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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: CRITICA LETTERARIA

NOTTURNI

21 giovedì Dic 2017

Posted by frantoli in Appunti letterari, LETTERATURA, Poesie

≈ 1 Commento

Tag

Francesco Tontoli, Notturni

NOTTURNO I

io, di notte

conto sempre i quarti d’ora

e in molti ovili il contatore mi salta a tal numero

e tastando le pecore nel sonno sento che hanno

quel pelo che immagini sotto ci sia chissà cosa e

allora io, di notte

oltre alle cose che mi passano accanto

mi tengo lontano dal sonno dei lupi

in una veglia interiore che molte volte

attende un albeggiare pallido

come fossi immerso con le mani nel nulla

a dipanare i fili che

 

invece io, di notte

sto lì a tendere

e ogni filo, di notte, diventa il mio tessuto

che si fa e si disfa in una trama sempre nuova

come se raccontasse quella storia o quell’altra

e a volte con la navetta e il pettine

di un telaio musicale

 

purtroppo io, di notte

a furia di cantare curvo sulle corde tese

mi consumo come se consumassi la notte stessa

e quando anche ne aspettassi un’altra

la notte

le altre volte tesse sé stessa senza che

 

insomma io, di notte

possa cantarne i suoi oscuri motivi notturni

sicché la notte

mi vince con la forza della sua musica

e i suoi disegni pare si cancellano non appena

 

per caso io, di notte

cesso di far fluire le mezzore nelle clessidre

e dimentico di svuotare nel cielo della notte

la sabbia delle stelle

il tempo consumato nelle veglie

 

 

NOTTURNO  II

 

Tu, stanotte

hai di che dormire

stringo la tua mano

tengo nella mia mano il tuo sonno

veglio i fremiti della tua elettricità

che ti attraversano i palmi su binari che si biforcano

e la pulsazione delle tue vene

mi fa pensare che di notte vivi di altro ulteriore

e mi aiuti con il sonno a stare in questa notte

tu, stanotte

col treno fai arrivare alle stazioni

gli esseri alati che volano nel tuo sogno

delle cui storie mi racconterai domani

e lì accadono cose che ti fanno muovere labbra

e aggrottare sopracciglia, distendere gli arti

accennare a un dolore e fare di conto

e attraverso sottrazioni dell’essere

arrivi a sospirarmi qualcosa che non capisco

nella lingua che precede la poesia

 

 

NOTTURNO III

 

la notte per loro è una tana

si nascondono chiusi dentro quel bozzolo

e l’odio che secernono a ogni sogno

li fortifica convincendoli che sono nel sogno giusto

e che il mondo è conforme a quello

che c’è da aspettarsi da un mondo

il loro sonno ronza progettato giustamente

come è progettato il piano inclinato sul quale rotolare

al risveglio la notte li avrà ricaricati

avranno molte tacche ai loro archi

molte sfide di finanza li attendono

come assalire e predare, uccidere variando i tassi finanziari

considerano la speranza una sconfitta

la notte non li trascura, e stando lì a oliare gli indici

metteranno in ginocchio le loro madri prima che faccia giorno

 

NOTTURNO  IV

 

Buttato in un aeroporto

la notte non mi fa paura

saporiti dormiamo tra le valigie

sogniamo fusi orari come quelli

dei quadri di Dalì in terre desolate.

Si è fermato alle tre di questa notte

il tempo ha bivaccato cantando

la canzone di chi chiede asilo.

Ognuno al cellulare fotografa la scena

dove i bambini restano di stucco

ridendo sui cartoni illuminati.

 

Chi dorme sogna i suoi vent’anni

li avrà chi non li ha mai avuti da vivo

la notte stanotte non mi ha divorato.

 

 

NOTTURNO  V

 

tenta la notte ancora di annottare

scende, tratta col vento la sua tregua

ma i patti erano patti e dilaga

lungo questo asse non ancora invernale

attendiamo uno strano Godot dall’Artico

si avvicendano i nuovi giorni al calendario

senza che si veda nulla all’orizzonte

dalla nostra fortezza il tenente ispeziona l’oscurità

nel deserto di cose che abbiamo davanti

c’ è l’idea di un nuovo crollo del fronte

spediremo lettere a casa con “amore mio”

come solo ed eterno richiamo che filtri calore

e il ricordo di un pianto dentro un foglio inzuppato.

 

 

NOTTURNO VI

 

Notte di una notte senza fine

notte il cui confine non arrivo a percepire

notte che passo dentro ad altre notti

in bilico a sedere su una sponda di letto

di un orizzonte opaco e imperfetto

Notte che il giorno me lo racconto e me lo canto

me lo tengo stretto accanto sul cuscino

lo vivo come sogno di luce, di cammino

E immagino un rumore di passi che percorrono la notte

con l’aria che si ingoia di notte ad un aprir di finestra

e in quell’affaccio ti vedo attraversare il filo delle ore

che contate e ricontate non sono più notte

su ore non ancora calde che non fanno il giorno

Notte che annotti sulla città

afferrando e scuotendo lampioni

con un vento che vorrebbe parlarmi

senza aver proprio nulla da dire.

Sarebbe molto meglio dormire

quasi (almeno) come un piccolo morire.

 

Francesco Tontoli

 

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PRELUDIO Nota critica di Adriana Gloria Marigo

15 venerdì Dic 2017

Posted by LiminaMundi in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Recensioni

≈ 5 commenti

Tag

Adriana Gloria Marigo, Francesca Diano, Patrizia Da Re

 

Chi siete voi, animali, psychai che ci visitate in sogno?

James Hillman, Presenze animali

 

Nella ricca e dettagliata Introduzione a Bestiario, Francesca Diano illustra con attenzione appassionata – potremmo dire con dedizione di calda, devota e gentile familiarità, proprio come accade quando si partecipa con sentimento intimo a vicende che ci riguardano – l’origine, la gestazione, la nascita e infine il lascito culturale ed emozionale di sedici poesie il cui argomento sono gli animali. Dalle pagine necessarie ad accompagnare il lettore nel viaggio dedicato alle “bestie”, Francesca ci immette entro testi che appartengono a quella speciale categoria di libri che nel Medioevo raccontavano di animali reali e immaginari in manoscritti di grande bellezza per le miniature che cesellavano l’opera calligrafica realizzando un’alta significanza estetica e simbolica in quanto il contenuto di ordine morale dei racconti in prosa o in poesia si coniugava con la pazienza amanuense e l’opera pittorica dei miniaturisti. In questa raffinata tradizione che assume in sé archetipi, simboli, metafore, allegorie, che si radica in espressioni artistiche molto lontane dai secoli del Medioevo per cui l’origine remota ci raggiunge carica di fascinazione come un richiamo cui non si può non rispondere, si inserisce il lavoro poetico dell’autrice che ha specchiatura nelle forme e nel colore del lavoro artistico di Patrizia Da Re: animali carichi di pathos – forza contrapposta a logos – connotano tra apollineo e dionisiaco i racconti mitologici della poetessa secondo una tecnica pittorica che elabora il monotipo con pennellate di colore realizzanti un’armonia perfetta tra la parola della poesia e l’immagine della pittura. Possiamo affermare senza tema di smentita che in Bestiario si realizza il concetto oraziano di Ut pictura poësis: tra la parola scritta di Francesca Diano e la visività del dettato pittorico di Patrizia Da Re si manifesta lo speciale matrimonio alchemico di due pensieri immaginali che si riconoscono d’affinità immediata e complementare, e in questo numinoso incontro si avvera l’oggetto concreto del “libro bello” nato dal ponte misterico gettato negli spazi liminari tra conscio e inconscio accogliendo nei modi dell’anima le figure archetipali nella loro vibrazione fortemente eidetica e creativa.

Il mondo, la natura, e nel caso specifico Bestiario con cui la poetessa ci porge la postura mitica degli animali – quelli che dalle profondità del metapensiero dove senza tempo né spazio vivono gli dei, l’hanno raggiunta empaticamente sorgendo da epoche sacre a consegnare messaggi da decriptare, comprensibili a chi conosce il cifrario simbolico e si muove tra gli archetipi riconoscendoli nella loro eternità vivi, pulsanti essenza di creato, di multiverso, e capaci di accendere parole in cui riconoscere la sacralità al contempo chiara e oscura, pervasa da “timor sacro” –, vengono incontro a chi è in relazione analogica con la parola, e in generale con l’altro da sé, nei modi per i quali Jacques Bénigne Bossuet,  in Elevation à Dieux, scrive «Les anges conversaient avec l’homme, en telle forme que Dieu permettait, et sous la figure des animaux. Eve donc, ne fut point surprise d’entendre parler le serpent». (Gli angeli conversavano con l’uomo, nella forma che Dio consentiva, e sotto l’aspetto degli animali. Eva dunque, non fu affatto sorpresa di sentir parlare il serpente).

Tra gli animali carichi di mito, tra la loro presenza pregna, perturbante, evocatrice, suggeritrice e la poetessa, si stabilisce dunque un rapporto privato, una sorta di appartenenza degli uni all’altra secondo un richiamo, un ascolto e infine una risposta che si materializzano nella parola: esattamente come una irrinunciabile e improrogabile necessità, poiché in essa è l’affermazione dell’essenza della realtà che è sempre oltre il visibile, e dunque metafisica. Francesca Diano compie una restituzione: ricevuto il dono eidetico, assunti in sé i fondamentali eterni, li elabora secondo la parola della poesia, la musica che al contempo le è intrinseca ed estrinseca, e costruisce un’opera sapienziale: l’Axis Mundi, ossia la linea che collega ciò che sta al di qua con ciò che sta al di là dell’immaginale e che nella storia delle religioni e delle mitologie è ravvisabile nell’albero cosmico – ma non solo, poiché anche un animale lo simboleggia, come qui testimoniano i versi de Il Serpente dove espressamente è scritto «Sensuale Signore arrotolato/ Lungo l’asse del mondo/ Quetzalcoatl di piume ornato» – sottaciuto, ma implicito in Bestiario, è attorniato dalle ierofanie degli animali che ci collegano al Cielo, alla Terra e agli Inferi.

Le sedici poesie di Bestiario riconoscono il molteplice che gli animali incarnano a livello intellettuale, la presenza dell’ “animale interno”, l’urgenza e l’importanza psicologica di viverlo e integrarlo, poiché nel piano psichico esso è una figura numinosa, dalla quale è vano fuggire come testimoniano i versi de Il Ragno: come un mantra di grazia aerea, giocosa, dichiarano l’impossibilità di esimersi dal legame con gli archetipi, in particolare il Tempo in cui si è immersi e incombe su ciascuno ineffabile:

 

Ragna stellata ragna bigotta

Tessi piviali ma soffri di gotta.

Trova l’incauto in mezzo ai tuoi fili

La fine giusta compenso dei vili.

Ragna lenta, ragna paziente

Il tempo lavora e mai non ti mente.

Sei machiavellica, tu non hai fretta

Vince pur sempre chi tempo aspetta.

Ragna bigotta, ragna stellata

Sei un insettino in vesti di fata

 

Il Tempo è in gran parte il filo conduttore dell’opera: l’autrice sa molto bene che la dimensione eterna è la circolarità sulla quale tutti i momenti inscritti sono congiunti da un innato bisogno di continuità, che la Storia, pur nelle sue incomprensibili sconnessioni o eventi illogici ha corso ineluttabile e che tutto è simbolo e proiezione e che anche gli animali incarnano il dettato simbolico. Ecco dunque che in Bestiario si celebra ciò che Matilde Morrone Mozzi scrive nelle pagine introduttive a Bestiario. Libro degli animali simbolici in C. G. Jung « Nelle mitologie, nei riti, nelle religioni, così come in letteratura e nelle fiabe e nelle leggende, gli animali sono portatori di contenuti che hanno accompagnato l’uomo nel corso della sua storia, formando il massimo sistema simbolico della coscienza umana, dal tempo della preistoria. Da sempre sono stati investiti delle dimensioni affettive, estetiche, poetiche ed oniriche; anche per la psicologia arcaica delle culture di tutto il mondo il divino è in parte animale, e l’animale è in parte divino. (…) Se la nostra vita dipende anche dalla continuità con quanto ci ha preceduto, allora lo sguardo retrospettivo sugli animali ci aiuta a disvelare quelle configurazioni che compaiono ripetutamente e che rimandano a realtà archetipiche », e – in particolare – nei versi de Il Falco dedicati all’assolato mito egizio l’ambiguità delle vicende umane, l’inscindibile compresenza della luce e dell’ombra, la necessaria impossibilità di uscire dalla polarità, poiché questa è tensione propulsiva al superamento di ciò che è immanente.

 

Dalle sabbie ardenti

Horus Potente per il suo Cuore

Dio falco dalle pietre venerato

Artiglia i secoli roventi.

Cavaliere solerte dell’aria

Anima doppia dell’Inca – Inti

Forte potente nobile bello

Figlio del Sole in forma d’uccello.

Alla tua immagine si riconduce

Colui che dalle tenebre invoca la luce

 

I versi della prima poesia L’Ape, ma anche i già citati de Il Ragno, si collocano – per la loro sonorità in stretto rapporto con il contenuto simbolico – entro ciò che Elémire Zolla esprime in Le potenze dell’anima. « La catena metaforica del respiro si avverte dunque al suono stesso delle parole, essa vive anche nella loro etimologia. Ed è a questa catena che si connette quell’insieme di movimenti interiori e invisibili dell’uomo il quale costituisce l’anima e l’animo e lo spirito. (…) Oltre a questa catena l’interiorità si può connettere a quella, appunto, di “ciò che sta all’interno” e designarsi come intimità, appunto, o nocciolo, o cuore».

La particolarità dei bestiari, fin dai più antichi, come l’opera  greca Physiologus, che degli animali e delle loro caratteristiche dava una interpretazione di ordine simbolico e religioso, testimonia «l’idea che gli animali simbolici stabiliscano un duplice accostamento: l’uno con le nostre radici, aprendo uno spiraglio sulla prospettiva mitica; l’altro con noi stessi, perché essi sono della stessa natura del sogno» (Matilde Morrone Mozzi). A questo carattere composito di presenza accompagnante e onirica, sono dedicati i versi de Il Cane: « Custode dei morti, compagno di veglie», ma tutte le poesie attestano la valenza di animali custodi investiti dal genius ora benefico, ora malefico così che transitiamo nella scena diurna  e notturna dove agiscono destino e custode.

Il dettato di Bestiario ha valenza poetica e concettuale sapienziale: gli animali che hanno ispirato come insufflando il loro spirito entro quello della poetessa sono le immagini che popolano la psiche e agiscono nell’anima producendo le azioni che costruiscono la vita e l’acquisizione del sapere nella complessità del volto con cui si mostra il visibile e l’invisibile, la loro coesistenza, come è scritto ne Il Cavallo

 

Nel mito Poseidon ti diede la vita

E Demetra fu una giumenta screziata.

Re Marco, possente stallone

Galoppava sulla spiaggia iridata.

Cavallo pallido, cavallo nero

Fantasmi voraci e tremendi

Col demone Kelpie la notte tracciate

Archi selvaggi a falcate roventi.

Potente signore che regna la notte

Dall’occhio umido, dal pelo caldo

Simbolo orfico di conoscenza

E di rinascita dal cuore saldo

 

La bellezza complessa del contenuto, che rivela la natura orfica del mito, lo spettro luminoso dei suoi numerosi corollari è la riva in cui confluiscono le assonanze dell’elegante fattura del verso che nella leggerezza ora aerea, ora terrestre, ora equorea, ora ignea, segue la flessuosità del mondo immaginifico germogliando ritmi e suggestioni capaci di ricordare ora l’invocazione – Lo Scarabeo –, ora la salmodia  – La Lumaca, Il Ragno – per cui potremmo ricordare con Ippolito Nievo che «le salmodie sacre con quel loro tenore mesto e solenne hanno sempre commossa l’anima mia», ora  l’inno – L’Ape, Il Cane, Il Gallo –, ora il semplice e icastico ritratto en plein air de Il Corvo

 

A novembre, sui prati secchi

Saltellano torme di corvi

Neri principi dell’inverno

Sotterranei signori torvi.

