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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

Norah Lange -Traduzioni di Emilio Capaccio

23 mercoledì Mar 2022

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche, LETTERATURA

≈ 1 Commento

Tag

Norah Lange, POESIA, TRADUZIONI

Norah Lange (1905-1972)

Da quel braccio
da cui discendi
arriverai alla mano.
La mano aperta
che ti insegna ad amare
.

N. L.

LUNGO LA STRADA

Lungo la strada c’è un silenzio di parole impossibili
la sera prega in eremo di fuoco.
Sul luogo deserto
fanno penitenza le ombre
le stelle dondolano la scala
da dove gli angeli scenderanno sulla terra.
Goccia a goccia la mia vita si dissangua.

La sera una sola lacrima chiara
ogni ombra è un palpito del cuore che ci bacia.
Vicino, più vicino
è il cuore della notte.

Il silenzio piega gli istanti.
Ogni foglia è una parola in più
che dice la primavera quest’anno.
Per perpetuare l’emozione
la notte serra la parola che è nata.
 
EN EL CAMINO

En el camino hay un silencio de palabra imposible
La tarde reza en ermita de fuego
Sobre el despoblado
hacen penitencia las sombras
Las estrellas columpian la escalera
por donde bajarán los ángeles a la tierra
Mi vida se desangra gota a gota.

La tarde es una sola lágrima clara
Cada sombra es un latido que nos besa
Cerca, más cerca
el corazón de la noche.

El silencio doblega los instantes
Cada hoja es una palabra más
que dice la primavera este año
Para perpetuar la emoción
cerró la noche la palabra que nacía.
 
IL SOLE È CADUTO

Il sole è caduto
con ali spezzate
sopra un ponente.

I tuoi occhi si sono riempiti di crepuscoli pallidi.

È venuto l’eterno vuoto della tua presenza
e tutte le mie ore si sono riempite
di distanze.

Le tue lacrime scivolano
lungo il pendio d’un ricordo.

Il rosario dei tuoi baci
delle tue impronte
attende i tuoi passi.

Ritorna.

Forse alla tua finestra
un verso mio si dissangua.
 
EL SOL SE HABÍA CAÍDO

El sol se había caído
con las alas rotas
sobre un Poniente.

Tus ojos se llenaron de crepúsculos pálidos.

Vino el vacío eterno de tu presencia
y todas mis horas se llenaron
de distancias.

Tus lágrimas se deslizan
por la pendiente de un recuerdo.

El rosario de tus besos
de tus huellas
aguarda tus pasos.

Vuelve.

Acaso en tu ventana
un verso mío se desangra.
 
ALBEGGIARE

Nel cuore d’ogni albero
ha sussultato la mezzanotte.

La notte si sminuzza
in una lenta processione di nebbia.

Tutte le sere mettono fine alla loro stanchezza.

Le insegne luminose dormono
nello stupore dei loro colori
e anticipano la contemplazione d’ogni misero.

In ogni angolo veglia il sonno
e il tuo ricordo è l’unico dolore
che umilia la superbia dei marciapiedi.

Lontano, il primo mendico,
tradisce il portico dove ha dormito.

E la città s’apre come una lettera
per svelarci la sorpresa delle sue strade.

AMANECER

En el corazón de cada árbol
se ha estremecido la medianoche.

La noche se desmenuza
en lenta procesión de niebla.

Todas las tardes terminan su cansancio.

Los letreros luminosos duermen
el asombro de sus colores
y anticipan la contemplación de cada pobre.

En toda esquina vigila el sueño
y es tu recuerdo la única pena
que humilla la altivez de las aceras.

Lejos, el primer mendigo,
traiciona el portal donde ha dormido.

Y la ciudad se abre como una carta
para decirnos la sorpresa de sus calles.

SERA DA SOLA

Vuota la casa dove tante volte
le parole incendiarono i suoi angoli.
La notte si porta avanti
sul piano muto
che nessuno sta suonando

Sola passo da un ricordo a un altro
aprendo le finestre
perché il tuo nome popoli
la misera quiete di questa sera.
Più nessuno immobilizza le lunghe ore chiuse
alla mia felicità.

E il tuo ricordo è un’altra cosa
grande e quieta
dove inciampo da sola.
E i miei battiti formano una fila di passi
che vanno dalla tua porta all’oblio.
 
TARDE A SOLAS

Vacía la casa donde tantas veces
las palabras incendiaron los rincones.
La noche se anticipa
en el piano, mudo
que nadie toca.

Voy a solas desde un recuerdo a otro
abriendo las ventanas
para que tu nombre pueble
la mísera quietud de esta tarde a solas.
Ya nadie inmoviliza las horas largas y cerradas
a toda dicha mía.

Y tu recuerdo es otra cosa
grande y quieta
por donde yo tropiezo sola.
Y mis latidos forman una hilera de pisadas
que van desde tu puerta hacia el olvido.
 
PERCHÉ LA TUA VITA ERA CHIARA

Tu che hai la vita così chiara
mi guardi, come se fossi una lacrima.
Ho messo a tacere le cattive parole
e mi alzo come la prima ombra.
Precisa come l’ombra d’un albero
creata da una luna piena.
E tu non la capisci. Non vedi più
della luce che causa quell’ombra.
Domani, quando non ci sarà più luce
dietro la mia figura triste,
cercherai l’ombra. Io sarò un paesaggio
abbrumato di tenebre, senza contorni,
come quei singhiozzi ripetuti, lenti:
e poiché la tua vita deve essere sempre chiara,
mi eliminerai come una lacrima,
ed io allora, prosciugata in ore vuote,
avrò la purezza dei cimiteri
dentro le lunghe notti…
 
POR QUÉ TU VIDA FUE CLARA

Tú que tienes la vida tan clara
me miras, como si yo fuese una lágrima.
He callado las palabras malas
y me alzo como una primera sombra.
Precisa como la sombra de un árbol
originada por una luna llena.
Y tú no lo comprendes. No vez más
que la luz que causa esa sombra.
Mañana, cuando no se haga la luz
detrás de mi figura triste,
buscarás la sombra. Yo seré un paisaje
abrumado de tinieblas, sin contornos,
como esos sollozos repetidos, lentos:
y como tu vida ha de ser siempre clara,
me eliminarás como a una lágrima,
y yo entonces, agotada en horas huecas,
tendré la pureza de los cementerios
en las noches largas… 

VERSI A UNA PIAZZA

La sera muore come un eremita.
Sul dorso della notte
il cielo trema stretto alle stelle.

La notte tesa e lenta
s’aggrappa ai lampioni,
piccoli e tenui come una luna nuova.

Piazza: sulla tua soglia d’ombre
la sua voce s’alza come una litania
al verde silenzio dei tuoi alberi.

Le strade sono fremiti del destino
sotto il bagliore azzurro di tanto cielo.
La città si rompe bruscamente
contro il grembo dei tuoi piccoli angoli verdi.

 
VERSOS A UNA PLAZA

La tarde muere como una eremita.
Sobre la espalda de la noche
el cielo se estremece apretado de estrellas.

La noche crispada y lenta
se apega a los faroles,
pequeños y suaves como una luna nueva.

Plaza: sobre tu umbral de sombras
su voz sube como una letanía
al silencio verde de tus árboles.

Los caminos son temblores de dicha
bajo la llamarada azul de tanto cielo.
La ciudad se rompe bruscamente
contra el regazo de tus esquinitas verdes.
 
TUTTO IL DOLORE SI È ROVESCIATO

Tutto il dolore si è rovesciato
sul paesaggio.
La sera trasparente
come l’acqua
si è guardata nei tuoi occhi.
Lontano
la notte inginocchiata
tesse tenebre
innanzi al suo specchio.
Il mio cuore un plenilunio di tristezza.

TODO EL DOLOR DERRAMANDO

Todo el dolor derramado
sobre el paisaje.
La tarde transparente
como un agua
se ha mirado en tus ojos.
Lejos
la noche arrodillada
trenza tinieblas
ante su espejo.
Mi corazón es un plenilunio de tristeza.

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L’avventura di due sposi

21 lunedì Mar 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Racconti

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I racconti, Italo Calvino, racconto neorealista

by Edward Hopper

Il racconto di Italo Calvino è ambientato in una metropoli industrializzata durante gli anni Cinquanta del Novecento e narra la storia di due giovani sposi, due operai che non si incontrano mai perché Arturo lavora di notte, Elide di giorno. Si incrociano per pochi minuti, la mattina, prima che lei esca per andare a lavorare in fabbrica e la sera, quando lei rincasa e lui esce per il turno di notte in officina. Gli anni del miracolo economico non sono rose e fiori, soprattutto per chi occupa i livelli più bassi del processo produttivo. Solo la sera i due riescono a trascorrere qualche momento insieme, disturbato dalla stanchezza dell’uno e dalla fretta dell’altro e dedicato a preparare la cena per entrambi, la merenda notturna per lui, la colazione dell’indomani per lei. Gli inconvenienti della nascente civiltà industriale, la grigia settimana di vita operaia, i tragitti ripetitivi, lui in bicicletta, lei in tram, fortunatamente però, non spengono amore e tenerezza, non annullano gesti delicati e attenzioni reciproche. Per colmare le rispettive assenze, ciascuno, infatti, dorme nello stesso lato del letto, negli affossamenti che conservano il tepore e l’odore dell’altro.

*

L’operaio Arturo Massolari faceva il turno della notte, quello che finisce alle sei. Per rincasare aveva un lungo tragitto, che compiva in bicicletta nella bella stagione, in tram nei mesi piovosi e invernali. Arrivava a casa tra le sei e tre quarti e le sette, cioè alle volte un po’ prima alle volte un po’ dopo che suonasse la sveglia della moglie, Elide. Spesso i due rumori: il suono della sveglia e il passo di lui che entrava si sovrapponevano nella mente di Elide, raggiungendola in fondo al sonno, il sonno compatto della mattina presto che lei cercava di spremere ancora per qualche secondo col viso affondato nel guanciale. Poi si tirava su dal letto di strappo e già infilava le braccia alla cieca nella vestaglia, coi capelli sugli occhi. Gli appariva così, in cucina, dove Arturo stava tirando fuori i recipienti vuoti dalla borsa che si portava con sé sul lavoro: il portavivande, il termos, e li posava sull’acquaio. Aveva già acceso il fornello e aveva messo su il caffè. Appena lui la guardava, a Elide veniva da passarsi una mano sui capelli, da spalancare a forza gli occhi, come se ogni volta si vergognasse un po’ di questa prima immagine che il marito aveva di lei entrando in casa, sempre così in disordine, con la faccia mezz’addormentata. Quando due hanno dormito insieme è un’altra cosa, ci si ritrova al mattino a riaffiorare entrambi dallo stesso sonno, si è pari. Alle volte invece era lui che entrava in camera a destarla, con la tazzina del caffè, un minuto prima che la sveglia suonasse; allora tutto era più naturale, la smorfia per uscire dal sonno prendeva una specie di dolcezza pigra, le braccia che s’alzavano per stirarsi, nude, finivano per cingere il collo di lui. S’abbracciavano. Arturo aveva indosso il giaccone impermeabile; a sentirselo vicino lei capiva il tempo che faceva: se pioveva o faceva nebbia o c’era neve, a secondo di com’era umido e freddo. Ma gli diceva lo stesso: – Che tempo fa? – e lui attaccava il suo solito brontolamento mezzo ironico, passando in rassegna gli inconvenienti che gli erano occorsi, cominciando dalla fine: il percorso in bici, il tempo trovato uscendo di fabbrica, diverso da quello di quando c’era entrato la sera prima, e le grane sul lavoro, le voci che correvano nel reparto, e così via. A quell’ora, la casa era sempre poco scaldata, ma Elide s’era tutta spogliata, un po’ rabbrividendo, e si lavava, nello stanzino da bagno. Dietro veniva lui, più con calma, si spogliava e si lavava anche lui, lentamente, si toglieva di dosso la polvere e l’unto dell’officina. Così stando tutti e due intorno allo stesso lavabo, mezzo nudi, un po’ intirizziti, ogni tanto dandosi delle spinte, togliendosi di mano il sapone, il dentifricio, e continuando a dire le cose che avevano da dirsi, veniva il momento della confidenza, e alle volte, magari aiutandosi a vicenda a strofinarsi la schiena, s’insinuava una carezza, e si trovavano abbracciati. Ma tutt’a un tratto Elide: – Dio! Che ora è già! – e correva a infilarsi il reggicalze, la gonna, tutto in fretta, in piedi, e con la spazzola già anda va su e giù per i capelli, e sporgeva il viso allo specchio del comò, con le mollette strette tra le labbra. Arturo le veniva dietro, aveva acceso una sigaretta, e la guardava stando in piedi, fumando, e ogni volta pareva un po’ impacciato, di dover stare lì senza poter fare nulla. Elide era pronta, infilava il cappotto nel corridoio, si davano un bacio, apriva la porta e già la si sentiva correre giù per le scale. Arturo restava solo. Seguiva il rumore dei tacchi di Elide giù per i gradini, e quando non la sentiva più continuava a seguirla col pensiero, quel trotterellare veloce per il cortile, il portone, il marciapiede, fino alla fermata del tram. Il tram lo sentiva bene, invece: stridere, fermarsi, e lo sbattere della pedana a ogni persona che saliva. “Ecco, l’ha preso”, pensava, e vedeva sua moglie aggrappata in mezzo alla folla d’operai e operaie sull’”undici”, che la portava in fabbrica come tutti igiorni. Spegneva la cicca, chiudeva gli sportelli alla finestra, faceva buio, entrava in letto. Il letto era come l’aveva lasciato Elide alzandosi, ma dalla parte sua, di Arturo, era quasi intatto, come fosse stato rifatto allora. Lui si coricava dalla propria parte, per bene, ma dopo allungava una gamba in là, dov’era rimasto il calore di sua moglie, poi ci allungava anche l’altra gamba, e così a poco a poco si spostava tutto dalla parte di Elide, in quella nicchia di tepore che conservava ancora la forma del corpo di lei, e affondava il viso nel suo guanciale, nel suo profumo, e s’addormentava. Quando Elide tornava, alla sera, Arturo già da un po’ girava per le stanze: aveva acceso la stufa, messo qualcosa a cuocere. Certi lavori li faceva lui, in quelle ore prima di cena, come rifare il letto, spazzare un po’, anche mettere a bagno la roba da lavare. Elide poi trovava tutto malfatto, ma lui a dir la verità non ci metteva nessun impegno in più: quello che lui faceva era solo una specie di rituale per aspettare lei, quasi un venirle incontro pur restando tra le pareti di casa, mentre fuori s’accendevano le luci e lei passava per le botteghe in mezzo a quell’animazione fuori tempo dei quartieri dove ci sono tante donne che fanno la spesa alla sera. Alla fine sentiva il passo per la scala, tutto diverso da quello della mattina, adesso appesantito, perché Elide saliva stanca dalla giornata di lavoro e carica della spesa. Arturo usciva sul pianerottolo, le prendeva di mano la sporta, entravano parlando. Lei si buttava su una sedia in cucina, senza togliersi il cappotto, intanto che lui levava la roba dalla sporta. Poi: – Su, diamoci un addrizzo, – lei diceva, e s’alzava, si toglieva il cappotto, si metteva in veste da casa. Cominciavano a preparare da mangiare: cena per tutt’e due, poi la merenda che si portava lui in fabbrica per l’intervallo dell’una di notte, la colazione che doveva portarsi in fabbrica lei l’indomani, e quella da lasciare pronta per quando lui l’indomani si sarebbe svegliato. Lei un po’ sfaccendava un po’ si sedeva sulla seggiola di paglia e diceva a lui cosa doveva fare. Lui invece era l’ora in cui era riposato, si dava attorno, anzi voleva far tutto lui, ma sempre un po’ distratto, con la testa già ad altro. In quei momenti lì, alle volte arrivavano sul punto di urtarsi, di dirsi qualche parola brutta, perché lei lo avrebbe voluto più attento a quello che faceva, che ci mettesse più impegno, oppure che fosse più attaccato a lei, le stesse più vicino, le desse più consolazione. Invece lui, dopo il primo entusiasmo perché lei era tornata, stava già con la testa fuori di casa, fissato nel pensiero di far presto perché doveva andare. Apparecchiata tavola, messa tutta la roba pronta a portata di mano per non doversi più alzare, allora c’era il momento dello struggimento che li pigliava tutti e due d’avere così poco tempo per stare insieme, e quasi non riuscivano a portarsi il cucchiaio alla bocca, dalla voglia che avevano di star lì a tenersi per mano. Ma non era ancora passato tutto il caffè e già lui era dietro la bicicletta a vedere se ogni cosa era in ordine. S’abbracciavano. Arturo sembrava che solo allora capisse com’era morbida e tiepida la sua sposa. Ma si caricava sulla spalla la canna della bici e scendeva attento le scale. Elide lavava i piatti, riguardava la casa da cima a fondo, le cose che aveva fatto il marito, scuotendo il capo. Ora lui correva le strade buie, tra i radi fanali, forse era già dopo il gasometro. Elide andava a letto, spegneva la luce. Dalla propria parte, coricata, strisciava un piede verso il posto di suo marito, per cercare il calore di lui, ma ogni volta s’accorgeva che dove dormiva lei era più caldo, segno che anche Arturo aveva dormito lì, e ne provava una grande tenerezza.

