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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

Canto presente 18 : Paola Casulli

19 venerdì Mag 2017

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

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Paola Casulli, Poesie

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Paola Casulli

 

Udire un’ombra tra le nuvole
e trasalire nel riconoscere
la luce di un treno appena passato
o della neve appassita sui cancelli,
precipitata sui tetti
a incombere sulle tele di ragno del giardino.
Quelle piccole cose,
quei fiori finti che mettevi al centro di una tavola addobbata
per un cielo sgombro, per i tuoi ragazzi
che mordevano la paura di non concedersi alla vita.
Per te che ora te ne stai lì
ferma come una Madonna dipinta sul letto,
quel dolce peso della bellezza che muore. Continua a leggere →

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Prisma lirico 3: Luca Di Stefano – Anna Navarra

17 mercoledì Mag 2017

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Fotografia, LETTERATURA, Poesie, Prisma lirico

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Anna Navarra, Fotografia, Luca Di Stefano, POESIA

Nell’ambito della rubrica Prisma lirico, oggi presentiamo una poesia di Luca Di Stefano, la fotografia di Anna Navarra. In calce link  e/o una breve biografia degli autori.

12465775_10207383139515431_2094925846579249958_oTetragramma di pallido satellite

E l’adiaforo atropo specchia l’ali a marchiar la fronte della luna

di vetro pennellata la storpia imago assillante nettasi con la salata parte degl’angeli inciampati sugl’alambicchi degl’affossati altari oculari

sgozzanti smagrate pulsioni sui rispettivi usci le vene a cielo aperto sui palmi dei gomiti imprecano fisarmonica di fede ubriache ognuna dell’atea solitudine dell’altra

in scomposte fratture di genuflessioni l’ovale spoglio da cerone da passeggio ulula la nauseante piega di certe linee schizzate a margine della pallida maniacale ovvietà d’omissioni ser(i)ali partorite in regime di sempiterna attesa di parole capaci di spiegare

lo spleen e i suoi derivati non riescono a numerarsi orbite di (ri/in)voluzione con le sole dita disossate a falangi nel tentativo di risalire il pozzo affogato nel torace

– ogni medaglia al (va/do)lore appesa a foglia di spine sull’albero nervale scricchiola gemito tre volte più assordante della precedente –

Sintetico candelabro gioca l’azzardo d’un destino ridicolo con l’argento

spalmato fra ciglia e ciglia il fiuto fiuta fiele di menzogne annidate nel condizionale di ciascun mulinello di pensiero (pre)occupante impazzito ipotalamo scavatosi giaciglio nei pressi del singhiozzante cardio

salmodiante la metà perversa della speranza la schiena s’inarca a fiacco scudo di improperi alitati al soffitto e sul soffitto condensati in roulette russe di lividi nembi

ingrassati nell’angustia di quattro mura erette a cella d’isolamento i terremoti dell’ossa ghigliottinano il respiro delle tempie frullate in vorticosa nomenclatura di folli dialoghi col Tetragramma Io

– l’ermeneutica del perpetuo algoritmo degl’ami intrrogativi maschera carie a iosa proprio nel sottile limite tra verbo e la sua guisa –

Lo scheletro infranto raccoglie i propri cocci

per saldarsi nuovamente quando la rugiada tornerà a stuprar fiori il viso cerca nei pressi della celeste mappatura epidermica le maschere stracciate nella sana demenza del cereo bagno di luce

E l’adiaforo atropo specchiasi nella luna eclissando un’uscita al di là di essa

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testo di Luca Di Stefano

fotografie di Anna Navarra

Luca Di Stefano

Annus Domini MCMLXXXII, un ameno paesino dell’entroterra ascolano, sputo primo vagito nella secca ombra obliqua d’un Dicembre “più innocuo d’una decina di precedenti Suoi”. Da allora, maledizione nella maledizione, incarno intestinale ossimoro “immobile fuga dall’utero materno”. Tale condizione/contraddizione primordiale ha figliato nel tempo alberi su alberi di connesse e intricate antinomie: me. Nell’intento di superare intrinseca di difficoltà nel comunicare mondo interno a mondo esterno tramite semplici catene di fonemi, spesso male interpretate, ho cominciato, fin da tenera età, a veicolarmi attraverso forme d’interazione non convenzionali, riconducibili alla discutibile definizione di Arte. Da compositore musicale a fotografo occasionale, da imbrattatore di linde tele a sperimentale fabbricatore di corti cinematograci, sono approdato, circa tre anni fa, sulle vergini coste della scrittura, più precisamente della poesia. RETRO L’UNA è la mia prima pubblicazione letteraria.

Anna Navarra

Vive e lavora a Torino, dov’è nata. Sposata, ha un figlio che ha voluto crescesse in campagna a contatto con la natura: la migliore scelta della sua vita. Ama viaggiare, i gatti, il cinema, la ceramica, la scultura. Ammira il movimento delle mani che creano e per esprimersi artisticamente ha scelto la fotografia.  Con reportage di vita e colore racconta i suoi viaggi per mezzo mondo (l’altra metà deve ancora visitarla) ed in scatti nei quali allinea occhio-mente- cuore ferma in immagini scorci, architetture e vita della sua città.

 

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Incipit 8 : I dolori del giovane Werther

15 lunedì Mag 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, I dolori del giovane Werther, Johann Wolfgang Goethe, romanzo epistolare

Viandante sul mare di nebbia (olio su tela, 95 cm x 75 cm) di Caspar David Friedrich, 1818, Hamburger Kunsthalle di Amburgo.

