Guglielmo Aprile, “Sinfonia del mare”, Il Convivio Editore, 2021.

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Mi parlarono le onde

 

Risuonano tra le onde eco disperse di

altre voci, di uomini

vissuti in altre età, boati e gemiti di

Atlantidi dimenticate, il rombo di

uragani e naufragi

anche se per la distanza smorzato si

prolunga nel rantolo

della risacca che cresce dal largo

e che parla alla spiaggia, e le confessa il

remoto martirio di qualcuno

che si annegò, e di cui si ignora il nome; e

brandelli riemergono

di rotoli e di codici, in un vortice

di spume, avvolti dalle alghe, cocci

alla rinfusa, formule sbiadite

da acqua e sale, di rune e di saghe,

e tavole ma infrante tra gli scogli

e pagine di silice ma in pezzi

con sopra incise e quasi cancellate

le prime leggi e stralci del racconto

di come ebbe origine il mondo;

e sull’acqua prendono forma a volte

i tratti di quello che sembra un volto.

Mare, di fronte a te, sulle tue sponde

a lungo siedo, da solo, in ascolto.

 

Soglia

 

Il mare piange un figlio mai tornato:

ascolta, invoca un nome

e lo ripete a vuoto

fino allo sfinimento, tante volte

quante le onde che fanno al suo grido

una ironica eco,

e andare in cerca sembra

anche se esausto, in una via deserta, da

solo e scalzo, sotto il temporale, di

qualcuno, chiamandolo

a piena voce: implorante orfeo

di un volto che le ombre reclamarono,

troppo presto rapito

da un Averno che ha lungo la battigia la

sua soglia vorace.

 

Rapsodia marina

 

Le galassie raccontano

alle conchiglie il proprio lungo viaggio;

e lui, il mare, raccoglie e poi disperde

l’eco di quella lunga confessione:

 

dissipa sillabe d’alghe e di schizzi

sopra la pergamena delle spiagge,

senza posa versifica

perduti amori e la storia del mondo

 

e quella del gigante senza nome

che espia una certa colpa

da quando in tufo si mutò il suo corpo, in

sbraccianti scogliere;

 

mare, ossesso in catene

che sbraita e strepita, voce straniera

che innalza la propria preghiera

e le distanze scavalca e le ere.

 

“Ama celarsi, parla per enigmi…”

 

Metamorfico mare, ha molte maschere

ma una sola anima: suo è il dono

di mutare, di assumere

 

qualunque profilo, a capriccio,

quando l’onda disegna sulla riva

ora un cavallo, o un’idra, o una fanciulla,

 

ma sempre confonde i suoi esegeti

e dei loro pronostici si beffa,

e il suo vero volto non mostra

 

a chi si affacci sul suo specchio; mare, a

ogni nostro bussare il tuo silenzio è la

sola risposta.

 

L’azzurro rotolo della sapienza

 

Quanto per te è dio, per me è il mare;

è il gelsomino che soffoca quasi

chi il suo alito esali, tanto è dolce,

ed è il fabbro operoso delle ere

che lascia su costoni e rupi traccia

della sua mano d’acque e venti e lave,

è il fremito che percorre il fogliame

ed è il boato che stacca le frane,

il ronzio in mezzo agli steli dell’ape

e l’eco montante delle risacche,

la chiocciola che su un tronco o su un muro

impercettibile all’occhio risale,

la lunghissima marcia dei ghiacciai

che il calcare scavò con la sua unghia

tracciando corridoi, gole dai fianchi

a precipizio invase poi dai laghi,

le piste che i capodogli tramandano

alla ricerca di plancton ogni anno

sulle mappe delle correnti oceaniche,

le orbite che gli infuocati globi

attraverso distanze buie battono;

è come una colorata voragine

che sul proprio orlo srotola una danza

di corpi che un solo brivido infiamma,

è quel trasalimento dello sguardo

che allo scoccare del fulmine segue

o quando spiega il suo incendio il tramonto e

allestisce la sua coreografia

fastosa drappeggiando con le nuvole

vascelli in fiamme; è la prima fonte

di meraviglia e di angoscia di fronte

ad ogni epifania dell’esistenza,

è la terribile magnificenza

che non si sa come chiamare, e a cui tu

dai nome di dio, io di mare.

Rethorica novissima di Gualberto Alvino. Una lettura di Loredana Semantica

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Rethorica_novissima_Gualberto_Alvino - Irelfe - cop.fronte

Ci sono letture più sfidanti di altre. Non solo da intendere come lettura del testo, riga dopo riga, fino alla sua fine, ma anche nel riferirne impressioni da lettore. L’opera Rethorica Novissima di Gualberto Alvino è tra queste. Si tratta di una raccolta di poesie, pubblicata nel 2021 dalla Casa editrice “Il ramo e la foglia”. Uno scritto che non lascia indifferenti. Impegnativo sarebbe aggettivo adatto, ma non sufficiente per chiarirne corpo e complessità. 
In premessa occorre dire che Gualberto Alvino è noto e stimato filologo e critico letterario. Già per solo questo fatto, è presuntuoso pensare di penetrare pienamente il senso poetico del suo degnissimo lavoro,  questo tuttavia sembrerebbe più un libro destinato agli “studiosi di poesia” che agli “amanti della poesia”. Non per niente in fine è riservata una pagina bianca per le note.
L’opera di Alvino già dal titolo presenta un’inclinazione decisamente colta. “Rethorica” con slittamento della muta nel cuore, piuttosto che con l’ortografia “Rhetorica”, è un chiamare in causa la retorica, cioè, insieme a grammatica e dialettica, una delle discipline d’insegnamento cardine delle scuole antiche medievali. Le origini di questa parola, già presente presso i latini, risale alla civiltà greca e alla sua ῥητορική, tecnica della parola, dalla radice del verbo εἴρω, eírō dico. L’aggettivo “novissima” superlativo dell’aggettivo latino novus declinato al femminile singolare concorda con la parola retorica e non può non riportare alla mente “i Novissimi”, Alfredo Giuliani, gli anni sessanta e lo sforzo delle neoavanguardie di rigenerazione del linguaggio poetico. L’opera s’intitola quindi Retorica nuovissima. Il titolo introduce al contenuto non meno della citazione di Proust posta al principio dell’opera riguardo alla necessità dello scrittore di farsi una propria lingua, similmente al violinista col suono.
“Rethorica novissima” è quadripartita ed ogni partizione raccoglie i testi secondo caratteristiche eminentemente formali espressive, raggruppate da un minimo di 4 componimenti – “Epigrammi” – ad un massimo di 12 componimenti  di “Salvo trasgredir norma”.
Quest’ultima, prima e più sostanziosa sezione, probabilmente è il canto a cui giunge il poeta seguendo il filo degli intenti dichiarati. Più oltre invece sembra che egli esponga il necessario attraversamento – deragliamento per giungere alla propria voce. Il titolo della prima sezione è, ritengo, la dichiarazione consapevole di contrapporsi al canone.
Aliena dal lirismo coltivato da secoli nella poesia, la poesia di Alvino si presenta in controtendenza rispetto al “poetichese” dominante, lo squalificato linguaggio poetico del nostro tempo intriso di sentimentalismi, farcito d’ego, con pretese di liricità, ma più spesso sconsolatamene privo di qualunque barlume di grazia poetica, ripetitivo, noioso, artefatto. L’autore nell’esacalogo per aspiranti poeti precisa “cos’è sbagliato in poesia”. Sono indicazioni che esprimono una critica al modo di far poesia oggi e che lette a contrariis verbis indicano gli elementi innovativi da introdurre nel linguaggio. Obiettivi:
• svincolarsi dalle connotazioni spirituali-auliche-vaticinanti
• sconfessare un ruolo sacro del testo
• eliminare parossismi e verticalizzazione del dettato, concedendo spazio ad asprezze sonore
• spogliarsi dall’enfasi autocelebrativa
• disporre accapo ad arte anche spiazzanti.
L’operazione di creare un proprio suono/lingua, può dirsi riuscita, ma non immediatamente percepibile. Le poesie infatti non poggiano volutamente il proprio dettato sull’”accattivante” del linguaggio: musicalità, nenia, refrain, paronomasia, assonanze ecc. e si delineano con le connotazioni dichiarate nei punti sopra riportati, per cui i tempi e suoni all’orecchio giungono asincroni e dissonanti. 
Riporto la seconda parte della poesia il cui titolo è lo stesso dell’intera raccolta.

“è indispensabile una conoscenza dell’evoluzione semantica
i vocaboli diventano specifici quando si applicano
termini generici a oggetti individuali resta il fatto
inoppugnabile che il significato di una parola
è indipendente dal suo etimo inutile dire
ci aiuta a conoscere la sapienza questo sì
e la poesia celata nelle radici nelle desinenze
a cercare nelle lingue i monumenti
degli abiti remoti e delle credenze
il criterio per distinguere i vocaboli affini
le variazioni di suono e senso
son cosa capitale a conoscere
oh se potessimo scordare le origini tutte

Singolare leggere lo stesso passo disposto sul foglio come prosa. 

“è indispensabile una conoscenza dell’evoluzione semantica i vocaboli diventano specifici quando si applicano termini generici a oggetti individuali resta il fatto inoppugnabile che il significato di una parola è indipendente dal suo etimo inutile dire ci aiuta a conoscere la sapienza questo sì e la poesia celata nelle radici nelle desinenze a cercare nelle lingue i monumenti degli abiti remoti e delle credenze il criterio per distinguere i vocaboli affini le variazioni di suono e senso son cosa capitale a conoscere oh se potessimo scordare le origini tutte”

Si evidenzia maggiormente che gli accapo sono risultato di una scelta stilistica che mira a frangere il testo, costringendo il lettore a riprendere fiato in modo non consueto, non punteggiato, sfumano i disseminati enjambement spiazzanti. Mi tornano alla mente le esperienze di lettura passate dei testi di Eminia Passannanti e Marco Saya, animati da analoghi intendimenti antilirici, la prima per volere di contrasto alla “poesia dell’anima”. Il secondo per l’orecchio allenato alle sonorità del jazz.
La poesia della raccolta mantiene quanto promette: eminentemente antimelodica, non indulge in sentimentalismi, non conduce alcuna indagine psicologica, nessun scadimento confessionale o incursioni nell’intimismo, non è poesia emozionale come la s’intende spesso ed erroneamente da poeti giovani e meno giovani che animano l’attuale scena letteraria, non si specchia narcisisticamente, non si affligge, non si esalta, non piange, semmai osserva, ricorda, riporta, analizza, squarta. Sperimenta e scarta.
Proseguendo la lettura di “Rethorica novissima”, passando per “Epigrammi” – quattro distillati critico satirici – si giunge alla parte intitolata ”Humanitas”. Qui ci si rende conto che, senza un minimo di studi classici, la lettura si complica, la successione delle poesie, per quanto preminentemente descrittive e scientifiche, decisamente mitraglia la comprensione di chi non ha frequentato Catullo o Cicerone nella lingua originale. Il contenuto è talvolta scabroso, vestirlo di latino non maschera la minuzia dei vestiboli. Approfondisce il senso nella carne, non risparmiando genitali di entrambi i sessi. Sarebbe già sufficiente per qualunque stomaco poetico reggere tanta corporea ostentazione “fisica” e culturale, nel senso che qualunque lettore – o meglio il lettore qualunque – che non sia stato già scoraggiato in precedenza dalla scelta di preferire il latino lo sarebbe adesso per il vestito di perbenismo che molti indossano e del quale non riescono a spogliarsi, se non facendosi violenza. Questi testi raccontano gli organi, i corpi, le porzioni, i vasi, gli arti, essi vengono sezionati come avviene sul tavolo di un esaltato anatomopatologo, come fa Leonardo da Vinci per la conoscenza propria e altrui in preda alla furia di scienziato. Stare chini su ossa e legamenti, liquori e liquami e dire quello che avviene, taglio e ritrazione. Effetti dissoluzioni.
I più probabilmente preferiscono provare tali livelli di emozioni nel genere strappalacrime oppure applicati a youporn o ai film horror. E’ in una parola una lettura “sconvolgente”. C’è da ammettere che dalla poesia, ritenuta dai profani deputata a esprimere emozioni, da meno profani a provocare emozioni, dire (in) poesia qualcosa che riesce a provocare questa risposta ir-razionale è un risultato eccellente.
Metaforicamente, anzi per similitudine, “Humanitas” racconta ciò che avviene con i testi, quando si studiano approfonditamente, quando la filologia o la semantica si applicano a tutte le a, e, i, o, u delle parole. Scarnificandole fino al midollo, cercandone l’etimo e la radice, riconoscendone desinenza e origine. Senso, segno, significato, grafema. Misurando tutte le possibili “geografie” del suono. Affettando consonanti, lemmi, la loro polpa, il fegato, estraendo i loro denti.

“Autopsia”, Enrique Simonet, 1987, noto anche col titolo “Aveva un cuore!”