Italo Calvino, L’avventura di due sposi, in I racconti, Einaudi,Torino, 1976

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A mio padre

19 sabato Mar 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

≈ 1 Commento

 

Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.

Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
“Com’è bella la notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno”. Tu vedevi il mondo
nel novilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.

 

ALFONSO GATTO

da “La storia delle vittime” (1945)

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Una vita in scrittura: Flavio Almerighi

17 giovedì Mar 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

≈ 5 commenti

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Flavio Almerighi, Una vita in scrittura

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Flavio Almerighi che l’ha interpretato come segue.

Grazie infinite all’Autore.

Una vita in scrittura di Flavio Almerighi

Saper scrivere all’atto pratico non serve a molto, me ne accorsi subito. Iniziai la prima elementare che già sapevo scrivere grazie a un vicino di casa e alle lezioni tv di Alberto Manzi, ma quando misi piede a scuola dovetti ripartire dalle aste. Il mio maestro, pur ligio ai programmi ministeriali, mi trasmise però un indelebile amore per i libri. Mezz’ora prima della fine delle lezioni ci faceva mettere via quaderni e libri, gli ultimi trenta minuti precedenti la campana erano dedicati alla lettura a puntate di un romanzo per ragazzi.  Sono passati più di cinquant’anni, ma ricordo ancora molto bene Capuana, Verga e soprattutto Molnar con I ragazzi della Via Pal. Quel romanzo prese talmente tanto ogni maschietto della mia classe, che ognuno di noi nei giochi dell’intervallo e del doposcuola impersonava un personaggio di Molnar. Io ero Weisz il capo della Società dello Stucco. Questo per dire che saper scrivere intende in primis saper leggere e saper ascoltare. Ho letto, ho letto, fintanto che adolescente sono arrivato alla poesia.

Dribblai, spesso con classe, le poesie che ci obbligavano a imparare a memoria, ma Il Sabato del Villaggio di Leopardi me la ricordo ancora. Ho letto Omero di mia sponte prima di diventare maggiorenne ed è nato allora l’amore vero per la poesia, anzi con la poesia: è stato un amore corrisposto da entrambi. Mi venne anche voglia di cominciare a scrivere, dapprima qualche timida pagina di diario, poi poesiole per intortare qualche ragazzotta che mi piaceva. Sono stati gli anni del teatro amatoriale, della radio, della musica, di tante altre cose, passioni per dimenticare il mio lavoro d’ufficio. Mano a mano che le mie vecchie passioni terminavano, ripresi a leggere poesia e a credere di scriverne, ma quella roba non era ancora poesia. Non so nemmeno se lo sia adesso ai tempi della net poetry. Qualcuno mi chiama “poeta”, ma non mi ci sono mai sentito. E fin qui ho letto tanto, scritto troppo, sporadicamente anche prosa: mezza dozzina di brevi racconti. Penso di dovere molto a Pasquale Panella, Amelia Rosselli, Dario Bellezza, ad Apollinaire così come a Michel Houellebeq: poeti scrittori che mi hanno attraversato la vita.

Chi scrive sa molto bene quanto sia difficile allontanarsene. Si diventa talmente ipersensibili che ogni cosa rimbomba dentro fino a diventare un’idea. Questo è il lato “bello” della scrittura, la creazione individuale. D’altra parte non c’è arte più individualista della scrittura. Il problema sono gli “altri che scrivono”, soprattutto quei mediocri che pretendono buone recensioni in cambio di buone recensioni: diventa una strada senza uscita. Se è vero che in Italia ci sono più persone che scrivono rispetto a quelle che leggono, diventa sempre più arduo riconoscere nel minestrone acquoso della scrittura, della poesia italiana contemporanea un qualche buon ingrediente. Sotto questo aspetto invidio chi cucina, un solo piatto, una sola pasta, contengono molte più calorie dell’intera produzione poetico letteraria. Che dire poi degli illustri letterati oramai diventati cacciatori di farfalle morte? Non meritano nemmeno l’epitaffio. A questo punto tanto vale continuare a scrivere anzitutto per proprio ristoro personale, senza pretese di chissà quale stupido riconoscimento. Per quanto mi riguarda sono sempre il buon vecchio Weisz della Società dello Stucco, lo stacco dai vetri di vecchie finestre e lo rimastico per non farlo seccare.

terra grigia marrone verde,

sono più pali della luce

che alberi

.

cielo a strisce bianche grigie blu

finché una luce resta accesa

e io stanco

Flavio Almerighi

https://almerighi.wordpress.com/

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Una vita in scrittura: Leopoldo Attolico

16 mercoledì Mar 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

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Leopoldo Attolico, Una vita in scrittura

“Omaggio a un poeta”, olio su tavola, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del blog.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Leopoldo Attolico che l’ha interpretato come segue.

Grazie infinite all’Autore.

POESIA FOREVER di Leopoldo Attolico

La sindrome – di solito- si manifesta quando calienta el sol dell’adolescenza: il futuro poeta ”in erba”, già fornito -di suo- di antenne, ha metabolizzato i termini del disincanto coniugandoli con i monumenti poetici d’ordinanza prepostigli dalla Scuola dell’Obbligo. Da qui i primi tentativi di piegare a poesia la lingua italiana; tentativi gestiti da uno Spirito che per sua fortuna (data l’età) né sa né può sapere dove sta di casa la Ragione e quindi -se autenticamente poetico- può pervenire a risultati che il futuro poeta, “laureato/diplomato” o meno, non si sognerà più neanche lontanamente di ottenere. Ma non siamo ancora alla patologia: siamo all’infatuazione, allo spontaneismo creativo, in un periodo febbricitante/interlocutorio di conoscenza del proprio corpo poetico.

Quando il Nostro si accorgerà di pensare in versi alle quattro di notte andando in bagno e di doverli irrinunciabilmente mettere su carta, vorrà dire che è successo l’irreparabile; che è convolato; e non c’è più scampo per nessuno, né possibilità di separazione o di divorzio: è perduto per sempre perché è arrivata la consapevolezza. E a questo punto amen.

Come si convive con questo destino? Maluccio, in genere; diciamo “alla viva il parroco”, lancia in resta in un estenuante tentativo di rappresentare- con le parole – la propria “verità”. Ma è un “male” rovinosamente luminoso, felicemente destabilizzante, abbacinante; un vero e proprio tensioattivo. Ma a differenza del brutale detersivo che agisce sottraendo, questo accumula, sedimenta, fa della subsidenza la sua prima incombenza, a cui poi sottentra la “necessità” liberatoria/fisiologica (sua, incorporata), di tradurre in parola scritta, dinamica, attiva, (da qui tensioattivo), le istanze di questa sorta di camicione sempre più pesante e gravoso da portare in giro.

“ Si fanno versi per scrollare un peso e passare al seguente”, dice la clausola ( vagamente in odore di dannazione) di Vittorio Sereni; ma incontrovertibilmente è così. Quanto alle modalità con cui, oggi, ci si “scrolla un peso” e alla praticabilità delle stesse, il discorso si fa subito vertigine e, come direbbe Cardarelli, “mi si porta via”: un tormentone così controverso che gli ineffabili critici/poeti falliti, filosofi disoccupati ed esegeti esagerati che spesso vanno per la maggiore faticano non poco a “disinquadrare” con la protervia dei loro specchi ustori, per poi partorire regolarmente il Nulla .

L’unica a nutrire certezze è la Poesia. Lei sa bene che, rispetto alla Tradizione, non deve produrre dipendenze o vie metaboliche irreversibili, ma rinnovamento creativo, senza cacciar via il povero Palazzeschi o il poverissimo Georg Trakl come fossero scarti di cambusa (acqua passata che non macina più), ma rivisitandoli in chiave moderna , capendone la lezione, lo “spirito”, la “pelle”, se non altro per tentare di imparare a vivere la poesia ( e a scrivere ) al 101 per cento come hanno fatto loro. La poesia sa benissimo quello che vuole e dove vuole andare perché quando azzarda ipotesi di “verità” lo fa cercando in primis quell’autenticità di linguaggio che è la sola a rispettare ad un tempo chi legge e l’oggetto del ricordo, in barba alle fumisterie, al bla bla, alle eccentricità fine a se stesse e ai linguaggi semiautomatici. Insomma la poesia sa il fatto suo; e si fa anche i fatti suoi, con la discrezione che le appartiene; con i poeti – pochi – più preoccupati di essere che di apparire; gente ancora capace di scrivere con gioia (anticamera, tra l’altro, dell’ironico, del giocoso e dell’autoironico), perché – nonostante tutto – non ha mai smesso di amare gli uomini e il mondo, e quindi viva nell’inevitabile senso di impotenza ad amare veramente il mondo.

Poesia/lingua totale, come diceva Spatola, come ci hanno insegnato Cacciatore, Emilio Villa, Vito Riviello; lingua che -deontologicamente- non può essere assimilata ad una telefonata o a un messaggio cifrato, e che punta necessariamente all’assunzione di un suo stile, intendendo per stile- innanzitutto- il segno netto di una individualità entro il luogo comune della lingua, punto di partenza tendente all’infinito a superarsi e non certo punto di arrivo, come certamente frulla nel cervello di non pochi poeti “arrivati”(dove?) . Stile come tensione e non come status; e quindi, di conseguenza, parole capaci di somatizzare il reale, il quotidiano; pedinatrici di ogni minimo segnale in grado di farci capire chi siamo da dove veniamo dove andiamo, alla faccia del solipsismo sterile degli intellettuali che vogliono fare i poeti, (gli stessi che nel prendere la penna in mano si dicono addosso “adesso vi faccio vedere come sono bravo”, fregandosi regolarmente con le loro mani ); poeti (?) marpioni, volponi, intermittenti, che non si sa bene come facciano ad essere dappertutto, sicuri (a ragione ) che per il solo fatto di apparire vengano percepiti come “vincenti” da moltitudini di ganimedi sempre più in balìa delle suggestioni massmediali e della sudditanza psicologica nei confronti del Potere Da Vetrina. Poesia dunque che malgrado i calci nel sedere che incassa dai suoi stessi autori e malgrado le clonazioni con dedica di morte presunta made by Ceronetti et similia , continua imperterrita – nelle sue espressioni migliori – a sorprendere in senso e suono le immagini irresistibili della speranza, proponendosi cocciutamente come opzione in progress e come complemento spirituale puro e semplice del libro della vita vissuta antagonisticamente, militantemente in opposizione alla miseria dei tempi, parola/grido che non risarcisce nulla , che non salva nessuno, ma che se trasmessa come luce, colore, oggetto, profondità, segno, “gesto”, può essere veramente la sola a fare il contropelo al nostro essere “vivi”, oggi.

Leopoldo Attolico

Leopoldo Attolico

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Versi trasversali: Alessandro Barbato

14 lunedì Mar 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Alessandro Barbato, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ALESSANDRO BARBATO

Senza dirlo è più difficile

convincerti che non finisce il vuoto

dove inizia l’orizzonte, non c’è

mica per davvero un altro

modo per colmare la lacuna,

i punti morti del pensiero,

se non darsi al tuo silenzio

e ai miei timori fino in fondo,

senza spingere sul freno

né cercare dilazioni.

Ché impreciso è il nostro viaggio

e siamo a corto anche di fiato,

ma non serve più contare quanti

passi ci rimangono a scaldarci

in ogni notte che divide i nostri

giorni. No, non serve ribellarsi,

scalpitare al vuoto o al pieno:

questo è il gioco a cui giochiamo

e non è colpa di nessuno.

