~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

Ad alcuni piace la poesia

Ad alcuni –
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole, dove è un obbligo,
e i poeti stessi,
ce ne saranno forse due su mille.

Piace –
ma piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa,
piace averla vinta,
piace accarezzare un cane.

La poesia –
ma cos’è mai la poesia?
Più d’una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
Come all’ancora d’un corrimano.

 

Wislawa Szymborska

(Tratto da La fine e l’inizio , Scheiwiller editrice, Milano 1997. Traduzione di Pietro Marchesani.)

Canto presente 54: Adriana Gloria Marigo

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Adriana Gloria Marigo

Poesie scelte    

 

da   Un biancore lontano, LietoColle, 2009

 

*

Tu non hai memoria dell’infinito

al mio sorriderti nella sera d’aprile

alta su Treviso, dopo lo stupore del temporale

che sorprese lo sfarfallio del nostro pensiero.

 

Neppure ricordi la luce intrepida sull’erba

vibrante il fresco dell’acqua generosa,

i petali volati lontani dal fiore,

gli umidi balsami nell’aria, di nuovo azzurra.

 

 

*

Trascorsi stagioni in terra di nessuno –

landa vasta, senza orizzonte

al plausibile, al gioco ermeneutico

o al magico conto che serve

il viaggio fenicio.

 

Il tempo trascorse dalla terra

per verticale di linfe

e nel punto di fuga iniziò – alla prospettiva –

l’evento creatore.

 

 

da   L’essenziale curvatura del cielo, La Vita Felice, 2012

 

*

Attesi l’estate per l’esultanza

della luce, la benedizione

dell’ombra, quando lo zenit

è acceso e tutta l’aria

è ambizione della sera

l’intesa di un intrico

verde pulsato di bianco.

 

Venne invece la distrazione

del prodigio, l’orbita rovesciata

nella gravità dei corpi, l’urto

scomposto alla letizia.

 

 

*

S’inclusero le tue parole

in una perla d’aria

– memoria tenue d’universi –

mentre io sgranavo giorni

nei miei occhi di ninfa

mi feci vertigine d’ala

intesi l’ammanco originale

la tua nascita sotto un graffio di vento.

 

 

da   Senza il mio nome, Campanotto Editore, 2015

 

Amor coeli

Sovrastati dal suono della luce

non ci trattengono basse correnti

dove motteggia sempre vero

il tonfo della specie

bassura transitiva di minimo

non accettabile all’inquieto

malleolo in danza.

 

E s’avvera l’azzurro teso

Stando in maestà la luna

di notte viene un vento raro

ad avvolgersi selvatico

sugli alberi spersi nella brughiera

a sconfinare stelle fino in terra.

 

E s’avvera l’azzurro teso,

la sua pagina infinita.

 

 

 

da   Astro immemore, Prometheus, 2020

 

*

Basterà l’aria levantina

selvatica e scarna di oggi

sull’iperbole stesa del prato

 

il cielo di nubi zoomorfo

a specchiare l’incerta

profusione vegetale

 

imprimere cesura al frusto

mentre ad agresti lunari

ascendono canti alati.

 

 

*

Obbediente alla congiura dei miti celesti

dalle geometrie sassose oltre il lago

irrompe con lama tagliente

il ventoso sterminatore di foglie

piegate alla confisca dei neutrini di luce,

impone tra la dura trama grigia

spore di cielo, notazioni somiglianti

a suoni su pentagramma.

 

Canto presente 53: Silvana Pasanisi

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Silvana Pasanisi

LETTERE DEL DISTURBO

Carissimo amore
figlio di un cane
scendo ora da questo pandemonio
e pensavo di invitarti a leggere qualche rima
quelle storte che non mi mandi più.
Ne ho bisogno
piccolo disturbo solido,
invenzione delle quindici del pomeriggio,
avverto la tua mano esattamente nella sua posa.
Avevi un meccanismo perfetto
conservalo
ne rivedo il ritmo
il ticchettio dell’orologio.
Mio amore d’altre letture
sono la sposa di tutte le tue mani
io
dovresti saperlo,
non ho altro sangue a disposizione
ma qualche immagine si
se vuoi.
Ti ho scritto da dov’ero
ed è qui il punto.
Non c’era arrivo e nessuna partenza,
restavamo attaccati a piccoli fiori botanici
nello stesso posto
confuso
ingrigito da piccoli alveari.
Una lettera non può arrivare cosi.
Ora qui si tratta di partire
da movimento a movimento,
siamo intesi, ci manterremo in piedi con qualche utensile
l’uno con l’altro
un tandem da piccole manifestazioni eroiche.
Ho parlato con gli amici
mi portano alla rotonda
sono cosi perfettamente sincroni.
Tu non hai mai indovinato un accordo
dio quanto eri fuori tono.
La voce però
aveva un’ infinita anima baritonale
diffusa
da Creatore.
Questa è una lettera
si scrive per un motivo,
e io devo riavvolgere un’intera pellicola,
pensa quanto tempo starò muta a riguardare le scene.
Mandami un colore
uno che parta felicemente
senza croci
senza nemmeno la minima alleanza.
Vedrò di farne qualcosa
mi rinvigorisce il pensiero
dare utilità a qualcosa già perfetto
come la somma del viola e del giallo
o il perbene di certe donne
aggraziate
Mi disturba non sentire la tua voce
era nel basso
nella tastiera
nell’orlo del mio vestito
ora è nell’anticamera del mio gelso bianco.
Ora devo andare
scusa la stanchezza
ho usato vigore e pezzi interi di alchimie
devo conservarmi per tutti gli usi
come fai tu.
In calce al foglio trovi tutto
anima
esempio
storia
presupposti
angolazioni.
Ora anche le scarpe mi sembrano appaiate.

IL DISPETTO

Questa va a memoria
per fare dispetto ai morti
va tenuta a mente
va considerata senza discrezione
Se vi pare poi
dimenticatela
o aggiustatela
mentre siete col vostro cane
Vale per tutte quelle trame non scritte
Per tutte le volte che la realtà ha sopraffatto il mezzo
l’unico mezzo che abbiamo
pieno di parole
Per mancanza di inchiostro
Pure
Per arresto cardiaco
Pure
Che strano
Pensavo di poterne salvare almeno una
di donna come me
con gli stessi vermi
con lo stomaco pieno di capoversi
con l’utero assassino
Non è andata così
Con fare recitativo
impiegate tempo ad imparare i nomi
Ma sono morte
e sono insieme
Non chiedo più alle vive
Il mio appello è alle croci
sotto tutta la terra
Rassegnatevi
Li siamo salve
Intere
A memoria
Da tenere a memoria

PIETA’ DI ME

Scusate se insisto
se mi permetto
avreste per me un aspetto di ripiego?
Si
un paio di occhi scuri come la neve
un portamento antico
a spremere fierezza sui fianchi

Come un limone sul balcone di fronte
che non si inchina più alla sua pianta
Scusate
lo so
vi sembreranno richieste fuori luogo
voi siete una platea intera
e io una
ma per sbagliare bene
devo farvi inumidire gli occhi
e ho bisogno di una forma di sostegno
che non mi pianga addosso

Scusate se insisto
tutte le bambine che sono
non fanno una donna sana

Avreste per me
Qualcosa da dire al mio posto?

ELEGIA DEL CONTRARIO

Sei più bella cosi
morta
Appariscente ma giusta
esaltata dai buoni amici
e non da te

Qui c’era un si
deve essere scappato
sulle inconsistenti nebbie dell’accondiscendenza
Ne faremo buona cenere di legna1313
per il primo fuoco

Lo vedevo quel filo che ti legava alla vita
cosi volgare
Eretico

Lascia che arrivi il finale
A chiacchierare poco
A rendere grazia
A eliminare il sospetto
Stai meglio
morta
le mani giunte e il cappello spostato sugli occhi
le lacrime arrivate fino alle ossa
il libro
diviso in piccole parti

Fottili

arrenditi prima
falli pensare

La foto in cui somigli
a quello che vorrebbero dire di te
l’ho messa sulla lapide
ho scritto con la lingua bagnata
Qui non c’è nessuno
potete piangere
nessuno vi vede

APERTURE ORDINARIE

Si apra il ramo
spuntino a modo loro le sostanze impreviste
foglie
argomenti
clave usate sotto dettatura
amori da fame
quello che ancora non è stato detto
Si chiudano i varchi appassionati
non c’è tempo
Ora che ho la tua attenzione
affacciati e segna col dito i tratti
Può funzionare
se tutto è troppo per una valigia
Da qui
in solitaria
passano isole
qualcuna forse la riconosceresti
promontori lontanissimi
non so
mi dicono siano necessari al viaggio.
Che non si dica mai
mai
che lo sguardo non arrivi al pianeta seguente
che non pratichi l’ingordigia
Oseremo chiamare per nome
una ad una
le conchiglie che portano al mare
Gli arcipelaghi no
quelli faranno di noi
esattamente quello che vogliono

LE MIE SORELLE

Le mie sorelle
sono sottili
fogli di pergamena sottili
dalle gambe fragorose di tritolo
che camminano storte
e ti silenziano il sonno
ti operano lo sguardo

Hanno un rumore di fondo
senza ombra
la loro copertura
e’ da ambiente dell’altro mondo
povero poverissimo
come un santuario chiuso
srotolano i capelli
di lunghezza impercorribile
ma loro lo sanno che cadranno
tutti
e sulle loro teste si spaccherà la luce

Sulla copertina della rivista
sembrano spettatrici casuali
iridescenti
Non credere a niente di quello che vedi
hanno rami lunghissimi e contorti
intrecciati
all’interno del libro ispido
troverai cotone da cucire
tra le cosce e le pieghe
e si svuotano le mascelle
di saliva irata

Con un intero mare al tramonto

Nota critica per “La grazia dei frammenti” di Domenico Cipriano, Giuliano Ladolfi Editore, 2020.

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Frequento la poesia da un po’ e di libri ne ho apprezzati, accantonati, imitati, cestinati ma mai in nessuno ho trovato il suggerimento di un brano ideale che si legasse “emotivamente” a ogni sezione di testi e fungesse da tappeto sonoro da cui attingere e verso cui dirigere emozioni e rimandi. Avviene questo leggendo i testi di Domenico Cipriano, poeta di grande eleganza, raffinatezza, sobrietà e, dote ancora più pregevole e rara di questi tempi, umiltà. La sua ultima raccolta, pubblicata da Ladolfi Editore è intitolata “La grazia dei frammenti” e raccoglie una selezione aggraziata e curatissima di poesie scritte nell’arco di un ventennio, a partire dal 2000. Il tentativo, neanche troppo celato, è quello di fornire al lettore un’esperienza suggestiva di incontro tra le arti. E in effetti, la nota biografica dell’autore menziona progetti di incontro con la musica, realizzazione di CD di jazz e poesia, videoperformance, testimonianze tutte di un grande interesse per le arti, in particolare per la musica. È evidente fin dalla prima lettura dei testi la maturità e la consapevolezza stilistica del nostro, insieme alla motivazione che senza dubbio lo ha mosso, quella di raccogliere e riorganizzare la propria produzione. Le poesie, antologizzate in ordine cronologico di pubblicazione fino a formare un corpus distinto in cinque sezioni, sono tratte da Il continente perso (Fermenti. Roma, 2000), Novembre (Transeuropa, Massa, 2010), Il centro del mondo (Transeuropa, 2014), L’origine (L’Arcolaio, Forlimpopoli, 2017); i testi della sezione finale Nel bicchiere da consumare, invece, sono inediti in volume.

