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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: Poesie

Versi trasversali

06 sabato Lug 2019

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Davide Morelli

 

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

DAVIDE MORELLI

*

ALL’IMBRUNIRE

C’è un sovraccarico di segni

a quest’ora del giorno.

L’aria si fa più fine.

L’animo fa il calco

di questo tramonto.

Tutto passa, anche il passato.

Ma non dirmi il sottinteso, il traslato.

Sembra che non ci si possa esimere

dall’hic et nunc, dai rebus insolubili,

dalle associazioni di idee,

dalle giaculatorie brevi ed ingenue,

che avvitano la mente all’imbrunire.

 

*

TROPPO PRESTO

L’oscurità inghiotte la città.

La notte capovolge la realtà.

Ritorna un fantasma dalla memoria:

ricordiamo insieme una triste storia.

E’ morto  giovane. Troppo presto.

Restano pochi gesti, poche frasi.

Restano solo pochi aneddoti:

finiranno nel nulla dopo di noi.

Il vento fa da perno al rumore

delle cose e delle nostre parole.

 

*

VIAGGIO

Una volta all’anno si ha voglia

di partire: vedere altri volti,

altri paesaggi, altri luoghi:

sentire altre voci e altre storie

per tornare e sentirsi come nuovi.

Ma è solo e soltanto un’illusione

avere  copiato quei cieli

con una comune carta carbone.

 

*

SUL TAVOLO

Tutto ciò avvenne simultaneamente.

Ma non me la santo di parlare di coincidenze

o di concatenazione di cause.

Eravamo metafore sospese nel vuoto.

Si potrebbe parlare per ore

degli automatismi della gioventù.

Sul tavolo un biglietto del treno

di dieci anni fa.

Lo guardo. E’ lì senza un significato preciso.

Ciò che è remoto ritorna inavvertitamente

senza fare troppi sforzi di memoria.

La vita: questo strano impasto

di miele e fiele, di abitudini e similitudini.

I destini: questo gioco ad incastro.

 

*

GODOT

Essere umani significa anche

avere tutte le carte truccate

e ciò nonostante perdere lo stesso.

Essere umani significa anche

cercare punti fermi, approdi;

trovare segni inequivocabili

dove non c’è certezza assoluta.

Significa anche cercare l’altrove

nella realtà più convenzionale.

Ci sono innocenti senza colpa

condannati alla sofferenza atroce…

Anche oggi noi eravamo in attesa.

Un posto vale l’altro per attenderlo.

Certi l’attendono tutta la vita.

Anche oggi Godot ha dato forfait.

Non ci restano che giochi di specchi,

accostamenti inusuali di parole,

verità posticce o provvisorie.

Ma non possiamo dire ad ogni modo

che nell’attesa eravamo soli.

 

*

IPOTESI

Potremmo essere ologrammi

fluttuanti in molte dimensioni.

Trascendendo lo spazio e il tempo,

potremmo abitare il multiverso.

Ma al momento è solo una ipotesi

fantasiosa, se non delirante.

Direi una ipotesi tra le tante.

 

*

FELICITA’

La felicità di primo acchito

è una bella ragazza che ammicca.

Ma subito dopo si rivela come

un trucco prospettico dell’animo.

Più che una condizione esistenziale

è uno stato d’animo passeggero.

Siamo legati a questa illusione

da un eterno sortilegio.

È una eterna promessa

non mantenuta.

Niente di più.

 

Testi tratti da Componimenti pseudopoetici e Cuore improduttivo

 

 

 

 

 

 

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I disoccupati

01 mercoledì Mag 2019

Posted by Deborah Mega in Poesie

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Edward Hopper, Stephen Spender

Edward Hopper – People in the Sun – 1960

I disoccupati

Passando tra la folla silenziosa
in piedi dietro opache sigarette,
questi uomini in ozio nella strada,
io ho il senso della luce che cade.

Indugiano agli angoli della via
e con un alzar di spalle salutano
gli amici e rovesciano le tasche
vuote, gesti cinici dei poveri.

Non hanno ora lavoro, come gli uomini
più degni e ben pagati a tavolino
dormono lunghe notti e alle dieci
si alzano e rimangono a guardare
lo stillicidio lento delle ore.

Sono geloso delle ore di pianto
che fissano con quegli occhi affamati.
Sono ossessionato da queste immagini,
sono ossessionato dal loro vuoto.

Stephen Spender, Poesie (Mondadori, 1999), trad. di Alfredo Rizzardi

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Nota critica su “La finestra dei mirtilli” di Fernando Lena e Daìta Martinez

22 lunedì Apr 2019

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Poesie, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Daìta Martinez, Fernando Lena, La finestra dei mirtilli

 

Da una finestra si assorbe sole e aria, si osserva il mondo, il cielo azzurro o plumbeo, l’orizzonte caratterizzato da un paesaggio collinare o portuale. Immagino che questa sia la visuale consueta per i due autori Lena e Martinez, dal loro punto di osservazione. Comiso e Palermo, tratti geografici che, insieme alla sperimentazione espressiva, li accomunano più di quanto faccia la loro scrittura, almeno ad una prima lettura. E da una finestra di mirtilli, punto di osservazione sul mondo, scrivono i due autori.

