
Qui
Vivono per sempre
Gli occhi che furono chiusi alla luce
Perché tutti
Li avessero aperti
Per sempre
Alla luce
Giuseppe Ungaretti
25 lunedì Apr 2022
Posted in Segnalazioni ed eventi

Qui
Vivono per sempre
Gli occhi che furono chiusi alla luce
Perché tutti
Li avessero aperti
Per sempre
Alla luce
Giuseppe Ungaretti
25 lunedì Apr 2022
Posted in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

È la vita degli dei
e degli eroi
e dei poveri
diavoli
che siamo noi,
venuti
al mondo
nell’età dell’incoscienza.
Di Afrodite,
è tutta la bellezza
di questo gioco mortale
e, forse, immorale.
È avida
la dea.
Inganna i cuori
e non concede
sazietà ai desideri
sempre accesi
nelle nostre viscere.
Siamo figli suoi
e di Efesto.
E concepiti nelle viscere
di un vulcano
siamo condannati
a sentirlo
nelle nostre stesse
viscere
il fuoco sacro
dei desideri
che fanno la vita
così
afrodisiaca.
Aspetto
una carezza,
so che verrà
dal mare
e avrà sapore
di salsedine.
Aspetto
una carezza
che accenderà
la mia consumata
speranza di rivedere
Odisseo,
il più audace degli uomini.
Abbaiando amore,
gli racconterò
che cos’è
la fedeltà.
È abusato il tuo nome,
incompreso il tuo dolore,
troppo stretto
il nodo
che ti legava
all’amore.
La tua lucida follia
si annida
nel mio cuore
di madre.
Sciolgo il nodo
se stringe,
stringo al cuore
il tuo dolore,
non pronuncio il tuo nome,
ho paura
che tu mi risponda
con la mia incerta
voce.
Ospite
del mio corpo
sono il tempio
e l’altare,
sono l’altro,
sono il pellegrino,
sono il sacerdote.
Sono la sposa
senza dote.
Sono Atena,
sono Venere Citera.
La mia pelle
ruvida
si fa pergamena.
Sono l’oracolo
e la Sibilla.
Afferro
gli arcani
segreti
dei venti.
L’audace allegria
del mio sangue
canta preghiere
profane.
Viaggio
nel meriggio
assolato,
bevo cielo,
mi nutro
di imperfetti
miracoli.
A Sud
si va leggeri
con le tasche
piene di miraggi,
il cuore vuoto
di chi ha fame
e mangia
pane e ricordi
d’infanzia.
L’amore
si fa
ritorno,
canto,
incanto,
Autogrill.
19 martedì Apr 2022
Posted in LETTERATURA, Poesie

photo by Trini Schultz
Maccare
Quando l’aria degli alberi fu finita
gli animali della terra, del mare e della guerra
si trovarono una stanza infossata e inabitata
“Siamo un solo spirito” – disse il soffio
“Siamo un solo ritmo” – disse il battito
“Siamo un solo nodo” – disse il cappio.
Una sola stanza non bastò a contenere il tumulto rimasto,
lo scarto ammassato volle da subito definirsi distante,
i corpi s’allontanarono, s’infrattarono fino al costituirsi dei limiti.
Alloggiati in stanzette con serrature senza mandate, senza guardiani,
non insegnavano lo spavento dell’agguato ai teneri piccoli,
s’aspettava che l’ispezione cogliesse gli infatuati ansanti e indaffarati,
nulla si sa, nulla s’impartisce, la lezione è “Ci si nasconde”.
Ci si frantumerebbe in briciole per nascondersi meglio
“Io non so di te. Tu non sai di me”
Sussurravano i corridoi
S’impara velocemente, sì, ma tu, lettore caro, sai competere con la trasparenza?
Tu che hai un corpo che sarebbe intero anche senza pelle,
che potresti vedere anche senza muscoli,
con cui potresti ballare anche col solo pulsare delle vene,
le cui ossa resistono al secolare mangiare della terra,
competi tu, essere integro, con l’assuefazione.
Rifletti, carcassa pesante, e cammina fino all’ingresso della fossa,
li vedi? Si coprono di nero con un manto, intanto che aspettano la sorte,
dal muso alle zampe appannaggio di una sola nuvola priva di pensiero,
paiono covare essi stessi la propria attesa, come non volessero mollare la presa
di quella corda umida su cui siedono. I piedi penzolano lenti
su un ampio spiazzale che ha colore e consistenza di polvere,
il cui solco nel centro risuona come la cassa di uno strumento
monocorde. Sul filo erano in troppi, delle volte,
qualcuno cadeva, avrebbero dovuto legare altre corde,
ma il Bugiardo chiedeva il progresso, e questo s’identifica con lo spreco
che riempie le sue dita di gemme di plastica,
che permette ai suoi denti di cariarsi,
che leva ai pesci le alghe incontaminate,
che occlude anche ai sassi le radici.
Egli aspira ad un assoluto convesso che lo copra come in una bolla,
che lo sleghi dalle contingenze, un cielo di plexiglas, insomma,
per avvicinarsi alle forme mutate in velocità,
per avviarsi all’ordine del cerebrale,
alle liturgie del sé contenitore di statica sacralità.
Allora giù, dov’è freddo, strisciando per canne robuste dai suoni delicati,
per finire lontano dalla casa, ormai abitata.
La casa del sospetto ha stanze di colpa e di punizione:
come fossero chiavi della cintola di dio
gli inquilini scuciono la toppa per disporsi gelosi
ad origliare gelide presunzioni di fede
“Si discute di un temuto mercoledì delle ceneri”
“Ma mai arriva”
Intanto accumulano grasso e menzogne da disporre sotto i tappeti
perché l’assordante passo di dio non li colga dormienti
seppure non vissero che accumulando riserve e mai grazie,
riserve di chiassoso peccato, che li consolassero
dal bianco divino che appanna lo sguardo, ma non placa la voglia
di esser rovesciati ancora, e sporcati ancora.
Il bianco non sazia, il bianco lascia che il languore frema,
che il piacere aumenti finché
la porta si spalanchi
e dal grigio del lungo corridoio il pallore ansante invada gli anfratti
dov’è nascosto il marcio. Le sentinelle s’impuntano dritte
coi talloni sui bordi dei tappeti, perché a sbucare non sia la loro colpa
ma quella di chi, imperfetto truffatore, non ha saputo esser svelto.
E che scoppi la rivolta, che un capro deve sempre essere sacrificato,
che i virtuosi predicano ma disdegnano le suppliche,
quindi che il matto sia gettato giù
dal dirupo, come gli antichi
dalla forca, come le streghe
dalla piazza, come i lebbrosi
dall’Eden, come gli uomini.
Le chiavi
credono nella perpetua discendenza della creazione,
ricordano che tra chi fu generato, tu fosti posto nell’angolo del fosso
costretto in un basso putrido, i cui segregati non prestano servigio,
intanto i ciechi penitenti abitano in bilico nella fosca nebbia
che lo sfiatare di dio caccia,
egli appanna il cielo e i ciottoli
da cui gli obbedienti si coprono i piedi e le orecchie
perché i predecessori non li riempiano di graffi
richiamando all’attenzione gli spirti odierni:
Bisogna che ci sia un piccolo insetto,
magari deforme o magari pensante,
qualcuno che raccolga il peccato senza nasconderlo,
qualcuno cui non può essere rimesso il male
perché non cosparse la propria testa di ceneri.
Finì col racimolarsi di un uomo solo,
uno piccolo, dalla voce bassa e dalla testa china,
era spietato il suo dissenso ma inerme la sua pratica,
sicché lo presero senza che strillasse l’ingiustizia del torto,
“Non si urla a un dio bugiardo che mente.
Io gravito impermalente tra le orbite altrui,
mi sottraggo al verso, esattamente come il nero è tale
perché rifiuta in apparenza gli altri colori.
Io non chiesi mai di aprire la serratura,
non si può chiedere una quiete che non si è provata…
ma capitò di spiare, e la delizia fu troppa,
al di là lo squallore si annulla e il declino si spiega.
Io non saprò, so che non saprò, distanziarmi da chi mi tarpa,
per ingordigia, per timore, o per devozione alla sottomissione,
io starò qui perché i cretini possano vedere nel mio sacrificio
il Bugiardo che si nasconde”
Che si sa –annuncia uno squilibrato- il male è male,
va fatto, ma che non si dica, che non si sappia.
La perversione non è degli atti ma della parola
di chi la professa con la lingua linda dallo squallore,
che fu solo di chi, bugiardo, disse no,
che si sa:
chiudono gli occhi nell’aldilà.
Zahira Ziello
18 lunedì Apr 2022
Posted in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

