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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Deborah Mega

Epistole d’Autore 1

07 lunedì Gen 2019

Posted by Deborah Mega in Epistole d'Autore

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Elsa De Giorgi, Italo Calvino

In un mondo digitale come il nostro ricevere una lettera cartacea è ormai una forma d’espressione d’altri tempi, un evento più unico che raro. La telematica e la capillarità della rete telefonica, che consentono la trasmissione a distanza delle informazioni in tempo reale, hanno reso immediata e veloce la comunicazione interpersonale. Sono lontani i tempi in cui, quando si scriveva una lettera, occorreva avere la pazienza di aspettare che arrivasse a destinazione e che giungesse la risposta. Eppure quell’attesa amplificava le emozioni, lasciava presagire la risposta, fortificava e rinvigoriva i sentimenti. Amore, affetto, amicizia, gioia, dolore, risentimento, dispiacere, follia sono i sentimenti veicolati dalle lettere, capaci di scuotere l’animo di chi scrive e di chi legge. La lettura di Epistole d’autore fornisce un ritratto insolito e inedito, per frammenti e dettagli, di uomini e donne celebri, svela segreti, rende più umani e veri i grandi del passato. Il blog Limina Mundi inoltre offre ai suoi lettori l’opportunità di inviare la propria lettera aperta, d’amore, d’affetto, di amicizia, firmata o in forma anonima affidandola alla memoria del web. Basterà cliccare sul LINK della pagina per inserirla, in modo che, nel tempo, sia possibile raccoglierle e ritrovarle. La responsabilità delle lettere è dei rispettivi autori, la loro pubblicazione non implica in alcun modo adesione ai suoi contenuti da parte di Limina Mundi.

 Italo Calvino a Elsa De Giorgi

Il carteggio di lettere (ben 407) conservate nel Fondo Manoscritti di Pavia tra Italo Calvino ed Elsa De Giorgi è testimonianza della loro storia d’amore, vissuta tra il 1955 e il 1958. Elsa De’ Giorgi, appena diciottenne, iniziò la sua carriera da attrice, agevolata dalla sua bellezza ma invisa al regime fascista per le sue posizioni politiche che la porteranno a sostenere la Resistenza romana. Nel 1948 sposò il nobile Contini Bonacossi, collezionista d’arte; nella loro casa a Roma, divenuto un vero e proprio circolo letterario, ricevevano personalità del calibro di Alberto Moravia, Carlo Levi, Renato Guttuso e tanti altri. Nel 1955 la De Giorgi conobbe Italo Calvino, di dieci anni più giovane, il quale si occupava dell’ufficio stampa della casa editrice Einaudi. La loro collaborazione confluì in una relazione tormentata e difficile, fatta di corrispondenze, viaggi in treno tra Roma e Torino, incontri fugaci, tanto da concludersi nel 1958. A testimonianza di questo rapporto esiste il corpus epistolare che la filologa Maria Corti, ha definito “il più suggestivo del Novecento italiano”. La stessa De Giorgi nel suo libro Ho visto partire il tuo treno, edito da Feltrinelli, dichiarò che la relazione appassionata con Calvino incise anche sull’opera dello scrittore. Calvino le inviò centinaia di lettere, illustrate con i suoi disegni e le trovò una piccola villa sul mare con un bel giardino a Ospedaletti, a pochi chilometri da Sanremo dove c’era casa sua. Dopo aver concluso ogni scritto, voleva che lei lo leggesse integralmente. Si sedeva di fronte a lei e le porgeva una foglio alla volta, scrutandole il viso per ore. Quando nel 1956 vennero pubblicate le Fiabe italiane nell’elegante edizione dei Millenni di Einaudi, erano dedicate a “Raggio di sole”, anagramma del nome Elsa de Giorgi, il loro codice d’amore, il modo segreto di parlarsi sotto gli occhi di tutti.

*

Certo, il mio amore per te è nato come un’individualista protesta contro tutto, un clima mosso da un bisogno profondissimo, ma con un significato generale, una lezione per tutti, di non-rinuncia, di coraggio alla felicità. Come questa lezione si tradurrà nell’opera creativa è ancora da vedersi. Se mi mancasse il tuo amore tutta la mia vita mi si sgomitolerebbe addosso. Tu sei un’eroina di Ibsen, io mi credevo un uomo di Cechov. Ma non è vero, non è vero. Gli eroi di Cechov hanno la pateticità e la nobiltà degli sconfitti. Io no: o vinco o mi annullo nel vuoto incolore. E vinco, vinco, sotto le tue frustate. No, cara, non hai nulla dell’eroina dannunziana, sei una grande donna pratica e coraggiosa, che si muove da regina e da amazzone e trasforma la vita più accidentata e difficile in una meravigliosa cavalcata d’amore. Ho la tua lettera dal treno.

Cara, amore ho sempre un’apprensione quando apro una tua lettera e uno slancio enorme di gratitudine e amore leggendo le tue parole d’amore. Il ritratto del giovane P.P. [Pier Paolo Pasolini, ndr] è molto bello, uno dei migliori della tua vena ritrattistica, di questa tua intelligenza delle personalità umane fatta di discrezione e capacità di intendere i tipi più diversi, questa tua gran dote largamente provata nei coetanei. È la stessa dote che portata all’estremo accanimento dell’amore ti fa dire delle cose così acute e sorprendenti quando parli con me di me che ti sto a sentire a bocca aperta, abbacinato un insieme d’ammirazione per l’intelligenza, o incontenibile narcisismo, e di gratitudine amorosa. Ho più che mai bisogno di stare fra le tue braccia. E questo tuo ghiribizzo di civettare che ora ti ripiglia non mi piace niente, lo giudico un’intrusione di un moto psicologico completamente estraneo all’atmosfera che deve regnare tra noi. Gioia cara, vorrei una stagione in cui non ci fossi per me che tu e carta bianca e voglia di scrivere cose limpide e felici. Una stagione e non la vita? Ora basta, perché ho cominciato così questa lettera, io voglio scrivere del nostro amore, voglio amarti scrivendo, prenderti scrivendo, non altro. È forse anche qui la paura di soffrire che prende il sopravvento? Cara, cara, mi conosci troppo, ma no, troppo poco, devo ancora farmi conoscere da te, devo ancora scoprirmi a te, stupirti, ho bisogno di farmi ammirare da te come io continuamente ti ammiro.

Sto scrivendo una cosa su Thomas Mann per il Contemporaneo- sotto forma di lettera- su cosa significa per me il suo atteggiamento d’uomo classico e razionale al cospetto dell’estrema crisi romantica e irrazionale del nostro tempo. Sono temi che ritornano puntualmente nella cultura e nell’arte contemporanea come nella mia vita: il mio rapporto con Pavese, o la coscienza della poesia, il mio rapporto con te, o la coscienza dell’amore. Io voglio scrivere del nostro amore, voglio amarti scrivendo, prenderti scrivendo, non altro, siamo davvero drogati: non posso vivere fuori dal cerchio magico del nostro amore.

(…) Ho due belle let­tere tue cui ri­spon­dere. Una (quella di gio­vedì) sulla «mis­sione di darmi gioia» che tu con me­ra­vi­gliosa ge­ne­ro­sità amo­rosa hai scelto (e io po­trei par­lare di una mia «am­bi­zione di darti gioia», di un mio or­go­glio, che quando non rie­sco mi fa sen­tire scon­fitto), l’altra, quella di ieri, col dia­logo delle donne sul per­fetto amante, che pare un po’ da corte d’amore, ma con una ma­li­zia da bri­gata di Boc­cac­cio in villa du­rante la pe­ste, e con una ra­zio­na­lità da ra­gio­na­mento fi­lo­so­fico e cor­tese cin­que­cen­te­sco e in più un senso dello sca­broso e dell’insoddisfatto che è tutto mo­derno. Ma tu che taci, e dici l’ultima bat­tuta, e le al­tre che stanno in si­len­zio, e quel tipo di Pan­filo o Fi­lo­strato o Dio­neo che trae, ga­lante ma con­cet­toso, la mo­rale, è un qua­dro di pura bel­lezza. Ma a parte quest’ammirazione for­male, quello che so­prat­tutto m’ha at­tratto è la bel­lezza della tua etica amo­rosa, che è an­che mia, che io t’ho in­se­gnato – per­dona il mio or­go­glio – nel mo­mento stesso in cui l’imparavo da te, su te e di cui tu ora dai una for­mula per­fetta, que­sto «su­sci­tare l’amore senza mai sti­mo­lare il vi­zio», que­sta con­di­zione così rara, che tu sola sai creare.