4 maggio 1771

Come sono lieto di esser partito! Amico carissimo, che è mai il cuore dell’uomo! Ho lasciato te che amo tanto, dal quale ero inseparabile, e sono lieto! Pure so che tu mi perdonerai. Tutte le altre persone che conoscevamo non sembravano forse scelte apposta dal destino per angosciare un cuore come il mio? Povera Eleonora! Eppure io ero innocente. Che potevo fare se mentre le grazie capricciose di sua sorella mi procuravano un piacevole passatempo, in quel povero cuore nasceva una passione? Ma… sono proprio del tutto innocente? Non ho forse alimentato i suoi sentimenti? Non mi sono dilettato delle sue sincere, ingenue espressioni che tanto spesso ci facevano ridere, e che erano invece così poco risibili? non ho io… Ah! l’uomo deve sempre piangere su se stesso! Io voglio, caro amico, e te lo prometto, io voglio emendarmi; non voglio più rimuginare quel po’ di male che il destino mi manda, come ho fatto finora; voglio godere il presente e voglio che il passato sia per sempre passato. Senza dubbio tu hai ragione, carissimo, i dolori degli uomini sarebbero minori se essi – Dio sa perché siamo fatti così! – se essi non si affaticassero con tanta forza di immaginazione a risuscitare i ricordi del male passato, piuttosto che sopportare un presente privo di cure. Sarai così buono di dire a mia madre che sbrigherò nel miglior modo possibile i suoi affari e gliene darò notizie quanto prima. Ho parlato con mia zia e non ho affatto trovato in lei quella donna cattiva che da noi si ritiene lei sia. È una donna ardente, passionale e di ottimo cuore. Le ho reso noti i lamenti di mia madre per la parte di eredità che lei ha trattenuta; me ne ha esposto le ragioni e mi ha detto a quali condizioni sarebbe pronta a rendere tutto, e anche più di quanto noi domandiamo. Basta, non voglio scrivere altro su questo; dì a mia madre che tutto andrà bene. Intanto, a proposito di questa piccola questione, ho osservato che l’incomprensione reciproca e l’indolenza fanno forse più male nel mondo della malignità e della cattiveria. Almeno queste due ultime sono certo più rare. Del resto io qui mi trovo benissimo; la solitudine è un balsamo prezioso per il mio spirito in questo luogo di paradiso, e questa stagione di giovinezza riscalda potentemente il mio cuore che spesso rabbrividisce. Ogni albero, ogni siepe è un mazzo di fiori e io vorrei essere un maggiolino per librarmi in questo mare di profumi e potervi trovare tutto il mio nutrimento. La città in se stessa non è bella, ma la circonda un indicibile splendore di natura. Questo spinse il defunto Conte M. a piantare un giardino sopra una delle colline che graziosamente si intrecciano e formano leggiadrissime valli. Il giardino è semplice, e si sente fin dall’entrare che ne tracciò il piano non un abile giardiniere, ma un cuore sensibile che qui voleva godere se stesso. Ho già sparso lacrime su colui che non è più, in quel cadente gabinetto che era un giorno il suo posticino favorito e che ora è il mio. Presto sarò padrone del giardino; il giardiniere mi si è già affezionato in questi pochi giorni e non dovrà pentirsene. […]

Johann Wolfgang Goethe, I dolori del giovane Werther, 1774

L’incipit di oggi è tratto da uno dei più famosi romanzi d’amore della letteratura tedesca. Non è chiaramente definibile, nel senso che può essere inteso come testo filosofico per il panteismo del giovane Goethe, romantico, perché uno dei più letti e conosciuti dello Sturm und Drang, sociale perchè descrive la borghesia tedesca di quegli anni, religioso e perfino politico. Del resto, come scrisse Manacorda, la ricchezza di significati non è tipica dei grandi capolavori? In effetti poiché parla d’amore e di morte, parla di tutto. Continua a leggere →

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C’è modo e modo d’essere madre

14 domenica Mag 2017

Posted by LiminaMundi in CULTURA E SOCIETA', Grandi Donne, I meandri della psiche, LETTERATURA, Poesie

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Tag

Euripide, madre, Medea, Pier Paolo Pasolini, POESIA, Rainer Maria Rilke, Salvatore Di Giacomo, Seneca, Trilussa

5 voci poetiche, 5 modi diversi d’essere madri: dal paradiso alla dannazione

Quann’ero ragazzino

Quann’ero ragazzino, mamma mia me diceva:
“Ricordate, fijolo, quanno te senti veramente solo
tu prova a recità ‘n’Ave Maria.
L’anima tua da sola spicca er volo
e se solleva come pe’ maggìa”.
Ormai so’vecchio, er tempo m’è volato,
da un pezzo s’è addormita la vecchietta,
ma quer consijo nun l’ho mai scordato.
Come me sento veramente solo
io prego la Madonna benedetta
e l’anima da sola pija er volo.

Trilussa

A’ Mamma

Chi tene a mamma
è ricche e nun ‘o sape;
chi tene a mamma
è felice e nun ll’apprezza
pecchè ll’ammore ‘e mamma
è ‘na ricchezza
è comme ‘o mare
ca nun fernesce maje.
Pure ll’omme cchiù triste e malamente
è ancora bbuon si vò bbene ‘a mamma.
A mamma tutto te dà,
niente te cerca
e si te vede ‘e chiagnere
senza sapè ‘o pecchè…
t’a stregne ‘mpiette
e chiagne ‘nsieme a tè!

Salvatore Di Giacomo

Tu non sei più vicina a Dio

Tu non sei più vicina a Dio di noi;
siamo lontani tutti.
Ma tu hai stupende, benedette le mani.
Nascono chiare in te dal manto,
luminoso contorno:
io sono la rugiada, il giorno,
ma tu,
tu sei la pianta.

Rainer Maria Rilke

Supplica a mia madre

E’ difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile.

Pier Paolo Pasolini

Medèa:

Amiche, è fermo il mio disegno: i figli,
prima ch’io possa, uccidere, e lontano
fuggir da questa terra, e non concedere
che per l’indugio mio muoiano i figli
di piú nemica mano. è ch’essi muoiano
ferma necessità. Poiché bisogna,
io che li generai li ucciderò.
Su, dunque, àrmati, o cuor. Ché indugi? è vile
non far ciò che bisogna, anche se orriblle.
Su, sciagurata mano mia, la spada,
stringi la spada, e muovi a questo truce
termin di vita, non esser codarda,
né dei figli pensar che d’ogni cosa
ti son piú cari, e che li desti a luce.
Questo sol giorno i figli tuoi dimentica,
e poscia piangi. Anche se tu li uccidi,
cari sono essi, e sciagurata io sono.
(Entra nella reggia)

CORO: Strofe prima
O Terra, o fulgidissimo
raggio del Sole, a questo suol volgetevi,
mirate questa sciagurata femmina,
prima che avventi l’impeto
della morte sanguinea
sui figli suoi. Dell’aurea progenie
tua son germoglio; ed uom che versi l’ícore
d’un Dio, dei Numi la vendetta pròvoca.
Ma tu reggila, frenala,
raggio divin: tu scaccia dalla casa
la sanguinaria Erinni, cui lo spirito
della vendetta invasa.

Antistrofe prima

Invano, dunque, i pargoli
generasti alla luce: spersi ed írriti
i travagli materni andaron, misera,
che l’inospite tramite
delle azzurre Simplègadi
abbandonasti. Or, che t’invade l’animo
cura sí grave? A che, furia d’eccidio
segue a furia d’eccidio? Il consanguineo
contagio infesto agli uomini,
pena al misfatto ugual sovressi i rei
desta, che su le lor case precipita,
per voler degli Dei.

da “Medea” di Euripide trad. Ettore Romagnoli

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POESIA SABBATICA : George Gray

13 sabato Mag 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Tag

Antologia di Spoon River, Francesco Palmieri, George Gray

 

George Gray
 
Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
 
Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
 
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
 
Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio —
una barca che anela al mare eppure lo teme.
 
Edgar Lee Masters
 
Antologia di Spoon River (edizione parziale di 152 epitaffi, traduzione di Fernanda Pivano, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1943)

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Prisma lirico 2: Maria Allo – Daniele Gozzi

10 mercoledì Mag 2017

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Il colore e le forme, LETTERATURA, Poesie, Prisma lirico

≈ 2 commenti

Nell’ambito della rubrica Prisma lirico, oggi presentiamo le poesie di Maria Allo, la fotografia di Daniele Gozzi. In calce link  e/o una breve biografia degli autori.