Demiurghi oscuri della rinascita

Sottili signori dell’aria

Formule alchemiche della materia

Che dal mondo dei morti s’irradia

 

 

                                                                                                                          Adriana Gloria Marigo

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La gallina

11 lunedì Dic 2017

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Racconti

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Clarice Lispector, Legami famigliari

La protagonista di questo racconto di Clarice Lispector, tratto da Legami famigliari (Laços de Família), è una gallina. Il pennuto, nel corso della vicenda, non solo dimostra di avere una grande personalità ma, nonostante sia stata acquistata per essere cucinata, riesce anche a sfuggire ad una morte certa.

C’era una volta una gallina, di domenica. Ancora viva perché non erano ancora le nove del mattino. Pareva tranquilla. Da sabato si era rannicchiata in un angolo della cucina. Non guardava nessuno, nessuno la guardava. Anche quando l’avevano scelta, palpando la sua intimità con indifferenza, non avevano saputo dire se era grassa o magra. Era impossibile avvertire in lei una qualsiasi ansietà. Fu perciò una sorpresa quando la videro aprire le ali dal corto volo, gonfiare il petto e, con due o tre balzi, raggiungere la rete del terrazzo. Vacillò ancora un attimo – il tempo necessario perché la cuoca lanciasse un grido – ed eccola già sul terrazzo del vicino, da dove, con un altro goffo volo, raggiunse un tetto. Lí rimase, insolita decorazione, esitando ora sull’una ora sull’altra zampa. La famiglia venne convocata d’urgenza e con costernazione vide il proprio pranzo accanto a un comignolo. Il padrone di casa, ricordandosi della duplice necessità di fare saltuariamente dello sport e di pranzare, indossò raggiante un paio di calzoncini da bagno e decise di seguire l’itinerario della gallina: a cauti salti raggiunse il tetto dove questa, incerta e vacillante, scelse d’urgenza una diversa direzione. L’inseguimento si fece sempre piú pressante. Di tetto in tetto fu percorso piú di un isolato. Poco avvezza a una lotta selvaggia per la vita, la gallina doveva scegliere da sola il percorso senza l’aiuto di una risorsa istintiva. Il giovane era però un cacciatore mediocre. Ma per quanto esigua fosse la posta in gioco, era stato ormai lanciato il grido di battaglia. Sola al mondo, senza padre né madre, lei correva, ansimava, muta, concentrata. Di quando in quando, nella fuga, si posava ansante sulla gronda di un tetto e mentre il giovane si arrampicava con difficoltà su su per altre gronde, aveva il tempo di riprendersi un momento. E allora sembrava del tutto libera. Stupida, timida e libera. Non vittoriosa come sarebbe stato un gallo in fuga. Cosa c’era nelle sue viscere che faceva di lei un essere? La gallina è un essere. È pur vero che su di lei non si può minimamente contare. Neppure lei contava su se stessa come invece un gallo crede nella sua cresta. Il suo unico vantaggio era che essendoci tante galline, se ne muore una, immediatamente al suo posto ne nasce un’altra cosí simile da sembrare la stessa. Alla fine, durante una pausa in cui si era fermata per godersi la fuga, il giovane la raggiunse. Tra penne e schiamazzi, venne catturata. E subito, presa per un’ala, fu portata in trionfo attraverso i tetti e buttata con una certa violenza sul pavimento della cucina. Ancora frastornata, la gallina si scrollò chiocciando rauca e indecisa. Fu allora che accadde. Semplicemente, per l’eccitazione, la gallina depose un uovo. Sorpresa, esausta. Forse era prematuro. E subito dopo, nata com’era per la maternità, pareva una vecchia madre esperta. Si accovacciò sull’uovo e rimase lí a respirare, aprendo e chiudendo gli occhi. Il suo cuore, cosí piccolo a vederlo in un piatto, sollevava e abbassava le penne riempiendo di tepore quello che altro non sarebbe mai stato se non un uovo. Solo la bambina le stava accanto e aveva assistito esterrefatta alla scena. Non appena riuscí a riprendersi dallo sbigottimento si alzò da terra e uscí gridando:

– Mamma, mamma, non ammazzare piú la gallina, ha fatto un uovo! Ci vuole bene, lei!

Tutti tornarono a precipizio in cucina e circondarono in silenzio la giovane puerpera. Riscaldando suo figlio la gallina non era né amabile né scontrosa, né allegra né triste, non era nulla, era una gallina. Cosa che non suscitava nessun particolare sentimento. Il padre, la madre e la figlia la stavano ormai guardando da un po’ senza pensare a niente di preciso. Nessuno mai aveva accarezzato una testa di gallina. Infine il padre con piglio brusco prese una decisione:

– Se fai ammazzare questa gallina, non mangerò piú galline in vita mia!

– Neanch’io! – giurò la bambina con ardore. La madre, infastidita, scrollò le spalle.

Ignara della vita che le era stata donata, la gallina prese a vivere con la famiglia. La bambina, di ritorno da scuola, gettava lontano la cartella senza interrompere la sua corsa verso la cucina. Il padre ogni tanto si ricordava ancora: «E dire che l’ho obbligata a correre in quello stato!» La gallina era diventata la regina della casa. Tutti, tranne lei, lo sapevano. E continuò a vivere cosí, tra la cucina e il terrazzo di servizio. Valendosi delle sue due facoltà: quella dell’apatia e quella del trasalimento. Ma quando tutti in casa erano tranquilli e sembravano averla dimenticata, si armava di un modesto coraggio, vestigio della sua grande fuga – e circolava sull’ammattonato con il corpo che avanzava cadenzato dietro la testa, come se si trovasse su un campo di battaglia, malgrado la sua piccola testa la tradisse, muovendosi rapida e tremante, con l’antico spavento della sua specie ormai divenuto meccanico. Di quando in quando, sempre piú di rado, si ricordava ancora della gallina che si era stagliata nell’aria sull’orlo del tetto come per annunciare qualcosa. In quei momenti riempiva i polmoni dell’aria poco pulita della cucina e, se alle galline fosse concesso di cantare, lei non avrebbe cantato, ma sarebbe stata alquanto piú felice. Anche se, neppure in quei momenti, l’espressione della sua testa vuota si alterava. Quando fuggiva o nei momenti di riposo, mentre faceva l’uovo o becchettava il grano – era una testa di gallina, la stessa che era stata disegnata all’inizio dei secoli. Finché un giorno l’ammazzarono, la mangiarono, e gli anni passarono.

Clarice Lispector, Legami famigliari, Feltrinelli, trad. di Adelina Aletti

Laços de Família è una raccolta  pubblicata nel 1960 e costituita da tredici racconti, alcuni dei quali erano stati pubblicati nella rivista Senhor. In questo racconto si ha la scrittura semplice e lineare di una cronaca familiare. La Lispector racconta dei cappi, dei legami che nascono spontaneamente nella vita di tutti i giorni. Qui il cappio è rappresentato dall’uovo di una gallina che non va più ammazzata, Mamma, mamma, non ammazzare piú la gallina, ha fatto un uovo! Ci vuole bene, lei!

Le storie racchiuse in Legami famigliari contengono messaggi semplici ma significativi. La Lispector avverte il lettore affinchè non esageri, non perda di vista la realtà perché l’equilibrio è sempre qualcosa di delicatissimo e precario. Sosteneva infatti che «quando c’è umorismo, è umorismo triste», che «amava il mondo, ma con repulsione», e che «quella bellezza estrema la disturbava». Le sue storie sono costruite attorno ad una continua tensione emotiva e a pochi elementi narrativi, a intime ribellioni, a pensieri aggrovigliati, tanto che la stessa autrice, in postfazione, confessa che certi suoi racconti le sono incomprensibili ma sono pur sempre accattivanti e piacevolissimi, c’è da aggiungere.

Deborah Mega

 

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Forma alchemica 20: Hermann Hesse

22 mercoledì Nov 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Hermann Hesse, Tristezza

Hermann_Hesse_1927_Photo_Gret_Widmann

immagine da wikipedia

Ancora ieri splendidi
oggi votati alla morte
cadono fiori su fiori
dall’albero della tristezza

Li vedo cadere e cadere
come neve sul mio cammino
svanita l’eco dei passi
si avvicina il lungo silenzio

Non ci sono più stelle nel cielo
né amore nel cuore
la distanza è muta e smorta
vecchio e vuoto il mondo

Chi può proteggere il cuore
in questo disperato momento?
Dall’albero della tristezza
cadono fiori su fiori

Hermann Hesse
(trad. Loredana Semantica)

Die mir noch gestern glühten
Sind heut dem Tod geweiht
Blüten fallen um Blüten
Vom Baum der Traurigkeit

Ich seh sie fallen, fallen
Wie Schnee auf meinen Pfad
Die Schritte nicht mehr hallen
Das lange Schweigen naht

Der Himmel hat nicht Sterne
Das Herz nicht Liebe mehr
Es schweigt die graue Ferne
Die Welt ward alt und leer

Wer kann sein Herz behüten
In dieser bösen Zeit?
Es fallen Blüten um Blüten
Vom Baum der Traurigkeit

La poesia che propongo in questa forma alchemica rappresenta una fedele descrizione dell’avvilimento spirituale dei depressi. Il progressivo spegnimento della luce, dei colori, dei suoni, il senso di oscuramento di ogni sentimento gioioso e un continuo cadere di “fiori su fiori” come fossero lacrime dal cuore. Cuore che tace morto all’amore, da non intendersi come pulsione sentimentale verso l’altro in quanto essere umano, quanto altro, come ciò che è fuori da sé, cosa o persona che sia, verso cui si è incapaci di tendere, di andare incontro, perché svanisce, soffocato dalla percezione di un’insormontabile distanza che s’interpone, come avviene metaforicamente col suono dei passi che si spengono ovattati dalla neve.
Non c’è nulla che possa salvare in questi momenti disperati, la tristezza pervade tutto. Tutto cade verso il suolo nella demoralizzazione invincibile rappresentata dai fiori, sinonimo di colore e bellezza, che cadono senza speranza. E’ un dolore morale senza rimedio che pervade lo spirito e lo prostra.
Hermann Hesse è l’autore di questo testo. La perfetta rappresentazione del climax psichico modellato con le parole della poesia introduce alla principale nota caratteristica della poetica di Hesse. L’approfondimento psicologico che egli svolse per tutta la vita con la sua scrittura, accreditandosi come scrittore della crisi e della ricerca. Il filo conduttore della poesia e degli stessi romanzi di Hesse è una costante e pervasiva autoanalisi influenzata da principi mutuati dalle dottrine orientali, indù e buddista principalmente, unitamente a uno spirito profondamente pacifista che lo portò ad assumere posizioni non in linea con il movimento nazionalista. Queste posizioni tuttavia non furono espresse dichiaratamente, ma scaturiscono come evidente conseguenza degli ideali contenuti nelle sue opere. Il pensiero di Hesse era sostanzialmente contrario a un impegno dell’artista in ambiti politici e sociali, dovendo egli piuttosto dedicarsi al compimento della propria “formazione” umana attraverso l’esplicitazione della propria arte. La sua contrarietà al nazionalismo si desume anche dall’affermazione che egli, favorevole a un’unione europea a tutela degli ideali umanistici , espresse in età avanzata, “Sto scoprendo per la prima volta dopo decenni dei sentimenti di nazionalismo nel mio petto, naturalmente non tedesco, ma europeo”.
L’introspezione, il pacifismo, lo spiritualismo e il misticismo sono le ragioni che spiegano il fascino esercitato dagli scritti di Hesse nel 1964 sui giovani americani aggregati in movimento pacifista contro la guerra in Vietnam. Il loro apprezzamento postumo, di appena due anni dopo la morte dell’autore, sono alla base della grande diffusione internazionale delle opere di Hesse, autore di lingua tedesca tra i più letti al mondo.

Una figura eclettica Hermann Hesse, poeta, scrittore, filosofo, pittore, tedesco, naturalizzato svizzero, nacque nel 1877 a Calw da famiglia protestante, il padre e il nonno erano stati missionari in India. Visse l’infanzia con la famiglia a Basilea, insofferente alla rigida e oppressiva educazione pietista impartitagli. Egli inizialmente fu avviato agli studi teologici nel seminario protestante del monastero di Maulbronn. Hermann però, appena quindicenne, fuggi dal monastero, e attraversò una profonda crisi depressiva culminata in un tentativo di suicidio. I genitori allora lo fecero ricoverare a Stetten, dove rimase per quattro mesi in cura, poi lo iscrissero al liceo di Cannstatt, nel quale prese la licenza media.
Successivamente si recò a Tubinga dove diventò libraio e cominciò a pubblicare i suoi primi scritti. Fu un autore prolifico, ben 15 raccolte di poesia e trentadue romanzi, tra i quali i più famosi: Peter Camenzind (1904), Gertrud (1910), Demian (1919), Siddhartha (1922), Il lupo della steppa (1927), Narciso e Boccadoro (1930) e Il gioco delle perle di vetro (1943). Siddharta è stato ispirato dal suo viaggio in India, paese che esercitava su di lui grande attrattiva per il trascorso dei genitori. Il viaggio da lui stesso definito deludente, si traduce nell’opera in uno splendido risultato.
Si sposò tre volte. La prima moglie fu Maria Bernoulli, una fotografa professionista, che sposò nel 1904, e che gli dette 3 figli Bruno, Heiner e Martin. Nel 1919 si separò da Maria, dalla quale si era progressivamente allontanato per un forte esaurimento nervoso causato dalle esperienze connesse alla prima guerra mondiale e dai problemi psichici della moglie.
Si recò a Montagnola, nel Ticino, dove sembro riprendersi dalla malattia, ma, al termine della prima guerra mondiale, dovette ricorrere alle cure di Carl Gustav Jung e di un suo allievo per superare il suo malessere psichico.
In seconde nozze sposò la cantante Ruth Wenger, vissero poco insieme e le nozze ebbero breve durata, sufficiente tuttavia per precipitare nuovamente Hesse nella depressione e in pensieri oppressivi di morte, che egli cercò di contrastare frequentando i locali notturni di Berna e Zurigo. Frutto di questa esperienza fu il romanzo autobiografico “Il lupo della steppa”
La terza moglie di Hesse fu Ninon Dolbin Ausländer, storica d’arte, una personalità forte che lo influenzò molto, con la quale visse serenamente la propria vita e arte. Ninon gli stette vicino fino alla morte, avvenuta a Montagnola nel 1962.

