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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

Versi trasversali: Davide Rocco Colacrai

22 lunedì Feb 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Davide Rocco Colacrai

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

DAVIDE ROCCO COLACRAI

 

Quando Neruda sognava sogni che non erano d’oro, forse

“e mi commuove un volo, l’incerta
direzione di una foglia, il rotondo
occhio di un pesce immobile nel lago,
le statue che volano nelle nubi,
le moltiplicazioni della pioggia”

La sua era un’infanzia fatta di parole che non si poteva guarire,
il silenzio del mondo gli parlava,
la materia era il suo alito,
penetrava i sogni e, con essi, dilatava la misura delle cose,
l’oceano la sua platea,
il tempo la sua cura,
l’ombra stretta dove pulsava al vento il suo corpo
al ritmo da guitarrista del suo Cile.

Era affamato di tutto,
il più minuscolo granello spostato dal passaggio obliquo di una farfalla un miracolo,
per ogni miracolo un fuoco dentro
che sprigionava parole,
le parole a imprimere un senso al mondo, una speranza,
più forte della pioggia, e anche della morte,
il suo canto alla vita,
a quello che, come brace, andava a comporsi e scomporsi
dietro la pelle, spessa e dura, degli adulti.

Faceva l’amore con l’universo sottovoce, e poi lo inventava,
e addosso, con sé, il dolore.

Era evidente che Dio lo avesse dotato di un asse, preciso e infallibile,
più infinito dello spazio, e necessario.

La sua era un’infanzia fatta di parole che non si poteva guarire,
decisa nel suo assolo, come quello del chucao,

oltre la terra, e la solitudine,
il buio e le nottole, oltre la resina dei sensi, attorti ai cuori di coloro che non sognavano più.

 

S’i’ fosse fiore

I fiori sono i geroglifici degli angeli,
amati da tutti gli esseri umani per la bellezza del loro carattere,
sebbene pochi riescano a decifrare
anche solo qualche frammento del loro significato

Avete mai visto la pioggia piangere ed essere consolata da un fiore?

I più fragili, incompleti per solitudine, tra di noi
che nemmeno l’alito verticale del vento osa asciugare,
si lasciano lubrificare, a volte anche impregnare, dalla lacrima mai uguale del cielo,
ognuno nella sua posizione, mai troppo diritta,
nel fagocitare quel lievito d’amore che la vita porta in grembo con sé.

Io sono un fiore di questa famiglia,
dal temperamento vanitoso e mai sazio, deciso quanto basta, e passionale,
mi divertono gli animali quando con i loro nasi mi spettinano,
mi lascio mordere dagli umori delle stagioni, dall’abbrivio di un’attesa,
e mi piace misurare le rughe della terra, gonfie come sono di storie, radici e sogni.

L’alba segna l’ora per comporsi, qualcuno s’incipria, altri s’impomatano i petali all’insù,
a mezzogiorno amoreggiamo con le ombre,
morbide e sempre difficili da avere, si concedono senza promessa,
appena imbrunisce lisciamo quel che resta del giorno
oltre l’orizzonte, nelle ninnenanne da assecondare, per rendere tutto più sopportabile.

La mia famiglia è più numerosa di quel che si possa pensare,
lavora per l’armonia della notte,
per quegli spazi circolari che si aprono, denudano e mostrano prima di scivolare nel cuore
e persistere come scelta o destino,
ognuno a profetare quelle orme che ne tracciano il nome a Dio.

Noi confortiamo gli umani nei loro desideri, e i giorni nel loro evolversi.

La città nella sua inesausta malattia di essere e non essere.

E la pioggia quando piange.

Noi con il nostro silenzio da culla del mondo, certo e completo, sempre e per sempre.

 

come virgola d’autunno

e il mare insiste,
i pescatori vagliano se stessi per la nuova stagione
e la vergine si pettina all’orizzonte,
l’estate, già matura, siede come un’anziana donna
pronta per dare il cambio,
nel frattempo sogna dietro al suo ventaglio
con il cielo del colore del grano,
le lacrime in un bicchiere di vino infiammano un canto
più sonoro dell’acqua,
ognuna si lascia infrangere per spargere la sua benedizione
in un’onda che si evolve in dardo,
è il sapore del tramonto a ricordare ai fichi d’india
di spremere il dolore al tempo
e renderlo perdono,
il cuore a contare le nostalgie che nessuna profezia
potrà placare,
la parabola di un destino, dove si spengono le ombre,
che, tra dalie e profumo di mosto,
in punta di piedi,
come virgola d’autunno,
prepara, senza paura, la mia nascita al mondo.

 

L’asintoto

Ora che mi resta solo questa eccezione
alla mia preghiera
da stringere al petto, dove le obliquità
del suo corpo tessono
l’accento, misurato, di un’attesa
che condensa l’infinito
nei propri riflessi, e l’ora, nuda e addosso,
si strugge in un’abitudine
che fa dei sogni gli spazi che il silenzio
abita tra la pioggia
che non bagna, e la città si scioglie
in un bicchiere senza asse
a ricordare che tutto, anche la molecola
più minuta, è una metà, e l’amore
un’ipotesi che supera
quel sempre senza contrappeso nell’innocenza
delle mani, ora che l’alba
schiuma di ricordi, nuda d’ombra
e senza rifugi, e amplifica
la verità di una debolezza e il confine
del perdono, e conferma
che la cura di Dio, come la vendemmia,
porterà promesse: non ho giorni
da sgranare, non oso cucire
eredità con le mie radici, non c’è principio
che scivola a me dal setaccio
dell’universo, zitto il dopo: e lascio che
questo presagio, nudo di corteccia
e senza nome, mi morda, fermo al centro
di questo assolo: e troppo mondo.

 

Allo zenit dell’amore

Sono la mezzanotte della primavera
quando luna e sole indugiano in una congiunzione d’eclissi di latte
le madri singhiozzano a sillabe azzurre le loro orazioni
sulla punta del cuore hanno forma di farfalla i baci
della vita piroetta all’unisono il batticuore verso il cielo
si mescono al sudore sangue e vino
e, al loro profumo che preannuncia un’assoluzione,
crepita nell’impazienza di mostrarsi l’universo;

sono il lievito dell’incontro di più ombre in una carne
che scalpita sul guanciale imbevuto dei sogni
sorge sulla scia di un arcobaleno arciere
smuove le zolle di un’attesa lunga un desiderio
devia le geometrie di una nemesi in due
e rovescia le tasche prominenti delle stagioni in un punto
che, dal centro del morbido ombelico di un seme,
tracima nella voce di un rintocco di primordio.

È la prima volta che il mio nome pronunciato nomina
e che il nominare raccoglie in sé tutte le impressioni di Dio
e, con esse, la bellezza di una nuova virgola
la linfa della terra
i colori
il respiro
il congiuntivo dei giorni
e lo zenit dell’amore.

Aspetto che la pioggia mi racconti la mia storia.

 

 

Testi tratti da “Asintoti e altre storie in grammi”, Le Mezzelane  Editrice, 2019.

 

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Sogni

20 sabato Feb 2021

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, LETTERATURA

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Loredana Semantica, racconto, sogni

“Balloons girl” Banksy

Giselda sognava ad occhi aperti. Mamma voleva che mettesse in ordine la cucina dopo pranzo. Da un lato le insegnava a rivestire il ruolo di brava donna di casa, dall’altro si faceva aiutare nelle faccende. Giselda comunque non era una cenerentola, aveva due sorelle e insieme si organizzavano. A volte in buon accordo, a volte bisticciando. Una lavava i piatti, di solito Amelia, la maggiore che si sbrigava in venti minuti e filava via. Alice era la più piccola, veniva adibita ad asciugare le stoviglie. Il resto era per Giselda. Vale a dire riporre le stoviglie, riordinare la stanza, spazzare e lavare i pavimenti. Giselda non faceva in fretta come Amelia, era più mogia, cincischiava, perdeva tempo, alla fine restava sola in cucina. Non le piacevano le faccende di casa, forse era pigra, col tempo si rese conto che non era portata, le faceva per dovere e per necessità, non certo perché far brillare la casa fosse la sua vocazione. Se ne rese conto solo quando incontrò qualcuno che l’aveva. La vocazione. Allora realizzò che siamo tutti fatti in modo diverso.

Nella grande cucina luminosa Giselda, rimasta sola, s’immergeva nelle sue peregrinazioni mentali ancora più profondamente, mentre riordinava, passava la spugna sui ripiani o spazzava il pavimento. L’ora assolata in quella stanza era grande abbastanza per i sogni, era perfetta per sognare. Lei entrava in una specie di torpore immaginifico dove s’inventava storie. A volte erano astruse e surreali: il disegno della piastrella, ad esempio, si animava e diventava un aquilone. Altre volte la statua di legno del gatto nero era un gatto vero con cui giocare. Spesso sognava di se stessa. Da grande farò la scrittrice, pensava. Scriverò un romanzo bellissimo, specchio dei tempi e della società, una sorta di Gattopardo, oppure sarò una specie di Emily Bronte di  Cime tempestose, meglio ancora Antoine de Saint-Exupéry. Spesso nei suoi sogni c’entrava la scuola, la ricerca di un successo, un apprezzamento, lodi mai avute da professori indifferenti.

La notte nondimeno Giselda era preda della sua immaginazione. Il sonno sembrava non arrivasse mai. Le ombre, i rumori la tenevano all’erta. Una volta temette che qualcuno dietro la porta d’ingresso strusciasse i piedi in modo sospetto. Lo disse a suo padre, che inaspettatamente non la mise a tacere, ma le diede retta. A sua volta vegliò per scoprire che erano le scope dei netturbini che spazzavano le strade. In fondo anche questa era una fantasia, una storia inventata che il confronto con la realtà trasformò in una cosa banale, routinaria, simile alle pulizie di casa. La nettezza urbana.

Non passò molto tempo che Giselda perse la capacità di sognare ad occhi aperti e visse la sua vita di lavoro e di affetti. Solo molto molto tempo dopo Giselda la recuperò. Capì che quel sognare era come tornare all’infanzia, invecchiare diventando bambini, ma non smise di farlo, come non smise di invecchiare.

Allora il suo sogno più grande diventò di andare a vivere in un casale in campagna, scrivere racconti, romanzi, articoli, poesie. Dipingere, coltivare piante. Per realizzarlo dipinse un unico quadro, un autoritratto e lo mise in vendita ad una cifra esorbitante. Esattamente quella che occorreva. Non dico quanto, nemmeno se riuscì nel suo intento, ma i sogni si realizzano solo se desiderati.

Le stelle aspettano sempre che noi facciamo un balzo e le raggiungiamo. E’ certo che ciò avvenga non sappiamo quando. I sogni li plasmiamo noi stessi con le nostre mani. Sono come bolle di energia che scagliamo nell’ universo.  L’universo le accoglie, a volte rotolano per anni, a volte per secoli, prima di esplodere, ma è certo che a un dato momento quella bolla di energia esploderà, tanto più violentemente quanto più grande il desiderio che la forma. Ci sono bolle che scoppiano in modo fragoroso e le vibrazioni si propagano come onde nello spazio e nel tempo. Bolle che fanno “flop” e si afflosciano in un secondo come palloncini sgonfi. Quelle che implodono ci danno dolore, quelle che esplodono gioia, ma ancora più importante è fabbricarne tante e tante da non poterle contare o tanto grandi da non poterle contenere. Il difficile allora sarà restare ancorati alla terra.

Loredana Semantica

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Versi trasversali: Marta Genduso

15 lunedì Feb 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Marta Genduso, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
 
MARTA GENDUSO
 
 
 
 
Interno 3 (incominciamento)
 
 
 
 
Il lamento che
 
 
dalla terra uscì
 
 
quando la prima volta l’aratro
 
 
fendeva la terra
 
 
fu di ferita.
 
 
 
 
 
 
Poi venne il bordo
 
 
tracciato su materia
 
 
sillaba sghemba
 
 
del primo vagito.
 
 
 
 
 
 
Enigma
 
 
 
 
Appena sopra
 
 
uno sguardo limpido
 
 
lo contraddice
 
 
l’enigma
 
 
sulla fronte campeggia
 
 
araldica presenza
 
 
di te il sigillo
 
 
il solco d’una ruga
 
 
denso grumo barbaglio
 
 
runa, cifrario o scrittura onciale
 
 
combinazione essenziale.
 
 
 
 
 
 
Non conosco formula
 
 
non sono chiave
 
 
ti perdo adesso
 
 
e dura già il ricordo:
 
 
leggera sul segno tattile
 
 
intuire cieca la scrittura
 
 
d’orogenesi il rilievo.
 
 
 
 
 
 
Ma ti perdo adesso
 
 
e dura già il ricordo:
 
 
inchino da tempio al sator
 
 
ultimo movimento rotas
 
 
minuscolo (ri)corsivo addio
 
 
 
 
 
 
era l’unica possibile
 
 
movenza di resa
 
 
benedire lo schiocco incompleto
 
 
e voltando di spalle sulla fronte
 
 
baciare l’enigma.
 
 
 
 
-insolubilità è spesso profondità d’astri
 
 
soglia di un altro intimo nascere-
 
 
 
 
 
 
Il bordo delle cose
 
 
 
 
 
 
Tamburi fuori tempo
 
 
lingue sulle labbra
 
 
ganci come l’amo
 
 
tirato nella bocca
 
 
del pesce tagliato
 
 
nel ventre sventrato.
 
 
 
 
Sferruzzano le vecchie
 
 
di persiane verdi e rauche
 
 
assopite nell’odore
 
 
sfilettato d’estate
 
 
sbiancato dagli anni
 
 
mentre crepe sanguinano i muri
 
 
come taglio sulla bocca
 
 
sotto l’occhio di profilo
 
 
incoerente nella luce
 
 
del pesce detto azzurro.
 
 
 
 
Quest’aguzzo che rincorre
 
 
è la chiglia,
 
 
la punta della freccia,
 
 
la lama fredda sul metallo,
 
 
il bordo dentellato
 
 
del vetro dopo l’urto,
 
 
immobile e già stanco
 
 
il niente minuscolo
 
 
delle cose che feriscono.
 
 
 
 
 
 
Interno 7
 
 
 
 
 
 
Scollamento
 
 
della suola in questo andare
 
 
sono il ciabattare
 
 
un ritmo scazonte
 
 
scanzonato
 
 
d’un rubinetto il singulto.
 