 

Vuoti a rendere

 

2.

Siamo arrivati qui dove si perdono

le mani e il vento è un’ombra che accompagna

a casa sagome di noia.Vendi

o lascia quel che resta senza piangere

né sconti, troverai qualche amatore

disposto forse a ripianare il debito

di ossigeno che prende a certe quote

offrendo in cambio dei rimorsi un altro

errore da cullare. Sarà maggio

anche quest’anno e avremo ancora fiori

teneri nei vasi, e questo identico

presagio di qualcosa che non torna

dentro gli occhi, non resta nella rete,

se provi a tirar somme dalla sete.

 

Per sommi capi (siamo arrivati qui dove si perdono)

 

3.

Ho ancora il tuo orologio stretto al polso:

sussurra giorni duri di mattine

schiuse al vuoto. Se batte la lancetta

dei secondi sopra gli anni tuoi

lasciati come mancia per le estati

che saranno, mi sforzo di incontrare

il tuo passare tra i miraggi

di stagione e a dare un cenno

ai desideri presi a morsi

dai tuoi occhi che si chiudono.

E peso è questa voglia di sospendere

i minuti, di trovarti senza

tempo nei riflessi e nei gorgheggi

della Terra. Un peso che mi tiene

qui ancorato alle parole

della voce tua che tace

e mi sorride da lontano.

 

Sala pesi (Le estati che saranno)

 

4.

 

L’odore d’un camino all’alba spento

ricorda i fuochi fatui delle sere

cominciate tra i tuoi vicoli

di carta ad azzeccare d’ogni sogno

l’aritmetica e il profilo.

Si mischia al gelo lucido sui prati

preparati dall’inverno a scomparire

per rinascere tra nebbie

e canti languidi di nostalgie

insegnate dall’attesa.

E tu che cosa aspetti mentre scappi

coi tuoi occhi più lontano di ogni eco

verso aurore a me proibite?

La voce di quei fuochi ammutoliti,

forse un battito di ciglia.

 

Memorie di una sera, una mattina

 

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~A viva voce~

12 sabato Mar 2022

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Guarire dall'amore, Wendy Cope

 

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2022/03/lettura-poetica.m4a

 

Lettura poetica

 

In questa stanza ognuno è vinto dalla noia.

Poesie lagnose, voce e gesti irritanti.

Non può essere ignorato nè interrotto.

 

Venuti qui da stupidi, di nostra iniziativa,

e alcuni hanno dovuto anche pagare.

Ogni angolo qui è invaso dalla noia.

 

Cresce il grido silente: ” Fino a quando?”.

Nessuno può sfogare la sua furia cieca.

Nessuno può interromperlo o ignorarlo

 

lanciargli uova, farlo assalire da un’orda

di gente disperata, distrutta dal suo parto.

In questa stanza ognuno è vinto dalla noia,

 

tranne il poeta. Noi lo gratifichiamo

fingendo di apprezzare i suoi sproloqui.

Nessuno può interromperlo o ignorarlo.

 

Finalmente è finita. Noi tutti applaudiamo.

Il poeta ringrazia con smorfie di modestia.

Ciascuno in questa stanza moriva dalla noia.

Non è stato interrotto nè ignorato.

 

Wendy Cope, da Guarire dall’amore, Crocetti Editore, 2012.

Curatore: S.Raffo, Traduttore: M.P.Bartocci.

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La vetrina di Limina: “Dispositivi” di Stefano Guglielmin, Marco Saya Edizioni, 2022

09 mercoledì Mar 2022

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali

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Dispositivi, Marco Saya Edizioni, POESIA, Stefano Guglielmin

copertina

Questo libro evidenzia la centralità dei dispositivi nella nostra esperienza quotidiana, scegliendone alcuni di esemplari rispetto al poetico e alla salute. Essi si rivelano decisivi nella determinazione del soggetto che scrive e che vive, al punto da condizionarne la stessa possibilità di esistenza.

l poeta, infatti, si definisce attraverso lo stile, che altro non è che la messa in atto di specifici dispositivi retorici. Lo stesso vale per gli apparati che ci determinano in quanto esseri umani in grado di sopportare la precarietà del vivere: filosofie, processi biochimici, procedure sanitarie e scelte di campo definiscono il nostro modo di essere-nel-mondo, in un’età in cui del soggetto non è rimasto quasi nulla, giacché volontà e libertà si irregimentano secondo modelli di cui egli non dispone, ma che lo dispongono, anzi lo indispongono in un aperto già tutto mediato dal potere.

Guglielmin prosegue la sua ricerca sulla finitudine, mettendo in scena un io plurale, contraddittorio eppure ostinatamente alla ricerca di un senso, ma tutto ancora da costruire e decostruire, dove gli opposti – autenticità / inautenticità, natura / cultura, elitario / popolare, interiore / esteriore – non sono che imprescindibili dispositivi del presente, spesso figli dell’alienazione.

Terapia

Si porta fuori un peso, con la parola,
ma c’è tutto un labirinto da fare, prima,
una salita temporale (e un temporale,
anche, da smaltire), che ci mette infine
il corpo quieto, nel suo porto, e la mente
pure. Per essere più precisi, è la psiche
a riordinarsi, non l’intelletto né il lucido
pensiero. Lo so
Spaccare il capello è una metafora pedante,
denota che ancora il peso non ha trovato
la via: qualcosa langue nel fondo, nel botro
(anch’essa parola malata, introflessa).
Nemmeno scrivere guarisce, anzi alimenta
l’intrigo, ammalia come Medusa, o la mia
terapeuta: una topolina bianca, da emporio.

Caterpillar

L’ermo colle, dice, sarà spianato
dalle ruspe. Lui vede lontano: finisce
l’orizzonte con la biro e prevede,
per noi, un controllato naufragio.
Da ogni lato, tecnici piantano chiodi
e un pugno di tracce da seguire:
il futuro cresce sugli assi cartesiani
su siepi-silvie rase al suolo. Tace l’assiolo.

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L’impegno femminista nella scrittura delle donne

08 martedì Mar 2022

Posted by marian2643 in CULTURA E SOCIETA', LETTERATURA

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Ada Negri, Amanda Guglielminetti, Erica Jong, George Sand, Madame de Staël, Olympe de Gouges, Sibilla Aleramo, Simone de Beauvoir

Nel 1791, in piena rivoluzione francese, la scrittrice Olympe de Gouges compì la prima mossa ufficiale di quello che in seguito sarebbe stato conosciuto e riconosciuto come movimento femminista: ritenendo che in clima di rivendicazioni avessero potuto ottenere diritto di cittadinanza anche quelle delle donne, presentò alla Costituente la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. Giudicando troppo audace l’azione della scrittrice il buon Robespierre risolse il caso con i mezzi di sua competenza e cioè con la decapitazione della malcapitata. Senza considerare che per eliminare per sempre la questione avrebbe dovuto decretare il taglio della testa di tutte le donne future. Quasi contemporaneamente alla De Gouges un’altra donna, Anne Louise Germaine Necker, meglio conosciuta come Madame de Staël, continuava a percorrere quella strada che conduceva la donna ad esprimere la volontà di determinarsi come entità pensante, capace di generare, oltre che figli, anche arte. Madame de Staël, il cui salotto è rimasto nella storia, brillò per il suo genio letterario e per il suo impegno politico ed ebbe un posto di grande rilievo nel movimento culturale e ideologico del suo tempo. Il suo romanzo Delfina è sicuramente una delle prime opere letterarie sulla condizione femminile e rispecchia l’anticonformismo e l’atteggiamento di sfida dell’autrice durante il Consolato. Delfina d’Albémar è una giovane vedova di carattere fiero ed indipendente che sfida l’opinione pubblica e ascoltando esclusivamente gli impulsi del cuore ama Leonzio di Mondoville il quale invece tiene in gran conto il giudizio della società. L’atteggiamento sprezzante di Delfina nei confronti della morale tradizionale viene punito con il disprezzo e la sua rivendicazione alla felicità trova compimento nella morte. Il romanzo porta un’epigrafe molto significativa che la dice tutta tanto sulla morale corrente del tempo quanto sul desiderio dell’autrice di riscattare il ruolo femminile: “Un uomo deve saper sfidare l’opinione pubblica, una donna sottomettervisi”. Nel secolo successivo, in pieno Romanticismo, emerse, quale elemento di scandalo nel contesto dell’epoca, una figura di grande importanza, quella della scrittrice George Sand. La condotta libera e l’anticonformismo di Aurore Dupin, questo il suo vero nome, non erano solo un modo di épater le bourgeois, ma una provocazione per affermare il diritto della donna all’indipendenza e alla libertà di manifestarsi.
Fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento tre scrittrici s’imposero in Italia per l’impegno intellettuale teso a destare l’attenzione sulla condizione femminile: Ada Negri, Amalia Guglielminetti e Sibilla Aleramo, ognuna delle quali pose un importante tassello nel vasto mosaico dell’emancipazione della donna. La Negri, prima e unica donna ammessa all’Accademia d’Italia, nasce a Lodi nel 1870, orfana di padre sin dalla primissima infanzia, vive la sua giovinezza dentro il nucleo sociale del proletariato, essendo la madre operaia in una filanda. Cerca di affrancarsi da questo mondo di piccoli lavoratori attraverso lo studio e il matrimonio con un piccolo industriale tessile ma l’estrazione proletaria resta in lei un punto fermo. Ed infatti la sua prima raccolta di poesie, Fatalità, è tutta rivolta al tema della condizione operaia femminile e della sofferenza che ne deriva. Ma già nella seconda scatta una forma di esaltazione per la propria condizione di donna che, superate le leggi delle ipocrite convenzioni, riscatta il proprio ruolo seguendo gli istinti. Spezzato il vincolo matrimoniale e risolto il compito della maternità, la poetessa interrompe la parabola moglie-madre e si avvia ad esprimere il senso cosmico del rapporto uomo-donna. Sebbene inserita in un momento letterario che risente dei modelli estetici dannunziani e quindi legata ad un’esaltazione romantica, Ada Negri afferma la presenza di un mondo femminile che emerge sulla “limitazione che impedisce la piena realizzazione di sé”.
Più che l’emancipazione politica, sociale ed economica, Amalia Guglielminetti rivendica la libertà della donna borghese sul piano del rapporto amoroso dei due sessi. Assumendo una posizione che la mette in polemica col mondo maschile, cerca attraverso la letteratura di imporre un modello di donna che viva le pulsioni dell’eros con sincerità e consapevolezza, in posizione paritaria rispetto all’uomo. Nata a Torino nel 1885 da una famiglia di industriali benestanti, Guglielminetti rimase orfana di padre molto giovane, a lui dedicò la sua raccolta di poesie, Voci di Giovinezza, pubblicata a diciotto anni. Dopo la morte del genitore fu mandata in una scuola religiosa, i cui ricordi ritrasse nella sua seconda raccolta di poesie intitolata Le vergini folli che creò scompiglio nella società benpensante di Torino. Il libro attirò l’attenzione del giovane poeta Guido Gozzano e tra i due iniziò un’ intensa relazione epistolare che ben presto si tramutò in una tormentata storia d’amore. Nel 1909 uscì la terza collezione di poesie, Le seduzioni, con la quale la poetessa costruì la sua fama di donna perversa e sensuale. Questa è la raccolta che definisce maggiormente la Guglielminetti e che sintetizza la sua essenza come “colei che va da sola”. In seguito una tormentata relazione sentimentale con lo scrittore erotico Pitigrilli le causò un collasso nervoso ed un ricovero, esperienze che segnarono per sempre lo stile della poetessa, che da quel momento divenne più duro. Il suo romanzo La rivincita del maschio (1923) fu preso di mira dalla Lega della Pubblica Moralità poiché ritenuto immorale ed osceno.
Più sofferto e vissuto, il romanzo Una donna di Sibilla Aleramo è la confessione aperta della vita della sua autrice fino allo strappo estremo che la consegna ad un ruolo nel quale finalmente non si sente figura di contorno. In questo senso l’impegno della scrittrice non è soltanto di carattere creativo, ma anche morale, sociale e politico e si manifesta come la significazione dell’ansia femminile a vincere la propria condizione limitante. Negli anni del suo apprendistato, Aleramo era stata attiva nel movimento per l’emancipazione della donna, collaborando a riviste e giornali, e partecipando alle campagne per il voto alle donne e per la pace e a quelle contro l’alcolismo, la prostituzione e la tratta delle bianche. Femminista militante, nel suo romanzo mette sotto accusa la società maschilista che non riconosce alla donna nessun genere di autonomia e ne castiga la forza creativa e intellettuale. Nella seconda parte del Novecento la fila delle scrittrici che hanno camminato nel solco delle loro antesignane si è sempre più ingrossata e sarebbe troppo lungo seguirla in questo contesto, ma voglio ricordarne due. La prima è Erica Jong, scrittrice intellettuale malgrado il suo primo libro, Paura di volare, sia stato reclamizzato come prodotto del filone erotico. Jong ha trattato il percorso del femminismo seguendone i vari passaggi: dal primo romanzo, nel quale la protagonista iniziava l’ascesa verso la liberalizzazione del suo “io” tenendo conto della lezione freudiana, a Come salvarsi la vita, sua seconda opera nella quale la stessa protagonista viveva la stagione della responsabile realizzazione di sé, per arrivare al terzo titolo della trilogia, il romanzo Ballata di una donna nel quale Jong figura gli esiti non risolti del femminismo e si pone gli interrogativi del post-femminismo. E vorrei concludere ricordando la scrittrice francese Simone de Beauvoir. Nata a Parigi, fu fra le prime donne a cui venne consentito di completare gli studi all’ École Normale Supérieure. Di provenienza alto-borghese, già dall’adolescenza decide di dedicare la sua vita allo studio e alla scrittura e pertanto sceglierà di non sposarsi e di non avere figli. Legata allo scrittore Jean Paul Sartre, con lui contribuisce allo sviluppo e all’espressione della filosofia esistenzialista. Il suo libro Il secondo sesso, una ricerca nella storia dell’oppressione della donna, è diventato un classico della letteratura del Novecento. In questo libro de Beauvoir presenta, attraverso fonti storiche, letterarie e mitologiche, lo sviluppo dell’oppressione del maschio nei confronti della donna che lo conduce ad un oggettivazione della stessa come norma positiva. La querelle  continuerà, sostiene la scrittrice, finché gli uomini e le donne non si riconosceranno come uguali. Quale dei due sessi desidera maggiormente questa eguaglianza? Ella chiede e si chiede. La donna, che pur aspirando ad emanciparsi desidera tuttavia mantenere i privilegi? O l’uomo che la vuole mantenere nelle sue limitazioni? La verità, conclude, è che se il cerchio vizioso è così duro da rompersi, è perché i due sessi sono ciascuno la vittima dell’altro e di sé.