A chi illumina
*
La poesia è come l’acqua nelle profondità della terra.
Il poeta è simile a un rabdomante,
trova l’acqua anche nei luoghi più aridi e la fa zampillare
Alberto Moravia
La croce versa (o il tentativo di cambiare)
la croce versa nell’uovo
è il frassino nel cuore del conte
la cellula che purifica l’etichetta
battezzando la fede in scienza
un simbolo che impongo
per cambiare le immagini
tagliare il ciclo e aprirne un altro
in un rivolo di sangue blu
un punto e a capo che serve
all’interlinea stretta della vita
per respirare il diverso
e chiudere le oscurità nel guscio
vergere la croce portata
farne posata o fionda
per debellare la malattia del verbo
con la pietra della negazione
vorrei cancellarti dalla mia fronte
lo sfregio di caino che mi addita nella folla
accresce il tuo ego
nelle fauci dell’adorazione
potrei morirti sui piedi se mi lasci respirare
e dirti quanto sei immensa sarà un gioco
come scagliare la biglia dal pollice
mentre le ombre lasciano le case alla sera
ma devo eliminarti
macellarti in una mole fine
farne polvere e bagnarla per non respirarla
affinché ogni odore di te si estingua
cambiare ossessione per quanto possibile
dimenticarti fluire come un pesce rosso
morto nel pozzo della tazza scarica
dicendomi che ora andrai nel mare con le altre
l’essere tuo mi annulla
e una poesia è troppo rapida
per un lungo addio
che garza il distacco netto
starò a contemplare alla finestra della memoria
mentre scagli quella croce
sull’uovo che si cuoce
e io non avrò più nulla da dire
*
è inutile il tramonto
per addormentarsi sull’amaca delle tue ciglia
per ondeggiare fino a cadere sui listelli del molo
dove tra i nodi del legno spiccano le conchiglie
allineate su una spiaggia desolata di inverno
mentre la pelle è livida dal freddo
le corde che ti ormeggiano la colorano
e io ti guardo in questa cornice descritta
mentre i primi gabbiani si affacciano alle nuvole
e la spuma del mare mi porta
sempre più vicino
sempre più lontano
al tuo profumo bronzeo
*
la rima
baciata è uno stupro
preferisco sguinzagliare canneti
dalle sponde della spiaggia
farne falò di notte per lo spiedo
di un bacio atteso a ruminare
lungo le vie delle barbarie
strapparti i vestiti con le forbici dell’attenzione
sregolare l’attrito di un catamarano
staccare la dinamo dalla graziella
e scaraventarla nell’oltremare
non scrivere per compito
ma solo per amarti
*
regalami le tenebre del tuo bosco
fiore dal polline nero
inquinato dal battesimo perché l’ateo è il vero puro
senza decaloghi da infrangere
bagnato solo della placenta di sua madre
non meritavo gli inferi alle porte
o le spinte col forcone
una nascita bastava
voglio togliermi il mantello acqueo
– di sacro preferisco il fuoco almeno arde
uccide le spore disinfetta
non certo aleister mi regalerà la felicità
con la sua disobbedienza a cefalù
ma tu donna scarlatta
sorridimi ancora – amami
in pozioni che mai berrò
sacrificherò il mio vuoto
non sarò sabbatico adepto
alla cena dei bottoni
dell’antitesi del bianco
né all’altare di cognac e coca mi prostrerò
/ non fa per me /
ma tu sei maga
nera – strega
pallida in viso
ti salverò da qualsiasi inquisizione
tramandata nel tempo
tra un affresco stilizzato e l’altro
mi battezzerò solo della tua bellezza
non avremmo crocifissi né esagrammi da adorare
calici e pissidi saranno vecchi inesplorati
ti sposerò all’abbazia di thélema
tra finestre di jimmy e ruderi d’edera
nel nome del tuo nome
amen
ho perso punti virgole capoversi nel volo dove ho incontrato te tra le anime esiliate finalmente qualcuno poteva vedermi le labbra divennero amaca alla tua vista perdendo vizi tumorali alla presa della mano in caduta poi abbraccio ancorato alla schiena dal rostro scarlatto dell’unghia impiantata lasciando divenire la mia futura cicatrice la più lucente tu affascinante anche negli sfregi dell’anima anonima amo le sfaccettature della lettera x incisa perché misteriosa incognita pacifica parità all’estremo eliminazione di paure libertà voglia costringere il bacio labile tagliente impiastrica le pelli di sapori pioventi bagnati da bava di chiocciola di cui non necessita la tua bellezza ancestrale squarcio labialinguinale nell’accartocciarsi al fiato aumentato dalla diminuzione dello spazio scosso dal tuo seno nell’intreccio cauto avvincente sì è il momento dopo il blocco consumato dal silenzio troppo lungo prima nella ventosa chiusa negli sguardi dai polpastrelli clitoridali voluta sempre in queste vesti aperte noi chiusi in un involucro bambagia di carezze sul naso indiano bucato dai tuoi occhi sentiti nel buio luce del nirvana dottrinale disseminato dopo il mio ateismo come petali confusi sparsi al tuo cammino i nostri sguardi scettici d’amore ora baciano la terra che arriva a ovattarci al suolo ancora in morte nel nulla del vuoto esplorato dal silenzio nel tuffo dove non riusciamo per via dei nodi a urlare lì nei flashback della vita
17 domenica Apr 2022
Posted in LETTERATURA, Poesie

Raffaello Sanzio, La Resurrezione di Cristo, Museo di San Paolo, Brasile
Suono di campane,
voce che trasvola sul mondo,
canto che piove dal cielo sulla terra,
nella città sorda e irrequieta,
e nel silenzio dei colli
ove, nel pallore argenteo,
le bacche d’olivo maturano il dono di pace.
Suono che viene a te,
quale alleluia pasquale,
a offrirti la gioia di ogni primavera,
a chiamarti alla rinascita;
a dirti che la terra rifiorisce
se il tuo cuore si aprirà come un boccio,
che ripete un gesto d’amore e di speranza,
levando il mite ramoscello
in questa chiara alba di Risurrezione!
Gabriele D’Annunzio
12 martedì Apr 2022
Posted in LETTERATURA, Versi trasversali

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
NUNZIO DI SARNO
“All’inizio era il nulla, il nulla non aveva nome”
All’origine è la condizione di possibilità di ogni ente. Così in ogni processo c’è un vuoto determinato che accompagna sempre il pieno, definendone la funzione. Ecco che Lao Tzu ripete “trenta raggi convergono in un mozzo: grazie al suo vuoto abbiamo l’utilità del carro”. Come fuori così dentro, pieno e vuoto si dosano, accogliendo l’uomo in corpo parola e mente, che s’adatta alla legge pur senza comprendere. E quando comprenderà non sarà la voce il veicolo di realizzata trasmissione.
WU
La balla di fieno divampa al fuoco sottostante – dell’azione rimane… niente? Le poesie della raccolta si muovono tra questi due stati dell’essere. Le parole sembrano ossa disposte su uno scheletro che assume posizioni diverse, spinto dalle circostanze. Alle ossa-parole si attaccano i muscoli, la carne-connotante dall’interno e dall’esterno, che cambia e si muove a seconda del soffio. Sembrano date solo l’entrata e l’uscita, come quelle del corpo, per nutrirsi o liberarsi. Ognuno a seconda del tempo e dello spazio che si trova ad abitare, può scegliere il passo per inoltrarsi nel sentiero, le pause, la fine ed il ritorno. Il vortice delle immagini spiegate sugli arti disperde e ricompone il senso. Lo smarrimento che attraverso la misura porta al cambiamento. Pure i componimenti che s’ispirano all’haiku si piegano allo scheletro. Il poeta, liberandosi nella quasi totalità dei versi dai richiami all’io, cerca di ritrovarsi uomo tra le macerie della Macchina, della scienza, dell’economia e dell’arte. E scopre attraverso il sangue, le urla e i rantoli qual è il prezzo dell’avanzare. Che sia secondo legge di natura o legge di Stato. Ritornando a sé mondato dalle illusioni di comprensione e redenzione.



Testi tratti da “Wu” di Nunzio Di Sarno, Bertoni Editore, 2021.
11 lunedì Apr 2022
Posted in Vetrina
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Fammi un favore… questa volta
mi è sembrato possibile riuscirci
qualcosa simile a togliere lo sporco
dalle mani o discutere nella striscia
d’ombra che raggela quando sono qui.
Non serve a niente arrivare in anticipo
cercare di piacerti un’altra volta.
Ci provo da quando ero bambina
nel catino freddo di nonna da cui uscivo
più piccola e più bianca.
Lascia perdere, non è così che diventi
fiume! Ma io scorro senza tregua,
senza consolazione ed è incredibile
quanto oceano sia diventata
nel vetro scuro dei tuoi occhiali
se ogni giorno appaio povera, profanata.
[…] Ecco allora Rita Pacilio mettere a nostra disposizione una poesia “calma”, una poesia della parola quotidiana (meno male!), una sabiana poesia onesta, rifiutandosi di accedere, tanto per fare qualche esempio, a qualsiasi “scatenamento” espressionista, o surrealista, o peggio, parole in libertà più o meno futuristiche, perché il suo progetto stilistico appartiene a un bisogno aurorale di poesia, giocata sulla figura della madre, non più come un colloquio con i morti di tanta lirica contemporanea, da Pascoli a Raboni, per esempio, ma invece come dialogo, con una presenza che disarticola continuamente la quotidianità e che possiede già “naturalmente” una propria disarticolazione. Una madre come completamento della stessa autrice. […]
Dalla postfazione di Piero Marelli

Rita Pacilio (Benevento, 1963) è poeta e scrittrice. Sociologa di formazione e mediatrice familiare di professione, da oltre un ventennio si occupa di poesia, musica, letteratura per l’infanzia, saggistica e critica letteraria. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. È stata tradotta in nove lingue. Sue recenti pubblicazioni: Gli imperfetti sono gente bizzarra, Quel grido raggrumato, Il suono per obbedienza, Prima di andare, La principessa con i baffi, L’amore casomai, La venatura della viola, Cosa rimane, Pretesti danteschi per riflettere di sociologia, Quasi madre.
https://www.rplibri.it/rita-pacilio/
04 lunedì Apr 2022
Posted in LETTERATURA, Recensioni

“Sulla soglia dell’infinito” di Alfredo Alessio Conti (Biblioteca dei Leoni, 2021 pp.96 € 12.00) è una raccolta poetica che contiene la necessità del pensiero umano d’indicare l’essenza dell’infinito, indaga l’inquietudine originaria della vita attraverso le intonazioni elegiache delle parole, trasmesse con il segnale espressivo dell’autonomia sensibile, nell’esplorazione della natura divina e istintiva della compassione. Il sentimento intimo del poeta emerge dalla dimensione spirituale dell’invisibile, dall’ispirazione mistica delle emozioni, trae il suo carattere individuale affermando il suo anelito verso una realtà più autentica, riconosciuta nella comunione solenne con l’assoluto. L’umana esistenza orienta il suo dissidio interiore oltrepassando la materia tangibile del senso della vita, includendo il privilegio del significato speculativo e dell’intuizione, il principio dinamico trascendente del fondamento sovrumano dell’anima. La poesia di Alfredo Alessio Conti custodisce la rivelazione dell’amore, nella sua sfera discorde tra felicità e sofferenza, nelle sue infinite declinazioni esistenziali tra l’armonia e la distensione, la grazia della luminosità e l’inganno dell’oscurità, unisce la sensazione indistinta della contemplazione alla speranza di una redenzione emotiva, sostiene il riscatto ultraterreno, comprende la realizzazione dell’attesa, sospendendo la profetica previsione della nostalgia sfuggente e del desiderio indefinito. Il codice del vissuto quotidiano riflette, nei versi, il tragitto intrapreso dall’uomo, in relazione ai segreti, ai simboli della solitudine, alla metafora dell’intervallo presente, all’incertezza sull’avvento del futuro, procede lungo il cammino dei sogni e il silenzio del destino. Lo stile essenziale, puro, accogliente, permette di apprezzare il contenuto profondo e sconfinato, di sentire il significato immenso della ricerca dell’uomo, di ascoltare l’oscillazione delle riflessioni. L’arricchimento lirico delle immagini propone la densità interpretativa del linguaggio, la relazione con la suggestione dello spazio straordinariamente dilatato della poesia, misura la smarrita astrazione della voragine intimista, guida l’orientamento sacro delle stagioni, consegna il solco delle illusioni al principio devozionale della fiducia. Alfredo Alessio Conti riconosce i limiti dell’esperienza percettiva, prende coscienza delle possibilità di una verità altra, comunica la prospettiva universale del tempo oltre l’apparenza del fenomeno filosofico, trattiene il suo indugio “sulla soglia dell’infinito”, sulla sostanza del conoscibile, sulla volontà inconscia dell’indulgenza, in limine sul confine esistenziale di ogni visione intuitiva dentro il grembo lirico del mondo, avviando l’intenso contrasto tra la lacerazione e la tenerezza, nella tormentata occasione della consapevolezza.
Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Svanire
Rivedo
assorto
nel sonno eterno
il riflesso sfocato
della mia Anima
svanire nel nulla.
———————–
Vorrei vivere in un faro
Vorrei vivere
in un faro
illuminare le notti
tempestose e buie
segnalare
il pericolo
che ci attende
all’attracco
della vita.
———————
Sono alla ricerca di nuove parole
Sono alla ricerca
di nuove parole
di nuovi significati
al vivere il presente
per il futuro c’è tempo
anche se ormai
adesso
l’ho oltrepassato.
————————
Sono un ramo
Sono un ramo
curvo sull’acqua
che si abbevera
e rinfresca
sognando
di rizzarsi in piedi
per accogliere nidi
di cardellini
e sentire il loro canto
per l’ultima volta.
—————–
Battito di ciglia
La nostra vita
è intrisa
d’infiniti punti di domanda
della cui risposta
ultima
sarà solo
un battito
di ciglia.
——————
Sulla soglia
Ho camminato
a lungo
in questa vita
a volte frettolosamente
a volte piano piano
a volte come gamberi
sulla riva del mare
a volte pieno d’entusiasmo
a volte solitario
ed ora
sulla soglia dell’infinito
non mi resta
che percorrere
28 lunedì Mar 2022
Posted in LETTERATURA, Recensioni

