carnevale fosse finito, altrimenti mi sarei portato la mia di mascherina. Tutti stavano distanti l’uno dall’altro, nessuno si parlava, tutti pensavano solo a fare alla svelta a entrare. Quando ho fatto per avvicinarmi ad uno, questi mi ha detto “Ehi fermati, deve rispettare la distanza, almeno a un metro da me, non mi venire addosso capito?!”
Allora ho esclamato “Mangiare” e un altro umano con il volto schifito ha replicato “Finiremo come te: tutti morti di fame! Ma vai a casa!”
Che scortesia a uno che è appena arrivato! Non ho voluto fare polemiche e me ne sono andato zitto zitto, molto triste.
In ogni strada in cui passavo leggevo solo cartelloni con la frase “Io resto a casa”.
Anche ai balconi e alle finestre strisce di carta ripetevano “Io sto a casa”.  Altri guardandomi dalle terrazze dicevano: “Casa, casa!”
Certo mi sono detto, questi umani non mi vogliono proprio!
Dopo aver percorso un lungo viale e in fondo svoltato l’angolo, sono arrivato davanti a un posto molto verde. Che bello! Ero tanto stanco e volevo farmi un pisolino sotto le piante, ma il grande parco era sbarrato con il lucchetto. Mi sono seduto sulla panchina, ma una donna con un cane piccolino al guinzaglio  che mi annusava,  mi ha fermato “Lo sa che è vietato sedersi?”.
Io allora mi sono fatto coraggio e ho detto “Casa”.
Lei mi ha risposto “Io  resto a casa” e poi quasi arrabbiata “Certo che io resto a casa, che domande? Ora sono fuori a far fare pipì a Puppy, ma la mia casa è qui, nei pressi.” Poi guardandomi male ha proseguito ”Senti lo so che vuoi fare la spia, ma io sono in regola, sono in prossimità della mia abitazione, a meno di 400 metri!”
Ma che vi è successo umani?! Dico, che vi è preso?
Camminando sono arrivato un po’ in periferia, anche lì niente macchine, grandi strade come autostrade senza nessun veicolo. Poi ho visto che c’era un capannone e fuori un serpente di persone lungo lungo. Mi sono detto “forse qui posso trovare qualcosa di buono”.
Mi sono fatto coraggio. La fila girava intorno al capannone quasi due volte come una coda arrotolata. Tutti sempre con le mascherine, ma questa volta avevano anche un carrello. Ho creduto che solo quelli col carrello dovessero fare la fila e quindi sono passato avanti a tutti. Stavo per entrare quando delle grida selvagge mi hanno insultato “Ma dove vai? Mettiti in fila extra comunitario del cavolo!”
Io ho detto “Sono extra terrestre senza carrello”.
Ma la gente si agitava fino a che è uscito dalla porta automatica un umano nero tutto vestito di nero che mi ha dato dei guanti e mi ha invitato a metterli alla svelta aggiungendo di entrare veloce perché si doveva  evitare la rivolta.  Ma io ho le dita lunghe e i guanti non mi entravano. L’umano spazientito ha sentenziato”Non può entrare, mancano le misure minime di sicurezza!”
Umani no, non si si può vivere così! Io non ce la faccio, proprio non posso!
Ho provato a prendere una bicicletta abbandonata per farmi una pedalata in cielo e vedere un po’ se dall’alto le cose cambiavano, ma mi sono scontrato con un drone impertinente che mi ha inseguiva e non riuscivo a staccarmelo da dietro.
Basta! Io Umani io “Telefono Casa”.
“Casa” sì, voglio una casa, la mia però, che mi vengano a prendere.
In questa  Vostra Terra mai più, mai più!

