Lo sforzo umano
non è quel bel giovane sorridente
ritto sulla sua gamba di gesso
o di pietra
e che mostra grazie ai puerili artifici dello scultore
la stupida illusione
della gioia della danza e del giubilo
evocante con l’altra gamba in aria
la dolcezza del ritorno a casa
No
Lo sforzo umano non porta un fanciullo sulla spalla destra
un altro sulla testa
e un terzo sulla spalla sinistra
con gli attrezzi a tracolla
e la giovane moglie felice aggrappata al suo braccio
Lo sforzo umano porta un cinto erniario
e le cicatrici delle lotte
intraprese dalla classe operaia
contro un mondo assurdo e senza leggi
Lo sforzo umano non possiede una vera casa
esso ha l’odore del proprio lavoro
ed è intaccato ai polmoni
il suo salario è magro
e così i suoi figli
lavora come un negro
e il negro lavora come lui
Lo sforzo umano non ha il “savoir-vivre”
Lo sforzo umano non ha l’età della ragione
lo sforzo umano ha l’età delle caserme
l’età dei bagni penali e delle prigioni
l’età delle chiese e delle officine
l’età dei cannoni
è lui che ha piantato dappertutto i vigneti
e accordato tutti i violini
si nutre di cattivi sogni
si ubriaca con il cattivo vino della rassegnazione
e come un grande scoiattolo ebbro
vorticosamente gira senza posa
in un universo ostile
polveroso e dal soffitto basso
e forgia senza fermarsi la catena
la terrificante catena in cui tutto s’incatena
la miseria il profitto il lavoro la carneficina
la tristezza la sventura l’insonnia la noia
la terrificante catena d’oro
di carbone di ferro e d’acciaio
di scoria e polvere di ferro
passata intorno al collo
di un mondo abbandonato
la miserabile catena
sulla quale vengono ad aggrapparsi
i ciondoli divini
le reliquie sacre
le croci al merito le croci uncinate
le scimmiette portafortuna
le medaglie dei vecchi servitori
i ninnoli della sfortuna
e il gran pezzo da museo
il gran ritratto equestre
il gran ritratto in piedi
il gran ritratto di faccia di profilo su un sol piede
il gran ritratto dorato
il gran ritratto del grande indovino
il gran ritratto del grande imperatore
il gran ritratto del grande pensatore
del gran camaleonte
del grande moralizzatore
del dignitoso e triste buffone
la testa del grande scocciatore
la testa dell’aggressivo pacificatore
la testa da sbirro del grande liberatore
la testa di Adolf Hitler
la testa del signor Thiers
la testa del dittatore
la testa del fucilatore
di non importa qual paese
di non importa qual colore
la testa odiosa
la testa disgraziata
la faccia da schiaffi
la faccia da massacrare
la faccia della paura.
Vittoria Guerrini, in arte Cristina Campo (Bologna, 29 aprile 1923-Roma, 10 gennaio 1977), una delle voci poetiche più alte del Novecento, è stata una straordinaria scrittrice, poetessa e traduttrice. Unica figlia del compositore Guido Guerrini, a causa di una congenita malformazione cardiaca, che rese sempre precaria la sua salute, crebbe isolata dai coetanei e non poté seguire regolari studi scolastici. Nel 1925 la famiglia Guerrini si trasferì prima a Parma poi a Firenze dove il padre fu chiamato a dirigere il conservatorio Cherubini. Cristina studiò da autodidatta sotto la guida del padre e di alcuni insegnanti privati. Apprese le lingue leggendo Cervantes, Proust, Shakespeare e tradusse Katherine Mansfield, Virginia Woolf, Hugo von Hofmannsthal e Simone Weil. L’ambiente culturale fiorentino dove restò fino al 1955, fu determinante nella sua formazione: conobbe il traduttore Leone Traverso, al quale, per qualche tempo, fu legata anche sentimentalmente. Continua a leggere →
Stanotte ho sognato (finalmente!)
che guardavo il cielo.
Niente di che
non cambi il cielo di una virgola se lo guardi.
Sai che ne raccogli solo una parte
e altri infiniti cieli ti restano nascosti.
Puoi solo immaginarli
ma non hai il tempo per farlo
ti basta questo infinito cielo che hai davanti agli occhi.
Stai lì ad aspettare che nel sogno succeda qualcosa
e che lui tutto a un tratto
ti faccia delle domande imbarazzanti.
I cieli che fanno domande sono più interessanti
degli uomini che si fanno domande sul cielo.
A loro in realtà non interessano le tue domande
risponderebbero rimandandoti ad altri cieli
ma tu rimanendo saldo nel sogno che hai fatto
afferri quel cielo come se fosse davvero
l’unico cielo rimasto
come non ce ne fossero altri
e dietro quella stella non ci sia un’altra stella
che la luna stia facendo davvero la tua luna
e questo sole sia il mio e il tuo sole.
Poi il sogno si è avverato.
Avevo il cielo sotto il cuscino e non lo sapevo
senza guardarlo per via del buio della notte come un cieco a cui hanno raccontato cos’è un cielo.
Avevo sul cuscino una stella
come quelle cucite sui cuscini dei bambini
e quella stella faceva davvero la stella
con un sistema solare intorno
e tutto quello che serve per fare una terra
e anche quello che serve
per fare un uomo che guarda le stelle.
Avevo qualcosa da chiedere a quell’uomo
e devo perfino aver rivoltato il cuscino
per provare a parlargli.
Niente,
non sono stato capace
di spostare il suo sguardo dal cielo
né di fargli domande.
Dal greco: nostos ritorno a casa e algos dolore. Il dolore del ritorno. Nostalgia, dolore del ritorno, quel malessere che ti prende quando ripensi alle cose del passato, ai luoghi in cui hai abitato, alle persone che hai conosciuto e amato. Il libro racconta la Sanità e le sue bellezze nascoste, visibili solo a chi ama il quartiere, un quartiere ricco di storia e di umanità. Racconta anche della nostalgia provata per Napoli di Felice Lasco, un sessantenne nato e cresciuto al Rione sanità e che ha vissuto per altri quaranta anni all’estero. Il rione della sanità viene descritto in modo particolareggiato e poetico da Ermanno Rea, sono luoghi che amava perché i suoi nonni abitavano nel cuore del rione in quella lunga strada che è Via Cristallini. Frequentando quei luoghi era venuto a conoscenza della vera storia da cui ha tratto il romanzo. Il libro racconta la storia di due ragazzi, Oreste Spasiano, detto Malommo, e Felice Lasco. Sono nati negli anni 50 in quel quartiere che è come fosse un mondo a sé stante, ai piedi di Capodimonte, un quartiere che aveva visto passare principi e re, costruito sulle catacombe, su grotte, su strapiombi di tufo, piena di orti e giardini misteriosi, la chiamavano la valle dei morti per via del cimitero delle Fontanelle e per le spoglie mortali di San Gaudioso e San Severo in quei luoghi custodite. Continua a leggere →
Quando dalla vergogna e dall’orgoglio Avremo lavate queste nostre parole.
Quando ci fiorirà nella luce del sole Quel passo che in sonno si sogna
Franco Fortini da “Foglio di via”, 1946
La poesia “Quando” è di Franco Fortini. Video e voce di Loredana Semantica
La linea del fuoco
Le trincee erano qui. C’è ferro ancora tra i sassi. L’ottobre lavora nuvole. La guerra finì da tanti anni. L’ossario è in vetta. Siamo venuti di notte tra i corpi degli ammazzati. Con fretta e con pietà abbiamo dato il cambio. Fra poco sarà l’assalto.
Franco Fortini da “Questo muro”, 1973
La poesia “La linea del fuoco” è di Franco Fortini. Video e voce di Loredana Semantica
Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
FERNANDO DELLA POSTA
Quei luoghi di apparizioni terribili
e dolci, dove tra le tante cose insegnasti
che certo vino è cosa pura e non lascia
traccia – se non un torace più caldo –
e guida il gesto come
olio santo,
affinché il colpo sia preciso
e stampi l’araldo senza sbavature
imprimendo le volontà nel legno
per vite più accessibili.
