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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Deborah Mega

Per i morti della Resistenza

25 lunedì Apr 2022

Posted by Deborah Mega in Segnalazioni ed eventi

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Giuseppe Ungaretti

Qui

Vivono per sempre

Gli occhi che furono chiusi alla luce

Perché tutti

Li avessero aperti

Per sempre

Alla luce

Giuseppe Ungaretti

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Doris Bellomusto, “Fra l’Olimpo e il Sud”, Poetica Edizioni, 2021.

25 lunedì Apr 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Doris Bellomusto, Fra l'Olimpo e il Sud

 

Afrodisiaca

 

È la vita degli dei

e degli eroi

e dei poveri

diavoli

che siamo noi,

venuti

al mondo

nell’età dell’incoscienza.

Di Afrodite,

è tutta la bellezza

di questo gioco mortale

e, forse, immorale.

È avida

la dea.

Inganna i cuori

e non concede

sazietà ai desideri

sempre accesi

nelle nostre viscere.

Siamo figli suoi

e di Efesto.

E concepiti nelle viscere

di un vulcano

siamo condannati

a sentirlo

nelle nostre stesse

viscere

il fuoco sacro

dei desideri

che fanno la vita

così

afrodisiaca.

 

Argo

 

Aspetto

una carezza,

so che verrà

dal mare

e avrà sapore

di salsedine.

Aspetto

una carezza

che accenderà

la mia consumata

speranza di rivedere

Odisseo,

il più audace degli uomini.

Abbaiando amore,

gli racconterò

che cos’è

la fedeltà.

 

Medea

 

È abusato il tuo nome,

incompreso il tuo dolore,

troppo stretto

il nodo

che ti legava

all’amore.

La tua lucida follia

si annida

nel mio cuore

di madre.

Sciolgo il nodo

se stringe,

stringo al cuore

il tuo dolore,

non pronuncio il tuo nome,

ho paura

che tu mi risponda

con la mia incerta

voce.

 

Audace allegria

 

Ospite

del mio corpo

sono il tempio

e l’altare,

sono l’altro,

sono il pellegrino,

sono il sacerdote.

Sono la sposa

senza dote.

Sono Atena,

sono Venere Citera.

La mia pelle

ruvida

si fa pergamena.

Sono l’oracolo

e la Sibilla.

Afferro

gli arcani

segreti

dei venti.

 

L’audace allegria

del mio sangue

canta preghiere

profane.

 

Autogrill

 

Viaggio

nel meriggio

assolato,

bevo cielo,

mi nutro

di imperfetti

miracoli.

A Sud

si va leggeri

con le tasche

piene di miraggi,

il cuore vuoto

di chi ha fame

e mangia

pane e ricordi

d’infanzia.

L’amore

si fa

ritorno,

canto,

incanto,

Autogrill.

 

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Zahira Ziello, Inedito.

19 martedì Apr 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

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Zahira Ziello

photo by Trini Schultz

 

Maccare

 

Quando l’aria  degli alberi fu finita

gli animali della terra, del mare e della guerra

si trovarono una stanza infossata e inabitata

“Siamo un solo spirito” – disse il soffio

“Siamo un solo ritmo” – disse il battito

“Siamo un solo nodo” – disse il cappio.

Una sola stanza non bastò a contenere il tumulto rimasto,

lo scarto ammassato volle da subito definirsi distante,

i corpi s’allontanarono, s’infrattarono fino al costituirsi dei limiti.

Alloggiati in stanzette con serrature senza mandate, senza guardiani,

non insegnavano lo spavento dell’agguato ai teneri piccoli,

s’aspettava che l’ispezione cogliesse gli infatuati ansanti e indaffarati,

nulla si sa, nulla s’impartisce, la lezione è “Ci si nasconde”.

Ci si frantumerebbe in briciole per nascondersi meglio

“Io non so di te. Tu non sai di me”

Sussurravano i corridoi

S’impara velocemente, sì, ma tu, lettore caro, sai competere con la trasparenza?

Tu che hai un corpo che sarebbe intero anche senza pelle,

che potresti vedere anche senza muscoli,

con cui potresti ballare anche col solo pulsare delle vene,

le cui ossa resistono al secolare mangiare della terra,

competi tu, essere integro, con l’assuefazione.

Rifletti, carcassa pesante, e cammina fino all’ingresso della fossa,

li vedi? Si coprono di nero con un manto, intanto che aspettano la sorte,

dal muso alle zampe appannaggio di una sola nuvola priva di pensiero,

paiono covare essi stessi la propria attesa, come non volessero mollare la presa

di quella corda umida su cui siedono. I piedi penzolano lenti

su un ampio spiazzale che ha colore e consistenza di polvere,

il cui solco nel centro risuona come la cassa di uno strumento

monocorde. Sul filo erano in troppi, delle volte,

qualcuno cadeva, avrebbero dovuto legare altre corde,

ma il Bugiardo chiedeva il progresso, e questo s’identifica con lo spreco

che riempie le sue dita di gemme di plastica,

che permette ai suoi denti di cariarsi,

che leva ai pesci le alghe incontaminate,

che occlude anche ai sassi le radici.

Egli aspira ad un assoluto convesso che lo copra come in una bolla,

che lo sleghi dalle contingenze, un cielo di plexiglas, insomma,

per avvicinarsi alle forme mutate in velocità,

per avviarsi all’ordine del cerebrale,

alle liturgie del sé contenitore di statica sacralità.

Allora giù, dov’è freddo, strisciando per canne robuste dai suoni delicati,

per finire lontano dalla casa, ormai abitata.

La casa del sospetto ha stanze di colpa e di punizione:

come fossero chiavi della cintola di dio

gli inquilini scuciono la toppa per disporsi gelosi

ad origliare gelide presunzioni di fede

“Si discute di un temuto mercoledì delle ceneri”

“Ma mai arriva”

Intanto accumulano grasso e menzogne da disporre sotto i tappeti

perché l’assordante passo di dio non li colga dormienti

seppure non vissero che accumulando riserve e mai grazie,

riserve di chiassoso peccato, che li consolassero

dal bianco divino che appanna lo sguardo, ma non placa la voglia

di esser rovesciati ancora, e sporcati ancora.

Il bianco non sazia, il bianco lascia che il languore frema,

che il piacere aumenti finché

la porta si spalanchi

e dal grigio del lungo corridoio il pallore ansante invada gli anfratti

dov’è nascosto il marcio. Le sentinelle s’impuntano dritte

coi talloni sui bordi dei tappeti, perché a sbucare non sia la loro colpa

ma quella di chi, imperfetto truffatore, non ha saputo esser svelto.

E che scoppi la rivolta, che un capro deve sempre essere sacrificato,

che i virtuosi predicano ma disdegnano le suppliche,

quindi che il matto sia gettato giù

dal dirupo, come gli antichi

dalla forca, come le streghe

dalla piazza, come i lebbrosi

dall’Eden, come gli uomini.

Le chiavi

credono nella perpetua discendenza della creazione,

ricordano che tra chi fu generato, tu fosti posto nell’angolo del fosso

costretto in un basso putrido, i cui segregati non prestano servigio,

intanto i ciechi penitenti abitano in bilico nella fosca nebbia

che lo sfiatare di dio caccia,

egli appanna il cielo e i ciottoli

da cui gli obbedienti si coprono i piedi e le orecchie

perché i predecessori non li riempiano di graffi

richiamando all’attenzione gli spirti odierni:

Bisogna che ci sia un piccolo insetto,

magari deforme o magari pensante,

qualcuno che raccolga il peccato senza nasconderlo,

qualcuno cui non può essere rimesso il male

perché non cosparse la propria testa di ceneri.

Finì col racimolarsi di un uomo solo,

uno piccolo, dalla voce bassa e dalla testa china,

era spietato il suo dissenso ma inerme la sua pratica,

sicché lo presero senza che strillasse l’ingiustizia del torto,

“Non si urla a un dio bugiardo che mente.

Io gravito impermalente tra le orbite altrui,

mi sottraggo al verso, esattamente come il nero è tale

perché rifiuta in apparenza gli altri colori.

Io non chiesi mai di aprire la serratura,

non si può chiedere una quiete che non si è provata…

ma capitò di spiare, e la delizia fu troppa,

al di là lo squallore si annulla e il declino si spiega.

Io non saprò, so che non saprò, distanziarmi da chi mi tarpa,

per ingordigia, per timore, o per devozione alla sottomissione,

io starò qui perché i cretini possano vedere nel mio sacrificio

il Bugiardo che si nasconde”

Che si sa –annuncia uno squilibrato- il male è male,

va fatto, ma che non si dica, che non si sappia.

La perversione non è degli atti ma della parola

di chi la professa con la lingua linda dallo squallore,

che fu solo di chi, bugiardo, disse no,

che si sa:

chiudono gli occhi nell’aldilà.

 

Zahira Ziello

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Paolo Castronuovo, “La croce versa”, Effigie, 2022.

18 lunedì Apr 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

≈ 1 Commento

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La croce versa, Paolo Castronuovo

 

A chi illumina

 *

 

La poesia è come l’acqua nelle profondità della terra.

Il poeta è simile a un rabdomante,

trova l’acqua anche nei luoghi più aridi e la fa zampillare

 

Alberto Moravia

 

La croce versa (o il tentativo di cambiare)

 

la croce versa nell’uovo

è il frassino nel cuore del conte

la cellula che purifica l’etichetta

battezzando la fede in scienza

 

un simbolo che impongo

per cambiare le immagini

tagliare il ciclo e aprirne un altro

in un rivolo di sangue blu

 

un punto e a capo che serve

all’interlinea stretta della vita

per respirare il diverso

e chiudere le oscurità nel guscio

 

vergere la croce portata

farne posata o fionda

per debellare la malattia del verbo

con la pietra della negazione

 

vorrei cancellarti dalla mia fronte

lo sfregio di caino che mi addita nella folla

accresce il tuo ego

nelle fauci dell’adorazione

 

potrei morirti sui piedi se mi lasci respirare

e dirti quanto sei immensa sarà un gioco

come scagliare la biglia dal pollice

mentre le ombre lasciano le case alla sera

 

ma devo eliminarti

macellarti in una mole fine

farne polvere e bagnarla per non respirarla

affinché ogni odore di te si estingua

 

cambiare ossessione per quanto possibile

dimenticarti fluire come un pesce rosso

morto nel pozzo della tazza scarica

dicendomi che ora andrai nel mare con le altre

 

l’essere tuo mi annulla

e una poesia è troppo rapida

per un lungo addio

che garza il distacco netto

 

starò a contemplare alla finestra della memoria

mentre scagli quella croce

sull’uovo che si cuoce

e io non avrò più nulla da dire

 

*

 

è inutile il tramonto

per addormentarsi sull’amaca delle tue ciglia

per ondeggiare fino a cadere sui listelli del molo

dove tra i nodi del legno spiccano le conchiglie

allineate su una spiaggia desolata di inverno

mentre la pelle è livida dal freddo

le corde che ti ormeggiano la colorano

e io ti guardo in questa cornice descritta

mentre i primi gabbiani si affacciano alle nuvole

e la spuma del mare mi porta

sempre più vicino

sempre più lontano

al tuo profumo bronzeo

 