Come riporta il sottotitolo della raccolta, è una poesia per frammenti quella che Di Matteo ci offre in questa silloge dedicata al Meridione, arricchita dai disegni di Mario Pugliese e pubblicata da 4 Punte Edizioni. Difficile dire dove finisca il Settentrione e cominci il Meridione; difficile in primo luogo perché non esistono, a mio avviso, due blocchi nettamente distinti e, in secondo luogo, perchè ogni area ha un proprio Nord e un proprio Sud che, generalmente, rappresentano realtà contrapposte. Stile di vita e mentalità sono completamente differenti; a questa percezione si aggiunge il peso degli stereotipi, uno è sinonimo di progresso ed efficienza, l’altro di arretratezza e inefficienza; al dinamismo e all’intraprendenza settentrionale spesso si contrappone la lentezza meridionale. Il nostro modo di pensare è condizionato anche dalle rappresentazioni della letteratura e, talvolta, della cronaca giornalistica. L’autore attua un’analisi impietosa della vita, del tempo storico, della società. Descrive le difficoltà di integrazione per chiunque si sia allontanato dalla sua terra e che fanno sentire tutti migranti in esilio, “Cadono le foglie / e le parole prima ancora. / Si sta come soldati in terra straniera”, il mare, che si può ritrovare perfino negli occhi dei meridionali, Dei tuoi occhi marini / la mia carne s’imbeve / prima della fuga dal mondo”. Di Matteo ritrae il Sud nella sua oggettività, gli uomini sono quelli di ieri e di oggi, dolenti, rassegnati, quasi immobili, vestiti di terra rossa, lavoratori instancabili e operosi come formiche dignitose, “Nel sonno della calce / grida in silenzio la dignità delle formiche / che un tempo eravamo”, il paesaggio, in cui l’ulivo si mostra inchinato “alla gravità dei suoi anni”. Il nuovo meridionale ha la pelle nera e così Di Matteo introduce un tema tristemente attuale nel Meridione degli ultimi anni, quello del caporalato e dello sfruttamento dei lavoratori irregolari. L’autore intende tradurre percezioni e mutazioni di un animo sensibile con invidiabile essenzialità lirica, attraverso frammenti di primitiva purezza, intrisi di grande forza di suggestione, ecco che il Meridione diventa porto sepolto, sole di pietra, casa d’ argilla e di cicale, infinita memoria, mare senza occhi, estate perenne come la rassegnazione. Resta prevalente il motivo autobiografico in cui la parola nasce impregnata di lirismo, frutto di un processo di sofferta meditazione espressiva; Di Matteo, però, non resta chiuso nella sua solitudine ma prova ad uscirne per porsi in contatto con il mondo. Certamente i frammenti, scanditi da un ritmo scarno ed essenziale, recano il dono dell’immediatezza, attenuano la drammaticità, le oppressioni, le ingiustizie secolari e diventano lamento elegiaco. È possibile identificare subito i temi di questa poesia: amore autentico per il Meridione, per i suoi colori luminosi, per i suoi elementi simbolo come ulivi e muretti a secco, la partenza resa necessaria e dolorosa, l’assenza, la lontananza dalla propria casa e dai propri affetti, l’amore e poi il mare, elemento primordiale sempre presente e ricorrente (40 occorrenze). Quando si è lontani perfino il pane sa di sale, Di Matteo riprende la citazione dantesca “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e com’è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”, predizione che l’avo Cacciaguida fece a Dante annunciandogli l’esilio futuro e scrive “Andiamo via / col segno nel cuore / di un pane che sa di sale / e lacrime di mare”. Quando si ritorna, per poco, si colgono con amarezza, i cambiamenti irreversibili di persone e cose, “Ogni ritorno, mamma, / dei tuoi capelli / è più grigio”. Attraverso un processo di interiorizzazione, la realtà subisce un processo di destoricizzazione, che annulla le dimensioni temporali (passato, presente, futuro), per far posto al sentimento del tempo. La realtà viene ridotta a simbolo attraverso la frequente comparazione, che permette il confronto tra due termini allineati. Il mitico Meridione dell’infanzia, recuperato dalla memoria, è descritto con pochi tratti epigrammatici; è un Sud sospeso in un’atmosfera di meditazione che oscilla tra realtà e sogno, tra speranza e disinganno. Non ha più colore né spessore, le cose care di un tempo sono diventate scarnite, ridotte all’osso, quasi incolori. La delusione per le speranze irrealizzate e perdute, il rimpianto per il tempo perduto e trascorso lontano dalla propria terra, la consapevolezza dello scorrere del tempo, la fugacità di tutte le cose umane spinge il poeta a una meditazione sconsolata, espressa con la brevità di una sentenza. La poesia di Di Matteo non conosce l’ansia del riscatto nè presenta fremiti di ribellione, esprime però un senso di solidarietà, per il destino di dolore e fatica a cui ogni uomo è condannato.
© Deborah Mega
Cadono le foglie
e le parole prima ancora.
Si sta come soldati in terra straniera.
Dei tuoi occhi marini
la mia carne s’imbeve
prima della fuga dal mondo.
Nel sonno della calce
grida in silenzio
la dignità delle formiche
che un tempo eravamo.
Abbiate pazienza
e il tempo vi ripagherà
con il sorriso delle pietre.
Ha la pelle nera
il Meridionale di quest’era.
Un alito di sale
le mani orfane di mezzo pane.
Dopo l’ultimo orizzonte
scruta senza fine
la riva più lontana del nostro cuore.
L’uomo del Sud
è condannato ad amare nell’assenza
il sentimento eterno di ciò che gli appartiene.
Migrante solitario
in quest’Italia
che spegne le luci dell’amore cristiano.
Solitudine di moltitudini.
E poi l’amore
dei tuoi occhi marini.
Un sussurro di tramontana
nel brusio delle nonne argentate.
Piantate come sassi continuano la Tradizione.
Cos’è il Nord?
Forse un’impronta di mare
su queste cime ineguali.
Resta al Sud, a contemplare
nel lutto di una fuga mai nata
la grazia più cara dell’imperfezione.
Zona rossa, casa mia
ma per tanti di noi è un esilio già nato
da un futuro negato.
Partire, tornare, restare.
Ma il vero amore
è appartenere.


Testi tratti da Meridionale / Frammenti di un mondo alla rovescia di Giuseppe Di Matteo, 4 Punte Edizioni, 2022. Disegni di Mario Pugliese.
21 lunedì Mar 2022
Posted in LETTERATURA, Racconti

