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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

Doris Bellomusto, “Fra l’Olimpo e il Sud”, Poetica Edizioni, 2021.

25 lunedì Apr 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Doris Bellomusto, Fra l'Olimpo e il Sud

 

Afrodisiaca

 

È la vita degli dei

e degli eroi

e dei poveri

diavoli

che siamo noi,

venuti

al mondo

nell’età dell’incoscienza.

Di Afrodite,

è tutta la bellezza

di questo gioco mortale

e, forse, immorale.

È avida

la dea.

Inganna i cuori

e non concede

sazietà ai desideri

sempre accesi

nelle nostre viscere.

Siamo figli suoi

e di Efesto.

E concepiti nelle viscere

di un vulcano

siamo condannati

a sentirlo

nelle nostre stesse

viscere

il fuoco sacro

dei desideri

che fanno la vita

così

afrodisiaca.

 

Argo

 

Aspetto

una carezza,

so che verrà

dal mare

e avrà sapore

di salsedine.

Aspetto

una carezza

che accenderà

la mia consumata

speranza di rivedere

Odisseo,

il più audace degli uomini.

Abbaiando amore,

gli racconterò

che cos’è

la fedeltà.

 

Medea

 

È abusato il tuo nome,

incompreso il tuo dolore,

troppo stretto

il nodo

che ti legava

all’amore.

La tua lucida follia

si annida

nel mio cuore

di madre.

Sciolgo il nodo

se stringe,

stringo al cuore

il tuo dolore,

non pronuncio il tuo nome,

ho paura

che tu mi risponda

con la mia incerta

voce.

 

Audace allegria

 

Ospite

del mio corpo

sono il tempio

e l’altare,

sono l’altro,

sono il pellegrino,

sono il sacerdote.

Sono la sposa

senza dote.

Sono Atena,

sono Venere Citera.

La mia pelle

ruvida

si fa pergamena.

Sono l’oracolo

e la Sibilla.

Afferro

gli arcani

segreti

dei venti.

 

L’audace allegria

del mio sangue

canta preghiere

profane.

 

Autogrill

 

Viaggio

nel meriggio

assolato,

bevo cielo,

mi nutro

di imperfetti

miracoli.

A Sud

si va leggeri

con le tasche

piene di miraggi,

il cuore vuoto

di chi ha fame

e mangia

pane e ricordi

d’infanzia.

L’amore

si fa

ritorno,

canto,

incanto,

Autogrill.

 

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~A viva voce~

23 sabato Apr 2022

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Francesco Palmieri

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2022/04/dellimpotenza.m4a

 

Dell’impotenza
 
sono furia
che non muove foglia
pure se voglio
 
perché io solo l’immagine
la somiglianza
un riflesso bastardo
che non è dio
e uomo nemmeno
 
e sto senza più cielo
straniero qui a terra
indeciso
se vivere sia questo
o soltanto sia un morire
che accade già da tempo.
 
 
Francesco Palmieri
dalla raccolta edita “Il male nascosto”
Edizioni Terra d’ulivi

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“Orfeo dall’aurea lira”, il ricordo che non ricorda in Rilke

21 giovedì Apr 2022

Posted by maria allo in Appunti letterari, LETTERATURA, Mito

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Maria Allo, Orfeo, Rainer Maria Rilke

Orfeo olio su legno, Gustave Moreau,1865

Nel corso dei secoli, i miti hanno raccolto e tramandato la memoria collettiva di una cultura, di una civiltà e continuano a parlarci ancora, a distanza di tanti secoli, mantenendo intatta la loro forza. La consacrazione di Orfeo nell’immagine archetipica dell’artista risponde alla risonanza profonda che il suo mito suscitò nell’immaginario di tutte le epoche. Omero e Esiodo lo ignorano e occorre attendere il VI secolo a.C., perché un lapidario quanto fortuito riferimento a noi pervenuto sulla figura mitica di Orfeo (riportato da un tardo grammatico), nel frammento 17 del lirico greco, Ibico (gr. ῎Ιβυκος, lat. Iby̆cus), poeta greco di Reggio vissuto nel VI sec., di famiglia aristocratica, vissuto alla corte di Policrate a Samo, ci restituisca il mitico precursore dell’arte poetica, il dio che canta questo nostro mondo: il mutare delle cose e degli uomini che abitano presso di esse. Il mito dunque è l’elemento preesistente, comune e universale, ma insieme oscuro e misterioso; compito della poesia è quello di portarlo a chiarezza, di dargli una forma e un ordine. Alcune tradizioni vogliono Orfeo nato da Calliope e Apollo, che gli fu vicino durante l’infanzia, insieme alle muse alle quali aveva ordinato di prendersene cura.
Non molto tempo dopo Ibico, un altro frammento lirico evoca la prodigiosa malia del canto di Orfeo: è Simonide a immaginare il quadro fantastico che anticipa il senso di una sintonia fra l’uomo divino e la natura, un tratto tipico della sensibilità francescana che accoglie positivamente tutti i vari aspetti della creazione in quanto espressione e manifestazione della grandezza e benevolenza divine. Nell’Agamennone di Eschilo, un verso radioso esprime l’estasi con cui l’universo tutto si abbandona all’incantesimo del canto primigenio: “Ogni cosa egli conduceva con la sua voce, in felicità”. Ma Onomàkluton Orphén, “Orfeo dal nome famoso “la quintessenza della civiltà greca, la figura più leggendaria dei tempi eroici è tra le più complicate tanto che esiste un’altra tradizione sul lato oscuro della storia di Orfeo, ispirata alla consapevolezza tragica della fragilità umana di fronte al decreto inesorabile del fato o della realtà che lo stesso Eschilo accoglie nella perduta tragedia Bassaridi. La sua morte non era divina come il suo canto: lo avevano dilaniato le seguaci di Dioniso per istigazione del loro dio, furente perché, dopo aver visto l’oltretomba, Orfeo rifiutava di onorarlo. A questa tradizione si riallaccia il poeta ellenistico Fanocle, nei suoi Ἒρωτες. Del resto l’esistenza di varie correnti alle quali vanno assegnati i vari cantori sacri dice da sola che il mito, per il fatto di essere orale, poteva venire modificato con grande libertà, a seconda delle circostanze. Come la sua origine, così è ignota la sua patria. Orfeo, che già gli stessi antichi Greci consideravano l’incarnazione dell’antica cultura teogonica e teologica, contemporaneo di Giasone e di Eracle che accompagnò nel favoloso regno dei Colchi alla conquista del vello d’oro, nonché il creatore di quei riti orfici che egli solo, come figlio di Eagro o di Apollo e di Calliope, poteva conoscere, è comunemente riferito alla corrente tracia. Gli fu anche attribuita l’istituzione di cerimonie religiose a cui potevano prendere parte solo gli iniziati e che da lui presero il nome di misteri orfici. Molte sono le opere che recano il suo nome ma forse solo perché riferite alla sua ispirazione e al suo insegnamento. Comunque la rappresentazione che di Orfeo fa Apollonio Rodio nelle sue Argonautiche come di un poeta dolcissimo al cui canto ubbidivano gli animali e le piante, e si commuovevano gli stessi dei, è rimasta nei secoli, incarnazione fra il mitico e l’umano di un’arte religiosa che sfiora i confini della magia e del miracolo.
La favola di Orfeo viene da Virgilio inserita, secondo la tecnica alessandrino-neoterica, in quella di Aristeo nel IV libro delle Georgiche, il libro dedicato alle api. Il pastore Aristeo si dispera per la morte delle sue api causata da una pestilenza. La madre, la ninfa Cirene, sente il suo pianto e il suo accorato appello e lo invita a recarsi da Proteo, un indovino perché gli riveli la causa della sua sventura. Questi lo informa che i suoi sciami sono stati distrutti da Orfeo adirato con lui per aver provocato la morte della moglie Euridice, “Non te nullius exercent numinis irae”. Questi versi collegano il mito di Orfeo con quello di Aristeo. Già erano presenti nella tradizione i motivi che caratterizzano la favola di Orfeo: la discesa di Orfeo negli Inferi per recuperare la moglie, il potere incantatore del suo canto, a cui si uniscono, brevemente, quello della sua morte, dovuto allo scempio vendicatore che ne fanno le donne dei Traci, e della sorte della sua testa. Virgilio li fonde, escludendo altri elementi della tradizione, in una visione di Orfeo che appare non come il fondatore dei misteri orfici, ma il simbolo della poesia stessa: grazie alla sua musa incantatrice ottiene di scendere nel tetro regno dell’Ade per riavere l’amata sposa, ma a causa di un suo errore, la perde nuovamente senza alcuna possibilità di recuperarla: rimane solo il canto a consolarlo. La sorte dei due protagonisti è opposta, in quanto opposto è il loro comportamento: Aristeo, grazie alla sua docilità agli insegnamenti ricevuti (deve eseguire il rituale della bugonia), riesce ad ottenere la rinascita delle sue api; ad Orfeo, indocile al divieto, è negata la “resurrezione” di Euridice. Risulta evidente che Ovidio nel X libro delle Metamorfosi e Poliziano nelle Sylvae sono entrambi debitori a Virgilio.
Anche Cesare Pavese ha ripreso il mito nei suoi Dialoghi con Leucò, un’opera che rilegge il mito antico stravolgendolo: egli ha scelto di voltarsi indietro e perdere per sempre la sua sposa. Euridice è una stagione della vita, un passato che Orfeo cerca, ed Orfeo ha una sua dimensione, non in cerca di Euridice, ma di se stesso. È questa una dimensione esistenziale che sola può essere dell’uomo del ‘900. “Il sesso, l’ebbrezza e il sangue richiamarono/ sempre il mondo sotterraneo e promisero a più/ d’uno beatitudini ctonie. Ma il tracio Orfeo, / cantore, viandante nell’Ade e vittima/lacerata come lo stesso Dioniso, valse di più”.

Fra le tante rivisitazioni che il mito di Orfeo ha avuto nella letteratura contemporanea anche quella di Rainer Maria Rilke, scrittore e drammaturgo austriaco di origine boema che, pare abbia preso spunto dalla copia romana di un bassorilievo attico (conservato a Napoli), in cui il dio Hermes tiene per mano (quasi trattenendola) Euridice, nei versi di Rilke invece Orfeo ed Euridice appaiono meno uniti che nella scultura e tra i due si avverte inevitabile un incolmabile abisso. Nei Sonetti a Orfeo dedicati a Wera Knoop, (Rilke ricevette dalla madre di Wera una lunga relazione sulla malattia e la morte della figlia all’inizio del 1922, poche settimane prima che cominciasse i Sonetti) morta a diciannove anni di leucemia alla fine del 1919, fa riferimento al mito di Orfeo e con la sua straordinaria capacità di poesia, la storia di Orfeo è una delle più significative creazioni del mito del XX secolo. Wera era figura elettivamente orfica. Portava con sé l’infanzia, la danza e la musica, e la morte già dentro la vita, che rinvia ad un altro frammento orfico scoperto da Colli in Euripide.

Il male era prossimo. Già domato dalle ombre
Urgeva il sangue intenebrato, ma come per fugace
Presagio rifioriva nella sua naturale primavera.
Di nuovo ancora, interrotto di buio e di cadute,
terrestre rifulgeva. Finché dopo un terribile bussare
varcò irredimibile la porta spalancata.

(I,25, Sonetti a Orfeo, vv.9-14 trad.di Franco Rella)

Nel terzo sonetto della parte prima, il poeta riflette sul potere del canto.

Ein Gott vermags. Wie aber, sag mir, soll
ein Mann ihm folgen durch die schmale Leier?
Sein Sinn ist Zwiespalt. An der Kreuzung zweier
Herzwege steht kein Tempel für Apoll.
Gesang, wie du ihn lehrst, ist nicht Begehr,
nicht Werbung um ein endlich noch Erreichtes;
Gesang ist Dasein. Für den Gott ein Leichtes.
Wann aber sind wir? Und wann wendet er
an unser Sein die Erde und die Sterne?
Dies ists nicht, Jüngling, Daß du liebst, wenn auch
die Stimme dann den Mund dir aufstößt, – lerne
vergessen, daß du aufsangst. Das verrinnt.
In Wahrheit singen, ist ein andrer Hauch.
Ein Hauch um nichts. Ein Wehn im Gott. Ein Wind.