La sezione iniziale è introdotta da una citazione tratta da La ragazza Carla di Elio Pagliarani e, come tutte le altre sezioni, da una vera e propria guida all’ascolto, testimonianza di un amore viscerale per la musica di ogni genere (dal jazz, al classico, alla world music, alla musica etnica, elettronica, ecc). E l’amore è il primo tema che affiora leggendo gli equilibrati versi di Cipriano: amore per la propria terra mitizzata, l’Irpinia, quando scrive “Sulle mie montagne / c’è il mare”, tempestoso perché riflette gli animi della gente che non sogna né spera nel cambiamento. Mentre il tempo scorre lentamente, rarefatto e sospeso, e le stagioni mutano segnali, Cipriano descrive una realtà statica i cui abitanti restano ad osservare il treno dai monti. L’Irpinia di Cipriano è primordiale, astorica, immobile, tanto da provocare la partenza di molti. Dall’amore per la propria terra si passa all’approfondimento dell’amore per una donna, Maria Carmela, nella breve ma intensa sezione intitolata “Le tue grazie”, in cui l’autore decanta la condizione di innamoramento e felicità per l’amore ricambiato e corrisposto e vive un appagante stato di grazia dato dalla bellezza e dalla semplicità del momento. La scrittura è caratterizzata da chiare immagini visive e da un linguaggio che si autogenera, rivelando caratteristiche di concisione e luminosità: molti testi, infatti, in particolare quelli delle sezioni Città degli occhi e Intermezzo, confermano il taglio epigrammatico-aforistico. Le soluzioni metrico-ritmico-foniche (assonanze, consonanze, allitterazioni) rafforzano l’eleganza e l’arguzia dei testi. La forma metrica è molto vicina alla prosa, in grado di assumere un ritmo che, nei momenti di maggiore intensità, riesce a trasportare il lettore fino al piano metafisico del dramma. “Novembre” si apre infatti con frammenti lirico-prosastici di grande intensità. Già il titolo è molto evocativo, Novembre è il più crudele dei mesi, altro che Aprile come scriveva Eliot. La sezione è dedicata al tragico terremoto che colpì la terra del poeta il 23 novembre 1980 alle 19,34. In relazione alla struttura, appare un triste gioco di rimandi e di corrispondenze studiati ma sentiti tutti sulla propria pelle: le poesie sono 23, composte da strofe eptastiche. Nella versione originale edita nel 2010, il prologo è di 34 versi e l’introduzione di 11 che corrisponde al mese di novembre.  In alcune strofe Cipriano diventa narratore onnisciente, testimone dei fatti, adotta la prima persona perché i frammenti sono autobiografici, materiale di analisi private ed esistenziali, in altri la poesia si fa corale, uscivamo come formiche disorientate, cercavamo con le auto il rifugio più sicuro, accettavamo il freddo, ci stringevamo per proteggerci, questa sera ceniamo con la morte, ecc. Moltissime sono le occorrenze della parola voce che diventa testimonianza che resta, memoria, rievocazione di quello che è successo. I testi tratti da Il centro del mondo per la sezione Le stanze nascoste e Irpinia metafisica sono intimistici e colloquiali, colgono sensazioni, ricordi del passato relativi ai propri affetti familiari, del resto cos’è il centro del mondo se non la nostra casa? Nel primo testo il poeta è così assorto nella contemplazione fantastica del tramonto che prova un senso di smarrimento. Le voci intrecciate in lontananza scandiscono lo scorrere del tempo e suggeriscono l’idea dell’eternità mentre il bagliore di una luce sterminata si insinua sottopelle. Il guizzo della mente coglie descrizioni di attimi di vita vissuta, memorie personali di persone care, visioni oniriche di oggetti, sensazioni, profumi. L’osservazione è diretta anche ai primi giorni di vita della propria figlia, di Sofia, che apre gli occhi sfidando la luce, che scopre le mani, che osserva il mondo che la circonda, che sorride alle cose, che cresce e cambierà così come cambiano le cose abbandonate. E lo smarrimento esistenziale si coglie quando ci si confonde come un fungo tra le foglie prima di rifiorire tra le croste dei bar sconsacrati e lo si ritrova anche nell’aggettivazione usata nei vari costrutti come siamo rifugiati, presente evanescente, storia rinnegata, vuoto incomprensibile. Perfino i rami sono pigri e riflettono / la coscienza della gente, sono tristi e si lamentano del freddo, del caldo, della solitudine e della noia. Il senso di smarrimento lo si ritrova anche nella sezione successiva, Città degli occhi, quando ci si sente viaggiatori del mondo in cui passano persone /senza mai incontrarsi e si descrive la sensazione di sentirsi anonimi / in tanta umanità distesa. Cipriano è un viaggiatore che parte per tornare ai luoghi di origine perché il senso di appartenenza alla propria terra è fortemente radicato in lui ed emerge, in particolare, nella sezione Natura domestica & Lampioni. Nella sezione L’origine, è descritto l’intimo inizio del mondo, descritto con grande capacità di osservazione, nei suoi dettagli più nascosti. L’ultima sezione, l’inedita Nel bicchiere da consumare ricorda Neruda e comprende sei poesie celebrative, inebrianti, non a caso dedicate al vino come momento di condivisione erotica, di allegria, come prodotto autunnale che richiama per il suo colore le labbra vive della donna amata. Solo in questi frammenti e nella sezione già citata Le tue grazie, tratta da Il continente perso, si avverte il superamento dell’inquietudine amara che traspare da tutte le altre sezioni. Cipriano si fa interprete e portavoce della disillusione e dell’afasia di un’intera generazione, le cui speranze e aspettative sono state tradite e deluse. Ecco forse la missione di riscatto morale della parola poetica e il desiderio del poeta di tramandare e trasmettere ai posteri, con incisività descrittiva, la propria storia, la propria osservazione e interpretazione della realtà. Al di là del tono elegiaco e malinconico di buona parte dei componimenti, le caratteristiche di autenticità, sobrietà e compostezza formale della poesia di Cipriano, a mio avviso, la rendono classica e universale dunque destinata a vivere e a durare.

© Deborah Mega

 

*

 

Sulle mie montagne

c’è il mare.

Lo guardo appoggiando

l’ombra a un palo.

Sempre tempestoso

riflette gli animi

di questa gente.

Chi vive lì sotto

vede fosche giornate

ripetersi, inutili,

senza sogni, né

speranza di cambiare.

 

Siamo pochi

rimasti a guardare

questo mare.

Scompare

a Mezzogiorno,

quando la bassa marea

assorbe le sue nuvole.

 

 

Se ti abbandonerò

non è per il tuo odore umido

di terra a novembre

ma per l’odio giallo delle fronde

sul tuo costato di roccia chiara.

 

Animali da fieno

battono zoccoli duri

sulla tua pietra bianca,

il cuore spoglio tutto l’anno

del geranio disarma

mi rende estraneo.

 

 

(a Maria Carmela)

 

I sogni illuminano il buio

per questo ti ho conosciuta

nella notte sonnecchiata,

riccioli bruni, sorriso vibrante

sguardo sicuro. Piano si assenta

la sera nei nostri racconti

scuciti dai troppi rattoppi

barcollanti e sbiaditi:

ti ho cercata attendendo

un crocicchio al sole.

La notte confonde le viole

e tu hai confuso ogni nota

alla musica nella mia testa:

il tuo viso è quello che resta.

 

(Monteforte Irpino, 29 marzo 1999 ore 1,40)

 

1.

 

trema la terra, le vene hanno sangue che geme e ti riempie. è un fiotto la terra che lotta, sussulta, avviluppa. confonde la terra che affonda, ti rende sua onda, presente a ogni lato soffoca il fiato, ti afferra, collutta, si sbatte, si spacca, ti vuole e combatti, chiede il contatto, ti attacca, ti abbatte. è fuoco la terra del dopo risucchia di poco le crepe: la terra che trema riempie memoria. ti stana, si affrange, ti strema, è padrona.

 

11.

 

sciacalli sui resti delle case, tra i morti e le pietre, ma nel freddo si nutrono aiuti improvvisati, attrezzati con la forza della stessa notte. l’anima di un carcerato strappa dal pigiama una benda e stringe il sangue della ferita sconosciuta: lo racconta mia cugina che di quel sangue porta i segni.

 

13.

 

è della notte il grido ancora vivo mentre sistemiamo i pacchi in numeri col pennello rosso che segna le pietre. si rimette ordine classificando i danni le case sbriciolate, le vite perdute, ma nel conteggio si perde lo strazio le lacrime versate, il futuro inaridito.

 

 

Disteso sui miei sensi penso

(oltre le nuvole e le luci dei lampioni

alari) col fiato sospeso sulle colline blu.

Nemmeno i corpi uniti nell’amore

e racchiusi in un respiro solo sanno dire

dell’immenso in cui mi perdo ora

per questo tramonto vulnerabile e mobile

nel bagliore di una luce sterminata

tra le voci intrecciate in lontananza.

Se apparteniamo – per un istante –

a un’altra vita, a un’epoca leggendaria,

non ci è dato sapere dal poco che tracciamo

sciogliendo in illusione le certezze.

È quel bagliore, che si insinua vorticoso

oltre la forza decisa delle ossa,

ad aprire un nuovo varco sotto pelle,

a rinominare infinito il suono delle cose,

di quell’oceano che si nasconde eternamente

dentro al volto immobile dei monti.

 

(Montefusco, 8 gennaio 2012)

 

 

Sulla tua faccia il rossore

di vino e ti sfioro l’orlo

della camicia ma non lascio

che il tocco scombini ogni forma

ed osservo il tuo riso, il gioco

parlando, sfiorando la fronte.

Attiro alla voce la voglia

di vita, risalirei nella valle

profonda le dita ed aspetto

godendo (come allora) il tuo viso:

ogni amore è improvviso.

 

Testi tratti da La grazia dei frammenti di Domenico Cipriano, Giuliano Ladolfi Editore, 2020.

~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

Sia questo il verso
 
 
Mamma e papà ti fottono.
 
Magari non lo fanno apposta, ma lo fanno.
 
Ti riempiono di tutte le colpe cha hanno
 
e ne aggiungono qualcuna in più, giusto per te. 
 
 
 
 
Ma sono stati fottuti a loro volta
 
da imbecilli con cappello e cappotto all’antica,
 
che per metà del tempo facevano moine
 
e per l’altra metà si prendevano alla gola. 
 
 
 
 
L’uomo passa all’uomo la pena.
 
Che si fa sempre più profonda come una piega costiera
 
Togliti dai piedi, dunque, prima che puoi,
 
e non avere bambini tuoi.
 
 
*
 
 
They fuck you up, your mum and dad.
 
They may not mean to, but they do.
 
They fill you with the faults they had
 
And add some extra, just for you.
 
 
 
But they were fucked up in their turn
 
By fools in old-style hats and coats,
 
Who half the time were soppy-stern
 
And half at one another’s throats.
 
 
 
Man hands on misery to man.
 
It deepens like a coastal shelf.
 
Get out as early as you can,
 
And don’t have any kids yourself.
 
 
 
Philip Larkin, da Finestre alte, Einaudi, 2002

Silvio Raffo: Dieci poesie inedite

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immagine di Akira Kusaka

 

I

Hanno colpi di fulmine violenti

le anime – ed i corpi fan fatica

a raggiunger le vette iridescenti

da cui lampeggia quella luce antica:

 

sole di un cosmo primigenio, raggi

di cui sentimmo l’intima ferita

quando dell’aspro cappio della vita

non eravamo ancora ignari ostaggi

 

 

II   ~  TWIN SPARKLING LONELINESS

Tu germoglio dall’anima fiorito

della mia notte oscura ardente stella

mio tesoro nel buio custodito

scaglia di solitudine gemella

 

Delle Scienze Celesti il libro arcano

una Coscienza illumina infinita

Pagine alate scorrono le dita

accarezza una stella la mia mano

 

immagine di Akira Kusaka

 

III

All’aura rarefatta dell’oblio

anelavo negli anni immoti e spenti

già dell’infanzia: solamente mio

sentivo il nulla, io non altrimenti

di quanto lo potesse assaporare

un vecchio sazio d’ansie e di tormenti

 

 

IV

Non è come si dice

Non è ignoto l’ignoto

Come non è l’Altrove inaccessibile

E non è vuoto il Vuoto –

Si esprime l’Indicibile

Si varca quel confine

Con lo scatto felice

Dell’acrobata in volo

Il Vero non ha suolo

Su cui devi atterrare

È vasto etereo mare

Ma a tratti lo possiedi

L’invisibile vedi

 

foto di Noell Oszvald

 

V

No, per la morte non siamo

ancora equipaggiati a sufficienza

Della vita fu scarsa l’esperienza

Troppo tardi, ed improvvidi, scopriamo

 

che nulla abbiamo amato di reale

questo è il nostro peccato capitale

 

 

VI

Qualche volta mi chiedo quante volte

sono già morto e poi rinato. Io sempre

sopravvivo a me stesso, alle dissolte

sembianze del mio io nella perenne

vicenda dell’arcana impermanenza

che insiste a permanere, muta assenza

che palpito instancabile divenne

di un cuore della vita innamorato

 

foto Silverwood Lake, California

 

VII

Comunque e dovunque ti chiama

a nuove avventure la vita

rigermina il fiore, ritrovi

la strada che spesso smarrita

credesti. Poiché in sempre nuovi

sembianti ritorna l’antico

amore ad illuderti amico

la stessa inesausta visione

di un’alba di risurrezione

 

 

L’INCONNU

Ignote metamorfosi divine

umane vegetali – transizioni

del mutante immutabile che fine

non conosce, né climi né stagioni

 

Cieche vicissitudini diuturne

che si evolvono – involvono a spirale

E il pensiero, per suo vizio ancestrale,

insiste a decifrarle per ridurne

l’arcana resilienza immemoriale

 

Caspar David Friedrich: The Evening Star 

 

OBLIVION POOL

Al di là della Gioia e del Dolore

s’apre uno spazio vasto, inaspettato

come un livido stagno addormentato

in cui s’annega ogni terrestre ardore

ogni ricordo lieve si discioglie

nell’abisso incantato che l’accoglie

 

 

I SONNAMBULI NOVIZI

Da quando ci accompagna l’infallibile

certezza che la morte ci riguarda,

dall’istante fatale in cui la gelida

carezza ci sfiorò delle sue dita

viviamo il tempo immoto dell’obliqua

stagione declinante al nulla eterno

che il suo volto impietoso ci disvela.