CRONACHE INCORONATE

LA SCUOLA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS DI DEBORAH MEGA

Insegno ormai da ventiquattro anni ed è una delle esperienze più belle che mi siano successe nella vita. Ogni giorno ripeto meccanicamente la stessa sequenza di azioni che mi conducono ad essere in classe, a salutare i miei alunni, a organizzare la giornata scolastica al meglio delle mie possibilità ed energie. Uno degli aspetti più belli del mio lavoro è che non esiste una giornata uguale alla precedente: ogni giorno si imparano nuove cose, ci si mette alla prova, si resta soddisfatti per qualche ragione oppure insoddisfatti, si calibra un intervento educativo mettendosi in discussione, ci si mette nei panni degli studenti per presentare e spiegare nella maniera più adeguata un argomento. Raramente, nel mio caso, si interviene per punire, più frequentemente si interviene per premiare un comportamento positivo. Considero i miei alunni come se fossero figli miei, li tratto senza distinzioni e sento che loro avvertono l’empatia di cui sono capace. Ora, di punto in bianco, il 5 marzo scorso ho scoperto, con inspiegabile sgomento, di non poter ritornare a scuola a compiere il mio dovere. Immaginate di essere persone estremamente abitudinarie, di compiere lo stesso tragitto anche stradale, con le stesse procedure per tantissimo tempo, di essere sempre presenti ad un dovere (piacevole) e scoprire ad un tratto che non è più possibile svolgerlo nello stesso modo. Inizialmente, e sfido chiunque ad affermare il contrario, tutti noi docenti abbiamo provato un senso di precarietà, di spaesamento, di abbandono. Occorreva però affrontare la nuova situazione e il nuovo scenario che si originava dalle macerie di un’istituzione che, a causa della promiscuità e dell’impossibilità di far rispettare le distanze di sicurezza previste, poteva essere eccellente luogo e veicolo di contagio. La nuova didattica, definita Didattica a Distanza (DAD), per un primo periodo non è stata resa obbligatoria anche se io, forte di una buona padronanza nell’uso dei mezzi tecnologici grazie ai blog che gestisco, a diversi corsi di formazione e ad una certa caparbietà caratteriale, ho ritenuto di attuarla immediatamente. Ho compreso che occorreva rimboccarsi le maniche e trovare il modo di arrivare ai miei alunni per stabilire nuovamente un contatto, una connessione. La prima emergenza è stata infatti quella comunicativa: farsi vedere, di qui la necessità di presentarsi sempre in ordine, vestita, truccata, farsi ascoltare, spiegare a viva voce, fornire istruzioni didattiche, sostenere e motivare a distanza i miei studenti. Ho tre classi, una prima, una seconda e una terza classe di scuola secondaria di primo grado, in cui insegno italiano. Immediatamente dunque, rispettando il mio orario di servizio e la successione giornaliera delle discipline che insegno (grammatica, antologia, epica, letteratura, latino), ho fissato il nuovo orario che avrei rispettato. Ho eliminato solo la prima ora e la sesta perché il buon senso mi suggeriva di fare in questo modo. La decisione in effetti era quella giusta perché in seguito è stata confermata dalla mia dirigente durante il primo Collegio dei Docenti che abbiamo tenuto in videoconferenza su Zoom. La scuola in cui insegno non aveva attivato la Google Suite, una piattaforma di applicativi Google con cui creare classi virtuali, effettuare videolezioni in sincrono con gli alunni e tanto altro. Così ciascun docente si è attivato a suo modo, secondo il proprio spirito di iniziativa, le proprie competenze tecnologiche, il proprio intuito. La classe docente come tutte le categorie è variegata, però ciascuno, a suo modo, ha cercato di stabilire un contatto con i suoi alunni, con Whatsapp, Skype, Telegram, Google Suite, diffondendo il proprio numero di telefono e rinunciando spesso alla propria privacy. Posso dire che è stato bellissimo rivedere i miei alunni e sono certa che anche loro abbiano apprezzato lo sforzo di noi insegnanti. Ho creato o fatto creare diverse chat di Whatsapp per ristabilire la connessione con i miei alunni, il problema da risolvere però era quello di organizzare delle videolezioni. Dapprima ho utilizzato Google Hangouts che sembrava uno strumento valido, bastava che i ragazzi lo installassero sui loro telefonini o computer e che accedessero tramite un codice che io avevo generato e che inviavo loro su Whatsapp. Dopo le prime due lezioni però, quando cominciavano ad affacciarsi tutti i miei alunni, ho scoperto che la linea supportava solo una decina di alunni. Successivamente dunque ho preferito usare Skype con cui mi sto trovando benissimo. I tempi della DAD sono più stretti rispetto alla lezione classica, per cui si selezionano ulteriormente i contenuti significativi e si propongono compiti di realtà mirati per permettere il raggiungimento di determinate competenze. È stato dunque ripensato tutto il nostro modo di fare didattica. Dalla classe tradizionale con cattedra sulla pedana, lavagna d’ardesia, carte geografiche appese, si è passati alla classe aumentata con l’introduzione di Lim, portatili, tablet, registri elettronici, ebook per giungere alla classe liquida, esplosa, provvisoria, di questa lunga quarantena, secondo la definizione di Bauman applicata alla società contemporanea. Certo è che il lavoro sommerso è aumentato ulteriormente, perché occorre ancora più tempo per preparare lezioni, caricare allegati, materiali, registrazioni audio, link da visionare, correggere i compiti che i ragazzi ci inviano a tutte le ore del giorno e della notte. Molte famiglie si sono trovate in difficoltà perchè non tutti possono usufruire di computer e di giga per le connessioni. A questo proposito, la scuola ha fornito computer in comodato d’uso e perfino giga nei casi di difficoltà, inoltre ha attivato la Google Suite di cui, a breve, scopriremo tutte le potenzialità. Un’ulteriore conferma però l’ho avuta: i ragazzi responsabili e propositivi lo sono anche in tempo di DAD e quelli più sfaticati e meno volenterosi lo sono ancor di più. #andràtuttobene

