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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: CRITICA LETTERARIA

Incipit 24: La casa degli spiriti

12 lunedì Nov 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, Isabel Allende, La casa degli spiriti

Man Ray, Zero

Barrabàs arrivò in famiglia per via mare, annotò la piccola Clara con la sua delicata calligrafia. Già allora aveva l’abitudine di scrivere le cose importanti e più tardi, quando rimase muta, scriveva anche le banalità, senza sospettare che, cinquant’anni dopo, i suoi quaderni mi sarebbero serviti per riscattare la memoria del passato, e per sopravvivere al mio stesso terrore. Il giorno in cui arrivò Barrabàs era Giovedì Santo. Stava in una gabbia lercia, coperto dei suoi stessi escrementi e della sua stessa orina, con uno sguardo smarrito di prigioniero miserabile e indifeso, ma già si intuiva dal portamento regale della sua testa e dalla dimensione del suo scheletro il gigante leggendario che sarebbe diventato. Era quello un giorno noioso e autunnale, che in nulla faceva presagire gli eventi che la bimba scrisse perché fossero ricordati e che accaddero durante la messa delle dodici, nella parrocchia di San Sebastiàn, alla quale assistette con tutta la famiglia.
In segno di lutto, i santi erano coperti di drappi viola, che le beghine toglievano ogni anno dalla polvere dell’armadio della sacrestia, e, sotto i lenzuoli funebri, la corte celeste sembrava un cumulo di mobili in attesa del trasloco, senza che le candele, l’incenso o i gemiti dell’organo potessero opporsi a questo pietoso effetto.
Minacciose masse scure si ergevano al posto dei santi a grandezza naturale, con le loro facce tutte identiche dall’espressione raffreddata, le loro elaborate parrucche di capelli di morto, i loro rubini, le loro perle, i loro smeraldi di vetro colorato e i loro abiti da nobili fiorentini. L’unico favorito dal lutto era il patrono della chiesa, San Sebastiano, perché nella settimana santa veniva risparmiato ai fedeli lo spettacolo del suo corpo contorto in una posizione indecente, trafitto da mezza dozzina di frecce, grondante sangue e lacrime, come un omosessuale sofferente, le cui piaghe, miracolosamente fresche grazie al pennello di padre Restrepo, facevano tremare di ribrezzo Clara.

 […]

Isabel Allende, La casa degli spiriti, Feltrinelli, 1983

 

La casa degli spiriti è il primo romanzo di Isabel Allende, pubblicato a Buenos Aires nel 1982 e tradotto e pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1983. Pare che faccia parte di una trilogia ideale, gli altri romanzi, scritti successivamente, furono  La figlia della fortuna e Ritratto in seppia. La Allende si trovava già a Caracas, in autoesilio dopo il golpe del generale Pinochet in cui aveva trovato la morte il cugino di suo padre, il presidente Salvador Allende. Il golpe di Pinochet era stato un grave colpo per la famiglia Allende e Isabel era stata costretta a riparare con il marito e i due figli a Caracas. Il libro affronta la storia del Cile, vista attraverso gli occhi e le emozioni delle donne di tre differenti generazioni. Inizia negli anni venti del Novecento, con la morte di Rosa del Valle, avvelenata accidentalmente dagli avversari politici del padre. La morte di Rosa è un evento traumatico per la sorella più piccola, Clara, che fin da bambina manifesta il dono della preveggenza e della telepatia. Esteban Trueba, già innamorato di Rosa, stava lavorando duramente per poter sposare la ragazza, ma, dopo aver appreso la notizia della sua morte, si trasferisce nella sua tenuta di campagna, “Le Tre Marie” e, dopo anni di decadenza e di incuria la riporta allo splendore, imponendosi come uno dei proprietari terrieri più eminenti della zona. Lì, però, risente della solitudine e compie violenze contro le figlie dei contadini delle sue campagne. Nove anni dopo Clara prevede che Esteban Trueba chiederà la sua mano, e questo succede quando l’uomo torna nella capitale per dire addio alla madre malata. Convinto di doversi sposare, infatti, Esteban chiede la mano di Clara del Valle, sorella della defunta Rosa, la quale, accetta la proposta e rompe il silenzio di diversi anni di mutismo volontario. Dopo pochi mesi si celebra il matrimonio. Esteban si innamora di Clara tuttavia capisce subito che lei non ricambierà mai il suo amore perché è un essere angelico appartenente più all’altro mondo, quello delle anime, che a quello dei mortali. È allo scopo di farla innamorare che decide di costruire la “Grande casa dell’angolo”, una bellissima casa di lusso che costituirà lo sfondo per le avventure delle future generazioni. Trasferitasi nella casa di campagna, con loro va a vivere Férula, sorella di Esteban che aveva accudito la loro madre fino alla sua morte e che instaura una grande amicizia con Clara, che si protrae fino a quando l’uomo, disturbato e geloso delle cure e dell’adorazione dimostrata da Férula nei confronti di sua moglie, la caccia di casa. Férula morirà emarginata e povera, e il suo spirito si presenterà a salutare per l’ultima volta l’amata cognata. Clara intanto aveva dato alla luce Blanca, ma dopo alcuni anni il padre la manda in collegio per farle avere un’educazione adeguata al suo status sociale. Durante uno dei suoi rientri a casa, Blanca incontra Pedro Terzo Garcìa, il figlio di uno dei contadini delle Tre Marie. Con gli anni Blanca coltiva per lui un amore profondo e indissolubile quanto impossibile. La storia tra lei e Pedro è senza speranza perché lei è la figlia di un nobile e lui il figlio di un mezzadro. Un giorno Trueba, preso dall’ira, colpisce al volto la moglie che si era pronunciata in difesa della figlia, e Clara decide di non rivolgergli mai più la parola e di andarsene dalla campagna per tornarsene in città. Dopo alcuni anni Blanca torna a casa e sfida l’autorità del padre per amore del ribelle Pedro Terzo García, che conosceva fin da quando era bambino.  Blanca rimane incinta di Alba, che viene però considerata figlia del conte de Satigny al quale Esteban aveva dato in sposa Blanca. La giovane era fuggita dal proprio marito, nel momento in cui aveva scoperto gusti libertini non compatibili con il matrimonio. Un giorno Clara dice ad Alba che le anime la stanno chiamando dall’altro mondo, e che è finita la sua permanenza in quello dei mortali. Clara muore il giorno del settimo compleanno della piccola, ma Alba, Blanca ed Esteban continuano a sentire la sua presenza tra i muri della casa. Clara non lascia mai veramente la storia, è sempre un’anima che guida la famiglia nei momenti difficili. L’amarezza di Trueba si attenua solo quando Blanca dà alla luce Alba che, soprattutto dopo la morte di Clara, per l’ormai vecchio Trueba rappresenta l’ultimo affetto, dopo che aveva allontanato anche i due fratelli più piccoli di Blanca, i gemelli Jaime e Nicolás. Esteban si affeziona alla nipote più di quanto avesse mai fatto con i suoi figli. Quando Esteban entra in politica, i suoi rapporti con Pedro si inaspriscono ancora di più, perché il ragazzo sostiene la rivoluzione, mentre Esteban è un esponente della Destra Conservatrice. Nel 1970 vince le elezioni per la carica di presidente Salvador Allende, un socialista. Esteban Trueba si oppone con forza al presidente e fa parte del gruppo di politici che organizzano il golpe cileno, con l’aiuto della CIA. Alle spalle di Trueba, Jamie diventa amico del presidente Allende, mentre nel paese si moltiplicano gli scontri tra ceto medio e aristocrazia e gli atti di terrorismo imperversano nel paese. Nel 1973 viene realizzato il Colpo di Stato cileno. Quando i militari entrano nel Palazzo della Moneda, sequestrano tutti, compreso Jamie, che viene torturato e poi ucciso. L’Esercito non restituisce il potere alla Destra politica, come pensava Esteban, una volta al potere, estromette i politici conservatori da cui aveva ricevuto impulso e finanziamenti e affida il potere a Pinochet. Jaime, imprigionato durante il golpe, si rifiuta di mentire sulla fine del Presidente, di cui era amico, e viene torturato e ucciso. Trueba riesce a far espatriare in Canada Blanca e Pedro Terzo García. Alba intanto offre rifugio ai perseguitati dal regime, che come fantasmi popolano la casa dell’angolo, confusi da Esteban con le altre ombre, quelle degli spiriti della famiglia, che avevano frequentato i circoli esoterici di Clara. A causa della sua relazione con il rivoluzionario Miguel e del suo appoggio ai guerriglieri e ai latitanti, la giovane viene arrestata, torturata e stuprata dai militari che vogliono sapere dove si nasconda il suo amante, e in particolare da uno dei tanti nipoti illegittimi di Trueba, Esteban García, che covava sin da piccolo il rancore della nonna, una delle contadine violentate dal padrone, e l’invidia per la padroncina. Esteban Trueba riesce a liberare la nipote, grazie alla sua amicizia con Tránsito Soto, una prostituta nota tra i funzionari militari. Alba, infine, in attesa di Miguel e di mettere al mondo la propria figlia, riscopre i vecchi quaderni dove Clara annotava minuziosamente la sua vita durante i lunghi silenzi, e con essi ricostruisce la storia della sua famiglia e del suo paese. Esteban Trueba, in punto di morte, verrà salutato dal fantasma di Clara, poi muore tra le braccia di Alba, dopo averle raccontato tutta la storia della famiglia a partire dalla morte di Rosa. Il romanzo si conclude come era iniziato, con la differenza che non è più Clara a narrare le vicende della famiglia, ma la giovane Alba, che è il simbolo della vita che continua, nonostante gli errori e le disgrazie. Con La casa degli spiriti la Allende si è affermata come una delle più importanti voci della letteratura sudamericana. Il romanzo descrive eventi effettivamente accaduti, notevole è inoltre nel libro la presenza di elementi di realismo soprannaturale, come gli spiriti, da cui il titolo. Con un linguaggio semplice e a volte crudo si descrivono il dolore, le passioni, la dittatura, la colpa, la vendetta, l’ingiustizia e si analizzano tipologie umane differenti come quella di Esteban, ossessionato dal senso di possesso di persone e cose, agli antipodi rispetto alla personalità di Clara, immersa in un mondo parallelo, fatto di mutismi volontari, di spiriti, di visioni. Il romanzo è un misto tra realtà e fantasia, tra ricordi e racconti, tra politica e situazioni familiari. Il realismo magico è un tratto caratteristico di tutta la letteratura sudamericana ed è interessante notare che, nell’opera della Allende, le donne, Rosa, Clara, Blanca, Alba sono il motore dell’azione e i catalizzatori di tutta la magia.

Deborah Mega

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“Il rigo tra i rami del sambuco” di Emilia Barbato. Nota critica di Deborah Mega

05 lunedì Nov 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Deborah Mega, Emilia Barbato, Il rigo tra i rami del sambuco

L’ultima produzione di Emilia Barbato è una preziosa plaquette edita da Pietre Vive nella collana iCentoLillo e illustrata da Nadiya Yamnych. Si tratta di una silloge dedicata alle grandi donne che formano una donna: la propria madre, la propria nonna, la terra che brucia di notte, scrive l’autrice. I testi che compongono la raccolta hanno i tratti della delicatezza, perseguono una poetica delle piccole cose, incantano con la suggestione delle immagini: a partire dal titolo, che evoca, insieme alle illustrazioni originali della Yamnych, atmosfere giapponesi. Sembrerebbero scene di vita quotidiana, è ritratto infatti il paesaggio urbano fatto di palazzi, antenne, case affacciate all’abitudine, centri commerciali, se non fossero scandite da istantanee di senilità, da naufragi di relitti, da vuoti, assenze e sottrazioni. Tre sezioni costituiscono la raccolta: la prima reca l’acronimo dell’antigene carboidratico, un marcatore tumorale, l’altra è indicata dal numero di un paziente oncologico che, procedendo nella lettura, si scopre essere la propria madre, il cui corpo martoriato è paragonato alla terra dei fuochi. La terza sezione è titolata Oxaliplatino, un agente chemioterapico indicato nel trattamento del tumore in questione. C’è tutto un ecosistema meccanico a regolare monitoraggi, soluzioni, campanelli che segnalano richieste al personale. Si descrive l’attesa, castigo e disciplina, le stanze poco illuminate, asettiche e prive di calore umano dell’ospedale e poi, in simbiosi con chi soffre, la scarica di radiazioni, la paura, perfino la sofferenza di chi amiamo. Basta un sorriso a donarci la speranza, ad offrirci un appiglio di salvezza che non ci faccia sentire così drammaticamente impotenti. Non sempre però sono sufficienti la forza, la caparbietà, la fierezza, la maestosità, il rigore che sono propri dei cipressi e dei mesi invernali. Si muore nell’inatteso di un giorno / per una falla di pianificazione, scrive Barbato. Non si è mai preparati di fronte alla scomparsa dei nostri cari, si resta pietrificati e freddi / sul baratro della sorpresa. Avviene poi di assistere al miracolo della rassegnazione, la stessa che ci permette di farcene una ragione facendoci dono del verbo del cielo, della pioggia e dei suoni d’acqua che incantano con la trasparenza delle immagini. All’arrivo della primavera anche il ciliegio si prepara alla piena fioritura in cui si raggiunge l’equazione bellezza=morte. Dentro però ci travaglia un residuo inverno che non passa. Possiede uno straordinario talento Emilia, nel fissare istanti di suggestione. È possibile coglierlo nei vari testi ma in particolare nei due haiku presenti:

Eri tu mamma,

c’ero, nella tua stanza

gocce di gelo.

 

Sommo lo sguardo,

nuvole di ciliegi

piovono piano.

Il corpo della madre, aggredito dalla malattia, corrisponde a qualsiasi corpo che “in terra e in mar semina morte”, allo stesso modo, per associazione di idee, il corpo materno è quello della terra dei fuochi che non è solo quella napoletana ma la terra di tutti, deturpata in modo irreversibile. Dal dramma personale si giunge al dramma universale. Il dolore di Emilia è anche il nostro, appartiene a ciascuno di noi.

Deborah Mega

*

Il sambuco stormisce
con una voce dimenticata
di campagna un oscillare
di foglie lieve per l’oscura
la rigogliosa e la vergine,
qualcuno strilla parole remote
di una bellezza senza fiducia.
La terra brucia
e genera e si accuccia,
un piccolo animale che scava
che ti somiglia,
una tazza che si sbreccia.

*

È benigno?
Perdoni la domanda,
io non conosco la parola storta
che cresce nell’intestino di mia mamma.

*

Ha freddo!
Così deve andare dopo l’intervento? È troppo magra e con tutte
quelle sonde non voglio
toccarla, capisce?
Osso dopo osso,
nel letto spoglio dove finiscono le ore c’è la terra dei fuochi di mia mamma.

*

Ti scrivo in giorni di apparente luce
– penso di scriverti ma non lo faccio
il buio entra in forma di punteruoli
che aprono in silenzio –
Con la maniera affannata dei pomeriggi
inseguo raggi, i favori del cielo,
il corpo di una sconosciuta che mi precede
e ondeggia sulla strada come un metronomo,
fuori tutto si direbbe procedere
con l’entusiasmo dell’estate
ma dentro sono ferma, stretta
a una nuova chiarezza,
mi chiedo quando questo sasso
che mi distacca abbia formato
una tale consistenza e quante
cose in questo modo io manchi.