Hesse nel 1946 è stato insignito del premio Nobel per il saggio pedagogico di “Il gioco delle perle di vetro”, la cui stesura lo impegnò per 10 anni, con la seguente motivazione “Per la sua scrittura ispirata che nel crescere in audacia e penetrazione esemplifica gli ideali umanitari classici, e per l’alta qualità dello stile” ma mi piace chiudere questa forma alchemica con una citazione tratta dal romanzo Demian sulle conversazioni con il dottor Jung (nel romanzo dr. Pistorius) perché più di altre centra il nucleo racchiuso nella scrittura di Hesse, il suo sforzo di ricerca e di individuazione dell’origine della sofferenza psichica dalla quale fu afflitto per tutta la vita, mai definitivamente sopita, fondamento e ragione della sua affascinante opera: “Ma tutte le conversazioni, anche le più umili, colpivano con leggero e costante martellio il medesimo punto dentro di me, tutte contribuivano a formarmi, a rompere gusci di uova da ognuno dei quali alzavo il capo un po’ più in alto, un po’ più libero, finché l’uccello giallo con la bella testa di rapace erompeva da frantumato guscio del mondo.” (trad. di Ervino Pocar)

Loredana Semantica

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Incipit 17: Le Ore

20 lunedì Nov 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, Le Ore, Michael Cunningham

by George Charles Beresford, 1902

Prologo
Si affretta, via di casa, indosso ha un cappotto troppo pesante per il clima. È il 1941. È scoppiata una nuova guerra. Ha lasciato un biglietto per Leonard, e un altro per Vanessa. Cammina con determinazione verso il fiume, sicura di quello che farà, ma anche in questo momento è quasi distratta dalla vista delle colline, della chiesa e di un gregge sparso di pecore, incandescente, tinto di una debole traccia di zolfo, che pascola sotto un cielo che si fa più scuro. Si ferma, osserva le pecore e il cielo, poi riprende a camminare. Le voci mormorano alle sue spalle; bombardieri ronzano nel cielo, ma lei cerca gli aeroplani e non riesce a vederli. Supera uno dei lavoranti della fattoria (si chiama John?), un uomo robusto, con la testa piccola, che porta una maglietta del colore delle patate; sta pulendo il fosso che corre lungo il vincheto. Lui la guarda, fa un cenno con il capo, guarda di nuovo in basso, nell’acqua marrone. Mentre lo supera diretta al fiume, pensa a quanto lui sia appagato, a quanto sia fortunato, a pulire il fosso in un vincheto. Lei invece ha fallito. Non è una scrittrice, non veramente: è solo una stravagante dotata. Squarci di cielo brillano nelle pozzanghere lasciate dalla pioggia della notte precedente. Le sue scarpe affondano leggermente nella terra soffice. Ha fallito, e ora le voci sono ritornate, mormorano indistinte proprio dietro il suo campo visivo, dietro di lei, qui, no, ti volti e sono andate via, da qualche altra parte. Le voci sono ritornate e il mal di testa si sta avvicinando, sicuro come la pioggia: il mal di testa che distruggerà qualunque cosa lei sia e prenderà il suo posto. Il mal di testa si sta avvicinando e sembra (lo sta solo immaginando, o no?) che i bombardieri siano di nuovo comparsi nel cielo. Raggiunge l’argine, lo scavalca e continua giù, di nuovo verso il fiume. C’è un pescatore a monte, su per il fiume, non si accorgerà di lei, oppure sì? Comincia a cercare una pietra. Lo fa in fretta, ma con metodo, come se stesse seguendo una ricetta a cui bisogna obbedire scrupolosamente per raggiungere un buon risultato. Ne sceglie una approssimativamente del peso e della forma della testa di un maiale. Anche mentre la raccoglie e la spinge a forza in una delle tasche del cappotto (la pelliccia le fa il solletico sul collo), non può fare a meno di notarne la qualità fredda e gessosa e il colore, un marrone lattiginoso con tracce di verde. Sta vicino alla sponda del fiume, che si spinge contro l’argine, riempiendo le piccole irregolarità del fango di acqua chiara, acqua che potrebbe essere una sostanza completamente diversa da quella giallo-marrone, chiazzata, apparentemente solida come una strada, che si stende immobile da una sponda all’altra. Fa un passo avanti. Non si toglie le scarpe. L’acqua è fredda, ma non tanto da essere insopportabile. Si ferma, ormai nell’acqua fino alle ginocchia. Pensa a Leonard. Pensa alle sue mani e alla sua barba, alle linee profonde intorno alla sua bocca. Pensa a Vanessa, ai bambini, a Vita e Ethel: tante persone. Anche loro hanno fallito, no? All’improvviso, si sente immensamente dispiaciuta per loro. Immagina di voltarsi indietro, di tirare fuori la pietra dalla tasca, di tornare a casa. Potrebbe forse rientrare in tempo per distruggere i biglietti. Potrebbe continuare a vivere; potrebbe compiere questo atto finale di gentilezza. Immersa fino alle ginocchia nell’acqua che si muove, decide di no. Le voci sono qui, il mal di testa sta per arrivare e, se si affida alle cure di Leonard e Vanessa, non la lasceranno andare via di nuovo, vero? Decide di continuare, perché la lascino andare. Si muove a stento, goffamente (il fondo è fangoso), fino a che l’acqua le arriva ai fianchi. Getta uno sguardo a monte, al pescatore, che porta una giacca rossa e non la vede. La superficie gialla del fiume (più gialla che marrone, vista da così vicino) riflette un ciclo scuro. E questo, allora, l’ultimo momento di percezione vera: un uomo che pesca con una giacca rossa e un ciclo nuvoloso che si riflette nell’acqua opaca. Quasi involontariamente (a lei sembra che sia involontariamente) fa un passo avanti o inciampa, e la pietra la spinge giù. Per un momento, ancora, sembra niente, sembra un altro fallimento: solo acqua gelata da cui può facilmente uscire; ma poi la corrente la avvolge e la trascina con una forza così muscolare, così improvvisa che sembra che un uomo forte si sia sollevato dal fondo, le abbia afferrato le gambe e se le sia strette al petto. Sembra un contatto personale.
Più di un’ora dopo, suo marito ritorna dal giardino. “La signora è uscita,” dice la cameriera, battendo un logoro cuscino che scatena una piccola tempesta di piume. “Ha detto che sarebbe ritornata presto.” Leonard sale in salotto per ascoltare le notizie. Trova una busta blu, indirizzata a lui, sul tavolo. Dentro c’è una lettera.


Carissimo,
sono certa che sto impazzendo di nuovo: sento che non possiamo affrontarlo un ‘altra volta ancora. E stavolta non mi riprenderò.Comincio a sentire voci e non riesco a concentrarmi. Quindi sto per fare quella che mi sembra la cosa migliore.
Tu mi hai dato la più grande felicità possibile. Sei stato in ogni senso tutto quanto potevi essere.
Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici, fino a che non è arrivata questa terribile malattia.Non posso combatterla oltre: so che ti sto rovinando la vita, so che senza di me potresti lavorare. E lo fami, lo so. Vedi, non riesco neanche a scrivere bene questo biglietto. Non riesco a leggere.Voglio dirti che ti devo tutta la felicità della mia vita.
Sei stato estremamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dire che… Lo sanno tutti. Se qualcuno avesse potuto salvarmi, tu avresti potuto. Tutto mi ha abbandonato, tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita.
Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto siamo stati noi.
V.

Leonard esce dalla stanza, corre giù, dice alla cameriera: “Credo che sia successo qualcosa alla signora Woolf. Credo che abbia cercato di uccidersi. Da che parte è andata? L’ha vista lasciare la casa?”La cameriera, in preda al panico, scoppia a piangere. Leonard corre fuori, supera la chiesa e il gregge; supera il vincheto. Sull’argine, trova solo un uomo con una giacca rossa, che pesca. Viene trascinata in fretta dalla corrente. Sembra una figura fantastica, in volo, le braccia aperte, i capelli fluttuanti, la coda del cappotto di pelliccia che si gonfia dietro di lei. Si lascia trasportare, pesantemente, attraverso lance di luce marrone, granulare. Non arriva lontano. I piedi (le scarpe non ci sono più) toccano il fondo di quando in quando, e sollevano una nuvola lenta di fango, piena di neri scheletri di foglie, che se ne stanno tutti dritti e immobili nell’acqua quando lei è già scomparsa alla vista. Strisce di erbacce verde-nero si infilano tra i suoi capelli e nella pelliccia del cappotto, e per qualche momento gli occhi le vengono accecati da un ammasso compatto di foglie, che finalmente si libera e galleggia, avvolgendosi e svolgendosi e riavvolgendosi ancora.Si ferma e trova pace, alla fine, contro uno dei piloni del ponte a Southease. La corrente le preme addosso, la tormenta, ma lei è saldamente posizionata alla base della colonna tozza e squadrata, con le spalle al fiume e il volto contro la colonna. Si raggomitola lì, con un braccio contro il petto e l’altro a galla, là dove cominciano i suoi fianchi. A poca distanza sopra di lei c’è la superficie brillante, increspata. Il cielo vi si riflette barcollante, bianco e carico di nuvole, attraversato dalle sagome ritagliate in nero dei corvi. Automobili e camion rombano sul ponte. Un bambino (non avrà più di tre anni) attraversa il ponte con la madre, si ferma al parapetto, si china e spinge un ramoscello che ha portato con sé fra le assi della staccionata, in modo che cada in acqua. La madre gli dice di muoversi, ma lui insiste a rimanere ancora un po’, a guardare il ramoscello trascinato dalla corrente.Eccoli qui, in un giorno all’inizio della Seconda Guerra Mondiale: il bambino e la madre sul ponte, il ramoscello che galleggia sulla superficie dell’acqua e il corpo di Virginia sul fondo del fiume, come se lei stesse sognando la superficie, il ramoscello, il bambino e la madre, il cielo e i corvi. Un camion grigio-verde rotola lungo il ponte, carico di soldati in uniforme, che salutano il bambino che ha appena lanciato il ramoscello. Lui saluta a sua volta. Chiede alla madre di prenderlo in braccio per vedere meglio i soldati, in modo che anche loro vedano meglio lui. Tutto questo entra nel ponte, risuona attraverso il legno e la pietra ed entra nel corpo di Virginia. Il suo volto, schiacciato di fianco contro la colonna, assorbe tutto: il camion e i soldati, la madre e il bambino.

[…]

Michael Cunningham, Le Ore,  Farrar, Straus and Giroux, 1998

 

Le ore (titolo originale The hours) è un romanzo dello scrittore statunitense Michael Cunningham che si è aggiudicato il premio Pulitzer per la letteratura nel 1999, il Pen/Faulkner Award e quello Grinzane Cavour nel 2000 per la narrativa straniera.

Il libro racconta i destini intrecciati di tre donne, che vivono in luoghi e momenti storici diversi, dunque apparentemente non hanno niente in comune, ma sono in qualche modo legate dal romanzo La signora Dalloway di Virginia Woolf. Un’altra cosa accomuna le tre protagoniste: sono donne determinate, che non vogliono rinunciare a sé stesse, narrate in un momento cruciale della loro vita. La prima è proprio la Woolf, autrice del libro e ritratta a un passo dal suicidio, nel 1941 e poi mentre è alle prese con la stesura de La Signora Dalloway. Virginia Woolf lotta contro la malattia mentale che l’avrebbe condotta al suicidio. Proprio per cercare di mettere a tacere le “voci” si è trasferita con il marito fuori Londra, ma il richiamo alla vita della città è troppo forte. La seconda è Laura Brown, una casalinga californiana, madre di famiglia bella e inquieta, intrappolata da una società che si aspetta che annulli sé stessa in nome del marito, dei figli, della casa, e che per un solo giorno vorrebbe fuggire via dalla noia di un matrimonio ordinario; nell’America degli anni cinquanta, anche grazie al libro della Woolf, troverà il coraggio di cambiare vita. Infine c’è Clarissa Vaughan, un editor newyorkese che dai tempi del college vive col nomignolo di Mrs. Dalloway per le sue somiglianze col personaggio creato da Virginia Woolf e che è rappresentata e descritta nel giorno in cui sta organizzando una festa per Richard, l’amico amatissimo che sta morendo di Aids. L’avvicinarsi della morte di Richard la porta a chiedersi se le scelte compiute fossero quelle giuste. Dall’episodio del suicidio di Virginia che si lasciò annegare nel fiume Ouse, dopo essersi riempito le tasche di sassi e dalla toccante lettera d’addio che lasciò al marito Lèonard, prende avvio la storia. Virginia vive le proprie giornate per scrivere, ogni giorno una pagina in più, cercando spunti per il suo romanzo. Nel pomeriggio narrato, riceve la visita della sorella e dei suoi tre figli; un bacio inaspettato, le offrirà diversi spunti per la sua Clarissa Dalloway. Per Laura invece, che sta preparando una torta per il compleanno del marito Dan, la lettura di un romanzo scritto un paio di decenni prima, un bacio lieve e inaspettato, la spiazzerà e le farà aprire gli occhi. Clarissa invece vive insieme alla compagna Sally, pur avendo una figlia diciannovenne. Alla fine della giornata però è triste, pensierosa, ma sempre innamorata della vita.

Il romanzo nasce proprio come un omaggio di Cunningham alla Woolf: a partire dal titolo, La signora Dalloway inizialmente doveva chiamarsi proprio The Hours, e fino alla scrittura, debitrice dello stile woolfiano, sempre attento alle caratterizzazioni dei  personaggi che a eventi veri e propri. Un romanzo costruito su una sola giornata, vissuta da tutte e tre le donne, una giornata formata da ore, che si susseguono una dietro l’altra, a volte portandoci ciò che desideravamo, a volte, nell’ora successiva, togliendocelo. Leggere diventa l’unico modo per sopportare la realtà e per non perdere se stessi. A salvarci, dunque, c’è solo la letteratura, unico e solo mezzo per difendersi e prendere coscienza di sè.

Deborah Mega

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Dalla santa

10 venerdì Nov 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Racconti

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Dalla santa, Lucio Mastronardi

Il racconto che segue, comparso per la prima volta sul “Corriere di Vigevano” nel 1956 e pubblicato nel 1963, è ambientato nell’omonima cittadina lombarda. Si tratta di un racconto realista scritto da Lucio Mastronardi (1930-1979), scrittore proveniente da una famiglia di origine abruzzese trapiantata a Vigevano, per molti anni maestro elementare nella sua città natale. Nel 1959 si segnala come scrittore appartenente al nascente filone della “letteratura industriale” con il romanzo Il calzolaio di Vigevano, a cui fa seguito Il maestro di Vigevano del 1962. Il testo riflette il boom economico che in quegli anni investe l’Italia settentrionale, epoca in cui Vigevano si trasforma da comune agricolo in centro industriale noto per la produzione di calzature.

Avevo un fastidio a un occhio. Mi hanno consigliato di farmelo vedere da una donna che fa miracoli. La santa di Vigevano. Ci andai un pomeriggio. La santa abita in un vecchio stabile, nella vallata San Martino, uno dei più vecchi rioni della città. Nella corte, una donna, senza che le chiedessi niente, m’indicò la scala dove la santa abitava. Salii. I baselli erano sconnessi e di legno. Ne mancava anche qualcuno. Arrivai su di un ballatoio con la ringhiera sempre di legno, che puzzava di marcio; ed entrai nell’unica porta che c’era. Mi sono trovato in una vecchia e grande stanza, piena di donne e donnette. Alle pareti erano appesi dei Cristi incorniciati in tutte le pose: mentre prega, col cuore in mano, mentre predica, mentre miracola, mentre sale il Calvario, mentre muore, mentre risuscita… Tutte le pareti erano così quarciate da quei quadri e quadretti, che non si vedevano nemmeno i colori dei muri. La gente sedeva su sedie scompagne, aspettando con pazienza il suo turno. Sul tavolo c’era una scatola di scarpe con un buco sul coperchio. La santa sedeva sull’orlo di una branda con un crocifisso in una mano e un rosario nell’altra. Portava una saia da frate. Aveva una faccia paffuta, e occhi neri e vivi. Capelli corti e brizzolati, divisi a metà dalla riga; e un vocione comunicativo, dalla parlata dialettale. Seduta davanti a lei, una donnetta le contava le sue croci. Suo figlio gliene sta per combinare una, proprio grossa. Si è innamorato di una… figlia dell’amore.

– Io gli ho detto: se tu sposi quella lì, me, ti rifiuto da figlio. Ma non c’è verso – diceva la donnetta panettandosi gli occhi. – Noi siamo gente per bene; io non mi voglio imparentare con una così! –. 

La santa si raccolse. Si prese la testa fra le mani. Una sua parente ci fece segno di tacere, è in rapporto con Gesù, disse. Per qualche minuto la santa rimase con lo sguardo per terra, fisso sui disegni del pavimento nuovo. Poi disse:

– Quella ragazza ci ha fatto il pignattino a suo figlio! –.

– No! – gridò la donnetta.

La santa gettò uno sguardo ai quadri del suo padrone, come disse.

– Passerò tutta la notte a pregare per voi e per vostro figlio. Vedrà che il mio padrone mi darà da trà; che il pignattino non funzionerà più –.

– Mi faccia questa grazia – disse la donnetta.

La santa le diede un santino, con una preghiera dietro, da dire quando suo figlio è in casa. La donna uscì un portafoglio. Mise l’immagine in una tasca, con cura. Introdusse nella scatola qualche biglietto da mille e uscì.

– Se mi fate la grazia, so il mio dovere – disse, sull’uscio.

– Non ho bisogno di niente, io. Ciò lui – disse la santa, fiera, alzando la croce.

Toccava a una donna. Come sedette davanti alla santa, scoppiò a piangere. Disse che suo marito ha una fabbrica di scarpe a socio con uno, che gliene fa da vendere.

– Sappiamo solo noi cosa ci fa passare quel socio; i dané che ci giuntiamo, il lavoro che va a male… Il mio uomo vuole spartirsi. Quello là non ci sta. Il mio uomo dà fuori, se non si spartisce, dà fuori da matto. Passa delle notti senza sarare su occhio; sempre con quel pensiero fisso nella mente –.

