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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Loredana Semantica

Numeri e auguri

31 domenica Dic 2017

Posted by Loredana Semantica in SINE LIMINE

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Tag

limina mundi, Numeri e Auguri

Anche quest’anno, come il precedente, in vista della conclusione dell’anno ormai prossima, propongo un bilancio dell’attività svolta nel blog nel corso del 2017. Anche quest’anno affido il riepilogo ai numeri che rendono con l’opportuna sintesi, ma anche con l’oggettività del dato, un’idea dei risultati e del lavoro svolto in questo luogo.
Nel momento in cui scrivo questo post, tra la fine del 30 e l’inizio del 31 dicembre 2017 risultano 34.694 visite a fronte delle 10.825 ricevute lo scorso anno, per differenza quelle ricevute nel 2017 sono 23.869, più del doppio di quelle del primo anno di attività.
Seguono il blog 104 persone, l’anno scorso erano 58 con un incremento di 46 seguaci. Li ringraziamo tutti, quelli da poco arrivati e anche quelli approdati qui nel corso del 2016; speriamo di essere sempre all’altezza della preferenza accordataci.
Nel blog fino al oggi, sono stati pubblicati complessivamente 343 articoli. Questo articolo è il 344° Alla fine del 2016 erano 145, per differenza risultano pubblicati nel corso del 2017: 199 articoli.
I commenti alla fine del 2016 erano 122, adesso sono nel complessivo 230, nel 2017 sono stati pubblicati quindi 108 commenti.
Sono state create e recentemente pubblicizzate le pagine che indicizzano gli autori e gli artisti presenti nel blog, i cui link sono visibili nella home appena sopra il titolo. Non le abbiamo altrettanto pubblicizzate, ma sono state create, sempre a cura di Deborah Mega, le pagine e indicizzazioni degli autori e degli artisti scomparsi, raggiungibili anch’esse dai link sopra il nome del blog. Un doveroso omaggio per non dimenticare mai sulle spalle di chi saliamo quando cerchiamo di guardare oltre la siepe.
Le principali rubriche che sono state curate nel blog sono elencate nella tabella sottostante, alcune di esse già erano attive nel 2016, in tal caso la tabella riporta la quantità di articoli pubblicati nel 2016 e nel 2017 distintamente.

Principali rubriche/categorie

 del blog

Articoli pubblicati anno 2016 Articoli pubblicati anno 2017 Totale articoli pubblicati
Canto presente 10 16 26
Forma alchemica 0 21 21
Incipit 0 17 17
Parole di donna 0 12 12
Poesia sabbatica 0 24 24
Una poesia a caso 0 3 3
Prisma lirico 0 15 15
Randomusic 0 5 5
Punti di vista 0 5 5
Il tema del silenzio 28 0 28
Poesie 13 103 90
Video virali 0 2 2
Versi trasversali 0 2 2
Interviste 30 1 31
Fiabe 5 0 5
Racconti 3 9 12

La tabella seguente riguarda tutti gli articoli pubblicati nel blog, non solo quelli delle categorie e rubriche principali di cui alla tabella superiore, ma anche di altre categorie meno utilizzate. Essa quantifica i post pubblicati per autore nel totale e distintamente per anno.

Autori del blog Articoli pubblicati anno 2016 Articoli pubblicati anno 2017 Totale articoli pubblicati
Alessandra Fanti 18 15 33
Deborah Mega 47 59 106
Francesco Palmieri 1 33 34
Francesco Severini 1 0 1
Francesco Tontoli 1 4 5
Liminamundi (collaborazioni) 10 15 25
Loredana Semantica 61 70 131
Maria Allo 3 3 6
Raffaella Terribile 2 0 2
Maria Rita Orlando 0 0 0

E adesso basta numeri, pensiamo al futuro e al lavoro da fare, che è tanto e non ha mai fine, non senza avere prima formulato, a nome di tutta la redazione, ringraziamenti ai lettori, ringraziamenti agli autori della redazione e quelli presenti nel blog, ringraziamenti agli artisti presenti nel blog e infine a tutti in tutte le lingue i migliori auguri di Buon Capodanno e Felice 2018.

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uNa PoESia A cAsO: Nazim Hikmet

06 mercoledì Dic 2017

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, uNa PoESia A cAsO

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Nazim Hikmet

La tristezza sulle mie spalle
è una camicia di tessuto da vela
lavato nell’acqua di mare
con una spazzola di ferro
sul ponte spazzato dal vento.
E in questo villaggio del sud
senza sosta nè tregua
il sole rosseggia e si gonfia di miele
sulle fanciulle e dentro le albicocche.

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uNa PoESia A cAsO: Hermann Hesse

01 venerdì Dic 2017

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, uNa PoESia A cAsO

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Hermann Hesse

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Hermann Hesse:

Ho spento il lume e la finestra è aperta
ora la notte entra con dolci onde
mi abbraccia come una sorella
una compagna

Entrambi siamo presi da nostalgia
ogni nostro sogno sembra presagio
s’alterna la voce mentre parliamo
dei ricordi nella casa paterna.

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Prisma lirico 14: Vincenzo Cardarelli – Egon Schiele – Felice Casorati

29 mercoledì Nov 2017

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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Egon Schiele, Felice Casorati, Vincenzo Cardarelli

Nell’ ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi propongo la fresca poesia di Vincenzo Cardarelli, l’autoritratto di Egon Schiele e l’onirica opera di Felice Casorati

egon schiele Autoritratto con capelli lunghi · 1907

Egon Schiele

Volata sei, fuggita
come una colomba
e ti sei persa, là, verso oriente.
Ma sono rimasti i luoghi che ti videro
e l’ore dei nostri incontri.
Ore deserte,
luoghi per me divenuti un sepolcro
a cui faccio la guardia.

felice casoraiti il sogno del melograno 1913

Felice Casorati

poesia: “Abbandono” di Vincenzo Cardarelli, da “Poesie”, 1936

opere:

Egon Schiele, “Autoritratto coi capelli lunghi “, 1907

Felice Casorati, “Il sogno del melograno” , 1913

 

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Canto presente 26: Stefano Guglielmin

24 venerdì Nov 2017

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA

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poesia contemporanea, Stefano Guglielmin

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Stefano Guglielmin

Mamme vermiglie (da “Le volpi gridano in giardino”, Edizioni CFR, 2013)

I.

Se qualcuno provoca o sloga
chiedendo modifiche
o un suono accurato che la possa mutare
lei muta, sposa la conca, il cuneo
sfuma in un canto il grido
e per dispetto cambia mano, perno
ma è un immergere ratto
una prosa d’amore senza rima, in effetti
con tanti uomini e no, e bombolette
per scriverle dentro cose spray dove l’anima
salta, ma è un affare distratto
perché lei, come nessuno, separa i piani
biforca, per dire amore al giogo
e ancora mostrare, pulita, ai suoi figli
la bocca.

II.