by Edward Hopper
Il racconto di Italo Calvino è ambientato in una metropoli industrializzata durante gli anni Cinquanta del Novecento e narra la storia di due giovani sposi, due operai che non si incontrano mai perché Arturo lavora di notte, Elide di giorno. Si incrociano per pochi minuti, la mattina, prima che lei esca per andare a lavorare in fabbrica e la sera, quando lei rincasa e lui esce per il turno di notte in officina. Gli anni del miracolo economico non sono rose e fiori, soprattutto per chi occupa i livelli più bassi del processo produttivo. Solo la sera i due riescono a trascorrere qualche momento insieme, disturbato dalla stanchezza dell’uno e dalla fretta dell’altro e dedicato a preparare la cena per entrambi, la merenda notturna per lui, la colazione dell’indomani per lei. Gli inconvenienti della nascente civiltà industriale, la grigia settimana di vita operaia, i tragitti ripetitivi, lui in bicicletta, lei in tram, fortunatamente però, non spengono amore e tenerezza, non annullano gesti delicati e attenzioni reciproche. Per colmare le rispettive assenze, ciascuno, infatti, dorme nello stesso lato del letto, negli affossamenti che conservano il tepore e l’odore dell’altro.
*
L’operaio Arturo Massolari faceva il turno della notte, quello che finisce alle sei. Per rincasare aveva un lungo tragitto, che compiva in bicicletta nella bella stagione, in tram nei mesi piovosi e invernali. Arrivava a casa tra le sei e tre quarti e le sette, cioè alle volte un po’ prima alle volte un po’ dopo che suonasse la sveglia della moglie, Elide. Spesso i due rumori: il suono della sveglia e il passo di lui che entrava si sovrapponevano nella mente di Elide, raggiungendola in fondo al sonno, il sonno compatto della mattina presto che lei cercava di spremere ancora per qualche secondo col viso affondato nel guanciale. Poi si tirava su dal letto di strappo e già infilava le braccia alla cieca nella vestaglia, coi capelli sugli occhi. Gli appariva così, in cucina, dove Arturo stava tirando fuori i recipienti vuoti dalla borsa che si portava con sé sul lavoro: il portavivande, il termos, e li posava sull’acquaio. Aveva già acceso il fornello e aveva messo su il caffè. Appena lui la guardava, a Elide veniva da passarsi una mano sui capelli, da spalancare a forza gli occhi, come se ogni volta si vergognasse un po’ di questa prima immagine che il marito aveva di lei entrando in casa, sempre così in disordine, con la faccia mezz’addormentata. Quando due hanno dormito insieme è un’altra cosa, ci si ritrova al mattino a riaffiorare entrambi dallo stesso sonno, si è pari. Alle volte invece era lui che entrava in camera a destarla, con la tazzina del caffè, un minuto prima che la sveglia suonasse; allora tutto era più naturale, la smorfia per uscire dal sonno prendeva una specie di dolcezza pigra, le braccia che s’alzavano per stirarsi, nude, finivano per cingere il collo di lui. S’abbracciavano. Arturo aveva indosso il giaccone impermeabile; a sentirselo vicino lei capiva il tempo che faceva: se pioveva o faceva nebbia o c’era neve, a secondo di com’era umido e freddo. Ma gli diceva lo stesso: – Che tempo fa? – e lui attaccava il suo solito brontolamento mezzo ironico, passando in rassegna gli inconvenienti che gli erano occorsi, cominciando dalla fine: il percorso in bici, il tempo trovato uscendo di fabbrica, diverso da quello di quando c’era entrato la sera prima, e le grane sul lavoro, le voci che correvano nel reparto, e così via. A quell’ora, la casa era sempre poco scaldata, ma Elide s’era tutta spogliata, un po’ rabbrividendo, e si lavava, nello stanzino da bagno. Dietro veniva lui, più con calma, si spogliava e si lavava anche lui, lentamente, si toglieva di dosso la polvere e l’unto dell’officina. Così stando tutti e due intorno allo stesso lavabo, mezzo nudi, un po’ intirizziti, ogni tanto dandosi delle spinte, togliendosi di mano il sapone, il dentifricio, e continuando a dire le cose che avevano da dirsi, veniva il momento della confidenza, e alle volte, magari aiutandosi a vicenda a strofinarsi la schiena, s’insinuava una carezza, e si trovavano abbracciati. Ma tutt’a un tratto Elide: – Dio! Che ora è già! – e correva a infilarsi il reggicalze, la gonna, tutto in fretta, in piedi, e con la spazzola già anda va su e giù per i capelli, e sporgeva il viso allo specchio del comò, con le mollette strette tra le labbra. Arturo le veniva dietro, aveva acceso una sigaretta, e la guardava stando in piedi, fumando, e ogni volta pareva un po’ impacciato, di dover stare lì senza poter fare nulla. Elide era pronta, infilava il cappotto nel corridoio, si davano un bacio, apriva la porta e già la si sentiva correre giù per le scale. Arturo restava solo. Seguiva il rumore dei tacchi di Elide giù per i gradini, e quando non la sentiva più continuava a seguirla col pensiero, quel trotterellare veloce per il cortile, il portone, il marciapiede, fino alla fermata del tram. Il tram lo sentiva bene, invece: stridere, fermarsi, e lo sbattere della pedana a ogni persona che saliva. “Ecco, l’ha preso”, pensava, e vedeva sua moglie aggrappata in mezzo alla folla d’operai e operaie sull’”undici”, che la portava in fabbrica come tutti igiorni. Spegneva la cicca, chiudeva gli sportelli alla finestra, faceva buio, entrava in letto. Il letto era come l’aveva lasciato Elide alzandosi, ma dalla parte sua, di Arturo, era quasi intatto, come fosse stato rifatto allora. Lui si coricava dalla propria parte, per bene, ma dopo allungava una gamba in là, dov’era rimasto il calore di sua moglie, poi ci allungava anche l’altra gamba, e così a poco a poco si spostava tutto dalla parte di Elide, in quella nicchia di tepore che conservava ancora la forma del corpo di lei, e affondava il viso nel suo guanciale, nel suo profumo, e s’addormentava. Quando Elide tornava, alla sera, Arturo già da un po’ girava per le stanze: aveva acceso la stufa, messo qualcosa a cuocere. Certi lavori li faceva lui, in quelle ore prima di cena, come rifare il letto, spazzare un po’, anche mettere a bagno la roba da lavare. Elide poi trovava tutto malfatto, ma lui a dir la verità non ci metteva nessun impegno in più: quello che lui faceva era solo una specie di rituale per aspettare lei, quasi un venirle incontro pur restando tra le pareti di casa, mentre fuori s’accendevano le luci e lei passava per le botteghe in mezzo a quell’animazione fuori tempo dei quartieri dove ci sono tante donne che fanno la spesa alla sera. Alla fine sentiva il passo per la scala, tutto diverso da quello della mattina, adesso appesantito, perché Elide saliva stanca dalla giornata di lavoro e carica della spesa. Arturo usciva sul pianerottolo, le prendeva di mano la sporta, entravano parlando. Lei si buttava su una sedia in cucina, senza togliersi il cappotto, intanto che lui levava la roba dalla sporta. Poi: – Su, diamoci un addrizzo, – lei diceva, e s’alzava, si toglieva il cappotto, si metteva in veste da casa. Cominciavano a preparare da mangiare: cena per tutt’e due, poi la merenda che si portava lui in fabbrica per l’intervallo dell’una di notte, la colazione che doveva portarsi in fabbrica lei l’indomani, e quella da lasciare pronta per quando lui l’indomani si sarebbe svegliato. Lei un po’ sfaccendava un po’ si sedeva sulla seggiola di paglia e diceva a lui cosa doveva fare. Lui invece era l’ora in cui era riposato, si dava attorno, anzi voleva far tutto lui, ma sempre un po’ distratto, con la testa già ad altro. In quei momenti lì, alle volte arrivavano sul punto di urtarsi, di dirsi qualche parola brutta, perché lei lo avrebbe voluto più attento a quello che faceva, che ci mettesse più impegno, oppure che fosse più attaccato a lei, le stesse più vicino, le desse più consolazione. Invece lui, dopo il primo entusiasmo perché lei era tornata, stava già con la testa fuori di casa, fissato nel pensiero di far presto perché doveva andare. Apparecchiata tavola, messa tutta la roba pronta a portata di mano per non doversi più alzare, allora c’era il momento dello struggimento che li pigliava tutti e due d’avere così poco tempo per stare insieme, e quasi non riuscivano a portarsi il cucchiaio alla bocca, dalla voglia che avevano di star lì a tenersi per mano. Ma non era ancora passato tutto il caffè e già lui era dietro la bicicletta a vedere se ogni cosa era in ordine. S’abbracciavano. Arturo sembrava che solo allora capisse com’era morbida e tiepida la sua sposa. Ma si caricava sulla spalla la canna della bici e scendeva attento le scale. Elide lavava i piatti, riguardava la casa da cima a fondo, le cose che aveva fatto il marito, scuotendo il capo. Ora lui correva le strade buie, tra i radi fanali, forse era già dopo il gasometro. Elide andava a letto, spegneva la luce. Dalla propria parte, coricata, strisciava un piede verso il posto di suo marito, per cercare il calore di lui, ma ogni volta s’accorgeva che dove dormiva lei era più caldo, segno che anche Arturo aveva dormito lì, e ne provava una grande tenerezza.
Italo Calvino, L’avventura di due sposi, in I racconti, Einaudi,Torino, 1976
19 sabato Mar 2022
Posted in LETTERATURA, Poesie

Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.
Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
“Com’è bella la notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno”. Tu vedevi il mondo
nel novilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.
ALFONSO GATTO
da “La storia delle vittime” (1945)
14 lunedì Mar 2022
Posted in LETTERATURA, Versi trasversali

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
ALESSANDRO BARBATO
Senza dirlo è più difficile
convincerti che non finisce il vuoto
dove inizia l’orizzonte, non c’è
mica per davvero un altro
modo per colmare la lacuna,
i punti morti del pensiero,
se non darsi al tuo silenzio
e ai miei timori fino in fondo,
senza spingere sul freno
né cercare dilazioni.
Ché impreciso è il nostro viaggio
e siamo a corto anche di fiato,
ma non serve più contare quanti
passi ci rimangono a scaldarci
in ogni notte che divide i nostri
giorni. No, non serve ribellarsi,
scalpitare al vuoto o al pieno:
questo è il gioco a cui giochiamo
e non è colpa di nessuno.
Vuoti a rendere
2.
Siamo arrivati qui dove si perdono
le mani e il vento è un’ombra che accompagna
a casa sagome di noia.Vendi
o lascia quel che resta senza piangere
né sconti, troverai qualche amatore
disposto forse a ripianare il debito
di ossigeno che prende a certe quote
offrendo in cambio dei rimorsi un altro
errore da cullare. Sarà maggio
anche quest’anno e avremo ancora fiori
teneri nei vasi, e questo identico
presagio di qualcosa che non torna
dentro gli occhi, non resta nella rete,
se provi a tirar somme dalla sete.
Per sommi capi (siamo arrivati qui dove si perdono)
3.
Ho ancora il tuo orologio stretto al polso:
sussurra giorni duri di mattine
schiuse al vuoto. Se batte la lancetta
dei secondi sopra gli anni tuoi
lasciati come mancia per le estati
che saranno, mi sforzo di incontrare
il tuo passare tra i miraggi
di stagione e a dare un cenno
ai desideri presi a morsi
dai tuoi occhi che si chiudono.
E peso è questa voglia di sospendere
i minuti, di trovarti senza
tempo nei riflessi e nei gorgheggi
della Terra. Un peso che mi tiene
qui ancorato alle parole
della voce tua che tace
e mi sorride da lontano.
Sala pesi (Le estati che saranno)
4.
L’odore d’un camino all’alba spento
ricorda i fuochi fatui delle sere
cominciate tra i tuoi vicoli
di carta ad azzeccare d’ogni sogno
l’aritmetica e il profilo.
Si mischia al gelo lucido sui prati
preparati dall’inverno a scomparire
per rinascere tra nebbie
e canti languidi di nostalgie
insegnate dall’attesa.
E tu che cosa aspetti mentre scappi
coi tuoi occhi più lontano di ogni eco
verso aurore a me proibite?
La voce di quei fuochi ammutoliti,
forse un battito di ciglia.
Memorie di una sera, una mattina
07 lunedì Mar 2022
Posted in Cronache della vita
L’articolo 11 della nostra Costituzione recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”
Anche noi di Limina condanniamo ogni azione armata: per noi non esistono “guerre giuste” o “sbagliate”, non vogliamo parlare di guerra nè schierarci con l’imperialismo russo o con quello occidentale. Allo stesso modo, contro la guerra, si sono schierati molti grandi poeti e intellettuali della storia: alcuni hanno raccontato la tragicità di un’esperienza vissuta sulla propria pelle, altri sono stati impotenti testimoni del dramma. Meditiamo dunque sull’assurdità della guerra in compagnia di alcune delle grandi voci del Novecento da cui, alla luce dei fatti odierni e cioè del conflitto Russia-Ucraina, possiamo affermare di non aver appreso nulla, dal momento che la guerra è tornata, ciclicamente, a manifestarsi.

