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Archivi della categoria: INTERAZIONI

“Poema della fine”, di Vasilisk Gnedov, traduzione di Mattia Tarantino, Terra d’ulivi Edizioni, 2020.

19 lunedì Ott 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Tag

Mattia Tarantino, Poema della fine, Vasilisk Gnedov

 

In questi giorni ha appena visto la luce la ‘traduzione’, a cura di Mattia Tarantino, di un libretto che desterà scalpore “Poema della fine”, di Vasilisk Gnedov. Si tratta della prima traduzione di un’opera apparsa per la prima volta nel 1913 in “Смерть Искусству”(Morte all’Arte) di cui pare che lo stesso Gnedov abbia dato una lettura pubblica. Le prime cento copie sono state distribuite insieme al numero 6 di Menabò, quadrimestrale internazionale di Cultura Poetica e Letteraria edito da Terra d’ulivi Edizioni. Alla fine di settembre l’amico Mattia me ne ha dato notizia. “Pensavo sarebbe divertente-capirai perché leggendolo-fare una selezione di testi”, mi ha detto. In quel momento non ho intuito cosa volesse dire. Ne ho avuto contezza quando ho potuto sfogliare il libretto. Poema della fine è costituito da due pagine bianche. A quel punto era doveroso un approfondimento, riempire quanto meno di qualche nozione quella tabula rasa.

Queste le notizie biografiche sull’autore. Vasilisk Gnedov (1890 – 1978) è stato un poeta russo. Annoverato tra i futuristi, in particolare tra gli ego-futuristi di Severjanin, ha fatto parte dell’ala più sperimentale del movimento. Le sue ricerche metasemantiche sono culminate nella più celebre delle sue opere, “Morte all’arte”, pubblicata nel 1913. La raccolta conteneva quindici poesie minimaliste che il poeta, il cui intento dichiarato era quello di “invertire e rinnovare la letteratura, mostrare nuovi percorsi”, recitava sul palco usando pochi gesti silenziosi. Ed è proprio al silenzio primordiale che Gnedov intendeva ritornare; nello spazio bianco della pagina che costituisce il Poema della fine non vi è alcun segno grafico, nessuna parola, come a voler significare che esso è l’essenza più autentica e misteriosa della poesia, necessario quanto la parola stessa e quanto le infinite potenzialità combinatorie del linguaggio e dei suoni. Successivamente Vasilisk si accostò a Majakovskij, poi la partecipazione alla prima guerra mondiale, alla rivoluzione, la detenzione nei gulag insieme alla moglie Olga Pilatskaja, lo ridussero davvero al silenzio.

Gnedov ne uscì nel 1956 ma fu ignorato per decenni. Solo nel 1978, dopo la sua morte in Ucraina, è stato rivalutato come precursore del modernismo russo. A Mattia Tarantino e a Terra d’ulivi Edizioni va riconosciuto il merito di aver acceso l’interesse sul meno prolifico ma più estremo dei poeti futuristi russi.

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L’intervista a Nino Iacovella: La linea Gustav

14 lunedì Set 2020

Posted by Deborah Mega in Interviste

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La linea Gustav, Nino Iacovella

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.
La redazione ringrazia Nino Iacovella, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: La linea Gustav, Il Leggio Libreria Editrice, 2019.

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

È stato un amore tardivo. Tardi ho iniziato a leggere. Tardi ho iniziato a scrivere. Tutto è accaduto dopo la mia laurea in economia. Lì è successo qualcosa. Ero fiaccato da quell’epopea formativa rivelatasi a posteriori, in buona parte, errata. Avrei dovuto seguire un percorso umanistico. Studiare filosofia o musica. Imparare a suonare uno strumento: il contrabbasso, il sax (amo il jazz), la fisarmonica. Forse tutte queste cose insieme. Molto probabilmente la scrittura è stata l’ultima occasione praticabile per rientrare in un alveo più consono alla mia natura: l’attività creativa. La mia è una famiglia d’arte. Il mio paese, Guardiagrele, è una terra di arti e mestieri. La creatività si respira in ogni angolo, persino nel linguaggio. Il dialetto guardiese, in Abruzzo, è fortemente contraddistinto da una dialogica aforistica. La lingua così è già una palestra di metafore e figure retoriche che pochi si rendono conto, parlando, di creare.

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti
    hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la
    vita e l’arte?

Da autodidatta mi sono nutrito di qualsiasi libro capitato a tiro. Un grande disordine e una grande abbuffata che per anni, compulsivamente, ho portato avanti rubando le ore al sonno. Ho sempre amato leggere le biografie dei grandi scrittori e dei grandi artisti in generale. Ero affascinato dalla loro dedizione. Amo molto la letteratura americana contemporanea. I grandi maestri, prima che nella poesia, li ho trovati negli autori di narrativa breve: Raymond Carver, Richard Yates, Alice Munro. Tra i grandi romanzieri invece Truman Capote e Richard Ford, così come l’intramontabile William Faulkner e Michel Houellebecq. Degli italiani faccio un nome deciso: Giorgio Vasta de Il tempo materiale. La poesia è arrivata dopo con Charles Simic, Philip Schultz, Seamus Heaney e René Char tra gli stranieri; tra gli italiani la scrittura di Antonella Anedda ha avuto, per stile e suggestioni, il risalto maggiore nelle mie preferenze. Notti di pace occidentale e Le residenze invernali sono state svolte decisive per i primi passi della mia scrittura.

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai
    con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

La componente autobiografica non è il fulcro della mia scrittura, preferisco ciò che osservo della realtà cercando di riproporla con immagini e linguaggio il più possibile aderente all’oggetto di osservazione. Il rapporto con il luogo dove sono nato è stato fondamentale sinora solo in una raccolta: La linea Gustav, dove, con andamento poematico, ripercorro i tristi accadimenti della Seconda Guerra Mondiale in Abruzzo.

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

La linea Gustav fu originariamente pubblicato nel 2013 all’interno di una opera più vasta dal titolo Latitudini delle braccia. Ebbe una certa eco tra i lettori. Ma negli esordi, si sa, vengono commessi sempre degli errori. La sensazione era che il libro non avesse raggiunto tutto il suo pubblico potenziale, pur sapendo di quanto esiguo sia quello della poesia. In Abruzzo, soprattutto, sarebbe un libro da scoprire, anche per riaprire un dialogo su quello che siamo stati e quello che, purtroppo, per certi versi, siamo diventati.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Penso di sì, soprattutto per il suo contenuto di memoria storico-epica. Storia e poesia sono una miscela letteraria che non deve cadere in desuetudine.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Un racconto di mio padre. Lui e mia zia erano bambini quando furono presi di mira da un cecchino della Wehrmacht. Era una storia che spesso mi raccontava. Mi ha ispirato profondamente. Da lì è partito il tutto.

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale”
    scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

L’ho scritta lentamente, in questo caso intendo Latitudini delle braccia, in quasi dieci anni di lavoro. Ma debbo dire che è stata anche l’opera con la quale ho cercato di “costruire” la mia voce più matura. Scritta per lo più la notte. Ai tempi lavoravo come amministrativo in una multinazionale. I tempi per la scrittura e per la lettura erano molto ristretti.

  1. La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?

Per la foto di copertina, innestata nell’elegante format a sfondo nero dei libri della collana Radici de Il Leggio Editore, ho scelto uno scatto che ritrae due bambini di spalle lungo un sentiero nel bosco. Dietro di loro un cane segugio. Il sentiero e i bambini rappresentano il passaggio generazionale lungo il percorso della Storia. Storia tracciata nella Linea Gustav, la linea difensiva costruita dall’esercito nazista che serviva per ritardare la risalita delle truppe alleate sbarcate in Sicilia.

  1. Come hai trovato un editore?

L’anno scorso fui contattato da Gabriela Fantato che aveva letto dei miei inediti pubblicati sul sito di Atelier poesia. Gli piacquero al punto di chiedermi se l’opera dalla quale erano stati tratti era pronta per propormi, da curatrice della collana, la pubblicazione. Ma a causa dei miei tempi di scrittura lunghi, la raccolta era ancora incompleta e così proposi in alternativa la ripubblicazione de La linea Gustav. Gabriela e Sandro Salvagno (l’editore) accolsero la proposta con entusiasmo. Figurarsi io.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

A un pubblico più ampio di quello degli addetti ai lavori, visto che è un libro di poesia che parla di un periodo storico cruciale del nostro Paese che non può essere dimenticato.

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Il lock down ha interrotto una serie programmata di incontri sul territorio di Milano e nelle scuole, sia milanesi che abruzzesi. Da poco in Abruzzo, a Guardiagrele, con i testi de La linea Gustav abbiamo realizzato un recital. A breve sarà riproposto a Milano, nel mio quartiere, al Corvetto. Per adesso ci muoviamo così.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più
    legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

L’incipit dell’opera. Rappresenta un momento dello sfollamento del mio paese proprio a causa della fortificazione della Linea Gustav: “E cercarvi lì, tra i vecchi a coprire le madri, / le madri come rifugi per sagome minute / (tra il seno e la spalla, insenature / come porti per piccole teste / spaurite nella burrasca. // Sul paese come un’ombra la Linea Gustav / tracciato d’inchiostro sulle rovine, / il confine di chi si butta a terra / prima o dopo lo sparo.

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Che possa arrivare soprattutto ai più giovani. Poesia e storia, cattura emotiva e memoria, un modo per ridare un senso a una società che da tempo vedo rannicchiarsi su se stessa, individualmente appagata dal piccolo cabotaggio narcisistico e dall’autoreferenzialità.

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

“Perché ci metti sempre così tanto a scrivere un libro di poesia?” E qui la mia risposta: “Perché ho parecchi vizi e intendo coltivarli tutti. Uno in particolare: la lettura”.

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova
    opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Sono entrato nel settimo anno di lavorazione di un progetto dal titolo “La parte arida della pianura”. Mi coccolo il lento crescere di questa raccolta come una gestante con il proprio figlio. Nessuna continuità con i progetti precedenti. Ogni tanto pubblico qualche inedito tra le pagine online dei blog letterari da me più frequentati. Il tema di fondo, a farla breve, è l’epica umana tout court. Ora sto terminando l’ultimo pezzo di una sezione intitolata Madre della violenza (titolo ispirato a una canzone di Peter Gabriel). Il prossimo anno penso che potrei chiudere il progetto e iniziare a proporlo per la pubblicazione.

Nino Iacovella

Nino Iacovella è nato a Guardiagrele nel ’68, ha una formazione socio-economica. Ha riesordito in poesia nel 2013 con Latitudini delle braccia (deComporre, Gaeta). Del 2015 è la plaquette con i primi testi de La parte arida della pianura (Edizioni culturaglobale, Cormons). Ha curato insieme a Sebastiano Aglieco e Luigi Cannillo l’antologia “Passione Poesia – Letture di poesia contemporanea (1990-2015)” Ed. CFR, Milano, 2016. Del dicembre del 2019, è La linea Gustav, Il Leggio Editore, Chioggia. È tra i fondatori e redattori del blog di poesia Perigeion, un atto di poesia. Vive e lavora a Milano.

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L’intervista a Cinzia Della Ciana: Grumi sciolti

28 domenica Giu 2020

Posted by Loredana Semantica in Interviste

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Cinzia Della Ciana, Grumi sciolti

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende
dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti,
sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla
redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del
mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.
La redazione ringrazia Cinzia Della Ciana, per aver accettato di rispondere ad
alcune domande sulla sua opera: Grumi Sciolti, Helicon Edizioni, 2020.

1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

L’ “amore per” è una condizione con cui si nasce, è una predisposizione fatta
di passione e curiosità che fa parte del proprio bagaglio genetico e che si
amplia interagendo con il nutrimento della vita. Per cui posso dire che
nasco con l’amore per la “bellezza”, includendo in essa ogni espressione
artistica a mezzo della quale l’uomo riesce a comunicare emozioni. I miei
studi si sono rivolti fin dalla giovane età a ampliare questa vis interiore e
così ho condotto parallelamente gli studi giuridici presso l’Ateneo fiorentino
e quelli pianistici al Conservatorio. Ma ad un certo punto l’impegno a livello
professionale, anche per l’incompatibilità dei percorsi, ha imposto una
scelta e ho optato per la via “ortodossa”. In pratica, come si fa con un
amore, ho abbandonato la tastiera chiudendola e mi sono dedicata alla
professione forense (che ormai esercito dal 1991, nelle materie prevalenti del
diritto del lavoro e di famiglia). Riavvolgendo il nastro v’è da dire che
giunta a “mezzogiorno” della mia vita (ora più ora meno) improvvisamente
ho avvertito la “necessità” di tornare a suonare. Ormai erano circa 25 anni
che avevo abbandonato lo strumento e poco mi restava nelle dita. Quindi mi
sono detta: “cosa posso suonare dopo oltre 25 anni che “scrivo e leggo” dalla
mattina alla sera (ancorché in ambiti diversi, ma sempre con l’ “umano” al
centro). La mia risposta è stata “le parole”. Da qui inizia l’avventura della
“mia” scrittura che si poggia sul motto “del suonar colle parole”, nel senso
che la musica ha permeato così tanto la mia sensibilità che “penso e scrivo in
musica”, prosa o poesia che sia.

2. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti
hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la
vita e l’arte?

Non basterebbe una giornata per rispondere compiutamente alla domanda.
Diciamo che sono una toscana figlia della mia terra e le mie radici
affondano in Dante (distante da Petrarca che a Arezzo ha avuto solo i
natali). Poi aggiungo a volo di uccello che i miei “livres de chevet” sono una
pila in cui la base resta fissa: “Le lettere a Lucilio” di Seneca, “Le ceneri di
Gramsci” di Pasolini e il meridiano di tutte le poesie di Montale. Gli ultimi
grandi libri che ho riletto “Il Barone rampante” (la genialità del romanzo di
formazione che accoglie fiaba allegorica e filosofia, sempre all’insegna della
leggerezza calviniana) e di Dostoevskij “Ricordi dal sottosuolo” (il flusso di
coscienza ossessivo di un “malato” che opera un distinguo nell’abisso dei
ricordi, dove vi sono cose che non si rivelano a tutti, ma solo agli amici, altre
che non si rivelano neppure agli amici, ma soltanto a sé ed infine, e questo è
spietatamente vero, cose che si ha paura di svelare anche a noi stessi).

3. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente
autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai
con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Penso di aver già posto le basi alle risposte di questi interrogativi. Scrivo
per necessità che è ri-sorta, non posso fare altrimenti. Sono immersa nella
vita e l’uomo in tutte le sue declinazioni sta al centro del mio interesse, anche
la professione forense ne è “fonte”. Sono figlia della mia Terra di Toscana, in
cui ho il privilegio di esser nata (Montepulciano in provincia di Siena), di
abitare (Arezzo) e di aver studiato (Firenze), un triangolo questo dove
l’ingegno da secoli si è di-spiegato e ha trasformato il territorio in
paesaggio. Qui ogni angolo parla di storia e anche il borgo più piccolo
nasconde tesori artistici unici.

4. Ci parli della tua pubblicazione?

Bella domanda, come chiedere a una madre di parlare dell’ultimo figlio
nato. Tutti sono da lei amati, tutti gridano, ma ora “Grumi sciolti” grida più
degli altri. Dopo una parentesi poetica (“Passi sui sassi”, 2017 e “Ostinato”,
2019) sono tornata al mio primo amore, il racconto. “Quadri di donne di
quadri” (una raccolta di racconti incentrata sulle figure femminili) era
stato, infatti, il mio libro di di esordio, nel 2014. Per me, parafrasando, il
romanzo è un film, mentre il racconto è una foto che concentra, tagliando il
prima e il dopo, quel “grumo” evenemenziale. Insomma il racconto dà la
massima densità “fotografica” su un nodo che la vita ha lungamente
preparato e chissà come svilupperà. La mia esperienza poetica poi fa sì che
il linguaggio anche nella prosa abbia una valenza lirica, evocativa, e mai
solo descrittiva. Ma nonostante ciò, e anche se ogni singolo racconto è un
distillato di un piccolo segmento di vita, il libro “Grumi sciolti” ha una sua
struttura, sottolineata dall’Incipit e dall’Explicit. All’interno ospita 18
racconti articolati in tre sezioni: la prima, i “Grumi”, sono storie, anzi,
“scatti” di donne alle prese con un momento risolutivo della propria vita;
poi i grumi si liberano con la fantasia e diventano “Grumi sciolti”, cioè storie
che variano dal mito alla favola, dove la voce narrante può appartenere
anche a un topo, e perfino a un profumo; infine quando i grumi sono
completamente sciolti, non restano che i “Grani” (racconti simbolicamente
dedicati a qualcosa che attiene al caffè oppure a al tè) e il ciclo si chiude
pronto a riaprirsi in un eterno moto perenne. Un lunghissimo “rosario” che
finisce con un omaggio a “La storia” della Morante, come una sorta di inno
alla vita. Un libro che alla vita, “qua sine proposito vaga est”, è dedicato.
Un libro che la prefatrice Letizia Cirillo ha scritto “va letto a voce alta”,
proprio a sottolineare la sua vocazione a trascendere l’esperienza interiore
per approdare alla dimensione collettiva.

5. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Non mi sono posta e non mi pongo il “problema”, io sento la necessità di
scrivere e di farlo in una sorta di “predicazione”. Portare avanti l’arte
nell’attuale indipendentemente dall’utile e dal riconoscimento, diventare
una sorta di “madonnaro mentale” che ha l’entusiasmo di sdraiarsi a terra
per poetare pavimenti e pittare “pietre di inciampo”… perché gli altri
passano, distratti passano, ma non calpestano e alla fine si fermano. Come
sta scritto appunto nel finale lirico del racconto “Il madonnaro”.

6. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

I racconti sono come le poesie, nascono e basta. Si stratificano col tempo.
Poi il difficile sta nel selezionarli e trovare un fil rouge che in coerenza li
struttura in sequenza in modo da divenire “il racconto dei racconti”. Il
difficile ritengo risieda non tanto, o meglio non solo, nelle singole tessere
dell’opera, ma nel disegnare con esse qualcosa che abbia un senso e un
valore al di là delle stesse.

7. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale”
scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a
poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o
durante la notte, sacra per l’ispirazione?

I racconti di Grumi sono stati scritti in epoche differenti e molti hanno avuto
già riconoscimenti in premi da inediti. Ripeto i racconti sono come le poesie,
ad un certo punto balugina il primo verso e tu ti fermi e lo devi scrivere. Poi
segue il necessario e rigoroso labor limae. La notte o meglio la mattina
presto è una nicchia che mi accoglie bene.

8. La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?

La copertina è del Maestro Mauro Capitani, un pittore molto noto della cui
amicizia mi fregio. Si tratta di un particolare di opera in vetro dalla mostra
“Tra Kea e Tenedo”, 1996. Questo particolare ben rappresentava il quadro
in divenire di cui volevo parlare: quel cosmo in cui qua e là si osservano
“grumi”, cioè “luoghi di addensamento”, “momenti di intenso ammasso”, in
cui ogni componente fluida si perde e resta solo materia, materia che si
coagula e si rapprende chiudendosi a giro. Ma poiché tutto è movimento,
anche questo processo di avvitamento non si sottrae alla legge del divenire,
e il grumo si evolve in una spirale che lo porta inevitabilmente a spandersi.
Ovvero a sciogliersi, a nebulizzarsi lasciando a galleggiare in sospensione
grani. Grani che a loro volta sono nuclei di potenziali nuovi grumi.