Diventerà grande lo stesso, ai piedi del lutto
gronda di fontanelle e semi, per non cambiare
discorso o distrarsi. Potrebbe darsi
un nome diverso, un dominio segreto, e scaltra
vivere doppia: di qua la riva
dove quieta schiumare, di là il supplizio
la stiva, il bottino d’oro che non farà
notizia. Potrebbe, se volesse, farsi adorare
succhiare il petto, regnare, e invece sbava, ferma
sui quattro pungoli del corpo, cagna da riporto
in posa ai margini del bosco.

III.

Nell’ombra, come bianca resa di sposa
attesa. O animale da fratta o rovina
nella cartolina dal male.

C’è una marea in quel lampo, un pensiero
peso piuma che sguscia:

il corpo luccica in tanta samba
sembra nero. E così i suoi rami, maschi
che lei ribalta, sfida.

Sta tutta lì, pare, nella bolgia o come uccello
in salvia sulla brace. Sfalda i marmi ai glutei, sfiata.
Eppure la luce tiene in quella melma, suona

come vocale dolce quando fiume svasa.

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Forma alchemica 20: Hermann Hesse

22 mercoledì Nov 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Hermann Hesse, Tristezza

Hermann_Hesse_1927_Photo_Gret_Widmann

immagine da wikipedia

Ancora ieri splendidi
oggi votati alla morte
cadono fiori su fiori
dall’albero della tristezza

Li vedo cadere e cadere
come neve sul mio cammino
svanita l’eco dei passi
si avvicina il lungo silenzio

Non ci sono più stelle nel cielo
né amore nel cuore
la distanza è muta e smorta
vecchio e vuoto il mondo

Chi può proteggere il cuore
in questo disperato momento?
Dall’albero della tristezza
cadono fiori su fiori

Hermann Hesse
(trad. Loredana Semantica)

Die mir noch gestern glühten
Sind heut dem Tod geweiht
Blüten fallen um Blüten
Vom Baum der Traurigkeit

Ich seh sie fallen, fallen
Wie Schnee auf meinen Pfad
Die Schritte nicht mehr hallen
Das lange Schweigen naht

Der Himmel hat nicht Sterne
Das Herz nicht Liebe mehr
Es schweigt die graue Ferne
Die Welt ward alt und leer

Wer kann sein Herz behüten
In dieser bösen Zeit?
Es fallen Blüten um Blüten
Vom Baum der Traurigkeit

La poesia che propongo in questa forma alchemica rappresenta una fedele descrizione dell’avvilimento spirituale dei depressi. Il progressivo spegnimento della luce, dei colori, dei suoni, il senso di oscuramento di ogni sentimento gioioso e un continuo cadere di “fiori su fiori” come fossero lacrime dal cuore. Cuore che tace morto all’amore, da non intendersi come pulsione sentimentale verso l’altro in quanto essere umano, quanto altro, come ciò che è fuori da sé, cosa o persona che sia, verso cui si è incapaci di tendere, di andare incontro, perché svanisce, soffocato dalla percezione di un’insormontabile distanza che s’interpone, come avviene metaforicamente col suono dei passi che si spengono ovattati dalla neve.
Non c’è nulla che possa salvare in questi momenti disperati, la tristezza pervade tutto. Tutto cade verso il suolo nella demoralizzazione invincibile rappresentata dai fiori, sinonimo di colore e bellezza, che cadono senza speranza. E’ un dolore morale senza rimedio che pervade lo spirito e lo prostra.
Hermann Hesse è l’autore di questo testo. La perfetta rappresentazione del climax psichico modellato con le parole della poesia introduce alla principale nota caratteristica della poetica di Hesse. L’approfondimento psicologico che egli svolse per tutta la vita con la sua scrittura, accreditandosi come scrittore della crisi e della ricerca. Il filo conduttore della poesia e degli stessi romanzi di Hesse è una costante e pervasiva autoanalisi influenzata da principi mutuati dalle dottrine orientali, indù e buddista principalmente, unitamente a uno spirito profondamente pacifista che lo portò ad assumere posizioni non in linea con il movimento nazionalista. Queste posizioni tuttavia non furono espresse dichiaratamente, ma scaturiscono come evidente conseguenza degli ideali contenuti nelle sue opere. Il pensiero di Hesse era sostanzialmente contrario a un impegno dell’artista in ambiti politici e sociali, dovendo egli piuttosto dedicarsi al compimento della propria “formazione” umana attraverso l’esplicitazione della propria arte. La sua contrarietà al nazionalismo si desume anche dall’affermazione che egli, favorevole a un’unione europea a tutela degli ideali umanistici , espresse in età avanzata, “Sto scoprendo per la prima volta dopo decenni dei sentimenti di nazionalismo nel mio petto, naturalmente non tedesco, ma europeo”.
L’introspezione, il pacifismo, lo spiritualismo e il misticismo sono le ragioni che spiegano il fascino esercitato dagli scritti di Hesse nel 1964 sui giovani americani aggregati in movimento pacifista contro la guerra in Vietnam. Il loro apprezzamento postumo, di appena due anni dopo la morte dell’autore, sono alla base della grande diffusione internazionale delle opere di Hesse, autore di lingua tedesca tra i più letti al mondo.

Una figura eclettica Hermann Hesse, poeta, scrittore, filosofo, pittore, tedesco, naturalizzato svizzero, nacque nel 1877 a Calw da famiglia protestante, il padre e il nonno erano stati missionari in India. Visse l’infanzia con la famiglia a Basilea, insofferente alla rigida e oppressiva educazione pietista impartitagli. Egli inizialmente fu avviato agli studi teologici nel seminario protestante del monastero di Maulbronn. Hermann però, appena quindicenne, fuggi dal monastero, e attraversò una profonda crisi depressiva culminata in un tentativo di suicidio. I genitori allora lo fecero ricoverare a Stetten, dove rimase per quattro mesi in cura, poi lo iscrissero al liceo di Cannstatt, nel quale prese la licenza media.
Successivamente si recò a Tubinga dove diventò libraio e cominciò a pubblicare i suoi primi scritti. Fu un autore prolifico, ben 15 raccolte di poesia e trentadue romanzi, tra i quali i più famosi: Peter Camenzind (1904), Gertrud (1910), Demian (1919), Siddhartha (1922), Il lupo della steppa (1927), Narciso e Boccadoro (1930) e Il gioco delle perle di vetro (1943). Siddharta è stato ispirato dal suo viaggio in India, paese che esercitava su di lui grande attrattiva per il trascorso dei genitori. Il viaggio da lui stesso definito deludente, si traduce nell’opera in uno splendido risultato.
Si sposò tre volte. La prima moglie fu Maria Bernoulli, una fotografa professionista, che sposò nel 1904, e che gli dette 3 figli Bruno, Heiner e Martin. Nel 1919 si separò da Maria, dalla quale si era progressivamente allontanato per un forte esaurimento nervoso causato dalle esperienze connesse alla prima guerra mondiale e dai problemi psichici della moglie.
Si recò a Montagnola, nel Ticino, dove sembro riprendersi dalla malattia, ma, al termine della prima guerra mondiale, dovette ricorrere alle cure di Carl Gustav Jung e di un suo allievo per superare il suo malessere psichico.
In seconde nozze sposò la cantante Ruth Wenger, vissero poco insieme e le nozze ebbero breve durata, sufficiente tuttavia per precipitare nuovamente Hesse nella depressione e in pensieri oppressivi di morte, che egli cercò di contrastare frequentando i locali notturni di Berna e Zurigo. Frutto di questa esperienza fu il romanzo autobiografico “Il lupo della steppa”
La terza moglie di Hesse fu Ninon Dolbin Ausländer, storica d’arte, una personalità forte che lo influenzò molto, con la quale visse serenamente la propria vita e arte. Ninon gli stette vicino fino alla morte, avvenuta a Montagnola nel 1962.

