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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

Traduciamo Louise Gluck: The Night Migrations

14 mercoledì Ott 2020

Posted by Loredana Semantica in Idiomatiche, LETTERATURA

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Col contributo di Antonella Pizzo prosegue la traduzione delle poesie di Louise Gluck iniziata qui  

Dalla raccolta “Averno” 2006

The Night Migrations

This is the moment when you see again
the red berries of the mountain ash
and in the dark sky
the birds’ night migrations.

It grieves me to think
the dead won’t see them—
these things we depend on,
they disappear.

What will the soul do for solace then?
I tell myself maybe it won’t need
these pleasures anymore;
maybe just not being is simply enough,
hard as that is to imagine.

Le migrazioni notturne

(traduzione di Antonella Pizzo)

È questo il momento in cui rivedi
le rosse bacche del sorbo selvatico
e nel cielo scuro
le migrazioni notturne degli uccelli.

Mi è gravoso pensare
che i morti non vedranno
queste cose da cui dipendiamo,
svaniranno.

Come potrà allora l’anima consolarsi?
Mi dico che forse non avrà bisogno
di questi piaceri;
non essere, forse, è molto semplice,
anche se è difficile immaginarlo.

qui potete ascoltare la lettura in lingua originale

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Sette piani

12 lunedì Ott 2020

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Racconti

≈ 1 Commento

Tag

Dino Buzzati, La boutique del mistero, racconto psicologico

 

“Sette piani” è un racconto breve di Dino Buzzati, scritto nel 1937 e inserito dapprima nell’antologia I sette messaggeri del 1942 e successivamente nella raccolta dal titolo “Sessanta racconti” del 1968.

La storia vede il protagonista, l’avvocato Giuseppe Corte, ricoverarsi in un ospedale per fare degli accertamenti e curare la leggerissima forma di malattia da cui è affetto. L’ospedale in questione ha una particolarità: ogni piano dei sette che lo costituiscono categorizza i pazienti in base alla gravità della loro malattia. Il Corte viene accolto subito al settimo piano, in attesa di guarire dalla malattia e quindi di poter tornare a casa, qui sono accettati i pazienti che devono fare solo degli accertamenti diagnostici di poco conto e che trascorrono il tempo della degenza come se si trattasse di una villeggiatura. Man mano che si scende, la gravità dello stato di salute dei pazienti aumenta fino ad arrivare al primo piano, dove le finestre sono sempre chiuse e su cui anche lo sguardo dei degenti dei piani alti non indugia per paura e scaramanzia. Dopo qualche giorno di permanenza, a Giuseppe Corte viene chiesto, con una scusa banale, di scendere al piano di sotto, in via temporanea. Ai suoi nuovi compagni di piano Giuseppe precisa che lui è del piano superiore dove, al più presto tornerà. Le cose però non andranno così. Corte si arrabbia, dibatte e litiga con i dottori per quella che ritiene un’ingiustizia e alle infermiere ribadisce che non è malato. Non si cura di quello che avviene dentro di lui, della “vera” malattia, su cui anche il lettore rimane all’oscuro. Proietta all’esterno il problema,  vuole e pretende solo di stare tra i “sani” ma cade nella solitudine, nella frustrazione e nell’impotenza. Il racconto è degno del miglior Buzzati, quello dei paesaggi introspettivi e desolati del “Deserto dei Tartari”, in questo caso però l’autore ci conduce all’interno del mondo sanitario. Quando scrive il suo racconto infatti si è in pieno periodo dello sviluppo dei grandi sanatori che accoglievano i pazienti affetti da TBC e da altri mali e fin da allora gerarchizzavano la cura attraverso il rispetto di terapie e protocolli. Il racconto offre una efficace metafora del mondo sanitario, dell’assistenza medica e infermieristica e ben rappresenta lo stillicidio che vive il Corte che coltiva sempre la speranza di tornare ai piani alti ma si rende conto della precarietà della salute. Dal racconto di Buzzati ne è stata tratta una pièce teatrale rappresentata per la prima volta al Piccolo Teatro di Milano nel 1953 e successivamente riproposta in molte città europee con il titolo: “Un caso clinico”. L’attore Ugo Tognazzi ne farà un film nel 1967: “Il fischio al naso”, e per la televisione, qualche anno dopo, Aroldo Tieri riprenderà la trasposizione curata da Albert Camus e rappresentata al Théatre La Bruyère nel 1955.

*

Dopo un giorno di viaggio in treno, Giuseppe Corte arrivò, una mattina di marzo, alla città dove c’era la famosa casa di cura. Aveva un po’ di febbre, ma volle fare ugualmente a piedi strada fra la stazione e l’ospedale, portandosi la sua valigetta. Benché avesse soltanto una leggerissima forma incipiente, Giuseppe Corte era stato consigliato di rivolgersi al celebre sanatorio, dove non si curava che quell’unica malattia. Ciò garantiva un’eccezionale competenza nei medici e la più razionale ed efficace sistemazione d’impianti. Quando lo scorse da lontano – e lo riconobbe per averne già visto la fotografia in una circolare pubblicitaria – , Giuseppe Corte ebbe un’ottima impressione. Il bianco edificio a sette piani era solcato da regolari rientranze che gli davano una fisionomia vaga d’albergo. Tutt’attorno era una cinta di alti alberi. Dopo una sommaria visita medica, in attesa di un esame più accurato Giuseppe Corte fu messo in una gaia camera del settimo ed ultimo piano. I mobili erano chiari e lindi come la tappezzeria, le poltrone erano di legno, i cuscini rivestiti di policrome stoffe. La vista spaziava su uno dei più bei quartieri della città. Tutto era tranquillo, ospitale e rassicurante. Giuseppe Corte si mise subito a letto e, accesa la lampadina sopra il capezzale, cominciò a leggere un libro che aveva portato con sé… Poco dopo entrò un’infermiera per chiedergli se desiderasse qualcosa… Giuseppe Corte non desiderava nulla ma si mise volentieri a discorrere con la giovane, chiedendo informazioni sulla casa di cura. Seppe così la strana caratteristica di quell’ospedale. I malati erano distribuiti piano per piano a seconda della gravità. Il settimo, cioè l’ultimo, era per le forme leggerissime. Il sesto era destinato ai malati non gravi ma neppure da trascurare. Al quinto si curavano già affezioni serie e così di seguito, di piano in piano. Al secondo erano i malati gravissimi. Al primo, quelli per cui era inutile sperare. Questo singolare sistema, oltre a sveltire grandemente il servizio, impediva che un malato leggero potesse venir turbato dalla vicinanza di un collega in agonia, e garantiva in ogni piano un’atmosfera omogenea. D’altra parte la cura poteva venir così graduata in modo perfetto. Ne derivava che gli ammalati erano divisi in sette progressive caste. Ogni piano era come un piccolo mondo a sé, con le sue particolari regole, con le sue speciali tradizioni. E siccome ogni settore era affidato a un medico diverso, si erano formate, sia pure minime, ma precise differenze nei metodi di cura, nonostante il direttore generale avesse impresso all’istituto un unico fondamentale indirizzo. Quando l’infermiera fu uscita, Giuseppe Corte, sembrandogli che la febbre fosse scomparsa, raggiunse la finestra e guardò fuori, non per osservare il panorama della città, che pure era nuovo per lui, ma nella speranza di scorgere, attraverso le finestre, altri ammalati dei piani inferiori. La struttura dell’edificio, a grandi rientranze, permetteva tale genere di osservazione. Soprattutto Giuseppe Corte concentrò la sua attenzione sulle finestre del primo piano che sembravano lontanissime, e che si scorgevano solo di sbieco. Ma non poté vedere nulla di interessante. La maggioranza erano ermeticamente sprangate dalle grigie persiane scorrevoli.

Il Corte si accorse che a una finestra di fianco alla sua stava affacciato un uomo. I due si guardarono a lungo con crescente simpatia, ma non sapevano come rompere il silenzio. Finalmente Giuseppe Corte si fece coraggio e disse: “Anche lei sta qui da poco?”
“0h no – fece l’altro – sono qui già da due mesi…” tacque qualche istante e poi, non sapendo come continuare la conversazione, aggiunse: “Guardavo giù mio fratello.” 

“Suo fratello?”
“Sì.” spiegò lo sconosciuto. “Siamo entrati insieme, un caso veramente strano, ma lui è andato peggiorando, pensi che adesso è già al quarto.”
“Al quarto che cosa?”
“Al quarto piano” spiegò l’individuo e pronunciò le due parole con una tale espressione di commiserazione e di orrore, che Giuseppe Corte restò quasi spaventato.
“Ma son così gravi al quarto piano?” domandò cautamente.
“Oh Dio” fece l’altro, scuotendo lentamente la testa “non sono ancora così disperati, ma comunque poco da stare allegri.”
“Ma allora”, chiese ancora il Corte, con una scherzosa disinvoltura come di chi accenna a cose tragiche che non lo riguardano, “allora, se al quarto sono già così gravi, al quinto chi mettono allora?” “0h, al primo sono proprio i moribondi. Laggiù i medici non hanno più niente da fare. C’è solo il prete che lavora. E naturalmente…”
“Ma ce n’è pochi al primo piano” interruppe Giuseppe Corte, come se gli premesse di avere una conferma “quasi tutte le stanze sono chiuse laggiù.”
“Ce n’è pochi, adesso, ma stamattina ce n’erano parecchi” rispose lo sconosciuto con un sottile sorriso. “Dove le persiane sono abbassate lì qualcuno è morto da poco. Non vede, del resto, che negli altri piani tutte le imposte sono aperte? Ma mi scusi, aggiunse ritraendosi lentamente “mi pare che cominci a far freddo. Io ritorno in letto.
Auguri, auguri…”

L’uomo scomparve dal davanzale e la finestra venne chiusa con energia; poi si vide accendersi dentro una luce. Giuseppe Corte se ne stette ancora immobile alla finestra fissando le persiane abbassate del primo piano. Le fissava con un’intensità morbosa, cercando di immaginare i funebri segreti di quel terribile primo piano dove gli ammalati venivano confinati a morire; e si sentiva sollevato di sapersene cosi lontano. Sulla città scendevano intanto le ombre della sera. Ad una ad una le mille finestre del sanatorio si illuminavano, da lontano si sarebbe potuto pensare a un palazzo in festa. Solo al primo piano, laggiù in fondo al precipizio, decine e decine di finestre rimanevano cieche e buie. Il risultato della visita medica generale rasserenò Giuseppe Corte. Incline di solito a prevedere il peggio, egli si era già in cuor suo preparato a un verdetto severo, e non sarebbe rimasto sorpreso se il medico gli avesse dichiarato di doverlo assegnare al piano inferiore. La febbre infatti non accennava a scomparire, nonostante le condizioni generali si mantenessero buone. Invece il sanitario gli rivolse parole cordiali e incoraggianti. Un principio di male c’era – gli disse – ma leggerissimo; in due o tre settimane probabilmente tutto sarebbe passato. “E allora resto al settimo piano?” aveva domandato ansiosamente Giuseppe Corte a questo punto. “Ma naturalmente!” gli aveva risposto il medico battendogli amichevolmente una mano su una spalla. E dove pensava di dover andare? Al quarto forse? chiese ridendo, come per alludere alla ipotesi più assurda. “Meglio così, meglio così!” fece il Corte. “Sa? Quando si è ammalati si immagina sempre il peggio”. Giuseppe Corte infatti rimase nella stanza che gli era stata assegnata originariamente. Imparò a conoscere alcuni dei suoi compagni di ospedale, nei rari pomeriggi in cui gli veniva concesso d’alzarsi. Seguì scrupolosamente la cura, mise tutto l’impegno a guarire rapidamente, ma ciononostante le sue condizioni pareva rimanessero stazionarie. Erano passati circa dieci giorni, quando a Giuseppe Corte si presentò il capo-infermiere del settimo piano. Aveva da chiedere un favore in via puramente amichevole: il giorno dopo doveva entrare all’ospedale una signora con due bambini; due camere erano, libere, proprio di fianco alla sua, ma mancava la terza; non avrebbe consentito il signor Corte a trasferirsi in un’altra camera, altrettanto confortevole? Giuseppe Corte non fece naturalmente nessuna difficoltà; una camera o un’altra per lui erano lo stesso; gli sarebbe anzi toccata forse una nuova e più graziosa infermiera. “La ringrazio di cuore”, fece allora il capo-infermiere con un leggero inchino; da una persona come lei le confesso non mi stupisce un così gentile atto di cavalleria. Fra un’ora, se lei non ha nulla in contrario, procederemo al trasloco. Guardi che bisogna scendere al piano di sotto” aggiunse con voce attenuata come se si trattasse di un particolare assolutamente trascurabile. “Purtroppo in questo piano non ci sono altre camere libere. Ma è una sistemazione assolutamente provvisoria, ” si affrettò a specificare vedendo che Corte, rialzatosi di colpo a sedere, stava per aprir bocca in atto di protesta, “una sistemazione assolutamente provvisoria. Appena resterà libera una stanza, e credo che sarà fra due o tre giorni, lei potrà tornare di sopra.”
“Le confesso”, disse Giuseppe Corte sorridendo, per dimostrare di non essere un bambino “le confesso che un trasloco di questo genere non mi piace affatto.”
“Ma non ha alcun motivo medico questo trasloco; capisco benissimo quello che lei intende dire, si tratta unicamente di una cortesia a questa signora che preferisce non rimaner separata dai suoi bambini… Per carità”, aggiunse ridendo apertamente “non le venga neppure in mente che ci siano altre ragioni”. “Sarà”, disse Giuseppe Corte “ma mi sembra di cattivo augurio”. 
Corte così passò al sesto piano, e sebbene fosse convinto che questo trasloco non corrispondesse a un peggioramento del male, si sentiva a disagio al pensiero che tra lui e il mondo normale, della gente sana, già si frapponesse un netto ostacolo. Al settimo piano, porto d’arrivo, si era in un certo modo ancora in contatto con il consorzio degli uomini; esso si poteva anzi considerare quasi un prolungamento del mondo abituale. Ma al sesto già si entrava nel corpo autentico dell’ospedale; già la mentalità dei medici, delle infermiere e degli stessi ammalati era leggermente diversa. Già si ammetteva che a quel piano venivano accolti dei veri e propri ammalati, sia pure in forma non grave. Dai primi discorsi fatti con i vicini di stanza, con il personale e con i sanitari, Giuseppe Corte si accorse come in quel reparto, il settimo piano venisse considerato come uno scherzo, riservato ad ammalati dilettanti, affetti più che altro da fisime; solo dal sesto, per così dire, si cominciava davvero. Comunque Giuseppe Corte capì che per tornare di sopra, al posto che gli competeva per le caratteristiche del suo male, avrebbe certamente incontrato qualche difficoltà; per tornare al settimo piano, egli doveva mettere in moto un complesso organismo, sia pure per un minuto sforzo; non c’era dubbio che se egli non avesse fiatato, nessuno avrebbe pensato a trasferirlo di nuovo al piano superiore dei “quasi-sani”.

