Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “Attraverso la serratura” di Josefina Peñate y Hernández

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E L  S A L V A D O R

ATTRAVERSO LA SERRATURA

(1930)

 (1901-1935)

 

Può essere considerata come la prima scrittrice di racconti nel suo paese. È stata anche poetessa e giornalista, allieva di Victoria Magaña de Fortín, prima scrittrice femminista e attivista dei diritti delle donne a El Salvador. Pubblicò in breve tempo, dal 1928 al 1930, tre volumi: “Esbozos”, raccolta di saggi e riflessioni; “Surtidores”, miscellanea di aforismi, prosa e poesia; “Caja de Pandora”, raccolta di racconti. Le tematiche trattate fanno ritenere l’autrice come una delle pioniere del femminismo sudamericano. Nei suoi racconti spesso l’ambiente familiare si trasforma in uno spazio di conflittualità in cui l’uomo opprime la donna attraverso la violenza domestica e una continua emarginazione da tutte le attività sociali, considerate tipicamente maschili per l’epoca.

 

Lesbia era giunta a trovare impiego in quella scuola. Perché? Solamente per capriccio. Non per urgente necessità. Era un’anima sensibile e fine. Brillantemente colta, capace di percepire anche le più vaghe sensazioni e di imprimerle nelle sue pagine predilette. Militava nella legione degli scrittori; non propriamente legione, perché gli scrittori votati a quest’arte si contano sulle dite della mano. Ma quella era la sua bandiera: la suprema idealità della bellezza conquistata dalla parola.

In breve tempo, giunse sotto la lente di quel crocchio di donnicciole volgari della scuola che la esaminavano dalla testa ai piedi e bisbigliavano alle sue spalle. “Pedante, altezzosa.” Ma Lesbia non era né pedante né altezzosa, aveva semplicemente un merito concreto e un valore intrinseco, e questa circostanza mandava le altre fuori dai gangheri. Inoltre, con il suo carattere schivo e ombroso, si teneva sempre a rispettosa distanza, cosa che quelle non gradivano. A questi spiriti gretti che si ritrovavano, scambiandosi sciocchezze e battute volgari, sembrava riprovevole il riserbo altero e dignitoso di Lesbia.

“Chi sei, veramente?” le sussurrava una voce interiore, come per metterla in guardia dalle maldicenze nella scuola. Lesbia si rispondeva: “Chi sono? Una che è molto al di sopra delle loro sciocchezze e delle loro volgarità. Uno spirito che non arriveranno mai a comprendere”.

Taceva, consapevole e fiera, già più volte ferita nel suo amor proprio e nella sua delicatezza.

Un pomeriggio quando andò, come di consueto, per consultare l’orologio, prima di iniziare il suo lavoro, era anche fumettista e caricaturista, si ritrovò con lo stupido mucchietto di carne umana, come sempre, a dire sciocchezze. Salutò educatamente e cercò con lo sguardo l’orologio. Una di loro, forse d’accordo con le altre, le disse:

— Lesbia, di voi dicono che scrivete anche, e che i vostri scritti siano molto belli. Mi piacerebbe leggere un racconto che mi hanno riferito s’intitola: “Attraverso la serratura”, che si deve alla vostra penna magistrale.

Lesbia si pose davanti a quella figura, negli occhi spuntò lo sguardo scrutatore delle sue nere pupille. Dietro il desiderio goffamente espresso si nascondeva un intento malvagio. Lesbia era come un punto luce attorno al quale si raccoglievano tutte le sue compagne, tutti gli artisti. Questo, in luoghi piccoli e calunniosi, suscita pettegolezzi, soprattutto quando la persona che si giudica ha talento e qualità tali da poter essere intaccata dalle coscienze altrui. Ma Lesbia sapeva anche essere perfettamente accattivante. Sapeva farsi lusingare senza mutare di una virgola la sua dignità. Era cresciuta in fretta nei circoli artistici e intellettuali della sua terra natale e la sua casa era sempre apparsa come un cenacolo dove tutti gli iniziati si radunavano per scambiarsi le proprie idee. Lesbia aveva la dote di saper vivere.

Ma quelle anime zuppe di fango cercavano di umiliarla, senza ricordare a loro stesse che tutti noi abbiamo minuscoli recessi nella nostra coscienza che sono molto poco illuminati. Perché se non fosse così, saremmo creature perfette, e dov’è la perfezione? Lesbia con spigliatezza rispose:

— Dite bene, Eleonora. Ho un bel racconto intitolato “Attraverso la serratura”. Non so se vi piacerà. Avevo il ritaglio del giornale da qualche parte ma l’ho perso. Tuttavia, poiché non voglio che rimaniate con il desiderio di conoscerlo, ve lo narrerò a grandi linee.

Così Lesbia iniziò a raccontare una piccola storiella sulla vita intima di Eleonora.

“Lei era una giovane carina e attraente che aveva viaggiato un po’ e per questo credeva di avere illuminazione e finezza, cosa molto difficile. Ebbene, la finezza si eredita, viene dall’anima e dai sentimenti, e l’illuminazione si ottiene quando si ha uno spirito esplorativo assetato di sapere, e quando si viaggia con la mente in talune circostanze. Ma Ifigenia, che è la protagonista della mia storia, non aveva viaggiato in tal modo: aveva semplicemente svolto mansioni gravose, umilianti, futili. Meglio, non aveva perpetrato i costumi generosi della sua gente, ma aveva messo in pratica solo quelli volgari e insignificanti, che si racchiudono nel lusso sfrenato, e imparato a parlare male di tutte le persone a portata di mano, raccontando menzogne e giudicando sempre sotto il prisma dell’invidia e della grettezza morale. Ebbene, senza imparare nulla di buono tornò per necessità in seno alla campagna. Cercò di farsi impiegare come addetta a un banco di rivendita senza riuscirci, fintantoché non la posero a lavorare in una officina dove trascorreva i suoi giorni senza allegria, occupandosi del carico che i carrettieri portavano alle stazioni e ascoltando la loro linguaccia da taverna. Con il cuore spezzato per i pochi spiccioli della paga e per l’umiliazione data dalla sua mansione, decise di cambiare ambiente ed entrò in una scuola superiore per ragazzi. Lì conobbe Edgardo, un maestro piccoletto e nero come una nocciola, ma molto intelligente e buono. Invaghirsi perdutamente l’uno dell’altra alla velocità della luce, fu un tutt’uno. I giorni passavano rapidi come fulmini e lei, ardente di febbre d’amore, aveva nella mente solo il pensiero di farsi sposare. Edgardo, però, non pareva mostrare la stessa determinazione. Un pomeriggio… (arriva la parte interessante) … si diedero appuntamento nei bagni della scuola. Il posto sembrava appropriato, era discreto, buio e chiuso a chiave. Lì si abbandonarono a una passione disperata e orribile. Lui, approfittando del momento e spinto dalle circostanze, aveva sollevato il vestito di raso e cominciava a toccarle il corpo, che tremava di passione. Lei gemeva, desiderando chissà quante altre cose. Naturalmente avevano dimenticato il rispetto che merita un luogo sacro come la scuola e il rispetto umano. Chissà fino a che punto si sarebbero spinti se non fosse stato per due occhi maliziosi e indagatori, che sembravano quelli di un felino, e che, premuti sul buco della serratura, si rallegravano dello spettacolo. Erano quelli di un vecchio insegnante, una vera canaglia, a cui piaceva per giunta impicciarsi dei fatti degli altri, e che, prevedendo l’imminenza di un fatto spiacevole per lui, come direttore, non aveva saputo trattenere un gemito. Edgardo, al sentire il rumore, era impallidito di paura, aveva allontanato l’invasata che era tornata in sé e stava per urtare contro uno dei pilastri della sala da bagno. Quanto avrebbe goduto ancora il vecchio insegnante, vera canaglia, vedendo quelle cosce bianche e chissà cos’altro! Ebbene, in seguito Ifigenia continuò a lavorare e a fingere una serietà senza limite e a giudicare male tutte le donne civettuole e allegre che ardivano esibire le loro cosce marmoree a un uomo che voleva solo divertirsi con loro, come con una bambola di alabastro.”

— Vi è piaciuto il racconto, Eleonora? – Disse Lesbia dolcemente, fissandola negli occhi.

Eleonora si morse le labbra, dissimulando l’imbarazzo, e dicendo:

— Lesbia, avete inventiva e immaginazione. Niente di più bello del racconto della maestra avventuriera. Ma per essere della combriccola voi avreste dovuto tacerlo. Sarà che non è finzione?