Hesse nel 1946 è stato insignito del premio Nobel per il saggio pedagogico di “Il gioco delle perle di vetro”, la cui stesura lo impegnò per 10 anni, con la seguente motivazione “Per la sua scrittura ispirata che nel crescere in audacia e penetrazione esemplifica gli ideali umanitari classici, e per l’alta qualità dello stile” ma mi piace chiudere questa forma alchemica con una citazione tratta dal romanzo Demian sulle conversazioni con il dottor Jung (nel romanzo dr. Pistorius) perché più di altre centra il nucleo racchiuso nella scrittura di Hesse, il suo sforzo di ricerca e di individuazione dell’origine della sofferenza psichica dalla quale fu afflitto per tutta la vita, mai definitivamente sopita, fondamento e ragione della sua affascinante opera: “Ma tutte le conversazioni, anche le più umili, colpivano con leggero e costante martellio il medesimo punto dentro di me, tutte contribuivano a formarmi, a rompere gusci di uova da ognuno dei quali alzavo il capo un po’ più in alto, un po’ più libero, finché l’uccello giallo con la bella testa di rapace erompeva da frantumato guscio del mondo.” (trad. di Ervino Pocar)

Loredana Semantica

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Prisma lirico 13: Bertolt Brecht – Mario Sironi – Auguste Rodin

08 mercoledì Nov 2017

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Il colore e le forme, LETTERATURA, Poesie, Prisma lirico

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Auguste Rodin, Bertolt Brecht, Mario Sironi

Nell’ ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi propongo la profonda poesia di Bertolt Brecht e le intense opere di  Mario Sironi e Auguste Rodin

mario sironi paesaggio 1952 tre cime di lavaredo

Mario Sironi, Paesaggio, 1952

Nei tempi oscuri

Non si dirà: quando il noce si scuoteva nel vento
ma: quando l’imbianchino calpestava i lavoratori.
Non si dirà: quando il bambino faceva saltare il ciottolo piatto
sulla rapida del fiume
ma: quando si preparavano le grandi guerre.
Non si dirà: quando la donna entrò nella stanza
ma: quando le grandi potenze si allearono contro i lavoratori.
Tuttavia non si dirà: i tempi erano oscuri
ma: perché i loro poeti hanno taciuto?

Bertolt Brecht trad. Roberto Fertonani

The_Thinker_Musee_Rodin

Auguste Rodin, “Il pensatore”, particolare

Di innoxiuss – Thinking at Hell’s gate, CC BY 2.0, Collegamento

Testo: Bertolt Brecht, da “Poesie” Einaudi, 1992
Opere:
Mario Sironi, “Paesaggio” ( tre cime di Lavaredo), 1952
Auguste Rodin,  “Il pensatore”, particolare

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Forma alchemica 19: Jacques Prevert

01 mercoledì Nov 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Jacques Prévert

I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Che trema nella notte
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore

Jacques Prevert

 

Desidero dedicare questa forma alchemica a Jacques Prevert. E comincio a parlarne rinviando a un post che qualche giorno fa ho pubblicato qui, su questo blog. Si tratta della prima “Poesia a caso”, una sorta di esperimento poetico nel quale apro a caso una pagina della raccolta poetica di un autore e ne pubblico il testo. Singolarmente la poesia di Prevert scelta a caso intercetta perfettamente lo spirito della nuova rubrica, nel senso che essa vuole rendere evidente che non sempre i grandi hanno scritto capolavori. Le loro poesie migliori, le loro “forme alchemiche” circolano con maggior frequenza delle altre, queste ultime magari sono ben scritte, di sicura qualità, ma meno riuscite in perfezione di senso e di bellezza. In particolare la poesia “La meteora” non brilla per finezza, parla di galera, pitale e di schizzi che al solo pensiero suscitano repulsa. La parola “merda” in una poesia è sufficiente a connotarla di un elemento di disgusto, per quanto, obiettivamente, essa è sostanza che accomuna gli esseri viventi. Tutti gli organismi vivi dal più semplice al più complesso, si nutrono ed eliminano le scorie non utili a produrre energia o rinnovare/mantenere la propria struttura corporea. Non dobbiamo certo “impressionarci” delle parole, anzi coraggiosamente dobbiamo accettarle tutte nella loro inesauribile capacità di nominare l’esistente e il non esistente, nella sconfinata e incantevole ricchezza di espressione, composizione, suono. Una fascinazione che senza mai esaurirsi attrae i poeti, gli scrittori, gli artigiani della parola. A parte la digressione compiuta a “giustificare” l’uso di termini non elevati e nobili che, sono certa, alcuni non apprezzano in un testo poetico, ci tengo a sottolineare che, nonostante ciò, la poesia scelta per inaugurare una “Poesia a caso” è una poesia d’amore. Amore che si schiude al suo senso in un crescendo, dalla prosaicità del penitenziario e degli escrementi, alla leggerezza del sentimento d’amore che riscatta il carcerato, la poesia e fa trionfare il sentimento. E proprio dall’esaltazione del sentimento si riconosce come una poesia scritta da Jacques Prevert. In questa forma alchemica propongo, per contraltare al picco trash della poesia “La meteora”, uno dei testi migliori di Prevert, dove il sentimento d’amore è colto nella sua punta di maggiore acutezza: la fase dell’innamoramento. È il periodo nel quale gli innamorati non hanno occhi e orecchie se non per la persona amata e si appartano in angoli bui dove poterla “assaporare”. Vivono in un mondo tutto loro di sensazioni ed emozioni, si cercano coi corpi e le bocche, scandalizzando i passanti, arrabbiati per questa ostentazione di “privato”,  invidiosi del loro sentimento.