I testi di Lena e Martinez, contrassegnati solo da un orario, si alternano attraverso la raccolta in modo differente anche dal punto di vista tipografico tanto da richiamare aspetti e contenuti terreni, nel caso di Lena, flussi di coscienza e flashback nel caso di Martinez. Procedendo nella lettura però trapelano flashback anche dai versi di Fernando e attività concrete e quotidiane dai versi di Daìta. Emergono i temi ricorrenti nella poetica dei due autori: la dipendenza, l’irrequietezza, la paura, l’illusione, la mediocrità, l’amore mancato, l’euforia, il viaggio, il dolore, il tempo, la morte, la solitudine nel caso di Lena; la memoria, l’attesa, l’assenza, la nostalgia, la religione, la libertà nel caso di Martinez. Ne viene fuori un’atmosfera realistica descritta nei suoi aspetti più crudi, veri e oggettivi in un caso, nonostante i pensieri, le emozioni e i giudizi siano percepibili, un’atmosfera quasi crepuscolare e malinconica che mira a rappresentare le piccole azioni e cose di ogni giorno, gli affetti, le abitudini e l’intimità di un’esistenza semplice confortata dai valori della tradizione nell’altro. Lena sogna alla finestra pensando ad un arcobaleno in due e a tutti i colori in un sogno solo, Martinez invece il ritorno all’ingenuità dell’infanzia mentre considera con ironia il desiderio di una felicità quieta e modesta.

Martinez utilizza il dialetto come lingua originaria che dà vita ad una poesia immaginifica e allegorica in cui confluiscono profumi, tradizioni, suggestioni tipiche dell’isola. La sperimentazione, che Martinez persegue, la porta a costruire quasi architettonicamente ogni parola, ogni posizione e spaziatura tra le parole in un modo che corrisponde all’afflato della lingua, al suo naturale intercalare. Demolisce la sintassi tradizionale perché i versi sono privi di punteggiatura, tuttavia catturano il lettore per il loro aspetto visivo. Si ricorre spesso al dialogo, con il suo alternarsi di interrogativi e di risposte a volte sussurrate, altre volte pronunciate con decisione e fermezza. Ad entrambi è comune la grande sensibilità, il sentire e vivere la vita con intensità e un senso di accoglienza e appartenenza al proprio mondo.

Anche Lena è poeta dalla grande sensibilità, che avverte di avere soltanto parole nella sua povertà di talento oltre a quello di perdere le coincidenze con la morte, analizza il suo rapporto con il luogo natìo, mitico e allo stesso tempo limitante e lo sublima attraverso il ricordo che conferisce ai pensieri il sapore della testimonianza. Per entrambi, la finestra è angolo di osservazione, che consente un diverso approccio e una differente lettura della realtà dovuti a esperienze di vita completamente differenti. Da quanto detto, “La finestra dei mirtilli” merita di essere letta e approfondita perché rappresenta lo stesso mondo visto da due diverse prospettive, in cui è avvincente perdersi.

© Deborah Mega

*

f:
00.00

Vorrei un giorno
dicevo a quella tossica di Adele
mentre lei mi metteva fretta nel prendergli la vena.
Un giorno avrei voluto amarla, con una fede
consegnargli il mio batticuore e tutte le epatiti.
Davanti a Dio ci saremmo scambiati le allucinazioni
promettendo metadone anzichè aghi ingestibili.
E così avrei detto amore e nei cessi poi vomitato
una delle mie tante personalità.
Ho pensato in grammi per chissà quanto tempo
immaginando che fosse lì il peso della mia volontà.
Essere con il respiro dentro l’abitudine di peccare
se ciò fosse una espiazione metodica dei polmoni
direi che ho vissuto brancolando per necessità
d’assomigliare più a una bestia che a un santo.
Vorrei un giorno che la finestra apparisse lucida
e baciandomi tra i passanti, dalle loro bocche
tu ascoltassi almeno una parola dolce di mirtilli.

(ora non lo sai, ma forse il dolore ci sorprenderà)

*

d:
23.23

accade ciurato dal grembo un merletto melanconica sutura
a mia assenza la notte arrotondata tra il catino e la maniera
chi c’hannu li manuzze mentri pigghianu l’aria frisca sutta
chiddu ca nun torna d’un orlo alla paura degli specchi
o un rovinio di latte quando è piana la fontana dentro agli attimi
primitivo il sapore a dietro un gesto dal respiro e ha cenere
                                                                                               guarda
la collana
della sposa
imperfetta movenza]

quest’ancestrale solitudine dalle braccia che morbide mi
asciugo candore del rimpianto sulla riva del cielo lassatu
a li lampare cunsacrate d’ogni dèi la spiranza vagnata di
nuddu ca nuddu sapi li dogghie ammucciate nta la vucca
assittata d’insonnia e collina discendente silenzio questa
ebbrezza spugghiata ‘n mezzu ciatu na fogghia crolla lei

*

f:
17.10

«Ora puoi fare da solo dicevi
come se io avessi imparato chissà cosa di così geniale
era una questione di paure
e per alcuni quelle paure li condusse alla luce».
Ma noi eravamo quelli davanti ai pub chiusi
convinti di mirare la luna con le bottiglie vuote
eravamo una specie non protetta
causa le molteplici bestemmie e l’amore
per una sola fede appuntita, maleducata.
Poi il cielo è cambiato e i colori
hanno iniziato a moltiplicare il rosso sulle camicie,
sul cruscotto: dove c’era follia quel colore
ci battezzava le cadute e mai nessuna rivincita.
Ora potresti convincermi che la vista ci ha illusi
perchè le nuvole non le abbiamo mai avute sotto i piedi
o forse sono ancora messe lì nel dipinto ispirato da Dio,
e anche se ti cerco nei dettagli appena una croce,
una foto, indicano l’evoluzione del caos:
ogni minuto dell’aria adesso è eternità,
forse non so respirare ma scrivere della mediocrità
che spinge i cancelli non lascia
nuove storie alla voce arrugginita, e ormai
varcata l’intenzione quei bambini sull’altalena
non siamo noi, capisci ?
noi abbiamo tutte le periferie in gola, ed è impossibile
gridare la bellezza all’infuori del diritto d’essere
muti fino alla resurrezione.
«Finalmente puoi fare da solo – dicevi soddisfatta –
come se avessi imparato la formula dell’accoglienza:
diluirmi nel sangue aspirando la tua dolcezza mancata
da una fiala… fu quello l’amore… tutto in percentuali
tra un collasso e un’aurora».

a volte imparo dalla saliva
l’affinità dei vomiti
sarà un’intuizione epatica,
ma vivere quello non ci riesco
è una febbre alle ossa
inestirpabile senza un’idea.