*

È un gene, una quinta stagione
da cui non esci, una mattina
qualunque con i piedi al gelo,
la guancia bruciata dal freddo
aderisce perfettamente al vetro,
si incolla nel tuo terrore,
dovrai strapparla,
procurarti altro dolore.

 

Testi tratti da Il rigo tra i rami del sambuco, Pietre Vive, settembre 2018

Nadiya Yamnych, Cielo stellato

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FRANKENSTEIN, GENESI DI UN CAPOLAVORO

31 mercoledì Ott 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Frankenstein ossia il moderno Prometeo, Mary Shelley

Ti ho chiesto io, Creatore,

di modellarmi uomo dalla mia creta?

Ti ho sollecitato io

a liberarmi dall’oscurità?

John Milton, Il Paradiso Perduto

(X, 743-5)

In occasione del bicentenario dalla pubblicazione nel 1818 di Frankenstein, vi proponiamo un approfondimento dedicato a questo celebre romanzo. Non c’è altra opera della tradizione gotica che sia penetrata così profondamente nell’immaginario collettivo. Continua a leggere →

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Nota critica su “La profezia dei voli” di Fernando Lena

15 lunedì Ott 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Deborah Mega, Fernando Lena, La profezia dei voli

Dall’abisso alla rinascita

Se ci si aspetta una consueta pur se mirabile silloge di poesie da La profezia dei voli di Fernando Lena, edita da Archilibri nel 2016, si potrebbe restare inizialmente spiazzati perché è molto più avvincente e commovente di una raccolta poetica. Continua a leggere →

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Incipit 23: Moby Dick

17 lunedì Set 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, Herman Melville, Moby Dick

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un gran gesto filosofico Catone si butta sulla spada: io zitto zitto m’imbarco. E non c’è niente di strano. Se soltanto lo sapessero, prima o poi quasi tutti nutrono, ciascuno a suo modo, su per giù gli stessi miei sentimenti per l’oceano.  […]

Herman Melville, Moby Dick, Bentley, Harper & Brothers, 1851

Il romanzo Moby Dick fu scritto in un anno e mezzo da Hermann Melville e fu dedicato all’amico Nathaniel Hawthorne. Capolavoro della letteratura americana della American Renaissance,  fu pubblicato in due versioni differenti nel 1851: in ottobre a Londra dall’editore Bentley con il titolo The Whale (“La balena”) con modifiche fatte dall’autore e dall’editore per ripulire il testo dalle parti considerate offensive nei confronti della Corona britannica; in novembre a New York presso l’Editore Harper & Brothers con il titolo definitivo Moby-Dick. Alla morte di Melville però, nel 1891, l’opera era fuori stampa, fu riscoperta solo negli anni Venti del ‘900.

La vicenda narrata da Ismaele, nome di origine biblica, nella Genesi infatti Ismaele è il figlio di Abramo e della schiava Agar, tratta il tema del viaggio della baleniera Pequod, comandata dal capitano Achab e della maledizione perchè la nave è condannata ad essere affondata da un’enorme balena bianca, in realtà un capodoglio, verso il quale Achab nutre una smisurata sete di vendetta. In Moby Dick oltre alle scene di caccia alla balena, si affronta il dilemma dell’ignoto, il senso di speranza, la possibilità di riscattarsi. Il narratore Ismaele, alter ego dell’autore, tratta riflessioni scientifiche, religiose, filosofiche sulla verità e la giustizia e trasforma il viaggio in un’allegoria della condizione della natura umana. Il contenuto enciclopedico e digressivo richiede che la lettura sia accompagnata dall’interpretazione, in quanto l’autore utilizza un gran numero di citazioni di storie epiche, shakespeariane, bibliche. Moby Dick fu tradotto in italiano per la prima volta nel 1930 dallo scrittore Cesare Pavese che non riuscì a farlo pubblicare. Solo nel 1932 l’editore Carlo Frassinelli lo fece stampare nella sua neonata casa editrice come primo titolo della collana Biblioteca europea diretta da Franco Antonicelli. Il narratore Ismaele è un marinaio che nonostante «sia oramai piuttosto vecchio del mestiere» ha deciso che per il suo prossimo viaggio s’imbarcherà su una baleniera. In una notte di dicembre giunge alla Locanda dello Sfiatatoio, presso New Bedford, accettando di dividere un letto con uno sconosciuto al momento assente. Quando il suo compagno di branda, un tatuatissimo ramponiere polinesiano chiamato Queequeg, fa ritorno a ora tarda e scopre Ismaele sotto le sue coperte, i due uomini si spaventano reciprocamente. Diventati amici, i due decideranno di imbarcarsi assieme dall’isola di Nantucket sulla Pequod. La nave è comandata da un inflessibile capitano chiamato Achab ed è equipaggiata da 30 marinai di ogni razza e provenienti da ogni angolo del pianeta. Sul molo i due amici s’imbattono in un misterioso uomo dal nome biblico di Elia che allude a future disgrazie che colpiranno Achab. L’atmosfera di mistero si amplifica la mattina di Natale quando Ismaele vede delle oscure figure nella nebbia vicine al Pequod, che proprio quel giorno spiega le vele. All’inizio sono gli ufficiali della nave a dirigere la rotta, mentre Achab se ne sta rinchiuso nella sua cabina. Il primo ufficiale è Starbuck, un uomo severo e coscienzioso che si dimostra anche un abile comandante; il secondo ufficiale è Stubb, spensierato e allegro, collezionista e fumatore di pipe; il terzo ufficiale è Flask, tozzo e di bassa statura e del tutto affidabile. Una mattina, qualche tempo dopo la partenza, finalmente Achab compare sul cassero della nave. La sua è una figura imponente priva di una gamba dal ginocchio in giù, rimpiazzata da una protesi realizzata con la mascella di un capodoglio. Achab svela all’equipaggio che il vero obiettivo della caccia è Moby Dick, un vecchio ed enorme capodoglio, dalla pelle chiazzata che lo ha menomato durante il suo ultimo viaggio a caccia di balene. Egli non si fermerà davanti a niente nel suo tentativo di uccidere la balena bianca. Durante la prima calata della lance per inseguire un gruppo di balene, Ismaele riconosce gli uomini intravisti nella foschia prima che il Pequod salpasse. Achab aveva in segreto portato con sé il proprio equipaggio, incluso un ramponiere chiamato Fedallah, un enigmatico personaggio che esercita una sinistra influenza su di lui. Il romanzo descrive numerosi incontri con altre navi in mare aperto durante i quali Achab rivolge sempre la stessa domanda all’equipaggio delle altre navi: «Avete visto la Balena Bianca?». Quando il Pequod entra nell’Oceano Pacifico Queequeg si ammala e chiede al carpentiere della nave che gli venga costruita una bara che non gli servirà poiché alla fine deciderà di continuare a vivere. Quando Achab non accoglie richieste di aiuto da altre navi perché è davvero vicino a Moby Dick e non si fermerà di certo per soccorrerli, Starbuck lo implora invano di riconsiderare la sua sete di vendetta. Il giorno dopo, il Pequod avvista Moby Dick. Per due giorni l’equipaggio insegue la balena, che infligge loro numerosi danni, compresa la scomparsa in mare del ramponiere Fedallah. Il terzo giorno Moby Dick, riemergendo, lo mostra ormai morto avviluppato dalle corde dei ramponi. Il capodoglio che nuota lontano dal Pequod non cerca la morte dei balenieri mentre Achab vuole la sua vendetta. Achab ignora per l’ennesima volta la voce della ragione e continua con la sua caccia sventurata. Poiché Moby Dick aveva danneggiato due delle tre lance che erano salpate per cacciarlo, l’imbarcazione di Achab è l’unica rimasta intatta. Achab rampona la balena, ma la corda del rampone si rompe. Moby Dick si scaglia allora contro il Pequod stesso, il quale, danneggiato gravemente, comincia ad affondare. Achab rampona nuovamente la balena ma questa volta il cavo gli si impiglia al collo e il capitano viene trascinato negli abissi oceanici dall’immersione di Moby Dick. La lancia viene quindi inghiottita dal vortice generato dall’affondamento della nave, nel quale quasi tutti i membri dell’equipaggio trovano la morte. Soltanto Ismaele riesce a salvarsi, aggrappandosi alla bara di Queequeg. Il romanzo di Melville ha notevolmente influenzato gli autori successivi dando origine a innumerevoli citazioni in altre opere e ad una ricca cinematografia.  La caccia alle balene ai tempi di Melville era divenuta un’attività idealizzata, rappresentava la vitalità dello spirito americano che si espande sugli oceani e il conflitto primordiale tra l’uomo e le forze misteriose della Natura. Il viaggio diventa per Ismaele e per Melville alternativa alla morte, processo di accostamento al Vero. È impresa eroica, ma anche processo di colpa e punizione. Qualcuno ha sottolineato l’aspetto faustiano di Achab, il fatto che rappresenti la maledizione dell’uomo moderno, escluso dalla Natura che rimpiange; altri hanno visto in lui l’eroe folle di Byron e dei romantici, il superuomo o il dittatore che spinge una ciurma di automi al suicidio collettivo. Nel rispettare l’altro da sé e il mistero delle cose Ismaele è l’unico che si avvicini a capire la balena bianca e l’unico capace di sopravvivenza e di rinascita. Forse per questo è l’unico a salvarsi e a poter testimoniare. Moby Dick è per ciascuno ciò che vuol credere: per Achab l’incarnazione del male metafisico, per Queequeg uno dei demoni contro cui si deve lottare, per Ismaele una creatura ambigua come la Natura, benigna e malvagia, vulnerabile e allo stesso tempo immortale. Per Melville la lotta epica tra Achab e la balena rappresenta l’eterna sfida tra il Bene e il Male e Moby Dick il Male dell’universo.  Ma la balena rappresenta anche l’Assoluto che l’uomo insegue e non può conoscere mai.

Deborah Mega

 

 

 

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Nota critica su “In che luce cadranno” di Gabriele Galloni

10 lunedì Set 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

≈ 2 commenti

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Deborah Mega, Gabriele Galloni, In che luce cadranno

Death is nothing at all.
I have only slipped away to the next room.

Henry Scott Holland

 

Sorprende che a parlare di un tema tanto dibattuto ma mai scontato come è quello della morte sia un poeta giovane che a tutto dovrebbe pensare tranne che a questo. Gabriele Galloni dedica a coloro che non ci sono più la sua seconda silloge, edita da RP Libri. Non è un caso probabilmente che la lirica di apertura tratti il tema della consolazione. Galloni scrive che i morti, pur essendo ancorati loro malgrado all’Invisibile, dimostrano il loro amore tentando di consolare noi e l’inquieta vastità della casa, appaiono nei discorsi e nei ricordi di chi resta, rappresentano il lapsus e l’indicibile nelle conversazioni dei vivi. Continua a leggere →

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Nota critica sull’antologia di racconti “Il tempo sospeso” di Francesca Varagona

03 lunedì Set 2018

Posted by Deborah Mega in I nostri racconti, LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Deborah Mega, Francesca Varagona, Il tempo sospeso

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Dalla percezione e dall’osservazione del reale si alimentano i racconti che compongono l’antologia di Francesca Varagona edita da Terra marique, opera in cui il filo conduttore è quello della mancanza intesa come perdita, dispersione, mancata realizzazione di un progetto di vita. Non è come dire vacuità perché il concetto stesso di mancanza porta alla mente l’esatto opposto, la presenza di qualcuno o qualcosa e l’attesa del ritorno oppure il manifestarsi di un fatto e il suo non verificarsi. L’autrice, con grande abilità narrativa, organizza un’ampia e variegata carrellata di tipologie e comportamenti umani soprattutto femminili. “Le vite delle donne senza nome sono silenziose”, scrive l’autrice, eppure sono vite vissute appieno, colme di gioie e di lutti. Continua a leggere →

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Meriggiare pallido e assorto

01 sabato Set 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Poesie

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Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto, Ossi di seppia

Limina Mundi riprende la sua programmazione ordinaria con la pubblicazione di un celebre testo di Eugenio Montale dedicato all’estate e tratto dalla raccolta Ossi di seppia. Il poeta descrive il paesaggio ligure assolato e riarso dal sole durante le ore più calde di un pomeriggio estivo. Gli elementi della natura diventano emblemi della sofferenza e del male di vivere che accomuna tutte le creature: il frusciare delle serpi, il movimento incessante delle formiche, il suono quasi metallico del mare sono tutte espressioni del brancolare privo di senso, dietro le quali si annida prepotentemente il nulla. Lo stesso vivere è come camminare costeggiando un muro invalicabile, che ha in cima “cocci aguzzi di bottiglia”, si mette in evidenza così l’impossibilità di sfiorare e comprendere il vero senso dell’esistenza. Meriggiare è il primo di una lunga serie di infiniti e forme impersonali come “ascoltare” “Osservare”, “andando”, “sentire”, “seguitare” che ricorrono nel componimento, per rappresentare una situazione di desolante staticità. I suoni aspri e secchi della c velare, della s e della r insieme al gruppo gl (“abbaglia”, “meraviglia”, “travaglio”, “muraglia”, “bottiglia”) che ricorrono per tutta la poesia, ricordano le scelte stilistiche dell’Alighieri delle “rime petrose”. L’immagine del muro è qualcosa di invalicabile, più che ad una barriera fisica si fa riferimento ad una condizione metafisica ed esistenziale. La poesia si compone di tre quartine e una strofa conclusiva di cinque versi (di varia misura, dall’endecasillabo al novenario) con rime secondo lo schema: AABB CDCD EEFF GHIGH.

foto di Deborah Mega

 

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

EUGENIO MONTALE, da Ossi di seppia

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Nota critica su “Capogatto” di Emilia Barbato

25 lunedì Giu 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Capogatto, Deborah Mega, Emilia Barbato

Persegue la sua “poesia del possibile”, Emilia Barbato, nell’ultima silloge Capogatto, edita per i tipi puntoacapo Collezione Letteraria. L’opera si presenta tripartita nelle sezioni Bastìa, Capogatto, Via dei transiti attraverso un percorso programmatico fortemente connotato di simbolismo e sacralità. Partiamo dal titolo. La prima definizione di Capogatto nel dizionario è capogiro, giramento di testa, la stessa autrice però precisa che l’espressione faccia riferimento ad una tecnica che, in agronomia, è impiegata alle propaggini della vite e che consiste nell’interrare l’apice del tralcio affinché generi nuove radici. La vite, e con essa qualsiasi germoglio venga riprodotto, rappresenta la vita stessa. Non a caso ne condivide la stessa etimologia e ne rispecchia il desiderio di fertilità, bellezza, prosperità, equilibrio.  Leggendo i versi di Emilia Barbato emerge un vigile controllo della parola, del lessico, perfino dei sentimenti, delle pulsioni, delle tentazioni, che, inevitabili, sembrano scorrere come linfa “nei nodi, nei tessuti conduttori”, talvolta guizzano in superficie per pochi attimi rivelatori per poi essere nuovamente controllati e messi a tacere.  Sacrificio inteso come disciplina, volontà e fede sono le qualità richieste affinchè la pianta madre dia frutto. Questo nobilissimo desiderio di riproduzione attecchisce nella sezione centrale del libro, intitolata non a caso “Capogatto”, certamente la più riuscita, laddove l’autrice, immedesimandosi con la talea, afferma “modulo un vagito -attecchisco- / fuori di me schiudo / gemme, cresco una figlia.” Continua a leggere →