*
Avvistare arcipelaghi dai finestrini
degli aliscafi può illudere un dominio
che si estenda su pianeti interi
fatti di gas, fluidi e faune. Qui il mare,
il mare, che tutto sembra separare
tutto ferma con pellicola splendente,
tutto lega nella luce e nelle attese,
smorza l’ansia di partire e di arrivare.
*
Tuscania
Alte torri come grida sul paesaggio,
massicce, che si perdono prima del cielo,
affermano con forza d’esser figlie
anch’esse della genia testarda.
Ma nel silenzio assolato del lago
ritrova la sua statura e cresce,
con rinnovati passi d’atleta,
l’espunta latitudine di cuore.
*
Quando la luna è alta e illumina il lento
sonoro brusio delle stelle, tu
dannato allo specchio cerchi uno stile,
la cifra, ma il simile cui non somigli
deride, diffida, ti cuce addosso
l’insignificanza, la tragica commedia.
*
è venuto un nero d’inverno
che trasuda gelo alle pareti
come la manna di una pietra rivolta
al muro della cripta, benedetta da chissà
quale santa santità di crani e ossa
ma vi nascerà erba di muschio verde e nuova
che si gonfierà all’apparir del secco
refolo dell’aria estiva
in noi amata e benvoluta stinge
una rosa antica e velenosa
*
Solo se lo riprendi in time-lapse
il tattoo sul cuore della città
è macchia di sangue che allaga, e tu
difficile capire che se indossi
un muso duro dopo la tempesta
è solo un suppurare di speranza.
*
Sullo scacchiere del sublime
si gioca una partita rischiosa,
ed è la contezza del possedimento
a tradire la sconfitta più dura.
L’invincibile artificio dei volti
avvalora il sospetto di menzogna.
Nella mera vanagloria dei poeti
si esaltano miserie d’uomini.
Testi tratti da Fernando Della Posta, “Ricostruzione delle favole”, PeQuod, 2022.
Deve essere stato un segnale radio
trasmesso dal ventre dei monti
che ha contaminato
le tue aulentissime folate
di vento fiorile
trasformandole in lampi di morte.
Hai raccolto le saette cariche dell’elettricità
di un intero inverno.
Hai reso questa primavera etrusca
di verde pastello e rosa acquarello
un cupo delirio di nuvole
temperate nell’acciaio.
Hai impartito una severa lezione
all’albero di Giuda
cresciuto a bella posta nelle curve a gomito
per abbagliare autisti stupiti e maldestri,
e sprecare petali con le luminose braccia
color fuxia
affrontando il giudizio divino
e la rassegnazione di chi è votato
al tradimento.
Hai fatto virare le gocce di pioggia primaverile
in grandine sulfurea che fuma sui parabrezza.
E tutto questo solo per colpirmi?
Per ferirmi?
Per raggelarmi?
Per raggirarmi?
Per farmi ascoltare il rantolo dei boschi
che piegano la loro giovane tenerezza
ai venti maestri?
Aprile che hai versato oro fuso
sul corpo vivo delle gobbe delle tue colline
facendo ondeggiare il loro caravanserraglio
di vitigni, olivi e bed & breakfast
trasformando le pecore dei pascoli ancestrali
in vigogne e alpaca neri come il catrame
per evocare un fantastico Perù
e masticare merendine e coca
a beneficio esclusivo del turista
e della sua prole turistica
a beneficio dei popoli dei tik tok
che battono i loro tempi lunari e dispari
esibendosi come entità del nulla
come fragili nullità del tutto
a beneficio dei promotori di grandi
e piccoli tour.
Aprile scanzonato
che uccidi con la pioggia
e ricopri il mondo ridendo
con la tua neve aprilante.
Che penetri nei sogni degli amanti
con tutte le scuse possibili
e fiori dai colori impossibili.
Che dai la parola ai taciturni rii
facendo precipitare a valle
acque assassine dal sapore di rivalsa
e dall’odore acre di terra devastata.
Aprile che perdi l’innocenza
svelando i volti delle tue divinità ctonie e nefaste.
Aprile che chiudi le porte alle speranze
e le apri ai disincanti con risposte luccicanti.
Possiamo attraversare di nuovo
le torride estati venusiane
dopo aver annusato l’aria della tua torba
che produce fiori meravigliosi che suonano fatali?
Cadere nel tranello della tua bellezza,
questo ci spetta e ci avanza.
E possiamo farlo comodamente
fermandoci ad ammirare il male
mentre ci scorre tra le dita
al tatto di un cappotto di fibra sconosciuta
cui è allegato il cartellino di una qualità selezionata.
Cerchiamo l’autenticità come un pane caldo
che abbiamo perduto nei ricordi dell’infanzia
Rincorrere la primavera si può fare
l’aereo ci aiuta a programmare il viaggio.
Vorremmo avere il biglietto per Sidney
per ottobre, o goderci la grande fioritura
degli infiniti altopiani sudafricani
o quella dei deserti sudamericani.
E in tale giramondo scrivere poesie
ed esser piuttosto languidi, ammiccare.
Riscrivere le poesie si potrebbe
cartoline poetiche da Sharm El Sheik
o essere pensionati in Florida
e ribadire un semplice
“tutto questo è mio”.
……..
……..
Critico letterario, scrittore, cronista e diplomatico. Conosciuto anche per la sua vita mondana, frenetica e avventuriera, e per i suoi matrimoni chiacchierati con le scrittrici Aurora Cáceres, Raquel Meller e Consuelo Suncín. Trascorse gran parte della sua vita a Parigi. Molti aneddoti si raccontano sulla sua vita, il più importante dei quali lo vede coinvolto nel tradimento della spia Mata Hari, catturata di rientro a Parigi, nella sua camera dell’albergo Elysée Palace, dalla polizia francese e giustiziata il 15 ottobre del 1917. La sua fama letteraria deriva soprattutto dal lavoro di cronista e corrispondente di guerra durante la Prima Guetta Mondiale, guadagnandosi l’appellativo di “Principe dei croinisti” e l’ammirazione di molti intellettuali europei, tra i quali: Leopoldo Alas, Maurice Maeterlinck, Jean Moreas, Vicente Blasco Ibáñez.
Stremato e triste, Paolo lasciò il salone in cui si ballava e andò a cercare una nicchia profumata sotto le immense palme del parco, dove le note dell’orchestra arrivavano raddolcite e deterse dalla calda atmosfera della notte.
— Qui – pensò sistemandosi su una panca rustica — le mie instancabili cugine non mi troveranno.
Il ragazzo aveva 18 anni. Era biondo come un paggio del rinascimento veneziano; grave come un abitante della leggendaria Tebaide; malinconico come una castellana di una fiaba medioevale. I suoi occhi dal taglio allungato, di velluto chiaro e indolenti, attiravano senza cercare di dominare. Le sue guance pallide e lisce, quasi cristalline, sembravano illuminate dall’interno da una luce rosata.
Era giovane e molto bello e per di più nobile e ricco.
Ma non era felice.
Mosso da straordinarie fantasticherie, era arrivato a perdere la nozione di vita reale e soffriva la monotona volgarità di possibili piaceri, come gli altri soffrono i dolori materiali.
Si chiamava Paolo del Monte.
Le sue cugine lo chiamavano “Il selvaggio” per via del suo carattere restio e per tirarlo su di morale lo obbligavano ad accompagnarle ai festini nei palazzi degli amici.
— Ti portiamo a civilizzarti – mormoravano sorridendo.
In realtà, lo portavano per ballare con lui, per stringerlo nelle loro braccia sensuali e stordirlo con il profumo dei loro seni scollati, e anche sfiorarlo furtivamente, qualche volta, con la bocca, nel vortice propizio della danza.
La cugina più grande, in particolare, sembrava avere un interesse speciale nel far vibrare la carne statuaria del ragazzo. Quando ballava lo afferrava freneticamente e spesso cercava di immobilizzarlo in un abbraccio, accanto a un muro discreto, nel buio dei corridoi, appannandogli il viso con il soffio di fuoco della sua bocca socchiusa e palpitante.