CRONACHE INCORONATE

Siracusa 31 marzo 2020

IL SILENZIO AL TEMPO DEL CORONAVIRUS DI LOREDANA SEMANTICA

Una cosa strana che non riesco a spiegarmi è il silenzio. In questo mondo urlante di sgomitatori da palcoscenico. Narcisi scalmanati, tuttologi, fidanzatine e virago, bulletti, trascinatori, ganzi, stronzi, casanova. C’è stato per molti giorni un grande silenzio. Io non parlo di adesso, ma di prima, di quei giorni immediatamente precedenti e immediatamente successivi a quando Giuseppe Conte la prima volta parla alla Nazione della necessità di provvedimenti restrittivi. Ve lo ricordate? Non dice praticamente niente. Non spiega. Non giustifica. Non anticipa. Convoca tutti istituisce le zone rosse, ha una faccia indefinibile tra “Cosa posso dire?” e “Devo farlo perché devo farlo” e niente. Solo ringraziamenti al personale medico, operatori sanitari, medici, ministro della salute. Lascia la parola al Ministro della salute, il quale a sua volta non fa che ringraziare. Il Governo è stato il primo portatore del grande silenzio. Dal silenzio comprendo la gravità del problema. E il silenzio dominava anche qui su facebook, sempre così pronto a farmi sapere di tutto, prima dei notiziari, prima che abbia il tempo di leggere i giornali. Silenzio. Sembrava che il coronavirus avesse tutta la sua gravità di problema nel silenzio. Una sospensione panica, un senso d’attesa prima della catastrofe. Il mondo che girava intorno costretto a fermarsi a forza di decreti. E poiché la morte non giungeva alle nostre porte, anche abbastanza incomprensibilmente. C’era chi urlava ch’era stupido tutto ciò che l’infezione da Coronavirus era solo una banale influenza e, siccome gridava, sembrava più vero del silenzio. O meglio sembrava silenzio anche l’urlo. Tutto intorno si chiudeva in isolamento, contenimento, distanziamento sociale. Come nei film prima di un attacco quando si blinda l’astronave. Scudi protonici. Barriere respingenti. Si fa buio, le paratie scorrevoli in un clangore metallico serrano i boccaporti. Perché tutto tace? Possibile che dentro gli ospedali nessuno senta il bisogno di raccontare, i parenti, gli amici? Dove sono gli ammalati? E dove sono tutti questi morti? Dovranno forse venire? Quanto si espanderà il male? Chi è contagioso il vicino, il parente, il passante? Da dove giunge l’attacco che può essere fatale? È veramente giunta la mia ora? Forse erano queste le domande che aleggiavano sospese. Un grumo di interrogativi. Il missile appena partito non si sa dove va a colpire, ma gli osservatori con gli strumenti giusti sanno in anticipo qual è l’obiettivo. E anche qui ben presto si capisce che il cuore ferito dell’Italia infetta è lombardo. Quel cuore s’incendia di fuoco e di dolore. E via via altrove altri focolai, ma almeno finora non con quella virulenza. Schegge infuocate dappertutto. Poi al silenzio è subentrato un gran parlare. Tutti parlano della pandemia, statistiche decessi, effetti sull’economia. Ancora adesso siamo dentro l’analisi, l’informazione, il racconto. È il modo con cui il mostro si affronta, si esorcizza. Si comunica e perciò si metabolizza. Non siamo più sull’orlo dell’abisso ma dentro l’occhio del ciclone e perciò consapevoli, che, se anche sconquassati, il vortice ci sputerà.
E nel gran parlare che si oppone al silenzio precedente c’è tutta l’ansia accumulata, il dolore introitato, l’impegno dei professionisti, la lotta strenua degli operatori, il nostro essere umani, ancora più umani, ancora più fragili, estremamente simili. Bambini arraffoni e inconsapevoli. Carenti di pace interiore.