Il nostro passo è quello di un addio

perenne, ma indugiamo a salutare

ogni sguardo ogni nuvola ogni stelo

Stralunati novizi di un calvario

inaspettato, attori di un copione

senza parole sulla vuota scena

ci muoviamo, sonnambuli irretiti

dalla vaga promessa di un risveglio…

L’acqua lenta dilaga sulla piazza

della città deserta. E già fantasmi

ci sentiamo, silenti testimoni

del prodigio dell’Immortalità

 

 

Biobibliografia

 

Silvio Raffo, nato a Roma, vive e insegna a Varese. Traduttore di una dozzina di poeti angloamericani, autore di romanzi e più di dieci raccolte di poesia, dirige a Varese il centro di cultura “La Piccola Fenice”. Ha vinto numerosi premi di prestigio, fra cui il Gozzano, il Cardarelli, il Montale e il Valdicomino. Dal suo romanzo La voce della pietra, Elliot Edizioni, 2018 è stato tratto il film omonimo di produzione americana. Ultime opere: il romanzo Gli angeli della casa, Elliot Edizioni, 2021, la silloge poetica Il taccuino del recluso, Interno Poesia, 2021. È autore dell’antologia di poesia italiana del Novecento Muse del disincanto, Castelvecchi, 2019.

 

Canto presente 52: Anna Maria Bonfiglio

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Anna Maria Bonfiglio

CANTO MINIMO

Ora che la vita stride nelle ossa
ammalorate
la viola incide l’arco minimale
del canto che vorrebbe lievitare.
E l’accompagna un suono
come d’incanto
un incendio che esplode e si fa verso.

Venne sull’ala ubriaca della notte
la voglia di cantare
e fu subito festa
distesa geometria di voli
impennati all’albero più alto
un gioco pazzo
di cui t’accorgi tardi e che tradisce
segreto che ti sguscia dalle mani
prima dell’allegria, prima del sogno.

Abiti la più nuda fra le case
vesti la più impossibile menzogna
e ti fai strada chiusa
anello inciso di desideri e date
età del disincanto
stella che irradia inutili bagliori
profeta di stagioni di declino.

ASSENZA

Forse è naturale consegna
quest’assenza che nessuno reclama
l’ombra solo a me visibile
negli occhi di chi mi parla.

L’azzurro è svolato
verso cieli che ignoro
la notte è segreto
che taglia il respiro.

Ovunque, la pena.

Attendere lune chiare
fra i rami secchi del platano
mentre tu navighi altre barche
e tendi a svalutare
l’oro del mio cuscino.

Svegliarsi e sentire
la vita che torna ―
un grembo profondo
per nascere ancora.

IL TEMPO BREVE
(a Carmelo Pirrera, in memoria)

Dicemmo ci sarebbe stato tempo.
Eppure sapevamo
che alle nostre spalle
tramavano i pirati
che i giardini sarebbero sfioriti
e i campi maturato altro grano.

“Che tempo è, signore?”
“Tempo di solitudine, amico”

La pioggia di febbraio
ha sciolto il miele del tuo canto
e maggio sarà un mese come un altro
solo più lungo forse
e un po’ più solitario
senza colombe e glicini sui muri.

“Che tempo ora sarà, signore?”
“Tempo che fa più breve il nostro, amico”.

GIORNO DEI MORTI

Al mattino era la cerca agli angoli
più oscuri delle stanze ―
forse i Morti ci avrebbero premiati
entrando nella notte a piedi scalzi
o tramutati in misteriosi insetti.
La mosca, per esempio, era zio Gino ―
dieci anni ed una polmonite.

La nonna raccontava della guerra
da cui zio Raffaele tornò dopo
tanti anni dentro una teca lignea

(ombre del nostro immaginario
custoditi dai Lari della casa)

Lo scotto era salire alla collina
e pregare in ginocchio ―
mestizia a sacrificio
e per ringraziamento

Ci accompagnano ora altre assenze
brandelli scomposti della nostra vita
che un giorno ― pare ―
saranno ricomposti

nessuno sa se è vero.

IN ALTRO LUOGO
(a mio padre)

Muti d’abbracci i nostri giorni
si persero nel tempo di un respiro.
Vicini nella resa
ci prendemmo le mani
-fievoli le tue, percorse
da ingrossati rivi pallidi,
le mie rapaci, ancora a reclamare
crediti legittimi e insoluti.

E’ un’altra volta autunno
e nell’umida luce
che taglia il silenzio della stanza
torni anche tu
nella quietezza antica che mi manca.
Potessi avere almeno la certezza
di ritrovarti ad aspettarmi
-quando chiuderò per sempre la mia casa-
e insieme finalmente camminare.

L’APPARENZA

Non guardare di me l’occhio che ride
la voce fresca
o l’ilare bocca che adesca.
Nell’atlante che sfiori con le dita
non cercare le alture ardimentose
o le pianure erbose.
Esplora invece i fiumi azzurri
sotterranei che adornano
le mani, le logorate valli
i merletti dei tarli.
Quello che non appare
è l’ago che segna la scissione
fra il viaggio dell’andata
e l’inversione.

MATTUTINO

Sei tornato nel sonno
dell’ora mattutina
-piccolo dono estorto a mani avare-
e avevi sulla bocca
l’oro del tuo silenzio risolino.
Ti frugavo nel cuore con le mani
per trovare di me qualche frammento
una scaglia rimasta conficcata
nella tua carne d’uomo.

Poi ti oscurò la luce
e fu di nuovo giorno.

 

Stavros Girgenis traduce Maria Allo

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Le poesie di Maria Allo ospitate su  Exitirion  e tradotte in greco da Stavros Girgenis

(I)
Δεν γνώριζα πως ήμουν μέσα
σ’ ένα αιχμηρό σημείο της γλυσίνας
πριν το άνθισμα.

Γη που παραμένει (Ed. di Poesia Controluna, 2018)


non sapevo di essere dentro
in un punto affilato del glicine
prima di fiorire.

La terra che rimane (Ed. di Poesia Controluna, 2018


(II)
Η ΓΗ ΠΟΥ ΠΑΡΑΜΕΝΕΙ
Άσε με να μιλήσω για τη θάλασσα και τις αβύσσους της
γίνεται φως στις διαφάνειες
όπως οι αναμνήσεις ή αυτό που λείπει
– κοίτα – αυτό το φαράγγι παραμένει φραγμένο
μια τρύπα στο στήθος
με θάμνους σε όλες τις εποχές.
Άσε με να μιλήσω για τη νύχτα όταν πυκνώνει
στους κροτάφους και στο όνομά σου
τότε με φωτίζεις και μένεις μέσα σ’ αυτή τη σάρκα
διαλύοντας τη σκιά και την απόσταση που εγγίζει τον ουρανό.
Άσε το θάρρος σου οργωμένο στα χείλη μου
περιφρουρεί και αγκαλιάζει τα όρια της θάλασσας
όπως η μνήμη που παραμένει και μεταλλάσσεται.

Σχισμές ( Ed. L’arcolaio, 2016)


LA TERRA CHE RIMANE
Lasciami parlare del mare e dei suoi abissi
si fa luce nelle trasparenze
come i ricordi o ciò che manca
– vedi – resta questa gola insabbiata
un foro dentro il petto
con sterpaglie in tutte le stagioni.
Lasciami parlare della notte quando si addensa
sulle tempie e sul tuo nome
allora mi rischiari e resti dentro questa carne
strappando l’ombra e la distanza che avvicina il cielo.
Lasciami il tuo coraggio arato sulle labbra
custodisce e abbraccia i confini del mare
come la memoria che resta e si trasmuta.

Solchi (Ed. L’arcolaio, 2016)


(III)
Πριν τη γένεση του κόσμου
ήμασταν αθώοι
εποχές απρόβλεπτων κυττάρων
τυχαία πλέγματα από τουμπερόζες στον κήπο.
Πριν τη γένεση του κόσμου
ανέπνεε η αυγή και τα φύλλα
αιωρούνταν στην στέγη του στάβλου.
Στον στροβιλισμό υπήρχε το ίδιο όνειρο
[μια μοναδική δύναμη]
σε μετεωρισμό στον άνεμο θερμοί χώροι
βαθύτητα οραμάτων.
Η ιπποκαστανιά σκόρπιζε στα πεζοδρόμια
σκαντζόχοιρους γεμάτους μούρα
με κάποιο κρυφό χάδι του ήλιου
που μερικές φορές έτρεμε ανάμεσα στα μακριά κλαδιά
θωπεύοντάς μας τα χέρια και αίφνης
το θρόισμα των γκρίζων περιστεριών
μέσα στη σιωπή του πρωινού μας ξυπνούσε.
Τώρα δεν υπάρχει εποχή,
κυριαρχεί το σκοτάδι και τα μάτια
χάνονται ανάμεσα στις βλεφαρίδες.
Τώρα στο ψηλάφισμα δεν υπάρχει παρά μόνο ορίζοντας
ο ασταθής πλανήτης εκτοξεύει βέλη.
Είναι εδώ οι Άγιοι Τόποι όπου ο τετράρχης Ηρώδης
ολοκλήρωσε τη σφαγή των αθώων;

Ξέφωτο (Ed. Ladolfi, 2021)


Prima della genesi del mondo
noi eravamo indocili
stagioni di cellule impreviste
intrecci casuali di tuberose nell’orto.
Prima della genesi del mondo
si respirava l’alba e le foglie
fluttuavano sul tetto della scuderia.
Nel vorticare c’era lo stesso sogno
[una forza unica]
in bilico nel vento caldi spazi
profondità di visioni.
L’ippocastano disseminava sui selciati
ricci gremiti di bacche
con qualche furtiva carezza di sole
che a volte tremava tra i lunghi rami
sfiorandoci le mani e improvviso
il frullare di tortore grigie
nel silenzio del mattino ci destava.
Ora non c’è stagione,
sovrasta il buio e gli occhi
si perdono tra i cigli.
Ora a tentoni si va non c’è orizzonte
il pianeta precario lancia strali.
È qui la Terra Santa dove Erode il tetrarca
consumò la strage degli innocenti?

Radure (Ed. Ladolfi, 2021)


(IV)
ΞΕΡΕΤΕ
Ξέρετε, έχουμε ρυάκια λάσπης να ανασκάψουμε
πέτρες λάβας και μαύρους αρκεύθους στο πέρασμα των αιώνων.
Όσο για μένα, μια φωτιά φιδογυρνούσε
στα οστά μου: αλλά δεν φαντάστηκα μια φωνή
μέχρι που έβαλα στο στήθος μου
τη μυρωδιά του δέρματός της όπως για να αποφύγει
τις λάμψεις του ιπποφαούς ο χειμώνας έζησε
σε συνεχή πόλεμο από κατάλληλη απόσταση
σαν κόκκινα σφεντάμια που σε μια ανάσα τώρα
στροβιλίζονται έρημα γύρω από τον άνεμο.
Ξέρετε, ξυπνάω το πρωί
σαρώνοντας κάθε φύλλο στο χαμηλότερο κλαδί
αυτού που είναι διασκορπισμένο ανάμεσά μας.