– Cosa vuole il socio per spartirsi? – domandò la santa.

– La fabbrica intera vuole. E dei danari insieme. Tutto il lavoro mio e del mio uomo darcelo tutto a lui… –.

La santa si alzò; andò dall’altra parte della branda; da un canterano prese una reliquia, e scomparve dietro la branda.

– Silenzio. È in crisi – mormorò la parente.

Per qualche minuto si sentirono solo i singhiozzi compressi della donna. La santa riapparve.

– Dategli tutto quello che vuole al socio. Quella fabbrica è maledetta. Sfatevene subito. Ripigliate da capo, voi e il vostro uomo, e nessun altro di mezzo. Pregherò che gli affari vi vadano bene! – disse la santa.

La donna se ne andò poco convinta. Ciula, borbottava, ciula, tuttavia la nostra roba in bocca al lupo. Me ne sogno neanche…Ora toccava a una donna giovane. Sedette imbarazzata davanti alla santa. Si guardava d’attorno. Doveva seccarle dire i fatti suoi davanti a tutti.

– Io so perché siete venuta – disse la santa, guardandola fissa; – non ce la fate a imbastire un figlio; vero? –.

La sposa assentì.

– È tre anni che lui mi mena da uno specialista all’altro – mormorò con voce stanca.

– Ma lui è affettuoso? –.

– Non mi dice più niente. Quando viene sua sorella con suo figlio, lui ci slingua vicino al nipote. Ci ha una fabbrica a socio con sua sorella. Ecco, dice, tanto da fare, tanto rabattarsi, per lasciargliela tutta al nipote la fabbrica… E quando si esce, c’è sempre qualcuno che dice: ma che bella coppia! Ma perché li mandate via?… che torniamo a casa che non ci abbiamo voglia di guardarci in faccia –.

La sposa parlava all’orecchio della santa, ma la voce le usciva forte. La santa la fece stendere sulla branda. Con le mani le premeva il ventre; ci faceva croci, mormorando preghiere.

– Aspettate il periodo della luna piena – disse. – Se non ci resta, dite al vostro uomo di andare lui a farsi curare! –.

– Davvero? – disse la sposina, raggiante.

La santa strizzò l’occhio con un sorriso furbo. In quella, sorretta da due donne, comparve una ragazza con le gambe sciancate. La santa le andò incontro e l’abbracciò. Disse che quella povera anima le era tanto cara. È in cura da me, disse. Il viso devastato della ragazza s’illuminò, mentre le mani della santa la sostenevano.

– Hai fatto quello che t’ho detto? – domandò la santa.

La ragazza accennò di sì. – Ho fatto solo un giro intorno al tavolo –disse.

La santa trasalì, e dopo un momento di silenzio, gridò:

– Fanne due subito di giri. Non toccatela. Avanti! –.

La poveretta si levò; a stento raggiunse il tavolo. Sta per appoggiarsi.

– No! – urlò la santa. La ragazza arrancava intorno, fermandosi dopo qualche passo; riprendendo. Dopo un giro cadde su una sedia.

– Ancora un altro, – gridò la santa. Si alzò. La ragazza riprese a camminare; la santa le andava dietro, vicino, e le diceva:

– Ci sono io. Abbia fede. Non toccare il tavolo. Ci sono io. Io ci sono. Avanti. Sono qui io. Senza paura. Vedi che ce la fai. Avanti… –.

La ragazza fece tre giri, e sedette sull’orlo della branda.

– Non ho fatto fatica! – diceva.

Una delle donne che l’accompagnava, disse: – Qui ce la fa. A casa no. Qui ci siete voi –.

– Non è vero, – disse la santa – io non sono niente. È il mio padrone. Che è dappertutto: anche a casa vostra –.

Baciò la ragazza, e disse alle donne di farle fare a casa tre giri intorno al tavolo; e di tornare da lei fra qualche giorno. Le donne promisero.

– Adesso vai fuori! – gridò alla ragazza, che sforzandosi di non appoggiarsi né al tavolo, né alle sedie, arrivò all’uscio.

La santa si sentiva stanca. Si fece dare una scodella d’acqua, e prima di berla ci fece dei segni di croce che parevano scongiuri. Toccò a una donna. Ha su un fabbrichino. Ha taccagnato con una operaia, che le ha detto: quando morirete farò suonare le campane.

– Quando suona una campana, ammà per me è una roba che podinò spiegare. Peggio che un supplizio, – disse la donna. – E le campane tacciono mai… –.

– L’avete licenziata l’operara? –.

– Sì. Ma quelle campane, madonna santa, quelle campane… –.

– Quando sentite le campane, – disse la santa – sforzatevi di pensare che suonano per quella là –.

La donna scosse la testa. – Ci ho già provato, – disse. – Prima non ci facevo mai caso, alle campane; adesso è un tormento che comincia la mattina bonora e continua fino la notte… –.

– Allora fatevi tre segni di croce a ogni scampanata, – disse la santa – con tre Requiem insieme! –.

Toccava a una vecchietta. Suo figlio fa il modellista. E vuole andare nel Sud Africa, a lavorare. Un padrone di Vigevano ci ha piantato un’azienda, là, e il mè balosso vuole andare a mostrarci il mestiere ai zulù. Vuole firmare il contratto per dieci anni. Dice che farà su tanti di quei soldi, che podrà tornare a Vigevano e mettersi in proprio e in grande: una bella fabbrica di scarpe. Che me lo faccia stare a casa!

– Mandatemelo qui; gli dirò solo quattro parole, e ci farò passare la voglia di partire! –disse la santa, sicura. – Lo aspetto domani! –.

Finalmente toccava a me. Mi sedetti davanti alla santa.

– Ho un occhio che mi lacrima – dissi, indicando l’occhio.

– Vi scarnebbia l’occhio? – disse la santa. Mi prese la testa, ci soffiò sulla palpebra, e ci fece delle croci. Da una scatola uscì una «fotografia» di Gesù, formato tessera, dall’aria terribile, e me la diede.

– Fissatela – disse.

Io la fissai.

– Ci vedete una croce sulla fronte? –.

– No –.

– Io sì. Seguitate a fissarla… –.

Donnette si fecero d’attorno, e poco dopo tutte vedevano la croce. Qualcuna ci sentiva anche un leggero profumo.

– La vedete la croce? – disse la santa.

– Sì, adesso la vedo –.

La santa mi guardò contenta.

– Vedete, io sono una povera donna, senza studi, senza niente. Ma c’è il mio padrone, a illuminarmi. Ci posso mostrare a tutti, io. Quando un qualcosa non vi va, o vi va per traverso, fate come avete fatto adesso: guardatelo fisso finché non avete visto la croce, che avete visto adesso –.

La scatola dei soldi era piena. I miei non ci entravano. La parente della santa la sostituì con un’altra vuota. Mentre uscivo entrava gente. E altra gente incontravo per le scale, e nella corte, e sul portone. Mentre tornavo a casa, l’occhio mi scarnebbiava ancora, ma poco. E fu l’ultima volta. Poi non mi scarnebbiò più.

(L. Mastronardi, Dalla santa, in Nuovi racconti italiani II, a cura di L. Silori, Nuova Accademia, Milano 1963)

Il narratore protagonista racconta i fatti, le “sedute” dalla santa guaritrice in prima persona. Si tratta di un narratore interno, autodiegetico, coinvolto nei fatti di cui è anche testimone. Anche la focalizzazione è interna, la storia, i dettagli vengono descritti attraverso la prospettiva di un unico personaggio. E’ presente anche qualche giudizio come La poveretta, riferito alla ragazza paralitica, o come Donnette, cioè le clienti della maga, che vuol mettere distanza culturale tra se stesso e gli altri personaggi del racconto immersi in un microcosmo pittoresco e superstizioso. L’ambiente descritto è ancora contadino e tradizionale, con qualche elemento di novità, a causa della rapida industrializzazione degli anni Sessanta del Novecento. La santa, emblema della civiltà rurale in dissoluzione, non si adegua ai cambiamenti sociali del suo tempo tanto da consigliare a una cliente di disfarsi della sua fabbrica maledetta. Davanti alla santa di Vigevano sfilano persone di tutte le età e di tutte le classi sociali, ciascuna ha la propria dolorosa storia da raccontare ed è disposta a farlo davanti a tutti, in una sorta di psicoterapia di gruppo. La maga, seduta su una branda e assistita da una parente che sostituisce la scatola di cartone piena di soldi con un’altra vuota, ascolta, consiglia, benedice, compie qualche gesto rituale dispensando immagini, reliquie, preghiere. Sono riportati anche i dialoghi popolari tra la santa e le donne che affollano la sua abitazione. Il linguaggio è poco articolato, basato su frasi coordinate o accostate le une alle altre.

Dal punto di vista lessicale prevalgono termini colloquiali e regionali (ci ha fatto il pignattino; ha taccagnato; il mè balosso.) Per esprimere le parole e i pensieri dei vari personaggi che giungono nella casa della santa, il narratore usa il discorso diretto oppure il discorso indiretto libero. Il narratore protagonista, giunto il proprio turno non si tira indietro, asseconda perfino la donna, forse fingendo di vedere la croce nella fronte del Cristo che gli viene mostrato in una immaginetta. Quando infine scende in strada, si trova costretto ad ammettere di essere guarito. Il finale a sorpresa, grazie all’espressione dialettale impiegata, il mio occhio non mi scarnebbiò più, rivela l’aspetto comico e grottesco di tutta la vicenda.

Deborah Mega

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Forma alchemica 19: Jacques Prevert

01 mercoledì Nov 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Jacques Prévert

I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Che trema nella notte
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore

Jacques Prevert

 

Desidero dedicare questa forma alchemica a Jacques Prevert. E comincio a parlarne rinviando a un post che qualche giorno fa ho pubblicato qui, su questo blog. Si tratta della prima “Poesia a caso”, una sorta di esperimento poetico nel quale apro a caso una pagina della raccolta poetica di un autore e ne pubblico il testo. Singolarmente la poesia di Prevert scelta a caso intercetta perfettamente lo spirito della nuova rubrica, nel senso che essa vuole rendere evidente che non sempre i grandi hanno scritto capolavori. Le loro poesie migliori, le loro “forme alchemiche” circolano con maggior frequenza delle altre, queste ultime magari sono ben scritte, di sicura qualità, ma meno riuscite in perfezione di senso e di bellezza. In particolare la poesia “La meteora” non brilla per finezza, parla di galera, pitale e di schizzi che al solo pensiero suscitano repulsa. La parola “merda” in una poesia è sufficiente a connotarla di un elemento di disgusto, per quanto, obiettivamente, essa è sostanza che accomuna gli esseri viventi. Tutti gli organismi vivi dal più semplice al più complesso, si nutrono ed eliminano le scorie non utili a produrre energia o rinnovare/mantenere la propria struttura corporea. Non dobbiamo certo “impressionarci” delle parole, anzi coraggiosamente dobbiamo accettarle tutte nella loro inesauribile capacità di nominare l’esistente e il non esistente, nella sconfinata e incantevole ricchezza di espressione, composizione, suono. Una fascinazione che senza mai esaurirsi attrae i poeti, gli scrittori, gli artigiani della parola. A parte la digressione compiuta a “giustificare” l’uso di termini non elevati e nobili che, sono certa, alcuni non apprezzano in un testo poetico, ci tengo a sottolineare che, nonostante ciò, la poesia scelta per inaugurare una “Poesia a caso” è una poesia d’amore. Amore che si schiude al suo senso in un crescendo, dalla prosaicità del penitenziario e degli escrementi, alla leggerezza del sentimento d’amore che riscatta il carcerato, la poesia e fa trionfare il sentimento. E proprio dall’esaltazione del sentimento si riconosce come una poesia scritta da Jacques Prevert. In questa forma alchemica propongo, per contraltare al picco trash della poesia “La meteora”, uno dei testi migliori di Prevert, dove il sentimento d’amore è colto nella sua punta di maggiore acutezza: la fase dell’innamoramento. È il periodo nel quale gli innamorati non hanno occhi e orecchie se non per la persona amata e si appartano in angoli bui dove poterla “assaporare”. Vivono in un mondo tutto loro di sensazioni ed emozioni, si cercano coi corpi e le bocche, scandalizzando i passanti, arrabbiati per questa ostentazione di “privato”,  invidiosi del loro sentimento.

Jacques Prevert, francese nato nel 1900 a Neuilly-sur-Seine è stato poeta, scrittore, sceneggiatore, artista. La famiglia, dopo un periodo di difficoltà economiche, si risollevò dalle ristrettezze per l’assunzione del padre Andrè all’Ufficio dei poveri di Parigi. Ciò darà modo a Jacques di osservare un mondo di miseria che rappresenterà poi in alcune sue opere. Il padre influenzerà la formazione dei figli portandoli spesso al cinema e al teatro, anche perché la scuola non fu la scelta di Jacques che, insofferente alla disciplina, l’abbandonerà a quindici anni. Appena ventenne, durante il servizio militare conobbe  Yves Tanguy e Marcel Duhamel che poi divenne editore, due importanti amicizie che influenzarono la carriera di Jacques e di suo fratello  Pierre. Pierre divenne regista e mise in scena per la televisione e il teatro le sceneggiature, anche per bambini, scritte dal fratello, in un lungo e proficuo sodalizio artistico. Nel  1922  Jacques si avvicinò al gruppo dei surrealisti francesi, tra i quali  André Breton, Raymond Queneau, Louis Aragon e Antonin Artaud, e per i quattro anni successivi vi furono intensi contatti. I rapporti furono interrotti a causa del testo di Prevert “Mort d’un monsieur”, scritto in polemica con Breton, del quale Prevert contestava la presunta superiorità intellettuale, che determinò la rottura con Breton e l’allontanamento di Prevert dal gruppo. Dal 1932 al 1936 visse a Tourette de loupe, si dedicò al teatro e alle sceneggiature per la cinematografia, collaborando con Jean Renoir e Marcel Carnè. Tornerà a Parigi soltanto nel 1945, lo stesso anno in cui vede la luce la sua prima raccolta di poesie “Paroles”, accolta con molto favore dal mondo letterario. A questa seguiranno altre raccolte: Spectacle” (1949); “La pluie et le beau temps” (1955); “Choses et autres” (1972), altrettanto apprezzate dalla critica. Prevert conobbe e collaborò con Pablo Picasso, al quale, pare, abbia dedicato per ammirazione la poesia Alicante. Nel 1948 per un incidente cadde da una finestra e rimase in coma per alcune settimane. Ripresosi dall’infortunio si dedicò ancora alle sceneggiature, e ad una nuova attività artistica: il  collage, una scoperta del suo ultimo periodo. Espose e pubblicò alcune delle opere realizzate. Visse gli ultimi anni a Omonville la Petite, ricevendo rare visite di cantanti e attori conosciuti in attività, fino alla morte per tumore nel 1977.

La poetica di Jacques Prevert si caratterizza per il rilievo dato al sentimento, sempre cercato anche se talora disperato e disperante: amore tradito, amore mancato, amore libero. Si avverte in tutta la sua opera la polemica con il potere, l’irriverenza spinta fino alla blasfemia, l’ironia dissacrante fino alla satira, l’anticonformismo, la critica ai benpensanti. Ciò conduce a definire Prevert sostanzialmente un anarchico, proprio per l’avversione contro chi comanda, espressa nei termini che potrebbe usare la gente comune. Fedele ai temi del surrealismo, consapevole della lezione del simbolismo, Prevert riversa nel suo dettato l’anelito alla libertà, spesso simboleggiata da un uccello, esprime la ribellione alle istituzioni e dipinge un mondo di personaggi caratterizzati vivacemente, portatori di drammi, storie, aneliti autentici, uomini e donne conosciuti nelle sue frequentazioni sul lungosenna, nelle modeste pensioni, nelle rues parigine, nei bistrò. La sua poesia presenta giochi di parole, divertissement, ma anche coltissimi rimandi ed intrecci intellettuali. Può sembrare, ad una lettura superficiale, che i suoi testi pecchino di semplicità, fin quasi alla banalità, ma Prevert compie volutamente la scelta di un lessico comune che veste di una complessità di significati, non abbandonando mai la ricerca di un preciso e accattivante ritmo. Lo stesso che egli ben “maneggiava” avendo scritto innumerevoli canzoni, più di mille testi, interpretati da grandi cantanti come Juliette Greco, Yves Montand, Serge Reggiani. Chiudo riportando da “L’età forte” le parole di Simone Beauvoir che testimoniano l’influenza il carisma di Prevert tra la gente di cinema che s’incontrava al Fleure, famoso caffè di Saint-Germain des Prés: «Allora, il loro dio, il loro oracolo, il loro maître à penser, era Jacques Prévert, di cui veneravano le pellicole e le poesie, di cui provavano a copiare il linguaggio e le atmosfere spirituali. Anche noi gustavamo le poesie e le canzoni di Prévert. Il suo anarchismo sognante ed un po’ stralunato ci catturava completamente»

Loredana Semantica

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Incipit 16: Il Gattopardo

30 lunedì Ott 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo

Maggio 1860

 “Nunc et in hora mortis nostrae. Amen.”