*

d:
19.43

come posso
a un nocciolo
di piede

m’inchina silenzio
o liberazione sia

velatura le unghia
dal sonno un dopo
lasciato

hai battito tempo ?

e il vuoto in un canto di cicale
affonda la notte ai nostri passi
smarrita resistenza poi     ferita

l’eclissi blasfema

                   cavallucciu marinu
                  ‘u mari mi scinni da
                  chisti occhiuzzi ccà

l’avissi pinzatu r’accussì ‘u juocu mentri unn’era jucu
[caminari all’incuntrariu unni attummuliava la

grasta e tuttu ‘u firmamentu di la vistina i centrini
[all’uncinetto la grazia di li mennule ‘u lettu in
un ramuzzu di misericordia cielo sbavato all’odore del
[mosto: l’avissi pinzatu r’accussì ‘u jocu ma
unn’era jocu iu ca nun sacciu parrari e m’ammucciu
[sutta na scorza d’aranci ché la pioggia ha il
senso del contatto mancato o mancato al contatto il giorno
[dei giorni in un casteddu di rina

appizzatu
a la vintura
dello spacco

si tramonta dalle mani il torpore
comu pozzu
arriminari li paroli
prijate

nel sangue degli apostoli
ho

libertà?

statti mutu
‘a prucissiuni sta passannu

 

La finestra dei mirtilli, Daìta Martinez/Fernando Lena, Salarchi Immagini, Ragusa, 2019

 

 

 

 

 

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Versi trasversali

15 lunedì Apr 2019

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

≈ 1 Commento

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Luca Gilioli

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

LUCA GILIOLI

falla

champagne dall’alto
su una piramide umana.
un astemio fa crollare
il delicato equilibrio.

*

su suolo sconsacrato

su suolo
sconsacrato
dipinge un
madonnaro.

sgargiante
il talento,
sgargianti
i colori,
ma istante
dopo istante
sbiadiscono
impotenti
al margine
della strada.

su suolo
sconsacrato
dipinge un
madonnaro,
e qualche
spicciolo
può far della
sua ciotola
la sua cupola.

*

dark rooms

barattiamo l’estremo
nelle stanze più buie.
scendiamo gradini
per creare discontinuità.

*

a ogni sua propria parola

a ogni sua propria parola
il narciso è assuefatto.
se ne rimbomba l’eco e
del suo verbo gemma.

*

contatti umani

dimentichi del valore di
antichi sacrifici, gli individui
camminano ignorandosi.
si ritagliano un futuro
assottigliando contatti,
sono isole in fuga da un
impero di condivisione.
in principio era un abbraccio,
poi due mani, poi due dita:
istmo tra diadochi alla deriva.

*

soldati

calici di
cristallo a
un palmo
di stanza
al banchetto.
di respiri
d’angoscia
s’appannano,
s’appannano,
e attendono
l’ordine da
chi li ha
in pugno.
——————
contro bocche
da fuoco
mezzi vuoti
si riversano.
s’incrinano.
s’infrangono.

*

via

sgombro il
mio volto
via gli occhi
via il naso
via la bocca
che nessuno
veda in me
futuro, e mi
oltrepassi

Testi tratti da Poesie scelte.

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Versi trasversali

11 giovedì Apr 2019

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Manfredi Destro

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

MANFREDI DESTRO

*

NON SIAMO IL CIELO

Non siamo il cielo, o gli astri,
Non siamo monti o pietre,
Non siamo vulcani,
Né distese di ghiaccio
E nemmeno boschi o
Ulivi, che dalle radici
Profonde suggono l’eterno.
Sono più simili all’uomo
Le bacche d’erica,
Le ginestre cinte d’alloro,
E ancora, le farfalle
Più effimere.

É meglio morire presto
Che non aver mai vissuto,
E assai peggio della morte
É l’eternità.

GUARISCIMI DALLA VITA

Al fresco albore di maggio
La rugiada dei fiori
Sarà il nostro ruscello,
E linfa che scorre
Saranno le more,
Colte acerbe dai roveti spinosi.
Dove piantammo utopie
E smanie giovanili,
Troveremo la malva
E i fiori dell’anice,
E là, dove le prime rondini
Ci apparvero, berremo del vino
Da conche di giada.

Oh, se solo capissi
Che non siamo il mondo,
Siamo verdi e viola,
E se l’ipomea muore
D’inverno, noi
Possiamo rinascere per sempre
Nell’eterna primavera.

Non ascoltarli,
Non nasconderti;
Guariscimi dalla vita
O morirò per la poesia.

BRUGHIERA

Lo sa
La Luna,
Con i suoi monti
E con i suoi pendii;
Lo sa
Il Vento dell’Ovest,
Nell’eterno suo vagare;
Lo sa
Il Sagittario e
Lo sa il gallo,
Che freme nel buio
Ma imita l’usignolo
Quando scorge l’aurora.

Loro lo sanno,
Di noi uomini,
Che siamo cenere
Dal carbone;
Siamo sabbia
In una clessidra;
Polvere in volo,
Che si posa per sempre
Quando finisce
Il suo tempo;
Siamo il brivido eterno
Di un istante,
Finché dura.

AMORE INCONFESSATO

Dalle tue labbra lontane
Ho udito un lamento, un sussurro,
Come brina e diaspro
Che poggiano sul narciso.
Non ti ho risposto,
Ma ti ha risposto la notte
Intarsiata di stelle.