Tutto dipende da come vedi  l’oscillare delle cose : le stagioni , i nomi, le perdite, le voci dei bambini  che il mare avrebbe dovuto trattenere,  finché ogni cosa si fa consueta in un modo che non hai bisogno di capire. Eppure salda qualche verità rimane :  nessuno può più esentarsi  dalle crudeltà del tempo.

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Non posso andare senza una vera meta
C’è una pagina da dire con parole diverse
direbbe questa casa fino alla scogliera.
Così cerco un coraggio obliquo
che bruci nel profondo e percorra la sabbia
su una spiaggia nuda , ma se ascolto …
voci flebili di bimbi
pagine cancellate dalla risacca
rimbombano nelle orecchie.
Dovunque
*
Che cosa può rimuovere l’amore?
La nostra luce in cenere
stride su arenili increduli fin nelle radici
sbiadisce assorta sul fondo del mare
non questa materia grezza
dovunque.
*
In fondo non è niente.
Come l’amore
Il tempo striscia sui seni dell’attesa
moltiplica impronte nel deserto
a volte brutale , ma vale tutte le parole
e in ogni duna ripiega il suo tramonto.
dovunque

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Eppure ti sento come l’aroma del caffè fumante
attraverso le ossa a ostacoli sul mare
dannata raffica dolente
anche se il tuo volto svanisce e la tua ombra.

*

Il sole attraversa l’albero di casa
si fa splendente la tenda bianca
un uccello prende il volo
di fuoco gli occhi in un varco
tra la finestra e i giorni.
Se questa è ancora luce
e non invece questo tempo precario
come delirio per camminare ai bordi
prendimi anche se sui gesti e le parole
il silenzio di tanto in tanto cade fra le ali
e la luce in fondo a una fessura.

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testi di Maria Allo

fotografie di Daniele Gozzi

Diplomato alla scuola di Belle Arti “Adolfo Venturi” a Modena, Daniele Gozzi lavora come grafico dalla notte dei tempi. Da sempre appassionato di fotografia, grazie anche alle moderne tecnologie digitali, interpreta in modo personale e creativo le “normali” immagini che cattura con l’obiettivo, cercando di ottenere risultati piacevoli all’occhio e alla mente. Il suo è un viaggio senza tema fisso, un vagare nelle emozioni catturate in uno spazio-tempo indefinito. Nel settembre 2011 la prima personale al Palazzo Comunale- Cantine degli Scolopi di Fanano. Nel 2012 “apre” un gruppo fotografico su Facebook e con diversi di questi artisti porta avanti una collettiva, che si apre a gennaio 2014 con una prima esposizione nello spazio “Art in Loft” di Modena, poi a quello del Palazzo Comunale di Castelvetro (Mo) e infine ancora nel Palazzo Comunale-Cantine degli Scolopi di Fanano (Mo). Nell’ottobre 2013 partecipa con 4 opere, alla quinta edizione del Med Photo Fest di Catania e da settembre 2013 a luglio 2014, a 10 collettive tenute allo “Spazio E” di Milano.

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Parole di donna 7 : ANTONIA POZZI

08 lunedì Mag 2017

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Parole di donna

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Tag

Antonia Pozzi, Canto della mia nudità, Deborah Mega

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L’amore rubato…muore… di Rosa Colacoci

 

Guardami: sono nuda. Dall’inquieto

languore della mia capigliatura

alla tensione snella del mio piede,

io sono tutta una magrezza acerba

inguainata in un color avorio.

Guarda: pallida è la carne mia.

Si direbbe che il sangue non vi scorra.

Rosso non ne traspare. Solo un languido

palpito azzurrino sfuma in mezzo al petto.

Vedi come incavato ho il ventre. Incerta

è la curva dei fianchi, ma i ginocchi

e le caviglie e tutte le giunture,

ho scarne e salde come un puro sangue.

Oggi, m’inarco nuda, nel nitore

del bagno bianco e m’inarcherò nuda

domani sopra un letto, se qualcuno

mi prenderà. E un giorno nuda, sola,

stesa supina sotto troppa terra,

starò, quando la morte avrà chiamato.

 

Antonia Pozzi, Canto della mia nudità, 1929

 

In questa carrellata di rose di poesia non poteva mancare l’intensa lirica di oggi, scritta da Antonia Pozzi nel 1929, per accompagnare la quale ho scelto uno scatto artistico molto adeguato e gentilmente concesso, L’amore rubato…muore… della talentuosa fotografa tarantina Rosa Colacoci. Continua a leggere →

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Canto presente 17: Sebastiano Patanè Ferro

05 venerdì Mag 2017

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

≈ 2 commenti

Tag

POESIA, poesia contemporanea, Sebastiano A. Patanè Ferro

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Sebastiano A. Patanè Ferro

l’amore al tempo delle scimmie
la storia poetica

ha un rumore di fondo l’amore
come l’acqua che bolle
come un piccolo vento senza mani
albero chino a guardarsi le radici

false (carta da gioco)

una spiaggia piena d’orme sovrapposte
con una musa in centro e tante sedie a lato
come in una festa dove la tristezza vera
prende altre forme fino a diventare stella

falsa (approssimato viversi) Continua a leggere →

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Prisma lirico 1: Filippo Parodi – Gianluca Di Pasquale

03 mercoledì Mag 2017

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Il colore e le forme, LETTERATURA, Poesie, Prisma lirico

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Tag

arte, Filippo Parodi, Gianluca Di Pasquale, pittura, POESIA

Nell’ambito della rubrica Prisma lirico, oggi presentiamo le poesie di Filippo Parodi, i dipinti di Gianluca Di Pasquale. In calce una breve biografia degli autori.

FELCE 40x50 cm olio su tela anno 2014

FELCE, 40×50 cm, olio su tela, anno 2014

Commosso

Ridere velluto sulle costruite cime,
pur sempre il vuoto addosso, ma
carezze senza indagine

nuotando poi l’allarme
in luce stretta che raduna
chiamarsi: ecco un riverbero
di flebile o magnifico.

LAGO 130x200 cm olio su tela anno 2007

LAGO, 130×200 cm, olio su tela, anno 2007

I cigni

Dopo tutto questo tempo
ho sfiorato la tua via
ch’era stata anche la mia,

truccavamo i possessivi in
quell’insolita assonanza
dalle così brevi vene
mentre il mondo si piegava al
nostro
specchio sotto gli alberi.