*

 

la rima

baciata è uno stupro

preferisco sguinzagliare canneti

dalle sponde della spiaggia

farne falò di notte per lo spiedo

di un bacio atteso a ruminare

lungo le vie delle barbarie

 

strapparti i vestiti con le forbici dell’attenzione

sregolare l’attrito di un catamarano

staccare la dinamo dalla graziella

e scaraventarla nell’oltremare

non scrivere per compito

ma solo per amarti

 

*

preghiera nera

 

regalami le tenebre del tuo bosco

fiore dal polline nero

 

inquinato dal battesimo perché l’ateo è il vero puro

senza decaloghi da infrangere

bagnato solo della placenta di sua madre

 

non meritavo gli inferi alle porte

o le spinte col forcone

una nascita bastava

 

voglio togliermi il mantello acqueo

– di sacro preferisco il fuoco almeno arde

uccide le spore disinfetta

 

non certo aleister mi regalerà la felicità

con la sua disobbedienza a cefalù

 

ma tu donna scarlatta

sorridimi ancora – amami

in pozioni che mai berrò

sacrificherò il mio vuoto

 

non sarò sabbatico adepto

alla cena dei bottoni

dell’antitesi del bianco

né all’altare di cognac e coca mi prostrerò

 

/ non fa per me /

 

ma tu sei maga

nera – strega

pallida in viso

 

ti salverò da qualsiasi inquisizione

tramandata nel tempo

tra un affresco stilizzato e l’altro

mi battezzerò solo della tua bellezza

 

non avremmo crocifissi né esagrammi da adorare

calici e pissidi saranno vecchi inesplorati

ti sposerò all’abbazia di thélema

tra finestre di jimmy e ruderi d’edera

 

nel nome del tuo nome

 

amen

 

 

il flusso nel volo

 

ho perso punti virgole capoversi nel volo dove ho incontrato te tra le anime esiliate finalmente qualcuno poteva vedermi le labbra divennero amaca alla tua vista perdendo vizi tumorali alla presa della mano in caduta poi abbraccio ancorato alla schiena dal rostro scarlatto dell’unghia impiantata lasciando divenire la mia futura cicatrice la più lucente tu affascinante anche negli sfregi dell’anima anonima amo le sfaccettature della lettera x incisa perché misteriosa incognita pacifica parità all’estremo eliminazione di paure libertà voglia costringere il bacio labile tagliente impiastrica le pelli di sapori pioventi bagnati da bava di chiocciola di cui non necessita la tua bellezza ancestrale squarcio labialinguinale nell’accartocciarsi al fiato aumentato dalla diminuzione dello spazio scosso dal tuo seno nell’intreccio cauto avvincente sì è il momento dopo il blocco consumato dal silenzio troppo lungo prima nella ventosa chiusa negli sguardi dai polpastrelli clitoridali voluta sempre in queste vesti aperte noi chiusi in un involucro bambagia di carezze sul naso indiano bucato dai tuoi occhi sentiti nel buio luce del nirvana dottrinale disseminato dopo il mio ateismo come petali confusi sparsi al tuo cammino i nostri sguardi scettici d’amore ora baciano la terra che arriva a ovattarci al suolo ancora in morte nel nulla del vuoto esplorato dal silenzio nel tuffo dove non riusciamo per via dei nodi a urlare lì nei flashback della vita

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Gioia della Resurrezione

17 domenica Apr 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

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Raffaello Sanzio, La Resurrezione di Cristo, Museo di San Paolo, Brasile

 

Suono di campane,

voce che trasvola sul mondo,

canto che piove dal cielo sulla terra,

nella città sorda e irrequieta,

e nel silenzio dei colli

ove, nel pallore argenteo,

le bacche d’olivo maturano il dono di pace.

Suono che viene a te,

quale alleluia pasquale,

a offrirti la gioia di ogni primavera,

a chiamarti alla rinascita;

a dirti che la terra rifiorisce

se il tuo cuore si aprirà come un boccio,

che ripete un gesto d’amore e di speranza,

levando il mite ramoscello

in questa chiara alba di Risurrezione!

 

Gabriele D’Annunzio

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Versi trasversali: Nunzio Di Sarno

12 martedì Apr 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Nunzio Di Sarno, poesia contemporanea

 

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

NUNZIO DI SARNO

 

“All’inizio era il nulla, il nulla non aveva nome”

All’origine è la condizione di possibilità di ogni ente. Così in ogni processo c’è un vuoto determinato che accompagna sempre il pieno, definendone la funzione. Ecco che Lao Tzu ripete “trenta raggi convergono in un mozzo: grazie al suo vuoto abbiamo l’utilità del carro”. Come fuori così dentro, pieno e vuoto si dosano, accogliendo l’uomo in corpo parola e mente, che s’adatta alla legge pur senza comprendere. E quando comprenderà non sarà la voce il veicolo di realizzata trasmissione.

WU

La balla di fieno divampa al fuoco sottostante – dell’azione rimane… niente? Le poesie della raccolta si muovono tra questi due stati dell’essere. Le parole sembrano ossa disposte su uno scheletro che assume posizioni diverse, spinto dalle circostanze. Alle ossa-parole si attaccano i muscoli, la carne-connotante dall’interno e dall’esterno, che cambia e si muove a seconda del soffio. Sembrano date solo l’entrata e l’uscita, come quelle del corpo, per nutrirsi o liberarsi. Ognuno a seconda del tempo e dello spazio che si trova ad abitare, può scegliere il passo per inoltrarsi nel sentiero, le pause, la fine ed il ritorno. Il vortice delle immagini spiegate sugli arti disperde e ricompone il senso. Lo smarrimento che attraverso la misura porta al cambiamento. Pure i componimenti che s’ispirano all’haiku si piegano allo scheletro. Il poeta, liberandosi nella quasi totalità dei versi dai richiami all’io, cerca di ritrovarsi uomo tra le macerie della Macchina, della scienza, dell’economia e dell’arte. E scopre attraverso il sangue, le urla e i rantoli qual è il prezzo dell’avanzare. Che sia secondo legge di natura o legge di Stato. Ritornando a sé mondato dalle illusioni di comprensione e redenzione.

 

 

 

 

Testi tratti da “Wu” di Nunzio Di Sarno, Bertoni Editore, 2021.

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La vetrina di Limina: “Quasi madre” di Rita Pacilio – Pequod, Collana Rive, 2022

11 lunedì Apr 2022

Posted by Deborah Mega in Vetrina

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Tag

Pequod, POESIA, Rita Pacilio

 

Fammi un favore… questa volta

mi è sembrato possibile riuscirci

qualcosa simile a togliere lo sporco

dalle mani o discutere nella striscia

d’ombra che raggela quando sono qui.

Non serve a niente arrivare in anticipo

cercare di piacerti un’altra volta.

Ci provo da quando ero bambina

nel catino freddo di nonna da cui uscivo

più piccola e più bianca.

Lascia perdere, non è così che diventi

fiume! Ma io scorro senza tregua,

senza consolazione ed è incredibile

quanto oceano sia diventata

nel vetro scuro dei tuoi occhiali

se ogni giorno appaio povera, profanata.

 

 

[…] Ecco allora Rita Pacilio mettere a nostra disposizione una poesia “calma”, una poesia della parola quotidiana (meno male!), una sabiana poesia onesta, rifiutandosi di accedere, tanto per fare qualche esempio, a qualsiasi “scatenamento” espressionista, o surrealista, o peggio, parole in libertà più o meno futuristiche, perché il suo progetto stilistico appartiene a un bisogno aurorale di poesia, giocata sulla figura della madre, non più come un colloquio con i morti di tanta lirica contemporanea, da Pascoli a Raboni, per esempio, ma invece come dialogo, con una presenza che disarticola continuamente la quotidianità e che possiede già “naturalmente” una propria disarticolazione. Una madre come completamento della stessa autrice. […]

Dalla postfazione di Piero Marelli

Rita Pacilio (Benevento, 1963) è poeta e scrittrice. Sociologa di formazione e mediatrice familiare di professione, da oltre un ventennio si occupa di poesia, musica, letteratura per l’infanzia, saggistica e critica letteraria. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. È stata tradotta in nove lingue. Sue recenti pubblicazioni: Gli imperfetti sono gente bizzarra, Quel grido raggrumato, Il suono per obbedienza, Prima di andare, La principessa con i baffi, L’amore casomai, La venatura della viola, Cosa rimane, Pretesti danteschi per riflettere di sociologia, Quasi madre.

 

https://www.rplibri.it/rita-pacilio/

 

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“Sulla soglia dell’infinito” di Alfredo Alessio Conti, Biblioteca dei Leoni, 2021. Una lettura di Rita Bompadre.

04 lunedì Apr 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Tag

Alfredo Alessio Conti, Rita Bompadre, Sulla soglia dell'infinito

“Sulla soglia dell’infinito” di Alfredo Alessio Conti (Biblioteca dei Leoni, 2021 pp.96 € 12.00) è una raccolta poetica che contiene la necessità del pensiero umano d’indicare l’essenza dell’infinito, indaga l’inquietudine originaria della vita attraverso le intonazioni elegiache delle parole, trasmesse con il segnale espressivo dell’autonomia sensibile, nell’esplorazione della natura divina e istintiva della compassione. Il sentimento intimo del poeta emerge dalla dimensione spirituale dell’invisibile, dall’ispirazione mistica delle emozioni, trae il suo carattere individuale affermando il suo anelito verso una realtà più autentica, riconosciuta nella comunione solenne con l’assoluto. L’umana esistenza orienta il suo dissidio interiore oltrepassando la materia tangibile del senso della vita, includendo il privilegio del significato speculativo e dell’intuizione, il principio dinamico trascendente del fondamento sovrumano dell’anima. La poesia di Alfredo Alessio Conti custodisce la rivelazione dell’amore, nella sua sfera discorde tra felicità e sofferenza, nelle sue infinite declinazioni esistenziali tra l’armonia e la distensione, la grazia della luminosità e l’inganno dell’oscurità, unisce la sensazione indistinta della contemplazione alla speranza di una redenzione emotiva, sostiene il riscatto ultraterreno, comprende la realizzazione dell’attesa, sospendendo la profetica previsione della nostalgia sfuggente e del desiderio indefinito. Il codice del vissuto quotidiano riflette, nei versi, il tragitto intrapreso dall’uomo, in relazione ai segreti, ai simboli della solitudine, alla metafora dell’intervallo presente, all’incertezza sull’avvento del futuro, procede lungo il cammino dei sogni e il silenzio del destino. Lo stile essenziale, puro, accogliente, permette di apprezzare il contenuto profondo e sconfinato, di sentire il significato immenso della ricerca dell’uomo, di ascoltare l’oscillazione delle riflessioni. L’arricchimento lirico delle immagini propone la densità interpretativa del linguaggio, la relazione con la suggestione dello spazio straordinariamente dilatato della poesia, misura la smarrita astrazione della voragine intimista, guida l’orientamento sacro delle stagioni, consegna il solco delle illusioni al principio devozionale della fiducia. Alfredo Alessio Conti riconosce i limiti dell’esperienza percettiva, prende coscienza delle possibilità di una verità altra, comunica la prospettiva universale del tempo oltre l’apparenza del fenomeno filosofico, trattiene il suo indugio “sulla soglia dell’infinito”, sulla sostanza del conoscibile, sulla volontà inconscia dell’indulgenza, in limine sul confine esistenziale di ogni visione intuitiva dentro il grembo lirico del mondo, avviando l’intenso contrasto tra la lacerazione e la tenerezza, nella tormentata occasione della consapevolezza.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

Svanire

 

Rivedo

assorto

nel sonno eterno

il riflesso sfocato

della mia Anima

svanire nel nulla.