— Penso che tu sia innamorata di me — le diceva lui ironicamente in quei momenti.
E lei, i cui occhi aveva improvvisamente serrati con profonde occhiate bluastre, non poteva rispondere che per mezzo di scuse incoerenti e balbettanti, fatte di suoni più che di parole, intervallate da rapidi sospiri, vezzeggiativi incomprensibili, gemiti ansimanti.
Quella notte sua cugina non era riuscita a condurlo in un luogo appartato.
— Qui non mi troverà – mormorò Paolo, accarezzando meccanicamente i petali flosci e freddi di un’iride gigantesca. — Qui non mi troverà.
Il suo sguardo si perdeva nell’infinito dell’orizzonte, alla ricerca della torre che un leggero e lontano suono di campana faceva percepire, oltre i confini del parco, nelle profondità della grande città sonnolenta.
Il cielo, di una tonalità quasi verde, un misto di intenso chiaro di luna e azzurro glauco, il cielo basso e pesante di quella notte d’estate, somigliava a una pianura aurorale popolata di nubi dalle forme voluttuose, tonde e bianche come ninfe discinte. Tutto, sotto le palme, respirava un’ardente mollizia. La stella che dà consigli amorosi luceva ancora solitaria e augusta nel firmamento.
Paolo pensò ad un altro cielo meno bello ma più amato, visto qualche anno prima dal giardino del collegio, nel momento in cui la campanella del dormitorio gli faceva alzare gli occhi a contemplare, per l’ultima volta nella giornata, qualcosa di libero, lontano e splendido, come le nuvole stesse, e le stelle.
— Il collegio!… L’alcova comune!… L’orrore dei letti vicini!
Paolo ricordava tristemente le sue notti di insonnia solitaria, ormai lontane. Improvvisamente, come spinto da una molla, ritrasse la mano che aveva accarezzato il fiore e cominciò a pulirla nervosamente con il fazzoletto. Gli sembrava che la carne del fiore si fosse tramutata in carne umana, marcita, gelata, quasi morta… E un’infinita ripugnanza per la materia molle dei corpi invecchiati gli ispirava idee di castità.
— Cugino! – si sentì chiamare. Un passo leggero calpestava la sabbia finissima dei sentieri. Tra le fronde di palma scivolava un’ombra biancastra, curvandosi su ogni panca, scrutando nella boscaglia, ondulandosi leggermente con movenze feline. — Cuginetto! – L’ombra si fermò ai piedi di un’acacia in fiore, sotto un arco di lanterne giapponesi. Immobile. Paolo la esaminò incuriosito. Alla luce delle lanterne rosate, il suo petto nudo si tingeva di un soave carminio che accentuava le mirabili curve dei suoi seni. I capelli neri brillavano come un casco d’oro rossastro. I grandi occhi scuri brillavano, nel biancore del viso, come due scintille fisse. La linea del corpo, così perfetta. — È una tentazione — si disse mentalmente Paolo. Poi si rivolse a lei: — Cugina! La chiamò senza sapere perché, senza rendersi conto che la stava chiamando, senza pensarci, senza volerlo e senza sentirlo. La chiamò nonostante il desiderio di non vederla, di non farsi accarezzare da lei, di fuggire da tutto quello che potesse macchiare la sua anima. La chiamò e non capì di aver sbagliato a chiamarla finché lei non fu al suo fianco. — Cugina!… Seduto sullo stesso scanno accogliente, sotto le palme coprenti, nello sfondo silenzioso del parco, i due cugini si guardavano sorridendo. Lui, con bontà quasi ironica, tra rassegnato e contento, in attesa. Lei, con labbra tirate e palpitanti. — Sai a cosa stavo pensando? – disse Paolo. — Se non era a me, preferisco non saperlo. — Ero a me stesso. Aveva appena finito di pronunciare quella frase inopportuna, quando già la cugina prendeva la sua testa tra le braccia e gli mordeva le labbra con superbia rabbia amorosa, in un bacio che era allo stesso tempo una ferita. Le foglie sparse cantarono la loro canzone epitalamica, scricchiolando ritmicamente, con allegrie pagane e con giovani malizie, come duemila anni prima nell’Arcadia, quando le ninfe e i satiri facevano dei boschi sacri un vasto letto di amori. Un’ora dopo, seduti entrambi su un sofà del salone, apparivano gravi e silenziosi, senza osare parlare, né avere voglia di sorridere. E mentre nell’anima di lei tutto era luce, gioia e apoteosi, nell’anima di lui, era caligine e grigiore.
Nel 1923, il 19 aprile di cento anni fa, a Tricarico in provincia di Matera nasceva Rocco Scotellaro. Poeta, politico e scrittore italiano. Appena trent’anni dopo Rocco sarebbe morto per un infarto, ma certo la sua non può dirsi una vita sprecata. Nato da una famiglia di umili origini, il padre calzolaio, la madre sarta, fu indirizzato dalla famiglia agli studi, essendo versato in letteratura, s’iscrisse al Liceo Classico presso i Padri Cappuccini e per permettergli di proseguire gli studi tutta la famiglia si trasferì a Sicignano degli Aburni, in Campania. Trento, Tivoli, Potenza, Napoli, Bari, Cava dei Tirreni sono città dove ha lo hanno portato i suoi viaggi per l’Italia per studio e lavoro. Al termine del Liceo intraprese gli studi di Giurisprudenza alla Facoltà la Sapienza di Roma, ma in lui si accese la passione politica e, senza giungere a laurearsi, decise di impegnarsi attivamente, iscrivendosi al Comitato di liberazione nazionale prima e successivamente al PSI. La morte del padre lo induce a ritornare a Tricarico, in Basilicata, o per meglio dire in Lucania, come la Regione si è chiamata fino al 1947. Rocco aveva intuito l’esigenza che per risollevare le situazione l’Italia postbellica si doveva operare nelle realtà locali rurali con una visione chiara di progresso democratico e istituzionale. Egli era sensibile alle problematiche della sua gente così provata dalla miseria, dalla guerra e dall’inattività delle istituzioni, con particolare attenzione al mondo contadino, afflitto da sfruttamento, caporalato impietoso, carenze igienico sanitarie e povertà, mali che ben conosceva essendo stato sensibilizzato dal padre e dallo svolgimento di un’intensa attività sindacale e poi perchè sentiva di provenire da quell’ambiente, tant’è che viene spesso definito “il poeta contadino”. Nel 1946, a soli 23 anni, diventa sindaco di Tricarico nel partito del Fronte Popolare Repubblicano, nato dalla fusione di PSI e PCI. Conobbe nello stesso anno Carlo Levi, pittore e antifascita, e Manlio Rossi Doria, politico ed economista. Levi a detta dello stesso Scotellaro fu il suo mentore e promotore. In una breve ma dinamica gestione da sindato, Rocco Scotellaro dotò Tricarico di una scuola aperta a tutti – perché i cittadini non dovessero spostarsi per studiare, come lui era stato costretto a fare – istituì le consulte locali per dare voce democratica al volere dei braccianti agricoli, s’impegnò a tutelare il loro diritto a coltivare la propria terra e impedire lo sfruttamento del loro lavoro da parte dei grandi proprietari terrieri. Si mosse anche sul fronte dell’occupazione delle terre, movimento che portò alla riforma agraria sul latifondo del 1950. Nel 1947 Rocco Scotellaro fece aprire a Tricarico, che ne era sprovvista, l’Ospedale civico. Il suo grande spirito d’iniziativa disturbò evidentemente gli avversari, perchè dal 1948 al 1950, Scotellaro affrontò una traversia giudiziaria. Tutto ebbe inizio con una denuncia anonima e il rapporto di un funzionario di polizia giudiziaria, a seguito dei quali fu accusato di truffa, concussione e associazione a delinquere. L’accusa sembrava a Rocco talmente inverosimile che l’affrontò con una certa leggerezza. Per 45 giorni subì anche la reclusione nel carcere di Matera. Il procedimento si concluse in appello con assoluzione per non aver commesso il fatto, quindi con formula di piena, ma la vita di Rocco ne fu segnata. Abbandonò la politica nello scoramento che prende i sognatori delusi, senza mai cessare la sua dedizione alla Lucania, s’impegnò maggiormente sul fronte letterario. Appena uscito dal carcere si recò a Venezia, dove conobbe Amelia Rosselli, con la quale intrattenne un intenso rapporto di amicizia durato fino alla morte di lui, avvenuto appena tre anni anni dopo. Amelia Rosselli alla sua morte gli dedicò un’accorata “Cantilena, raccolta di poesie per Rocco Scoltellaro”. Una di queste.