Giuseppe Corte si propose perciò di non transigere sui suoi diritti e di non cedere alle lusinghe dell’abitudine. Ai compagni di reparto teneva molto a specificare che trovarsi con loro, soltanto per pochi giorni, ch’era stato lui a voler scendere d’un piano per fare un piacere a una signora, e che appena fosse rimasta libera una stanza sarebbe tornato di sopra. Gli altri lo ascoltavano senza interesse e annuivano con scarsa convinzione. II convincimento di Giuseppe Corte trovò piena conferma nel giudizio del nuovo medico. Anche questi ammetteva che Giuseppe Corte poteva benissimo essere assegnato al settimo piano; la sua forma era as-so-lu-ta-men-te leg-ge-ra e scandiva tale definizione per darle importanza – ma in fondo riteneva che al sesto piano Giuseppe Corte forse potesse essere meglio curato. “Non cominciamo con queste storie”, interveniva a questo punto il malato con decisione. “Lei mi ha detto che il settimo piano è il mio posto e voglio ritornarci”. “Nessuno ha detto il contrario”. ribatteva il dottore
“il mio era un puro e semplice consiglio non da dot-to-re, ma da au-ten-ti-co a-mi-co! La sua forma, le ripeto, è leggerissima, non sarebbe esagerato dire che lei non è nemmeno ammalato, ma secondo me si distingue da forme analoghe per una certa maggiore estensione. Mi spiego: l’intensità del male è minima, ma considerevole l’ampiezza; il processo distruttivo delle cellule” (era la prima volta che Giuseppe Corte sentiva là dentro quella sinistra espressione “il processo distruttivo delle cellule”) è assolutamente agli inizi, forse non è neppure cominciato, ma tende, dico, solo tende, a colpire contemporaneamente vaste porzioni dell’organismo. Solo per questo, secondo me, lei può essere curato più efficacemente qui, al sesto, dove i metodi terapeutici sono più tipici ed intensi. Un giorno gli fu riferito che il direttore generale della casa di cura, dopo essersi lungamente consultato con i suoi collaboratori, aveva deciso un mutamento nella suddivisione dei malati. Il grado di ciascuno di essi – per così dire – veniva ribassato di un mezzo punto. Ammettendosi che in ogni piano gli ammalati fossero divisi, a seconda della loro gravità, in due categorie, (questa suddivisione veniva effettivamente fatta dai rispettivi medici, ma ad uso esclusivamente interno) l’inferiore di queste due metà veniva d’ufficio traslocata a un piano più basso. Ad esempio, la metà degli ammalati del sesto piano, quelli con forme leggermente più avanzate, dovevano passare al quinto; e i meno leggeri del settimo piano passare al sesto. La notizia fece piacere a Giuseppe Corte, perché in un così complesso quadro di traslochi, il suo ritorno al settimo piano sarebbe riuscito assai più facile. Quando accennò a questa sua speranza con l’infermiera egli ebbe però un’amara sorpresa. Seppe cioè che egli sarebbe stato traslocato, ma non al settimo, bensì al piano di sotto. Per motivi che l’infermiera non sapeva spiegargli, egli era stato compreso nella metà più “grave” degli ospiti del sesto piano e doveva perciò scendere al quinto. 
Passata la prima sorpresa, Giuseppe Corte andò in furore; gridò che lo truffavano, che non voleva sentir parlare di altri traslochi in basso, che se ne sarebbe tornato a casa, che i diritti erano diritti e che l’amministrazione dell’ospedale non poteva trascurare così sfacciatamente le diagnosi dei sanitari. Mentre egli ancora gridava arrivò il medico per tranquillizzarlo. Consigliò al Corte di calmarsi se non avesse voluto veder salire la febbre, gli spiegò che era successo un malinteso, almeno parziale. Ammise ancora una volta che Giuseppe Corte sarebbe stato al suo giusto posto se lo avessero messo al settimo piano, ma aggiunse di avere sul suo caso un concetto leggermente diverso, se pure personalissimo. In fondo in fondo la sua malattia poteva, in un certo senso s’intende, essere anche considerata di sesto grado, data l’ampiezza delle manifestazioni morbose. Lui stesso però non riusciva a spiegarsi come il Corte fosse stato catalogato nella metà inferiore del sesto piano. Probabilmente il segretario della direzione, che proprio quella mattina gli aveva telefonato chiedendo l’esatta posizione clinica di Giuseppe Corte, si era sbagliato nel trascrivere. o meglio la direzione aveva di proposito leggermente “peggiorato” il suo giudizio, essendo egli ritenuto un medico esperto ma troppo indulgente. Il dottore infine consigliava il Corte a non inquietarsi, a subire senza proteste il trasferimento; quello che contava era la malattia, non il posto in cui veniva collocato un malato. Per quanto si riferiva alla cura – aggiunse ancora il medico – Giuseppe Corte non avrebbe poi avuto da rammaricarsi; il medico del piano di sotto aveva certo più esperienza; era quasi dogmatico che l’abilità dei dottori andasse crescendo, almeno a giudizio della direzione, man mano che si scendeva. La camera era altrettanto comoda ed elegante. La vista ugualmente spaziosa: solo dal terzo piano in giù la visuale era tagliata dagli alberi di cinta. Giuseppe Corte, in preda alla febbre serale, ascoltava ascoltava le meticolose giustificazioni con una progressiva stanchezza. Alla fine si accorse che gli mancavano la forza e soprattutto la voglia di reagire ulteriormente all’ingiusto trasloco. E senza altre proteste si lasciò portare al piano di sotto. L’unica, benché povera, consolazione di Giuseppe Corte, una volta che si trovò al quinto piano, fu di sapere che per giudizio concorde di medici, di infermieri e ammalati, egli era in quel reparto il menu grave di tutti. Nell’ambito di quel piano insomma egli poteva considerarsi di gran lunga il più fortunato. Ma d’altra parte lo tormentava il pensiero che oramai ben due barriere si frapponevano fra lui e il mondo della gente normale. Procedendo la primavera, l’aria intanto si faceva più tepida, ma Giuseppe Corte non amava più come nei primi giorni affacciarsi alla finestra; benché un simile timore fosse una pura sciocchezza, egli si sentiva rimescolare tutto da uno strano brivido alla vista delle finestre del primo piano, sempre nella maggioranza chiuse, che si erano fatte assai più vicine. Il suo male sembrava stazionario. Dopo tre giorni di permanenza al quinto piano, si manifestò anzi sulla gamba destra una specie di eczema che non accennò a riassorbirsi nei giorni successivi. Era un’affezione – gli disse il medico – assolutamente indipendente dal male principale; un disturbo che poteva capitare alla persona più sana del mondo. Ci sarebbe voluta, per eliminarlo in pochi giorni, una intensa cura di raggi digamma.

“E non si possono avere qui i raggi digamma?”, chiese Giuseppe Corte.
“Certamente” rispose compiaciuto il medico, “il nostro ospedale dispone di tutto. C’è un solo inconveniente….
“Che cosa?” fece il Corte con un vago presentimento.
“Inconveniente per modo di dire”. si corresse il dottore, “volevo dire che l’installazione per i raggi si trova soltanto al quarto piano e io le sconsiglierei di fare tre volte al giorno un simile tragitto”.
“E allora niente?”
“Allora sarebbe meglio che fino a che l’espulsione non sia passata lei avesse la compiacenza di scendere al quarto.”
“Basta!” urlò allora esasperato Giuseppe Corte. Ne ho già abbastanza di scendere! Dovessi crepare, al quarto non ci vado!”
“Come lei crede” fece conciliante il medico per non irritarlo “come medico curante, badi che le proibisco di andar da basso tre volte al giorno”. 

Il brutto fu che l’eczema, invece di attenuarsi, andò lentamente ampliandosi. Giuseppe Corte non riusciva a trovare requie e continuava a rivoltarsi nel letto. Durò così, rabbioso, per tre giorni, fino a che dovette cedere. Spontaneamente pregò il medico di fargli praticare la cura dei raggi e di essere trasferito al piano inferiore. Quaggiù il Corte notò, con inconfessato piacere, di rappresentare un’eccezione. Gli altri ammalati del reparto erano decisamente in condizioni molto serie e non potevano lasciare neppure per un minuto il letto. Egli invece poteva prendersi il lusso di raggiungere a piedi, dalla sua stanza, la sala dei raggi, fra i complimenti e la meraviglia delle stesse infermiere. Al nuovo medico, egli precisò con insistenza la sua posizione specialissima. Un ammalato che in fondo aveva diritto al settimo piano veniva a trovarsi al quarto. Appena l’espulsione fosse passata, egli intendeva ritornare di sopra. Non avrebbe assolutamente ammesso alcuna nuova scusa. Lui, che sarebbe potuto trovarsi legittimamente ancora al settimo. 

“Al settimo, al settimo!.” esclamò sorridendo il medico, che finiva proprio allora di visitarlo. Sempre esagerati voi ammalati. Sono il primo io a dire che lei può essere contento del suo stato; a quanto vede, dalla tabella clinica, grandi peggioramenti non ci sono stati. Ma da questo a parlare di settime, piano – mi scusi la brutale sincerità – c’è una certa differenza! Lei è uno dei casi meno preoccupanti, ne convengo io, ma è pur sempre un ammalato!” 

“E allora, allora” fece Giuseppe Corte accendendosi tutto nel volto, “lei a che piano mi metterebbe?”
“0h, Dio, non è facile dire, non le ho fatto che una breve visita, per poter pronunciarmi dovrei seguirla per almeno una settimana.”
“Va bene” insistette Corte “ma pressapoco lei saprà”
Il medico per tranquillizzarlo, fece finta di concentrarsi un momento in meditazione e poi, annuendo con il capo a se stesso, disse lentamente: “Oh Dio, proprio per accontentarla, ecco, ma potremo in fondo metterla al sesto!”
“Sì sì” aggiunse come per persuadere se stesso. “Il sesto potrebbe andar bene.” 

II dottore credeva così di far lieto il malato. Invece sul volto di Giuseppe Corte si diffuse un’espressione di sgomento: si accorgeva, il malato, che i medici degli ultimi piani l’avevano ingannato; ecco, qui questo nuovo dottore, evidentemente più abile e più onesto, che in cuor suo – era evidente – lo assegnava, non al settimo, ma al quinto piano, e forse al quinto inferiore! La delusione inaspettata prostrò il Corte. Quella sera la febbre salì sensibilmente. La permanenza al quarto piano segnò il periodo più tranquillo passato da Giuseppe Corte dopo l’entrata all’ospedale. Il medico era persona simpaticissima, premurosa e cordiale; si tratteneva spesso anche per delle ore intere a chiacchierare degli argomenti più svariati. Giuseppe Corte discorreva pure molto volentieri, cercando argomenti che riguardassero la sua solita vita d’avvocato e d’uomo di mondo. Egli cercava di persuadersi di appartenere ancora al consorzio degli uomini sani, di essere ancora legato al mondo degli affari, di interessarsi veramente dei fatti pubblici. Cercava, senza riuscirvi. Invariabilmente il discorso finiva sempre per cadere sulla malattia. Il desiderio di un miglioramento qualsiasi era divenuto in Giuseppe Corte un’ossessione. Purtroppo i raggi digamma, se erano riusciti ad arrestare il diffondersi dell’espulsione cutanea, non erano bastati ad eliminarla. Ogni giorno Giuseppe Corte ne parlava lungamente col medico e si sforzava in questi colloqui di mostrarsi forte, anzi ironico, senza mai riuscirvi.

“Mi dica, dottore. disse un giorno, come va il processo distruttivo delle mie cellule?”
“0h, ma che brutte parole!” lo rimproverò scherzosamente il dottore. “Dove mai le ha imparate? Non sta bene, non sta bene, soprattutto per un malato! Mai più voglio sentire da lei discorsi simili”
“Va bene” obiettò il Corte “ma così lei non mi ha risposto”
“0h, le rispondo subito” fece il dottore cortese. “Il processo distruttivo delle cellule, per ripetere la sua orribile espressione, è, nel suo caso minimo, assolutamente minimo. Ma sarei tentato di definirlo ostinato” “Ostinato, cronico vuol dire?”
“Non mi faccia dire quello che non ho detto. lo voglio dire soltanto ostinato. Del resto sono così la maggioranza dei casi. Affezioni anche lievissime spesso hanno bisogno di cure energiche e lunghe”
“Ma mi dica, dottore, quando potrò sperare in un miglioramento?”
“Quando? Le predizioni in questi casi sono piuttosto difficili… Ma senta” aggiunse dopo una pausa meditativa “vedo che lei ha una vera e propria smania di guarire… se non temessi di farla arrabbiare, sa che cosa le consiglierei?”
“Ma dica, dica pure, dottore….”
“Ebbene, le pongo la questione in termini molto chiari. Se io, colpito da questo male in forma anche tenuissima, capitassi in questo sanatorio, che è forse il migliore che esista, mi farei assegnare spontaneamente, e fin dal primo giorno, fin dal prima giorno, capisce? a uno dei piani più bassi. Mi farei mettere addirittura al….”
“Al primo?” suggerì con uno sforzato sorriso il Corte.
“Oh no! al primo no!” rispose ironico il medico, “questo poi no! Ma al terzo o anche al secondo di certo. Nei piani inferiori la cura è fatta molto meglio, le garantisco, gli impianti sono più completi e potenti, il personale è più abile. Lei sa poi chi è l’anima di questo ospedale?”
“Non è il professor Dati?”
“Già il professor Dati. E’ lui I’inventore della cura che qui si pratica, lui il progettista dell’intero impianto. Ebbene, lui, il maestro, sta, per così dire, fra il primo e il secondo piano. Di là irraggia la sua forza direttiva. Ma, glielo garantisco io, il suo influsso non arriva oltre al terzo piano; più in là si direbbe che gli stessi suoi ordini si sminuzzino, perdano di consistenza, deviino; il cuore dell’ospedale è in basso e in basso bisogna stare per avere le cure migliori”
“Ma insomma” fece Giuseppe Corte con voce tremante, “allora lei mi consiglia …”
“Aggiunga una cosa” continuò imperterrito il dottore “aggiunga che nel suo caso particolare ci sarebbe da badare anche all’espulsione. Una cosa di nessuna importanza ne convengo, ma piuttosto noiosa, che a lungo andare potrebbe deprimere il suo “morale”; e lei sa quanto è importante per la guarigione la serenità di spirito. Le applicazioni di raggi che io le ho fatte sono riuscite solo a metà fruttuose. Il perché può darsi che sia un puro caso, ma può darsi anche che i raggi non siano abbastanza intensi. Ebbene, al terzo piano le macchine dei raggi sono molto più potenti. Le probabilità di guarire il suo eczema sarebbero molto maggiori. Poi vede? una volta avviata la guarigione, il passo più difficile è fatto. Quando si comincia a risalire, è poi difficile tornare ancora indietro. Quando lei si sentirà davvero meglio, allora nulla impedirà che lei risalga qui da noi o anche più in su, secondo i suoi “meriti” anche al quinto, al sesto, persino al settimo oso dire”
“Ma lei crede che questo potrà accelerare la cura?”
“Ma non ci può essere dubbio. Le ho già detto che cosa farei io nei suoi panni”
Discorsi di questo genere il dottore ne faceva ogni giorno a Giuseppe Corte. Venne infine il momento in cui il malato, stanco di patire per l’eczema, nonostante l’istintiva riluttanza a scendere, decise di seguire il consiglio del medico e si trasferì al piano di sotto. 
Notò subito al terzo piano che nel reparto ‘regnava una speciale gaiezza’, sia nel medico, sia nelle infermiere, sebbene laggiù fossero in cura ammalati molto preoccupanti. Si accorse anzi che di giorno in giorno questa gaiezza andava aumentando: incuriosito, dopo che ebbe preso un po’ di confidenza con l’infermiera, domandò come mai fossero tutti così allegri. 

“Ah, non lo sa?” rispose l’infermiera “fra tre giorni andiamo in vacanza”
“Come andiamo in vacanza?”
“Ma sì. Per quindici giorni, il terzo piano si chiude e il personale se ne va a spasso. Il riposo tocca a turno ai vari piani”
“E i malati? come fate?”
“Siccome ce n’è relativamente pochi, di due piani se ne fa uno solo..”
“Come? riunite gli ammalati del terzo e del quarto?”
“No, no” corresse l’infermiera “del terzo e del secondo. Quelli che sono qui dovranno discendere da basso” “Discendere al secondo?” fece Giuseppe Corte, pallido come un morto. “lo dovrei cosi scendere al secondo?” “Ma certo. E che cosa c’è di strano? Quando torniamo, fra quindici giorni, lei ritornerà in questa stanza. Non mi pare che ci sia da spaventarsi.”

Invece Giuseppe Corte – un misterioso istinto lo avvertiva – fu invaso da una crudele paura. Ma, visto che non poteva trattenere il personale dall’andare in vacanza, convinto che la nuova cura coi raggi più intensi gli facesse bene – l’eczema si era quasi completamente riassorbita – egli non osò muovere formale opposizione al nuovo trasferimento. Pretese però, incurante dei motteggi delle infermiere, che sulla porta della sua nuova stanza fosse attaccato un cartello con su scritto “Giuseppe Corte, del terzo piano, di passaggio”. Una cosa simile non trovava precedenti nella storia del sanatorio, ma i medici non si opposero, pensando che in un temperamento nervoso quale il Corte anche una piccola contrarietà potesse provocare una grave scossa. Si trattava in fondo di aspettare quindici giorni non uno di più, non uno di meno. Giuseppe Corte si mise a contarli con avidità ostinata, restando per delle ore intere immobile sul letto, con gli occhi fissi sui mobili, che al secondo piano non erano più così moderni e gai come nei reparti superiori, ma assumevano dimensioni più grandi e linee più solenni e severe. E di tanto in tanto aguzzava le orecchie poiché gli pareva di udire dal piano di sotto, il piano dei moribondi, il reparto dei “condannati”, vaghi rantoli di agonie. Tutto questo naturalmente contribuiva a scoraggiarlo. E la minore serenità sembrava aiutare la malattia, la febbre tendeva a salire, la debolezza generale si faceva più fonda. Dalla finestra – si era oramai in piena estate e i vetri si tenevano quasi sempre aperti – non si scorgevano più i tetti e neppure le case della città, ma soltanto la muraglia verde degli alberi che circondavano l’ospedale. Dopo sette giorni, un pomeriggio verso le due, entrarono improvvisamente il capo-infermiere e tre infermieri, che spingevano un lettuccio a rotelle.

“Siamo pronti per il trasloco?” domandò in tono di bonaria celia il capo-infermiere.
“Che trasloco?” domandò con voce stentata Giuseppe Corte “che altri scherzi sono questi? Non tornano fra sette giorni quelli del terzo piano?”
“Che terzo piano?” disse il capo-infermiere come se non capisse “io ho avuto l’ordine di condurla al primo, guardi qua.” e fece vedere un modulo stampato per il passaggio al piano inferiore firmato nientemeno che dallo stesso professore Dati.