 

———————–

 

 

Vorrei vivere in un faro

 

Vorrei vivere

in un faro

illuminare le notti

tempestose e buie

segnalare

il pericolo

che ci attende

all’attracco

della vita.

 

———————

 

Sono alla ricerca di nuove parole

 

Sono alla ricerca

di nuove parole

di nuovi significati

al vivere il presente

per il futuro c’è tempo

anche se ormai

adesso

l’ho oltrepassato.

 

————————

 

Sono un ramo

 

Sono un ramo

curvo sull’acqua

che si abbevera

e rinfresca

sognando

di rizzarsi in piedi

per accogliere nidi

di cardellini

e sentire il loro canto

per l’ultima volta.

 

 

—————–

 

Battito di ciglia

 

La nostra vita

è intrisa

d’infiniti punti di domanda

della cui risposta

ultima

sarà solo

un battito

di ciglia.

 

——————

 

Sulla soglia

 

Ho camminato

a lungo

in questa vita

a volte frettolosamente

a volte piano piano

a volte come gamberi

sulla riva del mare

a volte pieno d’entusiasmo

a volte solitario

ed ora

sulla soglia dell’infinito

non mi resta

che percorrere

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Nota critica per “Meridionale / Frammenti di un mondo alla rovescia” di Giuseppe Di Matteo, 4 Punte Edizioni, 2022

28 lunedì Mar 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Giuseppe Di Matteo, Meridionale / Frammenti di un mondo alla rovescia

 

Come riporta il sottotitolo della raccolta, è una poesia per frammenti quella che Di Matteo ci offre in questa silloge dedicata al Meridione, arricchita dai disegni di Mario Pugliese e pubblicata da 4 Punte Edizioni. Difficile dire dove finisca il Settentrione e cominci il Meridione; difficile in primo luogo perché non esistono, a mio avviso, due blocchi nettamente distinti e, in secondo luogo, perchè ogni area ha un proprio Nord e un proprio Sud che, generalmente, rappresentano realtà contrapposte. Stile di vita e mentalità sono completamente differenti; a questa percezione si aggiunge il peso degli stereotipi, uno è sinonimo di progresso ed efficienza, l’altro di arretratezza e inefficienza; al dinamismo e all’intraprendenza settentrionale spesso si contrappone la lentezza meridionale. Il nostro modo di pensare è condizionato anche dalle rappresentazioni della letteratura e, talvolta, della cronaca giornalistica. L’autore attua un’analisi impietosa della vita, del tempo storico, della società. Descrive le difficoltà di integrazione per chiunque si sia allontanato dalla sua terra e che fanno sentire tutti migranti in esilio, “Cadono le foglie / e le parole prima ancora. / Si sta come soldati in terra straniera”, il mare, che si può ritrovare perfino negli occhi dei meridionali, Dei tuoi occhi marini / la mia carne s’imbeve / prima della fuga dal mondo”. Di Matteo ritrae il Sud nella sua oggettività, gli uomini sono quelli di ieri e di oggi, dolenti, rassegnati, quasi immobili, vestiti di terra rossa, lavoratori instancabili e operosi come formiche dignitose, “Nel sonno della calce /  grida in silenzio la dignità delle formiche /  che un tempo eravamo”, il paesaggio, in cui l’ulivo si mostra inchinato “alla gravità dei suoi anni”. Il nuovo meridionale ha la pelle nera e così Di Matteo introduce un tema tristemente attuale nel Meridione degli ultimi anni, quello del caporalato e dello sfruttamento dei lavoratori irregolari. L’autore intende tradurre percezioni e mutazioni di un animo sensibile con invidiabile essenzialità lirica, attraverso frammenti di primitiva purezza, intrisi di grande forza di suggestione, ecco che il Meridione diventa porto sepolto, sole di pietra, casa d’ argilla e di cicale, infinita memoria, mare senza occhi, estate perenne come la rassegnazione. Resta prevalente il motivo autobiografico in cui la parola nasce impregnata di lirismo, frutto di un processo di sofferta meditazione espressiva; Di Matteo, però, non resta chiuso nella sua solitudine ma prova ad uscirne per porsi in contatto con il mondo. Certamente i frammenti, scanditi da un ritmo scarno ed essenziale, recano il dono dell’immediatezza, attenuano la drammaticità, le oppressioni, le ingiustizie secolari e diventano lamento elegiaco. È possibile identificare subito i temi di questa poesia: amore autentico per il Meridione, per i suoi colori luminosi, per i suoi elementi simbolo come ulivi e muretti a secco, la partenza resa necessaria e dolorosa, l’assenza, la lontananza dalla propria casa e dai propri affetti, l’amore e poi il mare, elemento primordiale sempre presente e ricorrente (40 occorrenze).  Quando si è lontani perfino il pane sa di sale, Di Matteo riprende la citazione dantesca “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e com’è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”, predizione che l’avo Cacciaguida fece a Dante annunciandogli l’esilio futuro e scrive “Andiamo via / col segno nel cuore / di un pane che sa di sale / e lacrime di mare”. Quando si ritorna, per poco, si colgono con amarezza, i cambiamenti irreversibili di persone e cose, “Ogni ritorno,  mamma, / dei tuoi capelli / è più grigio”. Attraverso un processo di interiorizzazione, la realtà subisce un processo di destoricizzazione, che annulla le dimensioni temporali (passato, presente, futuro), per far posto al sentimento del tempo. La realtà viene ridotta a simbolo attraverso la frequente comparazione, che permette il confronto tra due termini allineati. Il mitico Meridione dell’infanzia, recuperato dalla memoria, è descritto con pochi tratti epigrammatici; è un Sud sospeso in un’atmosfera di meditazione che oscilla tra realtà e sogno, tra speranza e disinganno. Non ha più colore né spessore, le cose care di un tempo sono diventate scarnite, ridotte all’osso, quasi incolori. La delusione per le speranze irrealizzate e perdute, il rimpianto per il tempo perduto e trascorso lontano dalla propria terra, la consapevolezza dello scorrere del tempo, la fugacità di tutte le cose umane spinge il poeta a una meditazione sconsolata, espressa con la brevità di una sentenza. La poesia di Di Matteo non conosce l’ansia del riscatto nè presenta fremiti di ribellione, esprime però un senso di solidarietà, per il destino di dolore e fatica a cui ogni uomo è condannato.

© Deborah Mega

 

 

Cadono le foglie

e le parole prima ancora.

Si sta come soldati in terra straniera.

 

 

Dei tuoi occhi marini

la mia carne s’imbeve

prima della fuga dal mondo.

 

 

Nel sonno della calce

grida in silenzio

la dignità delle formiche

che un tempo eravamo.

 

 

Abbiate pazienza

e il tempo vi ripagherà

con il sorriso delle pietre.

 

 

Ha la pelle nera

il Meridionale di quest’era.

Un alito di sale

le mani orfane di mezzo pane.

 

Dopo l’ultimo orizzonte

scruta senza fine

la riva più lontana del nostro cuore.

 

 

L’uomo del Sud

è condannato ad amare nell’assenza

il sentimento eterno di ciò che gli appartiene.

 

 

Migrante solitario

in quest’Italia

che spegne le luci dell’amore cristiano.

 

 

Solitudine di moltitudini.

E poi l’amore

dei tuoi occhi marini.

 

 

Un sussurro di tramontana

nel brusio delle nonne argentate.

Piantate come sassi continuano la Tradizione.

 

 

Cos’è il Nord?

Forse un’impronta di mare

su queste cime ineguali.

 

 

Resta al Sud, a contemplare

nel lutto di una fuga mai nata

la grazia più cara dell’imperfezione.

 

 

Zona rossa, casa mia

ma per tanti di noi è un esilio già nato

da un futuro negato.

 

 

Partire, tornare, restare.

Ma il vero amore

è appartenere.

 

 

Testi tratti da Meridionale / Frammenti di un mondo alla rovescia di Giuseppe Di Matteo, 4 Punte Edizioni, 2022. Disegni di Mario Pugliese.

 

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L’avventura di due sposi

21 lunedì Mar 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Racconti

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I racconti, Italo Calvino, racconto neorealista

by Edward Hopper

Il racconto di Italo Calvino è ambientato in una metropoli industrializzata durante gli anni Cinquanta del Novecento e narra la storia di due giovani sposi, due operai che non si incontrano mai perché Arturo lavora di notte, Elide di giorno. Si incrociano per pochi minuti, la mattina, prima che lei esca per andare a lavorare in fabbrica e la sera, quando lei rincasa e lui esce per il turno di notte in officina. Gli anni del miracolo economico non sono rose e fiori, soprattutto per chi occupa i livelli più bassi del processo produttivo. Solo la sera i due riescono a trascorrere qualche momento insieme, disturbato dalla stanchezza dell’uno e dalla fretta dell’altro e dedicato a preparare la cena per entrambi, la merenda notturna per lui, la colazione dell’indomani per lei. Gli inconvenienti della nascente civiltà industriale, la grigia settimana di vita operaia, i tragitti ripetitivi, lui in bicicletta, lei in tram, fortunatamente però, non spengono amore e tenerezza, non annullano gesti delicati e attenzioni reciproche. Per colmare le rispettive assenze, ciascuno, infatti, dorme nello stesso lato del letto, negli affossamenti che conservano il tepore e l’odore dell’altro.