9. Come hai trovato un editore?

La mia casa editrice è la Helicon Edizioni di Maria Eugenia Miano, una
realtà familiare di lunga storia e tradizione E’ un Editore che vanta al suo
attivo anni di pubblicazioni con Autori di pregio (da Parronchi a Macrì, da
Bonifazi a Luti, a Ramat – per citarne solo cinque tra le ‘fedelissime firme
Helicon). Nel 2018 con “Solfeggi” (raccolta di racconti umoristici) vinsi un
premio che prevedeva la loro pubblicazione proprio da Helicon. Adesso i
“Grumi sciolti” sono stati inseriti in una delle sue più prestigiose collane,
quella di narrativa “Le crete” diretta da un’ambasciatrice della cultura per
eccellenza, oltre che autrice, giornalista pubblicista, saggista e critica
letteraria, quale è Marina Pratici.

10. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

A chi ama le parole, il loro suono e la loro storia/valenza/potenza, a chi
vuole non solo leggere un testo, ma piuttosto “rileggerlo” perché come la
musica la parola che si combina alla parola abbisogna di esser riascoltata
per penetrare dentro.

11. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Era programmata l’uscita per il Salone di Torino 2020, ma tutto è saltato e i
Grumi sono voluti nascere ugualmente in pieno lockdown. In pratica nel
momento in cui le librerie per decreto sono state riaperte. Mi sono detta che
era un segnale. Attualmente è distribuito in libreria e nei portali web.
Recensioni, interviste radio e televisive, dirette sui social e presto anche
presentazioni dal vivo.

12. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più
legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se
lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Ho già citato il racconto del Madonnaro perché finisce con una poesia che è
una metapoesia. Ad esso aggancio un’altra citazione poetica con cui termina
il racconto “La roba”: “La vita era questo scialo di trita roba fatta e
accumulata. E anch’io ero inventariata”

13. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Amo parlare dei passi che ogni giorno compio più che delle mete astratte, la
meta è proprio il passo, ho scritto in una poesia, e il viaggio poi disvelerà il
disegno fatto e inventato con il progredire.

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è
venuto in mente di farti?

Mi piacerebbe che mi chiedessero l’autorizzazione a che uno dei miei
racconti diventasse soggetto per un film.

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova
opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Scrivere e ancora scrivere come il fiume porta acqua: il prossimo parto sarà
una silloge poetica. Dimenticavo a me piacciono le “contaminazioni” con
varie discipline (come sul mio sito cinziadellaciana.it si può vedere) e quindi
“predicare” poesia e letteratura fuori dai circoli, portare la bellezza per
“strade diverse” avvalendomi della collaborazione di altri artisti, questa la
mia più sentita missione.

Cinzia Della Ciana

Laureata il 24.10.88 in diritto del lavoro con il Prof. A. Aranguren presso l’Università di Firenze,collabora per alcuni anni con il Prof. G. Zangari, docente di diritto del lavoro Università di Siena. Esercita la professione di avvocato in Arezzo dal 1991; dal 2011 iscritta come Cassazionista, materie prevalenti diritto del lavoro e famiglia.
E’membro del direttivo dell’ALT (Avvocati Lavoro della Toscana). E’ membro dell’Accademia delle Scienze e delle Arti e della Letteratura Francesco Petrarca di Arezzo. Parallelamente agli studi giuridici ha effettuato studi di pianoforte col Maestro Carlo A. Neri del Convervatorio Morlacchi di Perugia. E’membro del “Tagete Ass. Scrittori Aretini di Arezzo”. La sua prima opera narrativa è “Quadri di donne di quadri”(Aracne 2014) (World Literary Prize 2015 a Parigi e al Tagete 2015).
Del maggio 2016 è il romanzo edito da Effigi “Acqua piena di acqua”.(premio “Pianeta Donna” al Montefiore Rocca, Fiorino di bronzo al “Premio Firenze 2016”, primo premio al Tagete 2016, secondo premio al “Portovenere – Le Grazie 2016”, la “Targa Città di Cattolica” al “Pegasus 2017” e “Premio speciale della Giuria” al “Città di Pontremoli 2017”, “Premio Speciale Frunzi al Premio Casentino 2018).
Nel maggio 2017 con Effigi pubblica la silloge poetica “Passi sui sassi” (per gli inediti già finalista al premio “Astrolabio 2016”, secondo posto al “Premio Casentino 2016”, finalista al San Domenichino 2017; da edito menzione d’onore a Le Grazie – Portovenere 2017, il diploma d’onore al Milano International 2017, il 2^ premio al “Tagete 2017”, riconoscimento speciale al “Pegasus 2018, premio della giuria al “Città di Pontermoli 2018”, premio speciale giuria Città di Conza 2018). Il libro nel febbraio del 2018 diventa uno spettacolo di poesia e musica con la pianista Lenora Baldelli dal titolo “Accordi di versi”, in scena in varie platee fra il Dovizi di Bibbiena, Cassero di Castiglion Fiorentino e Museco Civico di Sansepolcro. Per vari inediti sia di prosa che narrativa riceve importanti riconoscimenti. Suoi racconti e poesie fanno parte di varie antologie. Con la raccolta di racconti umoristici “Solfeggi”(Helicon 2018) si classifica prima ex aequo al premio “La Ginestra 2017” e successivamente Premio della giuria al Lord Byron Portovenere 2018, Premio speciale al Michelangelo 2019 e il Premio Milano Donna 2018 e il terzo premio al Città di Pontremoli 2019. Con la soprano Gaia Matteini realizza uno spettacolo dal titolo “Solfeggi parlati e cantati” in cui vengono portati in scena letture tratte da Solfeggi cucite da improvvisazioni vocali (Teatro Dovizi di Bibbiena e Auditorium Santa Chiara di Sansepolcro).
Ha tenuto presentazioni dei suoi libri ai Saloni del libro sia di Torino che di Roma, nonché in vari centri d’Italia; ha partecipato anche vari Festival e Rassegne culturali.
Nel maggio del 2019 pubblica con Helicon Edizioni, dove aver ricevuto da inedito il premio Laura Pasquini, la raccolta poetica “Ostinato – Suite in versi” con la quale ha già ottenuto i seguenti riconoscimenti: finalista al PoetiKa di Verbania, Segnalazione di merito al Premio Conza, 2^ posto al Pascoli – L’ora di barga, Finalista al Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti 2019, Premio speciale di opera poetico-musicale al Città di Pontremoli 2020; l’opera è stata inserita nel
2020 nella rivista scientifica americana “Gli annali di italianistica”.
A aprile del 2020 nascono sempre per i tipi Helicon Edizioni “Grumi sciolti”. Molti dei racconti di “Grumi sciolti” hanno ricevuto premi da inediti. In particolare al corpo centrale della raccolta fuconferito il Premio della giuria al “Città di Pontremoli 2016”, il Premio  speciale Silvio Miano al “Casentino 2017”, al racconto “Canne d’organo” la menzione d’onore al “Città di Cattolica 2016” e, da ultimo, il racconto “La Teiera triste” ha ricevuto il primo premio a “Lo Zirè d’oro Città dell’Aquila 2019”.
Nel giugno 2020 il “Premio Città della rosa” conferisce all’autrice l’onorificenza di “Eccellenza Donna Italia 2020”.

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L’intervista a Silvia Rosa: Maternità marina

25 lunedì Mag 2020

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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Tag

Maternità marina, poesia contemporanea, Silvia Rosa, Valeria Bianchi Mian

copertina

Questa intervista appartiene a un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Silvia Rosa per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: “Maternità marina” (Terra d’ulivi edizioni, 2020).

http://www.edizioniterradulivi.it/maternita-marina/232

 

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

 

Il mio amore per la scrittura è nato quando ero bambina, ed è legato, come lo sono due facce della stessa medaglia, a quello per la lettura. Ho ricordi lontanissimi nel tempo, ma molto vividi, di mia madre che insieme a una piccola me di tre anni leggeva il primo volume di un’enciclopedia per l’infanzia, I Quindici, in voga negli anni Settanta. In quelle pagine c’erano immagini incantevoli e soprattutto filastrocche, nenie, poesie che piano piano avevo finito con l’imparare a memoria, prima ancora di saper decifrare da sola quei piccoli segni neri misteriosi, che tanto mi affascinavano. Nel tempo sospeso dell’infanzia c’erano anche fiabe, favole e racconti a farmi compagnia e il mio interesse per i libri cresceva così anno dopo anno. Alle scuole elementari ho avuto la fortuna di essere seguita da un ottimo maestro, che ha saputo trasmettermi tutto il suo amore per la letteratura e per la poesia: è stato lui che mi ha accompagnato mentre fiorivano in me tutte le parole seminate in precedenza. Ho iniziato a leggere da sola, e a scrivere temi e poesie, con gusto, con gioia: non erano semplici compiti da svolgere, scrivendo sentivo di dare un senso alla realtà e al mondo in cui ero immersa, soprattutto ai loro aspetti più incomprensibili e sofferti, con cui ero costretta a confrontarmi. E poi avevo una fantasia strabordante e una passione viscerale per la Parola, che fosse scritta o che fosse pronunciata a voce, ne sentivo tutta la forza e tutta la potenza creatrice, ed ero animata dal desiderio di dare vita a nuovi microcosmi a misura dei miei desideri. A dieci anni volevo riscrivere il mondo, lo volevo a immagine e somiglianza dei miei sogni!

 

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

 

Ecco, questa è una domanda che di solito temo, perché l’aspettativa è che io sappia rispondere con un elenco puntuale di nomi, e a seguire di ragioni, per cui quell’autrice o quell’autore ha segnato i miei orizzonti letterari. Io però non sono capace di stilare questo tipo di lista, è come se tutto quanto abbia letto in passato viva allegramente in anarchia nella mia memoria, sfumato in un mix indistinguibile di titoli, di libri di ogni genere, di scrittrici, scrittori e poeti di tutti i tempi e i luoghi, così, senza un ordine gerarchico particolare, confuso e refrattario alle categorizzazioni. Ci sono stati grandi amori (perché certa scrittura si ama al pari di una persona), passioni fugaci ma anche storie che sono durate negli anni (di alcuni autori ho letto via via la produzione al completo!), epifanie improvvise e delusioni, seconde opportunità rivelatrici (le riletture riservano sempre sorprese), età che hanno segnato un nuovo sentire e dunque altre esigenze, altre domande, un gusto che si è modellato con il trascorrere del tempo, seguito dalla voglia di non fossilizzarsi su quanto risuona di più per similitudine di vedute e di stile. Penso anche che in molti casi sia inconsapevole l’influenza che certe letture e certe personalità artistiche o letterarie hanno avuto, e che non sia così lineare l’attribuzione di maternità e paternità varie alla propria visione della vita e dell’arte. Per esempio, anche un autore con cui non si sente di aver nulla in comune, la cui lettura lascia apparentemente indifferenti, può invece esercitare un’influenza sommersa, anche solo per contrasto, per opposizione. Se mai mi riuscisse un giorno di compilare un elenco, sarà forse di questo tipo: quali sono stati i nomi che ho ignorato, non apprezzato, incompreso, sottovalutato, dimenticato… una lista delle influenze alla rovescia!

 

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

 

Per me la differenza tra “componente autobiografica” e “osservazione della realtà circostante” è abbastanza sfumata. Non credo in una scrittura oggettiva, impersonale, asettica, e se di osservazione si parla, allora è partecipata, lo sguardo è un setaccio che coincide con l’interiorità, si osservano certi dettagli del reale, e non altri, e quando si restituisce a essi una forma, attraverso la propria voce e il proprio modo di usare le parole, inevitabilmente lo si fa a partire dal sé, anche corporeo. Quindi penso che laddove non si scelga di narrare situazioni direttamente correlate alla propria autobiografia, comunque l’Io sia implicato in modo più o meno centrale nel processo di scrittura, anche se posto a latere del discorso. I miei testi nascono da esperienze non sempre vissute in prima persona, che però hanno avuto una forte risonanza emotiva, un impatto che ha smosso qualcosa nel profondo, gettando d’improvviso luce in quelle zone d’ombra che sono di solito inaccessibili. Quanto ai luoghi, sono presenti, a volte con riferimenti precisi, più spesso con una certa vaghezza che li rende un poco anonimi, qualche volta si assottigliano e diventano paesaggi onirici, o accolgono memorie di viaggi sedimentate nel tempo.

 

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

 

“Maternità marina” è un’antologia poetica, che raccoglie i testi di trenta autrici italiane contemporanee, scritti a partire dalle suggestioni di una serie fotografica di ventotto scatti, con inserti grafici a ricamare le fotografie e illustrazioni a puntellare i versi, come una sorta di  sottotesto che accompagna la narrazione poetica e tiene insieme tutto l’impianto dell’opera. Nasce da una mia idea, e da un primo esperimento che mi ha visto cimentarmi con la macchina fotografica. Adoro la fotografia e spesso in passato ho collaborato con artisti e fotografi, scrivendo poesie per dare voce ai loro scatti. Con “Maternità marina” è successo il contrario, ho coinvolto le poete: Franca Alaimo, Vera Bonaccini, Angela Bonanno, Claudia Brigato, Martina Campi, Paola Casulli, Mirella Ciprea Crapanzano, Flaminia Cruciani, Alessia D’Errigo, Lella De Marchi, Francesca Del Moro, Laura Di Corcia, Claudia Di Palma, Alba Gnazi, Ksenja Laginja, Anna Lamberti-Bocconi, Daìta Martinez, Silvia Maria Molesini, Gabriella Montanari, Renata Morresi, Daniela Pericone, Valeria Raimondi, Anna Ruotolo, Silvia Secco, Francesca Serragnoli, Enza Silvestrini, Claudia Sogno, Alma Spina, Antonella Taravella, Claudia Zironi, perché fossero loro a scrivere i testi in sintonia con le mie immagini.

Valeria Bianchi Mian, con la quale collaboro al progetto “Medicamenta- lingua di donna e altre scritture” sotto la cui egida è nato il libro, è stata invece l’ideatrice del racconto grafico, dedicandosi alle illustrazioni e realizzando la delicata trama di inserti che riscrivono le foto di significati ulteriori. Il libro contiene anche le nostre due introduzioni come curatrici (quella di Valeria con un taglio psicoanalitico) e due nostre poesie, che abbiamo volutamente lasciato a margine della narrazione, a cui invece hanno dato forma le altre autrici. A conclusione dell’opera appare la postfazione accurata dell’artista Sandra Baruzzi, che riflette sulla sintesi che linguaggio visivo e scritto producono. Insomma, è un libro composito, stratificato, multiforme, onirico, conturbante e perturbante, tutto al femminile.

 

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

 

A essere onesta non ho mai pensato che un mio libro potesse essere utile o necessario, in generale. Ho avuto piuttosto la speranza che potesse incontrare lo sguardo generoso di una lettrice o di un lettore, essere riconosciuto, prestare la sua voce per incarnare un sentire altro dal mio, rinascere a nuova vita attraverso inedite attribuzioni di senso. Per quanto riguarda “Maternità marina”, trattandosi di un’opera corale, incentrata sul tema complesso del materno, mi auguro che possa interessare ed essere d’aiuto ‒ come una mappa ‒ a chi voglia incamminarsi in questo territorio originario, accogliente e impervio al contempo, accompagnato dall’eco dei versi e delle immagini, per un’esperienza totalizzante e sinestetica, al confine tra sogno e incubo.

 

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

 

Quasi un decennio fa, durante una vacanza al Sud, stavo passeggiando sulla spiaggia, nella luce abbacinante dell’estate mediterranea, quando ho visto una poltrona rossa abbandonata sugli scogli, scolorita e segnata dal tempo, eppure ancora così accogliente. Ho avuto una visione, non so come altro dire, cioè ho visto (immaginato, ma sembrava molto reale) una giovane donna vestita di bianco, seduta sulla poltrona, e a questa immagine primigenia poi ne sono seguite altre, un racconto intero, una specie di fiaba, a cui ho sentito il bisogno di dare concretezza  attraverso le immagini fotografiche. Io però non sono una fotografa, quindi è stato tutt’altro che semplice realizzare gli scatti. Solo molto tempo dopo, quando ho ripreso la serie fotografica dall’oblio in cui l’avevo relegata, quando ho condiviso questa visione con Valeria e poi con le altre poete, solo in quel momento è stato davvero gettato il seme da cui l’opera è nata.

 

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, a orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

 

Di solito scrivo quando ho l’ispirazione, di getto, e spesso succede la notte. Durante il giorno poi mi occupo della revisione, del lavoro di limatura. L’unico mio testo poetico contenuto in “Maternità marina” è nato in un periodo in cui stavo leggendo il libro di Tiziana Cera Rosco, “Corpo finale”, un’opera potentissima, che mi ha molto turbato. Diciamo che per certi versi è stato come gettare sale su una ferita, la mia ferita, quella con cui da sempre faccio i conti.

Il libro nella sua interezza, invece, ha avuto una lunga gestazione, durata più di due anni. Ho scoperto mio malgrado che essere curatrice mi rende ancora più perfezionista del solito, perché è più forte il senso di responsabilità che accompagna il prendersi cura di poesie altrui. Poi il libro è stato il frutto della collaborazione con Valeria, quindi per due anni abbiamo discusso, vagliato e valutato tutti i dettagli, ci siamo confrontate su ogni decisione da prendere, ed essendo due personcine dalla testa molto dura non sempre siamo giunte subito a un accordo su come procedere.

 

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

 

La copertina è in linea con lo stile della collana “Le Avventurine” in cui è stata pubblicata “Maternità marina”. L’immagine è una foto presente nel libro, nella seconda sezione, lavorata con gli inserti grafici che Valeria ha creato per ogni scatto, seguendo una sua linea narrativa precisa e circolare. L’abbiamo scelta perché non rivela troppo, pur presentando tutti gli elementi salienti della storia: il riferimento al mare (la conchiglia), la donna-madre, l’ambientazione nella natura, quel qualcosa di fiabesco che connota tutta l’opera.

 

  1. Come hai trovato un editore?

 

Ho scritto, presentando una prima versione del progetto, direttamente all’editore Elio Scarciglia, di Terra d’ulivi edizioni. Volevo che fosse proprio lui a occuparsene, cercavo un editore in grado di curare la parte grafica/fotografica nel migliore dei modi, e sapevo che lui è un ottimo fotografo e che Terra d’ulivi ha una collana dedicata ai libri foto-poetici. Inoltre nel suo catalogo molti sono i nomi di autori e autrici validi e quindi avevo la sicurezza che le due anime del libro, poesia e immagini, avrebbero trovato tutta l’attenzione e la cura necessarie. La prima versione del progetto non ha convinto l’editore, così dopo qualche tempo gliel’ho ripresentato con alcune varianti. Nel frattempo l’ho mandato anche a poche altre case editrici, diciamo per avere un piano B nel caso Elio bocciasse di nuovo la proposta. Invece gli è molto piaciuta l’idea nuova e così abbiamo iniziato a lavorarci. È stato prezioso potermi confrontare con lui, e non posso che ringraziarlo per la pazienza cha ha avuto con me e con Valeria.

 

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

 

A chi apprezza la commistione dei linguaggi artistici, a chi ama la buona poesia, a chi ha voglia di immergersi in atmosfere oniriche e fiabesche, a chi non ha paura di sondare zone d’ombra, a chi è interessato alla scrittura contemporanea che pone al centro paure, limiti, complessità, aperture ed epifanie del femminile, a chi è animato da curiosità, a chi è sedotto dalla bellezza e dai suoi rovesci, a chi cerca un libro originale e fuori dagli schemi.