Ξέφωτο (Ed. Ladolfi, 2021)


SAPETE
Sapete, abbiamo flussi di fango da estirpare
lapilli di lava e ginepri neri lungo i secoli.
Quanto a me un fuoco serpeggiava
nelle ossa: ma non immaginavo una voce
finché ho riposto nel mio seno
l’odore della sua pelle come a stornare
da lampi di biancospini l’inverno vissuto
in continua guerra a debita distanza
come aceri rossi che in un soffio ora
volteggiano deserti intorno al vento.
Sapete, mi sveglio al mattino
scrutando ogni foglia sul ramo più basso
di quel che è disperso fra noi

 —Radure (Ed. Ladolfi, 2021)


(V)
ΚΑΘΕΤΟ 
ΒΛΕΜΜΑ
Δεν υπάρχει σχισμή βράχου
στην οποία μπορεί να κυματίσει η θάλασσα.
Λευκοί ερωδιοί διαβαίνουν τον λήθαργο
των κοχυλιών που κοιμούνται
στον πιο καθαρό βυθό της θάλασσας
αλλά σε μια κατάρα το ηφαίστειο
εξαφανίζει ονόματα και φωνές όταν η νύχτα
κατέρχεται και σε ένα βράχο η κραυγή
αναφλέγεται ανάμεσα στις σαπισμένες ακτίνες στις ακτές
σ’ εκείνον που δεν έχει φως στο πρόσωπό του.
Μόνο μερικές φορές η ανάσα είναι καθρέφτης
[ενός κάθετου βλέμματος.

—Ανέκδοτο (2020)


SGUARDO VERTICALE
Non c’è fenditura di scoglio
in cui il mare possa fluttuare.
Bianchi aironi incrociano il torpore
di conchiglie in dormiveglia
sul fondo più chiaro del mare
ma in una maledizione il vulcano
nomi e voci dilegua quando la notte
scende e sopra una roccia il grido
divampa tra i raggi marci nei lidi
su chi non ha luce in viso.
Solo a tratti il respiro è specchio
[di uno sguardo verticale.

—Inedito (2020)


(VI)
ΔΕΝ ΜΠΟΡΕΙΣ ΝΑ ΣΤΑΜΑΤΗΣΕΙΣ
Δεν μπορείς να σταματήσεις τον άνεμο
μόνο να συλλάβεις τους οιωνούς του
πίσω από το ανάλαφρο βάρος ενός σύννεφου.
Σου μιλώ από άγνωστους καιρούς
δίχως να ξέρω πώς με διαπερνά
η σκιά, ενώ μια δέσμη ακτίνων
αναρριχάται συγκεχυμένα σε αδιαπέραστα μονοπάτια.
Έχω σπείρει ίχνη
πίσω από ασύνδετους άξονες στον βυθό
τώρα επιπλέουν σε ένα χάσμα
ενώ η σκιά διαστέλλει τη λάμψη μου.
Ιδού. Γράφε καθώς πέφτεις.
Λοιπόν, αυτό μου αφήνεις ως στίχο:
τη μυστική φωνή – σπόρο του χρόνου
και τη βροχή στα χέρια.
Στην αναπνοή σου όλες οι λέξεις,
όλη η σιωπή
ολόκληρο το σύμπαν, τα πάντα και όλοι

Γη που παραμένει (Ed. di Poesia Controluna, 2018)

Eleni Marinaki e Maria Allo, rispettivamente in greco e in italiano, leggono la poesia di Maria Allo

NON SI PUÒ FERMARE
Non si può fermare il vento
solo cogliere i suoi presagi
dietro il peso lieve di una nube.
Ti parlo da tempi sconosciuti
senza sapere come mi attraversa
l’ombra, mentre un fascio di raggi
si inerpica confuso per sentieri impervi.
Ho seminato impronte
dietro cardini sconnessi nei fondali
ora fluttuano in una voragine
mentre l’ombra dilata il mio chiarore.
Ecco. Scrivi mentre cadi.
Dunque questo mi lasci come verso:
la voce segreta − seme del tempo
e la pioggia fra le mani.
Nel tuo respiro tutte le parole,
tutto il silenzio
l’universo intero, tutto e tutti

La terra che rimane (Ed. di Poesia Controluna, 2018)

Maria Allo è autrice di questo blog, la sua biografia qui

~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

Lirica XXXIX

 

Il modo tuo d’amare
è lasciare che io ti ami.
Il sì con cui ti abbandoni
è il silenzio. I tuoi baci
sono offrirmi le labbra
perché io le baci.
Mai parole e abbracci
mi diranno che esistevi
e mi hai amato: mai.
Me lo dicono fogli bianchi,
mappe, telefoni, presagi;
tu, no.

E sto abbracciato a te
senza chiederti nulla, per timore
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d’amarti solo io.

 

Traduzione di Emma Scoles

La forma de querer tú
es dejarme que te quiera.
El sí con que te me rindes
es el silencio. Tus besos
son ofrecerme los labios
para que los bese yo.
Jamás palabras, abrazos,
me dirán que tú existías,
que me quisiste: Jamás.
Me lo dicen hojas blancas,
mapas, augurios, teléfonos;
tú, no.

Y estoy abrazado a ti
sin preguntarte, de miedo
a que no sea verdad
que tú vives y me quieres.
Y estoy abrazado a ti
sin mirar y sin tocarte.
No vaya a ser que descubra
con preguntas, con caricias,
esa soledad inmensa
de quererte sólo yo.

Pedro Salinas, La voce a te dovuta, Giulio Einaudi Editore, 1979.

La vendetta non mi interessava

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La vendetta non mi interessava; ero stato intimamente soddisfatto dalla (simbolica, incompleta, tendenziosa) sacra rappresentazione di Norimberga, ma mi stava bene così, che alle giustissime impiccagioni pensassero gli altri, i professionisti. A me spettava capire, capirli. Non il manipolo dei grandi colpevoli, ma loro, il popolo, quelli che avevo visti da vicino, quelli tra cui erano stati reclutati i militi delle S.S., ed anche quegli altri, quelli che avevano creduto, che non credendo avevano taciuto, che non avevano avuto il gracile coraggio di guardarci negli occhi, di gettarci un pezzo di pane, di mormorare una parola umana. Ricordo molto bene quel tempo e quel clima, e credo di poter giudicare i tedeschi di allora senza pregiudizi e senza collera. Quasi tutti, ma non tutti, erano stati sordi, ciechi e muti: una massa di «invalidi» intorno a un nocciolo di feroci. Quasi tutti, ma non tutti, erano stati vili.

Primo Levi, I sommersi e i salvati, 1986

 

Il brano “Il Giorno della Memoria” è tratto dal volume “Noi e la Musica 5” di Lanfranco Perini e Maurizio Spaccazocchi © 2013 Progetti Sonori

 

Flavio Almerighi – Lettere, Ed. Macabor, 2021

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Con Lettere Flavio Almerighi aggiunge un altro importante tassello alla sua produzione poetica. La raccolta, suddivisa in quattro sezioni, si presenta come una corrispondenza epistolare senza un preciso destinatario, un monologo per tutti e per nessuno, nel quale ogni lettore può riconoscere qualcosa di sé. La scrittura poetica di Almerighi è un arco che si flette in direzioni infinite, sempre riuscendo a centrare il bersaglio, ora con frecce appuntite di ironia, ora con amarezza o polemica verso un modus vivendi in cui non si riconosce, infine con lo sguardo amorevole verso gli affetti personali e con l’abbraccio dettato dall’umana pietas. Una cifra stilistica, quella di Flavio Almerighi, che sopravanza ogni stilema avanguardistico, pur avendone introiettato la lezione, e che ricusa la sovrabbondanza sentimentale conservandone il valore intrinseco. Nel corpo dei testi rinveniamo la durezza della condizione esistenziale (Messo al mondo, legato, in prova) e la tenerezza dell’affetto taciuto  (ti sia lieve la mia lettera/lanciata alta/assieme a un bacio); l’indignazione per la carica di odio razziale (Voi che siete uomini,/sporchi dentro e sporchi fuori,/uccidete i Cananei…ma siate civili,/caricateli su barche/senza remo né vela/e vengano dispersi in mare) e l’amore come male benefico (è sequenza di metastasi benigne/e anticorpi a renderle felici). La lingua poetica di Almerighi ha toni alti, modulate in forma lirico-colloquiale le sue lettere sapranno trovare la destinazione giusta.

 

Anna Maria Bonfiglio

 

 

Lettera per i diciott’anni

 

Piccola cara che non trovo,

ora sei scappata e dici

credi che non capisca?

Io indocile a chiederti

di finire il pranzo,

mi ostino a compilare

l’album della tua vita.

Sono troppo piccolo

per capire,

un po’ come quando si andava

da Gatteo a Villamarina.

Cercavo felicità

in molti libri

intonsi e a buon prezzo,

ora uomo e vela

affronto ogni colpo di vento.

Pochi metri vicina,

ora distante, penserai forse

che per i tuoi diciott’anni

non è andata così male.

 

 

 

Lettera

 

 

Ora tocca a te comprendere

l’estate sconosciuta

senza tradizioni di famiglia.

 

Candela flessibile

consumata sotto l’altare

di chi non crede,

carne e stoppino, là

dove spiaggiano desideri.

 

Dimmi tu di te,

quali siano le tue rondini

come mai sono già partite,

quanto ti spaventa e meraviglia

se un cane

vuole leccarti la mano.

 

Io sto qui

a cercare e vendere,

ho tutto sott’occhio

quando non precipito,

ti sia lieve la mia lettera

lanciata alta

assieme a un bacio.

 

 

 

Violaine

 

 

La vecchia barattava la pensione sociale

per un po’ d’aria,

non le importava il resto:

mangerò domani, ripeteva.

Altri tre baci e saranno quattromila.

 

C’era una radio accesa,

serviva un po’ di tempo per sentirla

per quelle valvole mai calde.

La musica partiva, scordavamo l’attesa

e il risalire di silenziose maree.

 

C’era un cielo dapprima sereno,

qualche nuvola innocente lo macchiava.

La pioggia,

così a lungo invocata,

declinava l’invito.

 

Una pazienza infinita,

storie da raccontare, prima,

durante e dopo il passaggio del fiume.

Il passato prendeva per mano il futuro

ogni giorno.

 

 

Uccidete i Cananei

 

 

Voi che siete uomini,

sporchi dentro e sporchi fuori,

uccidete i Cananei,

mangiatene figli e spose,

lasciate i feriti a terra,

muoiano poco per volta

divorati dagli uccelli:

uccidete quei senza dio,

uccidete i sacrifici umani

le biblioteche.

Uccideteli.

Hanno nuche tenere.

Date alla terra il loro latte,

il loro sangue nero

non importa l’età,

nascono e muoiono

col marchio d’infamia,

spargete sale sulle loro città,

vuotatele di ogni bene,

se necessario lasciate superstiti,

ma siate civili,

caricateli su barche

senza remo né vela

e vengano dispersi in mare,

a voi, signorine, ripeto,

investite il ricavato

in nuove armi per ripartire

un’altra crociata

 

 

Abbiate cura di voi,

dei vostri figli e della Legge.

Non trascurate di nascondere

quanto possa restarvi in tasca

in caso il diluvio

bussi alle vostre porte.

Vi diranno usurai,

mangiatori di carne umana.

Tutti ricorderanno Shylock

nessuno Gesù Cristo.

 

 

La Moldava

 

quel giorno di aprile,

dalla rovina sopravvissuti a stento,

bambini finalmente liberi

scendemmo in strada,

non c’erano tripudio e parate,

il tempo ci avrebbe rotto le mani

 

inspiegabilmente da lontano una musica

arrivò, infinitamente bella e nuova

dopo tanto tempo di macchine per cucire

sirene e rifugi

 

ci avvicinammo a una radio accesa,

col cuore commosso e niente altro

ascoltammo La Moldava

 

 

 

altre ombre

 

perduta da tempo

quel giorno tornò la neve,

stesso fruscio d’organza,

qualcosa fuggì

al normale raggiro

della ragione

 

come sussulto

a valle

mille anni dopo

luci accese

palazzine

pensiline

 

accartocciato sul cuore,

lo stesso foglio

dona alla luce altre ombre

fino a quando resteranno

confitti a terra

soltanto pensieri

 

dato un fruscio

la lettera s’imbuca,

il calamaio nero

rovesciato su preziosi amori,

cancella ogni coscienza

il cui principio è silenzio

 

 

Testi tratti da Lettere di Flavio Almerighi, Ed.Macabor, 2021.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Versi trasversali: Andrea Terreni

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ANDREA TERRENI

 

L’ODIO

 

Odiare ti brucia da dentro.