 
 
 
La parola non coincide,
 
 
si dissolve nel sentire
 
 
si sfarina, frantuma in me
 
 
geroglifico reticolo
 
 
setaccio scucito
 
 
 
 
ma se potessi tornare al ventre
 
 
a forme di laghi, di fari
 
 
e lune ancora giovani
 
 
allora ti direi
 
 
 
 
la poesia è una mano cava
 
 
che va misurando.
 
 
 
Corporale II
 
 
 
Non ho,
 
 
sono una ferita
 
 
da guarire.
 
 
Un taglio
 
 
in via di rimarginazione
 
 
 
 
di lembi dischiusi,
 
 
di tentativo di apertura
 
 
di strappo, di slancio, di scarto.
 
 
 
 
Non ho,
 
 
sono una ferita che
 
 
in alcuni giorni puoi dimenticare,
 
 
non senti
 
 
se la mano resta immobile
 
 
col palmo verso l’alto
 
 
verso l’altro.
 
 
 
 
Improvviso, dimentico e afferro
 
 
oppure
 
 
qualcosa mi tocca
 
 
e ricordo allora pungente
 
 
delle dita
 
 
il punto, esatto
 
 
con bruciore di limone
 
 
il taglio, sgraziato scucito
 
 
il vivo della pelle.
 
 
 
 
Sono una ferita
 
 
aperta
 
 
da guarire.
 
 
 
 
Corporale I
 
 
 
 
-Sono un corpo
 
 
sono il mio corpo
 
 
perché non posseggo quel che sono.
 
 
 
 
Sono il mio corpo
 
 
e dentro ho la terra
 
 
disseminata dai primi venti
 
 
rocce sedimentarie
 
 
basaltiche arenarie
 
 
distrutte
 
 
sabbia a grana grossa
 
 
 
 
detriti sfiniti
 
 
venuti
 
 
sulle anse,
 
 
i fianchi
 
 
del mio essere fiume
 
 
altrove da qui-
 
 
 
 
 
 

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La festa dell’amore: 7 poesie sul tema

13 sabato Feb 2021

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Cristina Campo, EMILY DICKINSON, Frederic William Burton, Giovanni Raboni, Jacques Prevert, Loredana Semantica, Maria Marchesi, Tamara de Lempicka, William Shakespeare

Il sottotitolo di questo articolo avrebbe potuto essere “Niente di nuovo sotto il sole”, l’amore infatti è un mistero che si ripete da ere, inoltre le poesie proposte, alcune o tutte, di certo le conoscerete. D’altra parte quando vi chiedono “cosa fai per S.Valentino?” rispondete pure “polpette”, come me, poi leggetevi queste poesie qua e se non vi piacciono o non le capite, sorry avete perso molto, non delle poesie, della vita.

Ah dimenticavo, in mezzo mi ci sono messa anch’io, con un mio testo di oltre 10 anni fa, e, a seguire chi volesse può accodarsi. Il post è aperto ai contributi.

Incontro sulle scale della torre, Frederic William Burton, 1864

Non sia mai ch’io ponga impedimenti
all’unione di anime fedeli; Amore non è Amore
se muta quando scopre un mutamento
o tende a svanire quando l’altro s’allontana.
Oh no! Amore è un faro sempre fisso
che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;
è la stella-guida di ogni sperduta barca,
il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza.
Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote
dovran cadere sotto la sua curva lama;
Amore non muta in poche ore o settimane,
ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio:
se questo è errore e mi sarà provato,
io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.

William Shakespeare

–

Che sia l’amore tutto ciò che esiste
É ciò che noi sappiamo dell’amore;
E può bastare che il suo peso sia
Uguale al solco che lascia nel cuore.

Emily Dickinson

.

I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è soltanto la loro ombra
Che trema nel buio
Suscitando la rabbia dei passanti

La loro rabbia il loro disprezzo i loro risolini
la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Loro sono altrove ben più lontano della notte
Ben più in alto del sole
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.

Jacques Prevert

Tamara de Lempicka, Il bacio,1922

Primavera è a un passo, mi colma
d’azzurro e di riverberi, mi chiude
nel desiderio che fa duri i seni
e fa sussultare la vagina. Al canto
delle rane uscirò nuda per le strade.
dovranno vedermi che sono bella
e piena d’ardori. Lui verrà a saperlo
e perderà le staffe. Lo sa che anche il vento
può farmi godere da forsennata.

Maria Marchesi

–

Amore, oggi il tuo nome
al mio labbro è sfuggito
come al piede l’ultimo gradino…
ora è sparsa l’acqua della vita
e tutta la lunga scala
è da ricominciare.
T’ho barattato, amore, con parole.
Buio miele che odori
dentro diafani vasi
sotto mille e seicento anni di lava –
ti riconoscerò dall’immortale
silenzio.

Cristina Campo

–

Innamorarsi è un attimo
contro la parete bianca
penombra verdeggiante
liquida e beffarda
un salmone argenteo
che nel guizzo
risale la corrente
le pupille d’acero filante
s’allargano di luce
affondando nere nell’addio
un abbraccio brevissimo
e la gola
d’apnea rossa s’annoda
all’ugola trafitta da stupore
chiodi sopra il muscolo cardiaco
come fosse un puntaspilli
annegato nella stretta
pulsante il cuore grida
al vento quasi morto
amore t’amo
l’afasia di mille volte.

Loredana Semantica

–

Le volte che è con furia
che nel tuo ventre cerco la mia gioia
è perché, amore, so che più di tanto
non avrà tempo il tempo
di scorrere equamente per noi due
e che solo in un sogno o dalla corsa
del tempo buttandomi giù prima
posso fare che un giorno tu non voglia
da un altro amore credere l’amore.

Giovanni Raboni

Egon Schiele, Men and woman (Embrace), 1917

 

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Versi trasversali: Alessandro Barbato

08 lunedì Feb 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Alessandro Barbato, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ALESSANDRO BARBATO

Astrolabio

 

Le mani che tu intrecci coi miei sogni

mi mostrano carnalità di nuvola.

Le stille dai tuoi occhi che battezzano

la notte, mi frustano le tempie

con curiosità di lampi, di ripidi

chiarori da scalare in brevi istanti.

Ma adesso muta ancora il nostro viaggio

cui adattiamo passi infermi, scalzi,

sfiorati dagli zenit e dai nadir

dei nostri tempi e vera, tu soltanto,

in questa astronomia di nebbia resa

fitta come ghiaccio dal risveglio,

conducimi per mano verso il buio

dove è muto anche il destino, fermo.

 

2.

Sussurri di falò

 

Cerca prima i suoni lievi, quelli

innocui da vedere, da nascondere

alla folta mascherata

d’occasione che ci dice

delle valli. Sali invece quasi

fossi monachina che si azzurra

nella gola, se c’è ancora un po’

di vento in queste notti di granito.

Cerca bene, cerca meglio.

 

Eternità private

 

Le mie parole d’acqua si rinnovano

ogni autunno, mentre solo un dubbio

è l’oro che si irradia su cammini

di promesse sotterrate

e di capelli che si sciolgono.

Abbiamo guizzi ancora di ricordi

di silicio e un bagnasciuga

adesso vuoto che ci mormora

fonemi inaccessibili ai cultori

delle eternità private

che si incontrano sui treni

insieme a qualche pendolare.

Avremo del futuro tutte quante

le movenze e poi una voce

che non tace, pure senza dire niente.

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Versi trasversali: Sergio Oricci

01 lunedì Feb 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Pesci di vetro, Sergio Oricci

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

SERGIO ORICCI

1.

Passo ogni giorno dalla stazione centrale, che sembra ogni giorno sempre uguale; c’è un ragazzo che inizia a bere di mattina, e canta manele – perché siamo in Romania – fino a quando ha energia. Ha i capelli tirati indietro con un sacco di gel, è sempre a torso nudo se le temperature sono sopra lo zero; tutti i giorni gli stessi jeans. Qualche volta canta e balla davanti a un orso; è un peluche seduto su una sedia, che guarda la strada come fanno gli altri, alla fermata. Ieri l’orso teneva stretta una rosa, ma poteva anche essere qualunque altra cosa.

3.

Mi piacciono i semafori quasi quanto gli spazi vuoti. Attraversare la strada per incrociare gli altri pedoni. Li guardo negli occhi e vorrei che facessero lo stesso, anche quando mi accorgo che li sto infastidendo. Quando mi passa accanto qualcuno che mi piace, a volte chiudo gli occhi per sentirne l’odore. Altre li tengo aperti, per godermi fino in fondo la scena. Le cose che preferisco: capelli lunghi che ondeggiano e profumo di sapone, e gli handicappati a braccetto con un genitore.

12.

Cosa c’è di più bello di un quadro di Botero? Fiori di plastica dai colori artificiali, un film di Harmony Korine, un romanzo di Stephen King, il programma televisivo Ambiental in cui viene trasmessa ventiquattro ore al giorno l’immagine di un caminetto acceso. Una partita di tennis di Roger Federer, REZ di Tetsuya Mizuguchi, Shenmue di Yu Suzuki. Una stanza degli specchi, le case degli orrori, luci stroboscopiche, un club di Berlino, pesci di vetro da appoggiare su centrini su televisori CRT. Interferenze, il magnetismo, un paio di scarpe bianche con la suola fluo; le bottiglie Morandi, le strobosfere, gli Exogini. Andare al mare, non lavorare, la meditazione, gli oggetti senza una funzione. Fontana di Trevi, Fontana, la plastilina, gli orsetti gommosi, la formaldeide, la realtà virtuale, la luna, i laghi artificiali, le liste della spesa, Yves Klein e il suo cocktail blu. Tutto quello che non c’è in questa lista, tu.

36.

 L’arte contemporanea non richiede concentrazione. Basta guardarla senza chiedersi niente e fa succedere un sacco di cose. Un’università della California ha pubblicato i risultati di uno studio: in media a una mostra di arte contemporanea il pubblico passa 90 secondi a guardare un’opera e 180 a leggere la didascalia. Quando la didascalia non c’è, si impiegano 220 secondi a cercarne una, e il tempo davanti all’opera si riduce ancora.

45.

Ho questa immagine di mio padre che mastica a fatica una fetta di carne. Non era ancora vegetariano, ma di quello come di altre cose c’erano già state alcune avvisaglie. La prima volta che disse cose per me senza senso, mia madre mi fece sapere che era già successo, che c’erano stati dei precedenti. Sento la tensione che si scioglie in frammenti; del suo pensiero che saltava tra bombe atomiche e libri di storia. Tra Bordiga, la Sibilla Cumana e la questione sociopolitica. Io avevo otto anni e non capivo, tornavo da scuola e sentivo la sua voce e quella di mia madre. Restavo sulla porta di casa, tra disegni di meccanica, un dialetto che non funzionava, qualche volta una risata arrossata.

54.

A nove anni un’automobile mi ha investito: frattura di tibia e perone, porto ancora le cicatrici. Ricordo la scarpa destra tagliata con le forbici dai paramedici. Era una Reebok Pump, di quelle che si stringevano premendo la linguetta: non ricordo che fine ha fatto, ma il piede era così gonfio che la scarpa mi stava stretta. Tutto sommato non è stato un brutto periodo; a parte il fatto che mia madre, qualche settimana dopo l’incidente, regalò a mio padre un cappotto verde. Mio padre era convinto che fosse il cappotto dell’uomo che mi aveva investito; io non capivo come potesse pensarlo. Solo mesi più tardi, dopo aver saputo che era malato (schizofrenia paranoide la diagnosi – c’erano stati dei precedenti) sono riuscito a comprenderlo.

61.

Da adolescente le mie giornate erano tutte uguali. Uscire, bere, fumare e tingersi i capelli di un nuovo colore. Poi l’adolescenza è finita e dai centri sociali mi sono spostato sul divano a invecchiare. Dormire di giorno e di notte, le mie due vite. Avevo la pelle grigia e occhiaie che non sono più sparite. Uscirne è stato difficile; a volte mi sembra che il sonno sia ancora lì come una cicatrice.

97.

Il mio cane ha tutti i sintomi dell’ansia. Mi chiedo se sia stato io a passargliela. Da quando sono piccolo ci sono tante cose che non sopporto. Avevo quattordici anni la prima volta che me ne sono accorto, e dopo i venticinque la situazione è esplosa, è andata fuori controllo. Non ero più neanche in grado di restare sveglio. Ho provato a spostare i mobili e a cambiare il materasso per sentirmi meglio, poi ho iniziato a correre per non pensare a quanto fossi rotto. Non so esattamente come, ma la situazione si è lentamente messa a posto. Nel senso che mi sono normalizzato, ho smesso di essere disoccupato, mi sono anche sposato. Tutte cose orribili, certo, ma chiunque direbbe che sto meglio. Io dico che sono diverso, e che qualcosa nel viaggio è andato perso.

100.

Guardo le vite degli altri dall’esterno, penso a come mi sentirei se ci finissi dentro.

 

Testi di Sergio Oricci, Pesci di vetro, Gattomerlino, 2020.

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Emilio Capaccio traduce Alfred Tennyson

30 sabato Gen 2021

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche, LETTERATURA

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Tag

Alfred Tennyson, Emilio Capaccio, POESIA, traduzione

Spingetevi al largo, sedendo un dietro l’altro, colpite
i sonori solchi; perché il mio scopo consiste
nel navigar oltre il tramonto.

A. T.

Stammi vicino quando la mia luce è fioca,
Quando il sangue scorre lento, e pungono
E formicolano i nervi; e il cuore è rivoltato,
E tutte le ruote dell’Essere sono lente.

Stammi vicino quando l’umore dei sensi
È soffocato da angosce che conquidono la fiducia,
E il tempo, un maniaco che sparpaglia la polvere,
E la vita, una furia che catapulta le fiamme.

Stammi vicino quando la fede è prosciugata
E gli uomini, mosche di una tarda primavera,
Che depongono le loro uova, e pungono e cantano
E si strofinano le loro piccole celle e muoiono.

Stammi vicino quando mi starò spegnendo
Per marcare il termine della sofferenza umana,
E sul limite basso e oscuro dell’esistenza
Il senso arcano di un giorno che sarà eterno.
 
BE NEAR ME WHEN MY LIGHT IS LOW

Be near me when my light is low,
When the blood creeps, and the nerves prick
And tingle; and the heart is sick,
And all the wheels of Being slow.

Be near me when the sensuous frame
Is rack’d with pangs that conquer trust;
And Time, a maniac scattering dust,
And Life, a Fury slinging flame.