 

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

 

Si era pensato a una serie di presentazioni su tutto il territorio nazionale, dal momento che le autrici coinvolte abitano in quasi ogni regione d’Italia. Data la situazione contingente, tuttavia, al momento l’idea è di iniziare a dare notizia del libro tramite i social e i blog, magari anche con l’ausilio di video presentazioni.

 

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legata e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

 

Per non fare torto a nessuna autrice, scegliendo una sola poesia delle trenta che compongono l’opera ed escludendo dunque tutte le altre, riporto il mio testo, che come dicevo è a margine della narrazione, insieme a quello di Valeria, contenuto nell’introduzione. Non è assolutamente il più riuscito, anzi, e forse nemmeno il più rappresentativo dell’antologia, proprio perché pur essendo in tema, non è associato a nessuna foto. Nell’introduzione lo presento come “preludio [al] viaggio nel luogo più terrestre e viscerale che ci appartenga, una piccola bussola da disattendere alla ricerca del proprio spicchio di luna, del volto autentico della Madre che ci abita dall’origine dei tempi”:

 

L’ALTRA MADRE

 

Avrebbe potuto essere

animale respiro bianco

latte di tenerezza sangue

nel sangue identico,

un cordoncino ombelicale

di silenzi esattamente puntati

al petto dal viola di un capezzolo

al cuore tutto pieno di mani,

fare parola passi centro

di ogni sguardo del presente

e del futuro stella polare

 

Avrebbe potuto essere

non la distanza siderale

in luogo d’ogni azzurro,

la purezza del bicchiere vuoto

della carne intatta destinata

ad avvizzire ‒ meraviglia

in una teca senza corpo

 

Avrebbe potuto scegliersi

colomba un manto di peluria

imponente fiera d’unghie

che ruotano intorno al giallo

degli occhi, schiudersi, sfuggire

alla precisione di sé stessa

 

(invece)

 

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

 

Vorrei tanto che questo libro tutto al femminile fosse letto anche dagli uomini. Mi piacerebbe che qualcuno ne scrivesse, vorrei avere riscontri per scoprire se e quali corde ha sfiorato nel lettore. Mi piacerebbe che, al di là degli esiti perfettibili, fosse evidente quanta cura e attenzione ci sono state dietro alla sua realizzazione.

 

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

 

Non saprei. Sono io la prima ad avere molte domande in sospeso con me stessa rispetto a questo progetto. Vorrei tanto che a qualcuno venisse in mente di darmi proprio le risposte che non ho trovato da sola. Ecco perché aspetto qualche parere, qualche restituzione di senso, la possibilità di nuove interpretazioni.

 

 15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova        opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

 

Sempre in collaborazione con Valeria Bianchi Mian, ho in cantiere una nuova antologia, di cui saremo curatrici.  È un lavoro che nasce da una mia rubrica pubblicata a puntate sul blog Poesia del nostro tempo, dal titolo “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione”, dedicata al tema dei confini e della migrazione, con un focus sulla questione linguistica di chi scrive in una lingua seconda. Poete straniere, che vivono o che hanno vissuto in Italia, raccontano la propria storia di migranti anche attraverso la poesia. Sto lavorando a una mia prossima raccolta, ma sono ancora in una fase aurorale, è troppo presto per prevederne gli sviluppi e dare anticipazioni in merito.

Speriamo bene!

silvia

 

Silvia Rosa nasce a Torino, dove vive e insegna. Laureata in Scienze dell’Educazione, ha frequentato il Corso di Storytelling della Scuola Holden (2008/2009). È vicedirettrice del blog “Poesia del Nostro tempo”, dove si occupa tra l’altro delle rubriche “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione” e “Scaffale poesia: editori a confronto”, ed è redattrice di “NiedernGasse”, dove cura le rubriche “L’asterisco e la Margherita”, firmandosi con il nome di Margherita M. e “Fuori banco: cronache dalla scuola degli ultimi”. Collabora con il blog Margutte e fa parte della redazione di “Argo annuario di poesia”. È tra le ideatrici del progetto “Medicamenta: lingua di donna e altre scritture”, che propone una serie di letture, eventi e laboratori rivolti a donne italiane e straniere, con le loro narrazioni e le loro storie di vita. Ha intervistato e tradotto alcuni poeti argentini, dando vita al progetto Italia Argentina ida y vuelta. Incontri poetici, pubblicato nel 2017 in e-book (edizioni Versante Ripido ‒ La Recherche). Suoi testi poetici e in prosa sono presenti in diversi volumi antologici e sono apparsi in riviste, siti e blog letterari. Tra le sue pubblicazioni: le raccolte poetiche Tempo di riserva (Giuliano Ladolfi Editore 2018), Genealogia imperfetta (La Vita Felice 2014), SoloMinuscolaScrittura (con prefazione di Giorgio Bàrberi Squarotti, La vita Felice 2012), Di sole voci  (LietoColle Editore 2010); il saggio di storia contemporanea Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960) (Ananke Edizioni 2013).

Biobibliografia completa qui:

http://www.larecherche.it/biografia.asp?Tabella=Biografie&Utente=silviarosa

 

 

 

 

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Ricordando Mario Luzi

18 lunedì Mag 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Segnalazioni ed eventi

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Mario Luzi

Il 28 febbraio di 15 anni fa moriva il grande Mario Luzi. Vogliamo ricordarlo attraverso le sue stesse parole.

Alla vita

Amici ci aspetta una barca e dondola
nella luce ove il cielo s’inarca
e tocca il mare, volano creature pazze ad amare
il viso d’Iddio caldo di speranza
in alto in basso cercando
affetto in ogni occulta distanza
e piangono: noi siamo in terra
ma ci potremo un giorno librare
esilmente piegare sul seno divino
come rose dai muri nelle strade odorose
sul bimbo che le chiede senza voce.
Amici dalla barca si vede il mondo
e in lui una verità che precede
intrepida, un sospiro profondo
dalle foci alle sorgenti;
la Madonna dagli occhi trasparenti
scende adagio incontro ai morenti,
raccoglie il cumulo della vita, i dolori
le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita.
Le ragazze alla finestra annerita
con lo sguardo verso i monti
non sanno finire d’aspettare l’avvenire.
Nelle stanze la voce materna
senza origine, senza profondità s’alterna
col silenzio della terra, è bella
e tutto par nato da quella.

da La barca, 1935

*

Già colgono i neri fiori dell’Ade
i fiori ghiacciati viscidi di brina
le tue mani lente che l’ombra persuade
e il silenzio trascina.

Decade sui fiochi prati d’eliso
sui prati appannati torpidi di bruma
il colchico struggente più che il tuo sorriso
che la febbre consuma.

Nel vento il tuo corpo raggia infingardo
tra vetri squillanti stella solitaria
e il tuo passo roco non è più che il ritardo
delle rose nell’aria.

da Avvento notturno,1940

*

Il vento è un aspro vento di quaresima,
geme dentro le crepe, sotto gli usci,
sibila nelle stanze invase, e fugge;
fuori lacera a brano a brano i nastri
delle stelle filanti, se qualcuna
impigliata nei fili fiotta e vibra,
l’incalza, la rapisce nella briga.

Io sono qui, persona in una stanza,
uomo nel fondo di una casa, ascolto
lo stridere che fa la fiamma, il cuore
che accelera i suoi moti, siedo, attendo.
Tu dove sei? sparita anche la traccia…
Se guardo qui la furia e se più oltre
l’erba, la povertà grigia dei monti.

da Primizie del deserto, 1942

*

Vent’anni

Perdono pe’ nostri dolci peccati
per avere spesso guardato
teneramente dissiparsi il giorno
dall’ombra e il silenzio dei casini
sognando di andare con una fanciulla
senza seni lungo l’Arno rosa
e la voglia di piangere racchiusa
nel cuore come un’onda preziosa.

Perdono per esserci creduti forti
più della morte quando passavano
i carri e i funerali per le strade
odorate di cipria e di fiori
e volevamo portare a casa cantando
l’immagine dei baci, la voglia
di stringer l’età amara che non fugga,
d’entrare nelle chiese che non han più soglia.

da Poesie ultime e ritrovate, 2014

 *

Aprile-Amore

Il pensiero della morte m’accompagna
tra i due muri di questa via che sale
e pena lungo i tornanti. Il freddo
di primavera irrita i colori,
stranisce l’erba, il glicine, fa aspra
la selce, sotto cappe e impermeabili
punge le mani secche, mette un brivido.

Tempo che soffre e fa soffrire, tempo
che in un turbine chiaro porta fiori
misti a crudeli apparizioni, e ognuna
mentre ti chiedi che cos’è sparisce
rapida nella polvere e nel vento.

Il cammino è per luoghi noti
se non che fatti irreali
prefigurano l’esilio e la morte.
Tu che sei, io che sono divenuto
che m’aggiro in così ventoso spazio,
uomo dietro una traccia fine e debole!

E’ incredibile che io ti cerchi in questo
o in un altro luogo della terra dove
è molto se possiamo riconoscerci.
Ma è ancora un’età, la mia,
che s’aspetta dagli altri
quello che è in noi oppure non esiste.

L’amore aiuta a vivere, a durare,
l’amore annulla e dà principio. E quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s’annunci di lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità.

La mia pena è durare oltre quest’attimo

Da Primizie del deserto, 1942

 

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L’intervista a Viviana Viviani: Se mi ami sopravvalutami

12 giovedì Mar 2020

Posted by Loredana Semantica in Interviste, LETTERATURA

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poesia contemporanea, Se mi ami sopravvalutami, Viviana Viviani

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.
La redazione ringrazia Viviana Viviani, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Se mi ami sopravvalutami, Controluna, 2019

1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Ho imparato a leggere e scrivere a tre anni, grazie a una madre maestra, e a scuola ero tra i pochi ad essere felice quando c’era il tema in classe. Poi, quando ho scelto di studiare ingegneria, ho smesso di scrivere (ma non di leggere) per un lungo periodo. Credo fosse il mio modo per non sentire troppo il peso di quella rinuncia: renderla definitiva. Ma la passione è rimasta, mi ha seguita come un fiume sotterraneo, e alla fine è riemersa.

2. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Per quanto riguarda la poesia, due autrici in particolare: Wislawa Szymborska e Viviane Lamarque. Credo che dalla sintesi tra la grande intelligenza, la razionalità chirurgica ma densa di emozione della prima, e l’apparente ingenuità infantile, in realtà ricca di consapevolezza, della seconda, potrebbe nascere la poesia perfetta. Ma le tre più belle poesie d’amore in assoluto per me sono state scritte da uomini: “Il minacciato” di Borges, l’amore feroce e ossessivo, “Ho sceso dandoti il braccio” di Montale, l’amore quotidiano e compiuto, e “Scrivo a te donna” di Salvatore Fiume, l’amore segreto, forse solo immaginato.

3. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

La componente autobiografica è di certo importante, ma cerco di nasconderla: si rischia sempre di essere noiosi quando si parla troppo di sé. Mi reputo invece una buona osservatrice, soprattutto delle contraddizioni umane. Lavorare in un ambito esterno alla letteratura, quello aziendale, in un certo senso mi aiuta a stare vicino alla realtà quotidiana.

4. Ci parli della tua pubblicazione?

“Se mi ami sopravvalutami” è una silloge poetica, prosastica ma non troppo. Alcuni componimenti usano un linguaggio anche crudo, altri sono più leggeri e non disdegnano rime e assonanze. Parlo spesso di amore, ma anche amicizia, lavoro, tecnologia, vecchiaia, con un occhio particolare alle nuove forme di comunicazione, le chat, i social. Il testo più noto, “Non mandarmi il tuo cazzo in chat”, ne è esempio. Nella prefazione, Franz Krauspenhaar dice che colpisco “i vizi del cuore con un po’ di perfidia tutta femminile”, e trovo sia un grande complimento.

5. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Credo sia utile, se non necessaria – ma cosa è necessario? La poesia in generale è quanto di più deliziosamente inutile – in quanto a detta di molti offre uno sguardo nuovo sulla realtà. Nuovo in cosa, non saprei dirlo. Non si inventa mai nulla. Semplicemente è la mia voce, che prima taceva. Molti poeti contemporanei tendono, a mio parere, a far prevalere il suono sul senso, accostando le parole a prescindere dal significato, alla ricerca di una musicalità un po’ fine a se stessa. Io cerco invece di fare una poesia che racconti, se non una storia, almeno una situazione, un’idea. Al tempo stesso rifuggo ogni istinto morale o pedagogico. Mi piace che la poesia abbia qualcosa da dire, senza però la pretesa di insegnare nulla.

6. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Ho iniziato a pubblicare su Facebook qualche poesia, alcune le avevo lì da tempo, ma la maggior parte sono recenti. Ho visto reazioni positive e ho continuato. Credo che i social siano un grande laboratorio culturale, e un’immensa risorsa di confronto e libertà. Insomma credo che su questo Umberto Eco, pur essendo un grande, avesse torto. Avranno pur dato voce a legioni di imbecilli, ma anche a falangi e testuggini di creativi, spesso di valore, a volte anche geniali.

7. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Giorno per giorno, ispirandomi alla vita quotidiana, fuori e dentro i social. Di solito le idee mi vengono di notte, poi butto giù la prima bozza in pausa pranzo e la rielaboro alla sera. Ma perché mi viene spontaneo così. In realtà sono abbastanza pigra e indisciplinata, purtroppo.

8. La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?

Il titolo è lo stesso di una delle poesie, l’ho proposto io all’editore ed è piaciuto. La copertina è invece completamente dell’editore.

9. Come hai trovato un editore?
Naturalmente su Facebook! Mi hanno contattato loro, non ho dovuto nemmeno propormi. Credevo fossero leggende, invece succede davvero.

10. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?
Molto eterogeneo, con un picco forse per le donne tra i 30 e i 50, ma ricevo apprezzamenti da entrambi i sessi e da tutte le età.

11. In che modo stai promuovendo il tuo libro?
Principalmente sul web. Stavo organizzando una serie di presentazioni, quando è arrivato il Coronavirus che ha congelato tutto. Spero torneremo presto alla normalità, nel frattempo credo sia il momento ideale per leggere tutti di più. Non solo il mio libro, eh!

12. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Sono molto affezionata a tutte le poesie della silloge, faccio fatica a scegliere. Ripropongo quella più nota, Non mandarmi il tuo cazzo in chat, e un’altra che amo molto, Il mendicante ha un dobermann

NON MANDARMI IL TUO C@ZZO IN CHAT
Non mandarmi il tuo c@zzo in chat
che ancora non ho navigato
le lunghe vene delle tue braccia
né attraversato fiumi
camminando sulle tue vertebre.
Non ho sovrapposto le impronte digitali
per vedere se si assomigliano
e nemmeno disegnato ghirigori
tra le nocche delle tue mani.
Non ho contato una ad una
le tue ciglia nel sonno
o soffiato parole audaci
nel labirinto delle tue orecchie.
Non ho ancora cercato l’orsa maggiore
tra le costellazioni dei tuoi nei
né dato un nome a quelle senza nome
sulla volta della tua schiena.
Non conosco le risse
dietro le tue cicatrici
e non so se odori più di bosco
di biblioteca o di autogrill.
Non mandarmi il tuo c@zzo in chat
o finirà tra i tanti c@zzi senza storia
che vivono nelle chat
spade di pixel sguainate nel nulla
non voglio sapere la sua solitudine
prima di conoscere la tua.

Il mendicante ha un dobermann

Il mendicante ha un dobermann,
mi guarda mentre dorme
cammino più veloce
sulla strada dell’ufficio.

La collega lavora bene
tra le gambe del direttore,
avrà un contratto migliore
io più lavoro arretrato.

Lui dice che non mi ama
ne ha una più felice
ma cedo alle sue urgenze
quando è stanco di allegria.

La mia amica è buona
mi odia se non piango
per chi annega e brucia
nel TG del pomeriggio.

Il mendicante è un dobermann,
se solo mi avvicino
mi sbrana di pietà.

Un euro a un lavavetri
colpo di straccio al cuore
pulisce anche le colpe
di cui sono innocente.

13. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Più che un’aspettativa una speranza, forse persino eccessiva: che scrivere diventi il mio mestiere.

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Ne ho ben due!

“A che lettore vorresti arrivare?”

A quello che non ha mai amato la poesia, che dice di non capirla, che la ricorda dai tempi della scuola come qualcosa di pesante. Quello che lavora troppo, che non ha tempo, che non ha voglia, che ha fretta, che però viene catturato casualmente da una parola, un verso, un’idea. Quello che non sa chi sia la Szymborska, ma magari dopo aver letto questa intervista si va a cercare le sue poesie su Google. Vorrei essere un seme.

“E qual è il tuo grande timore?”

Fermarmi qui, come quei cantanti di una sola canzone. E passare alla “storia” come la “poetessa del cazzo”. Il che comunque non sarebbe poco.

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Ho in lavorazione una seconda silloge e anche un romanzo. Vi regalo volentieri un inedito. C’è chi dice io sia ossessionata dalla vecchiaia, in realtà trovo sia un tema affascinante e poco trattato, nella poesia e nella letterature in generale.

DA VECCHIA

Da vecchia non ballerò il liscio,
non l’ho saputo fare mai,
non giocherò a carte, non cucirò,
da vecchia mi farò
di botox come eroina,
truccata da vecchia gallina,
da giovane ero bella, dirò.
Da vecchia, mentirò.

Viviana Viviani è nata a Ferrara nel 1974 e vive a Bologna. È ingegnere. Ha pubblicato racconti su varie antologie. Giornalista pubblicista, ha scritto sulla rivista on line LucidaMente e oggi scrive su Pangea News e Hic Rhodus. Nel 2012 è stata finalista del premio Giallo Mensa di Mondadori e nel 2013 ha pubblicato il romanzo “Il canto dell’anatroccolo”, con Corbo Editore, nella collana di Roberto Pazzi. Nel 2018 il suo progetto di scrittura multimediale “Penitenziagite – Un cadavere nella rete”, scritto a quattro mani con l’amico Stefano Machera, è arrivato in finale al Macchianera Awards tra i siti letterari. Ha appena pubblicato la silloge poetica “Se mi ami sopravvalutami” con Controluna – Il seme bianco.

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L’intervista a Sergio Sichenze: Tutto è uno

09 lunedì Mar 2020

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

≈ 1 Commento

Tag

intervista, Sergio Sichenze, Tutto è uno

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Sergio Sichenze per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: “Tutto è uno”, Terra d’ulivi edizioni, 2020.

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Una casa dove i libri costituiscono le pareti portanti è un buon inizio: così è accaduto. Non erano organizzati per autore o per genere: erano lì, a disposizione. Quello è stato il primissimo amore per la scrittura. La fascinazione derivante dal profumo della carta, toccare le copertine che percepivo fossero custodi di mondi e paesaggi sconfinati, e poi le parole. Il transfert emotivo sono state e sono le parole: forma e suono. Cardini sui quali scivola la porta che spalanca a epifanie. Leggere e quindi leggere, poi leggere e rileggere: la più concreta forma di scrittura, un flusso ininterrotto che ancora mi percorre.