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NERO DI PECE

03 domenica Giu 2018

Posted by alefanti in Parole di donna, Poesie, SINE LIMINE

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La pece che sale
che incolla i piedi alla terra
percorre le gambe
circonda ginocchia
abbraccia le cosce
si abbiglia sui fianchi
si stringe alla vita
si inerpica al torace
cattura le braccia
raggiunge le spalle
si arrotola al collo come fosse una sciarpa
carezza vischiosa il mento e le guance
ti bacia le labbra
la pece dell’odio

che spezza il respiro
chiude gli occhi, li nega
assorbe la vita
la ruba, la toglie

meglio che boia
dentro la propria casa
sarò sconfitta vittima inerme
ma bianca, sia pure di ossa spolpate
dall’urgenza di strapparmi dal nero dell’odio

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Incipit 22: Ragazzi di vita

28 lunedì Mag 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

≈ 1 Commento

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Deborah Mega, Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita

  1. Il Ferrobedò

E sotto er monumento de Mazzini…
Canzone popolare

Era una caldissima giornata di luglio. Il Riccetto che doveva farsi la prima comunione e la cresima, s’era alzato già alle cinque; ma mentre scendeva giù per via Donna Olimpia coi calzoni lunghi grigi e la camicetta bianca, piuttosto che un comunicando o un soldato di Gesù pareva un pischello quando se ne va acchittato pei lungoteveri a rimorchiare. Con una compagnia di maschi uguali a lui, tutti vestiti di bianco, scese giù alla chiesa della Divina Provvidenza, dove alle nove Don Pizzuto gli fece la comunione e alle undici il Vescovo lo cresimò. Il Riccetto però aveva una gran prescia di tagliare: da Monteverde giù alla stazione di Trastevere non si sentiva che un solo continuo rumore di macchine. Si sentivano i clacson e i motori che sprangavano su per le salite e le curve, empiendo la periferia già bruciata dal sole della prima mattina con un rombo assordante. Appena finito il sermoncino del Vescovo, Don Pizzuto e due tre chierici giovani portarono i ragazzi nel cortile del ricreatorio per fare le fotografie: il Vescovo camminava fra loro benedicendo i familiari dei ragazzi che s’inginocchiavano al suo passaggio. Il Riccetto si sentiva rodere, lì in mezzo, e si decise a piantare tutti: uscì per la chiesa vuota, ma sulla porta incontrò il compare che gli disse: «Aòh, addò vai?» «A casa vado,» fece il Riccetto, «tengo fame.» «Vie’ a casa mia, no, a fijo de na mignotta,» gli gridò dietro il compare, «che ce sta er pranzo.» Ma il Riccetto non lo filò per niente e corse via sull’asfalto che bolliva al sole. Tutta Roma era un solo rombo: solo lì su in alto, c’era silenzio, ma era carico come una mina. Il Riccetto s’andò a cambiare.
Da Monteverde Vecchio ai Granatieri la strada è corta: basta passare il Prato, e tagliare tra le palazzine in costruzione intorno al viale dei Quattro Venti: valanghe d’immondezza, case non ancora finite e già in rovina, grandi sterri fangosi, scarpate piene di zozzeria. Via Abate Ugone era a due passi. La folla giù dalle stradine quiete e asfaltate di Monteverde Vecchio, scendeva tutta in direzione dei Grattacieli: già si vedevano anche i camion, colonne senza fine, miste a camionette, motociclette, autoblinde. Il Riccetto s’imbarcò tra la folla che si buttava verso i magazzini. 
Il Ferrobedò lì sotto era come un immenso cortile, una prateria recintata, infossata in una valletta, della grandezza di una piazza o d’un mercato di bestiame: lungo il recinto rettangolare s’aprivano delle porte: da una parte erano collocate delle casette regolari di legno, dall’altra i magazzini. Il Riccetto col branco di gente attraversò il Ferrobedò quant’era lungo, in mezzo alla folla urlante, e giunse davanti a una delle casette. Ma lì c’erano quattro Tedeschi che non lasciavano passare. Accosto la porta c’era un tavolino rovesciato: il Riccetto se l’incollò e corse verso l’uscita. Appena fuori incontrò un giovanotto che gli disse: «Che stai a fa?» «Me lo porto a casa, me lo porto,» rispose il Riccetto. «Vie’ con me, a fesso, che s’annamo a prenne la robba più mejo.»  QUESTO TESTO E’ STATO COPIATO DAL BLOG LIMINA MUNDI.  Continua a leggere →

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Forma alchemica 23: Giorgio Caproni

24 giovedì Mag 2018

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA

≈ 2 commenti

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Giorgio Caproni

Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.

Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

Giorgio Caproni

Commento oggi una poesia breve. Giorgio Caproni alla sbarra esegue la sua danza. Un volteggio celeste di parole. Contraddizione e sintesi in questo testo. Un ricercare alla radice della sedentarietà che si sposa con l’esistenza/non esistenza. Uno sparire sullo sfondo dell’essere sempre in un luogo, per andare dove mai si è andati, quindi per restare fermi, non muoversi, quasi piantati, eppure dinamici. Un percussivo battere di infiniti, un andamento circolare di versi che vanno e vengono e restano nella presenza in un luogo – topos fisico e metaforico – dove mai l’io poetico fu.

Caproni semplice e stimolante, lapalissiano e lampante, nel senso proprio di fulminante, in questo inseguirsi verbale di affermazioni e negazioni  che richiama molta poesia di Pessoa; il suo eterno contraddirsi consegnato al  corpus poetico. Come per Pessoa tuttavia in Caproni  sono presenti, nella contrapposizione dell’essere/non essere, restare o andare,  gli echi metafisici dell’immaterialità  e dell’ assoluto. Grandi temi che denunciano una ricerca profonda della verità personale, un’interrogazione sulla verità del mondo.

Non si tratta dunque di giochi di parole, non c’è alcuna volontà d’impressionare il lettore, il linguaggio è comune, quotidiano. Rimarco particolarmente quest’aspetto in contrasto con certa poesia letta di recente in rete che appare una sorta di trasposizione in versi di un “Grande fratello” (il famoso programma guardone) con intenti di dissacrazione. Poesia che ricorre all’ ostentazione di un linguaggio turpe e ammiccamenti che lasciano intuire perversioni/ossessioni sessuali per impressionare, catturare l’attenzione, incuriosire e interrogarsi fino a che punto viene condotto il gioco.

Non sono io che cerco la poesia da proporre in forma alchemica è la poesia che viene a me. Non per niente leggo in questi giorni Caproni e questa sua, quasi un compensare la cattiva impressione lasciata dall’offerta di altri testi letti. In verità questa forma alchemica muove da questo questo testo e dalla premessa appena esposta per sviluppare una serie di considerazioni sulla poesia: natura, valenza, potenza e potenzialità, veicolo, strumento.

Ho sempre sostenuto che in poesia si possa dire tutto, che non c’è da temere la parola, men che meno temere di pronunziarne una. Non si deve aver paura di chiamare le cose con il loro nome: il pene è l’organo sessuale maschile, il coito è l’accoppiamento, l’elefante ha la proboscide, l’ape punge. La sequenza è volutamente allusiva.  Ho appreso recentemente che squirtare è l’atto dell’eiaculazione femminile. Mi sono compiaciuta del grazioso nome che essa ha assunto nel mondo. Mi sono detta che non si finisce mai di imparare. Tant’è che recentemente ho appreso come porre a confronto i dati di due colonne di excel formattando automaticamente gli eventuali duplicati.

Una cosa tuttavia è l’atto di imparare, un’altra è scrivere o leggere poesia. Perché si scrive poesia se non per consegnare al mondo la propria verità profonda? E ci si augura che questa verità ingentilisca il mondo, lo alimenti di bellezza. Scavare nel proprio pensiero fino ai punti più reconditi permette di esprimere concetti sottili e belli che contengono al loro interno riferimenti ai punti critici delle domande esistenziali. Le domande che il poeta pone a se stesso sono al contempo interrogativi che egli ci offre. Noi sentiamo di condividerli ravvisando nella sua ricerca una speciale progressione della ricerca collettiva, un avanzamento verso una verità mai pienamente posseduta, che prima o poi tuttavia raggiungeremo. Le menti più eccelse, le sensibilità più acute si muovono alla sua ricerca, quasi punte avanzate del pensiero umano, rivolte all’oltre, all’introspezione, alla descrizione, mediante il qui e ora, attraversando il presente.

Quando ritorno sfinita da una giornata di lavoro, poesia come quella che qui propongo mi dà ristoro. Viceversa leggere in versi parole che lasciano il sospetto di una voluta ostentazione, esercizio stilistico forte e forse, ma comunque composte da una sequenza di associazioni verbali allusive di perversioni e oscenità, la reazione è di repulsa. La stessa reazione che provoca la poesia scadente pervasa da sentimenti, sentimentalismi, nuvole e tramonti. Certamente è vero che le brutture esistono nel mondo, vero che la poesia accetta la verità come una forma di ricerca di bellezza, ma se si intuisce l’intento di impressionare, di ostentare e provocare allora non so più se sia possibile dirla poesia, perché non so più quanta verità contenga e, pertanto, sento come osceno anche il ricorso a questa forma di arte, che tutto tollera sia con esso espresso, tranne la menzogna.

D’altra parte quante volte ho letto della poesia associata all’idea di scoria, superfluo, escremento, qualcosa di tossico, di cui liberarsi, allora potrebbe succedere che si scriva vomitando addosso al mondo il male percepito, e qualora il male fosse vero, qualora vero fosse il dolore, certo la questione muta angolazione. Ancora una volta torniamo all’idea di verità, sebbene in questo caso la poesia non sia modalità di ricerca della verità che s’illumina di bellezza, ma viene strumentalizzata per restituire il male. Diventa valvola di sfogo del proprio travaglio, del male subito, del dolore provato. A questo proposito devo riconoscere che altra cosa che guasta la bellezza è la virulenza. La bellezza è compostezza, distanza, pace, silenzio. Ha consistenza bianca marmorea fino alla luce accecante. Tra le righe di un foglio bianco traspare questo controllo della potenza, quel domino della parola ch’è setacciare profondità, innalzarsi alle vette. Quando un immenso dolore decanta si esprime con diverse parole che trasmettono sensazioni diverse da quelle suscitate quand’esso è troppo vivo e taglia la carne. La poesia non è fatta per affettare il cuore, ma per suggerire una via di ristoro al dolore, per raccontare il dolore lontano con parole anche forti, ma che ne sostengono il peso, perché frutto di raccoglimento, rassegnazione, riflessione.

In conclusione la poesia non è per la menzogna e neanche per farne strumento dei propri bisogni, ma esiste per volare, condurci oltre, nel luogo dove sappiamo essere l’assoluto. Assoluto impossibile da raggiungere eppure intravisto nei viaggi mentali, ispirati e assorti, che preparano e precedono l’atto poetico. L’assoluto che tutto contiene della nostra vita ed esperienza e comprende ciò che è, sarà e saremo. Tutto questo eterno e infinito contenuto ha modo di manifestarsi nella più alta forma della parola: la poesia.

Non intendo con ciò deificare questa forma espressiva,  tantomeno venerarla, ma certo suggerisco a chi si accinga a “maneggiarla” di rispettarla per la sua valenza, per la sua potenza. E’ responsabilità dello scrittore di evitare di aggiungere orrido all’orrido, osceno all’osceno, male che traduce il male, che trasmette il male, ed è sua responsabilità l’incapacità di coltivare la bellezza. Cioè l’unica cosa che ci salva, che ci consola.

Loredana Semantica

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La giacca stregata

17 giovedì Mag 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Racconti

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Dino Buzzati, La giacca stregata

La giacca stregata è un racconto di Dino Buzzati, pubblicato nel 1968 nel volume La boutique del mistero. Il protagonista conosce casualmente  ad una festa, un uomo che indossa un vestito dal taglio impeccabile il quale gli consiglia di affidarsi ad un abile sarto di sua conoscenza. Egli si reca dal misterioso sarto, che gli confeziona una giacca di pregevole fattura.