Rilke stesso disse che la traduzione è un’arte affine a quella degli attori, «è alchimia, conversione in oro di elementi altrui». Di fronte alla lingua dei Sonetti dalla visionarietà rapace, resa con una certa crudezza, come dice Pintor, autentico miracolo di perfezione, renderne quanto più possibile la musicalità non è impresa facile. Propongo qualche variante di traduzioni di questo “inaudito centro” di Rilke, grazie al generoso contributo di Anna Maria Curci, esperta traduttrice di lingua tedesca.

Un dio lo può. Ma potrà mai adeguarsi
su snella lira un uomo, dì, al suo esempio?
L’uomo è discorde. Apollo non ha un tempio
dove in cuore due vie vanno a incrociarsi.
Non è brama, quel canto che tu insegni,
non cosa ambita e finalmente presa.
Canto è esistenza. Al dio facile impresa.
Ma quando siamo, noi? Nei suoi disegni
quando egli terra e stelle a noi prepara?
Non quando ardi d’amore, o giovinetto,
pur se t’urge la voce in bocca. Impara,
scorda ciò che cantasti. Fu un momento.
Il canto vero è un altro, soffio schietto,
che va in nulla. Soffio divino. Vento.
(Traduzione di G. Baroni)
Un dio può. Ma come, dimmi, come può
Un uomo seguirlo con la sua lira inadeguata?
Il suo senso è la scissione. All’incrocio
di due vie del cuore non c’è tempio per Apollo.
Il canto che tu insegni non è brama
O appello per avere potere infine;
canto è esistenza. Facile per un dio.
Ma quando noi siamo? E quando egli volge
al nostro essere la terra, e la terra, e le stelle?
Che tu ami, o giovane, questo non è, anche
Se la voce t’urta nella bocca, -impara
A dimenticare che hai cantato. Trascorre.
Cantare in verità è certo altro respiro.
Spirare a nulla. Un soffio nel dio. Un vento.

(Traduzione in rima di Claudio Angiolini)

È un tema tipico della poesia simbolista la riflessione sull’idea della poesia come libera creazione di una nuova realtà. Rilke riflettendo sulla propria opera ne riconosce i limiti e lo stesso mito qui si pone come forma della sapienza poetica che riscatta la caducità degli esseri e delle cose: la loro fragilità si rivela infatti un valore in quanto li rende abitatori del doppio regno della vita e della morte. Poetare è agevole per un dio immortale, ma difficile per l’uomo, scisso tra la vita e la morte.
La poesia deve dare voce alla materia informe del mito che s’intreccia all’io lirico individuale e l’universalizza in solidarietà di pena con tutti gli uomini per giungere alla creazione poetica. Rilke riconosce la limitatezza dell’uomo, ecco perché, contrapponendo il poeta Orfeo al dio Apollo, si riconosce in Orfeo di cui sottolinea non tanto la abilità poetica ma la sconfitta finale (vv.3-4) e l’intima lacerazione, espressa con soluzioni formali e scelte estreme e che preannunciano aspetti dell’ermetismo italiano. Iosif Brodskij, il poeta russo, ritiene la poesia di Rilke un sogno inquietante nel quale si conquista qualcosa di molto prezioso solo per perderlo dopo un momento “il ricordo che non ricorda” come lo definirono Dino Campana e poi Luzi.
È l’amore la prima realtà. Per questo nel magnifico Orfeo del sommo Rilke, sulla soglia del silenzio laddove tutto si fa ascolto è un soffio in nulla. Un calmo alito. Un vento.

Un dio lo può. Ma un uomo, dimmi, come
potrà seguirlo sulla lira impari?
Discorde è il senso. Apollo non ha altari
all’incrociarsi di due vie del cuore.
Il canto che tu insegni non è brama,
non è speranza che conduci a segno.
Cantare è per te esistere. Un impegno
facile al dio. Ma noi, noi quando siamo?
Quando astri e terra il nostro essere tocca?
O giovane, non basta, se la bocca
anche ti trema di parole, ardire
nell’impeto d’amore. Ecco, si è spento.
In verità cantare è un altro respiro.
È un soffio in nulla. Un calmo alito. Un vento.

(Da Sonetti a Orfeo, traduzione di Guaime Pintor)

NOTE BIBLIOGRAFICHE
Albin Lesky ,storia della letteratura greca vol. I, il saggiatore, Milano 1962 p.177
Rainer Maria Rilke, i sonetti a Orfeo, Feltrinelli, Milano 2008, traduzione e cura di Franco Rella, pp.23
Rainer Maria Rilke, Poesie, Einaudi, Torino, 1955, traduzione di Giaime Pintor p. 51.
https://www.larecherche.it/testo_poesia_settimanale.asp?id=138&tabella=poesia_settimanale

‘”I SONETTI A ORFEO” di Rainer Maria Rilke


https://youtube/0buam0er-dw

 

 

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Una vita in scrittura: Rita Pacilio

20 mercoledì Apr 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

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Rita Pacilio, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Rita Pacilio che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Rita.

La mia vita in scrittura è legata indissolubilmente alla vita. L’orfanità paterna e la malattia di mio fratello hanno condizionato il mio stare al mondo, sicuramente.

Non denuncerò di me l’assedio
e il rapimento.
Sulla carne intreccerò l’amore.
Perdonerò anche Dio
perché tu non pianga.

(da Tra sbarre di tulipani – LietoColle, 2005)
***
Così, per sentirmi meno concentrata sulla parte più dolorosa della mia condizione interiore, ho deciso di calarmi nel mondo, nella sua profondità, e di cercare negli animi umani le stesse dinamiche emotive che mi somigliassero per trovare empaticamente una connessione emozionale. Partendo dagli altri ho imparato a conoscere e ad accogliere anche me stessa. Soprattutto, ho imparato ad avere rispetto amorevole per i segreti e gli aspetti misteriosi che appartengono alla natura.

Il mondo è un corpo devastato
ha l’erba secca per il troppo pianto
è steso di fianco senza parole in bocca
alle dita manca il segno della pace,
si avverte il lamento del lupo in agonia
la neve permanente morire piano, piano.
Qualcuno dice non puoi farci niente
rassegnati al timbro del frastuono,
allora coglierò tutte le viole
le terrò insieme come faceva nonna
adornerò capelli scombinati
e
abbandonata alla saggezza del necessario sarò povera delle solite cose.

(da La venatura della viola – Ladolfi, 2019)
***
Senza accorgermene, via via, la mia vita finiva nelle pagine dei miei libri. Con cura e pazienza mi sono lasciata invadere e incantare dalle metafore, spesso struggenti e impreviste, per catturare in maniera visionaria, le particelle impercettibili della storia, della memoria e dei sentimenti.

Dimmi che la mia bocca
butta giù le porte
quando tace.
E che mi porterai il mare
tra i piedi nudi
a parlarmi di tutto.

(da Tra sbarre di tulipani – LietoColle, 2005)
***
Ho studiato sociologia con laurea in psicologia sociale, specializzandomi nella mediazione del conflitto interpersonale, forse proprio per quietare tormenti interiori e le mie fragilità esistenziali.

Chiedo perdono al mondo/ come lo chiedo a te/ per il mio peregrinare stanco/ per l’urlo muto/ per la corsa che mi affanna e dice./ Il destino è un cerchio senza fine.

(da Gli imperfetti sono gente bizzarra – LVF, 2012)
***
Studiare, leggere e scrivere sono sempre andati di pari passo: una specie di tessitura composta da tanti dettagli al fine di approfondire i fenomeni che muovono le emozioni. Mi sono sempre interrogata sull’assenza, sul tempo, sul perdono, sulla compassione e sul dolore. Mi sono occupata della solitudine e della frustrazione dell’ammalato, del disagio sociale, dell’indifferenza sociale, del corpo e della sua caducità.

Sputa i suoi drammi
coi colpi di tosse
per gioco, per amore
scorie sottili nelle mani esibite

è latente lo scontento sulle spalle.

Gli imperfetti sono gente bizzarra
lasciati nell’arena, non so dire esattamente,
come un silenzio, un ghigno.
Ho pensato che Dio ama l’insicurezza
e le sfumature dei dirupi.

Io mi trovo qui dove non si torna indietro.

(da Gli imperfetti sono gente bizzarra – LVF, 2012)
***
L’amore in tutte le sue forme (l’amore malato, il sopruso …)
Quella che hai amato
io l’ho uccisa
l’ho scucita lungo la schiena
le ho tirato via la carne
succhiato il sangue
l’ho stesa sul lenzuolo:
è lei stessa quel Cristo feroce.

(da Quel grido raggrumato – LVF, 2014)

L’amore è la tematica sottesa a ogni mio scritto; amore come vera e unica motivazione di vita: testamento simbolico e spirituale per l’umanità intera.

[…] Allora, tu, quando io morirò, devi fermarti e smettere di ascoltare coloro che opprimono curiosità e coraggio. Dai voce, invece, alla libertà e nutriti di gioie salvate dalle risate grasse, dai colori estivi, parole che sommate fanno algebre strane. Stordisciti di sapienza, capelli sciolti, di polmoni vuoti e verità. Quando non ci sarò più schiarisci la voce e tieni con te il carico prezioso della tenerezza umana.»

(da Prima di andare – LVF, 2016)
***
L’obiettivo della mia poetica, infatti, è la diagnosi del mondo. Per questo, mi piace ripetere che, secondo me, la poesia è un luogo di esperienza, di incontro, di elaborazioni e modificazioni che partono da un atto di fede e di speranza. È stato molto complicato mettersi in gioco, farsi leggere, pubblicare, partecipare ai Concorsi o Premi. Soprattutto, vincere ed essere apprezzata, accolta. Niente era ed è scontato. Ricordo che venticinque anni fa per far leggere i miei testi inediti ai grandi della poesia, riuniti in un convegno internazionale sulla parola poetica, andai di persona. Presi il treno e dalla mia provincia campana arrivai a Montiglio, in Piemonte. Fu l’esperienza che ha segnato il mio futuro nella scrittura perché fu allora che venni invogliata a pubblicare e a perseguire nella poesia. Certo, non sono mancati sacrifici, errori e delusioni. Chi di noi non ha subito un torto, un’ingiustizia o un tradimento!

Fammi un favore… questa volta
mi è sembrato possibile riuscirci
qualcosa simile a togliere lo sporco
dalle mani o discutere nella striscia
d’ombra che raggela quando sono qui.
Non serve a niente arrivare in anticipo
cercare di piacerti un’altra volta.
Ci provo da quando ero bambina
nel catino freddo di nonna da cui uscivo
più piccola e più bianca.
Lascia perdere, non è così che diventi
fiume! Ma io scorro senza tregua,
senza consolazione ed è incredibile
quanto oceano sia diventata
nel vetro scuro dei tuoi occhiali
se ogni giorno appaio povera, profanata.

(da Quasi madre – Pequod, 2022)

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Zahira Ziello, Inedito.

19 martedì Apr 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

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Zahira Ziello

photo by Trini Schultz

 

Maccare

 

Quando l’aria  degli alberi fu finita

gli animali della terra, del mare e della guerra

si trovarono una stanza infossata e inabitata

“Siamo un solo spirito” – disse il soffio

“Siamo un solo ritmo” – disse il battito

“Siamo un solo nodo” – disse il cappio.

Una sola stanza non bastò a contenere il tumulto rimasto,

lo scarto ammassato volle da subito definirsi distante,

i corpi s’allontanarono, s’infrattarono fino al costituirsi dei limiti.

Alloggiati in stanzette con serrature senza mandate, senza guardiani,

non insegnavano lo spavento dell’agguato ai teneri piccoli,

s’aspettava che l’ispezione cogliesse gli infatuati ansanti e indaffarati,

nulla si sa, nulla s’impartisce, la lezione è “Ci si nasconde”.