Lesbia salutò nuovamente e voltò le spalle ridendo dentro di sé per l’imbarazzo cagionato. Poi rifletté: se noi donne ci odiamo, se non troviamo in noi nulla di buono né di morale, come possiamo sperare di difenderci dagli attacchi degli uomini? Dov’è quel blocco che dovremmo formare per difenderci dall’ingiustizia? Ma se anche così fosse, lo sforzo di noi, donne consapevoli, deve tendere a ottenere la redenzione dopo la morte, a incanalare i passi di quelle donnette senza senno e odiose sul cammino di una bella solidarietà, di un sano e onesto cameratismo. Oggi, non è ancora tempo, ma arriverà. Le nostre mani, a caso, devono gettare nel solco il seme di un nuovo vangelo che parli di comprensione, amore, generosità, perdono. Io amo tutte loro nonostante tutto. Come il Battista nel Giordano delle liberazioni, dobbiamo innalzare l’acqua lustrale di tutti gli ideali di redenzione, sotto la gloria di cieli luminosi e all’ombra dei limoni in fiore.

Questo diceva tra sé, mentre lo sguardo penetrante dei suoi occhi neri si perdeva in lontananza, sui dorsi bui della montagna, dove i petali di un gigantesco crisantemo sanguinante, che orlava il vaso enorme del firmamento, si dissolvevano lentamente. E anche l’orologio lentamente dava i suoi rintocchi.

Con un profondo sospiro, Lesbia disse:

— È ancora presto. Manca ancora tutta la notte per il nuovo giorno, ma quando esso arriverà splendente con la sua faretra di raggi di luce, i miei giardini pensili dello spirito si troveranno copiosi di rose accese e di pallidi gigli di bene e di verità.

Il cielo sembrava di cobalto.

 

Più voci per un poeta: Fernanda Romagnoli. Videopoesia

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La poesia “Oggetti” è di Fernanda Romagnoli. Video e voce di Loredana Semantica
La poesia “Tirando le somme” è di Fernanda Romagnoli. Video e voce di Loredana Semantica
La poesia “Niente” è di Fernanda Romagnoli. Video e voce di Loredana Semantica

Quando ai più che non s’interessano di poesia si nomina Fernanda Romagnoli non è sorprendente che non la conoscano, ma è singolare che spesso nemmeno i poeti, chi scrive o legge poesia, l’abbia mai sentita nominare. Poche note biografiche.

Fernanda Romagnoli, nata a Roma nel 1916, ha compiuto studi musicali, diplomandosi in pianoforte dal Conservatorio di S. Cecilia a diciotto anni, da privatista, a venti anni consegue il diploma magistrale. Nel 1943, in tempo di guerra, pubblica la sua prima raccolta di poesie: Capriccio, con prefazione di Giuseppe Lipparini.

L’anno successivo si rifugia a Erba con la famiglia per poi ritornare a Roma nel 1946. Sposa l’ufficiale di cavalleria Vittorio Raganella, il matrimonio col militare la porterà dal 1948 a vivere in diverse città: Firenze, Roma, Pinerolo, e infine Caserta, dove resterà dal 1961 al 1965. Durante questo periodo lavora come maestra e, nel 1965 pubblica la sua seconda silloge: Berretto rosso.

Nonostante la qualità dei suoi scritti e la pubblicazione delle due raccolte di poesia Fernanda Romagnoli soffrì l’isolamento letterario stemperato dall’amicizia di Carlo Betocchi e Nicola Lisi e, infine, di Attilio Bertolucci, grazie al cui interessamento nel 1973, pubblicò la sua terza raccolta: Confiteor.

Ha collaborato con alcune riviste: La Fiera Letteraria, Forum Italicum, e, per la radio, a L’Approdo. Durante la guerra contrasse l’epatite che minò la sua salute tanto da dover essere sottoposta nel 1977 a intervento chirurgico al fegato. L’intervento comunque non la restituì la salute e rimase sofferente, nonostante ciò, anche per consiglio di Attilio Bertolucci e Carlo Betocchi, continuò a scrivere. Nel 1980 pubblica la raccolta considerata il suo capolavoro: Il tredicesimo invitato. Il libro le darà un minimo di notorietà. Gli anni seguenti sono segnati da una sempre maggiore difficoltà a lavorare e da ripetuti ricoveri. Successivamente i problemi di salute continuarono a tormentarla, conducendola anche a ricoveri, nel frattempo qualche poesia veniva pubblicata sul quotidiano Reporter nell’inserto Fine Secolo e sulla rivista Arsenale. Fernanda Romagnoli muore a Roma all’età di settant’anni, presso l’Ospedale Sant’Eugenio, il 9 giugno 1986

Le sue raccolte

Capriccio, Roma, 1943
Berretto rosso, Roma, 1965
Confiteor, Guanda, Parma, 1973
Il tredicesimo invitato, Garzanti, Milano, 1980
Mar Rosso, Il Labirinto, Roma, 1997
Il tredicesimo invitato e altre poesie, Libri Scheiwiller, Milano, 2003

Più di recente, Interno poesia, 2022, “La folle tentazione dell’eterno”.

LA POESIA PRENDE VOCE: LUCETTA FRISA, ANDREA TEMPORELLI, ABELE LONGO, GIUSEPPE MARTELLA

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La poesia prende voce

POETI DI OGGI

Lucetta Frisa

Poesia di Lucetta Frisa da “Ho tante albe da nascere”, con prefazione di Luigi Cannillo, Puntoacapo editore, 2022 legge la stessa autrice

Andrea Temporelli

Poesia di Andrea Temporelli, da “ L’Amore e tutto il resto” Interlinea Edizioni,2023, legge lo stesso autore

Copertina del libro di Abele Longo

Poesia di Abele Longo, da “Scrittura con vista”, Terra d’ulivi edizioni, 2023, collana I Granati, prefazione di Doris Emilia Bragagnini, legge lo stesso autore

Giuseppe Martella

Poesia di Giuseppe Martella, tratta da Porto Franco, con Postfazione di Rosa Pierno, Arcipelago Itaca Edizioni, 2022 legge lo stesso autore

L’isola che isola o dell’insensatezza dei conflitti

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Succede raramente che un film mi conquisti e mi tenga avvinta per tutta la sua durata. Con Gli spiriti dell’isola (The Banshees of Inisherin), scritto e diretto da Martin McDonagh, uscito nelle sale cinematografiche il 7 febbraio scorso, è successo. È una commedia tragica, candidata a diversi Premi Oscar, è stata premiata al Festival di Venezia e ha vinto 8 Golden Globes e 4 BAFTA e penso che il numero dei riconoscimenti sia destinato ad aumentare.

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Il 19 marzo di Limina mundi con una poesia di Hans Magnus Enzersberger

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Opera di Christian Schloe

Non leggere odi, figlio mio, leggi gli orari.
Son piú esatti. Svolgi le carte di navigazione
prima che sia tardi. Vigila, non cantare.
Viene il giorno che torneranno a inchiodar liste
sulla porta e a chi dice di no dipinger sul petto
qualcosa di uncinato. Impara ad andare
senza esser conosciuto, impara piú di me:
a cambiar quartiere, passaporto, faccia.
Fai pratica di tradimento al minuto,
di sporca quotidiana salvezza. Le encicliche
sono utili per accendere il fuoco
e i manifesti per incartare burro e sale
a chi è senza difesa. Rabbia e pazienza ci vogliono
per soffiare nei polmoni del potere
la fine polvere mortale, macinata
da chi ha molto imparato,
da chi è esatto, da te.

Hans Magnus Enzersberger

Versi trasversali: Simone Consorti

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

SIMONE CONSORTI

 

 

Oggi ho piantato un sasso

 

Oggi ho piantato un sasso

innaffiandolo e parlandoci

dandogli semi e cercando

il terreno adatto

 

Il mio sogno è che cresca come

un Partenone

 

Oggi ho piantato in asso

un fiore per un sasso

 

 Mi consegno all’acqua verso l’alba

 

Mi consegno all’acqua verso l’alba

per morire un po’ di morto a galla

Non ho niente addosso

se non il mio corpo

di cui mi libero

Tutto quello che ho dentro e che è fuori

(e non intendo l’anima o i colori)

è strenuamente

dolcemente vita

che a riva mi trascina

e alla deriva

 

Ho lasciato accanto al mio un posto vuoto

 

Ho lasciato accanto al mio un posto vuoto

e a chi me lo chiede

dico occupato

Dico sto aspettando

dico lui verrà tra poco

non so quando

 

D’altronde non c’è fila per sedere

perché nessuno vuole mettersi vicino

a chi sta aspettando qualcun altro

 

Ho lasciato un posto vuoto qui accanto

ma intanto pure il mio si sta svuotando

 

In ogni bara lasciateci un buco

 

In ogni bara lasciateci un buco

per farci entrare il mondo

oppure un bruco

 

In ogni bara lasciateci un buco

per fare uscire almeno un po’ di buio

 

C’è tutto ciò che han veduto

negli occhi di ognuno

quando si chiudono

 

In ogni bara lasciateci un buco

a forma di nuvola

 

La ragazza che raccoglie le conchiglie

 

La ragazza che raccoglie le cartacce

e quella che raccoglie le conchiglie

si incrociano ogni giorno sulla spiaggia

verso l’alba

Nemmeno si salutano

solo la prima parla

ma l’altra ha una conchiglia sull’ orecchio

perché anche se il mare è ad un passo

lo vuole sentire più vicino

e più lontano

Avvolta la immagino di notte

mentre attutisce il suono delle onde

per ascoltare meglio i tuoi silenzi

avviluppati ai miei

Se un giorno amerò qualcun’ altra

sarà lei

  