immagine di Luis Velezmoro

Benché io apprezzi l’eleganza nel vestire, non bado, di solito, alla perfezione o meno con cui sono tagliati gli abiti dei miei simili. Una sera tuttavia, durante un ricevimento in una casa di Milano, conobbi un uomo, dall’apparente età di quarant’anni, il quale letteralmente risplendeva per la bellezza, definitiva e pura, del vestito. Non so chi fosse, lo incontravo per la prima volta, e alla presentazione, come succede sempre, capire il suo nome fu impossibile. Ma a un certo punto della sera mi trovai vicino a lui, e si cominciò a discorrere. Sembrava un uomo garbato e civile, tuttavia con un alone di tristezza. Forse con esagerata confidenza – Dio me ne avesse distolto – gli feci i complimenti per la sua eleganza; e osai perfino chiedergli chi fosse il suo sarto. L’uomo ebbe un sorrisetto curioso, quasi che si fosse aspettato la domanda. “Quasi nessuno lo conosce” disse “però è un gran maestro. E lavora solo quando gli gira. Per pochi iniziati.” “Dimodoché io… ?” “Oh, provi, provi. Si chiama Corticella, Alfonso Corticella, via Ferrara 17.” “Sarà caro, immagino.” “Lo presumo, ma giuro che non lo so. Quest’abito me l’ha fatto da tre anni e il conto non me l’ha ancora mandato.” “Corticella? Via Ferrara 17, ha detto?” “Esattamente” rispose lo sconosciuto. E mi lasciò per unirsi ad un altro gruppo. In via Ferrara 17 trovai una casa come tante altre e come quella di tanti altri sarti era l’abitazione di Alfonso Corticella. Fu lui che venne ad aprirmi. Era un vecchietto, coi capelli neri, però sicuramente tinti. Con mia sorpresa, non fece il difficile. Anzi, pareva ansioso che diventassi suo cliente. Gli spiegai come avevo avuto l’indirizzo, lodai il suo taglio, gli chiesi di farmi un vestito. Scegliemmo un pettinato grigio quindi egli prese le misure, e si offerse di venire, per la prova, a casa mia. Gli chiesi il prezzo. Non c’era fretta, lui rispose, ci saremmo sempre messi d’accordo. Che uomo simpatico, pensai sulle prime. Eppure più tardi, mentre rincasavo, mi accorsi che il vecchietto aveva lasciato un malessere dentro di me (forse per i troppi insistenti e melliflui sorrisi). Insomma non avevo nessun desiderio di rivederlo. Ma ormai il vestito era ordinato. E dopo una ventina di giorni era pronto. Quando me lo portarono, lo provai, per qualche secondo, dinanzi allo specchio. Era un capolavoro. Ma, non so bene perché, forse per il ricordo dello sgradevole vecchietto, non avevo alcuna voglia di indossarlo. E passarono settimane prima che mi decidessi. Quel giorno me lo ricorderò per sempre. Era un martedì di aprile e pioveva. Quando ebbi infilato l’abito – giacca, calzoni e panciotto – constatai piacevolmente che non mi tirava o stringeva da nessuna parte, come accade quasi sempre con i vestiti nuovi. Eppure mi fasciava alla perfezione. Di regola nella tasca destra della giacca io non metto niente, le carte le tengo nella tasca sinistra. Questo spiega perché solo dopo un paio d’ore, in ufficio, infilando casualmente la mano nella tasca destra, mi accorsi che c’era dentro una carta. Forse il conto del sarto? No. Era un biglietto da diecimila lire. Restai interdetto. Io, certo, non ce l’avevo messo. D’altra parte era assurdo pensare a un regalo della mia donna di servizio, la sola persona che, dopo il sarto, aveva avuto occasione di avvicinarsi al vestito. O che fosse un biglietto falso? Lo guardai controluce, lo confrontai con altri. Più buono di così non poteva essere. Unica spiegazione possibile, una distrazione del Corticella. Magari era venuto un cliente a versargli un acconto, il sarto in quel momento non aveva con sé il portafogli e, tanto per non lasciare il biglietto in giro, l’aveva infilato nella mia giacca, appesa ad un manichino. Casi simili possono capitare. Schiacciai il campanello per chiamare la segretaria. Avrei scritto una lettera al Corticella restituendogli i soldi non miei. Senonché, e non ne saprei dire il motivo, infilai di nuovo la mano nella tasca. “Che cos’ha dottore? Si sente male?” mi chiese la segretaria entrata in quel momento. Dovevo essere diventato pallido come la morte. Nella tasca, le dita avevano incontrato i lembi di un altro cartiglio; il quale, pochi istanti prima, non c’era. “No, no, niente” dissi. “Un lieve capogiro. Da qualche tempo mi capita. Forse sono un po’ stanco. Vada pure, signorina, c’era da dettare una lettera, ma lo faremo più tardi.” Solo dopo che la segretaria fu andata, osai estrarre il foglio dalla tasca. Era un altro biglietto da diecimila lire. Allora provai una terza volta. E una terza banconota uscì. Il cuore mi prese a galoppare. Ebbi la sensazione di trovarmi coinvolto, per ragioni misteriose, nel giro di una favola come quelle che si raccontano ai bambini e che nessuno crede vere. Col pretesto di non sentirmi bene, lasciai l’ufficio e rincasai. Avevo bisogno di restare solo. Per fortuna, la donna che faceva i servizi se n’era già andata. Chiusi le porte, abbassai le persiane. Cominciai a estrarre le banconote una dopo l’altra con la massima celerità, dalla tasca che pareva inesauribile. Lavorai in una spasmodica tensione di nervi, con la paura che il miracolo cessasse da un momento all’altro. Avrei voluto continuare per tutta la sera e la notte, fino ad accumulare miliardi. Ma a un certo punto le forze mi vennero meno. Dinanzi a me stava un mucchio impressionante di banconote. L’importante adesso era di nasconderle, che nessuno ne avesse sentore. Vuotai un vecchio baule pieno di tappeti e sul fondo, ordinati in tanti mucchietti, deposi i soldi, che via via andavo contando. Erano cinquantotto milioni abbondanti. Mi risvegliò al mattino dopo la donna, stupita di trovarmi sul letto ancora tutto vestito. Cercai di ridere, spiegando che la sera prima avevo bevuto un po’ troppo e che il sonno mi aveva colto all’improvviso. Una nuova ansia: la donna mi invitava a togliermi il vestito per dargli almeno una spazzolata. Risposi che dovevo uscire subito e che non avevo tempo di cambiarmi. Poi mi affrettai in un magazzino di abiti fatti per comprare un altro vestito, di stoffa simile; avrei lasciato questo alle cure della cameriera; il “mio”, quello che avrebbe fatto di me, nel giro di pochi giorni, uno degli uomini più potenti del mondo, l’avrei nascosto in un posto sicuro. Non capivo se vivevo in un sogno, se ero felice o se invece stavo soffocando sotto il peso di una fatalità troppo grande. Per la strada, attraverso l’impermeabile, palpavo continuamente in corrispondenza della magica tasca. Ogni volta respiravo di sollievo. Sotto la stoffa rispondeva il confortante scricchiolio della carta moneta. Ma una singolare coincidenza raffreddò il mio gioioso delirio. Sui giornali del mattino campeggiava la notizia di una rapina avvenuta il giorno prima. Il camioncino blindato di una banca che, dopo aver fatto il giro delle succursali, stava portando alla sede centrale i versamenti della giornata, era stato assalito e svaligiato in viale Palmanova da quattro banditi. All’accorrere della gente, uno dei gangster, per farsi largo, si era messo a sparare. E un passante era rimasto ucciso. Ma soprattutto mi colpì l’ammontare del bottino: esattamente cinquantotto milioni (come i miei). Poteva esistere un rapporto fra la mia improvvisa ricchezza e il colpo brigantesco avvenuto quasi contemporaneamente? Sembrava insensato pensarlo. E io non sono superstizioso. Tuttavia il fatto mi lasciò molto perplesso. Più si ottiene e più si desidera. Ero già ricco, tenuto conto delle mie modeste abitudini. Ma urgeva il miraggio di una vita di lussi sfrenati. E la sera stessa mi rimisi al lavoro. Ora procedevo con più calma e con minore strazio dei nervi. Altri centotrentacinque milioni si aggiunsero al tesoro precedente. Quella notte non riuscii a chiudere occhio. Era il presentimento di un pericolo? O la tormentata coscienza di chi ottiene senza meriti una favolosa fortuna? O una specie di confuso rimorso? Alle prime luci balzai dal letto, mi vestii e corsi fuori in cerca di un giornale. Come lessi, mi mancò il respiro. Un incendio terribile, scaturito da un deposito di nafta, aveva semidistrutto uno stabile nella centralissima via San Cloro. Fra l’altro erano state divorate dalle fiamme le casseforti di un grande istituto immobiliare, che contenevano oltre centotrenta milioni in contanti. Nel rogo, due vigili del fuoco avevano trovato la morte. Devo ora forse elencare uno per uno i miei delitti? Sì, perché ormai sapevo che i soldi che la giacca mi procurava venivano dal crimine, dal sangue, dalla disperazione, dalla morte, venivano dall’inferno. Ma c’era pure dentro di me l’insidia della ragione la quale, irridendo, rifiutava di ammettere una mia qualsiasi responsabilità. E allora la tentazione riprendeva, e allora la mano – era così facile! – si infilava nella tasca e le dita, con rapidissima voluttà, stringevano i lembi del sempre nuovo biglietto. I soldi, i divini soldi! Senza lasciare il vecchio appartamento (per non dare nell’occhio), mi ero in poco tempo comprato una grande villa, possedevo una preziosa collezione di quadri, giravo in automobili di lusso, e, lasciata la mia ditta per “motivi di salute”, viaggiavo su e giù per il mondo in compagnia di donne meravigliose. Sapevo che, ogniqualvolta riscuotevo denari dalla giacca, avveniva nel mondo qualcosa di turpe e doloroso. Ma era pur sempre una consapevolezza vaga, non sostenuta da logiche prove. Intanto, a ogni mia nuova riscossione, la coscienza mia si degradava, diventando sempre più vile. E il sarto? Gli telefonai per chiedere il conto, ma nessuno rispondeva. In via Ferrara, dove andai a cercarlo, mi dissero che era emigrato all’estero, non sapevano dove. Tutto dunque congiurava a dimostrarmi che, senza saperlo, io avevo stretto un patto col demonio. Finché nello stabile dove da molti anni abitavo, una mattina trovarono una pensionata sessantenne asfissiata dal gas; si era uccisa per aver smarrito le trentamila lire mensili riscosse il giorno prima (e finite in mano mia). Basta, basta! per non sprofondare fino al fondo dell’abisso, dovevo sbarazzarmi della giacca. Non già cedendola ad altri, perché l’obbrobrio sarebbe continuato (chi mai avrebbe potuto resistere a tanta lusinga?). Era indispensabile distruggerla. In macchina raggiunsi una recondita valle delle Alpi. Lasciai l’auto su uno spiazzo erboso e mi incamminai su per un bosco. Non c’era anima viva. Oltrepassato il bosco, raggiunsi le pietraie della morena. Qui, fra due giganteschi macigni, dal sacco da montagna trassi la giacca infame, la cosparsi di petrolio e diedi fuoco. In pochi minuti non rimase che cenere. Ma all’ultimo guizzo delle fiamme, dietro di me – pareva a due o tre metri di distanza – risuonò una voce umana: “Troppo tardi, troppo tardi!”. Terrorizzato, mi volsi con un guizzo da serpente. Ma non si vedeva nessuno. Esplorai intorno, saltando da un pietrone all’altro, per scovare il maledetto. Niente. Non c’erano che pietre. Nonostante lo spavento provato, ridiscesi al fondovalle con un senso di sollievo. Libero, finalmente. E ricco, per fortuna. Ma sullo spiazzo erboso, la mia macchina non c’era più. E, ritornato che fui in città, la mia sontuosa villa era sparita; al suo posto, un prato incolto con dei pali che reggevano l’avviso “Terreno comunale da vendere”. E i depositi in banca, non mi spiegai come, completamente esauriti. E scomparsi, nelle mie numerose cassette di sicurezza, i grossi pacchi di azioni. E polvere, nient’altro che polvere, nel vecchio baule. Adesso ho ripreso stentatamente a lavorare, me la cavo a mala pena, e, quello che è più strano, nessuno sembra meravigliarsi della mia improvvisa rovina. E so che non è ancora finita. So che un giorno suonerà il campanello della porta, io andrò ad aprire e mi troverò di fronte, col suo abietto sorriso, a chiedere l’ultima resa dei conti, il sarto della malora.

da La boutique del mistero, Mondadori, Milano, 2000

Il racconto è costruito come un lungo flashback, come è possibile notare nel momento in cui il protagonista-narratore si esprime per la prima volta al tempo presente (Adesso […] me la cavo a mala pena […] E so ecc.) Nonostante la possibile suddivisione del testo in quattro sequenze narrative (l’incontro con lo sconosciuto alla festa e con il sarto Corticella; la scoperta del potere della giacca e il rapido arricchimento; la scoperta della natura demoniaca della giacca; la distruzione della giacca e la scomparsa dei beni accumulati), il racconto si presenta coeso e perfettamente collegato nelle varie parti. Continua a leggere →

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Incipit 21: Elogio della follia

07 lunedì Mag 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, Elogio della follia, Erasmo da Rotterdam

                                                       Erasmo da Rotterdam al suo Tommaso Moro

Alcuni giorni fa, tornando dall’Italia in Inghilterra, per non sprecare in chiacchiere banali il tempo che dovevo passare a cavallo, preferii riflettere un poco sui nostri studi comuni e godere del ricordo degli amici tanto dotti e cari, che avevo lasciato qui. Fra i primi che mi sono tornati alla mente c’eri tu, Moro carissimo. Anche da lontano il tuo ricordo aveva il medesimo fascino che esercitava, nella consueta intimità, la tua presenza che è stata, te lo giuro, la cosa più bella della mia vita. Visto, dunque, che ritenevo di dover fare ad ogni costo qualcosa, e che il momento non sembrava adatto a una meditazione seria, mi venne in mente di tessere un elogio scherzoso della Follia. “Ma quale capriccio di Pallade – ti chiederai – ti ha ispirato un’idea del genere?” In primo luogo, il tuo nome di famiglia, tanto vicino al termine morìa, quanto tu sei lontano dalla follia. E ne sei lontano a parere di tutti. Immaginavo inoltre che la mia trovata scherzosa sarebbe piaciuta soprattutto a te, che di solito ti diletti in questo genere scherzi, non privi, mi sembra, di dottrina e di sale, perchè nella vita di tutti i giorni fai in qualche modo la parte di Democrito. Sebbene, infatti, per singolare acume d’ingegno tu sia tanto lontano dal volgo, con la tua incredibile benevolenza e cordialità puoi trattare familiarmente con uomini d’ogni genere, traendone anche godimento. Quindi, non solo accoglierai di buon grado questo mio modesto esercizio retorico, per ricordo del tuo amico, ma anche lo prenderai sotto la tua protezione; dedicato a te, non mi appartiene più: è tuo. E’ probabile, infatti, che non mancheranno voci rissose di calunniatori ad accusare i miei scherzi, ora di una futilità sconveniente per un teologo, ora di un tono troppo pungente per la mansuetudine cristiana; e grideranno che prendo a modello la commedia antica e Luciano, mordendo tutto senza lasciare scampo. Vorrei però che quanti si sentono offesi dalla scherzosa levità del mio tema, si rendessero conto che non sono l’inventore del genere, e che già nel passato molti grandi autori hanno fatto lo stesso. Tanti secoli fa, Omero cantò per scherzo “la guerra dei topi con le rane”, Virgilio la zanzara e la focaccia, Ovidio la noce. Policrate incorrendo nelle critiche di Ippocrate fece l’elogio di Busiride, Glaucone quello dell’ingiustizia, Favorino di Tersite, della febbre quartana, Sinesio della calvizie, Luciano della mosca e dell’arte del parassita. Sono scherzi l’apoteosi di Claudio scritta da Seneca, il dialogo fra Grillo e Ulisse di Plutarco, l’asino di Luciano e di Apuleio, e il testamento – di cui ignoro l’autore – del porcello Grunnio Corocotta menzionato anche da san Girolamo. Lasciamo perciò che certa gente, se crede, vada fantasticando che, per svago, a volte, ho giocato a scacchi, o, se preferisce, che sono andato a cavallo di un lungo bastone. Certo, è una bella ingiustizia concedere a ogni genere di vita i suoi svaghi, e non consentirne proprio nessuno ai letterari, soprattutto poi quando gli scherzi portano a cose serie, e gli argomenti giocosi sono trattati in modo che un lettore non del tutto privo di senno può trarne maggior profitto che non da tante austere e pompose trattazioni. Come quando con mucchi di parole si tessono le lodi della retorica o della filosofia, o si fa l’elogio di un principe, o si esorta a fare la guerra ai Turchi, mentre qualcuno predice il futuro, o va formulando questioncelle di lana caprina. In realtà, come niente è più frivolo che trattare in modo frivolo cose serie, così niente è più gradevole che trattare argomenti leggeri in modo da dare l’impressione di non avere affatto scherzato. Di me giudicheranno gli altri; eppure se la presunzione non mi accieca completamente, ho fatto sì l’elogio della Follia, ma non certo da folle. Quanto poi all’accusa di spirito mordace, rispondo che si è sempre concessa agli scrittori la libertà d’esercitare impunemente la satira sul comune comportamento degli uomini, purché non diventasse attacco rabbioso. Per questo mi meraviglia tanto di più la delicatezza delle orecchie d’oggi, che riescono a sopportare ormai solo titoli solenni. In taluni, anzi, trovi una religione così distorta che passano sopra alle più gravi offese a Cristo prima che alla minima battuta ironica sul conto di un pontefice o di un principe, soprattutto poi se entrano in gioco i loro privati interessi. D’altra parte, uno che critica il modo di vivere degli uomini così da evitare del tutto ogni accusa personale, si presenta come uno che morde, o non, piuttosto, come chi ammaestra ed educa? E, di grazia, non investo anche me stesso con tanti appellativi poco lusinghieri? Aggiungi che, chi non risparmia le sue critiche a nessun genere di uomini, dimostra di non avercela con nessun uomo, ma di detestare tutti i vizi. Se, dunque, ci sarà qualcuno che si lamenterà d’essere offeso, sarà segno di cattiva coscienza o per lo meno di paura. Satire di questo genere, e molto più libere e mordenti, troviamo in san Girolamo, che talvolta fece anche i nomi. Io non solo non ho mai fatto nomi, ma ho adottato un tono così misurato che qualunque lettore avveduto si renderà conto che mi sono proposto la piacevolezza piuttosto che l’offesa. Né ho seguito l’esempio di Giovenale: non ho mai smosso l’oscuro fondo delle scelleratezze; ho cercato di colpire quanto è risibile piuttosto che le turpitudini. Se poi c’è ancora qualcuno che nemmeno così è contento, ricordi almeno questo: che è bello essere vituperati dalla Follia e che avendola introdotta a parlare, dovevo rimanere fedele al personaggio. Ma perché dire queste cose a te, avvocato così straordinario da difendere in modo egregio anche cause non egregie? Addio, eloquentissimo Moro, e difendi con zelo la tua Morìa. Continua a leggere →

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Forma alchemica 22: Clemente Rebora

19 giovedì Apr 2018

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA

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Clemente Rebora

Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire;
verrà, se resisto,
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.