Italo Calvino

 

 

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Sonetto d’epifania

06 domenica Gen 2019

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Giorgio Caproni, Sonetto d'epifania

New Years Eve at Berlin, photo via GloHoliday

Sopra la piazza aperta a una leggera

aria di mare, che dolce tempesta

coi suoi lumi in tumulto fu la sera

d’Epifania ! Nel fuoco della festa

rapita, ora ritorna a quella fiera

di voci dissennate, e si ridesta

nel cuore che ti cerca, la tua cera

allegra – la tua effigie persa in questa

tranquillità dell’alba, ove dispare

in nulla, mentre gridano ai mercati

altre donne più vere, un esitare

d’echi febbrili (i gesti un dì acclamati

al tuo veloce ridere) al passare

dei fumi che la brezza ha dissipati.

 

Giorgio Caproni

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Repetita iuvant

01 martedì Gen 2019

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Gesualdo Bufalino, Repetita iuvant

‘Waiting’ by Brooke Shaden

 

Dicono che repetita iuvant
che il primo bacio è insipido, ma è il secondo che conta;
che il bis d’un minuto radioso
s’insaporisce d’un miele che ci sfuggì quella sera …
Ma l’anno che ritorna col suo rauco olifante
a soffiarci dentro le orecchie
l’ennesima Roncisvalle,
e ingrossa i fiumi, impoverisce gli alberi;
l’anno che nello specchio del bagno consegna
a uno svogliato rasoio la barba sempre più bianca;
l’anno che cresce su sé con l’ingordigia dei numeri,
sgranando sul calendario
il recidivo blues del Mai più …
chi oserebbe dire che meriti la festa del Benvenuto?
chi potrebbe giurare che non sia peggio degli altri?
Il male si moltiplica e repetita non iuvant.
Eppure … Eppure nella tombola arcana del Possibile
fra i dadi e il caso la partita è aperta;
gonfiano fiori insoliti il grembo d’una zolla;
lune mai viste inonderanno il cielo,
due ragazzi in un giardino
si scambieranno i telefoni, i nomi,
stupiti di chiamarsi Adamo ed Eva;
verrà sotto i balconi
un cieco venditore d’almanacchi
a persuaderci di vivere …
Crediamogli un’ultima volta.

Gesualdo Bufalino

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Nota critica su “L’adatto vocabolario di ogni specie” di Alessandro Silva

17 lunedì Dic 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Alessandro Silva, Deborah Mega, L’adatto vocabolario di ogni specie

“L’adatto vocabolario di ogni specie” di Alessandro Silva, opera edita da Pietre Vive nella collana iCentoLillo, è una raccolta poetica che annota, sotto forma di narrazione cronachistica, la tragedia proletaria di innumerevoli operai-tipo dell’Ilva di Taranto, un esempio dunque di poesia civile che ha ottenuto meritatamente diversi riconoscimenti: vincitrice nell’edizione 2015 del concorso Luce a sud-est, è risultata anche finalista al Premio Elio Pagliarani 2017 e segnalata al Premio Anna Osti 2018.

In epigrafe sono riportate due citazioni: una è tratta da Il lavoro di Jacques Werup, l’altra da Portarsi avanti con gli addii di Francesco Tomada, in cui si affronta con rassegnazione e apparente leggerezza il tema del lavoro, presagio di morte e del lutto da superare in mezz’ora. Nel primo testo sono individuate le coordinate geografiche oggetto della trattazione: mar Ionio, Taranto. Nella silloge, brani in prosa, frammenti di cronaca e di interviste, si alternano a poesie di forte impatto emozionale e alle illustrazioni di Giovanni Munari, talmente realistiche e descrittive da generare un oppressivo senso di claustrofobia. Non a caso luce, aria, fatalità del destino, morti accidentali, sono espressioni che ricorrono in tutto il dipanarsi della narrazione. La famigerata Ilva di Taranto, uno dei maggiori complessi siderurgici in Europa fondato nel 1960, diventa rappresentazione simbolica della fabbrica, strumento di oppressione dei tempi moderni. Il complesso industriale di lavorazione dell’acciaio divenuta Italsider e poi di nuovo Ilva, da sempre è stata oggetto di processi penali per il suo impatto ambientale e per la scarsa tutela degli operai in relazione agli infortuni sul lavoro e non solo. La quantità di diossina emessa nell’ambiente circostante ha reso non pascolabili i terreni entro un raggio di 20 km; gli effetti dannosissimi delle emissioni inquinanti sono ormai sotto gli occhi di tutti per i numerosissimi casi di tumori, leucemie, patologie della tiroide e malattie cardiovascolari. Eppure c’è chi continua a negare il nesso tra ricorrenza e aumento del numero delle patologie e il polo industriale; perfino quando si è svolto il referendum consultivo tra gli stessi tarantini, che proponeva la chiusura dell’acciaieria, non si è raggiunto il quorum. Purtroppo l’Ilva è ancora oggi una delle poche realtà a fornire lavoro, uno stipendio accettabile che spinge perfino a farsi raccomandare pur di essere assunti. Dal 2012 al 2014 sono stati approvati sei decreti salva Ilva, convertiti in legge, che hanno continuato a tutelare l’azienda più che l’ambiente, il suolo e le acque sotterranee. L’adatto vocabolario di ogni specie, di cui parla Silva, riguarda tutti: operai, ex operai, abitanti dei quartieri limitrofi, donne, bambini, animali, vegetali, prodotti agricoli, persino mitili. Le polveri d’amianto, presto o tardi, raggiungono tutti.

Il lessico è specialistico e attento alla quotidianità del dettaglio, non mancano però espressioni di puro lirismo, mai ostentato, quasi una conseguenza del nostro voler essere e restare umani. La raccolta è composta da un prologo, da quattro atti e da un epilogo. Ad essere rappresentato è il dramma umano e il disastro ambientale, distopico, crudele, nero, come alcune pagine all’interno della raccolta, le immagini che rappresentano il fumo delle ciminiere e la morte che imperversa ogni giorno sul quartiere Tamburi.

La prima sezione descrive la vita di un operaio tipo, l’atmosfera, sentimenti e sensazioni di chi raggiunge ogni giorno il complesso, vi lavora e ritorna verso casa, stanco e intossicato, si narra come “si sta dentro la città che muore, nel viaggio verso casa” mentre “il cielo continua a stridere sulla pelle e tutto è un’asimmetria di dolore”.
La seconda sezione reca il titolo del libro, è la sezione centrale in cui si fa riferimento anche alla sterilità delle donne raggiunte dal nero tossico: «  Una scintilla/ spenta di estrogeni nelle cellule/ che baciano l’ovulo e lo portano/ dolci a maturazione è la causa/ del vostro esser sterili». Nella terza e quarta sezione è tangibile un diffuso sentimento di rabbia e frustrazione, il conseguente desiderio di giustizia con qualche sprazzo riflessivo e nostalgico. Epilogo conclude la raccolta con due testi che denunciano gli effetti dell’inquinamento, il dramma sanitario ormai uscito allo scoperto. Nonostante ciò Taranto, La Bella Avvelenata, continua a subire gli errori dei padri che non arrivano “a seppellire i genitori ma i propri figli”, del resto “la malattia è solo una sera di solitudine smarrita/nella memoria. Lui vorrebbe morire lavorando”. Silva realizza un’opera densa di eventi e di immagini, pregevole e degna di attenzione; anche se non abitiamo nei pressi del rione Tamburi,  il problema riguarda tutti: Taranto siamo noi e i nostri figli.

Deborah Mega

*

LUCE DENTRO LA TERRA

Non si vedono case ma una colonna

alzata per trentacinque metri di cielo,

quel tanto che basta a oscurare

il sole. Una torre medioevale

di argento e pietra, per i più ilari

bicchiere rovesciato sul sostegno

di una tazza, un tino posato sopra

una sacca. C’è un silenzio di bocca

sulla cima che s’apre a una gola

di lamiere. Maleodora. Sa di

sfacelo e bestemmie a tenere

la bocca di un uomo scucita per aria.

Da impuri bagliori ci si lascia

bruciare, svogliati [urto di luce

conficcato in un recesso di Terra].

 

La barba

va tenuta accorciata per non farne

polvere di nero, d’odore nel piatto

sudore d’ombra.

*

QUALCUNO CHE CADE

otto/giugno/duemilaequindici

Nel pomeriggio è accaduto

all’altoforno Due, l’incidente.

Ci sono state, dopo, ventiquattro

ore di mani alte [mani di ferro

calloso e nodi di dita nerastre].

 

Una babele di passi scesa in battaglia

tra rottami e mantici di aria che ustiona.

Occhi rauchi e cicatrici aperte di labbra.