Stamattina ho pedinato una formica

 

Stamattina ho pedinato una formica

Prima girava senza meta

poi si è vista con un’amica

Bisbigliavano talmente basso

che ho dovuto avvicinarmi

di qualche passo

e pure in quelle condizioni

non ho capito se parlassero di yoga

o di rivoluzioni

sta di fatto che a un certo punto

erano cento

Blateravano di sviluppare ali

e diventare api

E poi ordigni atomici

e trasformarsi in uomini

Una sosteneva che voleva

creare un Dio

nero e piccolissimo

capace di far funzionare le cose

anche fuori dal Paradiso

Quando si sono separate

ho ripreso a seguire la mia formica

Ma forse era l’amica

 

Cose e persone

 

Oggetti chiamati regali

reclamati indietro dopo anni

Il regalante si è pentito

Il regalato è diventato uno sconosciuto

Nel frattempo un libro è stato letto

delle scarpe hanno girato per il mondo

un gioiello ha brillato

a beneficio di occhi e di specchi

I freddi oggetti sono diventati cose

a volte perfino pròtesi

Sottrarli adesso è togliere

un pezzo di sé alle persone

 

Simone Consorti

 

Simone Consorti è nato nel 1973 a Roma, dove insegna in un liceo. Ha esordito con “L’uomo che scrive sull’acqua ‘aiuto’”(Baldini e Castoldi 1999, Premio Euroclub 2000, Premio Linus). Ha pubblicato i romanzi “Sterile come il tuo amore”(Besa, 2008), “In fuga dalla scuola e verso il mondo”(Hacca, 2009), “A tempo di sesso”(Besa, 2012),“Da questa parte della morte”(Besa, 2015), “Otello ti presento Ofelia” (L’erudita, 2018), “La pioggia a Cracovia”(Ensemble, 2019), “Vi dichiaro marito e morte”(Ensemble, 2021).  Sono uscite diverse sue raccolte di poesia tra cui “Nell’antro del misantropo” (L’arcolaio, 2014),“Le ore del terrore”(L’arcolaio, 2018) e “Voce del verbo mare” (Arcipelago Itaca, 2022). Le sue piéces “Berlino kaputt mundi” e “Sterile come il nostro amore” sono andate, con successo, in scena, rispettivamente al Teatro Agorà e al Teatro Antigone di Roma tra il marzo e il giugno del 2018. Si occupa di street photography; ha tenuto mostre personali in Italia e partecipato a collettive in Francia e Russia.

Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone

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E le parole vanno via da noi, dalla cera impassibile dei nostri volti, e attivano le leve submarine di altri esseri umani, uguali a noi. Che splendono, talvolta, come noi splendiamo. Senza saperlo. (p. 13)

Maria Grazia Calandrone orfana due volte, privata dei genitori biologici, poi di quelli adottivi, nel romanzo Dove non mi hai portata edito da Einaudi nel 2022, proposto da Franco Buffoni al premio strega 2023 “per la tenuta stilistica e la capacità dell’autrice di coinvolgere il lettore in una vicenda storica e umana al calor bianco”, indaga sugli avvenimenti riguardanti la vita e la morte dei suoi genitori biologici. Oltre al succitato Dove non mi hai portata la Calandrone ha scritto nel 2021, edito da Ponte alle Grazie, il romanzo Splendi come vita, che riguarda la sua vita vissuta accanto alla madre adottiva.

Maria Grazia Calandrone, poetessa notevole, ha scritto sotto forma di romanzo una storia autobiografica, da lei definita lettera d’amore alla madre, narrata in prima persona dove racconta, tramite frammenti, immagini e inquadrature, rievocazioni, nel linguaggio poetico a lei congeniale, il complicato e difficile rapporto fra lei e la madre adottiva: Consolazione, detta Ione. Nata nel 1916, era moglie di un parlamentare comunista, insegnante di lettere, colta ed elegante, bionda e bella, così come appare nelle foto e nella copertina del romanzo con la piccola Maria Grazia in braccio. Non ho ancora letto Dove non mi hai portata e, per chi non avesse letto nessuno dei due romanzi, probabilmente è preferibile leggerli entrambi iniziando da Splendi come vita in modo da aderire al tempo della storia e alla stesura della Calandrone.
Un ritaglio di un famoso giornale dell’epoca datato 10 luglio 1965 riporta la notizia che, dopo aver abbandonato nel Parco di Villa Borghese la propria figlia Maria Grazia di 8 mesi, una donna si era tolta la vita buttandosi nelle acque del Tevere assieme al padre naturale della bambina, anche lui annegato. Lei è Lucia, bruna Mamma biologica. Maria Grazia è figlia dell’amore quindi per la società di allora figlia della colpa. La notizia del ritrovamento nel parco della piccola e indifesa Maria Grazia fa scalpore ed emoziona la gente, il giornale di cui sopra scrive in neretto che la bimba NON HA PIU’ NESSUNO. Continua a leggere

” Le favole della notte” di Melina Scalise. Dipinti di Francesca Magro

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Come non ricordare gli orchi , le streghe , gli gnomi , le fate che ci accompagnavano nelle fiabe di noi bambini ? La sera a letto quando la mamma o papà ci raccontavano e noi fantasticavamo o anche no.
Per Melina Scalise non va così: ci si trova di fronte ad una fantasia “adulta” anche se le fiabe restano fiabe ad ogni età e leggere l’inizio di ogni suo racconto con ”C’era una volta “è una sensazione che ti porta all’interno di mille immagini immergendoti di volta in volta ponendoti domande.
Guai ad allontanarsi dalla fantasia/sogno, aggiungo. Senza pregiudizio alcuno si susseguono immagini e riflessioni coraggiosamente profonde, che mettono il lettore di fronte a temi importanti alla ricerca del senso.
“Triangolo fece tesoro di prudenza e impulsività e da qual dì nacque trilogia, che ogni logica può portarsi via, si passa dal dramma alla risata e, con filosofia, la messa in scena è sempre assicurata” da “Non c’è due senza tre” (pag. 83)
Si ammirano, in questo libro, i bellissimi dipinti di Francesca Magro.
Mentre noi attendiamo altre fiabe per i nostri sogni, per allontanarci seppure per un po’ dalla bruttura di questo tempo

Maria Grazia Galatà

(Töpffer Edizioni, 2022 pp. 106 € 28.00)

LA POESIA PRENDE VOCE: LUCIANNA ARGENTINO, PIETRO RUSSO, SERGIO DANIELE DONATI, FRANCESCO OTTONELLO

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La poesia prende voce

La partecipazione alla rubrica “La poesia prende voce” è aperta. Occorre inviare all’indirizzo liminamundi@gmail.com una foto, una lettura audio in formato mp3 o wav e i riferimenti editoriali del libro edito da cui è tratta la poesia.

POETI DI OGGI

Lucianna Argentino (ph. Mel Carrara)

Poesia di Lucianna Argentino da In canto a te” (Samuele editore, 2019), legge la stessa autrice

Pietro Russo

Poesia di Pietro Russo da  “Eppuru i stiddi fanu scrusciu” (Le farfalle , Valverde 2022), legge lo stesso autore

Sergio Daniele Donati

Poesia di Sergio Daniele Donati, da “Il Canto della Moabita “(Ensemble ed. – settembre 2021), legge lo stesso autore

Francesco Ottonello

Poesia di Francesco Ottonello da” Isola aperta” (Interno POESIA 2020-Premio GOZZANO Premio città di Como Opera Prima), legge lo stesso autore

https://internopoesialibri.com/libro/isola-aperta/

“Emma Zunz” di Jorge Luis Borges

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foto di Francesca Woodman

 

“Emma Zunz” è un racconto dello scrittore argentino Jorge Luis Borges. Pubblicato nel 1948 sulla rivista Sur, fu successivamente ristampato nella raccolta del 1949 The Aleph. La storia tratta i temi della giustizia e della vendetta perpetrata ai danni del proprio datore di lavoro, ritenuto colpevole di una grave ingiustizia.

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Appunti di lettura: Francesca Innocenzi, “Formulario per la presenza”, Edizioni Progetto Cultura.