Ci si frantumerebbe in briciole per nascondersi meglio

“Io non so di te. Tu non sai di me”

Sussurravano i corridoi

S’impara velocemente, sì, ma tu, lettore caro, sai competere con la trasparenza?

Tu che hai un corpo che sarebbe intero anche senza pelle,

che potresti vedere anche senza muscoli,

con cui potresti ballare anche col solo pulsare delle vene,

le cui ossa resistono al secolare mangiare della terra,

competi tu, essere integro, con l’assuefazione.

Rifletti, carcassa pesante, e cammina fino all’ingresso della fossa,

li vedi? Si coprono di nero con un manto, intanto che aspettano la sorte,

dal muso alle zampe appannaggio di una sola nuvola priva di pensiero,

paiono covare essi stessi la propria attesa, come non volessero mollare la presa

di quella corda umida su cui siedono. I piedi penzolano lenti

su un ampio spiazzale che ha colore e consistenza di polvere,

il cui solco nel centro risuona come la cassa di uno strumento

monocorde. Sul filo erano in troppi, delle volte,

qualcuno cadeva, avrebbero dovuto legare altre corde,

ma il Bugiardo chiedeva il progresso, e questo s’identifica con lo spreco

che riempie le sue dita di gemme di plastica,

che permette ai suoi denti di cariarsi,

che leva ai pesci le alghe incontaminate,

che occlude anche ai sassi le radici.

Egli aspira ad un assoluto convesso che lo copra come in una bolla,

che lo sleghi dalle contingenze, un cielo di plexiglas, insomma,

per avvicinarsi alle forme mutate in velocità,

per avviarsi all’ordine del cerebrale,

alle liturgie del sé contenitore di statica sacralità.

Allora giù, dov’è freddo, strisciando per canne robuste dai suoni delicati,

per finire lontano dalla casa, ormai abitata.

La casa del sospetto ha stanze di colpa e di punizione:

come fossero chiavi della cintola di dio

gli inquilini scuciono la toppa per disporsi gelosi

ad origliare gelide presunzioni di fede

“Si discute di un temuto mercoledì delle ceneri”

“Ma mai arriva”

Intanto accumulano grasso e menzogne da disporre sotto i tappeti

perché l’assordante passo di dio non li colga dormienti

seppure non vissero che accumulando riserve e mai grazie,

riserve di chiassoso peccato, che li consolassero

dal bianco divino che appanna lo sguardo, ma non placa la voglia

di esser rovesciati ancora, e sporcati ancora.

Il bianco non sazia, il bianco lascia che il languore frema,

che il piacere aumenti finché

la porta si spalanchi

e dal grigio del lungo corridoio il pallore ansante invada gli anfratti

dov’è nascosto il marcio. Le sentinelle s’impuntano dritte

coi talloni sui bordi dei tappeti, perché a sbucare non sia la loro colpa

ma quella di chi, imperfetto truffatore, non ha saputo esser svelto.

E che scoppi la rivolta, che un capro deve sempre essere sacrificato,

che i virtuosi predicano ma disdegnano le suppliche,

quindi che il matto sia gettato giù

dal dirupo, come gli antichi

dalla forca, come le streghe

dalla piazza, come i lebbrosi

dall’Eden, come gli uomini.

Le chiavi

credono nella perpetua discendenza della creazione,

ricordano che tra chi fu generato, tu fosti posto nell’angolo del fosso

costretto in un basso putrido, i cui segregati non prestano servigio,

intanto i ciechi penitenti abitano in bilico nella fosca nebbia

che lo sfiatare di dio caccia,

egli appanna il cielo e i ciottoli

da cui gli obbedienti si coprono i piedi e le orecchie

perché i predecessori non li riempiano di graffi

richiamando all’attenzione gli spirti odierni:

Bisogna che ci sia un piccolo insetto,

magari deforme o magari pensante,

qualcuno che raccolga il peccato senza nasconderlo,

qualcuno cui non può essere rimesso il male

perché non cosparse la propria testa di ceneri.

Finì col racimolarsi di un uomo solo,

uno piccolo, dalla voce bassa e dalla testa china,

era spietato il suo dissenso ma inerme la sua pratica,

sicché lo presero senza che strillasse l’ingiustizia del torto,

“Non si urla a un dio bugiardo che mente.

Io gravito impermalente tra le orbite altrui,

mi sottraggo al verso, esattamente come il nero è tale

perché rifiuta in apparenza gli altri colori.

Io non chiesi mai di aprire la serratura,

non si può chiedere una quiete che non si è provata…

ma capitò di spiare, e la delizia fu troppa,

al di là lo squallore si annulla e il declino si spiega.

Io non saprò, so che non saprò, distanziarmi da chi mi tarpa,

per ingordigia, per timore, o per devozione alla sottomissione,

io starò qui perché i cretini possano vedere nel mio sacrificio

il Bugiardo che si nasconde”

Che si sa –annuncia uno squilibrato- il male è male,

va fatto, ma che non si dica, che non si sappia.

La perversione non è degli atti ma della parola

di chi la professa con la lingua linda dallo squallore,

che fu solo di chi, bugiardo, disse no,

che si sa:

chiudono gli occhi nell’aldilà.

 

Zahira Ziello

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Paolo Castronuovo, “La croce versa”, Effigie, 2022.

18 lunedì Apr 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

≈ 1 Commento

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La croce versa, Paolo Castronuovo

 

A chi illumina

 *

 

La poesia è come l’acqua nelle profondità della terra.

Il poeta è simile a un rabdomante,

trova l’acqua anche nei luoghi più aridi e la fa zampillare

 

Alberto Moravia

 

La croce versa (o il tentativo di cambiare)

 

la croce versa nell’uovo

è il frassino nel cuore del conte

la cellula che purifica l’etichetta

battezzando la fede in scienza

 

un simbolo che impongo

per cambiare le immagini

tagliare il ciclo e aprirne un altro

in un rivolo di sangue blu

 

un punto e a capo che serve

all’interlinea stretta della vita

per respirare il diverso

e chiudere le oscurità nel guscio

 

vergere la croce portata

farne posata o fionda

per debellare la malattia del verbo

con la pietra della negazione

 

vorrei cancellarti dalla mia fronte

lo sfregio di caino che mi addita nella folla

accresce il tuo ego

nelle fauci dell’adorazione

 

potrei morirti sui piedi se mi lasci respirare

e dirti quanto sei immensa sarà un gioco

come scagliare la biglia dal pollice

mentre le ombre lasciano le case alla sera

 

ma devo eliminarti

macellarti in una mole fine

farne polvere e bagnarla per non respirarla

affinché ogni odore di te si estingua

 

cambiare ossessione per quanto possibile

dimenticarti fluire come un pesce rosso

morto nel pozzo della tazza scarica

dicendomi che ora andrai nel mare con le altre

 

l’essere tuo mi annulla

e una poesia è troppo rapida

per un lungo addio

che garza il distacco netto

 

starò a contemplare alla finestra della memoria

mentre scagli quella croce

sull’uovo che si cuoce

e io non avrò più nulla da dire

 

*

 

è inutile il tramonto

per addormentarsi sull’amaca delle tue ciglia

per ondeggiare fino a cadere sui listelli del molo

dove tra i nodi del legno spiccano le conchiglie

allineate su una spiaggia desolata di inverno

mentre la pelle è livida dal freddo

le corde che ti ormeggiano la colorano

e io ti guardo in questa cornice descritta

mentre i primi gabbiani si affacciano alle nuvole

e la spuma del mare mi porta

sempre più vicino

sempre più lontano

al tuo profumo bronzeo

 

*

 

la rima

baciata è uno stupro

preferisco sguinzagliare canneti

dalle sponde della spiaggia

farne falò di notte per lo spiedo

di un bacio atteso a ruminare

lungo le vie delle barbarie

 

strapparti i vestiti con le forbici dell’attenzione

sregolare l’attrito di un catamarano

staccare la dinamo dalla graziella

e scaraventarla nell’oltremare

non scrivere per compito

ma solo per amarti

 

*

preghiera nera

 

regalami le tenebre del tuo bosco

fiore dal polline nero

 

inquinato dal battesimo perché l’ateo è il vero puro

senza decaloghi da infrangere

bagnato solo della placenta di sua madre

 

non meritavo gli inferi alle porte

o le spinte col forcone

una nascita bastava

 

voglio togliermi il mantello acqueo

– di sacro preferisco il fuoco almeno arde

uccide le spore disinfetta

 

non certo aleister mi regalerà la felicità

con la sua disobbedienza a cefalù

 

ma tu donna scarlatta

sorridimi ancora – amami

in pozioni che mai berrò

sacrificherò il mio vuoto

 

non sarò sabbatico adepto

alla cena dei bottoni

dell’antitesi del bianco

né all’altare di cognac e coca mi prostrerò

 

/ non fa per me /

 

ma tu sei maga

nera – strega

pallida in viso

 

ti salverò da qualsiasi inquisizione

tramandata nel tempo

tra un affresco stilizzato e l’altro

mi battezzerò solo della tua bellezza

 

non avremmo crocifissi né esagrammi da adorare

calici e pissidi saranno vecchi inesplorati

ti sposerò all’abbazia di thélema

tra finestre di jimmy e ruderi d’edera

 

nel nome del tuo nome

 

amen

 

 

il flusso nel volo

 

ho perso punti virgole capoversi nel volo dove ho incontrato te tra le anime esiliate finalmente qualcuno poteva vedermi le labbra divennero amaca alla tua vista perdendo vizi tumorali alla presa della mano in caduta poi abbraccio ancorato alla schiena dal rostro scarlatto dell’unghia impiantata lasciando divenire la mia futura cicatrice la più lucente tu affascinante anche negli sfregi dell’anima anonima amo le sfaccettature della lettera x incisa perché misteriosa incognita pacifica parità all’estremo eliminazione di paure libertà voglia costringere il bacio labile tagliente impiastrica le pelli di sapori pioventi bagnati da bava di chiocciola di cui non necessita la tua bellezza ancestrale squarcio labialinguinale nell’accartocciarsi al fiato aumentato dalla diminuzione dello spazio scosso dal tuo seno nell’intreccio cauto avvincente sì è il momento dopo il blocco consumato dal silenzio troppo lungo prima nella ventosa chiusa negli sguardi dai polpastrelli clitoridali voluta sempre in queste vesti aperte noi chiusi in un involucro bambagia di carezze sul naso indiano bucato dai tuoi occhi sentiti nel buio luce del nirvana dottrinale disseminato dopo il mio ateismo come petali confusi sparsi al tuo cammino i nostri sguardi scettici d’amore ora baciano la terra che arriva a ovattarci al suolo ancora in morte nel nulla del vuoto esplorato dal silenzio nel tuffo dove non riusciamo per via dei nodi a urlare lì nei flashback della vita

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Gioia della Resurrezione

17 domenica Apr 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

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Raffaello Sanzio, La Resurrezione di Cristo, Museo di San Paolo, Brasile

 

Suono di campane,

voce che trasvola sul mondo,

canto che piove dal cielo sulla terra,

nella città sorda e irrequieta,

e nel silenzio dei colli

ove, nel pallore argenteo,

le bacche d’olivo maturano il dono di pace.

Suono che viene a te,

quale alleluia pasquale,

a offrirti la gioia di ogni primavera,

a chiamarti alla rinascita;

a dirti che la terra rifiorisce

se il tuo cuore si aprirà come un boccio,

che ripete un gesto d’amore e di speranza,

levando il mite ramoscello

in questa chiara alba di Risurrezione!