 

Chi pensa di potersi salvare dai sensi di colpa, attraverso l’odio, si sbaglia. L’odio è un virus che entra nella pelle e s’irradia attraverso i capillari, le vene, le arterie. Contrae i muscoli e arriva agli organi. L’odio non è una condizione che si sceglie, è un divenire dopo non aver avuto scelta, è una malattia.

 

Odiare diventa una condizione non rinunciabile dell’esistenza, un bisogno fisico simile ad una convulsione; una pulsione irrefrenabile che gonfia lo stomaco e attraverso la gola si scioglie, dopo aver ruggito.

 

La rabbia provoca l’odio.

 

E non c’è cosa più ingiusta che comprendere tutto questo, sentirlo crescere e muoversi dentro al ventre, come un feto che muta. Puoi piangere, e lo fai. Cerchi il buio per nasconderti dagli occhi degli altri, sorridi e disegni per te stesso un vestito di festa e giovialità. Eppure culli quel mostro, portandolo ad osservare tutto quello che nel freddo della tua stanza, trasforma il tuo sorriso in una maschera smostrata.

 

Lo sai, quel brivido elettrico percorre le braccia, rimbalza nel vuoto e torna al cervello, mostrando soluzioni e sofferenza.

 

Ti alzi dal letto, e chiudi il varco all’oblio con la chiave: una pallina che sciogli nel labbro chiedendo dignità.

 

*

 

I bambini sorridono sempre

nel candore dei loro passi

si nutrono del calore spontaneo,

non gli si chiede ricompensa

che non sia sorridere o crescere.

 

I bambini vanno avanti liberi

non misurano falcate o pensieri,

imbrattano con ogni idea il cammino.

Ed ecco mani grandi a sorreggerli,

innaffiare sogni, pulire lacrime.

 

I bambini non ascoltano affranti,

non suppongono,

di altrui capricci sono innocenti,

d’ogni abuso nascosto nei sussurri.

I bambini prosperano,

io imparavo ad odiare.

 

*

 

Pensarmi diviso strappa

il petto,

a morsi feroci

e getta davanti ai miei piedi

forme senzienti invalicabili

 

e il respiro

appena

permette

di rimanere vivo

 

nonostante il sangue che cola

dall’anima aperta.

 

*

 

Maschere,

pigre, accartocciate sulle scale della vita,

 

rincorrere

sguardi e ombre nascoste, negli avamposti rimasti,

 

distruggono,

effimere il rimorso per esser sempre vivi,

 

rinnegano

il dolore, degli anni avviliti dal vento.

 

Esplosioni,

scintille lasciate deflagrare su abili costruzioni mentali

fermentate,

in arti di cenere abilmente sfumata nel fuoco a sparire,

 

piangono

immobili sorrisi, di sguardi fissi e petti di plastica

annegata

nei fiumi di lacrime dei bimbi che non matureranno.

 

*

 

PIANTO SECONDO

 

Pensai

il ritorno del silenzio.

Ammucchiata speme infausta

di risalir dal ventre

alla cavità del parlare.

 

Silenzio.

 

Occhiate tumefatte

di naturalezza orfane,

non danze o canti

ma vuota esposizione.

 

Sostituzione d’essenza

arricchimento dell’io,

ma cavo di polpa

soltanto

immagine esplosa.

 

Non ebbe a sperar d’aver torto

chi chiuse l’antica contesa

del giusto, trovare in altrui

adesso esaltato apparire.

 

*

 

Mai ebbi dubbi

eppure lei non seppe, sempre,

di cristallina immagine,

riconoscere nei miei specchi

una strada,

che potea condurla in salvo;

lungo fu quell’esimio cammino,

di giorni a mostrar passione e giubilo,

fermo, nell’assordante brusio del cuore

non nascosi, solo e sempre a lei,

il fervore del sentimento innocente.

E li dove appoggia i suoi sogni

ho nascosto al mondo i suoi doni.

 

*

 

Ho una carezza per la tua attesa,

non un sorriso

nè una parola

orme sbiadite.

 

Ho chiuso gli occhi mentre vivevo

non so dirti l’errore

se vuoi ho del dolore

se vuoi facciamo pace.

 

*

 

Eppure è di speranza che mi fregio,

non come saperla spendere,

ottenerne, mistificarla ad arte,

non credo si possa insegnare.

 

Ho lei che tengo in un palmo

e annuso a bisogno e sue parole,

non credo si possa insegnare,

ma un giglio che sboccia da niente

mi prende per mano se sdoppio

il mio essere improprio.

 

Non credo si possa insegnare,

ma un giorno ho lasciato un po’ aperto

riscontro mi ha preso alle spalle

e adesso non oso cadere,

c’è lei che dal suo comodino

estrae quella chiave segreta

che mi apre per togliere un poco

di male che porto dai tempi,

i tempi in cui ero bambino

e scelsi di crescere in tempo

per prender la strada del vento

 

 

Testi tratti da “Paroxetina”  di Andrea Terreni – NullaDie Editore, 2021.

 

~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

L’anniversario

“Che in questa mattina di febbraio, gelida e serena, di accecanti chiarori e di pulviscolo in volo, venga sorpreso e annichilito, per le strade di Genova, dal tuo ricordo, che scende come un rasoio ad accarezzarmi la schiena; e che tutta la distanza che ci separa non si possa ora neppure scorgere e misurare tanta è la caligine densa che sta tra noi due; e che io mi accorga che vado perdendo, giorno dopo giorno, anche l’eco della tua voce, remota e astrale… Tutto questo mi dà il senso e la consapevolezza di non poter mai più tornare a casa.”

Enrico Testa (da Pasqua di neve, Einaudi, Torino 2008)

 

“Zebù bambino” di Davide Cortese. Una lettura di Loredana Semantica.

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“Zebù bambino” è una silloge di ventuno poesie scritte da Davide Cortese. La raccolta, appena pubblicata da Terra d’Ulivi Edizioni, inaugura la collana “Deserti luoghi” diretta da Giovanni Ibello.
Le poesie sono brevi e si leggono tutte d’un fiato con la curiosità di scoprire la successiva avventura del piccolo demonio. Scrivere del diavolo senza scrivere del male non è cosa da tutti, eppure, mi sembra, Davide ci riesca bene. Già dal titolo stesso della raccolta: Zebù, vorrebbe contrapporsi e rivoltare in negativo la parola Gesù, ma ne esce fuori un nome, grazioso anche più del nome ispiratore.
Zebù bambino induce il lettore, se così possiamo dire, in tentazione di compiere la prima cattiva azione, quella di non soffermarsi sulle parole, sui versi della silloge, in altri termini di non meditare e maturare il pensiero poetico espresso, facendo ricorso alla pazienza del pensatore, ma di consumare i testi golosamente, come piccole caramelle frizzanti e intriganti.
Davvero però non direi questo un male, anzi dimostra che l’esposizione dell’infanzia diabolica ha la sua “ac-cattiva-nte” grazia, trasfusa nella leggera malia del ritmo che cattura, nell’assonanza sdrucciola di certe chiuse con echi d’accento speculari ai nomi chiave Gesù e Zebù e altre allitterazioni sparse.
Il demoniaco qui è serpeggiante, non manifesto, si nasconde, è accennato, mascherato, sembra trattenuto sull’orlo della promessa di un futuro che, svincolato dall’es e dal super-io, si farà grande, si manifesterà in azioni più eclatanti, più dichiaratamente malvage. Tuttavia non vi sono certezze di epifania, anzi al contrario molti sono i segni che il piccolo diavolo resterà piccolo in eterno.
Un segno è che Zebù si giustifica, si difende, è avvocato di se stesso nel suo j’accuse verso gli uomini, maestri di cattiveria.

A chi aspramente lo rimprovera
per qualche suo scherzo atroce
“L’ho imparato dagli uomini”
ogni santa volta dice.

C’è un vaglio morale in questa spiegazione. Riconoscere l’azione cattiva, imputarla a responsabili diversi da se stesso, significa prendere consapevolezza che il gesto è letto negativamente dal consesso dei “valutatori”. Coloro che esercitano il loro potere sul piccolo Zebù, rimproverandolo aspramente, si sentono quindi rispondere che sono gli uomini a commettere azioni riprovevoli e nel commetterle le insegnano a chi ingenuo, alle prime armi in fatto di cattiverie, non sa ancora farne. Zebù quindi è bambino, tabula rasa e per questo stesso anche innocente emulatore dei cattivi autentici: gli uomini adulti.
Non so quanto la risposta del piccolo si ascriva alle idee sulla bontà innata dell’uomo di Rosseau, ma, del resto come dargli torto, pensando all’importanza innegabile del cattivo esempio e all’effetto di condizionamento.
Un altro segno che induce a credere che il malvagio resterà eterno infante è il pianto di Zebù. E’ un pianto di tristezza, di infinita solitudine per la malinconia di un pensiero che predomina su tutti gli altri, che può essere il bisogno di amore, la ricerca di conforto o di consolazione, lo scorno di una malefatta malriuscita oppure scoperta. L’acquisita consapevolezza dell’errore, la dannazione pirandelliana dell’essere nato. E allora “nel silenzio che fa spavento

Lacrima zolfo, il piccolo Zebù
gocce che sfrigolano
cadendo giù.

Tra i pregi della raccolta indubbiamente l’originalità. Chi altri ha indagato l’infanzia del diavolo? Lo stesso autore sottolinea che non è mai stata in precedenza materia poetica. Certo verrebbe di pensare che erroneamente non si è posta sufficiente attenzione in poesia alla radice del male, cioè all’operato del demonio nell’infanzia. Non lo si è chiamato col suo dannato nome. La ragione di molti comportamenti malati o malvagi degli adulti si trova nell’infanzia che essi hanno vissuto, nelle esperienze, insegnamenti, nel rapporto con le fondamentali figure affettive cioè i genitori e, subito dopo gli educatori. E’ di vitale importanza il loro approccio al bambino, il modo in cui affrontano il compito arduo di indirizzarlo, correggerlo, reprimerlo. Eccedere nelle misure di correzione, fargli mancare i gesti di affetto, manifestare freddezza o indifferenza, repulsa, preferenza, disistima. Essere colpevoli di assenza o avere tare nell’equilibrio mentale, son tutti comportamenti che lasciano segni indelebili nella discendenza o negli allievi. Ancora più grave se il bambino abbia subito forme di aggressione morali, fisiche, perverse. E’ lì in quel terreno soffice e tenero dell’animo infantile che il male pone i suoi semi. E il male vorrebbe che radicassero, facessero alberi e frutti approfondendo la breccia nel terreno fertile della mente vergine di un bambino. Questi assorbendo nutrimenti avvelenati a sua volta replicherà gesti e manifestazioni negative, repressive, perverse, in una spirale senza fine.
Osservazione, nascondimento, segreto, ricordo, emersione, esorcizzazione, sono passaggi che caratterizzano il processo attraverso il quale si produce la poesia della memoria, degli eventi dell’infanzia.
La poesia indaga la coscienza, ma non dimentichiamo che il demonio ne è privo, quindi nello Zebù che noi leggiamo vediamo il demonio per tramite dell’operato e delle azioni che, quanto più sono ingiustificate, tanto più sono autenticamente malvage, ispirate cioè dal signore del male.
Il demonio non è capace di scrupoli, non prova invidia, gelosia, amore desiderio di vendetta come un dio malvagio di reminiscenza greca o latina.
Capra, corna, fuoco sono simboli del portatore del male, ma il male realmente non si personifica in un essere, il male agisce attraverso gli uomini che operano nel mondo. Il demonio è un inconsistente manipolatore di coscienze, muove le fila come un burattinaio, combina eventi, suggerisce parole, spinge a gesti, fa in modo che tutto concorra al trionfo del male.
Sono gli uomini in realtà a compiere scelte e scelgono di fare del male, lasciando una scia di effetti che a loro volta diventano cause di altre condotte. Queste scie formano linee malvage, immaginabili come tracce di rotte aeree che si sovrappongono a formare una rete invisibile che s’intreccia. Produrre il male però non può restare senza effetto. Per legami imperscrutabili, misteriosi il male ritorna, in tempi diversi – e chissà, forse anche in mondi diversi – a chi l’ha compiuto. Questo, mi rendo conto, è un assioma e, nel contempo, un atto di fede. Come lo è affermare che solo il bene può spezzare la continuità e l’espansione del male.
Tirare le trecce alle femmine, succhiare il latte da tette di plastica, distruggere i giochi, spiare gli amplessi degli adulti appartengono alla “fedina penale” del piccolo Zebù.
Secondo la classificazione delle tipologie di peccato operati dalla tradizione cattolica, quelli descritti sono peccati “veniali”, ben lontani da quelli “capitali” che “de-capitano” il peccatore, cioè lo alienano dalla grazia celeste perché ne mortificano l’anima. Talvolta nei testi poetici s’alza qualche fiammata infernale di tentazioni mortali.
Tutta la raccolta appare a questo proposito disseminata dei riferimenti tipici degli insegnamenti cristiani, gli stessi personaggi protagonisti: Gesù, Madonna, Giuseppe, Bel-Zebù, sono figure della tradizione tramandata coi Vangeli.
Alla luce di questa analisi le azioni di Zebù bambino non sono demoniache perché giustificate dalla curiosità e dall’imitazione, di per sé sufficienti ad assolvere Zebù. E tutto lo sviluppo di questa breve nota critica vuole assolvere anche noi stessi lettori dal moto di tenerezza che sorge leggendo, che quasi si sarebbe voluto essere lì con Zebù per un abbraccio d’affetto, di consolazione per la comunanza di spirito con la sua indocilità, con la protesta e la disubbidienza, la fuga, il pianto, la disperazione, la ribellione. Tutte cose che ce lo rendono caro, perché tutti siamo Zebù o lo siamo stati o lo vorremmo essere. Ancora adesso. Per dare fuoco al malvagio ad esempio. Mortificare chi ci fa del male. Prima di affogare di rabbia repressa.
L’augurio è che questa silloge prosegua, con altre poesie, le prossime avventure di Zebù, il demonietto che tutti vorremmo per amico.
La raccolta si conclude con una densa postfazione di Mattia Tarantino a cui fa da contraltare la freschezza dei testi poetici preposti.