François Flameng, Craonne, 1917
Bertold Brecht
La guerra che verrà
La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
C’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
Faceva la fame. Fra i vincitori
Faceva la fame la povera gente egualmente.
Mio fratello aviatore
Mio fratello era aviatore
Un giorno ricevette la cartolina.
Fece i bagagli, e andò via,
Lungo la rotta del sud.
Mio fratello è un conquistatore.
Il popolo nostro ha bisogno
di spazio. E prendersi terre su terre,
da noi, è un vecchio sogno.
E lo spazio che si è conquistato
È sui monti del Guadarrama.
È lungo un metro e ottanta
E di profondità uno e cinquanta…
Al momento di marciare
Al momento di marciare molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.
La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.
E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.
*
Giuseppe Ungaretti
Fratelli
Di che reggimento siete
fratelli?
Parola tremante
nella notte
Foglia appena nata
Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità
Fratelli
San Martino del Carso
Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
Ma nel cuore
Nessuna croce manca
È il mio cuore
Il paese più straziato
Veglia
Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore
Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita
Soldati
Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie
*
Clemente Rebora
Viatico
O ferito laggiù nel valloncello,
tanto invocasti
se tre compagni interi
cadder per te che quasi più non eri.
Tra melma e sangue
tronco senza gambe
e il tuo lamento ancora,
pietà di noi rimasti
a rantolarci e non ha fine l’ora,
affretta l’agonia,
tu puoi finire,
e nel conforto ti sia
nella demenza che non sa impazzire,
mentre sosta il momento
il sonno sul cervello,
lasciaci in silenzio
grazie, fratello.
*
Salvatore Quasimodo
Uomo del mio tempo
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.
Alle fronde dei salici
E come potevano noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.
*
Continua tu…
28 lunedì Feb 2022
Posted in LETTERATURA, Recensioni

L’opera poetica “Oltre il buio della notte” di Paolo Parrini (La Vita Felice, 2019 pp. 132 € 14.00), spiega, con commovente tenerezza, l’esito toccante ed emozionante della maturità intima dell’autore, suggerisce la celebrazione sensibile del passaggio frantumato dell’anima, nella transitorietà della superficie spirituale, rivela la vitale dissonanza delle incompatibilità umane, abbraccia l’accettazione nel sentimento della compassione, insegue la direzione necessaria per intraprendere un percorso di arricchimento e d’integrazione nella natura umana. Il poeta traduce le parole giunte dall’invocazione metafisica di un luogo trascendente, dove la sensazione persistente di ricevere ospitalità trova la sua accoglienza nell’invisibile osservazione di una convinzione sovrumana, trascende il margine dell’oscurità, ricompone la tensione romantica verso l’infinito, l’esplorazione struggente dell’ultraterreno, l’instabilità fluttuante del frammento d’ombra e della reliquia della luce, la soglia incorporea tra la terra e il cielo. Paolo Parrini protegge la condizione umana posando lo sguardo oltre la suggestione del tempo, coltiva il silenzio introspettivo liberando il contenuto autonomo della poesia, evidenziando l’espressione elegiaca, nell’abitudine poetica di comprendere la vita. Lascia parlare ogni simbolo di somma autenticità, ogni innocente candore delle ferite interiori, raccoglie e ascolta la quiete dei versi. “Oltre il buio della notte” attraversa la consapevolezza di ogni rinascita, il filo del dolore, la capacità sublime di ammettere ogni piccola morte quotidiana, decifra la voce della vita, è strumento di redenzione. Le ferite decantano l’intervallo istintivo per rimarginarsi e nel ricordo della sofferenza lacerano la bruciante desolazione. La poesia viene in soccorso al poeta, perché assiste la corrente dei versi, attenua l’ambiguità dell’inconsistenza, donando all’individualità della coscienza l’universalità del sentire. I versi delicati di Paolo Parrini alimentano il dialogo dell’amore, nel suo significato compiuto, nell’ispirazione infiammata dalla finalità di comunicare l’indefinibile rapimento di azzardo e di saggezza. Difendono la stabilità della dignità affettiva, conservano il segno rappresentativo dell’umanità, colgono l’isolamento della solitudine e trasformano la dissolvenza delle mancanze. L’orientamento elegiaco del linguaggio limpido e incisivo convince l’apertura alla speranza, promuove la distinzione del disagio a miracoloso motivo di reazione, nutre l’inconscia spontaneità della memoria. La sfumatura delle immagini rievocate intona la sequenza dei frammenti emotivi ereditati nel vissuto, dilata la capacità di essere solidale con i propri riconoscibili conflitti, allontana gli ostacoli e i drammatici enigmi degli anni, accompagna l’esitante cammino delle stagioni, rivolgendo, con tenacia, contro le ostilità, una pura esortazione alla vita.
Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”
*
Accoglimi
Ci riconosceranno le stelle
manto pietoso al nostro passare
avremo ali nuove e voci da ascoltare.
Dentro tutti i nostri voli
sulle pendici dei monti mai scalati
sarà doloroso e raro
il pentimento di non aver vissuto
un moto come onda che freme
turbamento liquido al domani.
Altre mani attendono il ritorno;
avremo un cielo cupo
o forse un nuovo giorno
per dissetar la sete
ma intanto accoglimi
lasciami cantare, d’un albore nuovo
a incenerire il sole.
————————–
Neve di gennaio
Dammi la mano
mentre sbocci e sorridi
se chini il capo, dammi la mano.
Sai di neve
di strada e di bianco
che abbaglia,
sai di gennaio che stride
del vento d’inverno
e del mare di novembre.
Occhi di steppe e Siberie
caldi di fuoco abbraccio e rifugio.
Dammi la mano,
una volta ancora scoprimi.
Con te iniziai a vivere
ogni giorno rinnovi il mio cuore
tu, perduta e infinita
ramo di pesco e profumo di vita.
Coglimi come frutto
poi incamminati piano
seguirò la tua scia inebriandomi.
——————————
L’eco d’una voce
Mi resta la sua voce
per poco temo
perché le curve e i dossi
divoreranno il suono
le buche da saltare
feriranno gli occhi
e la neve sarà sudario
a coprire l’odore, il respiro.
Ogni sera che verrà
avrà il colore della tua voce
nel freddo senza tempo
annegherò le mie parole.
————————-
Gli abiti della memoria
Dentro gli armadi
abiti dimenticati aspettano
sono come sillabe senza memoria
voci trattenute e odori di vita.
Invocano età passate
e fiori bruciati
nel tempo che stride.
In ogni piega risplende una lacrima
sopravvivono a chi li indossò
lasciano aloni di fuoco e di cenere.
La notte i morti vengono a trovarli.
Sono gli abiti di chi più non è
ma hanno il profumo della vita che è stata.
Un camposanto senza lapidi
tra il frusciare dei rami.
———————
Mezzanotte
Se la vita è una ricerca
se le ore battono il rintocco
sulla pelle
lasciami questa mezzanotte di stelle spente
il mormorio che innamora il cielo e il sole
21 lunedì Feb 2022
Posted in Canto presente, LETTERATURA
Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di
Francesco Palmieri
Da “Studi lirici (solo parole d’amore)” edizioni La Vita Felice, ottobre 2012
QUANDO TI TROVERO’
quando ti troverò amore
tu non volterai lo sguardo
da un’altra parte
quando ti troverò
tu non mi lascerai solo
nella strada
né ti nasconderai più
perché io ti rincorra
con troppo fiato nella gola
quando ti troverò amore
tu non avrai un segreto
da nascondere,
tu non avrai segreti
quando ti troverò
tu non giocherai
al gatto e al topo
e non sarai tu il gatto
non sarò io il topo
quando ti troverò amore
sarà una giornata d’estate
e ci saranno i fiori nei giardini,
il vento profumerà di rose
e brillerà il sole
negli occhi tuoi d’estate
e di fiori
quando ti troverò amore
tu mi chiamerai per nome
ed io ti chiamerò per nome
e per tutto il giorno
noi non ci lasceremo mai
noi non ci lasceremo più.
[ED ORA]
ed ora
che mi hai dannato al gelo,
posso stare qui o altrove
sopra o sottoterra,
al centro della stanza
o lungo cento strade,
posso respirare
o tapparmi naso e bocca,
uscire se c’è il sole
o buttare via la chiave,
posso apparecchiare
o guardare com’è profondo un piatto,
posso sentirmi carne
o solo un po’ di fumo
posso coprirmi ancora
o strapparmi anche la pelle,
sentire tutto il tremito
lo scricchiolio del ghiaccio
ed ora
che mi hai dannato al gelo,
ho fatto dell’inverno la mia casa,
domani in un giardino
io sarò l’albero
e tu la neve.
Da “Fra improbabile cielo e terra certa” Edizioni Terra d’ulivi, gennaio 2015
PASSAGGIO DI CONSEGNE
conserva queste mie parole
per quando verrà il tuo inverno
(lo vedrai sui rami
di alberi a fine autunno,
su un’altalena ferma
nei parchi di novembre,
nel freddo sulle mani
e i passeri sul filo
a prendere la neve,
lo sentirai nel ghiaccio
che incrosta a fior di pelle
e non ci sarà più scialle
a trattenere stelle,
non ci sarà più tempo
per altro giro e danza,
e lo saprai per certo
che è solo andata il viaggio
e non c’è freno ai giorni,
non uno che ritorni,
che l’essere felici è stato breve
per noi che siamo ore
ma abbiamo sottopelle
l’impronta dell’eterno),
conserva queste mie parole
per quando verrà il tuo inverno
e un passo dietro l’altro
tu ti farai da parte
a chi chiederà la strada
per le sue gambe forti
per il vento sulle spalle
l’avanzo dei domani
la creta nelle mani
(e non avrà sospetto
che tu hai ancora fame
che spasimo è il suo seno
che aspetti un altro treno
ed è un obbligo di carne
il decreto che tradisce,
un computo di giorni
a fare il vuoto intorno),
non un respiro in più
da questo inverno mio
e neanche una parola
per la consolazione,
sarà solo sapere
che tutto quanto è stato,
che sono andato avanti
nel solco di discesa
che fa più estranei i vivi
e meno lontani i morti.
IL GIOCO DELLA VERITÀ
bruciare fino all’ultima scintilla,
questo tocca,
strappare con i denti dalla pelle
la residua piuma che ti resta
recidere lo spago ai palloni nella testa,
pungere le bolle per lo scoppio
e sia l’aria e il nulla
l’inconsistente che li tiene
domani
al cenno lieve della luce,
riporrò i vestiti sulla porta
e uscirò nudo
al ghiaccio che c’è fuori
in cielo
in terra
e dappertutto.
Da “Il male nascosto” Edizioni Terra d’ulivi, maggio 2016
LA QUINTA STAGIONE
ormai non ci credo più, io,
che camminavo con occhi spalancati e luci,
io, che ogni mattina correvo sul balcone
ad aspettare rondini d’aprile
e fiori freschi e nuovi esplosi dentro ai vasi,
che a novembre uscivo all’ora dei lampioni
(e piovesse, speravo, quell’acqua venuta da lontano)
e dalle case un chiudersi di porte
le voci dei bambini a chiedere la cena
non ci credo più, io,
che ho conosciuto campi a farsi grano
e le cicale pigre nei pomeriggi lunghi
papaveri, rosso e ulivi
e poi l’ottobre e l’uva,
le giacche più pesanti
riprese dagli armadi
erano gli anni del rosario a maggio,
del pane segnato dalla croce,
di Cristo che moriva verso sera
e alla domenica campane e voli a riportarlo in vita
(ed era festa nei vestiti nuovi,
nelle cucine accese di mattina presto)
era la primavera e poi l’estate,
era l’autunno e poi l’inverno,
era l’attesa certa di un ritorno
e tornavano a novembre anche i morti
quando s’accendevano lumini sotto ai quadri
e si cuoceva il pane con l’uva passa e il vino
ormai non ci credo più
e so per certo che nessuno torna
mai niente che ritorni.
IL MALE NASCOSTO
mai ti mostrerò le mie ferite
(e il piatto da lavare nel lavello
la polvere che cresce già nell’angolo
il libri aperti e chiusi ad uno ad uno
perché non c’è parola che mi salvi)
vedrai con i tuoi occhi il corpo intatto
il nodo fatto bene alla cravatta
il viso che sorride senza barba
ed io che dico in chiaro: tutto bene
(e no, tu non saprai
che sotto alla mia giacca
ho sempre una camicia
con uno squarcio netto in mezzo petto).
Da “Biografie” Edizioni Terra d’ulivi, maggio 2019
COME CI SI ACCORGE
come ci si accorge
quando l’anima è perduta
e non più ha scosse il sangue
e rimane il camminare
dare fuoco al gas
per qualcosa da mangiare
pulire vetri e panni
lavare il pavimento
credevi alla scommessa
che dio c’era anche nei sassi
e comunque e in ogni caso
noi si era un po’ speciali
(ma non bastò una candela
a fermare il temporale
-fu mia nonna che l’accese
e la posò sul davanzale,
chiamò angeli e beati
martiri e santi in paradiso-
ma venne grandine dal cielo
che spezzò tutte le spighe)
si diceva che c’è un fine
al passaggio di noi qui a terra,
che siamo tutti sottopelle
particelle d’universo,
che in fondo al ciclo naturale
cesserà ogni dolore
e senza carne e né più tempo
non avremo noi paura
forse l’anima era quella
pensare buone tutte le cose
avere in corpo mille vite
e tu per sempre bella
vaniglia fra i capelli
forse l’anima era quella,
quel guardare dietro ai vetri
come scendeva giù la neve
e sentir tremare dentro
quanto bianco, quanto silenzio,
e nessun freddo, neanche un brivido,
nemmeno quando senza guanti
prendemmo il ghiaccio fra le mani.
(A MIA FIGLIA)
ricordami come mano
un passo alle spalle
a guardarti il cammino
ricordami all’angolo
come una fotografia
tra la mensola e il muro,
come il gattino, l’orsetto,
ora in fondo alla cesta
e se ti verrò in mente
qualche giorno o per anni,
tu fammi leggero
scarta errori e dolori
sfoglia il velo di nero
delle colpe a mio nome
poi di quelle accadute
senza averle volute
guarda all’attimo puro
quando io padre e tu figlia
stavo avanti nel buio
per le ombre sui muri
l’improvvisa paura
e ricordami un breve
ricordami lieve
sarò morto due volte
se sarò sulle spalle
un altro peso di croce.
[IL PASSERO]
il passero
preso nella stretta
sembra più domestico
mangia
beve
quando è sera dorme
solo certe notti
sbatte un po’ le ali
cinguetta dentro al sonno
forse sogna.
11 venerdì Feb 2022
Posted in Canto presente, LETTERATURA
Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di
Adriana Gloria Marigo
Poesie scelte
da Un biancore lontano, LietoColle, 2009
*
Tu non hai memoria dell’infinito
al mio sorriderti nella sera d’aprile
alta su Treviso, dopo lo stupore del temporale
che sorprese lo sfarfallio del nostro pensiero.
Neppure ricordi la luce intrepida sull’erba
vibrante il fresco dell’acqua generosa,
i petali volati lontani dal fiore,
gli umidi balsami nell’aria, di nuovo azzurra.
*
Trascorsi stagioni in terra di nessuno –
landa vasta, senza orizzonte
al plausibile, al gioco ermeneutico
o al magico conto che serve
il viaggio fenicio.
Il tempo trascorse dalla terra
per verticale di linfe
e nel punto di fuga iniziò – alla prospettiva –
l’evento creatore.
da L’essenziale curvatura del cielo, La Vita Felice, 2012
*
Attesi l’estate per l’esultanza
della luce, la benedizione
dell’ombra, quando lo zenit
è acceso e tutta l’aria
è ambizione della sera
l’intesa di un intrico
verde pulsato di bianco.
Venne invece la distrazione
del prodigio, l’orbita rovesciata
nella gravità dei corpi, l’urto
scomposto alla letizia.
*
S’inclusero le tue parole
in una perla d’aria
– memoria tenue d’universi –
mentre io sgranavo giorni
nei miei occhi di ninfa
mi feci vertigine d’ala
intesi l’ammanco originale
la tua nascita sotto un graffio di vento.
da Senza il mio nome, Campanotto Editore, 2015
Amor coeli
Sovrastati dal suono della luce
non ci trattengono basse correnti
dove motteggia sempre vero
il tonfo della specie
bassura transitiva di minimo
non accettabile all’inquieto
malleolo in danza.
E s’avvera l’azzurro teso
Stando in maestà la luna
di notte viene un vento raro
ad avvolgersi selvatico
sugli alberi spersi nella brughiera
a sconfinare stelle fino in terra.
E s’avvera l’azzurro teso,
la sua pagina infinita.
da Astro immemore, Prometheus, 2020
*
Basterà l’aria levantina
selvatica e scarna di oggi
sull’iperbole stesa del prato
il cielo di nubi zoomorfo
a specchiare l’incerta
profusione vegetale
imprimere cesura al frusto
mentre ad agresti lunari
ascendono canti alati.
*
Obbediente alla congiura dei miti celesti
dalle geometrie sassose oltre il lago
irrompe con lama tagliente
il ventoso sterminatore di foglie
piegate alla confisca dei neutrini di luce,
impone tra la dura trama grigia
spore di cielo, notazioni somiglianti
a suoni su pentagramma.
07 lunedì Feb 2022
Posted in LETTERATURA, Recensioni