Il terrore, la rabbia infernale di Giuseppe Corte esplosero allora in lunghe irose grida che si ripercossero per tutto il reparto. “Adagio, adagio per carità”, supplicarono gli infermieri “ci sono dei malati che non stanno bene”. Ma ci voleva altro per calmarlo. Finalmente accorse il medico che dirigeva il reparto, una persona gentilissima e molto educata. Si informò, guardò il modulo, si fece spiegare dal Corte. Poi si rivolse incollerito al capo-infermiere, dichiarando che c’era stato uno sbaglio, lui non aveva dato alcuna disposizione del genere, da qualche tempo c’era un’insopportabile confusione, lui veniva tenuto all’oscuro d tutto… Infine, detto il fatto suo al dipendente, si rivolse, in tono cortese, al malato, scusandosi profondamente. “Purtroppo però” aggiunse il medico “purtroppo il professor Dati proprio un’ora fa è partito, per una breve licenza, non tornerà che fra due giorni. Sono assolutamente desolato, ma i suoi ordini non possono essere trasgrediti. Sarà lui il primo a rammaricarsene, glielo garantisco… un errore simile! Non capisco come possa essere accaduto!” Ormai un pietoso tremito aveva preso a scuotere Giuseppe Corte. La capacità di dominarsi gli era completamente sfuggita. Il terrore l’aveva sopraffatto come un bambino. I suoi singhiozzi risuonavano lenti e disperati per la stanza. Giunse così, per quell’esecrabile errore, all’ultima stazione. Nel reparto dei moribondi lui, che in fondo, per la gravità del male, a giudizio anche dei medici più severi, aveva il diritto di essere assegnato al sesto, se non al settimo piano! La situazione era talmente grottesca che in certi istanti Giuseppe Corte sentiva quasi la voglia di sghignazzare senza ritegno. Disteso nel letto, mentre il caldo pomeriggio dell’estate passava lentamente sulla grande città, egli guardava il verde degli alberi attraverso la finestra con l’impressione di esser giunto in un mondo irreale, fatto di assurde pareti a piastrelle sterilizzate, di gelidi androni mortuari, di bianche figure umane vuote di anima. Gli venne persino in mente che anche gli alberi che gli sembrava di scorgere attraverso la finestra non fossero veri; finì anzi per convincersene, notando che le foglie non si muovevano affatto. Questa idea lo agitò talmente, che il Corte chiamò col campanello l’infermiera e si fece porgere gli occhiali da miope, che in letto non adoperava; solo allora riuscì a tranquillizzarsi un poco: con l’aiuto delle lenti poté assicurarsi che erano proprio alberi veri e che le foglie, sia pur leggermente, ogni tanto erano mosse dal vento. Uscita che fu l’infermiera, passò un quarto d’ora di completo silenzio. Sei piani, sei terribili muraglie, sia pure per un errore formale, sovrastavano adesso Giuseppe Corte con implacabile peso. In quanti anni, sì, bisognava pensare proprio ad anni, in quanti anni egli sarebbe riuscito a risalire fino all’orlo di quel precipizio? Ma come mai la stanza si faceva improvvisamente così buia? Era pur sempre pomeriggio pieno. Con uno sforzo supremo Giuseppe Corte, che si sentiva paralizzato da uno strano torpore, guardò l’orologio, sul comodino, di fianco al letto. Erano le tre e mezzo. Voltò il capo dall’altra parte, e vide che le persiane scorrevoli, obbedienti a un misterioso comando, scendevano lentamente, chiudendo il passo alla luce.

 

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Traduciamo Louise Gluck: The red poppy

10 sabato Ott 2020

Posted by Loredana Semantica in Idiomatiche, SINE LIMINE

≈ 7 commenti

Tag

Louise Gluck, POESIA, traduzione

In Italia ha destato una certa sorpresa l’attribuzione del Nobel per la letteratura a Louise Gluck, poetessa statunitense, nata a New York nel 1943. In pochi la conoscevano, e le poesie che circolano in rete probabilmente non le rendono giustizia, tant’è che non mancano le polemiche. Però potrebbe trattarsi di un problema di traduzione. Per conoscere meglio questa autrice ho pensato di tentare una traduzione alternativa delle poesie che circolano in rete. Una alla volta, in modo che abbiano ciascuna massima attenzione. Come quando si osserva un quadro su uno sfondo nero o una parete vuota per coglierne al meglio le linee e i colori. Lo considero un esperimento, alla ricerca della poetica di un’autrice che è stata ritenuta degna di così ambito riconoscimento. Al termine di questo percorso, l’esperimento sarà diventata esperienza. Se avete voglia di cimentarvi ho scovato qui un nutrito elenco di testi in lingua originale. Antonella Pizzo mi ha segnalato quest’altra ricca raccolta qui. Se poi volete proporre alla redazione i vostri esperimenti, siete benvenuti. Buona poesia a tutti.

The great thing
is not having
a mind. Feelings:
oh, I have those; they
govern me. I have
a lord in heaven
called the sun, and open
for him, showing him
the fire of my own heart, fire
like his presence.
What could such glory be
if not a heart? Oh my brothers and sisters,
were you like me once, long ago,
before you were human? Did you
permit yourselves
to open once, who would never
open again? Because in truth
I am speaking now
the way you do. I speak
because I am shattered.

 

Il papavero rosso

(traduzione di Loredana Semantica)

 

La cosa migliore è

non avere pensieri

i sentimenti: oh quelli ce li ho

nel cielo ho un signore chiamato sole

fiorisco per lui

gli offro il rosso del mio cuore

rosso come la sua presenza.

Cos’altro potrebbe essere un tale splendore

se non passione? Oh miei fratelli e sorelle

eravate come me voi tanto tempo fa

prima di diventare umani?

Anche voi vi siete permessi

di brillare una volta

chi mai vorrebbe farlo di nuovo?

Perché in verità adesso

sto parlando la vostra lingua.

Io parlo perché sono distrutta.

 

 

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“10 Quarantene” di Francesco Tontoli

05 lunedì Ott 2020

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

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Tag

Francesco Tontoli

 

Giacomo Balla, Lampada ad arco, 1909, Museum of Modern Art di New York.

1
 
Sera
 
se mi affaccio
 
dal mio primo piano di quarantena
 
riesco a vedere tra le case
 
la superluna di marzo
 
il suo occhio incredulo su di noi
 
la strada silenziosa del coprifuoco
 
i riders soli che consegnano pasti caldi
 
e sfrecciano ignari del suo sguardo.
 
Nelle case ci sono le bocche e le tossi
 
le febbri marzoline e la fame di pizza
 
le rabbie e l’abbaiare dei cani
 
che richiedono di essere pisciati
 
bambini col naso sui vetri
 
e vecchi incollati alle tv.
 
Altri umani non pervenuti
 
non spengono mai la luce azzurrina
 
che li guida nei loro altrove di salvezza
 
dove arriveranno con il ritardo di un minuto
 
senza trovarvi nulla
 
nemmeno il conforto di uno sguardo.
 
 
2
 
sai che non scrivo
 
se non a pagamento
 
ho pagato salato
 
e prima o poi mi caverò
 
le monete dagli occhi
 
per pagarmi il trasporto
 
prenotare il traghetto
 
mi è ancora impossibile
 
malattie indicibili
 
e falsi sintomi
 
si contendono il mio corpo
 
di solito guarisco
 
e rinasco ma non nuovo
 
non nasco, rinnovo il salario
 
il contratto, il rogito il sunto
 
mi muovo in un verso preciso
 
nel verso del detto per inciso.
 
 
3
 
Per i vecchi bisognerebbe
 
ritornare pesci
 
dopo essere stati
 
genitori e nonni degli uomini
 
rifare il cammino
 
riprovare a risalire
 
dopo essere discesi
 
e aver dischiuso le branchie
 
tentato di manomettere
 
i polmoni d’acciaio
 
essersi sacrificati nel silenzio
 
delle loro profondità
 
scavando dopo aver raggiunto il fondo
 
e aver trovato la pepita
 
della loro vita.
 
 
4
 
Così vedo queste sedie vuote
 
pulisco la casa e le conto
 
mia madre segna i posti di ognuno
 
di quelli che mancano.
 
Qui si mette sempre lui,
 
e lì la piccolina con la mamma,
 
sgrana i grani di un rosario di visi.
 
Mi dice che vorrebbe ci fossero tutti
 
sono vivi, me lo ripete molte volte
 
non sono dall’altra parte del mondo
 
oltre oceano o a fare una guerra.
 
I nostri sono così vicini
 
che affacciandoti potresti udirne le risate nelle case
 
a pochi isolati da qui una vita due vite
 
una bambina che arriccia i baffi ai suoi gatti
 
un pianoforte che viene suonato fino a sfinirlo
 
alcune idee di pittura su tela che segnano il passo.
 
E io che non volevo scrivere nessuna poesia
 
su tutto il silenzio che si è impadronito delle strade
 
(nessun dottore me lo avrebbe richiesto)
 
sul nulla, sul vuoto, so che non esiste terapia
 
il presente consiste nel trattenere il respiro
 
il tempo è inconsistente, quasi assente
 
come una mascherina, tessuto non tessuto.
 
 
5
 
Per l’ultima settimana di quarantena
 
vorrei scrivere una poesia al giorno
 
o almeno solo quella che ho in vena
 
purché mi tolga il medico di torno
 
Per l’ultima settimana di quarantena
 
ho in mente uno spettacolo dalla finestra
 
una classica allegra o tetra messa in scena
 
io che mi affaccio e indico a destra
 
e a sinistra una qualche via di fuga
 
un modo per risolvere il dilemma
 
di Achille e la dannata tartaruga
 
prestito di tempo, con una certa flemma.
 
 
6
 
Di tutte le stagioni che ho percorso
 
quella che è appena morta
 
è stata la più bella primavera
 
che non è mai passata
 
che non ha avuto tempo di esser vista
 
di esser visitata in cambio di un fiore o di una foglia
 
di aver trasformato me e gli altri un’altra volta
 
da cosa a cosa in una trasmutazione semplice
 
in desiderio di un futuro complice.
 
L’abbiamo sentita di sfuggita
 
rapida e leggera sfiorarci nelle case
 
stringerci in un abbraccio sconosciuto
 
di quelli che temi essere preludio a un lutto
 
rimanere nel nostro fiato come una nemica
 
alchemica, allegorica, svegliarci e addormentarsi
 
sulle nostre spalle e lasciare un segno
 
un regalo, un simbolo che non è stato familiare.
 
Un frutto avvelenato creato dal laboratorio dell’inverno
 
dove la pioggia che verrà di nuovo a maggio
 
di chissà quale anno del Signore
 
alla fine di una peste che ci ha tutti posseduti nel suo pugno,
 
si distilla in alambicco goccia a goccia.
 
 
7
 
Attirato al balcone dalla luna piena,
 
ieri sera ho visto una gatta bianca
 
gravida e lenta attraversare la strada
 
e il suo compagno sui tetti miagolare al cielo.
 
Mi è sembrata una scena compiuta, pulita
 
piena di un significato che sottintende
 
la vita sul pianeta, e del significante
 
che la osserva procedere inciampare
 
soffrire, rinascere per poi tornare
 
a disilludersi nel ripetere a memoria
 
il giro nel cerchio, la ruota della storia.
 
 
8
 
Colmare le distanze
 
col mare di cazzate
 
che circolano liberamente
 
aprire le danze
 
riempire il cucchiaino
 
per svuotare il mare
 
cercando il vaccino
 
terapia della mente
 
andare per il mare della vita
 
vincere o almeno pareggiare
 
lottando per disfare la matassa
 
naufragando dolce in questa partita
 
 
9
 
Penso a quanti fiori sono nati
 
sui marciapiedi in questi mesi
 
e prima di essere calpestati
 
falciati dalle lame degli addetti
 
al ripristino dei passi di viandanti
 
mascherati, gettano i loro colori
 
sulle vite degli uomini ridiventate
 
di nuovo frettolose.
 
Hanno avuto il tempo
 
di crescere negli angoli
 
tra muri e macchine
 
tra porte e finestre
 
immaginandole nell’attimo necessario
 
considerarle e ricoprirle,
 
come splendide rovine.
 
 
10
 
Il Monitore Afono è il prototipo
 
di ogni futuro e passato profeta inascoltato.
 
Ululatore professionale a lune rosso sangue
 
che si ergono da dietro il monte
 
a predire l’avvenire da sempre inciso
 
nelle scritture di crateri oscuri
 
si sgola a dissuadere gli uomini
 
che dicono di voler vivere la vita cercando
 
la dolcezza della morte nel contatto.
 
Si impunta nell’illudersi che ci sia del bene
 
in fondo ad un respiro non ancora contaminato
 
che l’idea di bello e incorruttibile
 
abbia ancora charme nel brulicare dei germi
 
che si moltiplicano sul nostro passo.
 
Si nutre ancora di pane e di rose
 
col lievito dei sogni e i bocci di speranza
 
trovando solo spine e fatica nella strada.
 
Cosa ci aspettavamo dalla scuola
 
di questo stupido cammino?
 
L’insegnamento di pause, soste, conforti, frescure
 
paradisi irradiati dal pensiero di australopitechi
 
svezzati con le clave e con massacri?
 
Che perda pure del tutto la sua voce quel signore!
 
Che taccia , forse il silenzio che sarà seguito
 
nelle strade deserte delle quarantene
 
avrà più senso nel cadere sulle teste
 
di chi sparuto vive ancora nelle case!
 
 
 
Francesco Tontoli

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“The snow man” di Wallace Stevens 6 traduzioni

04 domenica Ott 2020

Posted by Loredana Semantica in Idiomatiche

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The snow man

One must have a mind of winter
To regard the frost and the boughs
Of the pine-trees crusted with snow;

And have been cold a long time
To behold the junipers shagged with ice,
The spruces rough in the distant glitter

Of the January sun; and not to think
Of any misery in the sound of the wind,
In the sound of a few leaves,

Which is the sound of the land
Full of the same wind
That is blowing in the same bare place

For the listener, who listens in the snow,
And, nothing himself, beholds
Nothing that is not there and the nothing that is.

Wallace Stevens

Si deve avere un animo d’inverno
Per contemplare questo gelo e i pini
Con le rame incrostate dalla neve;

E avere avuto freddo lungo tempo
Per guardare i ginepri irti di ghiaccio
I rudi abeti nel brillìo remoto

Del sole di gennaio; e non pensare
D’alcun duolo nel gemito del vento,
O nel suono di queste poche foglie,

Voci di una regione visitata
Da quel vento che sempre
Sibila sullo stesso nudo luogo

Per chi ascolta, chi ascolta nel nevaio,
E nulla in sé medesimo, contempla
Là quel nulla che è e che non è.

(traduzione Renato Poggioli, 1954)

Bisogna avere una mente d’inverno
per osservare il gelo e i rami
dei pini incrostati di neve;

e avere patito tanto freddo
per guardare i ginepri ricoperti di ghiaccio,
gli abeti ruvidi nel distante riflesso

del sole di gennaio; e non pensare
alla miseria che risuona nel vento,
tra le rade foglie,

il medesimo suono della terra
attraversata dal medesimo vento
che soffia nello stesso spazio spoglio

per chi in ascolto, ascolta nella neve,
e lui stesso un nulla, guarda
il Nulla che non c’è e il nulla che c’è.

(Nadia Fusini, 1985)

Si deve avere una mente d’inverno
per guardare il gelo e i rami
dei pini incrostati di neve,

e avere avuto freddo a lungo
per vedere i ginepri irti di ghiaccio,
gli abeti ruvidi nel chiarore lontano

del sole di gennaio, e non pensare
a un dolore nel suono del vento,
nel suono di poche foglie,

che è il suono della terra
percorsa dallo stesso vento
che soffia nello stesso nudo luogo

per l’ascoltatore, che ascolta nella neve
e, nulla in sé, vede
nulla che non sia lì, e il nulla che è.

(Massimo Bacigalupo, 1994)

Si deve avere una mente invernale
per considerare il gelo ed i rami
dei pini incrostati di neve,

e aver sentito freddo tanto tempo
per scorgere i ginepri irti di ghiaccio,
gli scabri abeti nel brillio distante

del sole di gennaio; e non pensare
a un tormento nel suono dell’aria,
nel suono di poche foglie,

che è il suono del suolo
intriso dello stesso soffio
che spira nello stesso spoglio luogo

per l’uditore che ode nella neve,
e, niente in sé, osserva
niente che non sia lì e il niente che è.

(traduzione Gianluca D’Andrea, 2007)

Si deve avere una mente fredda
per apprezzare il gelo e i rami
dei pini incrostati di neve,

e aver avuto freddo a lungo,
per scorgere i ginepri puntuti di ghiaccio,
gli abeti irruvidirsi nel lontano luccichio

del sole di Gennaio; e non pensare
ad alcuna pena nel suono del vento,
nel suono di poche foglie,

che sono il suono della terra
colmo dello stesso vento
che sta soffiando nello stesso vuoto

per chi ascolta, per chi ascolta nella neve,
e, lui stesso niente, guarda
niente che non c’è e il niente che è.