 

C’era un morto e nessun messia

per motivi di sicurezza. Quaggiù

è la terra in fondo un sudicio

ossario e, del nostro tocco o sguardo

poco importa a qualcuno.

*

L’ADATTO VOCABOLARIO DI OGNI SPECIE

Dal turno di notte si esce malconci

e molli di ossa strette da un’ombra.

 

Scomparse le donne per strada, quelle

con lo strano linguaggio del corpo che

balla sui tacchi e tra i denti si cerca

un sorriso per chi ha voglia di pelle

con forza.

 

Di uomini meno ma chi li compra

non merita lo sdegno stupito degli altri:

è un’esigenza diversa di latte

[annusata ricerca di confronto

fondo come negli alberi stanno

 

avvolti gli anelli].

Un gatto di strada mangia meno

di un gatto ammaestrato alla casa

ma lotta uguale per avere meno

pulci nel pelo.

 

Al semaforo rosso il mattino

ingiallisce in un luogo marcio

di arance e molli fauci di lattuga

nel sacchetto a terra squarciato.

 

Per poco si ha, nel saluto

la voce di roccia della fornace.

*

MESOTELIOMA PLEURICO II

So come muoiono le farfalle
come un uomo disteso di schiena su un prato
[…]
allargano le ali sopra l’erba
per allontanare la fatica
e pensano per sempre di volare.

Francesco Tomada, So come muoiono le farfalle

L’epidermide si scuce dal derma
[dal motore oscuro di nervi]
a manciate si giocano i capelli
mossi e toccati da polvere e unghie.

Torni magro e piccino, bocca secca
nell’acqua di un bicchiere, denti
di farina. Cadono farfalle quando
la morte soffre l’insonnia e dice

a chiunque si svegli che la vita
sarà voce di malanno, d’ora innanzi.
A dare sangue da conficcare
nella pelle mutevole di un angelo.

*

IMMOBILE, SOTTO

Sono le dodici e cinquanta in città.

Nella tristezza del mare l’acqua

crepa [in cristallini tremori]

la pupilla del sole di agosto.

 

Condizioni costanti di deboli

venti germogliano sulle nubi

in arborescenze di polveri,

benzene e vapori d’acciaio.

 

Per la salubrità dell’aria e la folta

macchia di ulivi e pini, si diceva,

il quartiere viveva prima sotto

un’ebrezza di cielo chiaro.

 

Le finestre che guardano al mare

aprono buchi dove l’aria scavata

riposa. La città ora cade e giace

sotto un belato di cielo nero

che consuma memorie di sangue.

 

Alessandro Silva, L’adatto vocabolario di ogni specie, Edizioni Pietre Vive Collana iCentoLillo, 2016

illustrazione di Giovanni Munari

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PUNTI DI VISTA 12: Notte stellata

10 lunedì Dic 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti d'arte, ARTI, Punti di vista

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Deborah Mega, Notte stellata, Vincent van Gogh

In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente. Oggi analizziamo Notte stellata di Vincent van Gogh.

Notte stellata è un dipinto del pittore olandese Vincent van Gogh, olio su tela, cm 73,7 x 92, realizzato nel 1889 e conservato al Museum of Modern Art di New York. Si tratta della rappresentazione del paesaggio notturno di Saint-Rémy de Provence, poco prima dell’alba. Dopo il tragico episodio dell’automutilazione dell’orecchio van Gogh accettò di farsi ricoverare nella clinica Maison de Santé  per alienati mentali di Saint-Paul-de-Mausole, un vecchio convento adibito a ospedale psichiatrico vicino a Saint-Rémy de Provence. Durante l’internamento, preso da un vero e proprio furore creativo, van Gogh eseguì una notevole quantità di dipinti, nei quali si emancipò dalle regole impressioniste e approdò a uno stile simbolico che, partendo dalla sua alienazione, rielaborava la realtà. Pare che l’opera sia stato dipinta poco prima dell’alba tra il 23 maggio e il 19 giugno 1889, durante l’anno di permanenza nella clinica psichiatrica di Saint-Rémy-de-Provence, come emerge da una lettera dello stesso Vincent, desideroso di comunicare al fratello di aver realizzato «un paesaggio con gli ulivi e anche uno studio di un cielo stellato». Dopo averlo tenuto inizialmente con sé, van Gogh mandò la Notte stellata al fratello Théo, residente in quei tempi a Parigi, nel settembre 1889, insieme ad altri nove dipinti. Dopo la morte di Vincent un anno dopo, e del fratello Théo, la Notte stellata passò alla vedova di Théo, Jo. Nel 1900 l’opera entrò nelle collezioni del poeta Julien Leclercq per poi divenire proprietà di Émile Schuffenecker, un vecchio amico di Gauguin. Successivamente fu venduto alla galleria Oldenzeel, in seguito ad una gentildonna di Rotterdam, Georgette P. van Stolk, infine al gallerista francese Paul Rosenberg. Nel 1941 la Notte stellata fu acquistata definitivamente dal Museum of Modern Art, a New York, dove si trova tuttora. Nel dipinto il pittore ha cercato il contatto diretto con la realtà, dipingendo quello che si poteva vedere dalla finestra della sua stanza, l’ha però trasformata in una potente visione onirica in cui poter fare affiorare le sue emozioni e le sue paure: il paesaggio, a prima vista idilliaco e rassicurante, manifesta invece la personalità tormentata di Van Gogh. A sinistra è ritratto un alto cipresso che si staglia contro il cielo notturno e agisce come intermediario vegetale tra la vita e la morte, rappresenta quasi l’aspirazione all’infinito da parte del pittore. A destra del solitario cipresso troviamo un piccolo paesino, forse è Saint-Rémy o una reminiscenza del villaggio natio: i caseggiati sono bassi, ad eccezione dell’acuminata cuspide di un campanile, che riprende la verticalità del cipresso. Le linee dei tetti sono oblique, i cespugli e gli alberi lontani sono rappresentati con pennellate curve. A destra appare la ricca vegetazione degli ulivi, mentre sullo sfondo si estende il profilo di una catena montuosa. L’inquietudine dell’artista esplode nella parte superiore della tela, quella relativa al cielo dove sono ritratte la falce lunare, visibile in alto a destra, il pianeta Venere, le stelle che sembrano ruotare su sé stesse in gorghi vorticosi, in turbini inquietanti come se fossero meteore impazzite. I colori presenti sono una vasta gamma di blu, azzurri e giallo indiano, stesi  con uno spessore minimo, a piccoli tocchi ravvicinati mentre la vegetazione diventa quasi nera. Le luci artificiali brillano gialle dalle finestre delle case. Il segno pittorico è agitato, quasi aggressivo, si smorza solo quando tratteggia le morbide ondulazioni della catena montuosa rimarcata da una spessa linea di contorno nera, che vuol sottolineare la sua appartenenza alla dimensione terrena. In questo capolavoro dell’arte ottocentesca, i drammatici tormenti di van Gogh trovano una delle loro più potenti raffigurazioni.

Deborah Mega

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Freddie, l’inimitabile

03 lunedì Dic 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti musicali, Eventi e segnalazioni, MUSICA

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Bohemian Rapsody, Deborah Mega, Queen

 