*

L’operaio Arturo Massolari faceva il turno della notte, quello che finisce alle sei. Per rincasare aveva un lungo tragitto, che compiva in bicicletta nella bella stagione, in tram nei mesi piovosi e invernali. Arrivava a casa tra le sei e tre quarti e le sette, cioè alle volte un po’ prima alle volte un po’ dopo che suonasse la sveglia della moglie, Elide. Spesso i due rumori: il suono della sveglia e il passo di lui che entrava si sovrapponevano nella mente di Elide, raggiungendola in fondo al sonno, il sonno compatto della mattina presto che lei cercava di spremere ancora per qualche secondo col viso affondato nel guanciale. Poi si tirava su dal letto di strappo e già infilava le braccia alla cieca nella vestaglia, coi capelli sugli occhi. Gli appariva così, in cucina, dove Arturo stava tirando fuori i recipienti vuoti dalla borsa che si portava con sé sul lavoro: il portavivande, il termos, e li posava sull’acquaio. Aveva già acceso il fornello e aveva messo su il caffè. Appena lui la guardava, a Elide veniva da passarsi una mano sui capelli, da spalancare a forza gli occhi, come se ogni volta si vergognasse un po’ di questa prima immagine che il marito aveva di lei entrando in casa, sempre così in disordine, con la faccia mezz’addormentata. Quando due hanno dormito insieme è un’altra cosa, ci si ritrova al mattino a riaffiorare entrambi dallo stesso sonno, si è pari. Alle volte invece era lui che entrava in camera a destarla, con la tazzina del caffè, un minuto prima che la sveglia suonasse; allora tutto era più naturale, la smorfia per uscire dal sonno prendeva una specie di dolcezza pigra, le braccia che s’alzavano per stirarsi, nude, finivano per cingere il collo di lui. S’abbracciavano. Arturo aveva indosso il giaccone impermeabile; a sentirselo vicino lei capiva il tempo che faceva: se pioveva o faceva nebbia o c’era neve, a secondo di com’era umido e freddo. Ma gli diceva lo stesso: – Che tempo fa? – e lui attaccava il suo solito brontolamento mezzo ironico, passando in rassegna gli inconvenienti che gli erano occorsi, cominciando dalla fine: il percorso in bici, il tempo trovato uscendo di fabbrica, diverso da quello di quando c’era entrato la sera prima, e le grane sul lavoro, le voci che correvano nel reparto, e così via. A quell’ora, la casa era sempre poco scaldata, ma Elide s’era tutta spogliata, un po’ rabbrividendo, e si lavava, nello stanzino da bagno. Dietro veniva lui, più con calma, si spogliava e si lavava anche lui, lentamente, si toglieva di dosso la polvere e l’unto dell’officina. Così stando tutti e due intorno allo stesso lavabo, mezzo nudi, un po’ intirizziti, ogni tanto dandosi delle spinte, togliendosi di mano il sapone, il dentifricio, e continuando a dire le cose che avevano da dirsi, veniva il momento della confidenza, e alle volte, magari aiutandosi a vicenda a strofinarsi la schiena, s’insinuava una carezza, e si trovavano abbracciati. Ma tutt’a un tratto Elide: – Dio! Che ora è già! – e correva a infilarsi il reggicalze, la gonna, tutto in fretta, in piedi, e con la spazzola già anda va su e giù per i capelli, e sporgeva il viso allo specchio del comò, con le mollette strette tra le labbra. Arturo le veniva dietro, aveva acceso una sigaretta, e la guardava stando in piedi, fumando, e ogni volta pareva un po’ impacciato, di dover stare lì senza poter fare nulla. Elide era pronta, infilava il cappotto nel corridoio, si davano un bacio, apriva la porta e già la si sentiva correre giù per le scale. Arturo restava solo. Seguiva il rumore dei tacchi di Elide giù per i gradini, e quando non la sentiva più continuava a seguirla col pensiero, quel trotterellare veloce per il cortile, il portone, il marciapiede, fino alla fermata del tram. Il tram lo sentiva bene, invece: stridere, fermarsi, e lo sbattere della pedana a ogni persona che saliva. “Ecco, l’ha preso”, pensava, e vedeva sua moglie aggrappata in mezzo alla folla d’operai e operaie sull’”undici”, che la portava in fabbrica come tutti igiorni. Spegneva la cicca, chiudeva gli sportelli alla finestra, faceva buio, entrava in letto. Il letto era come l’aveva lasciato Elide alzandosi, ma dalla parte sua, di Arturo, era quasi intatto, come fosse stato rifatto allora. Lui si coricava dalla propria parte, per bene, ma dopo allungava una gamba in là, dov’era rimasto il calore di sua moglie, poi ci allungava anche l’altra gamba, e così a poco a poco si spostava tutto dalla parte di Elide, in quella nicchia di tepore che conservava ancora la forma del corpo di lei, e affondava il viso nel suo guanciale, nel suo profumo, e s’addormentava. Quando Elide tornava, alla sera, Arturo già da un po’ girava per le stanze: aveva acceso la stufa, messo qualcosa a cuocere. Certi lavori li faceva lui, in quelle ore prima di cena, come rifare il letto, spazzare un po’, anche mettere a bagno la roba da lavare. Elide poi trovava tutto malfatto, ma lui a dir la verità non ci metteva nessun impegno in più: quello che lui faceva era solo una specie di rituale per aspettare lei, quasi un venirle incontro pur restando tra le pareti di casa, mentre fuori s’accendevano le luci e lei passava per le botteghe in mezzo a quell’animazione fuori tempo dei quartieri dove ci sono tante donne che fanno la spesa alla sera. Alla fine sentiva il passo per la scala, tutto diverso da quello della mattina, adesso appesantito, perché Elide saliva stanca dalla giornata di lavoro e carica della spesa. Arturo usciva sul pianerottolo, le prendeva di mano la sporta, entravano parlando. Lei si buttava su una sedia in cucina, senza togliersi il cappotto, intanto che lui levava la roba dalla sporta. Poi: – Su, diamoci un addrizzo, – lei diceva, e s’alzava, si toglieva il cappotto, si metteva in veste da casa. Cominciavano a preparare da mangiare: cena per tutt’e due, poi la merenda che si portava lui in fabbrica per l’intervallo dell’una di notte, la colazione che doveva portarsi in fabbrica lei l’indomani, e quella da lasciare pronta per quando lui l’indomani si sarebbe svegliato. Lei un po’ sfaccendava un po’ si sedeva sulla seggiola di paglia e diceva a lui cosa doveva fare. Lui invece era l’ora in cui era riposato, si dava attorno, anzi voleva far tutto lui, ma sempre un po’ distratto, con la testa già ad altro. In quei momenti lì, alle volte arrivavano sul punto di urtarsi, di dirsi qualche parola brutta, perché lei lo avrebbe voluto più attento a quello che faceva, che ci mettesse più impegno, oppure che fosse più attaccato a lei, le stesse più vicino, le desse più consolazione. Invece lui, dopo il primo entusiasmo perché lei era tornata, stava già con la testa fuori di casa, fissato nel pensiero di far presto perché doveva andare. Apparecchiata tavola, messa tutta la roba pronta a portata di mano per non doversi più alzare, allora c’era il momento dello struggimento che li pigliava tutti e due d’avere così poco tempo per stare insieme, e quasi non riuscivano a portarsi il cucchiaio alla bocca, dalla voglia che avevano di star lì a tenersi per mano. Ma non era ancora passato tutto il caffè e già lui era dietro la bicicletta a vedere se ogni cosa era in ordine. S’abbracciavano. Arturo sembrava che solo allora capisse com’era morbida e tiepida la sua sposa. Ma si caricava sulla spalla la canna della bici e scendeva attento le scale. Elide lavava i piatti, riguardava la casa da cima a fondo, le cose che aveva fatto il marito, scuotendo il capo. Ora lui correva le strade buie, tra i radi fanali, forse era già dopo il gasometro. Elide andava a letto, spegneva la luce. Dalla propria parte, coricata, strisciava un piede verso il posto di suo marito, per cercare il calore di lui, ma ogni volta s’accorgeva che dove dormiva lei era più caldo, segno che anche Arturo aveva dormito lì, e ne provava una grande tenerezza.

Italo Calvino, L’avventura di due sposi, in I racconti, Einaudi,Torino, 1976

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A mio padre

19 sabato Mar 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

≈ 1 Commento

 

Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.

Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
“Com’è bella la notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno”. Tu vedevi il mondo
nel novilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.

 

ALFONSO GATTO

da “La storia delle vittime” (1945)

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Versi trasversali: Alessandro Barbato

14 lunedì Mar 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Alessandro Barbato, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ALESSANDRO BARBATO

Senza dirlo è più difficile

convincerti che non finisce il vuoto

dove inizia l’orizzonte, non c’è

mica per davvero un altro

modo per colmare la lacuna,

i punti morti del pensiero,

se non darsi al tuo silenzio

e ai miei timori fino in fondo,

senza spingere sul freno

né cercare dilazioni.

Ché impreciso è il nostro viaggio

e siamo a corto anche di fiato,

ma non serve più contare quanti

passi ci rimangono a scaldarci

in ogni notte che divide i nostri

giorni. No, non serve ribellarsi,

scalpitare al vuoto o al pieno:

questo è il gioco a cui giochiamo

e non è colpa di nessuno.

 

Vuoti a rendere

 

2.

Siamo arrivati qui dove si perdono

le mani e il vento è un’ombra che accompagna

a casa sagome di noia.Vendi

o lascia quel che resta senza piangere

né sconti, troverai qualche amatore

disposto forse a ripianare il debito

di ossigeno che prende a certe quote

offrendo in cambio dei rimorsi un altro

errore da cullare. Sarà maggio

anche quest’anno e avremo ancora fiori

teneri nei vasi, e questo identico

presagio di qualcosa che non torna

dentro gli occhi, non resta nella rete,

se provi a tirar somme dalla sete.

 

Per sommi capi (siamo arrivati qui dove si perdono)

 

3.

Ho ancora il tuo orologio stretto al polso:

sussurra giorni duri di mattine

schiuse al vuoto. Se batte la lancetta

dei secondi sopra gli anni tuoi

lasciati come mancia per le estati

che saranno, mi sforzo di incontrare

il tuo passare tra i miraggi

di stagione e a dare un cenno

ai desideri presi a morsi

dai tuoi occhi che si chiudono.

E peso è questa voglia di sospendere

i minuti, di trovarti senza

tempo nei riflessi e nei gorgheggi

della Terra. Un peso che mi tiene

qui ancorato alle parole

della voce tua che tace

e mi sorride da lontano.

 

Sala pesi (Le estati che saranno)

 

4.

 

L’odore d’un camino all’alba spento

ricorda i fuochi fatui delle sere

cominciate tra i tuoi vicoli

di carta ad azzeccare d’ogni sogno

l’aritmetica e il profilo.

Si mischia al gelo lucido sui prati

preparati dall’inverno a scomparire

per rinascere tra nebbie

e canti languidi di nostalgie

insegnate dall’attesa.

E tu che cosa aspetti mentre scappi

coi tuoi occhi più lontano di ogni eco

verso aurore a me proibite?

La voce di quei fuochi ammutoliti,

forse un battito di ciglia.

 

Memorie di una sera, una mattina

 

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CONTRO LA GUERRA!

07 lunedì Mar 2022

Posted by Deborah Mega in Cronache della vita

≈ 4 commenti

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Bertold Brecht, Clemente Rebora, Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo

L’articolo 11 della nostra Costituzione recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”
Anche noi di Limina condanniamo ogni azione armata: per noi non esistono “guerre giuste” o “sbagliate”, non vogliamo parlare di guerra nè schierarci con l’imperialismo russo o con quello occidentale. Allo stesso modo, contro la guerra, si sono schierati molti grandi poeti e intellettuali della storia: alcuni hanno raccontato la tragicità di un’esperienza vissuta sulla propria pelle, altri sono stati impotenti testimoni del dramma. Meditiamo dunque sull’assurdità della guerra in compagnia di alcune delle grandi voci del Novecento da cui, alla luce dei fatti odierni e cioè del conflitto Russia-Ucraina, possiamo affermare di non aver appreso nulla, dal momento che la guerra è tornata, ciclicamente, a manifestarsi.

François Flameng, Craonne, 1917

 

Bertold Brecht

 

La guerra che verrà

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.

Alla fine dell’ultima
C’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
Faceva la fame. Fra i vincitori
Faceva la fame la povera gente egualmente.

 

Mio fratello aviatore

Mio fratello era aviatore
Un giorno ricevette la cartolina.
Fece i bagagli, e andò via,
Lungo la rotta del sud.

Mio fratello è un conquistatore.
Il popolo nostro ha bisogno
di spazio. E prendersi terre su terre,
da noi, è un vecchio sogno.

E lo spazio che si è conquistato
È sui monti del Guadarrama.
È lungo un metro e ottanta
E di profondità uno e cinquanta…

 

Al momento di marciare

 

Al momento di marciare molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.

La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.

E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.

 

*

 

Giuseppe Ungaretti

Fratelli

 

Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata
Nell’aria spasimante

involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli

 

San Martino del Carso

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore

Nessuna croce manca

È il mio cuore

Il paese più straziato

 

 

Veglia

 

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore
Non sono mai stato
tanto

attaccato alla vita

 

Soldati

 

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

 

*

 

Clemente Rebora

 

Viatico

O ferito laggiù nel valloncello,
tanto invocasti
se tre compagni interi
cadder per te che quasi più non eri.
Tra melma e sangue
tronco senza gambe
e il tuo lamento ancora,
pietà di noi rimasti
a rantolarci e non ha fine l’ora,
affretta l’agonia,
tu puoi finire,
e nel conforto ti sia
nella demenza che non sa impazzire,
mentre sosta il momento
il sonno sul cervello,
lasciaci in silenzio
grazie, fratello.