Questa lirica di Clemente Rebora non poteva mancare nelle mie “Forme alchemiche”. Non poteva mancare perché ai miei albori da lettrice indefessa di poesia, incontrai questo testo e me ne innamorai, ritenendolo per lungo tempo un modello di perfezione poetica. Io ne percepii il valore al primo incontro, scoprii solo dopo che è considerato unanimemente il capolavoro di Clemente Rebora. La valutazione convergente mia e dei critici ha contribuito al raggiungimento della personale convenzione che solo i grandi scrivono capolavori e solo talvolta, gli altri loro componimenti sono sempre di qualità, ma non raggiungono certi vertici di perfezione che suscitano meraviglia “fra quattro mura/stupefatte di spazio” per citare proprio il testo in commento, che, con felice aggettivazione e originale allocuzione, circoscrive il sommovimento emozionale nell’ambito ristretto delle mura, dunque in uno spazio riservato e personale.
In fondo Forma alchemica esiste proprio per proporre testi poetici che “grondano” incantevole armonia di senso e suono. Se ne conclude che questa poesia sta di diritto in questo luogo a regalare ristoro ai cercatori di bella poesia e a rendere omaggio a Clemente Rebora.
Nella poesia “Dall’immagine tesa” è presente fortemente l’elemento dell’attesa. Un’attesa che nel proseguo assume toni parossistici “di quanto fa morire”, ma che già nel “tesa” del primo verso denuncia la tensione, l’anelito verso il “il suo bisbiglio” spasmodicamente desiderato.
E’ proprio delle anime in cerca di assoluto l’anelito a di sentire la voce di Dio, che poi per taluno si manifesta nella vocazione sacerdotale, per altri in una chiamata spirituale alla pratica laica dei valori cristiani. Per tutti consiste in un’attesa di realizzazione della promessa celeste di una resurrezione in anima e corpo per coloro che abbiano avuto fede dopo la morte nel ricongiungimento a Dio
Sentire la voce di Dio è bisogno manifestato anche da figure note di santi riportate nei anche loro scritti o in scritti che raccontano la loro vita. Solo per citarne alcuni San Francesco, Sant’Agostino, San Giovanni della Croce, quest’ultimo ispiratore di Giuni Russo ne “La sua figura”. Qui di seguito nel video che vale la pena di ascoltare.

Sul grande schermo l’anelito a sentire la voce di Dio è approdato ad esempio con la garbata parodia di conversazioni tra Dio e parroco del piccolo paese della Bassa Padana presenti dell’opera di Guareschi, nella quale un geniale Fernandel-Don Camillo dialoga con il Crocifisso parlante.

Indimenticabile lo struggente film Marcellino pane e vino, dove un bambino delizioso dalla guance paffute e profondi occhi neri, orfano di genitori, adottato dai frati di un Convento, parla con Cristo e gli offre pane e vino per poi in finale ricongiungersi a lui ed alla madre nel passaggio a miglior vita. Metaforicamente il film offre la chiave di lettura di un possibile dialogo con Dio solo attraverso l’abbandono, la fiducia, la semplicità proprie dell’animo di un bambino.

Tornando al testo ed alla sua composizione credo mai nessuno ebbe la felice idea di scrivere di un campanello che “impercettibile spande/ un polline di suono”, espressione nella quale si fondono i sensi visivo, tattile e l’odorato. Nessun campanello e fiore hanno ispirato l’associazione fino al sopraggiungere dell’invenzione di Rebora, sensibile a tanto concerto sinestetico. L’imminenza di questo arrivo è l’aspetto dinamico di questa attesa, l’assoluto che muove verso lo spirito che, di suo, con ansia, lo attende. L’attesa è l’aspetto statico della ricerca di un io profondo che invoca l’assoluto, consapevole che non è dato di percepirlo se non in quanto quello intenda rivelarsi.
Rebora sa che deve vegliare perché l’arrivo sarà improvviso, l’incontro non programmabile, che l’attesa può essere questione di un’intera vita e protrarsi nel tempo fino alla fine del proprio tempo. Chiaro qui il richiamo alla parabola evangelica delle dieci vergini. Cinque di esse previdentemente, uscendo per andare incontro allo sposo, si munirono dell’olio per le lampade, le altre cinque, rimaste senza olio, andarono a procurarsene. Quando arrivò lo sposo,  queste ultime non erano pronte e rimasero fuori dalla sua casa. La parabola rammenta di vegliare perché non si conosce il giorno e l’ora dell’appuntamento con l’oltre.
In questo senso l’attesa del divino si confonde con l’attesa dell’ exitus,  ch’è annullamento dell’essere per la rinascita a nuova esistenza.
E’ da rimarcare l’uso per ben tre volte nel testo poetico dell’espressione “non aspetto nessuno” . La frase vuole essere forse una dichiarazione che non è una persona che si attende, oppure che Colui che che si attende forse non dovrebbe nemmeno essere atteso, essendo in ogni cosa che è, o ancora che non si attende Lui, bensì una qualunque manifestazione del suo pensiero, presenza, volere, quell’impercettibile bisbiglio che può dare senso all’intera esistenza. E’ da rimarcare il refrain perché ad una prima lettura non si avverte, esso s’inserisce così armonicamente nella composizione che nemmeno si percepisce la ripetizione.
Desidero chiudere il commento a questo testo citando quattro versi che intercettando le aspirazioni di tutti gli uomini che perciò potremmo ben dire universali: verrà a farmi certo/ del suo e mio tesoro,/ verrà come ristoro/ delle mie e sue pene,
E’ anelito condiviso trovare quel tesoro che renda felici, che sia ristoro alle pene. Dolore e senso di pena o mancanza o insufficienza sono manifestazioni diverse inevitabilmente connesse all’essenza umana. Nessuno può mai prescindere dallo sperimentare nel suo percorso vitale tali avversità. Ecco perché trovare quanto dà ristoro e pienezza allo spirito è ricerca che accomuna. Certo cambiano le modalità, alcuni seguono percorsi autolesionisti, altri nascondono la testa sotto la sabbia, ma i più tentano la risposta che oltrepassi la fisicità per credere in un oltre, nell’assoluto, nella divinità. Coltivano la speranza di un’esistenza metafisica che sia premio ed approdo.
Questo il percorso di Rebora, che, avviato ad insegnamenti laici, alla strada della letteratura e dell’insegnamento, si rivolgerà ad un certo punto della sua esistenza alla vocazione sacerdotale, la dedizione alla poesia intrecciandosi con la sua vita d’operosità religiosa. La poesia “Dell’immagine tesa” è tratta dalla raccolta di Clemente Rebora “Canti anonimi”, pubblicata nel 1922.

 Loredana Semantica

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Incipit 20: Demian

12 lunedì Mar 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, Demian, Hermann Hesse

Demian_Erstausgabe

Eppure, non volevo tentar di vivere

se non ciò che spontaneamente

voleva erompere da me.

Perché? Era tanto mai difficile?

 

Per raccontare la mia storia devo incominciare dal lontano inizio. Se mi fosse possibile, dovrei risalire molto più addietro, fino ai primissimi anni della mia infanzia, e più oltre ancora nelle lontananze della mia origine. Quando scrivono romanzi, gli scrittori fanno come fossero Dio e potessero abbracciare con lo sguardo e comprendere la storia di un uomo e riprodurla quasi Dio la narrasse a se stesso, sempre essenziale e senza veli. Io non ne sono capace, come non ne sono capaci gli scrittori. La mia storia però ha per me più importanza di quanto non ne abbia per altri scrittori la loro; è infatti la mia vita, è la storia di un uomo non inventato e possibile, non ideale o in qualche modo non esistente, ma di un uomo vero, unico, vivente. Certo che cosa sia un uomo realmente vivo si sa oggi meno che mai, e perciò si ammazzano gli uomini in grandi quantità, mentre ognuno di essi è un tentativo prezioso e unico della natura. Se non fossimo qualcosa in più di uomini unici, se si potesse veramente togliere di mezzo ognuno di noi con una pallottola, non ci sarebbe ragione di raccontare storie. Ogni uomo però non è soltanto lui stesso; è anche il punto unico, particolarissimo, in ogni caso importante, curioso, dove i fenomeni del mondo s’incrociano una volta sola, senza ripetizione. Perciò la storia di ogni uomo è importante, eterna, divina, perciò ogni uomo fintanto che vive in qualche modo e adempie il volere della natura è meraviglioso e degno di attenzione. In ognuno lo spirito ha preso forma, in ognuno soffre il creato, in ognuno si crocifigge un Redentore. Oggi pochi sanno che cosa sia l’uomo. Molti lo sentono e perciò muoiono con maggior facilità, come io morirò più facilmente quando avrò finito di scrivere questa storia. Non posso dire di essere un sapiente. Fui un cercatore e ancora lo sono, ma non cerco più negli astri e nei libri: incomincio a udire gli insegnamenti che fervono nel mio sangue. La mia storia non è amena, non è dolce e armoniosa come le storie inventate, sa di stoltezza e confusione, di follia e sogno, come la vita di tutti gli uomini che non intendono più mentire a se stessi. La vita di ogni uomo è una via verso se stesso, il tentativo di una via, l’accenno di un sentiero. Nessun uomo è mai stato interamente lui stesso, eppure ognuno cerca di diventarlo, chi sordamente, chi luminosamente, secondo le possibilità. Ognuno reca con sè, sino alla fine, residui della propria nascita, umori e gusci d’uovo d’un mondo primordiale. Certuni non diventano mai uomini, rimangono rane, lucertole, formiche. Taluno è uomo sopra e pesce sotto, ma ognuno è una rincorsa della natura verso l’uomo. Tutti noi abbiamo in comune le origini, le madri, tutti veniamo dallo stesso abisso; ma ognuno, tentativo e rincorsa dalle profondità, tende alla propria meta. Possiamo comprenderci l’un l’altro, ma ognuno può interpretare soltanto se stesso.

[…]

Hermann Hesse, Demian, Fisher, 1919

Demian – Storia della giovinezza di Emil Sinclair, è un romanzo di formazione scritto in pochi mesi da Hermann Hesse durante la prima guerra mondiale e pubblicato per la prima volta nel 1919 presso l’editore Fischer, sotto lo pseudonimo di “Emil Sinclair”. È la storia di un uomo combattuto tra due mondi, quello retto, “chiaro e giusto” e quello proibito e cattivo, problematica che esercitava grande impressione sui giovani reduci della guerra. Probabilmente il nome di Sinclair è stato suggerito allo scrittore da un Eduard von Sinclair, amico e benefattore di Friedrich  Hölderlin. Il romanzo dovette piacere molto anche a Thomas Mann che lo definì un piccolo capolavoro e che per qualche tempo credette all’esistenza di un Sinclair, uno scrittore giovane e malato che risiedeva in Svizzera. L’opera di Hesse fu il risultato di una profonda crisi interiore vissuta dall’autore, sono presenti infatti echi autobiografici della propria adolescenza tormentata, che affermò di aver compreso razionalmente solo vent’anni dopo, grazie a quest’opera. Appaiono anche frequenti citazioni e richiami biblici, riflesso dell’educazione cristiana ricevuta durante l’infanzia. Sono presenti anche gli influssi culturali del tempo, come la filosofia di Friedrich Nietzsche e la psicologia analitica di Carl Gustav Jung nonché il tema tipicamente hessiano della polarità, che si ritroverà in molti lavori successivi. Durante gli anni vissuti a Berna, Hesse potè approfondire anche lo studio delle opere di Freud e la conoscenza della teoria degli istinti, dell’inconscio, dell’interpretazione dei sogni. Nel romanzo i fatti sono descritti in prima persona: Emil Sinclair narra la propria  evoluzione spirituale attraverso gli anni della crescita. Sin dall’inizio Emil  è diviso tra due opposte visioni della vita: la luce e il bene da un lato, l’oscurità e il male dall’altro. Il primo gli proviene dalla famiglia; il secondo è invece quello “proibito”, che Emil, suo malgrado, trova emozionante e attraente. Egli vorrebbe condurre una vita esemplare sul modello dei genitori, ma la sua inclinazione lo conduce sempre più verso la perdizione. Diviene così  succube di Franz Kromer, un ragazzo malvagio e prepotente, dal quale subisce ripetuti episodi di bullismo, violenza ed estorsione. Il giovane Emil arriva a rubare soldi a casa non osando confessare la verità ai propri familiari. Diventa sempre più introverso e scontroso e pare quasi attendere la distruzione del mondo, unica possibilità di salvezza. Si rivela provvidenziale però l’arrivo di un nuovo compagno di scuola, Max Demian, che lo libera dalla dipendenza negativa di Kromer. All’inizio, il nuovo ragazzo suscita l’interesse di molti tra i coetanei, dando l’impressione di essere molto intelligente e maturo per la sua età. Durante una passeggiata Max racconta a Emil la propria interpretazione della leggenda biblica di Caino e Abele: il marchio impresso sulla fronte del fratricida, non era il segno della sua colpevolezza ma simbolo di superiorità e di forza. Quando Max scopre che Emil soffre a causa di Franz, contribuisce a risolvergli il problema ma Emil si ritira nella ritrovata serenità della sua fanciullezza, perdendolo di vista. Qualche anno dopo, tra i partecipanti alle lezioni del catechismo, ritrova Demian, a cui si avvicina nuovamente, perché a lui affine. Egli influenza sempre più Emil con le sue opinioni filosofiche e le sue critiche ad alcuni concetti religiosi e simbologie bibliche, tanto che Emil comincia a rendersi conto che  Dio è rappresentato come “buono” solo a metà, mentre l’altra metà viene attribuita al demonio. Il giovane ripensa così al conflitto insanabile tra due mondi paralleli presenti in ciascun essere umano, si tratta dunque di un problema riguardante l’intera umanità. Max gli spiega che anche i pensieri della metà oscura devono essere realizzati: ogni individuo deve decidere da solo  ciò che è giusto e ciò che è proibito per lui in ogni momento, perchè le stesse convenzioni sociali cambiano e si modificano nel corso del tempo. Dopo l’estate Emil si separa dal suo ambiente e da Demian, per proseguire gli studi in collegio. Dopo più di un anno vissuto in maniera solitaria e ritirata, compiuti i sedici anni, diventa un assiduo frequentatore di taverne e, mentre si vede scivolare sempre più verso il mondo oscuro, avverte l’urgenza di un amore. I genitori, che si son recati da lui a fargli visita, quasi non lo riconoscono tanto appare scontroso e indisciplinato. Il suo conflitto interiore comincia a risolversi quando incontra una donna e se ne innamora. La chiama Beatrice, come la Portinari amata da Dante Alighieri.  Prova perfino a dipingere dei ritratti della sua amata in cui però riconosce la fisionomia di Demian. In un momento d’ispirazione disegna un uccello che sembra uscire da un gigantesco uovo e lo spedisce al vecchio amico. Poco dopo, durante una lezione, Emil trova all’interno d’un libro un piccolo pezzo di carta con incise alcune parole vergate da Max che fanno riferimento all’uccello che lotta per uscire dal suo guscio cioè dal suo mondo in direzione della divinità Abraxas, che appunto unisce in sé sia il divino che il diabolico. A questo punto Emil conosce un organista di nome Pistorius, cultore di mitologie e religioni antiche in cui trova un confidente e una guida, nel quale si può ravvisare lo psicanalista del sanatorio dove Hesse fu ricoverato per un esaurimento nervoso e successivamente conosce un giovane di nome Knauer.  Una sera, Emil, trascinato da una profonda forza interiore, si reca alla periferia della città immersa nella neve, e dopo aver riconosciuto il nuovo amico Knauer, riesce a farlo desistere dal suicidio. Capisce così che la cosa più importante è che le persone individuino il  cammino da percorrere, assegnatogli dal destino  e lo perseguano senza fermarsi. In procinto di intraprendere l’università, e superati ormai i diciotto anni, Emil incontra Max Demian; dopo una visita alla madre di Demian, la signora Eva, con stupore riconosce in lei l’oggetto d’amore delle sue fantasie. La donna diventa per il giovane il suo punto di riferimento ed egli comincia a frequentare assiduamente la sua casa e suo figlio Max. I tre formano sempre più una specie di ristretta comunità in cui vige una costante armonia. Allo scoppio della guerra tra la Germania e la Russia, i due amici però si vedono costretti a partire. L’ultima volta che Emil incontra Max è in un ospedale militare, dove si trova ricoverato in quanto gravemente ferito dallo scoppio di una granata. Si salutano e Max gli dice che, se non dovesse mai più rivederlo, lo ritroverà dentro se stesso. Durante la stesura dell’opera Hesse si trovava in conflitto con la prima moglie, aveva da poco perso il padre e si era dovuto rifugiare in Svizzera dalla Germania a causa della guerra. Per tutto il 1917 svolse presso il dottor Lang, allievo di Carl Gustav Jung, una novantina di sedute per potersi riprendere dal brutto stato in cui versava. Tutto il romanzo invita i giovani a ripercorrere il cammino dell’interiorità alla ricerca della verità nascosta tra le pieghe dell’inconscio. È  imperniato sul raggiungimento del sé attraverso cinque tappe fondamentali: conoscenza dell’ombra, parte nascosta dell’Io che lotta per emergere (Franz Kromer), conoscenza della guida che può essere considerato il deimon del ragazzo(Max Demian), conoscenza dell’anima, proiezione dell’amore interno (Beatrice), conoscenza dell’inconscio collettivo ricorrente nei popoli antichi e nelle religioni (Pistorius), conoscenza della grande madre (Eva). Il Demian è anche un inno all’amicizia, come appare chiaro dai rapporti tra Sinclair e Demian o tra Sinclair e Pistorius. Quando uscì nel 1919 Demian coinvolse profondamente il pubblico giovanile, fortemente scosso e disorientato dall’esperienza della prima guerra mondiale. Il successo del libro fu enorme, Hesse utilizzò uno pseudonimo forse per il desiderio di rivelare un mondo nuovo, diverso da quello delle poesie e dei racconti precedenti. L’entusiasmo dei giovani era dovuto alla convinzione che lo scrittore fosse uno di loro, tanto era spontanea la narrazione, fresco e vivace lo stile. Allo scrittore fu perfino commissionato un premio letterario, dedicato all’opera prima di un autore emergente, il premio Fontane, che Hesse, ormai quarantenne, volle restituire. Soltanto la nona edizione uscì con il nome di Hermann Hesse.