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

I primi vagiti di passione letteraria: Salgari e Verne. Sono autori che ti conducono magicamente nelle storie…e Kipling. Ricordo che quando vidi al cinema il mio primo film della Disney rimasi deluso, lo trovai sottotono rispetto alla magnificenza dei libri che in quel periodo maneggiavo. Fino al liceo sono stato bulimico, vorace, caotico: afferravo ciò che trovavo. Un libro, tra i tanti, mi scosse: “Ferito a morte” di Raffaele La Capria, soprattutto l’incipit: la caccia alla spigola nel mare di una Napoli che non avevo conosciuto. Poi i grandi classici latini e greci, l’epica omerica: irripetibile caleidoscopio di miti, dei, uomini e sentimenti verticali. Gli autori italiani che hanno avuto e continuano ad avere una notevole influenza sono tanti: Pavese, Fenoglio, Piovene, Pasolini, Arpino, Bernari, Carlo Levi, Primo Levi, Ortese, Nigro, Tobino, Silone, Tabucchi e altri. Un posto del cuore lo riservo a tre scrittrici: Natalia Ginzburg, Goliarda Sapienza ed Elsa Morante. Ma sono gli scrittori siciliani che mi hanno conquistato e decisamente orientato: Pirandello, Verga, Tomasi di Lampedusa, De Roberto, Vittorini, Brancati, Sciascia, Consolo e, con un sentimento di amore incondizionato, Gesualdo Bufalino: un uso della lingua incomparabile. Altri due autori rappresentano una luce costante: Gadda e Calvino. Quest’ultimo supera qualsiasi genere letterario, per affermarsi in uno spazio del pensiero e della riflessione attualissimo: non ha eguali. Da Calvino il passaggio a Borges è immediato, la magnificenza dei labirinti della mente, la rete inestricabile di storie: unico. Quindi Pessoa con i suoi eteronimi, nonché gli scrittori della letteratura ispanoamericana: Reyes, Paz, Cortázar, Vargas Llosa, Márques, Allende, Sèpulveda, Galeano, Mutis e altri. Degli autori transalpini contemporanei mi affascina Annie Ernaux. Ho richiamato solo alcuni scrittori che hanno incrociato la mia vita; alcuni di essi hanno intrattenuto un rapporto anche con la poesia (si veda Borges). È la poesia, però, l’amore di sempre, d’altro canto è il genere che sperimento. Qui si apre un discorso vastissimo, che circoscriverei così: la poesia classica greca e latina (Esiodo, Saffo, Virgilio, Catullo, Orazio); quella mistica araba e quella europea (includendo anche l’area russofona). La poesia italiana costituisce un ecosistema a sé, soprattutto perché non richiede traduzioni, ed è, a mio avviso, la vera palestra sull’uso della lingua: gli amatissimi Leopardi e Montale, due autori di formazione imprescindibili. Poetesse cruciali: Pozzi e Rosselli. Quasimodo, Sereni, Rebora, Campana, Cavacchioli, Luzi, Penna, Caproni, Gatto: in ordine sparso. Ungaretti: una sorta di trasfusione materna. Un salto all’estero richiederebbe un viaggio. Mi limito a Neruda e Hikmet, Zagajewski e Brodskij, Carver, Celan ed Éluard. Un posto speciale nella mia libreria l’ho riservato a Ritsos, Kavafis, Seferis ed Elitis. Le meravigliose Mistral e Plath. Fortemente Rilke. Desidero qui rammentare tre scrittori poco noti ai più: Dolci, Piccolo, Buttitta. Il primo libro di poesie che comprai con la mia “paghetta” fu “I fiori del male” di Baudelaire. Mi fermo!

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

La scrittura nasce dall’urgenza irrefrenabile di mettere su carta il sé profondo, che nel mio caso si manifesta con la poesia: so cose di lui solo scrivendo! È sempre un ospite inatteso: arriva e si piazza in soggiorno, o in qualsiasi altro luogo che frequento, soprattutto durante i viaggi, negli spostamenti in treno: mezzo che frequento assiduamente. Pertanto, ciò che scrivo non può che non essere autobiografico. Parlo di una autobiografia emotiva, del mistero che in modo permanente mi abita. I luoghi hanno una grandissima influenza, sono segnatamente evocativi: scatenano un sistema complesso e intrecciato di stati d’animo e richiami mentali. Nonostante sono quasi quarant’anni che vivo in Italia del Nord, sono un uomo forgiato nel Sud del Mediterraneo: direi nelle sue acque. Vuol dire che la mia matrice, non solo biologica, ma soprattutto culturale, proviene da quell’ecosistema. Porto in me l’impronta della Storia che l’ha generato. La Sicilia, anche se nato a Napoli, è, senza alcuna incertezza, la mia terra d’origine. Più ciò che è, che è stata, il lunghissimo processo naturale e culturale che l’ha prodotta, è il suo inestricabile arcano che catalizza la mia passione. La terra che mi ospita da così lungo tempo è meravigliosamente boreale. Vi ho costruito un legame fortissimo, anche se non mi ha generato; intendendo con generare molto più e molto altro dell’esito biologico che determina la vita, mi riferisco all’ignoto di cui sono intriso. Mi sento a casa lì dove posso ascoltare la sua voce.

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

“Tutto è uno” è un libro che viene da lontano. Lo considero un approdo, potrei dire che incarna il mito di Ulisse. L’epica omerica ci restituisce un eroe e, al tempo stesso, una figura umanissima che sferza i suoi compagni e sfida l’universo deiforme in quanto in lui agisce la nostos. Il ritorno a casa, nella mia epica, è il ricongiungersi al mistero dell’esistenza, cui prima ho fatto cenno. Il titolo richiama Rilke ed Eraclito. Rilke, di cui riporto in introduzione una quartina, sviluppa nel corso della sua poetica la dimensione olistica dell’esistenza, propria di Eraclito. L’unità è matrice di diversità, ma non smarrisce mai la sua natura spirituale. Non intendo attribuire a ciò un significato religioso, semmai mistico, che dal verbo greco “myein” significa celato, intimo, nascosto. L’essenza. È una riflessione che ha richiesto un lungo processo di consapevolezza e di maturazione, che inevitabilmente proseguirà. Anche se in questa silloge poetica c’è completezza di pensiero. Tutto ciò ha trovato compimento in un momento preciso della mia vita, un’epifania che ha fatto emergere un codice sacro che si è palesato nei versi.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Il contemporaneo ci mostra un mondo frammentato, parcellizzato, carico di timori e confuse aspettative: seppur inneggiato come globale. Assistiamo inermi, spesso sopraffatti, a eventi planetari che non siamo in grado di decodificare. Immersi in un flusso che sembra trascinarci verso l’ineluttabile, senza avere la possibilità di esercitare la nostra scelta individuale. Una bufera nella quale smarriamo i punti di riferimento. Il mio libro può offrire una sosta, contribuire a riappropriarsi del senso spirituale dell’unità. Rimarco che si tratta di una silloge profondamente laica, che non cede alla semplificazione dogmatica, ovvero a un pensiero che tende all’unificazione del vero e alla separazione dei credi. Il tempo dedicato al consumo ha di molto superato il tempo del sacro, all’inclinare lo sguardo verso i valori fondativi dell’umano, della consapevolezza dell’esistenza. Proverei gratitudine verso coloro che volessero leggermi, tenendo a mente le argomentazioni fino a qui espresse.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Alcune idee le ho già tratteggiate: è un libro che affonda le sue radici in uno spazio temporale indefinibile. Concretamente fogli e penna si sono incrociati nel mese di luglio del 2019. Non poteva che essere così: l’estate è per me stagione rigogliosa. La metà di quel mese l’ho trascorsa nel Salento, che mi ha offerto doni che hanno contribuito a chiarificare le acque che mi attraversavano. Molti versi hanno trovato forza e linfa proprio lì.

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Diciamo che il movimento tellurico ha avuto un’attività effusiva copiosa e ininterrotta, anche se la lava scorreva sottostante da chissà quanto tempo. I versi non si presentano però come rocce magmatiche, ovvero non sono una massa amorfa, nera e inospitale, a seguito di un raffreddamento rapido a contatto con l’aria, semmai sono rocce sedimentarie, con precisa stratificazione che consente la lettura della Storia che le ha formate. In generale, e anche in questo caso, non ho orari, o momenti della giornata in cui prediligo scrivere. La mia modalità percettiva dominante è la vista. In quanto soggetto visivo, immagazzino frammenti di immagini che continuamente si ricompongono, fino a formare la parola. È un processo inarrestabile. Poi c’è la fase lenta del tramonto, dove tutto si stempera e lentamente si focalizza ciò che trasferisco nei versi.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

L’immagine di copertina, la carta, il formato, sono opera di Elio Scarciglia: editore e grafico eccelso. Ha colto l’essenza, e di questo gliene sono molto grato. Forma e contenuto costituiscono un unicum che ha un valore simbolico ed evocativo determinante. Quando accade ciò, si conferma l’assoluta insostituibilità del libro: oggetto di intensa fascinazione.

  1. Come hai trovato un editore?

La mia collaborazione con Terra d’ulivi edizioni è iniziata nel 2018, allorquando Elio Scarciglia mi ha coinvolto, in fase ancora embrionale, nell’avventura di Menabò: quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria. Lo scambio continuo di idee e la condivisione d’intenti, di progetti e obiettivi comuni, hanno prodotto l’humus ideale per creare un libro assieme. Ritengo, infatti, che un libro non è un prodotto commerciale, semmai uno strumento culturale che diventa, una volta lasciato il porto sicuro, un messaggero di princìpi e valori, un contenitore di mondi da indagare. In questo lavoro sperimentale, autore ed editore concorrono paritariamente a imprimere la propria visione. La dimensione finita appartiene ai lettori nella loro difformità. È quello che accade durante il viaggio che ha valore.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

La poesia, meno della narrativa, è ed è stata oggetto di classificazioni di genere, e risente degli orientamenti dei diversi periodi storici. Tale aspetto, questa volta rimarcando una sostanziale differenza con la narrativa, difficilmente la registro nel pubblico al quale presento i miei libri: la poesia è la poesia. Noto posizioni dicotomiche, che si identificano talvolta con il gusto: mi piace o non mi piace. Bella o brutta. Molto spesso: mi ha fatto emozionare e quindi pensare. Nelle librerie, inoltre, lo scaffale (uso non caso il singolare: ahimè!) dedicato alla poesia si presenta in modo caotico, qualche volta organizzato per autore, mai per genere. Nell’epoca dei social, però, leggo molte più citazioni poetiche che di narrativa. È uno spaccato che mi incuriosisce. Mi rivolgo a chiunque abbia voglia di aprire un libro e leggere dei versi, portarseli a casa, farli viaggiare, riporli e magari rileggerli dopo molti anni, farne dono. Sono convinto che la poesia non si consuma, non perde di attualità e continua a mordere la vita, o a baciarla.

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Questo è un aspetto che denota fragilità. La mia natura riservata, la scarsa propensione a essere un animale da social media, sicuramente penalizza la promozione. Devo dire però che, anche se lentamente, riesco a veicolare i miei libri attraverso micro reti territoriali e sociali. Sto scoprendo strati di realtà a forte connotazione partecipativa: ciò mi rassicura. Il rapporto diretto con le persone mi vivifica, è un antidoto alla sciatteria e brutalità dei luoghi comuni, alla masticazione ripetitiva e seriale degli stereotipi. Anche questa intervista s’inscrive nel solco delle relazioni vivificanti, così come l’apprezzamento di amici scrittori e poeti ai quali l’ho inviato.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa).

La silloge è stata costruita in modo evolutivo. Segue un flusso non temporale ma di elaborazione di pensieri che via via si sono dipanati. La potrei definire un tappeto, dove l’intreccio dei fili, la mescolanza dei colori, l’attenta scelta dell’orditura, ha consentito l’emersione di una raffigurazione complessa. Le chiavi di lettura sono molteplici, segnatamente soggettive. Ciascuno può costruire la propria realtà, la quale potrà mutare al mutare delle percezioni. In tal senso l’ultima poesia che s’intitola “Origine” fornisce il senso di circolarità della silloge. I versi di chiusura sono per me rappresentativi di questo lavoro: “Alcuna legge ha luogo in sé / Essere noi, adesso, / è origine”.

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

La raccolta costituisce un elemento di cambiamento e di conferma del mio percorso letterario. Di cambiamento in riferimento alla struttura e alla maturazione poetica, di conferma in quanto è da qui che desidero ripartire. La percezione è quella di aver costruito un setaccio con nuove maglie, che spero mi aiuteranno a filtrare e selezionare in modo diverso il divenire esistenziale. L’aspettativa verso l’esterno, quella a cui tengo maggiormente, è che diventi uno strumento di confronto e discussione, non tanto e non solo sull’opera, quanto sul contributo che spero potrà fornire alla riflessione sul nostro tempo. La poesia ha svolto sempre una funzione nelle società, non contemplativa o accademica, semmai di presa di coscienza della condizione umana. Poeti quali Hikmet, hanno subito il carcere, o sono stati uccisi o fatti sparire: quando un regime cerca di tappare la bocca a qualcuno, una delle prime voci a cui si rivolge è quella dei poeti. Scriveva Pablo Neruda, sulla cui morte c’è ancora un fitto mistero in merito al coinvolgimento del regime instaurato in Cile da Augusto Pinochet nel 1973: “Guardatevi in giro, c’è una sola forma di pericolo per voi qui: la poesia!”

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Apporre un punto interrogativo al titolo di quest’opera: Tutto è uno?

Siamo stati forgiati per esprimere complessità, eppure assistiamo a una linearizzazione del pensiero, all’affermarsi di visioni assertive, dove le certezze soppiantano l’indefinito, lo sfuggente senso dell’esistere. Se da un lato sostengo che “Tutto è uno”, dall’altro il senso di tale unità si cela. Ne “La Repubblica”, Platone parte dal principio che la conoscenza sia proporzionale all’essere: è perfettamente conoscibile ciò che è massimamente essere, al contrario, è assolutamente inconoscibile il non-essere. Tra essere e non-essere, esiste una realtà intermedia, il sensibile. Porrei, dunque, sempre il mistero quale antidoto all’irrimediabile realtà. Italo Calvino, avvertiva i lettori di essere diffidenti della sua biografia, soprattutto se redatta da lui. Un modo mirabile per dubitare anche dei fatti che costellavano la sua vita, quali immagini vaghe, pronte a disparire sotto i colpi della bufera.

15.Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Sto lavorando a un progetto poetico che cerca significato e senso in merito a un tema a me molto caro: le isole. C’è un’isola reale in questo lavoro che assurge a paradigma universale. L’isola però è anche il poeta. Nel discorso di premiazione tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Wislawa Szymborska, disse «fino a non molto tempo fa, nei primi decenni del nostro secolo, ai poeti piaceva stupire con un abbigliamento bizzarro e un comportamento eccentrico. Si trattava però sempre di uno spettacolo destinato al pubblico. Arrivava il momento in cui il poeta si chiudeva la porta alle spalle, si liberava di tutti quei mantelli, orpelli e altri accessori poetici, e rimaneva in silenzio, in attesa di se stesso, davanti a un foglio di carta ancora non scritto. Perché, a dire il vero, solo questo conta». Esseri isolati è una condizione duale, perennemente oscillante tra il sé e l’altro, e come altro intendo le molteplici dimensioni dell’esistere che rimandano al sé: una ricorsività pregnante. Le isole sono paradigmi di tale condizione. Corrispondono a una delle forme che può assumere il mito. Il poeta, dunque, si trova a suo agio a sperimentare tale materia, sempre in bilico tra indefinito e realtà, senza mai avere la tensione a risolvere l’enigma, anzi a rafforzarlo.

Sergio Sichenze è nato a Napoli nel 1959. Vive e lavora a Udine. Ha pubblicato racconti e raccolte poetiche, tra cui “Nero Mediterraneo” (Campanotto Editore, 2008), “BOBBIO Y MOSTAR” in “La natura dell’acqua: almanacco di letteratura rinnovabile 2011” (Marcos y Marcos Editore, 2011), “Nei chiaroscuri del tango” con Elisabetta Salvador (Campanotto Editore, 2018), “Il futuro cede al ritorno” (Convivio Editore, 2019), “Tutto è uno” (Terra d’ulivi edizioni, 2020). Sue poesie compaiono in alcune raccolte. Nel 2018 ha vinto il Premio Nazionale di Poesia Terra di Virgilio. Dal 2019 è membro della giuria Premio Nazionale di Poesia Terra di Virgilio. Fa parte del comitato di redazione del quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria “Menabò” (Terra d’ulivi edizioni) per il quale cura la rubrica “Pi greco”.

 

 

 

 

 

 

 

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L’intervista a Patrizia Destro: Haiku dal silenzio

13 giovedì Feb 2020

Posted by Loredana Semantica in Interviste, LETTERATURA

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Tag

Haiku dal silenzio, intervista, Patrizia Destro

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.
La redazione ringrazia Patrizia Destro, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Haiku dal silenzio, Ennepilibri

1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Si, lo ricordo. Ho iniziato a leggere e a scrivere a quattro anni. Mi hanno insegnato i miei genitori. Avevo una scrivania per bambini il cui piano di appoggio, ribaltato, si trasformava in una lavagna. Ero felice di imparare qualcosa che sentivo importante. A scuola ho avuto la fortuna di avere un’insegnante all’avanguardia, che ci incoraggiava a dire la nostra su qualunque argomento. All’indomani di gite scolastiche a fattorie, fabbriche, studi di pittori e altri luoghi interessanti puntualmente ci dava dei temi da svolgere, i quali venivano poi raccolti in un giornalino, che stampavamo noi stessi. Leggevamo ad alta voce Gianni Rodari e Italo Calvino e altri autori che al momento non ricordo. Disponevamo di una biblioteca di classe e anche a casa per fortuna avevo abbastanza libri, anche se all’epoca quelli per l’infanzia non erano così numerosi come ora. A diciotto anni ho scritto la mia prima poesia e non ho più smesso. Da adulta ho iniziato a scrivere racconti.

2. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Non so se succede anche ad altri: in gioventù si leggono più che altro i classici (nel mio caso Leopardi, Jules Verne e qualcosa dei lirici greci, come Saffo, per citarne alcuni) e poi si inizia ad allargare gli orizzonti verso autori a noi più vicini nel tempo. Da ragazza ho amato molto Pirandello e Ray Bradbury. E appunto Calvino come dicevo prima. Comunque ero abbastanza “onnivora”. Da adulta sono subentrate esigenze diverse: cercare di capire qualcosa di più delle realtà in cui viviamo diventa sempre più impellente. Così ho iniziato a leggere anche saggi sulle discipline più diverse: psicologia contemporanea, scienze naturali, politica.
Per la poesia breve, ispirata ai lavori dei maestri giapponesi, di sicuro Basho, Issa, Shiki. Poi i moderni Murata Keinosuke e Tanaka Sadami, per citarne alcuni.
Ora che ci penso: non mi ricordo di autrici donne studiate a scuola. Neppure all’università! (studiavo lingue, ma ci sono rimasta poco, il tempo di qualche esame). Per fortuna è un buon momento per la letteratura e da qualche decennio è possibile colmare questa triste lacuna. Ultimamente ho letto Ann Tyler (che, tra le altre cose, ha partecipato ad un programma di riscrittura delle opere di Shakespeare in chiave moderna), Grazia Deledda (meglio tardi che mai!), qualcosa di Virginia Woolf, Vivian Lamarque e Rupi Kaur.
Questo è solo un piccolo elenco degli autori e delle autrici che leggo volentieri.

3. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nata o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

La mia scrittura direi che nasce per raccolta inconsapevole e per sedimentazione. Detta così forse fa un po’ sorridere però è esattamente quello che succede. Lascio che impressioni e suggestioni e idee maturino mentre mi occupo di altro, e poi inizio a scrivere. I luoghi dove vivo c’entrano molto. Anni fa mi sono accorta che ho potuto osservare più varietà di piccola fauna nei dintorni di casa piuttosto che, per esempio, durante uscite in montagna. Perchè fuori città gli animali si nascondono (e fanno bene!). Le grandi città, non solo in Italia, stanno diventando sempre più il rifugio di molte varietà di insetti e altri piccoli animali. Questo per restare nell’ambito della poesia che ha per oggetto la natura. Per quanto riguarda i racconti: con una densità abitativa di duemila persone per chilometro quadrato, ecco che il materiale da cui trarre ispirazione è a portata di mano! Anche se, il più delle volte, le mie storie non somigliano per niente a quotidiane interazioni tra esseri umani ma hanno un taglio decisamente surreale e spesso ironico.

4. Ci parli della tua pubblicazione?

Si, volentieri. Si tratta di una raccolta di un centinaio di haiku e di poesie brevi nello spirito dell’haiku, cioè quei componimenti di diciassette sillabe (5-7-5) nati da autori giapponesi di 350 anni fa. L’haiku tradizionale trae a sua volta origine dalla poesia classica giapponese, antica di 1500 anni. Verso gli anni ’50 del Novecento questa corrente poetica è arrivata in occidente e da allora conta migliaia di cultori anche qui da noi. E’ un genere di espressione artistica di una freschezza tutta particolare. Ha il fascino di qualcosa che è sempre in divenire pur nella descrizione del momento specifico. Dice tutto senza dire troppo o troppo poco.

5. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Per parafrasare quel detto: “Tutto può essere utile, niente è indispensabile”. La mia pubblicazione, come altre analoghe, può essere un esempio di come si possa fare poesia con mezzi semplici ma efficaci. La cosa importante è sentire quello che scriviamo. Riuscire ad esprimere in pochi versi o in alcune pagine aspetti di una emozione o di un’idea che il vivere quotidiano ci ha portato. E poi lavorarci sopra finchè il risultato non ci soddisfa.

6. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Venticinque anni fa ho conosciuto un funzionario del settore cultura della regione in cui abito. Quasi per scherzo gli ho fatto leggere alcuni miei haiku. Mi ha detto che non si aspettava una qualità così buona. Siccome è anche un autore e tiene corsi di scrittura e letteratura internazionale, avrebbe potuto dirmi: “Sei bravina! Iscriviti al mio corso, così migliorerai di sicuro!”. Ma non lo ha fatto. Ha espresso un apprezzamento positivo che andava contro i suoi interessi. Questo mi ha dato la fiducia necessaria per presentare la mia raccolta agli editori, anni dopo.

7. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

L’ho scritta poco per volta, durante gli anni. Lascio che la parte della mia mente che si occupa di rielaborare idee, intuizioni ed emozioni faccia il suo lavoro mentre “io” sbrigo le attività quotidiane. Quando il tutto affiora allo stato della consapevolezza inizio a scrivere. E si, può accadere anche di notte!

8. La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?
L’illustrazione in copertina l’ha realizzata Marco, mio marito, come pure la scritta in giapponese, che è la traduzione del titolo. Il disegno rappresenta una spirale logaritmica, per la spiegazione della quale rimando a Wikipedia o altra fonte, poichè di matematica, purtroppo so molto poco. A me l’idea della spirale piace perchè è una forma che si ritrova in natura, nelle conchiglie e nelle galassie, per esempio. Nel piccolo e nell’immenso. In quanto al titolo: Haiku dal silenzio perchè è il silenzio a fornire lo spazio mentale indispensabile per la scrittura.

9. Come hai trovato un editore?
Ho conosciuto gli editori ad un pomeriggio di letture poetiche al mare, in Liguria. Fra i partecipanti, chi voleva poteva intervenire e leggere componimenti personali. Mi sono presa alcuni minuti per ricordare e trascrivere alcuni dei miei haiku o quasi haiku e poi li ho letti ad alta voce. Gli editori li hanno apprezzati e mi hanno proposto di pubblicarli.

10. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

A chiunque interessi la poesia, soprattutto naturalistica (non so se il termine è giusto) che si esprime in modi essenziali. C’è più vuoto che pieno, in questo tipo di componimenti. E’ un vuoto, però, a cui a mio avviso non manca nulla. Faccio un esempio: “Piccolo granchio / un’alga lo nasconde / sulla battigia”. Ho voluto descrivere ciò che ho visto durante una passeggiata al mare e che mi ha meravigliato: un granchietto che, per passare inosservato, si è messo un’alga sopra la testa!
Altre volte la visione è un poco mesta, malinconica:
“Grandi slanci ma / anche grandi dolori / una vita”

11. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Al momento non lo sto promuovendo. Posso però raccontarti un aneddoto: anni fa ho ricopiato i miei haiku su foglietti colorati, li ho messi in una scatola e li ho offerti ad amici e colleghi. Li hanno apprezzati molto. Alcuni prendevano un foglietto, lo leggevano, lo rimettevano nella scatola e poi ne pescavano un altro. Alla fine ciascuno ha portato a casa una delle mie piccole poesie. Nella scatola ne è rimasta una, non so se è stata una cosa voluta oppure casuale; un collega ha commentato: “Ne abbiamo lasciata una per educazione, come si fa con i cioccolatini!”

12. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Trascrivo di seguito alcuni versi, che mi sembrano riusciti meglio, oltre a quelli che ho citato più sopra:

Già le castagne
occhieggiano sui rami –
Fine d’estate.

Un migratore!
Rapido maestoso
alto nel cielo

Esili ragni
silenziosi amici
ospiti grati

13. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Non ne ho alcuna. Ho invece l’intenzione di continuare ad esprimere in queste forme ciò che vedo durante le uscite in cui osservo piante, animali, situazioni. La poesia breve e brevissima mi è congeniale e mi gratifica. Di recente ho letto in rete haiku sbalorditivi per bellezza e per quel non-so-che che trasforma una poesia in un’opera d’arte! Cerco di migliorare e a volte inseguo quel non-so-che, ma non ne faccio un’ossessione.

14. Una domanda che faresti a te stessa su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Mi chiederei: “Quali altri regali ti ha fatto, questo tuo libro?” E mi risponderei: “Oltre ad averne condiviso i contenuti con persone a cui voglio bene o che stimo, mi ha permesso di vedere, per la prima volta, direttamente, quanto lavoro c’è dentro e dietro alla pubblicazione di un libro. Quante competenze diverse sono necessarie alla produzione perfino di una semplice raccolta di poesie brevi”.

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Si, volentieri! Ho appena finito di sistemare due raccolte, una di racconti e l’altra di poesie. Le ho spedite a due editori. Sono in attesa di risposta e intanto lavoro ad altri racconti. Non dico i titoli per scaramanzia! Non pensavo di voler pubblicare ancora dopo i primi due libri, ma è successa una cosa che mi ha fatto cambiare idea. Da due anni partecipo come allieva ad un laboratorio teatrale. La scuola mi ha proposto di portare in scena alcune delle mie storie e io ho accettato con entusiasmo. La fase di costruzione del personaggio, come si dice in gergo, mi ha reso i miei racconti più vivi e coinvolgenti e ha avuto dei risvolti positivi psicologici inattesi, per me che non me ne intendo. So che invece agli addetti ai lavori (insegnanti di teatro e attori professionisti) questi e altri “effetti collaterali” positivi sono ben noti.
In quanto alle poesie inedite, posso anticiparvene una, alla quale tengo molto:

Una farfalla
rimasta uccisa per il freddo improvviso
o forse perché ha concluso
il suo ciclo vitale
è incastonata nel tronco d’un albero
con le piccole squame
bianche e grigie
in rilievo,
come un gioiello,
come una decorazione
su una scultura estemporanea
che narra la lunga vita di un albero
e la breve vita
di un insetto.

Sono nata nel 1965 e da almeno dieci anni ho scoperto che mi piace far ridere o almeno sorridere. E cerco di farlo attraverso i miei racconti ironici, surreali e spesso decisamente buffi! Che poi ci riesca o meno è tutto un altro paio di maniche. Però quando ci riesco, be’… è un po’ come se fosse un giorno di festa. Lungi da me credere che la vita sia tutta una risata, anzi! Ma appunto per questo ogni tanto è piacevole alleggerire le tensioni della vita contemporanea leggendo e scrivendo brani di letteratura comica.

Pubblicazioni:
– 1989 in Antologia I Poeti 1989, dell’Associazione Incontri, Milano
– 1998 su Literatura Foiro, anno 29, n.174, LF-koop, La-Chaux-des-Fonds (CH)
– 1999 su Kontakto, anno 36, n.174, UEA, Rotterdam (NL) (*)
– 2004 su Il Foglio Clandestino, n.54, Edizioni del Foglio Clandestnio, Sesto San Giovanni
– 2004 Haiku dal silenzio, Ennepilibri Edizioni, Imperia
– 2012 Tra il fragore del treno e del mare, Ennepilibri Edizioni, Imperia
– 2016 in L’Antologia di Sintetizziamoci – Testi di microletteratura contemporanea,
Book Sprint Edizioni
(*) Primo premio al concorso letterario EKRA 1998, Razgrad (BG). Se interessa. 😀

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L’intervista a Mariangela Ruggiu: Il suono del grano

31 venerdì Gen 2020

Posted by Loredana Semantica in Interviste, LETTERATURA

≈ 3 commenti

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Il suono del grano, intervista, Mariangela Riggiu

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.
La redazione ringrazia Mariangela Ruggiu, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Il suono del grano, Terra d’ulivi Edizioni, 2019

1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Prima dell’amore per la scrittura è nato quello della lettura: da bambina, appena mi venivano consegnati i libri scolastici, scorrevo quello di lettura cercando le poesie che leggevo prima di tutto. A scrivere iniziai nelle scuole medie, conservo ancora dei fogli con le prime poesie… amavo così tanto la sintesi dei versi che facevo la versione in poesia della prosa.

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Intervista a Sal Ferranti: La legge della piuma

23 giovedì Gen 2020

Posted by Loredana Semantica in Interviste, LETTERATURA

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intervista, La legge della piuma, Narrativa, Sal Ferranti

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.
La redazione ringrazia Sal Ferranti, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: La legge della piuma, Pedrazzi editore, 2020.

1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Il mio amore per la scrittura è nato attraverso la lettura. Chi legge molto è attratto dalla parola scritta e l’immaginazione lo porta inevitabilmente ad immaginare storie nuove. Io leggo da sempre. Da adolescente andavo a prendere in prestito libri in biblioteca (d’avventura, soprattutto) e li riportavo indietro nel giro di qualche giorno. Poi sono diventato un lettore onnivoro e un frequentatore di librerie. Credo di avere acquistato (in trent’anni circa) almeno tremila volumi. Il mio primo romanzo lo scrissi a diciannove anni, ed è ancora lì, incompiuto e con le pagine consumate dal tempo. All’epoca leggevo parecchi romanzi horror e mi ero convinto di saper scrivere romanzi alla Stephen King. Ripensandoci, mi viene un po’ da ridere adesso, e provo tenerezza verso quei facili entusiasmi da ragazzo che amava sognare in grande. Continua a leggere →

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Intervista a Federica Galetto: La neve e la libellula

18 sabato Gen 2020

Posted by Loredana Semantica in Interviste, LETTERATURA

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Federica Galetto, La neve e la libellula

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni

La redazione ringrazia Federica Galetto, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: La neve e la libellula, Terra d’ulivi Edizioni, 2019

1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

La scrittura è dentro di me, da sempre. Nel tempo ho imparato a comprenderlo e dopo molti anni l’ho accolta e accettata come parte imprescindibile di me.

Continua a leggere →

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Intervista a Irene Ester Leo: Fuoco bianco

16 lunedì Dic 2019

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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Fuoco bianco, Irene Ester Leo, Poesie

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni. La Redazione ringrazia Irene Ester Leo per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Fuoco bianco (Capire Edizioni, CartaCanta < I Passatori, collana a cura di Davide Rondoni, 2019.)

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Attraverso la lettura. Ricordo la bambina curiosa di un tempo affamata di parole, pagine, mondi interi, non necessariamente poesia, ma anche narrativa, che crescendo ha affinato lo sguardo in questa maniera. L’amore per la scrittura, come emblema universale non individualista, nasce da lì. Poi ha trovato un tratto d’unione tra ”quel mondo” letto nelle pagine degli altri e quello che intercettavo in me e scalciava in parole e versi, ed ho cominciato a scrivere mescolando in maniera sinestetica ogni cosa.

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Rainer Maria Rilke per la luce azzurra, Eugenio Montale per la musica della disarmonia, Cesare Pavese per la bellezza del dolore, Paul Celan per la  polisemia acuminata,  Mario Luzi per la  necessità di vita al quadrato, Davide Rondoni per la libertà del suo respiro poetico, Cristina Campo per la precisione chirurgica delle parole, Michail Bulgakov per l’intensità della  narrazione, Claudia Ruggeri per l’antitesi forte e lucente tra vita e morte,  Giacomo Leopardi  per il contrappunto lunare della sua speranza. Questi i nomi che mi stanno particolarmente a cuore per ragioni differenti, ma potrei elencarne molti altri. Però al di là di quello che può essere un semplice elenco cerco il barbaglio e lo schiocco, qualcosa di simile ad un risveglio, quell’aura che è propria dei maestri, che non mira ad ”insegnare” ma a rimescolare tutte le certezze consone, a spezzarti e poi ricomporti come se fossi di fronte allo stesso orizzonte di ieri, ma oggi con occhi più grandi.

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

“Madame Bovary c’est moi”. Inevitabilmente la componente autobiografica calibra l’altezza dell’osservazione, quello della scrittura è un percorso che richiede presenza umana, il solo esercizio estetico mi interessa davvero poco, perchè poi serve a poco. La scrittura per me è selvatica per nulla addomesticabile, come tale nasce in frangenti spesso strani, ma fatti di realtà e del suo contrario. I luoghi che vivo sono geografie, i luoghi che amo sono persone.

4. Ci parli della tua pubblicazione?

Il fuoco bianco è quello degli inizi, dell’attimo prima di. La pagina attende il fuoco nero della parola, l’ispirazione aleggia in controluce e brucia, così come la presenza dell’Assoluto prima che la parola potesse dar Lui un nome, secondo la Cabala. C’è qualcosa di vivo che chiede ossigeno per la sua combustione. Questa pubblicazione ha cominciato a scalciare e gemmare prima della nascita di mia figlia e poi in parallelo come lei in me, è diventata più vicina, reale. Ed aggiungo rivista, spezzata, rivissuta, riscritta, fino al risultato finale che sfoglio tra le dita. Ora mia figlia ha quattro anni, questi versi sono il risultato di sei, sfidando la dolcezza e il nero del mondo, ricomponendo poi il fuoco e la rosa, di T. S. Eliot, citato da Davide Rondoni nell’introduzione al testo.

5. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Me lo sapranno dire i lettori in un secondo momento. Mi limito a consegnarla alla realtà della poesia contemporanea, senza maschere o congetture. Ho un desiderio, che non ha nulla a che vedere con il senso dell’ambizione, che qualcosa resti. Oltre me.

6.Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Immaginiamo una galleria d’arte. Quadri illuminati dalla luce naturale, sculture e fotografie. Ognuna di queste opere ha in sé il fulcro di un attimo ispirato. Ogni poesia è frutto di una visione, di quell’attimo. Quindi mille scintille, che hanno innescato “quel” fuoco (bianco) condensato in un viaggio di carta. “Naturalmente come le foglie vengono ad un albero” per citare Keats che è in epigrafe nell’antefatto del libro.

7.Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Come ho accennato, è il frutto di anni, un tempo necessario. Senza fretta: che è una cosa che conta se si vuole avanzare o farne tesoro  per la crescita personale, che scava, leva, attraverso le parole ti dice: ascoltati e poi fai cadere la tua pelle, resta in contatto con l’altro, senza difese.

8. La copertina. Chi, come, quando e perché?

L’ho subito amata, mi ricorda le donne di Dante Gabriel Rossetti, nella vaghezza dolce del sembiante. E poi le dita che fiammano, gli occhi chiusi volti all’interiorità, elegante, iconica, secondo me perfetta per il contenuto che rappresenta. Mi è stata proposta dall’editore. L’artista è Elena Miele, che l’ha realizzata appositamente, la cui sensibilità interpretativa è unica, e non posso che essere grata.

9. Come hai trovato un editore?

In realtà non ho cercato un editore, ma un confronto. Davide Rondoni che ho citato su per l’introduzione e che cura appunto questa collana poetica (I Passatori) ha letto ed ha apprezzato i miei versi, ed è stato testimone diretto dell’evoluzione di questo lavoro. Mi sono confrontata in merito spesso con lui, (accostarsi con umiltà ai Maestri è salutare, sia per lo stile e soprattutto per l’anima) e da qui siamo giunti poi in un secondo momento alla proposta vera e propria di pubblicazione con Capire Edizioni, Carta Canta. Renzo Casadei, direttore editoriale che dirige questa splendida realtà indipendente, si è mostrato entusiasta di questo progetto. Tutto quindi nasce da una base solida fatta di incontro, persone, umanità, bellezza, spessore.

10. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Mentirei se dicessi che ho scritto queste poesie indirizzandole mentalmente ad un pubblico specifico. Ci si incontra su di un filo rosso comune. Unico canone indispensabile, presumo, l’amore per la poesia.

11.In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Il libro è fresco di stampa, esordiremo a breve con le presentazioni, gli incontri con i lettori, mescolando in maniera ibrida, musica, parole, multimedialità, attraverso canali convenzionali e non, cercando sempre di far rete. Intanto saremo presenti a Roma alla fiera nazionale della piccola e media editoria:“Più libri più liberi” per dicembre e a gennaio al Fondo Verri di Lecce.

12. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legata e perché?

La bambina immagina l’amore

dalla finestra chiama l’aria d’oro,

fiorisce una farfalla e non resta.

Gli occhi rompono piano la visione,

la vita nei suoi pezzi ha radici,

e le radici nascono e fanno nuovi alberi

e la primavera verdi tremori.

La marcia dei risvegli

ha suono e gambe umane,

è dolce nei tuoi sguardi.

Chi non si è perso non possiede

la curva del cielo.

Siamo a pagina 19, è la poesia che apre la prima parte del libro. Ma preferisco tacere sui motivi della scelta, lascio al lettore la grazia del mistero e della scoperta.

13. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Dipende dalle priorità da assumere nelle aspettative che sono molto chiare in me: lasciare qualcosa, un odore, una piccola emozione, un indizio, auspicarsi che ogni cosa diventi ”esperienza di chi legge”.

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

E’ la domanda che mi rivolgo ogni volta che scrivo un verso, che pubblico un libro, che mi innamoro di una poesia, e che muovo sulla voce di Nietzsche: “perché questo impulso verso il vero e il reale, perché questo batticuore fosco e impetuoso insegue proprio me” ?

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Ho in mente delle idee, progetti in fase embrionale, sperimentazioni poetiche, magari anche abbracciando la storia dell’arte, materia dei miei studi accademici. Ma come sempre lascio fare al tempo, mi affido alla naturalità delle cose, ai plurali, alla reciprocità della disciplina umana.