Infine c’è la quarta sezione “Varianti formali”. In questa parte della “Rethorica novissima” il linguaggio, come comunemente inteso, è stravolto. L’operazione di “interpretazione”, è messa continuamente in scacco, ancor più di quanto non avvenga in precedenza, e il lettore si arrende all’evidenza, che la parola espressa non può essere compresa come avviene solitamente nella comunicazione. Incomunicabilità e rescissione, dissoluzione e frammentazione sono coordinate del  “sorvegliatissimo” testo. La lettura deve avvenire accantonando i normali strumenti di decodificazione del linguaggio parlato e scritto. Gli occhi singhiozzano tra le sconnessioni sintattiche, i salti, le obliterazioni, il verso crolla alla sua fine, il senso affonda appresso, è un groviglio caotico. Al contempo questo magma verbale si intuisce essere come il brodo da cui, per sgrammaticature, segni grafici, numeri, caratteri corsivi, richiami tecnologici e rovi si perviene a estrarre il neonato, appena prima che venga gettato insieme all’acqua sporca, vestito d’amnio, quando non sguazzante nel meconio, senza nessuna camicia. Dentro la lingua, fino al suo cuore, come una dannazione pervicace e disperata insieme.

Perché se è vero che “la poesia può comunicare ancora prima di essere compresa” (Thomas Stearn Elliot), allora sembra di leggere qualcosa espressa dalla mente di qualcuno reso folle. Folle d’amore per la parola. 

“non saprei ma sia chiaro fin d’ora
che lo sconfinato amore per la lingua
rivendico il diritto d’affermare
in piena scienza e coscienza
è il primo movimento d’un percorso
florebat olim
a raggiera in mille direzioni
che ne sarà del ciliegio?”

da “Pepe” in “Varianti formali”

Eppure nell’atto dello scrivere – non meno del leggere –  non si può non riconoscere con Giorgio Caproni che” Nessuno è mai riuscito a dire/cos’è, nella sua essenza, una rosa” senza con ciò intendere che si debba desistere dal tentativo, anzi tutt’altro, e ciò finché permangono l’incanto, il bisogno, l’osservazione, le percezioni, lo  stupore, gli interrogativi. L’ esperienza individuale, il personale orizzonte esistenziale proiettano necessariamente nell’espressione poetica la propria “visione” della lingua (che dice) del mondo. “Io vedo il mondo come un caos e nel centro una rosa” (Julio Cortazar). Nonostante il lucido controllo del dettato, emerge dal conato del dire il parossismo che pervade, se non il singolo testo, comunque nell’insieme un’opera, che, in quanto autenticamente poetica, tenta con ogni mezzo verbale l’impossibile. D’altra parte come non pensare a quanto diceva di sé Pablo Picasso “A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”.
Deliziosa la dedica iniziale. La piccola pasta di zucchero, con apposizione felice, ne sarà lieta. La benedizione degli affetti, uno spaccato di tenerezza.

 

Una vita in scrittura: Alessandro Assiri

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omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto Alessandro Assiri che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Alessandro.

La poesia mi annoia, non la amo abbastanza per partecipare ai dibattiti sulle unghie incarnite di Pasternak o sulle turbe amorose di Rilke. Mi ha rotto a sufficienza la bellezza che dovrebbe salvare il mondo, perché io per la bellezza non sono capace e perché se c’è del bello dobbiamo imparare a riconoscerlo, e non serve andare a capo.

La mia poesia è una scusa per l’apprezzamento che mi manca, è l’esorcismo di un dolore, un nascondere le perdite. La mia poesia è un trucco, un diario modesto che avrei potuto scrivere in corsivo.

E basterebbe questo a dire che non si scrive per l’urgenza, quella appartiene alla colite, se si scrive lo si fa per la forza della necessità, lo si fa perché in questa “ egocalittica”, in questa ricerca spasmodica si prova a rispondere a quella domanda in nero: cosa significa essere io?

cosa significa essere io? e me lo chiedo dalla settimana scorsa da quando ho deciso di far cambio da quando ho smesso di insultarti

posso lavorare e non andare dai miei figli, farmi schifo a rate o è meglio tutto insieme, adesso la letteratura mi gestisce le spese, recensirti mi fa cambiar camicia, ma la letteratura è dipendere da chi ci racconta, dai suoi inestetismi, dall’indegnità dello spumantino dai preparativi per l’albero

cosa significa essere io se non imporsi delle rivelazioni. Caro babbo natale vorrei non saper leggere per ripagare quel che ho fatto, per restituire il maltolto, interrompere quest’orgia di parole non mie, togliere l’audio, poi ti vado sopra con la voce per mascherare di arroganza le prossime puntate, per stipare di citazioni tutto quel bianco che impaura, avrei dovuto ascoltare mio padre le tasche piene, ma nessuna buona idea

cosa significa essere io? quanto posso resistere in queste lettere agli amici in questi rosari snocciolati, in questo non essere all’altezza, in questo continuo disertare poesie del giorno prima da non essere orgogliosi, di sinistra malamente col culo al caldo e il frigo pieno, lo slancio di un passato da evacuare con le medaglie di bronzo e i fiori finti
cosa significa essere io senza sapere disegnare aver sempre fatto finta di saper ballare come nel piombo delle ali e non degli anni dove stavo appesantito perché non sapevo diventare, e tutti gli opuscoli delle differenze che sostenevano guerre che non ho mai combattuto ma dove spesso vi son morto

cosa significa essere io? nelle notti con la radio e baci ancora da riprovare a digerire cosa significa essere io se non godere di qualche travestimento per parlar di amore e morte parole come forme che ritornano presenza, la mimesi del nudo: eccomi ritorno come ti piace

più svestito e vuoto mentre a te basterebbe muto

cosa significa essere io? se sapessi scolpirmi mi metterei al riparo col marmo, la somiglianza è solo l’illusione di fissarsi in un doppio e se vuoi dei figli allora non fermarti ripetiti fino a consumarti, ripetiti dalle bermude alla grisaglia, ripetiti bugiardo a ogni privilegio, sali in fretta e butta le valigie

cosa significa essere io? solo una parte di uno sbaglio o di una cosa che mi serve, così assente da chiamarmi Marco che era operaio e adesso sta di fronte ha tre schegge nella mano e le piante da annaffiare facciamo insieme la discesa poi vecchi per sempre, la difficoltà di regalarti Sereni per quell’ora dove il traffico stringeva, per quell’ansia di arrivare puntuali

cosa significa essere io? se non chiedere più tempo per trovarmi in qualche edizione più recente di cui prendermi cura

Ecco cos’è la poesia per me, una prosa di “oscura chiarezza“ abitata dai miei fantasmi, dalle mie figure in grado di riattivare la luce dei sentimenti, e da sempre ti posso dire che le parole a volte mi hanno fatto incontrare folle, ma più spesso solitudini.

Un abbraccio Ale

“Il Generale inverno” di Gabriella Grasso, Convivio Editore 2021

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La nuova raccolta di poesie di Gabriella Grasso, Il Generale inverno, da poco uscita per Il Convivio, ha il passo poetico di un percorso diaristico, lontano da ogni astrazione simbolica e tentazione intellettualistica, nella verità. Il nucleo fondamentale attorno al quale ruota l’opera, (il cui titolo rinvia esplicitamente, come spiega la Grasso in un’intervista, alla figura-personificazione del Generale Inverno, che disorientò e costrinse alla ritirata gli eserciti francese e poi tedesco), si fonda sul tentativo di stabilire radici abbastanza solide della propria identità in una stagione caratterizzata da una condizione di desolazione storica e spirituale che deve essere accettata nella sua cruda interezza perché possa produrre frutti, una condizione di povertà e annullamento, ma anche di attesa di un incontro e di una risposta. <<Ci costrinse, lui, a guardarlo in faccia/non mostrava sembianze di uomo/ ma affrontandolo/ come in uno specchio/ noi trovammo un’immagine nuova di noi/ stupefatta straniata/ interdetta/ benedetta dalla scoperta/ della nostra vulnerabilità>> (Il Generale inverno p.26). La scelta di seguire la scansione in sei sezioni tematiche è frutto della volontà dell’autrice di presentare l’opera come una sorta appunto di diario, registrato con l’ intensa urgenza di porsi in armonia con il tutto, per ritrovare quella sintonia che l’uomo sembra aver perduto in questa età particolarmente fragile. L’autrice ci offre il suo viaggio interiore immergendosi nel flusso dell’esistenza accogliendo tutto ciò che esso propone in modo aperto e pieno e non pretende di raggiungere verità assolute solo indica la tensione ad una chiarezza che la poesia non può raggiungere perché non dispone di strumenti in grado di compensare il dolore. Tuttavia le è concesso il privilegio del canto, incontro con l’altro, che diviene sollievo alla pena. <<Ai tuoi occhi, a te che mi parli/ vorrei chiedere/ hai toccato anche tu / quella faglia dischiusa/ nel cuore della terra/ diventata ferita/ a cielo aperto/ strappo / straripante di lava/ con i bordi di sciara/ taglienti? / E a che punto sei del cammino / hai compiuto dei passi/ oltre a quelli che conosco anche io/ ti sei spinto oltre?>> (Incontro p.13). È innegabile che l’intera raccolta sia segnata dalla frattura e dalla precarietà del vivere quotidiano causata non solo dalla pandemia ma anche dall’amaro rimpianto per gesti, parole, sguardi perduti per sempre come magma confuso di sentimenti e di certezze e ricerca delle ragioni ultime per le quali continuare a vivere e a sperare. <<Tra un istante arriverà/ una sorpresa consueta / per chi come noi/ ogni giorno scivola lungo/ l’asfalto impietoso/ di un tortuoso percorso/ di vita/ Ci assalirà/ un afflato di sogno nascosto / in giardini riemersi / il profumo sensuale e giocondo/ di zagara e incenso / folata di attimo intenso/ da lasciare sospeso/ tra la gola ed il petto/ pensandolo eterno >>(p.15). In questo mondo fragile e insidiato costantemente dal nulla la Grasso si sente incapace di trovare il proprio posto nel mondo e di dare un senso alla propria esistenza, che finisce per assumere i caratteri di un viaggio inesauribile alla ricerca di un’originaria perduta innocenza, celata in fondo all’anima << …qui nessuno mi chiede/ che cosa mi manca/ nello stream/ tutti danno riempiono sanno/ cosa offrire ad un cuore/ che naviga a vista/ conoscendo soltanto/ il vuoto codice ed il moto apparente/ del suo guscio di scafo>> (p.49), e che solo la memoria può recuperare e richiamare alla vita <<Ci entro quando voglio/ stai tranquilla, non temere/ per me/ Ci entro e mi soffermo quanto basta/ per ritornare al centro/ a ogni principio/ e non smarrire/ quella mia smania lirica e sottile/ di immaginare voli/ e trattenere con me quei respiri / quel calore>> (p.19). Gabriella Grasso dunque con le strategie del viaggio, del vagabondaggio fantastico e dello scavo nelle viscere della propria coscienza rintraccia e riscopre il desiderio di pace, l’unica possibile speranza tenuta desta dal soffio dell’esistenza, e a essa presta la propria fede con la capacità di guardare alla natura con ingenuità ed emozione, stupendosi per ogni particolare che esprime la potenza generatrice del processo di creazione poetica, in grado di portare alla luce un inaspettato frammento di senso. . <<È maggio, di nuovo/ incensiere di fumo/ e profumi/ luce bianca che cola / carezza / a suo modo consola / e la sera che arriva alle spalle/ senza pena/ a ricordare che la dolcezza / esiste ancora>> (p.58). Dario Talarico, nell’illuminante prefazione, individua nel percorso di Gabriella Grasso una poesia che non tradisce mai quella Sicilia lirica e piana, epica, «barocca sempre». Il Generale inverno è un libro da leggere, ricco di risonanze interiori. Ad ogni lettura tocca corde profonde dell’animo, cui si accompagna un sapiente lavoro di cesello che interessa tutti i livelli del testo, fonico-ritmico, lessicale e sintattico. E un buon libro di poesia, deve essere anche questo.

©Maria Allo

Johanna Finocchiaro, “Clic”, L’Erudita, 2020.

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Resta lei

 

Non dissi una parola.

Non disse una parola.

Non sapevo.

Non sapeva capire.

Il tempo a grandi passi;

È oggi, o poco fa.

Adesso cosa resta?

La strada, resta. Resta lei.

E noi, che non possiamo sapere.

Luoghi lontani e calmi. Vicini.

Proprio qui.

Stanze da esplorare senza luce.

Pareti di roccia rossa. Oscure.

Pulsano.

Le parole non sempre parlano

e i fatti non sempre gridano.

A volte sì.

Tentano.

 

Alla finestra

 

Appendo le dita alla finestra

L’aria fresca sfonda lo spazio

e arriva placida fin qui

Gli occhi alti, integri

alla notte

di piombo e d’argento

Do le spalle a una camera anonima, alle cose

 

La luna è velata

Nuvole nere ne corrono i confini

Non più sfera, non più luna

Mi sporgo audace e attratta

 

La tocco e lei si sposta

La bramo e lei si mostra

Protendo anche i pensieri, anche quelli

I più celesti

 

E mi lascio trovare

 

Ma si fa tardi e chiudo la finestra sul mondo

Il freddo ha scaldato il mio fiato

Gli occhi meno alti ma più distanti

Un’altra nuvola nera sulla luna.