La recita quotidiana del Rosario era finita. Durante mezz’ora la voce pacata del Principe aveva ricordato i Misteri Gloriosi e Dolorosi; durante mezz’ora altre voci, frammiste, avevano tessuto un brusio ondeggiante sul quale si erano distaccati i fiori d’oro di parole inconsuete: amore, verginità, morte; e durante quel brusio il salone rococò sembrava aver mutato aspetto; financo i pappagalli che spiegavano le ali iridate sulla seta del parato erano apparsi intimiditi; perfino la Maddalena, fra le due finestre, era sembrata una penitente anziché una bella biondona, svagata in chissà quali sogni, come la si vedeva sempre. Adesso, taciutasi la voce, tutto rientrava nell’ordine, nel disordine, consueto. Dalla porta attraverso la quale erano usciti i servi, l’alano Bendicò, rattristato dalla propria esclusione, entrò e scodinzolò. Le donne si alzavano lentamente, e l’oscillante regredire delle loro sottane lasciava a poco a poco scoperte le nudità mitologiche che si disegnavano sul fondo latteo delle mattonelle.

[…]

Il Gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Feltrinelli, 1958

Il Gattopardo è un romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, pubblicato postumo nel 1958, un anno dopo la morte dell’autore sessant’anni fa. Scritto tra il 1954 e il 1957, costituì un vero e proprio caso letterario. Il manoscritto fu presentato agli editori Mondadori ed Einaudi e dato in lettura a Elio Vittorini, allora consulente letterario di entrambe le case editrici, che ne rifiutarono la pubblicazione. Solo dopo che divenne un caso letterario internazionale fu pubblicato da Feltrinelli con la prefazione di Giorgio Bassani che ne recuperò il manoscritto nella sua interezza. In realtà pare che Vittorini abbia rifiutato “Il Gattopardo” per la collana einaudiana I Gettoni, non ritenendo che avesse le caratteristiche per rientrarvi ma lo avesse consigliato alla Mondadori. Nella lettera che inviò allo scrittore pare che vi scorgesse elementi migliorabili, “seguendo passo passo il filo della storia di don Fabrizio Salina”, scriveva Vittorini, “il libro non riesce a diventare (come vorrebbe) il racconto d’un epoca e, insieme, il racconto della decadenza di quell’epoca, ma piuttosto la descrizione delle reazioni psicologiche del principe alle modificazioni politiche e sociali di quell’epoca”.

Il romanzo, tuttavia, nel 1959 ricevette il premio Strega divenendo il primo best-seller italiano con oltre 100.000 copie vendute. Nel 1963 fu riprodotto nel film omonimo da Luchino Visconti. Le pagine del manoscritto originale de Il Gattopardo sono custodite nel Museo del Gattopardo a Santa Margherita di Belice.  Dopo la pubblicazione nacque una vivace polemica tra i critici, divisi sul valore artistico e sull’importanza dell’opera mentre il successo di pubblico superava quello di ogni altra opera di narrativa pubblicata nel dopoguerra. ”Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. E’ questa la più celebre espressione di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ”scrittore, ma di professione principe”, come si definì lui stesso.  Uomo taciturno e solitario,  Duca di Palma, Principe di Lampedusa, Barone della Torretta, ufficiale d’artiglieria catturato dagli Austriaci a Caporetto, Tomasi di Lampedusa rimase tutta la vita alla guida dell’azienda agricola di famiglia. Dopo l’incontro con Eugenio Montale iniziò a scrivere la grande opera della sua vita traendo ispirazione dalla biografia del bisnonno, il principe Giulio Fabrizio Tomasi, nell’opera il principe Fabrizio Salina, vissuto durante il Risorgimento e noto anche per aver realizzato un osservatorio astronomico. Più che un romanzo storico si tratta di un’autobiografia che, attraverso la narrazione della storia di una famiglia e di una casta sociale tratta la decadenza di uomini e cose mentre si affermano nuovi ceti e nuovi valori.

Il romanzo prende il titolo dall’insegna araldica della famiglia Tomasi ed è così commentato nel romanzo stesso: «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra.» Il racconto inizia con la recita del rosario in una delle sontuose sale del Palazzo Salina, dove il principe Fabrizio abita con la moglie Stella e i loro sette figli. Egli è un  attento osservatore della progressiva e inesorabile decadenza del proprio ceto mentre sta emergendo sempre di più il  ceto borghese, che il principe guarda con malcelato disprezzo. L’intraprendente e amato nipote Tancredi Falconeri combatte tra le file dei garibaldini e poi in quelle dell’esercito regolare del Re di Sardegna, cercando di compiere una gloriosa carriera e rassicurando allo stesso tempo lo zio sul fatto che il corso degli eventi si volgerà a vantaggio della loro classe; sembra poi essere interessato alla raffinata cugina Concetta, profondamente innamorata di lui. Il principe trascorre con tutta la famiglia le vacanze nella residenza estiva di Donnafugata; il nuovo sindaco del paese è don Calogero Sedara, un uomo di umili origini che si è arricchito e ha fatto carriera nel campo politico e che cerca subito di entrare nelle simpatie degli aristocratici grazie al fascino della figlia Angelica, cui Tancredi non tarderà a soccombere sia perché attratto dalla sua bellezza sia a causa del suo notevole patrimonio. Arriva il momento di votare l’annessione della Sicilia al Regno di Sardegna: a quanti, indecisi sul da farsi, gli chiedono un parere sul voto, il principe, suo malgrado, risponde in maniera affermativa. In seguito, giunge a palazzo Salina un funzionario piemontese, il cavaliere Chevalley di Monterzuolo, incaricato di offrire al principe la carica di senatore del Regno, che egli rifiuta garbatamente dichiarandosi un esponente del vecchio regime. Non ha fiducia nel nuovo stato dominato non più dai gattopardi ma dagli sciacalli, i nuovi dirigenti di cui nota solo l’arrivismo avido e meschino. Con cinismo e rassegnazione il principe spiega che i cambiamenti avvenuti nell’isola nel corso della storia, hanno spinto il popolo siciliano ad adattarsi ma non hanno apportato mutamenti all’essenza e al carattere dei siciliani. Così il presunto miglioramento apportato dal nuovo Regno d’Italia, appare al principe di Salina come un ennesimo mutamento destinato a non produrre effetti significativi. La sua vita continua monotona fino alla morte, che lo coglie all’improvviso. L’ultimo capitolo del romanzo, ambientato nel 1910, racconta la vita di Carolina, Concetta e Caterina, le figlie superstiti di don Fabrizio, inasprite da un’esistenza triste e solitaria. Tomasi di Lampedusa ha certamente tenuto presente la novella Libertà di Giovanni Verga, I Viceré di Federico De Roberto, I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello, tutte ispirate al fallimento risorgimentale. Non sono trattati molti eventi importanti, dunque è erroneamente ritenuto un romanzo storico mentre come scriveva Vittorini allo stesso Tomasi, vi prevale un interesse saggistico-sociologico, solo a tratti narrativo. Il romanzo è interessante per la novità della struttura, formata da diversi episodi conclusi ma collegati perché fanno capo al personaggio principale inoltre per la tesi che vi è affermata, del fallimento del Risorgimento italiano nella sua politica meridionalistica ma è anche testimonianza della crisi del nostro tempo.

Deborah Mega

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Insonnia

13 venerdì Ott 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Racconti

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Cesare Pavese, Feria d'agosto

Il protagonista di questo racconto, tratto dalla raccolta Feria d’agosto di Cesare Pavese è uno dei tanti giovani che nel secondo dopoguerra lasciarono la campagna perchè non si rassegnavano a condurre la vita di fatica e sacrificio dei loro padri e dei loro nonni.

Quando rientravo avanti l’alba sull’aia (rincasavo da feste, da discorsi, da avventure) sapevo che mio padre era là, sotto la macchia nera del noce, e stava immobile, da chi sa quanto tempo, guardando in mezzo agli alberi, dardeggiando gli occhi, sempre sul punto di uscire sotto le stelle. Io sbucavo dal prato e attraversavo l’aia (avrei potuto passare dal portico e non esser veduto), ma era meglio se capiva subito che non volevo nascondermi e quando il buio sarebbe diradato sapesse già ch’ero tornato da un pezzo. Il noce riempiva mezzo il cielo, ma un gran tratto dell’aia restava scoperto e biancheggiava: io passavo su quel bianco, e la notte era tanto serena che mi vedevo sotto i piedi la mia ombra. Attraversavo quel bianco senza guardare dalla parte del noce, perché se avessi guardato avrei dovuto fermarmi e mio padre mi avrebbe chiamato dicendo qualcosa e uscendo fuori. Mio padre non dormiva di notte perché era vecchio e gli pareva di perdere il tempo. Diceva che il tempo non passato sui beni è tutto sprecato. Nel cuore della notte scendeva dal letto (ci saliva che non era ancor buio), e cominciava a girare, entrava nella stalla vuota, raddrizzava un tridente, raccoglieva una paglia. Da quando le mie sorelle si erano sposate non ci restava che una vigna: due giornate di costa che lui di giorno zappava e di notte sorvegliava dall’aia. Un tempo (quand’eravamo bambini), già mezzo addormentati nel letto lo sentivamo toccare la corda nella stalla e spalancare la porticina che strideva raschiando. Allora quel rugghio ci pareva una minaccia, la voce vera di nostro padre, che insonne vegliava e nella notte esponeva la casa ai tremendi pericoli che un rumore improvviso può suscitare nel buio. Avremmo voluto che la porticina gli si richiudesse alle spalle, per sentirci più sicuri in fondo ai letti, dove il nostro cuore batteva. Eravamo sempre vissuti in quella casa dove un rumore voleva dire un estraneo. Adesso sbucavo sull’aia ridendo, e sapevo che mio padre mi aspettava sotto il noce. A volte mi accompagnava qualcuno fin sulla strada sotto la vigna: discorrevamo dell’ultima bottiglia, di quel che s’era fatto e si doveva fare.

– A domani, – dicevo.

– A domani, – e quell’altro si allontanava a passi lunghi, sotto le piante, anche lui verso casa. In tre passi salivo il sentiero e vedevo il gran noce e mi ritrovavo sull’aia di tutte le notti. Passavo senza fermarmi, davanti all’ombra di mio padre. Sentivo che mi guardava e voleva parlarmi. Non mi voltavo, arrivavo alla porta, e l’incontro era rimandato a un’altra volta. Di giorno mio padre aveva le sue idee e si sfogava con la mamma e gridava con me. C’erano sempre dei lavori inutili e bisognava farli per amore della pace: si legavano fascine e si vangava. Mio padre chiedeva non tanto che noi ci chinassimo a faticare, quanto che gli fossimo intorno e girassimo sull’aia a fargli credere che c’era lavoro per tutti. Da quando le mie sorelle si erano sposate e gli affittavano la vigna, a casa nostra era una morte, non si vedeva più nessuno, anche la stalla era vuota. Certi giorni mi annoiavo come quando ero ragazzo e nessuno veniva a giocare. Pigliavo nei campi bruscamente e dicevo che andavo in paese; andavo invece da mia sorella e le chiedevo di darmi un lavoro purchessia: non mi dava lavoro, ma di là passava sempre qualcuno e si discorreva a sazietà.

– Cos’avete fatto? – mi chiedeva a cena mio padre, e non bisognava rispondergli che avevamo chiacchierato, perché cominciava a gridare e a prendersela con la mamma che ci aveva messi al mondo così. Non con me. Venendo notte, non se la prendeva più con me, non osava affrontarmi. Era sempre sul punto di uscire dall’ombra, ma ogni volta io passavo, con la giacchetta sotto braccio, divagato e deciso, tendendo l’orecchio alle voci dei grilli, e nulla succedeva. Succedeva soltanto che, una volta entrato in casa, la mamma mi chiamava, con la sua voce soffocata, dal letto (neanche lei non dormiva più molto, alla sua età) e voleva sapere se mio padre era sempre sull’aia, sapere che cosa faceva, se aveva detto che rientrava. La tranquillavo borbottando, le dicevo che ero io e che faceva sereno. Rispondevo così spazientito, che sembravo mio padre. Era il mese di agosto e non c’era da pigliarsela se un vecchio non voleva dormire. La mamma a poco a poco taceva, ma neanch’io riuscivo a prender sonno (mi agitavano il vino e i discorsi della notte). Fuori c’era la campagna, c’eran le strade deserte, l’indomani col sole sarebbe stata un’altra cosa; ma intanto la smania di finirla, di prendere un treno, di andare in città e fare una vita più da uomo, non mi lasciava dormire. Anche mio padre era scappato giovanotto, e lui se n’era andato a piedi perché ai suoi tempi non c’era ancora la ferrovia. Ma dopo un anno era tornato. Io non volevo tornare mai più. La notte della Madonna rincasai ch’era mattino, e una volta tanto il sentiero del prato mi parve diverso dal solito. Mio padre uscì dalla stalla mentre facevo colazione sulla porta.

– Com’è andata la festa? –.

– Ho trovato il Nanni, – dissi masticando, – Abbiamo parlato –.

– Che cosa può dire quel vagabondo…

– Niente. Mi prende insieme a lavorare quando voglio –.

Mio padre si fermò irresoluto; aveva in mano una cavezza e la posò sulla finestra. Ancora un anno prima me l’avrebbe appioppata sulla schiena. Ma adesso era inutile, e si voltò verso la stalla di dove usciva la mamma passandosi una mano sugli occhi. Io lasciai che gridassero e intanto guardavo l’ombra lunga del noce.

Cesare Pavese, Feria d’agosto, Einaudi, Torino 1971

***

Il racconto è condotto in prima persona dal protagonista, che rievoca episodi della propria giovinezza trascorsa in campagna sulle colline delle Langhe, in particolare quelli riferiti all’estate in cui maturò la decisione di lasciare la famiglia e di trasferirsi in città per lavorare e divenire completamente autonomo. Del narratore-protagonista non si conoscono le caratteristiche fisiche né la sua identità che però si delinea sempre di più nel corso del racconto. E’ evidente fin da subito il contrasto generazionale tra padre e figlio: da un lato l’anziano genitore che rappresenta una generazione il cui obiettivo è conservare i propri beni, Diceva che il tempo non passato sui beni è tutto sprecato, fino all’insonnia notturna; dall’altro il giovane, che teme la figura autoritaria del padre e sogna di fuggire dalla solitudine della sua casa in mezzo alla collina, di prendere un treno e di andare in città. Egli manifesta il suo disagio attraverso le notti insonni, trascorse a chiacchierare e a divertirsi, proprio per il bisogno di stare e interagire con gli altri. L’intero racconto è caratterizzato dal silenzio tra i due personaggi: il padre è come un’ombra nell’oscurità della notte che il figlio evita di incontrare,  Passavo senza fermarmi, davanti all’ombra di mio padre. Sentivo che mi guardava e voleva parlarmi. Non mi voltavo, arrivavo alla porta, e l’incontro era rimandato a un’altra volta. Nella sequenza finale, diversa dalle precedenti per la presenza di una precisa indicazione temporale, La notte della Madonna, per il passaggio dal tempo imperfetto al passato remoto e per l’andamento dialogico, si verifica l’incontro sempre rimandato tra padre e figlio. Il ragazzo, dopo essere rientrato tardi da una festa, comunica al padre la decisione di voler andare via dopo aver accettato un’offerta di lavoro. Al padre non resta altro che arrendersi alla decisione del figlio e sfogarsi, come è solito fare, con la moglie. Al contrasto padre-figlio corrisponde il contrasto città-campagna. I due luoghi si caricano di una forte valenza simbolica, tra la città, luogo d’evasione, e la campagna, luogo chiuso e solitario, in cui anche la comunicazione avviene con difficoltà.