Rocco vestito di perla
come il grigiore dei colli vicino al tuo paese
mostrami la via che conduce
non so dove
(Amelia Rosselli)
Rocco fu anche poeta e scrittore. Cominciò a scrivere appena adolescente, del 1940 la sua prima poesia, tra il 1948 e il 1953 pubblicò poesie e racconti sulla rivista “Botteghe oscure”. Scrisse il romanzo “L’uva puttanella”, in gran parte autobiografico, rimasto incompiuto, un’ opera teatrale e svolse un’inchiesta sui “Contadini del Sud”, per incarico di Einaudi, anch’essa rimasta incompiuta per la morte sopraggiunta.
Per sintetizzare lo spirito dei suoi ideali, della sua azione politica e sociologica bastano le sue centrate parole stralciate dalla lettera di presentazione diretta a Luciano Erba con la richiesta di pubblicare sue poesie su “Quarta generazione”. Le poesie furono pubblicate nel 1954 postume, come del resto gran parte della sua produzione.
“Politicamente ho fiducia che cessi la indegna e mortifera divisione del mondo perché l’umanità posa curarsi dei suoi mali: la povertà economica e il decadimento culturale“. (Rocco Scotellaro)
Le sue opere
“È fatto giorno” Mondadori “Contadini del Sud”, Laterza “L’uva puttanella” Laterza “Uno si distrae al bivio” Basilicata “Margherite e rosolacci” Mondadori “Giovani soli” Basilicata “Lettere a Tommaso Pedio” Osanna “Scuole di Basilicata” RCE “Tutte le poesie (1940-1953)” Mondadori “Il prezzo della libertà. Lettere da Portici” Edizioni Giannatelli “Poesie” RCE “Tutte le opere” Mondadori
Di seguito una selezione di poesie di Rocco Scotellaro. Illustrazioni di Loredana Semantica, (tecnica digitale, pennino su schermo).
In autunno (1940)
Trasvolano le rondini i mari e i deserti, a una dimora certa lontana tendono, all’orizzonte forse, dove sempre il sole cade in sera.
Lucania (1940)
M’accompagna lo zirlio dei grilli e il suono del campano al collo d’un inquieta capretta. Il vento mi fascia di sottilissimi nastri d’argento e là, nell’ombra delle nubi sperduto, giace in frantumi un paesetto lucano
Traguardo (1941)
Sconfinati deserti io mi figuro. Cammino e cammino ansante sfinito. Desolato la voce sola mi resta. Una sillaba sola l’eco non ripete del mio grido. Avanzo m’abbatto mi levo. In un baleno improvviso un traguardo ravviso. E un tuono rimbomba al mio grido.
(1948)
È già notte qui nei valloni è già notte per le campagne marine. Dai paesi corrono piccole nuvole di fumo verso il cielo. Continua la vita nel gelo. L’anima è questo respiro che ci riempie e ci vuota. E occorre guardarsi indietro a vedere il giorno dove corre. Corre di fronte alle luci accese dei pali dove il Vulture adesso si vede sullo specchio rosso di ponente… Perché l’ombra è già morta sui pini.
Al sopportico delle Api il primo amore (1948)
Al sopportico delle Api affisse ai muri le nostre iniziali col colore della paglia bruciata. L’amore nostro crebbe qui nella stalla vicina. E io vederti sorgere tenera ombra, misuravo le parole tue calde cercandoti le labbra con le dita. Ombre di noi che siamo in fuga si allungano, scompaiono quando la lucerna del mulattiere mette fremito alle bestie per la biada.
La mia bella Patria (1949)
Io sono un filo d’erba un filo d’erba che trema. E la mia Patria è dove l’erba trema. Un alito può trapiantare il mio seme lontano.
Campagna (1949)
Passeggiano i cieli sulla terra e le nostre curve ombre una nube lontano ci trascina. Allora la morte è vicina il vento tuona giù per le vallate il pastore sente le annate precipitare nel tramonto e il belato rotondo nelle frasche.
Dopo L’informe amniotico [appunti numerati e qualchepoesia] edito da Limina Mentis edizioni, 2015, opera prima di Loredana Semantica, con prefazioni di Giorgio Bonacini e Rosa Pierno segnalato al premio Lorenzo Montano, esce la nuova raccolta di Loredana Semantica TITANiO edita da Terra d’Ulivi 2023. Il titanio è un elemento metallico conosciuto per la sua resistenza alla corrosione, quasi pari a quella del platino, nonché per il suo alto rapporto tra resistenza e peso. È un metallo leggero, duro ma con bassa densità. Allo stato puro è molto duttile, lucido, di colore bianco metallico.
Il Titanio è il metallo ideale perché porta in sé due qualità opposte e ugualmente importanti, rappresenta l’equilibrio fra due proprietà intrinseche, la leggerezza e la resistenza.
La parola Titano deriva dal latino Titanus. I Titani vengono considerati come le forze primordiali del cosmo, che imperversavano sul mondo prima dell’intervento regolatore e ordinatore degli dei olimpici. C’è anche un IO graficamente inserito con la i in minuscolo a formare la parola che dà il titolo alla raccolta, suggerendo probabilmente che l’io poetico dell’autrice si qualifica, si colloca, si identifica con la leggerezza e la durezza.
Le poesie sono sotto datate e seguono un ordine cronologico preciso, sono in ordine progressivo cronologico dalla più vecchia alla più recente all’interno di ogni sezione, ordinata per senso e omogeneità di stile e ispirazione. TITANiO raccoglie settanta poesie ripartite in 4 sezioni: 12 in Je est un autre, 21 in Biografia, 12 in Calligrafia, infine 25 in Sacrario. Esse scaturiscono da un lavoro, durato un anno, di riordino della produzione poetica dell’autrice degli anni che vanno dal 2010 al 2021, lavoro iniziato con la raccolta inedita In absentia vocis che è stata segnalata al Premio Lorenzo Montano del 2022.
Riporta l’autrice in prima pagina un breve testo tratto dalle Memorie di Adriano di Margherita Yourcenar “Sono giunto a quell’età per cui la vita è, per ogni uomo una sconfitta accettata… Ritrovavo in quel mito, (dei Titani n.d.r) ambientato ai confini del mondo, le teorie dei filosofi di cui mi ero nutrito: ogni uomo, nel corso della sua breve esistenza, deve scegliere eternamente tra la speranza insonne e la saggia rinuncia ad ogni speranza, tra i piaceri dell’anarchia e quelli dell’ordine, tra il Titano e l’Olimpico. Scegliere tra essi, o riuscire a comporre, tra essi l’armonia.” Ciò ci induce a credere che questo lavoro di riordino sia scaturito dal bisogno di Loredana Semantica di riuscire a comporre un’armonia, un equilibrio, fra la sua vita quotidiana ordinata e regolare e le bruttezze del vivere, fra le forze irrequiete dell’inconscio generatrici di metafore e sogni, fra il sonno e la veglia, fra il suo bisogno di bellezza che salva e la necessità dell’amaro pane, quell’armonia necessaria che non porta alla rinuncia della speranza e che consente piuttosto di bilanciare le due parti contrastanti.