Be near me when my faith is dry,
And men the flies of latter spring,
That lay their eggs, and sting and sing
And weave their petty cells and die.

Be near me when I fade away,
To point the term of human strife,
And on the low dark verge of life
The twilight of eternal day.
 
CADE LO SPLENDORE

Cade lo splendore sulle mura del castello
E su vette innevate vecchie di storia;
Trema la luce, lunga lunga, sopra i laghi
E la selvaggia cateratta balza nella gloria.
Soffia corno soffia, fa’ volare echi selvaggi,
Soffia corno; rispondete echi, morenti, morenti, morenti.

O, origlia, O, ascolta! come sottili e chiari
E più sottili e più chiari e più lontano stanno andando!
O, dolci e remoti, da rupi e strapiombi
I corni della terra degli Elfi stanno suonando!
Soffia, lasciaci sentire la risposta delle valli di porpora,
Soffia corno; rispondete echi, morenti, morenti, morenti.

O amore, essi muoiono lassù in floridi cieli,
Tramortiscono su collina o campo o fiume;
I nostri echi rotolano da anima ad anima,
E crescono sempre, per sempre.
Soffia corno soffia, fa’ volare echi selvaggi,
Soffia corno; rispondete echi, morenti, morenti, morenti.
 
THE SPLENDOR FALLS

The splendor falls on castle walls
And snowy summits old in story;
The long light shakes across the lakes,
And the wild cataract leaps in glory.
Blow, bugle, blow, set the wild echoes flying,
Blow, bugle; answer, echoes, dying, dying, dying.

O, hark, O, hear! how thin and clear,
And thinner, clearer, farther going!
O, sweet and far from cliff and scar
The horns of Elfland faintly blowing!
Blow, let us hear the purple glens replying,
Blow, bugles; answer, echoes, dying, dying, dying.

O love, they die in yon rich sky,
They faint on hill or field or river;
Our echoes roll from soul to soul,
And grow forever and forever.
Blow, bugle, blow, set the wild echoes flying,
And answer, echoes, answer, dying, dying, dying.
 
LACRIME INUTILI LACRIME

Lacrime, inutili lacrime, non so cosa vogliano dire,
Lacrime dal fondo d’una divina disperazione
Vengono al cuore e s’adunano negli occhi,
Nel guardare gli allegri campi autunnali
E pensando ai giorni che non ci sono più.

Radiosi come la prima luce che riverbera su una vela
E che riporta dagli inferi i nostri compagni,
Tristi come l’ultima luce che s’arrossa su chi
È calato con tutto ciò che amiamo oltre il bordo;
Così tristi, così radiosi, i giorni che non ci sono più.

Tristi ed estranei come in albe d’una oscura estate
Il primo cinguettio d’uccelli mezzo risvegliati
Per orecchi morenti, come per occhi morenti
Il varco che pian piano s’allarga in un fievole quadrato;
Così tristi, così radiosi, i giorni che non ci sono più.

Cari come i baci che si ricordano dopo la morte
E dolci come quelli che invano abbiamo sognato
Su labbra che sono per altri; profondi come l’amore,
Profondi come il primo amore e folli d’ogni rimpianto;
O Morte in Vita, i giorni che non ci sono più.
 
TEARS IDLE TEARS

Tears, idle tears, I know not what they mean,
Tears from the depth of some divine despair
Rise in the heart, and gather in the eyes,
In looking on the happy autumn-fields,
And thinking of the days that are no more.

Fresh as the first beam glittering on a sail,
That brings our friends up from the underworld,
Sad as the last which reddens over one
That sinks with all we love below the verge;
So sad, so fresh, the days that are no more.

Ah, sad and strange as in dark summer dawns
The earliest pipe of half-awakened birds
To dying ears, when unto dying eyes
The casement slowly grows a glimmering square;
So sad, so strange, the days that are no more.

Dear as remembered kisses after death,
And sweet as those by hopeless fancy feigned
On lips that are for others; deep as love,
Deep as first love, and wild with all regret;
O Death in Life, the days that are no more!

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Cinque poesie di Nicola Romano tratte dalla sua nuova raccolta “Fra un niente e una menzogna”, Ed.Passigli, con la prefazione di Elio Pecora.

27 mercoledì Gen 2021

Posted by marian2643 in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Nicola Romano, Tra un niente e una menzogna

Della poesia di Nicola Romano va sottolineato lo spessore della tematica che si accompagna alla forza evocativa della parola meditata, immediata e mediata, espressa in funzione significante. I nuclei tematici privilegiati sono essenzialmente contenuti nello sguardo verso la realtà che radicalizza l’uomo-poeta al mondo in cui vive e l’incontro con un nuovo tempo fisico e interiore che lo pone di fronte alla necessità di ri-considerare l’esistenza vissuta e da vivere. La disposizione strutturale dei temi non ha un inquadramento organico, i testi sono distribuiti per tematiche miste, pur mantenendo unità di stile. Il livello semantico è una fusione di termini, sia di carattere quotidiano che di uso ricercato, quando non specialistico e neologistico, fino a qualche invenzione lessicale in funzione  della resa metrica. I testi aprono un ventaglio di argomenti dove s’insediano i motivi e gli interrogativi del vivere quotidiano declinati attraverso uno sguardo che indaga e riflette non soltanto su ciò che è al suo esterno ma su quello che la ragione e lo spirito detta. Una poetica, quella di Romano, che si inserisce in quadro che definirei di “mitografia del quotidiano”, per lo sguardo acuto, ironico e talvolta compassionevole verso tutto ciò che viene percepito e vissuto.

Anna Maria Bonfiglio

  

RED CARPET

 

Non metteranno mai

tappeti rossi

sulle tue strade

sparse ed ineguali

o sui percorsi stretti ed allagati

come quel mare freddo

chiuso in gola

 

quindi

 

consacra il tempo

semplice e ordinario

del nuovo giorno

che ti nasce in bocca

allacciati le stringhe sul muretto

datti una sferza tra le cose mute

sorridi se ti taglia un gatto nero

stranisci a quel

che rutta un manifesto

e non turbarti

all’amnesia d’un nome

che scortica la mente

e poi di colpo

intero si rivela

 

 

ASSENZA

 

Tutto sta nel capire

dove mi sprofonda la tua assenza

se falsa noncuranza

o interna solitudine

è questo armeggiare

nel palmo d’un divano

tra un facile sudoku

e un po’ di vino

Con un sentore d’assurdo

risalgono canali a quel principio

che fa nascere il corso d’ogni storia

e le mani rovistano le sacche

di quei pensieri assorti ed intricati

come spighe di canne scarmigliate

 

ed un lamento scorre fino ai piedi

se tenera ferita è la tua assenza

 

 

QUEL VAGO

 

Le porte sbattute dal vento

ribattono un vento di mare:

oscilla nel sonno leggero

la cupa lanterna

tra i muri del cuore

dilaga la polvere e il muschio

continua a patire sui prati

la febbre del tempo peggiore

 

Chissà tutta intera una vita

se esclude quel tempo migliore

pensato tra ali di canto

e odori rapiti ai verzieri

D’inesauribile attesa

quel vago che trema negli occhi

e non sa che dispiace

 

 

MERAVIGLIA

 

È bello stare qui

non manca nulla

confabulo col sole

che scalda le finestre

le vie sono un teatro

dove tutto è palese

e quel che busco

è più del necessario

per mantenere lune

sempre accese

 

D’intorno strappo

cespi di parole

che poi sminuzzo

come vuole il cuore

e a compendio

di tanta meraviglia

accanto a me trattengo

corbezzoli ed aloe

 

e una valigia piena

per fuggire

 

 

VACUITÀ

 

Cosa rimane

dei numerosi giorni accatastati

come ordinate spighe nei covoni

e di tutto un continuo trafficare

sui marciapiedi lisi delle strade

delle risa scambiate a crepapelle

sul volto degli amici più vicini

o degli sparsi attimi straniati

tra portici in granito ed osterie

 

e cosa resta

delle fatiche spinte fino a sera

per lanciare le reti sul domani

o delle labbra offerte con tremore

dentro un’oscurità senza parole?

 

Rimane solo nebbia che s’imbianca

tra i pali dei lampioni alla marina

e d’una vita forse trasognata

solo un fondiglio erboso di ruscello

 

 

Giornalista pubblicista, Nicola Romano vive a Palermo, dove è nato nel 1946. Con opere edite ed inedite è risultato vincitore di diversi concorsi nazionali di poesia. Alcuni suoi testi hanno trovato traduzione in esperanto e su riviste spagnole, irlandesi e romene. Suoi testi sono presenti in “Fahrenheit” di Radio Rai3. Attualmente dirige la Collana di poesia dell’editrice “Spazio Cultura” di Palermo.

Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: I faraglioni della mente (1983), Amori con la luna (prefazione di Bent Parodi, 1985), Tonfi (1986), Visibilità discreta (prefazione di Lucio Zinna, 1989),  Estremo niente (con una nota di Melo Freni, 1992), Fescennino per Palermo (1993), Questioni d’anima (prefazione di Aldo Gerbino, 1995), Elogio de los labios (a cura di Carlos Vitale, Barcelona, 1995), Malva e Linosa – haiku (prefazione di Dante Maffìa, 1996), Bagagli smarriti (prefazione di Fabio Scotto, 2000), Tocchi e rintocchi (prefazione di Sebastiano Saglimbeni, 2003), Gobba a levante (prefazione di Paolo Ruffilli, 2011), Voragini ed appigli (prefazione di Giorgio Linguaglossa, 2016), Birilli (sei poesie con una incisione di Girolamo Russo, 2016), D’un continuo trambusto (prefazione di Roberto Deidier, 2018), Tra un niente e una menzogna (prefazione di Elio Pecora, 2020).

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L’intervista a Tommaso Urselli: “Oggi ti sono passato vicino”

25 lunedì Gen 2021

Posted by Deborah Mega in Interviste

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Oggi ti sono passato vicino, Tommaso Urselli

 

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Tommaso Urselli per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Oggi ti sono passato vicino (Edizioni Ensemble, 2020).

 

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Ad essere sincero, ricordo meglio quando è nato il mio disamore: sui banchi delle scuole elementari, durante la correzione di un tema a traccia “Parla di tuo padre”, o qualcosa del genere… l’insegnante mi disse che quello svolgimento non poteva essere farina del mio sacco… e io ho finito col credergli per anni!

L’amore è nato molto più tardi, attraverso il teatro: credo che lo scrivere per qualcun altro, come la scrittura per la scena ti obbliga a fare, mi abbia liberato dalla preoccupazione di ricercare una scrittura che fosse a tutti i costi solo “mia”…

 

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Giusto per scomodare qualche grande, ma tra un minuto potrei far riferimento a tanti altri… nel teatro ho sempre guardato alla scrittura di Beckett, e mi è sempre piaciuta anche l’asciuttezza della sua poesia; tra i poeti italiani del ’900 Ungaretti, Caproni, Penna, Pasolini… E dopo Conte, Cucchi, De Angelis, Candiani, Gualtieri… Mi piace prestare ascolto a voci anche molto differenti… E poi ci sono i musicisti: da ragazzo ho ricevuto una formazione prima di tutto musicale, il jazz è stato il primo grande amore. La poesia ora è forse il tentativo di recuperarlo e farlo incontrare con quello per la parola, scoperta successivamente attraverso il teatro: due amori che, incontrandosi, ne generano un terzo…

 

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Credo nasca da una fragilità, da una ferita. La componente autobiografica può divenire un elemento di composizione passando attraverso il filtro di questa ferita, solo così ha senso e necessità il suo divenire scrittura: l’autore si mette da parte e lascia che sia la ferita a parlare, a sanguinare inchiostro sulla carta. Detta così può sembrare una cosa un po’ pulp, ma non necessariamente: da una ferita può anche sgorgare leggerezza, musica, canto…

 

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

Tecnicamente, una parte di queste poesie (quelle della sezione Parole alle formiche) era giunta finalista al Premio InediTO – Colline di Torino. Parallelamente il poeta Giuseppe Conte, a cui le avevo inviate, mi aveva incoraggiato ad andare avanti. Così ho continuato a scrivere, a limare…

Non saprei dire molto di più: faccio fatica a parlare del mio stesso lavoro, per lo meno a così poca distanza dalla sua uscita. Qualcuno, leggendola, ha avuto la sensazione che sia il risultato di un aver “coltivato per vent’anni la poesia quasi in segreto, dietro le quinte della scrittura e dell’esperienza teatrale”: non saprei trovare una definizione migliore… a volte – quasi sempre, forse – gli altri possono raccontare meglio di noi quello che facciamo.

 

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Per me è stato necessario scriverla; sulla necessità di leggerla, preferisco sia il lettore a esprimersi. Ad ogni modo, a giudicare da alcune segnalazioni e recensioni che cominciano a uscire su riviste e blog, mi pare stia suscitando l’interesse di persone anche molto differenti per età e formazione.

 

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Come è raccontato nelle note di chiusura, la “spinta” iniziale è arrivata durante la cura e riordino delle poesie di mio padre, lavoro ancora in fieri che ho avuto il coraggio di iniziare solo dopo più di dieci anni dalla sua scomparsa, e che mi permette in qualche modo di incontrarlo ancora (come suggerisce il titolo del libro e della sezione di apertura a lui dedicata).

 

7. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Sono lento, e frammentario… la sistematicità per me solitamente arriva in una fase successiva, quando si tratta di comporre i frammenti in qualcosa che possa stare insieme in un unico corpo organico, con un suo respiro… anche se poi la costituzione originaria, fatta di frammenti e corpi più piccoli, resta volutamente sempre visibile in filigrana. Non aggiungerei altro se non le parole di Antonio Fiori su Atelier Poesia già citate nel punto 4 (http://www.atelierpoesia.it/tommaso-urselli-esordio-in-poesia/).

 

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

È la copertina standard della collana Alter di Edizioni Ensemble, che trovo bella per la sua essenzialità – niente immagini, solo un testo estratto dalla raccolta –.

Il testo scelto affronta un tema che da diversi punti di vista – autobiografico, quotidiano, mitologico – attraversa un po’ tutto il libro… il padre, il figlio…

 

9. Come hai trovato un editore?

Ne ho contattati diversi parallelamente al lavoro di composizione della raccolta, inviando del materiale ancora in fieri. Indipendentemente dalla reciproca scelta finale, con diversi editori si è instaurato un bel rapporto di scambio e dialogo.