Loredana Semantica

Davide Cortese è nato nell’ isola di Lipari nel 1974 e vive a Roma. Si è laureato in Lettere moderne all’Università degli Studi di Messina con una tesi sulle “Figure meravigliose nelle credenze popolari eoliane”. Nel 1998 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, titolata “ES” (Edizioni EDAS), alla quale sono seguite le sillogi: “Babylon Guest House” (Libroitaliano) “Storie del bimbo ciliegia” (Autoproduzione), “ANUDA” (Aletti. In seguito ripubblicato in versione e-book da Edizioni LaRecherche.it), “OSSARIO”(Arduino Sacco Editore), “MADREPERLA”(LietoColle), “Lettere da Eldorado”(Progetto Cultura) , “DARKANA” (LietoColle) e “VIENTU” (Poesie in dialetto eoliano – Edizioni Progetto Cultura). I suoi versi sono inclusi in numerose antologie e riviste cartacee e on-line, tra cui “Poeti e Poesia”, “Poetarum Silva”, “Atelier” e “Inverso”. Nel 2004 le poesie di Davide Cortese sono state protagoniste del “Poetry Arcade” di Post Alley, a Seattle. Il poeta eoliano, che nel 2015 ha ricevuto in Campidoglio il Premio Internazionale “Don Luigi Di Liegro” per la Poesia, è anche autore di due raccolte di racconti: “Ikebana degli attimi” (Firenze Libri), “NUOVA OZ” (Escamontage), del romanzo “Tattoo Motel” (Lepisma), della monografia “I MORTICIEDDI – Morti e bambini in un’antica tradizione eoliana” ( Progetto Cultura), della fiaba “Piccolo re di un’isola di pietra pomice” (Progetto Cultura) e di un cortometraggio, “Mahara”, che è stato premiato dal Maestro Ettore Scola alla prima edizione di EOLIE IN VIDEO nel 2004 e all’EscaMontage Film Festival nel 2013. Ha inoltre curato l’antologia-evento “YOUNG POETS * Antologia vivente di giovani poeti”, “GIOIA – Antologia di poeti bambini”(Con fotografie di Dino Ignani. Edizioni Progetto Cultura) e “VOCE DEL VERBO VIVERE – Autobiografie di tredicenni” ( Escamontage ). . “GIOIA – Antologia di poeti bambini”(Con fotografie di Dino Ignani. Edizioni Progetto Cultura) e “VOCE DEL VERBO VIVERE – Autobiografie di tredicenni” ( Escamontage ).

Nota di lettura su “Doppio passo” di Anna Chiara Bruno, Maria Piera Lo Prete, Diana Bosnjak Monai, Besa Edizioni, 2021.

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Scrivere poesia è un atto rivoluzionario perché permette di perseguire la bellezza, sfuggire alla tristezza e al dolore che negli ultimi due anni è divenuto ancora più tangibile, per prendersi cura degli altri con il dono prezioso di un pensiero, di una parola, di un libro come questo, tanto più perché acquistandolo è possibile sostenere l’ABFO, Associazione Benefica Fulvio OcchinegroDoppio passo è un libro scritto a più mani, quelle operose e solidali delle due autrici: Anna Chiara Bruno e Maria Piera Lo Prete, ciascuna con la sua voce e il suo stile. Non a caso il sottotitolo dell’opera è poesie, quelle di Lo Prete, e prose, quelle di Bruno. Le annotazioni critiche sono di Filippo La Porta mentre nella seconda parte del libro si aggiungono i pensieri di Diana Bosnjac Monai. Nessuno nel febbraio del 2020 immaginava quello che sarebbe successo di lì a poco. Con la pandemia abbiamo perso la serenità, abbiamo dovuto confrontarci con la sofferenza e con la morte. Quello che è successo ha cambiato le nostre priorità, le ha completamente stravolte e cambiate irrimediabilmente. E così, le due autrici hanno vissuto lo stesso disagio, che è quello di tutti noi e l’hanno raccontato. Ecco il senso del titolo: una doppia visione e interpretazione di quanto è successo e un invito ad andare oltre la superficie delle cose per recuperare il nostro io più autentico, i sentimenti veri, l’apertura nei confronti dell’altro e del suo punto di vista. In questi lunghi mesi in cui l’interazione sociale è l’aspetto che più ha subìto restrizioni, la scrittura è diventata un bisogno profondo, una necessità fortissima che ci ha protetti e difesi dalla disperazione. “I giorni dell’arroganza sono finiti”, scrive Maria Piera Lo Prete ed, in effetti, lo sono davvero. Siamo stati inclini all’arroganza, egoisti nei confronti del prossimo e della Terra, l’abbiamo calpestata mentre “avremmo dovuto leggermente attraversarla”, abbiamo trascurato gli affetti e pensato solo ai nostri interessi personali. La crisi ambientale non è più una novità per nessuno, l’equilibrio biologico è pesantemente minacciato mentre è urgente un ribaltamento dei modelli e dei comportamenti nel rapporto uomo-società-natura. Occorre immergersi nel verde, riprendere contatto con la natura che ci circonda e difenderla con tutte le nostre forze. Molti sono gli argomenti affrontati in quest’opera, che in alcuni passaggi potrebbe sembrare moralista mentre è una contemplazione ad alta voce, un flusso di coscienza che urge di diventare parola e di parlare alle coscienze. Oltre al tema ecologico, vi si parla di tempo, dono spesso sprecato e che, in epoca di pandemia, si è dilatato, consentendoci di praticare l’esercizio della scrittura, della lettura, della riflessione. Si parla di silenzio, della necessità di ritrovarsi perché si auspica una ripresa di tutte le attività che di nuovo ci travolgeranno ma ci troveranno meno vulnerabili e forse più saggi e maturi. Un altro tema affrontato è la violenza di genere, la paura, la necessità di riappropriarsi della propria vita, perché dopo tanti mesi di isolamento è stato faticoso per tutti tornare a vivere, e ancora grandi temi di utilità sociale come la pace, la libertà, la saggezza dei padri, l’importanza di un buon insegnamento per sostenere i giovani in quel meraviglioso processo di metamorfosi che compiranno, ciascuno secondo le sue potenzialità e il suo impegno, e ancora il dramma dell’immigrazione clandestina, di qui la necessità della carità e di una sorta di coscienza morale che dovrebbe sempre guidare le nostre scelte. Anche la comunicazione diventa un altro strumento di accoglienza. L’invito è quello di usare con cura e cautela le parole, che possono essere manipolate, travisate, usate a sproposito. Oltre alla natura, dunque, va difesa e tutelata anche la lingua italiana, snaturata dall’abuso dei prestiti linguistici. Di qui scaturisce anche l’importanza della storia e della memoria, dei nostri padri, delle nostre storie, di noi stessi che siamo vissuti e un giorno potremo dire “io c’ero”. Nella seconda parte dell’opera le autrici ci invitano ed esortano a ripartire dai nostri luoghi interiori, dalle memorie, dai ricordi, per poi giungere, alla fine del viaggio, a riconoscere noi stessi. L’opera, oltre ad essere un luogo di coincidenza di prosa e poesia, di invenzione e di ragionamento, è un luogo imperdibile di lucida analisi del reale, in cui ritrovarsi e di cui fare tesoro.

 

© Deborah Mega

 

*

 

…folla sui navigli

 

Triste, come tutte le giornate negli ospedali. Si soffre, si sopporta, si resiste, si spera. Voi, raggomitolati nelle vostre sicurezze, nel giro delle occupazioni abitudinarie, nei riti frenetici del vivere, indifferenti alle grandi sofferenze, non sentite di abitare un pianeta che soffre? Non vi ponete domande…? Una società è giusta e umana solo se rispetta l’altro, soprattutto quando l’altro patisce, e nulla può legittimare la violazione di regole prestabilite. Imboccare la movida punteggiata di negozi, ristoranti, bar di civettuola eleganza, con viltà e trascuratezza. Nessuno vi ha afferrato per la spalla quando eravate ancora in tempo? Non c’erano bambini; c’erano ragazzi grandi, forse padri, forse nonni, forse anche zii e zie, forse qualche tipo solitario, di quelli che vivono per strada e non hanno affetti da proteggere. Chi è tutta questa gente? Cosa ci fa lì? Spalla contro spalla, forma gruppi chiassosi. Qualcuno immagina – preso dal delirio – la complessità dei sentimenti, quando la morte si contende la vita? Era malata, vecchia, tutti comprendono e ritengono che in definitiva il caso si spiega da sé! Morire in una branda di ospedale, circondati da sconosciuti, senza accusare nessuno per tanta indifferenza. Da dove origina questo cinismo, questo freddo dell’anima? Il gelo, quello stesso che trasforma in arma uno sputo in volo, è penetrato fino nelle vostre anime?

 

i giorni dell’arroganza

 

I giorni dell’arroganza sono finiti,

si mostrano le ferite.

Ma sui Navigli la luna è di tutti;

tutti si sono assiepati,

guardano sgomenti

il suo volto impallidire

e sfumare, andare via,

come fumo, come nebbia;

come leggera fuliggine

appare ora la sua scia

e tutto scolora di nuovo

 dinanzi alle nostre facce

impallidite.

 

*

 

(non son)… cose da femmina!

 

Essere femmine è dover corrispondere a una definizione, a un ruolo… Se il normale fa paura, è altrettanto vero che il diverso terrorizza. Per questo lei non ha mai disubbidito… Il carnefice alza le braccia. Si ode il grido della vittima! Avrebbe voluto sfuggire a quel malessere che turbinava come il vento ma… le mancavano le parole, l’occasione, il coraggio! Barcolla, prova a muoversi. Non ha forza nelle membra, ma quando lentamente con gambe tremanti lascia quella casa, si dischiude, per lei, il mondo che le si era sigillato addosso, in quelle stanze dall’aria ispida e angusta. Ciò che l’attendeva era così meraviglioso: si sentiva libera, avvertiva una nuova energia. Il calore aveva preso il posto del freddo. La luce il posto della penombra. Aveva conquistato il rispetto di sé. Si era dimostrata più forte di lui. Aveva compreso la ne-ces-si-tà di essere libera dall’infelicità, dal dolore, dalla ferocia. Gli stereotipi regolano ancora l’accesso ai ruoli sociali costruiti dall’uomo sulla differenza di genere. Incidono sull’identità della persona. Femmina, sesso debole? No!