BOSCO GIALLO 120x180 cm olio su tela anno 2012-2013

BOSCO GIALLO, 120×180 cm, olio su tela, anno 2012-2013

testi di Filippo Parodi

Filippo Parodi nasce a Genova nel 1978. Nel 1986 si trasferisce a Milano, dove tutt’ora vive. Si laurea in Filosofia Estetica nel 2003, con una tesi sul verosimile e il meraviglioso nella poesia. A partire dal 2007 pubblica i suoi primi testi su The End e sulla rivista internazionale di poesia e ricerche Zeta. Nel 2012 vince un concorso indetto dalla casa editrice Gorilla Sapiens ed esce un suo racconto nell’antologia Urban Noise. Sempre per Gorilla Sapiens, alla fine del 2013, pubblica il primo libro La testa aspra. In seguito scrive racconti per Verde Rivista e Ultrafilosofia. Nel Novembre 2014, insieme a Massimo Bacigalupo, Peter Carravetta e ad altri studiosi, viene invitato a partecipare al convegno Terribile la parola: i filosofi sono succubi del problema-parola, tenutosi al Palazzo Ducale di Genova, per celebrare i quarant’anni di pensiero e scritture del poeta-filosofo Raffaele Perrotta. Nel 2016 vengono inseriti su The Livingstone alcuni suoi componimenti. Nel 2017 pubblica poesie su Il Foglio Clandestino. Attualmente sta lavorando al secondo libro, la cui uscita è prevista nei prossimi mesi.

dipinti di Gianluca Di Pasquale

Gianluca Di Pasquale (Roma – 1971)

Vive e lavora a Milano.

http://www.gianlucadipasquale.com/

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1° maggio con Thomas Stearns Eliot

01 lunedì Mag 2017

Posted by Loredana Semantica in Rose di poesia e prosa, Segnalazioni ed eventi

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1° maggio, POESIA, Thomas Stearns Eliot

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Gustave-Caillebotte-Giovane-uomo-alla-finestra-1875

Nessuno ci ha offerto un lavoro
Con le mani in tasca
E il viso basso
Stiamo in piedi all’aperto
E tremiamo nelle stanze senza fuoco.
Solo il vento si muove
Sui campi vuoti, incolti
Dove l’aratro è inerte, messo di traverso
Al solco. In questa terra
Ci sarà una sigaretta per due uomini,
Per due donne soltanto mezza pinta
Di birra amara. In questa terra
Nessuno ci ha offerto un lavoro.
La nostra vita non è bene accetta, la nostra morte
Non è citata dal “Times”

Thomas Stearns Eliot

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POESIA SABBATICA : Non sia mai ch’io ponga impedimenti

29 sabato Apr 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Tag

Francesco Palmieri, Sonetti, William Shakespeare

Sonetto 116

Non sia mai ch’io ponga impedimenti
all’unione di anime fedeli; Amore non è Amore
se muta quando scopre un mutamento
o tende a svanire quando l’altro s’allontana.
Oh no! Amore è un faro sempre fisso
che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;
è la stella-guida di ogni sperduta barca,
il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza.
Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote
dovran cadere sotto la sua curva lama;
Amore non muta in poche ore o settimane,
ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio:
se questo è errore e mi sarà provato,
io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.

William Shakespeare

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NOTA CRITICA su “Ornitografie” di Pier Franco Uliana

28 venerdì Apr 2017

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

≈ 1 Commento

Tag

Deborah Mega, Ornitografie, Pier Franco Uliana

Carel Fabritius, Il cardellino, 1654
olio su tavola, cm 33,5 x 22,8
L’Aia, Gabinetto reale di pitture Mauritshuis
acquisito nel 1896

“Sembra esserci nell’uomo, come nell’uccello, un bisogno di migrazione, una vitale necessità di sentirsi altrove”.
(Marguerite Yourcenar)

Ornitografie di Pier Franco Uliana, selezionato ed edito da Arcipelago Itaca nel 2016, come opera vincitrice nell’omonimo concorso letterario, si presenta nell’intenzione dell’autore come “una breve orazione civile in versi”. Appare quasi un poemetto didascalico in alcuni tratti, etico-moralistico in altri. Il titolo, analizzando l’etimo greco ornis = uccello e graphe = descrizione, fa riferimento alla descrizione della natura degli uccelli. Da sempre gli uccelli, parte integrante del mondo vivente, sono state creature predilette dall’uomo. Chi ama la natura si trova frequentemente ad osservarla dunque non c’è da stupirsi che degli uccelli, se ne vogliano conoscere il nome, le abitudini di vita, scoprire di cosa si nutrano, che forma diano al loro nido, oppure li si voglia identificare dal canto o dalla tipologia del loro volo, dalla direzione, dal tipo di versi emessi. Perfino il cuneiforme lasciato sul davanzale innevato, scrive Uliana, è “tutto da decrittare” come se fosse un linguaggio misterioso. Continua a leggere →

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Prisma lirico: intro

26 mercoledì Apr 2017

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Il colore e le forme, LETTERATURA, Poesie, Prisma lirico

≈ 22 commenti

Tag

arte, immagini, POESIA

Optical-dispersion

Foto da wikipedia: prisma ottico

Oggi anticipo l’avvio di una nuova rubrica nella quale la parola sposa l’immagine, si coniugano l’arte verbale e l’arte visuale. La rubrica prende il nome di “Prisma lirico”. I post di “Prisma lirico” si alterneranno senza alcuna regolarità ai mercoledì di “Forma alchemica”. Nell’ambito di questa rubrica proporrò componimenti scritti (poesie, racconti, stralci di romanzi ecc..) e immagini (fotografie, dipinti, opere d’arte ecc.)

Parole e immagini sono un connubio affascinante, per quanto avere sotto gli occhi soltanto il testo dà risalto alla parola. La lettura di un racconto o di una poesia infatti già apre nella mente del lettore scenari immaginari che intercettano l’esperienza del lettore, sprigionando tutto il potere suggestivo dello scritto per scelta dei vocaboli usati, per la loro concatenazione, a seconda del ritmo e delle pause della scrittura, oltre che per il significato di ogni lemma, ogni frase, periodo e componimento complessivo.

Similmente un’immagine, sia essa un dipinto, una fotografia,  un disegno, quando stia a sé instaura già per se stessa un dialogo con l’osservatore, provocandone una risposta emozionale e suggestiva non molto diversa dalla “risposta” provocata dalle parole, con in più l’immediatezza del messaggio. L’immagine infatti, ancora più di quanto faccia la poesia, va subito al cuore del pensiero evocato, è sufficiente uno sguardo ad un’immagine e già è stata catturata l’attenzione, l’interesse, quando invece la parola ha bisogno di più tempo, occorre che gli occhi scorrano sul foglio e che la mente si apra alla concatenazione logica delle espressioni per coglierne il senso, il messaggio.

Proporre l’immagine insieme al testo è un’operazione diversa da proporli assoluti l’uno dall’altro, quando si associano si stanno intersecando tra loro diverse arti espressive. Il che illumina parola ed immagini ad un più ampio senso oppure consente di modificarlo, definirlo, leggerne uno completamente diverso, specie quando il pensiero sia stato manifestato in modo indiretto, sfumato oscuro. L’immagine verso la parola e viceversa la parola unita all’immagine, possono trasformare un trobar clus nel suo opposto, in ogni caso lo moltiplicano nella ricchezza sensitiva: occhi-mente-cuore.  Nello stesso tempo, consentono all’opera, alle opere,  un percorso mentale nel cervello recettivo, un flusso comunicativo che scorre altrimenti da una visione indipendente e assoluta, si muove cioè in un alveo che forse altrimenti, cioè senza questo connubio, non avrebbe avuto sviluppo e ancora meno vita.