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Francesca Innocenzi

“Formulario per la presenza”

Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2022

Appunti di lettura

Come dichiara l’Autrice nella Postfazione, questa plaquette di venticinque testi (se ho contato con precisione) è un’antologia di versi da lei stessa curata, comprendente poesie comparse nelle tre sillogi pubblicate prima dei quarant’anni e fino al 2019; operazione, questa, non certo dettata da una forma di autocompiacimento narcisistico (o “autocelebrativa” come precisa Lei stessa) bensì come “esigenza di riunire quelle poche liriche” ancora in grado di essere risonanti, ancora rispecchianti e vivide nel loro portato di senso, contesto e causalità. Liriche quindi come recupero del vissuto significante, come permanenza e persistenza di una presenza mai estinta, attimi di esserci che la memoria attualizzante recupera intatti, quasi fossero paradigmi esistenziali, lezioni imprescindibili apprese come epifanie di conoscenza essenziale, pur avvenute nella dominanza di un dolore incancellabile che ancora richiede di essere trasceso, purificato dalla parola poetica conservandone tuttavia integro, testardamente e programmaticamente, il suo valore pedagogico, il marchio a fuoco e indelebile di vita attraversata e vissuta. Ci troviamo quindi nella dimensione del ricordo, di un memorare che non vuole essere una forma di ripetizione mentale e automatica di climax esperienziali ormai depotenziati dal trascorrere del tempo e dalla ormai acquisita distanza emozionale che offre la progressione biografica, bensì nel suo esatto contrario: nel pieno di un flusso di coscienza che sembra aver incastonato in se stesso il miracolo della resurrezione, della ri-comparsa vitale delle atmosfere, dei colori, della luce e delle relazioni da cui sono poi scaturite le parole vive, ora gioiose ora invece, come dice Ungaretti, scavate in un abisso. E, come per darne subito la consistenza e il senso, ecco che il volumetto si apre con una lirica che sembra riferirne subito la peculiarità testuale e tematica:

Un ricordo

 

ombre di gatti

sono strisce di bisce

serpeggianti verso gli orti.

Tutto è passato

ma sento ancora il profumo del sole

su quei drappi abbandonati al vento

(estate 1995)

 

Proprio qui è visibile la chiave ermeneutica della poetica sottesa al memorare della Innocenzi, quando dal quarto verso scrive: “[…] Tutto è passato/ma sento ancora […]”, dove l’espressione passato/ancora assume l’aspetto semantico di un iperossimoro, una conciliazione di opposti, una tesi/antitesi che confluisce con naturalezza nella sintesi del termine indicato già nel secondo nome del titolo dell’opera, “Formulario per la presenza”, ossia un prontuario di poesia presente, un vademecum dell’anima, di quel luogo astratto (avrei potuto dire spirituale) dove le categorie dello spazio-tempo vengono annullate dalla macroscopia del dappertutto e del per sempre. A voler solo accennare ai temi fondanti e fondativi della poetica della Innocenzi, si può sinteticamente dire che essi esprimono una volta ancora – e mai di troppo – quelli che possono essere considerati gli assi portanti, strutturali, dell’antropologia universale, i lasciti sensibili dell’inconscio collettivo e della coscienza comune filtrati ontogeneticamente dalla complessità e profondità dell’anima individuale: essi vanno dall’esperienza della gioia (sempre troppo breve) ai morsi acuti del dolore (sempre troppo lungo), dall’euforia di stare al mondo e nel mondo alla caduta nel baratro della disintegrazione interiore, dalla innocente presunzione di onniscienza – tipica dell’età ingenua che non è solo l’infanzia – fino al sentirsi a posteriori “frodati di risposte”,  in un “dopo [che] è un codice a barre sul nulla”. Un dire poetico in fondo incastonato nei temi e nei motivi della classicità di quel percorso individuale e personale che chiamiamo esistenza ma, del resto, come si potrebbe presumere e pretendere di non essere ciò che ontologicamente e immanentemente siamo: fragili fibre di questo immenso universo. Esseri umani.

………..

è un agosto strano

l’erba del prato non ingiallisce

il fogliame persiste sui toni del verde.

sbirci in altre vite, fai il conto del tempo

ti trovi indietro.

torni a guardare il prato, lui sa da sé

quel che deve diventare

…………

 

cosa tu sei

se non la foglia del gelso appena appesa

se non la mela morsa, triturata

se non la spugna intrisa

d’acqua fatta nera.

sei insieme tutto questo

e ogni cosa insieme è in te divisa.

tu sai il dolore che ti taglia

via dal mondo

come sulla pelle madida ferita.

…………..

 

a te che hai ispessito la pelle del cuore

 

a te che hai ispessito la pelle del cuore

con blasfemie irte d’olio bollente

darei le primizie del bianco

mattino.

detergerei di te l’amaro

come questo panno liso il pavimento

se non ti scorgessi volto multiforme

strati di vuoto e di veleno

su scempi di ferite senza sangue.

 

 

FRANCESCO PALMIERI

Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “Gli artigli della tigre” di Froylán Turcios

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H O N D U R A S

GLI ARTIGLI DELLA TIGRE

(1930)

Froylán Turcios (1875 – 1943)

Traduzione di Emilio Capaccio

Già all’età di dodici anni cominciò a pubblicare versi in varie riviste locali, ma negli anni successivi fu nel racconto che diede i suoi migliori risultati, potendosi considerare come il vero e proprio iniziatore di tale genere nel suo paese. I racconti di Turcios si caratterizzano per la perizia della trama, per il finale molte volte inatteso e spiazzante, e per lo stile asciutto e preciso con chiari rimandi al decadentismo italiano di Gabriele D’Annunzio. Di rilievo fu anche la sua attività di redattore di varie riviste letterarie, oltreché la sua carriera di diplomatico: fu ministro dell’Interno, deputato al Congresso Nazionale e delegato honduregno davanti alla Società delle Nazioni, a Ginevra.

I

Nella casa di montagna risuonarono terribili pianti dentro la cupa notte di giugno. L’allegra Juanita, di appena undici anni, era stata vittima della bestiale lussuria del bandito José Garmendia, chiamato El tigre, che scorrazzava per pianure e paraggi montuosi, marcando la sua orma con ogni tipo di infamia.

La povera creatura era stata aggredita dal feroce criminale a cento metri dalla casa, sul sentiero per Ojo de Agua (1). Era stata sua madre e le sue sorelle ad accorrere alle grida acute della bambina, dal momento che gli uomini non erano ancora tornati dalle piantagioni di tabacco nella fertile pianura. Si attardavano, quella sera. Il selvaggio, dopo la vile soddisfazione del suo desiderio, era fuggito in fretta tra gli alberi. Juanita giaceva immobile sul sentiero, i suoi vestiti strappati, seminuda e coperta di sangue. Il bandito, nell’esasperazione della sua animalità, e accecato dalla resistenza della fanciulla, l’aveva picchiata orribilmente. Le dita ruvide si erano impresse nel candore del collo infantile e dalle tempie pallide stonavano rivoli di porpora. Juanita riuscì appena a pronunciare il nome del suo carnefice e spirò qualche ora dopo.

II

Passarono diverse settimane. Gli ispettori di polizia tremavano alla prospettiva di poter incontrare José Garmendia e nessuno osava inseguirlo. Era un temibile malfattore, forte come un toro, agile come il felino di cui portava il nome, e crudele come mai nessuno, considerando il terrore che aveva gettato, negli ultimi tempi al proseguimento dei suoi audaci oltraggi. Si diceva che avesse recentemente attraversato il confine nicaraguense, dopo aver ucciso e derubato due cinesi nella Cuesta de Azacualpa.

III

Juan Diego, il più giovane dei fratelli di Juanita e colui al quale la bambina era stata più affezionata, aveva mutato il suo carattere dalla sera dell’orrendo crimine. Aveva perso il suo solito buonumore e la volontà per il lavoro. Immerso in un tenace silenzio, trascorreva giornate intere disteso sulla sua robusta amaca di corda o vagando per i monti. Rispondeva con amarezza alle domande che gli venivano poste e, sopraffatto da un dolore nero, si dimenticava persino della sua innamorata, la ragazza più bella del villaggio vicino. Spesso dormiva all’aperto. Si gettava nella frescura delle valli e l’alba lo sorprendeva a guardare il pallore delle stelle. Era un giovanotto bruno, energico e muscoloso, dal viso altezzoso e dallo sguardo profondo. Una mattina di fine settembre scomparve dalla montagna. Nessuno seppe più niente. Suo padre e i suoi tre fratelli lo cercarono ovunque e dopo inutili ricerche lo credettero morto.

IV

Una notte all’abbaiare violento dei cani tutti si svegliarono. La famiglia si alzò sentendo che qualcuno stava aprendo l’uscio nel patio. Mentre essi aprirono la porta, Juan Diego apparve sulla soglia. Immediatamente lo circondarono e lo accolsero con esclamazioni di gioia. Sembrava più alto e barbuto, e i suoi occhi neri brillavano.

— Padre! – esclamò — Ecco a voi gli artigli feroci della tigre, che ho lasciato appeso a una quercia nella valle di Jamastran. E trasse dalla borsa di pelle, che gli pendeva dalle spalle, due oggetti orribili e nauseanti, due mani gonfie e mostruose, villose e nere, bagnate di fango e di sangue.

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(1) Comune del dipartimento Comayagua, in Honduras.