 

il dramma

 

Questo è il gusto osceno della vita,

restare nel crogiolo e capitolare

alla fine dietro l’angolo di casa,

con negli occhi uno sfavillio

che ti coglie all’improvviso

quando vedi la lama che

tinge di rosso il tuo

corpo. La carezza

è lieve, lieve e sottile e

ti penetra e ti assottiglia

la vita, te la sfila, la

libera dal corpo

e tutta la tua memoria

diventa storia ora

sulla tela della

nostra scena.

 

*

 

ANNA CHIARA BRUNO, (Carosino – TA 1953), già docente in lettere, oggi si occupa di promozione della lettura soprattutto presso i giovani, collaborando con associazioni culturali, istituzioni ed enti locali.

MARIA PIERA LO PRETE, (Taranto 1950), già docente e collaboratrice di case editrici. Ha pubblicato le raccolte poetiche Naufragio (2016) e Al sole di agosto (2020). Sue poesie sono pubblicate in antologie di autori contemporanei.

DIANA BOŠNJAK MONAI, (Sarajevo 1970) famiglia multietnica e multiculturale. Architetto, artista, scrittrice, vive e lavora a Trieste. Ha diverse pubblicazioni alle sue spalle tra cui: “Da Sarajevo con amore” (dalla città assediata diario ricostruito con scritti del nonno Puniša Kalezić testimone diretto); “A te, che hai guardato muta” (romanzo 2019).

FILIPPO LA PORTA (1952) Romano ma con profonde radici pugliesi. Critico e saggista. Scrive su “La Repubblica”; una rubrica sul settimanale “Left” e sul mensile “L’immaginazione”. Innumerevoli le sue pubblicazioni, non solo di critica letteraria. Conosce profondamente la produzione letteraria pugliese contemporanea.

La Poesia è necessaria.

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Nicolas Poussin, L’Ispirazione del Poeta, 1628-1629, olio su tela, 184 x 214 cm.            Parigi, Musée du Louvre

 

Molti di noi si saranno accorti che, dal 27 dicembre 2021, il blog Poesia sul sito di Rainews non è più visibile. Non è possibile oscurare o ancor peggio sopprimere un luogo d’incontro per la comunità dei poeti e degli artisti che, dal 2007 ad oggi, ha costituito un archivio rappresentativo per la poesia nazionale e internazionale, sarebbe come chiudere una scuola o una biblioteca o un qualsiasi altro servizio di pubblica utilità. Anche la redazione del blog LIMINA MUNDI, pertanto, esprime la sua solidarietà e auspica la riapertura del blog di divulgazione della cultura poetica e letteraria curato in questi anni da Luigia Sorrentino e dai suoi collaboratori.

~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

L’ultimo aereo

 

La nostra vita non è più nelle trame

tessute intorno a casa o poche vie più in là:

un ventaglio di aneddoti che l’aria

schiudeva tra le dita, depositava adagio

negli orti rosseggianti di escallònia

dove un giorno attecchiva una piccola storia.

Una nube strappata al cielo dal vento

lambisce coi suoi orli sfilacciati

vecchie periferie dove sbocciano fragole

di cui sono golosi solo i rospi.

Sappiamo quello che accade – e accade

soltanto altrove.

L’ultimo aereo che ha sorvolato le case

è stato il Macchi della nostra infanzia,

ma ne abbiamo sentito lo schianto

dietro le colline molti anni fa.

 

Fernando Bandini, L’ultimo aereo, da Santi di Dicembre, Garzanti, 1994.

Incontro con l’Autore : Giorgia Vecchies

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Indizi di un dove, Samuele Editore, 2021

Prefazione di Giovanni Fierro

 

 

da Indizi di un dove

C’è un tempo per decidere una partenza.

Un’ora è come un distacco

una foglia planata sulla pelle

non ne senti il bordo affilato.

La venatura di clorofilla

corre rossa e lascia segni

su pagine lasciate alle spalle.

La valigia ha ruote di silenzio.

 

 

Ho fotografato nelle ossa

frutta selvatica, un battito di campana,

il movimento del gatto,

la pioggia, come orli del mare.

Ho perso un amore reciso

nel vano scale. La morte è banale.

Nel contenitore dei giorni

nemmeno le tue mani.

Anche la rassegnazione è banale.

 

 

Un febbraio come tanti

dalla finestra si suppone

l’umido del giorno.

Sotto le coperte un tepore

difficile da abbandonare,

il telefono senza aspettative

di trovare un saluto

come una colazione

preparata a sorpresa.

 

 

da L’uomo in giacca e cravatta

L’uomo in giacca e cravatta

ha mani colme di nebbia

e ritagli di vetro, sulla strada

cammina schivo dall’altro.

L’uomo vestito di cartone

ha mani piene di scarti

e negli occhi una rosa.

Qualche volta

l’uomo in giacca e cravatta

si veste di cartone

ma non è la stessa cosa.

 

L’uomo con la giacca blu

del diplomatico vissuto all’estero

porta sempre la camicia

e relazioni abbandonate.

Vive solo.

Solo per bilanciare le assenze

compra scatole di cibo

per i gatti di passaggio

in cerca di carezze.

 

 

  1. Come hai scoperto la passione per la scrittura, in particolare per la poesia? Come hai coltivato quest’ultima?

La poesia abitava dentro di me già forse prima di nascere. Dentro mia madre ho assaporato la musica della ribellione, pacata, quasi silenziosa, eretica con amore. Ho scoperto la passione per la poesia sentendola nei polsi, come seta che li stringe e alla quale potevo affidarmi. Non mi sono accorta del come e del quando, mi ci sono trovata immersa, a scuola leggendo autori proposti dal programma e poi cercando fuori dalle mura, cercando i libri “proibiti” che la scuola lasciava in disparte. Libri sull’esistenzialismo quali La nausea e poi i poeti maledetti, la poesia d’amore, quella erotica, la poesia travolgente o quella profondamente malinconica. Cercavo autori che mi dessero una visione ampia e universale, cercavo il senso della vita. E poi scattava l’impulso di scrivere, di mettere sulla carta le emozioni. Giovanissima, adolescente, iniziavo a cercare me stessa nella scrittura emulando i miei autori preferiti.

  1. Quali sono gli autori italiani o stranieri che hanno avuto un ascendente sulla tua scrittura o che avverti prossimi al tuo modo di vedere la vita, l’arte? C’è un poeta che consideri tuo mentore?

Un mentore? Ungaretti, che uomo! Mi conquistava quel suo dolore sereno, le parole ridotte all’osso, la sua voce che raccontava l’Odissea in televisione. Poi Neruda e Prevert e Sengor entrarono nelle mie vene, nel tempo dell’amore adolescente. Vivevo le mie emozioni dentro quei versi, mi perdevo nella musica dei versi di Leopardi, nella sua tristezza. In seguito ho scoperto Inniò di Pierluigi Cappello: come lui sentivo il mio «in nessun dove», poi mi sono trovata a leggere e rileggere David Maria Turoldo le sue Mie notti, le sette notti dove torturarmi con l’autore nel suo dialogare con Qohelet. Importante la recente riscoperta di P. P. Pasolini: la sua visione profetica del mondo mi ha sconvolta, proprio adesso che il mondo sta franando come lui aveva  già visto. L’arte nelle varie forme, pittura, architettura, antica e modernissima, moda, materiali, tessuti stoffe e passamanerie, cucite, incollate e reinventate e poi le installazioni nella natura, assemblaggi di musica tecnologica e immagini, fotografia, film, rappresentazioni di ritrovamenti in un immaginario post umano: tutto mi sorprende osservando la vastità del modo di esprimersi dell’uomo, sempre.

  1. Quale valore ha per te la poesia, in particolare oggi, che sembra orfana di maestri e, per le numerose voci, informe e frammentata?

Oggi

La poesia che vorrei

scrivere non ha senso

un vocabolario obsoleto

una voce piegata

al silenzio ci si abitua.

C’è un oggi che inizia nel marzo 2020, qualcosa che non voglio nominare, un nome che potrebbe essere riconosciuto dagli algoritmi, è entrato come un cugno metallico a separare il tempo, quello che c’era prima, a.C, e quello del dopo d.C., dove “C” non sta per Cristo. Quello che prima aveva valore adesso non ha senso. Non ha senso la speranza, il progetto, il sogno: dopo di “lui” cosa posso dire? Quando gli uomini non poterono parlare ritornarono ai campi e le donne al focolare. Poesia orfana, concordo: sono pochissimi i poeti, i letterati o gli artisti che, vedendo, se lo vedono, questo momento, che abbiano il coraggio di parlarne. Tanti autori, di tanto o poco valore, che nel loro frammentarsi si ritrovano tutti assieme dentro una nuova corrente di pensiero, l’evitamento di espressione nella finzione che tutto vada bene così com’è, adeguandosi e chinando il capo a proposte di vita disumanizzata. Lo spettacolo continua. Resta il fare, il mio adesso è trovare la poesia nella natura, nei paesaggi, nel silenzio, ritrovarmi in cucina a inventare ricette rispettose del tempo, abbinando i colori dei cereali e delle verdure, nell’armonia dei gusti, sperimentando. Mi danno pace. Vedere è diventato troppo. Adesso cerco di ascoltare, chetare il germe del giudizio. Scrivo poco, adesso, come un mettermi da parte, sono alla ricerca di nuove parole che esprimano il proseguo del mio cammino. Si trovano i segnali della mia trasformazione in alcuni versi nella raccolta Indizi di un dove, Samuele Editore, 2021.

L’uomo col vestito chiaro

della primavera segna la fine

del Calvario…

…Trova un segno, un desiderio ardente,

una nuova attesa, come nell’intaglio

asfaltato semi di clorofilla.

  1. Come nasce la tua ispirazione? Ci sono momenti del giorno privilegiati? Attribuisci importanza alla componente autobiografica e al rapporto con i luoghi dove sei nata o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

L’ispirazione nasce dall’osservazione del vivere, cercando di raccontare le mie emozioni, le situazioni del vivere quotidiano delle persone che vedo attorno, raccontare la vita. I momenti per scrivere non hanno un tempo: a volte è la notte con la sua magia: mi tiene sveglia a scrivere mentre tutto attorno è come un incanto silente. Altre volte l’ispirazione nasce mentre cammino o lavoro e questo mi obbliga a fermarmi ad annotare quel qualcosa. Il titolo Indizi di un dove suggerisce l’idea del luogo, i miei numerosi dove; sono vissuta in tanti paesi, una serie di traslochi che non ho nominato eppure sono presenti. Hanno plasmato il mio modo di essere e di pensare di ritrovarmi straniera in ogni luogo e allo stesso tempo non estranea all’Altro: “l’Altro” è come me, crolla quindi ogni giudizio, il confine tra gli altri e me è poroso, non è un muro. Le radici si sono moltiplicate, non ne ho una sola e questo, se in un certo modo mi ha fatta sentire “in nessun dove” mi ha benevolmente abituata ad allargare la prospettiva della visione della vita.

  1. In quale contesto emotivo è nato Indizi di un dove?

Ad un certo punto doveva nascere, esporsi. Ė nata perché era giunto il momento, con il sostegno fiducioso di persone amiche ho capito che potevo aprire le mie pagine al pubblico.

  1. In che misura gli incontri con altri autori e intellettuali hanno influito nella tua evoluzione poetica?

Ho incontrato autori locali che mi hanno insegnato molto; ho seguito laboratori molto utili, mi hanno fatto comprendere soprattutto l’importanza di ripulire i testi, di rallentare il ritmo nella lettura per meglio assaporarne il significato. Nella prefazione di Giovanni Fierro e nella presentazione della redattrice del libro, Elisabetta Zambon, poi con altri autori con cui mi sono confrontata, ho scoperto che, oltre al contenuto che intendevo esporre se ne  trovavano altri: è l’inconscio che parla a mia insaputa. Con stupore mi riscopro attraverso la lettura degli altri.

  1. Sappiamo quanto la copertina e il titolo rappresentino, in certo senso, la soglia del libro: come sono nati per il tuo libro quegli elementi così carichi di suggestione?

Ho pensato questo titolo perché suggerisce una ricerca, il mistero del luogo, come voler stuzzicare la curiosità nella ricerca del significato. L’immagine è una mia bozza, un esperimento di pittura, colori intensi rosso e argento, la passione indomita e il femminile della luna argentea, rappresenta il cancello dietro il quale sono in attesa: un cancello, la soglia come spazio di apertura, uno sconfinamento anziché una chiusura.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolto Indizi di un dove?