Irene Ester Leo

Irene Ester Leo(1980) Laureata in storia dell’arte, critico d’arte e letterario. Ha pubblicato: “Canto Blues alla deriva” Besa 2007; “Sudapest” Besa 2009; ‘Io innalzo fiammiferi” con prefazione di Antonella Anedda, Lietocolle (Premio Letterario Nazionale di Calabria e Basilicata I^ Edizione 2010  primo classificato) 2010; Una terra che nessuno ha mai detto” con prefazione di Andrea Leone, Edizioni della Sera 2010; ”Cielo” con prefazione di Davide Rondoni, La Vita Felice 2012 (Premio Laurentum 2012  libro edito di Poesia secondo classificato). Nel 2007 ha ricevuto dal Teatro di Musica e Poesia “L’Arciliuto”di Roma un riconoscimento di merito e nel 2019 presso il concorso letterario ” Inedito” di Torino un menzione d’onore. I suoi versi sono stati tradotti in lingua spagnola, per l’America Latina, e in inglese su riviste internazionali.

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Intervista ad Alessandro Porto: A Regular Poem

09 lunedì Dic 2019

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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A Regular Poem, Alessandro Porto, Poesie

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La Redazione ringrazia Alessandro Porto per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: A Regular Poem (Ananke Lab, 2019).

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

La mia pubblicazione? Un poema, una cosmogonia. Un uomo si innamora di una prostituta e nel tentativo di farla sua moglie si perde a Milano, dove gli capitano assurdi incontri ed esperienze estranianti: orge, sbronze, risse, rapimenti. Durante il viaggio, però, si evolve: la sua metamorfosi si conclude nella sua trasformazione nell’Oltreuomo nietzschiano. Diciamo che è il racconto del passaggio da uomo a Oltreuomo. La cosa strana è che un racconto perfetto per un romanzo si trovi scritto in poesia, nel 2019. Pare una follia, un suicidio editoriale, ma non poteva essere altrimenti. A Regular Poem è il racconto dell’umano che diventa dio, che plasma il cosmo, che crea la realtà. Solo la poesia, con i suoi ritmi e le sue suggestioni, poteva suggerire questa magia.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Credo che tutto ciò che viene prodotto in una determinata epoca e circostanza non può che essere necessario, in senso stretto. L’arte, credo, nasce da una pulsione collettiva che s’incanala in una mano a nome di più spiriti; solo ciò che viene fabbricato per narcisismo o interesse economico risulterà inutile al panorama letterario. Nel caso di A Regular Poem, be’, si tratta di un poema. Nasce dalla mia necessità di scriverlo, io ne avevo bisogno, lo sentivo, da sempre. Necessitavo di una poesia che divenisse discorso, che si guardasse, dipanasse, fluisse, come di fatto succede tra i canti di ciò che ho scritto. Se un ragazzo di vent’anni sente il bisogno fisiologico di scrivere un poema, evidentemente un qualche scopo, una qualche utilità, in un simile elaborato vi deve pur essere.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a impegnarti in questa opera? In altri termini qual è la sua genesi?

Ho sempre, sempre, immaginato di scrivere un poema. La prima volta che tentai di comporne uno avevo undici anni. Ritentai a quindici anni e poi a diciassette. A diciannove anni finalmente capii come sarebbe dovuto essere. Quando ero bambino una pulsione mi sussurrava di scrivere un poema e nella mia innocenza tentavo di farlo con gli strumenti a mia disposizione. Crescendo e imparando l’arte del verso provai a modellare la mia intuizione su forme più o meno conosciute, ricalcando la Divina Commedia o i poemi classici. A maggio 2018, per puro caso, mi sedetti a scrivere un proemio, anzi, la parodia dei proemi classici, e apparve Romeo, il protagonista, con la sua storia. Da lì lavorai ininterrottamente per un anno. Iniziai convinto di scrivere una parodia e mi ritrovai tra le mani qualcosa di completamente diverso. Avevo capito che nel mondo di oggi un poema non poteva che aprirsi in maniera tragicomica e disillusa, parodistica: questo è il nostro mondo. Mentre Romeo navigava tra i canti del mio poema, però, diventava una persona differente. Cambiava e con lui cambiava lo stile di quello che stavo scrivendo. Il mio protagonista, nel tentativo di dare un senso al mondo moderno, creava il mondo, gli ridava ordine e significato. Di conseguenza il mio poema prendeva il volo, smetteva di essere un giochino letterario e diventava un poema epico, un testo di marmo. Questa la base, la nascita, l’ispirazione. Tra questo primo parto e la pubblicazione ci sono una decina di mani di sistemazione stilistica, metrica e linguistica.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

La copertina è stata realizzata da Giulia Mezzadri, la grafica della mia casa editrice, Ananke LAB. L’idea principale era quella di raffigurare un uomo che puntasse alle stelle, per suggerire l’idea di Oltreuomo, assalto al cielo, resurrezione. Io avevo pensato ad una figura dai tratti rapidi, intricati, abbozzati, come in uno schizzo di Klimt, ma l’editrice, Elisa Santini, preferiva qualcosa più in linea con l’estetica della casa editrice. Dall’incontro tra le nostre due idee è nata la magnifica figuretta di Giulia Mezzadri, quest’uomo bianco e oro che indica una stella.

5. Come hai trovato un editore?

Ho trovato un editore grazie al concorso Parole Aperte – X-Factor Letterario, organizzato dall’Associazione Hemingway & Co. e ideato da Dario Lessa. Un concorso che ha ospitato in giuria personaggi del giornalismo e dello spettacolo, tra cui Massimiliano Rossin, Aldo Baglio, Giancarlo Bozzo e molti altri ancora. In palio c’era il contratto editoriale con Ananke LAB. Il concorso consisteva in una lettura pubblica dei propri testi, durante le tre fasi eliminatorie. Essendo la poesia performativa il mio forte, ho pensato di iscrivermi e in effetti è andata bene.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

All’umanità, con particolare attenzione per quella futura. È un testo a torta, stratificato. Chiunque può leggerlo e divertirsi o emozionarsi con la semplice storia, con il racconto di Romeo e con le storie dei personaggi che incontra. Un pubblico più colto potrà poi cogliere le innumerevoli citazioni, tanto dal mondo dell’arte quanto dalla cultura pop, e riflettere sulla filosofia di fondo che permea il poema. Infine, per esperti di letteratura e poesia, A Regular Poem risulterà un vero e proprio studio di metrica e poetica, in cui ai canti iniziali, caratterizzati dal verso libero e sciolto, tipico dei nostri tempi, seguono canti che riprendono tutte le forme metriche della tradizione poetica italiana per approdare poi a quella neoritmica che si sente sempre più spesso nei Poetry Slam e nella poesia orale. Insomma, il mio poema è letto con gusto tanto dai miei coetanei (ho vent’anni) quanto dagli adulti e gli sfegatati lettori. Quando i contenuti del mio poema saranno più in sintonia con la cultura del tempo, sono certo che A Regular Poem sarà ancor più apprezzato.

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

In molti modi. In primis faccio moltissimi eventi, dai Poetry Slam alle letture, dagli show di poesia performativa ai firmacopie nelle librerie. Sono uno strenuo sostenitore della necessità di riportare la poesia nelle piazze, di renderla ascoltabile, declamabile, apprezzabile come musica, per questo amo esibirmi in locali e teatri. Essere molto presente in questo ambito sta portando al mio scritto non poca pubblicità. C’è poi la dimensione socialnetwork, che fosse per me passerebbe in secondo piano, ma è anche vero che molte persone che mi seguono e conoscono solo in virtuale, magari perché distanti, hanno poi realmente acquistato il libro. Infine, essendo anche sceneggiatore e regista, ho pensato di promuovere il libro tramite una sua trasposizione teatrale. Lo spettacolo si terrà il 16 maggio a Binario 7, Monza, grazie ai finanziamenti di La Casa della Poesia di Monza, che ha da subito sostenuto la scrittura del poema. Ho riscritto l’intero testo per adattarlo alla performance teatrale e il risultato pare davvero interessante, credo possa funzionare. Sarà la prima volta che usufruirò di uno dei teatri più importanti della mia città, perciò è per me e per il libro un’occasione non da poco. Confido negli attori con cui sto lavorando, tutti ragazzi davvero bravissimi e talentuosi, un gruppo giovane ed energico, l’ideale per mettere in scena le vicende di Romeo-Zarathustra.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Più riuscito non saprei. Ogni canto è così diverso dagli altri che ognuno di essi pare riuscito e compiuto nel proprio stile e posizione. Allo stesso modo, essendo stato per me questo libro l’esito di una ricerca personale, non ho passi ai quali sia più legato rispetto ad altri. Dovendo citare però qualche verso, credo che i seguenti siano significati:

“La luce, capivo, non me ne facevo niente,

ora che la mia mente se ne stava sveglia e sgombra;

splendevo nel nulla.

Splendevo nell’ombra.”

-A Regular Poem, Canto XXII-

Li cito, perché sono forse una delle rappresentazioni più intime dell’essenza del poema e del suo significato. L’idea di rifiutare ogni luce esterna, ogni finta salvezza, ogni promessa di ricchezza e conquistarsi personalmente il proprio posto nell’universo. Intendo, l’ideale del brillare: viviamo in un cosmo buio e vuoto, siamo sabbia sospesa nel nulla, siamo noi contro al niente più assoluto; dobbiamo splendere così intensamente da soppiantare l’Abisso e diventare il centro, il senso dell’universo intero.

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Non mi aspetto nulla, le aspettative intaccano il normale fluire delle cose. Non potrei dire di aspettarmi che sopravviva, essendo per sua natura non mortale e al contempo non posso aspettarmi diventi un bestseller, così, su due piedi. È un libro che medita e crea nascosto, che brucia piano le vecchie filosofie che lo circondano. Diventerà una stella, con il tempo che gli è necessario a immagazzinare combustibile. Non prima, non ora. L’unica cosa che mi auguro è che il suo valore venga riconosciuto da chi lo ha tra le mani, esattamente come ho fatto io, ma questo, in effetti, sta già accadendo.

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Mi chiederei: -Credevi che saresti mai riuscito a scrivere qualcosa del genere?- E mi risponderei di no. La mia produzione è sempre stata frammentaria, sconnessa, a tratti ambigua. Per la prima volta ho scritto qualcosa con una propria coerenza, con un’architettura precisa e meditata, con una formula specifica. Poi che il poema sia comunque pervaso da un senso di inconsistenza della realtà e da un continuo ribaltamento di prospettive sul mondo, questo è un altro discorso. Diciamo che è omogeneo e sensato nella sua eterogeneità e vacuità ontologica.

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

In realtà non ho in cantiere nulla. Sono completamente assorbito dalla promozione del poema e dalla sua continua limatura. Non riesco a lasciarlo andare. In A Regular Poem ho versato tutte le mie capacità, tutte le mie esperienze, tutta la mia poetica e tutta la mia ispirazione. Ho bisogno di qualche tempo, non so quanto, per recuperare le energie perdute. Eccetto le cose che sto scrivendo per lavoro (articoli, racconti, spettacoli, ecc.) e qualche poesiucola di quando in quando, non sto lavorando a nulla di nuovo. Ho travasato in un solo libro vent’anni di percorso artistico, personale e spirituale, dopo un anno di scrittura e riscrittura dell’opera. Ora non ho le forze per fare nient’altro. Meglio così, ho più tempo per leggere e studiare. Non escludo che A Regular Poem possa un giorno far parte di un trittico di poemi. Vedremo.

Alessandro Porto

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Intervista a Martino Panico: Un minuto in più

07 sabato Dic 2019

Posted by Loredana Semantica in Interviste, LETTERATURA

≈ 1 Commento

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Martino Panico, Un minuto in più

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Martino Panico, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Un minuto in più, edito da Ciesse Padova

1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Sono fortunato: ho sempre scritto e quasi sempre è stato un piacere. Dai momenti del liceo, fino alla professione e, poi, come uomo pubblico. Anche se, confesso, solo ora scrivo in totale libertà.

2. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Ho fatto il classico e il nostro professore, prete allora e ancor oggi, attraverso la Divina Commedia e I Promessi Sposi ci spiegava la società, i rapporti di classe, la violenza del potere assoluto e le angherie subite dai deboli. Quindi ci siamo innamorati dei classici e con quei parametri ho affrontato il mare aperto della letteratura internazionale. Che dico, mare ?!? Oceano vastissimo che ancor oggi per me ha uno scoglio che emerge sopra gli altri: Ernest Hemingway.

3. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Tutto si mischia, perché è giusto così. Noi siamo, insieme a ciò che pensiamo, il prodotto della nostra esperienza di vita, che prevede l’esistenza di luoghi, persone, affetti. Quanto entrano nell’opera ? Tanto. Oserei dire che essi stessi sono l’opera.

4. Ci parli della tua pubblicazione?

Volentieri. Il libro si chiama: Un minuto in più e si compone di 66 racconti e hanno alcune peculiari caratteristiche. La prima che i racconti stanno in piedi da soli, nel senso che hanno un inizio ed una fine compiuta. Questo aiuta molto nella lettura, consentendo di fermarsi per qualche momento, oppure continuare. Il secondo elemento è che, naturalmente, i racconti sono tutti legati. C’è un filo che li unisce dall’inizio alla fine. E questo anche in presenza di uno spazio temporale molto vasto: dal 1925 al 1974. Terza questione: tutti i racconti, tranne l’ultimo, fanno riferimento a vicende realmente accadute. Ci sono ovviamente indispensabili sintesi narrative, ma nessuna storia è inventata. Molti racconti sono legati a fatti bellici ed alle sofferenze della prigionia ed alla vita nei campi di concentramento nazisti, da parte dei militari italiani deportati dopo l’otto settembre 1943.

5. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Intanto questa organizzazione in racconti è molto accattivante e richiama l’attenzione dei più giovani, poi il dramma dei militari italiani deportati nei campi di concentramento nazisti è storia poco conosciuta ancora oggi. Parliamo di un pezzo di popolo, di poco inferiore alle 700.000 persone.

6. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

È stato un modo per metabolizzare un personale cambio di vita. Lo scrivere è terapeutico.

7. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Ahahah !!! Ognuno ha il suo modus ispirandi: scrivo in qualsiasi momento del giorno o della notte. Scrivo con l’uso di una applicazione dello smartphone e poi ci torno sopra, dopo qualche ora o dopo qualche giorno e alla fine il lavoro è migliore.

8. La copertina. Chi, come, quando e perché?

La copertina è opera di un ragazzo di 25 anni, che stimo molto e che ha fatto un piccolo capolavoro. È la sintesi di un racconto centrale nel libro, dedicato alla genialità italiana.

9. Come hai trovato un editore?

Attraverso una amica straordinaria, una delle più grandi esperte nel campo del sistema nazista della deportazione e dello sterminio. Poi certamente Carlo Santi, l’editore ha colto le potenzialità dell’opera.

10. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

A tutti. Soprattutto agli adolescenti.

11. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Ho fatto numerose presentazioni in Italia e una perfino a Bruxelles, chez Filigranes la più grande libreria fisica d’Europa. Poi c’è il tam tam dei social.

12. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Questo ! Siamo nel gennaio 1951 e in famiglia c’era molta animazione: “In verità non era per niente convinto neanche lui, aveva altri programmi in testa, il primo quello di fare il direttore didattico, abilitazione che aveva preso anch’essa con il massimo dei voti. Poi c’era mamma. Eh si mamma. Un moderno rapporto alla pari. “Che dici?! Pensane n’altra. Peppe, non voio discute. Sono contraria e basta. Ma Pe’, c’hai na famiglia, Egeo è piccolo, i tuoi s’invecchiano. E po è na bega. È na bega e basta. Na bega che n’finisce più. L’so come sei fatto, te conosco mascherina. Uh, come te conosco. Te fa quello che voi, ma io so contraria forte. Guarda m’hai fatto veni la tremarella”. “Natà, calmate. E mica m’hanno detto che so n deficiente, me propongono da Sindaco! Intanto è un apprezzamento”. “I apprezzamenti se li tenessero per loro, che io n’so che farce. Te sei mi marito e me devi da retta. Po basta! N’ne parlamo più”. Mamma l’aveva presa proprio male. Immaginava, avendo qualche ragione, che babbo con il suo carattere, avrebbe dedicato molto tempo al Comune e molto meno alla famiglia. E questa consapevolezza la faceva soffrire. “Ma come, t’ho aspettato sei anni, capito sei anni! Evo quindici anni quando ce semo innamorati e ce semo sposati sei anni dopo e adesso m’arvoi fuggì via n’altra volta? E no, e nooo!!! N’so dacordo. Per niente!”.

13. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Può ancora ‘correre’, anche se per un esordiente il numero di copie vendute fino ad oggi mi dicono essere già un gran risultato.

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Si. Immaginavi di conoscere un mondo nuovo, quello dell’editoria ? La risposta è: credevo di sapere qualcosa e invece ero completamente ignorante.

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Si. Sarà un romanzo e presumo ci vorrà tempo.

Martino Panico è nato a Cantiano dove risiede, il 30 novembre 1953. Ha frequentato il liceo classico a Gubbio e si è laureato, a Urbino, in scienze politiche, con un lavoro ispirato da don Italo Mancini, docente di filosofia del diritto: una tesi sul nuovo contratto sociale, visto da Galvano della Volpe. È stato dirigente della pubblica amministrazione in vari enti, senza il timore di mettersi costantemente in gioco. Insieme, ha ricoperto numerosi incarichi politici: consigliere provinciale, presidente della comunità montana di Cagli, poi ancora presidente del consiglio provinciale, per ultimo, quello di Sindaco della sua piccola città monumentale: Cantiano. Confermato due volte nel 2004 e 2009. Oggi a 66 anni, è in pensione e ha cominciato a scrivere. Il primo libro “Nella casa dei Paoli” è stato autoprodotto. Poi “Un minuto in più” edito da Ciesse di Padova, Carlo Santi editore puro.

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Intervista a Mauro Germani: La parola e l’abbandono

02 lunedì Dic 2019

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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aforismi, La parola e l'abbandono, Mauro Germani

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni. La Redazione ringrazia Mauro Germani per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: La parola e l’abbandono (L’arcolaio, 2019).

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

La parola e l’abbandono è un libro di aforismi, ricordi, trascrizioni di sogni e appunti letterari che ho scritto nell’arco di quasi un trentennio e che hanno accompagnato, sullo sfondo, la mia attività relativa alla poesia, alla narrativa e alla critica. Da questo libro emergono pertanto i temi presenti nella mia opera, che sono – come riportato nella quarta di copertina – “il senso di uno smarrimento originario, la precarietà dell’essere, la coscienza di una sconfitta esistenziale, l’enigma dell’amore e del corpo, il dramma non risolto della religione”. Ne scaturisce un ritratto di me stesso, con tutte le ossessioni che mi riguardano, una sorta di “follia privata”, che però investe anche il nostro essere-nel-mondo, il nostro destino e la nostra società. Parlo di me, ma è anche un pretesto per riflettere sulla condizione umana. Credo che in questo senso siano stati indubbiamente maestri autori come Cioran, Ceronetti e Quinzio.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Scrivere questi aforismi nel tempo è stato innanzitutto necessario per me, per comprendere meglio le ragioni della mia scrittura e ragionare sulla parola e sul suo rapporto con l’esistenza. Io penso che scrivere non sia un gioco, né un semplice esercizio di stile, come spesso purtroppo avviene oggi. Per me scrivere in modo autentico significa sempre scendere in un abisso, quello dell’esistenza stessa. Come ha scritto Kafka, “un libro deve essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi”.