 

Gabriele D’Annunzio

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~A viva voce~

16 sabato Apr 2022

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Francesco Palmieri

 

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2022/04/fratello-f.palmieri.m4a

 

fratello
 
tu non sei mio fratello,
 
sei la iena che ride
 
sulla carne sbranata
 
lo sciacallo nascosto
 
che scambia oro con morte
 
 
 
te le voglio ricordare
 
le tue mani assassine
 
mentre sazi da re
 
il tuo infame appetito
 
o quando sfiori i bambini
 
che si faranno soldati
 
 
 
te lo voglio ricordare
 
chi ammazza il tuo fucile
 
dove cadono le tue bombe
 
e quante tombe le miniere
 
senza un fiore, una croce
 
 
 
te lo devi ricordare
 
quando aggiungi un altro zero
 
mentre uccidi un uomo vero
 
quando alzi un altro muro
 
per sentirti più sicuro
 
quando imbracci la tua falce
 
non per mietere ma per far strage
 
 
 
ricordati bastardo
 
che da qui fino all’eterno
 
né per dio né per altra ragione
 
io ti sentirò mio fratello
 
io ti chiamerò mio fratello.
 
 
 
Francesco Palmieri
 
 
dalla raccolta inedita “Mr Hyde o del profondo abisso”

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Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “La perquisizione” di Baldomero Lillo

14 giovedì Apr 2022

Posted by emiliocapaccio in Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Idiomatiche, LETTERATURA

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Baldomero Lillo, Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Emilio Capaccio, la perquisizione, Racconti, TRADUZIONI

C I L E

LA PERQUISIZIONE

(1917)

Baldomero Lillo (1867-1923)

Traduzione di Emilio Capaccio

È considerato il principale esponente del naturalismo sociale nella letteratura cilena. Il suo stile preciso ed espressivo, dai chiari echi modernisti, con descrizioni minuziose dei paesaggi, risente dell’influenza dei grandi naturalisti europei, quali: Honoré de Balzac, Émile Zola, Lev Tolstoj. Collaborò con varie riviste e giornali, tra i quali la rivista “Zig-Zag” e i quotidiani “El Mercurio” e “Las Últimas Noticias”. I suoi personaggi appartengono ai ceti sociali più poveri e sfruttati, irretiti nel loro destino, in una squallida miseria. Al lavoro nelle miniere e all’aspra vita delle comunità minerarie dedica una raccolta di racconti, intitolata “Sub Terra”, pubblicata nel 1904. L’opera è il frutto della conoscenza delle dure condizioni di vita dei minatori di carbone del suo villaggio, fatta attraverso i racconti e le testimonianze dei protagonisti, e dell’esperienza che Lillo stesso fece in uno spaccio di una miniera negli anni giovanili. Il racconto proposto è tratto dalla seconda edizione della raccolta, pubblicata nel 1917, con l’aggiunta di cinque racconti, tra cui “El registro”, ovvero “La perquisizione”.

La mattina era fredda e nebbiosa, una sottile pioggerella bagnava i grossi cespugli di vecchi boldi (1) e di litracee (2) rachitiche. L’anziana donna, con la gonna arrotolata e i piedi scalzi, andava a passo svelto per l’angusto sentiero, evitando per quanto possibile l’unghiata dei rami, dai quali scorrevano grossi goccioloni, che foravano il terreno molle e spugnoso della scorciatoia. Era un sentiero solitario e poco battuto che, deviando dalla strada scura, conduceva a un piccolo insediamento distante una lega e mezza dall’imponente stabilimento carbonifero, le cui costruzioni apparivano, di tanto in tanto, fra le radure della boscaglia, nella distanza sfocata dell’orizzonte.

Nonostante il freddo e la pioggia, il viso della donna era intriso di sudore e il suo respiro, rotto e affannoso. Stretto al petto, portava un fagotto avviluppato tra le pieghe del logoro scialle di lana.

Piccola, esile, rinsecchita. Il suo volto, pieno di rughe con occhi scuri e tristi, aveva un’espressione umile, rassegnata. Si mostrava molto inquieta e sospettosa, e man mano che gli alberi diventavano più radi, si faceva più visibile la paura e l’agitazione.

Quando sboccò sul margine del bosco, si fermò un istante a guardare con attenzione lo spazio scoperto che si estendeva davanti a lei, come un immenso lenzuolo grigio, sotto il cielo d’ardesia, quasi nero in direzione del nordest.

La pianura sabbiosa e sterile era deserta. A diritta, interrompendo la loro monotona uniformità, si alzavano i muri bianchi dei capannoni coronati dalle lisce soffittature di zinco, che scintillavano sotto la pioggia. E più in là, toccando quasi le pesanti nubi, saliva dall’enorme ciminiera della miniera il nero ciuffo di fumo, contorto, sbrindellato dalle raffiche furibonde del settentrione. L’anziana donna, sempre timorosa e irrequieta, dopo un istante di osservazione fece passare il suo corpo sottile tra i fili di ferro della recinzione che delimitava da quel lato i terreni della struttura, e si incamminò in linea retta verso le abitazioni. Di tanto in tanto si chinava a raccogliere il biodo umido, stecchi di legno, rametti, radici secche disseminate nella sabbia, con cui realizzò un piccolo fastello che fissò con uno spago e adagiò sulla testa.

Con questo trofeo fece il suo ingresso lungo i corridoi degli alloggi, ma gli sguardi ironici, i sorrisetti e le parole a doppio senso indirizzate al suo passaggio, le fecero capire che lo stratagemma era noto e non ingannava gli occhi penetranti delle vicine.

Sicura del riserbo di quella brava gente, non diede importanza a quelle frecciatine e si fermò solo quando si trovò davanti la porta del suo alloggio. Infilò la chiave nella serratura, fece girare i cardini e una volta dentro passò il catenaccio.

Dopo aver sistemato in un angolo il fastello e adagiato accuratamente il fagotto sul letto, si tolse lo scialle e lo appese a una cordicella che attraversava la stanza all’altezza della testa.

Più tardi, diede fuoco a un mucchietto di sterpi e di carbone che era pronto nel camino e sedendosi su una piccola panca davanti al focolare, attese. Una fiamma scintillante si alzò e illuminò la stanza sui cui muri nudi e freddi si disegnò l’ombra surreale e spigolosa dell’anziana. Quando credette che il calore fosse sufficiente, mise sui ferri la teiera con l’acqua per il mate, afferrò il pacco sul letto, lo slegò e collocò il suo contenuto, una libbra di erba e una libbra di zucchero, sull’estremità della panca, dove si trovavano già la tazza di maiolica sbreccata e la cannuccia di latta.

Mentre il fuoco scoppiettava, la donna accarezzò con le dita secche l’erba sottile e lucida di un bel colore verde, pregustandosi la squisita bevanda che il suo palato goloso era impaziente di provare.

Era da molto tempo che il desiderio di assaporare un mate di quell’erba odorosa e fragrante era diventato un’ossessione, un chiodo fisso nel suo cervello di sessagenaria. Ma quanto le era stato difficile soddisfare quel “vizio”, come lo chiamava lei; perché suo nipote José, che faceva il custode della miniera, guadagnava appena quel poco per non morire di fame, ed era l’unico a lavorare.

L’erba dello spaccio era scadente e aveva un cattivo gusto, mentre nel villaggio, ce n’era una finissima, con foglioline così pure e aromatiche che solo a ricordarla veniva l’acquolina in bocca. Ma costava quaranta centavos (3) alla libbra! È vero che per l’erba dello spaccio pagava il doppio, ma il pagamento lo poteva fare con fiche o buoni che poteva trarre dallo stipendio del nipote, mentre per acquistare l’altra erba era necessario moneta sonante.

Ma questo non era l’unico problema. C’era anche il severo divieto per tutti i lavoratori della miniera di comprare anche un solo spillo, al di fuori dallo spaccio della Compagnia. Ogni articolo che proveniva da un’altra fonte veniva immediatamente dichiarato di contrabbando e confiscato, e il contrabbandiere punito con l’immediata espulsione dalle residenze.

Per lunghi mesi aveva accumulato centavo dopo centavo, in un angolo del letto, sotto il materasso, la somma che le occorreva. Aveva badato che a suo nipote non fosse mancato l’essenziale, privandosi lei stessa del necessario e, a poco a poco, la quantità di monete era aumentata fino a quando finalmente la somma raccolta fu sufficiente non solo a comprare un chilo d’erba, ma anche un po’ di zucchero, di quello bianco e cristallino che nello spaccio non si vedeva mai.

Dopo, però, sarebbe venuta la parte più difficile. Andare fino al villaggio, fare la spesa senza destare sospetti nei guardiani, che come degli Argo sorvegliavano con cento occhi il viavai della gente.
Al pensiero, la donna si impauriva. Perdeva tutto il coraggio. Che ne sarebbe stato di lei e del ragazzo in quell’inverno che si presentava così crudo se li avessero buttati fuori dalla stanza, lasciandoli senza pane e senza un tetto dove ripararsi?

Ma il denaro era lì, che la tentava, come a sussurrarle:

— Andiamo, prendimi, non aver paura.

Scelse un giorno di pioggia, in cui la sorveglianza era meno attenta, e alle prime luci del mattino. Non appena il ragazzo se ne fu andato alla miniera, prese le monete, diede un giro di chiavi alla porta, e si addentrò nella pianura, portando il rotolo di cordicelle che le serviva per legare i fastelli di legna, quando andava a raccoglierla di tanto in tanto nel bosco.

Ma una volta che si fu allontanata abbastanza, scavalcò la recinzione di fili di ferro e prese lo stretto sentiero che, evitando il lungo giro della strada, conduceva in linea retta verso il villaggio. La distanza era lunga, molto lunga per le sue povere gambe; ma la percorse senza troppa fatica grazie al clima gradevole e all’eccitazione nervosa che la possedeva.

Non fu così al ritorno. La via le sembrò aspra, interminabile, e dovette fermarsi più volte per riprendere fiato. Poi sperimentò una grande angoscia per il compimento di quel reato a cui la coscienza colpevole dava proporzioni inquietanti.

La presa in giro del temuto divieto di fare acquisti fuori dallo spaccio, la terrorizzava come se avesse commesso un latrocinio mostruoso. E a ogni istante le sembrava di vedere dietro un albero la sagoma minacciosa di qualche sorvegliante che improvvisamente si gettava su di lei e le strappava il pacchetto.

Più volte fu tentata di gettare l’involucro compromettente a un lato della strada per liberarsi di quell’angoscia, ma la fragranza aromatica dell’erba che attraverso la carta solleticava il suo olfatto, la faceva desistere dal prendere una decisione così dolorosa. Perciò, quando si trovò da sola dentro la stanza, al sicuro da qualunque sguardo indiscreto, la colse un attacco d’infantile allegria.

E mentre l’acqua pronta per bollire diffondeva il gorgoglio che precede l’ebollizione, con le mani incrociate sulle ginocchia seguiva con gli occhi le tenui volute del vapore che cominciavano a uscire dal becco curvo della teiera.

Nonostante l’atroce stanchezza della lunga camminata, provava una dolce sensazione di contentezza. Stava per gustare nuovamente gli squisiti mati di un tempo, che erano stati la sua delizia quando ancora c’erano intorno a lei le persone che le furono sottratte da quell’insaziabile divoratrice di giovani: la miniera, che sotto le piante, nel profondo della terra, stendeva la nera rete dei suoi passaggi, inferno e ossario di tante generazioni.

All’improvviso un colpo brusco alla porta la strappò dalle sue meditazioni. Una paura terribile si impossessò di lei e quasi senza accorgersi di ciò che stava facendo, prese il pacco e lo nascose sotto la panca. Un secondo colpo più forte del primo, seguito da una voce ruvida e imperiosa che gridava: “Aprite, nonna, presto, presto!”, la tirò fuori dalla sua immobilità. Si alzò in piedi e girò la serratura.

Il padrone dello spaccio e il suo giovane dipendente furono i primi a oltrepassare la soglia, seguiti da due inservienti con alcuni sacchi sulle spalle che depositarono sul pavimento ammattonato. L’anziana si lasciò cadere sulla panca.

Paralizzata, guardava davanti a sé con un’espressione da ebete; la bocca semichiusa e la mascella appesa rivelavano il culmine della sorpresa e dello spavento. Mentre il suo corpo si liquefaceva, si riduceva fino a diventare qualcosa di piccolissimo e impalpabile, l’imponente figura di quell’uomo dalla barba bionda e dai baffi attorcigliati, avvolto nel suo lussuoso cappotto, assumeva proporzioni colossali, riempiva la stanza, impedendo ogni tentativo di sgattaiolare via e di nascondersi.