Jacques Prevert, francese nato nel 1900 a Neuilly-sur-Seine è stato poeta, scrittore, sceneggiatore, artista. La famiglia, dopo un periodo di difficoltà economiche, si risollevò dalle ristrettezze per l’assunzione del padre Andrè all’Ufficio dei poveri di Parigi. Ciò darà modo a Jacques di osservare un mondo di miseria che rappresenterà poi in alcune sue opere. Il padre influenzerà la formazione dei figli portandoli spesso al cinema e al teatro, anche perché la scuola non fu la scelta di Jacques che, insofferente alla disciplina, l’abbandonerà a quindici anni. Appena ventenne, durante il servizio militare conobbe  Yves Tanguy e Marcel Duhamel che poi divenne editore, due importanti amicizie che influenzarono la carriera di Jacques e di suo fratello  Pierre. Pierre divenne regista e mise in scena per la televisione e il teatro le sceneggiature, anche per bambini, scritte dal fratello, in un lungo e proficuo sodalizio artistico. Nel  1922  Jacques si avvicinò al gruppo dei surrealisti francesi, tra i quali  André Breton, Raymond Queneau, Louis Aragon e Antonin Artaud, e per i quattro anni successivi vi furono intensi contatti. I rapporti furono interrotti a causa del testo di Prevert “Mort d’un monsieur”, scritto in polemica con Breton, del quale Prevert contestava la presunta superiorità intellettuale, che determinò la rottura con Breton e l’allontanamento di Prevert dal gruppo. Dal 1932 al 1936 visse a Tourette de loupe, si dedicò al teatro e alle sceneggiature per la cinematografia, collaborando con Jean Renoir e Marcel Carnè. Tornerà a Parigi soltanto nel 1945, lo stesso anno in cui vede la luce la sua prima raccolta di poesie “Paroles”, accolta con molto favore dal mondo letterario. A questa seguiranno altre raccolte: Spectacle” (1949); “La pluie et le beau temps” (1955); “Choses et autres” (1972), altrettanto apprezzate dalla critica. Prevert conobbe e collaborò con Pablo Picasso, al quale, pare, abbia dedicato per ammirazione la poesia Alicante. Nel 1948 per un incidente cadde da una finestra e rimase in coma per alcune settimane. Ripresosi dall’infortunio si dedicò ancora alle sceneggiature, e ad una nuova attività artistica: il  collage, una scoperta del suo ultimo periodo. Espose e pubblicò alcune delle opere realizzate. Visse gli ultimi anni a Omonville la Petite, ricevendo rare visite di cantanti e attori conosciuti in attività, fino alla morte per tumore nel 1977.

La poetica di Jacques Prevert si caratterizza per il rilievo dato al sentimento, sempre cercato anche se talora disperato e disperante: amore tradito, amore mancato, amore libero. Si avverte in tutta la sua opera la polemica con il potere, l’irriverenza spinta fino alla blasfemia, l’ironia dissacrante fino alla satira, l’anticonformismo, la critica ai benpensanti. Ciò conduce a definire Prevert sostanzialmente un anarchico, proprio per l’avversione contro chi comanda, espressa nei termini che potrebbe usare la gente comune. Fedele ai temi del surrealismo, consapevole della lezione del simbolismo, Prevert riversa nel suo dettato l’anelito alla libertà, spesso simboleggiata da un uccello, esprime la ribellione alle istituzioni e dipinge un mondo di personaggi caratterizzati vivacemente, portatori di drammi, storie, aneliti autentici, uomini e donne conosciuti nelle sue frequentazioni sul lungosenna, nelle modeste pensioni, nelle rues parigine, nei bistrò. La sua poesia presenta giochi di parole, divertissement, ma anche coltissimi rimandi ed intrecci intellettuali. Può sembrare, ad una lettura superficiale, che i suoi testi pecchino di semplicità, fin quasi alla banalità, ma Prevert compie volutamente la scelta di un lessico comune che veste di una complessità di significati, non abbandonando mai la ricerca di un preciso e accattivante ritmo. Lo stesso che egli ben “maneggiava” avendo scritto innumerevoli canzoni, più di mille testi, interpretati da grandi cantanti come Juliette Greco, Yves Montand, Serge Reggiani. Chiudo riportando da “L’età forte” le parole di Simone Beauvoir che testimoniano l’influenza il carisma di Prevert tra la gente di cinema che s’incontrava al Fleure, famoso caffè di Saint-Germain des Prés: «Allora, il loro dio, il loro oracolo, il loro maître à penser, era Jacques Prévert, di cui veneravano le pellicole e le poesie, di cui provavano a copiare il linguaggio e le atmosfere spirituali. Anche noi gustavamo le poesie e le canzoni di Prévert. Il suo anarchismo sognante ed un po’ stralunato ci catturava completamente»

Loredana Semantica

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Canto presente 25: Alessandro Assiri

27 venerdì Ott 2017

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA

≈ 2 commenti

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Alessandro Assiri, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Alessandro Assiri

Inseguo sempre anch’io il mio dio che si ritira
E se rallento glielo scrivo: per favore fatti vivo

Me lo ricordo il tuo corpo offeso di fatica mi ricordo la carne che offuscava la gioia l’amore quello no l’ho aggiunto dopo ce l’ho messo io e non l’ho nemmeno scritto ma soltanto trapiantato ho immaginato un giardino l’ho annaffiato ho spostato Adamo ho tolto Eva per sottrazione qualcosa ci restava le mani appoggiate sotto al mento la liturgia dello spavento.

Caterina sapeva che ci sono medaglie che hanno solo
il rovescio. Pesa i capelli che ha perso il male che cresce poco a poco. Per Lo sciancato non esiste un’età dell’oro ai ritorni non ci crede e un’altra vita non la vede, fa una guerra tutta sua con i gesti progressivi del dolore confonde un nido con le sue radici altrove.

Non c’è nessun padre se non si è camminato una volta per mano nel profumo del pane e anche adesso che tu aspetti e io preparo il tempo dei saluti i miei morti son più pesanti dei vivi sono parole contro chili .

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uNa PoESia A cAsO: Jacques Prevert

25 mercoledì Ott 2017

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, uNa PoESia A cAsO

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Jacques Prevert con la poesia dal titolo:

La meteora

Tra una sbarra e l’altra del luogo di detenzione
un’arancia
s’infila come un fulmine
e nel pitale
piomba come una pietra.
E il prigioniero
tutto schizzato di merda
risplende
illuminato in pieno dalla gioia
Lei non si è dimenticata di me
lei mi pensa sempre.

 

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Video virali: Io ci sto

20 venerdì Ott 2017

Posted by Loredana Semantica in La società, Pensiero, Video

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Tag

pubblicità, spot, video virali

Video virale è l’espressione con la quale si definisce un video che, immesso nel web, in poco tempo viene visualizzato da un numero elevato di persone.

Di recente questa sorte è toccata a un video “motivazionale” girato da dipendenti della Banca Intesa San Paolo, capitanati dalla direttrice di una filiale in provincia di Mantova: Katia Ghirardi. A comprova qualche altro video che gira in rete  che interpreta diversamente la “motivazionalità”

Il video si avvia con una breve presentazione della protagonista del video, della “squadra” di lavoro e del lavoro svolto nella filiale, prevede anche un breve intervento di ogni impiegato che pronuncia una o due parole e si chiude con una canzoncina cantata dalla stessa Ghirardi a mo’ di slogan “ io ci metto la faccia, ci metto la testa, ci metto il cuore” e l’inquadratura di una torta a forma di cuore, preparata per l’occasione.