Ogni segreto,
Ogni bugia che nascondo,
É uno squarcio in più
Nei recessi dell’anima,
Un’incisione silenziosa
Nel cuore.

CREPUSCOLO D’AUTUNNO

Dall’irta palude sussurra il ginepro,
 
Coperto dal chiasso dei macabri fiori,
 
Cantano i boschi
 
Dall’ambra nel manto,
 
Stridono i falchi
 
Voluttuosi nei cieli.
 
 
Perdono foglie i rami nodosi,
 
Divengono spogli i faggi più grevi,
 
Nel cielo di sangue
 
Le nuvole muoiono,
 
 
Ecco il crepuscolo,
 
La quiete più nera.

IL TESTIMONE

Chi può udire gli ultimi drappi di
Vita, che affiorano nel buio spigoloso,
Soffocati tra i denti glaciali della Morte;
E le urla dei neonati
Abbandonati sul ciglio della
Periferia, e i lamenti
Che scivolano di nascosto, come
Un sussurro nell’animo silenzioso,
Tra le vecchie inferriate
Di uomini denutriti?

Solo chi veglia nella notte furtiva,
E, sotto una luna di sangue,
Passeggia con le stelle.
Riposa, vampiro, alle minacce dell’alba,
Come rugiada
Che dorme sull’Elleboro
Nei pascoli montuosi.

INNO ALLA NOTTE

Sputa la notte sui vivi,
Dei morti ricolma lo spirito,
Spezza le catene del sonno
Per gli eterni dormienti.
Dall’alta croce
Schioda i contaminati col sangue;

Melanconico, le mani
Intreccio sul cuore, passo
D’ambrosia funebre.

Umile e fiera giunge la notte,
Dentro mi desta una notte più scura;
Odo il fraterno urlo dolciastro,
Come ordite lanterne e vuote faretre,
Come il sospiro di un pesce
O un cannibale insazio;

Melanconico, le mani
Intreccio sul cuore, passo
D’ambrosia funebre.

Testi tratti da Crisantemi e narcisi

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Vediamo cosa inventerà oggi il vento

14 giovedì Mar 2019

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

≈ 1 Commento

Vediamo cosa inventerà oggi il vento
vediamo quanta nebbia farà filare via
noi che stiamo a cavallo di marzo
noi che abbiamo già in mente aprile
noi che contiamo su ciò che succede agli alberi.
Vediamo quante manine verdi spuntano
che gettano le loro dita al cielo
stiamo aspettando che la clorofilla dica
cantata tutta intera la sua messa
che si sacrifichi qualcuno per questo dio.
Speriamo che questa religione si riveli
e accada che la sostanza che sta sotto
emerga in qualche modo con i gomiti
e abbia le braccia forti e in braccio il cuore .
Vediamo se a tendere l’orecchio
si possa udire almeno per un poco
il legno che si fa strada dentro al legno.

Francesco Tontoli

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Versi trasversali

25 lunedì Feb 2019

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Riccardo Mazzamuto

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

RICCARDO MAZZAMUTO

*

DIO VOSTRO

Non mi recavo in chiesa

da tempo…  forse quando

si sposò un’amica:

“Blababa ba blaba

ci vuole fede blaba…

Continua a leggere →

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Versi trasversali

18 lunedì Feb 2019

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Giorgio Montanari

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

GIORGIO MONTANARI

 

Stagioni

 

Vivere grazie all’unione di due corpi.

Riconoscere il sorriso della madre.

La prima parola abbozzata da un bimbo.

Imparare tutto dal gioco e dall’esperienza.

La voce bianca che cresce adulta.

Confidarsi con il migliore amico.

Lo stress nel mondo del lavoro.

Scegliere la montatura degli occhiali.

Le rughe che condannano il volto di una modella.

Il primo capello bianco.

È più difficile addormentarsi.

Un anziano che non rammenta cosa ha mangiato.

I passi si fanno stanchi ed impegnativi.

Lo strazio dei parenti al funerale.

Lo sbiadire del ricordo in chi ancora vive.

Continua a leggere →

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Natale altro non è

25 martedì Dic 2018

Posted by LiminaMundi in Poesie, Segnalazioni ed eventi

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L'incanto di Natale, Maria Luisa Spaziani

La Redazione del blog LIMINA MUNDI augura a tutti BUON NATALE.

‘Snowflake’ by Alexey Kljatov

Lettera 1951

Natale altro non è che quest’immenso
silenzio che dilaga per le strade,
dove platani ciechi
ridono con la neve,

altro non è che fondere a distanza
le nostre solitudini,
sopra i molli sargassi
stendere nella notte un ponte d’oro.

Sono qui, col tuo dono che m’illumina
di dieci stelle-lune,
trasognata guidandomi per mano
dove vibra un riverbero
di fuochi e di lanterne (verde e viola),
di girandole e insegne di caffè.

Van Gogh, Parigi azzurra…
Un pino a destra
per appendervi quattro nostalgie
e la mia fede in te, bianca cometa
in cima.

 

Maria Luisa Spaziani, L’incanto di Natale (Einaudi, 2012)

 

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CHIAMAMI

02 domenica Dic 2018

Posted by alefanti in Poesie, SINE LIMINE

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Chiamami luce che tarda
aria corrosa dall’attesa
pane di buio a consolare
Chiamami risposta alle tue domande
che ai piedi mi sdraio e sto
mi consegno alle carezze
al silenzio mi consegno
Chiamami “vai via così che mi manchi
il tuo odore”, dirai serio
lo dirai, credimi, e sarà vero
mancherò dentro l’aria
Chiamami e lo saprai
quanto a lungo
prima e poi di nuovo
imperdibile mai ricevuto
dono finale sarò
Chiamami

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Versi trasversali

26 lunedì Nov 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Marta Genduso

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

MARTA GENDUSO

 

Carbone

La tua energia di vivere

trattenuta in nuce

una violenza estrosa

interdetta:

una mano sulla corteccia

l’altra tra i miei capelli

stretti alle dita

come corda tra le labbra

il canto del piacere.