Per questa nuova rubrica ho scelto il titolo di “Prisma lirico”. L’arte visuale infatti si manifesta grazie alla luce, che rivela il colore e la forma. Colore e forma sono per l’arte visuale quello che le parole sono per la scrittura e la comunicazione verbale. La radice, l’essenziale, gli elementi necessari che permettono la costruzione. La parola “Prisma” intende riferirsi al prima ottico, lo strumento che consente di dividere un fascio di luce nei suoi componenti spettrali, gli stessi che possiamo ammirare nel cielo dopo un temporale nell’arcobaleno, fungendo le goccioline d’acqua, ancora sospese nell’aria dopo la pioggia, come innumerevoli prismi che rifrangono la luce.

L’aggettivo “lirico” invece ha la sua radice etimologica nella parola lira, lo strumento musicale che nell’antichità accompagnava  i componimenti poetici o le narrazioni degli aedi, i cantori professionisti dell’antica grecia che nel 600, 700 a. C., si tramandavano mnemonicamente le gesta epiche degli eroi, le guerre, gli uomini, gli dei e le raccontavano agli uditori. Così sono nate Iliade ed Odissea. Per saper cantare e suonare divinamente la lira, il nome di Orfeo è stato tramandato come il più grande poeta dell’antichità. Un mito immortale, giunto fino ai nostri giorni.

Successivamente l’aggettivo lirico è stato riferito estensivamente agli scritti letterari che sono espressione di sensibilità. L’aggettivo vuole essere quindi un riferimento all’utilizzo delle parole per creare emozione, comunicazione, trasmettere messaggi di interiorità, cosa che avviene con la poesia, certo, ma nondimeno si può riscontrare in grado elevato in belle pagine di racconti o romanzi.

L’insieme del titolo della rubrica vorrebbe suggerire l’idea che l’immagine, coi colori e le forme, la parole in forma letteraria, con le suggestioni e la fantasia, scompongono e ricompongono l’illuminazione mentale che è l’espressione artistica, l’unica luce, insieme all’amore ( o se preferite alla carità o alla bontà) nel mare di oscurità che ci avvolge

Loredana Semantica

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Incipit 7 : Casa di bambola

24 lunedì Apr 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Tag

Casa di bambola, Deborah Mega, dramma borghese, Henrik Ibsen

by Alisa Filippova

ATTO PRIMO.

Stanza accogliente e di buon gusto, ma senza lusso. Nel fondo, la porta di destra dà sull’ingresso, quella di sinistra sullo studio di Helmer. Tra le due porte un piano. Altra porta al centro della parete di sinistra, e, più in avanti, una finestra. Accanto alla finestra un tavolo rotondo, poltrone e un piccolo sofà. Sulla parete di destra, un po’ indietro, una porta, e sulla stessa parete, più verso il proscenio, una stufa di maiolica con davanti poltrone e una sedia a dondolo. Tra la stufa e la porta un tavolinetto. Alle pareti acqueforti. Scaffale con porcellane e altri soprammobili artistici, piccola libreria con volumi finemente rilegati. Tappeto. La stufa è accesa: è una giornata d’inverno. Si sente suonare e, poco dopo, aprire la porta di ingresso. Nora entra allegra, canterellando: è in tenuta da passeggio e ha in mano una quantità di pacchetti che appoggia sul tavolo di destra. Dalla porta rimasta aperta si vede un fattorino con un albero di Natale e un cesto, che consegna alla cameriera che ha aperto la porta.

  Continua a leggere →

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Canto presente 16: Maria Grazia Calandrone

21 venerdì Apr 2017

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

≈ 1 Commento

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Maria Grazia Calandrone, POESIA, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Maria Grazia Calandrone

PIETÀ
da Gli Scomparsi – storie da “Chi l’ha visto?”

Frammento in memoria

[…] ora sappiamo, poi che ne abbiamo rimosso il corpo
azzurro e cedevole, che lei era stata una cosa che non opponeva resistenza e adesso era
esaudita, mentre tubercoli
di larve ne intaccavano gli occhi e la canala dei liquami era stata
scavata profondamente
quanto
il fatto che chi se n’era andato non era più
con lei da molto tempo e lei aveva concluso nel corpo quel separarsi
lentissimo come in presenza di ostacoli e scendendo le scale quella mattina
con la fronte addolcita dal sole
sulla spalla
della piccola indiana con il nome da uccello aveva detto questo
essere stata in mani estranee è stata
la vita mia

Roma, 22 gennaio 2010 Continua a leggere →

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Forma alchemica 13: Angelo Maria Ripellino

19 mercoledì Apr 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

≈ 1 Commento

Tag

Angelo Maria Ripellino, POESIA

ripellino-2

La pigrizia di Cristo che si sveglia dal sepolcro,
la sua sghemba goffaggine di orso ferito,
il suo stiracchiarsi dal sonno, e la testa
pesante come quella di un infermo,
portato a un concerto dopo mesi di letto.
I suoi occhi intrisi di nera muffa,
le braccia sottili come lunghissimi ceri.
E un giornalaio che strilla: «Mala Pasqua»,
l’albagía dei badchónim e dei gavazzieri,
che cantano la storia della sua morte,
e venditori che spacciano i suoi santini,
i chiodi e il legno della croce, e la rossa garza
che coprí le sue fístole,
e il bàlsamo e i lini.
La nausea di perdonare, di fingersi forte,
la nausea di essere Cristo,
fratello di Lazzaro.

(Angelo Maria Ripellino da Notizie dal diluvio, Einaudi, 1969).