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Canto presente 44: Giovanni Ibello

13 lunedì Apr 2020

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA

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Giovanni Ibello, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

GIOVANNI IBELLO

Da “Dialoghi con Amin” (plaquette fuori commercio stampata dalle edizioni del Premio Città Fiumicino, 2018)

*

Utero incendio

Amin, il volo a trapezio dei cormorani è un alfabeto senza luna. Avrai una stella di cenere sul fianco, uno stecco di mezzaluce. Una spilla conficcata nel cuore di neve, la tua parola sarà l’inganno, la Mesopotamia dell’invisibile: uno che batte furiosamente il viola dei polsi sulla rena. Fermati, fermati primavera.

 *

La parola era il nostro Yucatan.

*

 Sonno pulviscolare

Sei smarrito nel cimitero della sete. Amin, sei solo come la sfinge. Devi scornarti con l’assoluto, con il rinoceronte nero. Troveremo il dio delle cose lontane, troveremo una foresta di spine nel buio oltremare. Notte di canicola e di antenne. Sei smarrito nel santuario delle nebbie. In un rammendo di secondi luce ti pieghi sulle ginocchia, mescoli il sangue e l’acquavite. Dicevi: “Verrà la fine, verrà… la chiromante delle ustioni.”

 

Da Turbative siderali (Terra d’Ulivi, 2017)

 

Di quello che sognavi veramente

non resta che un silenzio siderale

una lenta recessione delle stelle

in pozzanghere e filamenti d’oro,

il riverbero delle sirene accese

sui muri crepati delle case.

Così dormi, non vedi e manchi

il teatro spaziale delle ombre.

Il desiderio è l’ultimo discanto.

Ma quanti gatti si amano di notte

mentre l’acqua scanala nelle fogne.

 

*

 

Anche tu la chiami morte

questa armata silenziosa senza lume?

Questa rete di spade

incrociate sopra i corpi,

l’antilope che si ritira tra i canneti.

La preghiera del giorno: siamo muti.

Tutto si separa per venire alla luce.

 

Giovanni Ibello (Napoli, 1989) vive e lavora tra Napoli e Lucca come avvocato. Si occupa di privacy e diritto informatico. Nel 2017 pubblica il suo primo libro, Turbative Siderali (Terra d’Ulivi edizioni, con una postfazione di Francesco Tomada). Nello stesso anno l’opera vince il “Premio internazionale di letteratura Città di Como” come Opera Prima, risulta finalista al “Premio Ponte di Legno Poesia”, al “Premio Poesia Città di Fiumicino” (come Opera Prima) e al “Premio Camaiore Proposta – Vittorio Grotti”. Il lavoro è stato recensito su diverse riviste letterarie e lit-blog italiani. È redattore della rivista «Atelier» (sezione online) e collabora con il blog di poesia della Rai di Luigia Sorrentino. I suoi versi sono stati tradotti in sei lingue tra riviste, blog e volumi antologici di poeti italiani all’estero. Nel 2018 vince il “Premio Poesia Città di Fiumicino” per la sezione “opera inedita” con il poemetto “Dialoghi con Amin”. Il poemetto è stato tradotto e pubblicato in Russia nella collana “Contemporary italian poetry” diretta da Paolo Galvagni per l’editore Igor Ulangin.