La mia pubblicazione, all’interno del panorama letterario attuale, risulta anomala, in quanto inclassificabile e lontana sicuramente dalla logica dominante. Vuole inquietare e far pensare, ed il pensiero mi sembra ai giorni nostri sempre più povero, se non addirittura assente. Vorrei aggiungere, poi, che oggi siamo di fronte ad un problema piuttosto serio e preoccupante: si pubblica troppo e si legge poco e male. Questo comporta che libri di qualità, che meriterebbero attenzione, nascono già morti, soffocati dalle innumerevoli pubblicazioni volute dal mercato.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a impegnarti in questa opera? In altri termini qual è la sua genesi?

Credo che il titolo del libro indichi abbastanza chiaramente ciò che mi ha spinto a raccogliere i miei pensieri: il doppio, drammatico legame tra ciò che la parola intende esprimere e la condizione di solitudine di ognuno di noi. Così come esiste la solitudine dell’uomo, esiste anche quella della parola. Affermo infatti che “la parola è sempre sola davanti al dolore e alla morte”. La parola poetica non salva nessuno – è bene ribadirlo, abbandona ed è abbandonata. Chi scrive davvero tenta sempre di dire la vita in una tensione estrema, ed è proprio in questo sforzo immane che risiede la scrittura, la quale si colloca tra il dicibile e l’indicibile.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

La foto presente in copertina  è opera di un mio carissimo amico, Marco Turolla. È stata scattata sull’Etna e raffigura alcuni alberi crollati e bruciati, che nelle posizioni assunte assomigliano a delle croci. Credo che questa immagine rappresenti un senso di rovina e di mistero, che ben si adatta allo spirito del mio libro.

  1. Come hai trovato un editore?

Mi sono rivolto alla casa editrice L’arcolaio di Gian Franco Fabbri, presso la quale ho avuto modo di pubblicare altri miei libri in passato. Gian Franco è un amico ed il suo è un catalogo di qualità, molto ben curato.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Per le ragioni che ho esposto in precedenza, non credo che il mio sia un libro facile. Penso possa interessare soprattutto chi si occupa di scrittura e di problematiche filosofiche, tuttavia mi auguro che possa coinvolgere anche altre persone. All’interno del volume vi sono citazioni e riferimenti ad una cinquantina di autori, poeti, scrittori, filosofi, ma in modo piuttosto chiaro e diretto. Certo, la lettura è impegnativa, ma è giusto che sia così…

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Da un po’ di tempo evito le presentazioni pubbliche. L’ultimo libro che ho presentato è stato Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero, uno studio tematico sul teatro canzone e sul teatro di evocazione di Gaber e Luporini. Dopo mi sono ritirato. Oggi – a differenza di un tempo – sono innumerevoli le iniziative letterarie, le letture pubbliche e le presentazioni. Ne ho fatte parecchie anch’io ed ora non le sopporto più; lo dico anche nel libro. Spesso rivelano soltanto il narcisismo degli autori, il loro esibizionismo. Io non sono nemmeno su facebook, non mi interessa, e a volte addirittura mi ripugna. Gestisco solo il mio blog da diversi anni, sul quale pubblico le mie note critiche riguardanti autori classici e contemporanei. Per quanto concerne il mio libro, io e l’editore, di comune accordo, ci siamo limitati, per il momento, ad inviarlo a qualche critico e a qualche sito che si occupa di letteratura.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché?

Naturalmente non posso citare un brano perché il mio è un libro di aforismi, quindi ne riporto soltanto alcuni, che trattano argomenti diversi, ma in qualche modo legati tra loro. Eccoli:

“L’infanzia non ritorna, eppure qualcosa di essa ci segna per tutta la vita, resta dentro di noi come un’ombra nell’ombra.”

“Viviamo tutti in una zona di confine, un luogo provvisorio ed incerto, dove nulla è ben definito e i nostri corpi, i nostri volti si cercano nella penombra.”

“Quale bellezza è scomparsa? Di quale bellezza abbiamo nostalgia? Noi corriamo da una parte all’altra del mondo senza trovare mai ciò che veramente sarebbe per noi appagante. Siamo abbagliati da falsi splendori.”

“Le parole che abbiamo scritto scompaiono, ritornano, spariscono di nuovo. Sono lontane. Sono sole. Sono senza di noi.”

“Oggi non vogliamo vedere lo scandalo della povertà, non vogliamo sapere la sua storia perché ne abbiamo paura.”

“Il silenzio e la lontananza di Dio, nelle ultime parole di Cristo sulla croce: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’. Per un momento Cristo è davvero solo. È l’Ultimo, l’Abbandonato, e la sua croce è avvolta dalle tenebre e dal silenzio.”

“Al punto in cui siamo, non sappiamo nemmeno chi o che cosa abbiamo abbandonato, o da chi o che cosa abbiamo abbandonato.”

“Un’opera d’arte non dovrebbe essere mai innocua.”

“La nostalgia di un sogno, ecco che cosa resta, un segreto impronunciabile, come un debole lume che trema nella notte.”

“Chi raccoglierà le parole abbandonate della poesia, questi strani doni tra la vita e la morte, questi singhiozzi solitari? Le parole aspettano nell’ombra, escono dalle loro tombe di carta, vogliono risorgere per un po’, sconfinare, prima di sparire per sempre nell’oblio.”

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Spero che la mia opera venga letta con attenzione e adeguatamente recensita.

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

La domanda che mi porrei sarebbe: che cosa provi a rileggere questi tuoi aforismi scritti in un periodo di tempo così lungo? La risposta: la stessa sensazione che potrebbe provare un fantasma nel rivisitare i luoghi in cui è vissuto. Ogni scrittore, in fondo, è sempre postumo a sé stesso.

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Al momento non ho progetti precisi. Finora ho pubblicato una decina di libri e a volte mi sembra di avere esaurito le mie risorse. Forse proprio per questo adesso mi è venuta l’idea di un libro diverso dai precedenti, dedicato al cinema western, verso cui nutro una passione fin da quando ero ragazzo.

Mauro Germani

Mauro Germani

Mauro Germani è nato a Milano nel 1954. Nel 1988 ha fondato la rivista “Margo”, che ha diretto fino al 1992. Ha pubblicato saggi, poesie e recensioni su numerose riviste, tra le quali “Anterem”, “La clessidra”, “Atelier”, “Poesia”, “QuiLibri”. È autore di alcuni libri di narrativa e di diverse raccolte poetiche: l’ultima in ordine di tempo è Voce interrotta (Italic Pequod, 2016), preceduta da Terra estrema (L’arcolaio, 2011), Livorno (L’arcolaio 2008; ristampa 2013) e Luce del volto (Campanotto, 2002). In ambito critico ha curato il volume L’attesa e l’ignoto. L’opera multiforme di Dino Buzzati (L’arcolaio, 2012). Nel 2013 ha pubblicato Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero (Zona) e nel 2014 Margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei (La Vita Felice). La sua ultima pubblicazione è il libro di aforismi La parola e l’abbandono (L’arcolaio, 2019).

 

 

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Intervista a Gabriele Galloni: L’estate del mondo

25 lunedì Nov 2019

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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Gabriele Galloni, L'estate del mondo, Poesie

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Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La Redazione ringrazia Gabriele Galloni per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: L’estate del mondo (Saya Edizioni, 2019)

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Ho sempre scritto. Ma in prosa, principalmente. La poesia è venuta dopo; e ha preso il sopravvento. Era il 2012; all’epoca pubblicavo raccontini su uno di quei siti per scrittori emergenti, siti aperti a tutti, senza restrizioni. Un giorno scrissi un testo che non era né prosa né, per la forma, poesia. Me lo respinsero – primo e unico caso in quel sito. Decisi così di frammentare quel testo in versi, dandogli l’apparenza di una poesia. Una schifezza rara. All’epoca ignoravo, naturalmente, le sottigliezze del verso, la musicalità.

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Paul Jean Toulet in primis. È un poeta appartenente al simbolismo minore; ha avuto poca fortuna, qui in Italia, benché tradotto sia da Bufalino che dalla Spaziani: non certo gli ultimi arrivati. Altri riferimenti non saprei dire. Sono arrivato a un punto in cui faccio riferimento solo e unicamente alla mia poesia. Non è immodestia, ma un dato di fatto. Ho amato e amo Savinio, Landolfi, Frederick Rolfe; e poi tutta la poesia primonovecentesca italiana, dai minimi ai pesi massimi come Gozzano.

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Per lungo tempo ho creduto che l’autobiografia non dovesse c’entrare nulla con la letteratura. In questo ultimo periodo mi sto ricredendo. Il mio ultimo libro, “L’estate del mondo”, appena edito da Saya Edizioni, è interamente autobiografico. Non voglio dire che tutto ciò che vi è raccontato sia realmente avvenuto; ma buona parte sì – trasfigurato, sognato, immaginato daccapo.

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

“L’estate del mondo” è il mio personale atlante emotivo; c’è il quartiere in cui sono nato, il Trullo, la Portuense; la costa laziale che va da Civitavecchia a Nettuno. I luoghi della mia infanzia e dei miei amori. I miei amori, ci sono; le perdite, i ritrovamenti, i viaggi, gli addii.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Se c’è una cosa che ho notato nella poesia a me contemporanea – e sono un forte lettore di poesia contemporanea, almeno per dovere di autore – è la stilizzazione, la frammentazione dell’emotività. Con L’estate del mondo cerco di riportare l’elegia alla sua forma originaria; quella della rievocazione, del sentimento – del sogno.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Poco dopo la pubblicazione di In che luce cadranno (RPlibri, 2018). Quel libro mi aveva distrutto. Era stata una catabasi, un tentativo sfiancante di dialogo con l’Assente. E allora decisi che anche io avrei creato il mio Alcyone, il mio personale inno alla vita; lasciarmi alle spalle la morte, i morti, la Fine. Ritrovare la vita – o almeno il ricordo di essa. Infatti, e ci tengo a specificarlo, L’estate del mondo non è un inno alla vita – bensì un inno al ricordo della vita. Ma cosa possediamo oltre ai ricordi? Io vivo quasi sempre nel passato; o nel non vissuto.

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

L’ho scritta senza fretta – infatti ci ho impiegato più di due anni – e quando capitava. Non c’era un piano di scrittura preciso; precisa era solo l’idea. Un libro che avesse come tema centrale l’estate, la vita, l’amore. A costo di rischiare il sentimentalismo. Poi ho lavorato moltissimo sulle diverse stesure; ce ne sono state otto in tutto. Sono un perfezionista.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

Fa parte della linea editoriale. Non l’ho scelta io.

  1. Come hai trovato un editore?

La pubblicazione me l’ha proposta il poeta Antonio Bux – che già mi aveva aiutato con In che luce cadranno. Gli è piaciuto il materiale (lui considera il libro la migliore cosa che abbia mai scritto) e me lo ha pubblicato nella collana che dirige per Saya Edizioni.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Spero a tutti. Voglio arrivare a quanta più gente possibile. Sì; L’estate del mondo è un libro per tutti. Tant’è che, finora, è stato apprezzato sia dagli intellettuali che dai profani; da persone non avvezze alla poesia, cioè.

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Lo porterò avanti per un anno, un anno e mezzo. O almeno questo è il mio piano. Un gran bel tour in giro per l’Italia.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Sono legato a tutto il libro, senza discriminazioni; è la mia opera più personale.

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Alte. Sono ambiziosissimo. Ma, anche se non dovessi raggiungere le mete prefissate, amen. Non me ne farò certo una malattia. So di aver scritto un libro che resterà; che troverà comunque un suo spazio. Il resto è relativo.

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

No, non ho domande da farmi. Me le sono poste in tutte le 84 pagine del libro.

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Al momento non ho in progetto nulla. Stavo scrivendo un romanzo su due bambini che lavorano all’interno di un mattatoio durante la guerra; ma il pc si è rotto e il progetto è andato perso. Forse ho scritto troppo, finora; per un po’, basta. Al momento ho detto tutto quello che avevo da dire.

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Gabriele Galloni

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Centomila

14 giovedì Nov 2019

Posted by LiminaMundi in Segnalazioni ed eventi, SINE LIMINE

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Limina Mundi ha superato le 100.000 visite e, dal momento che apprezziamo la compagnia, vi ringraziamo. Continuate a seguirci. 

Centomila volti e voli. albe anni sogni e segni. centomila strade ponti percorsi sentieri. centomila finestre porte varchi aperture. centomila reti sostegni tralicci paracadute. intrecci centomila e incontri e parole. centomila vasti orizzonti e mari. onde centomila e preziosi tesori. a noi centomila di questi giorni e molteplici stati di grazia a venire. a voi tutti altrettante grazie in ordine sparso a macchia di leopardo presenti e future.

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Intervista a Francesco Palmieri: Biografie

28 lunedì Ott 2019

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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Biografie, Francesco Palmieri, POESIA

 

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La Redazione ringrazia  Francesco Palmieri per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Biografie, Terra d’ulivi Edizioni, 2019.

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Credo che il 99,99% risponderà di aver iniziato a scrivere in età giovanissima o molto giovane, proprio perché fu in quel tempo che sentì l’amore per la scrittura, un amore profondo, intenso, emozionante e, per questo, un amore per sempre. Ebbene posso dire di far parte di quel 99,99%.

2. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Il riferimento letterario che sicuramente mi è più vicino è il Novecento, e credo non potrebbe essere altrimenti perché è a cavallo del secolo che si è formata la coscienza moderna che personalmente faccio risalire a Giacomo Leopardi, il primo esistenzialista ossia un protoesistenzialista. Da qui è facile capire che è il recanatese ad essere colui che in primis mi abbia influenzato nonostante io, da adolescente, lo abbia odiato molto per la sua cupa concezione del mondo e del destino umano. È chiaro che poi col tempo io mi sia ravveduto… Nel campo del mio sentire, quindi più per empatia che per influenza, sono venute tante altre personalità letterarie, primo fra tutte sicuramente Eugenio Montale e poi Ungaretti, Quasimodo, Saba, Moretti, Corazzini, Cardarelli e, più vicini a noi, Raboni, Giudici, Pagliarani, Caproni, Gatto, Erba, e ancora più vicini, Patrizia Cavalli, Vivian Lamarque, Patrizia Valduga, Valerio Magrelli, Fabio Pusterla, Testa, Toma e potrei continuare ancora ma sarebbe una elencazione noiosa. Fra gli stranieri citerei Prevért, Neruda, Salinas, Larkin, Wendy Cope, Edgar Lee Masters, Hikmet, e mi fermo qui. Ma voglio ripetere che non si tratta di influenze bensì di comunità di sentire e analogie di scrittura.

3.Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Come nasce la mia scrittura… direi senza alcuna premeditazione, di getto, come se i miei testi fossero già tutti scritti nel mio subconscio, infatti è raro che io intervenga sulla prima stesura. Vogliamo dire che io stia parlando di ispirazione? Ebbene la risposta è sì. Autobiografia e realtà circostante sono per me inscindibili, in quanto c’è sempre un io senziente ad elaborare l’esperienza del mondo e di se stesso. Da questo punto di vista tutta la scrittura e, soprattutto quella poetica, è autobiografica in quanto rappresenta la sintesi fra cognizione, emozione, fantasia, sentimento. Se un testo non contiene queste quattro qualità, non è poesia, è altro. In quanto all’imprinting geografico o topografico, devo riconoscerne la citazione spesso metaforica nei miei testi, sia che si tratti di immagini ambientali provenienti soprattutto dalla mia infanzia sia che invece si tratti di suggestioni metropolitane più vicine alla mia esperienza più recente. Ciò accade sempre quando l’esterno diventa luogo dell’anima, o almeno così è per me.

4. Ci parli della tua pubblicazione?

Se lo facessi sarei un partigiano sfacciato, no, preferisco che siano gli altri a parlarne semmai ne avessero voglia.

5. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

A questa domanda non saprei rispondere… Il panorama letterario contemporaneo è così intasato di scritture che qualsiasi opera arriva a sembrare non necessaria e inutile. Se qualcuno dovesse leggermi, direi che farebbe almeno un’esperienza interiore…

6. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Per i quattro libri che ho pubblicato, direi che non c’è un quando e nemmeno una “sacra” scintilla iniziale. Per 20 anni non ho scritto una sola poesia, poi – credo verso la fine del 2008- ho iniziato a scrivere senza fermarmi più almeno fino al 2015. È in questo arco di anni che ho scritto le mie quattro raccolte. Come ho detto sopra, non c’è stata alcuna premeditazione, tutto è avvenuto con estrema naturalezza se si esclude una certa compulsione attiva a dire, dire, scrivere. Circa poi la distinzione di quel flusso in raccolte autonome, beh devo dire che anche qui era l’istinto ad indicarmi la fine di un lavoro e l’inizio di un altro.

7. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Credo di aver risposto già a questa domanda.

8. La copertina. Chi, come, quando e perché?

Per quanto riguarda la copertina, l’ho sempre concordata con il mio editore  Elio Scarciglia di Terra d’ulivi e, essendo lui un ottimo fotografo di talento, abbiamo sempre scelto una sua fotografia che avesse attinenza con lo spirito dell’opera, per la raccolta “Biografie” invece la nostra scelta è caduta su un mio dipinto che ci è apparso molto in sintonia con i testi.

9.Come hai trovato un editore?

Credo nello stesso modo in cui fanno tutti: inviando le mie proposte ai diversi Editori. Naturalmente alcuni non hanno mai risposto, altri invece si rivelavano come tipografi truccati, in tanti era chiaro l’intento di lucro, qualcuno invece è stato da subito onesto e collaborativo, così com’è il mio editore di riferimento attuale, cioè Elio Scarciglia delle Edizioni Terra d’ulivi.

10.A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Direi a qualsiasi tipo di pubblico che abbia voglia di leggere poesia.

11. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Nell’unico modo in cui riesco a farlo, cioè pubblicando qualche testo sulla mia pagina personale Facebook e su quella dedicata ai miei libri, sempre su Facebook. A proposito la pagine dei libri si chiama col titolo della mia prima raccolta non d’amore: Fra improbabile cielo e terra certa. Naturalmente ho provato a farne una presentazione pubblica ma è stato un disastro già alla seconda esperienza qui a Milano. Ho provato anche a partecipare a un paio di concorsi; in uno sono stato il prescelto dalla giuria, nell’altro nemmeno mi sono piazzato fra i finalisti. Ma per ciò che concerne i concorsi ci sarebbe molto altro da dire e non ne ho alcuna voglia… mi basta dire che non parteciperò a nessun altro concorso.

12.Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Direi che sono tanti i testi a cui sto pensando ma probabilmente quello che segue rappresenta lo spirito di tutta la pubblicazione:

“Ho cercato di rendere magnifico

lo spazio verticale di azzurro sulla testa

(per arrivare all’apice del cielo

per rendermi fratello delle stelle

essere degno di avere avuto dio come padre)

 

ho cercato di rendere splendente anche la terra

di folgorarmi gli occhi con le rose

di respirare unisono col mare

(perché il paradiso era terrestre

ed è bugiardo chi dice che era celeste)

 

ho cercato d’indovinare l’angelo

nel passo sollevato di bocca glutei e seno

nel nudo delle cosce, il filo della schiena

(perché persino dio ha visto fra le donne

la donna benedetta, la madonna piena di grazia)

 

e adesso è arrivare a sera

chiudere finestre e porte

 

sperare d’aver lasciato

sulle scale i demoni

 

che per tutto il giorno

ho avuto dietro alle spalle.”