Ci sono dei brani che non solo ti restano nel cuore ma hanno il potere di addolcire una giornata faticosa o difficile riempiendola di sentimenti positivi e di serenità. È il caso di Don’t stop me now dei Queen, composto da Freddie Mercury e registrato nel 1978 a Nizza, incluso nell’album Jazz e pubblicato come singolo nel gennaio 1979. Il brano, esempio del caratteristico stile dei Queen, infarcito di armonie vocali multitraccia, inneggia alla sfrenatezza e alla libertà sessuale. Nei mesi scorsi è stato diffuso online il trailer di Bohemian Rapsody, biopic per la regia di Bryan Singer che ripercorre le tappe significative della carriera del leggendario leader dei Queen, Freddie Mercury, dagli esordi fino alla performance indimenticabile in occasione del Live Aid. La pellicola è stata trasmessa in Italia il 29 novembre, mentre in Spagna, Francia, Svizzera, Germania, Stati Uniti, è stata diffusa a partire dalla fine di ottobre. La sceneggiatura è stata scritta da Peter Morgan, riscritta da Anthony McCarten, infine ulteriormente ritoccata. L’attore che ha prestato corpo e volto al film dedicato a Freddie Mercury, è Rami Malek, che quando Freddie morì aveva appena dieci anni e che così si è espresso in una recente intervista: “Quando ho ottenuto questo ruolo ho pensato che sarebbe potuta essere una performance in grado di definire una carriera. Due minuti dopo ho invece pensato Questa parte potrebbe distruggere una carriera”. Nonostante la pellicola stia ottenendo un’ottima accoglienza in tutto il mondo, anche se non mancheranno le critiche, dovute anche alla lunga gestazione, per il protagonista il percorso è stato impegnativo e complesso. Come si fa infatti a emulare pur nella finzione il cantante, l’acrobata, il provocatore, l’istrione, un artista così complesso e inimitabile? Il film racconta l’intera epopea di Freddie Mercury, da quando era inserviente all’aeroporto di Heathrow a quando divenne  star della musica internazionale, sacrificando talvolta la complessità del protagonista, lasciando emergere la solitudine e l’infelicità dell’uomo. Si descrivono frettolosamente, a dire il vero, le origini parsi e l’infanzia trascorsa a Zanzibar, la famiglia di religione zoroastra che dall’India si era trasferita in Gran Bretagna e inizialmente non vedeva di buon occhio le scelte di Freddie, il legame con la fidanzata, l’amore della vita Mary Austin, il rapporto turbolento con i manager e i compagni della band, la scoperta della propria bisessualità infine della sieropositività. Mercury, pseudonimo di Farrokh Bulsara, divenne infatti  simbolo della lotta al virus dell’Hiv, essendo stato uno dei primi, più famosi sieropositivi della storia. Dalla pellicola emergono alcune figure importanti nella vita personale e artistica di Freddie che lo hanno accompagnato fino alla fine: il chitarrista Brian May, il batterista Roger Taylor, il bassista John Deacon, i manager della band, John Reid, Paul Prenter e, successivamente, Jim Beach. L’utilizzo della vera voce di Mercury ha rassicurato i fan di tutto il mondo, me compresa, tutti gli attori, in particolare Gwilym Lee che interpreta Brian May, riescono a raggiungere una somiglianza fisica e gestuale impressionante. Nei venti minuti finali del film, come fuochi d’artificio lasciati per il gran finale, viene riprodotta in modo estremamente fedele l’intera esibizione del gruppo al concerto del Live Aid del 13 luglio 1985, presso il Wembley Stadium di Londra, un concerto umanitario organizzato da Bob Geldof che vide la partecipazione dei più importanti artisti internazionali, allo scopo di ricavare fondi in favore delle popolazioni dell’Etiopia. Nei 20 minuti a disposizione, i Queen suonarono Bohemian Rhapsody, Radio GaGa, Hammer to Fall, Crazy Little Thing Called Love, We Will Rock You e We Are the Champions. La stampa, gli spettatori, gli altri artisti considerarono la loro interpretazione memorabile, una delle migliori di tutti i tempi. La partecipazione trasmise nuovo entusiasmo e vitalità al gruppo che perseguì nuovi progetti. La scelta degli autori di fermarsi al 1985 e di non raccontare gli ultimi sei anni di vita del cantante e di carriera del gruppo fino all’album Innuendo, testamento spirituale di Mercury, lascia un po’ l’amaro in bocca e si gioca quella tensione drammaturgica che in alcuni punti gli autori, sotto la supervisione dei membri superstiti del gruppo, hanno dovuto sforzarsi di creare. Nonostante la volontà di ricostruzione dei fatti e il tentativo di rendere verosimile la trama, dalla descrizione degli aspetti più intimi e familiari come la passione per i gatti agli eccessi leggendari come le apparizioni con la corona e il mantello, sono presenti alcune incongruenze temporali, solo nel 1991 Mercury avrebbe informato gli altri membri della band di aver contratto l’Aids e non, come emerge dal film, poco prima del Live Aid, avvenuto nel 1985, omissioni come l’incontro con David Bowie nel 1981 e la composizione e registrazione di Under Pressure o la collaborazione di Mercury all’album Barcelona del 1988 con il soprano spagnolo Montserrat Caballé. Grazie alle indimenticabili canzoni,  all’interpretazione rigorosa e alla bravura del protagonista che tenta in tutti i modi di riprodurre il carisma di Mercury, riuscendoci abbastanza, al Live Aid, una delle performance musicali più celebrate di tutti i tempi, Bohemian Rhapsody chiude in bellezza e commuove gli spettatori. Chissà che non produca una nuova generazione di  appassionati, non a caso, vi ho condotto le mie figlie. È lecito però chiedersi quanto sia merito del film e quanto invece dei Queen e delle loro indimenticabili canzoni.

Deborah Mega

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Versi trasversali

26 lunedì Nov 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Marta Genduso

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

MARTA GENDUSO

 

Carbone

La tua energia di vivere

trattenuta in nuce

una violenza estrosa

interdetta:

una mano sulla corteccia

l’altra tra i miei capelli

stretti alle dita

come corda tra le labbra

il canto del piacere.

 

Travolta io, qui accanto

come un carbone arso e muto

mi sento e rimango

per terra tra gli ultimi fuochi.

 

Così se mi prendessi tra le dita

adesso

una tenerezza implosa

scoscesa:

una mano sulla roccia

l’altra a tracciare graffiti

nel paleolitico dei miei desideri

nella caverna del dinofelis.

*

Bestia e Terra

Davanti a te

o meglio

fra le tue mani

ritorno di terra

impasto d’argilla

fasci di nervi e fremiti

impulsi etologici.

 

Ricomincio a fiutare

riprendo a sentire

ogni muovere che striscia

sibilla sul manto

carezza le zampe

che corrono nostalgia

 

Davanti a te

o meglio

con le tue mani

mi spoglio

prima dell’evoluzione

prima dell’homo

in contatto col tempo

 

Così

lontana da te

rimango

al buio

se non hai mai visto una bestia piangere,

al buio

per te.

 

*

Il mortaio di legno

Il mortaio di legno

rintocca

batte

le bacche si disfano

aprendosi in frantumi

poi il succo

liquido rappreso

sangue raggrumato

una pasta di mandorle

compatta

sulla fronte come

medicina antica

 

così anche noi

rimaniamo pestati.

 

Il mortaio di legno

batte

rintocca

svogliato

nel nostro martirio

dei giorni che escono a gocce

da un vecchio rubinetto malandato

le parole stanche biascicate

si trascinano

escono come rivoli di saliva

nel sonno

sul cuscino

fino alla stasi muta

dei corpi lontani.

 

Noi

disfatti e spacciati

che non sappiamo come

siamo arrivati

fin qui

malridotti

naufraghi della nostra tempesta

fuori controllo

approdati

su due isole adesso

distanti.

*

Pangea

In un attimo

siamo la pangea di una nova terra

incastrati gli uni negli altri

nei nostri orli appena frastagliati

zolle informi che si distaccheranno

ma siamo solo alla deriva

continenti

quando lontani

 

in giro per la città

ce ne andremo

come scivolando

su tappeti di oceano

velluto nero increspato

 

ma siamo solo alla deriva

continenti

quando lontani

*

Arenaria inutile

Un’arenaria inutile

stamattina

un frammento

una scaglia grattugiata

bianca e nuda

su questo letto

una spiaggia infinita

senza mare

quindi un deserto

di arsure

un contenitore brullo

di plastica

sparuto

sparpagliata in me

frugando nel sonno

un cumulo di ossa ordinate

secondo una fisiologia animale

che mi lascia indietro

e ferma ancora

lenta e senza scampo

in questo nuovo giorno che

mi sfinisce cominciando.

*

Dimentica

Quel giorno in cui entrasti in casa

-la porta aperta-

sul pavimento

tra giornali e oggetti quotidiani

hai trovato

gli incubi che ogni notte

ti avrebbero cercato

e così adesso

io vorrei soltanto

che su ognuna delle impronte

di quei colpi,

che su ognuno di quei punti

percossi

e dai lividi attoniti e sconvolti

si aprissero forme

di laghi,

di fari,

di lune ancora giovani

contente alle prime rughe

oppure ancora

righe di orizzonte

in fuga dai capelli.

 

Voltati,

rivoltati

nel liquido amniotico delle tue profondità

nelle ciglia chiuse e confuse

nella gestazione di ricordi nuovi

e lascia che quelle immagini

smarriscano la strada

senza tracce

verso te.

*

 

Ricordati

Sei nato due volte

e il secondo dolore

inflitto

il parto di te

scegliendo

chi non saresti mai diventato

nell’immagine del volto duro

del braccio scagliato

degli occhi crepacci violenti

resistente tu

ingoiando il colpo sordo

digerendolo onirico

irresoluto

nel muto vagito

nel pianto sprecato

il parto da te.

 

(Fiorisce da ogni colpo

la rinuncia

fiorisce ad ogni livido

la scelta)

 

 

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Versi trasversali

19 lunedì Nov 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Lorenzo Pataro

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

LORENZO PATARO

 

L’incontro

Sul treno galeotto dell’alba,

una luce e una voce

ti hanno dato

la forma speculare

del mio tavolo ideale apparecchiato.