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La Pasqua di Angelo Maria Ripellino

12 domenica Apr 2020

Posted by Loredana Semantica in Rose di poesia e prosa, SINE LIMINE

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La pigrizia di Cristo che si sveglia dal sepolcro,
la sua sghemba goffaggine di orso ferito,
il suo stiracchiarsi dal sonno, e la testa
pesante come quella di un infermo,
portato a un concerto dopo mesi di letto.
I suoi occhi intrisi di nera muffa,
le braccia sottili come lunghissimi ceri.
E un giornalaio che strilla: «Mala Pasqua»,
l’albagía dei badchónim e dei gavazzieri,
che cantano la storia della sua morte,
e venditori che spacciano i suoi santini,
i chiodi e il legno della croce, e la rossa garza
che coprí le sue fístole,
e il bàlsamo e i lini.
La nausea di perdonare, di fingersi forte,
la nausea di essere Cristo,
fratello di Lazzaro.

La poesia di Angelo Maria Ripellino è stata oggetto di commento su questo blog qui

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5 #cronacheincoronate

09 giovedì Apr 2020

Posted by Loredana Semantica in #cronacheincoronate; #andràtuttobene

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#cronacheincoronate; #tuttoandràbene; il tempo del coronavirus

Prosegue il racconto dei giorni vissuti al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione  i link agli altri post delle cronache incoronate precedenti. Hanno raccolto l’invito a contribuire con proprie cronache Anna Maria Bonfiglio e Deborah Mega. Il loro racconto è pubblicato qui a seguire.

Vi ricordo che chiunque può proporre al blog Limina mundi (liminamundi@gmail.com) il proprio vissuto di questi giorni di epidemia e contenimento. Il turbamento, lo stravolgimento, il dolore ma anche lo spirito di resistenza, di reazione, e, talvolta il sorriso, nonostante tutto. Un modo per stare vicini, per allontanare la paura, per esorcizzarla. 

CRONACHE INCORONATE

CONSIDERAZIONI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS DI DEBORAH MEGA

Sembra di rivivere i tempi del diluvio in attesa di lanciare la colomba che non torni ad indicare che la Terra è divenuta nuovamente vivibile. Attraversiamo un momento di panico e di grande difficoltà a causa del dilagare di un virus di origine sconosciuta. Ha un nome regale, Coronavirus, che fa pensare a monarchi e regine dai vestiti sontuosi, ma che abbatte, in modo terribile e a volte irrimediabile, fisici e coscienze. Non ho mai vissuto un evento simile, i miei mi hanno sempre raccontato della Spagnola, un’altra pandemia influenzale responsabile di elevata mortalità che, dopo la grande guerra, tra il 1918 e il 1920, uccise decine di milioni di persone in tutto il mondo. E ora, anche noi, per non farci mancare niente, stiamo conoscendo un’influenza fortemente infettiva ma democratica, talmente potente da uccidere e, nel migliore dei casi, da cambiare le nostre abitudini di vita. Quando una persona infetta starnutisce o tossisce, una miriade di particelle virali potrebbero diffondersi nelle vicinanze. Ecco dunque la necessità di mantenere la distanza di sicurezza e di evitare il contagio restando in casa, fra le mura domestiche di cui tra poco assumeremo il colore. Non dovremmo neanche lamentarci perché non siamo in trincea, abbiamo tempo e cibo a volontà, libri che non abbiamo mai il tempo di leggere, abbiamo internet, piattaforme di didattica a distanza per dimostrare che, oltre a tutto il resto, siamo anche docenti tecnologici. Ma c’è uno strumento che è diventato più necessario di qualsiasi altro: la mascherina. Mi viene in mente la coppia Sordi/Vitti in Polvere di stelle quando si esibivano nella loro canzone d’avanspettacolo Ma ‘ndo vai se la banana non ce l’hai! Il nostro attuale oggetto di culto è diventata la famigerata mascherina, divenuta più necessaria del pane e del profilattico, uno dei dispositivi di protezione individuale su cui c’è anche chi specula, approfittando del momento di panico generalizzato. Mentre ci aggiriamo come zombie, da una camera all’altra, l’incertezza è divenuta una condanna mentre la noia, di questi tempi, è la cosa migliore che ci possa accadere. Attendiamo che si esauriscano i giorni della quarantena e potremo tornare ad abbracciarci con affetto sincero o con ipocrisia neanche troppo celata, passerà questo momento e torneremo ad inquinare ambiente e rapporti con la solita bastarda indifferenza. Andrà tutto bene. #andràtuttobene