(Lisa Sammarco, 2008)

Bisogna avere una mente d’inverno
per stare a guardare il gelo e i rami
dei pini incrostati di neve;

E aver avuto freddo per tanto tempo
per vedere i ginepri intricati di ghiaccio,
gli abeti rugosi nel luccicare lontano

del sole di gennaio; e non pensare
al gemito  ch’è nel suono del vento
nel  suono di poche foglie

che è il suono della terra
piena dello stesso vento
che soffia nello stesso luogo vuoto

per chi ascolta e nella neve sente,
d’essere egli stesso niente, vedendo
il nulla che c’è e il nulla che non c’è.

(traduzione  Loredana Semantica, 2012)

 

 

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Nota critica dedicata a “La crepa madre” di Carlo Tosetti, Edizioni Pietre Vive, 2020.

28 lunedì Set 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

≈ 1 Commento

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Carlo Tosetti, La crepa madre

È un’opera inconsueta e originale quella composta da Carlo Tosetti ed edita da Pietre Vive nella Collana iCentoLillo, un poemetto d’ispirazione classica costituito da nove capitoli, che però indulge ad atmosfere gotiche e a tratti surreali e fantastiche. “La crepa madre” s’intitola e descrive un fenomeno naturale inspiegabile e dunque ‘perturbante’ inteso come noto da lungo tempo, perfino familiare ma che trasmette una sensazione di insicurezza e di disagio. Il fenomeno è presentato alla fine del primo capitolo nella sezione narrativa: Nella casa albergava una crepa viva e connotò un’estate di tanti anni fa del protagonista, narratore autodiegetico, che racconta gli avvenimenti occorsi nella cittadina di provincia in cui era solito trascorrere l’estate. Si trattava di uno squarcio nel muro di una casa vicina provocato da una frana, dal crollo d’un costone, frattura che il protagonista associò con certezza a una ferita al suo ginocchio causata da un frammento di vetro nascosto nell’erba. Questa associazione, negli anni a seguire, divenne convinzione e certezza.

 

I, 6

 

Nei giorni assai lontani

del mio lento claudicare,

dirimpetto, da una Casa,

un barrito minerale

si levò di pietre frante;

chiaro rombo d’una frana,

lindo crollo d’un costone,

e io zoppo, guadagnando

la finestra, dolorante,

vidi nulla delle mura

cupo frutto di collassi,

che rovine rammentava.

 

La prima edificazione della casa risaliva al Quattrocento mentre negli archivi comunali pare che fosse conservato un manoscritto d’autore ignoto, in cui si narrava di un esorcismo spettacolare praticato da un prelato del tempo per scacciare la presenza demoniaca dall’abitazione, circostanza che negli anni successivi attrasse diversi predicatori e truffatori.

 

II, 1

 

I manoscritti antichi,

i tramandati annali,

d’avi racconti orali,

recano d’una Crepa

notizia: viva, rinchiusa,

atea, sta nella Casa;

nel covo della Via Chiesa,

sonni alterna lunghi

a bradisismi pavidi,

talvolta squarcia spelonche;

pentita lei con la luna

la notte, calma sutura.

 

La Crepa era “viva”, dimorava sul muro dietro la testata del letto matrimoniale ma durante la notte si muoveva per le stanze spostandosi attraverso muri e pavimenti come un animale domestico, mentre la mattina dopo scompariva come se fosse stata suturata e ricomposta dalla luna.

 

III, 5

 

In quel luogo ritirato,

la natura io compresi

della Crepa, poiché sopra

il talamo dormiente

v’albergava e, invece

d’uggiolare di folletti,

il suo rodere s’udiva,

pareva un ticchettare:

la sera s’acquatta, cane

astratto rimesta, gira

nella fessura, sprimaccia,

rigira, sospira, riposa.

 

Quando i proprietari si trasferirono in un’abitazione più piccola, la Casa rimase chiusa per qualche anno fino a quando fu acquistata da una coppia di milanesi che intrapresero i lavori di restauro. La crepa però fece sentire la sua presenza provocando un ampliamento dello squarcio, che scomparve il giorno dopo provocando un malore alla nuova proprietaria.

 

IV, 9

 

L’orrore alla mattina.

La paura fa barriera,

il rifiuto l’interpone

fra l’enigma e la ragione.

Agli occhi dei novelli

abitanti apparve sana

la camera squartata

e priva fu d’alcuna

fresca lesione, frattura.

Svenne la donna, l’aceto

nemmeno dal sonno sicuro

levò quel giorno l’oscuro.

 

Quando poi il muratore Boldo decise di cominciare i lavori di ristrutturazione proprio dalla porzione di muro dove si trovava la Crepa, la Casa tremò, il muratore cadde dalla scala e si salvò per miracolo mentre la vibrazione provocò effetti simili a quelli di un terremoto, devastando la bottega attigua, raggiungendo la strada e tranciando gli impianti idrici, fognanti, i tubi del gas e delle linee elettriche e divenendo un problema di tutta la comunità.

 

V, 5

 

Tentenna la Casa, prende

un fremito, un sussulto,

che fin le membra attacca

del Boldo inerpicato

sulla scala. Per la fitta,

goffo ondeggia e cade

in tonfo, orizzontale;

lo risparmia la mazzetta,

nel volteggio suo, grazioso,

di svolazzi per la stanza:

sfiora il Boldo roteando,

grazia l’uomo, buono il caso.

 

Il disastro si arrestò a ridosso del lago, la crepa arretrò risanando il terreno e il manto erboso, come se non fosse mai passata.

 

VI, 16

 

Grande fu il mugghiare

delle gementi croste

di sismi e di fischi,

d’acuti di ganasce,

d’urli d’acciaio, frenate,

e col rombo d’un monte

crollato intero, giunto

dal lago a un soffio placò

la rabbia e s’arrese, pago

il canale inaudito, effuso

muto sospiro infinito,

lento, un poco arretrò.

 

Solo a quel punto si comprese che il suo ruolo era quello di saldare non di distruggere.

 

VII, 6

 

Non è la Crepa creata

per dilaniare pianeti,

a spicchi disfare i mondi,

tagliarli come la mela;

essa invece sutura,

sigilla le croste ed incolla

del globo neonato membrane,

rinchiude gli oceani di lava,

per fare la vita: foreste,

d’acque le arterie percorse

e d’ogni foggia le bestie.

Il fuoco imbriglia tuttora.

 

Erano stati gli uomini ignari a costruire nel punto di arresto della crepa, che da quel momento fu chiamata “madre”. Il paese fu immediatamente ricostruito: le condutture e le strade ripristinate.

 

VII, 10

 

Le strade acciottolate

nuove di porfidi antichi,

più verdi l’aiuole del centro

e davanti gli uffici, rifatto

il corso vecchio, centrale;

nella viottola, stretta,

vispa, il Santo Bernardo

aleggia su fogne coperte,

i cavi intubati di nuovo;

giunse l’asfalto incorrotto

col tempo nella Via Chiesa,

sanata fu anche la Casa.

 

Ad un certo punto il misterioso fenomeno sembrò scomparire ma il protagonista ardeva dal desiderio di ritrovare la ‘sua’ crepa.

 

VIII, 1

 

Invece, io stesso

e fiduciosi altri cercammo

invano il nuovo ricetto,

saputo che terra nessuna

pensarla priva si possa

della sapiente sutura;

d’ogni accademia, ciò

concluso e siano coscienti

giovani, genti d’altrove,

nati e vissuti lontani,

cresciuti senza sciagura:

la vita è composta frattura.

 

Quando ormai il protagonista non ci sperava più, un giorno in cui leggeva svogliatamente al parco nei pressi del tempietto che la crepa stessa aveva distrutto anni prima,  la Crepa ricomparve, poi lo seguì come un animale domestico fino ad insediarsi nella sua dimora precedente.

 

IX, 12

 

E sazia d’avermi che fu

lei ripagata la fede,

svelando che uno, ed uno,

vero, è lo squarcio soltanto

– di lama o di piuma, chioma,

radice, uguali le forme, vestite –

colò nel granito lisciato

dai passi d’esercito d’uomo.

La soglia del taglio godeva:

in Casa – perpetua la tana,

medesima camera brama –

la mia Crepa Madre rientrò.

 

Il poemetto è costituito da nove capitoli: in ciascuno sono presenti dodici strofe di dodici versi di lunghezza variabile, ad eccezione del sesto capitolo che ne reca sedici e di un ammonimento finale di sei versi, per un totale di 113 strofe e 1350 versi settenari e ottonari alternati. Si tratta di una coinvolgente cronaca in versi e in prosa, una sorta di prosimetro che ricorda la Vita Nova di Dante Alighieri in cui le scelte lessicali, ortografiche e sintattiche sono arcaiche ma allo stesso tempo capaci di alimentare continuamente la tensione narrativa.

Tosetti, nell’Ammonimento posto a conclusione del poemetto, avverte il lettore che la Crepa non è da considerarsi metaforicamente o allegoricamente ma nel senso pieno della parola e del significato. L’epiteto di “madre” però è da intendersi origine primordiale di tutte le cose e dunque, in questo senso, archetipo di fertilità e di vita, frattura e sutura allo stesso tempo. Anche l’utilizzo delle maiuscole per Casa e Crepa ne evoca la funzione archetipica e simbolica. La crepa diventa metafora potente dell’imprevedibilità e dello squilibrio che caratterizza la vita di ciascuno di noi; ad un certo punto Tosetti scrive infatti che la vita stessa è composta frattura. Nel poemetto emergono tratti tipici della letteratura fantastica, oltre che letteratura d’evasione, letteratura di “invasione” da parte dell’inaudito, dell’illogico, dell’irrazionale che penetrano nella vicenda provocandone il mutamento e la trasformazione, che comincia dall’ossessione del protagonista per la Crepa, dotata di vita propria. Certamente l’opera si distingue nel panorama letterario attuale per la scelta del prosimetro, l’originalità degli eventi narrati frutto di ricordi e di una singolare immaginazione, il rigore architettonico, l’ampio respiro, la ricerca di un lessico classicheggiante e arcaico, il convolgimento e la fluidità della narrazione. Per questi validi motivi la prova lirico-narrativa di Carlo Tosetti appare credibile e convincente.

©Deborah Mega

Testi di Carlo Tosetti tratti da “La crepa madre”, Edizioni Pietre Vive, 2020.

 

 

 

 

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Emilio Capaccio traduce Ángel González

25 venerdì Set 2020

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche

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Quando scrivo il mio nome
lo sento ogni volta più strano
Chi è?
mi domando
E non so che pensare
Ángel.
Così raro

Á. G.

Ángel González, traduzioni di Emilio Capaccio
L’AUTUNNO S’AVVICINA

L’autunno s’avvicina con molto poco rumore:
soffocate le cicale, qualche grillo appena
difende il fortino
di un’estate ostinata a perpetrarsi,
la cui sontuosa coda ancora brilla verso l’ovest.

Sembrerebbe che qui non accada nulla,
ma un silenzio subitaneo illumina il prodigio:
è passato
un angelo
che si chiamava luce, o fuoco, o vita.

E lo abbiamo perduto per sempre.
EL OTOÑO SE ACERCA

El otoño se acerca con muy poco ruido:
apagadas cigarras, unos grillos apenas,
defienden el reducto
de un verano obstinado en perpetuarse,
cuya suntuosa cola aún brilla hacia el oeste.

Se diría que aquí no pasa nada,
pero un silencio súbito ilumina el prodigio:
ha pasado
un ángel
que se llamaba luz, o fuego, o vida.

Y lo perdimos para siempre.

SPERANZA

Speranza,
ragno nero dell’imbrunire.
Ti fermi
non lontano dal mio corpo
abbandonato, cammini
intorno a me,
tessendo, rapida,
inconsistenti fili invisibili,
ti avvicini, ostinata
e mi accarezzi quasi con la tua ombra
pesante
e lieve allo stesso tempo.
Rannicchiata
sotto le pietre e le ore,
hai aspettato, paziente, l’arrivo
di questa sera
in cui
niente è ormai possibile…
Il mio cuore:
il tuo nido.
Addentalo, speranza

ESPERANZA

Esperanza,
araña negra del atardecer.
Tu paras
no lejos de mi cuerpo
abandonado, andas
en torno a mí,
tejiendo, rápida,
inconsistentes hilos invisibles,
te acercas, obstinada,
y me acaricias casi con tu sombra
pesada
y leve a un tiempo.
Agazapada
bajo las piedras y las horas,
esperaste, paciente, la llegada
de esta tarde
en la que nada
es ya posible…
Mi corazón:
tu nido.
Muerde en él, esperanza.

COMPLEANNI

Io me ne accorgo: come sto diventando
meno sicuro, confuso,
dissolvendomi nell’aria
quotidiana, grossolano
brandello di me, sfilacciato
e rotto dai pugni
Io comprendo: ho vissuto
un anno in più, ed è molto duro.
Muovere il cuore tutti i giorni
quasi cento volte al minuto!

Per vivere un anno è necessario
morire molto molte volte.

CUMPLEAÑOS

Yo lo noto: cómo me voy volviendo
menos cierto, confuso,
disolviéndome en el aire
cotidiano, burdo
jirón de mí, deshilachado
y roto por los puños
Yo comprendo: he vivido
un año más, y eso es muy duro.
¡Mover el corazón todos los días
casi cien veces por minuto!

Para vivir un año es necesario
morirse muchas veces mucho.

MIRACOLO DELLA LUCE

Miracolo della luce: l’ombra nasce,
sbatte in silenzio contro le montagne,
crolla senza peso al suolo
disvelandosi alle erbe delicate.
Gli eucalipti lasciano sulla terra
la tremula pelle della loro sagoma
allungata, sopra la quale volano
freddi uccelli che non cantano.
Un’ombra, più lieve e più semplice,
che nasce dalle tue gambe, s’affretta
per annunciare l’ultimo, più puro
miracolo della luce: tu contro l’alba.

MILAGRO DE LA LUZ

Milagro de la luz: la sombra nace,
choca en silencio contra las montañas,
se desploma sin peso sobre el suelo
desevelando a las hierbas delicadas.
Los eucaliptos dejan en la tierra
la temblorosa piel de su alargada
silueta, en la que vuelan fríos
pájaros que no cantan.
Una sombra más leve y más sencilla,
que nace de tus piernas, se adelanta
para anunciar el último, el más puro
milagro de la luz: tú contra el alba.

IL GIORNO SE N’È ANDATO

Ora andrà per altre terre,
portando lontano luci e speranze,
disperdendo remoti stormi d’uccelli,
e rumori, voci, campane,
— chiassoso cane che mena la coda
e abbaia davanti alle porte accostate.

(Frattanto, la notte, come un gatto
furtivo, è entrato dalla finestra,
ha visto avanzi di luce pallida e fredda, e
ha bevuto l’ultima tazza. )

Sì;
il giorno se n’è andato per sempre.
Molto non è stato preso (nulla mi porto via);
solo un po’ di tempo tra i denti,
un misero gregge di luci spossate.
Non piangete neppure. Puntuale e inquieto,
senza alcun dubbio tornerà domani.
Spaventerà quel gatto nero.
Abbaierà fino a buttarmi dal letto.

Ma non sarà lo stesso. Sarà un altro giorno.

Sarà un altro cane della stessa razza.

EL DÍA SE HA IDO

Ahora andará por otras tierras,
llevando lejos luces y esperanzas,
aventando bandadas de pájaros remotos,
y rumores, y voces, y campanas,
— ruidoso perro que menea la cola
y ladra ante las puertas entornadas.

(Entretanto, la noche, como un gato
sigiloso, entró por la ventana,
vio unos restos de luz pálida y fría, y
se bebió la última taza.)

Sí;
definitivamente el día se ha ido.
Mucho no se llevó (no trajo nada);
sólo un poco de tiempo entre los dientes,
un menguado rebaño de luces fatigadas.
Tampoco lo lloréis. Puntual e inquieto,
sin duda alguna, volverá mañana.
Ahuyentará a ese gato negro.
Ladrará hasta sacarme de la cama.

Pero no será igual. Será otro día.

Será otro perro de la misma raza.

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Nota critica dedicata a “Galatina / Un sogno d’amore” di Dante Maffia ed Elio Scarciglia, edito da Terra d’ulivi Edizioni, 2020

21 lunedì Set 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Tag

Dante Maffia, Elio Scarciglia

Nel prezioso libretto “Galatina /Un sogno d’amore” edito da Terra d’ulivi Edizioni nella collana Le Avventurine, i suggestivi testi poetici di Dante Maffia e i mirabili scatti fotografici di Elio Scarciglia danno vita ad un progetto editoriale di cui nessuna biblioteca degna di questo nome dovrebbe essere priva, per la perfetta sintesi tra la lettura dei pensieri poetici e la visione delle illustrazioni del testo e per il piacere estetico che dalla loro fruizione ne deriva.   