Anna Maria Bonfiglio

 

 

 

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~A viva voce~

05 sabato Mar 2022

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Ezra Pound

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2022/03/francesca-e.pound_.m4a

 

Francesca

 

Sei emersa dalla notte

con i fiori tra le mani

e sei apparsa nella folla

che chiacchierava intorno a te.

 

Io, che ti ho riconosciuta come luce necessaria

m’infuriavo a sentirti nominare

quasi fossi cosa superflua.

 

Ora vorrei onde azzurre

a rinfrescare la mia mente

che invoca un mondo a seccarsi

come foglia morta

o un guscio di soffione

che si disperde in cielo

così, da ritrovarti ancora,

solamente tu,

tu sola.

 

Ezra Pound, da I Cantos

Traduzione infedele di Francesco Palmieri

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“Oltre il buio della notte” di Paolo Parrini, La Vita Felice, 2019. Una lettura di Rita Bompadre.

28 lunedì Feb 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Oltre il buio della notte, Paolo Parrini, Recensioni, Rita Bompadre

 

L’opera poetica “Oltre il buio della notte” di Paolo Parrini (La Vita Felice, 2019 pp. 132 € 14.00), spiega, con commovente tenerezza, l’esito toccante ed emozionante della maturità intima dell’autore, suggerisce la celebrazione sensibile del passaggio frantumato dell’anima, nella transitorietà della superficie spirituale, rivela la vitale dissonanza delle incompatibilità umane, abbraccia l’accettazione nel sentimento della compassione, insegue la direzione necessaria per intraprendere un percorso di arricchimento e d’integrazione nella natura umana. Il poeta traduce le parole giunte dall’invocazione metafisica di un luogo trascendente, dove la sensazione persistente di ricevere ospitalità trova la sua accoglienza nell’invisibile osservazione di una convinzione sovrumana, trascende il margine dell’oscurità, ricompone la tensione romantica verso l’infinito, l’esplorazione struggente dell’ultraterreno, l’instabilità fluttuante del frammento d’ombra e della reliquia della luce, la soglia incorporea tra la terra e il cielo. Paolo Parrini protegge la condizione umana posando lo sguardo oltre la suggestione del tempo, coltiva il silenzio introspettivo liberando il contenuto autonomo della poesia, evidenziando l’espressione elegiaca, nell’abitudine poetica di comprendere la vita. Lascia parlare ogni simbolo di somma autenticità, ogni innocente candore delle ferite interiori, raccoglie e ascolta la quiete dei versi. “Oltre il buio della notte” attraversa la consapevolezza di ogni rinascita, il filo del dolore, la capacità sublime di ammettere ogni piccola morte quotidiana, decifra la voce della vita, è strumento di redenzione. Le ferite decantano l’intervallo istintivo per rimarginarsi e nel ricordo della sofferenza lacerano la bruciante desolazione. La poesia viene in soccorso al poeta, perché assiste la corrente dei versi, attenua l’ambiguità dell’inconsistenza, donando all’individualità della coscienza l’universalità del sentire. I versi delicati di Paolo Parrini alimentano il dialogo dell’amore, nel suo significato compiuto, nell’ispirazione infiammata dalla finalità di comunicare l’indefinibile rapimento di azzardo e di saggezza. Difendono la stabilità della dignità affettiva, conservano il segno rappresentativo dell’umanità, colgono l’isolamento della solitudine e trasformano la dissolvenza delle mancanze. L’orientamento elegiaco del linguaggio limpido e incisivo convince l’apertura alla speranza, promuove la distinzione del disagio a miracoloso motivo di reazione, nutre l’inconscia spontaneità della memoria. La sfumatura delle immagini rievocate intona la sequenza dei frammenti emotivi ereditati nel vissuto, dilata la capacità di essere solidale con i propri riconoscibili conflitti, allontana gli ostacoli e i drammatici enigmi degli anni, accompagna l’esitante cammino delle stagioni, rivolgendo, con tenacia, contro le ostilità, una pura esortazione alla vita.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

*

Accoglimi

 

Ci riconosceranno le stelle

manto pietoso al nostro passare

avremo ali nuove e voci da ascoltare.

Dentro tutti i nostri voli

sulle pendici dei monti mai scalati

sarà doloroso e raro

il pentimento di non aver vissuto

un moto come onda che freme

turbamento liquido al domani.

Altre mani attendono il ritorno;

avremo un cielo cupo

o forse un nuovo giorno

per dissetar la sete

ma intanto accoglimi

lasciami cantare, d’un albore nuovo

a incenerire il sole.

 

————————–

 

Neve di gennaio

 

Dammi la mano

mentre sbocci e sorridi

se chini il capo, dammi la mano.

Sai di neve

di strada e di bianco

che abbaglia,

sai di gennaio che stride

del vento d’inverno

e del mare di novembre.

Occhi di steppe e Siberie

caldi di fuoco abbraccio e rifugio.

 

Dammi la mano,

una volta ancora scoprimi.

Con te iniziai a vivere

ogni giorno rinnovi il mio cuore

tu, perduta e infinita

ramo di pesco e profumo di vita.

Coglimi come frutto

poi incamminati piano

seguirò la tua scia inebriandomi.

 

——————————

 

L’eco d’una voce

 

Mi resta la sua voce

per poco temo

perché le curve e i dossi

divoreranno il suono

le buche da saltare

feriranno gli occhi

e la neve sarà sudario

a coprire l’odore, il respiro.

Ogni sera che verrà

avrà il colore della tua voce

nel freddo senza tempo

annegherò le mie parole.

 

————————-

 

Gli abiti della memoria

 

Dentro gli armadi

abiti dimenticati aspettano

sono come sillabe senza memoria

voci trattenute e odori di vita.

Invocano età passate

e fiori bruciati

nel tempo che stride.

In ogni piega risplende una lacrima

sopravvivono a chi li indossò

lasciano aloni di fuoco e di cenere.

La notte i morti vengono a trovarli.

Sono gli abiti di chi più non è

ma hanno il profumo della vita che è stata.

Un camposanto senza lapidi

tra il frusciare dei rami.

 

———————

 

Mezzanotte

 

Se la vita è una ricerca

se le ore battono il rintocco

sulla pelle

lasciami questa mezzanotte di stelle spente

il mormorio che innamora il cielo e il sole

 

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~A viva voce~

26 sabato Feb 2022

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Al momento di marciare, Bertold Brecht, Quelli che stanno in alto

 

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

Quelli che stanno in alto

Quelli che stanno in alto
si sono riuniti in una stanza.
Uomo della strada
lascia ogni speranza.
I governi
firmano patti di non aggressione.
Uomo qualsiasi,
firma il tuo testamento.

 

Al momento di marciare 

Al momento di marciare molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.
La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.
E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.

 

Bertold Brecht

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Joyce Kilmer, traduzioni di Emilio Capaccio

23 mercoledì Feb 2022

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche

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Emilio Capaccio, Joyce Kilmer, POESIA, TRADUZIONI

La tromba echeggia stridula e dolce,
ma non di guerra canta oggi.
La via è ritmata da piedi
di soldati che vengono a pregare.

J. K.

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Joyce Kilmer (1886-1918), traduzioni di Emilio Capaccio

LA LANTERNA DELL’AMORE

Perché la strada era lunga e ripida
per una terra oscura e solitaria,
Dio mise sulle mie labbra una canzone
e una lanterna nella mano.

Di notte in miglia e stanche miglia
che si tendono implacabili sul mio cammino
la mia lanterna arde chiara e serena,
un inesauribile calice di bagliore.

Dorate luci e luci violette,
come fiochi sono i vostri vantati splendori.
Osservate questa mia minuscola lucina;
più stellata d’una stella!

LOVE’S LANTERN

Because the road was steep and long
and through a dark and lonely land,
God set upon my lips a song
and put a lantern in my hand.

Through miles on weary miles of night
that stretch relentless in my way
my lantern burns serene and white,
an unexhausted cup of day.

O golden lights and lights like wine,
how dim your boasted splendors are.
Behold this little lamp of mine;
it is more starlike than a star!

COME VENTI CHE SOFFIANO CONTRO UNA STELLA

Per Aline

Ora per quale capriccio d’insensato caso
occhi radiosi conoscono giorni bui?
E piedi calzati di luce dovrebbero incedere
danzando per uggiosi e grevi cammini?

Ma i raggi dai Cieli, chiari e colmi di sé,
possono penetrare l’oscurità della terra;
e dirompe ma nutre, nella tua anima,
la gloria della celeste allegria.

I dardi d’affanno e sofferenza, scagliati
contro la tua pacifica bellezza, sono
tanto sciocchi quanto impotenti
come venti che soffiano contro una stella.

AS WINDS THET BLOW AGAINST A STAR

For Aline

Now by what whim of wanton chance
Do radiant eyes know sombre days?
And feet that shod in light should dance
Walk weary and laborious ways?

But rays from Heaven, white and whole,
May penetrate the gloom of earth;
And tears but nourish, in your soul,
The glory of celestial mirth.

The darts of toil and sorrow, sent
Against your peaceful beauty, are
As foolish and as impotent
As winds that blow against a star.

ALBERI

Penso che non vedrò mai
una poesia bella come un albero.

Un albero la cui bocca affamata è pronta
per il dolce seno fluente della terra;

un albero che guarda Dio tutto il giorno,
e alza le braccia fogliose per pregare;

un albero che può portare in estate
un nido di pettirossi tra i suoi capelli;

sul cui petto è caduta la neve;
che vive intimamente con la pioggia.

Le poesie sono fatte dagli sciocchi come me,
ma solo Dio può fare un albero.

TREES

I think that I shall never see
A poem lovely as a tree.

A tree whose hungry mouth is prest
Against the earth’s sweet flowing breast;

A tree that looks at God all day,
And lifts her leafy arms to pray;

A tree that may in summer wear
A nest of robins in her hair;

Upon whose bosom snow has lain;
Who intimately lives with rain.

Poems are made by fools like me,
But only God can make a tree.

MAIN STREET

Per S. M. L.

Mi piace guardare la scia fiorita della luna sul mare,
ma non è una vista così bella come una volta era Main Street
quando tutto era coperto da un paio di piedi di neve,
e sulla strada frizzante e radiosa scampanellavano le slitte.

Main Street, orlata di foglie autunnali, era piacevole,
e le sue grondaie erano piene di denti di leone all’inizio della primavera;
mi piace ricordarla bianca di brina o impolverata nel caldo
perché penso sia più umana di qualsiasi altra strada.

Una strada larga e trafficata di città è battuta da mille ruote,
e un peso di traffico sul petto è tutto ciò che sente:
è ottusamente cosciente del carico e della fretta e del lavoro che non cessa mai,
ma umana non può essere come Main Street e riconoscere i suoi fedeli.

Un centinaio di squadre d’operai al giorno c’erano in Main Street,
e venti o trenta persone, e qualche bambino fuori a giocare
e non c’era cocchio o carrozza o uomo o ragazza o ragazzo
che Main Street non ricordasse e che non sembrasse rallegrarsi.

Camion, macchine e tram sopraelevati
fanno risuonare di dolore la stanca strada della città
ma c’è ancora un’eco rimasto nel profondo del mio cuore,
una musica che i ciottoli di Main Street hanno fatto sotto un carretto da macellaio

Sia ringraziato Dio per la Via Lattea che attraversa il firmamento,
questo è il sentiero che i miei piedi calpesterebbero ogni volta che devo morire.
Alcuni la chiamano Spada d’Argento e altri Corona di Perle,
ma è lei l’unica cosa a cui penso, Main Street, Heaventown.

MAIN STREET

For S.M.L.

I like to look at the blossomy track of the moon upon the sea,
But it isn’t half so fine a sight as Main Street used to be
When it all was covered over with a couple of feet of snow,
And over the crisp and radiant road the ringing sleighs would go.

Now, Main Street bordered with autumn leaves, it was a pleasant thing,
And its gutters were gay with dandelions early in the Spring;
I like to think of it white with frost or dusty in the heat,
Because I think it is humaner than any other street.

A city street that is busy and wide is ground by a thousand wheels,
And a burden of traffic on its breast is all it ever feels:
It is dully conscious of weight and speed and of work that never ends,
But it cannot be human like Main Street, and recognise its friends.

There were only about a hundred teams on Main Street in a day,
And twenty or thirty people, I guess, and some children out to play.
And there wasn’t a wagon or buggy, or a man or a girl or a boy
That Main Street didn’t remember, and somehow seem to enjoy.

The truck and the motor and trolley car and the elevated train
They make the weary city street reverberate with pain:
But there is yet an echo left deep down within my heart
Of the music the Main Street cobblestones made beneath a butcher’s cart.

God be thanked for the Milky Way that runs across the sky,
That’s the path that my feet would tread whenever I have to die.
Some folks call it a Silver Sword, and some a Pearly Crown,
But the only thing I think it is, is Main Street, Heaventown.

IN MEZZO ALL’OCEANO IN TEMPO DI GUERRA

Il fragile splendore della linea del mare,
il volto sereno e velato d’argento della luna,
fa di questa nave un luogo incantato
pieno di chiara gioia e dorata malia.
Ora, per un po’, sarà spontanea risata
mischiata al canto per conferir più dolce grazia,
E le vecchie stelle, nella loro corsa senza fine,
daranno ascolto e invidieranno la giovane umanità.

Nondimeno stanotte, a cento leghe di distanza,
queste acque si tingono d’uno strano e terribile rosso.
Avanti alla luna, una nube oscenamente grigia
s’alza da ponti che si schiantano con cavi volanti.
E queste stelle sorridono a modo loro immemorabile
su onde che avvolgono un migliaio di nuovi morti.

MID-OCEAN IN WAR-TIME

The fragile splendour of the level sea,
The moon’s serene and silver-veiled face,
Make of this vessel an enchanted place
Full of white mirth and golden sorcery.
Now, for a time, shall careless laughter be
Blended with song, to lend song sweeter grace,
And the old stars, in their unending race,
Shall heed and envy young humanity.