 

La danza

  

Le stelle filanti danzano,

nuotano libere di vanità.

Sono pesci in una boccia,

un palco antico di verità.

Il vetro si è scheggiato

ma ne riflette ancora l’ego.

Impronte di marmellata;

calco quella terra, incantata.

E lì annego.

Senza sosta e senza veleno

sbattono i piedi le stelle filanti.

La testa si stacca:

voglio danzare con loro

il tempo di un attimo.

 

CLIC

 

Ho una madre. Un padre. Un fratello. Un nipote. Un tetto, un libro in testa, un libro in mano;

ho due mani.

Un gatto, grande e robusto, nero, un letto, tre sogni a dir poco.

Quattro o cinque a dir il vero.

Ho un Dio che mi ha creata a Sua immagine e di cui non ho sembianze.

Ho un tamburo che danza rituale e sbraita meschino di notte.

Ho un mondo. Il più delle volte, le volte buone.

E ricordo a me stessa quel mondo. Dovrei amarlo. Dovrei sentirlo. Dovrei staccarmi da terra,

messaggera alata

e trovarlo.

Il panorama autentico, scevro d’egoismo. Mio. Mitologico.

Volare sopra di me, senza di me, concentrare la vista sul fuoco.

La scintilla: palesemente necessaria.

Ma proprio non può, no, prendersene merito. Della luce.

Che da quella partenza cresce e muta e si

ribella. E va, evaporando.

Io, io non lo posso fare. Non più. Comincio a capire.

E a fuggire dalla luce, lei, mia, che rendo buia perché buia

sono. Ancora senz’ali.

Non sento niente e non so perché.

Umana compassione cercasi.

E le tragedie, anch’esse, non turbano. Non urtano. Le viscere non mi pungono.

Ma neppure son pazza, oggi, non son io quella pazza.

 

Un clic. Qualcosa in me ha fatto clic e non ritorna. Indietro.

Sciolgo i capelli, fili spezzati di un nastro nero alla luce di luna.

Dicembre comincia e prosegue la nenia.

Anemica di cuore, anemica d’amore.

La rima non è originale. La rima non era prevista.

Frugo e scavo e graffio ma non trovo. Quel geniale modo,

il migliore, di confessare. Confessare.

Confessare che non sento niente e so perché.

Clic

 

Tregua

 

Il vento sa di mare, oggi. Sento la salsedine del mare nel vento.

Sto bene, sì.

Mio padre parla e poi pensa.

Faccio così anch’io.

Dice: magari è qualcuno che sala la carne. Nessuna salsedine, bambina.

 

Sorrido amara della sua dolce semplicità.

Me ne rendo conto negli anni, che ci vive.

E forse lo invidio, forse lo sfido.

 

Mi lavo la faccia.

Usciamo?, pensa e poi chiede.

Prendono il ritmo del volere, i movimenti;

è sabato e sono le 10 circa.

S’intrecciano poi le nostre mani,

quelle di mia madre vivace,

quelle della bambina che cerca il rossetto, che possa colpirla.

Quelle dell’uomo che guarda.

 

Tra poco usciremo.

 

Il vento sa di mare oggi. E di pepe.

Va bene, penso e non dico: somiglia a una tregua.

~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

VIVERE INSIEME COME LE FORMICHE

 

Vivere insieme come le formiche è una gran bella cosa

tutti possono dire di avere un barbecue sotto un fico

non sentirsi mai soli tra gli schiocchi di lingue

mettere su famiglia con il vicino di casa

ciondolare pettegolezzi come sfere armillari

spiare l’orco dalla finestra nell’ora di cena

aprire il frigo di chi spalma sul pane un segreto

sapere l’oroscopo di ogni bocca del formicaio

Ogni tanto qualcuno con un missile tra i denti

sceglie per te un destino di miseria

Ti dice:

“Arrenditi, hai troppi separatisti nella tua casa!”

Butta giù la porta e si mette a urlare:

“O la borsa o la vita!”

Ti ordina di sbrattare se non paghi la pigione per il letto

in cui ti dondoli con la luna

Ti assegna la morte di cui devi morire

senza che tu possa scegliere

se crepare nella buca di una via bombardata

o in un bel prato marzolino

Ma vivere insieme come le formiche è una gran bella cosa

anche se le formiche hanno

TUTTE

la stessa fame e giornate operose

non hanno tempo per fare esperimenti nucleari

Di farsi esplodere una bomba nelle mutande

 

Testo di Emilio Capaccio

Lettura di Francesco Palmieri

“Prima della voce” di Paolo Parrini, Samuele Editore, 2021. Una lettura di Rita Bompadre.

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L’opera “Prima della voce” di Paolo Parrini (Samuele Editore – Collana Callisto, 2021 pp. 70 € 12.00) parla al cuore della vibrazione poetica, modula i segni espressivi dello stupore interiore, trasmette l’essenza iniziale delle parole considerando la materia comune della memoria con l’appropriata elezione d’immagini e tradizioni universali. Il poeta concede al linguaggio una diffusione rituale, iniziatica, attribuisce al miracolo incantevole della poesia la traduzione biografica in riflessioni indispensabili, contratte tra l’intuizione di una sensazione provvisoria e la sensibilità permanente, custodisce la rispondenza sonora della vita nell’oscillazione di una devozione pagana con la natura correlativa degli eventi. Prolunga il senso sottile e delicato della relazione estetica con l’unità dell’esperienza sensibile, osserva il presentimento acuto della visione del mondo e dei suoi struggenti accordi, traccia il rilievo emerso delle emozioni, distingue la cavità difensiva dell’ispirazione come il salvifico territorio delle occasioni e della verità. Il percorso elegiaco incrocia la scheggia indicativa nell’intreccio dei ricordi, l’intensità dello sguardo quotidiano sulla consistenza saggia della realtà. “Prima della voce” rintraccia la grammatica e la ricostruzione dei significati affettivi, recupera il dialogo spirituale trasferendo nella rappresentazione delle fotografie artistiche, contenute nel libro, la contemplazione della bellezza, riscatta la percezione delle impressioni che il disincanto ha estinto intorno alla nostra esistenza. Paolo Parrini riacquista la possibilità di vivere i legami con la naturale capacità di ascoltare e capire le proprie passioni, accoglie la cura dei sentimenti, concentra il raccoglimento religioso delle attese nei labirinti dei propri desideri, salvaguarda il sincero legame con le proprie promesse, affermando l’estensione di un’esecuzione lirica obiettiva, l’elevazione di un’epifania meravigliata, in comunione con un equilibrio riportato in  luce oltre la discordanza oscura del vivere. Risana l’intermittente dimensione del tempo e la direzione di appartenenza ai propri versi, ricompone le incertezze nell’esercizio stilistico di conquista dell’amore e di perizia dell’inquietudine, abita il luogo esteso dell’anima, ospita intenzioni e metafore della quiete. Il ritmo dei testi celebra la visione dinamica della pagina, come spazio e corpo degli elementi letterari, il carattere sacro e sensuale di una conversazione insistentemente scampata alla dimenticanza. La poesia di Paolo Parrini riconduce sulla soglia di un avvenimento, traduce il realizzarsi scrupoloso della successione del rumore e della sospensione, nel calpestio dei passi della vita,  definisce una voce segreta e ritrovata, estende la cortina della fragilità nell’infinito riflesso dell’estremità esistenziale, percorre le venature, la condensazione e  l’evaporazione dell’assenza. Fonda la sua dottrina nel respiro del miracolo sacro e familiare della tenerezza, nell’impalpabile sensualità, annoda il tessuto evocativo dei luoghi inattesi, escludendo il debito della parola alla deviazione del silenzio: “La memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda. La memoria è un presente che non finisce mai di passare.” Octavio Paz

 

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

Il lento schiudersi

della notte nel mattino

il sonno stemperato

in un caffè forte.

La resurrezione di ogni giorno.

Fuori stanotte è caduta la neve.

 

——————–

 

Si scompone la sera.

Ritmico il suono del tergicristallo

intacca il tempo perso

ad aspettare il giorno.

Alla mia sera aggiungi la tua.

Non siamo fatti di certezze.

 

——————-

 

Poi nasce un fiore all’improvviso

là dove tacciono le fronde

ha il nome di una voce ormai passata

persa tra le dune e il temporale.

Stanotte ha raffrescato sopra i tetti

sui vetri già colmi dell’inverno

piccole dita intrise di calore

hanno scolpito i segni del tuo tempo.

Domani risvegliati avremo un altro sole.

 

————————

 

Attraversi la strada a capo chino

svanisci dentro il fiato caldo

e il sorriso che hai lasciato.

Nella nebbia s’appoggia

il rumore del mattino.

 

———————-

 

Altre stanze gridano.

In questo giardino muto

anche le piante assorbono dolore.

Aspettare la luce della sera

il tacere delle voci.

Un calmo lago le dita.

 

——————–

 

Amare una sedia, una mano,

il vuoto dentro un temporale.

Come se fossi nato solo per

questo darmi e avere,

una bilancia, un saliscendi.

Poi una fontana e lo scroscio,

il perdono. Non so

come altro dire amore.

 

——————-

 

Farsi raggio o crepa,

sottile, annidarsi nei concavi

spazi, addormentare la memoria.

Quello che non abbiamo

sono i suoni iniziali dei nomi

che un tempo ebbero un volto.

Sia benedetto

questo spazio fatto altrove.

 

———————–

 

Il cammino si conclude qui

dove era cominciato.

I giorni sono sentinelle stanche

riconosci gli odori e il silenzio.

Forse solo un poco più fondo

questo muoversi piano delle cose

l’emozione sale a cercare il fiore incolto.

Sei partito per tornare a casa

ora è tempo di raccoglimento.

 

 

Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “Io non so se sono lei” di Roberto Arlt

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A R G E N T I N A

IO NON SO SE SONO LEI

(1935)

Roberto Arlt (1900-1942)

Traduzione di Emilio Capaccio

Figlio di emigrati, padre prussiano e madre triestina, è stato uno scrittore, drammaturgo e giornalista di grande talento. I suoi reportage, come corrispondente della guerra civile spagnola, appaiono sul quotidiano “El Mundo”, di Buenos Aires, diretto da Alberto Gerchunoff. Su una colonna dello stesso, puntualmente, appaiono anche resoconti di viaggi all’interno dei confini del paese e in paesi come Brasile, Uruguay e Nordafrica. Molta popolarità assumono le sue “aguafuertes”, cronache, a volte, dalle tinte “costumbriste”, che trattano temi sociali e politici, con spirito critico e condanna delle condizioni dei più derelitti nei “barrios” miseri e popolosi. I suoi personaggi, spesso donne, sono permeati da atmosfere cupe e spietate della Buenos Aires dei primi anni del XX secolo. La sua scrittura rompe gli schemi della narrativa tradizionale modernista, mediante l’utilizzo di un linguaggio più duro e asciutto e di temi connessi con le problematiche del progresso tecnologico e dell’espansione caotica e allucinante dei centri di agglomerazione urbana. È considerato uno dei fondatori della moderna letteratura argentina e padre spirituale di un’intera generazione di scrittori sudamericani, come: Riccardo Piglia, Gabriel García Márquez, Isabel Allende e altri. Il racconto proposto è apparso sulla rivista “El Hogar” il 23 febbraio del 1935. Non è contemplato nelle due raccolte di racconti che Arlt ha pubblicato in vita. Solo nel 2018, il racconto è stato inserito nella raccolta completa: “El bandido en el bosque de ladrillo”, a cura di Gastón S. Gallo, edito da Simurg.

Fred, stupito, piantò lo sguardo su un’immagine della rivista, scritta in una lingua che non comprendeva. Greta Garbo, guardandosi allo specchio, con la mano destra immortalava lo spazzolino con cui si lavava i denti. Ai lati della fotografia, una boccetta di stagno versava un lago color rosa di pasta dentifricia: Crystaldent.

La diva, avvolta in una vestaglia da camera di velluto, ruotava la testa sorridendo con le sue labbra simili ai petali di un’orchidea. Per un attimo, Fred rimase curvo sulla rivista americana, poi, seduto sul ciglio del letto, rifletté:

“È assurdo che Greta Garbo si presti a fare la pubblicità di un dentifricio, nessuna attrice che si rispetti arriverebbe a tanto. A meno che non abbia grane finanziarie. Ma in che cosa spende ciò che guadagna? Ad ogni modo, chi si salva dal fare cose stupidi? Se io, tre anni fa, come avevo pensato, mi fossi messo a studiare inglese, la mia situazione sarebbe un po’ diversa.”

Avvicinò la testa all’immagine. Indubbiamente, la ragazza della pasta dentifricia era Greta Garbo. Sollevò gli occhi per confrontare l’immagine della rivista con una fotografia che aveva attaccato al muro molto tempo prima. Era lei, con i suoi capelli di vetro biondo, le palpebre socchiuse, gli occhi rivolti al cielo, le labbra simili ai petali di un’orchidea, con la molla dei baci rotta per sempre, come se pretendesse in un desiderio inestinguibile risucchiare tutti i piaceri che soffiano le brezze da ogni direzione del mondo.