“Verranno a perderci in trionfo” di Francesco D’Angiò

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La poesia di D’Angiò mi viene incontro sulla via antica per Matera forse ancora di quel lontano Regno di Napoli, in un giorno insperato e insospettabile. Ha arcate sopraccigliari di sassi e polvere, radici di lavanda negli occhi, cappellone di feltro alle ubbie del vento, pizzetto folto d’autorevole arte e tono gentile nella compostezza del proprio dolore. Parla, tra gigari e favagelli di riarse plaghe dell’animo umano, una lingua vaticinante che quasi non ammette titolo ai suoi molti appelli lirici suddivisi in quattro sezioni nella raccolta “Verranno a perderci in trionfo”, G.C.L. Edizioni, 2022. Parla e come scrive il suo prefatore, Paolo Polvani: “nella sua asciutta compostezza non trascura le ragioni di una resa estetica convincente, persegue un’idea di pulizia e nitore, resta immune da qualsiasi tentazione retorica e non agghinda, non tende ad abbellire il verso, non ricorre ad espedienti manieristici e tuttavia, in virtù di quella frequentazione assidua con la poesia dei maestri, riesce, in maniera spontanea e con grande sincerità, a toccare ottimi livelli e si lascia leggere con piacere”.

Emilio Capaccio

TESTO N. 1

Rara, dimora qualche quiete
che non delude,
ed è subito un udire di grigiore
che rifà il giorno.
Ricompare anche
l’infruttuosa saggezza
di chi non ha mai ingoiato
un raggio di sole.
Si regge appena sul fondo del cielo,
l’ancora che ci tiene al mondo,
e la mutilata credenza
di farci bastare i resti
di ogni lembo di terra.
L’immobilità di quell’infinito
concede tregua d’inesistenza,
finché non s’appresta l’ora
che non passa per il tempo.
Ed uno spreco d’incompatibilità
ci avrà seminato senza stenti.

TESTO N. 19

La sera, gli arenili cominciano a dimenare
il ritardo della luce,
perché non vuole andare via
la perdita di coscienza
che è soltanto nella corsa dell’insoddisfazione.
L’elica che seleziona il vento,
si attenua su quello in ritardo,
e la scoperta di una conchiglia sperduta,
dipende dall’ora di chiusura della sabbia.
Come la scoperta di una mezza felicità
dipende dalle cose che devono darsi via,
lasciate sui tavoli sparecchiati in fretta.

TESTO N. 9

Ho paura che d’improvviso
vada via la luce,
mentre cerco il sale nella tua tasca
per benedire lo spessore d’aria
che si trova bene
senza toccarci.
Ho degli uomini e delle donne
che sanno farsi di solitudine
come se tornassero a baciarsi,
fino a quando le striature della loro pelle
si fanno comode per il tacito consenso
di due richieste,
vedere il mare e piangere molto.
E dell’uno o dell’altro
non trascurarne i dettagli,
sia ad altezza di piena
che di sfusi abbagli,
concedendo al cambio di stagione
il punto più confidenziale del nostro esistere.

TESTO N. 104

Dovremmo diventare campo
appena seminato
briciole per i passeri
prima della neve,
al riposo della migrazione, uno stagno.
E punta estrema di roccia
dall’altra parte di un’ultima thule
e poi nessun ritorno,
non si racconta ciò che deve restare.
Una luna gonfia a dominare l’occhio nero
del buon Dio, dovremmo essere,
una ferita che non sana
il peccato originale. Salvare la lacrima
che scioglie la melma,
la frase d’amore al nostro carnefice,
che nonostante tutto
da una stessa bocca si è donata.

Francesco D’Angiò è nato a San Vitaliano (Na) nel 1968. Esordisce nel 1997 con la pubblicazione di un racconto edito da “Alea Editrice Bari” dopo aver vinto un concorso per esordienti. Riprende il filo interrotto della narrazione con la pubblicazione del romanzo breve “Lo sconosciuto” (Planet Book, 2020). L’amore per la poesia sin dall’età adolescenziale, così come varie volte accade, lo porta a partecipare a vari concorsi letterari, riservandogli piazzamenti lusinghieri. Nel 2021 pubblica la prima raccolta di versi dal titolo “Clessidre orizzontali”, Edizioni Tripla EEE. Nel 2022 pubblica la sua seconda raccolta: “Verranno a perderci in trionfo”, G.C.L. Edizioni. Attualmente vive a Matera.

Pedro Eiras, “Bach”, Il ramo e la foglia edizioni, 2022. Nota di lettura di Deborah Mega

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Pedro Eiras, “Bach”

Il ramo e la foglia edizioni, 2022

Note al testo e alla traduzione di Michela Graziani, Università degli Studi di Firenze

Postfazione di Claudio Trognoni, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”

 

Che cos’hanno in comune personaggi come Anna Magdalena Bach, Esther Meynell, Glenn Gould, John Cage, Gottfried Wilhelm Leibniz, solo per citarne alcuni, dal momento che non sono neanche coevi o della stessa nazionalità? Nulla sembrerebbe eppure i rimandi esistono se soltanto ci si lascia coinvolgere dall’appassionante lettura e analisi di un romanzo inconsueto e originale. Attraverso la pubblicazione di “Bach” di Pedro Eiras da parte de Il ramo e la foglia edizioni abbiamo modo di conoscere in Italia, nella traduzione di Michela Graziani, l’autore portoghese e allo stesso tempo di approfondire le connessioni esistenti tra diversi personaggi tutti legati alla figura sapientemente evocata, del grande Johann Sebastian Bach. Si tratta di un’opera a metà tra realtà documentata e finzione che, com’è precisato nella postfazione di Claudio Trognoni, “non è un insieme di racconti, non è un trattato musicale, non è un diario né una biografia” bensì un’opera narrativa composta da quattordici testi, apparentemente disomogenei per genere eppure collegati e connessi tra di loro. Non si tratta di un libro per eruditi, certamente è un libro interdisciplinare, in cui è garantita la compenetrazione tra le arti, non esclude il lettore che non abbia competenze musicali anche perché consente diversi livelli di lettura del testo: letterario, musicologico e filosofico. Ogni testo è connesso in qualche modo al precedente o al successivo, in un sapiente gioco a metà tra il documentarismo erudito e la riscrittura fittizia. Eiras ha fatto riferimento anche al sistema di catalogazione BWV o Bach-Werke, che permette di riferirsi con certezza a una precisa composizione di Bach fra le oltre mille censite da Wolfgang Schmieder, autore del catalogo. Il primo documento, risultato di una mistificazione letteraria riuscita tanto è verosimile e intensa, è una lettera scritta da Anna Magdalena Bach-Wilcke, musicista ella stessa e seconda moglie di Bach. La donna si presenta come vedova del direttore di Musica della città e Kantor della Scuola di San Tommaso, per garantirsi protezione per i figli più piccoli e per quello dall’intelletto rimasto semplice e il diritto sancito dalla tradizione che prevedeva che le vedove dei Kantori godessero per sei mesi del trattamento economico che i mariti ricevevano, come già avvenuto alle vedove di Kuhnau e di Schelle. Anna Magdalena e Johann Sebastian ebbero insieme tredici figli, di cui sette morirono in giovane età. Dopo la morte del compositore, nel 1750, i figli entrarono in contrasto tra loro e ognuno di loro intraprese la propria strada. Anna Magdalena, infatti, visse con le sue due figlie più giovani, Johanna Carolina e Regina Susanna e con Catharina Dorothea, figlia di primo letto del coniuge. Nessun altro familiare la aiutò economicamente, fatta eccezione per le figlie. Con dovizia di particolari biografici, Anna Magdalena informa che i figli sarebbero stati accolti dal loro fratellastro Carl Philipp Emanuel Bach, figlio del suo compianto marito e della sua prima moglie, Maria Barbara Bach, il quale risiedeva a Berlino ed era clavicembalista  al servizio di Federico di Prussia, per il quale aveva composto l’Offerta Musicale, composta “da un ricercare a sei voci e un altro a tre, dieci canoni, e una sonata”. Il genero Altnickol e sua moglie, si sarebbero occupati di Gottfried Heinrich. La ricerca di Pedro Eiras ha consentito di annotare dettagli relativi all’inventario e alla ripartizione dei beni del compositore tra la vedova e i nove figli rimasti in vita. Anna Magdalena, in particolare, lamenta il fatto che i figli Wilhelm Friedemann e Carl Philipp Emanuel si fossero impadroniti degli strumenti e delle partiture inoltre che con il passare del tempo, neanche poi tanto, fossero cambiati la musica e i gusti del pubblico. Contrappunto, fughe e corali per organo, un tempo tanto apprezzati erano ormai considerati pesanti e oscuri. La vedova fa riferimento anche alla querelle intercorsa tra il suo compianto marito e Johann Adolf Scheibe che riteneva le opere troppo abbellite e in contrasto con la semplicità della natura. Rievoca anche i posti in cui il celebre compositore aveva ricoperto ruoli di grande importanza anche se modesti rispetto a quelli rivestiti da Händel. La donna conclude la lettera dicendo di avere quarantanove anni dunque di essere invecchiata e di essere prossima alla morte. Avendo perduto sette dei suoi tredici figli, le sembra di sentirli nella casa vuota così come continua a sentire dei passi e a vedere un’ombra tra le scale, quella di suo marito, il vecchio incorreggibile Johann Sebastian Bach. Il secondo testo è dedicato a Esther Meynell, autrice di The Little Chronicle of Anna Magdalena Bach, pubblicata nel 1925 dalla casa editrice Chatto & Windus, in forma anonima e di cui Eiras possiede l’edizione edita da Chapman & Hall Ltd a Londra nel 1954. Si tratta di una narrazione in prima persona, attribuita alla vedova di Bach, che avrebbe deciso di scrivere le sue memorie dopo la visita di un vecchio alunno del compianto marito. Eiras cita anche altre edizioni oggetto di ricerca come quella portoghese con traduzione di Maria Osswald, edita a Lisbona nel 1945, per la casa editrice Aviz e afferma che certamente tra le fonti delle informazioni va ricordato lo studio dello storico Philipp Spitta, edito a Lipsia tra il 1873 e il 1880. Nel terzo saggio si presentano due cineasti francesi contemporanei, Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, creatori di film sperimentali che hanno permesso loro di essere annoverati tra gli autori più originali del cinema del XX secolo. Furono creatori di un lungometraggio dal titolo Cronaca di Anna Magdalena Bach, realizzato nel 1968 ma la cui gestazione risaliva agli anni Cinquanta. Si procede poi con Gustav Leonhardt, clavicembalista, organista e direttore d’orchestra olandese, interprete delle opere di Bach. Partecipò al film di Jean-Marie Straub, sopra menzionato, in qualità di musicista e di attore nel ruolo di Bach. Nell’opera, nel 1973, scrive una lettera all’austriaco Nikolaus Harnoncourt, clavicembalista e direttore d’orchestra anch’egli, con il quale incise tutte le cantate di Bach. Nella lettera descrive lo stato dei lavori di restauro della sua casa, circostanza che lo pone in una condizione di preoccupazione per il fatto che i clavicembali fossero stati trasferiti nelle varie stanze. Informa poi il suo interlocutore di aver completato l’incisione dei ventiquattro preludi e fughe del primo libro e di essere consapevole che potrebbe averli interpretati in modo diverso dalle intenzioni del compositore, anche perché Bach aveva fornito pochissime indicazioni di tempo. Glenn Gould è l’altro musicista a cui è dedicato un saggio, annoverato tra i più grandi pianisti mai vissuti, qui è ricordato per le registrazioni di musiche di Bach. Si parla anche di John Cage e del suo esperimento nella camera anecoica dell’università di Harvard, una stanza insonorizzata e acusticamente trattata, in cui poter “ascoltare il silenzio”, da cui ricava la consapevolezza dell’impossibilità di ottenere il silenzio assoluto. Il saggio successivo ritrae il filosofo Leibniz, sofferente per la gotta e i dolori articolari, mentre si sofferma a pensare al suono infinitesimale di un fiocco di neve. I suoi pensieri lo conducono al ricordo dell’ascolto di una passacaglia e fuga, eseguite con un organo di Arnstadt tre anni prima da un giovane musicista (Bach?), che “sdoppiava un tema semplice in un gioco di figure così inaspettate, in così profonda armonia”.