And yet to-night, a hundred leagues away,
These waters blush a strange and awful red.
Before the moon, a cloud obscenely grey
Rises from decks that crash with flying lead.
And these stars smile their immemorial way
On waves that shroud a thousand newly dead!

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Canto presente 55: Francesco Palmieri

21 lunedì Feb 2022

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA

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Canto presente, Francesco Palmieri, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Francesco Palmieri

 

Da “Studi lirici (solo parole d’amore)” edizioni La Vita Felice, ottobre 2012

 

QUANDO TI TROVERO’

 

quando ti troverò amore

tu non volterai lo sguardo

da un’altra parte

 

quando ti troverò

tu non mi lascerai solo

nella strada

né ti nasconderai più

perché io ti rincorra

con troppo fiato nella gola

 

quando ti troverò amore

tu non avrai un segreto

da nascondere,

tu non avrai segreti

 

quando ti troverò

tu non giocherai

al gatto e al topo

e non sarai tu il gatto

non sarò io il topo

 

quando ti troverò amore

sarà una giornata d’estate

e ci saranno i fiori nei giardini,

il vento profumerà di rose

e brillerà il sole

negli occhi tuoi d’estate

e di fiori

 

quando ti troverò amore

tu mi chiamerai per nome

ed io ti chiamerò per nome

 

e per tutto il giorno

noi non ci lasceremo mai

noi non ci lasceremo più.

 

 

[ED ORA]

 

ed ora

che mi hai dannato al gelo,

posso stare qui o altrove

sopra o sottoterra,

al centro della stanza

o lungo cento strade,

 

posso respirare

o tapparmi naso e bocca,

uscire se c’è il sole

o buttare via la chiave,

 

posso apparecchiare

o guardare com’è profondo un piatto,

posso sentirmi carne

o solo un po’ di fumo

 

posso coprirmi ancora

o strapparmi anche la pelle,

sentire tutto il tremito

lo scricchiolio del ghiaccio

 

ed ora

che mi hai dannato al gelo,

ho fatto dell’inverno la mia casa,

 

domani in un giardino

io sarò l’albero

e tu la neve.

 

 

Da “Fra improbabile cielo e terra certa” Edizioni Terra d’ulivi, gennaio 2015

 

PASSAGGIO DI CONSEGNE

 

conserva queste mie parole

per quando verrà il tuo inverno

(lo vedrai sui rami

di alberi a fine autunno,

su un’altalena ferma

nei parchi di novembre,

nel freddo sulle mani

e i passeri sul filo

a prendere la neve,

lo sentirai nel ghiaccio

che incrosta a fior di pelle

e non ci sarà più scialle

a trattenere stelle,

non ci sarà più tempo

per altro giro e danza,

e lo saprai per certo

che è solo andata il viaggio

e non c’è freno ai giorni,

non uno che ritorni,

che l’essere felici è stato breve

per noi che siamo ore

ma abbiamo sottopelle

l’impronta dell’eterno),

conserva queste mie parole

per quando verrà il tuo inverno

e un passo dietro l’altro

tu ti farai da parte

a chi chiederà la strada

per le sue gambe forti

per il vento sulle spalle

l’avanzo dei domani

la creta nelle mani

(e non avrà sospetto

che tu hai ancora fame

che spasimo è il suo seno

che aspetti un altro treno

ed è un obbligo di carne

il decreto che tradisce,

un computo di giorni

a fare il vuoto intorno),

non un respiro in più

da questo inverno mio

e neanche una parola

per la consolazione,

sarà solo sapere

che tutto quanto è stato,

 

che sono andato avanti

nel solco di discesa

che fa più estranei i vivi

e meno lontani i morti.

 

 

IL GIOCO DELLA VERITÀ

 

bruciare fino all’ultima scintilla,

questo tocca,

strappare con i denti dalla pelle

la residua piuma che ti resta

 

recidere lo spago ai palloni nella testa,

pungere le bolle per lo scoppio

e sia l’aria e il nulla

l’inconsistente che li tiene

 

domani

al cenno lieve della luce,

riporrò i vestiti sulla porta

e uscirò nudo

al ghiaccio che c’è fuori

 

in cielo

in terra

e dappertutto.

 

Da “Il male nascosto” Edizioni Terra d’ulivi, maggio 2016

 

LA QUINTA STAGIONE

 

ormai non ci credo più, io,

che camminavo con occhi spalancati e luci,

io, che ogni mattina correvo sul balcone

ad aspettare rondini d’aprile

e fiori freschi e nuovi esplosi dentro ai vasi,

 

che a novembre uscivo all’ora dei lampioni

(e piovesse, speravo, quell’acqua venuta da lontano)

e dalle case un chiudersi di porte

le voci dei bambini a chiedere la cena

 

non ci credo più, io,

che ho conosciuto campi a farsi grano

e le cicale pigre nei pomeriggi lunghi

papaveri, rosso e ulivi

e poi l’ottobre e l’uva,

le giacche più pesanti

riprese dagli armadi

 

erano gli anni del rosario a maggio,

del pane segnato dalla croce,

di Cristo che moriva verso sera

e alla domenica campane e voli a riportarlo in vita

(ed era festa nei vestiti nuovi,

nelle cucine accese di mattina presto)

 

era la primavera e poi l’estate,

era l’autunno e poi l’inverno,

era l’attesa certa di un ritorno

e tornavano a novembre anche i morti

quando s’accendevano lumini sotto ai quadri

e si cuoceva il pane con l’uva passa e il vino

 

ormai non ci credo più

e so per certo che nessuno torna

mai niente che ritorni.

 

 

IL MALE NASCOSTO

 

mai ti mostrerò le mie ferite

 

(e il piatto da lavare nel lavello

la polvere che cresce già nell’angolo

il libri aperti e chiusi ad uno ad uno

perché non c’è parola che mi salvi)

 

vedrai con i tuoi occhi il corpo intatto

il nodo fatto bene alla cravatta

il viso che sorride senza barba

ed io che dico in chiaro: tutto bene

 

(e no, tu non saprai

che sotto alla mia giacca

ho sempre una camicia

con uno squarcio netto in mezzo petto).

 

 

Da “Biografie” Edizioni Terra d’ulivi, maggio 2019

 

COME CI SI ACCORGE

 

come ci si accorge

quando l’anima è perduta

e non più ha scosse il sangue

 

e rimane il camminare

dare fuoco al gas

per qualcosa da mangiare

pulire vetri e panni

lavare il pavimento

 

credevi alla scommessa

che dio c’era anche nei sassi

e comunque e in ogni caso

noi si era un po’ speciali

 

(ma non bastò una candela

a fermare il temporale

-fu mia nonna che l’accese

e la posò sul davanzale,

chiamò angeli e beati

martiri e santi in paradiso-

ma venne grandine dal cielo

che spezzò tutte le spighe)

 

si diceva che c’è un fine

al passaggio di noi qui a terra,

che siamo tutti sottopelle

particelle d’universo,

che in fondo al ciclo naturale

cesserà ogni dolore

e senza carne e né più tempo

non avremo noi paura

 

forse l’anima era quella

pensare buone tutte le cose

avere in corpo mille vite

e tu per sempre bella

vaniglia fra i capelli

 

forse l’anima era quella,

quel guardare dietro ai vetri

come scendeva giù la neve

e sentir tremare dentro

quanto bianco, quanto silenzio,

e nessun freddo, neanche un brivido,

 

nemmeno quando senza guanti

prendemmo il ghiaccio fra le mani.

 

 

(A MIA FIGLIA)

 

ricordami come mano

un passo alle spalle

a guardarti il cammino

 

ricordami all’angolo

come una fotografia

tra la mensola e il muro,

come il gattino, l’orsetto,

ora in fondo alla cesta

 

e se ti verrò in mente

qualche giorno o per anni,

tu fammi leggero

scarta errori e dolori

sfoglia il velo di nero

delle colpe a mio nome

poi di quelle accadute

senza averle volute

 

guarda all’attimo puro

quando io padre e tu figlia

stavo avanti nel buio

per le ombre sui muri

l’improvvisa paura

 

e ricordami un breve

ricordami lieve

 

sarò morto due volte

se sarò sulle spalle

un altro peso di croce.

 

 

[IL PASSERO]

 

il passero

preso nella stretta

sembra più domestico

 

mangia

beve

quando è sera dorme

 

solo certe notti

sbatte un po’ le ali

cinguetta dentro al sonno

 

forse sogna.

 

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~A viva voce~

19 sabato Feb 2022

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Fernando Pessoa, Presi il mio cuore, Sì so bene

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

Sì, so bene

Sì, so bene
che mai sarò qualcuno.
So d’avanzo
che mai avrò un’opera.
So, infine
che mai saprò di me.
Sì, ma adesso,
finchè dura quest’ora,
questa Luna,
questi rami,
questa pace in cui stiamo,
lascino che mi creda
quel che mai potrò essere.

 

Presi il mio cuore

Presi il mio cuore
e lo posi nella mia mano

Lo guardai come chi guarda
grani di sabbia o una foglia.

Lo guardai pavido e assorto
come chi sa d’essere morto;

con l’anima solo commossa
del sogno e poco della vita.

 

da Poesie scelte, Passigli Poesia Editori

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Edgar Allan Poe: il poeta del mistero

16 mercoledì Feb 2022

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche, LETTERATURA

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Edgar Allan Poe, POESIA, traduzione

Perché la tartaruga ha il passo sicuro,
è questa una ragione per tagliare le ali dell’aquila?

E. A. P.

poe

Edgar Allan Poe (1809-1849), articolo e traduzioni di Emilio Capaccio

Egdar Allan Poe nacque il 19 gennaio del 1809 a Boston, nel Massachussetts.
Fu il secondogenito di una coppia di attori girovaghi, David Poe Jr. (1784-1811) ed Elizabeth Arnold Poe (1787-1811), i quali vennero a mancare entrambi, quando Edgar ebbe appena 3 anni.
La madre morì in seguito a una lunga malattia, probabilmente tubercolosi o polmonite, sola e abbandonata dal marito, in uno squallido albergo di Richmond, chiamato “Indian Queen Tavern”.
Per quanto riguarda la morte del padre, invece, le fonti dell’epoca concordano nell’affermare che morì poco tempo prima o dopo la morte della moglie, ma non sono state mai chiarite le circostanze della sua morte, né è stato mai rinvenuto il luogo della sua sepoltura.
Oltre a Edgar, gli altri figli della coppia furono: William Henry Leonard (1807-1831) anche egli versato alla poesia, prematuramente scomparso a causa di una grave forma di tubercolosi, e Rosalie (1810-1874), la cui nascita, suscitò, all’epoca, molte dicerie sull’effettiva parentela con i fratelli.
Il padre di Poe, infatti, diventato violento e schiavo dell’alcool, aveva abbandonato la moglie, Elizabeth, quando presumibilmente la stessa non avrebbe potuto essere stata già incinta della bambina.
Alla morte dei genitori, i 3 bambini furono separati e dati in affidamento: il fratello maggiore fu affidato ai nonni di Baltimora, nel Maryland, mentre Edgar e Rosalie, che sarebbe diventata un’ottima insegnante di calligrafia presso una scuola femminile di Richmond, furono affidati a due diverse famiglie di Richmond, in Virginia, rispettivamente alla famiglia di John e Frances Allan, di origini scozzese e facoltosi commercianti di tabacco, e alla famiglia di John e Jane Scott Mackenzie.
Nel 1815, Poe si trasferì a Londra con la famiglia adottiva dove ricevette la prima istruzione presso alcune scuole private.
Nel 1821, ritornato a Richmond, cominciò ad appassionarsi molto presto alla musica, alla letteratura e alla poesia, iniziando a scrivere i suoi primi versi e frequentando la scuola di Joseph H. Clarke.
In questo periodo, si infatua di Jane Stith Craig Stannard (1793-1824), madre di Robert Stannard, compagno di studi di Poe.
La donna lo aveva sempre elogiato e incoraggiato nei suoi primi sforzi letterari e a lei Poe dedicò una delle sue poesie più belle: To Helen.
La morte prematura di Jane, in seguito a uno scoppio di un’arteria, gettò il poeta in una profonda disperazione.
L’anno seguente iniziò la frequentazione di Sarah Elmira Royster (1810-1888), quindicenne e sua vicina di casa.
I due, a causa della disapprovazione del padre della ragazza, che non considerava Poe adatto a sposare la figlia perché squattrinato e orfano, vissero una breve relazione clandestina e passionale fino a quando la volontà del padre non la spuntò e la ragazza dovette lasciare Poe per sposare, qualche tempo dopo, il ricco uomo d’affari Alexander Barrett Shelton (1807-1844).
Nel 1826, con già tante sofferenze alle spalle, si iscrisse all’università di Charlotteville, Virginia, alla facoltà di lingue antiche e moderne, ma 6 mesi dopo fu costretto a lasciare l’università a causa dei debiti che aveva contratto con il gioco d’azzardo, e del conseguente rifiuto del padre adottivo di continuare a pagargli la retta universitaria.
In aperto conflitto con John Allan, nel 1827, decise di lasciare la Virginia per andare a Boston, dalla zia Maria Clemm, parente del padre naturale.
Qui conobbe la figlia di Maria Clemm, Virginia, che diventerà nel 1836 sua moglie, quando la ragazza non aveva ancora che 13 anni, con un matrimonio celebrato in segreto.
Sempre nel 1827, pubblicò la sua prima raccolta di versi: Tamerlane and Other Poems, seguita, nel 1829, dalla seconda raccolta, intitolata: Al Aaraaf, Tamerlane and Minor Poems.
Dopo lo scarso successo di queste prime raccolte, decise di entrare nell’Accademia militare di West Point, ma circa 8 mesi più tardi si fece cacciare per insubordinazione, determinando la definitiva rottura con il padre adottivo che nel 1834 lo cancellerà anche dalle disposizioni testamentarie.
Nel 1831 si trasferì per un breve periodo a New York dove pubblicò senza successo una terza raccolta di poesie, intitolata: Poems.
Ritornato nuovamente a Baltimora, dalla zia Clemm, iniziò a scrivere i primi racconti horror e del grottesco, collaborando con alcuni giornali di Baltimora, Richmond, New York e Filadelfia, tra i quali: “Saturday Visitor”, “The Courier”, “The Gift”, Southern Literary Messenger”.
I racconti riscossero inaspettatamente un notevole successo di pubblico, tanto che sull’onda della popolarità, gli fu offerto la carica di vicedirettore del “Southern Literary Messenger”.
Dal 1838 al 1840 diresse, insieme a William Evans Burton (1804-1860), il giornale “Burton’s Gentleman’s Magazine” di Filadelfia.
In questo stesso periodo pubblicò anche il suo unico romanzo: The Narrative of Arthur Gordon Pym, e nel 1840 la sua prima raccolta di racconti: Tales of the Grotesque and Arabesque, tradotta nel 1856 da Charles Baudelaire (1821-1867) con il titolo: “Histoires extraordinaires”.
Nel 1844 si trasferì nuovamente a New York e l’anno successivo divenne redattore e proprietario del “Broadway Journal”.
Pubblicò sulla rivista “The Evening Mirror”, il poemetto The Raven con il quale raggiunse la definitiva consacrazione.
Tuttavia, le continue difficoltà economiche, l’abuso di alcool e le accuse di plagio mosse in seguito alla pubblicazione di un secondo volume di racconti dal titolo: Tales (accuse già ricevute in occasione della pubblicazione di un trattato di conchiliologia, nel 1838), gettarono Poe in uno stato di profonda prostrazione che lo costrinse a chiudere definitivamente il “Broadway Journal”.
La crisi si acuì enormemente nel 1846 con la morte della moglie, Virginia, per tubercolosi, a soli 27 anni.
Nonostante tutto, nel 1848, riuscì a pubblicare un poema in prosa sul tema della cosmogonia dell’universo dal titolo: Eureka.
Iniziò successivamente una serie di viaggi in molte città degli Stati Uniti, tenendo conferenze, recitando poesie, conducendo una vita dissoluta e facendo uso di droghe, soprattutto laudano.
In questo periodo, intrecciò molte brevi relazioni amorose nel tentativo di smorzare un continuo e intimo malessere.
Si riavvicinò al suo vecchio amore, Sarah Elmira Royster, rimasta, nel frattempo, vedova, con la quale strinse un rinnovato legame amoroso che avrebbe dovuti condurli a celebrare quelle nozze che non avevano potuto celebrare in passato per l’ostilità del padre della ragazza.
Il 27 settembre del 1849 Poe uscendo di casa scomparve inspiegabilmente.
Aveva lasciato detto a Sarah Elmira Royster, con la quale doveva sposarsi qualche giorno dopo, che avrebbe dovuto incontrare il suo editore Griswold, dopodiché sarebbe andato a prendere la zia Maria Clemm a Baltimora per portarla definitivamente a Richmond.
Poe non andò né a Baltimora né si incontrò con Griswold.
Fu ritrovato da un amico 6 giorni dopo sul ciglio di una strada, completamente stralunato, semi-cosciente e in preda a delirium tremens.
Morì in ospedale 3 giorni più tardi, il 7 ottobre del 1849, all’età di 40 anni, senza poter spiegare lucidamente quello che gli era accaduto.
Molte teorie si sono congetturate negli anni sulle cause della sua morte, alcune estremamente fantasiose.
Secondo una versione, resa da una testimonianza, fu adescato in un’osteria da alcune persone che lo avrebbero fatto ubriacare per costringerlo a votare più volte lo stesso candidato, una pratica subdola in uso nel XIX secolo, chiamata “cooping”.
Tuttavia, la versione che sembrerebbe più accreditata, esaminando i sintomi che Poe presentava nel momento del ritrovamento, senza avere peraltro una prova certa da un punto di vista medico-legale (poiché non fu mai eseguita un’autopsia e, in aggiunta, il certificato di ricovero in ospedale, insieme all’atto di morte, non sono mai stati ritrovati), potrebbe essere quella che sostiene l’ipotesi che Poe sia morto a causa di idrofobia, contratta dal morso di qualche animale di cui nemmeno lui poté accorgersi o prestò attenzione.