Celebre esempio dell’arte romanica situato nel cuore del Salento, la Basilica di Santa Caterina d’Alessandria, a Galatina, è uno scrigno di bellezza, un meraviglioso gioiello, custode di magnifici affreschi gotici, che ricordano i cicli pittorici di scuola giottesca presenti nella Basilica di San Francesco d’Assisi. La chiesa fu edificata tra il 1369 e il 1391 per volere di Raimondello Orsini del Balzo che, di ritorno dalle Crociate, portò con sé un dito prelevato dal corpo della Santa, reliquia tuttora conservata nel tesoro della chiesa. Il prospetto romanico della basilica è arricchito da un portale finemente decorato e da un rosone che sembra intagliato nella pietra e che racchiude al centro lo stemma della famiglia committente. Gli affreschi, eseguiti su committenza di Maria d’Enghien, sposa di Raimondello, furono realizzati dapprima da maestranze locali e successivamente da artisti provenienti da altre città italiane, Siena, Venezia, Padova e qui è d’obbligo il riferimento alla Cappella degli Scrovegni, i cui cicli pittorici ricordano quelli presenti nella Basilica.

In questo libro Maffia ha incontrato la città di Galatina, l’ha accolta, l’ha compresa e le ha dato voce attraverso i suoi scorci, ha colto attimi di vita e di storia millenaria attraverso la forma breve e immediata degli haiku manifestando in questo modo il suo innamoramento, il suo “sogno d’amore”. Galatina, ammaliante fonte d’ispirazione, città-donna, è divenuta concreta, creatura dalla straordinaria bellezza, in cui perfino il Paradiso “ha fatto il nido”. La città è divenuta oggetto del desiderio del poeta, in cui convergono memorie, sogni, dissolvenze, impalpabili vibrazioni. Ecco dunque che si compie un romantico e nostalgico viaggio nel passato che ricorda soffuse atmosfere crepuscolari. Il linguaggio è ancora una volta quello del cuore che si confessa rivelando la propria umanità e la propria imperfezione. La poesia appare visionaria e immaginifica, allo stesso modo Galatina diventa donna da amare e di cui prendersi cura. Maffia fa riferimento anche al fenomeno del tarantismo, della Lascivia Chorea, come veniva chiamata nel Cinquecento la danza di possessione dallo straordinario potenziale simbolico, che ha uno dei suoi centri nevralgici proprio a Galatina, nella chiesa di San Paolo dove i tarantati venivano condotti a bere l’acqua sacra del pozzo della cappella.

“Tarantoliamo / senza fermarci mai. / Così il mio sangue.” Scrive Maffia. E ancora:

“Il ballo di San Vito spesso prende / le nostre ragazze / e le morde, e crea in loro / danno e stupore, / un dissidio che fa tremare il cielo / le grida strazianti d’un mistero.”

Altrettanto ha fatto Scarciglia, abilissimo fotografo d’arte, che, con amore, l’eleganza, l’estro creativo e la sensibile intuizione che lo contraddistinguono, ha saputo cogliere particolari e dettagli di rara intensità che sfuggono agli occhi dei più e li ha resi manifesti trasformando anche il fruitore meno colto in esteta esigente.

Le immagini si dipanano nitide e incisive e accompagnano il lettore in un percorso emotivo, fatto di dialoghi, scoperte, abbracci, carezze per i sensi e lo sguardo. In definitiva,  il connubio Maffia –Scarciglia, dopo Matera e una donna, ha creato un altro libro di pregio, in cui sublime, bellezza e amore procedono a braccetto.

Deborah Mega

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Loredana Semantica traduce Mark Strand “The end”

20 domenica Set 2020

Posted by Loredana Semantica in Idiomatiche, LETTERATURA

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La fine

Nessun uomo sa cosa cantare alla fine
guardando il molo come nave che salpi, ché così gli sembrerà
quando rapito dal ruggito del mare, è immobile, lì alla fine
o cosa sperare essendo chiaro ormai che non tornerà più indietro

Il tempo non sembra lungo quando trascorre potando rose
o accarezzando il gatto, contemplando il tramonto che incendia il prato
o la luna piena che imbianca la terra, nessun uomo invece sa cosa scoprirà
quando il peso del passato sporge tra il nulla e il cielo

Non c’è altro che il ricordo della luce e trame di cirri
nuvole che si chiudono dense e uccelli sospesi in volo
nessun uomo sa cosa l’aspetta o cosa cantare
quando la sua nave scivola nell’oscurità della fine

(Mark Strand traduzione di Loredana Semantica)

The end

Not every man knows what he shall sing at the end,
Watching the pier as the ship sails away, or what it will seem like
When he’s held by the sea’s roar, motionless, there at the end,
Or what he shall hope for once it is clear that he’ll never go back.

When the time has passed to prune the rose or caress the cat,
When the sunset torching the lawn and the full moon icing it down
No longer appear, not every man knows what he’ll discover instead.
When the weight of the past leans against nothing, and the sky

Is no more than remembered light, and the stories of cirrus
And cumulus come to a close, and all the birds are suspended in flight,
Not every man knows what is waiting for him, or what he shall sing
When the ship he is on slips into darkness, there at the end.

Mark Strand

 

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Angelo Maria Ripellino – La buffoneria del dolore

16 mercoledì Set 2020

Posted by marian2643 in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA

≈ 2 commenti

Tag

Angelo Maria Ripellino, Anna Maria Bonfiglio

Darling, lo so, il mio continuo lamento ti attedia,

questa eterna altalena tra ebbrezza e malore.

Il mio rammarico è forse volontà di commedia.

Grande è la buffoneria del dolore.

 

Angelo Maria Ripellino nasce a Palermo il 4 dicembre del 1923, da Carmelo, insegnante di Lettere, poeta e scrittore di drammi teatrali, e Vincenza Maria Trizzino, titolare di una farmacia. Ha appena sette anni quando la famiglia si trasferisce a Mazara del Vallo, dove il padre ha ottenuto un incarico presso il locale Liceo Parificato e dove Angelo frequenta le scuole fino al completamento delle classi ginnasiali. Nel 1937 a Carmelo viene assegnata una cattedra al liceo “Giulio Cesare” di Roma e la famiglia si sposta nella Capitale, che diverrà la città di adozione del poeta, quella dove continuerà gli studi e inizierà, ancora studente, la sua attività letteraria scrivendo per alcuni giornali e pubblicando poesie, racconti, recensioni e brevi saggi. Iscritto alla Facoltà di Lettere, sceglie di interessarsi dell’universo letterario slavo e diventa allievo di Ettore Lo Gatto, uno dei primi studiosi di letteratura russa in Italia. Ancora giovanissimo, viene aggredito da una infezione tubercolare che, sebbene curata con applicazioni di pneumotorace, in seguito lo costringerà a sottoporsi ad una pneumectomia. Continuerà tuttavia la sua attività letteraria e intensificherà il suo impegno per gli studi di slavistica soggiornando a Praga dove incontrerà Ela Hlochová che diverrà sua moglie e sua collaboratrice e gli darà due figli, Milena e Alessandro.

Dal 1948 al 1952 Ripellino insegna all’Università di Bologna Filologia slava e Lingua ceca; con l’incarico di Lingua e Letteratura russa al Magistero di Roma ritorna nella sua “città” dove inizia un felice percorso come traduttore di alcuni poeti russi, lavorando al contempo alla Storia della poesia ceca contemporanea. Pariteticamente si dedica al teatro e alle arti cosiddette “minori”: critica cinematografica, teatro delle marionette, musica, trasmissioni radiofoniche.  Il suo percorso erratico fra le varie tipologie di studi e di scritture ne fa trasparire il proposito di inseguire una sorta di sincretismo fra tutte le espressioni artistico-letterarie. Continua a scrivere poesia e nel 1960 pubblica la sua prima raccolta, Se non ora quando, ma, seppure accolti dalle migliori riviste letterarie, i suoi versi restano indietro rispetto a quella che si va configurando come figura di slavista, etichetta che prevarrà sempre sulla sua qualità di artista delle lettere. “Slavista! Mi gridano donne con  frappe sul capo./ (…) Slavista! Mi beffano da un carro funebre/ (…) Chiedo perdono. E’ deciso. La prossima volta/ farò un altro mestiere”, scrive nella poesia n.2 di Notizie dal diluvio.

Nel 1964 Ripellino viene aggredito da una recrudescenza tubercolare e ricoverato nel sanatorio di Dobříš, vicino Praga, sotto le cure del primario Petr Ostrý che lo recupera alla vita. Da questa esperienza nasce la raccolta di poesie La fortezza d’Alvernia, poematico diario della vita che fugge, declinato attraverso rimandi letterari e figurativi della sua multiculturalità, che egli definisce “teatro d’ombre” e “cartolina illustrata della speranza”. La silloge, proposta a Einaudi per la pubblicazione, viene rifiutata, presumibilmente per lo scarso interesse suscitato in Italo Calvino che definirà Ripellino “un poeta fuori del tempo” e “un futurista in ritardo”, e, dopo ulteriori rifiuti da parte di altri editori, sarà pubblicata da Rizzoli nel 1967.

 (…)  Sebbene io sia imbrattato delle fuliggini della Mitteleuropa, nutrito di mille umori stranieri e come arrivato sin qui con un carrozzone dipinto di calderai, tuttavia nella barocca e ferale Sicilia nativa affondano le mie radici. Penso talvolta che questo sradicamento sia la sorgente di tutti i miei mali, della mia vita in bilico. Torno giù a precipizio sovente dal continente all’isola amara, irrorata di luci di agrumi, ai giorni lontani in cui sereno viaggiavo con una modesta famiglia nel caldo di una casetta domenicale, come nel ventre di un ciprino carpio. Poi si versò una giara di olio in soffitta. L’olio colava per gli scalini. Ebbero inizio le sciagure. Il letto si coprì di infausti cappelli. Ancor oggi essi ingombrano la mia poesia. Dell’infanzia insulare mi porto dietro un fagotto di emblemi: il ricordo di dolci comprati alla ruota del monastero, le stanze mortuarie con le salmodianti comari in nero, i presepi con arance e lumie, il basso continuo della tristezza, che pende dai nostri occhi come le cispe di un tracoma e una certa pagliacceria fanfarona.” Così il poeta Angelo Maria Ripellino, “imbrattato” di cultura mitteleuropea, rivendica la sua ascendenza isolana, in uno scritto ad apertura della pubblicazione di Sinfonietta. “Ho sempre vagheggiato di trovare un punto d’incontro fra la lezione dei moderni lirici slavi, tedeschi, francesi, di cui mi sono imbevuto e i congegni, le «meraviglie» del nostro Barocco. Per me una lunga fune si tende dalla Martorana alla cupola del San Nicola di Praga.(…).

Nel 1969 Ripellino pubblica, questa volta sì con Einaudi, la raccolta di poesie Notizie dal diluvio, costituita da settantasette poesie divise in due parti, da lui stesso definita “diario di un anno calamitoso”, riferendosi sia alla sua salute che va sempre peggiorando che alla tragica conclusione di quel movimento politico e sociale che fu la Primavera di Praga e che egli aveva seguito come inviato de L’Espresso. Il libro è una specie di “arca” nella quale il poeta raccoglie persone, animali e fatti che hanno costituito il suo mondo per eternizzarli nella sua storia privata restituendoli in metafore, allegorie, analogismi e neologismi, in un rutilante universo semantico di strabiliante ricchezza. Tutta la poesia ripelliniana è un vortice di opulenza lessicale, una partitura di infinite significazioni nella quale vorticano la musica, la pittura e i pittori, il teatro e i teatranti, i mùsici e i pagliacci, gli animali di ogni specie, e i colori di un arcobaleno personale dove primeggia il giallo, il colore del sole.

“Ancora la giovinezza mi chiama, falòtica /come le cicogne dello Zwin./ Ancora mi affligge la sua effigie gotica./Non resisto agli occhi verdi che mi amano,/ io, principe carpatico in rovina”. Sono i versi della terza parte della poesia n.67 della raccolta Sinfonietta, uscita ancora per Einaudi nel 1972. Qui i testi assumono una coloritura plumbea, con chiari riferimenti alla salute che va aggravandosi, e tuttavia ancora accompagnata da metafore di “luce” nell’assunzione di lemmi quali fuoco, candele, angeli; una raccolta definita “ostica” per il lessico e la sintassi, e catalogata come risultato di “un oscuro barocchismo”. E’ quella che più mette l’accento sulla vicenda personale dell’autore, sulla sua consapevolezza di non aspettarsi più niente altro che sofferenza e tuttavia restando “in una grande allegria funebrina”. “Alla tua età si può ricominciare,/ma io, bambina, ormai devo raccogliere/ le somme del passato, ristoppare/ con giorni avventicci il mio destino,/ con spilorcia avarizia fare i conti, / io che giuoco sempre a rimpiattino/ col disfavore di Domineddìo.”  Egli stesso in un’intervista aveva dichiarato: “Gran parte della mia scrittura è diventata il vezzeggiamento di questo eterno malessere.”

Sempre da Einaudi nel 1976 viene pubblicato Lo splendido violino verde, raccolta ripartita in due sezioni: Das letzte Varieté (L’ultimo Varietà), e Don Pasquale (con riferimento all’opera di Donizetti); opera della piena maturità che assomma tutti i temi della poetica ripelliniana  rinominando personaggi, musiche, artisti, ora con vis ironica ora con clownesca malinconia. Pervade tutto il testo un andamento antitetico fra la gioia di vivere e la coscienza del male che lo opprime: “L’eterna altalena tra ebbrezza e malore(…)il miele del male”, dove il male accostato al miele rivela l’aggressione del sopravvenuto diabete, che in seguito lo costringerà all’amputazione delle dita di un piede. Come sempre il campo semantico usato da Ripellino è ad ampio spettro, aggomitola il contingente con la memoria del passato attraverso accostamenti incompatibili, metafore e paronomasie; all’oscuro barocchismo di Sinfonietta fa eco un tono di gioiosità malinconica, come di chi si appresti ad invecchiare per il processo naturale della vita. “Piano piano anche tu ti sfilerai dalla stretta/ cruna della rivolta/ per diventare un vecchietto benpensante che sgretola/ croste di massime ottuse (…) sarai raggricchiato, minuscolo, nano/ nella luce palustre della tua notte che avanza,/ avrai tanto freddo, come Varsavia a novembre.” Nell’acrobatico ordine linguistico di Ripellino vive tutta una folla di soggetti e contenuti che riemergono nuovi, liberati dalla cenere del vissuto.

Il 21 aprile del 1978 un collasso cardiocircolatorio, causato dall’aggravarsi delle patologie di cui era afflitto, spegne, ad appena cinquantaquattro anni, Angelo Maria Ripellino. La sua raccolta Autunnale barocco esce nel 1977 e vince il Premio Prati; è l’ultima sua presenza nel mondo delle lettere, ma in precedenza aveva pubblicato altri lavori in prosa: nel 1965 Il trucco e l’anima, sui grandi registi del teatro russo, che gli vale il Premio Viareggio; nel 1973 Praga magica, la sua opera più conosciuta; nel 1975 Storie del bosco boemo. Postumo, a cura di Giacinto Spagnoletti, viene stampato Scontraffatte chimere, che raccoglie tutti gli inediti, anche quelli giovanili, del grande poeta siciliano. Sebbene appassionato cultore, traduttore e saggista di opere della letteratura russa e boema, Angelo Maria Ripellino si ritenne sempre primariamente poeta e lo amareggiò che, nella società letteraria del tempo,  non venisse messo mai al primo posto questo suo ruolo. Solo all’inizio di questo nuovo secolo alcuni giovani studiosi hanno intrapreso un percorso di recupero e di studio dell’opera poetica ripelliniana e curato nuove edizioni delle sue raccolte edite e delle sue poesie inedite.

Anna Maria Bonfiglio

 

Poesie

 

Verrai ogni tanto a visitarmi sottoterra
come una bionda Persefone
in mezzo alle larve baritonali.
Ricordi: già ne parlammo a Wiesbaden.
mi promettesti che quando prenderò alloggio dall’orco
di tanto in tanto verrai
per un breve soggiorno
a consolare la mia malinconia,
il mio desiderio della terra,
a narrarmi degli amici.
E non importa se figli
ti prenderanno per matta, pensando
che ciò che è morto va dimenticato
e che è assurdo questo lugubre turismo.

* * *

Non si accorgeranno nemmeno
di quello che hai scritto.
Getteranno i tuoi versi tra gli stracci vecchi.
Resterai sguattero, guitto
in questa fiera di gattigrù delle lettere:
Sei un viluppo di piume, una balla di fieno,
carica di gorgheggianti uccellini.
Ma per chi cantano? Chi mai li ascolta?
Merda. Sarebbe meglio scrivere
novelle per pennivendoli, romanzi zuccherini,
storielle piovose, canzoni da balera.
Ma è tardi ormai. Scriverai ancora versi,
questa feccia di vino che nessuno vuole bere.

 

* * *

Tu pensi che, quando cresce il tuo male,

si spengano i fuochi, le barche non prendano il mare,

si proibisca ai cani di latrare,

i figli si incantino come sculture di sale.

 

Oh no, lascia perdere. Osserva

la ghiandaia azzurra che ruba

il suo ultimo cucchiaino d’argento.