 

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

È un libro che contiene testi anche molto differenti tra loro per contenuto, struttura, linguaggio. In alcuni utilizzo forme più classiche, chiuse; in altri il linguaggio si apre, il ritmo è volutamente spezzato, sincopato; c’è una sezione di poesie brevissime, e altre sezioni con poesie dal respiro più lungo; ci sono inoltre composizioni la cui lingua risuona dell’esperienza teatrale; chiude il libro un testo di poesia in prosa, un flusso di parola priva di versificazione e punteggiatura, una sorta di unica lunga frase musicale dal tempo sospeso… come un assolo di sassofono mentre la sezione ritmica tace, per tornare al jazz… Penso quindi a un pubblico curioso e disposto, con chi scrive, a rischiare un po’. E tante volte lo è molto di più di ciò che comunemente si pensa. Lo dico per la pregressa esperienza in teatro: c’è spesso questa idea che il pubblico voglia a tutti i costi restare comodo e vedere sempre le stesse cose, mangiare sempre lo stesso rassicurante cibo surgelato da anni, sopravvivere più che vivere… ma forse è appunto solo un’idea, che riguarda più alcuni produttori di teatri e di surgelatori…

 

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Cerco di raccontarlo, in situazioni simili a questa. La cosa che mi piace è che, raccontandolo ad altri, lo racconto nuovamente anche a me… è come rientrarci ogni volta di nuovo, riviverlo, e la cosa mi diverte…

 

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

“Allora abitavo acqua / suonavo / strumenti fatti / d’aria: e di parole / nemmeno l’ombra.”.

È il testo di apertura della sezione “Parole alle formiche”. Non lo cito per questioni di primato rispetto ad altri ma perché è il primo testo in assoluto ad essere stato composto: nel 2001 Maurizio Cucchi lo pubblicò e recensì nella sua rubrica su Specchio de La Stampa, accostandolo per tematica alla poesia di Giuseppe Conte. Subito dopo mi sono dedicato al teatro… Così ora, a distanza di vent’anni, ho ricominciato da là, da quel primo passo; e ho inviato i testi di questa sezione a Conte, che mi ha risposto con le parole riportate in quarta di copertina.

 

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

“Passo”, dicevamo: mi pare di ricordare che un passo sia un po’ una situazione di disequilibrio che necessariamente dobbiamo attraversare se vogliamo spostarci da un punto all’altro, disegnare un cammino… Ecco, mi auguro che anche questo libro possa essere un passo, un piccolo disequilibrio per chi scrive e per chi legge.

 

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Ci penso.

 

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Tornare al teatro. Depistarsi, sempre.

 

Tommaso Urselli

 

NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA

Tommaso Urselli è autore di teatro. In passato alcuni suoi componimenti poetici sono stati pubblicati e recensiti da Maurizio Cucchi su Lo Specchio de La Stampa. “Oggi ti sono passato vicino”, da poco pubblicata per Ensemble, è la sua prima silloge poetica; alcuni estratti sono pubblicati da Maurizio Cucchi e da Vittorino Curci su Repubblica per la rubrica Bottega della Poesia, e su blog e riviste on-line; la sezione “Parole alle formiche”, particolarmente apprezzata dal poeta Giuseppe Conte (sue le parole in quarta di copertina), è giunta finalista al Premio InediTO – Colline di Torino 2019. Tra i suoi testi teatrali rappresentati e pubblicati: “Un vecchio gioco“ (La Mongolfiera Editrice) commissionato da Compagnia Scena Nuda. “Boccaperta” (La Mongolfiera Ed.) commissionato da Teatro Periferico. “Ipazia. La nota più alta” (pubblicato da Sedizioni) su commissione di PactaDeiTeatri. “Il Tiglio. Foto di famiglia senza madre”, prodotto dall’autore in collaborazione con l’attore-regista Massimiliano Speziani: il testo, tra i vincitori del premio Borrello per la drammaturgia (e premio Fersen alla regia) è pubblicato sul n. 727 della rivista Sipario, in volume per La Mongolfiera Editrice, in e-book per Morellini Editore. Su commissione del Festival Connections – Teatro Litta, Milano, scrive “In-equilibrio”. Viene prodotto dal Teatro Litta il suo testo “Esercizi di distruzione. L’importanza di chiamarsi Erostrato” (pubblicato in volume per Edizioni Corsare e sul n. 758 della rivista Sipario; vincitore del premio Lago Gerundo). È attore-autore di “Ma che ci faccio io qua” (pubblicato da Edizioni Corsare). Cura con Renata Molinari e Renato Gabrielli la pubblicazione di “A proposito di menzogne – testi per Città in condominio”, L’Alfabeto urbano, Napoli. Scrive “Canto errante di un uomo flessibile”, tra i vincitori del Premio Fersen per la drammaturgia e pubblicato da Editoria&Spettacolo. Vince la prima edizione del premio Parole in scena per il teatro-ragazzi con il testo “La città racconta” (pubblicato da Edizioni Corsare). È autore-regista di “Piccole danze quotidiane” (messo in scena al PimOff e presso la Triennale di Milano per il Festival Tramedautore, Outis).

Blog: https://tommasourselli.wordpress.com/

 

 

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Forma alchemica 25: Nazim Hikmet

24 domenica Gen 2021

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica

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Tag

alle vita, commento, Nâzım Hikmet, POESIA

foto di Loredana Semantica

Alla vita

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla dal di fuori o nell’al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.
La vita non è uno scherzo.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.

Siamo sempre col cellulare in mano, ma questo non sempre è un male, giusto qualche giorno fa eravamo in due in macchina su una provinciale ancor più a sud della mia città, avvolti dall’imbrunire suggestivo di un tardo pomeriggio siculo. Lui guidava, io cazzeggiavo al cellulare. Più o meno in prossimità di un passaggio a livello in sosta in attesa del passaggio del treno, vicino alla casa cantoniera, fermi a sinistra dei “pali di ficurinnia” piantati improvvidamente sul ciglio della strada, allora proprio allora, dallo schermo del telefonino è balzato fuori questo testo di Hazim Hikmet, come la poesia sbuca dal silenzio.
Lo leggo e lo trovo bellissimo, sento il bisogno di leggerlo al mio compagno che, a sua volta, lo trova bellissimo. L’esito dello scambio di opinioni è questa forma alchemica. “Forma alchemica” è la rubrica del blog Limina mundi nella quale rendo omaggio alle poesie che realizzano la perfetta alchimia di suono e senso, come spiego meglio qui.
Dal punto di vista formale il testo si compone di tre strofe, alcune frasi sono usate come un refrain “la vita non è uno scherzo” e “prendila sul serio”. Costituiscono il primo e secondo verso della prima e seconda strofa. “Prendila sul serio” introduce la terza strofa. Queste espressioni usate sono colloquiali, il poeta infatti si rivolge a un tu al quale parla, producono l’effetto di avvicinare il testo a una conversazione e di avvicinare l’interlocutore all’ascoltatore.
Nella prima strofa compare uno scoiattolo che non ci si attende dopo un inizio che promette una chiave di lettura della “vita”, ciò provoca un piccolo effetto sorpresa. Lo scoiattolo vuol essere un esempio, il riferimento a una creaturina che vive senza attese e pretese, un animaletto del bosco, ma avrebbe potuto essere un pesce nel mare, un uccello nel cielo, un giglio del campo. Esseri che non vivono nell’ansia del domani dell’oltre o del dopo, ma nel presente e semplicemente.
In questo pensiero poetico si avverte una singolare sintonia con il pensiero cristiano. Sovviene il passo del Vangelo Mt 6,25–33 nel quale le parole di Gesù sono un invito ad affidarsi alla benevolenza celeste, alla grazia che soccorre sempre anche qui chiamando in causa le piccole creature. Parole che sono di speranza nell’ansia e nell’affanno.

«Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” Mt 6,25–33

Ora siamo dentro una pandemia che spegne entusiasmo, iniziative, socialità. Leggere questo inno alla vita produce un particolare effetto di apertura e libertà. Regala un respiro di sollievo. Tocca le profondità.
La seconda strofa è dedicata al sacrificio estremo di quegli uomini che muoiono per altri uomini, per la loro libertà, davanti a un plotone d’esecuzione, o in un laboratorio di ricerca, gli occhi sui vetrini e provette a consumare la vita o a perderla per la salvezza di altri.
Anche questa strofa in questo momento storico assume un significato particolare, perché omaggia il sacrificio degli uomini di scienza, e ce ne sono, ne abbiamo visti, ma molti di più sono quelli che non vediamo, quelli dei quali non sappiamo, che i giornali non mettono in prima pagina o in un articolo per ottenere visualizzazioni, che non sono figure da copertina o disponibili all’esposizione, ma piuttosto esseri autentici e sconosciuti, sofferenti e determinati. Coraggiosi. Per tutti penso alle decine e decine di operatori sanitari morti sul campo di questa infausta pandemia. Di certo non l’avrebbero voluto. Come uomini e donne messi al muro.
Per l’ultima strofa ritorno per un attimo alla premessa raccontata sopra, chiarisco che quella raccontata non è la prima volta che leggevo questa poesia di Hikmet, già in passato l’avevo apprezzata, ma le circostanze erano diverse.
Quella sera di cui racconto avevamo lasciato alle nostre spalle un rettilineo che attraversa distese di uliveti. Ulivi annosi e contorti. Le foglie luccicanti d’argento. I polloni rigogliosi. Alberi fruttiferi e maestosi. In cima a questo post la foto di uno di essi. La chiusa del testo è un focus su vita, morte e ulivo. Quest’ultimo è un albero di alta valenza simbolica. Innanzitutto per le sue caratteristiche. La sua longevità fino a diventare albero secolare. La duttilità del tronco che si contorce per l’azione del vento, diventando una sorta di scultura viva. La capacità di sopravvivere in terreni aridi, sassosi e scoscesi, aprendosi la strada con le radici verso il suolo. Quella ancora più sorprendente di resilienza. E’ capace, distrutto da un’incendio, di gettare ancora polloni dalla ceppaia. Ama la luce, il sole, soffre il freddo e l’ombra. Il frutto che regala, buono in sé da mangiare (opportunamente trattato), è utile per produrre l’olio, prezioso nella cucina e nell’alimentazione. L’olivo era considerato sacro dai Greci, è simbolo di pace e rinascita. Dopo il diluvio per segno dell’emersione della terra una colomba porta a Noè un rametto d’ulivo. E’ simbolo di riconciliazione tra il divino e l’umano. Lo stesso olio che si estrae dall’oliva per la religione cristiana, una volta benedetto, è il crisma con cui si segna il cresimando, che si somministra agli infermi nell’estrema unzione.
Piantare ulivi a settant’anni è un gesto di resistenza alla morte, è la speranza di vederli crescere, il segno della continuità della vita, la consegna di questo spirito combattivo e anelante a una pianta che con ogni probabilità ci sopravvivrà.
L’ultimo aspetto che intendo rimarcare nella poesia e del suo legarsi singolarmente al nostro tempo richiede di riportare in breve gli aspetti salienti della vita dell’autore.
Nazim Hikmet viene detto spesso poeta turco, ma non mi sembra che questa nazionalità turca lo vesta perfettamente. Egli nacque a Salonicco, in Grecia, nel 1901, il padre era un diplomatico turco, la madre era una pittrice di nazionalità polacca. Nazim appena ventenne dovette lasciare la Turchia per ragioni politiche avendo pubblicamente denunciato il genocidio armeno. Si recò a Mosca dove maturò la sua formazione politica comunista. Tornato in Turchia nel 1928 per le sue idee comuniste, antinaziste e antifranchiste fu carcerato per cinque anni, poi liberato e nuovamente perseguitato, torturato e carcerato come sovversivo dal governo turco nazionalista.
La condanna inflitta era a 28 anni di detenzione, Hikmet ne scontò 12, dal 1938 al 1950. Nel 1950 fu liberato a seguito di uno sciopero della fame di diciotto giorni che compromise la salute del suo cuore e grazie a iniziative di solidarietà internazionale da parte di artisti e intellettuali.
Una volta libero, scampato a due attentati, fu costretto all’esilio, separato da moglie e figlio, in quanto il governo turno non permise loro di seguirlo. Nazim rinunciò alla nazionalità turca nel 1951, e, come rifugiato politico, acquistò quella polacca, la stessa della madre.
Egli visse poi soprattutto a Mosca, dove fissò la sua residenza e dove morì il 6 giugno del 1963, stroncato da una terza e fatale crisi cardiaca.
Hikmet scrisse la poesia “Alla vita”, proposta in questa forma alchemica, nel 1948, mentre era in carcere. Anche lo stato di prigionia del poeta aggiunge valore al testo. Nel leggerla proprio adesso non si può non correlare lo stato di costrizione in prigionia dell’autore alla particolarità del momento che viviamo e che ci costringe nelle case molto più di quanto desidereremmo. Anche se la detenzione è su basi diverse, lì imposta dalle sbarre punitive, qui dalle disposizioni e sanzioni, ma in sostanza dal buon senso a tutela della propria e altrui salute, sentirla risuonare come un canto di profonda libertà, pensare alla prigionia del suo autore, legge e rilegge in qualche modo il sentire del nostro tempo, lo rielabora, lo distende.

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Canto presente 50: Enrico Marià

18 lunedì Gen 2021

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA

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Tag

Enrico Marià, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

ENRICO MARIA’

 

Le mani tese

verso un oltre

che non posso

guardarlo negli occhi

ferita longitudinale

è la mia bocca che succhia

assi marcite, il vuoto incorniciato.

*

Le protesi

per le onde mutilate

che la boscaglia

del mare calmo

si fa spalto

a scovarmi

sangue acciaio.

*

La vasca quella

col sangue dei detenuti

e l’esistenza attesta

il male oscuro

questo desiderio

la rivincita dei corpi

il nome breve.

*

La superficie l’acqua immota

percorsa dagli animali feriti

che mai torna a casa

la complessità di questa luce.

*

I bambini

è questione

di odori buoni

di corpi caldi

amati il tempo

per il tempo

giusto per venire

un container

dove provvisorio

è il bestiame spostato.

*

Stefano è morto giovane

e io la piango ancora di nascosto

la famiglia slogata

la ricerca della colpa

e il non toccarmi mai più carne

se non treno fucile in faccia

che non voglio sia colpa tua

il ritorno di me

nel bianco del lenzuolo.

*

È il gesto che mi dice

che non so più essere

che quell’angolo incontrollabile

dove la lontananza mai raggiunta

il tempo scorso.