Considerato un maestro del “neorealismo”, Pavese non solo descrisse la realtà del Piemonte appena uscito dalla guerra ma ritrasse anche i ricordi d’infanzia e la nostalgia per un mondo rurale incontaminato, basato sui ritmi della natura e su tradizioni arcaiche, che si stava rapidamente spopolando per effetto dell’inurbamento.

Deborah Mega

 

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Incipit 15: Il ritratto di Dorian Gray

09 lunedì Ott 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, Il ritratto di Dorian Gray, Oscar Wilde, romanzo psicologico

Articolo di James Joyce apparso sul “Piccolo della Sera” di Trieste (24 marzo 1909) e scritto in italiano dall’autore.

Oscar Fingal O’Flahertie Wills Wilde. Tali furono i titoli altisonanti ch’egli, con alterigia giovanile, volle far stampare sul frontespizio della sua prima raccolta di versi e con quel medesimo gesto altiero con cui credeva nobilitarsi scolpiva forse in modo simbolico, il segno delle sue pretese vane e la sorte che già l’attendeva. Il suo nome lo simboleggia: Oscar, nipote del re Fingal e figlio unigenito di Ossian nella amorfa odissea celtica, ucciso dolorosamente per mano del suo ospite mentre sedeva a mensa: O’Flahertie, truce tribù irlandese il cui destino era di assalire le porte di città medievali, ed il cui nome, incutendo terrore ai pacifici, si recita tuttora in calce all’antica litania dei santi fra le pesti, l’ira di Dio e lo spirito di fornicazione “dai feroci O’Flahertie, libera nos Domine”. Simile a quell’Oscar egli pure, nel fior degli anni, doveva incontrare la morte civile mentre sedeva a mensa coronato di finti pampini e discorrendo di Platone: simile a quella tribù selvatica doveva spezzare le lance della sua facondia paradossale contro la schiera delle convenzioni utili: ed udire, esule e disonorato, il coro dei giusti recitare il suo nome assieme a quello dello spirito immondo. Continua a leggere →

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Forma alchemica 18: Pierluigi Cappello

04 mercoledì Ott 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA

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Pierluigi Cappello

cappello-905-1

Gli orli hanno la luce di settembre
come una bella mela le nuvole oggi
sono innocenti, senza rumore
anche le macchine passano
nel silenzio della tua testa
sei qui, come una cosa sottratta
in questa calma di non appartenere
la nuvola sottratta alla terra
il salto allo slancio, l’orma al suo piede
il corpo a ciò che precede.

Pierluigi Cappello

Con la fine di settembre ci ha lasciati Perluigi Cappello. Il primo di ottobre ci ha lasciati dolenti e consapevoli d’essere orfani di qualcosa che non sarà più, non dirà più, ma che di sè ha lasciato quel che ha potuto, quel la vita gli ha permesso, che gli ha permesso il suo essere poeta.
Friulano di Gemona, nato nel 1967, ad appena sedici anni egli subì un grave incidente in moto, nel quale il suo amico perse la vita e lui ebbe reciso il midollo spinale, con la conseguenza della paralisi degli arti inferiori e di una vita trascorsa sulla sedia a rotelle.
E’ facile pensare che sia diventato poeta per questo, perché si chiusero le porte di vita “normale”, dinamica, per il trauma, per reazione, ma i poeti avevano affascinato Pierluigi ancora prima del suo incidente e lui dice che senza lo sarebbe diventato ugualmente, anzi migliore. C’è da crederci, è un’affermazione che proviene dall’interprete più titolato, dall’autore stesso. Tra le esperienze negative ha vissuto anche il terremoto del Friuli del 1976, che gli ha distrutto la casa. Per una decina d’anni ha vissuto in un prefabbricato in condizioni disagiate a Trigesimo, Udine.
Nonostante tutto ciò, impressionante nella poesia di Cappello è la luce, la serenità, la freschezza che promana. Perché impressiona? Perché da un offeso dagli eventi della vita, perciò traumatizzato, si ci potrebbe aspettare la rabbia che deriva dall’incomprensione della sorte, la contestazione aspra dell’ingiustizia subita, o almeno una visione cupa della vita, tragica, dentro le spire della depressione. E invece le sue parole sono un’architettura luminosa che scorre con semplicità e freschezza, purezza di suono e di intenti, La sua parola è limpida come acqua di sorgente.
Era un bell’uomo Cappello, un viso magro e attraente, incorniciato da barba e capelli morbidi ondulati, occhi verdi, dolci, sorridenti, occhiali a giorno da intellettuale. Per testimonianza di chi l’ha conosciuto era anche una bella persona, a lui si sono affezionati molti poeti e artisti contemporanei e nell’ultimo decennio il suo nome ha cominciato ad acquistare una certa fama nell’ambiente poetico oltre i limiti regionali, e l’attenzione della critica. Cappello era un operatore di cultura, nonostante la menomazione fisica, finché ha potuto, s’è adoperato per diffonderla, anche nelle scuole e nelle università. E’ stato insignito di numerosi premi
Per iniziativa degli stessi poeti e artisti nel 2014 è stato proposto ed ha ottenuto il vitalizio previsto dalla legge Bacchelli per gli artisti.
Ha scritto diverse raccolte di poesie, ricorrendo nella scrittura anche al suo dialetto natio, il friulano, che ha ampliato col suo timbro duro il registro delicato del poeta:
• Le nebbie (Campanotto, Udine 1994)
• La misura dell’erba (I. M.Gallino, Milano 1998)
• Il me Donzel (Boetti, Mondovì 1999)
• Amôrs (Campanotto, Udine 1999)
• Dentro Gerico (La Barca di Babele, Circolo Culturale di Meduno, Pn, 2002)
• Dittico (Liboà editore in Dogliani, Cn, 2004).
• Assetto di volo (Crocetti Editore, Milano 2006)
• Mandate a dire all’imperatore (Crocetti Editore, Milano 2010)
• Azzurro elementare. Poesie 1992-2010 (BUR contemporanea, Rizzoli, Milano, luglio 2013)
• Stato di quiete, Poesie 2010-2016, BUR contemporanea, Rizzoli, Milano 2016.

Nel giorno della sua scomparsa, appena quattro giorni fa, il dispiacere era tangibile in rete, su facebook innumerevoli post di sue poesie, articoli d’omaggio, ricordo, dolore di amici e di coloro che lo amavano, apprezzavano la persona e la sua scrittura. Ieri i funerali.
Il mondo della cultura è in lutto, la poesia piange un suo figlio, ed io non posso che questa forma alchemica.
Arrivederci Pierluigi.

Loredana Semantica

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Forma alchemica 17: Gottfried Benn

20 mercoledì Set 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Gottfried Benn, POESIA

gott

Venite, parliamo tra noi
chi parla non è morto,
già tanto lingueggiano fiamme
intorno alla nostra miseria.

Venite, diciamo: gli azzurri,
venite, diciamo: il rosso,
si ascolta, si tende l’orecchio, si guarda,
chi parla non è morto.

Solo nel tuo deserto,
nel tuo raccapriccio di sirti,
tu il più solo, non petto,
non dialogo, non donna,

e già così presso agli scogli
sai la tua fragile barca –
venite, disserrate le labbra,
chi parla non è morto.

Gottfried Benn, trad. Ferruccio Masini

Gottfried Benn, nato a Mansfeld  nel 1886, morto a Berlino nel 195, è stato poeta scrittore e saggista  di lingua tedesca. Laureatosi in medicina all’ Accademia di Berlino nel 1910, appena due anni dopo esordì in letteratura con la sua prima pubblicazione, dal titolo di “Morgue e altre poesie” (morgue è  il termine francese per indicare l’obitorio). La raccolta di poesie è caratterizzata da un linguaggio medico – scientifico, da descrizioni cadaveriche, narrazioni di malattie e corruzione dei corpi.

Prima di Benn, “Morgue” è una raccolta di Rilke che Benn certamente aveva letto, compiendo un balzo in avanti, verso i giorni nostri, nella raccolta Morgue di Benn si respira un’atmosfera molto simile a quella rappresentata in alcune scene di serie televisive di grande successo come CSI NSIS, acronimi per indicare a polizia scientifica di Las Vegas o Miami o altre grandi città americane dove sono ambientati gli episodi d’investigazione. Esse hanno ingenerato negli spettatori, una sorta di familiarità “mediata” con la sala autoptica, con i gesti e le operazioni, i referti dei professionisti che procedono alle dissezioni e ricomposizioni dei cadaveri.

Oggi perciò scrivere poesie descrittive ispirate all’esperienza medica di questo tipo farebbe molto meno scalpore, ma allora, agli inizi del 900, il libro fece scandalo e Benn entrò così nel mondo letterario della Berlino del 1910, diventando riconosciuto esponente dell’espressionismo; in quel periodo conobbe  la poetessa ebrea Else Lasker-Schüler con la quale ebbe una relazione.

Certo non è difficile immaginare che “Morgue” sia il frutto dell’esperienza professionale di Benn. Un impatto che squarciò la scorza lasciando fuoriuscire il magma creatore, trasformando il medico in scrittore, in una sorta di metamorfosi/catarsi purificatrice dell’impressione che l’orrido, la materialità di carne e sangue decomposti avevano prodotto sull’ uomo. Nel contempo sorprende come, nonostante il tema, Benn gestisca, sin da questa prima raccolta, la parola, rivelando una rara capacità di creare dal nulla scenari tanto luminosi che raccapriccianti, di modulare la lingua con quella padronanza che sa produrre piacevolezza di suono, purezza di significato in una sorta di inesprimibile azzurro: raggio laser che incide.

Nel 1926 scrisse il racconto – saggio “Cervelli”, nel 1917 pubblicò “Carne” una raccolta di liriche scritte durante le seconda guerra mondiale. L’evoluzione della sua scrittura registra il passaggio dal nichilismo, dissacrazione dell’uomo e critica della civiltà, che caratterizzano la sua prima produzione, all’esaltazione dell’io tragico che ha speranza di riscatto nell’io primordiale dell’uomo, un io in sintonia con la natura che, secondo Benn, riaffiora nel sogno dove sono neutralizzate razionalità e sovrastrutture.

Scrisse ancora “Scissione” e “Onda ebbra” nelle quali nonostante la nostalgia per l’essere originario e prelogico egli si esprime con razionalità ferrea manifestando una sicurezza e ricchezza espressiva che si rivelano in contraddizione con l’anelito al mito primordiale. Egli perciò si rende conto di dover superare lo iato ed afferma che la fusione di concetto e allucinazione, razionalità e sogno, produce arte, progredendo quindi dall’iniziale nichilismo verso la consapevolezza di una trascendenza creativa.

Proprio per questa nostalgia dell’uomo primordiale e del mito, all’avvento del nazismo Benn se ne lasciò affascinare, nella convinzione che si trattasse di una forza potente e irresistibile, votata all’estetica e rigenerante, che avrebbe ripristinato il valore della forma e realizzato, attraverso il totalitarismo, la sovrapposizione di potere e spirito, individuo e collettività. Il regime inizialmente apprezzò il suo entusiasmo, affidandogli l’incarico di gestire la sezione poesia dell’Accademia di Prussia. Poco più di un anno dopo però,  Benn fu rimosso dall’incarico e allontanato, a causa di alcuni suoi scritti giovanili vicini al movimento espressionista, represso dal nazismo perché “arte degenerata”. Egli allora aprì gli occhi sulla realtà del nazismo.

Probabilmente il suo entusiasmo iniziale per il fascismo (come si è detto: collaborazionista che non ha mai collaborato) fu l’errore imperdonabile che ha impedito a Benn di occupare nello scenario della letteratura tedesca il posto che la sua potente ricca, espressiva scrittura avrebbe meritato. Fu scienziato, intellettuale, esteta, aristocratico. Usò magistralmente il linguaggio in modo nuovo, originale, intellettualmente superiore, facendo ricorso a molti sostantivi, stratificando versi, usando la parola per scardinare la realtà con cinismo, fin quasi crudeltà. Certe sue liriche indubbiamente sono tra le più spietate che la letteratura del 900 ci abbia regalato, ma, anche per questo, dense di coraggio, lontanissime dal plagio, dal compiacimento, permeate di una certa violenza verbale e rabbia che nascono dalla consapevolezza e avversione per la decadenza sociale. Una poesia definita “assoluta”, senza Dio, senza speranza o salvezza, che trasuda piacere creativo, procede per associazione di idee, lacera la propria essenza e travalica i contenuti morali o filosofici per essere solo forma ed espressione.

Fu anche scrittore di saggi, racconti e romanzi tra i quali “L’osteria Wolf”, “Romanzo del fenotipo”, “Il tolemaico”, scritti negli anni 40, oltre che di una autobiografia dal titolo “Doppia vita”. “Frammenti e distillazioni”, “Aprèslude”, “Giorni primari” sono le sue ultime raccolte poetiche.

La poesia che ho scelto in questa forma alchemica, mi sembra ben rappresenti quanto appena detto sulla scrittura di Benn. Irresistibile l’ invito a parlare,  perché chi parla non è morto, dice Benn, parola che ci rende vivi,  perché è così che l’io diventa noi e noi viviamo solo disserrando le labbra nella parola che ci sopravvive.

Chiudo questa forma alchemica con un’altra poesia che questa di Benn mi riporta alla mente. La poesia è di Arthur Rimbaud, tra le due non c’è apparentemente molta relazione, ma non escludo che Benn avesse letta quella di Rimbaud prima di scrivere la sua. Entrambe sono metapoetiche, cioè poesie che hanno ad oggetto la poesia, in entrambe sono citati i colori. Una citazione che, nella solenne, comune, potente drammaticità dei testi produce un singolare effetto straniante, di vivacità e illuminazione, evocando, nel contempo, sinesteticamente un ventaglio di sensazioni, sostantivi, scenari potenzialmente esprimibili in poesia.

Loredana Semantica

A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali,
Un giorno dirò la vostra origine segreta:
A, corpetto nero e peloso di mosche lucenti
ronzanti intorno a esalazioni crudeli

Golfi d’ombra; E, candori di tende e vapori,
Lance di ghiacciai fieri, bianchi re, tremori d’ombrelle
I porpora, sangue sputato, riso di labbra belle
Nella collera o  nell’ebbrezza che si pente

U, cicli, vibrazioni divine di mari verdi,
Pace di pascoli seminati d’animali, pace di rughe
Che l’alchimia incide su ampie fronti  da studiosi;

O suprema Tromba piena di strani stridori
Silenzi attraversati da Angeli e Mondi
O l’Omega, raggio viola dei Suoi Occhi!

Arthur Rimbaud

 

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Incipit 14: La pelle

18 lunedì Set 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Curzio Malaparte, Deborah Mega, La pelle, romanzo neorealista

Erano i giorni della «peste» di Napoli. Ogni pomeriggio alle cinque, dopo mezz’ora di punching-ball e una doccia calda nella palestra della P.B.S., Peninsular Base Section, il Colonnello Jack Hamilton ed io scendevamo a piedi verso San Ferdinando, aprendoci il varco a gomitate nella folla che, dall’alba all’ora del coprifuoco, si accalcava tumultuando in via Toledo.
Eravamo puliti, lavati, ben nutriti, Jack ed io, in mezzo alla terribile folla napoletana squallida, sporca, affamata, vestita di stracci, che torme di soldati degli eserciti liberatori, composti di tutte le razze della terra, urtavano e ingiuriavano in tutte le lingue e in tutti i dialetti del mondo. L’onore di essere liberato per primo era toccato in sorte, fra tutti i popoli d’Europa, al popolo napoletano: e per festeggiare un così meritato premio, i miei poveri napoletani, dopo tre anni di fame, di epidemie, di feroci bombardamenti, avevano accettato di buona grazia, per carità di patria, l’agognata e invidiata gloria di recitare la parte di un popolo vinto, di cantare, di battere le mani, saltare di gioia tra le rovine delle loro case, sventolare bandiere straniere, fino al giorno innanzi nemiche, e gettar dalle finestre fiori sui vincitori.
Ma nonostante l’universale e sincero entusiasmo, non v’era un solo napoletano, in tutta Napoli, che si sentisse un vinto. Non saprei dire come questo strano sentimento fosse nato nell’animo del popolo.