Maria Gabriela Llansol invece è una scrittrice e traduttrice portoghese contemporanea che, nel 1977 ha scritto O Livro das Comunidades (Il Libro delle Comunità), libro molto caro ad Eiras, dedicato a incontri, dialoghi e reinterpretazioni del pensiero di scrittori, artisti, pensatori e mistici. La potenza della musica è affermata anche da Martin Lutero. Siamo a Wittemberg nel 1528. Lutero, poco prima della dipartita della figlia Elizabeth che ha contratto la peste, riceve la visita di Philipp Melanchton, teologo tedesco e suo amico, protagonista con lui della Riforma protestante. Dopo varie considerazioni sul concetto che un uomo diventi vulnerabile nel momento stesso in cui sia divenuto padre, afferma che “la musica è la nostra seconda scienza, subito dopo la teologia. È un dono di Dio. Allontana le tentazioni e i cattivi pensieri.” È per questo motivo che scrive inni, perché la musica è l’unica consolazione degli uomini. Non dimentichiamo che nella Chiesa di San Tommaso, dove Bach lavorò come direttore musicale per ventisette anni, Martin Lutero vi discusse i meriti della Riforma. Nel saggio dedicato a Jeshua Ben-Josef, cioè all’uomo- rabbino ( Gesù?) che visse e fu crocifisso intorno al 33 d.c. sotto Ponzio Pilato, Eiras ricerca tutte le occorrenze e le citazioni dedicate alla musica e contenute nella Bibbia e i vari riferimenti a molti canti di adorazione e a molti strumenti come flauti, trombette, trombe, corni, cetre, salteri, arpe, lire da dieci corde, tamburelli, cimbali; non va dimenticato che alcuni chiameranno Bach “quinto evangelista” come se l’ultima buona novella fosse stata scritta in musica. Gli ultimi saggi sono dedicati a Esther Hillesum, scrittrice olandese ebrea, vittima dell’Olocausto, che descrive il suo viaggio senza ritorno passando per Lipsia. Lavorando come dattilografa presso una sezione del Consiglio Ebraico, ebbe la possibilità di salvarsi, ma forte delle sue convinzioni umane e religiose, decise di condividere la sorte del suo popolo. Le pagine dedicate a Ich habe genug BWV 82, (in tedesco, “Ho abbastanza”), cantata di  Bach, scritta a Lipsia per la ricorrenza del 2 febbraio 1727, per basso solista, oboe, archi e basso continuo, sono volutamente bianche come a voler far parlare la musica. Si tratta probabilmente di un silenzio metaforico, ulteriore rimando a Cage o al silenzio della musica durante i viaggi della deportazione e al dramma della Shoah che ancora oggi nessuno è riuscito a spiegare. Il silenzio diviene anche reazione al perenne rumore/inquinamento acustico di fondo della contemporaneità. Si cita a questo proposito José Tolentino de Mendonça, che afferma la necessità di un’iniziazione al silenzio cioè all’ascolto. L’ultimo saggio è dedicato ad Albert Schweitzer, Premio Nobel per la Pace, medico, filantropo, musicologo, organista franco-tedesco, appassionato di musica classica e in particolare di quella bachiana. Non a caso pubblicò J. S. Bach, il musicista poeta, in cui raccontò la storia della musica del compositore e dei suoi predecessori e analizzò le sue opere più importanti. Si fece promotore fino alla sua morte di missioni umanitarie in Gabon, dove aveva fondato l’ospedale di Lambaréné e dove curava la popolazione del luogo. In quest’opera monumentale Eiras attraverso l’approccio filologico e gli intrecci intertestuali e di contenuto coinvolge il lettore, lo appassiona e lo trasporta in coordinate spazio-temporali lontane dall’uomo contemporaneo. Viene esaltata la funzione catartica e totalizzante della musica di tutti i tempi e il tema universale della vita e della morte.  Oltre al silenzio di cui si è già ampiamente parlato, l’altro fil rouge che è quello di maggior interesse per me, è quello della genitorialità, già messo in evidenza da Trognoni in Postfazione e ricorrente frequentemente nel libro, quella di Bach e Anna Magdalena, di Martin Lutero, nella parabola del figliol prodigo a cui si fa riferimento nel testo Jeshua Ben-Josef, unico episodio del Nuovo Testamento in cui sia presente la musica. Anche nell’ultimo testo del libro, intitolato 2002, il narratore si rivolge a una bambina che culla sulle note di “Mache dich, mein Herze, rein”, aria tratta dalla Passione secondo Matteo. Concludo questa lunga nota con una significativa citazione dell’autore che ancora una volta spinge il lettore a riflettere e a resistere: “Non si può risuscitare il XVIII secolo, ma inventare il passato in base al nostro desiderio.[…]In ogni parola di questi documenti settecenteschi leggo il passato, il presente e ciò che persiste del passato nel presente.”

© Deborah Mega

~A viva voce: Presentendo la sera~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

PRESENTENDO LA SERA 

 

me ne sto andando

in uno scadere d’anni

(ma quando si comincia a morire,

a cinquanta, sessanta,

a settant’anni,

o quando a un compleanno

lo sai che non c’è tempo

per passi troppo lunghi

la vista più lontano)

 

che importa

se ancora avrò stagioni,

se soffierò candele

sui troppi giorni spesi

per qualche storia in fronte

e troppi vuoti di memoria

 

(ma c’ è ancora nella carne

un guizzo d’ascensione,

la voglia all’improvviso

di stare nel tuo odore,

a te donna che passi

vestendo il sole addosso,

a te che sei polpa e pelle

più vera di ogni stella)

 

me ne sto andando

come lo stormo a ottobre

come i giorni più corti

e la foglia che trema

la luce che sviene

oltre i tetti e le cime

 

(ma il passero in volo

sa già d’altro sole,

ha linee di cielo

ricamate negli occhi,

non io che qui a terra

mi arrendo alla sera,

che ho i passi contati

di un tempo a scadere

e la fine verrà, sarà fine,

sarà il sonno e l’inverno,

parlerò coi miei morti

nell’insonnia e la notte

e un mattino qualunque

non aprirò più la porta)

 

 

intanto io aspetto

che un dio mi sorprenda,

che faccia cadere

sul mio letto le rose.