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Edoardo Gallo: “La Verità è un Bambino dagli Occhi Grandi” Liberodiscrivere, 2020. Cinque poesie e una intervista

15 venerdì Gen 2021

Posted by adrianagloriamarigo in Interviste, MISCELÁNEAS

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Adriana Gloria Marigo, Edoardo Gallo, La Verità è un Bambino dagli Occhi Grandi

Edoardo Gallo: “La Verità è un Bambino dagli Occhi Grandi”

Liberodiscrivere, 2020

Prefazione di Sotirios Papadopoulos e di Giuliana Balzano

Postfazione di Sara Zanferrari

 

 

Dalla prefazione di Sotirios Papadopoulos

«Edoardo Gallo con la sua nuova silloge intitolata La Verità è un Bambino dagli Occhi Grandi ci fa fare un tuffo nel sacro concetto di Alitheia (Verità); un viaggio nello sforzo di essere sempre noi stessi ma attraverso la paura del giudizio sociale. Siamo consci che il cervello umano è in grado di svolgere infinite e complesse operazioni in tempi ridotti. Ma esiste soltanto una di queste che non può essere eseguita ed è proprio questa che compromette i rapporti tra tutti gli esseri su questo pianeta. Distinguere il Vero dal Falso, la Verità dalla Menzogna, la Alitheia dal Pseudos. Edoardo ci porta attraverso le sue melodie visive a capire che la Verità non può coesistere con la Menzogna senza essere contaminata, deformata, svilita e annientata. Ma non è forse che la Verità è la concordanza tra Giudizio e Realtà? E che cosa è Reale se non la manifestazione dell’Essere? I poemi di Gallo, come specchio vivente della nostra Anima, dietro a una trama semplice, nascondono uno spirito agonistico pieno di voglia di Bellezza interna e di coraggio guerriero nel mezzo di una società alla deriva, in cima a naufragi di valori e di detriti di anime vendute al Consumismo Materiale.»

 

Dalla prefazione di Giuliana Balzano

«L’ispirazione poetica di Edoardo Gallo nasce da un intenso stato emotivo derivato dalla puntuale osservazione di ciò che lo circonda. Il poeta fa un’attenta analisi interiore dei propri sentimenti dando vita a liriche dinamiche e nel contempo dolcissime. Nelle sue poesie si “leggono” chiaramente due elementi: la forza interiore che caratterizza il suo pensiero; il bisogno costante di cogliere quelle verità difficili da negare. Il suo stato d’animo va a distendersi sui versi e la poesia diventa un mezzo indispensabile per lui, per poter camminare nei meandri più bui dell’esistenza umana. Gallo sente il bisogno di amare, cerca la pace nella magia del silenzio, ambisce a trovare la verità. Amore, silenzio e verità diventano un modo per lui di affrontare la frenesia di questo nostro tempo sofferto e avverso. Gallo crede nella forza delle parole, ha fiducia nelle parole, gioca con le parole creando liriche riflessive, cariche di schiettezza.»

 

A portata di mano

 

Il mio mondo

lo tengo a portata di mano

tutto dentro a una tasca.

Chiavi per aprire porte

Un fazzoletto per le lacrime

Una conchiglia per aver con me le onde

Alcune monete per un gelato

E quella poesia che scriverò domani

 

 

 

Da qualche parte

 

Alla fine vince chi non ha paura del buio.

Alla fine.

Là al bivio tra la strada che sale e quella che scende.

Da qualche parte starà pur la fine.

Del lasciarti andare,

dell’un po’ morire.

Dell’unica volta che abbiamo saputo cos’è l’amore

 

 

 

Il nido del desiderio

 

Vivo nel desiderio di tutto quel che ho già scritto.

Non c’è nuovo che mi appassioni più

di quelle labbra che furono il mio sorriso.

Ancor oggi ripensando al ramo

ci porterei la paglia per costruire il nido

per tutte le volte che torno e non ti trovo

 

 

 

Infinito e confine

 

Infinito e confine

i tuoi occhi,

acqua e fuoco

la tua bocca;

tra l’infinito e la bocca

i tuoi occhi.

E sono con te oltre quel confine,

oltre le terre conosciute,

al di là di tutti i mari,

sopra le stelle

con te

 

 

 

Soldati

 

Come i milioni di soldati abbattuti un secolo fa

Siamo stati sterminati.

La montagna è diventata ancora la nostra tomba

la nostra anima è stata sradicata e siamo caduti a terra.

Tutto esattamente come cento anni fa.

Qualcuno potrebbe pensare che noi non abbiamo sofferto.

Noi custodi di queste cime,

Noi soldati di queste vette.

Abeti, Larici, Faggi, Frassini, Tigli

siamo nuovamente morti.

Non il nostro spirito che vivrà per sempre

Tra i sassi che abbiamo vegliato

i sentieri che abbiamo adombrato

i ricordi che abbiamo protetto.

E in tutti voi che ci avete amato

 

29 ottobre 2018 tempesta Vaia: dedicata agli alberi dell’altopiano di Asiago

 

 

 

Intervista

 

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Risale ai tempi del liceo con lo studio dei classici della letteratura, ma questo innamoramento ha avuto la sua folgorazione dopo aver visto il film l’Attimo Fuggente; film che ho riassaporato recentemente assieme ai miei figli. Ricordo che io adolescente lo approfondii in modo viscerale andando a cercare e poi leggere o rileggere tutti gli autori citati: da Whitman a Thoreau, da Byron a Frost, fino ad Orazio per citarne alcuni.

 

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Faccio veramente fatica a dare solo alcuni nomi. Leggo molta poesia e cerco di spaziare quanto più possibile per “succhiare” il nettare delle parole di questi immensi poeti. Decisamente sono molto legato a Leopardi e Whitman. Mi piacciono Montale, Caproni, Gozzano, Pavese fino a Zanzotto, molto le poesie di Szymborska, di Dickinson, di Cvetaeva. Mi affascinano Pozzi e Plath. Amo viaggiare con Prevert ed Hesse, innamorarmi con Lorca e Neruda. Ho un debole per l’intrigante e diretto Bukowski, per i più meditativi e spirituali Hikmet, Gibran, per la filosofia di Pessoa e Rilke. Direttamente o indirettamente cerco di farmi coinvolgere da tutti, credo comunque di avere un mio stile che mi dicono sia riconoscibile e distintivo.

 

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

 Tutto nasce dal mio innato istinto di osservare. Vedo, guardo, ascolto, sento e porto a scrittura ogni emozione. Ogni sentire. Per me infatti «la poesia è un ponte che unisce ogni intimo sentire». Un ponte che collega il fuori al dentro di noi per poi ritornare fuori, in un moto quasi perpetuo e sconvolgente. Tutto ciò che scrivo fa parte di un vissuto, a volte intimo, a volte spaziale; a volte è inconscio che vive nel sogno e che poi diventa attimo vissuto. Non potrei mai scrivere qualcosa per la quale non ho provato nulla. Ho bisogno di respirare e tramutare in parola ogni emozione, qualcosa che mi ha colpito, che mi ha ferito o fatto gioire o solo ho vissuto per un istante. In alcune poesie ci sono i posti a me cari, spesso i colli Berici dove ho una casa e dove ho vissuto da bambino. I ricordi d’infanzia dati da un albero, l’erba appena tagliata, la raccolta dell’uva, la neve, un pettirosso. Da mio padre che siede sotto al portico e guarda la vallata al di là del muro. Insomma ogni cosa che osservo e che ricordo può essere motivo per fare e dire poesia.

 

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

Dopo aver pubblicato le prime due sillogi a me molto care Giorno Zero e È Solo Poesia nel marzo scorso ho deciso di mandare in stampa la terza raccolta che ho voluto intitolare La Verità è un Bambino dagli Occhi Grandi e che ha visto la sua prima presentazione solo nel giugno 2020. Ho vissuto un periodo dove la verità era diventata profondamente urgente e necessaria. Ma non tanto la verità in sé ma l’ “essere vero”. Legata quindi alla sincerità e alla lealtà come forme di gentilezza, di passione, di credibilità. Ero stanco di vedere il continuo depauperamento dei valori veri a vantaggio di forme egocentriche, narcisiste e arroganti, veloci da raggiungere, effimere e superficiali. La poesia è per me sinonimo di verità, perché canta il vero, e lo descrive raccontato dentro le sue fatiche, le sue malinconie tuttavia restando verità di speranza, con slanci di illusione e di utopia per compiere ogni giorno un passo avanti.

 

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Non lo so se sia utile, e tantomeno necessaria. Lo è per me, sicuramente. La poesia è per me un’urgenza necessaria; in tal senso credo possa essere utile anche a qualcun altro. Quello che mi dicono i lettori, e lo riporto fedelmente, è che nel leggermi trovano serenità e, in alcuni concetti espressi con metafore e paradossi, leggono una filosofia buona a sostegno del possibile, impavida nella sua completa fragilità. Come ha scritto in una prefazione il prof. Sotirios Papadopoulos, «Edoardo Gallo con la sua nuova silloge ci fa fare un tuffo nel sacro concetto di Alitheia (Verità); questa dolce e amara sensazione rende la sua opera Fragile come l’acciaio e Robusta come le ali di libellula».

 

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Non c’è un preciso momento. È nata con il vivere quotidiano, giorno dopo giorno. Segue il corso delle mie giornate e degli eventi.

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi, oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Quasi ogni componimento lo scrivo di getto e solo in alcuni casi, o nelle poesie più lunghe, metto mano ad alcuni versi anche a distanza di tempo. In altri non trovo subito la parola giusta, e così torno sopra la poesia per sentire se riflette appieno l’emozione che ho provato e che voglio trasmettere. A volte per lavoro sono in viaggio e lì l’ispirazione può giungere improvvisa, anche se è la notte il tempo migliore per il mio scrivere. Quello che è certo è che scrivo perché ne ho bisogno e quando lo sento forte mi fermo ovunque io sia e scrivo. Mi distoglie dalla vita stressante che il lavoro mi obbliga a fare seppur con piacere, e mi catapulta in un mondo parallelo dal quale torno rigenerato e rinnovato.

  1. La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?

Ho l’abitudine, suggerita dal mio editore Antonello Cassan di Liberodiscrivere, di scegliere per le copertine un’opera pittorica. Dopo aver collaborato con Andrea Marchesini, ho sentito la forte necessità di chiedere a Bruna Lanza una sua opera. Il colore segue il filo conduttore del contenuto del libro. In questo caso è stata scelta un’opera che emotivamente mi ha molto colpito, di prevalente colore arancio perché questo colore, caldo e attraente, per me simboleggia la poesia e quindi la verità. Il titolo del libro è preso dal titolo di una poesia in esso contenuta che declina in tutti i modi possibili la verità. La migliore sua descrizione risiede nel verso La verità è un bambino dagli occhi grandi.

  1. Come hai trovato un editore?

È una storia che serbo gelosamente ed è quasi romantica. Nel giugno 2016 ero a Genova per lavoro e da poco avevo tra gli amici di facebook la poetessa e filosofa Grazia Apisa che lì vive. Le ho scritto un messaggio chiedendole di poterla incontrare e, non senza mio stupore, lei ha accettato. Abbiamo trascorso diverse ore parlando di poesia, leggendone, bevendo un tè. È stato uno dei momenti più preziosi e intensi della mia vita. È stata lei a suggerirmi, durante quell’incontro, la mia attuale casa editrice Liberodiscrivere.

 

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Credo che possa essere molto interessante per tutte le persone che si pongono domande, pertanto non solo agli amanti della poesia ma a un pubblico di lettori più vasto. Avviso che non so se nel leggerle troveranno le risposte che cercano, ma forse sarà più probabile che si porranno ulteriori domande. Credo inoltre che questa pubblicazione possa comprendere un’ampia fascia di età, anzi lo spero. Ho avuto il piacere di portare le mie poesie anche in alcune scuole primarie e secondarie; sono stati momenti di grande stupore, vedere come menti così giovani riuscissero a captare e andare oltre il significato stesso della poesia. Ricorderò per sempre la risposta di una bambina di nove anni alla mia domanda “cos’è per voi la poesia”, rispose: «Per me la poesia è follia». Cosa potevo sentirmi dire più di questo?

 

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Per lavoro mi occupo di vendite e indirettamente di marketing. Sono pertanto abituato ad utilizzare le diverse forme di comunicazione. I canali distributivi sono i più disparati: direttamente dalla mia casa editrice, attraverso Amazon o IBS libri, oppure si possono prenotare in quasi tutte le librerie anche se in questo caso, purtroppo, la consegna è sempre piuttosto lenta. Mi piace promuovere personalmente la distribuzione; spedisco le copie direttamente a casa dei lettori, naturalmente con dedica, oppure li distribuisco durante gli incontri di presentazione. Quest’anno inoltre alcune aziende hanno trovato interessante omaggiarlo ai loro clienti come regalo di Natale. Utilizzo poi i social più significativi: ho un mio blog edoardogallopoesia su facebook che sta ricevendo una buona attenzione e, con lo stesso nickname, sono presente anche su youtube, dove presento il progetto PoeMusìa in collaborazione con il compositore e pianista Giuseppe Laudanna.

 

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

 

« Pensare di aver perso una cosa.

Ritrovarla

ed essere felice.

Piccoli attimi

nei quali riconosci

il senso della vita.

Perché la vita

è nelle cose

ritrovate.

Anche quando

sono perdute »

 

Una delle poesie che preferisco perché mi dà un senso di pace e di accettazione.

 

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Spero riuscirà ad avvicinare un maggior numero di lettori alla poesia. La poesia infatti è per me curativa, una medicina buona e chi la legge non può altro che trarre giovamento. La poesia è sempre stata un po’ troppo tenuta in disparte rispetto le altre forme di scrittura, non so se per rispetto o più per paura. Essa, anzi Ella, è fondamentale, illumina la vita come un lampo. È distillato, un’estrema sintesi di qualcosa di molto più grande. In poche parole riesce a contenere un mondo di emozioni e di significati. Non si possono infatti leggere decine di poesie tutte d’un fiato. Un libro va letto adagio, facendo sedimentare le parole, rileggendole se possibile così da scoprire i molti e diversi “messaggi” contenuti. A volte la poesia è un codice segreto e come tale ci vuole la giusta pazienza per decodificarlo e apprezzarlo totalmente.

 

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Cosa contiene il QR Code stampato in quarta di copertina?