[…]

Curzio Malaparte, La pelle, Aria d’Italia, 1949

L’incipit di oggi è tratto dal romanzo neorealista a sfondo autobiografico La pelle di Curzio Malaparte, pseudonimo di Kurt Erich Suckert (1898 – 1957), scrittore e giornalista italiano dallo stile  immaginifico. Continua a leggere →

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Incipit 13: Una donna

24 lunedì Lug 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, romanzo autobiografico, Sibilla Aleramo, Una donna

«La mia fanciullezza fu libera e gagliarda. Risuscitarla nel ricordo, farla riscintillare dinanzi alla mia coscienza, è un vano sforzo. Rivedo la bambina ch’io ero a sei, a dieci anni, ma come se l’avessi sognata. Un sogno bello, che il menomo richiamo della realtà presente può far dileguare. Una musica, fors’anche: un’armonia delicata e vibrante, e una luce che l’avvolge, e la gioia ancora grande nel ricordo. Per tanto tempo, nell’epoca buia della mia vita, ho guardato a quella mia alba come a qualcosa di perfetto, come alla vera felicità. Ora, cogli occhi meno ansiosi, distinguo anche ne’ miei primissimi anni qualche ombra vaga e sento che già da bimba non dovetti mai credermi interamente felice. Non mai disgraziata, neppure; libera e forte, si, questo dovevo sentirlo. Ero la figliuola maggiore, esercitavo senza timori la mia prepotenza sulle due sorelline e sul fratello: mio padre dimostrava di preferirmi, e capivo il suo proposito di crescermi sempre migliore. Io avevo salute, grazia, intelligenza — mi si diceva — e giocattoli, dolci, libri, e un pezzetto di giardino mio. La mamma non si opponeva mai a’ miei desideri. Perfino le amiche mi erano soggette spontaneamente. L’amore per mio padre mi dominava unico. Alla mamma volevo bene, ma per il babbo avevo un’adorazione illimitata; e di questa differenza mi rendevo conto, senza osare di cercarne le cause. Era lui il luminoso esemplare per la mia piccola individualità, lui che mi rappresentava la bellezza della vita: un istinto mi faceva ritenere provvidenziale il suo fascino. Nessuno gli somigliava : egli sapeva tutto e avea sempre ragione. Accanto a lui, la mia mano nella sua per ore e ore, noi due soli camminando per la città o fuori le mura, mi sentivo lieve, come al disopra di tutto. Egli mi parlava dei nonni, morti poco dopo la mia nascita, della sua infanzia, delle sue imprese fanciullesche meravigliose, e dei soldati francesi ch’egli, a otto anni, avea visto arrivare nella sua Torino, ” quando l’Italia non c’era ancora „. Un tale passato aveva del fantastico. Ed egli m’era accanto, con l’alta figura snella, dai movimenti rapidi, la testa fiera ed eretta, il sorriso trionfante di giovinezza. In quei momenti il domani mi appariva pieno di promesse avventurose. II babbo dirigeva i miei studi e le mie letture s senza esigere da me molti sforzi. Le maestre, quando venivano a trovarci a casa, lo ascoltavano con meraviglia e talvolta, mi pareva, con profonda deferenza. A scuola ero tra le prime, e spesso avevo il dubbio d’avere un privilegio. Sin dalle prime classe, notando la differenza dei vestiti e delle refezioni, m’ero potuto formare un concetto di quel che dovevano essere molte famiglie delle mie compagne: famiglie d’operai gravate dalla fatica, o di bottegai grossolani. Rientrando in casa guardavo sull’uscio la targhetta lucente ove il nome di mio padre era preceduto da un titolo. Non avevo che cinque anni allorché il babbo, che insegnava scienze nella cittaduzza ov’ero nata, s’era dimesso in un giorno d’irritazione e s’era unito con un cognato di Milano, proprietario d’una grossa casa commerciale. io capivo che egli non doveva sentirsi troppo contento della sua nuova situazione. Quando Io vedevo, in qualche pomeriggio libero, entrare nello stanzino ov’erano raccolti un poco in disordine alcuni apparecchi per esperienze di fisica e di chimica, comprendevo che là soltanto si trovava a suo agio. E quante cose mi avrebbe insegnato il babbo! » […]

Sibilla Aleramo, Una donna, Società Tipografica Editrice Nazionale,Torino, 1906

 

Una donna è l’opera prima di Sibilla Aleramo, pseudonimo di Rina Faccio, scrittrice e poetessa italiana, nata ad Alessandria nel 1876. Si tratta di un romanzo autobiografico e di formazione, in cui la protagonista narra in prima persona eventi della sua vita, dagli anni dell’infanzia fino alla maturità. Fin dall’inizio emerge la descrizione di un padre amatissimo espresso dalla frase “L’amore per mio padre mi dominava unico” e di una figura materna quasi assente e dominata dal marito. Rina ha una vera e propria adorazione per il padre, la madre invece appare meno interessante, defilata, malinconica, meno colta. Continua a leggere →

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Forma alchemica 16: Thomas Stearns Eliot

19 mercoledì Lug 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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TS_Eliot

Thomas Stearns Eliot

Alta marea
nelle vie della città
ma le onde della vita fremono
si restringono si frantumano
in mille frammenti
sbattuti contrastati accidenti.
Questa è l’ora attesa.

Questa è l’ora suprema
che dà un senso alla vita.
I mari dell’esperienza
che erano così ampi e profondi
così impetuosi e scoscesi
sono improvvisamente tranquilli.
Dite quel che volete
questa pace mi atterrisce.
Altro intorno non c’è.

Thomas Stearns Eliot
traduzione di Loredana Semantica

(testo in lingua originale)

Along the city streets,
It is still high tide,
Yet the garrulous waves of life
Shrink and divide
With a thousand incidents
Vexed and debated:—
This is the hour for which we waited—

This is the ultimate hour
When life is justified.
The seas of experience
That were so broad and deep,
So immediate and steep,
Are suddenly still.
You may say what you will,
At such peace I am terrified.
There is nothing else beside.

Dopo Rilke e Kavafis, in questa sedicesima forma alchemica, è la volta di un altro grande della poesia: Thomas Stearns Eliot. Celebrato poeta inglese, Eliot nacque a Saint Louis nel Missouri nel 1888, si trasferì nel 1914 in Europa ed in seguito divenne suddito britannico. In gioventù studiò la letteratura europea e Dante in particolare, che suscitò la sua ammirazione e lo avvicinò alla lingua italiana,si laureò ad Harvard in filosofia. Nel 1917 si trasferì a Londra, dove restò fino alla morte, avvenuta nel 1965.
A Londra Eliot trovò lavoro nella Lloyd’s Bank. Sposò Vivienne Haigh-Wood nonostante i dubbi e la contrarietà della famiglia Eliot motivati dai disturbi mentali della donna. Probabilmente per questa scelta dovette affrontare anni dopo un forte esaurimento nervoso che lo porterà, nonostante il senso di colpa, a separarsi da lei ed a farla rinchiudere in un istituto per malati di mente.
Nel frattempo egli aveva avviato una casa editrice la Faber Faber, meditato una conversione religiosa al cristianesimo-anglicanesimo, varato i suoi capolavori: la raccolta Prufrock and Other Observations( Prufrock ed altre osservazioni, 1917), i poemi The Waste Land (La terra desolata, 1922) e The Hollow Men (Gli uomini vuoti, 1925) .

Dopo la conversione le sue opere manifesteranno la rigenerata religiosità, registrando toni meno cupi e desolati della sua prima produzione. Ciò è evidente soprattutto negli altri suoi capolavori: Mercoledì delle ceneri, Quattro quartetti e Assassinio nella cattedrale. Fu anche saggista e scrittore di opere teatrali.
Eliot ebbe contatti con Ezra Pound, fu ammiratore di Groucho Marx. Nel 1948 fu insignito del premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione “for his outstanding, pioneer contribution to present-day poetry”.
Nello stesso senso della Commissione del Nobel, il critico Roberto Sanesi “Thomas Stearns Eliot, il poeta che forse più di qualsiasi altro ha contribuito a mutare il corso della poesia dall’Ottocento al Novecento (non soltanto in Inghilterra) e a dare un’impronta inequivocabile a tutta la poesia del nostro secolo”
Eliot tuttavia non ebbe soltanto estimatori, riporto a conferma  il pensiero di Elias Canetti, che non apprezzava affatto il poeta e lo dice senza mezze misure: “Sono stato testimone della fama di un Eliot. Qualcuno proverà mai vergogna a sufficienza per avergliela tributata? Un libertino da nulla, un galoppino di Hegel, uno stupratore di Dante. Sarà molto difficile raffigurare Eliot com’era realmente, ovvero nella sua malvagità abissale. La sua opera d’un gretto minimalismo (tante piccole sputacchiere del fallimento artistico) il poeta del moderno impoverimento inglese dei sentimenti”.
La poetica di Eliot è espressione: di profonda crisi esistenziale (speculare alla crisi della cultura occidentale), di solitudine e alienazione dell’artista, di atteggiamento critico verso la letteratura di stampo vittoriano, derivazione di quella romantica. Tutte tematiche proprie del modernismo, corrente letteraria alla quale appartengono anche Virginia Woolf ed Ezra Pound. Il modernismo sottolinea l’importanza dell’oggetto ma non nel senso simbolista, quanto piuttosto evocativo, emozionale in una teorizzazione definita del correlativo oggettivo. Secondo questa idea unico modo di esprimere un’emozione in forma artistica è individuare una serie di oggetti, una situazione, una sequenza di eventi che costituiscano la formula di quella specifica emozione, in modo che, quando siano dati i fatti esterni, che devono concludersi in un’esperienza sensibile, l’emozione ne risulti immediatamente evocata.

Modernista è definita anche la poesia di Eliot, che non sviluppa un filum logico, ma esprime concetti conclusi, lapidari. Composizione di frammenti che suggeriscono al lettore un completamento mentale secondo la propria esperienza. Analoga discontinuità avviene anche nella forma poetica che accosta immagini di grande bellezza, espressioni profonde, filosofiche, a descrizioni di squallore e decadenza, nel contrasto che si estende anche al registro linguistico tra forme alte, liriche e linguaggio usuale.

La poesia che propongo oggi è una creazione giovanile di Eliot, composta nel giugno del 1910, quando Eliot aveva appena 21 anni e si era da poco laureato. Egli racconta quest’attimo creativo come un momento visionario nel quale, camminando per le strade di Boston ebbe una sensazione di restringimento e divisione delle strade e contemporaneamente un’esperienza di estraniamento e silenzio che lo pervasero proiettandolo oltre il tramestio del mondo. La sensazione di appartenere a un attimo senza tempo, senza prima e dopo. “You may call it communion with the Divine or you may call it temporary crystallization ofthe mind” (tu puoi chiamarlo comunione col divino o temporanea cristallizzazione della mente) come Eliot stesso ebbe modo di dire.
Fu in sostanza un’esperienza mistica che verrà successivamente ripresa ed espressa in altre forme in altre sue più famose opere, come ne “La terra desolata”. Esperienza che non appartiene solo a Eliot, ritrovandola con simile espressione anche nella poesia di Montale “Forse un mattino”, contenuta nella raccolta “Ossi di seppia”, della quale riporto di seguito a riprova la prima strofa.

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Tuttavia Montale è tutta un’altra storia della quale prima o poi mi occuperò in una  specifica forma alchemica.

Loredana Semantica

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Parole di donna 12: ANNE SEXTON

17 lunedì Lug 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

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Anne Sexton, Deborah Mega, Words

Projection Lauren, by Cbanck

Be careful of words,
even the miraculous ones.
For the miraculous we do our best,
sometimes they swarm like insects
and leave not a sting but a kiss.
They can be as good as fingers.
They can be as trusty as the rock
you stick your bottom on.
But they can be both daisies and bruises.
Yet I am in love with words.
They are doves falling out of the ceiling.
They are six holy oranges sitting in my lap.
They are the trees, the legs of summer,
and the sun, its passionate face.
Yet often they fail me.
I have so much I want to say,
so many stories, images, proverbs, etc.
But the words aren’t good enough,
the wrong ones kiss me.
Sometimes I fly like an eagle
but with the wings of a wren.
But I try to take care
and be gentle to them.
Words and eggs must be handled with care.
Once broken they are impossible
things to repair.
Anne Sexton, Words, The Complete Poems

 

*

Siate attenti alle parole,
anche a quelle miracolose.
Per le miracolose facciamo del nostro meglio,
a volte sciamano come insetti
e non lasciano una puntura ma un bacio.
Possono essere buone come dita.
Possono essere affidabili come la roccia
su cui ci si siede.
Possono essere sia margherite che lividi.
Eppure sono innamorata delle parole.
Sono colombe che cadono dal tetto.
Sono sei arance sacre poggiate sul mio grembo.
Sono gli alberi, le gambe dell’estate,
e il sole, il suo volto appassionato.
Ma spesso mi deludono.
Troppe cose vorrei dire,
tante storie, immagini, proverbi, ecc.
Ma le parole non sono abbastanza buone,
mi baciano quelle sbagliate.
A volte volo come un’aquila
ma con le ali di un passero.
Provo ad averne cura
e ad essere gentile con loro.
Parole e uova devono essere maneggiate con cura.
Una volta rotte sono impossibili
da riparare.
Anne Sexton, Le parole, The Complete Poems, trad. di Deborah Mega

 

Verba volant scripta manent recita un’antica locuzione latina, come se le parole oltre a circolare e volare di bocca in bocca, possano perdersi una volta pronunciate. Esiste anche un’altra locuzione sullo stesso concetto derivata da una formula omerica ricorrente ben 124 volte tra Iliade e Odissea, ἔπεα πτερόεντα προσηύδα, diceva parole alate. In Words Anne Sexton ci invita a utilizzare le parole con cautela, con grande attenzione perché oltre al dono della leggerezza nel senso di trasmettere concetti liberamente e ovunque, esse rivestono una grande importanza.  Continua a leggere →

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Incipit 12: Lo straniero

10 lunedì Lug 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Albert Camus, Deborah Mega, L'Étranger, Lo straniero, romanzo

Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.” Questo non dice nulla: è stato forse ieri. L’ospizio dei vecchi è a Marengo, a ottanta chilometri da Algeri. Prenderò l’autobus delle due e arriverò ancora nel pomeriggio. Così potrò vegliarla e essere di ritorno domani sera. Ho chiesto due giorni di libertà al principale e con una scusa simile non poteva dirmi di no. Ma non aveva l’aria contenta. Gli ho persino detto: “Non è colpa mia.” Lui non mi ha risposto. Allora ho pensato che non avrei dovuto dirglielo.[…]

Albert Camus, Lo straniero, Gallimard, 1942

Lo straniero (L’Étranger) è un romanzo  dello scrittore e filosofo francese Albert Camus, pubblicato nel 1942 da Gallimard. La vicenda inizia con la lettura di un telegramma da parte del protagonista Meursault, con cui viene informato della scomparsa della madre, ospite di un ospizio fuori città. Meursault è di origine francese ma vive ad Algeri, è un modesto impiegato, chiede un congedo di quarantotto ore al suo titolare e, dopo averlo ottenuto, va a pranzare in un ristorante. Alle due del pomeriggio prende l’autobus e per la stanchezza e il gran caldo dorme per tutto il tragitto. Incontra il direttore dell’ospizio e poi si reca in una stanza dove si trova il corpo della madre ma rifiuta di vederlo. Continua a leggere →

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Forma alchemica 15: Costantino Kavafis

05 mercoledì Lug 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA

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E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.
Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.