CRONACHE INCORONATE

IL RACCONTO DI ANNA MARIA BONFIGLIO

Il giorno che presi coscienza del fatto che Covid19 aveva raggiunto l’Italia fui presa da uno di quegli stati di ansia che mi assalgono quando mi accade qualcosa che non posso controllare. Era un sabato e la televisione mandava le immagini di una gran folla di gente che lasciava la Lombardia per scendere verso il sud. Andai a letto agitata e nel mezzo della notte mi svegliai con il respiro che mi stringeva il petto: cosa ci aspettava, cosa “mi” aspettava, ero sola, se fossi stata male chi mi avrebbe aiutato dal momento che nessuno poteva raggiungermi? Provai a praticare per qualche momento una sorta di training autogeno e a poco a poco l’ansia si acquietò e potei riaddormentarmi. Al mattino mi svegliai con la preoccupazione di trovare un modo di organizzarmi per poter sopperire a tutte le necessità della vita di ogni giorno. Avvolsi una sciarpa attorno al collo e mi diressi in quella specie di bazar situato vicino casa per procurarmi il gel disinfettante per le mani, i prodotti igienizzanti per la casa, i guanti e le mascherine. Adesso si presentava il problema della mia collaboratrice domestica: avrebbe potuto e voluto continuare a venire? Ed io ero sicura di volerlo? Non ne ero sicura ma ne avevo bisogno, e il dubbio mi tormentava. Il giorno dopo Patrizia si presentò come ogni martedì ed io, confesso, mi sentii sollevata, igienizzò tutto e mi assicurò che lo stesso aveva fatto a casa sua e nella sua auto. Dieci anni di collaborazione mi davano fiducia nella sua correttezza e dunque il primo passo verso una pianificazione del nuovo corso di vita era fatto. Adesso bisognava pensare all’approvvigionamento delle derrate alimentari. Il mio supermercato di riferimento per due giorni fu telefonicamente irraggiungibile, dopo tentativi multipli riuscii a contattare la responsabile, con la quale avevo da tempo ottimi rapporti, e con lei stabilimmo le modalità per poterci mettere in comunicazione e farmi consegnare la spesa a domicilio. Sopraggiungeva ora il problema di accogliere adeguatamente il rider; mascherina io e mascherina lui, guanti io e guanti lui, pos per la carta bancomat, sacchetti sulla soglia di casa e amen, era andata. Non so in grazia di che cosa, ma dopo quel momento ebbi la sensazione che si fosse squarciato un velo e che finalmente potessi vedere la limpidezza del cielo. Quello che mi accadde però fu di cancellare dalle mie abitudini la cura del mio aspetto esteriore: abituata a vestirmi convenientemente e a truccarmi anche se restavo in casa, mi ritrovavo senza alcuna voglia di perpetuare le mie abitudini, anzi evitavo lo specchio e mi sentivo carica di tutti i miei anni come non mi era fino a quel momento successo. Non leggevo, non scrivevo, rifuggivo tutta la retorica mediatica e naturalmente non vedevo nessuno, essendo i miei familiari residenti in altre città e alcuni proprio in Lombardia, cosa che mi inquietava parecchio. Così passarono sei settimane e mezzo.
Il 5 aprile, Domenica delle Palme, seguii in tv la celebrazione della Messa a San Pietro, vidi la stanchezza e la tristezza nello sguardo spento del Papa, e la desolazione di una cerimonia che improvvisamente cancellava gli sfarzi e le folle. Eppure Francesco era lì e ci parlava, mestamente, dolorosamente, stava nella sua parte. Pensai che era quello che dovevamo fare tutti e decisi che dovevo sterzare, lasciare la trazzera che avevo infilato e rimettermi sulla carreggiata principale. La mattina dopo mi lavai e mi acconciai i capelli, mi truccai e indossai un maglione rosso granato, poi accesi il cellulare e registrai un video: “Oggi ho deciso di dare una svolta alle mie giornate”. In quel momento realizzai che avevo vissuto un “lutto”, la perdita di qualcosa di immateriale a cui non sapevo attribuire un nome e, per l’ennesima volta nel difficile cammino della mia vita, sperimentai le risorse inimmaginabili dell’essere umano, creatura camaleontesca che riesce a trovare la pelle giusta per adattarsi e sopravvivere.
Ce la faremo.