 

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Sto continuando a scrivere ma è ancora presto per pensare al prossimo libro. Vorrei solo riuscire a tornare a presentarlo pubblicamente, vedere tutto il viso delle persone, guardare dentro i loro occhi, respirare la loro stessa aria. Potere stringere nuovamente le mani e abbracciare, forte, a lungo restando ad ascoltare il prezioso silenzio che si scatena in quel momento.

Edoardo Gallo

 

Biobibliografia

Edoardo Gallo è poeta vicentino. Ha pubblicato tre libri in forma collettiva esprimendo poi la sua cifra poetica originale e polimorfa nelle tre raccolte personali Giorno Zero, È Solo Poesia , La Verità è un Bambino dagli Occhi Grandi.

Ha partecipato a Poetry Vicenza, FlussiDiVersi di Caorle, Parole Spalancate Festival Internazionale di Genova e al BeArt Festival dell’Arte di Vicenza. Con la poesia Io sono mio padre è vincitore assoluto del Premio Letterario Nazionale “Giorgio Gaiero”. Nel 2020, quale rappresentante della poesia italiana, è invitato a partecipare alla mostra virtuale “Mediterranean Anatomy” patrocinata dall’Ambasciata Italiana in Grecia. Le poesie A chi importa e Il nido del desiderio sono diventate canzoni d’autore.                L’inedito Soldati viene utilizzato quale voce poetica del video realizzato da Adifly in collaborazione con l’associazione culturale Liberi Pensatori, in ricordo degli alberi abbattuti dalla tempesta Vaia. Il progetto viene patrocinato dall’Assessorato alla Cultura e Turismo della Regione del Veneto. A luglio 2020 è finalista alla XIV edizione del Premio Letterario “Città di Livorno” con la poesia Le cose difficili. Prestigiose sono le collaborazioni con numerosi artisti e musicisti, tra i quali il pianista e compositore Giuseppe Laudanna con il quale crea il progetto artistico PoeMusìa.

 

 

 

 

 

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100 ANNI DI LEONARDO SCIASCIA ~ METAFORE E CONTRADDIZIONI

13 mercoledì Gen 2021

Posted by marian2643 in Appunti letterari, LETTERATURA

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Anna Maria Bonfiglio, Leonardo Sciascia

Nei primissimi anni ’80 del secolo scorso venni invitata dal Comune di Porto Empedocle, mio luogo di origine, a partecipare come “giovane poetessa”  ad un convegno letterario che radunava alcuni degli autori del territorio agrigentino. Mi ritrovai dunque in un contesto di personalità della cultura non solo siciliana ma di carattere nazionale fra cui Antonino Cremona, Federico Hoefer, Alfonso Gaglio, Andrea Camilleri e Leonardo Sciascia. Di Hoefer e Camilleri, quest’ultimo non ancora nel solco del successo dovuto alla serie montalbaniana, conoscevo qualcosa, essendo stati entrambi amici di gioventù dei fratelli di mia madre, gli altri mi erano pressoché ignoti, salvo Sciascia di cui avevo letto Il giorno della civetta e qualche altro titolo. Di lui ho un ricordo visivo vago, in particolare un mezzo sorriso fra l’ironico e il compiaciuto. Timida e alle prime armi nel campo della scrittura, non osai interloquire con nessuno di loro, in seguito ebbi modo di presentare a Palermo sia Hoefer, col quale si stabilì una bella amicizia, sia Camilleri, che al contrario non ebbi più modo di incontrare. Di Leonardo Sciascia continuai a leggere molti altri libri, con un interesse sempre maggiore ma in difficoltà nell’inquadrare la sua opera in una categoria letteraria, fin quando non giunsi alla lettura di La Sicilia come metafora, un libro-intervista della giornalista francese Marcelle Padovani, che mette a fuoco la persona e l’opera sciasciana.  Ma chi è Leonardo Sciascia?

“Mio nonno si chiamava Leonardo, come me; era un gran lombardo alla Vittorini dagli occhi azzurri. Ho trovato suoi biglietti da visita: Leonardo Sciascia-Alfieri. Alfieri è un nome del nord, che aveva preso da sua madre insieme agli occhi azzurri, mentre Sciascia è un cognome propriamente arabo, che fino al 1860 sui registri anagrafici veniva scritto Xaxa, e che si leggeva Sciascia. In arabo, dice Michele Amari, vuol dire «velo del capo». Una volta, il console di Libia a Palermo mi ha detto che, per indicare un’amicizia strettissima, nel suo paese si parla di «due teste in una stessa sciascia”.

Nato a Racalmuto, paese dell’agrigentino, si trasferisce con la famiglia a Caltanissetta dove il padre inizia a lavorare come amministratore in una zolfara nissena. Frequenta il corso magistrale dove insegna Vitaliano Brancati, suo professore e primo riferimento culturale, consegue il diploma e inizia ad insegnare.

“Il pomeriggio lo passavo da uno zio sarto. Per apprendere il mestiere. Il mio trasferimento a Caltanissetta fu casuale. Se mio padre non avesse avuto il posto ad Assoro, non ci saremmo trasferiti a Caltanissetta. È stata una fatalità che ha inciso molto sul mio destino. Se fossimo rimasti a Racalmuto, io avrei fatto il sarto.”

Per fortuna delle patrie lettere la vita di Leonardo Sciascia ebbe diversa sorte. Per tutta la seconda metà del Novecento fu lo scrittore che attraversò la storia civile italiana, con le sue opere segnò l’inizio di quella letteratura che metteva il dito nella piaga del sistema mafioso la cui struttura si era insediata anche nell’apparato politico. La sua non fu denuncia, ma analisi lucida e impietosa della connivenza tra Stato e potere illegale, esercitata fin dal regno borbonico. Da uomo attento e analitico, lo scrittore è consapevole della difficoltà, per non dire dell’impossibilità, di giungere alla realizzazione di un perfetto sistema politico e sociale, tuttavia ritiene un dovere vivere e lottare perché questo possa essere raggiunto.

“Di me come individuo, individuo che incidentalmente ha scritto dei libri, vorrei che si dicesse: «Ha contraddetto e si è contraddetto», come a dire che sono stato vivo in mezzo a tante «anime morte», a tanti che non contraddicevano e non si contraddicevano.”

Riferendosi al ruolo dell’intellettuale, Sciascia sostenne che in Sicilia gli intellettuali costituiscono un corpo estraneo che il tessuto sociale rigetta in quanto rappresentano la coscienza del passato e la preoccupazione per l’avvenire.

“C’è stato un progressivo superamento dei miei orizzonti, e poco alla volta non mi sono più sentito siciliano, o meglio, non più solamente siciliano. Sono piuttosto uno scrittore italiano che conosce bene la realtà della Sicilia, e che continua a esser convinto che la Sicilia offre la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo odierno. Date queste condizioni, sono ancora uno scrittore siciliano? E che cos’è uno scrittore? Da parte mia, ritengo che lo scrittore sia un uomo che vive e fa vivere la verità, che estrae dal complesso il semplice, che sdoppia e raddoppia – per sé e per gli altri – il piacere di vivere. Anche quando rappresenta terribili cose.”

Scettico e talvolta amaro, per lo scrittore racalmutese il cammino della Sicilia è stato sempre un percorso difficile ancorché illuminato da grandi civiltà e da importanti tradizioni etnico-culturali che non ne hanno purtroppo cancellato la connotazione di terra di conquista. E coglie una lancinante verità nell’affermare che il fasto lasciato come retaggio dagli spagnoli ai siciliani, che continuano a praticarlo, gli uni lo vivevano da padroni, gli altri da schiavi. Alcune delle tante considerazioni e prese di posizione di Sciascia suscitarono a suo tempo aspre critiche e pungenti polemiche, soprattutto dopo che egli scese in politica, prima con il PCI di Achille Occhetto, dal quale diede le dimissioni perché contrario al “compromesso storico”, e dopo con il Partito Radicale, in seno al quale fu eletto alla Camera dei Deputati. Dopo la pubblicazione de L’affaire Moro le polemiche si moltiplicarono. Nel suo pamphlet Sciascia lascia trasparire il suo dissenso per come si era concluso il tragico rapimento di Aldo Moro, addossandone implicitamente la colpa all’apparato dello Stato che non aveva acconsentito a trattarne il rilascio. Egli smonta la tesi che era stata adottata dall’establishment politico, secondo la quale le lettere che il sequestrato scriveva pregando di cedere alle richieste dei terroristi erano dettate da uno stato di offuscamento mentale derivato dalla carcerazione, e lascia trasparire la propria posizione di dissenso. Quando si apre la tragica stagione degli omicidi di stato per mano mafiosa è ancora lui che sferra attacchi contro il sistema del “pentitismo”, non ritenendo etico “premiare”, a fronte di una testimonianza accusatoria, chi si era materialmente reso colpevole di uccisioni e stragi. Da una parte il rifiuto della violenza, dall’altra una costante critica al potere costituito e ai suoi segreti inconfessabili. Furono atteggiamenti che gli alienarono parte dei consensi, ma la sua presenza letteraria non ne rimase offuscata e le sue opere continuarono ad essere apprezzate fin oltre oceano.

“Considero il potere, non già alcunché di diabolico, ma di ottuso e avversario della libertà dell’uomo. Sono tuttavia indotto a lottare perché, all’interno del potere, si abbiano ricambi, possibilità di “alternative”, novità, una migliore organizzazione della giustizia, una libertà sempre più ampia, ragion per cui mi impegno quando c’è una battaglia da combattere. Mi rendo perfettamente conto di essere animato da un certo spirito di contraddizione, ma so che ogni essere umano che esercita un’attività intellettuale non può non esserne animato.”

La bibliografia di Leonardo Sciascia è sterminata, egli ha scritto di tutto: poesie, racconti, romanzi, saggi, teatro, pamphlet, aforismi, articoli giornalistici, e curatela di volumi collettanei e monografici per grandi case editrici italiane. Ho letto recentemente che la sua linea letteraria è stata definita Realismo critico. Non so quanto questa definizione possa essere adeguata, forse è ancora troppo presto per le etichette di “corrente”, o più verosimilmente la sua opera sfugge a ogni precisa categoria letteraria, mantenendo una sua propria identità che assomma la lezione pirandelliana e l’illuminismo volterriano. Ma possiamo affermare che dal suo magistero sono stati certamente influenzati due altri grandi scrittori siciliani, Andrea Camilleri e Gesualdo Bufalino, l’uno per la felice creazione del commissario Montalbano, spigoloso e ironico, l’altro per le risonanze barocche della sua scrittura. Amato e odiato, apprezzato e criticato, con la sua presenza e con la sua opera Leonardo Sciascia ha segnato tutta la seconda parte del secolo ventesimo lasciando un’impronta indelebile.

Anna Maria Bonfiglio

Nota – Le parti in corsivo sono tratte da “La Sicilia come metafora”, intervista a Leonardo Sciascia di Marcelle Padovani, Mondadori 1979

 

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Versi trasversali: Benedetto Ghielmi

11 lunedì Gen 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Benedetto Ghielmi, Cocci di bottiglia

 

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

BENEDETTO GHIELMI

 

ATTESA

L’attesa mi consuma le membra

adrenalina zampillante richiamo di un Oltre

catena che pone in gabbia il cuore

vorrei avere ma posso limitarmi a stare

tortura dell’anima

disarmato assaporo ciò che mi sarà posto in dono

riaffiora la speranza

spinta per vivere con intensità ulteriore

ogni atomo di tempo che respiro.

 

A TE

Inebriante gioia

porto sicuro

fragilità eccelsa

piuma leggera

carezza rigenerante

sacra condivisione

semplicità divina

porta socchiusa alla bellezza

parola rassicurante

ancora del mio navigare

ristoro del mio essere

pergamena affascinante

desiderio di scoprirti

vetta alpina

sacro tempio

nettare del mio affanno

lettera incompiuta

muro portante ma nascosto

timida esuberanza

ispirazione ordinata

fiore non raccolto

acqua che disseta

profumo di

Dio.

 

AMORE

Brezza mattutina

mi scompigli ricomponendomi

ordine irrazionale con il suo cullante andare

 

sosta ristoratrice

mi straborda il cuore dagli schemi umani

spinta verso l’Assoluto

continuazione del ciglio della speranza

 

forza trascinatrice verso il superamento del razionale

espressione del dono

energia creatrice.

 

APERTURA

Racchiuso in questo desolante volteggiare

sbarrata è la via verso un oltre

sento il sapore del soffocamento

reclinandomi in avanti cerco un pertugio

respiro

posso, finalmente, assaporare il profumo del muschio

frizzante fuga

mi si schiude davanti un nuovo orizzonte

dove giungerà il mio vagare?

 

 

DELICATEZZA

Contemplo instancabilmente

ogni foglia che cade

danzando come se cadesse un frammento prezioso

plana docilmente accarezzando il suolo

 

ritorno ad un nuovo cominciare

gesto tremante

odo l’eco

 

trasforma il tutto avvolgendolo con il sacro mantello

carezza di vita.

 

MATTINA

Algido sole

brezza pungente

campi in attesa dell’abbraccio del nuovo giorno

 

volto rifiorito

la città ridesta la speranza in un nuovo cominciare.

 

RICORDI

L’anima, inebriata di bellezza,

canta attimi eterni e passi di luce

 

lo sguardo è nuovo

e un fiume incontrollato scorre nelle mie viscere

 

incontri rinnovati

brandelli di mistero

 

la vita è una domanda di eleganza e stupore

trattengo per riconsegnare allegria esplosiva

preziosa occasione è questo viaggio.

 

Testi tratti da Benedetto Ghielmi, Cocci di bottiglia, Edizioni 2000diciassette, 2020.

 

 

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uNa PoESia A cAsO: Jacques Prévert

10 domenica Gen 2021

Posted by Loredana Semantica in uNa PoESia A cAsO

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Jacques Prévert

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Jacques Prèvert

Oasi Mirò (da “Sole di notte”)

Uccelli giallo folle vestiti di nero bruciato
in un cielo nero deserto
volavano.

Verde verde
Garcia Lorca cantava
Astro di rosso rame il suo cuore li attirava.

È colpa della luna
le lacrime sanno di sale
e le onde più sottili del mare
si erano rotte come vetro
sulla più tenera roccia.

le lacrime sanno di sale
è per colpa della luna
che governa le maree.

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Il Cosmo Simbolico di Cristina Campo

18 venerdì Dic 2020

Posted by marian2643 in Appunti letterari, LETTERATURA

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Cristina Campo, Diario Bizantino

Amore, oggi il tuo nome
al mio labbro è sfuggito
come al piede l’ultimo gradino…

ora è sparsa l’acqua della vita
e tutta la lunga scala
è da ricominciare.