*

 

Salvatore Quasimodo

 

Uomo del mio tempo

 

Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,

con le ali maligne, le meridiane di morte,

t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,

alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,

come sempre, come uccisero i padri, come uccisero

gli animali che ti videro per la prima volta.

E questo sangue odora come nel giorno

Quando il fratello disse all’altro fratello:

«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,

è giunta fino a te, dentro la tua giornata.

Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue

Salite dalla terra, dimenticate i padri:

le loro tombe affondano nella cenere,

gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

 

 

Alle fronde dei salici

E come potevano noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

*

Continua tu…

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“Oltre il buio della notte” di Paolo Parrini, La Vita Felice, 2019. Una lettura di Rita Bompadre.

28 lunedì Feb 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Oltre il buio della notte, Paolo Parrini, Recensioni, Rita Bompadre

 

L’opera poetica “Oltre il buio della notte” di Paolo Parrini (La Vita Felice, 2019 pp. 132 € 14.00), spiega, con commovente tenerezza, l’esito toccante ed emozionante della maturità intima dell’autore, suggerisce la celebrazione sensibile del passaggio frantumato dell’anima, nella transitorietà della superficie spirituale, rivela la vitale dissonanza delle incompatibilità umane, abbraccia l’accettazione nel sentimento della compassione, insegue la direzione necessaria per intraprendere un percorso di arricchimento e d’integrazione nella natura umana. Il poeta traduce le parole giunte dall’invocazione metafisica di un luogo trascendente, dove la sensazione persistente di ricevere ospitalità trova la sua accoglienza nell’invisibile osservazione di una convinzione sovrumana, trascende il margine dell’oscurità, ricompone la tensione romantica verso l’infinito, l’esplorazione struggente dell’ultraterreno, l’instabilità fluttuante del frammento d’ombra e della reliquia della luce, la soglia incorporea tra la terra e il cielo. Paolo Parrini protegge la condizione umana posando lo sguardo oltre la suggestione del tempo, coltiva il silenzio introspettivo liberando il contenuto autonomo della poesia, evidenziando l’espressione elegiaca, nell’abitudine poetica di comprendere la vita. Lascia parlare ogni simbolo di somma autenticità, ogni innocente candore delle ferite interiori, raccoglie e ascolta la quiete dei versi. “Oltre il buio della notte” attraversa la consapevolezza di ogni rinascita, il filo del dolore, la capacità sublime di ammettere ogni piccola morte quotidiana, decifra la voce della vita, è strumento di redenzione. Le ferite decantano l’intervallo istintivo per rimarginarsi e nel ricordo della sofferenza lacerano la bruciante desolazione. La poesia viene in soccorso al poeta, perché assiste la corrente dei versi, attenua l’ambiguità dell’inconsistenza, donando all’individualità della coscienza l’universalità del sentire. I versi delicati di Paolo Parrini alimentano il dialogo dell’amore, nel suo significato compiuto, nell’ispirazione infiammata dalla finalità di comunicare l’indefinibile rapimento di azzardo e di saggezza. Difendono la stabilità della dignità affettiva, conservano il segno rappresentativo dell’umanità, colgono l’isolamento della solitudine e trasformano la dissolvenza delle mancanze. L’orientamento elegiaco del linguaggio limpido e incisivo convince l’apertura alla speranza, promuove la distinzione del disagio a miracoloso motivo di reazione, nutre l’inconscia spontaneità della memoria. La sfumatura delle immagini rievocate intona la sequenza dei frammenti emotivi ereditati nel vissuto, dilata la capacità di essere solidale con i propri riconoscibili conflitti, allontana gli ostacoli e i drammatici enigmi degli anni, accompagna l’esitante cammino delle stagioni, rivolgendo, con tenacia, contro le ostilità, una pura esortazione alla vita.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

*

Accoglimi

 

Ci riconosceranno le stelle

manto pietoso al nostro passare

avremo ali nuove e voci da ascoltare.

Dentro tutti i nostri voli

sulle pendici dei monti mai scalati

sarà doloroso e raro

il pentimento di non aver vissuto

un moto come onda che freme

turbamento liquido al domani.

Altre mani attendono il ritorno;

avremo un cielo cupo

o forse un nuovo giorno

per dissetar la sete

ma intanto accoglimi

lasciami cantare, d’un albore nuovo

a incenerire il sole.

 

————————–

 

Neve di gennaio

 

Dammi la mano

mentre sbocci e sorridi

se chini il capo, dammi la mano.

Sai di neve

di strada e di bianco

che abbaglia,

sai di gennaio che stride

del vento d’inverno

e del mare di novembre.

Occhi di steppe e Siberie

caldi di fuoco abbraccio e rifugio.

 

Dammi la mano,

una volta ancora scoprimi.

Con te iniziai a vivere

ogni giorno rinnovi il mio cuore

tu, perduta e infinita

ramo di pesco e profumo di vita.

Coglimi come frutto

poi incamminati piano

seguirò la tua scia inebriandomi.

 

——————————

 

L’eco d’una voce

 

Mi resta la sua voce

per poco temo

perché le curve e i dossi

divoreranno il suono

le buche da saltare

feriranno gli occhi

e la neve sarà sudario

a coprire l’odore, il respiro.

Ogni sera che verrà

avrà il colore della tua voce

nel freddo senza tempo

annegherò le mie parole.

 

————————-

 

Gli abiti della memoria

 

Dentro gli armadi

abiti dimenticati aspettano

sono come sillabe senza memoria

voci trattenute e odori di vita.

Invocano età passate

e fiori bruciati

nel tempo che stride.

In ogni piega risplende una lacrima

sopravvivono a chi li indossò

lasciano aloni di fuoco e di cenere.

La notte i morti vengono a trovarli.

Sono gli abiti di chi più non è

ma hanno il profumo della vita che è stata.

Un camposanto senza lapidi

tra il frusciare dei rami.

 

———————

 

Mezzanotte

 

Se la vita è una ricerca

se le ore battono il rintocco

sulla pelle

lasciami questa mezzanotte di stelle spente

il mormorio che innamora il cielo e il sole

 

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Canto presente 55: Francesco Palmieri

21 lunedì Feb 2022

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA

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Tag

Canto presente, Francesco Palmieri, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Francesco Palmieri

 

Da “Studi lirici (solo parole d’amore)” edizioni La Vita Felice, ottobre 2012

 

QUANDO TI TROVERO’

 

quando ti troverò amore

tu non volterai lo sguardo

da un’altra parte

 

quando ti troverò

tu non mi lascerai solo

nella strada

né ti nasconderai più

perché io ti rincorra

con troppo fiato nella gola

 

quando ti troverò amore

tu non avrai un segreto

da nascondere,

tu non avrai segreti

 

quando ti troverò

tu non giocherai

al gatto e al topo

e non sarai tu il gatto

non sarò io il topo

 

quando ti troverò amore

sarà una giornata d’estate

e ci saranno i fiori nei giardini,

il vento profumerà di rose

e brillerà il sole

negli occhi tuoi d’estate

e di fiori

 

quando ti troverò amore

tu mi chiamerai per nome

ed io ti chiamerò per nome

 

e per tutto il giorno

noi non ci lasceremo mai

noi non ci lasceremo più.

 

 

[ED ORA]

 

ed ora

che mi hai dannato al gelo,

posso stare qui o altrove

sopra o sottoterra,

al centro della stanza

o lungo cento strade,

 

posso respirare

o tapparmi naso e bocca,

uscire se c’è il sole

o buttare via la chiave,

 

posso apparecchiare

o guardare com’è profondo un piatto,

posso sentirmi carne

o solo un po’ di fumo

 

posso coprirmi ancora

o strapparmi anche la pelle,

sentire tutto il tremito

lo scricchiolio del ghiaccio

 

ed ora

che mi hai dannato al gelo,

ho fatto dell’inverno la mia casa,

 

domani in un giardino

io sarò l’albero

e tu la neve.

 

 

Da “Fra improbabile cielo e terra certa” Edizioni Terra d’ulivi, gennaio 2015

 

PASSAGGIO DI CONSEGNE

 

conserva queste mie parole

per quando verrà il tuo inverno

(lo vedrai sui rami

di alberi a fine autunno,

su un’altalena ferma

nei parchi di novembre,

nel freddo sulle mani

e i passeri sul filo

a prendere la neve,

lo sentirai nel ghiaccio

che incrosta a fior di pelle

e non ci sarà più scialle

a trattenere stelle,

non ci sarà più tempo

per altro giro e danza,

e lo saprai per certo

che è solo andata il viaggio

e non c’è freno ai giorni,

non uno che ritorni,

che l’essere felici è stato breve

per noi che siamo ore

ma abbiamo sottopelle

l’impronta dell’eterno),

conserva queste mie parole

per quando verrà il tuo inverno

e un passo dietro l’altro

tu ti farai da parte

a chi chiederà la strada

per le sue gambe forti

per il vento sulle spalle

l’avanzo dei domani

la creta nelle mani

(e non avrà sospetto

che tu hai ancora fame

che spasimo è il suo seno

che aspetti un altro treno

ed è un obbligo di carne

il decreto che tradisce,

un computo di giorni

a fare il vuoto intorno),

non un respiro in più

da questo inverno mio

e neanche una parola

per la consolazione,

sarà solo sapere

che tutto quanto è stato,

 

che sono andato avanti

nel solco di discesa

che fa più estranei i vivi

e meno lontani i morti.

 

 

IL GIOCO DELLA VERITÀ

 

bruciare fino all’ultima scintilla,

questo tocca,

strappare con i denti dalla pelle

la residua piuma che ti resta

 

recidere lo spago ai palloni nella testa,

pungere le bolle per lo scoppio

e sia l’aria e il nulla

l’inconsistente che li tiene

 

domani

al cenno lieve della luce,

riporrò i vestiti sulla porta

e uscirò nudo

al ghiaccio che c’è fuori

 

in cielo

in terra

e dappertutto.

 

Da “Il male nascosto” Edizioni Terra d’ulivi, maggio 2016

 

LA QUINTA STAGIONE

 

ormai non ci credo più, io,

che camminavo con occhi spalancati e luci,

io, che ogni mattina correvo sul balcone

ad aspettare rondini d’aprile

e fiori freschi e nuovi esplosi dentro ai vasi,

 

che a novembre uscivo all’ora dei lampioni

(e piovesse, speravo, quell’acqua venuta da lontano)

e dalle case un chiudersi di porte

le voci dei bambini a chiedere la cena

 

non ci credo più, io,

che ho conosciuto campi a farsi grano

e le cicale pigre nei pomeriggi lunghi

papaveri, rosso e ulivi

e poi l’ottobre e l’uva,

le giacche più pesanti

riprese dagli armadi

 

erano gli anni del rosario a maggio,

del pane segnato dalla croce,

di Cristo che moriva verso sera

e alla domenica campane e voli a riportarlo in vita

(ed era festa nei vestiti nuovi,

nelle cucine accese di mattina presto)

 

era la primavera e poi l’estate,

era l’autunno e poi l’inverno,

era l’attesa certa di un ritorno

e tornavano a novembre anche i morti

quando s’accendevano lumini sotto ai quadri

e si cuoceva il pane con l’uva passa e il vino

 

ormai non ci credo più

e so per certo che nessuno torna

mai niente che ritorni.