Da questo equilibrio di forze, proprio quando dall’incontro delle due parti potrebbero scaturire lampi e saette, dall’attrito delle due, fluisce piuttosto precisa e misurata la sua poesia, quasi un lento ritmare, a tratti nostalgica, velata di ironia, non cinica ma disincantata, rassegnata ma non troppo, che osserva con freddezza la nuda e cruda realtà sperando però che le sue parole siano come semi dai quali un giorno nasceranno fiori. Spargo semi nel mondo/non appariscenti/gli occhi profondi/chissà se ne sbocceranno fiori. Una poesia che ha una sua musica interna come una musica da camera che sembrerebbe tranquillizzare Io vorrei dormire/di più e più a lungo/il sonno dovrebbe coprire/ogni pensiero con la sua/coltre bianca di silenzi e neve.// in realtà provoca un vago senso di malessere, il suo sguardo disincantato si ferma sulle cose inanimate, su un fantomatico direttore, che rappresenta il potere, sul lavoro che aliena e che spesso ci è alieno, negli immensi bla bla, sapessi come tutto gira intorno/senza senso/c’è un bla bla immenso/ nel quale non mi riconosco/quattro fessi al tavolo di fronte/ parlano e ridono/con la bocca ripiena di cibo. La casa e gli affetti familiari che sono il suo porto sicuro e la ripagano di quel senso di non appartenenza e ostilità avvertito nel quotidiano andare. Scrivo una dopo l’altra/cose elementari/quasi uno scavare dentro/ fino all’essenza//, appartenenza che ritrova però nelle sue radici e nella loro ricerca delle quale lei sente d’essere la foglia terminale.
Non se questa sia ricerca spirituale/o piuttosto di radici. C’è un acclamare alla parola salvifica che può essere occasione di riscatto e di ritrovamento del sé più autentico. Lo calpesto se posso e l’odio/lo danneggio e rivendico/ inneggio alla parola/mio unico luogo labirintico. Oppure ancora Io starei immota al caldo/beata in un respiro lieve/aperto ai movimenti del corpo/e del torace lenti e morbidi/come una schiuma soffice. Bisogna comunque leggerla questa raccolta e farsi un’idea propria perché nessuna nota può essere esaustiva perché è vasta la materia trattata, trattandosi di vita.
Di certo si può dire che l’autrice sa scrivere bene, che la sua scrittura è matura, che scrive e frequenta il web poetico da vent’anni, che ha fatto bene a riordinare la sua significativa produzione poetica, affinché non venga perduta nei meandri di una memoria volatile di un pc, come quelle foto, spesso importanti e belle, che non facciamo stampare mai e che ci dimentichiamo di aver fatto, negandoci il piacere della vicinanza, ma che dovremmo trasformare in concretezza cartacea affinché si squarci la siepe della dimenticanza che oscura i ricordi e il sole. (Antonella Pizzo)
Testi
Abbiatemi per lontanissima
così lontana che tremano i cieli
nella mia bocca d’amianto
costretta da un solo cunicolo
abbiatemi per rarefatta
così sperduta molecola
che nello spazio non piove
neanche un raggio di luce
a forare coltre maledetta
la piracanta spinosa.
10.02.2017
Io sono qui
e qui è la mia casa
i miei profumi la crema
per il viso le borse le ciabatte
i miei vestiti e arredi
qui il mio cane il frigo ricco
di cose buone il mio lavoro
gravoso e senza sole
atomica che sfianca e fagocita
l’uranio impoverito dei miei giorni
qui il mio centro e debolezza
mia forza e sicurezza la sagoma
del tuo corpo confortevole
il capo bianco dei tuoi capelli corti
qui i miei figli quando capita talvolta
a ristorare l’attesa ostinata
tra un’uscita e l’altra
con gli amici.
5.4.2017
Dentro di me un romanzo
dalla nascita brulicante di cortili
alle gebbie d’acqua fredda e anguille
sperdute tra rovi cicale e frinire
oltre le cancellate in cima alle scale
nei posti della memoria
dimenticati dalla storia spariti dalla terra
arati dalle ruspe al suolo
che compaiono solamente
in flash incerti dei ricordi
quasi fossero dei sogni.
In un altro capitolo il presente
arroccato a qualcosa che si sgretola
mentre avanza il tempo inesorabile
senza fretta con la calma sicurezza
di chi non ha precisi appuntamenti
dagli ostacoli si vede
che franano i punti fermi
gli stessi che sul foglio con la penna
erano uniti in progressione
in forme di una certa consistenza
a cui appuntare piedi medaglie o certezze
d’essere un preciso essere
un puntino esatto sulla terra.
Adesso il finale ad effetto
sui palmi le stimmate rosse
nel costato lo squarcio incrostato
dell’eremita.
Nata a Catania, laureata in giurisprudenza, sposata, ha due figli, vive e lavora a Siracusa. Si interessa da molti anni di poesia, fotografia e lavorazione digitale di immagini. Proviene dall’esperienza di partecipazione e/o collaborazione a gruppi poetici, di fotografia, arte digitale, litblog, associazioni culturali nel web e su facebook. Ha pubblicato in rete all’indirizzohttp://issuu.com/loredanasemantica le seguenti raccolte visuali e/o poetiche:
Con Feltrinelli/ilmiolibro, insieme a Deborah Mega e Maria Rita Orlando nel 2015 ha pubblicato La prima rosa antologia di 160 poesie e 28 immagini d’autore sul tema della rosa. Gestisce il blog personale “Di poche foglie” all’indirizzohttps://lunacentrale.wordpress.com/.
Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
FABIO PETRILLI
SILENZIO
Un tuffo nel silenzio
tra ricordi passati.
Cerco nella memoria voci e pensieri, rumorosi
Fermo il pensiero, nuoto nel silenzio : giungono verità.
Ancora mi rifugio in te
giudice non sindacabile di questo mondo
percosso dal tempo.
Fragile si scopre l’uomo.
TRAMONTO
Una pennellata ricolma di colore d’un pittore e il tramonto viene ricamato d’oro.
Con le nuvole si sciolgono i colori ed io mi incanto sempre di più mentre aspetto te.
L’ultimo raggio di sole, quello più rosso ti accoglie tra le sue braccia e tu felice corri verso me.
Il sole si rispecchia dentro il mare, nei tuoi capelli ti è rimasto l’oro e il vento ci gioca
e non me li fa baciare perché è geloso di questa felicità.
UNA LACRIMA
Una lacrima scende lentamente su quel bel viso.
Silenziosa ha deciso di abitare nei tuoi occhi.
Silenziosa accarezza le tue guance e sfiora le tue labbra.
Quanti livori porta con sé
Tutto tace
Mi emoziono ancora una volta mentre guardo l’altra immagine che ha conservato di te L’asciugherò con tutto l’Amore che merita delicatamente sfiorando i tuoi occhi lucidi.
Ma tu promettimi che non piangerai più
Promettimi che se avrai bisogno di me
E non mi troverai,
mi cercherai in un sogno ed io sarò lì ad aspettarti
sarò lì pronto a proteggerti.
FABIO PETRILLI
Nato a Foggia il 9/3/2000, si diploma al Liceo Scientifico E.Medi di San Bartolomeo in Galdo, in provincia di Benevento dove vive, iscritto alla facoltà di Lettere e Beni Culturali presso l’Università degli Studi del Molise. Durante la frequenza del Liceo, scopre una passione per le materie Umanistiche, in particolare Latino e Letteratura Italiana, inizia a scrivere poesie dal 20 Luglio 2020. Le sue poesie sono state tradotte in francese dalla poetessa Irène Duboeuf e in spagnolo e catalano dal poeta Joan Josep Barcelò i Bauçà, in greco dalla poetessa Irene Doura Kavadia. Suoi componimenti sono presenti nelle seguenti riviste letterarie nazionali:
– Rivista letteraria “ Poetrydream “ di Antonio Spagnuolo
– Rivista letteraria “ Alla volta di Lèucade” di Nazario Pardini
– “ Leggere Poesia “ di Michela Zanarella
– Blog letterario “ Borderliber” di Martino Ciano
– Rivista Letteraria “ Di Sesta e Settima Grandezza – Avvistamenti di poesia” di Alfredo
Rienzi
– Rivista letteraria “ Transiti Poetici” di Giuseppe Vetromile
– Associazione socio- culturale , rivista Thetis
– L’Altrove – Appunti di poesia di Daniela Leone
– Nel IV numero ( giugno 2023) della rivista letteraria online “ Circolare Poesia “ di Mattia Cattaneo.