 

Travolta io, qui accanto

come un carbone arso e muto

mi sento e rimango

per terra tra gli ultimi fuochi.

 

Così se mi prendessi tra le dita

adesso

una tenerezza implosa

scoscesa:

una mano sulla roccia

l’altra a tracciare graffiti

nel paleolitico dei miei desideri

nella caverna del dinofelis.

*

Bestia e Terra

Davanti a te

o meglio

fra le tue mani

ritorno di terra

impasto d’argilla

fasci di nervi e fremiti

impulsi etologici.

 

Ricomincio a fiutare

riprendo a sentire

ogni muovere che striscia

sibilla sul manto

carezza le zampe

che corrono nostalgia

 

Davanti a te

o meglio

con le tue mani

mi spoglio

prima dell’evoluzione

prima dell’homo

in contatto col tempo

 

Così

lontana da te

rimango

al buio

se non hai mai visto una bestia piangere,

al buio

per te.

 

*

Il mortaio di legno

Il mortaio di legno

rintocca

batte

le bacche si disfano

aprendosi in frantumi

poi il succo

liquido rappreso

sangue raggrumato

una pasta di mandorle

compatta

sulla fronte come

medicina antica

 

così anche noi

rimaniamo pestati.

 

Il mortaio di legno

batte

rintocca

svogliato

nel nostro martirio

dei giorni che escono a gocce

da un vecchio rubinetto malandato

le parole stanche biascicate

si trascinano

escono come rivoli di saliva

nel sonno

sul cuscino

fino alla stasi muta

dei corpi lontani.

 

Noi

disfatti e spacciati

che non sappiamo come

siamo arrivati

fin qui

malridotti

naufraghi della nostra tempesta

fuori controllo

approdati

su due isole adesso

distanti.

*

Pangea

In un attimo

siamo la pangea di una nova terra

incastrati gli uni negli altri

nei nostri orli appena frastagliati

zolle informi che si distaccheranno

ma siamo solo alla deriva

continenti

quando lontani

 

in giro per la città

ce ne andremo

come scivolando

su tappeti di oceano

velluto nero increspato

 

ma siamo solo alla deriva

continenti

quando lontani

*

Arenaria inutile

Un’arenaria inutile

stamattina

un frammento

una scaglia grattugiata

bianca e nuda

su questo letto

una spiaggia infinita

senza mare

quindi un deserto

di arsure

un contenitore brullo

di plastica

sparuto

sparpagliata in me

frugando nel sonno

un cumulo di ossa ordinate

secondo una fisiologia animale

che mi lascia indietro

e ferma ancora

lenta e senza scampo

in questo nuovo giorno che

mi sfinisce cominciando.

*

Dimentica

Quel giorno in cui entrasti in casa

-la porta aperta-

sul pavimento

tra giornali e oggetti quotidiani

hai trovato

gli incubi che ogni notte

ti avrebbero cercato

e così adesso

io vorrei soltanto

che su ognuna delle impronte

di quei colpi,

che su ognuno di quei punti

percossi

e dai lividi attoniti e sconvolti

si aprissero forme

di laghi,

di fari,

di lune ancora giovani

contente alle prime rughe

oppure ancora

righe di orizzonte

in fuga dai capelli.

 

Voltati,

rivoltati

nel liquido amniotico delle tue profondità

nelle ciglia chiuse e confuse

nella gestazione di ricordi nuovi

e lascia che quelle immagini

smarriscano la strada

senza tracce

verso te.

*

 

Ricordati

Sei nato due volte

e il secondo dolore

inflitto

il parto di te

scegliendo

chi non saresti mai diventato

nell’immagine del volto duro

del braccio scagliato

degli occhi crepacci violenti

resistente tu

ingoiando il colpo sordo

digerendolo onirico

irresoluto

nel muto vagito

nel pianto sprecato

il parto da te.

 

(Fiorisce da ogni colpo

la rinuncia

fiorisce ad ogni livido

la scelta)

 

 

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Versi trasversali

19 lunedì Nov 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Lorenzo Pataro

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

LORENZO PATARO

 

L’incontro

Sul treno galeotto dell’alba,

una luce e una voce

ti hanno dato

la forma speculare

del mio tavolo ideale apparecchiato.

 

Sei arrivata

come una lama madida d’arancia

a squarciare il mio amore

gettato in un vicolo cieco.

 

La freccia è stata

come la carta

quando taglia le dita.

Vedi il sangue,

ma non la ferita.

*

Attraversarsi

Dopo la tua freccia

lascia che anch’io

ti attraversi

come un frusciante foglio di luce

sottotono e sottovoce.

 

Un fiume che bacia

con gli occhi chiusi

la sua foce.

*

Promessa fragile

Immagina

di buttarti

a capofitto

nel vuoto

e che ci sia

io

lì sotto

a salvarti.

È questa

la fragile promessa

che vorrei farti.

 

Di afferrarti

anche quando sarà impossibile.

*

Icaro

Un giorno di questi

voleremo via

come stormi di uccelli

impauriti dai temporali.

 

E se il sole

brucerà le nostre ali,

cadremo in mari senza fondali

stringendoci le mani,

liberandoci dai mali.

*

Darsi al vento

Ingoiare per sbaglio i noccioli delle ciliegie:

errore di fatalità diresti

istante negato che si partorisce dal buio

emerge dai cunicoli della gola

e li addenta come una madre quando vorace

trascina dai polsi il suo bambino

per insegnargli la ferocia dell’ascolto.