Deborah Mega

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Forma alchemica 21: Sylvia Plath

08 giovedì Feb 2018

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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L’amore ti ha messo in moto come un grosso orologio d’oro.
La levatrice ti ha schiaffeggiato sotto i piedi e il tuo nudo grido
ha preso il suo posto fra gli elementi.

Le nostre voci echeggiano, esaltando il tuo arrivo. Nuova statua.
In un museo pieno di correnti, la tua nudità è ombra della nostra sicurezza.
Ti stiamo intorno vacui in viso come pareti.

Non sono tua madre più di quanto
lo sia la nuvola che distilla uno specchio per riflettere la propria lenta
cancellazione per mano del vento.

Per tutta la notte il tuo respiro di falena tremola
fra le piatte rose rosa. Veglio per ascoltare:
un mare lontano si muove nel mio orecchio.

Un grido, e scendo dal letto incespicando, pesante
come una mucca e floreale
nella mia camicia da notte vittoriana.
La tua bocca si apre pulita come quella di un gatto. Il riquadro della finestra

s’imbianca e inghiotte le sue opache stelle. E ora tu provi
la tua manciata di note;
le vocali chiare salgono come palloncini.

19.02.1961, Sylvia Plath

(traduzione di Giovanni Giudici)

Io non ero ancora nata e Sylvia Plath scriveva questa poesia dedicata alla sua primogenita Frieda, nata nell’aprile del 1960. La propongo in forma alchemica perché sin dalla prima lettura, avvenuta molti anni fa, mi ha impressionato quel singolare miscuglio di:

  • amore materno (L’amore ti ha messo in moto come un grosso orologio d’oro –  Un grido, e scendo dal letto);
  • distacco da osservatore esterno (Ti stiamo intorno vacui in viso come pareti – scendo dal letto incespicando, pesante come una mucca e floreale);
  • senso di estraneità (il tuo nudo grido ha preso il suo posto fra gli elementi. – Nuova statua. – Non sono tua madre più di quanto lo sia la nuvola… )

che trasuda dalla poesia ed è in grado di catturare magneticamente alla stupefatta lettura  fino alla fine del componimento.

C’è soprattutto un verso che trovo incantevole, frutto del parossismo dello spirito di osservazione e della capacità eccezionale d’inventiva poetica, il verso dove la poetessa assimila la boccuccia sottile di un neonato a quella dalle linee altrettanto nitide, sottili e pulite del felino di casa. (La tua bocca si apre pulita come quella di un gatto.) E’ un’originale similitudine, singolare e coraggiosa, concentrato di tutti e tre i filoni portanti del testo: amore materno, distacco e senso di estraneità

La Plath è una poetessa geniale, graziosa d’aspetto e con una personalità affascinante. Nacque a Boston il 27 ottobre del 1932.

Amava la perfezione, gli studi letterari, la poesia. Scrisse la sua prima poesia ad appena 8 anni, restò orfana di padre a nove, tentò il suicidio a 18, si laureò con lode a 23. Cercò per tutta la vita di compiacere la madre nel suo desiderio che la figlia conquistasse successi e perfezione

Sposò Ted Hughes, poeta laureato inglese e con lui, dopo un periodo felice a Boston, si recò a Londra e successivamente nel Devon. Il fascino di Sylvia Plath è reso ancora più profondo dal disagio psichico  culminato il 31 ottobre del 1963 nel suo suicidio, avvenuto a Londa in un appartamento che era stato abitato da William Butler Yeats

Molti articoli in rete riportano e commentano, raccontano e romanzano il suicidio di Sylvia. Chiudersi in cucina, sigillare porte e finestre con nastro adesivo e asciugamani bagnati, infilare la testa nel forno e morire avvelenata dal monossido di carbonio è certo un modo pensato e caparbio di morire.  I figli al sicuro nella stanza accanto hanno pronta accanto al letto la colazione: una tazza di latte, pane e burro. A breve, Sylvia sapeva, sarebbe arrivata un’infermiera alle cui cure era stata affidata dal medico la famiglia e che infatti ebbe la macabra sorpresa di trovare la poetessa morta. Forse Sylvia non voleva morire, ma formulare una disperata richiesta di aiuto, forse pensava nel suo inconscio che l’infermiera sarebbe arrivata per tempo e avrebbe chiamato i soccorsi, che l’avrebbero rianimata, forse all’opposto la sua ansia di perfezione si manifestò anche nel programmare e portare a compimento il suicidio, con un calcolo perfetto dei tempi, della resistenza fiacca del suo organismo, della riuscita del suo progetto.

Non stava bene Sylvia, era prostata dall’abbandono di Ted Hughes che era andato a vivere con Assia Wevill della quale si era innamorato, questa probabilmente fu la goccia che fece traboccare il vaso del disagio. Già la Plath aveva dovuto affrontare la nascita di due figli e un aborto nel 1961, dunque dal 1960 come un continuo martellamento il suo equilibrio era stato messo a dura prova, ben sappiamo quanto la nascita dei figli sconvolge la vita dei genitori e quanto impegno richiede ad una madre. L’inverno tra il 1962 e il 1963 era stato particolarmente rigido e sia la Plath che i suoi figli si erano ammalati. I bambini avevano ancora la febbre. Questa sequela di eventi avrà portato la Plath alla scelta nefasta della resa definitiva.

Nel 1959 Sylvia aveva frequentato insieme ad Anne Sexton un corso di scrittura creativa che influenzò molto il modo di scrivere di entrambe. La Plath e la Sexton sono considerate infatti le maggiori esponenti femminili della poesia “confessionale” per quanto l’etichetta, usata anche in senso negativo, non esalti a sufficienza l’originalità, l’inventiva e la profondità degli scritti di queste due autrici. Anche la parola poesia “femminista” è riduttiva, non solo perché insufficiente ad esprimere la complessità della scrittura poetica, ma perché maschera un deteriore tentativo di ridimensionamento.

Tra le due poetesse però si sviluppò un rapporto prevalentemente competitivo determinato dalla volontà di Sylvia di eccellere, dalla sua continua ricerca di perfezione, e dal disappunto che ella provava nei confronti della Sexton che riusciva, a differenza di quanto riusciva a fare lei, a scrivere di getto.

L’anno 1960 tuttavia dette il via al periodo più prolifico e brillante della Plath. Pubblicò The Colossus, dedicato a Hughes che lei appunto considerava un genio, scrisse il romanzo autobiografico La campana di vetro, che era stato appena pubblicato quando lei si suicidò e una serie di riuscite poesie che confluirono nella raccolta postuma Ariel che vide la luce nel 1965.

Ted Hughes e la madre di Sylvia Aurelia Schober esercitarono un controllo sulle pubblicazioni postume dell’autrice, parti del diario che la Plath teneva sono state distrutte dal marito, a suo dire, per tutelare i figli, la Schober invece ha bloccato le pubblicazioni della figlia negli Stati Uniti.

Mi ha impressionato la scia di suicidi che seguono quello di Sylvia come una sequela nefasta di negatività. Assia Wevill si suicidò sei anni dopo la morte di Sylvia con sonniferi e gas insieme la figlioletta che aveva avuta da Hughes. Più di recente, nel 2009, si è suicidato Nicholas Hughes, oceanografo, figlio di Sylvia e Ted.

Certo queste scelte terminali sono testimonianza di vite vissute drammaticamente, e la poesia di Sylvia non è altro che il modo di rendere visibile, comprensibile, quasi esporre questa drammaticità esistenziale. Non per niente Sylvia scriveva sul suo diario «La scrittura è la mia sostituta: se non ami me, ama quello che scrivo, amami per questo» e più sotto in carattere maiuscolo «LA MIA SCRITTURA È LA MIA SCRITTURA È LA MIA SCRITTURA»

Ted Hughes, al quale l’opinione pubblica addebiterà la responsabilità del suicidio della Plath, confesserà in uno dei suo ultimi scritti, il suo amore mai sopito per lei; nel frattempo dalla morte ad oggi, grazie alla poesia, quindi proprio alla sua scrittura,  Sylvia, ha conquistato l’amore di moltissimi lettori e lettrici, e di molti poeti e poetesse, alcuni dei quali tentano, senza successo, di riprodurne l’inimitabile stile.

Loredana Semantica

 

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Incipit 19: Un uomo

05 lunedì Feb 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA', Incipit, LETTERATURA

≈ 1 Commento

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Alekos Panagulis, Deborah Mega, Oriana Fallaci, Un uomo

Un ruggito di dolore e di rabbia si alzava sulla città, e rintronava incessante, ossessivo, spazzando qualsiasi altro suono, scandendo la grande menzogna. Zi, zi, zi! Vive, vive, vive! Un ruggito che non aveva nulla di umano. Infatti non si alzava da esseri umani, creature con due braccia e due gambe e un pensiero proprio, si alzava da una bestia mostruosa e senza pensiero, la folla, la piovra che a mezzogiorno, incrostata di pugni chiusi, di volti distorti, di bocche contratte, aveva invaso la piazza della cattedrale ortodossa poi allungato i tentacoli nelle strade adiacenti intasandole, sommergendole con l’implacabilità della lava che nel suo straripare divora ogni ostacolo, assordandole con il suo zi, zi, zi. Sottrarsene era illusione.

[…] 