ULALÌ

Solo abitavo
in un mondo di lamento,
e la mia anima una marea stagnante,
finché la bella e dolce Ulalì si fece timida mia sposa,
finché la fulva e giovane Ulalì si fece ridente mia sposa.

Ah, men ― meno scintillanti
son le stelle della notte
degli occhi della radiante fanciulla!
giammai può contender ciò che può far la bruma
dalle tinte di porpora e di perla della luna,
col più trasandato boccolo dell’umile Ulalì ―
giammai può accostarsi al raggiante sguardo più svagato e modesto d’Ulalì.

Or Dubbio ― Or Pena
più non vengono,
perché l’anima sua mi rende sospiro per sospiro,
e per tutto il giorno
splende, forte e luminosa,
Astarte, in mezzo al cielo,
mentre sempre a lei volge gli occhi di matrona la cara Ulalì ―
mentre sempre a lei volge gli occhi di viola la giovane Ulalì.

EULALIE [1] 

I dwelt alone
in a world of moan,
and my soul was a stagnant tide,
till the fair and gentle Eulalie became my blushing bride ―
till the yellow-haired young Eulalie became my smiling bride.

Ah, less ― less bright
the stars of the night
than the eyes of the radiant girl!
that the vapor can make
with the moon-tints of purple and pearl,
can vie with the modest Eulalie’s most unregarded curl ―
can compare with the bright-eyed Eulalie’s most humble and careless curl.

Now Doubt ― now Pain
come never again,
for her soul gives me sigh for sigh,
and all day long
shines, bright and strong,
Astarte within the sky,
while ever to her dear Eulalie upturns her matron eye ―
while ever to her young Eulalie upturns her violet eye.

FANNY [2]

Il cigno morente dei laghi del nord
intona, chiaro e dolce, il suo inno selvaggio di morte,
e come la solenne melodia evade
per la collina e la valle e nell’aria si dissolve,
così giunse la tua morbida voce musicale,
così tremò sulla tua lingua il mio nome.

Come sprazzo di luce in una nuvola d’ebano
che invela l’austero cielo di mezzanotte,
trapassando la fredda sera nel suo nero sudario,
così giunse il primo sguardo di quell’occhio;
ma come roccia adamantina,
stette il mio spirito e affrontò il colpo.

Lascia che la memoria richiami il ragazzo
che depose il suo cuore sul tuo sacrario,
quando lontano risuonano i suoi passi
ricorda che proruppe al tuo fascino divino;
una vittima uccisa sull’altare dell’amore
da occhi ammalianti che scrutavano sdegnosamente.

FANNY 

The dying swan by northern lakes
sing’s its wild death song, sweet and clear,
and as the solemn music breaks
o’er hill and glen dissolves in air;
thus musical thy soft voice came,
thus trembled on thy tongue my name.

Like sunburst through the ebon cloud,
which veils the solemn midnight sky,
piercing cold evening’s sable shroud,
thus came the first glance of that eye;
but like the adamantine rock,
my spirit met and braved the shock.

Let memory the boy recall
who laid his heart upon thy shrine,
when far away his footsteps fall,
think that he deem’d thy charms divine;
a victim on love’s alter slain,
by witching eyes which looked disdain.

A F …

Adorata! Tra ferventi dolori
che s’accalcano intorno al mio passo terreno ―
(miserabile passo, ahimè! dove cresce
una deforme rosa solitaria) ―
la mia anima riceve per lo meno conforto
nel sogno di te, ed in esso conosce
un Eden di blando riposo.

E così la tua memoria viene a me
come una qualche remota isola incantata
in qualche mare tumultuoso ―
qualche oceano che mormora da lontano e libero
dalle burrasche ― ma dove, in quel frattempo,
i cieli più sereni, continuamente,
solo su quella isola luminosa, sorridono.

TO F …

Beloved! amid the earnest woes
that crowd around my earthly path ―
(drear path, alas! where grows
not even one lonely rose) ―
my soul at least a solace hath
in dreams of thee, and therein knows
an Eden of bland repose.

And thus thy memory is to me
like some enchanted far-off isle
in some tumultuous sea ―
some ocean throbbing far and free
with storms ― but where meanwhile
serenest skies continually
just o’er that one bright island smile.

UN SOGNO

In visioni di tenebrosa notte
ho sognato di gioie svanite, ma un sogno
ad occhi aperti di vita e di luce
mi lasciava col cuore spezzato.

Ah, cosa non è un sogno di giorno
per chi i suoi occhi ha posato
sulle cose intorno a lui con un lampo
che volge ancora al passato?

Quel sogno santo ― quel sogno santo,
mentre tutto il mondo stava strillando,
mi sostenne qual amorevole fascio,
amorevole spirito guida.

Sebbene quella luce, in notte e bufera,
tremolò tanto da lontano ―
che mai può esserci di più puramente splendente
nella diurna stella del Vero?

A DREAM

In visions of the dark night
I have dreamed of joy departed ―
but a waking dream of life and light
hath left me broken-hearted.

Ah! what is not a dream by day
to him whose eyes are cast
on things around him with a ray
turned back upon the past?

That holy dream ― that holy dream,
while all the world were chiding,
hath cheered me as a lovely beam
a lonely spirit guiding.

What though that light, thro’ storm and night,
so trembled from afar ―
what could there be more purely bright
in Truth’s day-star?

A M …

O, io non mi curo che la mia sorte terrena
ben poco abbia della terra in sé,
che anni d’amore siano stati bruciati
nel delirio d’un momento:

Non m’importa, mia adorata,
che i disperati siano di me più felici,
ma che tu debba immischiarti in questo mio destino
che mi porta ad andar via.

Né che le mie sorgenti d’estasi
stiano zampillando ― ahimè! di lacrime ―
o che il brivido d’un singolo bacio
abbia scosso i molti anni.

Né che fiori di venti primavere
si siano appassiti come il loro colore
che giace morituro sul mio cuore oppresso
dal peso d’una stagione colma di neve.

Né che l’erba ― O! che possa prosperar!
sulla mia fossa stia crescendo o sia già cresciuta ―
ma che, mentre stia morendo o sia ancor vivo,
non possa io che esser solo, mia signora.

TO M …

O! I care not that my earthly lot
hath little of Earth in it,
that years of love have been forgot
in the fever of a minute:

I heed not that the desolate
are happier, sweet, than I,
but that you meddle with my fate
who am a passer by.

It is not that my founts of bliss
are gushing ― strange! with tears ―
or that the thrill of a single kiss
hath palsied many years ―

‘Tis not that the flowers of twenty springs
which have wither’d as they rose
lie dead on my heart-strings
with the weight of an age of snows.

Not that the grass ― O! may it thrive!
on my grave is growing or grown ―
but that, while I am dead yet alive
I cannot be, lady, alone.

LA DORMIENTE [3]

A mezzanotte, nel mese di giugno,
mi trovo sotto la mistica luna.
Un vapor d’oppio, confuso, umidiccio,
esala dal suo anello dorato
e mollemente cala, goccia a goccia,
sulla cima quieta del monte;
assonnato e musicalmente
slitta lento verso la valle universale.
S’inclina sulla fossa il rosmarino;
fluttua il giglio sulla corrente;
la bruma avvolgendosi al suo petto
fa dissolvere il rudere nel silenzio.
Guarda, simile al Lete! Osserva! Il lago
abbandonarsi a un sonno cosciente
e per nulla vorrebbe svegliarsi.
Dormono tutte le Bellezze! ― Osserva
là dove giace Irene coi suoi Destini!

O, splendente fanciulla! Può esser
giusto questo bovindo aperto sulla notte?
Brezze viziose, dalle cime degli alberi,
scorrono ridenti attraverso la grata ―
brezze intangibili, in magica rotta,
vanno e vengono attraverso la tua stanza
ondulando le tende del baldacchino
così capricciose ― così spaventose ―
sulle palpebre chiuse e orlate, sotto le quali
dormiente la tua anima resta celata,
cosicché, dal pavimento e sulle pareti
come fantasmi s’issano e cadono le ombre!
O, fanciulla adorata, non provi sgomento?
Perché mai, e cosa mai stai sognando tu, qui?
Di certo sei venuta da lontani mari
a meravigliare questi alberi del giardino!
Strano il tuo vestito! Strano il tuo pallore!
E più strane le tue trecce così lunghe
e tutta questa grandiosa silenziosità!

Dorme la fanciulla! O, possa il suo sonno
esser come duraturo, tanto profondo!
Lo serbi il cielo nella sua santa fortezza!
Si tramuti questa stanza in altra più sacra,
questo letto in altro malinconico,
e prego Iddio che ella possa restare
con occhi serrati, finché non se ne andranno
i pallidi spettri ammantati.

Dorme la mia amata! O, possa il suo sogno
esser come lungo tanto profondo!
Possano lievi i vermi strisciar sopra di lei!
Lontano nella foresta, antica e oscura,
per lei possa spalancarsi una grande cripta ―
qualche cripta che sovente si richiuse
allungando i suoi neri e alati pannelli,
trionfante, sui drappi stemmati
nei funerali della sua grande famiglia ―
qualche sepolcro remoto e solitario,
contro il cui portale lei abbia lanciato
delle pietre, per gioco nell’infanzia ―
qualche tomba dalla cui porta risonante
ella mai più forzerà a levarsi un eco,
tremando al pensiero, povera figlia della colpa!
che là dentro erano i morti a gemere tanto.

THE SLEEPER

At midnight, in the month of June,
I stand beneath the mystic moon.
An opiate vapor, dewy, dim,
exhales from out her golden rim,
and softly dripping, drop by drop,
upon the quiet mountain top,
steals drowsily and musically
into the universal valley.
The rosemary nods upon the grave;
the lily lolls upon the wave;
wrapping the fog about its breast,
the ruin moulders into rest;
looking like Lethe, see! the lake
a conscious slumber seems to take,
and would not, for the world, awake.
All Beauty sleeps! ― and lo! where lies
Irene, with her Destinies!

Oh, lady bright! can it be right ―
this window open to the night?
The wanton airs, from the tree-top,
laughingly through the lattice drop ―
the bodiless airs, a wizard rout,
flit through thy chamber in and out,
and wave the curtain canopy
so fitfully ― so fearfully ―
above the closed and fringéd lid
neath which thy slumb’ring soul lies hid,
that, o’er the floor and down the wall,
like ghosts the shadows rise and fall!
Oh, lady dear, hast thou no fear?
Why and what art thou dreaming here?
Sure thou art come o’er far-off seas,
a wonder to these garden trees!
Strange is thy pallor! strange thy dress!
Strange, above all, thy length of tress,
and this all solemn silentness!