T’ho barattato, amore, con parole.

Buio miele che odori
dentro diafani vasi
sotto mille e seicento anni di lava –

ti riconoscerò dall’immortale
silenzio.

 

Risiede in questi versi l’essenza del silenzio. Il nome sfuggito, la parola che lo anima è il peccato “imperdonabile”; il “baratto” del sentimento a favore della parola è un’ autoaccusa che si scioglierà solo “nell’immortale silenzio”. Quello  di Cristina Campo è un discorso per ellissi, un territorio in cui la vera ricchezza è tutto ciò che manca. D’altra parte non disse lei stessa che “aveva scritto poco e che meno avrebbe voluto scrivere”? L’eccedenza è quasi una paura, il mostrarsi più del necessario è in contrasto con la sua scelta esistenziale ed infatti fra la sua vita e la sua opera non esiste cesura, perché per Campo tra vita e pensiero, tra vita e arte non solo non deve esserci contrasto ma deve instaurarsi una vera e propria identificazione. Tutto ciò si sostanzia in una “assenza” che è incarnazione di una realtà più profonda dell’apparenza, rivelazione del vero significato delle cose, che non sta in quello che rappresentano ma in ciò a cui rinviano. Nel percorso verso questi rimandi lo sguardo si allunga fino ad arrivare a percepire il nucleo dei simboli che in essi risiedono. “L’incredulità nell’onnipotenza del visibile” è atteggiamento consustanziale alla scrittrice, è pratica che non abbandona, è la centralità di una poetica che guarda al mondo alluso, quello della fiaba, dei vangeli, della poesia, dove la “parola” è rivelazione del trascendente.

“Che altro veramente esiste in questo mondo se non ciò che non è di questo mondo?” Si chiede Cristina. Quello che unisce i due mondi è il simbolo e nella visione campiana il simbolo è fede in una Verità che parla attraverso di esso, è esperienza spirituale, esigenza di far combaciare la realtà naturale con una realtà sovrannaturale. Il suo mondo simbolico, mutuato in massima parte dalla liturgia della messa latina prima e bizantina poi, è lo specchio del cosmo celeste, epifania che rinvia all’Entità Divina. Ma il simbolo è altresì annidato nel tessuto delle fiabe ed è l’universo della fiaba uno dei nuclei più significativi della poetica campiana, un universo esplorato sia con la stesura di racconti fiabeschi ispirati ai migliori favolisti dell’Ottocento sia con accurati ed originali saggi. Nella concezione campiana il poeta è colui che restituisce la parola al suo valore simbolico e che trasferisce la verità in figure che coincidono con ciò che la parola significa. Il suo percorso intellettuale e ideologico segue quattro linee: il linguaggio, il paesaggio, il mito e il rito. Linguaggio essenziale, espresso per sottrazione più che per abbondanza, teso verso la Bellezza dell’Assoluto, da lei considerata quarta virtù dopo Fede Speranza e Carità. Campo, figura d’intellettuale appartata ed estranea al suo tempo, fa della costante ricerca della perfezione il suo ideale di vita e di scrittura, nel segno di una concezione ortodossa della cristianità che la conduce a combattere le riforme liturgiche del Concilio Vaticano II e ad avvicinarsi ai riti bizantini che ritiene più appropriati alla sua sete di assoluto.  

“Ci sono due mondi – io vengo dall’altro”. Si apre con questi versi, posti anaforicamente all’inizio di ogni strofe, il “poema” Diario Bizantino, ultima opera di Cristina Campo, licenziata poco prima della sua morte e pubblicata postuma. Il mondo da cui viene Cristina è sempre l’altro, e quello che unisce i due mondi è il simbolo, fede in una Verità che parla attraverso l’esperienza spirituale, esigenza di far combaciare la realtà naturale con una realtà sovrannaturale. La potenza semantica del Diario Bizantino è da vertigine, la sua simbologia, ancorchè pervasa di spiritualità, trascende il carattere meramente religioso e testimonia un’aderenza più o meno consapevole al linguaggio esoterico. Ogni lemma, ogni immagine conserva un significato che va oltre: il Lume coperto, il sepolto Sole; le incorporee Legioni, gli Arcistrateghi di luce; l’anello bianco di San Vitale. E tutto rimanda ad altro. Nella visione campiana il simbolo è fede in una Verità che parla attraverso di esso.

“L’attenzione è il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada al mistero. Infatti è solidamente ancorata nel reale, e soltanto per allusioni celate nel reale si manifesta il mistero. I simboli delle sacre scritture, dei miti, delle fiabe, che per millenni hanno nutrito e consacrato la vita, si vestono delle forme più concrete di questa terra. […]. Essa è dunque, alla fine, la forma più legittima, assoluta d’immaginazione. Quella a cui allude senza dubbio l’antico testo di alchimia là dove raccomanda di dedicare all’opera la vera immaginazione e non quella fantastica.”

Cristina Campo vive artisticamente nel periodo in cui la cultura è rivolta verso le tensioni politiche e la poesia verso quei fronti che guardano da una parte all’impegno sociale e dall’altra agli sperimentalismi e alle neo-avanguardie. Il suo ruolo è dunque marginale rispetto al milieu imperante, le finalità della sua scrittura guardano sempre verso un orizzonte che connoti il suo dettato di valori spirituali ed estetici, essendo per lei Bellezza e Divino un corpo unico. Muore nel 1977, a 54 anni, nel silenzio quasi totale di una società letteraria che non ne aveva valutato la sostanziale caratura.

Anna Maria Bonfiglio

 

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Versi trasversali

14 lunedì Dic 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Alessio Vailati, Il moto perpetuo dell'acqua

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ALESSIO VAILATI

Mare

I.
Sull’increspata lamina che specchia
antica e viva di epoche e di millenni
una distesa a perdifiato di sabbia

(laggiù arroccano mani di bambini
ancora castelli in mura e fortilizi)

gli occhi stanchi troveranno mai pace
dai riflessi, dagli echi imperscrutabili
delle nostre travisate identità?

II.
Non che il pensiero si faccia più saldo
nell’ondeggiare della correntia,
non che perdoni al moto il suo vagare
il panta rei, il vortice, la spirale
di lemmi, di radici, del suo tempo

fino a quando in un mattino di cristallo
il suo fondo scenderà a impietrire
preso nel folto l’occhio di Medusa.

III.
È questa brezza marina che figlia
l’assiduo frusciare del mare, il brusio
della vita nascente, il bisbiglio
vestibolo dei giorni più chiassosi,
di spazi dilatati, spalancati
da un fortissimo accecante bagliore.

E con il tempo è un giorno già lontano
nella vita indolente naufragata
in un’oscura nuvolaglia urbana,

il tuo sguardo che rifugge e va
nella visione estatica dell’acqua.

IV.
Dentro un’arena chiusa in gradinate
spiccano spoglie file digradanti
verso sud, nel mezzogiorno marino.

Ma se vi è tregua è proprio quell’istante
di smemoratezza estiva che acqueta
l’espansione instancabile dell’acqua.

Poi ogni ombra si fa incunabolo
e vi si getta il tarlo a germinare
da indulgenti tepori di scogliere
il dubbio che non siamo mare e sabbia

e il cielo instabile altro non sia
che uno specchio per le allodole.

Città fantasma

I.
Non hanno varchi o limiti le braccia
robuste del tempo, appena accennate
fra mura scalcinate nella traccia
d’antiche torri o chiese diroccate.

Poco più in alto un volo di rapace
ghermirà dalle rovine uno spettro,
il brandello di vita che resiste
con fatica all’erosione, il vessillo
scagliato contro il nemico più crudele.

 

II.
Se il vento è uno schiudersi d’occhi accesi
sulle lotte di sempre, sugli arresi
fortilizi che declinano a sera,
se è vero che in te ogni cosa s’avvera
–e già è tuo quel soffio che ci tiene
quasi sospesi e vivi in un prodigio–
allora mostra, sorto dal fastigio
delle città, il tuo volto nella cenere.

 

III.
Era un clangore a levarsi dai tetti
non già quel roco vociar d’ubriachi;
era un tragitto per fossi, per stretti
vicoli in cui perdersi.
Ma a chi
parlasti, a chi il tuo indice segnò
la via di fuga verso una salvezza?

 

IV.
Disilluso –ma ancora non ghermito–
tuttora spero, come e quanto può
sperare un uomo. E poi, di sopra, il vento
rinserra con veemenza le sue porte,
si arresta inesorabilmente: è fermo.

Il gorgo non sostiene più il suo moto.
Si placa dal dirupo il flusso, il tempo
sospeso si ripiega dentro il vuoto.

*

Declinava il Sole

Declinava il sole e la luce lentamente diradava. La sera ormai si gettava per le piazze, si appropriava di strade e vicoli, indugiava sui palazzi. L’uomo si volse rassicurato dal pensiero che la notte è soltanto un attimo, che ogni cosa gettata davanti alla luce genera necessariamente un’ombra.
“Ecco proprio di questo parliamo, della luce” disse all’improvviso indicando il disco luminoso arrossarsi dietro il filo dell’orizzonte.
“Cos’è per te quell’ombra?” rispose appena indietro una voce più sommessa e rise.
“Ah un’ombra, una penombra… mai una tenebra! La proiezione degli oggetti su uno sfondo… gli oggetti, come vedi, assorbono, riflettono, si fanno attraversare dalla luce. Ma non andiamo troppo nello specifico, non è questo il punto”.
“Lo immaginavo”, rispose l’altra voce. “Il problema è la cecità dello sguardo?”
“Ah lo sguardo… quella cosa che sbatte necessariamente sugli oggetti, sulle ombre incise nello sfondo. Guardiamo oltre, guardiamo alla luce che definisce – più o meno nitidamente – i contorni, che crea forme e colori dentro i nostri occhi. Di fuori c’è una babele di oggetti, di linguaggi, un labirinto di informazioni e affermazioni che confondono la nostra limitata e distratta intelligenza.
Risaliamo il fiume goccia a goccia, corpo dopo corpo, ombra dopo ombra fino all’impronta di quella sorgente pura, primigenia in cui tutto si riduce all’unità”. E poi ancora: “L’unità è come la vista dalla cima di una montagna. È la visione ampia che spinge nella dilatazione estrema il tempo fino al suo totale annullamento. È la visione complessiva che si allarga verso l’infinito, abbattendo le limitazioni dello spazio fisico, fino a renderle indifferente la materia… Lì si coglie la Verità, il principio ordinatore, il senso ultimo e più profondo delle cose, la formula che annichilisce ogni possibilità di inganno”.

*

Portovenere

Si erge una chiostra di mura sopra l’acqua
e a picco vi strapiombano falesie
dove sbatte e frange con fragore l’onda
e in mille spruzzi la sua voce il mare.

È già ricordo il borgo dal dirupo,
di sguincio incappa la vista su Palmaria
dall’altezza della chiesa di san Pietro.

Ma non v’è traccia nel flusso dell’aria
di questo mite inverno; non v’è parola
che contenga o che appena ravvicini
i lembi di una vita lacerata.

Ma poi di te

I.
Ma poi di te che cosa sa il ricordo
se non parole in nebbie di paesaggi
con il passato che in nuove radici
si rigenera quando le reinventa
come una specie di rassegnazione.

E so che queste cose ognuno sa
e dimentica. Il mare si confonde
in fondo al cielo chiaro nello sguardo
–così alto, così profondo– di Dio.

II.
Se aneli ad altro, tu per altro cosa
intendi, con il pensiero ondivago
nell’età che trascolorando muta?

Se vai oltre le dense nebbie, oltre
il dubbio che tiene la vita desta,
dimmi: tu chiamerai il mio nome ancora?

***

È sera sempre qui se con lo sguardo
ti fermi sotto il cielo delle venti
e intanto il traffico già si è rallentato
si è mitigato come l’aria quando
l’ombra offre ristoro alla canicola.

III.
Andrò forse in un mattino
l’animo dentro al mio cappotto,
i pugni stretti nelle tasche larghe,
gli occhi a terra, la luce a evitare;

andrò in un mattino svogliato al primo sole
negli angoli ciechi di una città dormiente

verso l’azzurrità del mare di silenzio
a colmare la distanza che risale il cielo.

 

Testi tratti da Alessio Vailati, Il moto perpetuo dell’acqua, Biblioteca dei Leoni, 2020.

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Canto presente 49: Ivano Mugnaini

07 lunedì Dic 2020

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA

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Ivano Mugnaini, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

IVANO MUGNAINI

 

Quale amnistia?

 

Quale amnistia? Per quali peccati mortali?

È cosa da poco, in fondo, la morte, banale,

veniale o giù di lì, di sicuro scontata,

garantita come una sentenza, o un elettrodomestico

Philips con controllo illimitato di qualità.

Perché tarda allora l’indulto al vizio comico

del vivere? Qualcuno lo disse “assurdo”,

questo abuso, tale misera esuberanza, ma

fu solo mirabile tautologia.

Almeno allora uno sconto di pena alla pena

dell’essere, una via di fuga, d’ingresso, d’uscita,

il lusso di un carcere aperto alla speranza

della redenzione, il crimine antico di ritrovarsi

colti clamorosamente sul fatto, nel sacco entrambe

le mani, in piena flagranza di reato, nell’atto doloso,

e recidivo, di essere ancora vivi, ancora umani.

 

* * *

 

Il mondo non ha angoli

 

Ci ritroveremo, mi hai detto,

in qualche angolo del mondo.

Ma il mondo non ha angoli,

ogni punto equivale a tutti

e a nessuno, la curva del tempo,

ferro, graffio, veleno,

traccia di sogno, linea di una mano.

Ci ritroveremo, certo, e ci accorgeremo

che è gravido di altre carni, di altri

semi, il ventre del destino.

Ma ancora, tenace, avido,

partirà lo sguardo verso un lembo

di pelle, l’occhio, il collo, il braccio,

il seno, e di nuovo sarà immagine

del mondo, spazio di luce agibile,

abitabile, l’attimo in cui, ridendo,

ci diremo che non è possibile.

 

*  *  *

( poesie da La creta indocile, Oèdipus edizioni, 2018)

 

Nei tropici si deve anzitutto mantenere la calma.