Nel frattempo, il dipendente, un giovinastro sveglio e agile, aiutato dagli inservienti, aveva iniziato la perquisizione. Dopo aver gettato da un lato le coperte del letto, girato il materasso e tastato la paglia attraverso il tessuto, aprirono il piccolo baule e, a uno a uno, gettarono al centro della stanza gli stracci che vi erano contenuti, lasciandosi andare ad apprezzamenti sgradevoli per quei vestiti, talmente strappati e cenciosi, che non si sapeva come afferrarli. Poi, rovistarono negli angoli, rimossero i pochi e miseri utensili dal loro posto e d’improvviso si fermarono a guardarsi disorientati.

Il padrone, in piedi davanti alla porta, in atteggiamento severo e distinto osservava i movimenti dei suoi subalterni senza scucire una parola.

Il giovane dipendente si rivolse a uno degli uomini, chiedendogli:

— Sei sicuro di averla vista passare attraverso il filo spinato?

L’interpellato rispose:

— Sicuro, signore, come ora sto vedendo voi davanti ai miei occhi. Spuntava dalla scorciatoia e scommetterei dieci a uno che veniva dal villaggio.

Ci fu un breve silenzio, poi la voce del padrone dello spaccio proruppe:

— Beh, perquisite lei.

Mentre i due uomini afferrarono l’anziana per le braccia e la tennero in piedi, il giovane eseguì in fretta la ripugnante operazione.

— Non ha nulla – disse, asciugandosi le mani che si erano inumidite nei risvolti dei vestiti bagnati.

E tutto sarebbe finito bene per la donna se quel giovane, nel suo desiderio di perquisire in ogni luogo, non si fosse avvicinato alla panca e guardato sotto.

Appena si fu abbassato, si voltò verso il padrone con sguardo raggiante.

— Guardate dove l’ho trovata, signore, questa vecchia dei diavoli!

Il padrone ordinò secco:

— Requisite il pacco e uscite.

Quando il giovane dipendente e gli inservienti se ne furono andati, il padrone osservò un istante la piccola e misera figura dell’anziana, raggomitolata sulla panca, poi, assumendo un aspetto imponente, avanzò di qualche passo e con voce severa la rimproverò:

— Se non foste una povera vecchia, vi farei sbrattare la stanza, gettandovi in strada. E questo, in coscienza, sarebbe giusto, perché lo sapete bene che comprare qualcosa fuori dallo spaccio è un furto che si fa alla Compagnia. Per ora, poiché è la prima volta, voglio essere indulgente, ma se dovesse accadere un’altra volta, adempirò rigorosamente al mio dovere. Andate con Dio e chiedetegli di perdonarvi questo peccato indegno per i vostri capelli grigi.

L’anziana rimase da sola. Il suo petto traboccava di gratitudine per la bontà del padrone e sarebbe caduta in ginocchio ai suoi piedi se la sorpresa e la paura non l’avessero paralizzata. Senza alzarsi dalla panca, si girò verso il camino e piegò pesantemente la testa.

Fuori, il maltempo aumentava a poco a poco; una raffica aprì la porta e alimentò il fuoco morente, scompigliando sulla nuca della donna le rade ciocche grigie che mettevano a nudo il collo lungo e sottile, con la pelle raggrinzita attaccata alle vertebre.


[1] Alberello spontaneo, sempreverde, originario del Cile, con fiori bianchi e foglie aromatiche, ruvide e ricoperte di peluria.

[2] Famiglia di piante erbacee o legnose, diffuse in tutto il mondo, principalmente nelle fascia tropicale e temperata. Vivono indistintamente in ambienti aridi, umidi e acquei, con caratteristiche peculiari, per ogni specie, in relazione a tali ambienti.

[3] Unità di misura di diverse monete dell’America Latina, corrispondente alla centesima parte. Si traduce letteralmente “centesimo”.

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Versi trasversali: Nunzio Di Sarno

12 martedì Apr 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Nunzio Di Sarno, poesia contemporanea

 

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

NUNZIO DI SARNO

 

“All’inizio era il nulla, il nulla non aveva nome”

All’origine è la condizione di possibilità di ogni ente. Così in ogni processo c’è un vuoto determinato che accompagna sempre il pieno, definendone la funzione. Ecco che Lao Tzu ripete “trenta raggi convergono in un mozzo: grazie al suo vuoto abbiamo l’utilità del carro”. Come fuori così dentro, pieno e vuoto si dosano, accogliendo l’uomo in corpo parola e mente, che s’adatta alla legge pur senza comprendere. E quando comprenderà non sarà la voce il veicolo di realizzata trasmissione.

WU

La balla di fieno divampa al fuoco sottostante – dell’azione rimane… niente? Le poesie della raccolta si muovono tra questi due stati dell’essere. Le parole sembrano ossa disposte su uno scheletro che assume posizioni diverse, spinto dalle circostanze. Alle ossa-parole si attaccano i muscoli, la carne-connotante dall’interno e dall’esterno, che cambia e si muove a seconda del soffio. Sembrano date solo l’entrata e l’uscita, come quelle del corpo, per nutrirsi o liberarsi. Ognuno a seconda del tempo e dello spazio che si trova ad abitare, può scegliere il passo per inoltrarsi nel sentiero, le pause, la fine ed il ritorno. Il vortice delle immagini spiegate sugli arti disperde e ricompone il senso. Lo smarrimento che attraverso la misura porta al cambiamento. Pure i componimenti che s’ispirano all’haiku si piegano allo scheletro. Il poeta, liberandosi nella quasi totalità dei versi dai richiami all’io, cerca di ritrovarsi uomo tra le macerie della Macchina, della scienza, dell’economia e dell’arte. E scopre attraverso il sangue, le urla e i rantoli qual è il prezzo dell’avanzare. Che sia secondo legge di natura o legge di Stato. Ritornando a sé mondato dalle illusioni di comprensione e redenzione.

 

 

 

 

Testi tratti da “Wu” di Nunzio Di Sarno, Bertoni Editore, 2021.

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La vetrina di Limina: “Quasi madre” di Rita Pacilio – Pequod, Collana Rive, 2022

11 lunedì Apr 2022

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali

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Tag

Pequod, POESIA, Rita Pacilio

 

Fammi un favore… questa volta

mi è sembrato possibile riuscirci

qualcosa simile a togliere lo sporco

dalle mani o discutere nella striscia

d’ombra che raggela quando sono qui.

Non serve a niente arrivare in anticipo

cercare di piacerti un’altra volta.

Ci provo da quando ero bambina

nel catino freddo di nonna da cui uscivo

più piccola e più bianca.

Lascia perdere, non è così che diventi

fiume! Ma io scorro senza tregua,

senza consolazione ed è incredibile

quanto oceano sia diventata

nel vetro scuro dei tuoi occhiali

se ogni giorno appaio povera, profanata.

 

 

[…] Ecco allora Rita Pacilio mettere a nostra disposizione una poesia “calma”, una poesia della parola quotidiana (meno male!), una sabiana poesia onesta, rifiutandosi di accedere, tanto per fare qualche esempio, a qualsiasi “scatenamento” espressionista, o surrealista, o peggio, parole in libertà più o meno futuristiche, perché il suo progetto stilistico appartiene a un bisogno aurorale di poesia, giocata sulla figura della madre, non più come un colloquio con i morti di tanta lirica contemporanea, da Pascoli a Raboni, per esempio, ma invece come dialogo, con una presenza che disarticola continuamente la quotidianità e che possiede già “naturalmente” una propria disarticolazione. Una madre come completamento della stessa autrice. […]

Dalla postfazione di Piero Marelli

Rita Pacilio (Benevento, 1963) è poeta e scrittrice. Sociologa di formazione e mediatrice familiare di professione, da oltre un ventennio si occupa di poesia, musica, letteratura per l’infanzia, saggistica e critica letteraria. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. È stata tradotta in nove lingue. Sue recenti pubblicazioni: Gli imperfetti sono gente bizzarra, Quel grido raggrumato, Il suono per obbedienza, Prima di andare, La principessa con i baffi, L’amore casomai, La venatura della viola, Cosa rimane, Pretesti danteschi per riflettere di sociologia, Quasi madre.

 

https://www.rplibri.it/rita-pacilio/

 

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~A viva voce~

09 sabato Apr 2022

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2022/04/ed-ora.m4a

 

[ED ORA]
 
 
ed ora
 
che mi hai dannato al gelo,
 
posso stare qui o altrove
 
sopra o sottoterra,
 
al centro della stanza
 
o lungo cento strade,
 
 
 
posso respirare
 
o tapparmi naso e bocca,
 
uscire se c’è il sole
 
o buttare via la  chiave,
 
 
 
posso apparecchiare
 
o guardare com’è profondo un piatto,
 
posso sentirmi carne
 
o solo un po’ di fumo,
 
 
 
posso coprirmi ancora
 
o strapparmi anche la pelle,
 
sentire tutto il tremito
 
lo scricchiolio del ghiaccio,
 
 
 
ed ora
 
che mi hai dannato al gelo,
 
hai fatto dell’inverno  la mia casa,
 
 
 
domani in un giardino
 
io sarò l’albero
 
e tu la neve.
 
 
 
 
Francesco Palmieri
 
Da “Studi lirici (solo parole d’amore)” edizioni La Vita Felice, ottobre 2012

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“Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados” Introduzione

07 giovedì Apr 2022

Posted by emiliocapaccio in Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, LETTERATURA

≈ 13 commenti

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Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Emilio Capaccio, Racconti, TRADUZIONI

Dal 14 aprile su Limina Mundi la rubrica “Cuentos Olvidados”. In esclusiva per i lettori del sito.

Un cammino è un cammino. Accade sempre qualcosa. Che le foglie siano più lucide al comincio e più ingiallite all’arrivo, già basterebbe questo continuo atto d’amor proprio del tempo, devoto a sé stesso, che non diniega neppure il più cieco o il più visionario. Un cammino è un cammino. Accade sempre qualcosa. Altri ritagli di noi stessi a un punto di destino ci tendono il palmo o ci vengono incontro con aria di teneri cospiratori e non vedono l’ora di svelarci un recondito cambiamento. “Il camminare presuppone che a ogni passo il mondo cambi in qualche suo aspetto e pure che qualcosa cambia in noi”, scrive un tale che narra di un visconte dimezzato. Un cammino è un cammino. Accade sempre qualcosa. Timori con i quali stringiamo amicizia oltre la curva della strada e certezze dietro il terrapieno di cosiffatti timori che aspettano conferme che si farebbero raccogliere come fasci di spighe. Un cammino è un cammino. Accade sempre qualcosa. Il primo passo con la scarpa lustra, da Capo Horn, l’ultimo con la scarpa polverosa, nelle babilonie di Tijuana.
Sulla strada molte cose. Greta Garbo e la controfigura, la vecchia e il suo mate, l’acquaiolo e “Grazia di Dio”, il circo Ciarini e il gran Léotard, il piccolo cambujo masturbatore, la pazza che si perdette lo sposo, la gatta sivigliana che ci scapitò…e discosti nella fitta boscaglia, i loro padri e le loro madri. Ventuno agonizzanti in terra latina. Due gentil sesso, primigenie femministe. Soccorriamoli! Soccorriamoli, i dimenticati dei barrios e delle calle pietrose della vecchia epoca! Soccorriamoli! Soccorriamoli, che tutto è finzione, ma qui, sulla pagina scritta, ogni finzione è realtà. Portiamoli sotto la croce del Nazzareno, al riparo dai dittatori, dai colonizzatori, dai bravos, dai picari, dai bucanieri, dagli smemorati.
Portiamo gli scomparsi sul bell’ isolotto della Buona Memoria!
Un cammino è un cammino. Accade sempre qualcosa.

Emilio Capaccio

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Una vita in scrittura: Liliana Zinetti

06 mercoledì Apr 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

≈ 1 Commento

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Liliana Zinetti, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Liliana Zinetti che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Liliana.