Inoltre suoi testi poetici in lingua inglese sono presenti nella rivista letteraria internazionale “ Writers Capital International Foundation “ .
Credo che non possa fare meraviglia, l’affermare che la poesia si faccia presente, a chi la scrive, come uno spostamento di tonalità della voce interiore o, ancora di più, come l’insorgere inaspettato di una voce seconda, del dire di un doppio io la cui dimensione esistenziale sembra assumere i contorni di un luogo sacro dalla volta in cui risuonano e rimbombano parole colme di echi, formule portatrici di suoni e significati densi di rimandi a cognizioni e sentimenti che dimoravano in un sottofondo psichico dove i paradigmi dello spazio-tempo non riescono a far valere l’imperatività delle loro regole ferree, ineludibili. Questa è l’impressione subito suscitata dalla lettura della prima lirica de “L’alveare assopito” di Angela Caccia:
Lei – io –
mi guarda vispa da una foto
non so chi delle due
sia più curiosa dell’incontro
lei punta le rughe
io tratti di tenerume
e qualcosa fra noi si spariglia
Accanto la sua ombra è lei la luce
che si staglia nel tempo che non c’è
verrebbe di voltarla
quella foto da cui sciamano presenze
le voci che da qui non si odono più
[…]
Il corsivo è mio, ma solo per sottolineare quanto scritto sopra circa lo sdoppiamento dell’io (“qualcosa fra noi si spariglia”), l’annullamento della dimensione spazio-tempo (“la luce/che si staglia nel tempo che non c’è”) e le suggestioni altre della voce poetante (“quella foto da cui sciamano presenze/le voci che da qui non si odono più”). E ancora più in là, l’evocazione non fraintendibile di quel luogo nascosto dove si va a depositare la memoria personale che, unitamente all’esperire emozionalmente l’esistenza, diventa il fattore generativo del verso (o l’alveare nascosto), il segno indelebile che il trascorrere fecondo dei giorni lascia permanentemente nella nostra anima senziente: “i ricordi non muoiono/s’addormentano vigili”.
Se la poesia rappresenta, così come credo, lo zenit espressivo della nostra comune umanità, quell’insorgere di un linguaggio verticale che riesce a dare profondità, spessore, evocazione, a un dire che altrimenti sarebbe semplicemente strumentale, si può affermare che Angela Caccia riesce a confermarlo, non solo per l’accuratezza della sua scrittura mai oscura, genuinamente metaforica, che si concede prevalentemente frequenti enjambement e dislocazioni grafiche del verso e della parola, ma soprattutto per quella sua tensione umanissima (“chiamati a non perdere la vocazione/all’umano”) a sottolineare la grazia e la dannazione di essere nati e vivi, di non lasciare al tempo che ci oltrepassa, il piacere di nullificarci nel silenzio dello scorrere di anni ed ere (“…quale tempo/s’accorgerà che ce ne siamo andati?”). Si avverte netta una pretesa di valore, un diritto inviolabile ad esistere e ad esserci, pur nei confini inappellabili di una “condanna del colore”, nella consapevolezza della “fatica di essere rosa”, nella coesistenza di vita/morte, gioia/dolore, ricordo/oblio. Tutto ciò, unitamente ad altro che si potrebbe aggiungere, fa dire che la poesia di Angela Caccia è una poesia che riesce ad abbracciare i momenti apicali dell’accadere individuale o anche di quelle esperienze che si incidono profondamente e fatalmente nel destino di ciascuno di noi, partendo dalla convinzione che ogni soggetto umano nasce col nome di rosa, con la natura di un fiore, ma che sarà proprio quella genesi a costituire la sua stessa condanna:
E dopo la neve
l’aria rassodò sui rami
e ascoltammo l’ombra
cadere dagli alberi
mutilati del bordo sicuro
Il po’ di verde sconsolato
annusava ovunque luce
rovistava in sacche di grigio
ed abbandono
la condanna del colore
fu la fatica di nascere rosa
Momento apicale fra gli altri, è la cognizione del dolore, non come esito di un’esperienza infausta, elettivamente traumatica, ma come presa di coscienza dell’universale condizione di quel ‘male del vivere’ che la Poesia (da Leopardi a Montale, da Ungaretti a Quasimodo e, prima di loro e dopo di loro, altri ancora) non ha mai smesso di denunciare impotentemente al cospetto della Storia o, più arditamente, alle orecchie di un’entità superiore e nascosta (“all’Angelo colpevole dei veleni di ciò che passa”), dimostrando ancora una volta, e di più, il coraggio della protesta, della resistenza umana, l’ostinazione di uno slancio vitale immanente verso le meraviglie estatiche della vita: “Guardavo il buio impolverare/lenta la campagna quando/una dopo l’altra fiorirono le lucciole/ e fu come uno sconto di pena” e più ampiamente:
La rondine è viaggio
altezze
l’ampio i canti delle terre
che la speziano
le schiarite i tramonti le tempeste
l’immacolato che la contagia
e la chiama a tornare – io che
conosco da sempre il sogno di tutte
le rondini: la casa
col tetto rosso e
le finestre giallo sole che
disegnano i bambini
Rondine tra le rondini è Angela Caccia che ne conosce i sogni di tutte, metaforizzati in immagini di un’innocenza antonomastica, quella dei bambini (“…la casa/col tetto rosso e/le finestre giallo sole che/disegnano i bambini), che sa far vibrare la sua interiorità di quella tenerezza cui si fa riferimento in una delle motivazioni del premio Faraexcelsior 2022 (quella di Antonella Giacon) o nelle liriche di Lei madre ai figli, a pag. 33 e a pag. 36, una tenerezza che sembra estendersi all’Umanità intera e a tutto il Creato con occhi sapienti e perciò immancabilmente indulgenti. E tutto ciò nonostante la consapevolezza lucida che il cuore dell’uomo deve imparare a guardare anche a sorella pietra, a sopportare la visione di ciò che non avverrà mai (“Poesia/è ciò che non è accaduto”) e che infine sarà il silenzio l’eloquenza estrema e terminale di chi, dell’essere al mondo, ha cantato la gloria e l’orrore, la meraviglia e il disincanto, la luce smagliante e l’oscurità profonda:
Il secondo piano, di Ritanna Armeni, edito da Ponte delle Grazie, 2023, p. 288
Dopo l’otto settembre del 1943, giorno in cui si comunicò che era stato firmato a Cassibile, in Sicilia, l’armistizio con il quale l’Italia si era arresa senza condizioni alle forze alleate, la speranza di essere liberati crebbe degli abitanti di Roma. In attesa che venisse finalmente sfondata la linea Gustav, i partigiani lottarono e resistettero cercando di contrastare i tedeschi con attentati e imboscate. I tedeschi però continuarono a occupare la città in un clima di terrore e violenza, facendo pagare ogni atto di ribellione con l’uccisione di civili inermi, aumentando le attività di ricerca e di cattura degli ebrei da deportare e sterminare. ll 26 settembre il comandante della Gestapo, Herbert Kappler, pena l’arresto di 200 capi di famiglia, chiese agli ebrei 50 chilogrammi d’oro. La comunità ebrea con grande sforzo li raccolse e li consegnò ai tedeschi sperando così di rabbonirli per un certo periodo. Le loro speranze furono presto deluse, il 16 ottobre del 1943 venne dato l’ordine di arrestare e deportare gli 8.00 ebrei censiti. Le operazioni di rastrellamento iniziarono già all’alba, i reparti delle SS coordinati da Theodor Dannecker arrestarono in poche ore 1259 persone degli 8.000 previste, compresi anziani e bambini, il resto con enorme rabbia del comando tedesco sfuggì alla cattura. Il vaticano scelse la via diplomatica e non prese posizione ufficiale anche se probabilmente agiva all’interno e in silenzio per contrastare gli abusi e le violenze perpetrati dai tedeschi. Le chiese e i conventi furono perquisiti senza autorizzazione alla ricerca di partigiani, politici ed ebrei che si erano nascosti fra le mura Vaticane.