La Pasqua 2017 è appena tramontata e noi l’abbiamo celebrata qui con una poesia di Fernanda Romagnoli. Una poesia intimista, incentrata sul sé poetico, “centripeta”, come tutta la poesia della Romagnoli, diretta all’esplorazione dei mondi interiori, inquieti, inquietanti, devastati, interroganti. Specchi di rimando di un’anima in bottiglia.
Diversamente da Fernanda, Ripellino ha una cifra poetica espansiva, diretta verso l’esterno, la direi “centrifuga”, dove è esaltata l’osservazione del mondo, la sua vasta e variegata realtà. La sua è una poesia ricca di lemmi, ricercata nei vocaboli, si caratterizza sempre, anche in testi diversi da questo che propongo, per una sorta di festosità e fastosità verbale, un sentore di barocco, che dice il suo amore per la parola, studio e cultura, ma anche la curiosità per l’altro, l’osservazione sensibile e attenta, il desiderio di ricerca, la commistione di molteplici esperienze artistiche e internazionali. Per converso, riscontriamo nei suoi testi inserzioni a sorpresa di nostalgia e tristezze che inducono a interpretare il contorno ricco come un mascheramento, metabolizzazione dell’essenziale natura di siciliano sradicato, partecipe interiormente delle contraddizioni tra una natura esuberante e generosa e un’estate arida e funesta, ch’è il cuore autentico dell’isola che l’ha visto nascere.
Un siciliano doc quindi, nato a Palermo nel 1923, si trasferì a Roma col padre che insegnava latino e greco ed iniziò a Roma la sua carriera di poeta, scrittore, slavista, vivendo un’ avventura che l’ha condotto a spaziare nelle varie forme d’arte: poesia, teatro, cinematografia, pittura, e a conoscere validi maestri e molti artisti e poeti, tra questi Evgenij Evtušenko e Boris Pasternak. Ripellino ha molto viaggiato, collaborato a importanti antologie, enciclopedie e riviste, tra le quali L’Unità e L’Espresso, ha insegnato all’Università di Roma e di Bologna, tenuto corsi di letteratura, ha scritto numerosi articoli, recensioni, e pubblicato svariate raccolte di poesia. E’ morto a Roma infine il 21 aprile del 1978, a soli 55 anni. Una vita relativamente breve, nella quale tuttavia Ripellino sembra aver realizzato la fortunata alchimia del fare della propria passione il proprio lavoro.
La poesia di Pasqua che riporto appartiene alla raccolta Notizie dal diluvio, pubblicata da Einaudi nel 1969. La raccolta è tutta incentrata sull’esperienza di Ripellino inviato dall’Espresso, a seguire e raccontare la stagione dei movimenti che nel 1968 animarono tutta l’Europa e in particolare Praga, alla quale il poeta era particolarmente legato, avendo, tra l’altro, sposato Ela Hlochova, conosciuta proprio lì.
Egli nella poesia racconta un Cristo, risorto dal sonno eterno, con stiracchiata pigrizia, come fosse un goffo orso che si sveglia dal letargo, la testa pesante quasi fosse un malato forzato a partecipare ad un concerto. Tutt’ intorno un turbinare di voci e animazioni, dal giornalaio che strilla, ai boriosi badchónim (ebrei comici-accademici che animano i matrimoni), accolite rumorose che raccontano la sua morte, commercianti che vendono santini, i chiodi della croce, le garze che hanno coperto le ferite, come volgari gadgets del mondo consumistico.
Viene in mente la cacciata dal tempio di evangelica memoria, e quanto si vorrebbe che Cristo ancora una volta avesse tanta potenza su questo squallore, così ben descritto da Ripellino, sul quale potesse ancora una volta trionfare il bene, la luce della resurrezione convertendo un’ indifferenza moribonda di umanità, sacralità e valori.
Ripellino sembra fare una colpa di tutto ciò allo stesso debole, pigro, goffo Cristo, che non risorge, come Dio, come figlio di Dio, nuovo verbo d’amore per l’umanità, ma come orso, scontroso e vacillante, su cui niente può poggiarsi, nessuna rivoluzione, nessuna aspettativa, soffocate entrambe dal cicaleccio di massa, distratto e indifferente, come un mercato, un circo quotidiano.
Alla fine la poesia si chiude sul senso di nausea che prova il povero Cristo, costretto da una sorta di clichè fallimentare ad essere forte, ma in fondo umano anche lui, non meno di Lazzaro che gli è fratello.
Una resurrezione quella di Ripellino, senza divinità e senza gloria, che crocifigge ancora una volta la speranza, agli occhi intrisi di nera muffa, aperte le braccia sottili come lunghissimi ceri.

Loredana Semantica

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Fiori di primavera

17 lunedì Apr 2017

Posted by LiminaMundi in Eventi e segnalazioni, LETTERATURA, SINE LIMINE

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Il 21 marzo di quest’anno il blog Liminamundi ha compiuto un anno di attività. Per festeggiare, a partire dal 21 marzo scorso e fino a ieri, giorno di Pasqua, abbiamo invitato poeti e non poeti ad inviare una poesia sui temi della rinascita, primavera, risveglio, natura, Pasqua. Una festa di primavera e di poesia.
Hanno partecipato: Liliana Zinetti, Clara Chiariello, Pier Franco Uliana, Silvia Rosa, Marisa Guagliardito, Maria Allo, Federico Preziosi, Leopoldo Attolico, Giovanni Baldaccini, Emma Istrini, Daìta Martinez, Loredana Semantica, Deborah Mega, Francesco Tontoli, Rita Pacilio, Francesco Palmieri, che ringraziamo di cuore per essere stati con noi con questi fiori di primavera. L’immagine della rosa che funge da divisorio tra le poesie è una creazione di Maria Rita Orlando.

Di regola tutte le poesie sulla primavera vengono automaticamente cestinate. Questo tema ha cessato di esistere in poesia, Nella vita ovviamente continua a esistere. Ma si tratta di due faccende diverse. (Szymborska, Posta letteraria, Scheiwiller 2002)

Chi ha visto primavera? Era la poesia
ancora da scrivere, un suono di nuvole,
il foglio dove il vento
tra soffi di anemoni si sarebbe posato

L’hanno vista, dicono, i bambini
che sono stati bambini nei cortili,
l’hanno vista in tutti gli azzurri
e nei verdi dell’erba cantare.

Ho perso la primavera.
È andata con la luce dei prati
e le corse dei bambini.

Guardavo le case, gli alberi
stretti, in un silenzio di cose
finite molto prima di adesso:

l’acqua senza le ninfee di Monet
i fiori di bosco che il babbo
più non porterà alla mamma.

Mi fermavo davanti al bianco delle betulle
che mangiava la luce
e alla riga scura della pioggia
che fa triste la poesia e i giorni.
E mi pareva un assurdo scherzo la vita,
come chi dice ridendo vado via
e scompare per sempre.

da Nel solo ordine riconosciuto, Gianfranco Fabbri editore

Liliana Zinetti

Cambiare

Il vagito della primavera
ha portato via il mantello del gelo.
Gli animali cambiano
piumaggio,
pelle,
manto.
Gli alberi
colore,
fogliame,
frutti.
E io?
Io posso cambiare
aria alla casa,
coperte al letto,
abbigliamento,
colore e taglio dei capelli
e poi …
Il mondo
si chiude sempre a ombrello.
Il rumore
di ieri è sempre vita di un giorno.
Un giro di anime
segna sempre un vissuto.
Il tempo
nasce età
e muore sempre in eterno.
I ricordi
riposti sempre in stanze chiuse
con muri senza finestre.
I rancori
s’imprigionano in scrigni
in fondo al mare
ma emergono sempre
dal fango melmoso.
Sempre!
Sempre!
Sempre!
Ho capito.
Devo cambiare
sole,
pelle,
viso.
Essere amore.
Un amore
che ti fa odorare
la pelle del tuo uomo.
Il suo profumo di maschio.
Ti togli la maschera.
Ti presenti nuda nell’anima.
Vestita con le tue fragilità.
Un segreto …
Non murarti dentro
con l’ultimo respiro
devi  …  cambiare!