Come ho detto sopra, pare si tratti di un video di partecipazione a un contest interno della banca tra video promozionali girati dagli stessi dipendenti, insomma una “festa in famiglia” che avrebbe dovuto restare privata, oppure, se anche resa pubblica, sostanzialmente ignorata, e, invece ha avuto uno sviluppo sorprendente. Si potrebbe persino ipotizzare una strategia pubblicitaria geniale, studiata a tavolino, se non fosse che il video ha troppo il sapore di spontaneità, per quanto non di improvvisazione, anzi, si comprende che c’è una sorta di “sceneggiatura” ed anche di “regia”, da video delle feste di compleanno tuttavia, nulla di professionale. E’ piuttosto simpatica la Ghilardi, sicuramente motivata e decisa, un po’ meno i collaboratori che sembrano vagamente imbarazzati.

Questo video mi ha fatto tornare in mente la vicenda di quello girato a Siracusa nel 2014, in occasione della visita dell’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi, dove alunni delle scuole cantavano una canzoncina di benvenuto e omaggio al Presidente, diretti dagli insegnanti. Anche lì tante critiche a livello provinciale e oltre, passate, giustamente, nel dimenticatoio.

Cosa c’è di “sbagliato” in questi video? Perché diventano virali? Oggetto di battute ironiche, critiche anche feroci da parte del cyberbulli. La risposta è che sono ingenui. Questo è il loro grande difetto: l’eccesso di ingenuità. L’ingenuità non è un sentimento ammissibile in questi tempi smagati. Affidarsi, credere profondamente in qualcosa, entusiasmarsi con dedizione può anche accadere, ma ciò che non bisogna mai fare è dichiararlo pubblicamente con sentimento. Occorre calarsi piuttosto nei clichè per i quali: il datore di lavoro si deve odiare, il Presidente del Consiglio denigrare, la prof. è stronza, i genitori rompono e via discorrendo e soprattutto non manifestare pubblicamente fiducia grata nel  “superiore” , come se fosse un eroe, un salvatore, il proprio benefattore. Al più ciò si può fare per l’attore o il cantante famoso.  Per loro anche  gridolini acuti di emozione ed urla di entusiasmo, svenevolezze varie. Questo non è tempo di canzoncine da “viva viva il direttore” che marcatamente inscenano un atto di omaggio all’autorità, al potere. Questi sono tempi in cui il potere si lusinga diversamente in modo sotteraneo non appariscente, strisciando singolarmente, per ottenerne la benevolenza; ancora meglio, se si ha “merce” di contraccambio, scambiandosi favori. Oserei dire che non è cosa solo di questi tempi. E’ veramente ingenuo credere di potere conquistare qualcosa del potere mettendo in scena senza veli la propria dedizione. Fiducia, dedizione, autenticità sono da mostrare con moderazione, niente picchi di asservimento a rischio di scadere nel patetico. La grande colpa di questo video è mostrare un entusiasmo eccessivo, senza misura, tanto da giungere a far pensare che contenga un fondo di ironia e autoironia. Che poi converrete, già metterci la faccia è tanto, ma anche la testa (soprattutto la testa è molto grave) è esagerare. Nel video si esagera ancora di più, giungendo al sentimentale e mettendoci pure il cuore. Amare il proprio lavoro. Davvero un’enorme colpa. Una colpa grave.

I video che commentano, fanno la parodia o analizzano la vicenda fanno pena ben più del video che vorrebbero commentare. Ne ho visti solo un paio, non ne riporto nessuno e non perdete tempo a guardarli, cercano soltanto di sfruttare la vicenda per ottenere visualizzazioni, inscenando cose di nessun interesse, stile imitazione de “le iene” che già “ienizzano” abbastanza il mondo, senza che occorrano ulteriori scadenti amplificazioni.

L’intervento dei bulli del web è l’aspetto meno gradevole della vicenda. I commenti che accompagnano il video vanno da quelli bonari, spiritosi, ironici dietro ai quali ci sono semplici spettatori curiosi o persone che cavalcano l’onda per un briciolo di visibilità, ai commenti peggiori, aggressivi, offensivi. Analizzare il fenomeno, anche per questi aspetti richiede di far ricorso a sentimenti umani negativi, come invidia, emulazione, odio. Un video che diventa virale si potrebbe definire un video di successo, quanti preparano video per conquistare visualizzazioni, alle quali in certi ambiti sono anche legate forme di compenso che gratificano i migliori. Il video virale balza all’attenzione di moltissimi, riscuotendo proprio quel “successo” che alcuni agognano,. Questo già è sufficiente a scatenare invidia. C’è inoltre che nel web la faccia è nascosta e ciò favorisce l’emersione delle deviazioni: si pensa di poter aggredire verbalmente una persona restando sostanzialmente impuniti. C’è che esiste come piaga il frustrato vendicativo, il portatore di odio. Esistono gruppi di portatori di odio che operano con meccanismi da “branco”, portando in giro per la rete il loro carico di bassezza. Avere un obiettivo su cui scaricarla è una ghiotta occasione, a cui si correla un fenomeno di imitazione e contagio, virale anche quello, nel senso più proprio del termine perché maggiormente si avvicina alla malattia, all’infezione: menti infette che brulicano cattiveria. Questo possibile aspetto negativo della vicenda è stato recentemente messo in luce da Selvaggia Lucarelli. Una donna che balza improvvisamente all’attenzione di tanti, in un successo sgradevole, fastidioso, a volte insostenibile per le persone non avvezze e che diventano inoltre oggetto di aggressione mediatica.

Per concludere, io, al posto di Intesa San Paolo, un pensierino a cavalcare l’onda lo farei, tipo girare uno spot da diffondere sulle reti nazionali, magari proprio lo stesso, proprio con la Ghirardi e gli altri, ma coi controfiocchi, cioè massimamente professionalizzato e galvanizzante.  A lei una remunerazione che compensa (in fondo il contest l’ha vinto lei), ai cyberbulli lo scorno, alla Banca l’anima della pubblicità.

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Prisma lirico 13: Filippo Parodi – Giorgio De Chirico

18 mercoledì Ott 2017

Posted by Loredana Semantica in SINE LIMINE

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Nell’ ambito della rubrica Prisma lirico, oggi propongo la  poesia di Filippo Parodi (pubblicata sul Foglio Clandestino) “Il Krautrock è un cavallo” e l’opera di Giorgio De Chirico “Due cavalli in una città”

19528-dechirico-due-cavalli-in-citta

Il krautrock è un cavallo di spuma bianco ottico,
risarcimento sferico,
orgasmo prelapsario,
è sole,
effervescenza,

è una rugiada-annuncio.

Piscina con gli angeli.

Fortuna,
déjà-vu.

E’ una parola acquatica,
velluto di montagna.

è casa senza porte,
è un vento dalla luna,

poi schianto, cattedrale,
lucentezza delle nuvole,

ti adagia e ti divora sopra
un ponte di farfalle.

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Prisma lirico 12: Jannis Ritsos – René Magritte

11 mercoledì Ott 2017

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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Jannis Ritsos, René Magritte

Nell’ ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi propongo la bellissima poesia di Jannis Ritsos e le surreali opere di  René Magritte.

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Tra una moltitudine di automobili
tra migliaia di giacche vuote
appese fuori sui muri
una giovane donna sorrise
un triciclo passò carico di azalee
balenarono rossi i falli delle statue
dunque non è impostura la poesia.