 

Ritirare la sete:

difetto di volontà diresti

istante scelto che si contorce

al sole, come ritira la lingua la serpe,

la saliva amara.

 

Spezzare la punta della matita

sentire le vertebre stridere

con la grafite:

errore di precisione diresti

pugile flaccido

bersaglio mancato per un soffio

troppa superbia nell’impugnare l’arma.

 

– Siamo fatti per cadere –

ti dico

mente ti ergi a un millimetro

dal mio gettare

e vorresti che i coltelli

non sviscerassero il vuoto.

*

L’estinzione

Dopo tanta fugace combustione,

alle fiamme miracolose dell’incendio

l’acqua indiscreta fuoriuscita dalle bende strappate

ha messo punti

dov’erano previste virgole.

 

Dei fuochi

sono rimaste solo poche briciole grigie

disperse tra l’erba notturna

che ci accolse come ustionati orfani

in fuga da un corrosivo ardere.

 

Troppa accecante luce

ha mascherato

i volti plasmati dall’amorosa Idea

che dell’Amore costruisce un’arenosa statua chimerica

pronta a dissolversi al primo liquido disvelamento.

*

Penisole orfane

Rimaniamo sul bordo delle rose

ad osservarle, a guardarci dentro,

attaccati al filo che ci stringe le spalle,

pronti a spiccare il volo

come petali scagliati da un bambino

per guardare come si staccano dal grembo.

 

Rimaniamo sul bordo

di ciò che fummo

e non siamo più,

penisole orfane

nuotiamo verso nuove rive,

nuove spine con cui ferirci.

 

Testi tratti da Bruciare la sete, Controluna, giugno 2018

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Versi trasversali

29 lunedì Ott 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Stefano Di Ubaldo

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

STEFANO DI UBALDO

 

Una scelta tra luci e ombre

 

Ogni scelta è una storia

sul filo di lana

contorto in matassa:

non c’è ragione

che si dipani

senza un telaio

di molte mani;

alla ricerca

di capi sciolti,

ci vanno in tanti

per varia sorte,

forse chiamati

dai bassifondi,

a scovar luce

laddove è nera

la superficie

che sa assorbirla,

ma non mostrarla,

come un riflesso,

all’ombra incerta

che le sta intorno.

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Versi trasversali

22 lunedì Ott 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Valerio Succi

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

 

VALERIO SUCCI

 

III

 

Le mezze stagioni sono scomparse, si sa

il clima è impazzito, manicomio

temperature dal deserto al polo, un attimo.

 

Questo forse scombussola i giovani

oramai disorientati, bandiere al vento

 

oggi dunque coi comunisti, (finta) Resistenza

invocando la legalizzazione, mille pseudo-rivolte

in piazze gremite, aggiornamento social.

 

Poi la brezza, migrazione a destra

all’attacco dei neri, Tutti a casa loro

ecco l’esercito dei veementi nazi, patriottici (?).

 

Le mezze stagioni, come i valori, dimenticate

impazzita è la società, bomba in detonazione

mutevole pari al vento, segue ogni direzione.

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Versi trasversali

08 lunedì Ott 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Guglielmo Aprile

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

GUGLIELMO APRILE

 

Congedo tardivo

Datemi una valida scusa per restare,

che compensi

la troppa acqua fredda accumulata nelle ossa

e la scarsa ossigenazione degli ambienti,

i rischi di embolia

nel raccogliere monete da sotto il letto;

 

questo regno dei cieli quando arriva,

in ogni fine c’è una liberazione,

sono impaziente di restituire

gli oggetti ricevuti in prestito,

spero di lasciare questo albergo sgraziato

al più presto.

 

***

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Ad un poeta e alla sua grazia

30 domenica Set 2018

Posted by alefanti in Poesie, SINE LIMINE

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Hai il passo sicuro del padrone delle parole
e il tono di chi non le ha comprate
né avute in omaggio

È evidente che con le tue stesse mani
le hai scavate dalla terra

che tra i sassi che tentavano una strenua resistenza
le hai liberate dalla paralisi della zolla

è certo che le hai estratte
da dentro la roccia più dura

e che trovandoci dell’acqua
ne hai distillata qualcuna più pura

Che dirti? Sei bello. Puoi fermarti.

Non venderò la mia anima
non l’ho venduta mai

Mi tengo i miei balbettii

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Meriggiare pallido e assorto

01 sabato Set 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Poesie

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Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto, Ossi di seppia

Limina Mundi riprende la sua programmazione ordinaria con la pubblicazione di un celebre testo di Eugenio Montale dedicato all’estate e tratto dalla raccolta Ossi di seppia. Il poeta descrive il paesaggio ligure assolato e riarso dal sole durante le ore più calde di un pomeriggio estivo. Gli elementi della natura diventano emblemi della sofferenza e del male di vivere che accomuna tutte le creature: il frusciare delle serpi, il movimento incessante delle formiche, il suono quasi metallico del mare sono tutte espressioni del brancolare privo di senso, dietro le quali si annida prepotentemente il nulla. Lo stesso vivere è come camminare costeggiando un muro invalicabile, che ha in cima “cocci aguzzi di bottiglia”, si mette in evidenza così l’impossibilità di sfiorare e comprendere il vero senso dell’esistenza. Meriggiare è il primo di una lunga serie di infiniti e forme impersonali come “ascoltare” “Osservare”, “andando”, “sentire”, “seguitare” che ricorrono nel componimento, per rappresentare una situazione di desolante staticità. I suoni aspri e secchi della c velare, della s e della r insieme al gruppo gl (“abbaglia”, “meraviglia”, “travaglio”, “muraglia”, “bottiglia”) che ricorrono per tutta la poesia, ricordano le scelte stilistiche dell’Alighieri delle “rime petrose”. L’immagine del muro è qualcosa di invalicabile, più che ad una barriera fisica si fa riferimento ad una condizione metafisica ed esistenziale. La poesia si compone di tre quartine e una strofa conclusiva di cinque versi (di varia misura, dall’endecasillabo al novenario) con rime secondo lo schema: AABB CDCD EEFF GHIGH.