 

 

IL MALE NASCOSTO

 

mai ti mostrerò le mie ferite

 

(e il piatto da lavare nel lavello

la polvere che cresce già nell’angolo

il libri aperti e chiusi ad uno ad uno

perché non c’è parola che mi salvi)

 

vedrai con i tuoi occhi il corpo intatto

il nodo fatto bene alla cravatta

il viso che sorride senza barba

ed io che dico in chiaro: tutto bene

 

(e no, tu non saprai

che sotto alla mia giacca

ho sempre una camicia

con uno squarcio netto in mezzo petto).

 

 

Da “Biografie” Edizioni Terra d’ulivi, maggio 2019

 

COME CI SI ACCORGE

 

come ci si accorge

quando l’anima è perduta

e non più ha scosse il sangue

 

e rimane il camminare

dare fuoco al gas

per qualcosa da mangiare

pulire vetri e panni

lavare il pavimento

 

credevi alla scommessa

che dio c’era anche nei sassi

e comunque e in ogni caso

noi si era un po’ speciali

 

(ma non bastò una candela

a fermare il temporale

-fu mia nonna che l’accese

e la posò sul davanzale,

chiamò angeli e beati

martiri e santi in paradiso-

ma venne grandine dal cielo

che spezzò tutte le spighe)

 

si diceva che c’è un fine

al passaggio di noi qui a terra,

che siamo tutti sottopelle

particelle d’universo,

che in fondo al ciclo naturale

cesserà ogni dolore

e senza carne e né più tempo

non avremo noi paura

 

forse l’anima era quella

pensare buone tutte le cose

avere in corpo mille vite

e tu per sempre bella

vaniglia fra i capelli

 

forse l’anima era quella,

quel guardare dietro ai vetri

come scendeva giù la neve

e sentir tremare dentro

quanto bianco, quanto silenzio,

e nessun freddo, neanche un brivido,

 

nemmeno quando senza guanti

prendemmo il ghiaccio fra le mani.

 

 

(A MIA FIGLIA)

 

ricordami come mano

un passo alle spalle

a guardarti il cammino

 

ricordami all’angolo

come una fotografia

tra la mensola e il muro,

come il gattino, l’orsetto,

ora in fondo alla cesta

 

e se ti verrò in mente

qualche giorno o per anni,

tu fammi leggero

scarta errori e dolori

sfoglia il velo di nero

delle colpe a mio nome

poi di quelle accadute

senza averle volute

 

guarda all’attimo puro

quando io padre e tu figlia

stavo avanti nel buio

per le ombre sui muri

l’improvvisa paura

 

e ricordami un breve

ricordami lieve

 

sarò morto due volte

se sarò sulle spalle

un altro peso di croce.

 

 

[IL PASSERO]

 

il passero

preso nella stretta

sembra più domestico

 

mangia

beve

quando è sera dorme

 

solo certe notti

sbatte un po’ le ali

cinguetta dentro al sonno

 

forse sogna.

 

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Canto presente 54: Adriana Gloria Marigo

11 venerdì Feb 2022

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA

≈ 1 Commento

Tag

Adriana Gloria Marigo, Canto presente, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Adriana Gloria Marigo

Poesie scelte    

 

da   Un biancore lontano, LietoColle, 2009

 

*

Tu non hai memoria dell’infinito

al mio sorriderti nella sera d’aprile

alta su Treviso, dopo lo stupore del temporale

che sorprese lo sfarfallio del nostro pensiero.

 

Neppure ricordi la luce intrepida sull’erba

vibrante il fresco dell’acqua generosa,

i petali volati lontani dal fiore,

gli umidi balsami nell’aria, di nuovo azzurra.

 

 

*

Trascorsi stagioni in terra di nessuno –

landa vasta, senza orizzonte

al plausibile, al gioco ermeneutico

o al magico conto che serve

il viaggio fenicio.

 

Il tempo trascorse dalla terra

per verticale di linfe

e nel punto di fuga iniziò – alla prospettiva –

l’evento creatore.

 

 

da   L’essenziale curvatura del cielo, La Vita Felice, 2012

 

*

Attesi l’estate per l’esultanza

della luce, la benedizione

dell’ombra, quando lo zenit

è acceso e tutta l’aria

è ambizione della sera

l’intesa di un intrico

verde pulsato di bianco.

 

Venne invece la distrazione

del prodigio, l’orbita rovesciata

nella gravità dei corpi, l’urto

scomposto alla letizia.

 

 

*

S’inclusero le tue parole

in una perla d’aria

– memoria tenue d’universi –

mentre io sgranavo giorni

nei miei occhi di ninfa

mi feci vertigine d’ala

intesi l’ammanco originale

la tua nascita sotto un graffio di vento.

 

 

da   Senza il mio nome, Campanotto Editore, 2015

 

Amor coeli

Sovrastati dal suono della luce

non ci trattengono basse correnti

dove motteggia sempre vero

il tonfo della specie

bassura transitiva di minimo

non accettabile all’inquieto

malleolo in danza.

 

E s’avvera l’azzurro teso

Stando in maestà la luna

di notte viene un vento raro

ad avvolgersi selvatico

sugli alberi spersi nella brughiera

a sconfinare stelle fino in terra.

 

E s’avvera l’azzurro teso,

la sua pagina infinita.

 

 

 

da   Astro immemore, Prometheus, 2020

 

*

Basterà l’aria levantina

selvatica e scarna di oggi

sull’iperbole stesa del prato

 

il cielo di nubi zoomorfo

a specchiare l’incerta

profusione vegetale

 

imprimere cesura al frusto

mentre ad agresti lunari

ascendono canti alati.

 

 

*

Obbediente alla congiura dei miti celesti

dalle geometrie sassose oltre il lago

irrompe con lama tagliente

il ventoso sterminatore di foglie

piegate alla confisca dei neutrini di luce,

impone tra la dura trama grigia

spore di cielo, notazioni somiglianti

a suoni su pentagramma.

 

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Nota critica per “La grazia dei frammenti” di Domenico Cipriano, Giuliano Ladolfi Editore, 2020.

07 lunedì Feb 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Tag

Domenico Cipriano, La grazia dei frammenti

 

Frequento la poesia da un po’ e di libri ne ho apprezzati, accantonati, imitati, cestinati ma mai in nessuno ho trovato il suggerimento di un brano ideale che si legasse “emotivamente” a ogni sezione di testi e fungesse da tappeto sonoro da cui attingere e verso cui dirigere emozioni e rimandi. Avviene questo leggendo i testi di Domenico Cipriano, poeta di grande eleganza, raffinatezza, sobrietà e, dote ancora più pregevole e rara di questi tempi, umiltà. La sua ultima raccolta, pubblicata da Ladolfi Editore è intitolata “La grazia dei frammenti” e raccoglie una selezione aggraziata e curatissima di poesie scritte nell’arco di un ventennio, a partire dal 2000. Il tentativo, neanche troppo celato, è quello di fornire al lettore un’esperienza suggestiva di incontro tra le arti. E in effetti, la nota biografica dell’autore menziona progetti di incontro con la musica, realizzazione di CD di jazz e poesia, videoperformance, testimonianze tutte di un grande interesse per le arti, in particolare per la musica. È evidente fin dalla prima lettura dei testi la maturità e la consapevolezza stilistica del nostro, insieme alla motivazione che senza dubbio lo ha mosso, quella di raccogliere e riorganizzare la propria produzione. Le poesie, antologizzate in ordine cronologico di pubblicazione fino a formare un corpus distinto in cinque sezioni, sono tratte da Il continente perso (Fermenti. Roma, 2000), Novembre (Transeuropa, Massa, 2010), Il centro del mondo (Transeuropa, 2014), L’origine (L’Arcolaio, Forlimpopoli, 2017); i testi della sezione finale Nel bicchiere da consumare, invece, sono inediti in volume.

La sezione iniziale è introdotta da una citazione tratta da La ragazza Carla di Elio Pagliarani e, come tutte le altre sezioni, da una vera e propria guida all’ascolto, testimonianza di un amore viscerale per la musica di ogni genere (dal jazz, al classico, alla world music, alla musica etnica, elettronica, ecc). E l’amore è il primo tema che affiora leggendo gli equilibrati versi di Cipriano: amore per la propria terra mitizzata, l’Irpinia, quando scrive “Sulle mie montagne / c’è il mare”, tempestoso perché riflette gli animi della gente che non sogna né spera nel cambiamento. Mentre il tempo scorre lentamente, rarefatto e sospeso, e le stagioni mutano segnali, Cipriano descrive una realtà statica i cui abitanti restano ad osservare il treno dai monti. L’Irpinia di Cipriano è primordiale, astorica, immobile, tanto da provocare la partenza di molti. Dall’amore per la propria terra si passa all’approfondimento dell’amore per una donna, Maria Carmela, nella breve ma intensa sezione intitolata “Le tue grazie”, in cui l’autore decanta la condizione di innamoramento e felicità per l’amore ricambiato e corrisposto e vive un appagante stato di grazia dato dalla bellezza e dalla semplicità del momento. La scrittura è caratterizzata da chiare immagini visive e da un linguaggio che si autogenera, rivelando caratteristiche di concisione e luminosità: molti testi, infatti, in particolare quelli delle sezioni Città degli occhi e Intermezzo, confermano il taglio epigrammatico-aforistico. Le soluzioni metrico-ritmico-foniche (assonanze, consonanze, allitterazioni) rafforzano l’eleganza e l’arguzia dei testi. La forma metrica è molto vicina alla prosa, in grado di assumere un ritmo che, nei momenti di maggiore intensità, riesce a trasportare il lettore fino al piano metafisico del dramma. “Novembre” si apre infatti con frammenti lirico-prosastici di grande intensità. Già il titolo è molto evocativo, Novembre è il più crudele dei mesi, altro che Aprile come scriveva Eliot. La sezione è dedicata al tragico terremoto che colpì la terra del poeta il 23 novembre 1980 alle 19,34. In relazione alla struttura, appare un triste gioco di rimandi e di corrispondenze studiati ma sentiti tutti sulla propria pelle: le poesie sono 23, composte da strofe eptastiche. Nella versione originale edita nel 2010, il prologo è di 34 versi e l’introduzione di 11 che corrisponde al mese di novembre.  In alcune strofe Cipriano diventa narratore onnisciente, testimone dei fatti, adotta la prima persona perché i frammenti sono autobiografici, materiale di analisi private ed esistenziali, in altri la poesia si fa corale, uscivamo come formiche disorientate, cercavamo con le auto il rifugio più sicuro, accettavamo il freddo, ci stringevamo per proteggerci, questa sera ceniamo con la morte, ecc. Moltissime sono le occorrenze della parola voce che diventa testimonianza che resta, memoria, rievocazione di quello che è successo. I testi tratti da Il centro del mondo per la sezione Le stanze nascoste e Irpinia metafisica sono intimistici e colloquiali, colgono sensazioni, ricordi del passato relativi ai propri affetti familiari, del resto cos’è il centro del mondo se non la nostra casa? Nel primo testo il poeta è così assorto nella contemplazione fantastica del tramonto che prova un senso di smarrimento. Le voci intrecciate in lontananza scandiscono lo scorrere del tempo e suggeriscono l’idea dell’eternità mentre il bagliore di una luce sterminata si insinua sottopelle. Il guizzo della mente coglie descrizioni di attimi di vita vissuta, memorie personali di persone care, visioni oniriche di oggetti, sensazioni, profumi. L’osservazione è diretta anche ai primi giorni di vita della propria figlia, di Sofia, che apre gli occhi sfidando la luce, che scopre le mani, che osserva il mondo che la circonda, che sorride alle cose, che cresce e cambierà così come cambiano le cose abbandonate. E lo smarrimento esistenziale si coglie quando ci si confonde come un fungo tra le foglie prima di rifiorire tra le croste dei bar sconsacrati e lo si ritrova anche nell’aggettivazione usata nei vari costrutti come siamo rifugiati, presente evanescente, storia rinnegata, vuoto incomprensibile. Perfino i rami sono pigri e riflettono / la coscienza della gente, sono tristi e si lamentano del freddo, del caldo, della solitudine e della noia. Il senso di smarrimento lo si ritrova anche nella sezione successiva, Città degli occhi, quando ci si sente viaggiatori del mondo in cui passano persone /senza mai incontrarsi e si descrive la sensazione di sentirsi anonimi / in tanta umanità distesa. Cipriano è un viaggiatore che parte per tornare ai luoghi di origine perché il senso di appartenenza alla propria terra è fortemente radicato in lui ed emerge, in particolare, nella sezione Natura domestica & Lampioni. Nella sezione L’origine, è descritto l’intimo inizio del mondo, descritto con grande capacità di osservazione, nei suoi dettagli più nascosti. L’ultima sezione, l’inedita Nel bicchiere da consumare ricorda Neruda e comprende sei poesie celebrative, inebrianti, non a caso dedicate al vino come momento di condivisione erotica, di allegria, come prodotto autunnale che richiama per il suo colore le labbra vive della donna amata. Solo in questi frammenti e nella sezione già citata Le tue grazie, tratta da Il continente perso, si avverte il superamento dell’inquietudine amara che traspare da tutte le altre sezioni. Cipriano si fa interprete e portavoce della disillusione e dell’afasia di un’intera generazione, le cui speranze e aspettative sono state tradite e deluse. Ecco forse la missione di riscatto morale della parola poetica e il desiderio del poeta di tramandare e trasmettere ai posteri, con incisività descrittiva, la propria storia, la propria osservazione e interpretazione della realtà. Al di là del tono elegiaco e malinconico di buona parte dei componimenti, le caratteristiche di autenticità, sobrietà e compostezza formale della poesia di Cipriano, a mio avviso, la rendono classica e universale dunque destinata a vivere e a durare.