René Magritte

poesia di Jannis Ritsos

opere pittoriche: “the future of statues”, 1937, “la belle de nuit” , 1932, Renè Magritte

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Forma alchemica 18: Pierluigi Cappello

04 mercoledì Ott 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA

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Pierluigi Cappello

cappello-905-1

Gli orli hanno la luce di settembre
come una bella mela le nuvole oggi
sono innocenti, senza rumore
anche le macchine passano
nel silenzio della tua testa
sei qui, come una cosa sottratta
in questa calma di non appartenere
la nuvola sottratta alla terra
il salto allo slancio, l’orma al suo piede
il corpo a ciò che precede.

Pierluigi Cappello

Con la fine di settembre ci ha lasciati Perluigi Cappello. Il primo di ottobre ci ha lasciati dolenti e consapevoli d’essere orfani di qualcosa che non sarà più, non dirà più, ma che di sè ha lasciato quel che ha potuto, quel la vita gli ha permesso, che gli ha permesso il suo essere poeta.
Friulano di Gemona, nato nel 1967, ad appena sedici anni egli subì un grave incidente in moto, nel quale il suo amico perse la vita e lui ebbe reciso il midollo spinale, con la conseguenza della paralisi degli arti inferiori e di una vita trascorsa sulla sedia a rotelle.
E’ facile pensare che sia diventato poeta per questo, perché si chiusero le porte di vita “normale”, dinamica, per il trauma, per reazione, ma i poeti avevano affascinato Pierluigi ancora prima del suo incidente e lui dice che senza lo sarebbe diventato ugualmente, anzi migliore. C’è da crederci, è un’affermazione che proviene dall’interprete più titolato, dall’autore stesso. Tra le esperienze negative ha vissuto anche il terremoto del Friuli del 1976, che gli ha distrutto la casa. Per una decina d’anni ha vissuto in un prefabbricato in condizioni disagiate a Trigesimo, Udine.
Nonostante tutto ciò, impressionante nella poesia di Cappello è la luce, la serenità, la freschezza che promana. Perché impressiona? Perché da un offeso dagli eventi della vita, perciò traumatizzato, si ci potrebbe aspettare la rabbia che deriva dall’incomprensione della sorte, la contestazione aspra dell’ingiustizia subita, o almeno una visione cupa della vita, tragica, dentro le spire della depressione. E invece le sue parole sono un’architettura luminosa che scorre con semplicità e freschezza, purezza di suono e di intenti, La sua parola è limpida come acqua di sorgente.
Era un bell’uomo Cappello, un viso magro e attraente, incorniciato da barba e capelli morbidi ondulati, occhi verdi, dolci, sorridenti, occhiali a giorno da intellettuale. Per testimonianza di chi l’ha conosciuto era anche una bella persona, a lui si sono affezionati molti poeti e artisti contemporanei e nell’ultimo decennio il suo nome ha cominciato ad acquistare una certa fama nell’ambiente poetico oltre i limiti regionali, e l’attenzione della critica. Cappello era un operatore di cultura, nonostante la menomazione fisica, finché ha potuto, s’è adoperato per diffonderla, anche nelle scuole e nelle università. E’ stato insignito di numerosi premi
Per iniziativa degli stessi poeti e artisti nel 2014 è stato proposto ed ha ottenuto il vitalizio previsto dalla legge Bacchelli per gli artisti.
Ha scritto diverse raccolte di poesie, ricorrendo nella scrittura anche al suo dialetto natio, il friulano, che ha ampliato col suo timbro duro il registro delicato del poeta:
• Le nebbie (Campanotto, Udine 1994)
• La misura dell’erba (I. M.Gallino, Milano 1998)
• Il me Donzel (Boetti, Mondovì 1999)
• Amôrs (Campanotto, Udine 1999)
• Dentro Gerico (La Barca di Babele, Circolo Culturale di Meduno, Pn, 2002)
• Dittico (Liboà editore in Dogliani, Cn, 2004).
• Assetto di volo (Crocetti Editore, Milano 2006)
• Mandate a dire all’imperatore (Crocetti Editore, Milano 2010)
• Azzurro elementare. Poesie 1992-2010 (BUR contemporanea, Rizzoli, Milano, luglio 2013)
• Stato di quiete, Poesie 2010-2016, BUR contemporanea, Rizzoli, Milano 2016.

Nel giorno della sua scomparsa, appena quattro giorni fa, il dispiacere era tangibile in rete, su facebook innumerevoli post di sue poesie, articoli d’omaggio, ricordo, dolore di amici e di coloro che lo amavano, apprezzavano la persona e la sua scrittura. Ieri i funerali.
Il mondo della cultura è in lutto, la poesia piange un suo figlio, ed io non posso che questa forma alchemica.
Arrivederci Pierluigi.

Loredana Semantica

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“Come va?” di Francesco Tontoli

29 venerdì Set 2017

Posted by Loredana Semantica in SINE LIMINE

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I

Va bene, ma tu stammi vicino
va ancora bene, ma il bene
che ho tra le mani mi scompare
come fanno le lucciole
quando apri il pugno
e va dove è destinato a perdersi
si spegne e si dissolve

Va bene come cosa che pulsa
che va e che vorresti tenere
ma sai che devi rilasciare
qualcosa che si consuma nell’andare.
Va, torna, non rimane
ma riposa un poco con te
è un bene trasparente e breve
che va e viene senza viaggiare

Va bene ma è un bene senza nome
senza un come e un quando e un dove stare
un bene senza un dentro e un fuori
un contemplare che va, a volte
o può andare, se spinto da un soffio
come un seme dotato di ali
un aggeggio aerostatico senza eguali
di quelli che cadono per caso in un luogo
in un tempo immutabile eppure transitorio

Va bene, va meglio ora
ma tu almeno, stammi vicino.

II

Stammi vicino ora che il meglio deve arrivare
più del bene è il meglio che migra, va lontano
da un corpo a un altro corpo effonde
percorre distanze siderali dall’universo dell’uno
a quello dei molti senza mai raggiungere tutti
sta nell’equivoco del bene universale
dentro la materia di cui son fatte le stelle
nella potenza oscura che tiene l’insieme
nel verso delle spirali che precipitano
al centro di un inesistente centro
un bene chiamato nulla, astratto, arbitrario
il cui magma trabocca dai crateri
per nessuna plausibile ragione
produce il suo calore inesauribile
consuma combustibile privo del numero di ottani
una fiaccola che sta dentro e oltre il dentro.
Stammi vicino
stammi accanto
stammi lontano e al centro
stammi dentro.

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Prisma lirico 11: Idea Vilariño – Pierre Boncompain – Lucian Freud

27 mercoledì Set 2017

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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Henri Matisse, Idea Vilariño, Lucian Freud

Nell’ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi coniugo la poesia erotica e passionale di Idea Vilariño e le suggestive opere di Pierre Boncompain e Lucian Freud.