 

Sei arrivata

come una lama madida d’arancia

a squarciare il mio amore

gettato in un vicolo cieco.

 

La freccia è stata

come la carta

quando taglia le dita.

Vedi il sangue,

ma non la ferita.

*

Attraversarsi

Dopo la tua freccia

lascia che anch’io

ti attraversi

come un frusciante foglio di luce

sottotono e sottovoce.

 

Un fiume che bacia

con gli occhi chiusi

la sua foce.

*

Promessa fragile

Immagina

di buttarti

a capofitto

nel vuoto

e che ci sia

io

lì sotto

a salvarti.

È questa

la fragile promessa

che vorrei farti.

 

Di afferrarti

anche quando sarà impossibile.

*

Icaro

Un giorno di questi

voleremo via

come stormi di uccelli

impauriti dai temporali.

 

E se il sole

brucerà le nostre ali,

cadremo in mari senza fondali

stringendoci le mani,

liberandoci dai mali.

*

Darsi al vento

Ingoiare per sbaglio i noccioli delle ciliegie:

errore di fatalità diresti

istante negato che si partorisce dal buio

emerge dai cunicoli della gola

e li addenta come una madre quando vorace

trascina dai polsi il suo bambino

per insegnargli la ferocia dell’ascolto.

 

Ritirare la sete:

difetto di volontà diresti

istante scelto che si contorce

al sole, come ritira la lingua la serpe,

la saliva amara.

 

Spezzare la punta della matita

sentire le vertebre stridere

con la grafite:

errore di precisione diresti

pugile flaccido

bersaglio mancato per un soffio

troppa superbia nell’impugnare l’arma.

 

– Siamo fatti per cadere –

ti dico

mente ti ergi a un millimetro

dal mio gettare

e vorresti che i coltelli

non sviscerassero il vuoto.

*

L’estinzione

Dopo tanta fugace combustione,

alle fiamme miracolose dell’incendio

l’acqua indiscreta fuoriuscita dalle bende strappate

ha messo punti

dov’erano previste virgole.

 

Dei fuochi

sono rimaste solo poche briciole grigie

disperse tra l’erba notturna

che ci accolse come ustionati orfani

in fuga da un corrosivo ardere.

 

Troppa accecante luce

ha mascherato

i volti plasmati dall’amorosa Idea

che dell’Amore costruisce un’arenosa statua chimerica

pronta a dissolversi al primo liquido disvelamento.

*

Penisole orfane

Rimaniamo sul bordo delle rose

ad osservarle, a guardarci dentro,

attaccati al filo che ci stringe le spalle,

pronti a spiccare il volo

come petali scagliati da un bambino

per guardare come si staccano dal grembo.

 

Rimaniamo sul bordo

di ciò che fummo

e non siamo più,

penisole orfane

nuotiamo verso nuove rive,

nuove spine con cui ferirci.

 

Testi tratti da Bruciare la sete, Controluna, giugno 2018

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Incipit 24: La casa degli spiriti

12 lunedì Nov 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, Isabel Allende, La casa degli spiriti

Man Ray, Zero

Barrabàs arrivò in famiglia per via mare, annotò la piccola Clara con la sua delicata calligrafia. Già allora aveva l’abitudine di scrivere le cose importanti e più tardi, quando rimase muta, scriveva anche le banalità, senza sospettare che, cinquant’anni dopo, i suoi quaderni mi sarebbero serviti per riscattare la memoria del passato, e per sopravvivere al mio stesso terrore. Il giorno in cui arrivò Barrabàs era Giovedì Santo. Stava in una gabbia lercia, coperto dei suoi stessi escrementi e della sua stessa orina, con uno sguardo smarrito di prigioniero miserabile e indifeso, ma già si intuiva dal portamento regale della sua testa e dalla dimensione del suo scheletro il gigante leggendario che sarebbe diventato. Era quello un giorno noioso e autunnale, che in nulla faceva presagire gli eventi che la bimba scrisse perché fossero ricordati e che accaddero durante la messa delle dodici, nella parrocchia di San Sebastiàn, alla quale assistette con tutta la famiglia.
In segno di lutto, i santi erano coperti di drappi viola, che le beghine toglievano ogni anno dalla polvere dell’armadio della sacrestia, e, sotto i lenzuoli funebri, la corte celeste sembrava un cumulo di mobili in attesa del trasloco, senza che le candele, l’incenso o i gemiti dell’organo potessero opporsi a questo pietoso effetto.
Minacciose masse scure si ergevano al posto dei santi a grandezza naturale, con le loro facce tutte identiche dall’espressione raffreddata, le loro elaborate parrucche di capelli di morto, i loro rubini, le loro perle, i loro smeraldi di vetro colorato e i loro abiti da nobili fiorentini. L’unico favorito dal lutto era il patrono della chiesa, San Sebastiano, perché nella settimana santa veniva risparmiato ai fedeli lo spettacolo del suo corpo contorto in una posizione indecente, trafitto da mezza dozzina di frecce, grondante sangue e lacrime, come un omosessuale sofferente, le cui piaghe, miracolosamente fresche grazie al pennello di padre Restrepo, facevano tremare di ribrezzo Clara.

 […]

Isabel Allende, La casa degli spiriti, Feltrinelli, 1983

 