Scorcio lago di Endine -Bergamo-

Ho aperto la finestra. Entra senza fare rumore.
(lascia fuori le sue costellazioni).
<<Buona notte, Notte.>>
Sfoglia le pagine d’ombra
in cui tutto è già scritto.
Viene a chiedermi conto.

José Hierro

Ci sono strade che ci invitano a percorrerle con un’urgenza assoluta; la più agevole, la preferita è sempre stata la lettura. Frequentata fin dall’infanzia, quando entrare nella stanza dello zio era entrare in un mondo incantato. Lo zio, seminarista, era sempre assente e nonna, abituata (e rassegnata) ai miei andirivieni, lasciava la porta aperta. Era un tempo di porte aperte, di giochi per le strade. Quella stanza era il mio Paese dei balocchi: gli scrittori russi (nacque allora l’amore per Dostoevskij e mai si è spento) i classici, i poeti; tanti scrittori che mi hanno accompagnato lungo la vita. Posso dire di aver avuto così ottimi compagni di strada, di aver visitato luoghi, vissuto emozioni.
La mia era una famiglia numerosa e nove figli da sfamare non lasciavano spazio ad acquisti di libri, ma aggirai l’ostacolo diventando un’accanita consumatrice di formaggini. Ogni scatoletta era un passo verso la conquista di un libro resa possibile dalla raccolta dei punti.
Detto ora appare anacronistico, ma
si imparava l’arte di arrangiarsi.
I primi balbettii in versi risalgono alla scuola media, ricordo un testo sulla madre che la professoressa di italiano inviò a un giornale locale e, con grande entusiasmo della stessa e con meno entusiasmo da parte mia, qui venne pubblicato. La professoressa trattava spesso la poesia: Pascoli, Quasimodo, Ungaretti furono i più frequentati.
Poi la vita mi portò altrove, in strade assai più difficili e tortuose. Ripresi in tarda età a scrivere in versi, la produzione non è mai stata intensa, spesso la mia musa (il minuscolo è d’obbligo) essendo di natura musona, è latitante. Vivo la poesia come un’esperienza, un corpo a corpo con la parola e il senso con il quale posso esplorare il mondo e il mio vissuto.
Pur (mi auguro) rimanendo lontana dalla cosiddetta poesia confessionale (già la parola denota un senso di egocentrismo, di individualismo che non mi appartengono) ho riversato talvolta nei versi gli accadimenti anche molto dolorosi della mia vita cercando di trasformarli in forma di parole, fermarli per dare loro uno spazio dove essere, divenire esperienza.
Esperienza coinvolgente e intensa è stata pure l’avere curato per alcuni anni un Premio di poesia dove ho conosciuto poeti e scrittori. Alcuni di essi hanno lasciato un segno significativo, un ricordo indelebile, altri si sono rivelati una delusione sul piano umano, ma in una società come la nostra votata all’utilitarismo neppure i letterati fanno eccezione.
L’inutilità (in senso utilitaristico) della poesia. È forse questa la ragione per cui la poesia trova pochi amanti o è l’appiattimento del linguaggio veicolato dai vari media e social che ne è la causa? Certamente non è un linguaggio facile, richiede attenzione e passione.
Propongo un testo semiserio su questo tema.

Sull’inutilità della poesia (e del poeta)

E’ un sobillatore. Però ingenuo.
Dicono che stia sulla porta del buio,
la notte, e parli con gli alberi e gli insetti
e senta la risata breve delle foglie.
Scrive cose strane, perfino terribili
e sappiamo che simula un dolore
che non prova.
Presume di cambiare il mondo
riscrivendolo di nuovo. Aggiungendo
domande alle domande
(quale inutile tormento)
si convince che non vi sia
poesia senza ustione.
Dicono che a volte canti.
Crede in quel che scrive, mentendo.
Fruga nel nulla senza ritegno,
come un gatto tra gli avanzi.
Pochi lo leggono, fortunatamente.
Crede nello scavo, nella poesia salvifica,
farnetica di confini e oltre, di discese
nel dentro delle cose.
Povero illuso, perché nessuno gli dice
che salvarsi è muovere in superficie?

Liliana Zinetti

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“Sulla soglia dell’infinito” di Alfredo Alessio Conti, Biblioteca dei Leoni, 2021. Una lettura di Rita Bompadre.

04 lunedì Apr 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Alfredo Alessio Conti, Rita Bompadre, Sulla soglia dell'infinito

“Sulla soglia dell’infinito” di Alfredo Alessio Conti (Biblioteca dei Leoni, 2021 pp.96 € 12.00) è una raccolta poetica che contiene la necessità del pensiero umano d’indicare l’essenza dell’infinito, indaga l’inquietudine originaria della vita attraverso le intonazioni elegiache delle parole, trasmesse con il segnale espressivo dell’autonomia sensibile, nell’esplorazione della natura divina e istintiva della compassione. Il sentimento intimo del poeta emerge dalla dimensione spirituale dell’invisibile, dall’ispirazione mistica delle emozioni, trae il suo carattere individuale affermando il suo anelito verso una realtà più autentica, riconosciuta nella comunione solenne con l’assoluto. L’umana esistenza orienta il suo dissidio interiore oltrepassando la materia tangibile del senso della vita, includendo il privilegio del significato speculativo e dell’intuizione, il principio dinamico trascendente del fondamento sovrumano dell’anima. La poesia di Alfredo Alessio Conti custodisce la rivelazione dell’amore, nella sua sfera discorde tra felicità e sofferenza, nelle sue infinite declinazioni esistenziali tra l’armonia e la distensione, la grazia della luminosità e l’inganno dell’oscurità, unisce la sensazione indistinta della contemplazione alla speranza di una redenzione emotiva, sostiene il riscatto ultraterreno, comprende la realizzazione dell’attesa, sospendendo la profetica previsione della nostalgia sfuggente e del desiderio indefinito. Il codice del vissuto quotidiano riflette, nei versi, il tragitto intrapreso dall’uomo, in relazione ai segreti, ai simboli della solitudine, alla metafora dell’intervallo presente, all’incertezza sull’avvento del futuro, procede lungo il cammino dei sogni e il silenzio del destino. Lo stile essenziale, puro, accogliente, permette di apprezzare il contenuto profondo e sconfinato, di sentire il significato immenso della ricerca dell’uomo, di ascoltare l’oscillazione delle riflessioni. L’arricchimento lirico delle immagini propone la densità interpretativa del linguaggio, la relazione con la suggestione dello spazio straordinariamente dilatato della poesia, misura la smarrita astrazione della voragine intimista, guida l’orientamento sacro delle stagioni, consegna il solco delle illusioni al principio devozionale della fiducia. Alfredo Alessio Conti riconosce i limiti dell’esperienza percettiva, prende coscienza delle possibilità di una verità altra, comunica la prospettiva universale del tempo oltre l’apparenza del fenomeno filosofico, trattiene il suo indugio “sulla soglia dell’infinito”, sulla sostanza del conoscibile, sulla volontà inconscia dell’indulgenza, in limine sul confine esistenziale di ogni visione intuitiva dentro il grembo lirico del mondo, avviando l’intenso contrasto tra la lacerazione e la tenerezza, nella tormentata occasione della consapevolezza.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

Svanire

 

Rivedo

assorto

nel sonno eterno

il riflesso sfocato

della mia Anima

svanire nel nulla.

 

———————–

 

 

Vorrei vivere in un faro

 

Vorrei vivere

in un faro

illuminare le notti

tempestose e buie

segnalare

il pericolo

che ci attende

all’attracco

della vita.

 

———————

 

Sono alla ricerca di nuove parole

 

Sono alla ricerca

di nuove parole

di nuovi significati

al vivere il presente

per il futuro c’è tempo

anche se ormai

adesso

l’ho oltrepassato.

 

————————

 

Sono un ramo

 

Sono un ramo

curvo sull’acqua

che si abbevera

e rinfresca

sognando

di rizzarsi in piedi

per accogliere nidi

di cardellini

e sentire il loro canto

per l’ultima volta.

 

 

—————–

 

Battito di ciglia

 

La nostra vita

è intrisa

d’infiniti punti di domanda

della cui risposta

ultima

sarà solo

un battito

di ciglia.

 

——————

 

Sulla soglia

 

Ho camminato

a lungo

in questa vita

a volte frettolosamente

a volte piano piano

a volte come gamberi

sulla riva del mare

a volte pieno d’entusiasmo

a volte solitario

ed ora

sulla soglia dell’infinito

non mi resta

che percorrere

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Una vita in scrittura: Maria Allo

31 giovedì Mar 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

≈ 4 commenti

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Maria Allo, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Maria Allo che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Maria.

Con una mano soffrire, vivere, palpare il dolore, la perdita.

Ma c’è l’altra, e scrive.

Hélène Cixous, La venue à l’ecriture

Credo di aver iniziato a coltivare la scrittura, in concomitanza con la mia passione per la lettura, più libri divoravo e più ne restavano a leggere, arrivai a divorare un libro in due soli giorni.  La lettura mi assorbiva al punto di farmi rimandare all’infinito l’atto creativo della scrittura. Ricordo le arrabbiature di mia madre perché effettuavo a sua insaputa una miriade di abbonamenti anche al Club degli editori che proponeva allora i migliori autori del panorama letterario italiano e internazionale. Sono libri elegantemente rilegati che fanno bella mostra oggi nella mia biblioteca con altre opere lette e rilette tante volte. Infatti le serate invernali e i giorni di pioggia, li occupavo con la lettura. D’estate, dopo il mare, lo studio e qualche ora di pallavolo, la lettura mi piaceva più di tutto. Leggevo sdraiata sul letto nella cameretta che dividevo, da piccola, con la zia materna. Ero una ragazzina timidissima, mi appassionavo molto alle ricerche storiche e in particolare alle notizie, escluse dai quadri nazionali e internazionali dei manuali, che potessero indurre alla riflessione sul passato. Fra i molti insegnamenti, poi, che ricevevo dalle mie letture, spontaneamente sceglievo i più affascinanti, e cioè quegli insegnamenti che rispondevano meglio ai miei ideali e al mio modo di essere. Le emozioni mi hanno sempre accompagnata come i viaggi dell’immaginazione, un traino potente della vita tutta e un desiderio umano ineludibile della ricerca di senso: “Non c’è poesia senza pensiero, così come non c’è pensiero senza un momento poetico” dice Agamben.  Sempre profondamente assorta a pensare e quindi distratta, tuttavia accoglievo anche le più futili cose.  Quando mamma mi scorgeva a pensare, a sognare ad occhi aperti, reagivo come se mi avesse sorpresa a rubare, (forse aveva ragione perché, come scrive Mandel’stam,”la poesia è aria rubata”) “Pensare è la causa di tutti i mali perché è il contrario di fare”, gridava. Ancora oggi mi chiedo spesso come si faccia a smettere di pensare. Sono certa che mia madre abbia agito con le migliori intenzioni ma sono certa altrettanto che questo tipo di educazione neghi ai ragazzi la possibilità di crescere ed esprimersi serenamente. La vita in quegli anni era molto austera. Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno, come dice Pavese. Studiavo molto, ma ero timidissima e soffrivo di una forma di agorafobia che però non mi impediva di partecipare alle feste private in casa di amici.  Senza volerlo, iniziai a coltivare una serie di interessi che fino a quel momento non mi erano del tutto estranei, ad esempio la poesia.