Il romanzo di Ritanna Armeni inizia proprio il giorno del rastrellamento degli ebrei nel ghetto romano. Continua a leggere →
Dominica Villa Balbinot deve avere un conto in sospeso con la Natura o deve avere qualche oscuro legame ancestrale con i popoli del bosco. Forse un tempo in cui genietti e spiritelli erano stanziati sul pellame d’una foglia accartocciata o sotto gli ombrellini sforacchiati delle querce e delle betulle, era la comandante della guarnigione delle genziane sull’argine del ruscello, o era a capo dello sciame piratesco delle vanesse delle ortiche, o tra le nebbie dell’autunno trinava i colletti delle dissolventi fustaie come la più copiosa delle ariante arbustorum. Quasi tutta la poesia di Dominica Villa Balbinot possiede un vigoroso rimando al mondo naturale, uno sfarfallio di tanti rapidi occhiolini a chi si avventa tra le calle dei suoi versi, suonati con tastiera di un linguaggio che riprende stilemi classici, eccezionalmente forbito, ricercato, con uso di attributi a volte disappresi, indubbiamente, per colposa corsa dei giorni che fuggono più velocemente di quanto possa contenere la nostra memoria. È nella correlazione dell’individuo con il mondo naturale che nella poesia di Dominica Villa Balbinot, più precisamente in “Quel Lineare Raggelato Azzurro” (raccolta di scritti dal 2020 al 2023), si declina implicitamente, come per contrasto dovuto a precisa tecnica di bassorilievo, la condizione esistenziale dell’uomo, assumendone per comparazione le qualità degli elementi naturali: la secchezza della sabbia, nei cuori; il giallo flaccido di certi autunni imporriti dalle piogge, nell’anima; i caleidoscopici colori del cielo vaticinanti inquietudini o sofferenze, come visioni da un immenso fondo di caffè, negli occhi. Dominica Villa Balbinot è la voce sottovento dei boschi. S’alza dall’usta dei conigli selvatici, dai sentieri delle volpi, dai cunicoli terrosi dei porcospini e diventa, per sua ammissione, per sua negazione, poesia dell’uomo.
La Redazione del sito LIMINA MUNDI augura a tutti gli amici lettori di vivere serenamente la Pasqua, festa di speranza e rinnovamento.
Adesso è forse il tempo della cura.
Dell’aver cura di noi, di dire
noi. Un molto largo pronome
in cui tenere insieme i vivi,
tutti: quelli che hanno occhi, quelli
che hanno ali, quelli con le radici
e con le foglie, quelli dentro i mari,
e poi tutta l’acqua, averla cara, e l’aria
e più di tutto lei, la feconda,
la misteriosa terra. È lì che finiremo.
Ci impasteremo insieme a tutti quelli
che sono stati prima. Terra saremo.
Guarda lì dove dialoga col cielo
con che sapienza e cura cresce un bosco.
Si può pensare che forse c’è mancanza
di cura lì dove viene esclusa
l’energia femminile dell’umano.
Per quella energia sacrificata,
nella donna e nell’uomo, il mondo
forse s’è sgraziato, l’animale
che siamo s’è tolto un bene grande.
Chi siamo noi? Apriamo gli occhi.
Ogni millimetro di cosmo pare
centro del cosmo, tanto è ben fatto
tanto è prodigioso.
Chi siamo noi, ti chiedo, umane e
umani? Perché pensiamo d’essere
meglio di tutti gli altri? Senza api
o lombrichi la vita non si tiene
ma senza noi, adesso lo sappiamo,
tutto procede. Pensa la primavera scorsa,
son bastati tre mesi – il cielo, gli animali
nelle nostre città, la luce, tutto pareva
ridere di noi. Come liberato
dall’animale strano che siamo, arrivato
da poco, feroce come nessuno.
Teniamo prigionieri milioni e milioni
di viventi e li maltrattiamo.
Poi ce li mangiamo, poveri malati
che a volte non sanno stare in piedi
tanto li abbiamo tirati su deformi –
per un di più di petto, per più latte.
Chi siamo noi ti chiedo ancora.
Intelligenze, sì, pensiero, quelli con le
parole. Ma non vedi come non promettiamo
durata? Come da soli ci spingiamo fuori
dalla vita. Come logoriamo lo splendore
di questo tiepido luogo, infettando
tutto e intanto confliggiamo fra di noi.
Consideriamo il dolore degli altri
e delle altre specie.
E la disarmonia che quasi ovunque portiamo.
Forse imparare dall’humus l’umiltà. Non è
un inchino. È sentirsi terra sulla nobile terra
impastati di lei. Di lei devoti ardenti innamorati.
Dovremmo innamorarci, credo. Sì.
Di ciò che è vivo intorno. E in primo luogo
vederlo. Non esser concentrati
solo su noi. Il meglio nostro di specie
sta davanti, non nel passato. L’età
dell’oro è un ricordo che viene
dal futuro. Diventeremo cosa? È una
grande avventura, di spirito, di carne,
di pensiero, un’ascesa ci aspetta.
Eravamo pelo musi e code.
Diventeremo cosa?
Diremo io o noi? E quanto grande il noi
quanto popolato? Che delicata mano
ci vuole ora, e che passo leggero, e mente
acuta, pensiero spalancato al bene. Studiamo.
Impariamo dal fiore, dall’albero piantato,
da chi vola. Hanno una grazia che noi
dimentichiamo. Cura d’ogni cosa,
non solo dell’umano. Tutto ci tiene in vita.
Tutto fa di noi quello che siamo.
La poesia “Io” è di Fernanda Romagnoli. Video e voce di Loredana Semantica
La poesia “Tu” è di Fernanda Romagnoli. Video e voce di Loredana Semantica
La poesia “Ci sono anime liete” è di Fernanda Romagnoli. Video e voce di Loredana Semantica
Quando ai più che non s’interessano di poesia si nomina Fernanda Romagnoli -dicevamo qui – non è sorprendente che non la conoscano, ma è singolare che spesso nemmeno i poeti, chi scrive o legge poesia, l’abbia mai sentita nominare. Eppure Fernanda rappresenta un fulgido esempio di fare poetico, rimasto misconosciuto. La sua poesia è densa di assoluto, vibrante, tersa, metafisica e nel contempo sospesa in osservazione attenta della realtà, degli oggetti, persino degli animali a carpire loro il senso stesso dell’esistenza, quello della relazione con le umane cose, in parallelismi insoliti, spiazzanti, intelligenti, periodi complessi e magistralmente articolati, con una scorrevolezza e padronanza lessicale rara. Fernanda Romagnoli manifesta con la scrittura un anelito potente, che ingabbiato negli spazi angusti del vissuto, attraverso la poesia evade verso sfere celesti, trafigge la materialità delle cose, se ne impadronisce, le plasma, le ribalta, le aggancia al vivere e al morire, rimarcandone la caducità oppure all’opposto le proietta nell’eterno, le trasfigura. Insistenti i temi della morte, dell’eterno e dell’anima, non meno di quello dell’identità, del dolore, dell’estraniamento e della solitudine, di questi ultimi è paradigma la poesia “Il tredicesimo invitato”, che dà il titolo all’intera raccolta dov’è inserita. Linguisticamente questa poesia vola, non può altrimenti definirsi la grazia con la quale la Romagnoli compone l’architettura dei versi, la compiutezza del significato, la proprietà di linguaggio si sposano con la leggerezza di un’espressione poetica perfettamente modulata nel suono. Non dimentichiamo che la poetessa proviene da una formazione musicale giovanile che influenza certamente il suo scrivere alla ricerca del suono che promana pensiero e sentire in simbiosi, che appare tanto naturale, quanto – probabilmente – accuratamente ricercata, mantenendo una freschezza fuori dal comune. Fernanda conduce la propria poesia con la stessa vibrante tensione che anima i versi dickinsoniani, col pathos che vediamo brillare in quelli della Plath. Figure femminili nelle quali la costrizione spirituale (potremmo forse dire “di genere”?) spreme distillati poetici soavi o intensi, ma ad ogni modo esemplari. Ammirevole la maestria con la quale la poetessa dalla superfice scende alle profondità e risale a vertiginose altezze, cercando il divino. L’effetto nel lettore è di provocare una vertigine, lo induce a sporgersi verso il vuoto a cercare l’assoluto con la stessa brama con cui lo legge nei versi.