La casa degli spiriti è il primo romanzo di Isabel Allende, pubblicato a Buenos Aires nel 1982 e tradotto e pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1983. Pare che faccia parte di una trilogia ideale, gli altri romanzi, scritti successivamente, furono  La figlia della fortuna e Ritratto in seppia. La Allende si trovava già a Caracas, in autoesilio dopo il golpe del generale Pinochet in cui aveva trovato la morte il cugino di suo padre, il presidente Salvador Allende. Il golpe di Pinochet era stato un grave colpo per la famiglia Allende e Isabel era stata costretta a riparare con il marito e i due figli a Caracas. Il libro affronta la storia del Cile, vista attraverso gli occhi e le emozioni delle donne di tre differenti generazioni. Inizia negli anni venti del Novecento, con la morte di Rosa del Valle, avvelenata accidentalmente dagli avversari politici del padre. La morte di Rosa è un evento traumatico per la sorella più piccola, Clara, che fin da bambina manifesta il dono della preveggenza e della telepatia. Esteban Trueba, già innamorato di Rosa, stava lavorando duramente per poter sposare la ragazza, ma, dopo aver appreso la notizia della sua morte, si trasferisce nella sua tenuta di campagna, “Le Tre Marie” e, dopo anni di decadenza e di incuria la riporta allo splendore, imponendosi come uno dei proprietari terrieri più eminenti della zona. Lì, però, risente della solitudine e compie violenze contro le figlie dei contadini delle sue campagne. Nove anni dopo Clara prevede che Esteban Trueba chiederà la sua mano, e questo succede quando l’uomo torna nella capitale per dire addio alla madre malata. Convinto di doversi sposare, infatti, Esteban chiede la mano di Clara del Valle, sorella della defunta Rosa, la quale, accetta la proposta e rompe il silenzio di diversi anni di mutismo volontario. Dopo pochi mesi si celebra il matrimonio. Esteban si innamora di Clara tuttavia capisce subito che lei non ricambierà mai il suo amore perché è un essere angelico appartenente più all’altro mondo, quello delle anime, che a quello dei mortali. È allo scopo di farla innamorare che decide di costruire la “Grande casa dell’angolo”, una bellissima casa di lusso che costituirà lo sfondo per le avventure delle future generazioni. Trasferitasi nella casa di campagna, con loro va a vivere Férula, sorella di Esteban che aveva accudito la loro madre fino alla sua morte e che instaura una grande amicizia con Clara, che si protrae fino a quando l’uomo, disturbato e geloso delle cure e dell’adorazione dimostrata da Férula nei confronti di sua moglie, la caccia di casa. Férula morirà emarginata e povera, e il suo spirito si presenterà a salutare per l’ultima volta l’amata cognata. Clara intanto aveva dato alla luce Blanca, ma dopo alcuni anni il padre la manda in collegio per farle avere un’educazione adeguata al suo status sociale. Durante uno dei suoi rientri a casa, Blanca incontra Pedro Terzo Garcìa, il figlio di uno dei contadini delle Tre Marie. Con gli anni Blanca coltiva per lui un amore profondo e indissolubile quanto impossibile. La storia tra lei e Pedro è senza speranza perché lei è la figlia di un nobile e lui il figlio di un mezzadro. Un giorno Trueba, preso dall’ira, colpisce al volto la moglie che si era pronunciata in difesa della figlia, e Clara decide di non rivolgergli mai più la parola e di andarsene dalla campagna per tornarsene in città. Dopo alcuni anni Blanca torna a casa e sfida l’autorità del padre per amore del ribelle Pedro Terzo García, che conosceva fin da quando era bambino.  Blanca rimane incinta di Alba, che viene però considerata figlia del conte de Satigny al quale Esteban aveva dato in sposa Blanca. La giovane era fuggita dal proprio marito, nel momento in cui aveva scoperto gusti libertini non compatibili con il matrimonio. Un giorno Clara dice ad Alba che le anime la stanno chiamando dall’altro mondo, e che è finita la sua permanenza in quello dei mortali. Clara muore il giorno del settimo compleanno della piccola, ma Alba, Blanca ed Esteban continuano a sentire la sua presenza tra i muri della casa. Clara non lascia mai veramente la storia, è sempre un’anima che guida la famiglia nei momenti difficili. L’amarezza di Trueba si attenua solo quando Blanca dà alla luce Alba che, soprattutto dopo la morte di Clara, per l’ormai vecchio Trueba rappresenta l’ultimo affetto, dopo che aveva allontanato anche i due fratelli più piccoli di Blanca, i gemelli Jaime e Nicolás. Esteban si affeziona alla nipote più di quanto avesse mai fatto con i suoi figli. Quando Esteban entra in politica, i suoi rapporti con Pedro si inaspriscono ancora di più, perché il ragazzo sostiene la rivoluzione, mentre Esteban è un esponente della Destra Conservatrice. Nel 1970 vince le elezioni per la carica di presidente Salvador Allende, un socialista. Esteban Trueba si oppone con forza al presidente e fa parte del gruppo di politici che organizzano il golpe cileno, con l’aiuto della CIA. Alle spalle di Trueba, Jamie diventa amico del presidente Allende, mentre nel paese si moltiplicano gli scontri tra ceto medio e aristocrazia e gli atti di terrorismo imperversano nel paese. Nel 1973 viene realizzato il Colpo di Stato cileno. Quando i militari entrano nel Palazzo della Moneda, sequestrano tutti, compreso Jamie, che viene torturato e poi ucciso. L’Esercito non restituisce il potere alla Destra politica, come pensava Esteban, una volta al potere, estromette i politici conservatori da cui aveva ricevuto impulso e finanziamenti e affida il potere a Pinochet. Jaime, imprigionato durante il golpe, si rifiuta di mentire sulla fine del Presidente, di cui era amico, e viene torturato e ucciso. Trueba riesce a far espatriare in Canada Blanca e Pedro Terzo García. Alba intanto offre rifugio ai perseguitati dal regime, che come fantasmi popolano la casa dell’angolo, confusi da Esteban con le altre ombre, quelle degli spiriti della famiglia, che avevano frequentato i circoli esoterici di Clara. A causa della sua relazione con il rivoluzionario Miguel e del suo appoggio ai guerriglieri e ai latitanti, la giovane viene arrestata, torturata e stuprata dai militari che vogliono sapere dove si nasconda il suo amante, e in particolare da uno dei tanti nipoti illegittimi di Trueba, Esteban García, che covava sin da piccolo il rancore della nonna, una delle contadine violentate dal padrone, e l’invidia per la padroncina. Esteban Trueba riesce a liberare la nipote, grazie alla sua amicizia con Tránsito Soto, una prostituta nota tra i funzionari militari. Alba, infine, in attesa di Miguel e di mettere al mondo la propria figlia, riscopre i vecchi quaderni dove Clara annotava minuziosamente la sua vita durante i lunghi silenzi, e con essi ricostruisce la storia della sua famiglia e del suo paese. Esteban Trueba, in punto di morte, verrà salutato dal fantasma di Clara, poi muore tra le braccia di Alba, dopo averle raccontato tutta la storia della famiglia a partire dalla morte di Rosa. Il romanzo si conclude come era iniziato, con la differenza che non è più Clara a narrare le vicende della famiglia, ma la giovane Alba, che è il simbolo della vita che continua, nonostante gli errori e le disgrazie. Con La casa degli spiriti la Allende si è affermata come una delle più importanti voci della letteratura sudamericana. Il romanzo descrive eventi effettivamente accaduti, notevole è inoltre nel libro la presenza di elementi di realismo soprannaturale, come gli spiriti, da cui il titolo. Con un linguaggio semplice e a volte crudo si descrivono il dolore, le passioni, la dittatura, la colpa, la vendetta, l’ingiustizia e si analizzano tipologie umane differenti come quella di Esteban, ossessionato dal senso di possesso di persone e cose, agli antipodi rispetto alla personalità di Clara, immersa in un mondo parallelo, fatto di mutismi volontari, di spiriti, di visioni. Il romanzo è un misto tra realtà e fantasia, tra ricordi e racconti, tra politica e situazioni familiari. Il realismo magico è un tratto caratteristico di tutta la letteratura sudamericana ed è interessante notare che, nell’opera della Allende, le donne, Rosa, Clara, Blanca, Alba sono il motore dell’azione e i catalizzatori di tutta la magia.

Deborah Mega

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“Il rigo tra i rami del sambuco” di Emilia Barbato. Nota critica di Deborah Mega

05 lunedì Nov 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

≈ 3 commenti

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Deborah Mega, Emilia Barbato, Il rigo tra i rami del sambuco

L’ultima produzione di Emilia Barbato è una preziosa plaquette edita da Pietre Vive nella collana iCentoLillo e illustrata da Nadiya Yamnych. Si tratta di una silloge dedicata alle grandi donne che formano una donna: la propria madre, la propria nonna, la terra che brucia di notte, scrive l’autrice. I testi che compongono la raccolta hanno i tratti della delicatezza, perseguono una poetica delle piccole cose, incantano con la suggestione delle immagini: a partire dal titolo, che evoca, insieme alle illustrazioni originali della Yamnych, atmosfere giapponesi. Sembrerebbero scene di vita quotidiana, è ritratto infatti il paesaggio urbano fatto di palazzi, antenne, case affacciate all’abitudine, centri commerciali, se non fossero scandite da istantanee di senilità, da naufragi di relitti, da vuoti, assenze e sottrazioni. Tre sezioni costituiscono la raccolta: la prima reca l’acronimo dell’antigene carboidratico, un marcatore tumorale, l’altra è indicata dal numero di un paziente oncologico che, procedendo nella lettura, si scopre essere la propria madre, il cui corpo martoriato è paragonato alla terra dei fuochi. La terza sezione è titolata Oxaliplatino, un agente chemioterapico indicato nel trattamento del tumore in questione. C’è tutto un ecosistema meccanico a regolare monitoraggi, soluzioni, campanelli che segnalano richieste al personale. Si descrive l’attesa, castigo e disciplina, le stanze poco illuminate, asettiche e prive di calore umano dell’ospedale e poi, in simbiosi con chi soffre, la scarica di radiazioni, la paura, perfino la sofferenza di chi amiamo. Basta un sorriso a donarci la speranza, ad offrirci un appiglio di salvezza che non ci faccia sentire così drammaticamente impotenti. Non sempre però sono sufficienti la forza, la caparbietà, la fierezza, la maestosità, il rigore che sono propri dei cipressi e dei mesi invernali. Si muore nell’inatteso di un giorno / per una falla di pianificazione, scrive Barbato. Non si è mai preparati di fronte alla scomparsa dei nostri cari, si resta pietrificati e freddi / sul baratro della sorpresa. Avviene poi di assistere al miracolo della rassegnazione, la stessa che ci permette di farcene una ragione facendoci dono del verbo del cielo, della pioggia e dei suoni d’acqua che incantano con la trasparenza delle immagini. All’arrivo della primavera anche il ciliegio si prepara alla piena fioritura in cui si raggiunge l’equazione bellezza=morte. Dentro però ci travaglia un residuo inverno che non passa. Possiede uno straordinario talento Emilia, nel fissare istanti di suggestione. È possibile coglierlo nei vari testi ma in particolare nei due haiku presenti:

Eri tu mamma,

c’ero, nella tua stanza

gocce di gelo.

 

Sommo lo sguardo,

nuvole di ciliegi

piovono piano.

Il corpo della madre, aggredito dalla malattia, corrisponde a qualsiasi corpo che “in terra e in mar semina morte”, allo stesso modo, per associazione di idee, il corpo materno è quello della terra dei fuochi che non è solo quella napoletana ma la terra di tutti, deturpata in modo irreversibile. Dal dramma personale si giunge al dramma universale. Il dolore di Emilia è anche il nostro, appartiene a ciascuno di noi.