Henri Matisse donna alata

Se morissi questa notte
se potessi morire
se io morissi
se questo coito feroce interminabile
combattuto e senza clemenza
raggiungesse il suo apice
e si afflosciasse
se proprio adesso
se adesso
morissi socchiudendo gli occhi
sentissi che è fatta
che ormai l’affanno è cessato
e la luce non fosse più un fascio di spade
e l’aria non fosse più un fascio di spade
e il dolore degli altri e l’amore e vivere
e tutto non fosse un fascio di spade
e finisse con me
per me
per sempre
e che non dolesse più
e che non dolesse più.

lucian freud pregnat girl

poesia di Idea Vilariño

opere: “Black Venus on blue background” di Pierre Boncompain e ” Pregnat girl” di Lucian Freud

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Video virali: un buondì spaziale

22 venerdì Set 2017

Posted by Loredana Semantica in SPETTACOLO, Video

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pubblicità, spot, video virali

Non so se abbiate avuto modo di vedere gli spot del buondì motta che da qualche settimana sono trasmessi in televisione. Confezionati all’insegna del politically incorrect gli spot sono diventati virali anche nel web. Creati dalla Saatchi & Saatchi Italia, il cui direttore artistico è Alessandro Orlandi, si muovono sul terreno del colpire oltre che fulminare. Fulminare la protagonista e colpire lo spettatore.
Il primo effetto è in sé nella storiella ironico-noir narrata nello spot. Il secondo effetto lo riporto pari pari a come si è svolto nella cucina di casa mia, qualche settimana fa, alla prima visione dello spot.

Lei “Caro, hai visto il nuovo spot del buondì motta?”
lui “No, perché?”
lei “Eh tu guardalo …”
Trenta minuti dopo la pubblicità si ripresenta a interrompere puntuale una qualche forse interessante trasmissione.
Lei “Caro, vieni vieni che la ritrasmettono, guardala!”
Dalla televisione esce la vocina petulante di bambina pretenziosa, capricciosa e saccente nel suo linguaggio finto-ricercato da pubblicità televisiva tradizionale:
“Mamma, mamma, vorrei una colazione leggera ma decisamente invitante, che possa coniugare la mia voglia di leggerezza e golosità”
Risponde serafica la mamma, sistemando fiori nei vasi:
“Non esiste una colazione così, cara. Possa un asteroide colpirmi, se esiste”
Non ha nemmeno finito di pronunciare la frase che un asteroide sbadabam fshiufff tum la colpisce, facendola svanire presumibilmente schiacciata al suolo
Immagine del buondì motta in sovrapposizione. Sullo sfondo scie di asteroidi in rotta di collisione con altre mamme.
Lei “L’hai vista?”
lui “Cose da pazzi”
lei “Ma l’hai vista la bambina? Che insopportabile! Almeno l’asteroide l”avesse colpita”
lui “Invece uccide la mamma, sicuramente ci sarà un vespaio di proteste”
lei “Vedrai che la ritireranno dalla programmazione”.
Questo l’antefatto domestico.

Dopo di ciò l’ondata di post in facebook e discussioni, critiche e polemiche.
Vi propongo la serie dei tre video virali degli spot dei buondì, perché la creatività pubblicitaria mi ha sempre affascinato, almeno al pari del fastidio che è sapere la pubblicità un elemento di condizionamento che sfrutta le debolezze umane

Al primo spot ne sono seguiti altri due che sono prosecuzioni narrative con varianti di protagonista: papà e postino. A commento degli spot due brevi considerazioni da due diverse angolazioni.

da spettatori adulti: oltre al sorriso che poi, riflettendo appena un attimo, ingenera la pubblicità stessa per l’inventiva, non si puo` disconoscere che essa ha fatto centro, inducendo a parlare del prodotto e imprimendolo nella memoria dei potenziali acquirenti.

da spettatori bambini: il compatimento per lo sconvolgimento di immaginare la mamma spiaccicata al suolo. È sicuro tuttavia il balzo in avanti sulla strada della consapevolezza. La visione del filmato è  l’occasione – spero – di impartire subito la spiegazione della differenza tra il falso della televisione e il vero della vita. So già che qualche bambino non si farà convinto.

Qui l’intervista ai creatori dello spot.
Al momento non si conoscono gli effetti sull’incremento vendite.

Loredana Semantica

 

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Forma alchemica 17: Gottfried Benn

20 mercoledì Set 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Gottfried Benn, POESIA

gott

Venite, parliamo tra noi
chi parla non è morto,
già tanto lingueggiano fiamme
intorno alla nostra miseria.

Venite, diciamo: gli azzurri,
venite, diciamo: il rosso,
si ascolta, si tende l’orecchio, si guarda,
chi parla non è morto.

Solo nel tuo deserto,
nel tuo raccapriccio di sirti,
tu il più solo, non petto,
non dialogo, non donna,

e già così presso agli scogli
sai la tua fragile barca –
venite, disserrate le labbra,
chi parla non è morto.

Gottfried Benn, trad. Ferruccio Masini

Gottfried Benn, nato a Mansfeld  nel 1886, morto a Berlino nel 195, è stato poeta scrittore e saggista  di lingua tedesca. Laureatosi in medicina all’ Accademia di Berlino nel 1910, appena due anni dopo esordì in letteratura con la sua prima pubblicazione, dal titolo di “Morgue e altre poesie” (morgue è  il termine francese per indicare l’obitorio). La raccolta di poesie è caratterizzata da un linguaggio medico – scientifico, da descrizioni cadaveriche, narrazioni di malattie e corruzione dei corpi.

Prima di Benn, “Morgue” è una raccolta di Rilke che Benn certamente aveva letto, compiendo un balzo in avanti, verso i giorni nostri, nella raccolta Morgue di Benn si respira un’atmosfera molto simile a quella rappresentata in alcune scene di serie televisive di grande successo come CSI NSIS, acronimi per indicare a polizia scientifica di Las Vegas o Miami o altre grandi città americane dove sono ambientati gli episodi d’investigazione. Esse hanno ingenerato negli spettatori, una sorta di familiarità “mediata” con la sala autoptica, con i gesti e le operazioni, i referti dei professionisti che procedono alle dissezioni e ricomposizioni dei cadaveri.

Oggi perciò scrivere poesie descrittive ispirate all’esperienza medica di questo tipo farebbe molto meno scalpore, ma allora, agli inizi del 900, il libro fece scandalo e Benn entrò così nel mondo letterario della Berlino del 1910, diventando riconosciuto esponente dell’espressionismo; in quel periodo conobbe  la poetessa ebrea Else Lasker-Schüler con la quale ebbe una relazione.

Certo non è difficile immaginare che “Morgue” sia il frutto dell’esperienza professionale di Benn. Un impatto che squarciò la scorza lasciando fuoriuscire il magma creatore, trasformando il medico in scrittore, in una sorta di metamorfosi/catarsi purificatrice dell’impressione che l’orrido, la materialità di carne e sangue decomposti avevano prodotto sull’ uomo. Nel contempo sorprende come, nonostante il tema, Benn gestisca, sin da questa prima raccolta, la parola, rivelando una rara capacità di creare dal nulla scenari tanto luminosi che raccapriccianti, di modulare la lingua con quella padronanza che sa produrre piacevolezza di suono, purezza di significato in una sorta di inesprimibile azzurro: raggio laser che incide.