 

FRANCESCO PALMIERI

dalla raccolta “Il male nascosto” Edizioni Terra d’ulivi

 

http://www.edizioniterradulivi.it/il-male-nascosto/121

Versi trasversali: Salvatore Annunziata

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

SALVATORE ANNUNZIATA

 

Auschwitz

 

E non chiedermi

chi sono,

tanto poi

non ti rispondo.

 

E non guardarmi

queste mani!

Tra quello che resta

delle mie ossa

non cercarci

la speranza:

pietra morta

verso il lago dell’inutile

l’ho scagliata

oltre le mura.

 

Tanto io non spero.

 

Io non sogno.

 

Io non sono.

  

Come foglia caduta

 

Scendo fino in fondo

al mio dolore

e per un istante

ti rivedo.

E ti chiamo

ancora ti chiamo.

A bassa voce ti parlo

ancora ti parlo.

E tu che cosa fai?

Mi guardi

ma col nulla m’intrattieni.

 

 (A mio padre)

 

 Avere amore

 

È come guardare la vita

dall’alto

dell’idea della morte.

Guarda!

Guarda come sono chiari

i giorni creduti senza sole!

E così caldi ancora

anche i baci

creduti senza fuoco!

 

Testi tratti da “Mondo parallelo”, Grauseditore, 2010

 

Il nostro tempo insieme

 

È strada

tra cielo e terra,

è un campo di fiori

scampato alle falci.

 

È luce rimasta

tra gli altari e le chiese,

il nostro tempo insieme

è fuoco sgorgato

dai pozzi invisibili di pietra

e irrompe nel reale

come un’onda rincorsa

dalle mani del sole.

 

È ombra e spada di luce

sprovvisti di guerra e di sangue,

è bocca che grida

è una collina che dorme.

È un cesto di speranze

il nostro tempo insieme

è vociferare di preghiere.

 

È strada

tra cielo e terra,

è un campo di fiori

scampato alle falci.

 

In un abbraccio

 

Al riparo dall’incuranza

di tutte le stagioni

e la collera sui vetri

di un incessante temporale,

non ci tocca

ora

il tempo

e il ritorno delle ombre deformate.

 

Io e te,

volto disteso

che ride a singhiozzi

davanti alla serietà

della tristezza

e alla derisione malinconica

degli scettici seduti

 

Io e te,

l’uno dentro l’altro,

e la nostra passione

come un grido di rabbia

contro questa vita

per averci concesso

solo questa vita.

 

Testi tratti da “Dello stesso amore”, Grauseditore, 2013

 

Di questo inverno

 

Restano specchi d’acqua

dai quali sono migrati

gli uccelli e la luce.

Anche voi,

grigi del cielo,

avete assistito giungere

alle destinazioni ignote

tutte le foglie?

Noi abbiamo visto

la mano della neve

appoggiarsi su tutte le cose.

Il suo freddo ci ha raggiunti

poi i ricordi,

ora teneri

ora tremendi,

e siamo rimasti lì,

nudi!

Più degli alberi.

 

Ottobre

 

Assisto all’appassire,

ma è l’altro autunno:

ciò che ero

cade a foglie.

 

Quartiere

 

Sulla strada

dove sono nato

case con dentro quadri

che non hanno mai

cambiato le parole.

 

Sui marciapiedi

ragazzi richiamati

dalle madri,

altri dalla morte.

 

Ed altri

ancora

ho visto correre

con dentro anime

mai partite.

 

La poesia degli affamati


Ho sentito

la poesia negli affamati,

ti fissano gli occhi

con quelle anime

che pregano in silenzio

rivolte non so dove.

Con quelle illusioni

e con quei sogni

che non nascono

in letti caldi

ma dove la pioggia

sceglie di cadere.

 

Salvatore Annunziata

 

Bibliografia

Salvatore Annunziata nasce nel 1981 a Pompei (NA), dove vive e risiede, ed è autore delle raccolte “Mondo parallelo” e “Dello stesso amore”, entrambe edite da Grausedizioni. Quest’ultima viene premiata dalla giuria del concorso “Don Luigi di Liegro” presieduta, nell’edizione del 2015, dai poeti Dante Maffia e Renato Fiorito. Più volte tra i premiati dalla giuria del concorso “Premio Alda Merini”, ideato da Vincenzo Ursini Editore, i suoi testi sono stati pubblicati in varie antologie, tra le quali  “I poeti contemporanei Vol. 12” curata dal poeta Elio Pecora, e sul noto sito Rainews – Il primo blog di poesia della Rai, ideato e curato dalla poetessa e giornalista Luigia Sorrentino. Testi editi e inediti sono stati pubblicati all’interno della rubrica “Bottega della poesia” del quotidiano “La Repubblica” di Napoli, a cura del poeta e critico letterario Eugenio Lucrezi; e di Roma, a cura della poetessa e critica letteraria Gilda Policastro. Altri, inoltre, sono apparsi sul sito “Centro Cultural Tina Modotti”, nella traduzione in spagnolo a cura del poeta Antonio Nazzaro e sulle riviste on line “L’Estroverso” di Grazia Calanna;  “La locomotiva – Quaderno di poesia”.

Mi limitavo ad amare te

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Il nuovo romanzo di Rosella Postorino, Mi limitavo ad amare te, edito da Feltrinelli nel 2023 p.352, proposto per il Premio Strega 2023 da Nicola Lagioia, è un romanzo ispirato a vicende realmente accadute, così come il precedente e bellissimo Le assaggiatrici  ambientato in Germania durante la seconda guerra mondiale, che trae ispirazione dal racconto di Margot Wölk la quale a 96 anni confessò di essere stata una delle assaggiatrici del cibo di Hitler nella caserma di Karusendorf. Le assaggiatrici edito nel 2018 da Feltrinelli ha venduto, fra l’Italia e l’estero, 300.000 mila copie e ha vinto il Premio Campiello 2018.
Le vicende narrate dal romanzo Mi limitavo ad amare te partono da Sarajevo durante il conflitto della Bosnia – Erzegovina degli anni ‘90. Il racconto inizia nel 1992 e prosegue fino al 2011, durante una guerra combattuta vicino casa nostra ma che forse buona parte degli italiani ha vissuto con un certo distacco, come se gli orrori accadessero  lontano anni luce da noi e non nell’altra sponda dell’Adriatico. I protagonisti del romanzo, Omar, Senadin, Ivo, Danilo e Nada, non sono realmente esistiti ma le loro vicende romanzate sono alquanto verosimili. Nel 1992 Sarajevo era stata posta sotto assedio e veniva bombardata da mesi, mancavano luce, acqua e cibo. Gli educatori e i responsabili dell’orfanotrofio  Ljubica Ivezić dopo lo scoppio di una bomba nell’istituto, che aveva causato il ferimento di due bambini, decisero che i minori ospitati venissero portati in salvo in Italia. Così gli orfani e bambini disagiati, che vivevano nella struttura, furono fatti salire su un pullman per Spalato per essere condotti in un luogo sicuro lontano dalla guerra. Da Spalato furono trasferiti in aereo a Milano e quindi divisi fra Rimini e Monza per trascorrervi le vacanze estive. Continua a leggere

LA POESIA PRENDE VOCE: ISABELLA BIGNOZZI, MARIA GRAZIA GALATA’, ELIA BELCUFINÈ, ANNALISA RODEGHIERO,

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La poesia prende voce

POETI DI OGGI

Isabella Bignozzi (ph. Francesca Serragnoli)

poesia di Isabella Bignozzi, Supernova, è tratta da Le stelle sopra Rabbah, per Transeuropa nel 2021, ed è accompagnata dal sottofondo Musicale Gnossienne No.1 di Erik Satie, legge la stessa autrice

Maria Grazia Galatà con Mario Luzi

poesia di Maria Grazia Galatà Da” Quintessenza “, Marco Saya Edizioni 2018, legge la stessa autrice

Elia Belcufinè

poesia di Elia Belcufinè da “La rosa rosa”, RPlibri 2020, legge lo stesso autore

Annalisa Rodeghiero

poesia di Annalisa Rodeghiero, da “A oriente di qualsiasi origine”, Arcipelago Itaca edizioni 2021, legge la stessa autrice