Constantinos Kavafis
[In Settacinque poesie, Einaudi, Torino 1992]

Κι αν δεν μπορείς να κάμεις την ζωή σου όπως την θέλεις,
τούτο προσπάθησε τουλάχιστον
όσο μπορείς: μην την εξευτελίζεις
μες στην πολλή συνάφεια του κόσμου,
μες στες πολλές κινήσεις κι ομιλίες.
Μην την εξευτελίζεις πηαίνοντάς την,
γυρίζοντας συχνά κ’ εκθέτοντάς την
στων σχέσεων και των συναναστροφών
την καθημερινήν ανοησία,
ώς που να γίνει σα μια ξένη φορτική.

Κωνσταντίνος Καβάφης
da “Ποιήματα 1897-1933”, Ίκαρος, 1984

Propongo per questa Forma alchemica una poesia di Costantinos Kavafis, la versione originale e la traduzione in italiano, quest’ultima tratta dalla raccolta Einaudi “Settantacinque poesie” di N. Risi e M. Dalmàti
Non ha scritto molto Costantinos Kavafis, poco più di 150 poesie in tutto, la maggior parte delle quali dopo i quaranta anni, molte altre poesie sono rimaste incomplete. Scriveva su fogli sparsi, come appunti, senza sistematicità. Eppure, dopo la sua morte, raccolta e conosciuta la sua produzione, la sua fama cominciò a crescere, fino a farne uno dei più grandi poeti in lingua greca.
La spiegazione di questa grandezza sta nel suo modo di fare poesia, avulso dal gusto dell’epoca, non ascrivibile a nessuna corrente letteraria, dagli argomenti anticonvenzionali, insoliti, profondi e trattati con mano originale. Egli coniuga il classicismo letterario e l’attualità, la ricerca dell’interiorità e il desiderio sensuale. Molti componimenti si caratterizzano per i toni nostalgici, struggenti, come “Itaca”, splendida metafora del senso della vita, alla quale questo blog ha reso omaggio citandola nella pagina “About”
Kavafis nacque ad Alessandria d’Egitto nel 1863 e, sebbene per qualche tempo se ne sia allontanato al seguito della famiglia, volle tornare in questa città, dove si stabilì definitivamente nel 1885. Lì lavoro’ come giornalista, agente di borsa e poi per trent’anni interprete presso il Ministero dei Lavori pubblici. Da impiegato intimamente provava nei confronti dei colleghi un vago senso di superiorità e, sebbene fosse coscienzioso, si rendeva conto che il lavoro d’ufficio ostacolava la sua vena artistica, chiedendo tempo e applicazione, mortificando la sua ispirazione.
Kavafis amava Alessandria, per la sua natura multietnica, multilingue, la tolleranza morale, la vitalità dei commerci, la licenziosa vita notturna, per la ricchezza culturale frutto della congiunzione di molte culture: greca, ebrea, italiana, copta, armena. Visse ad Alessandria fino alla morte avvenuta nel 1933.
Egli tuttavia aveva molto a cuore la cultura e la lingua greca, e frequentò perciò sempre, sia ad Alessandria che nei viaggi lontano da essa, la comunità di lingua greca. Fu profondo conoscitore della storia, della civiltà ellenica, dell’impero romano e bizantino, che espresse nella sua scrittura.
Kavafis occultò la sua omosessualità che, scoperta da adolescente, esplicava con animo contraddittorio tra il godimento libero, derivante dal piacere dei sensi di ellenistica memoria e un senso oscuro di censura di estrazione cristiana, per la quale questo piacere sterile poteva trovare appagamento solo in ambienti degradati e situazioni infime.
Forse per questo egli visse per tutta la vita un senso di segregazione, che lo teneva nel suo appartamento, alla luce di una lampada, a scrivere versi cercando nella memoria il ricordo di un giovane corpo, un piacere mai dimenticato, che la pelle e sensi gli avevano regalato.
Probabilmente nasce in questo contesto di solitudine la  poesia oggi in commento.
Splendido esempio di compiutezza e limpidezza, trattazione moderna, argomento insolito, paradigmatica quindi della poetica dell’autore. L’avvio con la congiunzione “e” del primo verso sembra proseguire un discorso precedente. La poesia si snoda poi in un unico periodo retto dai primi tre versi e scandito dall’imperativo “non sciuparla”. Si riferisce alla vita Kavafis, ed in linea col suo vissuto di riserbo e solitudine, raccomanda di non sprecare la vita in commerci e vacue frequentazione, ma di selezionare le persone e gli eventi a cui partecipare con cura, in modo che la vita ci sia cara e non diventi un’estranea in balia del frenetico gioco degli inviti e delle relazioni.
La raccomandazione mi sembra particolarmente indicata in un’epoca nella quale ci lasciamo trascinare dalla mania del divertimento e della partecipazione ad attività ludiche, ricreative, sociali, collettive, più o meno grandiose, dove solo l’esserci in quello specifico luogo oggetto d’attenzione o diventato di moda, sembra dare una patente di esistenza in vita.
Mi sovvengono due citazioni musicali per questo argomento, che hanno in qualche modo attinenza con la poesia, con lo spirito che la pervade, specialmente con l’ indovinato aggettivo stucchevole, che ben esprime la nausea per tutte le occasioni festaiole e by night che tanto coinvolgono molta nostra attuale gioventù. Le propongo nei “gettonati” official video sottostanti.  Sia, voce affascinante ed interprete del più recente “Chandelier” e il più datato “Fuori dal tunnel” del cantautore Caparezza.

 

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Parole di donna 11: ANTONELLA ANEDDA

03 lunedì Lug 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

≈ 1 Commento

Tag

Antonella Anedda, Deborah Mega, In una stessa terra

by Abbas Kiarostami

 

Se ho scritto è per pensiero

perché ero in pensiero per la vita

per gli esseri felici

stretti nell’ombra della sera

per la sera che di colpo crollava sulle nuche.

Scrivevo per la pietà del buio

per ogni creatura che indietreggia

con la schiena premuta a una ringhiera

per l’attesa marina – senza grido – infinita.

 

Scrivi, dico a me stessa

e scrivo io per avanzare più sola nell’enigma

perché gli occhi mi allarmano

e mio è il silenzio dei passi, mia la luce deserta

– da brughiera –

sulla terra del viale.

 

Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco

trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli

perché solo il coraggio può scavare

in alto la pazienza

fino a togliere peso

al peso nero del prato.

 

Antonella Anedda, In una stessa terra, da  Notti di pace occidentale, Donzelli, Roma 1999

 

Nonostante la consapevolezza dei limiti del linguaggio, Antonella Anedda scrive perché è in pensiero per la vita, per coloro che sono felici ma su cui incombono la caducità e la precarietà mentre già arriva la sera di ciascuno. Semplicemente, quasi umilmente, la poetessa innalza la sua preghiera laica spiegando che scrive perché ha pietà del buio e di tutti coloro che indietreggiano di fronte ad una difficoltà, che sono con le spalle al muro, appoggiati ad una ringhiera. Si scrive per avanzare nell’enigma, per tentare di comprendere il perché delle cose e degli eventi, perché niente e nessuno è difeso e protetto e anche le parole sono più fragili delle cose stesse, come la parola bosco quando è priva di uccelli e di rami. Solo il coraggio e la pazienza possono sostenerci. Continua a leggere →

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Incipit 11 : Lessico famigliare

26 lunedì Giu 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Tag

Deborah Mega, Lessico famigliare, Natalia Ginzburg, romanzo

Nella mia casa paterna, quand’ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava:  Non fate malagrazie! Se inzuppavamo il pane nella salsa, gridava: – Non leccate i piatti! Non fate sbrodeghezzi! non fate  potacci! Sbrodeghezzi e potacci erano, per mio padre, anche i quadri moderni, che non poteva soffrire. Diceva: – Voialtri non sapete stare a tavola! Non siete gente da portare nei loghi! E diceva: – Voialtri che fate tanti sbrodeghezzi, se foste una table d’hôte in Inghilterra, vi manderebbero subito via. Aveva, dell’Inghilterra, la piú alta stima. Trovava che era, nel mondo, il piú grande esempio di civiltà. Soleva commentare, a pranzo, le persone che aveva visto nella giornata. Era molto severo nei suoi giudizi, e dava dello stupido a tutti. Uno stupido era, per lui, «un sempio». – M’è sembrato un bel sempio, – diceva, commentando  qualche  sua  nuova  conoscenza.  Oltre ai «sempi» c’erano i «negri». «Un negro» era, per mio padre, chi aveva modi goffi, impacciati e timidi, chi si vestiva in modo inappropriato, chi non sapeva andare in montagna, chi non sapeva le lingue straniere. Ogni atto o gesto nostro che stimava inappropriato, veniva definito da lui «una negrigura». – Non siate dei negri! Non fate delle negrigure! – ci gridava continuamente. La gamma delle negrigure era grande. Chiamava «una negrigura» portare, nelle gite in montagna, scarpette da città; attaccar discorso, in treno o per strada, con un compagno di viaggio o con un passante; conversare dalla finestra con i vicini di casa; levarsi le scarpe in salotto, e scaldarsi i piedi alla bocca del calorifero; lamentarsi, nelle gite in montagna, per sete, stanchezza o sbucciature ai piedi; portare, nelle gite, pietanze cotte e unte, e tovaglioli per pulirsi le dita. Nelle gite in montagna era consentito portare soltanto una determinata sorta di cibi, e cioè: fontina; marmellata; pere; uova sode; ed era consentito bere solo del tè, che preparava lui stesso, sul fornello a spirito. Chinava sul fornello la sua lunga testa accigliata, dai rossi capelli a spazzola; e riparava la fiamma dal vento con le falde della sua giacca,  una giacca di lana color ruggine, spelata e sbruciacchiata alle tasche, sempre la stessa nelle villeggiature in montagna. Non era consentito, nelle gite, né cognac, né zucchero a quadretti: essendo questa, lui diceva, «roba da negri»;  e non era consentito fermarsi a far merenda negli châlet, essendo una negrigura. Una negrigura era anche ripararsi la testa dal sole con un fazzoletto o con un cappelluccio di paglia, o difendersi dalla pioggia con cappucci impermeabili, o annodarsi al collo sciarpette: protezioni care a mia madre, che lei cercava, al mattino quando si partiva in gita, di insinuare nel sacco da montagna, per noi e per sé; e che mio padre, al trovarsele tra le mani, buttava via incollerito. Nelle gite, noi con le nostre scarpe chiodate, grosse, dure e pesanti come il piombo, calzettoni di lana e passamontagna, occhiali da ghiacciaio sulla fronte, col sole che batteva a picco sulla nostra testa in sudore, guardavamo con invidia «i negri» che andavan su leggeri in scarpette da tennis, o sedevano a mangiar la panna ai tavolini degli châlet. Mia madre, il far gite in montagna lo chiamava «il divertimento che dà il diavolo ai suoi figli», e lei tentava sempre di restare a casa, soprattutto quando si trattava  di mangiar fuori: perché amava, dopo mangiato, leggere il giornale e dormire al chiuso sul divano. Passavamo sempre l’estate in montagna. Prendevamo una casa in affitto, per tre mesi, da luglio a settembre. Di solito, eran case lontane dall’abitato; e mio padre e i miei fratelli andavano ogni giorno, col sacco da montagna sulle spalle, a far la spesa in paese. Non c’era sorta di divertimenti o distrazioni. Passavamo la sera in casa, attorno alla tavola, noi fratelli e mia madre. Quanto a mio padre, se ne stava a leggere nella parte opposta della casa; e, di tanto in tanto, s’affacciava alla stanza dove eravamo raccolti a chiacchierare e a giocare. S’affacciava sospettoso, accigliato; e si lamentava con mia madre della nostra serva Natalina, che gli aveva messo in disordine certi libri; «la tua cara Natalina», diceva. «Una demente», diceva, incurante del fatto che la Natalina, in cucina, potesse udirlo. D’altronde alla frase «quella demente della Natalina» la Natalina c’era abituata, e non se ne offendeva affatto. A volte la sera, in montagna, mio padre si preparava per gite o ascensioni. Inginocchiato a terra, ungeva le scarpe sue e dei miei fratelli con del grasso di balena; pensava che lui solo sapeva ungere le scarpe con quel grasso. Poi si sentiva per tutta la casa un gran rumore di ferraglia: era lui che cercava i ramponi, i chiodi, le piccozze. – Dove avete cacciato la mia piccozza? – tuonava. Lidia! Lidia! dove avete cacciato la mia piccozza? Partiva per le ascensioni alle quattro del mattino, a volte solo, a volte con guide di cui era amico, a volte con i miei fratelli; e il giorno dopo le ascensioni era, per la stanchezza, intrattabile; col viso rosso e gonfio per il riverbero del sole sui ghiacciai, le labbra screpolate e sanguinanti, il naso spalmato di una pomata gialla che sembrava burro, le sopracciglia aggrottate sulla fronte solcata e tempestosa, mio padre stava a leggere il giornale, senza pronunciare verbo: e bastava un nonnulla a farlo esplodere in una collera spaventosa. Al ritorno dalle ascensioni con i miei fratelli, mio padre diceva che i miei fratelli erano «dei salami» e «dei negri», e che nessuno dei suoi figli aveva ereditato da lui la passione della montagna; escluso Gino, il maggiore di noi, che era un grande alpinista, e che insieme a un amico faceva  punte difficilissime; di Gino e di quell’amico, mio padre parlava con una mescolanza di orgoglio e di invidia, e diceva che lui ormai non aveva piú tanto fiato, perché andava invecchiando. Questo mio fratello Gino era, del resto, il suo prediletto, e lo soddisfaceva in ogni cosa; s’interessava di storia naturale, faceva collezioni d’insetti, e di cristalli e d’altri minerali, ed era molto studioso. Gino si iscrisse poi in ingegneria; e quando tornava a casa dopo un esame, e diceva che aveva preso un trenta, mio padre chiedeva: – Com’è che hai preso trenta? Com’è che non hai preso trenta e lode? E se aveva presa trenta e lode, mio padre diceva: – Uh, ma era un esame facile. In montagna, quando non andava a fare ascensioni, o gite che duravano fino alla sera, mio padre andava però, tutti i giorni, «a camminare»; partiva, al mattino presto, vestito nel modo identico di quando partiva per le ascensioni, ma senza corda, ramponi o piccozza; se ne andava spesso da solo, perché noi e mia madre eravamo, a suo dire, «dei poltroni», «dei salami», e «dei negri»; se ne andava con le mani dietro la schiena, col passo pesante delle sue scarpe chiodate, con la pipa fra i denti. Qualche volta, obbligava mia madre a seguirlo; – Lidia! Lidia! – tuonava al mattino, – andiamo a camminare! Sennò t’impigrisci a star sempre sui prati! – Mia madre allora, docile, lo seguiva; di qualche passo piú indietro, col suo bastoncello, il golf legato sui fianchi, e scrollando i ricciuti capelli grigi, che portava tagliati cortissimi, benché mio padre ce l’avesse molto con la moda dei capelli corti, tanto che le aveva fatto, il giorno che se li era tagliati, una sfuriata da far venir giú la casa. – Ti sei di nuovo tagliati i capelli! Che asina che sei! – le diceva mio padre, ogni volta che lei tornava a casa dal parrucchiere. «Asino» voleva dire, nel linguaggio di mio padre, non  un  ignorante, ma uno che faceva  villanie o  sgarbi; noi suoi figli eravamo «degli asini» quando parlavamo poco o rispondevamo male. – Ti sarai fatta metter su dalla Frances! – diceva mio padre a mia madre, vedendo che s’era ancora tagliata i capelli; difatti questa Frances, amica di mia madre, era da mio padre molto amata e stimata, fra l’altro essendo la moglie d’un suo amico d’infanzia e compagno di studi; ma aveva agli occhi di mio padre il solo torto d’avere iniziato mia madre alla moda dei capelli corti; la Frances andava spesso a Parigi, avendo là dei parenti, ed era tornata da Parigi un inverno dicendo: – A Parigi si usano i capelli corti. A Parigi la moda è sportiva. A Parigi la moda è sportiva, – avevano ripetuto mia sorella e mia madre tutto l’inverno, rifacendo un po’ il verso alla Frances, che parlava con l’erre; si erano accorciate tutti i vestiti, e mia madre s’era tagliata i capelli; mia sorella no, perché li aveva lunghi fino in fondo alla schiena, biondi e bellissimi; e perché aveva troppa paura di mio padre.[…] Continua a leggere →

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