Frequento la poesia da un po’ e di libri ne ho apprezzati, accantonati, imitati, cestinati ma mai in nessuno ho trovato il suggerimento di un brano ideale che si legasse “emotivamente” a ogni sezione di testi e fungesse da tappeto sonoro da cui attingere e verso cui dirigere emozioni e rimandi. Avviene questo leggendo i testi di Domenico Cipriano, poeta di grande eleganza, raffinatezza, sobrietà e, dote ancora più pregevole e rara di questi tempi, umiltà. La sua ultima raccolta, pubblicata da Ladolfi Editore è intitolata “La grazia dei frammenti” e raccoglie una selezione aggraziata e curatissima di poesie scritte nell’arco di un ventennio, a partire dal 2000. Il tentativo, neanche troppo celato, è quello di fornire al lettore un’esperienza suggestiva di incontro tra le arti. E in effetti, la nota biografica dell’autore menziona progetti di incontro con la musica, realizzazione di CD di jazz e poesia, videoperformance, testimonianze tutte di un grande interesse per le arti, in particolare per la musica. È evidente fin dalla prima lettura dei testi la maturità e la consapevolezza stilistica del nostro, insieme alla motivazione che senza dubbio lo ha mosso, quella di raccogliere e riorganizzare la propria produzione. Le poesie, antologizzate in ordine cronologico di pubblicazione fino a formare un corpus distinto in cinque sezioni, sono tratte da Il continente perso (Fermenti. Roma, 2000), Novembre (Transeuropa, Massa, 2010), Il centro del mondo (Transeuropa, 2014), L’origine (L’Arcolaio, Forlimpopoli, 2017); i testi della sezione finale Nel bicchiere da consumare, invece, sono inediti in volume.
La sezione iniziale è introdotta da una citazione tratta da La ragazza Carla di Elio Pagliarani e, come tutte le altre sezioni, da una vera e propria guida all’ascolto, testimonianza di un amore viscerale per la musica di ogni genere (dal jazz, al classico, alla world music, alla musica etnica, elettronica, ecc). E l’amore è il primo tema che affiora leggendo gli equilibrati versi di Cipriano: amore per la propria terra mitizzata, l’Irpinia, quando scrive “Sulle mie montagne / c’è il mare”, tempestoso perché riflette gli animi della gente che non sogna né spera nel cambiamento. Mentre il tempo scorre lentamente, rarefatto e sospeso, e le stagioni mutano segnali, Cipriano descrive una realtà statica i cui abitanti restano ad osservare il treno dai monti. L’Irpinia di Cipriano è primordiale, astorica, immobile, tanto da provocare la partenza di molti. Dall’amore per la propria terra si passa all’approfondimento dell’amore per una donna, Maria Carmela, nella breve ma intensa sezione intitolata “Le tue grazie”, in cui l’autore decanta la condizione di innamoramento e felicità per l’amore ricambiato e corrisposto e vive un appagante stato di grazia dato dalla bellezza e dalla semplicità del momento. La scrittura è caratterizzata da chiare immagini visive e da un linguaggio che si autogenera, rivelando caratteristiche di concisione e luminosità: molti testi, infatti, in particolare quelli delle sezioni Città degli occhi e Intermezzo, confermano il taglio epigrammatico-aforistico. Le soluzioni metrico-ritmico-foniche (assonanze, consonanze, allitterazioni) rafforzano l’eleganza e l’arguzia dei testi. La forma metrica è molto vicina alla prosa, in grado di assumere un ritmo che, nei momenti di maggiore intensità, riesce a trasportare il lettore fino al piano metafisico del dramma. “Novembre” si apre infatti con frammenti lirico-prosastici di grande intensità. Già il titolo è molto evocativo, Novembre è il più crudele dei mesi, altro che Aprile come scriveva Eliot. La sezione è dedicata al tragico terremoto che colpì la terra del poeta il 23 novembre 1980 alle 19,34. In relazione alla struttura, appare un triste gioco di rimandi e di corrispondenze studiati ma sentiti tutti sulla propria pelle: le poesie sono 23, composte da strofe eptastiche. Nella versione originale edita nel 2010, il prologo è di 34 versi e l’introduzione di 11 che corrisponde al mese di novembre. In alcune strofe Cipriano diventa narratore onnisciente, testimone dei fatti, adotta la prima persona perché i frammenti sono autobiografici, materiale di analisi private ed esistenziali, in altri la poesia si fa corale, uscivamo come formiche disorientate, cercavamo con le auto il rifugio più sicuro, accettavamo il freddo, ci stringevamo per proteggerci, questa sera ceniamo con la morte, ecc. Moltissime sono le occorrenze della parola voce che diventa testimonianza che resta, memoria, rievocazione di quello che è successo. I testi tratti da Il centro del mondo per la sezione Le stanze nascoste e Irpinia metafisica sono intimistici e colloquiali, colgono sensazioni, ricordi del passato relativi ai propri affetti familiari, del resto cos’è il centro del mondo se non la nostra casa? Nel primo testo il poeta è così assorto nella contemplazione fantastica del tramonto che prova un senso di smarrimento. Le voci intrecciate in lontananza scandiscono lo scorrere del tempo e suggeriscono l’idea dell’eternità mentre il bagliore di una luce sterminata si insinua sottopelle. Il guizzo della mente coglie descrizioni di attimi di vita vissuta, memorie personali di persone care, visioni oniriche di oggetti, sensazioni, profumi. L’osservazione è diretta anche ai primi giorni di vita della propria figlia, di Sofia, che apre gli occhi sfidando la luce, che scopre le mani, che osserva il mondo che la circonda, che sorride alle cose, che cresce e cambierà così come cambiano le cose abbandonate. E lo smarrimento esistenziale si coglie quando ci si confonde come un fungo tra le foglie prima di rifiorire tra le croste dei bar sconsacrati e lo si ritrova anche nell’aggettivazione usata nei vari costrutti come siamo rifugiati, presente evanescente, storia rinnegata, vuoto incomprensibile. Perfino i rami sono pigri e riflettono / la coscienza della gente, sono tristi e si lamentano del freddo, del caldo, della solitudine e della noia. Il senso di smarrimento lo si ritrova anche nella sezione successiva, Città degli occhi, quando ci si sente viaggiatori del mondo in cui passano persone /senza mai incontrarsi e si descrive la sensazione di sentirsi anonimi / in tanta umanità distesa. Cipriano è un viaggiatore che parte per tornare ai luoghi di origine perché il senso di appartenenza alla propria terra è fortemente radicato in lui ed emerge, in particolare, nella sezione Natura domestica & Lampioni. Nella sezione L’origine, è descritto l’intimo inizio del mondo, descritto con grande capacità di osservazione, nei suoi dettagli più nascosti. L’ultima sezione, l’inedita Nel bicchiere da consumare ricorda Neruda e comprende sei poesie celebrative, inebrianti, non a caso dedicate al vino come momento di condivisione erotica, di allegria, come prodotto autunnale che richiama per il suo colore le labbra vive della donna amata. Solo in questi frammenti e nella sezione già citata Le tue grazie, tratta da Il continente perso, si avverte il superamento dell’inquietudine amara che traspare da tutte le altre sezioni. Cipriano si fa interprete e portavoce della disillusione e dell’afasia di un’intera generazione, le cui speranze e aspettative sono state tradite e deluse. Ecco forse la missione di riscatto morale della parola poetica e il desiderio del poeta di tramandare e trasmettere ai posteri, con incisività descrittiva, la propria storia, la propria osservazione e interpretazione della realtà. Al di là del tono elegiaco e malinconico di buona parte dei componimenti, le caratteristiche di autenticità, sobrietà e compostezza formale della poesia di Cipriano, a mio avviso, la rendono classica e universale dunque destinata a vivere e a durare.
© Deborah Mega
*
Sulle mie montagne
c’è il mare.
Lo guardo appoggiando
l’ombra a un palo.
Sempre tempestoso
riflette gli animi
di questa gente.
Chi vive lì sotto
vede fosche giornate
ripetersi, inutili,
senza sogni, né
speranza di cambiare.
Siamo pochi
rimasti a guardare
questo mare.
Scompare
a Mezzogiorno,
quando la bassa marea
assorbe le sue nuvole.
Se ti abbandonerò
non è per il tuo odore umido
di terra a novembre
ma per l’odio giallo delle fronde
sul tuo costato di roccia chiara.
Animali da fieno
battono zoccoli duri
sulla tua pietra bianca,
il cuore spoglio tutto l’anno
del geranio disarma
mi rende estraneo.
(a Maria Carmela)
I sogni illuminano il buio
per questo ti ho conosciuta
nella notte sonnecchiata,
riccioli bruni, sorriso vibrante
sguardo sicuro. Piano si assenta
la sera nei nostri racconti
scuciti dai troppi rattoppi
barcollanti e sbiaditi:
ti ho cercata attendendo
un crocicchio al sole.
La notte confonde le viole
e tu hai confuso ogni nota
alla musica nella mia testa:
il tuo viso è quello che resta.
(Monteforte Irpino, 29 marzo 1999 ore 1,40)
1.
trema la terra, le vene hanno sangue che geme e ti riempie. è un fiotto la terra che lotta, sussulta, avviluppa. confonde la terra che affonda, ti rende sua onda, presente a ogni lato soffoca il fiato, ti afferra, collutta, si sbatte, si spacca, ti vuole e combatti, chiede il contatto, ti attacca, ti abbatte. è fuoco la terra del dopo risucchia di poco le crepe: la terra che trema riempie memoria. ti stana, si affrange, ti strema, è padrona.
11.
sciacalli sui resti delle case, tra i morti e le pietre, ma nel freddo si nutrono aiuti improvvisati, attrezzati con la forza della stessa notte. l’anima di un carcerato strappa dal pigiama una benda e stringe il sangue della ferita sconosciuta: lo racconta mia cugina che di quel sangue porta i segni.
13.
è della notte il grido ancora vivo mentre sistemiamo i pacchi in numeri col pennello rosso che segna le pietre. si rimette ordine classificando i danni le case sbriciolate, le vite perdute, ma nel conteggio si perde lo strazio le lacrime versate, il futuro inaridito.
Disteso sui miei sensi penso
(oltre le nuvole e le luci dei lampioni
alari) col fiato sospeso sulle colline blu.
Nemmeno i corpi uniti nell’amore
e racchiusi in un respiro solo sanno dire
dell’immenso in cui mi perdo ora
per questo tramonto vulnerabile e mobile
nel bagliore di una luce sterminata
tra le voci intrecciate in lontananza.
Se apparteniamo – per un istante –
a un’altra vita, a un’epoca leggendaria,
non ci è dato sapere dal poco che tracciamo
sciogliendo in illusione le certezze.
È quel bagliore, che si insinua vorticoso
oltre la forza decisa delle ossa,
ad aprire un nuovo varco sotto pelle,
a rinominare infinito il suono delle cose,
di quell’oceano che si nasconde eternamente
dentro al volto immobile dei monti.
(Montefusco, 8 gennaio 2012)
Sulla tua faccia il rossore
di vino e ti sfioro l’orlo
della camicia ma non lascio
che il tocco scombini ogni forma
ed osservo il tuo riso, il gioco
parlando, sfiorando la fronte.
Attiro alla voce la voglia
di vita, risalirei nella valle
profonda le dita ed aspetto
godendo (come allora) il tuo viso:
ogni amore è improvviso.
Testi tratti da La grazia dei frammenti di Domenico Cipriano, Giuliano Ladolfi Editore, 2020.
27 giovedì Gen 2022
Posted in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