The lady sleeps! Oh, may her sleep,
which is enduring, so be deep!
Heaven have her in its sacred keep!
This chamber changed for one more holy,
this bed for one more melancholy,
I pray to God that she may lie
forever with unopened eye,
while the pale sheeted ghosts go by!

My love, she sleeps! Oh, may her sleep,
as it is lasting, so be deep!
Soft may the worms about her creep!
Far in the forest, dim and old,
for her may some tall vault unfold ―
some vault that oft hath flung its black
and wingéd panels fluttering back,
triumphant, o’er the crested palls
of her grand family funerals ―
some sepulchre, remote, alone,
against whose portals she hath thrown,
in childhood, many an idle stone ―
some tomb from out whose sounding door
she ne’er shall force an echo more,
thrilling to think, poor child of sin!
It was the dead who groaned within.

CANTO [4]

Ti vidi nel tuo giorno nuziale ―
quando una vampa di rossore veniva da te
sebbene intorno la felicità si stendeva
e il mondo tutto l’amore avanti a te:

e nel tuo occhio una luce fiammante
(o qual che fosse) era tutta sulla terra
così che il mio sguardo di dolore
poteva vederne la bellezza.

Quel rossore, forse, era pudor di fanciulla ―
così come ben si comprende ―
benché i suoi bagliori avessero alzato più
ardita fiamma nel petto di colui, ahimè!

che ti vide nel tuo giorno nuziale
quando quel profondo rossore veniva da te
sebbene intorno la felicità si stendeva
e il mondo tutto l’amore avanti a te.

SONG

I saw thee on thy bridal day ―
when a burning blush came o’er thee,
though happiness around thee lay,
the world all love before thee:

and in thine eye a kindling light
(whatever it might be)
was all on Earth my aching sight
of Loveliness could see.

That blush, perhaps, was maiden shame ―
as such it well may pass ―
though its glow hath raised a fiercer flame
in the breast of him, alas!

who saw thee on that bridal day,
when that deep blush would come o’er thee,
though happiness around thee lay;
the world all love before thee.

A UNA IN PARADISO

Tu eri per me quel tutto, amore,
per il qual l’anima mia si struggeva,
un verde isolotto in mezzo al mare,
amore, un fontanile e un altare
tutto adorno di bei frutti e di fiori
e tutti miei erano quei fiori.

Ah, sogno troppo splendido per durare!
Ah, siderea speranza, che t’alzasti
solo per essere offuscata!
Là fuori una voce dal futuro grida,
“Avanti! Avanti!” ― ma è sul passato
(vortice oscuro!) che il mio spirito in bilico
giace, muto, immobile, inorridito.

Perché, ahimè! ahimè! per me
la luce della vita è passata!
Non più — non più — non più —
(questa lingua riserva il mare solenne
alle sabbie della riva)
fiorirà l’albero disseccato dal fulmine
o s’alzerà l’aquila ferita.

E tutti i miei giorni sono imbambolati
e tutti i miei sogni notturni
son dove il tuo occhio grigio volge
e dove il tuo passo scintilla —
in qualche eterea danza
su qualche etereo fiume.

TO ONE IN PARADISE

Thou wast all that to me, love,
for which my soul did pine:
a green isle in the sea, love,
a fountain and a shrine
all wreathed with fairy fruits and flowers,
and all the flowers were mine.

Ah, dream too bright to last!
Ah, starry Hope, that didst arise
but to be overcast!
A voice from out the Future cries,
“On! on!” — but o’er the Past
(dim gulf!) my spirit hovering lies
mute, motionless, aghast.

For, alas! alas! with me
the light of Life is o’er!
No more — no more — no more —
(such language holds the solemn sea
to the sands upon the shore)
shall bloom the thunder-blasted tree,
or the stricken eagle soar.

And all my days are trances,
and all my nightly dreams
are where thy gray eye glances,
and where thy footstep gleams —
in what ethereal dances,
by what eternal streams.

SONETTO – ALLA SCIENZA

Scienza! Vera figlia dell’antico tempo!
che muti ogni cosa coi tuoi occhi penetranti!
Perché predi così sul cuore del poeta,
vulture, le cui ali son ottuse realtà?

Come potrebbe egli amarti? o crederti giusta,
se non volesti che libero vagasse
in cerca di tesori per cieli ingioiellati,
benché con ali intrepide s’involò?

Non hai spinto Diana dal suo carro,
e cacciato via l’Amadriade dal bosco
che in una più felice stella ha trovato riparo?

Non hai strappato la Naiade alle sue correnti,
l’elfo al verde prato, e da me il sogno
dell’estate sotto l’albero di tamarindo?

SONNET – TO SCIENCE

Science! true daughter of Old Time thou art!
who alterest all things with thy peering eyes.
Why preyest thou thus upon the poet’s heart,
vulture, whose wings are dull realities?

How should he love thee? or how deem thee wise,
who wouldst not leave him in his wandering
to seek for treasure in the jewelled skies,
albeit he soared with an undaunted wing?

Hast thou not dragged Diana from her car?
and driven the Hamadryad from the wood
to seek a shelter in some happier star?

Hast thou not torn the Naiad from her flood,
the Elfin from the green grass, and from me
the summer dream beneath the tamarind tree?


A FS – S. O – D

Vorresti esser amata? ― allora fa’ che il tuo cuore
non abbandoni il sentiero d’oggi!
Essendo ogni cosa che ora tu sei,
non essere niente che non sei.

Così per il mondo i tuoi modi gentili,
la tua grazia, la tua più che bellezza,
saranno un tema di lode senza fine,
e l’amore ― un semplice dovere

TO FS – S. O – D [5]

Thou wouldst be loved? ― then let thy heart
from its present pathway part not!
Being everything which now thou art,
be nothing which thou art not.

So with the world thy gentle ways,
thy grace, thy more than beauty,
shall be an endless theme of praise,
and love ― a simple duty.

[1] La traduzione letterale del titolo della poesia è: “Eulalia”; componimento che Poe dedicò alla prima moglie-fanciulla, Virginia. Eulalia significa: “colei che parla dolcemente”. “Ulalì” è una libera trasposizione del traduttore.

[2] Poesia pubblicata sul “Baltimore Saturday Visiter”, il 18 maggio del 1833.

[3] La poesia venne pubblicata per la prima volta nel 1831 con il titolo: “Irene”. Il 22 maggio del 1841, completamente riveduta, fu pubblicata sul “Saturday Chronicle” di Filadelfia con il titolo: “The sleeper”

[4] La poesia fu dedicata a Sarah Elmira Royster, fidanzata di Poe che dovette sposare, per volere della famiglia, il facoltoso Alexander Barrett Shelton, il 6 dicembre del 1828.

[5] La poesia fu dedicata da Poe alla poetessa Frances Sargent Locke Osgood (1811-1850).

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~A viva voce~

12 sabato Feb 2022

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Ad alcuni piace la poesia, Wisława Szymborska

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

Ad alcuni piace la poesia

Ad alcuni –
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole, dove è un obbligo,
e i poeti stessi,
ce ne saranno forse due su mille.

Piace –
ma piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa,
piace averla vinta,
piace accarezzare un cane.

La poesia –
ma cos’è mai la poesia?
Più d’una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
Come all’ancora d’un corrimano.

 

Wislawa Szymborska

(Tratto da La fine e l’inizio , Scheiwiller editrice, Milano 1997. Traduzione di Pietro Marchesani.)

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Canto presente 54: Adriana Gloria Marigo

11 venerdì Feb 2022

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA

≈ 1 Commento

Tag

Adriana Gloria Marigo, Canto presente, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Adriana Gloria Marigo

Poesie scelte    

 

da   Un biancore lontano, LietoColle, 2009

 

*

Tu non hai memoria dell’infinito

al mio sorriderti nella sera d’aprile

alta su Treviso, dopo lo stupore del temporale

che sorprese lo sfarfallio del nostro pensiero.

 

Neppure ricordi la luce intrepida sull’erba

vibrante il fresco dell’acqua generosa,

i petali volati lontani dal fiore,

gli umidi balsami nell’aria, di nuovo azzurra.

 

 

*

Trascorsi stagioni in terra di nessuno –

landa vasta, senza orizzonte

al plausibile, al gioco ermeneutico

o al magico conto che serve

il viaggio fenicio.

 

Il tempo trascorse dalla terra

per verticale di linfe

e nel punto di fuga iniziò – alla prospettiva –

l’evento creatore.

 

 

da   L’essenziale curvatura del cielo, La Vita Felice, 2012

 

*

Attesi l’estate per l’esultanza

della luce, la benedizione

dell’ombra, quando lo zenit

è acceso e tutta l’aria

è ambizione della sera

l’intesa di un intrico

verde pulsato di bianco.

 

Venne invece la distrazione

del prodigio, l’orbita rovesciata

nella gravità dei corpi, l’urto

scomposto alla letizia.

 

 

*

S’inclusero le tue parole

in una perla d’aria

– memoria tenue d’universi –

mentre io sgranavo giorni

nei miei occhi di ninfa

mi feci vertigine d’ala

intesi l’ammanco originale

la tua nascita sotto un graffio di vento.

 

 

da   Senza il mio nome, Campanotto Editore, 2015

 

Amor coeli

Sovrastati dal suono della luce

non ci trattengono basse correnti

dove motteggia sempre vero

il tonfo della specie

bassura transitiva di minimo

non accettabile all’inquieto

malleolo in danza.

 

E s’avvera l’azzurro teso

Stando in maestà la luna

di notte viene un vento raro

ad avvolgersi selvatico

sugli alberi spersi nella brughiera

a sconfinare stelle fino in terra.

 

E s’avvera l’azzurro teso,

la sua pagina infinita.

 

 

 

da   Astro immemore, Prometheus, 2020

 

*

Basterà l’aria levantina

selvatica e scarna di oggi

sull’iperbole stesa del prato

 

il cielo di nubi zoomorfo

a specchiare l’incerta

profusione vegetale

 

imprimere cesura al frusto

mentre ad agresti lunari

ascendono canti alati.

 

 

*

Obbediente alla congiura dei miti celesti

dalle geometrie sassose oltre il lago

irrompe con lama tagliente

il ventoso sterminatore di foglie

piegate alla confisca dei neutrini di luce,

impone tra la dura trama grigia

spore di cielo, notazioni somiglianti

a suoni su pentagramma.

 

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Canto presente 53: Silvana Pasanisi

09 mercoledì Feb 2022

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA

≈ 1 Commento

Tag

Canto presente, poesia contemporanea, Silvana Pasanisi

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Silvana Pasanisi

LETTERE DEL DISTURBO

Carissimo amore
figlio di un cane
scendo ora da questo pandemonio
e pensavo di invitarti a leggere qualche rima
quelle storte che non mi mandi più.
Ne ho bisogno
piccolo disturbo solido,
invenzione delle quindici del pomeriggio,
avverto la tua mano esattamente nella sua posa.
Avevi un meccanismo perfetto
conservalo
ne rivedo il ritmo
il ticchettio dell’orologio.
Mio amore d’altre letture
sono la sposa di tutte le tue mani
io
dovresti saperlo,
non ho altro sangue a disposizione
ma qualche immagine si
se vuoi.
Ti ho scritto da dov’ero
ed è qui il punto.
Non c’era arrivo e nessuna partenza,
restavamo attaccati a piccoli fiori botanici
nello stesso posto
confuso
ingrigito da piccoli alveari.
Una lettera non può arrivare cosi.
Ora qui si tratta di partire
da movimento a movimento,
siamo intesi, ci manterremo in piedi con qualche utensile
l’uno con l’altro
un tandem da piccole manifestazioni eroiche.
Ho parlato con gli amici
mi portano alla rotonda
sono cosi perfettamente sincroni.
Tu non hai mai indovinato un accordo
dio quanto eri fuori tono.
La voce però
aveva un’ infinita anima baritonale
diffusa
da Creatore.
Questa è una lettera
si scrive per un motivo,
e io devo riavvolgere un’intera pellicola,
pensa quanto tempo starò muta a riguardare le scene.
Mandami un colore
uno che parta felicemente
senza croci
senza nemmeno la minima alleanza.
Vedrò di farne qualcosa
mi rinvigorisce il pensiero
dare utilità a qualcosa già perfetto
come la somma del viola e del giallo
o il perbene di certe donne
aggraziate
Mi disturba non sentire la tua voce
era nel basso
nella tastiera
nell’orlo del mio vestito
ora è nell’anticamera del mio gelso bianco.
Ora devo andare
scusa la stanchezza
ho usato vigore e pezzi interi di alchimie
devo conservarmi per tutti gli usi
come fai tu.
In calce al foglio trovi tutto
anima
esempio
storia
presupposti
angolazioni.
Ora anche le scarpe mi sembrano appaiate.

IL DISPETTO

Questa va a memoria
per fare dispetto ai morti
va tenuta a mente
va considerata senza discrezione
Se vi pare poi
dimenticatela
o aggiustatela
mentre siete col vostro cane
Vale per tutte quelle trame non scritte
Per tutte le volte che la realtà ha sopraffatto il mezzo
l’unico mezzo che abbiamo
pieno di parole
Per mancanza di inchiostro
Pure
Per arresto cardiaco
Pure
Che strano
Pensavo di poterne salvare almeno una
di donna come me
con gli stessi vermi
con lo stomaco pieno di capoversi
con l’utero assassino
Non è andata così
Con fare recitativo
impiegate tempo ad imparare i nomi
Ma sono morte
e sono insieme
Non chiedo più alle vive
Il mio appello è alle croci
sotto tutta la terra
Rassegnatevi
Li siamo salve
Intere
A memoria
Da tenere a memoria

PIETA’ DI ME

Scusate se insisto
se mi permetto
avreste per me un aspetto di ripiego?
Si
un paio di occhi scuri come la neve
un portamento antico
a spremere fierezza sui fianchi

Come un limone sul balcone di fronte
che non si inchina più alla sua pianta
Scusate
lo so
vi sembreranno richieste fuori luogo
voi siete una platea intera
e io una
ma per sbagliare bene
devo farvi inumidire gli occhi
e ho bisogno di una forma di sostegno
che non mi pianga addosso

Scusate se insisto
tutte le bambine che sono
non fanno una donna sana

Avreste per me
Qualcosa da dire al mio posto?