Deborah Mega

*

Il sambuco stormisce
con una voce dimenticata
di campagna un oscillare
di foglie lieve per l’oscura
la rigogliosa e la vergine,
qualcuno strilla parole remote
di una bellezza senza fiducia.
La terra brucia
e genera e si accuccia,
un piccolo animale che scava
che ti somiglia,
una tazza che si sbreccia.

*

È benigno?
Perdoni la domanda,
io non conosco la parola storta
che cresce nell’intestino di mia mamma.

*

Ha freddo!
Così deve andare dopo l’intervento? È troppo magra e con tutte
quelle sonde non voglio
toccarla, capisce?
Osso dopo osso,
nel letto spoglio dove finiscono le ore c’è la terra dei fuochi di mia mamma.

*

Ti scrivo in giorni di apparente luce
– penso di scriverti ma non lo faccio
il buio entra in forma di punteruoli
che aprono in silenzio –
Con la maniera affannata dei pomeriggi
inseguo raggi, i favori del cielo,
il corpo di una sconosciuta che mi precede
e ondeggia sulla strada come un metronomo,
fuori tutto si direbbe procedere
con l’entusiasmo dell’estate
ma dentro sono ferma, stretta
a una nuova chiarezza,
mi chiedo quando questo sasso
che mi distacca abbia formato
una tale consistenza e quante
cose in questo modo io manchi.

*

È un gene, una quinta stagione
da cui non esci, una mattina
qualunque con i piedi al gelo,
la guancia bruciata dal freddo
aderisce perfettamente al vetro,
si incolla nel tuo terrore,
dovrai strapparla,
procurarti altro dolore.

 

Testi tratti da Il rigo tra i rami del sambuco, Pietre Vive, settembre 2018

Nadiya Yamnych, Cielo stellato

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FRANKENSTEIN, GENESI DI UN CAPOLAVORO

31 mercoledì Ott 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

≈ 1 Commento

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Frankenstein ossia il moderno Prometeo, Mary Shelley

Ti ho chiesto io, Creatore,

di modellarmi uomo dalla mia creta?

Ti ho sollecitato io

a liberarmi dall’oscurità?

John Milton, Il Paradiso Perduto

(X, 743-5)

In occasione del bicentenario dalla pubblicazione nel 1818 di Frankenstein, vi proponiamo un approfondimento dedicato a questo celebre romanzo. Non c’è altra opera della tradizione gotica che sia penetrata così profondamente nell’immaginario collettivo. Continua a leggere →

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Versi trasversali

29 lunedì Ott 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Stefano Di Ubaldo

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

STEFANO DI UBALDO

 

Una scelta tra luci e ombre

 

Ogni scelta è una storia

sul filo di lana

contorto in matassa:

non c’è ragione

che si dipani

senza un telaio

di molte mani;

alla ricerca

di capi sciolti,

ci vanno in tanti

per varia sorte,

forse chiamati

dai bassifondi,

a scovar luce

laddove è nera

la superficie

che sa assorbirla,

ma non mostrarla,

come un riflesso,

all’ombra incerta

che le sta intorno.

Continua a leggere →

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Versi trasversali

22 lunedì Ott 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Valerio Succi

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

 

VALERIO SUCCI

 

III

 

Le mezze stagioni sono scomparse, si sa

il clima è impazzito, manicomio

temperature dal deserto al polo, un attimo.

 

Questo forse scombussola i giovani

oramai disorientati, bandiere al vento

 

oggi dunque coi comunisti, (finta) Resistenza

invocando la legalizzazione, mille pseudo-rivolte

in piazze gremite, aggiornamento social.

 

Poi la brezza, migrazione a destra

all’attacco dei neri, Tutti a casa loro

ecco l’esercito dei veementi nazi, patriottici (?).

 

Le mezze stagioni, come i valori, dimenticate

impazzita è la società, bomba in detonazione

mutevole pari al vento, segue ogni direzione.

Continua a leggere →

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Nota critica su “La profezia dei voli” di Fernando Lena

15 lunedì Ott 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Deborah Mega, Fernando Lena, La profezia dei voli

Dall’abisso alla rinascita

Se ci si aspetta una consueta pur se mirabile silloge di poesie da La profezia dei voli di Fernando Lena, edita da Archilibri nel 2016, si potrebbe restare inizialmente spiazzati perché è molto più avvincente e commovente di una raccolta poetica. Continua a leggere →

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Versi trasversali

08 lunedì Ott 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Guglielmo Aprile

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

GUGLIELMO APRILE

 

Congedo tardivo

Datemi una valida scusa per restare,

che compensi

la troppa acqua fredda accumulata nelle ossa

e la scarsa ossigenazione degli ambienti,

i rischi di embolia

nel raccogliere monete da sotto il letto;

 

questo regno dei cieli quando arriva,

in ogni fine c’è una liberazione,

sono impaziente di restituire

gli oggetti ricevuti in prestito,

spero di lasciare questo albergo sgraziato

al più presto.

 

***

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PUNTI DI VISTA 11: La ragazza col turbante

01 lunedì Ott 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti d'arte, ARTI, Punti di vista

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Deborah Mega, Jan Vermeer, La Ragazza con l’orecchino di perla

In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.
Oggi analizziamo La Ragazza col turbante di Jan Vermeer.

La Ragazza col turbante è una delle opere più famose e riprodotte di tutti i tempi. Il dipinto, ad olio su tela (44,5x 39 cm), è stato dipinto fra il 1665 e il 1666. Continua a leggere →

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RandoMusic 11: Sweet Jane

24 lunedì Set 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti musicali, MUSICA, RandoMusic

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Deborah Mega, Lou Reed, Sweet Jane

L’aggettivo random usato nel linguaggio scientifico e tecnologico con il significato di casuale, privo di regolarità, senza un ordine preciso, ha fornito lo spunto per una nuova rubrica, questa volta musicale, che curerò due volte al mese di lunedì. Esistono  pezzi musicali a cui siamo particolarmente legati: alcuni sono diventati simbolo di una generazione, altri hanno generato e ispirato rivoluzioni e movimenti culturali riscrivendo regole, altri ancora sono divenuti strumenti di protesta riuscendo a smuovere coscienze. Li descriverò raccontando l’intreccio di musica e vita che li ha prodotti.

Continuiamo questo percorso con…

Sweet Jane è un brano musicale del gruppo rock statunitense The Velvet Underground. La canzone venne scritta da Lou Reed nel 1969 ed apparve per la prima volta nell’album Loaded del 1970, pubblicato dalla Cotillion, etichetta sussidiaria della Atlantic Records. È unanimemente considerato un classico del rock, soprattutto per il celebre riff di chitarra in essa contenuto. La copertina del disco ritrae un’entrata della metropolitana da cui escono strane esalazioni ed è opera del grafico Stanislaw Zagorski.

Quando Loaded venne distribuito nel 1970, la Warner Brothers rimosse un intero verso perché il brano fosse maggiormente fruibile per la messa in onda sulle radio, cosa che contrariò fortemente Reed. Esistono due distinte versioni di Sweet Jane.  Continua a leggere →

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Incipit 23: Moby Dick

17 lunedì Set 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, Herman Melville, Moby Dick

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un gran gesto filosofico Catone si butta sulla spada: io zitto zitto m’imbarco. E non c’è niente di strano. Se soltanto lo sapessero, prima o poi quasi tutti nutrono, ciascuno a suo modo, su per giù gli stessi miei sentimenti per l’oceano.  […]

Herman Melville, Moby Dick, Bentley, Harper & Brothers, 1851

Il romanzo Moby Dick fu scritto in un anno e mezzo da Hermann Melville e fu dedicato all’amico Nathaniel Hawthorne. Capolavoro della letteratura americana della American Renaissance,  fu pubblicato in due versioni differenti nel 1851: in ottobre a Londra dall’editore Bentley con il titolo The Whale (“La balena”) con modifiche fatte dall’autore e dall’editore per ripulire il testo dalle parti considerate offensive nei confronti della Corona britannica; in novembre a New York presso l’Editore Harper & Brothers con il titolo definitivo Moby-Dick. Alla morte di Melville però, nel 1891, l’opera era fuori stampa, fu riscoperta solo negli anni Venti del ‘900.