La vendetta non mi interessava; ero stato intimamente soddisfatto dalla (simbolica, incompleta, tendenziosa) sacra rappresentazione di Norimberga, ma mi stava bene così, che alle giustissime impiccagioni pensassero gli altri, i professionisti. A me spettava capire, capirli. Non il manipolo dei grandi colpevoli, ma loro, il popolo, quelli che avevo visti da vicino, quelli tra cui erano stati reclutati i militi delle S.S., ed anche quegli altri, quelli che avevano creduto, che non credendo avevano taciuto, che non avevano avuto il gracile coraggio di guardarci negli occhi, di gettarci un pezzo di pane, di mormorare una parola umana. Ricordo molto bene quel tempo e quel clima, e credo di poter giudicare i tedeschi di allora senza pregiudizi e senza collera. Quasi tutti, ma non tutti, erano stati sordi, ciechi e muti: una massa di «invalidi» intorno a un nocciolo di feroci. Quasi tutti, ma non tutti, erano stati vili.
Primo Levi, I sommersi e i salvati, 1986
Il brano “Il Giorno della Memoria” è tratto dal volume “Noi e la Musica 5” di Lanfranco Perini e Maurizio Spaccazocchi © 2013 Progetti Sonori
24 lunedì Gen 2022
Posted in LETTERATURA, Versi trasversali

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
ANDREA TERRENI
L’ODIO
Odiare ti brucia da dentro.
Chi pensa di potersi salvare dai sensi di colpa, attraverso l’odio, si sbaglia. L’odio è un virus che entra nella pelle e s’irradia attraverso i capillari, le vene, le arterie. Contrae i muscoli e arriva agli organi. L’odio non è una condizione che si sceglie, è un divenire dopo non aver avuto scelta, è una malattia.
Odiare diventa una condizione non rinunciabile dell’esistenza, un bisogno fisico simile ad una convulsione; una pulsione irrefrenabile che gonfia lo stomaco e attraverso la gola si scioglie, dopo aver ruggito.
La rabbia provoca l’odio.
E non c’è cosa più ingiusta che comprendere tutto questo, sentirlo crescere e muoversi dentro al ventre, come un feto che muta. Puoi piangere, e lo fai. Cerchi il buio per nasconderti dagli occhi degli altri, sorridi e disegni per te stesso un vestito di festa e giovialità. Eppure culli quel mostro, portandolo ad osservare tutto quello che nel freddo della tua stanza, trasforma il tuo sorriso in una maschera smostrata.
Lo sai, quel brivido elettrico percorre le braccia, rimbalza nel vuoto e torna al cervello, mostrando soluzioni e sofferenza.
Ti alzi dal letto, e chiudi il varco all’oblio con la chiave: una pallina che sciogli nel labbro chiedendo dignità.
*
I bambini sorridono sempre
nel candore dei loro passi
si nutrono del calore spontaneo,
non gli si chiede ricompensa
che non sia sorridere o crescere.
I bambini vanno avanti liberi
non misurano falcate o pensieri,
imbrattano con ogni idea il cammino.
Ed ecco mani grandi a sorreggerli,
innaffiare sogni, pulire lacrime.
I bambini non ascoltano affranti,
non suppongono,
di altrui capricci sono innocenti,
d’ogni abuso nascosto nei sussurri.
I bambini prosperano,
io imparavo ad odiare.
*
Pensarmi diviso strappa
il petto,
a morsi feroci
e getta davanti ai miei piedi
forme senzienti invalicabili
e il respiro
appena
permette
di rimanere vivo
nonostante il sangue che cola
dall’anima aperta.
*
Maschere,
pigre, accartocciate sulle scale della vita,
rincorrere
sguardi e ombre nascoste, negli avamposti rimasti,
distruggono,
effimere il rimorso per esser sempre vivi,
rinnegano
il dolore, degli anni avviliti dal vento.
Esplosioni,
scintille lasciate deflagrare su abili costruzioni mentali
fermentate,
in arti di cenere abilmente sfumata nel fuoco a sparire,
piangono
immobili sorrisi, di sguardi fissi e petti di plastica
annegata
nei fiumi di lacrime dei bimbi che non matureranno.
*
PIANTO SECONDO
Pensai
il ritorno del silenzio.
Ammucchiata speme infausta
di risalir dal ventre
alla cavità del parlare.
Silenzio.
Occhiate tumefatte
di naturalezza orfane,
non danze o canti
ma vuota esposizione.
Sostituzione d’essenza
arricchimento dell’io,
ma cavo di polpa
soltanto
immagine esplosa.
Non ebbe a sperar d’aver torto
chi chiuse l’antica contesa
del giusto, trovare in altrui
adesso esaltato apparire.
*
Mai ebbi dubbi
eppure lei non seppe, sempre,
di cristallina immagine,
riconoscere nei miei specchi
una strada,
che potea condurla in salvo;
lungo fu quell’esimio cammino,
di giorni a mostrar passione e giubilo,
fermo, nell’assordante brusio del cuore
non nascosi, solo e sempre a lei,
il fervore del sentimento innocente.
E li dove appoggia i suoi sogni
ho nascosto al mondo i suoi doni.
*
Ho una carezza per la tua attesa,
non un sorriso
nè una parola
orme sbiadite.
Ho chiuso gli occhi mentre vivevo
non so dirti l’errore
se vuoi ho del dolore
se vuoi facciamo pace.
*
Eppure è di speranza che mi fregio,
non come saperla spendere,
ottenerne, mistificarla ad arte,
non credo si possa insegnare.
Ho lei che tengo in un palmo
e annuso a bisogno e sue parole,
non credo si possa insegnare,
ma un giglio che sboccia da niente
mi prende per mano se sdoppio
il mio essere improprio.
Non credo si possa insegnare,
ma un giorno ho lasciato un po’ aperto
riscontro mi ha preso alle spalle
e adesso non oso cadere,
c’è lei che dal suo comodino
estrae quella chiave segreta
che mi apre per togliere un poco
di male che porto dai tempi,
i tempi in cui ero bambino
e scelsi di crescere in tempo
per prender la strada del vento
Testi tratti da “Paroxetina” di Andrea Terreni – NullaDie Editore, 2021.
17 lunedì Gen 2022
Posted in LETTERATURA, Recensioni