Siracusa 29 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

LE VIDEOCHIAMATE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS DI LOREDANA SEMANTICA

Ieri mentre pulivo il viale che attraversa il giardino (più viale che giardino) arriva una chiamata. Al rientro mi avvisa mio figlio (nonricordoqualedeidue) “Mentre eri fuori ha squillato due volte il telefono” ed io “Ma perché non mi avete chiamato?”. Controllo la rubrica e vedo che il chiamante è un mio collega pensionato che conosco da una vita. Gli mando un messaggio WhatsApp “Come stai Gaetano? Noi qui tutti bene”. Avevo appena finito di scrivere il messaggio che arriva una sua videochiamata. Rispondo e lo vedo sullo schermo. “Ciao, Gaetano, come va?” E lui ” Ciao, ma perché prima non hai risposto?” Ora c’è da dire che io e il collega ci stimiamo a vicenda, io in particolare apprezzo di lui la franchezza, ma non c’è poi tutta questa gran frequenza e credo di essere libera di farmi la doccia, non sentire lo squillo, avere letteralmente le mani in pasta o stare in giardino a spazzare il viale, senza per questo dover dar conto a chi mi chiama al cellulare. Credo. Ma Gaetano è così, se ha da farti una domanda che per risposta meriterebbe “ma sono pure fatti miei!” te la fa. Ovviamente gli rispondo con la verità. Io sono mite e i miti rispondono sempre. Così, mi sembra, il grande Dostoievskij. Gaetano mi dice “Ma non ti vedo, è tutto buio” ed io “Sì, sono in camera mia a luce spenta. Aspetta va che l’accendo” Accendo la luce e mi vedo anch’io nello schermo in un quadratino più piccolo sovrapposto all’immagine di Gaetano. Lui sorride. Io ho i capelli inguardabili, ma la luce dell’abat jour camuffa bene la cosa. Segue normale conversazione di questi tempi assurdi di unità e calamità. La videochiamata mi fa pensare che è un secolo che non vedo sorelle e mamma. Appena chiudo con Gaetano, via WhatsApp, coinvolgo tutte in una chiamata via skype per le 15 di oggi. E la chiamata si svolge. Possiamo vederci un po’ in faccia, raccontarci questi giorni strani, come ci siamo organizzati, che stiamo facendo un po’ tutti in famiglia. Mia mamma girovaga nella stanza da pranzo da dove è collegata la mia sorella minore. Ogni tanto infila la testa dentro al pc, non credo veda granché, non credo abbia capito molto, ma almeno l’ho vista. E così pure le mie sorelle. Cioè loro hanno capito, ma così le ho viste. Oggi appena prima di accingermi a mettere giù questa cronaca, ho pensato che, passata questa epidemia, delle persone insopportabili diremo “Mih è peggio del coronavirus!”. Lo so non c’entra niente con tutto il resto, ma volevo dirlo per prima, come se fossimo già oltre…

Tutto andrà bene.

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