La biografia di Fernanda è essenziale, riporta le notizie “agli atti”, e dice poco del carattere, aspirazioni, desideri, esperienze dell’autrice, paradossalmente è soprattutto nella poesia che la ritroviamo. Possiamo ben immaginare lo scorrere della sua vita tra una giovinezza irrequieta, l’attraversamento certo incisivo della querra, un amore impossibile, l’incontro con Vittorio Raganella, l’innamoramento, il matrimonio impegni casalinghi, e, per qualche tempo, lavorativi. Il suo spazio vitale, come si conviene all’essere donna, sposa, madre. Ambito che per alcune è di piena realizzazione, per altre è recinto, senza peraltro che possano focalizzare alternative, essendo la situazione, la convenzione, le aspettative sociali a comportare un senso di delimitazione. Peraltro non era ostacolata dalla famiglia nella sua passione letteraria. D’altro canto il disagio esistenziale può essere un habitus innato, simile a una croce da portare, rispetto al quale la poesia è una forma di sopravvivenza. Fumava sigarette Fernanda, lo dice lei stessa, e beveva caffè al bar, sfaccendava, scriveva, faceva visita ai parenti o agli amici, avrà fatto qualche viaggio e qualche gita, curato la sua unica figlia. Tra pappette per neonati e cambio panni l’avrà cresciuta, una volta cresciuta, avrà tribolato per lei infinite volte. Una normalissima vita che non impedisce alla poetessa di essere tale. Trasfigurare in versi l’agonia di un bruco è un attimo poetico fissato per i posteri di potenza immaginifica brillante.
Bruco
Tagliato in due col suo frutto il bruco si torce, precipita nel piatto, ove un attimo orrendo sopravvive al suo lutto. Coperto di bucce, sepolto fra le dolcezze e gli aromi che amava in vita, gli accendo sulla catasta l’incenso della mia sigaretta. Morte pulita – ed in fretta. Ma che ne so della via che il bruco ha percorso in quell’unico istante di agonia.
La stessa “gallina rossa” dell’omonima poesia inchioda danzando verbalmente un’essenza chiocciante o appariscente che riverbera in parole e specchi la propria e altrui natura.
Rossa gallina
Rossa gallina, in te odio – più del tuo chiocciolio di spavento, dell’occhietto puntuto, dello sconcio berretto – in te odio il mezzo metro di vento che spenni nel fracasso di uno slancio già rantolo e frattura allo spiccarsi. In te odio la mia storpia fiammata, il mio abortito amplesso con lo spazio, l’implacata natura che m’aizza a un volo compromesso.
E poi c’è la poesia “Tirando le somme”, dichiaratamente autobiografica, che riepiloga a volo d’uccello l’intera vita in pochi “fotogrammi” fondamentali, nella quale è menzionata la virtù femminile più accreditata della storia, frutto di sviluppo secolare, tramandata di madre in figlia, di suocera a nuora, nei bisbigli di consiglieri parentali o amicali, una specie di collante familiare del quale sono portatrici principali le donne: la pazienza. Un’osservatrice Fernanda, malinconica e composta, probabilmente, per come le imponeva il ruolo di moglie di un militare, ma nemmeno risentita contro la sorte o gli incontri, gli insuccessi , anche perché oggettivamente nulla le sarà mancato, a parte la salute non proprio brillante. E’ nella natura sua propria, nel temperamento incline all’introiezione, che scatta la scintilla espressiva, con risultati che, probabilmente, si dovrebbero inquadrare con spirito oggettivo nel filone intimista, confessionale, pervaso di lirismo, mi sembra tuttavia che nessuna di queste definizioni calzi perfettamente, nel senso di essere riduttive, rischiano, come del resto tutte le classificazioni, di sminuire una voce, già di per sé, ingiustamente poco valorizzata.
Forse la Romagnoli ha la colpa per alcuni di non essere “sperimentale”, di muoversi nel solco della tradizione novecentesca e precedente, di indulgere all’autobiografismo più che all’intrigante all’ermetismo, ma gli “ismi” sono espressioni classificatorie che – in quanto demarcano – hanno a loro volta il limite di essere inadeguate – perché nulla possono riferire sulla bellezza espressiva, le ardite associazioni verbali, i lemmi insoliti, evocativi, ricercati, gli origami verbali, le simmetrie, la costruzione sapiente del ritmo e del suono, la musicalità, che caratterizzano la scrittura di questa poetessa. E’ un dato di fatto che la scrittura femminile trascorsa più riuscita viaggi sulle ali dell’introspezione alla ricerca di un altro-assoluto-divino dentro e fuori di sé che verticalizza, ben più in alto di quanto vediamo riesca quella maschile, come se la voce si assottigliasse in acuti da soprano e penetrasse le nubi, più centrata e fine del corrispettivo maschile. Si potrebbe dire, se fosse un fascio di luce, per proseguire in similitudine, che sia un laser che buca il cielo. Non mi sembra peculiarità da trascurare, al contrario è da esaltare, è da indagare, se possibile, in parallelismo ad altri aspetti, chiedersi quanto questa sorta di “conventualità” femminile si traduca in parossismo di intuizione mistica, quanto sostanzi una produzione poetica intrisa di raccoglimento e canto, come un pulsare di inspirazione ed espirazione che diversamente, vivendo, cioè una vita sociale più ricca, variegata, pubblica ed “esposta” sarebbe forse impossibile da raggiungere. Mi tornano in mente le castrazioni “tecniche” del canto lirico. Una vita di riserbo è cosa meno cruenta sul piano fisico, ma parimenti incisiva psicologicamente, che ha come suo forse-prodotto: la meraviglia in poesia?
Nessun assioma beninteso in queste considerazioni, né rapporto di causalità effetto, nel senso che è abbastanza intuitivo che chiudersi in una prigione non aiuterebbe l’estro dell’aspirante poeta carente o privo d’altro “bagaglio”, né si vogliono esporre suggerimenti da seguire per le nuove generazione emergenti (o magari sì, in verità, suggerire ad esempio che la ricerca parossistica di visibilità non favorisce il risultato), e men che meno vuol essere un sindacato sulla vita scelta da questa poetessa – perché sempre di scelta alla fin fine si tratta – solo interrogativi sull’origine del flusso poetico, i percorsi e risultati raggiunti.
Un appunto finale circa l’esclusione o l’autoesclusione dai circoli e circuiti letterari. Mi chiedo quanto penalizzi il poeta l’essere un isolato, quanto pesi sull’emarginazione che sceglie e infine subisce e se l’esclusione non sia una sorta di pena comminata postuma, non meno che scelta in vita, mancando i gruppi di “amici” che possano conservarne e diffonderne la voce poetica e suoi pregi, carenti i contatti utili a “elevarsi” nelle “gerarchie”, il poeta resta nel limbo, pur avendo prodotto testi il cui pregio surclassa altre e più esaltate produzioni. Avviene quindi che ogni tanto si leva qualche voce isolata mai sufficiente a ricollocarlo nel suo rango, di qualche appassionato estimatore o un familiare.
Molti leggono, tra la chiamata per vocazione, inclinazione e strumento, la Romagnoli andrebbe, ritengo, utilmente indicata come lettura, tenuta da conto per ciò che è, un tassello della scrittura poetica italiana e, come tale, anche nel poco che ha scritto – forse l’unica sua pecca – suggerita come lettura da conoscere. Piolo di una scala su cui salire per progredire in poesia.