Ripeté tra sé:

“Soffrirebbe di ristrettezze economiche. Ma è assurdo. Forse, al momento opportuno, una mattina è arrivato un agente pubblicitario, uno di quei promotori dall’aria gioviale che, offrendo grossi sigari, avrà snocciolato un motivo di facile comprensione. Le avrà detto:

— Vi occorre qualcosa, miss Greta? Posi per Crystaldent. Centomila dollari, all right?”

Staccandosi dal tavolo, Fred si sistemò su una sedia accanto allo spigolo del letto. Nonostante l’ordine, la sua camera dava l’impressione di essere stata smantellata. Osservò con la coda dell’occhio il ritratto dell’attrice, appeso al muro, ombreggiato nelle parti scure, e in cui l’iposolfito del bagno, che cominciava a decomporsi, ingialliva le zone chiare. Si chiese per la centesima volta, parlando a voce alta:

— Che uomo potrebbe mai essere l’amante di una donna così? In lei tutto è commedia.

All’improvviso accade qualcosa di straordinario.

— Commedia in me! – ripeté una voce.

Fred alzò precipitosamente le palpebre.

La rivista era caduta per terra. Dalle pagine spiegazzate, la scia di un vestito saliva verticalmente nell’aria, come falpalà di fumo di un abito astrale. Sulla gorgiera bianca del vestito di raso nero fioriva un’adorabile testa.

La riconobbe all’istante. Era lei, con un copricapo di castoro che lasciava spuntare qualche ricciolo inanellato dietro i lobi delle orecchie. Tra le fioriture delle sue ciglia, osservava l’uomo dentro la stanza con una leggera ruga a forma di forcina sulla fronte, mentre Fred, con le mani appoggiate sul bordo del tavolo, si immobilizzava nel proprio stupore. Greta Garbo sorrideva scoprendo la fila dei denti, con gli occhi grigio-verdi illuminati come dagli ultimi bagliori del sole di un luogo esotico.

Fred rispose, senza sapere ciò che diceva:

— Non parlate così forte. La padrona di casa dorme nella stanza accanto. È una vecchia perversa.

Lei ancora non aveva ripreso a parlare.

Lo fissava gravemente. Sembrava di ritrovarsi in una steppa nevosa. A Fred, involontariamente, affiorò alla mente Anna Karenina (1). La donna si voltò bruscamente su sé stessa e si fermò davanti alla sua fotografia, attaccata alla buona sulla parete. Fred indovinò il suo pensiero e cercò di discolparsi.

— Non ho mai avuto abbastanza denaro per comprargli una cornice adeguata.

L’attrice sollevò il cuscino. Fred, sorridendo, continuò, guardando come lo lasciava cadere.

— È un buon metodo per capire se i letti siano puliti. Gli insetti hanno un debole per i cuscini.

Finalmente lei disse:

— Quindi, voi vivete qui?

— È più tetro di una galera, vero?

— Sì.

Ora apriva l’anta dell’armadio. Curiosava all’interno, mentre il suo corpo ondulava leggermente, come se sorreggesse il ricordo ancora recente di una piacevole danza.

— Tutti questi abiti sono invernali – commentò Fred. — Per di più, sono pieni di tarme.

Greta Garbo buttava l’occhio qua e là.

— Cercate una sedia? – Fece segno di cederle la sua. — È l’unica che c’è… La padrona di casa è una donna meschina.

Subito, la sua voce si arrochì nel fondo della gola. Le sue parole sembrarono sgorgare da più in profondità, pensò:

“Possibile che non abbia niente da dirle? Ora che lei è qui!”

Quando parlò nuovamente, il suo timbro rivelò una tale sofferenza che la diva nordica rimase immobile davanti all’armadio, con la schiena riflessa nello specchio.

— È meraviglioso e assai triste – proseguì Fred. — Voi, la donna che suscita soggezione nella moltitudine delle platee, siete qui, ora. Qui, realmente con il vostro corpo, con il vostro volto impossibile da concepire accanto al nostro.

Poi, si alzò dalla sedia e, afferratala per un braccio, la fece sedere sul bordo del letto. Come dal ciglio di un sogno, si domandò:

— È mai possibile tutto questo?

Greta Garbo contemplava le punte delle sue scarpe di raso.

— Siete qui, umile e triste come Susan Lenox, come Anna Christie, come la dolorosa amante de “La modella”(2). E io non so concepire altro da dirvi che silenzio. Riverserei nelle vostre orecchie parole meravigliose, ma mi accorgo solo ora che le parole sono meravigliose quando si rivolgono a un fantasma, non a una donna in carne e ossa. Mi ascoltate?

Con le gambe accavallate, poggiata sul sostegno del letto, la donna dai capelli di cristallo restava fredda e distante.

Fred proseguì:

— Mi guardate come un gatto che ha rubato il pesce, è così? Non mi importa. Perché siete venuta? Il vostro ambiente non è questo, e non comprendo la vostra lingua. Vi detesto. Questa è la verità. Vi detesto. Non conosco uno solo dei vostri ammiratori che non sia affamato del vostro amore. Non per godere di esso, siete così magra, ossuta e isterica, ma per avere la rifusione di umiliarvi, il piacere di piegarvi. Così con quell’unica moneta potremmo riscattare l’amara ammirazione che avete seminato nel cuore di tutte le donne.

Greta Garbo lo ascoltava come affacciata sull’orlo di un precipizio, con l’ombra di una montagna sul viso e alle spalle un vento gelido.

Il pensiero rimestava in Fred grandi folate di odio.

— Oh, lo so! Se qualcuno potesse vedervi in questa misera stanza in affitto, davanti a queste fotografie macchiate dalle mosche, con il vostro aspetto di viaggiatrice stanca, vi compatirebbe.

Camminava lentamente da un punto all’altro della stanza.

— Lo so. Vi compatirebbero. Correrebbero a offrirvi un bicchiere di limonata, a cambiare le lenzuola. Ma perché ve ne state con la testa china? È per umiltà? No, non lo è. È perché conoscete la semplice meccanica dell’odio, e sperate che la sua raffica si disperda nell’aria. Quando avrò riversato ai vostri piedi tutto il risentimento che fa ribollire la mia indignazione, e la mia ira si sarà esaurita, solleverete il viso, e le vostre braccia fresche e indolenti ricadranno sulle mie spalle. Così avete fatto anche con gli altri, ed è per questo che vi odio, perché i nostri rancori si sciolgono come neve sul fiore delle vostre labbra.

L’attrice non sollevò le palpebre. Fissava la punta delle sue scarpe. Restò così, intristita, come sull’orlo di un precipizio, nelle cui profondità correva un nero torrente.

Fred si avvicinò e le disse sottovoce come se stesse rilevando un segreto:

— Ipocrita… la più ipocrita e perfida di tutte le donne! Provocatrice! Ora comprendete perché le donne corrono, come quando si va al mercato, ad esaltare per qualche moneta le peripezie della vostra esistenza di celluloide? Perché in ognuno di quei torbidi episodi, che voi siate meretrice, spia o demi-mondaine, riscoprono al sole le arterie della loro vita. Per questo vi amano e vi esaltano. Non potrebbe che essere così. Alla fine di ogni avventura, corre incontro a voi un disperato che, con il viso rivolto alla luce, trasforma in estasi la sua infamia, esclamando:

Ti ringrazio, Dio, di amare e di poter ricevere come un’elemosina lo sguardo di questa donna che ha trascinato per tuguri la sua bellezza immortale!

Ve ne rendete conto? Avete la virtù di trasformare in bellezza il sudiciume del mondo! Non volete rispondermi!? È chiaro! Risulta molto più comodo.

Fred accese una sigaretta e contemplò, per brevi istanti, come si spegneva nello specchio la fiamma del cerino.

— Eppure ci sono degli illusi che credono veramente in questo, nel vostro amore!… senza rendersi conto che non potrete mai amare nessuno, se non il vostro successo. Siete sempre stata così rabbiosamente egoista, che il vostro petto è rimasto senza sentimenti. Non mi meraviglia che finiate per mettere in bella mostra un dentifricio. Non c’è da stupirsi Oh! È ridicolo. Ridicolo e spaventoso.

Siete egoista e dura come la mala pietra contro cui si ferisce il piede lungo la strada. La vostra ingordigia e la violenza dei gesti, la falsa febbre dei vostri occhi, con ciglia ugualmente false, e le labbra spudorate che sono rimaste fiacche e inerti nel baciare così tante bocche senza baci, si traducono in pellicce, in collane, in viaggi lunghi come sogni e nello stritolare cuori semplici. Siete diventata un simbolo del secolo. Per questo meritereste di morire lapidata sulla riva del mare, affinché le acque vi purifichino. No… Sarebbe una morte fin troppo dolce. Dovrebbero legarvi a un palo, sopra un mucchio di legna secca, e come le streghe di un tempo, bruciarvi viva. E così le vostre ceneri sarebbero ripulite.

Fred si accasciò e, seduto accanto al tavolo, pose la fronte sulle dita di una mano.

La diva scostò un ricciolo dalle tempie, avanzò verso di lui, e in piedi, curva sulla sua spalla sinistra, gli parlò come a un vecchio amico:

— Tutti quegli uomini che caddero ai miei piedi e dissero: “Ti ringrazio, Dio, di amare e di poter ricevere come un’elemosina lo sguardo di questa donna che ha trascinato per tuguri la sua bellezza immortale!”. Tutti quegli uomini che ho incatenato per il collo e che ho accostato amorosamente al mio collo, tutti gli uomini le cui fronti febbrili si sono raffreddate al tocco delle mie labbra, mi hanno già detto anche queste parole che avete pronunciato voi: che meritavo di essere lapidata o che meritavo di essere bruciata viva. Ora capite? E in questo odio inestinguibile verso di me, sta la mia grandezza. Questo odio è la mia schiva bellezza. Non ho conosciuto uno solo di quegli uomini che hanno bevuto dalla mia bocca, come in un calice di seta, baci che fanno svaporare il cervello, che non abbia voluto lacerarmi sotto le sue unghie, incenerirmi con un bacio maledetto. Vi rendete conto di quanto è grande il vostro amore, tesoro mio?

Fred protestò furiosamente.

— Non chiamatemi tesoro… – Poi, senza poter trattenere un sorriso, borbottò: — Questa è bella.

La donna nordica ugualmente sorrise:

— D’altra parte, io non sono Greta Garbo.

— Non siete Greta Garbo? Ma come?

— Sono la ragazza della rivista.

— Ma siete uguale a lei.

— Così somigliante, sì, che a volte credo che io non sia io ma lei.

— Questa è davvero buona per una bella storia.

— Vi crea disturbo?

— Oh no! Nel modo più assoluto. Come potrei sentirmi a disagio dentro questo sortilegio?

A sua volta, la ragazza si mise a camminare per la stanza, lanciando in aria volute di fumo dalla sigaretta che aveva tra le mani.

— Un commerciante si accorse della mia somiglianza con la diva. Mi assunse per promuovere il suo banco. Un mese dopo i proventi erano cresciuti del trenta per cento. Quando si decise di prolungarmi il contratto, una casa di moda mi aveva già offerto venti volte di più. Viaggi, interviste con manager… La mia carriera è stata rapida, prodigiosa. Ho contratti con aziende di prodotti chimici, catene di grandi alberghi. Un impianto termale che era quasi sul lastrico mi assunse per una stagione e la pubblicità, abilmente orchestrata, riversò frotte di visitatori verso il lido deserto.

— Non avete girato qualche film?

— Mai!… Alcuni produttori cinematografici hanno chiesto di incontrarmi. Ho sempre rifiutato di fare cinema. A cosa servirebbe? Il mio successo dipende da quello della vera Greta Garbo.

— La vanità non vi ha tentata?

— Perché la vanità? Sono arrivata a non sapere se io sono io o sono lei. Nel mio guardaroba ho tutta la collezione dei costumi che Greta Garbo ha usato per girare i suoi film. Adrian, il sarto di Hollywood, mi manda sempre una copia dei modelli destinati a lei. Come Greta, mi hanno fotografato tra bambine bionde con mazzi di fiori, come Greta, mi hanno fotografato in mezzo a truffatori, marinai, trafficanti di gomma, avventurieri; come Greta, mi hanno fotografata a pesca, giocando sulla neve, guardando, desolata, dal parapetto di una nave, la costa che si dissolve nell’orizzonte… Ho finito per confondermi…io non so se sono lei. A volte mi sembra di sì…che sono Greta Garbo in uno dei suoi attacchi di nevrastenia, i quali, come nebbiolina, velano i contorni dei suoi successi.

E di lei, quella vera, che mi dite?…

— Non lo so… Non voglio vederla, non voglio sapere niente di lei come donna. Dicono che le sue ciglia siano finte, che i suoi piedi siano grandi, e che la sua mancanza di intelligenza sia molta. Niente di tutto questo mi riguarda e non mi interessa. Io sono Greta, la Greta perfezionata e filtrata attraverso l’arte degli stilisti, degli esperti dei laboratori fotografici e dei produttori di pasta dentifricia. E questo mi basta.