Ho una vecchia consuetudine con la poesia. Infatti la mia zia materna amava praticare una forma di poesia estemporanea con gli amici senza l’ausilio della scrittura e recitava le liriche dialettali di Ignazio Buttitta, di Jolanda Insana, della messinese Maria Costa e del più famoso cantastorie della Sicilia orientale, Orazio Strano.  Ricordo che mi piaceva molto sentire il suono del dialetto, per cui stavo lunghe ore ad ascoltarla come troppo forte sentivo il rischio di esaurire in parole urgenze che dovevano essere espresse in esperienze da approfondire. La poesia in dialetto è, prima di tutto, poesia fino alla dimensione sorgiva, primordiale della parola e tende al recupero di un’autenticità originaria Ora rievocare sembra quasi di avvicinare cose lontane e distanziare le presenti e mentre si osservano sembra quasi di essere osservati. Scrivere è sprofondare nel silenzio senza perdere le parole che lo evocano: “Se ti capiterà di avere dei problemi che sembrano insuperabili e penserai di non poterti confidare con nessuno, io ti saprò ascoltare e insieme chiederemo aiuto al Signore” diceva.   Mi tornano spesso in mente queste parole di zia, forse il tempo misura fatti dell’anima che con un loro muto linguaggio prendono corpo e decifrano destini.  Zia Sara era alta e magrissima, dai capelli raccolti e sempre elegante, per niente remissiva, determinata e attivissima, adorava disegnare i modelli dei miei abitini e dei suoi, e dopo confezionava anche i vestiti, talvolta, nella volontà di far valere le ragioni della dignità femminile, spesso allora sottovalutate, prendeva toni molto aspri e decisi. La corrispondenza spirituale con zia Sara nasceva anzitutto dall’aver trascorso la mia infanzia insieme a lei in un ambiente comune, a questa condivisione si aggiungeva una particolare consonanza, alimentata soprattutto dalla sensibilità estetica.

Ecco, ricordare significa vedere le cose per la prima volta sul filo delle sensazioni e dei sentimenti più intimi. Sono grata di avermi comunicato tanta passione e tanta speranza, così colgo l’occasione che Limina mundi mi offre per omaggiarne la memoria con una mia lettura di Jolanda Insana, poeta che zia Sara adorava.

Qui un altro mio omaggio a Jolanda Insana

A proseguire e condividere la mia tendenza per la poesia e cercare i significati segreti nelle cose è stato il mondo magico di Chagall con il quadro Il poeta. Il poeta, che siede al tavolo con una tazza di caffè in mano accanto a una bottiglia di acquavite che si protende invitante verso di lui, sembra inseguire un’ispirazione poetica. In ogni caso egli è immerso in un mondo immaginario, soprannaturale; la sua testa il suo spirito, svincolato dal corpo, supera perfino il reticolo delle diagonali nel quale è intrecciato il mondo figurativo. Per quanto la mia ricerca continui e aneli al senso e alla libertà, con lo stupore e la gratitudine di essere ancora viva malgrado i tempi di incertezza e di confusione, la poesia, in una dimensione verticale, vigila e salva dalla vaga retorica e, come dice Zoé Valdés, è rifugio intimo, terra di pace.  A me basta chiudere gli occhi, farmi trascinare dal vento delle immagini:

Non si può fermare il vento
solo cogliere i suoi presagi
dietro il peso lieve di una nube
Ti parlo da tempi sconosciuti
senza sapere come mi attraversa
l’ombra mentre un fascio di raggi
si inerpica confuso per sentieri impervi
Ho seminato impronte
dietro cardini sconnessi nei fondali
ora fluttuano in una voragine
mentre l’ombra dilata il mio chiarore
Ecco. Scrivi mentre cadi
Firma la tua voce a tutto silenzio
anche se la parola manca.

da” La terra che rimane” 2018, edizioni Controluna
© Maria Allo

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“Ode alla madre” di Mariangela Ruggiu. Una nota di lettura di Loredana Semantica

30 mercoledì Mar 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni

≈ 2 commenti

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Loredana Semantica, Mariangela Ruggiu, Ode alla madre, Recensioni

Mariangela Ruggiu, è poetessa sarda della quale leggo spesso in rete poesie che condivide generosamente, già intervistata da Limina mundi qui, in occasione della pubblicazione de “Il suono del grano”, Mariangela mi ha fatto gentile omaggio della sua raccolta “Ode alla madre”.
Ricevo volentieri “Ode alla madre”, per la grazia della confezione, piccola silloge pubblicata per i tipi di Terre d’ulivi Edizioni, nella Collana di poesia 15×15. Il nome della Collana – appare evidente – si riferisce proprio alle dimensioni del libretto, che si caratterizza per l’eleganza dell’elaborazione grafica di copertina, ma ancora di più per il fatto d’essere a sagoma quadrata di quindici centimetri per lato. Il libretto trasmette un senso di semplicità che anticipa e introduce alla lettura di altrettanta sobrietà di versi contenuti nella raccolta. Si tratta di diciannove poesie – a confermare una certa propensione editoriale a preferire raccolte brevi – “titolate” con primo verso del componimento. In verità il primo verso, posto in cima al componimento è in carattere grassetto, come se si trattasse di un titolo, tuttavia, non essendo poi ripetuto successivamente nel corpo della poesia, nonostante il carattere grassetto, in effetti non è un titolo, ma l’incipit.
Nella lettura della poesia di Mariangela, si riconosce che il suo versificare appartiene alla Sardegna al suo modo chiuso e luminoso d’essere isola. Appartiene alle cose buone di una terra naturalisticamente stupefacente. Buone come il grano e la mietitura, buone come il fragore delle onde, il sole che matura i frutti, il vento che soffia iodio e salsedine. Una poesia che fa della dimensione umana dell’essere l’architettura, e dell’appartenenza alla natura la chiave di lettura. Secondo l’autrice non può pienamente comprendersi l’essere uomo se non passando dalla comprensione piena del concetto che egli è creatura tra le creature, complessità dentro l’Unicità, se non compiendo quindi l’atto necessario di umiltà di riconoscersi tutti appartenenti al consesso dei viventi e del creato. Da questa consapevolezza scaturisce una poesia di profondo sentire, d’analisi dei sentimenti, afflizione, compartecipazione per la condizione di sofferenza del singolo o collettiva di profughi, naufraghi, reietti, aggrediti, umiliati. L’osservazione partecipata della prostrazione degli ultimi si traduce in un’esortazione al superamento degli iati e conflitti attraverso la comunanza della fraternità, l’invocazione dell’amore, l’indicazione a fare della speranza la stella polare universale, la bussola del proprio agire. Poesia dei buoni sentimenti, dunque, di chi nel dolore supera, nella pace riflette, nella poesia denuncia, stucca le crepe, offre conforto, ritrova il senso dell’appartenenza, indica la bellezza.
Queste stimmate della poetica sono una sorta di naturale conseguenza dell’essere poetessa isolana immersa nel mondo e tradizioni della sua terra, un mondo che affonda le radici nella pietra, soda, compatta che tiene saldamente la materia come àncora, rispetta la natura, la sua ricchezza e sacralità. Luogo dove si tramandano il senso di rispetto della terra, e nel farsi comunità un ‘esigenza  per superare le difficoltà di sopravvivenza, di permanenza, l’ imprescindibile punto di forza contro le avversità della sorte e dei fenomeni.
La cifra stilistica della poesia della Ruggiu potremmo definirla di semplicità ispirata. Certamente avviene nel processo creativo di questa autrice una ricognizione profonda dell’esperienza e della memoria che porta alla luce pensieri autentici, genuini. Essi emergono dall’amnio dello spirito ammantati di verità e freschezza. Non è presente nei testi alcun compiacimento erudito, lo stesso periodare è breve e composto, solo segni di punteggiatura forti, nessuna virgola, rare parentesi, la spaziatura differenziata tra le righe concorre a separare i versi e scandirne il tempo. I lemmi scelti sono piani provengono da linguaggio usuale e delicato, quasi la poetessa intenda essere massimamente comprensibile al lettore, portatrice di un messaggio essenziale e trasparente. Un versificare sotto l’egida della chiarezza, puro, sfrondato da orpelli eruditi, citazioni colte, figure retoriche, ricco di umanità. Un poetare tanto lontano da voli criptici quanto dall’oscurità del trobar clus. L’ atteggiamento è introspettivo e al contempo alieno da complessità superflue, da abbandoni alla disperazione, allo sconforto, piuttosto improntato alla saggezza antica di una cultura forte, pragmatica.
Ode alla madre si muove nelle stesse coordinate e rappresenta ciò che dice nel titolo, un componimento di lodi e di omaggio per la madre – presumibilmente la madre dell’autrice – esprime il legame amorevole con la figura materna, l’esaltazione del suo ruolo di genitrice, la veste di guida, maestra di vita e veicolo di sapienza da tramandare.
Si avverte nella scelta terminologica dei componimenti la predilezione di riferimenti al corpo, alla fisicità/carnalità di un rapporto: mani, cuore, parto, pelle, grembo, corpi, occhi, abbraccio, baci; alla sfera dei sentimenti e degli affetti familiari: amore e dolore principalmente, ma anche tenerezza, pianto, madre, figlia, sorella; alla terminologia rurale/vegetale: seme, grano, pane, spine, con attenzione ai fenomeni della natura e all’avvicendarsi delle stagioni.
La maestria del pane, è espressione che riferisce con estrema sintesi tutta una filosofia di generosità produttiva, di sapienza laboriosa, cura, artigianalità, risposta al bisogno di nutrimento. 
Si percepisce nell’ode la pena del travaglio, la commozione, la nostalgia dei ricordi, l’ineluttabilità dell’assenza, l’accompagnamento verso l’oltre. Appartiene all’eredità di figlia, quest’ultima diventata madre a propria volta, il riconoscimento nei figli delle forme di volti cari ormai scomparsi: lo stesso naso, gli stessi occhi, il che dà pienamente il senso del lascito, dell’unico vero lascito costituito dai genomi, una treccia elicoidale che da padre e madre a figlio o figlia trasferisce nell’impercettibile, nell’infinitesimale un corredo infinito di informazioni di carne e sangue e forse anche molto di più di ciò che crediamo. Anche impensabili esperienze immagazzinate in modo non ancora noto e soltanto ipotizzato, ma che ci fanno consapevoli d’essere selezione di selezione, l’approdo di tutto un tramandare.
Tra tutte riporto la seguente toccante poesia, rispettando la formattazione della stampa, col primo verso in carattere grassetto, per come ho accennato in premessa.

vai
tu che sei la mia carne e sangue
e i capelli bianchi

tu che sei i miei occhi di pietra
i miei silenzi i gesti muti

e sei il dolore dello strappo
la gioia di averti avuto
madre compagna e seme

sei oltre i limiti del tempo
e sorridi negli occhi dei miei figli

e risuona nello spazio dei silenzi
il tuo nome

 

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Loredana Semantica

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Nota critica per “Meridionale / Frammenti di un mondo alla rovescia” di Giuseppe Di Matteo, 4 Punte Edizioni, 2022

28 lunedì Mar 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Giuseppe Di Matteo, Meridionale / Frammenti di un mondo alla rovescia

 