foto di Deborah Mega

 

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

EUGENIO MONTALE, da Ossi di seppia

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NERO DI PECE

03 domenica Giu 2018

Posted by alefanti in Parole di donna, Poesie, SINE LIMINE

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La pece che sale
che incolla i piedi alla terra
percorre le gambe
circonda ginocchia
abbraccia le cosce
si abbiglia sui fianchi
si stringe alla vita
si inerpica al torace
cattura le braccia
raggiunge le spalle
si arrotola al collo come fosse una sciarpa
carezza vischiosa il mento e le guance
ti bacia le labbra
la pece dell’odio

che spezza il respiro
chiude gli occhi, li nega
assorbe la vita
la ruba, la toglie

meglio che boia
dentro la propria casa
sarò sconfitta vittima inerme
ma bianca, sia pure di ossa spolpate
dall’urgenza di strapparmi dal nero dell’odio

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Proprio quella

13 domenica Mag 2018

Posted by LiminaMundi in Poesie

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Alessandra Fanti, Deborah Mega, Francesco Tontoli, Loredana Semantica, Maria Rita Orlando

Bernardino Luini, Madonna del Roseto, 1510

Chiede Lilì: “Ma dimmi, babbo mio,
come hai potuto indovinar da te,
proprio la mamma che volevo io,
proprio la mamma che va ben per me?”

Lina Schwarz

 

Sono madre: il tuo trampolino per il salto

Sono madre: il tuo trampolino per il salto.
Dove tuffarti devi saperlo da te.
Io guarderò il tuo avvitamento
sarà comunque perfetto
anche tra gli schizzi più alti
e insubordinati.
Non farti troppo male, se puoi.
Disinfettante e cerotti
qui per te non mancheranno mai.
Sbagliare, ferirti, fallire
tutto ti è consentito.
Riuscire, centrare il bersaglio, vincere
tutto ti è permesso.
Sono madre, la lettera iniziale è minuscola
e non è un caso.

Alessandra Fanti

Farsi madre è per ali forti

Farsi madre è per ali forti
farsi madre come cagna
o gatta per la salda presa
del collare per la lingua
che al caldo della cuccia
lecca ruvida di spugna
il pelo ai corpicini.

Farsi madre
di mammelle e latte
pancia utero vagina
tra le zampe soffici di piume
per la cova delle uova
nella paglia il guscio rotto
la placenta amniotica
l’albume.

E sono belli i pulcini
vividi di giallo alti snelli
con o senza barba
con gli occhi chiusi sulla strada
prodighi di tempo e sonno
madre ti dico nella conta
di tazze salici staffette
notti innevate transazioni
nell’attesa del decollo
oltre il nido l’ingresso
l’illuminazione.

Loredana Semantica

Io (una) madre
 
Ricordo ancora
 
il torpore del risveglio
 
il riemergere al reale
 
con la mente vuota
 
incapace di pensare
 
voci confuse da lontano
 
attraversano il silenzio
 
di oblìo simile alla morte.
 
 
Dalla cortina di assenza
 
un ricordo inconsistente
 
diviene paura concreta.
 
È viva? È sana?
 
Provo a muovere le membra intorpidite
 
anestetizzate da staticità imposta
 
a lungo protratta.
 
 
Un dolore tagliente
 
mi annebbia la vista.
 
Mi rispondono
 
che sei viva sei sana
 
(Avrò parlato dunque?)
 
sollevata sprofondo
 
ancora nell’oblìo.
 
 
La prima volta che ti ho visto
 
mi sei apparsa
 
un angelo di Dio
 
il miracolo mio
 
di donna.
 
Avevi la pelle di luna
 
le linee di velluto
 
il mio stesso odore.
 
 
Eri il prodotto puro dell’amore.
 
 
Ora il miracolo è svegliarti
 
scoprendo i segni della crescita
 
gioire e piangere con te
 
che sei parte di me
 
(ancora lì dove sei stata concepita)
 
la mia miglior parte
 
il futuro roseo
 
di attese e di speranze.
 
 
Ti accompagnerò
 
finchè sarà concesso
 
non ripeterò gli errori
 
di mia madre
 
ne compirò di nuovi
 
quelli che solo le madri fanno
 
per eccessivo amore.
 
Deborah Mega

Mi hai sottratto presto il tuo corpo

Mi hai sottratto presto il tuo corpo
l’hai sottratto alle mie mani accudenti
hai imparato presto a lavarti, a vestirti
e già mangiavi da sola quando sei nata
nella tua casa nostra.
Era troppo abitare nelle nostre vite
per te abituata ad essere di nessuno?
Credo sia stata una fatica dura
per te bambina forte di mancanze antiche.
Poi sei tornata a me per abbracciarmi
madre bambina di me bambina madre
nonostante gli anni passati a salvarmi
dal non amore con amori santi.
Avevo una lezione da imparare
avevo da scoprire la distanza adatta
per essere vicina senza soffocare.
E tu, nascosto il corpo, ti sei fatta presente
tempo da dove non scappare
materia ad aumentare
respiro spiato la notte
risate e scoperte da far figliare.

Alessandra Fanti

 

M.A.D.R.E. 

Mediatrice
Attenta
Disincantata
Rimani
Essenza.

Io.

Ribelle
Indomita
Troppo
Ancora

Figlia.

Maria Rita Orlando

Lettera a mia madre

Sono arrivato a pensare ai tuoi ricordi e a toccarli

a cosa sarà della tua memoria quando non ci sarai.