La vicenda narrata da Ismaele, nome di origine biblica, nella Genesi infatti Ismaele è il figlio di Abramo e della schiava Agar, tratta il tema del viaggio della baleniera Pequod, comandata dal capitano Achab e della maledizione perchè la nave è condannata ad essere affondata da un’enorme balena bianca, in realtà un capodoglio, verso il quale Achab nutre una smisurata sete di vendetta. In Moby Dick oltre alle scene di caccia alla balena, si affronta il dilemma dell’ignoto, il senso di speranza, la possibilità di riscattarsi. Il narratore Ismaele, alter ego dell’autore, tratta riflessioni scientifiche, religiose, filosofiche sulla verità e la giustizia e trasforma il viaggio in un’allegoria della condizione della natura umana. Il contenuto enciclopedico e digressivo richiede che la lettura sia accompagnata dall’interpretazione, in quanto l’autore utilizza un gran numero di citazioni di storie epiche, shakespeariane, bibliche. Moby Dick fu tradotto in italiano per la prima volta nel 1930 dallo scrittore Cesare Pavese che non riuscì a farlo pubblicare. Solo nel 1932 l’editore Carlo Frassinelli lo fece stampare nella sua neonata casa editrice come primo titolo della collana Biblioteca europea diretta da Franco Antonicelli. Il narratore Ismaele è un marinaio che nonostante «sia oramai piuttosto vecchio del mestiere» ha deciso che per il suo prossimo viaggio s’imbarcherà su una baleniera. In una notte di dicembre giunge alla Locanda dello Sfiatatoio, presso New Bedford, accettando di dividere un letto con uno sconosciuto al momento assente. Quando il suo compagno di branda, un tatuatissimo ramponiere polinesiano chiamato Queequeg, fa ritorno a ora tarda e scopre Ismaele sotto le sue coperte, i due uomini si spaventano reciprocamente. Diventati amici, i due decideranno di imbarcarsi assieme dall’isola di Nantucket sulla Pequod. La nave è comandata da un inflessibile capitano chiamato Achab ed è equipaggiata da 30 marinai di ogni razza e provenienti da ogni angolo del pianeta. Sul molo i due amici s’imbattono in un misterioso uomo dal nome biblico di Elia che allude a future disgrazie che colpiranno Achab. L’atmosfera di mistero si amplifica la mattina di Natale quando Ismaele vede delle oscure figure nella nebbia vicine al Pequod, che proprio quel giorno spiega le vele. All’inizio sono gli ufficiali della nave a dirigere la rotta, mentre Achab se ne sta rinchiuso nella sua cabina. Il primo ufficiale è Starbuck, un uomo severo e coscienzioso che si dimostra anche un abile comandante; il secondo ufficiale è Stubb, spensierato e allegro, collezionista e fumatore di pipe; il terzo ufficiale è Flask, tozzo e di bassa statura e del tutto affidabile. Una mattina, qualche tempo dopo la partenza, finalmente Achab compare sul cassero della nave. La sua è una figura imponente priva di una gamba dal ginocchio in giù, rimpiazzata da una protesi realizzata con la mascella di un capodoglio. Achab svela all’equipaggio che il vero obiettivo della caccia è Moby Dick, un vecchio ed enorme capodoglio, dalla pelle chiazzata che lo ha menomato durante il suo ultimo viaggio a caccia di balene. Egli non si fermerà davanti a niente nel suo tentativo di uccidere la balena bianca. Durante la prima calata della lance per inseguire un gruppo di balene, Ismaele riconosce gli uomini intravisti nella foschia prima che il Pequod salpasse. Achab aveva in segreto portato con sé il proprio equipaggio, incluso un ramponiere chiamato Fedallah, un enigmatico personaggio che esercita una sinistra influenza su di lui. Il romanzo descrive numerosi incontri con altre navi in mare aperto durante i quali Achab rivolge sempre la stessa domanda all’equipaggio delle altre navi: «Avete visto la Balena Bianca?». Quando il Pequod entra nell’Oceano Pacifico Queequeg si ammala e chiede al carpentiere della nave che gli venga costruita una bara che non gli servirà poiché alla fine deciderà di continuare a vivere. Quando Achab non accoglie richieste di aiuto da altre navi perché è davvero vicino a Moby Dick e non si fermerà di certo per soccorrerli, Starbuck lo implora invano di riconsiderare la sua sete di vendetta. Il giorno dopo, il Pequod avvista Moby Dick. Per due giorni l’equipaggio insegue la balena, che infligge loro numerosi danni, compresa la scomparsa in mare del ramponiere Fedallah. Il terzo giorno Moby Dick, riemergendo, lo mostra ormai morto avviluppato dalle corde dei ramponi. Il capodoglio che nuota lontano dal Pequod non cerca la morte dei balenieri mentre Achab vuole la sua vendetta. Achab ignora per l’ennesima volta la voce della ragione e continua con la sua caccia sventurata. Poiché Moby Dick aveva danneggiato due delle tre lance che erano salpate per cacciarlo, l’imbarcazione di Achab è l’unica rimasta intatta. Achab rampona la balena, ma la corda del rampone si rompe. Moby Dick si scaglia allora contro il Pequod stesso, il quale, danneggiato gravemente, comincia ad affondare. Achab rampona nuovamente la balena ma questa volta il cavo gli si impiglia al collo e il capitano viene trascinato negli abissi oceanici dall’immersione di Moby Dick. La lancia viene quindi inghiottita dal vortice generato dall’affondamento della nave, nel quale quasi tutti i membri dell’equipaggio trovano la morte. Soltanto Ismaele riesce a salvarsi, aggrappandosi alla bara di Queequeg. Il romanzo di Melville ha notevolmente influenzato gli autori successivi dando origine a innumerevoli citazioni in altre opere e ad una ricca cinematografia.  La caccia alle balene ai tempi di Melville era divenuta un’attività idealizzata, rappresentava la vitalità dello spirito americano che si espande sugli oceani e il conflitto primordiale tra l’uomo e le forze misteriose della Natura. Il viaggio diventa per Ismaele e per Melville alternativa alla morte, processo di accostamento al Vero. È impresa eroica, ma anche processo di colpa e punizione. Qualcuno ha sottolineato l’aspetto faustiano di Achab, il fatto che rappresenti la maledizione dell’uomo moderno, escluso dalla Natura che rimpiange; altri hanno visto in lui l’eroe folle di Byron e dei romantici, il superuomo o il dittatore che spinge una ciurma di automi al suicidio collettivo. Nel rispettare l’altro da sé e il mistero delle cose Ismaele è l’unico che si avvicini a capire la balena bianca e l’unico capace di sopravvivenza e di rinascita. Forse per questo è l’unico a salvarsi e a poter testimoniare. Moby Dick è per ciascuno ciò che vuol credere: per Achab l’incarnazione del male metafisico, per Queequeg uno dei demoni contro cui si deve lottare, per Ismaele una creatura ambigua come la Natura, benigna e malvagia, vulnerabile e allo stesso tempo immortale. Per Melville la lotta epica tra Achab e la balena rappresenta l’eterna sfida tra il Bene e il Male e Moby Dick il Male dell’universo.  Ma la balena rappresenta anche l’Assoluto che l’uomo insegue e non può conoscere mai.

Deborah Mega

 

 

 

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Nota critica su “In che luce cadranno” di Gabriele Galloni

10 lunedì Set 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

≈ 2 commenti

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Deborah Mega, Gabriele Galloni, In che luce cadranno

Death is nothing at all.
I have only slipped away to the next room.

Henry Scott Holland

 

Sorprende che a parlare di un tema tanto dibattuto ma mai scontato come è quello della morte sia un poeta giovane che a tutto dovrebbe pensare tranne che a questo. Gabriele Galloni dedica a coloro che non ci sono più la sua seconda silloge, edita da RP Libri. Non è un caso probabilmente che la lirica di apertura tratti il tema della consolazione. Galloni scrive che i morti, pur essendo ancorati loro malgrado all’Invisibile, dimostrano il loro amore tentando di consolare noi e l’inquieta vastità della casa, appaiono nei discorsi e nei ricordi di chi resta, rappresentano il lapsus e l’indicibile nelle conversazioni dei vivi. Continua a leggere →

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Nota critica sull’antologia di racconti “Il tempo sospeso” di Francesca Varagona

03 lunedì Set 2018

Posted by Deborah Mega in I nostri racconti, LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Deborah Mega, Francesca Varagona, Il tempo sospeso

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Dalla percezione e dall’osservazione del reale si alimentano i racconti che compongono l’antologia di Francesca Varagona edita da Terra marique, opera in cui il filo conduttore è quello della mancanza intesa come perdita, dispersione, mancata realizzazione di un progetto di vita. Non è come dire vacuità perché il concetto stesso di mancanza porta alla mente l’esatto opposto, la presenza di qualcuno o qualcosa e l’attesa del ritorno oppure il manifestarsi di un fatto e il suo non verificarsi. L’autrice, con grande abilità narrativa, organizza un’ampia e variegata carrellata di tipologie e comportamenti umani soprattutto femminili. “Le vite delle donne senza nome sono silenziose”, scrive l’autrice, eppure sono vite vissute appieno, colme di gioie e di lutti. Continua a leggere →

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