— Sì, credo che basti.

Fred osservava il profilo della ragazza, la linea del naso, il sopracciglio energico, le labbra come sfiorate da una folata di etere.

Lei continuò:

— Che cosa mi importa di tutto! Mi hanno adorata tanto! Lo sapete, uomo della stanza di questa pensione? Tutti! Come se fossi lei. E poi, io lo sono. Mi hanno amata per tanto tempo. Impiegati che hanno una moglie sgradevole, solitari che percorrono il mare in fuga da un fallimento fraudolento, lestofanti, fantasiosi. Nessuno ha voluto vedere in me la donna che fa la pubblicità di un modello di Gaster o dei profumi di Nieber. Io e l’altra ci siamo mescolate in un solo, indissolubile sogno. E tutti ci hanno dato il loro amore, anche le donne!

Parlava sempre come se fosse affacciata sull’orlo di un precipizio, con l’ombra di una montagna sul viso e alle spalle un vento gelido venuto da lontano.

— Essere amata! Sapete perché mi sono staccata dalla pagina della rivista, uomo della stanza di questa pensione? Perché il vostro amore mi ha chiamata. Sì, mio caro! Il vostro grande amore! Avete passato ore e ore seduto ai piedi di questo letto a guardarmi negli occhi. E quando dicevate: “Io non potrei mai amarla”, era perché sapevate che io, o lei, o noi due, non saremmo mai venute qui, al vostro fianco. E ora lasciate che vi baci.

Poggiata come stava sul bordo del tavolo, corse al centro. Fred sollevò il viso e avvicinò la bocca. I petali di carne aderirono lentamente ai suoi, la sua anima veniva risucchiata in un sospiro che restava sospeso all’infervorarsi del cuore. L’odore salato del mare copriva le loro teste, i grandi occhi erano così vicini ai suoi che sentì perdersi dentro di loro. All’improvviso uno strepito terribile risuonò accanto, poté vedere come la figura della donna si rimpiccioliva, fino a che una piccola sagoma di bambola penetrò tra i fogli della rivista, e allora rialzò il viso con sonno e sofferenza. Un piacere era morto.


[1] Greta Garbo fu la protagonista di due versioni tratte dal romanzo di Lev Tolstoj: una versione senza sonoro diretta, nel 1927, da Edmund Goulding, dal titolo “Love”, e un rifacimento sonoro diretto, nel 1935, da Clarence Brown, dal titolo: “Anna Karenina”.

[2] Greta Garbo interpretò Susan Lenox nel film “Cortigiana” del 1931, diretto da Robert Zigler Leonard. Interpretò Anna Christie nell’omonimo film del 1930, diretto da Clarence Brown; di questo film, l’anno successivo venne girato una versione tedesca, diretta da Jacques Feyder, con protagonista la stessa Garbo, ma con un cast di attori diverso. Il film “La modella” fu girato nel 1930, diretto ancora da Clarence Brown.

Una vita in scrittura: Fernanda Ferraresso

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omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto Fernanda Ferraresso che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Fernanda.

IN PUNTA DI PIEDI E CON LE SCARPE IN MANO INCAMMINARSI
SCRIVERE IL GRANDE VETRO

(Fernanda Ferraresso – inediti)

Lo dico così come mi viene, scrivere è scrivere in terra, graffiandosi le mani
spezzandosi le dita, scrivere con la propria vita restando in piedi tra cose che non stanno mai ferme
restare fermi tra gironi di inferni e ghiacci che presto sciolgono i loro ormeggi
credere d’essere d’essere ancora, persi tutti i nomi che credevamo noi, che pensavamo nostri
mentre le ossa calcificano bianco, un attonito bianco, di cenere.
.
a che serve questo sciogliere
lo spago e ferirsi dentro
per l’amianto
che nel fondo della parola incancrenisce delle sue polveri morte?
Che cosa
lesta si aggrappa come cagna
nel calore di una voglia
dietro il muso della parola
grossa gonfia
di sangue troppo pregna
e d’altro si abbatte su un muro
come acqua in uno schianto di lance
senza salvataggio

.
Per quanto l’uomo possa espandersi con la sua
conoscenza, e apparire a se stesso obiettivo, alla fine
non ne ricava nient’altro che la propria biografia.

Friedrich Nietzsche – Umano, troppo umano

Scrivere pensando di leggere
i luoghi del mondo mentre
è sempre se stessi che si guarda
di fronte a un cumulo di oggetti
che si sono accasati
accatastati in luoghi del nostro sangue
infittendosi in memorie
ingombrando i giorni
di involucri di vetro
tutti gli specchi in cui credevamo
di avere visto gli altri
ed eravamo noi
ogni volta quell’io trasformista
che sa essere tutto
perché ogni cosa
è solo un vento elettrico
che ramifica i pensieri
strappa i sogni e li riconguaglia
in segni e disegni
senza scampo l’esperimento di vivere
è sempre all’inizio
.

Scrivere i sogni, questo ho fatto sempre, perché la vita è un insuperabile conflitto
dove realtà e irrealtà costruiscono a vicenda l’intero teatro di un attimo
tanto e poco dura l’incantesimo di cui non sappiamo il senso, di cui fatichiamo a comunicarci
il linguaggio, il luogo e l’orizzonte curva ogni nostra storia, distogliendoci
da quanto si fissa in noi per creare il passaggio a quell’oltre spesso desiderato
a cui siamo legati con un senso di abbandono, o nostalgia di un miraggio, dove la morte e la sua 
parola profonda nega a ciascuno un durevole attracco, ricordo del sogno dentro cui vivi si muovono 
tra incontri e conflitti, spaesamenti e drammi, repentine fantasie a cui preclude l’affioramento
in una messa in scena che è questa realtà spietata cruda e durissima che non lascia fiorire che i 
segni, di una vita maldestra e fuggiasca, che cerca di divincolarsi comunque dai nostri corpi infetti 
da corrotte opere, semplicemente umane.

.
in uno stato di veglia
insonne ascoltare il graffio
che incido con l’ago sulla superficie
mia pelle dura trasparenza e giacimento di silenzio
vuoto sotto ogni scoria
l’espulsa parola fradicia di paura
tra verbi lame di coltello e cristalli di scrittura
fragile fragile fragilissima impugnatura
di quel vincolo immaturo
sempre così poco conosciuto e sempre
innocente nella frontiera di una parentela che ci fa
padre madre fratello sorella e
figlio figlia l’abito che si indossa fino alle ossa
e reliquia di alleanza tra persone senza nome
un corpo bianco un brano di tu e io e loro
mai abbastanza noi in una parola bugiarda e
bugiardino del veleno farmaco di ognuno
di noi spergiuro e piana una giuntura
tra alte asperità di pensiero convulso un nodo di volti
umani ancora un poco
sotto l’ipnosi di una realtà mai abbastanza magnanima
che graffia con le unghie e morde
coi canini sguinzagliati dentro la carne
avara di bene e pozzo che scrive sempre
solo se stessa.
.
Scrivere è stare sulla soglia
vivere lo strabismo di uno sguardo
lanciato nell’interno labile di un paesaggio
diurno e notturno frammento di un globulo di luce mai nostro
dall’altro è uno stare fermo nell’immanente
gioco dei nomi creando vetrerie frangibili
per un minimo soffio di vento che sposta
l’asta in cui chi guarda si vede
.
Dall’altra pace della voce
smarrire i toni e i timbri degli inchiostri
breviari brevi diari viari

dall’altra pace della voce

non si può guardare non c’è
traccia di nessun dialogo le lettere
sono scomparse annegate negate in un profondo non

essere è senza corpo e l’abito si strappa
suicida la voce sdrucita vagando ora un labirinto
ora la fronte nuda resta monca di ogni lettura

Dall’altra pace della voce
l’eco è morire?

Dall’altra parte
la gola che là i n c h i o d a la voce
trasmigra quel corallo
vermiglio ineludibile consiglio o semplice un coniglio
il capodoglio che inabissa il cordoglio
e niente resta nessun resto della bestia
anomala che attrae incuriosisce e spaventa
paventando l’assurda piazza della pira che arde
l’ara della fine che urla in ciascuno l’agonia come un’ingiuria
contro la nostra ignoranza che ci ha permesso d’essere
ripetitivi monotoni lagnosi remissivi falsi
alieni a noi stessi e incapaci di pronunciare davvero
una parola chiara una lettera
una
anche una sola
senza necessità di valore
ma viva
.
forse adesso
forse è questa l’ora buona
di abbracciarla sfiorarle la bocca
con un dito la punta del desiderio
in punta di penna spogliarla
sul bianco del foglio esporre nudo il corpo
spavaldo il cielo che ha nel centro del petto
parole fronde voci profonde
e con la lingua toccarla là dove di piacere
al tuo il suo corpo si fonde
nuda
poesia
.
Io pianto radici
tra i luoghi anche
anche se
per risarcirmi di tanta solitudine
a volte ho provato
a trovare un piccolo invaso
di terra un coccio in qualcuno
ma
sempre la distanza ha fiorito semi
copiosi allori sotto la cui ombra gli altri
preferivano sostare
io sono un sassolino
un tubero secco da tempo
non fiorisco
e non ho casa
che non sia aria
un respiro misurato
dalla bocca ingoiato
in tutto il corpo in gioia
trasformato in f f f f fiato
.
di qua di là
prima dopo
si confondono i nostri passi
e sempre si ritrovano ad un bivio
potessimo in punta di piedi
muoverci come un respiro può
nel suo corso tra infinito e
finito
il nostro piccolo foro di luci
quanti nei sensi e un silenzio
così fitto di parole in continua dissoluzione
e trasporto non d’aria ma
destino
cammino
oblio

senza lasciare dietro a sé
vaga
nemmeno un’ombra
.
stanare ogni parola
dalla sua buca o da un nido
aprire il nodo che la strangola
mentre scrivendo la senti
attraversare la mente
nuotarti la gola
e quelle strettoie avide
si allargano si allagano
di quell’immenso silenzio
che ogni sillaba contiene
trattenendolo e invasandolo nella seguente fino
a comporne un segno che ci doppia
ci sdoppia a volte ci frantuma
per regni dove il buio governa
e semi non umani ci dipingono in cuore sonorità
imponderabili
… e ancora mi è impossibile collocarmi con precisione
è così denso il corpo
è così vuoto il tra
scrivere lettere
e so bene che sono lettere a nessuno
sempre un tu l’altro che racconta e si racconta
tentando di ritornare
nel seminario in cui la vita ti ha germogliato
per poter iniziare a tracciare quell’esordio fortunato
in cui gli occhi videro
la prima volta
istituendo il desiderio di un luogo
da cercare e da percorrere
tutta la vita o il suo sogno
senza poter mai davvero trovare quei passi
ma forse ascoltandone il rimbombo
bere la miscela di latte e recitativi di preghiere
battiti e battute schiaffi silenzi
dalla scalcagnata tazza della memoria
e riderne a volte piangerne altre
orfana di quegli sguardi
come di animali furtivi e irraggiungibili
che sei stata tu e ancora lo sei
un fatto
di materiale della vita
a cui non puoi credere a cui non puoi che cedere
– lettere e lettere
.
vorrei scrivere solo poesie d’amore
vorrei spenderti così vita
mentre mi prendi chiedendomi in cambio
le ossa e l’avorio della memoria
il tiglio dei sensi e il taglio dello sguardo
l’intenso bagliore del giorno
quando ti guardo da dentro e per sempre ti mantengo
bruciante e vivida nottetempo raccattando sillabe nei campi
che si fanno parole rare gemme preziose che poi cadono
cedendo bacche semi di distillazioni luci
vita di ogni attimo ogni giorno poesie di un altro mondo
che trascina in questa riva una marea altissima
e dei mali crea residuari di atomi scomposti oceani
scintigrafie di universi che ancora un poco mi trattengono
spingendomi tra cose caduche e alberghi di verdissimi ospizi
nell’invisibile selva che ci cresce il corpo antico e nuovo
reliquario di attimi in quei bagliori degli affetti
che ci irrigano e in una cruna celeste ci dispongono
alla continuità del viaggio
.
Da In pochi attimi di vento- Terra d’ulivi Edizioni 2016

Ho cominciato a scrivere
per non perdere i luoghi
dentro di me così fragili
e distanti
le scarpate delle strade i fossi e gli argini
come montagne invalicabili quando il tempo frana
quando i giorni si ammucchiano
infoltendo i loro rami di altri segni
un’intricata foresta i mesi gli anni
che mi scendevano il corpo
in continui naufragi e perdite
dei miei primi attimi
l’amicizia con la terra
che in gola mi metteva nidi
e ora era senza più uova e
voli alti sopra le corti di sole le crepe
sulle facciate di case ormai straniere
quasi una forca la memoria divarica la forcella
e innesca la sua fionda penetra la sua piccola granata
affonda dentro l’angusto territorio
della mia vecchiaia
incolta sulle spalle trae i pesi dei luoghi
le cimature degli alberi
le siepi gli orti un sentiero interrotto
sui cui più volte mi è crollato addosso il tempo
e la vita si è allargata in un cupo lago
recintato da pietraie aguzze
ruderi i ricordi in un continuo restauro di strutture inutili
perché non serve un tetto una lamiera basta
per passare la notte se la vita è un temporale e nemmeno la luna
ti accoglie e niente riaffiora in quell’antro che è l’androne di una casa
dove abiti ora ma tutto sta stipato
in un ripostiglio senza aria senza luce
un luogo senza sentieri da percorrere
dove non sei affatto contento di esserci
perché i ricordi di ieri ti mangiano e i ricordi di oggi si frantumano
in un niente così che a te non resta altro
che un vuoto
deposito di polvere tuo unico specchio

Memoria e fantasia nel romanzo “Elvira des Palmes” di Emilio Paolo Taormina. Recensione di Anna Maria Bonfiglio.