Ferma lo sguardo sgomento

Sull’estranea bellezza di questa caraffa in cui luccica

tutto il ghiaccio del mondo.

 

 

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L’intervista a Nino Iacovella: La linea Gustav

14 lunedì Set 2020

Posted by Deborah Mega in Interviste

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Tag

La linea Gustav, Nino Iacovella

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.
La redazione ringrazia Nino Iacovella, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: La linea Gustav, Il Leggio Libreria Editrice, 2019.

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

È stato un amore tardivo. Tardi ho iniziato a leggere. Tardi ho iniziato a scrivere. Tutto è accaduto dopo la mia laurea in economia. Lì è successo qualcosa. Ero fiaccato da quell’epopea formativa rivelatasi a posteriori, in buona parte, errata. Avrei dovuto seguire un percorso umanistico. Studiare filosofia o musica. Imparare a suonare uno strumento: il contrabbasso, il sax (amo il jazz), la fisarmonica. Forse tutte queste cose insieme. Molto probabilmente la scrittura è stata l’ultima occasione praticabile per rientrare in un alveo più consono alla mia natura: l’attività creativa. La mia è una famiglia d’arte. Il mio paese, Guardiagrele, è una terra di arti e mestieri. La creatività si respira in ogni angolo, persino nel linguaggio. Il dialetto guardiese, in Abruzzo, è fortemente contraddistinto da una dialogica aforistica. La lingua così è già una palestra di metafore e figure retoriche che pochi si rendono conto, parlando, di creare.

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti
    hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la
    vita e l’arte?

Da autodidatta mi sono nutrito di qualsiasi libro capitato a tiro. Un grande disordine e una grande abbuffata che per anni, compulsivamente, ho portato avanti rubando le ore al sonno. Ho sempre amato leggere le biografie dei grandi scrittori e dei grandi artisti in generale. Ero affascinato dalla loro dedizione. Amo molto la letteratura americana contemporanea. I grandi maestri, prima che nella poesia, li ho trovati negli autori di narrativa breve: Raymond Carver, Richard Yates, Alice Munro. Tra i grandi romanzieri invece Truman Capote e Richard Ford, così come l’intramontabile William Faulkner e Michel Houellebecq. Degli italiani faccio un nome deciso: Giorgio Vasta de Il tempo materiale. La poesia è arrivata dopo con Charles Simic, Philip Schultz, Seamus Heaney e René Char tra gli stranieri; tra gli italiani la scrittura di Antonella Anedda ha avuto, per stile e suggestioni, il risalto maggiore nelle mie preferenze. Notti di pace occidentale e Le residenze invernali sono state svolte decisive per i primi passi della mia scrittura.

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai
    con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

La componente autobiografica non è il fulcro della mia scrittura, preferisco ciò che osservo della realtà cercando di riproporla con immagini e linguaggio il più possibile aderente all’oggetto di osservazione. Il rapporto con il luogo dove sono nato è stato fondamentale sinora solo in una raccolta: La linea Gustav, dove, con andamento poematico, ripercorro i tristi accadimenti della Seconda Guerra Mondiale in Abruzzo.

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

La linea Gustav fu originariamente pubblicato nel 2013 all’interno di una opera più vasta dal titolo Latitudini delle braccia. Ebbe una certa eco tra i lettori. Ma negli esordi, si sa, vengono commessi sempre degli errori. La sensazione era che il libro non avesse raggiunto tutto il suo pubblico potenziale, pur sapendo di quanto esiguo sia quello della poesia. In Abruzzo, soprattutto, sarebbe un libro da scoprire, anche per riaprire un dialogo su quello che siamo stati e quello che, purtroppo, per certi versi, siamo diventati.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Penso di sì, soprattutto per il suo contenuto di memoria storico-epica. Storia e poesia sono una miscela letteraria che non deve cadere in desuetudine.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Un racconto di mio padre. Lui e mia zia erano bambini quando furono presi di mira da un cecchino della Wehrmacht. Era una storia che spesso mi raccontava. Mi ha ispirato profondamente. Da lì è partito il tutto.

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale”
    scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

L’ho scritta lentamente, in questo caso intendo Latitudini delle braccia, in quasi dieci anni di lavoro. Ma debbo dire che è stata anche l’opera con la quale ho cercato di “costruire” la mia voce più matura. Scritta per lo più la notte. Ai tempi lavoravo come amministrativo in una multinazionale. I tempi per la scrittura e per la lettura erano molto ristretti.

  1. La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?

Per la foto di copertina, innestata nell’elegante format a sfondo nero dei libri della collana Radici de Il Leggio Editore, ho scelto uno scatto che ritrae due bambini di spalle lungo un sentiero nel bosco. Dietro di loro un cane segugio. Il sentiero e i bambini rappresentano il passaggio generazionale lungo il percorso della Storia. Storia tracciata nella Linea Gustav, la linea difensiva costruita dall’esercito nazista che serviva per ritardare la risalita delle truppe alleate sbarcate in Sicilia.

  1. Come hai trovato un editore?

L’anno scorso fui contattato da Gabriela Fantato che aveva letto dei miei inediti pubblicati sul sito di Atelier poesia. Gli piacquero al punto di chiedermi se l’opera dalla quale erano stati tratti era pronta per propormi, da curatrice della collana, la pubblicazione. Ma a causa dei miei tempi di scrittura lunghi, la raccolta era ancora incompleta e così proposi in alternativa la ripubblicazione de La linea Gustav. Gabriela e Sandro Salvagno (l’editore) accolsero la proposta con entusiasmo. Figurarsi io.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

A un pubblico più ampio di quello degli addetti ai lavori, visto che è un libro di poesia che parla di un periodo storico cruciale del nostro Paese che non può essere dimenticato.

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Il lock down ha interrotto una serie programmata di incontri sul territorio di Milano e nelle scuole, sia milanesi che abruzzesi. Da poco in Abruzzo, a Guardiagrele, con i testi de La linea Gustav abbiamo realizzato un recital. A breve sarà riproposto a Milano, nel mio quartiere, al Corvetto. Per adesso ci muoviamo così.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più
    legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

L’incipit dell’opera. Rappresenta un momento dello sfollamento del mio paese proprio a causa della fortificazione della Linea Gustav: “E cercarvi lì, tra i vecchi a coprire le madri, / le madri come rifugi per sagome minute / (tra il seno e la spalla, insenature / come porti per piccole teste / spaurite nella burrasca. // Sul paese come un’ombra la Linea Gustav / tracciato d’inchiostro sulle rovine, / il confine di chi si butta a terra / prima o dopo lo sparo.

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Che possa arrivare soprattutto ai più giovani. Poesia e storia, cattura emotiva e memoria, un modo per ridare un senso a una società che da tempo vedo rannicchiarsi su se stessa, individualmente appagata dal piccolo cabotaggio narcisistico e dall’autoreferenzialità.

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

“Perché ci metti sempre così tanto a scrivere un libro di poesia?” E qui la mia risposta: “Perché ho parecchi vizi e intendo coltivarli tutti. Uno in particolare: la lettura”.

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova
    opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Sono entrato nel settimo anno di lavorazione di un progetto dal titolo “La parte arida della pianura”. Mi coccolo il lento crescere di questa raccolta come una gestante con il proprio figlio. Nessuna continuità con i progetti precedenti. Ogni tanto pubblico qualche inedito tra le pagine online dei blog letterari da me più frequentati. Il tema di fondo, a farla breve, è l’epica umana tout court. Ora sto terminando l’ultimo pezzo di una sezione intitolata Madre della violenza (titolo ispirato a una canzone di Peter Gabriel). Il prossimo anno penso che potrei chiudere il progetto e iniziare a proporlo per la pubblicazione.

Nino Iacovella

Nino Iacovella è nato a Guardiagrele nel ’68, ha una formazione socio-economica. Ha riesordito in poesia nel 2013 con Latitudini delle braccia (deComporre, Gaeta). Del 2015 è la plaquette con i primi testi de La parte arida della pianura (Edizioni culturaglobale, Cormons). Ha curato insieme a Sebastiano Aglieco e Luigi Cannillo l’antologia “Passione Poesia – Letture di poesia contemporanea (1990-2015)” Ed. CFR, Milano, 2016. Del dicembre del 2019, è La linea Gustav, Il Leggio Editore, Chioggia. È tra i fondatori e redattori del blog di poesia Perigeion, un atto di poesia. Vive e lavora a Milano.

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Loredana Semantica traduce Sylvia Plath “I am vertical”

13 domenica Set 2020

Posted by Loredana Semantica in Idiomatiche, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

≈ 2 commenti

Io sono verticale
ma preferirei essere orizzontale
non sono albero con radici nella terra
a succhiare minerali e amore di madre
così da luccicare di foglie ad ogni marzo
né sono bella come un angolo di giardino
che desta meraviglia per splendore di colori
senza sapere che presto sfiorirà.
Al mio confronto un albero è immortale
e la corolla di un fiore meno alta ma più ardita
vorrei del primo la lunga vita dell’altro l’anima viva.

Stanotte nella luce infinitesimale delle stelle
i fiori e gli alberi spandono profumi freddi
io li attraverso ma loro non si accorgono di me
a volte penso che mentre dormo
quando i pensieri svaniscono
assomiglio a loro perfettamente.
E’ più naturale per me stare supina
allora io ed i cieli parliamo senza riserve
io sarò utile quando resterò così per sempre
finalmente
gli alberi si piegheranno fino a toccarmi
e i fiori avranno un attimo (solo) per me.

I am vertical
But I would rather be horizontal.
i am not a tree with my root in the soil
sucking up minerals and motherly love
so that each March I may gleam into leaf,
nor am I the beauty of a garden bed
attracting my share of Ahs and spectacularly painted,
unknowing I must soon unpetal.
Compared with me, a tree is immortal
and a flower-head not tall, but more startling,
and I want the one’s longevity and the other’s daring.

Tonight, in the infinitesimal light of the stars,
the trees and flowers have been strewing their cool odors.
i walk among them, but none of them are noticing.
sometimes I think that when I am sleeping
i must most perfectly resemble them–
thoughts gone dim.
it is more natural to me, lying down.
then the sky and I are in open conversation,
and I shall be useful when I lie down finally:
the the trees may touch me for once,
and the flowers have time for me.

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Emilio Capaccio traduce Carlos Drummond de Andrade

05 sabato Set 2020

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche, LETTERATURA

≈ 2 commenti

Ho appena due mani
e il sentimento del mondo.

C. D. de A.

Carlos Drummond de Andrade , traduzioni di Emilio Capaccio

VERITÀ

La porta della verità era aperta
ma lasciava passare solo
mezza persona alla volta.

Così non era possibile attingere a tutta la verità
perché la mezza persona che entrava
portava solo il profilo di mezza verità.

La seconda metà
ritornava ugualmente con mezzo profilo
e i due mezzi profili non coincidevano.

Fecero saltare la porta. Abbatterono la porta.
Arrivarono a un luogo luminoso
dove la verità splendeva i suoi fuochi.
Era divisa in due metà,
differenti l’una dall’altra.

Si finì a discutere su quale metà fosse più bella.
Entrambe erano pienamente belle.
Ma bisognava scegliere. Ognuno scelse in base
al suo capriccio, alla sua illusione, alla sua miopia.

VERDADE

A porta da verdade estava aberta,
mas só deixava passar
meia pessoa de cada vez.

Assim não era possível atingir toda a verdade,
porque a meia pessoa que entrava
só trazia o perfil de meia verdade.

E sua segunda metade
voltava igualmente com meio perfil.
E os dois meios perfis não coincidiam.

Arrebentaram a porta. Derrubaram a porta.
Chegaram a um lugar luminoso
onde a verdade esplendia seus fogos.
Era dividida em duas metades,
diferentes uma da outra.

Chegou-se a discutir qual a metade mais bela.
As duas eram totalmente belas.
Mas carecia optar. Cada um optou conforme
seu capricho, sua ilusão, sua miopia.

SONETTO DELLA PERDUTA SPERANZA

Ho perso il tram e la speranza.
Volto pallido verso casa.
La strada è inutile e nessun’auto
passerebbe sul mio corpo.

Risalgo il pendio lento
dove i sentieri si fondono.
Tutti loro portano al principio
del dramma e del fiore.

Non so se sto soffrendo
o se è qualcuno che si diverte
perché no? nella notte scarsa

con un insolito flautino.
Nel frattempo è molto tempo
che gridiamo: sì! all’eterno.

SONETO DA PERDIDA ESPERANÇA

Perdi o bonde e a esperança.
Volto pálido para casa.
A rua é inútil e nenhum auto
passaria sobre meu corpo.

Vou subir a ladeira lenta
em que os caminhos se fundem.
Todos eles conduzem ao
princípio do drama e da flora.

Não sei se estou sofrendo
ou se é alguém que se diverte
por que não? na noite escassa

com um insolúvel flautim.
Entretanto há muito tempo
nós gritamos: sim! ao eterno.

AMARE

Che altro può fare una creatura se non,
tra le creature, amare?
amare e dimenticare,
amare e mal amare,
amare, disamare, amare?
sempre, fino all’occhio vitreo, amare?

Che altro può fare, mi chiedo, l’essere amoroso,
solo, in rotazione universale, se non
ruotare lo stesso, e amare?
amare ciò che il mare porta alla spiaggia,
e ciò che seppellisce, e ciò che, nella brezza marina,
è sale, o bisogno d’amore, o semplice ansia?

Amare solennemente le palme del deserto,
ciò che è offerta o adorazione spettante,
e amare l’aspro, l’inospitale,
un vaso senza fiori, una superficie di ferro,
e il petto inerte, e la strada vista nel sogno, e un uccello rapace.

Questo è il nostro destino: amore senza riguardo,
distribuito tra cose perfide o nulle,
donazione illimitata a una completa ingratitudine,
e nella vuota conca dell’amore la ricerca timorosa,
paziente, di più e più amore.

Amare la nostra stessa mancanza d’amore, e nella nostra arsura
amare l’acqua implicita, e il bacio tacito, e la sete infinita.

AMAR

Que pode uma criatura senão,
entre criaturas, amar?
amar e esquecer, amar e malamar,
amar, desamar, amar?
sempre, e até de olhos vidrados, amar?

Que pode, pergunto, o ser amoroso,
sozinho, em rotação universal,
senão rodar também, e amar?
amar o que o mar traz à praia,
o que ele sepulta, e o que, na brisa marinha,
é sal, ou precisão de amor, ou simples ânsia?

Amar solenemente as palmas do deserto,
o que é entrega ou adoração expectante,
e amar o inóspito, o cru,
um vaso sem flor, um chão de ferro,
e o peito inerte, e a rua vista em sonho, e
uma ave de rapina.

Este o nosso destino: amor sem conta,
distribuido pelas coisas pérfidas ou nulas,
doação ilimitada a uma completa ingratidão,
e na concha vazia do amor a procura medrosa,
paciente, de mais e mais amor.

Amar a nossa falta mesma de amor,
e na secura nossa amar a água implícita,
e o beijo tácito, e a sede infinita.
ASSENZA

Per molto tempo pensai che l’assenza fosse mancanza.
E mi lamentavo, ignorante, della mancanza.
Oggi non mi lamento.
Non c’è mancanza nell’assenza.
L’assenza è uno stare in me.
E la sento, chiara, così raccolta, accoccolata tra le mie braccia,
che rido e danzo e invento esclamazioni allegre,
perché l’assenza, questa assenza assimilata,
più nessuno me la porterà via.

AUSÊNCIA

Por muito tempo achei que a ausência é falta.
E lastimava, ignorante, a falta.
Hoje não a lastimo.
Não há falta na ausência.
A ausência é um estar em mim.
E sinto-a, branca, tão pegada, aconchegada nos meus braços,
que rio e danço e invento exclamações alegres,
porque a ausência, essa ausência assimilada,
ninguém a rouba mais de mim.

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“Settembre, andiamo. È tempo di migrare”.

01 martedì Set 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

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Alcyone, Gabriele D'Annunzio

Con il testo odierno riprende l’ordinaria programmazione di LIMINA MUNDI.