Levò un indice ammonitore. Du calme, du calme. Adieu

 

J.Conrad, Cuore di tenebra

 

 

   Conradiana

 

Voi che vedete solo la misura,

dello scheletro, il calibro

delle ossa, i numeri dell’Iban

e delle estrazioni del lotto,

i grattaevinci e la polvere grigia

sul bancone dell’immensa tabaccheria,

sappiate che anche qui,

nei tropici franosi del Bel Paese

traforato come un Emmentaler

di tragiche farse

reiterate ad libitum,

perfino qui

conta e necessita

anzitutto mantenere la calma,

du calme, du calme,

e qualche attimo vitale

di tenerezza strappata all’acciaio

e al cemento

dei nostri cuori di tenebra

prima del giorno d’aprile

da sempre agognato.

 

 

*  *  *

 

 

Lui soltanto

 

Siate gentili! Tanto, alla fine,

adesso e domani,

in ogni frammento di tempo,

altro non siamo che aliti impuri

nella trama perfetta di un cielo

cieco a cui non apparteniamo,

ragni impettiti inghiottiti

da uno sbadiglio.

Siate gentili, non vi agitate,

fate conto di essere ramarri

tramortiti lungo un ripido

pendio con cui gioca un gatto

tignoso in un afoso giorno

d’estate.

Solo l’amore,

quello che non siamo e non abbiamo,

si può permettere di essere

frenetico e crudele, perché lui,

lui soltanto,

è essenziale.

 

*  *  *

 

Ipotesi

 

Che poi in fondo,

niente è cambiato;

già prima ci scrutavamo

l’un l’altro di soppiatto

la forma degli occhi, la bocca,

le mani, il colore della faccia

e delle parole e ci lavavamo

con cura le mani scordandoci

di disinfettare

il cuore.

Ci osservavamo a tradimento,

eterni stranieri in una sala

d’aspetto o sui divani

di un locale, passeggeri

sulla panchina di un tram

ognuno verso il suo deserto

o la zona rossa della sua sera.

Forse la vera sfida, a ben vedere,

non è non ammalarsi

è guarire.

     

               ( inediti da libro )

 

 

 

 

 

 

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Traduciamo Louise Gluck: End of Summer

05 sabato Dic 2020

Posted by Loredana Semantica in Idiomatiche, LETTERATURA

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Louise Gluck, Nobel, POESIA, TRADUZIONI

Prosegue l’attività di traduzione iniziata qui, in calce a quel post troverete nei commenti i link/ping a tutte le precedenti traduzioni

End of Summer
(Louise Glück)

After all things occurred to me,
the void occurred to me.
There is a limit
to the pleasure I had in form –
I am not like you in this,
I have no release in another body,
I have no need
of shelter outside myself –
My poor inspired
creation, you are
distractions, finally,
mere curtailment; you are
too little like me in the end
to please me.
And so adamant –
you want to be paid off
for your disappearance,
all paid in some part of the earth,
some souvenir, as you were once
rewarded for labor,
the scribe being paid
in silver, the shepherd in barley
although it is not earth
that is lasting, not
these small chips of matter –
If you would open your eyes
you would see me, you would see
the emptiness of heaven
mirrored on earth, the fields
vacant again, lifeless, covered with snow –
then white light
no longer disguised as matter.

La fine dell’estate

(traduzione di Deborah Mega)

Dopo che ogni cosa mi è tornata in mente,
mi ha raggiunta il vuoto.
C’è un limite
al piacere che ho avuto nel corpo –
in questo non sono come te,
non ho liberazione in un altro corpo,
non ho bisogno
di protezione oltre a me stessa-
la mia povera ispirata
creazione, voi siete
distrazioni, infine,
pura riduzione; siete
troppo poco come me alla fine
per farmi piacere.
E così irremovibile –
vuoi essere ripagato
per la tua scomparsa,
tutto pagato in qualche parte della terra,

qualche souvenir, come eri una volta
ricompensato per la fatica,
lo scriba viene pagato
in argento, il pastore in orzo
sebbene non sia terra
quella che dura, non
questi piccoli frammenti di materia –
Se aprissi gli occhi
mi vedresti, vedresti
il vuoto del cielo
rispecchiato sulla terra, i campi
di nuovo vuoti, senza vita, coperti di neve –
poi luce bianca
non più travestita di materia.

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Recensione di Silvio Aman su “Astro immemore” di Adriana Gloria Marigo, Prometheus Editrice, 2020

04 venerdì Dic 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Adriana Gloria Marigo, Astro immemore, Silvio Aman

 

Adriana Gloria Marigo: Astro immemore

Prometheus Editrice, 2020

Postfazione di Andrea Matucci: Un luminoso “sentimento dello spazio”

 

Con Astro immemore, Adriana Gloria Marigo ci offre una collana di quarantacinque brevi poesie in versi liberi rivolta al lago Maggiore coi suoi promontori, ma se il titolo ci allontana già da ogni ipotesi descrittiva, nei testi le elevate ricorrenze di aria, luce, azzurri e verdi lo richiamano piuttosto in raffinate tarsie o – come scrive Andrea Matucci – “per fuggevoli indicazioni” spesso tutt’altro che aderenti al versante visivo, semmai in un intreccio di empatia e stilizzazione:

 

Afflizioni pluvie saggiano

i cardini della roccia

l’irridente fragore del mare

che a me sodale frantuma

la chincaglieria del lago

 

finisterre occluso al largo.

 

È pur vero che il lago, o piuttosto la sua cornice, sottende l’intera raccolta, ma non senza effetti di estraneità, sia a causa dell’astro dimentico il suo benigno influsso – e tanto importante da titolare il libro – sia per la sua riduzione a “chincaglieria” rispetto al mare. Esso permette alla poetessa di eseguire difficili mosse da funambolo tramite voci inconsuete, rare, letterarie o derivate da altre lingue (come “funambolia” “viridarium” “spendimento” “implaga” “celestia” “aspèrgine” “venetico”…) cui si aggiunge l’uso spesso inarticolato delle preposizioni (“di rosa canina” – “d’ànemos” – “di vela rossa” – “d’aria” – “d’arte”) la tendenza a ridurre l’impiego degli articoli, e la sostantivazione di certi avverbi e aggettivi (“da smisurato lontano” “di vago fragrante”) ottenendo sempre nuove tessiture di un testo aperto, perciò di non facile decodificazione…

 

Intemperante giunge un vento

sonoro a lanciarsi ostinato

dalle dorsali prealpine,

suadere a dismisura

la funambolìa del mattino,

l’aspèrgine azzurra

lungo l’ordinata del giorno.

 

Nella formazione della propria lingua poetica, ci accorgiamo che Adriana Gloria Marigo ha reso straniere le presenze cui attribuisce “funambolìa” al mattino, “aspèrgine” all’azzurro, “implaga” al blu di Prussia “lunari” agli agresti, “spergiuro” al sole, “scaltra” all’ombra, “ordinata” al giorno, nel senso di unirle a presenze insospettate e a volte molto lontane come è il caso di il “re del Ponto”:

 

La digressione di tutto il turchino

sperpera la penitenza del cielo

qui avviene lo spergiuro del sole

la prova costante del re del Ponto,

stinge persino l’ombra scaltra del bianco.

 

La prima poesia, arco d’ingresso alla raccolta, si rivolge enigmaticamente a uno strappo esistenziale cui necessita l’arte del rammendo, come indica il duplice senso di fortuna…

 

È cucita addosso una veste

di timbriche fortune alterne

nella luce il momento esalta

e schianta nel giro che smaglia

e torna d’arte al rammendo.

 

mentre fra ciò che esalta e smaglia, le successive vi accennano sia per il tono sia per il fatto che l’impulso affettivo e i richiami al mondo esterno permangono in uno stato di implicito straniamento, sicché qui non si può certo dire, con Meister Eckart, “l’amore è di tal natura che trasforma l’uomo nella cosa amata”. Decisiva, al riguardo, è la quasi totale assenza dell’io “che vede, pensa, parla” (Andrea Matucci) e il predominio delle frasi constative, come in “febbraio ha corte nel gelo” “perdura il seccume” “si tagliano i rami opprimenti” e via così, lasciando insomma prevalere l’oggettività su cui si modellano le ardue espressioni dell’intera raccolta…

 

Stenta primavera pochi fiori

perdura il seccume

al turbine preciso d’avarìe

sotto lo sperdimento azzurro

ora che il levarsi mergozzino

convoca acuti d’ombra,

l’esecrabile nullora.

 

Ho accennato alle tarsie, perché la poesia di Adriana Gloria Marigo, estranea all’estensione narrativa “che è sempre stato l’orrore della poesia pura” (Andrea Matucci) anzi tendenzialmente ermetica, e perciò senza sviluppo, forma i suoi riquadri con frasi paratattiche, riducendo al minimo snodi, congiunzioni e punteggiatura. Ne abbiamo un esempio indiretto con “si tagliano rami opprimenti” per lasciare “respiro di spazio” e “Il canto glorioso dei merli/ svuota l’aria d’altra voce” nel senso di scindere o distanziare gli sguardi, talvolta improvvisi (“abbaglio bianco di rosa canina” “La salita che scosta le case/ s’apre nel punto preciso/ dove slarga lo sguardo/ di celestia fitto”)…

 

Si tagliano rami opprimenti

si lascia respiro di spazio

all’albero in canto rinascente.

In terra l’avventura dei bulbi,

della forsythia in acuto giallo

intrama fortuna di viridarium.

 

Oppure, in Lucreziana, unica poesia titolata:

 

Nella stagione che priva l’ornato

più chiare possiamo vedere

in margine al bosco

[…]

solitarie betulle odoranti

il rigore territoriale dell’aria.

 

“Fortuna di viridarium” (il “verde” ha anche lui molte ricorrenze) rafforza – adversus Thomas Stearns Eliot, nel suo “aprile è il più crudele dei mesi”– gli enunciati della precedente Primavera, stagione, qui portatrice di nostalgia:

 

Primavera, stagione

più di altra leale

celebri la nostalgia

ogni casa che ho abitato

et brevitas d’amore tornato.

 

Leale (quindi opposto all’astro) se celebra appunto la nostalgia delle case abitate e l’amore. E di nuovo:

 

Creanza d’aprile

riparata sui racemi dei lillà

effondi pulviscoli odorosi

lacerti di ere turbinanti…

 

lasciando percepire la preferenza per le stagioni dalla natura rinascente e calorosa con i loro profumi. Nella poesia dedicata a Vittorio Sereni, leggiamo: «Di vago fragrante si diffonde/ l’osmanto tra il duro verde// d’amaritudine pungendo/ aereo il destino d’ottobre» e di nuovo, con le echeggianti sonorità di aria : scarna (contrapposto all’estiva, pesante e piena) zoomorfo : frusto…

 

Basterà l’aria levantina

selvatica e scarna di oggi

sull’iperbole stesa del prato

il cielo di nubi zoomorfo

a specchiare l’incerta

profusione vegetale

imprimere cesura al frusto

mentre ad agresti lunari

ascendono canti alati.

 

Assieme alla primavera, all’aria e al celeste (dieci ricorrenze, con le sue variazioni cromatiche) in queste poesie domina la luce fin dalla prima: «nella luce il momento esalta» – «pura chiarità di salmo arioso» (sedici ricorrenze allargate a “chiaro” “luminanza” “splende” “oro”… “vennero corsiere di luminanza” – “tutto il foliage mi splende addosso” – “ora di fitto oro in festa” – “Flette il silenzio la misura dell’oro” […] L’orazione del fuoco in crepitio/risolve la brama ottusa/ gemma l’estrosa ora fausta”)…

 

Tutto coincide nella luce

occidua di ottobre fiammato

di nuovo al turbinante capriccio

sua specifica natura garante

la fratellanza dei mesi,

onore a loro sostanza

secondo agnizione

fine di circostanza.

 

I due versi finali lasciano supporre, che se l’elemento contingente richiede un’analisi, l’agnizione porta con sé – al contrario – un improvviso riconoscimento o la sorpresa, come abbiamo già visto per “l’abbaglio bianco di rosa canina” il cui verso è opportunamente staccato dai precedenti. Che qui non si tratti quasi mai di oscurità (“notte” o “notturno” e “sera” sono, mi pare, presenti solo due volte) bensì di luce, aria e vento, quest’ultimo con sette occorrenze, compreso Favonio… “vele nella squillante ora del vento” lo indica la poesia

 

Istruisce il chiaro

la scurità petrosa,

dispone la terra alla vela

risolta al viaggio per acqua –

tornata oggi la minuzia ventosa

da smisurato lontano.

L’ora misteriosa di gennaio

scollina lucentezza di stelle –

vezzo del primo Favonio

che arrischia in cielo e in terra

la virida voce errante,

pazzia delle rame gemmifere.

 

Perché anche dove compare, l’ombra è seguita dalla luce:

 

Sbriglia Mergozzo giù dalle cime

lusinga di ombre plananti

sulle morene dove la città

affonda sereni suoi romitaggi

d’incorollata luce aspersi.

 

Riguardo all’autunno con la sua profumazione, in “Di vago fragrante si diffonde” abbiamo:

 

Depreco ottobre

il darsi occiduo

appena la luce si fa bella

specchia vigori vegetali

la vocazione alle nostalgie

più remote dei tuoi passi.

 

ma anche:

 

Ora l’equinozio di autunno

colmerà di vaghezza incendiata

ogni foglia dell’albero amante

l’ispirata vaganza dell’aria

l’offerta corona della sera

caduto il regno dell’astro assoluto

nell’idioma stordito dei fiori.

 

D’altra parte, se oro e rosso (assieme a “ruggine”) hanno occorrenze ridotte in confronto a luce, foglie, rami e fiori legati ai mesi in ascesa, l’autunno è l’unica stagione in cui il declino sa incendiare le foglie dell’“albero amante” (cioè dei propri organi vitali) l’“ispirata vaganza dell’aria” e “l’offerta corona della sera” anche se gli ultimi due versi – distanziati per l’irrompere di un pensiero critico – introducono l’idea della caduta (l’astro declina) e la lingua stordita dei fiori dovuti al passaggio dalla piena solarità a quella riflessa dalle foglie d’oro.

Benché Adriana Gloria Marigo sia donna di mare, ha insomma saputo riconoscere i doni del lago, rendergli omaggio, offrirgli le corone delle sue complesse composizioni e farlo a sua volta esprimere. Un omaggio ha desiderato anche rendere al pittore Franco Rognoni con la figura in copertina: La donna del lago, gentilmente concessa da Stelio Carnevali.

 

Silvio Aman

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