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Nella Palermo Felix dei primi del Novecento, alle soglie di un secolo che avrebbe visto splendori e rovine, a fianco dell’ormai mitica e citatissima dinastia dei Florio si muoveva un’ampia fascia di ricchi imprenditori borghesi arrivati dall’estero per impiantare attività commerciali sul suolo panormita. Fra i Withaker, i Sandron e gli Ingham si insediarono anche i Ragusa che iniziarono impiantando una piccola attività alberghiera e si espansero fino alla costruzione di uno fra i più eleganti  hotel di Palermo, il Grand Hotel et des Palmes. La storia di Elvira, protagonista del romanzo di Emilio Paolo Taormina, si muove nell’aria di questa Palermo in bilico fra due secoli e ne tramanda la memoria storica attraverso la vicenda di una famiglia che è il ritratto di un ceto sociale emergente, quello che non appartiene all’aristocrazia ma che soverchia, per cultura e raffinatezza, quello meramente borghese, una famiglia nella quale l’arte è sempre presente, che mantiene rapporti con studiosi e artisti e il cui capostipite è un entomologo di fama internazionale. Zigzagando fra presente e passato l’autore s’insinua nelle trame di una storia familiare per carpirne gli aspetti più reconditi e misteriosi, per indagare, ricordare, ipotizzare, in una parola per risalire alle proprie origini. Fra memoria e immaginazione egli dipana le vicende della propria famiglia e al contempo traccia il quadro sociale di quella Belle Époque che è rimasta come mito di quel tratto di Storia che va dalla fine dell’Ottocento ai primi anni del secolo successivo. Taormina entra nelle maglie di un’intricata rete di parentele per potere infine dare un’identità ad un’antenata che non figura nell’albero genealogico della sua famiglia ma che egli sa essere ad essa appartenuta. L’oscurità che avvolge la nascita di Elvira è un velo che ricopre il passato di più generazioni, riuscire a strapparlo significa riportare alla luce l’essenza di una “stirpe”. Il testo, che testimonia anche la vena lirica dell’autore, è attraversato da sciabolate che fendono vari argomenti, dalla disciplina entomologica, di cui era un esperto Enrico Ragusa, alla coloritura dell’ambiente socio-culturale e all’analisi della realtà storica della Sicilia fin de siècle. La cifra stilistica che identifica tutta la produzione di Taormina è la disposizione ad innestare alla prosa un richiamo lirico che interseca i vari passaggi della sua narrazione ed è testimone ineludibile della sua essenza di poeta.

 

Anna Maria Bonfiglio

Doris Bellomusto, “Fra l’Olimpo e il Sud”, Poetica Edizioni, 2021.

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Afrodisiaca

 

È la vita degli dei

e degli eroi

e dei poveri

diavoli

che siamo noi,

venuti

al mondo

nell’età dell’incoscienza.

Di Afrodite,

è tutta la bellezza

di questo gioco mortale

e, forse, immorale.

È avida

la dea.

Inganna i cuori

e non concede

sazietà ai desideri

sempre accesi

nelle nostre viscere.

Siamo figli suoi

e di Efesto.

E concepiti nelle viscere

di un vulcano

siamo condannati

a sentirlo

nelle nostre stesse

viscere

il fuoco sacro

dei desideri

che fanno la vita

così

afrodisiaca.

 

Argo

 

Aspetto

una carezza,

so che verrà

dal mare

e avrà sapore

di salsedine.

Aspetto

una carezza

che accenderà

la mia consumata

speranza di rivedere

Odisseo,

il più audace degli uomini.

Abbaiando amore,

gli racconterò

che cos’è

la fedeltà.

 

Medea

 

È abusato il tuo nome,

incompreso il tuo dolore,

troppo stretto

il nodo

che ti legava

all’amore.

La tua lucida follia

si annida

nel mio cuore

di madre.

Sciolgo il nodo

se stringe,

stringo al cuore

il tuo dolore,

non pronuncio il tuo nome,

ho paura

che tu mi risponda

con la mia incerta

voce.

 

Audace allegria

 

Ospite

del mio corpo

sono il tempio

e l’altare,

sono l’altro,

sono il pellegrino,

sono il sacerdote.

Sono la sposa

senza dote.

Sono Atena,

sono Venere Citera.

La mia pelle

ruvida

si fa pergamena.

Sono l’oracolo

e la Sibilla.

Afferro

gli arcani

segreti

dei venti.

 

L’audace allegria

del mio sangue

canta preghiere

profane.

 

Autogrill

 

Viaggio

nel meriggio

assolato,

bevo cielo,

mi nutro

di imperfetti

miracoli.

A Sud

si va leggeri

con le tasche

piene di miraggi,

il cuore vuoto

di chi ha fame

e mangia

pane e ricordi

d’infanzia.

L’amore

si fa

ritorno,

canto,

incanto,

Autogrill.

 

~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

Dell’impotenza
 
sono furia
che non muove foglia
pure se voglio
 
perché io solo l’immagine
la somiglianza
un riflesso bastardo
che non è dio
e uomo nemmeno
 
e sto senza più cielo
straniero qui a terra
indeciso
se vivere sia questo
o soltanto sia un morire
che accade già da tempo.
 
 
Francesco Palmieri
dalla raccolta edita “Il male nascosto”
Edizioni Terra d’ulivi

“Orfeo dall’aurea lira”, il ricordo che non ricorda in Rilke

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Orfeo olio su legno, Gustave Moreau,1865

Nel corso dei secoli, i miti hanno raccolto e tramandato la memoria collettiva di una cultura, di una civiltà e continuano a parlarci ancora, a distanza di tanti secoli, mantenendo intatta la loro forza. La consacrazione di Orfeo nell’immagine archetipica dell’artista risponde alla risonanza profonda che il suo mito suscitò nell’immaginario di tutte le epoche. Omero e Esiodo lo ignorano e occorre attendere il VI secolo a.C., perché un lapidario quanto fortuito riferimento a noi pervenuto sulla figura mitica di Orfeo (riportato da un tardo grammatico), nel frammento 17 del lirico greco, Ibico (gr. ῎Ιβυκος, lat. Iby̆cus), poeta greco di Reggio vissuto nel VI sec., di famiglia aristocratica, vissuto alla corte di Policrate a Samo, ci restituisca il mitico precursore dell’arte poetica, il dio che canta questo nostro mondo: il mutare delle cose e degli uomini che abitano presso di esse. Il mito dunque è l’elemento preesistente, comune e universale, ma insieme oscuro e misterioso; compito della poesia è quello di portarlo a chiarezza, di dargli una forma e un ordine. Alcune tradizioni vogliono Orfeo nato da Calliope e Apollo, che gli fu vicino durante l’infanzia, insieme alle muse alle quali aveva ordinato di prendersene cura.
Non molto tempo dopo Ibico, un altro frammento lirico evoca la prodigiosa malia del canto di Orfeo: è Simonide a immaginare il quadro fantastico che anticipa il senso di una sintonia fra l’uomo divino e la natura, un tratto tipico della sensibilità francescana che accoglie positivamente tutti i vari aspetti della creazione in quanto espressione e manifestazione della grandezza e benevolenza divine. Nell’Agamennone di Eschilo, un verso radioso esprime l’estasi con cui l’universo tutto si abbandona all’incantesimo del canto primigenio: “Ogni cosa egli conduceva con la sua voce, in felicità”. Ma Onomàkluton Orphén, “Orfeo dal nome famoso “la quintessenza della civiltà greca, la figura più leggendaria dei tempi eroici è tra le più complicate tanto che esiste un’altra tradizione sul lato oscuro della storia di Orfeo, ispirata alla consapevolezza tragica della fragilità umana di fronte al decreto inesorabile del fato o della realtà che lo stesso Eschilo accoglie nella perduta tragedia Bassaridi. La sua morte non era divina come il suo canto: lo avevano dilaniato le seguaci di Dioniso per istigazione del loro dio, furente perché, dopo aver visto l’oltretomba, Orfeo rifiutava di onorarlo. A questa tradizione si riallaccia il poeta ellenistico Fanocle, nei suoi Ἒρωτες. Del resto l’esistenza di varie correnti alle quali vanno assegnati i vari cantori sacri dice da sola che il mito, per il fatto di essere orale, poteva venire modificato con grande libertà, a seconda delle circostanze. Come la sua origine, così è ignota la sua patria. Orfeo, che già gli stessi antichi Greci consideravano l’incarnazione dell’antica cultura teogonica e teologica, contemporaneo di Giasone e di Eracle che accompagnò nel favoloso regno dei Colchi alla conquista del vello d’oro, nonché il creatore di quei riti orfici che egli solo, come figlio di Eagro o di Apollo e di Calliope, poteva conoscere, è comunemente riferito alla corrente tracia. Gli fu anche attribuita l’istituzione di cerimonie religiose a cui potevano prendere parte solo gli iniziati e che da lui presero il nome di misteri orfici. Molte sono le opere che recano il suo nome ma forse solo perché riferite alla sua ispirazione e al suo insegnamento. Comunque la rappresentazione che di Orfeo fa Apollonio Rodio nelle sue Argonautiche come di un poeta dolcissimo al cui canto ubbidivano gli animali e le piante, e si commuovevano gli stessi dei, è rimasta nei secoli, incarnazione fra il mitico e l’umano di un’arte religiosa che sfiora i confini della magia e del miracolo.
La favola di Orfeo viene da Virgilio inserita, secondo la tecnica alessandrino-neoterica, in quella di Aristeo nel IV libro delle Georgiche, il libro dedicato alle api. Il pastore Aristeo si dispera per la morte delle sue api causata da una pestilenza. La madre, la ninfa Cirene, sente il suo pianto e il suo accorato appello e lo invita a recarsi da Proteo, un indovino perché gli riveli la causa della sua sventura. Questi lo informa che i suoi sciami sono stati distrutti da Orfeo adirato con lui per aver provocato la morte della moglie Euridice, “Non te nullius exercent numinis irae”. Questi versi collegano il mito di Orfeo con quello di Aristeo. Già erano presenti nella tradizione i motivi che caratterizzano la favola di Orfeo: la discesa di Orfeo negli Inferi per recuperare la moglie, il potere incantatore del suo canto, a cui si uniscono, brevemente, quello della sua morte, dovuto allo scempio vendicatore che ne fanno le donne dei Traci, e della sorte della sua testa. Virgilio li fonde, escludendo altri elementi della tradizione, in una visione di Orfeo che appare non come il fondatore dei misteri orfici, ma il simbolo della poesia stessa: grazie alla sua musa incantatrice ottiene di scendere nel tetro regno dell’Ade per riavere l’amata sposa, ma a causa di un suo errore, la perde nuovamente senza alcuna possibilità di recuperarla: rimane solo il canto a consolarlo. La sorte dei due protagonisti è opposta, in quanto opposto è il loro comportamento: Aristeo, grazie alla sua docilità agli insegnamenti ricevuti (deve eseguire il rituale della bugonia), riesce ad ottenere la rinascita delle sue api; ad Orfeo, indocile al divieto, è negata la “resurrezione” di Euridice. Risulta evidente che Ovidio nel X libro delle Metamorfosi e Poliziano nelle Sylvae sono entrambi debitori a Virgilio.
Anche Cesare Pavese ha ripreso il mito nei suoi Dialoghi con Leucò, un’opera che rilegge il mito antico stravolgendolo: egli ha scelto di voltarsi indietro e perdere per sempre la sua sposa. Euridice è una stagione della vita, un passato che Orfeo cerca, ed Orfeo ha una sua dimensione, non in cerca di Euridice, ma di se stesso. È questa una dimensione esistenziale che sola può essere dell’uomo del ‘900. “Il sesso, l’ebbrezza e il sangue richiamarono/ sempre il mondo sotterraneo e promisero a più/ d’uno beatitudini ctonie. Ma il tracio Orfeo, / cantore, viandante nell’Ade e vittima/lacerata come lo stesso Dioniso, valse di più”.