Scrivere poesia è un atto rivoluzionario perché permette di perseguire la bellezza, sfuggire alla tristezza e al dolore che negli ultimi due anni è divenuto ancora più tangibile, per prendersi cura degli altri con il dono prezioso di un pensiero, di una parola, di un libro come questo, tanto più perché acquistandolo è possibile sostenere l’ABFO, Associazione Benefica Fulvio Occhinegro. Doppio passo è un libro scritto a più mani, quelle operose e solidali delle due autrici: Anna Chiara Bruno e Maria Piera Lo Prete, ciascuna con la sua voce e il suo stile. Non a caso il sottotitolo dell’opera è poesie, quelle di Lo Prete, e prose, quelle di Bruno. Le annotazioni critiche sono di Filippo La Porta mentre nella seconda parte del libro si aggiungono i pensieri di Diana Bosnjac Monai. Nessuno nel febbraio del 2020 immaginava quello che sarebbe successo di lì a poco. Con la pandemia abbiamo perso la serenità, abbiamo dovuto confrontarci con la sofferenza e con la morte. Quello che è successo ha cambiato le nostre priorità, le ha completamente stravolte e cambiate irrimediabilmente. E così, le due autrici hanno vissuto lo stesso disagio, che è quello di tutti noi e l’hanno raccontato. Ecco il senso del titolo: una doppia visione e interpretazione di quanto è successo e un invito ad andare oltre la superficie delle cose per recuperare il nostro io più autentico, i sentimenti veri, l’apertura nei confronti dell’altro e del suo punto di vista. In questi lunghi mesi in cui l’interazione sociale è l’aspetto che più ha subìto restrizioni, la scrittura è diventata un bisogno profondo, una necessità fortissima che ci ha protetti e difesi dalla disperazione. “I giorni dell’arroganza sono finiti”, scrive Maria Piera Lo Prete ed, in effetti, lo sono davvero. Siamo stati inclini all’arroganza, egoisti nei confronti del prossimo e della Terra, l’abbiamo calpestata mentre “avremmo dovuto leggermente attraversarla”, abbiamo trascurato gli affetti e pensato solo ai nostri interessi personali. La crisi ambientale non è più una novità per nessuno, l’equilibrio biologico è pesantemente minacciato mentre è urgente un ribaltamento dei modelli e dei comportamenti nel rapporto uomo-società-natura. Occorre immergersi nel verde, riprendere contatto con la natura che ci circonda e difenderla con tutte le nostre forze. Molti sono gli argomenti affrontati in quest’opera, che in alcuni passaggi potrebbe sembrare moralista mentre è una contemplazione ad alta voce, un flusso di coscienza che urge di diventare parola e di parlare alle coscienze. Oltre al tema ecologico, vi si parla di tempo, dono spesso sprecato e che, in epoca di pandemia, si è dilatato, consentendoci di praticare l’esercizio della scrittura, della lettura, della riflessione. Si parla di silenzio, della necessità di ritrovarsi perché si auspica una ripresa di tutte le attività che di nuovo ci travolgeranno ma ci troveranno meno vulnerabili e forse più saggi e maturi. Un altro tema affrontato è la violenza di genere, la paura, la necessità di riappropriarsi della propria vita, perché dopo tanti mesi di isolamento è stato faticoso per tutti tornare a vivere, e ancora grandi temi di utilità sociale come la pace, la libertà, la saggezza dei padri, l’importanza di un buon insegnamento per sostenere i giovani in quel meraviglioso processo di metamorfosi che compiranno, ciascuno secondo le sue potenzialità e il suo impegno, e ancora il dramma dell’immigrazione clandestina, di qui la necessità della carità e di una sorta di coscienza morale che dovrebbe sempre guidare le nostre scelte. Anche la comunicazione diventa un altro strumento di accoglienza. L’invito è quello di usare con cura e cautela le parole, che possono essere manipolate, travisate, usate a sproposito. Oltre alla natura, dunque, va difesa e tutelata anche la lingua italiana, snaturata dall’abuso dei prestiti linguistici. Di qui scaturisce anche l’importanza della storia e della memoria, dei nostri padri, delle nostre storie, di noi stessi che siamo vissuti e un giorno potremo dire “io c’ero”. Nella seconda parte dell’opera le autrici ci invitano ed esortano a ripartire dai nostri luoghi interiori, dalle memorie, dai ricordi, per poi giungere, alla fine del viaggio, a riconoscere noi stessi. L’opera, oltre ad essere un luogo di coincidenza di prosa e poesia, di invenzione e di ragionamento, è un luogo imperdibile di lucida analisi del reale, in cui ritrovarsi e di cui fare tesoro.
© Deborah Mega
*
…folla sui navigli
Triste, come tutte le giornate negli ospedali. Si soffre, si sopporta, si resiste, si spera. Voi, raggomitolati nelle vostre sicurezze, nel giro delle occupazioni abitudinarie, nei riti frenetici del vivere, indifferenti alle grandi sofferenze, non sentite di abitare un pianeta che soffre? Non vi ponete domande…? Una società è giusta e umana solo se rispetta l’altro, soprattutto quando l’altro patisce, e nulla può legittimare la violazione di regole prestabilite. Imboccare la movida punteggiata di negozi, ristoranti, bar di civettuola eleganza, con viltà e trascuratezza. Nessuno vi ha afferrato per la spalla quando eravate ancora in tempo? Non c’erano bambini; c’erano ragazzi grandi, forse padri, forse nonni, forse anche zii e zie, forse qualche tipo solitario, di quelli che vivono per strada e non hanno affetti da proteggere. Chi è tutta questa gente? Cosa ci fa lì? Spalla contro spalla, forma gruppi chiassosi. Qualcuno immagina – preso dal delirio – la complessità dei sentimenti, quando la morte si contende la vita? Era malata, vecchia, tutti comprendono e ritengono che in definitiva il caso si spiega da sé! Morire in una branda di ospedale, circondati da sconosciuti, senza accusare nessuno per tanta indifferenza. Da dove origina questo cinismo, questo freddo dell’anima? Il gelo, quello stesso che trasforma in arma uno sputo in volo, è penetrato fino nelle vostre anime?
i giorni dell’arroganza
I giorni dell’arroganza sono finiti,
si mostrano le ferite.
Ma sui Navigli la luna è di tutti;
tutti si sono assiepati,
guardano sgomenti
il suo volto impallidire
e sfumare, andare via,
come fumo, come nebbia;
come leggera fuliggine
appare ora la sua scia
e tutto scolora di nuovo
dinanzi alle nostre facce
impallidite.
*
(non son)… cose da femmina!
Essere femmine è dover corrispondere a una definizione, a un ruolo… Se il normale fa paura, è altrettanto vero che il diverso terrorizza. Per questo lei non ha mai disubbidito… Il carnefice alza le braccia. Si ode il grido della vittima! Avrebbe voluto sfuggire a quel malessere che turbinava come il vento ma… le mancavano le parole, l’occasione, il coraggio! Barcolla, prova a muoversi. Non ha forza nelle membra, ma quando lentamente con gambe tremanti lascia quella casa, si dischiude, per lei, il mondo che le si era sigillato addosso, in quelle stanze dall’aria ispida e angusta. Ciò che l’attendeva era così meraviglioso: si sentiva libera, avvertiva una nuova energia. Il calore aveva preso il posto del freddo. La luce il posto della penombra. Aveva conquistato il rispetto di sé. Si era dimostrata più forte di lui. Aveva compreso la ne-ces-si-tà di essere libera dall’infelicità, dal dolore, dalla ferocia. Gli stereotipi regolano ancora l’accesso ai ruoli sociali costruiti dall’uomo sulla differenza di genere. Incidono sull’identità della persona. Femmina, sesso debole? No!
il dramma
Questo è il gusto osceno della vita,
restare nel crogiolo e capitolare
alla fine dietro l’angolo di casa,
con negli occhi uno sfavillio
che ti coglie all’improvviso
quando vedi la lama che
tinge di rosso il tuo
corpo. La carezza
è lieve, lieve e sottile e
ti penetra e ti assottiglia
la vita, te la sfila, la
libera dal corpo
e tutta la tua memoria
diventa storia ora
sulla tela della
nostra scena.
*
ANNA CHIARA BRUNO, (Carosino – TA 1953), già docente in lettere, oggi si occupa di promozione della lettura soprattutto presso i giovani, collaborando con associazioni culturali, istituzioni ed enti locali.
MARIA PIERA LO PRETE, (Taranto 1950), già docente e collaboratrice di case editrici. Ha pubblicato le raccolte poetiche Naufragio (2016) e Al sole di agosto (2020). Sue poesie sono pubblicate in antologie di autori contemporanei.
DIANA BOŠNJAK MONAI, (Sarajevo 1970) famiglia multietnica e multiculturale. Architetto, artista, scrittrice, vive e lavora a Trieste. Ha diverse pubblicazioni alle sue spalle tra cui: “Da Sarajevo con amore” (dalla città assediata diario ricostruito con scritti del nonno Puniša Kalezić testimone diretto); “A te, che hai guardato muta” (romanzo 2019).
FILIPPO LA PORTA (1952) Romano ma con profonde radici pugliesi. Critico e saggista. Scrive su “La Repubblica”; una rubrica sul settimanale “Left” e sul mensile “L’immaginazione”. Innumerevoli le sue pubblicazioni, non solo di critica letteraria. Conosce profondamente la produzione letteraria pugliese contemporanea.