Oriana Fallaci, Un uomo, Rizzoli, 1979

Un uomo è un libro scritto da Oriana Fallaci e pubblicato nel 1979, in cui la scrittrice racconta la storia di Alekos Panagulis, suo compagno tra il 1973 e il 1976 e simbolo di libertà e democrazia. “La solita fiaba dell’eroe che si batte da solo, preso a calci, vilipeso, incompreso. La solita storia dell’uomo che rifiuta di piegarsi alle chiese, alle paure, alle mode, agli schemi ideologici, ai principi assoluti da qualsiasi parte vengano, di qualsiasi colore si vestano, e predica la libertà. La solita tragedia dell’individuo che non si adegua, che non si rassegna, che pensa con la propria testa, e per questo muore ucciso da tutti.” In questo modo la Fallaci presenta la sua opera nel prologo, attribuisce al suo personaggio i connotati emotivi e caratteriali dell’eroe classico e racconta una vicenda che presenta le caratteristiche mitopoietiche dell’epopea. Il romanzo si apre con i funerali di Alekos che avevano radunato un’enorme folla di persone, paragonata ad una piovra, i cui tentacoli avevano intasato le strade adiacenti. La storia prende avvio dal tentativo da parte del giovane studente di ingegneria, Alekos Panagulis, di uccidere il tiranno della Grecia, Georgios Papadopoulos. L’attentato fallisce ed Alekos viene catturato, torturato e infine condannato a morte il 17 novembre 1968 dunque trasportato all’isola di Egina per l’esecuzione. La sentenza viene rinviata più volte e infine mai eseguita grazie alle pressioni della comunità internazionale e al timore da parte del regime che l’attentatore diventi un martire e così, il 25 novembre 1968, Panagulis viene tradotto nelle prigioni militari di Boiati. Panagulis continua ad essere torturato per cinque anni ma non si piega al progetto dei suoi carcerieri affinchè diventi collaboratore della dittatura. Durante la prigionia tenta più volte di evadere dal carcere di Boiati, ma tutti i tentativi vanno a vuoto. Negli ultimi due anni di carcerazione, i più duri, è imprigionato in una cella di pochi metri quadrati denominata “La Tomba”.  Dopo anni di prigionia e maltrattamenti tornerà libero a seguito della grazia ricevuta dal governo democratico che si instaura alla caduta del regime di Papadopoulos. Qualche giorno dopo incontrerà la Fallaci che si era recata a fargli visita per intervistarlo. Da quell’incontro, prenderà avvio la loro storia d’amore che durerà fino alla sua morte, avvenuta il 1º maggio 1976. Uscito di prigione, Panagulis, viene conteso dalla destra e dalla sinistra ma si rende conto che la democrazia di quel tempo era una farsa e che il parlamento era soggiogato dal potere della dittatura militare, rappresentata da un nuovo colonnello. Sorvegliati dai servizi segreti, Panagulis e la Fallaci riescono a rifugiarsi in Italia, da cui cercano, senza risultati, confidando nell’appoggio dei politici italiani, di rovesciare il dittatore greco. La storia d’amore procede tra alti e bassi, la giornalista in questi anni perde il bambino che aspetta da lui. Qualche tempo dopo Panagulis si rende conto che dall’estero non ha il potere di cambiare la situazione in Grecia e decide di ritornare in patria, tenta di fondare un proprio partito politico ma la sua iniziativa fallisce.  Con il partito Unione del Centro – Nuove forze, riesce a farsi eleggere deputato. Negli anni successivi Panagulis tenta di raccogliere documenti e testimonianze per dimostrare la natura corrotta della democrazia greca ma si mette in contrasto con il ministro della difesa Evangelos Averoff. Quando comincia a diffondere i documenti segreti di cui è venuto in possesso, viene ucciso in un incidente stradale, provocato da due sicari. Nei mesi successivi alla sua morte il governo greco non supporterà l’evidenza dell’omicidio, ignorando le perizie italiane effettuate sull’automobile di Panagulis che dimostravano i chiari segni degli speronamenti e dei tamponamenti. Il libro si conclude riprendendo l’incipit in modo ciclico, con il funerale di Panagulis accompagnato dalle grida dell’enorme massa di persone che urlano: “Zi! Zi! Zi!” (Vive! Vive! Vive!), segno che il popolo ha intuito le verità scomode che Panagulis tentava di far emergere. La Fallaci scrive una storia romanzata in cui si pone come narratore interno, avendo vissuto in prima persona diverse esperienze; talvolta diventa, invece, narratore esterno, quando il suo punto di vista non coincide con quello del suo protagonista. Negli ultimi mesi della sua vita, Panagulis aveva insistito con la scrittrice affinché lei scrivesse un libro sulla sua vita, una volta morto e lei realizzò questo desiderio delineando una figura di eroe moderno che si batte per la libertà e per la verità contro tutto e tutti. Il romanzo è diventato un best seller tradotto in ben diciannove paesi. La Fallaci è riuscita a rendere Panagulis  immortale ed eterno e a trasmettere un insegnamento ancora attuale: “non lasciatevi intruppare dai dogmi, dalle uniformi, dalle dottrine, non lasciatevi turlupinare da chi vi comanda, da chi vi promette, da chi vi spaventa, da chi vuole sostituire un padrone con un nuovo padrone, non siate gregge perdio, non riparatevi sotto l’ombrello delle colpe altrui, lottate, ragionate col vostro cervello, ricordate che ciascuno è qualcuno, un individuo prezioso, responsabile, artefice di se stesso, difendetelo il vostro io, nocciolo di ogni libertà, la libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere”.

Deborah Mega

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STEFANO D’ARRIGO: CREATIVITÀ LINGUISTICA IN HORCYNUS ORCA

15 lunedì Gen 2018

Posted by maria allo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, Filologia, LETTERATURA, SINE LIMINE, Uomini eccellenti

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scrittori siciliani

Horcynus-Orca-840x420

(La copertina dell’edizione tedesca di Horcynus Orca, che è stata riproposta quasi uguale anche in Francia.

Stefano D’Arrigo, originario di Alì Terme, in provincia di Messina, si è spento nel 1992. La sua biografia si lega indissolubilmente alla sua opera magna, Horcynus Orca, un poema epico moderno di quasi 1300 pagine, caratterizzato da un linguaggio innovativo e sperimentale. Considerato una delle opere più rilevanti, ma al contempo meno lette del Novecento italiano.

 Un lavoro che ha impegnato l’autore per quasi vent’anni in continue riscritture e aggiunte, invenzioni stilistiche e lessicali, regionalismi segnici mono rematici e polirematici, rimandi all’epica classica e alle nuove tecniche di scrittura del ‘900. Un impegno costante ,dicevo,  che ha contribuito a trasformare I fatti della fera (questo il titolo originario) in un mitico ed epico poema della metamorfosi. Horcynus Orca è una lettura che manifesta l’immensa ricchezza tematica con cui Stefano D’Arrigo ha voluto caratterizzare la sua opera. Le scelte lessicali misteriose, i parallelismi tra i suoi personaggi e quelli dei grandi poemi epici, come l’Odissea e l’Eneide, l’Orca vista come simbolo accostabile al Leviatano o a Moby Dick, sono tutti elementi che affascinano e costringono il lettore ad addentrarsi nella grandiosa costruzione su cui D’Arrigo ha trascorso una vita .” Si tratta di un romanzo sfrontato che mira niente di meno che a gettare un ponte tra Storia e Mito (ponte bombardato, come si vedrà), la cui mole, densità e qualità finiscono per intimidire, per tenere un po’ ai margini il lettore comune” dice  Paolo Mantioni. L’espressione “Horcynus Orca” ci riporta però anche al mondo latino, in cui il termine “orca”, fra altre cose, indica proprio l’orca assassina, come si può vedere nel celebre passo di Plinio il Vecchio che suona quasi darrighiano ante litteram («…cuius imago nulla repraesentatione exprimi potest alia quam carnis inmensae dentibus truculentae», Nat. Hist., IX, 12), e rimanda naturalmente a “Orcus”, che è il nome del regno dei morti, del suo custode e, in senso figurato, della morte stessa. La pubblicazione del romanzo nel 1975, tuttavia, non ha interrotto il labor limae di D’Arrigo, il quale è tornato sul testo fino alla morte con ulteriori modifiche, seppur lievi, tant’è vero che la riedizione del 2003 reca nell’aletta di copertina la dicitura nuova edizione con le ultime inedite correzioni d’autore.

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Stefano D’Arrigo

Stefano D’Arrigo (Alì Marina, Messina, 1919 – Roma, 1992), laureatosi in Lettere a Messina con una tesi su Hölderlin, svolse servizio come sottotenente a Palermo durante la seconda Guerra Mondiale fino allo sbarco alleato. Dopo un’altra parentesi a Messina, si stabilì a Roma nel 1946, dove si dedicò al giornalismo e alla critica d’arte, frequentando pittori e mercanti d’arte. Intorno alla metà degli anni ’50, D’Arrigo passa all’attività letteraria scrivendo un libro di versi (Codice siciliano) e cimentandosi con un’opera di narrativa di ampio respiro, La testa del delfino, scritta di getto in quindici mesi tra il 1956 e il 1957. Quest’opera, ancora inedita, è il primo abbozzo di quel romanzo che poi, dopo infinite riscritture e ampliamenti protrattosi per quasi vent’anni, diventerà Horcynus Orca. La prima questione da affrontare riguardo all’Orca e al suo significato nel romanzo concerne la particolare denominazione scelta da Stefano D’Arrigo nel titolo, perché il grande mistero che circonda l’animale comincia proprio da lì. Se è abbastanza noto che il nome zoologico dell’Orca è “Orcinus Orca” (o “Orcynus Orca”), meno noto è il fatto che l’espressione “Horcynus Orca” non ricorre mai nel romanzo (per essere più precisi non ricorrono mai per esteso neppure le espressioni “Orcinus Orca” e “Orcynus Orca”). Per i “pellisquadre” di Cariddi (vale a dire i pescatori, cosiddetti perché hanno la pelle ruvida come quella dello “squadro”, cioè lo squalo, che a sua volta prende il nome da “squadrare”, ovvero lisciare e pareggiare il legno ruvido con la cartavetrata: «pelli, insomma, come la cartavetrata, ma più che pelli, caratteri», p. 254), l’Orca è il “ferone”, cioè la ‘grossa fera’, perché con la fera essa condivide una caratteristica fisica ben precisa (oltre naturalmente a quella ‘comportamentale’ della ferocia): «la coda piatta invece che di taglio» (p. 618). Quando però il navigato signor Cama, basandosi sul suo inseparabile manuale di cetologia illustrata, spiega loro che l’animale arrivato nello “scill’e cariddi” è un’Orca, dice via via che essa è l’”orcinusa”, l’”orca orcinusa”, l’”orcynus” (quest’ultima espressione ricorre solo una volta, mentre le altre verranno poi ripetute spesso), per far capire che già nel suo nome (omen nomen…) è scritto il suo destino di animale assassino, creato da Dio solo per ammazzare gli altri e impersonare così la stessa Morte (cfr. pp. 657). Per il resto, l’Orca, quando non è detta semplicemente “orcinusa”, è connotata nei modi più svariati nell’inesauribile suppurazione linguistico-morfologica del romanzo, ogni volta per sottolinearne una sfumatura diversa, ma comunque legata alla ferocia, alla morte e alla putrefazione: oltre ai frequentissimi “orcaferone” (da orca + ferone) e “orcagna” (da orca + carogna), troviamo anche, occasionalmente, “porca” (cfr. p. 801), “orcarogna” (da orca + carogna + rogna: cfr. p. 801), “orcassa” (da orca + carcassa: cfr. p. 955), “orcassale” (da orca + carcassa + sale: cfr. 967), “orcarca”. Ma allora, perché quell’H nella denominazione dell’animale che compare nel titolo? Secondo Walter Pedullà (cfr. la sua “Introduzione” a I fatti della fera), uno dei massimi esperti su D’Arrigo, poiché quell’H fa sì che leggendo solo le iniziali (HO) si ha quasi la formula chimica dell’acqua, D’Arrigo ha voluto segnalare un’identificazione dell’Orca col mare sulla base del binomio vita/morte. Questa ipotesi è ampiamente giustificata dal testo, perché D’Arrigo insiste spesso non solo sull’Orca come fonte di vita e di morte (pur essendo per definizione la Morte, essa è anche donatrice di cibo vitale per gli affamati pescatori, sia perché da viva porta loro la “cicirella”, cioè i banchi di anguille appena nate, sollevandola dal fondo del mare, sia perché da morta offre tutta se stessa come cibo e materia prima per la fabbricazione di oggetti d’uso quotidiano, come pettini, posate, scarpe, ecc.), ma anche sul mare come luogo in cui i pescatori svolgono il loro eterno ciclo di vita (la pesca, il lavoro) e di morte (la carestia, la ‘morte per acqua’ come nella Terra desolata di Eliot, ecc.). In un passo-chiave, l’”animalone” è proprio definito «un essere dell’altro mondo, per il quale vita e morte facevano una cosa sola, e lui aveva, contempo, tutte e due le cose insieme e nessuna delle due» (p. 668), ed è, questa, una caratterizzazione che si può benissimo adattare al mare, inteso come elemento originario, principio e fine di tutte le cose, sin dall’alba del pensiero occidentale. Per non dire che nella serie di visioni apocalittiche che ha sullo sperone, ‘Ndrja prima vede lo Stretto ridotto a un deserto di sale, dal quale i pescatori tirano a riva l’”orcassale” (cioè la carcassa di sale dell’Orca), e poi vede l’Orca stessa ricostituirsi, riprendere l’antico aspetto, agitarsi furiosamente, rigenerare da sé il mare liquefacendosi dalla coda e infine fondersi in esso, tornando ad essere «una goccia d’acqua nel mare», come se «il mare rivivesse dalla morte di quell’essere orcinuso, rivivesse, cioè a dire, dalla morte della Morte». Altro discorso va fatto per la scelta della forma con la y nella denominazione latina dell’Orca, che, come visto, non solo è attestata nell’uso, ma ricorre una volta anche nel corpo del romanzo. Rispetto alla spiegazione dell’H, quella della y è molto più congetturale, proprio perché non è un’invenzione di D’Arrigo. Pedullà propone una spiegazione molto complessa e affascinante. Intanto la y è il simbolo matematico di un’incognita, e poiché cade al centro della parola “orcynus”, sembra alludere alla piaga dell’animale (la sua sezione trasversale avrebbe proprio quella forma), la cui origine è e resta misteriosa in tutto il romanzo. In biologia essa è anche il simbolo del cromosoma maschile, e ciò rimanda all’origine della vita, intimamente connessa con la malattia e la morte, dei cui segreti l’Orca è depositaria. Infine, la y è una lettera greca (Y) passata al latino, e dallo stesso padre fondatore della cultura greca proviene l’idea mitopoietica, poi ereditata e consolidata dai poeti latini, di popolare di creature di inaudita ferocia la Sicilia e il mare dello Stretto (Scilla e Cariddi, il Ciclope, ecc.).L’Orca, dunque, in quanto ‘Orco’ e ‘Leviatano’ nello stesso tempo (da un pescatore è paragonata a un drago favoloso che chiederà tributi di pesce spada che finiranno per ridurre alla fame la popolazione: cfr. p. 657), si presenta come il luogo d’incontro di due tradizioni generalmente alternative nella cultura europea, ovvero quella classica, omerica, greco-romana, e quella ebraico-cristiana, assumendo così l’aspetto di un ‘segno’ simbolico mostruosamente (è il caso di dirlo) significante. Sui legami di Horcynus Orca con l’Odissea, col suo eroe, con le sue creature femminili e coi suoi mostri, non è il caso di dilungarsi troppo, perché sono di una evidenza palmare e si ha avuto modo di esplicitarli, sebbene in parte (‘Ndrja/Ulisse; Caitanello/Laerte; Cata/Nausicaa; Marosa/Penelope; Ciccina Circè/Circe e Calipso; femminote/sirene; e poi Scilla e Cariddi, al punto che D’Arrigo chiama il mare dello Stretto «lo scill’e cariddi» sin dall’incipit del romanzo, ecc.). Basti qui sottolineare soltanto che la rivisitazione del mito in Horcynus Orca è però fortemente critica e demistificante, e in tal senso, a un livello più profondo, ‘Ndrja è più lontano da Ulisse di quanto non lo sia Leopold Bloom: mentre infatti l’eroe omerico, dopo un’assenza di venti anni, torna dalla guerra da vincitore e persino da maggiore artefice della vittoria (si pensi al Cavallo di Troia), trova la moglie che è stata ad aspettarlo pazientemente e riporta l’ordine nel suo piccolo regno facendo strage delle “fere” che infestano la sua casa, il povero “nocchiero” della Marina Italiana torna dopo soli  due anni da una guerra persa dopo essere stato mandato allo sbando dal suo comandante auto affondatosi, trova la sua promessa “zita” Marosa astiosa e sessualmente affamata come fosse sua moglie da anni (e invece è solo una “muccusa”, appena sbocciata durante la sua assenza) e, nel tentativo di restituire al suo mondo infestato da un “ferone” i valori perduti di dignità e lavoro onesto, muore appena quattro giorni dopo il suo arrivo mentre si sta allenando per una competizione sportiva, colpito in fronte da una pallottola sparata quasi per caso dalla sentinella di una portaerei un po’ troppo nervosa. Ma è Virgilio che, in occasione della discesa agli inferi di Enea (Eneide, VI, 273-281), descrive le fauci dell’Orco in un passo che contiene in nuce, personificate (Luctus, ultrices Curae,  Morbi, tristis Senectus, Metus, malesuada Fames, turpis Egestas, Letum, Labos, Sopor, mala mentis Gaudia, mortiferum Bellum, Discordia demens), praticamente tutte le nefaste conseguenze che comporta per i cariddoti la presenza dell’Orca nel loro mare (terrore, sterilità, fame, inattività soporifera per lo spirito, discordia, sconcia esaltazione per lo sciacallaggio, ecc.). Da questo punto di vista, Horcynus Orca è il romanzo della disperazione, il romanzo di una catastrofe esistenziale, storica, antropologica e cosmica senza rimedio, in cui il mondo è abbandonato da tutte le divinità celesti ed è lasciato in balia solo di quelle ctonie e dei loro emissari più feroci: i dittatori che scatenano le guerre, le fere e, soprattutto, a “riesumo” simbolico di ogni forza del male, l’Orca/Orco. Tutto muore in esso, inghiottito dallo sbadiglio delle fauci dell’Orco: muore la forma di vita secolare dei cariddoti, il quali, se non scelgono il suicidio (come ha fatto Ferdinando Currò, l’eroico salvatore di donne e bambini nel corso del disastroso “terremaremoto” del 1908), possono sopravvivere solo adeguandosi a scendere a patti con i bassifondi del nuovo ordine del “dollaro” e con i suoi metodi cinici e utilitaristici, i cui profeti al livello più basso sono figure equivoche e parassitarie come lo scagnozzo e il Maltese; muore ‘Ndrja, nel tentativo donchisciottesco di arrestare la storia nell’attimo i cui essa stritola con somma indifferenza i più umili; e infine, a suggellare il Trionfo della Morte sulla sua stessa manifestazione fisica più emblematica, muore l’Orca, dopo aver dato l’illusione beffarda di essere una divinità benigna apportatrice di “manna”, quando invece, come ripete Luigi Orioles, la verità bruta è che l’apparizione in superficie della “cicirella” è un effetto casuale degli inabissamenti del mostro marino, e se mai essa è segno di qualcosa, è segno solo dell’inutile tentativo di quest’ultimo di andare a distruggere la vita stessa alla radice (cfr. p. 663 e p. 667). Che il grande romanzo di Melville (molto amato da Stefano D’Arrigo) sia echeggiato in Horcynus Orca è un fatto assolutamente ovvio (si pensi solo al fatto che il signor Cama ha un manuale di cetologia illustrata che sembra proprio quello ipotizzato da Melville nel famoso capitolo 32 di Moby Dick), ma qui ci interessa soprattutto vedere come il contatto con esso conduca l’Orca darrighiana verso il mostro biblico. Le varie credenze sull’Orca come animale unico, onnipresente, immortale e contiguo alla Morte per destino intrinseco, sulle quali D’Arrigo insiste moltissimo, si ritrovano tutte quasi alla lettera nel giro dei celebri capitoli 41 e 42 di Moby Dick, intitolati rispettivamente Moby Dick e La bianchezza della Balena. Nel primo Melville riferisce due “superstizioni” da balenieri che riguardano il carattere soprannaturale della balena, ovvero la sua ubiquità nello spazio e la sua immortalità (che poi è l’”ubiquità nel tempo”). Nel secondo fa esibire Ismaele in una dottissima dissertazione storico-antropologica sul rapporto che nelle varie culture umane sussiste tra il colore bianco, il terrore e la Morte. Abbiamo qui elementi sufficienti per ricondurre l’Orca di D’Arrigo, tramite Melville, entro l’alveo della cultura ebraico-cristiana, perché un animale unico, ubiquo e immortale può essere stato creato solo da Dio e direttamente, e questo il signor Cama non si stanca mai di ripeterlo ai pelli squadre. Ma queste caratteristiche della sua balena, Melville, più esplicitamente ancora di D’Arrigo, le riconduceva direttamente al mitico mostro biblico, come si vede già a partire dal fatto che l’ampio catalogo di citazioni cetologiche posto a vestibolo del romanzo comincia con ben cinque passi biblici: Genesi, I, 21; Giobbe, XLI, 24; Giona, I, 17; Salmi, CIV, 26 e Isaia, XXVII, 1, tre dei quali, cioè il secondo, il quarto e il quinto, menzionano esplicitamente il leviatano. Tutto ciò, com’è evidente, apre la strada a un’interpretazione in chiave messianica, sacrificale ed escatologica dell’intero romanzo, che lo stesso D’Arrigo suggerisce a più riprese anche in contesti che non riguardano direttamente l’identificazione dell’Orca con il leviatano ebraico. Una lettura del genere, comunque, deve passare attraverso un parallelismo tra ‘Ndrja, eroe-messia sacrificale e redentore, e l’Orca, mostro redento e pertanto destinato al pasto totemico con cui la comunità dei ‘giusti’ celebra la ritrovata comunione con Dio. E su questo parallelismo il testo lascia pochi dubbi. Inoltre, nel suo addio alla “zita” Marosa, egli offre alla ragazza, che sta ricamando il suo cuore in nero su uno sfondo bianco, il petto nudo per farselo ricamare sulla pelle sopra quello vero (in una posa «che fatalmente ricordava … la posa dell’Ecce Homo», p. 1023), e quando la stringe al petto le sue lacrime gli scendono sul petto «come gli lacrimasse il costato a lui» (p. 1024). Con questo D’Arrigo crea un rapporto diretto con l’Orca, la quale, quando è trainata verso la riva legata per i denti, mostra agli sbigottiti pellisquadre il suo ultimo mistero: una macchia bianca a forma di cuore sul petto nero, «come un gigantesco neo di desio, una gigantesca insoddisfatta voglia d’orca incinta, stampata sulla pelle del figlio» (p. 1015). Infine, come l’Orca, che, oltre a donare ai pescatori la cicirella, vitale per la loro alimentazione fino a quel momento quasi esclusivamente a base di fave secche (è il cibo per cavalli abbandonato dai fascisti in fuga dalla Sicilia dopo lo sbarco degli alleati), finisce per offrire loro in pasto tutto il suo corpo, ‘Ndrja dà tutto se stesso e poi anche la sua stessa vita per guadagnare quelle mille lire utili all’acquisto della barca, arca di salvezza per l’economia della comunità, dopo essersi prodigato per ottenere, con l’intercessione del Maltese, che gli inglesi arenassero l’animale morto, e il romanzo si chiude con lui morto nella sua barca-bara portata come un’arca dell’alleanza ai cariddoti, che nel frattempo stanno consumando il banchetto dei ‘giusti’ attorno al corpo dell’Orca.