Fra le tante rivisitazioni che il mito di Orfeo ha avuto nella letteratura contemporanea anche quella di Rainer Maria Rilke, scrittore e drammaturgo austriaco di origine boema che, pare abbia preso spunto dalla copia romana di un bassorilievo attico (conservato a Napoli), in cui il dio Hermes tiene per mano (quasi trattenendola) Euridice, nei versi di Rilke invece Orfeo ed Euridice appaiono meno uniti che nella scultura e tra i due si avverte inevitabile un incolmabile abisso. Nei Sonetti a Orfeo dedicati a Wera Knoop, (Rilke ricevette dalla madre di Wera una lunga relazione sulla malattia e la morte della figlia all’inizio del 1922, poche settimane prima che cominciasse i Sonetti) morta a diciannove anni di leucemia alla fine del 1919, fa riferimento al mito di Orfeo e con la sua straordinaria capacità di poesia, la storia di Orfeo è una delle più significative creazioni del mito del XX secolo. Wera era figura elettivamente orfica. Portava con sé l’infanzia, la danza e la musica, e la morte già dentro la vita, che rinvia ad un altro frammento orfico scoperto da Colli in Euripide.

Il male era prossimo. Già domato dalle ombre
Urgeva il sangue intenebrato, ma come per fugace
Presagio rifioriva nella sua naturale primavera.
Di nuovo ancora, interrotto di buio e di cadute,
terrestre rifulgeva. Finché dopo un terribile bussare
varcò irredimibile la porta spalancata.

(I,25, Sonetti a Orfeo, vv.9-14 trad.di Franco Rella)

Nel terzo sonetto della parte prima, il poeta riflette sul potere del canto.

Ein Gott vermags. Wie aber, sag mir, soll
ein Mann ihm folgen durch die schmale Leier?
Sein Sinn ist Zwiespalt. An der Kreuzung zweier
Herzwege steht kein Tempel für Apoll.
Gesang, wie du ihn lehrst, ist nicht Begehr,
nicht Werbung um ein endlich noch Erreichtes;
Gesang ist Dasein. Für den Gott ein Leichtes.
Wann aber sind wir? Und wann wendet er
an unser Sein die Erde und die Sterne?
Dies ists nicht, Jüngling, Daß du liebst, wenn auch
die Stimme dann den Mund dir aufstößt, – lerne
vergessen, daß du aufsangst. Das verrinnt.
In Wahrheit singen, ist ein andrer Hauch.
Ein Hauch um nichts. Ein Wehn im Gott. Ein Wind.

Rilke stesso disse che la traduzione è un’arte affine a quella degli attori, «è alchimia, conversione in oro di elementi altrui». Di fronte alla lingua dei Sonetti dalla visionarietà rapace, resa con una certa crudezza, come dice Pintor, autentico miracolo di perfezione, renderne quanto più possibile la musicalità non è impresa facile. Propongo qualche variante di traduzioni di questo “inaudito centro” di Rilke, grazie al generoso contributo di Anna Maria Curci, esperta traduttrice di lingua tedesca.

Un dio lo può. Ma potrà mai adeguarsi
su snella lira un uomo, dì, al suo esempio?
L’uomo è discorde. Apollo non ha un tempio
dove in cuore due vie vanno a incrociarsi.
Non è brama, quel canto che tu insegni,
non cosa ambita e finalmente presa.
Canto è esistenza. Al dio facile impresa.
Ma quando siamo, noi? Nei suoi disegni
quando egli terra e stelle a noi prepara?
Non quando ardi d’amore, o giovinetto,
pur se t’urge la voce in bocca. Impara,
scorda ciò che cantasti. Fu un momento.
Il canto vero è un altro, soffio schietto,
che va in nulla. Soffio divino. Vento.
(Traduzione di G. Baroni)
Un dio può. Ma come, dimmi, come può
Un uomo seguirlo con la sua lira inadeguata?
Il suo senso è la scissione. All’incrocio
di due vie del cuore non c’è tempio per Apollo.
Il canto che tu insegni non è brama
O appello per avere potere infine;
canto è esistenza. Facile per un dio.
Ma quando noi siamo? E quando egli volge
al nostro essere la terra, e la terra, e le stelle?
Che tu ami, o giovane, questo non è, anche
Se la voce t’urta nella bocca, -impara
A dimenticare che hai cantato. Trascorre.
Cantare in verità è certo altro respiro.
Spirare a nulla. Un soffio nel dio. Un vento.

(Traduzione in rima di Claudio Angiolini)

È un tema tipico della poesia simbolista la riflessione sull’idea della poesia come libera creazione di una nuova realtà. Rilke riflettendo sulla propria opera ne riconosce i limiti e lo stesso mito qui si pone come forma della sapienza poetica che riscatta la caducità degli esseri e delle cose: la loro fragilità si rivela infatti un valore in quanto li rende abitatori del doppio regno della vita e della morte. Poetare è agevole per un dio immortale, ma difficile per l’uomo, scisso tra la vita e la morte.
La poesia deve dare voce alla materia informe del mito che s’intreccia all’io lirico individuale e l’universalizza in solidarietà di pena con tutti gli uomini per giungere alla creazione poetica. Rilke riconosce la limitatezza dell’uomo, ecco perché, contrapponendo il poeta Orfeo al dio Apollo, si riconosce in Orfeo di cui sottolinea non tanto la abilità poetica ma la sconfitta finale (vv.3-4) e l’intima lacerazione, espressa con soluzioni formali e scelte estreme e che preannunciano aspetti dell’ermetismo italiano. Iosif Brodskij, il poeta russo, ritiene la poesia di Rilke un sogno inquietante nel quale si conquista qualcosa di molto prezioso solo per perderlo dopo un momento “il ricordo che non ricorda” come lo definirono Dino Campana e poi Luzi.
È l’amore la prima realtà. Per questo nel magnifico Orfeo del sommo Rilke, sulla soglia del silenzio laddove tutto si fa ascolto è un soffio in nulla. Un calmo alito. Un vento.

Un dio lo può. Ma un uomo, dimmi, come
potrà seguirlo sulla lira impari?
Discorde è il senso. Apollo non ha altari
all’incrociarsi di due vie del cuore.
Il canto che tu insegni non è brama,
non è speranza che conduci a segno.
Cantare è per te esistere. Un impegno
facile al dio. Ma noi, noi quando siamo?
Quando astri e terra il nostro essere tocca?
O giovane, non basta, se la bocca
anche ti trema di parole, ardire
nell’impeto d’amore. Ecco, si è spento.
In verità cantare è un altro respiro.
È un soffio in nulla. Un calmo alito. Un vento.

(Da Sonetti a Orfeo, traduzione di Guaime Pintor)

NOTE BIBLIOGRAFICHE
Albin Lesky ,storia della letteratura greca vol. I, il saggiatore, Milano 1962 p.177
Rainer Maria Rilke, i sonetti a Orfeo, Feltrinelli, Milano 2008, traduzione e cura di Franco Rella, pp.23
Rainer Maria Rilke, Poesie, Einaudi, Torino, 1955, traduzione di Giaime Pintor p. 51.
https://www.larecherche.it/testo_poesia_settimanale.asp?id=138&tabella=poesia_settimanale

‘”I SONETTI A ORFEO” di Rainer Maria Rilke


https://youtube/0buam0er-dw

 

 

Una vita in scrittura: Rita Pacilio

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omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Rita Pacilio che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Rita.

La mia vita in scrittura è legata indissolubilmente alla vita. L’orfanità paterna e la malattia di mio fratello hanno condizionato il mio stare al mondo, sicuramente.

Non denuncerò di me l’assedio
e il rapimento.
Sulla carne intreccerò l’amore.
Perdonerò anche Dio
perché tu non pianga.

(da Tra sbarre di tulipani – LietoColle, 2005)
***
Così, per sentirmi meno concentrata sulla parte più dolorosa della mia condizione interiore, ho deciso di calarmi nel mondo, nella sua profondità, e di cercare negli animi umani le stesse dinamiche emotive che mi somigliassero per trovare empaticamente una connessione emozionale. Partendo dagli altri ho imparato a conoscere e ad accogliere anche me stessa. Soprattutto, ho imparato ad avere rispetto amorevole per i segreti e gli aspetti misteriosi che appartengono alla natura.

Il mondo è un corpo devastato
ha l’erba secca per il troppo pianto
è steso di fianco senza parole in bocca
alle dita manca il segno della pace,
si avverte il lamento del lupo in agonia
la neve permanente morire piano, piano.
Qualcuno dice non puoi farci niente
rassegnati al timbro del frastuono,
allora coglierò tutte le viole
le terrò insieme come faceva nonna
adornerò capelli scombinati
e
abbandonata alla saggezza del necessario sarò povera delle solite cose.

(da La venatura della viola – Ladolfi, 2019)
***
Senza accorgermene, via via, la mia vita finiva nelle pagine dei miei libri. Con cura e pazienza mi sono lasciata invadere e incantare dalle metafore, spesso struggenti e impreviste, per catturare in maniera visionaria, le particelle impercettibili della storia, della memoria e dei sentimenti.

Dimmi che la mia bocca
butta giù le porte
quando tace.
E che mi porterai il mare
tra i piedi nudi
a parlarmi di tutto.

(da Tra sbarre di tulipani – LietoColle, 2005)
***
Ho studiato sociologia con laurea in psicologia sociale, specializzandomi nella mediazione del conflitto interpersonale, forse proprio per quietare tormenti interiori e le mie fragilità esistenziali.

Chiedo perdono al mondo/ come lo chiedo a te/ per il mio peregrinare stanco/ per l’urlo muto/ per la corsa che mi affanna e dice./ Il destino è un cerchio senza fine.

(da Gli imperfetti sono gente bizzarra – LVF, 2012)
***
Studiare, leggere e scrivere sono sempre andati di pari passo: una specie di tessitura composta da tanti dettagli al fine di approfondire i fenomeni che muovono le emozioni. Mi sono sempre interrogata sull’assenza, sul tempo, sul perdono, sulla compassione e sul dolore. Mi sono occupata della solitudine e della frustrazione dell’ammalato, del disagio sociale, dell’indifferenza sociale, del corpo e della sua caducità.

Sputa i suoi drammi
coi colpi di tosse
per gioco, per amore
scorie sottili nelle mani esibite

è latente lo scontento sulle spalle.

Gli imperfetti sono gente bizzarra
lasciati nell’arena, non so dire esattamente,
come un silenzio, un ghigno.
Ho pensato che Dio ama l’insicurezza
e le sfumature dei dirupi.

Io mi trovo qui dove non si torna indietro.

(da Gli imperfetti sono gente bizzarra – LVF, 2012)
***
L’amore in tutte le sue forme (l’amore malato, il sopruso …)
Quella che hai amato
io l’ho uccisa
l’ho scucita lungo la schiena
le ho tirato via la carne
succhiato il sangue
l’ho stesa sul lenzuolo:
è lei stessa quel Cristo feroce.

(da Quel grido raggrumato – LVF, 2014)

L’amore è la tematica sottesa a ogni mio scritto; amore come vera e unica motivazione di vita: testamento simbolico e spirituale per l’umanità intera.

[…] Allora, tu, quando io morirò, devi fermarti e smettere di ascoltare coloro che opprimono curiosità e coraggio. Dai voce, invece, alla libertà e nutriti di gioie salvate dalle risate grasse, dai colori estivi, parole che sommate fanno algebre strane. Stordisciti di sapienza, capelli sciolti, di polmoni vuoti e verità. Quando non ci sarò più schiarisci la voce e tieni con te il carico prezioso della tenerezza umana.»

(da Prima di andare – LVF, 2016)
***
L’obiettivo della mia poetica, infatti, è la diagnosi del mondo. Per questo, mi piace ripetere che, secondo me, la poesia è un luogo di esperienza, di incontro, di elaborazioni e modificazioni che partono da un atto di fede e di speranza. È stato molto complicato mettersi in gioco, farsi leggere, pubblicare, partecipare ai Concorsi o Premi. Soprattutto, vincere ed essere apprezzata, accolta. Niente era ed è scontato. Ricordo che venticinque anni fa per far leggere i miei testi inediti ai grandi della poesia, riuniti in un convegno internazionale sulla parola poetica, andai di persona. Presi il treno e dalla mia provincia campana arrivai a Montiglio, in Piemonte. Fu l’esperienza che ha segnato il mio futuro nella scrittura perché fu allora che venni invogliata a pubblicare e a perseguire nella poesia. Certo, non sono mancati sacrifici, errori e delusioni. Chi di noi non ha subito un torto, un’ingiustizia o un tradimento!

Fammi un favore… questa volta
mi è sembrato possibile riuscirci
qualcosa simile a togliere lo sporco
dalle mani o discutere nella striscia
d’ombra che raggela quando sono qui.
Non serve a niente arrivare in anticipo
cercare di piacerti un’altra volta.
Ci provo da quando ero bambina
nel catino freddo di nonna da cui uscivo
più piccola e più bianca.
Lascia perdere, non è così che diventi
fiume! Ma io scorro senza tregua,
senza consolazione ed è incredibile
quanto oceano sia diventata
nel vetro scuro dei tuoi occhiali
se ogni giorno appaio povera, profanata.

(da Quasi madre – Pequod, 2022)

Zahira Ziello, Inedito.

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photo by Trini Schultz

 

Maccare

 

Quando l’aria  degli alberi fu finita

gli animali della terra, del mare e della guerra

si trovarono una stanza infossata e inabitata

“Siamo un solo spirito” – disse il soffio

“Siamo un solo ritmo” – disse il battito

“Siamo un solo nodo” – disse il cappio.