Settembre è mese sacro ai poeti, preannuncia l’arrivo della stagione autunnale, il ritorno a scuola e la ripresa delle varie occupazioni quotidiane. L’arrivo di settembre riporta alla memoria di Gabriele D’Annunzio le immagini della sua terra d’Abruzzo dove tra i ricordi d’infanzia è custodito anche il fenomeno della transumanza, la migrazione stagionale dei pastori che conducono le greggi dai pascoli montani verso la pianura. Si tratta di un ricordo nostalgico e malinconico perché il poeta non appartiene più al mondo mitico delle origini in cui il tempo sembra essersi fermato ed è scandito dai ritmi stagionali imposti dalla natura. L’utilizzo della paratassi  facilita la comprensione e conferisce un’apparente semplicità al testo mentre espressioni come verga di avellano, stazzi, tratturo, su le vestigia degli antichi padri, evocano un mondo arcaico e un’atmosfera quasi sacrale. Accanto a termini di uso corrente ci sono espressioni ricercate (alpestri, esuli, erbal fiume silente, dalla sabbia non divaria), immagini che suscitano sensazioni visive (il sole imbionda) e uditive (isciacquio, calpestio), citazioni letterarie dantesche: L’alba vinceva l’ora mattutina/che fuggia innanzi, sì che di lontano/conobbi il tremolar de la marina. (I Canto del Purgatorio, vv. 115-117). Il poeta rivede i suoi pastori mentre lasciano gli alpeggi, i recinti all’aperto che hanno ospitato le pecore durante la stagione estiva, li immagina mentre si dissetano alle sorgenti dei monti perché il sapore dell’acqua resti nei loro cuori portando conforto, poi, dopo aver costruito un nuovo bastone di legno di nocciolo, s’incamminano lungo i sentieri erbosi che portano fino al mare Adriatico. D’Annunzio si unisce idealmente ai pastori nel lungo viaggio, idealizzato e descritto in modo solenne, perché quegli stessi sentieri, per secoli sono stati percorsi dai loro antenati.

 

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natia
rimanga né cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquio, calpestio, dolci romori.

Ah perché non son io cò miei pastori?

 

GABRIELE D’ANNUNZIO, I Pastori, da Alcyone (Milano, Treves 1903).

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Italo Calvino: Un intellettuale “neoilluminista” tra i libri del mondo di Maria Allo

26 domenica Lug 2020

Posted by maria allo in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA

≈ 2 commenti

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Italo Calvino, Maria Allo

Arduo risulta definire uno scrittore anomalo e proteiforme come Calvino, sempre attento a tutte le idee, i dibattiti, le lotte del nostro tempo, avido di nuove sperimentazioni. Neoilluminista, diffida dei miti novecenteschi, (irrazionalismo, anticonformismo, avanguardismo), concludendo a un suo antimodernismo, sempre geloso di una propria irriducibile identità e diversità, che ne fa forse, come sostiene Berardinelli, precursore del Postmoderno.

“Il massimo del tempo della mia vita l’ho dedicato ai libri degli altri, non ai miei. E ne sono contento”

Del lungo lavoro di Italo Calvino alla Einaudi sono testimonianza interessante le lettere inviate a critici e scrittori, raccolte postume ne I libri degli altri (1991). “Quando mi trovo in un ambiente in cui posso illudermi d’essere invisibile, io mi trovo molto bene”. Una volta gli scrittori veramente popolari nessuno sapeva chi erano, di persona, erano solo un nome sulla copertina, e questo dava loro un fascino straordinario. “Io credo che la condizione ideale dello scrittore sia vicina all’anonimato; è allora che la massima autorità dello scrittore si sviluppa, quando lo scrittore non ha un volto, una presenza, ma il mondo che egli rappresenta, occupa tutto il quadro. Come Shakespeare”. Leggere i suoi libri è come seguire le tracce di qualcuno che cerca di capire il mondo senza mai essere soddisfatto delle risposte che trova e continua instancabilmente ad allargare il proprio orizzonte di osservazione.

“… questo è il bene dell’essere dimezzato: il capire d’ogni persona e cosa al mondo la pena che ognuno e ognuna ha per la propria incompletezza. Io ero intero e non capivo, e mi muovevo sordo e incomunicabile tra i dolori e le ferite seminati dovunque, là dove meno da intero uno osa credere”.

In “Il visconte dimezzato – Cap. VII -”, di Italo Calvino

Il visconte dimezzato esce nel 1952 nella collana di narrativa “I gettoni”, che Vittorini dirige per l’Einaudi di Torino e il romanzo, anche per la consacrazione ufficiale del critico Emilio Cecchi, incontra un notevole successo. Il romanzo ha inaugurato un modo fiabesco e simbolico di rappresentare la realtà, molto lontano dal modello ufficiale del realismo e rientrerà insieme al Barone Rampante e al Cavaliere inesistente in una trilogia intitolata i nostri antenati. Il libro è accompagnato da una postfazione che illustra il senso e l’importanza che questi tre testi rivestono nel cammino creativo dell’autore. Caduti gli ideali della Resistenza, ormai venuta meno la spinta morale del primo dopoguerra, lo scrittore si trova a fronteggiare una realtà nuova, il più delle volte difficile e ostile: nuovi rapporti tra le classi sociali, nuove prospettive aperte dallo sviluppo urbano e industriale, che il canone neorealista si dimostra inadeguato a rappresentare. Al grigiore fiacco e placidamente rassegnato di questa nuova realtà, Calvino decide di opporre il vigore immaginifico di storie fantastiche, che però non rappresentano una fuga, ma una chiave di lettura del mondo, un metodo per aderire obliquamente alla storia, salvandone quel tanto di vitalità, purezza e idealismo che ancora è rimasto. L’intento di Calvino è dunque quello di allontanarsi dalla realtà per distinguerne meglio le linee essenziali, la direzione profonda. Il genere fiabesco è utilizzato dallo scrittore in chiave etica, poiché il suo fine, pur con la leggerezza di un racconto inventato, è scoprire e proporre nuovi modi di partecipazione al processo storico in atto. I protagonisti dei romanzi sono nostri antenati perché nella commistione tra storia e fantasia, essi hanno a che fare col nostro presente: le loro avventure mostrano allegoricamente la complessità del rapporto tra realtà e ragione, tra i numerosi aspetti del reale e il tentativo della ragione di afferrarli. In loro possiamo riconoscere la stessa ricerca assillante, le stesse domande, gli stessi dubbi che abitano la vita dell’uomo moderno; le loro storie, inverosimili ma così piene di verità, formano come dice Calvino, “un albero genealogico degli antenati dell’uomo contemporaneo, in cui ogni volto cela qualche tratto delle persone che ci sono intorno, di voi, di me stesso”.

Il visconte dimezzato allude a un’allegoria della scissione umana e alla lacerazione dell’uomo moderno,” dimidiato, mutilato, incompleto, nemico a se stesso” secondo le parole di Calvino stesso e alla sua difficile ricerca di un’identità e di una “nuova completezza”. Racconta di Medardo di Terralba che, durante un combattimento, (siamo nel Seicento in una guerra tra russi e turchi) viene diviso da un colpo di cannone in due metà autonome una onesta e virtuosa (il Buono), l’altra assolutamente malvagia (il Gramo) e solo grazie a un’operazione miracolosa riuscirà a ricostituire quell’unità indissolubile di bene e male in cui consiste l’equilibrio dell’uomo.  Il Visconte dimezzato si riallaccia al topos letterario del doppio: dallo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert (1886) Louis Stevenson, al ritratto di Dorian Gray (1891) di Oscar Wilde, al Fu Mattia Pascal (1904) di Luigi Pirandello. Tra le varie fonti di ispirazione per questo racconto c’è anche con ogni probabilità il decimo capitolo del capolavoro di Miguel Cervantes (1547-1616), in cui il protagonista illustra al suo fedele scudiero Sancho Panza le proprietà miracolose di un medicamento che intende preparare: “Che ampolla e che balsamo è questo? disse Sancio Pancia. — È un balsamo, replicò don Chisciotte, la cui ricetta ho a memoria; ed è tale che l’uomo non deve più temere che alcuna ferita lo conduce a morire, per grande che sia; perciò quando io n’abbia, e te lo dia, se tu mi vedessi in qualche battagliata tagliato a mezzo, come suole spesso avvenire, altro non hai da fare che prendere quella parte del corpo che fosse caduta per terra, e con molta diligenza, prima che il sangue si rapprenda, congiungerla all’altra rimasta sopra la sella; avvertendo però di commetterle ugualmente e al loro giusto punto: ciò fatto mi vedrai rimesso perfettamente in salute.”

Cifra peculiare di Calvino nel corso di tutta l’opera (se si eccettua l’ultimissima produzione e Palomar in particolare) è l’umorismo. Il ricorso a questo registro del pensiero e del linguaggio è naturale per lo scrittore, se è vero che, come sosteneva Pirandello, per umorismo s’intende il “sentimento del contrario”, ovvero l’immedesimazione amara e divertita nell’assurdo di una situazione o di un carattere. Questo assurdo che, istintivamente, provoca il riso, ma poi riflettendoci rivela il suo lato malinconico, nasce dalla scomposizione del reale, ovvero dall’accentuazione deformata del dettaglio. Per la sua natura strutturalistico-semiotica, l’opera di Calvino tende a fare proprio questo: scomporre il reale e ricomporlo secondo un gioco combinatorio che finisce per essere, inevitabilmente, umoristico. Lo stile e il tono de I nostri antenati si ispirano al modello del conte philosophique settecentesco del prediletto Voltaire e rivisita la tradizione epico-cavalleresca (sulle orme dell’amato Ariosto) per costruire una limpida, affascinante vicenda di avventure e di peripezie, una brillante fiaba in sé avvincente, compiuta e di grande forza comica dove alla narrazione piacevolmente avvincente e spesso ironica, si accompagna un evidente intento morale. In particolare, affiorano problematici temi attuali della parzialità e dell’ambiguità di ogni scelta e delle antitesi di bene e di male, reale e ideale, resi incandescenti dai contrasti tra Est e Ovest nel clima di guerra fredda. Se nella convivenza di modelli, di moventi e di intuizioni molteplici è la singolarità dello scrittore, nella consapevolezza critica della “sospensione di senso” sempre proiettata in avanti sta l’attualità fecondissima della sua ricerca.

 “Io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente). Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra”: così Calvino scriveva nel 1964 a una studiosa che gli chiedeva informazioni sulla sua vita. Perciò i documenti più adatti a far luce sui tratti fondamentali della sua personalità sono le prese di posizione sul significato della letteratura e sul mestiere dello scrittore. Un po’ come uno dei tanti personaggi dei suoi racconti, Calvino presenta una fisionomia complessa, sospesa tra passato e futuro, talvolta indecifrabile, tuttavia profondamente affascinante perché imprevedibile e mutevole. Cittadino del mondo da Cuba a Sanremo, da Torino a Roma, da New York a Parigi, interessato a campi del sapere non proprio precipui della letteratura, almeno nella recente tradizione italiana, Calvino può essere definito un intellettuale neoilluminista, almeno per il gusto allo studio dei fenomeni della natura, in questo in sintonia con la personale tradizione scientifica della famiglia e per la sua prosa pulita e secca senza ripiegamenti introspettivi, per la precisione razionale del suo raccontare, anche quando il riferimento è il mondo della fantasia, campo indagato con felice assiduità perché unisce la  leggerezza a un impegno etico mai esibito, se non nella scelta delle parole, delle frasi. A ciò si aggiungano le riflessioni semiologiche sul fare letteratura, stimolate dalle frequentazioni parigine di studiosi e scrittori come Barthes e Queneau. Quando negli anni Settanta comincia a svilupparsi un”esasperato narcisismo” (Ferroni) tra gli intellettuali, Calvino fa valere la sua naturale riservatezza, sia nella vita privata sia nelle opzioni culturali. Noi abbiamo soprattutto amato il Calvino del libero narrare e inventare: ma sappiamo che non può esistere senza l’altro che trasforma la fantasia in curiosità e veste questa di panni intellettuali. Questo connubio costituisce il punto più alto e letterariamente più ambito della sua creazione, la cui tersa e misurata bellezza, sia nel raccontare che nell’indagare, non teme confronti. Come Palomar, ultima opera di Calvino (1983), è lo scrittore che, provate tutte le esperienze di scrittura, tutti i linguaggi possibili, deve tendere l’orecchio“ là dove le parole tacciono”; ma è anche l’uomo moderno che conosce tutti i meccanismi di rapporto con l’universo, e che, siccome “l’universo è lo specchio in cui possiamo contemplare solo ciò che abbiamo imparato a conoscere in noi “, egli deve cercare continuamente una strada, trovare una via per essere in pace con se stesso.

Maria Allo

Note

Italo Calvino, Il visconte dimezzato, Cap. VII, pag. 128 Mondadori

Italo Calvino, Palomar: “L’universo come specchio” Einaudi

  1. Ferroni, Italo Calvino, in Storia della letteratura italiana, vol. IV (Il Novecento),

Einaudi, Torino 1991.

La ricerca letteraria-Il tempo storico e le forme, Novecento 5, a cura di Parenti, Vegezzi e Viola

Romanzi e racconti di Italo Calvino nei Meridiani, pagg. 7 – 29, Mondadori, Milano 1991,

a cura di C. Milanini

Monografia

  1. Bonura, “Invito alla lettura di Italo Calvino”, Mursia, Milano 1972 (nuova edizione aggiornata, ivi 1985).

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La città di Leonia

21 martedì Lug 2020

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Racconti

≈ 1 Commento

Tag

Italo Calvino, Le città invisibili

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Leonia è una delle città che Italo Calvino immagina venga descritta da Marco Polo a Kublai Khan ne “Le città invisibili”, opera pubblicata nel 1972; un paio d’anni dopo, quando fu pubblicata negli Stati Uniti, all’autore venne assegnato il premio Nebula. Fa parte del periodo combinatorio dell’autore, in cui è evidente l’influenza della semiotica e dello strutturalismo. Calvino comincia a scrivere quelli che sono i romanzi più significativi e rappresentativi della sua curiosa e poliedrica personalità: si apre il periodo dello sperimentalismo, lontano dalla militanza politica e più concentrato su quelle che sono le infinite possibilità che la letteratura e il linguaggio offrono per raccontare il mondo. Nella letteratura combinatoria, centrale diventa il lettore, che si trova a “giocare” con l’autore, nella ricerca delle combinazioni interpretative nascoste nella sua opera e nel linguaggio stesso. Il punto di partenza di ogni capitolo è il dialogo tra Marco Polo e l’imperatore dei Tartari Kublai Khan, che interroga l’esploratore sulle città del suo immenso impero. Marco Polo descrive città reali o immaginarie, che colpiscono sempre più il Gran Khan. L’imperatore chiede a Marco di raccontargli del suo lungo viaggio e in particolare vuole che gli vengano descritte le città che ha visitato. Marco Polo non si limita ad una descrizione fisica, o esteriore, delle città che incontra (e che nel testo hanno tutte un nome di donna e non il nome reale e storico), ma espone anche un resoconto dettagliato delle città che gli vengono in mente quando vede quelle reali, delle sensazioni e delle emozioni che ogni città, con i suoi profumi, sapori e rumori, suscitano. Chi legge può divertirsi a scorrere prima i paragrafi con lo stesso titolo, affrontando quindi una lettura tematica, oppure seguire l’ordine consueto, pagina dopo pagina, finendo col trovarsi davanti un variegato labirinto dove pare che i temi e i soggetti si perdano e si ritrovino in un fantastico groviglio dove il lettore deve ricombinare le parti. Questo fa sì che il romanzo non abbia una fine propriamente detta: ogni capitolo, ogni paragrafo, possono essere letti per ultimi e quindi ogni lettore, in base al modo in cui sceglierà di leggere, troverà una fine diversa. Il libro è costituito da nove capitoli, ma c’è un’ulteriore divisione interna: ognuna delle 55 città è divisa in base a una categoria (sono 11 in totale), dalle “città e la memoria” alle “città nascoste”. Le 55 città hanno tutte un nome di donna di derivazione classicheggiante. Il lettore ha quindi la possibilità di “giocare” con la struttura dell’opera, scegliendo di seguire un raggruppamento o un altro, la divisione in capitoli o in categorie, o semplicemente saltare da una descrizione di città a un’altra. Calvino stesso ha affermato, in una conferenza del 1983 alla Columbia University a New York, che non c’è una sola fine delle Città invisibili perché “questo libro è fatto a poliedro, e di conclusioni ne ha un po’ dappertutto, scritte lungo tutti i suoi spigoli”. Le città descritte da Marco Polo diventano simbolo della complessità e del disordine della realtà, e le parole dell’esploratore appaiono, quindi, come il tentativo di dare un ordine a questo caos del reale. Perché ciò che Calvino vuole mostrare, come da lui stesso affermato alla fine del libro, è “l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme” e i due modi per non soffrirne: “Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.  Ma queste città sono anche sogni, come dice Marco Polo: “tutto l’immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra”. La realtà perde la sua concretezza e diventa fluida e puramente mentale, si realizza nella fantasia. I temi affrontati sono diversi e vari: dal tema del ricordo e della memoria a quello del tempo, da quello del desiderio a quello della morte. Il ruolo e la sfida del lettore è riuscire a cogliere il “discorso segreto”, le “regole assurde” e le “prospettive ingannevoli” di queste storie.