Il delitto Pascoli: un caso irrisolto

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Il 10 agosto 1867 Ruggero Pascoli, padre di Giovanni, venne assassinato con una fucilata da due sicari, appostati all’altezza di Savignano, mentre tornava a casa sul suo calesse, a San Mauro di Romagna, l’odierno San Mauro Pascoli. A quel tempo il brigantaggio affliggeva la zona e non era la prima volta che un fattore venisse ucciso dalla criminalità locale. Ruggero Pascoli era stato più volte assessore comunale ed esponente del partito repubblicano del paese, da oltre dieci anni, inoltre, era amministratore della tenuta agricola La Torre dei principi Torlonia. La posizione economica di Ruggero garantiva a lui e alla numerosa famiglia, aveva infatti dieci figli, un tenore di vita piuttosto agiato e suscitava numerose invidie e malcontenti. A quel tempo il poeta aveva dodici anni e studiava nel collegio degli Scolopi di Urbino. La sera dell’omicidio, Ruggero avrebbe dovuto incontrare l’ingegnere Achille Petri, un inviato dei Torlonia, per rinnovare l’incarico di amministratore. All’appuntamento però l’ingegnere non si presentò. Il mandante dell’assassinio rimase sconosciuto, la gente del luogo però sapeva chi fosse il responsabile ma taceva per paura di ritorsioni e per omertà.  Il prefetto attribuì la fine di Ruggero ai repubblicani estremisti che lo consideravano un traditore, poiché si era schierato con i liberali monarchici; la famiglia Pascoli, invece, indirizzò le indagini nell’ambiente lavorativo. Il magistrato che si occupò dell’inchiesta indagò due criminali di Cesena, che furono però prosciolti. Per molti e per la famiglia, i due sicari agirono su mandato di chi voleva succedere a Ruggero nel prestigioso incarico, secondo Giovanni, il mandante aveva partecipato all’esecuzione del delitto. Questa tesi emerge in un film del 1953, di Giulio Morelli, intitolato La cavallina storna e ispirato alla poesia La cavalla storna, unica testimone del delitto. Il delitto rimase impunito e venne archiviato dalla magistratura, dopo tre processi, come “commesso da ignoti”. Due altri imputati, accusati di essere sicari a pagamento di casa Torlonia, dapprima furono condannati in primo grado e in seguito furono assolti. Il poeta fece anche delle indagini personali e ritenne che i due criminali Luigi Pagliarani e Michele Della Rocca avessero agito su incarico di tale Pietro Cacciaguerra, l’uomo che l’anno dopo la morte di Ruggero Pascoli prese il suo posto nell’amministrazione della tenuta con l’aiuto dell’ingegnere Petri. Cacciaguerra aveva fatto fortuna in Sudamerica, era poi ritornato a Savignano divenendo un signorotto prepotente che aveva avuto dei contrasti con Ruggero (notoriamente uomo onesto e corretto). Era possibile anche che il principe Torlonia sapesse la verità sul delitto e per timore di ritorsioni, abbia dato perfino il suo assenso. La famiglia Pascoli dovette così abbandonare la tenuta e si trasferì a San Mauro, nella casa materna che sarà venduta qualche anno dopo per le difficoltà economiche. I Torlonia revocarono la sovvenzione alla famiglia di Ruggero. Caterina Vincenzi Alloccatelli, madre di Giovanni, appartenente ad una famiglia della piccola nobiltà rurale, sopravvisse solo per pochi mesi dopo la morte del marito, colpita da un attacco cardiaco; poco più tardi morirono di malattia i figli Margherita e Luigi, Giacomo, invece, morì mentre ricopriva la carica di assessore comunale e pare conoscesse personalmente coloro che avevano partecipato al complotto per uccidere il padre. La giovane moglie di Giacomo pretese parte della scarna eredità e mandò completamente in rovina la famiglia. Gli altri figli, Raffaele e Giuseppe, si allontanarono progressivamente dal nucleo famigliare, Giovanni, dopo una gioventù tumultuosa in cui finì anche in carcere per motivi politici, si fece carico della famiglia con il proprio stipendio da insegnante, richiamando presso di sé le sorelle Ida e Maria con l’intento di ricostituire il nucleo famigliare. Unica consolazione: il 10 agosto di ogni anno Giovanni inviava a Pietro Cacciaguerra, colui che riteneva l’assassino del padre, un biglietto listato a lutto, con la dicitura p.r. (per ricordare).  Cacciaguerra lasciò l’incarico nella tenuta nel 1875; il successivo amministratore della tenuta, qualche anno dopo, confermò al poeta che i suoi sospetti erano fondati e che “ci aveva preso nel mezzo” ma gli consigliò di non indagare oltre. Dopo che il presunto mandante morì, Pascoli lo raffigurò, nella poesia Tra San Mauro e Savignano, come un’anima che non trova pace neanche dopo la morte proprio a causa del delitto impunito. Nel 2014 Rosita Boschetti nel libro Omicidio Pascoli. Il complotto, edito da Mimesis, racconta la storia del complotto sulla base di documenti inediti, frutto di meticolose ricerche d’archivio. Il drammatico evento gettò sull’anima sensibilissima del poeta un’ombra che si fece sempre più cupa negli anni della maturità e segnò irrimediabilmente il poeta. In molte sue poesie, infatti, è trattato l’argomento della morte del padre. Oltre alla poesia citata, in X agosto, pubblicata per la prima volta ne Il Marzocco del 9 agosto 1896 e poi inserita in Myricae del 1897, che reca la dedica “A Ruggero Pascoli, mio padre“, il poeta rievoca la morte del padre, avvenuta proprio nella notte di San Lorenzo. Il tragico evento gli suggerisce l’interpretazione del fenomeno delle stelle cadenti, molto evidente in quella notte e identificate con le lacrime del cielo per la malvagità che regna sulla Terra. Il componimento è costituito da sei quartine di decasillabi e novenari a rima alternata, secondo lo schema ABAB.

 

X agosto

 

San Lorenzo, Io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.

Ora è là come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido
portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

 

La poesia è incentrata sul paragone tra la morte della rondine che portava nel becco un insetto, cena dei suoi rondinini e quella del padre, entrambi vittime innocenti di un mondo violento. Lo stesso titolo evoca l’immagine della croce, simbolo della sofferenza del poeta, ribadita anche dal paragone con la rondine caduta e rimasta a terra con le ali aperte come crocifissa. Vi ricorre l’immagine del nido, spesso presente nella poesia del Pascoli, metafora della famiglia, luogo di affetti, che offre protezione dalla crudeltà del mondo circostante. Nell’ultima strofa si mette in evidenza la contrapposizione tra il cielo, infinito e immortale, e la Terra, atomo opaco del male, inondata di un pianto di stelle. L’altra poesia in cui il poeta rievoca con dolore la morte del padre è La cavalla storna, composta nel 1903 e inserita nei Canti di Castelvecchio, testo molto commovente e suggestivo. La poesia è costituita da trentuno strofe di distici di endecasillabi a rima baciata.

 

La cavalla storna

 

Nella Torre il silenzio era già alto.
Sussurravano i pioppi del Rio Salto.

I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste.

Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;

che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.

Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;

il primo d’otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.

Tu che ti senti ai fianchi l’uragano,
tu dai retta alla sua piccola mano.

Tu c’hai nel cuore la marina brulla,
tu dai retta alla sua voce fanciulla”.

La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

lo so, lo so, che tu l’amavi forte!
Con lui c’eri tu sola e la sua morte.

O nata in selve tra l’ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;

sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:

adagio seguitasti la tua via,
perché facesse in pace l’agonia…”.

La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

oh! due parole egli dové pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.

Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,

con negli orecchi l’eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:

lo riportavi tra il morir del sole,
perché udissimo noi le sue parole”.

Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l’abbracciò su la criniera.

“O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!

a me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona… Ma parlar non sai!

Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!

Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
esso t’è qui nelle pupille fise.

Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa’ cenno. Dio t’insegni, come”.

Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.

La paglia non battean con l’unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.

Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome . . . Sonò alto un nitrito.

 

La scena si svolge di notte, nella stalla, in un silenzio irreale in cui è possibile ascoltare solo il fruscio dei pioppi mossi dal vento. La madre del poeta sta parlando con l’unica testimone del delitto, la cavalla detta «storna» per il colore del manto grigio pezzato da macchie bianche. Nell’immaginazione del poeta la cavalla, spaventata dagli spari che uccisero il padre, proseguì per un tratto, trasportando il corpo di Ruggero e lo condusse a casa, al nido violato. Emerge la contrapposizione tra la viltà e l’omertà degli uomini proprio perché il delitto restò irrisolto dunque impunito e la serenità e la purezza della natura a cui appartiene la cavalla, perché lei ha visto ma non può parlare. L’impossibilità dell’animale di rispondere alle domande della madre sulle circostanze dell’omicidio di Ruggero si risolve alla fine in un sorprendente nitrito con cui la cavalla sembra confermare all’ascolto il nome del presunto assassino, pronunciato dalla madre del poeta. La cavalla, umanizzata dal poeta, si fa carico dell’ingiustizia e del dolore causato dagli uomini.

 

 

©Deborah Mega

 

 

~A viva voce: Non avresti dovuto dire~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

non avresti dovuto dire

devi andartene via,

non avresti dovuto dirlo.

 

ho aspettato che mi chiamassi indietro,

ho aspettato giù nel portone

fuori dal cancello

sul marciapiede

sotto a un lampione,

ho camminato quasi stando fermo

e mi sono voltato e ancora rivoltato

ho contato passi a uno, a due, a tre,

poi, non ho contato più.

 

non avresti dovuto dirlo

devi andartene via,

perché l’amore non dice vai

l’amore dice resta

 

l’amore non dice vai

l’amore dice resta.

 

FRANCESCO PALMIERI
(dalla raccolta “Solo parole d’amore”)