Me lo hai fatto capire quando li hai messi in fila

e ancora una volta sei andata più in là nel tempo

arrivando a prima di quando ero bambino

al mondo di prima che io venissi al mondo

-è esistito!- mi hai detto.

Ci sono persone che spingono per farsi ricordare

e bussano alla tua memoria tutte le notti

ti chiedono quell’aiuto che ormai non puoi più dargli.

Mi hai detto che sei andata a cercarle nei vicoli

che hai setacciato i semi che tuo padre comprava

e di un piccolo furto ordito con tua sorella

dove avevate rubato due lire a tua madre.

E io come figlio ho pensato

alle piccole e grandi cose che devo averti rubato.

Ma i tuoi ricordi sono più grandi dei miei

e corrono nella tua testa veloci

ti fanno ritornare nei luoghi dove nessuno può andare

donano una nuova luce ai tuoi occhi ciechi.

Ti sei fatta ascoltare anche sapendo che magari

non ti avrei ascoltato con l’attenzione che richiedevi.

Abbiamo questo tempo consumato e riparatore

che ricuce le diverse trame di tessuti dimenticati

e a incollare il vaso si rischia di vedervi altri disegni

rovistando gli angoli bui che sanno solo i sogni.

Mi hai parlato di almeno un migliaio di scandali

e di cose che si lasciano in deposito

perché le godano gli altri che vengono.

E tutta quella roba che arrivava nella tua testa

io non sapevo dove metterla e cosa farne.

Come sempre e come tutti non ho saputo trarre profitto

della carne delle generazioni venute prima della mia.

E allora devo aver pensato anche a quello che lascerò io

se i miei figli mi ascolteranno quando sarà il momento

se avrò il tempo di farlo e se riuscirò a scandire gli attimi

come hai fatto tu senza aver trovato un interlocutore credibile.

Ma devo aver capito che parlavi più a te stessa che a me

ti confessavi e rimpiangevi amori e morti

e loro ti ripagavano con parole e volti

nella fuga delle storie avvenute o immaginate.

Avevi il bisogno di parlare che solo i vecchi hanno

e che pochi sanno esprimere in pieno.

Sorprende il grande silenzio di non sapere più dire nulla

e il non sapere più farsi ascoltare.

E noi sempre a valutare se poi vale la pena

stare a parlare con qualcuno, fosse pure nostro figlio

sangue del sangue , seme del seme.

Francesco Tontoli

L’immagine della rosa che funge da divisorio tra le poesie è una creazione di Maria Rita Orlando. PER FESTEGGIARE INSIEME LE NOSTRE MAMME, INVITIAMO GLI AMICI POETI A INVIARE ALLA NOSTRA MAIL liminamundi@gmail.com, ENTRO LA MEZZANOTTE DI OGGI, UNA POESIA SUL TEMA DELLA MATERNITA’.

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Versi trasversali: Adua Biagioli Spadi

02 lunedì Apr 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

≈ 1 Commento

Tag

Adua Biagioli Spadi

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ADUA BIAGIOLI SPADI

***

Sempre la fragilità si dirige sommessa alla deriva

nello slaccio d’abbandono del sentire,

è la lacrima a cogliere la perfetta stanza

della noncuranza,

incauto nascondiglio della goccia

il passaggio della scesa,

là dove l’arrestarsi precede il dardo, la caduta

l’affidarsi estremo, disorientato abbraccio.

***

Ci vogliamo esatti

se siamo un connubio di ortiche

sfiorati negli angoli e punti

consapevoli del tedio

sulle mani nessuno ci coglie più.

Non siamo i fiori del gelsomino garbato

allungati per necessità ci rinnova l’acqua battesimale

eppure

siamo riflessi felici delle felci,

così fa il tempo con le nostre mancanze

offre ancora motivi per farci riconoscere.

***

Mi lascio sfogliare da un flusso smisurato,

sono le betulle fuori operanti e timide

a contare le strette di mano e i fallimenti,

sirene inabissate tormentano l’infinito

sei tu il rigo informe dell’acqua dove affollano i versi

quei lontani orizzonti di fluidi e materie,

lo sconfinarsi umano della possibilità.

***

Strilla il campo al canto dell’usignolo

quando lascia impronte sulle terre fresche

annotta a Est la danza delle barche

quando lo stormo dei susini saluta le nostre ciglia

bianche sono l’aria le tue mani e il giglio di Ophelia

svela il sogno seducente delle perle,

è troppo blu lo scarto fra le dighe al vento

quando ci si lascia così senza una parola buona,

la città è perduta forse

ma non per chi si ama per sempre.

***

Perdersi non più,

ti cercherò altrove

oltre il tempo di un sovvertito spazio

di improbabili equilibri.

Il divenire è evoluzione,

meta umana della genesi.

***

Gli occhiali si sono plasmati al naso

annegati  nell’impulso del gesto rarefatto

lentamente

non ce ne siamo accorte mai e ora siamo tornate fragili

siamo passate per la semioscurità delle stanze aperte ai mari grandi

ingoiati dai delfini, navi senza àncora.

Mi lascerai il mistero del mondo, di questo ne ho coscienza

un pulito labirinto nell’ultimo cerchio indistinto.

Quando sarò infine io quel buio, ti cercherò incisa nel sangue.

***

Gli incontri sono avventi afferrati in volo

sguardi-luce tenuti stretti in un carpe diem,

eppure a volte

sulle nostre verità si allungano i capelli delle ombre.

Non saprò più niente delle strade oltre i cancelli

degli scatti in bianco e in nero dei tuoi viaggi

degli occhi miopi,

il tempo ci disarma, ha la forza dell’unire e del dividere

porta via il pensiero e lascia quieti

memoria dimenticata, digiuni eppure senza fame.

Testi tratti da Il tratto dell’estensione, La Vita Felice.

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