Clara Chiariello

Vèrta in Canséi*

A pas lidier la va la cerva piena
incontra a l’orìvo ndove i saléz
i met i primi but, la bat al trói
de la nef de la vèrta, ognequaltrato
la trà, squasi a assar indrìo la mòrt
che la ghe mòrz le cadìce, al so vèrs
l’é ’n reciamo che ’l sgorla in cao al bosch
al costà dei faghèr, na ora la val
n’altra stajon intiera, na nassesta
che la fà del futur tut al presente,
la se met prèssa, al so òcio l’é ’n mondo
che ’l sogna na ciarèla che la sìe
cesura de erba, co ’n ùltemo sfòrz
la salta ’l fil spinà, vers un tenp novo.

Primavera in Cansiglio

A passo leggero la cerva gravida va / incontro al limitare (del bosco) dove i salici / mettono i primi germogli, batte il sentiero / della neve primaverile, ogni tanto / scalcia, quasi a lasciare indietro la morte / che le morde le caviglie, il suo bramito / è un richiamo che scuote in fondo al bosco / il costato dei faggi, un’ora vale / un’altra stagione intera, una nascita / che fa del futuro tutto il presente, / si mette fretta, il suo occhio è un mondo / che sogna una radura che sia / recinto d’erba, con un ultimo sforzo / salta il filo spinato, verso un tempo nuovo.

* Dialetto veneto della Foresta del Cansiglio

Pier Franco Uliana 

Primavera altra

Il giovane corpo d’albero robusto, folto
i capelli abitati da corvi dentro a un nido
di ricci: quanto tempo è passato? mi chiedo,
da quando eri un cucciolo magro, petulante,
con parole gracili invece che mani irrequiete,
quelle che adesso tieni sui fianchi della tua sposa,
giovinezza accecante che invidio – un bocciolo –,
per la prima volta vedo il segno delle stagioni
sul volto degli altri, mi accorgo di essere oltre
gli anni di polpa rossa da mordere, sono il frutto
per terra, ora, e osservo i fiori crescere altrove,
la mia primavera è una pallida offerta a un sole
indifferente, sono io adesso la donna che
non vale la pena. Meno male, mi dico,
da questa altezza non ho più le vertigini,
lascio a te e alla tua bella il vertice da cui
all’improvviso, inevitabile, arriva la resa,
la china dei giorni. Dopo è solo questione
di ombre da imparare a memoria,
da non avere paura di niente.

Silvia Rosa

maiuscole di vita

dove sporgono le rapide del sogno
come visioni su rasoi di luce
dove guardano i bambini che scoprono
in un gambo di prato
maiuscole di vita
nel piccolo largo delle loro mani

in fondo al bianco delle scale sole
le voci
i bambini che pedalano l’aria
e il pasto del cielo che vola
è musica il suono di piccole mani
il giallo a stento delle loro ali
è un passo largo tra gli spigoli delle ombre
l’odore è buono
una stanza di pane e di domenica
l’azzurro del bucato

Marisa Guagliardito 

Stamane, all’improvviso …

C’è un silenzio antico nelle cose
sui crinali dei colli nei limoneti
in fondo alle valli intrecciate di ortiche
grovigli di rami disseminati
erbe aromatiche finocchi selvatici
menta e rucola.
C’è un silenzio antico nelle cose
aspetta da sempre,  sorregge radici di ulivi
nidifica nel forno sconnesso…
Tendo l’orecchio a inseguire voci
che invadono segni  consonanze
di parole lievi librate nelle crepe
dei muri sconnessi tra ciottoli e spini
dietro ogni siepe.
C’è un silenzio antico nelle cose
estenuato da parole di sempre
in ogni angolo della vecchia casa
nella speranza che tende la mano.
Inseguo tenacemente l’azzurro
con occhi spalancati
ma respirare cieli è un’altra cosa
E c’è un silenzio dentro le parole
che rimbalza distrattamente
mai al tempo giusto muto nel dolore
un silenzio non ancora sfiorato
da venti lievi come le mie ciglia,
c’è un silenzio che nessuna parola
può penetrare senza fiatare
con mille nodi i suoni
ne infittiscono gli echi
segnati da erba calpestata
e rami che annaspano
al fruscio dei pioppi ansimanti.
Ma poi senti l’acqua del torrente
borbottare prima piano
poi sempre più incessante
parole e parole
c’è silenzio nel nido
di quei passerotti implumi
c’è silenzio nel buio che trasmigra certezze
nel rumore incessante dei dubbi
nelle pagine bianche nei luoghi di frontiera
in questo tempo che se ne va
c’è  silenzio anche nel fuoco
che divampa e zampilla
empiti di poesia arde seguendo tracce
di odori suoni e colori…
Ma non ti ho detto che  la pietà
ha grosse ali di viva carne e linfa nuova
a foglia di mandorlo
come segreto albero radicato nell’aria
impastato di lava e  comprensione  radiosa
nelle braccia gigantesche di perdono.
Cresce stamane all’improvviso  l’universo
tra solchi e semi come ininterrotti fiori
nel vorticare di memorie salde a questa terra.
Lentamente  torna  più calda
la fragranza  di essenze mutevoli
ma immortali lungo questo fiume.
Persefone s’imperla come il suono
di ogni voce in un ciliegio.

Maria Allo

Prima Vera

La bella stagione zufola Zefiro
pollini ed erba, tutto sospeso
lo scoppio del canto
la coltre del chiaro discanto
dischiuso il sereno passeggia
con la pace benigna
in un ciondolo al seno
falene di notti ancora insonni
affanno di brame contuse
al cuscino d’incudine e cotone sogno
e rapace possesso
notturno cinereo infetto
domani il sole nuovo
scaccerà altre nubi
evaporando inutili scuse
sul prato in cui rinasco
ingoiando foglie secche
per poi ritornare verde

Federico Preziosi

 

 Primavera a Piazza di Spagna

Passioncella canuta, mio fiore nero (ti sei tinta?)
chi (cosa) ti alimenta
ti accudisce e ti accredita
oltre la circostanza di un sorriso?

Maggio è tornato.
Alla mattina dipinta dai suoi colori forti
sottentra una controra di smog che non lo onora…

Tu rovesci in questo cielo
la tua vecchia cartolina in bianco e nero
e dribblando il nepente del benzene
mi fai subito planare
in un terso mattinale annicinquanta.

Da “Siamo alle solite”, Fermenti Editrice, 2001

Leopoldo Attolico

 

  

I giorni dell’acqua e delle rose

I giorni dell’acqua e delle rose
quando la prima pioggia sa di vino
e il tuo stelo è un istante
se ti amo.