Tra le relazioni dell’esploratore, quella sulla città di Leonia ricorda la situazione di molte metropoli consumistiche e moderne. Infatti a Leonia i cittadini consumano e sprecano cibi e oggetti in quantità industriali, rinnovano ogni giorno vestiti, oggetti, arredamenti, producono una grande quantità di rifiuti che poi non sono in grado di smaltire. Leonia diventa una città simbolo che riflette un problema attuale che ci riguarda da vicino. Anche la nostra società spreca molto più di ciò di cui ha veramente bisogno e non rispetta l’ambiente. La situazione sembrerebbe paradossale ed esagerata ma in realtà non lo è perché “più Leonia espelle roba più ne accumula” in un processo irrefrenabile, squilibrato e inarrestabile di sovrapproduzione. Fortunatamente il pattume di Leonia è contenuto e respinto dall’immondezzaio delle altre città vicine, anche se più aumenta l’altezza di queste montagne di rifiuti, più incombe il pericolo delle frane. Il rischio è che la città venga inghiottita dal proprio passato che invano ha tentato di respingere e dimenticare. A Leonia  “Gli spazzaturai sono accolti come angeli” e circondati da un rispettoso silenzio; compiono infatti un lavoro importantissimo che merita un rispetto quasi sacrale perché per produrre nuovi oggetti occorre smaltire ciò che si è già gettato via. Oltre alla sovrapproduzione Leonia si sta specializzando sempre di più nella creazione di manufatti sempre migliori, più resistenti alle intemperie, al tempo, a fermentazioni e combustioni. Allo stesso modo anche la spazzatura diviene sempre più resistente e indistruttibile. In questo modo Leonia anziché essere una città invisibile diventa visibilissima, frenetica nel suo consumare tutto in breve tempo, travolgente perché di forte impatto ambientale. Leonia è una città fittizia la cui descrizione però è attualissima perché riflette alla perfezione la società contemporanea. E’ una megalopoli, invivibile, caotica, che riflette una crisi gravissima, dell’uomo e della natura. Lo sguardo di Calvino  è profetico perché già nel 1972,  anno di pubblicazione dell’opera, ipotizzava la catastrofe che stiamo vivendo.

*

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche che dall’ultimo modello d’apparecchio.
Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti di Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo i tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose di ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.
Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori dalla città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. E’ una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.
Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri. Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sé le montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.
Più ne cresce l’altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle altre città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.

(I. Calvino, Le città invisibili, 1972)

 

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Emilio Capaccio traduce Seamus Heaney

18 sabato Lug 2020

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche, LETTERATURA

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Emilio Capaccio, Seamus Heaney

Tra l’indice e il pollice
ho la penna.
Scaverò con quella.

S. H.

 

Seamus Heaney, traduzioni di Emilio Capaccio

ANAHORISH 1944

Scannavamo i maiali quando arrivarono gli americani.
Un martedì mattina, sole e rivoli di sangue
fuori dal mattatoio. Dalla strada principale
dovevano aver sentito lo strillo.
Poi lo sentirono cessare ed ebbero la visione di noi
in guanti e grembiali scendere giù per la collina.
Due file di loro, fucili in spalle, che marciavano.
Blindati, carri armati e jeep scoperte.
Mani e braccia arse dal sole. Nomi sconosciuti.
Condotti verso la Normandia.
Non che sapessimo allora
dove fossero diretti, trovandoci lì come dei ragazzini
mentre ci lanciavano gomme e tubetti di caramelle colorate.

ANAHORISH 1944

We were killing pigs when the Americans arrived.
A Tuesday morning, sunlight and gutter-blood
Outside the slaughterhouse. From the main road
They would have heard the squealing,
Then heard it stop and had a view of us
In our gloves and aprons coming down the hill.
Two lines of them, guns on their shoulders, marching.
Armoured cars and tanks and open jeeps.
Sunburnt hands and arms. Unknown, unnamed,
Hosting for Normandy.
Not that we knew then
Where they were headed, standing there like youngsters
As they tossed us gum and tubes of coloured sweets.

AL MOMENTO

Una fredda covata, un nido intero, completamente nascosto
nel terriccio di foglie dell’autunno passato, e compresi
dall’opacità e dalla sua immobilità, putrefatti,
al mutare in sudore di morte una rugiada del mattino
che non faceva brillare i gusci ma li marciva.
Ero lì curvo sulle mani e in ginocchio
nel prato bagnato sotto la siepe, in adorazione,
di primo mattino intento ad allungarmi
e convinto di trovare uova calde. E invece
questo improvviso brillantino polare
e stigma e freddo cerchio di pietra dell’alba
nella mia mortificata mano destra, prova evidente
di quello che cospirò al momento per scompigliare
la materia nella sua stasi planetaria.

ON THE SPOT

A cold clutch, a whole nestful, all but hidden
in last year’s autumn leaf-mould, and I knew
by the mattness and the stillness of them, rotten,
making death sweat of a morning dew
that didn’t so much shine the shells as damp them.
I was down on my hands and knees there in the wet
grass under the hedge, adoring it,
early riser busy reaching in
and used to finding warm eggs. But instead
this sudden polar stud
and stigma and dawn stone-circle chill
in my mortified right hand, proof positive
of what conspired on the spot to addle
matter in its planetary stand-off.

LA FRUSTA DI SALICE

Sulla strada principale di Granard incontrai Duffy
che avevo conosciuto prima dell’età del giudizio
in pantaloncini corti alla classe delle elementari
dove una volta in un giorno d’inverno Miss Walls
perse la testa e ci frustò alle gambe
per un discorso indecente che pensavamo non udisse.
«O, per amor di Dio!» urlò Duffy, venendomi incontro
col suo bastone in aria e due braccia spalancate,
«Per amor di Dio! Ti ricordi la frusta di salice?»

THE SALLY ROD

On the main street of Granard I met Duffy
whom I had known before the age of reason
in short trousers in the Senior Infans room
where once upon a winter’s day Miss Walls
lost her head and cut the legs off us
for dirty talk we didn’t think she’d hear.
«Well, for Jesus sake» cried Duffy, coming at me
with his stick in the air and two wide open arms,
«For Jesus sake! D’you mind the sally rod?»

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“Lì un tempo fioriva il mio cuore” di Filippo D’Eliso, RPlibri. Nota di lettura di Marisa Papa Ruggiero

13 lunedì Lug 2020

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Recensioni

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Filippo D'Eliso, Marisa Papa Ruggiero

 

Far parlare l’essere con le parole della poesia

Artista dei suoni, Filippo D’Eliso ci offre, in questi giorni, una sinfonia poetica di cristallina purezza: “La vita fu / per un solo attimo / ciò che mai più sarebbe stata”; e ancora: “Qualcosa però si nasconde / nel sole. Presto sarà sera / e qualcuno andrà via”…

Quando apri un libro di poesia e il libro è: Lì un tempo fioriva il mio cuore del citato autore e t’imbatti in un verso  dove il pensiero taglia/ come ghiaccio secco, e percepisci  il senso di caduta a picco sul mistero della indecifrabilità del male, sai anche che quel libro, come ogni libro di versi contiene molte più cose di quante ne vedremmo noi che leggiamo. Un libro di poesia contiene, come si sa, una sua intrinseca compiutezza, è necessità fondante, autonoma, tanto che tentare di aggiungere, dall’esterno, parole di riflessione critica  a un libro di poesie, sarebbe da ritenere, a rigore, superfluo. Se poi l’autore, come s’è detto, è un musicista, la cui spinta creativa è una costante che risuona in consonanza con le forze vitali dell’universo, possiamo facilmente configurarci dove nasce quella necessità di affidarsi alla parola poetica come a un controcanto naturale che aspira a porsi in intima fusione con la sua grazia immaginosa e sorgiva.

E allora, sulla scia di questo controcanto che l’autore ha diffuso così intensamente intorno a noi per invitarci a un colloquio, a un incontro, non posso non sentirmi sollecitata a mia volta a prenderne parte con qualche breve, modesta riflessione. Dico subito che qui, davanti ai miei occhi,  gli elementi primari di musica e poesia appaiono come trasfigurazioni speculari che trovano slancio espansivo grazie alla autenticità della parola e, in virtù della stessa, tendono a saldarsi, a sovrapporsi.

Lo snodo tematico fondamentale è rappresentato dal rapporto magnetico tra le due curve asintotiche che ne disegna i contorni di spiritualità e materia: il rapporto, in definitiva di suono e senso. E possiamo anche spiegarci l’appartenenza ad una scelta linguistica ben radicata nel pentagramma tradizionale di matrice novecentesca, tuttavia molto al di là di una scontata  aderenza meramente lirica. Una poesia fatta, piuttosto, di interiorizzazioni, di forti tensioni morali, a tratti meditativa, a tratti evocativa, che trae rifugio e alimento direttamente in quelle forze interiori che compongono il nostro intenso sentire. Una poesia che accorda densità e leggerezza sui ritmi del respiro. Una modalità che, in un momento come quello attuale così poco favorevole alle interiorizzazioni, potrebbe apparire come una scelta trasgressiva, una provocazione, ma si presenta, invece, nel nostro autore, nella sua intima, genuina coerenza. Non c’è semplificazione, né alcuna concessione all’idilliaco in questi versi, ma una sobrietà d’espressione quasi severa, appena solcata da malinconia. L’io è diffuso ed espansivo, per nulla ripiegato su se stesso, un io interrogante e in ascolto di ciò che è la sostanza etica del mondo. Il sacro, in questi testi, entra per irradiazione, come richiamato, a tratti, sulle corde intense e potenti di una sinfonia tedesca.

Non trova posto alcuna sterile astrazione in questi versi, bensì una salda appartenenza a un sentimento di terrena, consapevole presenza con i suoi attriti, le sue disillusioni e sconfitte,  il suo pathos. Con le sue piccole fiale di saggezza. Più a monte del linguaggio c’è sempre una zona d’ombra che ha sede nella nostra Ferita ancestrale, la prima ad appartenerci, ed è ineludibile. Ecco, in quella fatale, remota consapevolezza ha sede il dramma. E il destino di solitudine esistenziale della creatura umana prende  inizio. É là che la parola attinge e si fa carne, oltre che suono. É per raggiungere questa  dimensione, non statica, ma in perenne vibrazione, che il poeta compie la sua ricerca, con gli strumenti che gli sono propri, con la devozione e l’umiltà che si devono alla poesia.

 

Marisa Papa Ruggiero

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uNa PoESia A cAsO: Emily Dickinson

12 domenica Lug 2020

Posted by Loredana Semantica in uNa PoESia A cAsO

≈ 1 Commento

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EMILY DICKINSON

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Emily Dickinson

Oggi mi è venuto in mente un pensiero
che avevo già avuto prima
ma che allora non era definito
non potrei precisare l’anno

né dove sia andato né perché
per la seconda volta sia venuto da me
né con certezza saprei dire
cosa fosse

ma da qualche parte nell’anima so
che avevo già incontrato questa cosa
l’ho giusto ricordata tutto qui
e non è più venuta dalle mie parti.

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Canto presente 46: Nicola Grato

06 lunedì Lug 2020

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

NICOLA GRATO

e mia madre pregava a bassa voce
si faceva la croce ripulendo
il tagliere di legno dalle bucce
di zucchine, melanzane, cipolle;
credo sperasse in qualcuno o qualcosa,
forse anche in una povera salvezza
in una brezza fina e senza corpo
nel canto corroso del corvo nero
nelle spine in fiore del maggio pieno.

*

tra le tue cose una rosa
secca di santa Rita –
tra i medicinali scaduti
le ricevute di cambiali
gli incartamenti colorati
dei regali, biglietti
d’auguri per Pasqua e Natale
spediti da Forlì;
una rosa, povera cosa –
riposa da lungo tempo
tra le pagine gialle
di un libretto delle ore:
passita nel silenzio
nel bruno del tempo
passita povera cosa
in una giornata di giugno
afosa,
fiore devoto –
la vita dei vecchi,
al suono dei tasti
una Olivetti
nei cerchi di fumo del tempo.

*

la pazienza dell’insetto
o della pietra all’acqua
dei millenni nello sguardo
tuo al mattino;
concia di guerra e fame
di pane duro e asciutto
d’aria chiusa nel rifugio
antibombe – e i tuoi morti
teatralmente in posa
sul palcoscenico del comodino.
Chiama da un altro dove
quel marinaio fuggito
– tu attenta e sognante
sulle carte bollate,
sulle bollette pagate –
m’insegnavi pietà
per le cose perdute.

*

Peppino, nome di un ragazzo
di due secoli fa:
Palermo di miseria,
di bombe, di pane duro
e cimici: tessera annonaria –
un punto al giorno come un colpo
al cuore, gli occhiali
di tartaruga fissi sulla settimana
enigmistica. Ti ricordo senza
averti conosciuto, ventura
dei poeti: esisti nei versi,
apostolato delle vite di dura scorza,
mercede della memoria –
storia che si fa soffio di canto,
quiete di un giorno di luglio.

*

canto e accompagnamento,
tempo che dalla prima
fessura del mattino
è cammino, mungitura
fino a che scura –
ma la sera Fanuzzo
suonava la cromatica
e nessuno sa che lui esiste
che la musica la sognava
di notte e l’amava
sulla tastiera; lui è un paese,
un volo di rondini
nel maggio… Erano
primavere mesi anni
di fatica: la faccia
gialla d’una spiga non matura
se non accalda,
se non la guarda
l’occhio dritto del sole.

Testi tratti da Inventario per il macellaio, Interno Poesia Editore, 2018

*

restare qui 

la lumaca

il bambino ha schiacciato la lumaca,
lava e stende lenzuola la signora
sulla strada; qui in paese passa il tempo,
passa quello della verdura e grida
cacuocciuli chi su belli. Il bambino
la guarda la lumaca che ha schiacciato,
gli fa pena, ritorna col sorriso
di chi l’ha combinata molto seria.
Violenza è questo fare
finta che non sia successo nulla,
abbozzare, chiudere le persiane
spegnere lumi e occhi, dormire a sonno
pieno. Ma no, non è così, perché Sara
difende un’idea, quella di passeggiare
a schiena dritta e sguardo fiero
di andare a letto col cuore leggero

*

un paese, anni fa

 

gli innesti che portava

nel tascapane verde

e una lepre raminga –

tempo al tempo, luce

del cosmo in un secchio

di plastica sbiadita;

il pruno attecchì a fatica,

non il mandarino nano

dono di Enzo che se ne andava –

una spiga il ricordo,

una canzone antica

*

lettera a Nino

 

come quell’ombra scura, quel pensiero

di te e di tuo fratello, era l’estate

forse l’inverno ma ora è un pensiero

di lui al bar o in campagna, la zappa

sulla carriola a fine giornata.

Per le tempeste le donne gettavano

pezzetti di panuzzo benedetto

sui tetti, forse sperando al bello,

a un cielo terso e fino, profumata

l’aria come la manta della babba

santa nelle domeniche d’aprile.

La morte, caro Nino, è quando uno

che prima c’era al bar ora non c’è –

l’uomo col gilet da cacciatore

non ritorna più dalla passeggiata,

hai buttato la domenica quiz

ritrovata tra giornali e scartoffie.

La morte fa l’inchino, guarda dalla

buca quel vecchio pazzo che non ha

lasciato casa dopo l’alluvione;

gioca con gesso e stecca, lo prepara

bene il tiro: occhio, sponda, palla dentro –

ride il bambino al sole di novembre,

sempre canzoni alla radio al pomeriggio,

chi non c’è fa ressa nel nostro cuore,

hai le parole ma voti al silenzio

il giorno, l’ora trascorre sui nidi

sotto i balconi di rondini e cade

dove non sai. C’era tuo fratello,

vita in borgata, poi la limonata

del pomeriggio: il corno che suonava

era il segnale, tutti aspettavate

l’uomo coi baffi e col grembiale bianco,

avrebbe dato il gelato, il biscotto –

mentre accendeva l’orizzonte il faro

del porto, tanto lontana nel sole

era Palermo: acceso spento acceso,

e tuo fratello scappava nel vento.

*

domenica a Polizzi Generosa

i nati sono pochi, i morti aumentano,
Polizzi Generosa è foglie e vento –
da un bar coi fiori nuovi e le piantine
La cura di Battiato, dai saloni
Proraso e brillantina. Le persone
però quelle non ci sono, fa vuoto
il vuoto di parole nei paesi,
sui calendari il mese resta fermo,
lo scemo col vestito cerimonia
sorseggia la gazosa al tavolino,
il pomeriggio
sa di insegne antiche e di limone
e acqua per combattere calura
e sangue amaro. Ma fa male il cuore
se domani uno parte e uno muore.

*

il tramonto a Punta della suina

 A Danilo Lupo

il tramonto a Punta della suina

colora di rosso e blu sabbia e scogli:

trema di voci, conchiglie, posidonie

questo mare –

davanti alle prime luci di Gallipoli.

Qui penso a mio padre: lui che al mare

non voleva mai andare, che amava

il silenzio ciarliero dei boschi

le poste all’alba a conigli, lepri, pernici.

Ricordo quando stava lungamente

in silenzio in queste ore che le parole

non possono dire, ma le campane –

e passi incerti, ché l’ombra s’allunga

in ogni dove, e già ci sono le stelle.

 

Nicola Grato, testi inediti

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Il blog LIMINA MUNDI è stato fondato da Loredana Semantica e Deborah Mega il 21 marzo 2016. Limina mundi svolge un’opera di promozione e diffusione culturale, letteraria e artistica con spirito di liberalità. Con spirito altrettanto liberale è possibile contribuire alle spese di gestione con donazioni:
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