© Deborah Mega

 

*

 

Sulle mie montagne

c’è il mare.

Lo guardo appoggiando

l’ombra a un palo.

Sempre tempestoso

riflette gli animi

di questa gente.

Chi vive lì sotto

vede fosche giornate

ripetersi, inutili,

senza sogni, né

speranza di cambiare.

 

Siamo pochi

rimasti a guardare

questo mare.

Scompare

a Mezzogiorno,

quando la bassa marea

assorbe le sue nuvole.

 

 

Se ti abbandonerò

non è per il tuo odore umido

di terra a novembre

ma per l’odio giallo delle fronde

sul tuo costato di roccia chiara.

 

Animali da fieno

battono zoccoli duri

sulla tua pietra bianca,

il cuore spoglio tutto l’anno

del geranio disarma

mi rende estraneo.

 

 

(a Maria Carmela)

 

I sogni illuminano il buio

per questo ti ho conosciuta

nella notte sonnecchiata,

riccioli bruni, sorriso vibrante

sguardo sicuro. Piano si assenta

la sera nei nostri racconti

scuciti dai troppi rattoppi

barcollanti e sbiaditi:

ti ho cercata attendendo

un crocicchio al sole.

La notte confonde le viole

e tu hai confuso ogni nota

alla musica nella mia testa:

il tuo viso è quello che resta.

 

(Monteforte Irpino, 29 marzo 1999 ore 1,40)

 

1.

 

trema la terra, le vene hanno sangue che geme e ti riempie. è un fiotto la terra che lotta, sussulta, avviluppa. confonde la terra che affonda, ti rende sua onda, presente a ogni lato soffoca il fiato, ti afferra, collutta, si sbatte, si spacca, ti vuole e combatti, chiede il contatto, ti attacca, ti abbatte. è fuoco la terra del dopo risucchia di poco le crepe: la terra che trema riempie memoria. ti stana, si affrange, ti strema, è padrona.

 

11.

 

sciacalli sui resti delle case, tra i morti e le pietre, ma nel freddo si nutrono aiuti improvvisati, attrezzati con la forza della stessa notte. l’anima di un carcerato strappa dal pigiama una benda e stringe il sangue della ferita sconosciuta: lo racconta mia cugina che di quel sangue porta i segni.

 

13.

 

è della notte il grido ancora vivo mentre sistemiamo i pacchi in numeri col pennello rosso che segna le pietre. si rimette ordine classificando i danni le case sbriciolate, le vite perdute, ma nel conteggio si perde lo strazio le lacrime versate, il futuro inaridito.

 

 

Disteso sui miei sensi penso

(oltre le nuvole e le luci dei lampioni

alari) col fiato sospeso sulle colline blu.

Nemmeno i corpi uniti nell’amore

e racchiusi in un respiro solo sanno dire

dell’immenso in cui mi perdo ora

per questo tramonto vulnerabile e mobile

nel bagliore di una luce sterminata

tra le voci intrecciate in lontananza.

Se apparteniamo – per un istante –

a un’altra vita, a un’epoca leggendaria,

non ci è dato sapere dal poco che tracciamo

sciogliendo in illusione le certezze.

È quel bagliore, che si insinua vorticoso

oltre la forza decisa delle ossa,

ad aprire un nuovo varco sotto pelle,

a rinominare infinito il suono delle cose,

di quell’oceano che si nasconde eternamente

dentro al volto immobile dei monti.

 

(Montefusco, 8 gennaio 2012)

 

 

Sulla tua faccia il rossore

di vino e ti sfioro l’orlo

della camicia ma non lascio

che il tocco scombini ogni forma

ed osservo il tuo riso, il gioco

parlando, sfiorando la fronte.

Attiro alla voce la voglia

di vita, risalirei nella valle

profonda le dita ed aspetto

godendo (come allora) il tuo viso:

ogni amore è improvviso.

 

Testi tratti da La grazia dei frammenti di Domenico Cipriano, Giuliano Ladolfi Editore, 2020.

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La vendetta non mi interessava

27 giovedì Gen 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Giorno della Memoria, Primo Levi

 

La vendetta non mi interessava; ero stato intimamente soddisfatto dalla (simbolica, incompleta, tendenziosa) sacra rappresentazione di Norimberga, ma mi stava bene così, che alle giustissime impiccagioni pensassero gli altri, i professionisti. A me spettava capire, capirli. Non il manipolo dei grandi colpevoli, ma loro, il popolo, quelli che avevo visti da vicino, quelli tra cui erano stati reclutati i militi delle S.S., ed anche quegli altri, quelli che avevano creduto, che non credendo avevano taciuto, che non avevano avuto il gracile coraggio di guardarci negli occhi, di gettarci un pezzo di pane, di mormorare una parola umana. Ricordo molto bene quel tempo e quel clima, e credo di poter giudicare i tedeschi di allora senza pregiudizi e senza collera. Quasi tutti, ma non tutti, erano stati sordi, ciechi e muti: una massa di «invalidi» intorno a un nocciolo di feroci. Quasi tutti, ma non tutti, erano stati vili.

Primo Levi, I sommersi e i salvati, 1986

 

Il brano “Il Giorno della Memoria” è tratto dal volume “Noi e la Musica 5” di Lanfranco Perini e Maurizio Spaccazocchi © 2013 Progetti Sonori

 

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Versi trasversali: Andrea Terreni

24 lunedì Gen 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Andrea Terreni, poesia contemporanea

 

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ANDREA TERRENI

 

L’ODIO

 

Odiare ti brucia da dentro.

 

Chi pensa di potersi salvare dai sensi di colpa, attraverso l’odio, si sbaglia. L’odio è un virus che entra nella pelle e s’irradia attraverso i capillari, le vene, le arterie. Contrae i muscoli e arriva agli organi. L’odio non è una condizione che si sceglie, è un divenire dopo non aver avuto scelta, è una malattia.

 

Odiare diventa una condizione non rinunciabile dell’esistenza, un bisogno fisico simile ad una convulsione; una pulsione irrefrenabile che gonfia lo stomaco e attraverso la gola si scioglie, dopo aver ruggito.

 

La rabbia provoca l’odio.

 

E non c’è cosa più ingiusta che comprendere tutto questo, sentirlo crescere e muoversi dentro al ventre, come un feto che muta. Puoi piangere, e lo fai. Cerchi il buio per nasconderti dagli occhi degli altri, sorridi e disegni per te stesso un vestito di festa e giovialità. Eppure culli quel mostro, portandolo ad osservare tutto quello che nel freddo della tua stanza, trasforma il tuo sorriso in una maschera smostrata.

 

Lo sai, quel brivido elettrico percorre le braccia, rimbalza nel vuoto e torna al cervello, mostrando soluzioni e sofferenza.

 

Ti alzi dal letto, e chiudi il varco all’oblio con la chiave: una pallina che sciogli nel labbro chiedendo dignità.

 

*

 

I bambini sorridono sempre

nel candore dei loro passi

si nutrono del calore spontaneo,

non gli si chiede ricompensa

che non sia sorridere o crescere.

 

I bambini vanno avanti liberi

non misurano falcate o pensieri,

imbrattano con ogni idea il cammino.

Ed ecco mani grandi a sorreggerli,

innaffiare sogni, pulire lacrime.

 

I bambini non ascoltano affranti,

non suppongono,

di altrui capricci sono innocenti,

d’ogni abuso nascosto nei sussurri.

I bambini prosperano,

io imparavo ad odiare.

 

*

 

Pensarmi diviso strappa

il petto,

a morsi feroci

e getta davanti ai miei piedi

forme senzienti invalicabili

 

e il respiro

appena

permette

di rimanere vivo

 

nonostante il sangue che cola

dall’anima aperta.

 

*

 

Maschere,

pigre, accartocciate sulle scale della vita,

 

rincorrere

sguardi e ombre nascoste, negli avamposti rimasti,

 

distruggono,

effimere il rimorso per esser sempre vivi,

 

rinnegano

il dolore, degli anni avviliti dal vento.

 

Esplosioni,

scintille lasciate deflagrare su abili costruzioni mentali

fermentate,

in arti di cenere abilmente sfumata nel fuoco a sparire,

 

piangono

immobili sorrisi, di sguardi fissi e petti di plastica

annegata

nei fiumi di lacrime dei bimbi che non matureranno.

 

*

 

PIANTO SECONDO

 

Pensai

il ritorno del silenzio.

Ammucchiata speme infausta

di risalir dal ventre

alla cavità del parlare.

 

Silenzio.

 

Occhiate tumefatte

di naturalezza orfane,

non danze o canti

ma vuota esposizione.

 

Sostituzione d’essenza

arricchimento dell’io,

ma cavo di polpa

soltanto

immagine esplosa.

 

Non ebbe a sperar d’aver torto

chi chiuse l’antica contesa

del giusto, trovare in altrui

adesso esaltato apparire.