ELEGIA DEL CONTRARIO

Sei più bella cosi
morta
Appariscente ma giusta
esaltata dai buoni amici
e non da te

Qui c’era un si
deve essere scappato
sulle inconsistenti nebbie dell’accondiscendenza
Ne faremo buona cenere di legna1313
per il primo fuoco

Lo vedevo quel filo che ti legava alla vita
cosi volgare
Eretico

Lascia che arrivi il finale
A chiacchierare poco
A rendere grazia
A eliminare il sospetto
Stai meglio
morta
le mani giunte e il cappello spostato sugli occhi
le lacrime arrivate fino alle ossa
il libro
diviso in piccole parti

Fottili

arrenditi prima
falli pensare

La foto in cui somigli
a quello che vorrebbero dire di te
l’ho messa sulla lapide
ho scritto con la lingua bagnata
Qui non c’è nessuno
potete piangere
nessuno vi vede

APERTURE ORDINARIE

Si apra il ramo
spuntino a modo loro le sostanze impreviste
foglie
argomenti
clave usate sotto dettatura
amori da fame
quello che ancora non è stato detto
Si chiudano i varchi appassionati
non c’è tempo
Ora che ho la tua attenzione
affacciati e segna col dito i tratti
Può funzionare
se tutto è troppo per una valigia
Da qui
in solitaria
passano isole
qualcuna forse la riconosceresti
promontori lontanissimi
non so
mi dicono siano necessari al viaggio.
Che non si dica mai
mai
che lo sguardo non arrivi al pianeta seguente
che non pratichi l’ingordigia
Oseremo chiamare per nome
una ad una
le conchiglie che portano al mare
Gli arcipelaghi no
quelli faranno di noi
esattamente quello che vogliono

LE MIE SORELLE

Le mie sorelle
sono sottili
fogli di pergamena sottili
dalle gambe fragorose di tritolo
che camminano storte
e ti silenziano il sonno
ti operano lo sguardo

Hanno un rumore di fondo
senza ombra
la loro copertura
e’ da ambiente dell’altro mondo
povero poverissimo
come un santuario chiuso
srotolano i capelli
di lunghezza impercorribile
ma loro lo sanno che cadranno
tutti
e sulle loro teste si spaccherà la luce

Sulla copertina della rivista
sembrano spettatrici casuali
iridescenti
Non credere a niente di quello che vedi
hanno rami lunghissimi e contorti
intrecciati
all’interno del libro ispido
troverai cotone da cucire
tra le cosce e le pieghe
e si svuotano le mascelle
di saliva irata

Con un intero mare al tramonto

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Nota critica per “La grazia dei frammenti” di Domenico Cipriano, Giuliano Ladolfi Editore, 2020.

07 lunedì Feb 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Domenico Cipriano, La grazia dei frammenti

 

Frequento la poesia da un po’ e di libri ne ho apprezzati, accantonati, imitati, cestinati ma mai in nessuno ho trovato il suggerimento di un brano ideale che si legasse “emotivamente” a ogni sezione di testi e fungesse da tappeto sonoro da cui attingere e verso cui dirigere emozioni e rimandi. Avviene questo leggendo i testi di Domenico Cipriano, poeta di grande eleganza, raffinatezza, sobrietà e, dote ancora più pregevole e rara di questi tempi, umiltà. La sua ultima raccolta, pubblicata da Ladolfi Editore è intitolata “La grazia dei frammenti” e raccoglie una selezione aggraziata e curatissima di poesie scritte nell’arco di un ventennio, a partire dal 2000. Il tentativo, neanche troppo celato, è quello di fornire al lettore un’esperienza suggestiva di incontro tra le arti. E in effetti, la nota biografica dell’autore menziona progetti di incontro con la musica, realizzazione di CD di jazz e poesia, videoperformance, testimonianze tutte di un grande interesse per le arti, in particolare per la musica. È evidente fin dalla prima lettura dei testi la maturità e la consapevolezza stilistica del nostro, insieme alla motivazione che senza dubbio lo ha mosso, quella di raccogliere e riorganizzare la propria produzione. Le poesie, antologizzate in ordine cronologico di pubblicazione fino a formare un corpus distinto in cinque sezioni, sono tratte da Il continente perso (Fermenti. Roma, 2000), Novembre (Transeuropa, Massa, 2010), Il centro del mondo (Transeuropa, 2014), L’origine (L’Arcolaio, Forlimpopoli, 2017); i testi della sezione finale Nel bicchiere da consumare, invece, sono inediti in volume.

La sezione iniziale è introdotta da una citazione tratta da La ragazza Carla di Elio Pagliarani e, come tutte le altre sezioni, da una vera e propria guida all’ascolto, testimonianza di un amore viscerale per la musica di ogni genere (dal jazz, al classico, alla world music, alla musica etnica, elettronica, ecc). E l’amore è il primo tema che affiora leggendo gli equilibrati versi di Cipriano: amore per la propria terra mitizzata, l’Irpinia, quando scrive “Sulle mie montagne / c’è il mare”, tempestoso perché riflette gli animi della gente che non sogna né spera nel cambiamento. Mentre il tempo scorre lentamente, rarefatto e sospeso, e le stagioni mutano segnali, Cipriano descrive una realtà statica i cui abitanti restano ad osservare il treno dai monti. L’Irpinia di Cipriano è primordiale, astorica, immobile, tanto da provocare la partenza di molti. Dall’amore per la propria terra si passa all’approfondimento dell’amore per una donna, Maria Carmela, nella breve ma intensa sezione intitolata “Le tue grazie”, in cui l’autore decanta la condizione di innamoramento e felicità per l’amore ricambiato e corrisposto e vive un appagante stato di grazia dato dalla bellezza e dalla semplicità del momento. La scrittura è caratterizzata da chiare immagini visive e da un linguaggio che si autogenera, rivelando caratteristiche di concisione e luminosità: molti testi, infatti, in particolare quelli delle sezioni Città degli occhi e Intermezzo, confermano il taglio epigrammatico-aforistico. Le soluzioni metrico-ritmico-foniche (assonanze, consonanze, allitterazioni) rafforzano l’eleganza e l’arguzia dei testi. La forma metrica è molto vicina alla prosa, in grado di assumere un ritmo che, nei momenti di maggiore intensità, riesce a trasportare il lettore fino al piano metafisico del dramma. “Novembre” si apre infatti con frammenti lirico-prosastici di grande intensità. Già il titolo è molto evocativo, Novembre è il più crudele dei mesi, altro che Aprile come scriveva Eliot. La sezione è dedicata al tragico terremoto che colpì la terra del poeta il 23 novembre 1980 alle 19,34. In relazione alla struttura, appare un triste gioco di rimandi e di corrispondenze studiati ma sentiti tutti sulla propria pelle: le poesie sono 23, composte da strofe eptastiche. Nella versione originale edita nel 2010, il prologo è di 34 versi e l’introduzione di 11 che corrisponde al mese di novembre.  In alcune strofe Cipriano diventa narratore onnisciente, testimone dei fatti, adotta la prima persona perché i frammenti sono autobiografici, materiale di analisi private ed esistenziali, in altri la poesia si fa corale, uscivamo come formiche disorientate, cercavamo con le auto il rifugio più sicuro, accettavamo il freddo, ci stringevamo per proteggerci, questa sera ceniamo con la morte, ecc. Moltissime sono le occorrenze della parola voce che diventa testimonianza che resta, memoria, rievocazione di quello che è successo. I testi tratti da Il centro del mondo per la sezione Le stanze nascoste e Irpinia metafisica sono intimistici e colloquiali, colgono sensazioni, ricordi del passato relativi ai propri affetti familiari, del resto cos’è il centro del mondo se non la nostra casa? Nel primo testo il poeta è così assorto nella contemplazione fantastica del tramonto che prova un senso di smarrimento. Le voci intrecciate in lontananza scandiscono lo scorrere del tempo e suggeriscono l’idea dell’eternità mentre il bagliore di una luce sterminata si insinua sottopelle. Il guizzo della mente coglie descrizioni di attimi di vita vissuta, memorie personali di persone care, visioni oniriche di oggetti, sensazioni, profumi. L’osservazione è diretta anche ai primi giorni di vita della propria figlia, di Sofia, che apre gli occhi sfidando la luce, che scopre le mani, che osserva il mondo che la circonda, che sorride alle cose, che cresce e cambierà così come cambiano le cose abbandonate. E lo smarrimento esistenziale si coglie quando ci si confonde come un fungo tra le foglie prima di rifiorire tra le croste dei bar sconsacrati e lo si ritrova anche nell’aggettivazione usata nei vari costrutti come siamo rifugiati, presente evanescente, storia rinnegata, vuoto incomprensibile. Perfino i rami sono pigri e riflettono / la coscienza della gente, sono tristi e si lamentano del freddo, del caldo, della solitudine e della noia. Il senso di smarrimento lo si ritrova anche nella sezione successiva, Città degli occhi, quando ci si sente viaggiatori del mondo in cui passano persone /senza mai incontrarsi e si descrive la sensazione di sentirsi anonimi / in tanta umanità distesa. Cipriano è un viaggiatore che parte per tornare ai luoghi di origine perché il senso di appartenenza alla propria terra è fortemente radicato in lui ed emerge, in particolare, nella sezione Natura domestica & Lampioni. Nella sezione L’origine, è descritto l’intimo inizio del mondo, descritto con grande capacità di osservazione, nei suoi dettagli più nascosti. L’ultima sezione, l’inedita Nel bicchiere da consumare ricorda Neruda e comprende sei poesie celebrative, inebrianti, non a caso dedicate al vino come momento di condivisione erotica, di allegria, come prodotto autunnale che richiama per il suo colore le labbra vive della donna amata. Solo in questi frammenti e nella sezione già citata Le tue grazie, tratta da Il continente perso, si avverte il superamento dell’inquietudine amara che traspare da tutte le altre sezioni. Cipriano si fa interprete e portavoce della disillusione e dell’afasia di un’intera generazione, le cui speranze e aspettative sono state tradite e deluse. Ecco forse la missione di riscatto morale della parola poetica e il desiderio del poeta di tramandare e trasmettere ai posteri, con incisività descrittiva, la propria storia, la propria osservazione e interpretazione della realtà. Al di là del tono elegiaco e malinconico di buona parte dei componimenti, le caratteristiche di autenticità, sobrietà e compostezza formale della poesia di Cipriano, a mio avviso, la rendono classica e universale dunque destinata a vivere e a durare.

© Deborah Mega

 

*

 

Sulle mie montagne

c’è il mare.

Lo guardo appoggiando

l’ombra a un palo.

Sempre tempestoso

riflette gli animi

di questa gente.

Chi vive lì sotto

vede fosche giornate

ripetersi, inutili,

senza sogni, né

speranza di cambiare.

 

Siamo pochi

rimasti a guardare

questo mare.

Scompare

a Mezzogiorno,

quando la bassa marea

assorbe le sue nuvole.

 

 

Se ti abbandonerò

non è per il tuo odore umido

di terra a novembre

ma per l’odio giallo delle fronde

sul tuo costato di roccia chiara.

 

Animali da fieno

battono zoccoli duri

sulla tua pietra bianca,

il cuore spoglio tutto l’anno

del geranio disarma

mi rende estraneo.

 

 

(a Maria Carmela)

 

I sogni illuminano il buio

per questo ti ho conosciuta

nella notte sonnecchiata,

riccioli bruni, sorriso vibrante

sguardo sicuro. Piano si assenta

la sera nei nostri racconti

scuciti dai troppi rattoppi

barcollanti e sbiaditi:

ti ho cercata attendendo

un crocicchio al sole.

La notte confonde le viole

e tu hai confuso ogni nota

alla musica nella mia testa:

il tuo viso è quello che resta.

 

(Monteforte Irpino, 29 marzo 1999 ore 1,40)

 

1.

 

trema la terra, le vene hanno sangue che geme e ti riempie. è un fiotto la terra che lotta, sussulta, avviluppa. confonde la terra che affonda, ti rende sua onda, presente a ogni lato soffoca il fiato, ti afferra, collutta, si sbatte, si spacca, ti vuole e combatti, chiede il contatto, ti attacca, ti abbatte. è fuoco la terra del dopo risucchia di poco le crepe: la terra che trema riempie memoria. ti stana, si affrange, ti strema, è padrona.

 

11.

 

sciacalli sui resti delle case, tra i morti e le pietre, ma nel freddo si nutrono aiuti improvvisati, attrezzati con la forza della stessa notte. l’anima di un carcerato strappa dal pigiama una benda e stringe il sangue della ferita sconosciuta: lo racconta mia cugina che di quel sangue porta i segni.

 

13.

 

è della notte il grido ancora vivo mentre sistemiamo i pacchi in numeri col pennello rosso che segna le pietre. si rimette ordine classificando i danni le case sbriciolate, le vite perdute, ma nel conteggio si perde lo strazio le lacrime versate, il futuro inaridito.

 

 

Disteso sui miei sensi penso

(oltre le nuvole e le luci dei lampioni

alari) col fiato sospeso sulle colline blu.

Nemmeno i corpi uniti nell’amore

e racchiusi in un respiro solo sanno dire

dell’immenso in cui mi perdo ora

per questo tramonto vulnerabile e mobile

nel bagliore di una luce sterminata

tra le voci intrecciate in lontananza.

Se apparteniamo – per un istante –

a un’altra vita, a un’epoca leggendaria,

non ci è dato sapere dal poco che tracciamo

sciogliendo in illusione le certezze.

È quel bagliore, che si insinua vorticoso

oltre la forza decisa delle ossa,

ad aprire un nuovo varco sotto pelle,

a rinominare infinito il suono delle cose,

di quell’oceano che si nasconde eternamente

dentro al volto immobile dei monti.

 

(Montefusco, 8 gennaio 2012)

 

 

Sulla tua faccia il rossore

di vino e ti sfioro l’orlo

della camicia ma non lascio

che il tocco scombini ogni forma

ed osservo il tuo riso, il gioco

parlando, sfiorando la fronte.

Attiro alla voce la voglia

di vita, risalirei nella valle

profonda le dita ed aspetto

godendo (come allora) il tuo viso:

ogni amore è improvviso.

 

Testi tratti da La grazia dei frammenti di Domenico Cipriano, Giuliano Ladolfi Editore, 2020.

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