 

13.Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Che raggiunga le persone, che sia letta e compresa.

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Ma chi te lo fa fare a insistere con la scrittura?

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Nel futuro prossimo vorrei pubblicare le mie due ultime raccolte scritte e delle plaquette già definite, e poi ho in progetto anche la pubblicazione di un romanzo i cui ultimi 10 capitoli sono ancora sui quaderni… già, perché io scrivo a mano e poi traduco in file…

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Francesco Palmieri

Nato nell’entroterra barese, si è trasferito in un Comune a nord di Milano dove ha lavorato come docente di materie umanistiche. Attualmente collabora con siti, riviste e case editrici, occupandosi prevalentemente di critica letteraria. Suoi testi sono presenti in rete e in antologie. Nell’ottobre 2012 ha esordito, pubblicando con la casa editrice ‘La  Vita Felice’, la sua opera prima:  Studi lirici (solo parole d’amore). Successivamente, nel 2015,  ha pubblicato Fra improbabile cielo e terra certa, nel 2016 Il male nascosto e nel 2019 Biografie, sempre con la casa editrice Terra d’ulivi.

 

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Intervista a Federico Preziosi: Variazione madre

24 giovedì Ott 2019

Posted by Loredana Semantica in Interviste, LETTERATURA

≈ 1 Commento

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Federico Preziosi, Interviste, Variazione madre

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Federico Preziosi, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: “Variazione Madre”.

1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Credo sia nato da adolescente con le canzoni. Il primissimo gruppo che mi ha fatto capire quanto fossero importanti i testi sono stati sicuramente i Marlene Kuntz, avevo 12 anni e cercavo di riempire di significati la realtà che vivevo e/o immaginavo di vivere. Provare a entrare in certe atmosfere era come un’elevazione, mi sentivo nobilitato da tanta struggente decadenza. Poi ho cominciato a scrivere canzoni anch’io quando avevo la mia band, mi lasciavo ispirare da libri, articoli, storie andate male, ma anche da un fervido immaginario. La poesia è arrivata molto dopo, qualche anno fa.

2. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Credo che i miei pilastri siano Svevo e Pirandello per la capacità prodigiosa che hanno avuto nell’individuare le contraddizioni nell’animo umano. Ho riletto di recente La coscienza di Zeno e il Fu Mattia Pascal, li trovo nei contenuti sempre molto attuali, pieni di quei piccoli pensieri scomodi che terrorizzano i benpensanti, ovvero la maggior parte delle persone. Tra gli scrittori stranieri amo Herman Hesse, Siddharta è il romanzo che preferisco. In poesia in un primo momento ho amato il Palazzeschi futurista per la giocosità e l’arguzia; oggi penso che senza Amelia Rosselli non sarei arrivato a concepire la parola come vibrazione, scossa tellurica, ma al tempo stesso uno scavo dritto nei punti nevralgici delle emozioni che tocca in particolare il dolore. Non che nella vita sia una persona triste, ma è nella non realizzazione delle cose, nella mancata espressione, che si prova dolore e spesso si fa fatica a trovarne le radici. Quando non si riesce a risalire all’origine il dolore è puro, irrazionale, inspiegabile. La Rosselli è per me rivoluzionaria perché a partire dalla sua scrittura ho avvertito la necessità di trasmettere il sentire e non la visione. Essere capaci di trasmettere agli altri il groviglio esistenziale che si custodisce dentro è una grande dote, un atto di amore indescrivibile.

3. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

La mia scrittura nasce per rispondere a un’esigenza creativa ed è fatta per lo più di immedesimazione, sono pochissimi gli elementi autobiografici, ma questo non vuol dire che non siano determinanti. Per me l’arte è scoperta ed esplorazione del sé e della realtà, anche solo immaginandola, non potrei vivere senza fare qualcosa di creativo e privarmi del piacere della condivisione. Vivo all’estero, eppure devo dire che più che i luoghi è la distanza a ispirarmi. Vengo dall’Irpinia, ho lasciato il mio paese tempo fa e ho imparato presto a fare i conti con la nostalgia e la lontananza. Questi sono oramai sentimenti e condizioni che sento innervati nel mio essere: se tornassi in Italia in questo momento, forse potrei stare ugualmente bene, ma mi mancherebbe qualcosa della vita all’estero; in Ungheria non me la passo male, ma spesso avverto il desiderio di ritornare in patria. Tuttavia, quando torno al paese per fare visita a miei, ricordo esattamente il motivo per cui ho piantato tutto e sono andato altrove a costruire la mia vita. Non nutro nessun odio, semplicemente non ho avuto un ruolo da ricoprire. Ad ogni modo questo vivere tra nostalgia e voglia di restare è solo uno dei tantissimi contrasti che mi attraversano. Non so quanto si riflettano nella scrittura tutti questi elementi, ma sicuramente ho sviluppato ed esercitato un’interiorità molto forte. Suppongo che ciò abbia un peso, ma non saprei quantificarlo con esattezza.

4. Ci parli della tua pubblicazione?

Variazione Madre è nata dall’esigenza di mostrare un lato femminile. Immagino che tutti gli uomini ne abbiano uno, ma lo lasciano vedere raramente e probabilmente anche malvolentieri. Io ho provato a farlo immedesimandomi nel corpo della donna, cercando di provare desideri e aspirazioni che una persona eterosessuale di sesso maschile non dovrebbe provare. Non è mai stata una mia intenzione quella di dare un taglio ideologico all’opera, non penso che questo sia l’approccio giusto per addentrarsi nelle liriche: mi sono semplicemente chiesto, essendone fortemente attratto, quali fossero le componenti principali del linguaggio femminile e ho cercato di renderle seguendo la mia sensibilità. A quanto pare sono due i poli principali attraverso cui identifico la scrittura femminile: la sessualità e il dolore, spesso entrambi parte di un sentimento più grande e dirompente, l’amore.

Ad ogni modo queste sono tutte considerazioni postume. Quando ho cominciato a “interpretare” la donna (circa un anno fa) non immaginavo che alla fine ne sarebbe uscito fuori un libro e nemmeno che potesse avere tutti questi contenuti “politici” del tutto involontari. Il femminile costituisce una forza potente e creatrice, capace di portare alla luce, e potenzialmente esprime il lato materno. Lo stesso titolo dell’opera gioca con l’ambivalenza delle parole: Variazione come cambiamento, ma anche come termine afferente al mondo della musica, al quale mi sento fortemente legato, e omaggio alla Amelia Rosselli delle Variazioni belliche; Madre come possibilità di cui ogni donna dispone per generare esseri viventi, sentimento di cura e difesa, punto di origine della vita stessa. Tuttavia a leggere il titolo si potrebbe intendere anche come “origine del cambiamento”, in quanto per la scrittura delle liriche dovevo, in un certo senso, mutare, non potevo restare uomo. E, metaforicamente, è sempre una “Madre” ad avermi generato, così come recita la poesia che apre la silloge: “Sono nata dall’incesto di una Madre/ da un sangue rappreso in due palmi di mani/ cosparso sul ventre in un mattino/ in novembre, sul tramonto dell’autunno.” Di “Madri” ce ne saranno molte nella silloge, rappresentate nella vita, nel pensiero o nella fantasia. Tutte determinanti nell’avermi reso ciò che sono diventato, nel bene e nel male.
Ho scritto circa 90 poesie immaginandomi donna, ma solo 41 sono finite su Variazione Madre grazie all’interesse e alla curatela di Giuseppe Cerbino, che ha voluto includere l’opera nella collana Lepisma-Floema di Controluna.

5. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Ritengo che il femminile sia un bene da valorizzare, che vada sentito per essere capito (o forse immaginato) anche da chi donna non è. Non si tratta di orientamento sessuale, ma di dare importanza a un aspetto molto importante della vita sulla terra. Creare, accudire, liberare la propria spiritualità, ma anche la potenza sessuale, sono tutti elementi necessari alla nostra esistenza, tutte voci di una partitura più grande. L’amore è un sentimento complesso, troppo spesso identificato con scenette da soap opera e poco dibattuto considerando l’effetto dirompente che spesso ha nelle nostre vite. Vorrei tanto si potesse parlare di questo argomento con più naturalezza, il che non significa fare sfoggio di atteggiamenti esibizionisti: spesso i desideri vengono affidati alla politica che li utilizza per scopi propagandistici. Fa comodo a qualcuno tenere sotto controllo la sfera degli affetti e della sessualità, dividerli per ottenere un vantaggio personale e illudere gli altri offrendo comode soluzioni del tutto incuranti della molteplicità umana. Vorrei che Variazione Madre, nel suo essere oscuro e per nulla rassicurante, fosse un abbraccio: io ti amo perché sei diversa da me, perché ho bisogno di te, mio punto di origine e di ricerca, per salvarmi. Se tutto questo è utile lo giudicheranno i lettori.

6. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Non saprei rispondere con esattezza, credo che sia stato un momento in cui certe letture e certi confronti abbiano fatto in modo che mi occupassi di questa parte di me, che la facessi uscire allo scoperto.

7. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Sono sempre in giro, lavoro in luoghi diversi, essere sistematico nella scrittura mi è impossibile. Molte cose le appuntavo su un taccuino e le facevo maturare, altre sono state scritte di getto, sul cellulare, tra uno spostamento e l’altro oppure in casa, nei bar, nei luoghi di lavoro durante le pause, a tutte le ore, anche di notte. Ad ogni modo ogni singola poesia è frutto di una forte suggestione che in certi momenti si faceva così ossessiva da possedermi. Ho avvertito in certi casi delle sensazioni molto particolari, smosse da un sentimento di gioia e dolore insieme che, in fondo, accompagna tutta la silloge: quella “propria vulnerabile capienza” di cui parlo in una delle poesie di Variazione Madre.

8. La copertina. Chi, come, quando e perché?

La copertina è stata scelta dall’editore. Posso dire di aver apprezzato molto la scelta e lo ringrazio.

9. Come hai trovato un editore?

Giuseppe Cerbino mi ha proposto una pubblicazione per la collana Lepisma-Floema ed io ho accettato ben volentieri conoscendone la competenza e la professionalità. Avevo già letto alcuni poeti di cui si era occupato in precedenza: Beatrice Orsini, Andrea Casoli, Giovanni Sepe, Antonello Sollai, Luca Crastolla, Agostina Spagnuolo… non potevo dire di no. Penso che stia facendo un lavoro importante per la poesia, con passione, attenzione e dedizione. Doti rare, rarissime.

10. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Mi rivolgo a tutti, in particolare agli uomini. Ma credo che questi versi facciano maggiore breccia nelle donne, per natura più curiose su certi temi e determinate espressioni.

11. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Quando torno in Italia cerco di organizzare presentazioni, provo a sottoporre l’opera all’attenzione di poeti e critici importanti, invio email a tutti i potenziali interessati. Anche Facebook mi aiuta tanto: in questi anni posso vantare di aver stretto amicizie vere ed essermi conquistato qualche estimatore nei gruppi attraverso la condivisione e il confronto: in tanti mi scrivono per avere una copia di Variazione Madre e, se è possibile, incontrarmi. Da parte mia vivo gli eventi o gli incontri con le persone come un dono, un momento di socializzazione della poesia unico e irripetibile. La promozione, in sostanza, è per me una parte della poesia, che mi permette di diffondere il mio messaggio e conoscerne tanti altri.

12. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa).

Estendo la citazione precedente: “C’è nella cicatrice l’onore del disarmo, una propria vulnerabile capienza”. Credo che dalla parte della sconfitta, di chi si arrende, ci sia molto da imparare: la nostra società afferma e intende imporre soltanto vincitori, preconfezionati e usa e getta, in altre parole una vittoria di consumo; agli sconfitti non spetta alcun onore, eppure a pensarci bene è proprio nel perdere che ci accogliamo davvero, che comprendiamo i nostri limiti, che ci abbracciamo in tutto e per tutto se davvero ci amiamo empatizzando con il dolore proprio e degli altri. Una capienza vulnerabile, labile, perché per la maggiore non accettata, e tuttavia ci contiene, ci determina e ci dà forma. E ho in mente le parole della mia amica e poeta Floriana Coppola, che nel cambio di stagione della vita afferma: “Non ho vinto e non ho perso/ non mi hanno avuto e non mi avranno mai/ rimango fuori dal coro, raccolgo e semino carezze/ fragili gusci d’uovo nelle mie mani” (Floriana Coppola, Cambio di stagione e altre mutazioni poetiche, Oédipus). È necessario preservare identità, avere amore e cura per gli altri. Se penso alla donna e a tutte le sconfitte, la femminilità è di certo una caratterizzazione che per la nostra società capitalistica costituisce una debolezza e per questo si sta affievolendo sotto i colpi del carrierismo. Bisognerebbe fare tesoro delle sconfitte per non perdersi in volatili imposizioni che non si preoccupano del benessere globale, ma soltanto di quello individuale. Non ho una soluzione da offrire a tutto questo, naturalmente, indico solo un problema rifacendomi alle parole di Virginia Woolf: «Può accadere qualsiasi cosa quando la femminilità cesserà di essere un’occupazione protetta».

13. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Me la vivo giorno per giorno, impegnandomi nella diffusione della poesia, proponendomi, per quanto sia possibile, in vari contesti. Il resto verrà da sé, se questo libro vale qualcosa farà strada. Sicuramente non mi arricchirà economicamente, su questo posso stare tranquillo! Al contrario, dal punto di vista umano, ho delle buone aspettative.

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti? Per quale motivo spetta proprio a te rappresentare il sentire e l’animo femminile?

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Scrivo tantissimo, ma parlare di opera in cantiere mi pare prematuro. Ultimamente il mio stile si è fatto più asciutto e alcuni siti hanno già pubblicato poesie di quello che potrebbe essere il mio nuovo corso. Ne condivido una qui, per dare l’idea di quella che potrebbe essere la poesia di Federico Preziosi in un prossimo lavoro.

Sei un tutt’uno con la carne
intonaco di sangue e affresco d’anima,
un sussurro intimo che danza
anestetizzando il tronco. Un bisturi
separa linfa e corpo in questo lascito
dello spirito che è un non sentire,
una lobotomia d’amore sulla dipartita.

Federico Preziosi nasce ad Atripalda (Av) nel 1984. Studia Musicologia e Beni musicali presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, laureandosi in Estetica e Filosofia della musica con una tesi su Béla Bartók. Suona il basso negli “Slow Motion Genocide”, con i quali pubblica l’omonimo ep e un disco, Unculture. Oggi vive in Ungheria dove insegna lingua e cultura italiana a Budapest. Si avvicina alla poesia grazie all’incontro con Armando Saveriano, con il quale fonda il gruppo facebook “Poienauti”. La frequentazione virtuale con numerosi poeti provenienti da tutta Italia porta alla costituzione di “Versipelle”, una comunità poetica che esprime la propria voce attraverso il sito http://www.versipelleblog.wordpress.com. Nell’aprile 2017 vede la luce il suo esordio, Il Beat sull’Inchiostro, poetry slam ideata su intrecci di rime e assonanze a ritmo di rap. La silloge ritrae l’odierna società utilizzando robuste dosi di sarcasmo, irriverenza e tanta schizofrenia. Nel luglio 2019 viene pubblicato da Controluna, nella collana Lepisma-Floema, Variazione Madre con la curatela di Giuseppe Cerbino, un’opera in cui il poeta irpino si immedesima nel mondo femminile cercando di emularne il linguaggio in poesia.

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Nove modi per insegnare ai ragazzi a odiare la lettura – Gianni Rodari

23 mercoledì Ott 2019

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Gianni Rodari, Nove modi per insegnare ai ragazzi a odiare la lettura

Giornale-dei-Genitori-n.10-1964 ok

Oggi ricorre il 99esimo anniversario della nascita di Gianni Rodari e sin dalla giornata odierna iniziano i festeggiamenti per il centenario, che si svolgerà il 23 ottobre del 2020. Da decenni le sue opere raccontano una realtà sempre attuale, descrivono lucidamente sentimenti ancora veri e ci fanno riconoscere nella loro geniale semplicità. Sono storie moderne incarnate in una forma ‘classica’: universale ed eterna. Il 2020 sarà proprio l’anno rodariano, vi ricorrono infatti contemporaneamente 3 anniversari: il 100° dalla nascita, il 40° dalla morte e il 50° dall’attribuzione del Premio internazionale Andersen, che è considerato una sorta di Nobel per la letteratura infantile. Vogliamo ricordarlo attraverso un frammento tratto da un articolo che Rodari scrisse nell’ottobre del 1964 sul “Giornale dei Genitori” dal titolo 9 modi per insegnare ai ragazzi a odiare la lettura, poi confluito nel libro Scuola di fantasia.

1. Presentare il libro come un’alternativa alla TV
2. Presentare il libro come un’alternativa al fumetto
3. Dire ai bambini di oggi che i bambini di una volta leggevano di più
4. Ritenere che i bambini abbiano troppe distrazioni
5. Dare la colpa ai bambini se non amano la lettura
6. Trasformare il libro in uno strumento di tortura
7. Rifiutarsi di leggere al bambino
8. Non offrire una scelta sufficiente
9. Ordinare di leggere per insegnare ai ragazzi a odiare la lettura

  1. Presentare il libro come un’alternativa alla tv

    “Leggi, invece di guardare la televisione”.
    “Se non ti vedo leggere vendo la televisione”.
    “Prendi i libri di scuola, invece di perdere tempo con quelle stupidate”.
    Non pretendo di conoscere tutte le espressioni particolari usate dai sostenitori di questo sistema quasi infallibile. I bambini sanno che la tv non è una “stupidata”: la trovano divertente, piacevole, utile. Può darsi che le sacrifichino qualche ora più del necessario, può darsi che si riducano talvolta in quello stato di semi-incoscienza nel quale il telespettatore abituale, bambino e adulto, casca dopo qualche tempo, e di cui è sintomo la totale passività con cui accetta dal teleschermo, senza scegliere e senza reagire, qualsiasi programma.
    Questo non toglie che nel complesso i meriti educativi della tv superino i suoi demeriti. Il teleschermo arricchisce il punto di vista, nutre il vocabolario, mette in circolo una quantità inverosimile d’informazioni, inserisce i nostri piccoli analfabeti in un circuito più vasto di quello familiare, che non sempre è vivificato dalle informazioni, dalla cultura, dalle idee. Si potrebbe quasi dire che la tv diminuisce le difficoltà della lettura. Intanto, perché crea (e sia pure a un livello discretamente basso) una specie di unità nazionale della lingua, e aiuta l’orecchio del bambino a superare l’ostacolo delle profonde differenze tra il dialetto nativo e materno e la lingua scolastica. Poi, perché rende familiari, attraverso il suono e l’immagine, un certo numero di parole “difficili”, di quelle davanti a cui i piccoli lettori incespicano inevitabilmente; e forse oggi incespicano meno di prima.
    Psicologicamente poi, non mi pare che negare un divertimento, un’occupazione piacevole (o sentita come tale, che è lo stesso) sia il modo ideale di farne amare un’altra: sarà piuttosto il modo di gettare su quest’altra un’ombra di fastidio e di castigo.

[Continua in Scuola di fantasia, Editori Riuniti, 1992.]

 

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Il blog LIMINA MUNDI è stato fondato da Loredana Semantica e Deborah Mega il 21 marzo 2016. Limina mundi svolge un’opera di promozione e diffusione culturale, letteraria e artistica con spirito di liberalità. Con spirito altrettanto liberale è possibile contribuire alle spese di gestione con donazioni:
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