Nel 1926 scrisse il racconto – saggio “Cervelli”, nel 1917 pubblicò “Carne” una raccolta di liriche scritte durante le seconda guerra mondiale. L’evoluzione della sua scrittura registra il passaggio dal nichilismo, dissacrazione dell’uomo e critica della civiltà, che caratterizzano la sua prima produzione, all’esaltazione dell’io tragico che ha speranza di riscatto nell’io primordiale dell’uomo, un io in sintonia con la natura che, secondo Benn, riaffiora nel sogno dove sono neutralizzate razionalità e sovrastrutture.

Scrisse ancora “Scissione” e “Onda ebbra” nelle quali nonostante la nostalgia per l’essere originario e prelogico egli si esprime con razionalità ferrea manifestando una sicurezza e ricchezza espressiva che si rivelano in contraddizione con l’anelito al mito primordiale. Egli perciò si rende conto di dover superare lo iato ed afferma che la fusione di concetto e allucinazione, razionalità e sogno, produce arte, progredendo quindi dall’iniziale nichilismo verso la consapevolezza di una trascendenza creativa.

Proprio per questa nostalgia dell’uomo primordiale e del mito, all’avvento del nazismo Benn se ne lasciò affascinare, nella convinzione che si trattasse di una forza potente e irresistibile, votata all’estetica e rigenerante, che avrebbe ripristinato il valore della forma e realizzato, attraverso il totalitarismo, la sovrapposizione di potere e spirito, individuo e collettività. Il regime inizialmente apprezzò il suo entusiasmo, affidandogli l’incarico di gestire la sezione poesia dell’Accademia di Prussia. Poco più di un anno dopo però,  Benn fu rimosso dall’incarico e allontanato, a causa di alcuni suoi scritti giovanili vicini al movimento espressionista, represso dal nazismo perché “arte degenerata”. Egli allora aprì gli occhi sulla realtà del nazismo.

Probabilmente il suo entusiasmo iniziale per il fascismo (come si è detto: collaborazionista che non ha mai collaborato) fu l’errore imperdonabile che ha impedito a Benn di occupare nello scenario della letteratura tedesca il posto che la sua potente ricca, espressiva scrittura avrebbe meritato. Fu scienziato, intellettuale, esteta, aristocratico. Usò magistralmente il linguaggio in modo nuovo, originale, intellettualmente superiore, facendo ricorso a molti sostantivi, stratificando versi, usando la parola per scardinare la realtà con cinismo, fin quasi crudeltà. Certe sue liriche indubbiamente sono tra le più spietate che la letteratura del 900 ci abbia regalato, ma, anche per questo, dense di coraggio, lontanissime dal plagio, dal compiacimento, permeate di una certa violenza verbale e rabbia che nascono dalla consapevolezza e avversione per la decadenza sociale. Una poesia definita “assoluta”, senza Dio, senza speranza o salvezza, che trasuda piacere creativo, procede per associazione di idee, lacera la propria essenza e travalica i contenuti morali o filosofici per essere solo forma ed espressione.

Fu anche scrittore di saggi, racconti e romanzi tra i quali “L’osteria Wolf”, “Romanzo del fenotipo”, “Il tolemaico”, scritti negli anni 40, oltre che di una autobiografia dal titolo “Doppia vita”. “Frammenti e distillazioni”, “Aprèslude”, “Giorni primari” sono le sue ultime raccolte poetiche.

La poesia che ho scelto in questa forma alchemica, mi sembra ben rappresenti quanto appena detto sulla scrittura di Benn. Irresistibile l’ invito a parlare,  perché chi parla non è morto, dice Benn, parola che ci rende vivi,  perché è così che l’io diventa noi e noi viviamo solo disserrando le labbra nella parola che ci sopravvive.

Chiudo questa forma alchemica con un’altra poesia che questa di Benn mi riporta alla mente. La poesia è di Arthur Rimbaud, tra le due non c’è apparentemente molta relazione, ma non escludo che Benn avesse letta quella di Rimbaud prima di scrivere la sua. Entrambe sono metapoetiche, cioè poesie che hanno ad oggetto la poesia, in entrambe sono citati i colori. Una citazione che, nella solenne, comune, potente drammaticità dei testi produce un singolare effetto straniante, di vivacità e illuminazione, evocando, nel contempo, sinesteticamente un ventaglio di sensazioni, sostantivi, scenari potenzialmente esprimibili in poesia.

Loredana Semantica

A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali,
Un giorno dirò la vostra origine segreta:
A, corpetto nero e peloso di mosche lucenti
ronzanti intorno a esalazioni crudeli

Golfi d’ombra; E, candori di tende e vapori,
Lance di ghiacciai fieri, bianchi re, tremori d’ombrelle
I porpora, sangue sputato, riso di labbra belle
Nella collera o  nell’ebbrezza che si pente

U, cicli, vibrazioni divine di mari verdi,
Pace di pascoli seminati d’animali, pace di rughe
Che l’alchimia incide su ampie fronti  da studiosi;

O suprema Tromba piena di strani stridori
Silenzi attraversati da Angeli e Mondi
O l’Omega, raggio viola dei Suoi Occhi!

Arthur Rimbaud

 

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Prisma lirico 10: Cristina Campo e Antonio Ligabue

13 mercoledì Set 2017

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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Antonio Ligabue, Cristina Campo

Nell’ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi un connubio insolito: l’ascetica e raffinata poesia di Cristina Campo le potenti espressive  immagini di Antonio Ligabue

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Ahi che la Tigre,
la tigre Assenza,
o amati,
ha tutto divorato
di questo volto rivolto
a voi! La bocca sola
pura
prega ancora
voi: di pregare ancora
perché la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
non divori la bocca
e la preghiera…

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testo di Cristina Campo, “La tigre assenza” dall’omonima opera, Adelphi, 1991

opere pittoriche:  “Testa di tigre”, 1955 e “Tigre reale”, 1941, di Antonio Ligabue

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Prisma lirico 9: Goliarda Sapienza – Ivan Aivazovsky – Edvard Munch

06 mercoledì Set 2017

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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Edvard Munch, Goliarda Sapienza, Ivan Aivazovsky

Nell’ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi presento la breve e profonda poesia  di Goliarda Sapienza in dialetto siciliano e le intense immagini di Ivan Aivazovsky e Edvard Munch

Kiss, 1892, Edvard Munch

Nun pozzu scinniri
cu tia
pi sta notti c’affunna.
Lu mari è niuru
a st’ura
e iu nun sacciu
natari.

(Goliarda Sapienza, da ‘Ancestrale’)

(Non posso scendere/con te/per questa notte che affonda.
Il mare è nero/a quest’ora/ed io non so/nuotare)

The Black Sea at night, Ivan Aivazovsky ~ Russian artist, 1817-1900

testo di Goliarda Sapienza da “Ancestrale”

opere pittoriche: “Kiss”, Edvard Munch, 1982 e “Il mare nero di notte”, Ivan Aivazovsky , 1817-1900

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