 

*

 

Mai ebbi dubbi

eppure lei non seppe, sempre,

di cristallina immagine,

riconoscere nei miei specchi

una strada,

che potea condurla in salvo;

lungo fu quell’esimio cammino,

di giorni a mostrar passione e giubilo,

fermo, nell’assordante brusio del cuore

non nascosi, solo e sempre a lei,

il fervore del sentimento innocente.

E li dove appoggia i suoi sogni

ho nascosto al mondo i suoi doni.

 

*

 

Ho una carezza per la tua attesa,

non un sorriso

nè una parola

orme sbiadite.

 

Ho chiuso gli occhi mentre vivevo

non so dirti l’errore

se vuoi ho del dolore

se vuoi facciamo pace.

 

*

 

Eppure è di speranza che mi fregio,

non come saperla spendere,

ottenerne, mistificarla ad arte,

non credo si possa insegnare.

 

Ho lei che tengo in un palmo

e annuso a bisogno e sue parole,

non credo si possa insegnare,

ma un giglio che sboccia da niente

mi prende per mano se sdoppio

il mio essere improprio.

 

Non credo si possa insegnare,

ma un giorno ho lasciato un po’ aperto

riscontro mi ha preso alle spalle

e adesso non oso cadere,

c’è lei che dal suo comodino

estrae quella chiave segreta

che mi apre per togliere un poco

di male che porto dai tempi,

i tempi in cui ero bambino

e scelsi di crescere in tempo

per prender la strada del vento

 

 

Testi tratti da “Paroxetina”  di Andrea Terreni – NullaDie Editore, 2021.

 

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Nota di lettura su “Doppio passo” di Anna Chiara Bruno, Maria Piera Lo Prete, Diana Bosnjak Monai, Besa Edizioni, 2021.

17 lunedì Gen 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Tag

Anna Chiara Bruno, Diana Bosnjak Monai, Doppio passo, Filippo La Porta, Maria Piera Lo Prete

 

Scrivere poesia è un atto rivoluzionario perché permette di perseguire la bellezza, sfuggire alla tristezza e al dolore che negli ultimi due anni è divenuto ancora più tangibile, per prendersi cura degli altri con il dono prezioso di un pensiero, di una parola, di un libro come questo, tanto più perché acquistandolo è possibile sostenere l’ABFO, Associazione Benefica Fulvio Occhinegro. Doppio passo è un libro scritto a più mani, quelle operose e solidali delle due autrici: Anna Chiara Bruno e Maria Piera Lo Prete, ciascuna con la sua voce e il suo stile. Non a caso il sottotitolo dell’opera è poesie, quelle di Lo Prete, e prose, quelle di Bruno. Le annotazioni critiche sono di Filippo La Porta mentre nella seconda parte del libro si aggiungono i pensieri di Diana Bosnjac Monai. Nessuno nel febbraio del 2020 immaginava quello che sarebbe successo di lì a poco. Con la pandemia abbiamo perso la serenità, abbiamo dovuto confrontarci con la sofferenza e con la morte. Quello che è successo ha cambiato le nostre priorità, le ha completamente stravolte e cambiate irrimediabilmente. E così, le due autrici hanno vissuto lo stesso disagio, che è quello di tutti noi e l’hanno raccontato. Ecco il senso del titolo: una doppia visione e interpretazione di quanto è successo e un invito ad andare oltre la superficie delle cose per recuperare il nostro io più autentico, i sentimenti veri, l’apertura nei confronti dell’altro e del suo punto di vista. In questi lunghi mesi in cui l’interazione sociale è l’aspetto che più ha subìto restrizioni, la scrittura è diventata un bisogno profondo, una necessità fortissima che ci ha protetti e difesi dalla disperazione. “I giorni dell’arroganza sono finiti”, scrive Maria Piera Lo Prete ed, in effetti, lo sono davvero. Siamo stati inclini all’arroganza, egoisti nei confronti del prossimo e della Terra, l’abbiamo calpestata mentre “avremmo dovuto leggermente attraversarla”, abbiamo trascurato gli affetti e pensato solo ai nostri interessi personali. La crisi ambientale non è più una novità per nessuno, l’equilibrio biologico è pesantemente minacciato mentre è urgente un ribaltamento dei modelli e dei comportamenti nel rapporto uomo-società-natura. Occorre immergersi nel verde, riprendere contatto con la natura che ci circonda e difenderla con tutte le nostre forze. Molti sono gli argomenti affrontati in quest’opera, che in alcuni passaggi potrebbe sembrare moralista mentre è una contemplazione ad alta voce, un flusso di coscienza che urge di diventare parola e di parlare alle coscienze. Oltre al tema ecologico, vi si parla di tempo, dono spesso sprecato e che, in epoca di pandemia, si è dilatato, consentendoci di praticare l’esercizio della scrittura, della lettura, della riflessione. Si parla di silenzio, della necessità di ritrovarsi perché si auspica una ripresa di tutte le attività che di nuovo ci travolgeranno ma ci troveranno meno vulnerabili e forse più saggi e maturi. Un altro tema affrontato è la violenza di genere, la paura, la necessità di riappropriarsi della propria vita, perché dopo tanti mesi di isolamento è stato faticoso per tutti tornare a vivere, e ancora grandi temi di utilità sociale come la pace, la libertà, la saggezza dei padri, l’importanza di un buon insegnamento per sostenere i giovani in quel meraviglioso processo di metamorfosi che compiranno, ciascuno secondo le sue potenzialità e il suo impegno, e ancora il dramma dell’immigrazione clandestina, di qui la necessità della carità e di una sorta di coscienza morale che dovrebbe sempre guidare le nostre scelte. Anche la comunicazione diventa un altro strumento di accoglienza. L’invito è quello di usare con cura e cautela le parole, che possono essere manipolate, travisate, usate a sproposito. Oltre alla natura, dunque, va difesa e tutelata anche la lingua italiana, snaturata dall’abuso dei prestiti linguistici. Di qui scaturisce anche l’importanza della storia e della memoria, dei nostri padri, delle nostre storie, di noi stessi che siamo vissuti e un giorno potremo dire “io c’ero”. Nella seconda parte dell’opera le autrici ci invitano ed esortano a ripartire dai nostri luoghi interiori, dalle memorie, dai ricordi, per poi giungere, alla fine del viaggio, a riconoscere noi stessi. L’opera, oltre ad essere un luogo di coincidenza di prosa e poesia, di invenzione e di ragionamento, è un luogo imperdibile di lucida analisi del reale, in cui ritrovarsi e di cui fare tesoro.

 

© Deborah Mega

 

*

 

…folla sui navigli

 

Triste, come tutte le giornate negli ospedali. Si soffre, si sopporta, si resiste, si spera. Voi, raggomitolati nelle vostre sicurezze, nel giro delle occupazioni abitudinarie, nei riti frenetici del vivere, indifferenti alle grandi sofferenze, non sentite di abitare un pianeta che soffre? Non vi ponete domande…? Una società è giusta e umana solo se rispetta l’altro, soprattutto quando l’altro patisce, e nulla può legittimare la violazione di regole prestabilite. Imboccare la movida punteggiata di negozi, ristoranti, bar di civettuola eleganza, con viltà e trascuratezza. Nessuno vi ha afferrato per la spalla quando eravate ancora in tempo? Non c’erano bambini; c’erano ragazzi grandi, forse padri, forse nonni, forse anche zii e zie, forse qualche tipo solitario, di quelli che vivono per strada e non hanno affetti da proteggere. Chi è tutta questa gente? Cosa ci fa lì? Spalla contro spalla, forma gruppi chiassosi. Qualcuno immagina – preso dal delirio – la complessità dei sentimenti, quando la morte si contende la vita? Era malata, vecchia, tutti comprendono e ritengono che in definitiva il caso si spiega da sé! Morire in una branda di ospedale, circondati da sconosciuti, senza accusare nessuno per tanta indifferenza. Da dove origina questo cinismo, questo freddo dell’anima? Il gelo, quello stesso che trasforma in arma uno sputo in volo, è penetrato fino nelle vostre anime?

 

i giorni dell’arroganza

 

I giorni dell’arroganza sono finiti,

si mostrano le ferite.

Ma sui Navigli la luna è di tutti;

tutti si sono assiepati,

guardano sgomenti

il suo volto impallidire

e sfumare, andare via,

come fumo, come nebbia;

come leggera fuliggine

appare ora la sua scia

e tutto scolora di nuovo

 dinanzi alle nostre facce

impallidite.

 

*

 

(non son)… cose da femmina!

 

Essere femmine è dover corrispondere a una definizione, a un ruolo… Se il normale fa paura, è altrettanto vero che il diverso terrorizza. Per questo lei non ha mai disubbidito… Il carnefice alza le braccia. Si ode il grido della vittima! Avrebbe voluto sfuggire a quel malessere che turbinava come il vento ma… le mancavano le parole, l’occasione, il coraggio! Barcolla, prova a muoversi. Non ha forza nelle membra, ma quando lentamente con gambe tremanti lascia quella casa, si dischiude, per lei, il mondo che le si era sigillato addosso, in quelle stanze dall’aria ispida e angusta. Ciò che l’attendeva era così meraviglioso: si sentiva libera, avvertiva una nuova energia. Il calore aveva preso il posto del freddo. La luce il posto della penombra. Aveva conquistato il rispetto di sé. Si era dimostrata più forte di lui. Aveva compreso la ne-ces-si-tà di essere libera dall’infelicità, dal dolore, dalla ferocia. Gli stereotipi regolano ancora l’accesso ai ruoli sociali costruiti dall’uomo sulla differenza di genere. Incidono sull’identità della persona. Femmina, sesso debole? No!

 

il dramma

 

Questo è il gusto osceno della vita,

restare nel crogiolo e capitolare

alla fine dietro l’angolo di casa,

con negli occhi uno sfavillio

che ti coglie all’improvviso

quando vedi la lama che

tinge di rosso il tuo

corpo. La carezza

è lieve, lieve e sottile e

ti penetra e ti assottiglia

la vita, te la sfila, la

libera dal corpo

e tutta la tua memoria

diventa storia ora

sulla tela della

nostra scena.

 

*

 

ANNA CHIARA BRUNO, (Carosino – TA 1953), già docente in lettere, oggi si occupa di promozione della lettura soprattutto presso i giovani, collaborando con associazioni culturali, istituzioni ed enti locali.

MARIA PIERA LO PRETE, (Taranto 1950), già docente e collaboratrice di case editrici. Ha pubblicato le raccolte poetiche Naufragio (2016) e Al sole di agosto (2020). Sue poesie sono pubblicate in antologie di autori contemporanei.

DIANA BOŠNJAK MONAI, (Sarajevo 1970) famiglia multietnica e multiculturale. Architetto, artista, scrittrice, vive e lavora a Trieste. Ha diverse pubblicazioni alle sue spalle tra cui: “Da Sarajevo con amore” (dalla città assediata diario ricostruito con scritti del nonno Puniša Kalezić testimone diretto); “A te, che hai guardato muta” (romanzo 2019).

FILIPPO LA PORTA (1952) Romano ma con profonde radici pugliesi. Critico e saggista. Scrive su “La Repubblica”; una rubrica sul settimanale “Left” e sul mensile “L’immaginazione”. Innumerevoli le sue pubblicazioni, non solo di critica letteraria. Conosce profondamente la produzione letteraria pugliese contemporanea.

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