Una sola stanza non bastò a contenere il tumulto rimasto,

lo scarto ammassato volle da subito definirsi distante,

i corpi s’allontanarono, s’infrattarono fino al costituirsi dei limiti.

Alloggiati in stanzette con serrature senza mandate, senza guardiani,

non insegnavano lo spavento dell’agguato ai teneri piccoli,

s’aspettava che l’ispezione cogliesse gli infatuati ansanti e indaffarati,

nulla si sa, nulla s’impartisce, la lezione è “Ci si nasconde”.

Ci si frantumerebbe in briciole per nascondersi meglio

“Io non so di te. Tu non sai di me”

Sussurravano i corridoi

S’impara velocemente, sì, ma tu, lettore caro, sai competere con la trasparenza?

Tu che hai un corpo che sarebbe intero anche senza pelle,

che potresti vedere anche senza muscoli,

con cui potresti ballare anche col solo pulsare delle vene,

le cui ossa resistono al secolare mangiare della terra,

competi tu, essere integro, con l’assuefazione.

Rifletti, carcassa pesante, e cammina fino all’ingresso della fossa,

li vedi? Si coprono di nero con un manto, intanto che aspettano la sorte,

dal muso alle zampe appannaggio di una sola nuvola priva di pensiero,

paiono covare essi stessi la propria attesa, come non volessero mollare la presa

di quella corda umida su cui siedono. I piedi penzolano lenti

su un ampio spiazzale che ha colore e consistenza di polvere,

il cui solco nel centro risuona come la cassa di uno strumento

monocorde. Sul filo erano in troppi, delle volte,

qualcuno cadeva, avrebbero dovuto legare altre corde,

ma il Bugiardo chiedeva il progresso, e questo s’identifica con lo spreco

che riempie le sue dita di gemme di plastica,

che permette ai suoi denti di cariarsi,

che leva ai pesci le alghe incontaminate,

che occlude anche ai sassi le radici.

Egli aspira ad un assoluto convesso che lo copra come in una bolla,

che lo sleghi dalle contingenze, un cielo di plexiglas, insomma,

per avvicinarsi alle forme mutate in velocità,

per avviarsi all’ordine del cerebrale,

alle liturgie del sé contenitore di statica sacralità.

Allora giù, dov’è freddo, strisciando per canne robuste dai suoni delicati,

per finire lontano dalla casa, ormai abitata.

La casa del sospetto ha stanze di colpa e di punizione:

come fossero chiavi della cintola di dio

gli inquilini scuciono la toppa per disporsi gelosi

ad origliare gelide presunzioni di fede

“Si discute di un temuto mercoledì delle ceneri”

“Ma mai arriva”

Intanto accumulano grasso e menzogne da disporre sotto i tappeti

perché l’assordante passo di dio non li colga dormienti

seppure non vissero che accumulando riserve e mai grazie,

riserve di chiassoso peccato, che li consolassero

dal bianco divino che appanna lo sguardo, ma non placa la voglia

di esser rovesciati ancora, e sporcati ancora.

Il bianco non sazia, il bianco lascia che il languore frema,

che il piacere aumenti finché

la porta si spalanchi

e dal grigio del lungo corridoio il pallore ansante invada gli anfratti

dov’è nascosto il marcio. Le sentinelle s’impuntano dritte

coi talloni sui bordi dei tappeti, perché a sbucare non sia la loro colpa

ma quella di chi, imperfetto truffatore, non ha saputo esser svelto.

E che scoppi la rivolta, che un capro deve sempre essere sacrificato,

che i virtuosi predicano ma disdegnano le suppliche,

quindi che il matto sia gettato giù

dal dirupo, come gli antichi

dalla forca, come le streghe

dalla piazza, come i lebbrosi

dall’Eden, come gli uomini.

Le chiavi

credono nella perpetua discendenza della creazione,

ricordano che tra chi fu generato, tu fosti posto nell’angolo del fosso

costretto in un basso putrido, i cui segregati non prestano servigio,

intanto i ciechi penitenti abitano in bilico nella fosca nebbia

che lo sfiatare di dio caccia,

egli appanna il cielo e i ciottoli

da cui gli obbedienti si coprono i piedi e le orecchie

perché i predecessori non li riempiano di graffi

richiamando all’attenzione gli spirti odierni:

Bisogna che ci sia un piccolo insetto,

magari deforme o magari pensante,

qualcuno che raccolga il peccato senza nasconderlo,

qualcuno cui non può essere rimesso il male

perché non cosparse la propria testa di ceneri.

Finì col racimolarsi di un uomo solo,

uno piccolo, dalla voce bassa e dalla testa china,

era spietato il suo dissenso ma inerme la sua pratica,

sicché lo presero senza che strillasse l’ingiustizia del torto,

“Non si urla a un dio bugiardo che mente.

Io gravito impermalente tra le orbite altrui,

mi sottraggo al verso, esattamente come il nero è tale

perché rifiuta in apparenza gli altri colori.

Io non chiesi mai di aprire la serratura,

non si può chiedere una quiete che non si è provata…

ma capitò di spiare, e la delizia fu troppa,

al di là lo squallore si annulla e il declino si spiega.

Io non saprò, so che non saprò, distanziarmi da chi mi tarpa,

per ingordigia, per timore, o per devozione alla sottomissione,

io starò qui perché i cretini possano vedere nel mio sacrificio

il Bugiardo che si nasconde”

Che si sa –annuncia uno squilibrato- il male è male,

va fatto, ma che non si dica, che non si sappia.

La perversione non è degli atti ma della parola

di chi la professa con la lingua linda dallo squallore,

che fu solo di chi, bugiardo, disse no,

che si sa:

chiudono gli occhi nell’aldilà.

 

Zahira Ziello

Paolo Castronuovo, “La croce versa”, Effigie, 2022.

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A chi illumina

 *

 

La poesia è come l’acqua nelle profondità della terra.

Il poeta è simile a un rabdomante,

trova l’acqua anche nei luoghi più aridi e la fa zampillare

 

Alberto Moravia

 

La croce versa (o il tentativo di cambiare)

 

la croce versa nell’uovo

è il frassino nel cuore del conte

la cellula che purifica l’etichetta

battezzando la fede in scienza

 

un simbolo che impongo

per cambiare le immagini

tagliare il ciclo e aprirne un altro

in un rivolo di sangue blu

 

un punto e a capo che serve

all’interlinea stretta della vita

per respirare il diverso

e chiudere le oscurità nel guscio

 

vergere la croce portata

farne posata o fionda

per debellare la malattia del verbo

con la pietra della negazione

 

vorrei cancellarti dalla mia fronte

lo sfregio di caino che mi addita nella folla

accresce il tuo ego

nelle fauci dell’adorazione

 

potrei morirti sui piedi se mi lasci respirare

e dirti quanto sei immensa sarà un gioco

come scagliare la biglia dal pollice

mentre le ombre lasciano le case alla sera

 

ma devo eliminarti

macellarti in una mole fine

farne polvere e bagnarla per non respirarla

affinché ogni odore di te si estingua

 

cambiare ossessione per quanto possibile

dimenticarti fluire come un pesce rosso

morto nel pozzo della tazza scarica

dicendomi che ora andrai nel mare con le altre

 

l’essere tuo mi annulla

e una poesia è troppo rapida

per un lungo addio

che garza il distacco netto

 

starò a contemplare alla finestra della memoria

mentre scagli quella croce

sull’uovo che si cuoce

e io non avrò più nulla da dire

 

*

 

è inutile il tramonto

per addormentarsi sull’amaca delle tue ciglia

per ondeggiare fino a cadere sui listelli del molo

dove tra i nodi del legno spiccano le conchiglie

allineate su una spiaggia desolata di inverno

mentre la pelle è livida dal freddo

le corde che ti ormeggiano la colorano

e io ti guardo in questa cornice descritta

mentre i primi gabbiani si affacciano alle nuvole

e la spuma del mare mi porta

sempre più vicino

sempre più lontano

al tuo profumo bronzeo

 

*

 

la rima

baciata è uno stupro

preferisco sguinzagliare canneti

dalle sponde della spiaggia

farne falò di notte per lo spiedo

di un bacio atteso a ruminare

lungo le vie delle barbarie

 

strapparti i vestiti con le forbici dell’attenzione

sregolare l’attrito di un catamarano

staccare la dinamo dalla graziella

e scaraventarla nell’oltremare

non scrivere per compito

ma solo per amarti

 

*

preghiera nera

 

regalami le tenebre del tuo bosco

fiore dal polline nero

 

inquinato dal battesimo perché l’ateo è il vero puro

senza decaloghi da infrangere

bagnato solo della placenta di sua madre

 

non meritavo gli inferi alle porte

o le spinte col forcone

una nascita bastava

 

voglio togliermi il mantello acqueo

– di sacro preferisco il fuoco almeno arde

uccide le spore disinfetta

 

non certo aleister mi regalerà la felicità

con la sua disobbedienza a cefalù

 

ma tu donna scarlatta

sorridimi ancora – amami

in pozioni che mai berrò

sacrificherò il mio vuoto

 

non sarò sabbatico adepto

alla cena dei bottoni

dell’antitesi del bianco

né all’altare di cognac e coca mi prostrerò

 

/ non fa per me /

 

ma tu sei maga

nera – strega

pallida in viso

 

ti salverò da qualsiasi inquisizione

tramandata nel tempo

tra un affresco stilizzato e l’altro

mi battezzerò solo della tua bellezza

 

non avremmo crocifissi né esagrammi da adorare

calici e pissidi saranno vecchi inesplorati

ti sposerò all’abbazia di thélema

tra finestre di jimmy e ruderi d’edera

 

nel nome del tuo nome

 

amen

 

 

il flusso nel volo

 

ho perso punti virgole capoversi nel volo dove ho incontrato te tra le anime esiliate finalmente qualcuno poteva vedermi le labbra divennero amaca alla tua vista perdendo vizi tumorali alla presa della mano in caduta poi abbraccio ancorato alla schiena dal rostro scarlatto dell’unghia impiantata lasciando divenire la mia futura cicatrice la più lucente tu affascinante anche negli sfregi dell’anima anonima amo le sfaccettature della lettera x incisa perché misteriosa incognita pacifica parità all’estremo eliminazione di paure libertà voglia costringere il bacio labile tagliente impiastrica le pelli di sapori pioventi bagnati da bava di chiocciola di cui non necessita la tua bellezza ancestrale squarcio labialinguinale nell’accartocciarsi al fiato aumentato dalla diminuzione dello spazio scosso dal tuo seno nell’intreccio cauto avvincente sì è il momento dopo il blocco consumato dal silenzio troppo lungo prima nella ventosa chiusa negli sguardi dai polpastrelli clitoridali voluta sempre in queste vesti aperte noi chiusi in un involucro bambagia di carezze sul naso indiano bucato dai tuoi occhi sentiti nel buio luce del nirvana dottrinale disseminato dopo il mio ateismo come petali confusi sparsi al tuo cammino i nostri sguardi scettici d’amore ora baciano la terra che arriva a ovattarci al suolo ancora in morte nel nulla del vuoto esplorato dal silenzio nel tuffo dove non riusciamo per via dei nodi a urlare lì nei flashback della vita

Gioia della Resurrezione

Raffaello Sanzio, La Resurrezione di Cristo, Museo di San Paolo, Brasile

 

Suono di campane,

voce che trasvola sul mondo,

canto che piove dal cielo sulla terra,

nella città sorda e irrequieta,

e nel silenzio dei colli

ove, nel pallore argenteo,

le bacche d’olivo maturano il dono di pace.

Suono che viene a te,

quale alleluia pasquale,

a offrirti la gioia di ogni primavera,

a chiamarti alla rinascita;

a dirti che la terra rifiorisce

se il tuo cuore si aprirà come un boccio,

che ripete un gesto d’amore e di speranza,

levando il mite ramoscello

in questa chiara alba di Risurrezione!

 

Gabriele D’Annunzio

~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

fratello
 
tu non sei mio fratello,
 
sei la iena che ride
 
sulla carne sbranata
 
lo sciacallo nascosto
 
che scambia oro con morte
 
 
 
te le voglio ricordare
 
le tue mani assassine
 
mentre sazi da re
 
il tuo infame appetito
 
o quando sfiori i bambini
 
che si faranno soldati
 
 
 
te lo voglio ricordare
 
chi ammazza il tuo fucile
 
dove cadono le tue bombe
 
e quante tombe le miniere
 
senza un fiore, una croce
 
 
 
te lo devi ricordare
 
quando aggiungi un altro zero
 
mentre uccidi un uomo vero
 
quando alzi un altro muro
 
per sentirti più sicuro
 
quando imbracci la tua falce
 
non per mietere ma per far strage
 
 
 
ricordati bastardo
 
che da qui fino all’eterno
 
né per dio né per altra ragione
 
io ti sentirò mio fratello
 
io ti chiamerò mio fratello.
 
 
 
Francesco Palmieri
 
 
dalla raccolta inedita “Mr Hyde o del profondo abisso”