Come riporta il sottotitolo della raccolta, è una poesia per frammenti quella che Di Matteo ci offre in questa silloge dedicata al Meridione, arricchita dai disegni di Mario Pugliese e pubblicata da 4 Punte Edizioni. Difficile dire dove finisca il Settentrione e cominci il Meridione; difficile in primo luogo perché non esistono, a mio avviso, due blocchi nettamente distinti e, in secondo luogo, perchè ogni area ha un proprio Nord e un proprio Sud che, generalmente, rappresentano realtà contrapposte. Stile di vita e mentalità sono completamente differenti; a questa percezione si aggiunge il peso degli stereotipi, uno è sinonimo di progresso ed efficienza, l’altro di arretratezza e inefficienza; al dinamismo e all’intraprendenza settentrionale spesso si contrappone la lentezza meridionale. Il nostro modo di pensare è condizionato anche dalle rappresentazioni della letteratura e, talvolta, della cronaca giornalistica. L’autore attua un’analisi impietosa della vita, del tempo storico, della società. Descrive le difficoltà di integrazione per chiunque si sia allontanato dalla sua terra e che fanno sentire tutti migranti in esilio, “Cadono le foglie / e le parole prima ancora. / Si sta come soldati in terra straniera”, il mare, che si può ritrovare perfino negli occhi dei meridionali, Dei tuoi occhi marini / la mia carne s’imbeve / prima della fuga dal mondo”. Di Matteo ritrae il Sud nella sua oggettività, gli uomini sono quelli di ieri e di oggi, dolenti, rassegnati, quasi immobili, vestiti di terra rossa, lavoratori instancabili e operosi come formiche dignitose, “Nel sonno della calce /  grida in silenzio la dignità delle formiche /  che un tempo eravamo”, il paesaggio, in cui l’ulivo si mostra inchinato “alla gravità dei suoi anni”. Il nuovo meridionale ha la pelle nera e così Di Matteo introduce un tema tristemente attuale nel Meridione degli ultimi anni, quello del caporalato e dello sfruttamento dei lavoratori irregolari. L’autore intende tradurre percezioni e mutazioni di un animo sensibile con invidiabile essenzialità lirica, attraverso frammenti di primitiva purezza, intrisi di grande forza di suggestione, ecco che il Meridione diventa porto sepolto, sole di pietra, casa d’ argilla e di cicale, infinita memoria, mare senza occhi, estate perenne come la rassegnazione. Resta prevalente il motivo autobiografico in cui la parola nasce impregnata di lirismo, frutto di un processo di sofferta meditazione espressiva; Di Matteo, però, non resta chiuso nella sua solitudine ma prova ad uscirne per porsi in contatto con il mondo. Certamente i frammenti, scanditi da un ritmo scarno ed essenziale, recano il dono dell’immediatezza, attenuano la drammaticità, le oppressioni, le ingiustizie secolari e diventano lamento elegiaco. È possibile identificare subito i temi di questa poesia: amore autentico per il Meridione, per i suoi colori luminosi, per i suoi elementi simbolo come ulivi e muretti a secco, la partenza resa necessaria e dolorosa, l’assenza, la lontananza dalla propria casa e dai propri affetti, l’amore e poi il mare, elemento primordiale sempre presente e ricorrente (40 occorrenze).  Quando si è lontani perfino il pane sa di sale, Di Matteo riprende la citazione dantesca “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e com’è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”, predizione che l’avo Cacciaguida fece a Dante annunciandogli l’esilio futuro e scrive “Andiamo via / col segno nel cuore / di un pane che sa di sale / e lacrime di mare”. Quando si ritorna, per poco, si colgono con amarezza, i cambiamenti irreversibili di persone e cose, “Ogni ritorno,  mamma, / dei tuoi capelli / è più grigio”. Attraverso un processo di interiorizzazione, la realtà subisce un processo di destoricizzazione, che annulla le dimensioni temporali (passato, presente, futuro), per far posto al sentimento del tempo. La realtà viene ridotta a simbolo attraverso la frequente comparazione, che permette il confronto tra due termini allineati. Il mitico Meridione dell’infanzia, recuperato dalla memoria, è descritto con pochi tratti epigrammatici; è un Sud sospeso in un’atmosfera di meditazione che oscilla tra realtà e sogno, tra speranza e disinganno. Non ha più colore né spessore, le cose care di un tempo sono diventate scarnite, ridotte all’osso, quasi incolori. La delusione per le speranze irrealizzate e perdute, il rimpianto per il tempo perduto e trascorso lontano dalla propria terra, la consapevolezza dello scorrere del tempo, la fugacità di tutte le cose umane spinge il poeta a una meditazione sconsolata, espressa con la brevità di una sentenza. La poesia di Di Matteo non conosce l’ansia del riscatto nè presenta fremiti di ribellione, esprime però un senso di solidarietà, per il destino di dolore e fatica a cui ogni uomo è condannato.

© Deborah Mega

 

 

Cadono le foglie

e le parole prima ancora.

Si sta come soldati in terra straniera.

 

 

Dei tuoi occhi marini

la mia carne s’imbeve

prima della fuga dal mondo.

 

 

Nel sonno della calce

grida in silenzio

la dignità delle formiche

che un tempo eravamo.

 

 

Abbiate pazienza

e il tempo vi ripagherà

con il sorriso delle pietre.

 

 

Ha la pelle nera

il Meridionale di quest’era.

Un alito di sale

le mani orfane di mezzo pane.

 

Dopo l’ultimo orizzonte

scruta senza fine

la riva più lontana del nostro cuore.

 

 

L’uomo del Sud

è condannato ad amare nell’assenza

il sentimento eterno di ciò che gli appartiene.

 

 

Migrante solitario

in quest’Italia

che spegne le luci dell’amore cristiano.

 

 

Solitudine di moltitudini.

E poi l’amore

dei tuoi occhi marini.

 

 

Un sussurro di tramontana

nel brusio delle nonne argentate.

Piantate come sassi continuano la Tradizione.

 

 

Cos’è il Nord?

Forse un’impronta di mare

su queste cime ineguali.

 

 

Resta al Sud, a contemplare

nel lutto di una fuga mai nata

la grazia più cara dell’imperfezione.

 

 

Zona rossa, casa mia

ma per tanti di noi è un esilio già nato

da un futuro negato.

 

 

Partire, tornare, restare.

Ma il vero amore

è appartenere.

 

 

Testi tratti da Meridionale / Frammenti di un mondo alla rovescia di Giuseppe Di Matteo, 4 Punte Edizioni, 2022. Disegni di Mario Pugliese.

 

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~A viva voce~

26 sabato Mar 2022

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Filastrocca corta e matta, Gianni Rodari

 

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2022/03/filastrocca-rodari.m4a

 

Filastrocca corta e matta

Il porto vuole sposare la porta;
la viola studia il violino;
il mulo dice: “Mio figlio è il mulino”;
la mela dice: “Mio nonno è il melone”;
il matto vuole essere un mattone.

E il più matto della terra
sapete che vuole?
Fare la guerra!

 

tratta da ‘Gianni Rodari’ di Petrini, Argilli, Bonardi – Edizioni Giunti Marzocco (1981)

 

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Una vita in scrittura: Giacomo Cerrai

24 giovedì Mar 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

≈ 1 Commento

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Giacomo Cerrai, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Giacomo Cerrai che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Giacomo.

Che cosa è diventata una voce notturna

Ho smesso di prendere appunti su carta, ed è un male.
L’appunto assomiglia a un segno topografico, una curva altimetrica. Un’idea che arriva, anche una singola parola che vibra. A una certa altezza, intendo.
La carta ha in sé qualcosa di lento, mantiene dopo millenni la gravità della tavoletta d’argilla.
Devi mettere le briglie al pensiero, devi farlo aspettare. Anche il foglio aspetta, devi girarci intorno, tendere al suo centro.
Ora invece mi sveglio in piena notte, o a qualsiasi ora del giorno, dico qualcosa al mio cellulare, lui registra docilmente. Il cane, nell’ombra della stanza, alza la testa perplesso.
Ma l’indomani non so a che cosa stavo pensando davvero. Forse stavo sognando. Succede così che la parola, a volte, deve prendere altre strade, deve germinare altrimenti.

– 10 novembre, ora imprecisata dell’alba

perché – per gli incastri inesatti
le cose storte

mi dice notturna la mia stessa voce. Si sente, in sottofondo, il buio. Null’altro. Non so se stanotte c’era qualcosa di magistrale in queste parole. Le ho registrate, ricordo, dopo un soprassalto nel dormiveglia, nella verticalità del condominio. Non le ho sognate, sono sicuro, era semmai un questionare tra sé e sé della mente inquieta.

– 10 novembre, mattina

Scrivere è come passeggiare con il cane, a cui somigli, non sai mai esattamente la meta.
Si entra in un giardino dei sentieri che si biforcano, annusando l’aria. La scelta della direzione è un gioco di brezze, nell’aria umida.
Le cose hanno odori, e nomi. I pensieri hanno parole, anche nomi. Si apprende il mondo per analogie, catene sintattiche, estesìe.
Il mondo ha una sua elementarità. Il cane sa dove e perché. Io per il momento no. Ma le cose, come ho detto, hanno nomi. E i nomi si sa, da Dante mi pare, sono consequentia rerum.

– 10 novembre, più tardi

Mi sono ricordato (ma ricordare non è scrivere) a che cosa stavo pensando ieri sera. A un mobile che cigola, a un vecchio tavolo non proprio saldo sulle gambe.
Tenone e mortasa, coda di rondine, mezzo legno. Incastri, insomma. Tenere insieme i pezzi, fare in modo che si reggano da sé.
Da quelli, gli incastri, consegue un equilibrio delle parti, o un disequilibrio. Incastri inesatti fanno cose storte. Come sa qualsiasi falegname.
Il limite è la misura, punti di riferimento nell’oscurità indefessa dell’essere. Il limite è la cognizione del dolore, oltre il quale. Il procedere verso la luce. Rendersi conto, nella scrittura:

gli spazi angusti tra muri,
luoghi dove adattarsi storti inesatti angusti –

rendersi conto che c’è un luogo non casuale, dove stare. Dove essere amati, o no. Non altro luogo, no, nessun altro invero.
Dall’alba non è tempo perso. Rimuginando si accetta una condizione. La si scrive.
Si cerca di stare all’interno di una zona confortevole, dove i segni sono lì da sempre come mamme per dire quello e non altro, dire fai così, si va sul sicuro, come dietro al cane in prati consueti. Saranno – poi – margherite di certo.

– 10 novembre, ancora

Ma: se invece si uscisse dal recinto, biforcando (nell’ora ancora giovane c’è un tempo per altro, una congiunzione terrestre, il cielo se serve è sopra, andiamo ancora per un po’) e scrivendo a mente, un foglio tutto nuovo, magari per dirsi, e allora

diventare forme, tronchi, isole dove serve,
perimetri dove serve, astucci vuoti se importa,
mani aperte indifese crepe in quei muri.

È questo essere un uomo che scrive, in questa mattinata? Una sorta di comunione, mettersi in mezzo, contare i passi come sillabe scelte, stare attento al terreno, aver cura di riporre ognuno di quei passi sillaba in un recesso, per dopo, per dopo, che certo a qualcosa servirà.
O a nulla, che è un po’ così la poesia, sotto il cielo che imbianca. Mettersi in mezzo.

Ad ogni necessità,
aderire, come un materiale assennato,
come corridoi asettici

– 10 novembre, nell’ora ancora giovane

Il cane scava. Io in qualche modo scavo, tento. Penso che ogni parola scelta è una cancellazione di altre, quindi una decimazione.
Ecco un altro problema: senza il foglio di carta la cancellazione non è un tratto sopra, è una sparizione senza ripensamenti, un oblio invariante, un buco bianco sullo schermo.
Una culla vuota. Il sentiero che non si biforca.
Ciò che è stato cancellato rientra in un limbo cortese, ci guarda speranzoso da una distanza non incolmabile, forse ci tiene d’occhio.

– 10 novembre, poco più tardi

La strada, il sentiero tra canne, l’erba alta sull’argine penso che sono il caso come il dove, il verso dove, il cane non ha percezione di recinti, il vento risale il fiume, cambia idea come vuole, agita un albero.
Io invece cerco di sentire la terra che gira. Cerco il limite e il luogo. Il mio stare. Come un dovere.
Cerco di tornare a casa

– e non ha senno una direzione, un angolo,

– 10 novembre (o giorni seguenti?), casa

Casa. Scrivere è, poi, qualcosa di definitivo. Cioè, mettersi lì, radicarsi, guardare fuori dalla finestra, raccogliere i pezzi su di un tavolo. È quello che provo a fare, non lasciare le cose in sospeso.
Le parole, quelle sopravvissute, tendono a disporsi, cercano alla fine di darsi un’aria di verità.
Vediamo.

perché – per gli incastri inesatti
le cose storte
gli spazi angusti tra muri,
luoghi dove adattarsi storti inesatti angusti –
diventare forme, tronchi, isole dove serve,
perimetri dove serve, astucci vuoti se importa,
mani aperte indifese crepe in quei muri.
Ad ogni necessità,
aderire, come un materiale assennato,
come corridoi asettici
– e non ha senno una direzione, un angolo,
un’uscita di sicurezza
seguire le indicazioni, i colori delle linee – semmai
il segnale del vento,
in pieno mutismo,
intendersi,
o la vita di tutti i giorni
una finestra
un albero che devoto ti ci affacci.

Che cosa è diventata una voce notturna. Non so davvero come, né scaturita da, buona, cattiva. So che avrebbe potuto essere diversa, questo sì. Ma così è scrivere, qualche volta. Tutta una questione di sentieri che si biforcano.

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