Maria Allo

Fonti

Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, introduzione di Giuseppe Pontiggia, Mondadori, 1982 (1975)

Carmen Micalizzi, “L’italiano regionale della Sicilia” Tesi di Laurea – A.A. 2002-2003

http://www.raistoria.rai.it/articoli-programma-puntate/mare-nostrum-stretto-di-messina/39232/default.aspx

http://www.gazzettadelsud.it/news/spettacoli—cultura/17492/Quei-mostri-letterari–di-Stefano-D-Arrigo-.html

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Incipit 18: Dell’amore e di altri demoni

08 lunedì Gen 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, Dell'amore e di altri demoni, Gabriel Garcìa Màrquez

Il 26 ottobre 1949 non fu una giornata con grandi notizie. Il professor Manuel Clemente Zabala, caporedattore del quotidiano dove facevo i miei primi passi come giornalista, mise fine alla riunione del mattino con due o tre suggerimenti di prammatica. Non affidò un lavoro concreto ad alcun redattore. Qualche minuto dopo venne informato per telefono che stavano svuotando le cripte funerarie dell’antico convento di Santa Clara, e mi ordinò senza illusioni:

«Va’ a fare un giro da quelle parti e vedi un po’ cosa riesci a cavarne».

Lo storico convento delle clarisse, trasformato in ospedale da un secolo, doveva essere venduto affinché al suo posto si costruisse un albergo a cinque stelle. La preziosa cappella era quasi scoperchiata per via del crollo progressivo del tetto, ma nelle sue cripte rimanevano sepolte tre generazioni di vescovi e badesse e altri personaggi di rango. Il primo passo consisteva nello sgomberarle, nel consegnare i resti a chi li avesse reclamati, e nel buttare i rimanenti nella fossa comune. Mi stupì il primitivismo del metodo. Gli operai sventravano le fosse a colpi di zappa e piccone, tiravano fuori le bare marce, che si sfasciavano appena venivano spostate, e separavano le ossa dall’impiastro di polvere con brandelli di abiti e capelli avvizziti. Più il morto era illustre e più il lavoro era arduo, perché bisognava frugare tra le vestigia dei corpi e cernere con sottigliezza i residui per recuperarne le pietre preziose e i pezzi di gioielleria.

Il capomastro copiava i dati della lapide su un quaderno da scolaro, sistemava le ossa in mucchietti separati, e metteva il foglio col nome sopra ognuno per evitare che si confondessero. Sicché la mia prima visione quando entrai nel tempio fu una lunga fila di cumuli di ossa, riscaldate dall’inclemente sole di ottobre che penetrava a fiotti attraverso gli spiragli del soffitto, e senz’altra identità che il nome scritto a matita su un pezzo di carta. Quasi mezzo secolo dopo sento ancora lo stupore che mi causò quella testimonianza terribile del passaggio devastante degli anni. C’erano,  fra molti altri,  un viceré del Perù e la sua amante segreta;  don Toribio de Cáceres y Virtudes,  vescovo di questa diocesi;  diverse badesse del convento,  fra cui madre Josefa Miranda,  e il baccelliere in belle arti don Cristóbal de Eraso,  che aveva consacrato metà della sua vita a fabbricare i soffitti a cassettoni.  C’era pure una cripta chiusa con la lapide del secondo marchese di Casalduero,  don Ygnacio de Alfaro y Dueñas,  ma quando l’aprirono si vide che era vuota e mai usata.  Invece i resti della sua marchesa,  donna Olalla de Mendoza,  avevano una lapide propria nella cripta accanto.  Il capomastro non vi diede importanza:  era normale che un nobile creolo si fosse allestito la sua tomba e che l’avessero sepolto in un’altra. Ma, nella terza nicchia dell’altare maggiore, dalla parte del Vangelo, ecco la notizia.

La lapide schizzò via in pezzi al primo colpo della zappa, e una chioma viva di un color rame intenso si sparse fuori dalla cripta. Il capomastro volle estrarla intera con l’aiuto dei suoi operai, e più la tiravano e più sembrava lunga e abbondante, finchè non uscirono gli ultimi capelli ancora attaccati a un cranio di ragazzina. Nella nicchia non rimasero che pochi ossicini minuti e dispersi, e sulla lapide di marmo corroso dal salnitro era leggibile solo un nome senza cognomi: Sierva Marìa de Todos los Angeles. Dispiegata a terra, la chioma splendida era lunga ventidue metri e undici centimetri. Il capomastro mi spiegò senza stupore che i capelli umani crescevano di un centimetro al mese anche dopo la morte, e ventidue metri gli sembrarono una buona media per duecento anni. A me, invece, non sembrò così comune, perché da bambino mia nonna mi raccontava la leggenda di una marchesina di dodici anni la cui chioma le strascicava appresso come la coda di un abito da sposa, che era morta di mal di rabbia in seguito al morso di un cane, e che era venerata nei paesi dei Caraibi per i suoi molti miracoli. L’idea che quella tomba potesse essere la sua fu la mia notizia di quel giorno, e l’origine di questo libro.”

Cartagena de Indias, 1994

Un cane cenerognolo con una stella sulla fronte irruppe nei budelli del mercato la prima domenica di dicembre, travolse rivendite di fritture, scompigliò trabacche di indiani e banchetti della lotteria, e passando morse quattro persone che si trovarono sul suo percorso. Tre erano schiavi negri. L’altra fu Sierva Marìa de Todos los Angeles, figlia unica del marchese di Casalduero, che si era recata con una domestica mulatta a comprare una filza di sonagli per la festa dei suoi dodici anni.

[…] 

Gabriel Garcìa Màrquez, Dell’amore e di altri demoni, Mondadori, 1994 

 

Dalla prefazione, apprendiamo che il libro prende spunto dal ritrovamento di un’antica tomba, presso lo storico convento delle clarisse. Presentando per verosimile una situazione assurda, i capelli infatti non crescono dopo la morte e collegando la singolare scoperta ad un’antica leggenda di una bambina dai lunghissimi capelli rossi, venerata nei Caraibi per i suoi miracoli, Màrquez parla dell’amore inteso come demone. Protagonisti di quest’amore, una bambina, un padre e un prete esorcista.

Il romanzo è ambientato in Colombia ai tempi dell’Inquisizione spagnola. Narra la storia di una giovane marchesina dai capelli rossi, Sierva María de Todos los Ángeles, figlia di un pigro marchese, Don Ygnacio de Alfaro Y Duenas e di una contrabbandiera, Bernanda Cabrera. La ragazza, indesiderata e trascurata dai familiari, cresce insieme alla servitù e apprende i loro dialetti e i loro rituali. A causa dell’odio della madre e dell’indifferenza del padre, cresce isolata da tutti. Il giorno del suo dodicesimo compleanno, al mercato coloniale, Sierva María viene sfiorata e graffiata alla caviglia da un cane rabbioso senza però manifestare alcun sintomo della malattia. Due giorni dopo il cane muore di rabbia e viene appeso ad un albero. Solo a quel punto il marchese riscopre l’amore per la figlia e fa di tutto perché guarisca affidandola alle cure di un discusso medico di nome Abrenuncio. Ciò nonostante, la “malattia” della ragazza peggiora, fino a farla ritenere posseduta dal demonio: il vescovo della città ordina al padre di rinchiuderla nel convento delle monache di clausura, dove la ragazza subisce i soprusi delle altre monache che la credono una creatura di Satana, anche per via della sua chioma ramata che lei ha fatto voto di tagliare solo dopo le nozze. Anche il comportamento selvaggio e le manifestazioni di ira vengono scambiate con le manifestazioni tipiche della rabbia o prese per “sintomi inequivocabili di una possessione demoniaca”. Ad aiutare la ragazza interverrà un giovane prete, Cayetano Delaura, che cercherà di salvarla, dimostrando che non si tratta di possessione nè di mal di rabbia. All’inizio la ragazza è molto diffidente e ostile, in seguito lui riesce a conquistarla con i versi di Garcilaso de la Vega. Tra il prete e la ragazza nasce, mettendo a dura prova la fermezza di lui, il «demone più terribile», l’amore. Màrquez rappresenta personaggi sempre ambigui, avvolti in un alone di mistero, unici ed impenetrabili nelle loro caratteristiche più evidenti come l’intolleranza religiosa del Santo Uffizio, il bigottismo del vescovo e delle suore, la coerenza e la libertà dai pregiudizi del prete esorcista e così via.

García Márquez nasconde dietro a un intreccio semplice e ad un’emozionante storia d’amore la critica alla Santa Inquisizione e descrive il ruolo non sempre positivo svolto dalla chiesa cattolica nei confronti degli schiavi importati dall’Africa, considerati come delle bestie e nei confronti di chi era sospettato di eresia o di essere vittima del maligno. Lo scrittore, mentre descrive personaggi e ambienti, conferendo un tono evocativo a tutta la vicenda, sottolinea l’importanza di non appoggiare mai fanatismi e ideologie estremiste. La prosa di Marquez è scarna ed essenziale, limpida e struggente, e sembra rievocare le atmosfere di “Cent’anni di solitudine” e i temi de “L’Amore ai tempi del colera”, in cui l’eros diventa malattia, metafora della letteratura e della vita. Il lettore viene trasportato in un mondo surreale e magico capace di travolgere i sensi e i sentimenti.

Deborah Mega

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