 Giovanni Baldaccini

 

  

(Primavera)

fa carezza, dove Amore ha scordato la viola nei silenzi
le nascono fiori fragranze distribuite ai vari sensi
quando la Vita sospende nei fuori corso
c’era una volta e c’è
la scultrice del sogno che non perde la musa
di bellezza senza dannazione
nell’anima in lirica..
non osa morire, non osa il dolore
non ama dice…
e s’ inganna nel continuo

©Emmaistrini

l’attesa leggera  il tonfo
dondolìo  d’un immenso
istante dal vento scende

sai d’acqua a maggio  le
ciglia  di bianco silenzio
la mano quasi un odore

il girotondo accucciato i
tuoi gesti  nel soave dire
fammi di niente  domani

la casa  la margherita di
un bambino e il sole giù
dal tetto al mio petto un

saremo nudità anteriore
andando e stando inizio
nel cavo come arreso di

una mora addormentata
e d’innocenza accesa la
vertigine così all’infinito

s’è fiorita al nido la ferita
dall’alba bagna doralisa                                                                            

( daìta martinez, 2017 )

Non si pente l’incedere
di sempre si ripete
uguale nei secoli
mantiene la promessa
atavica alla vita
tornerò nella cadenza della terra
tornerò eterna nel tempo
più d’ogni virgulto
d’ogni vagito avrò le vene
mosse dall’impulso
che segue il germoglio
il piacere del gemizio
che spreme linfa agli atomi
alle cellule ai versi di tutti
gli animali allo sbocciare
d’inni e magnificat
al vortice di pollini
di odori a tutta questa
grazia pompata nei polmoni
d’api di chimica d’ormoni
s’inchina implacabile e commossa
alla bellezza indicibile dei fiori.

Loredana Semantica

E’ un canto senza voce
un grido represso inespresso
il turbinio di emozioni
vigili ma contenute
fili di seta che si aggrovigliano
annodati ma vitali
vibrazioni gravi che si fanno strada
in questa primavera
un’altra delle tante
ma non trovano il varco
il passaggio naturale ed obbligato
la soluzione che dal corpo cassarmonica
risuoni e si innalzi
libera.

Deborah Mega

 

Se ci pensi potrebbe anche essere primavera
ma le cose sembra siano andate tutte storte.
Potrebbe per esempio, esser fiorito aprile
col caldo e sudati, staremmo a fare le salite
dei sentieri che conoscevamo da ragazzi
oppure ad ascoltare le rane nelle pozze
gracidare, e noi imitarle e tirar sassi.
Suonare tutti i campanelli dei palazzi
fare le squadre con nessuno in porta
e le ragazze tiferebbero per noi
e proprio a quello timido che segna
andrebbe forse un bacio o un cenno d’occhi.
Se ci pensi si sta qui a sperar di maggio
e per molti versi credimi, inutilmente.
E il tepore che ora proviene dal riverbero
d’asfalto, oppure dagli schermi azzurri
delle case tutte divise dal tessuto connettivo
che ci rende eremiti societari, non ci scalda
e non ci asciuga. Come la mano delle mamme
quando tornavamo dentro tutti sporchi
a prendere la dose santa degli schiaffi.

Francesco Tontoli

 

In fondo l’aveva sempre saputo
che sarebbe accaduto il cambio
anatomico del saluto a mascelle
tese per evitare l’affanno dell’addio
durato quattro anni e mezzo
la ripetizione sovrabbondante
della chiusura. In fondo già
conosceva la sbattuta del portone
le parole che sarebbero tornate
quel tono negativo di cui preoccuparsi.
Vecchia storia suggerita dalla forza
gravitazionale nell’aria immobile
in cui tutto il mondo va alla deriva.

Rita Pacilio

Dis/lirica

il pesco era rosa
nella stagione dell’amore,
poi venne il vento
di rasoi e lame
(ma chi l’aveva chiamato?
da dov’era venuto?)

freddo era il fiato
sulle corolle aperte
(oh fiori innocenti
oh petali ardenti)

e si vive l’aprile
come il mese più vile.

Francesco Palmieri 

 

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Pasqua fra le nuvole

16 domenica Apr 2017

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Seduti a un caffé - Edward Hopper - Automat 1927

E. Hopper, Tavola calda, 1927

 

Non leggerò i giornali

II giorno entra con rosa di pozzanghere
e Pasqua fra le nuvole.
Operai ripitturano la casa
che adesso ride a metà, dov’è più chiara;
d’in cima al muro si gettano la voce.
Profumi arrivano e partono. Lo giuro:
oggi non spierò nella vetrina
le mie occhiaie appassite.
Non leggerò i giornali del mattino.
Non mi metterò in croce!
Entrerò nel bar che si sbrina

in vapore vermiglio sugli specchi,
scavalcando i due cani stesi al sole
– madre e figlio. – Avrò l’aria felice.
Ordinerò un caffè, sceglierò
cartoline per amici lontani.

Fernanda Romagnoli

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Parole di donna 6 : VIVIAN LAMARQUE

10 lunedì Apr 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

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Tag

Deborah Mega, Poesia illegittima, Teresino, Vivian Lamarque

 

Quella sera che ho fatto l’amore
mentale con te
non sono stata prudente
dopo un po’ mi si è gonfiata la mente
sappi che due notti fa
con dolorose doglie
mi è nata una poesia illegittimamente
porterà solo il mio nome
ma ha la tua aria straniera ti somiglia
mentre non sospetti niente di niente
sappi che ti è nata una figlia.

Vivian Lamarque

da Teresino, Società di Poesia & Guanda, Milano, 1981

La scelta di oggi è caduta su un testo breve e ironico di Vivian Lamarque, ad una prima lettura divertente e piacevolissimo, tratto da Teresino, la raccolta del 1981 con cui vinse il Premio Viareggio Opera Prima. Il componimento sembra apparentemente semplice, lineare, di immediata comprensione, tanto che Giovanni Raboni, vero scopritore della Lamarque, disse che “C’è da restare a bocca aperta davanti alla misteriosa semplicità, all’eleganza impalpabile e tuttavia quasi feroce ” delle sue poesie. In effetti la poesia nasce dal cuore e dalla mente, un po’ come avviene per l’embrione, viene poi elaborata e messa per iscritto dunque se vogliamo “partorita”. Continua a leggere →

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POESIA SABBATICA : Autostrada della Cisa

08 sabato Apr 2017

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Tag

Autostrada della Cisa, Francesco Palmieri, Stella variabile, Vittorio Sereni

Tempo dieci anni, nemmeno
prima che rimuoia in me mio padre
(con malagrazia fu calato giù
e un banco di nebbia ci divise per sempre).

Oggi a un chilometro dal passo
una capelluta scarmigliata erinni
agita un cencio già spento, e addio.

Sappi -disse ieri lasciandomi qualcuno-
sappilo che non finisce qui,
di momento in momento credici a quell’altra vita,
di costa in costa aspettala e verrà
come di là dal valico un ritorno d’estate.

Parla così la recidiva speranza, morde
in un’anguria la polpa dell’estate,
vede laggiù quegli alberi perpetuare
ognuno in sé la sua ninfa
e dietro la raggera degli echi e dei miraggi
nella piana assetata il palpito di un lago
fare di Mantova una Tenochtitlàn.

Di tunnel in tunnel di abbagliamento in cecità
tendo una mano. Mi ritorna vuota.
Allungo un braccio. Stringo una spalla d’aria.

Ancora non lo sai
-sibila nel frastuono delle volte
la sibilla, quella
che sempre più ha voglia di morire-
non lo sospetti ancora
che di tutti i colori il più forte
il più indelebile
è il colore del vuoto?

Vittorio Sereni, da Stella variabile

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