Credo sia rivolto a chi ha già percorso un bel tratto di strada nella vita, ad un pubblico maturo, a chi si riconosce nella nostalgia o a chi desidera una spinta al cambiamento, a migliorare la propria vita a non abbandonarsi all’abitudine che spegne i sogni e l’anima.

  1. In che modo stai facendo conoscere il tuo libro?

Presentandomi al pubblico di persona, raccontandomi. Avrei voluto proporlo alle biblioteche dei luoghi dove ho abitato per confrontarmi con gli autori locali. Poi tutto si è fermato, il famoso d.C. Non ho voluto accettare o fare discriminazioni. Verranno tempi migliori, forse.

  1. Qual è il passo della tua silloge che ritieni più riuscito o a cui sei più legata e perché?

“Fammi un sorriso di circostanza

è meglio non andare a fondo

sul dolore accumulato

si cammina sopra

le situazioni andate a male

da conservare sotto vetro

che non si senta l’odore

del mare che ci porta via

da questa laguna spenta.”

  1. Che cosa ti attendi da Indizi di un dove?

Cosa ci si può attendere adesso, in un adesso che si prolunga oltre l’inverosimile? Di riappacificarmi con le persone care, di imparare a non attendere, di un risveglio dell’umanità? O forse solo di lasciar andare…

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Stai già lavorando a una nuova opera e di che tratta? Puoi rivelarci qualcosa?

Sto mettendo da parte contenuti nuovi che tento di scrivere in una nuova forma. Ancora prematura ogni rivelazione. Sono in fermentazione, occorre il tempo giusto per la maturazione delle parole.

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Giorgia Vecchies nasce a San Giorgio della Richinvelda il 22 aprile 1954. Negli anni partecipa a diversi laboratori di lettura e scrittura e a vari incontri letterari. Tra cui con il Gruppo Majakovskij, Claudio Moras, Dario Marini, Martina Boldarin, e quelli proposti da Samuele Editore. Nell’agosto del 2014 partecipa al Festival dell’Arte di Grado vincendo il primo premio. La sua opera prima è Indizi di un dove, Samuele Editore, 2021.

 

 

Ossessione e presente immobile in “LA GELOSIA” – Alain Robbe Grillet

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Alain Robbe Grillet: Brest, 18 agosto 1922 – Caen, 18 febbraio 2008

L’attività letteraria è stata negli anni Cinquanta e Sessanta caratterizzata da alcuni movimenti d’avanguardia animati da un’elevata carica di contestazione sociale e morale al sistema borghese: un elemento, questo, nuovo rispetto alle avanguardie storiche di primo Novecento e che in qualche modo prelude al Sessantotto. Se l’avanguardia storica infatti, d’inizio secolo (Dadaismo, Futurismo, Surrealismo) sognava di creare un linguaggio nuovo, la Neoavanguardia si propone, di demistificare il linguaggio ordinario, distruggendo all’interno i modi del conoscere e del comunicare. La Francia è il paese in cui più intenso è stato il dibattito teorico, stimolato dalla vivacità delle ricerche culturali (Esistenzialismo, Neomarxismo) e dalle nuove scienze umane (soprattutto lo Strutturalismo e l’Antropologia), fiorite appunto nel clima culturale di quegli anni segnato dall’Esistenzialismo e dalla guerra fredda. A questo sfondo culturale si possono ricondurre le opere di autori diversi, quali Jean-Paul Sartre, Arthur Adamov, Eugène Ionesco, Samuel Beckett, Jean Genet, Ferdinand Arrabal. Le loro opere tendono a non trasmettere alcuna informazione diretta né valore esplicito e il palcoscenico, in cui questi autori mettono in scena il dramma dell’uomo contemporaneo e la sua ricerca di un significato per l’esistenza, diviene il riflesso di un mondo interiore scisso, disperato. Dopo la stagione del teatro dell’assurdo, (fenomeno sostanzialmente francese e parigino che negli anni Cinquanta ottenne un vivo successo in tutta Europa, anche se si sarebbe esaurito nell’arco di un quindicennio) è venuta quindi la messa in discussione, anche in narrativa, del romanzo tradizionale. Oltre alle esperienze trasgressive di Georges Bataille (1897-1962), scrittore e critico, che affronta temi estremi (erotismo e violenza) in forme eccessive, oltre alle teorizzazioni di Maurice Blanchot che definisce la letteratura uno spazio di “orientamento” e di “morte”, si afferma il Nouveau Roman[1] école du regard, (scuola dello sguardo).Si tratta in realtà del tema dell’alienazione dell’uomo nella società di massa, già al centro del teatro dell’assurdo, riproposto in forma narrativa, densamente sperimentale. Di fronte all’improvvisa fortuna editoriale dell’école du regard, la critica italiana inizia a interessarsi al Nouveau Roman e al soggettivismo radicale della scrittura, come espressione della reificazione indotta dalla società dei consumi. Il caposcuola riconosciuto del Nouveau Roman francese, (termine coniato da Emile Henriot) è Alain Robbe-Grillet che ne ha teorizzato le linee in Una via per il romanzo futuro (1956). Appartengono alla corrente del Nouveau Roman, coerente con la crisi del XX secolo, altri esponenti come Nathalie Sarraute, Michel Butor, Claude Simon e Marguerite Duras solo per citarne alcuni. Nel romanzo come “ricerca” (la definizione è di Butor), l’uso insistito del monologo interiore si affianca alla particolareggiata descrizione realistica per respingere ogni funzione rappresentativa. Il punto d’arrivo è una “creazione scritturale”, una rete di segni (parole, immagini) che producono senso di se stessi. Si tratta di un rovesciamento dell’impostazione tradizionale del romanzo, inteso come impassibile trascrizione di oggetti ed eventi, liberati da qualunque interpretazione che vi sovrapponga un senso preordinato. Negli anni Cinquanta-Sessanta, in Francia il movimento del Nouveau Roman ha fatto ricorso a tecniche narrative di avanguardia per negare la possibilità di dare un senso a una narrazione. Il primo e più celebre scrittore è l’argentino Borges, che in molte variazioni ha riproposto l’immagine del mondo come enigma e labirinto. Intorno a Borges si è raccolto un gruppo di scrittori argentini che condividono con il maestro le ardite sperimentazioni intellettuali. In anni più recenti una scrittrice ungherese di lingua francese, Agata Kristof, unisce originalmente il tema dell’inafferrabilità delle vicende umane a una visione lucidamente crudele e disperata della vita. Il Nouveau Roman si è espresso nel più vasto ambito di un’avanguardia attorno alla rivista Tel Quel, fondata nel 1960 da un gruppo di giovani intellettuali intenti a costruire una “scienza materialista delle pratiche significanti” fino a fare ricorso all’idea che la letteratura deve negarsi a ogni traduzione di senso per divenire uno strumento rivoluzionario. Alain Robbe-Grillet scrittore, saggista, regista e sceneggiatore, membro dell’Académie francaise nel 2004, alla presidenza di Maurice Rheims, nell’ultima fase, da Progetto per una rivoluzione a New York (1970), è passato da un’idea di romanzo come strumento conoscitivo dei meccanismi psichici, a un romanzo gioco, che sfrutta tutti i luoghi comuni più banali della tradizione romanzesca in una ludica combinazione e ha influenzato la letteratura europea tra cui anche gli italiani Edoardo Sanguineti e Ferdinando Camon. Notato e sostenuto in particolare da Maurice M. Blanchot, e Roland Barthes, ha pubblicato Le gomme (1953), La gelosia (1957), Nel labirinto (1959).la gelosia 978880614998GRA geipeg

Questa trilogia, una sorta di manifesto letterario della poetica lo rende celebre, ma se facciamo i conti della sua uscita, il libro La gelosia non è quello che chiamiamo un best-seller, che vende rapidamente, ma è un long-seller, che ha superato di gran lunga i best-seller del mondo (Les editions de Minuit). Il titolo gioca sul duplice significato di gelosia: un tipo di persiana a stecche, che permettono di osservare l’esterno dall’interno senza essere visti, e una passione che spinge a osservare ossessivamente i comportamenti della persona sospettata di tradimento. Il romanzo ha tre personaggi: una voce narrante che non dice mai “io”, la moglie di questo narratore innominato (chiamata “A”) e un comune amico che frequenta la loro casa, Frank. Si svolge ai tropici. La scena è un bungalow signorile situato in un paese coloniale, al centro di una piantagione di banani. In prima pagina si trova la planimetria di un’abitazione, designata a regola d’arte e la descrizione dell’edificio prosegue lungo tutto il libro, alternandosi alla descrizione morbosa delle piantagioni che lo circondano e alle ambigue allusioni di un probabile tradimento della moglie con l’amico della voce narrante che registra minutamente ogni particolare visivo. il vero protagonista, assente, onnipresente e onnisciente, è il narratore silenzioso che dà il titolo al libro “la gelosia” in quanto osservatore ossessivo e sospettoso della relazione fra sua moglie e il vicino di casa. I romanzi di Alain Robbe-Grillet propongono un restringimento del campo visivo per una più autentica ricreazione del reale. Bisogna dunque superare il racconto lineare, cronologico, incentrato sull’eroe protagonista, va abolita, come teorizza Robbe-Grillet, la psicologia tradizionale, per adottarne un’altra, in cui è l’uomo ad abitare le cose e i suoi sentimenti non sono dentro, bensì fuori di lui. Le circostanze esterne non sono dunque mai neutrali, ma si caricano delle segrete nevrosi e angosce dell’individuo. La narrativa di Robbe-Grillet in La gelosia vuole risalire al livello elementare della percezione, in cui gli oggetti del mondo incontrano uno sguardo. È un momento originario, anteriore alle interpretazioni concettuali con cui diamo abitualmente un senso al mondo. Scrive l’autore nel testo programmatico Una via per il romanzo futuro “aprendo gli occhi all’improvviso, abbiamo provato una volta di troppo, lo choc di quella realtà testarda di cui facevamo finta di essere venuti a capo. Attorno a noi, sfidando la muta dei nostri aggettivi animisti o sistematori, le cose sono là. Riporto in parte un passo centrale del romanzo:

V. “Ora la casa è vuota”

Ora la casa è vuota. A. è scesa in città con Franck, per fare alcune spese urgenti. Non ha precisato quali. Sono partiti di buonissima ora, per disporre del tempo necessario alle loro faccende e tornare tuttavia la sera stessa alla piantagione. Avendo lasciato la casa alle sei e mezzo del mattino, contano d’essere di ritorno poco dopo mezzanotte, il che rappresenta diciotto ore d’assenza, di cui otto al minimo di viaggio, se tutto va bene. Ma i ritardi sono sempre da temere, con queste cattive piste…. È facile far scomparire questa macchia, grazie ai difetti dei vetri molto grossolani della finestra: basta portare la superficie annerita, per approssimazioni successive, in un punto cieco della lastra.
L’idea è dunque di rappresentare una materialità dell’esistenza che precede i concetti, le spiegazioni, le storie che ci raccontiamo per dare un senso alle cose. Per questo il protagonista è ridotto a una voce anonima che registra impassibilmente pensieri e percezioni, e la trama è ridotta a una serie di stati di coscienza slegati
La macchia comincia con l’allagarsi. Uno dei suoi lati, gonfiandosi, forma una protuberanza tondeggiante: più grossa, da sola, dell’oggetto iniziale. Ma qualche millimetro più in là, questo ventre si trasforma in una serie di sottili mezzelune concentriche, che s’assottigliano ancora, si riducono a fili, mentre l’orlo opposto della macchia si ritrae, non lasciando dietro di sé che un’appendice peduncolata. Questa s’ ingrossa a sua volta, un istante, poi tutto si cancella di colpo. Dietro il vetro, nell’angolo determinato dall’asse centrale e dalla piccola traversa non c’è più che il colore grigiastro dello strato di polvere che ricopre il suolo sassoso del cortile. Sul muro di fronte il millepiedi è al suo posto, nel bel mezzo della parete.
Il tempo è un presente immobile (ogni capitolo comincia con la parola Ora), e non scorre in una sola direzione: il millepiedi che in questo brano sembra scacciato dal protagonista, in pagine precedenti è già una macchia sul muro, in pagine successive è ancora vivo. Comprendiamo che l’osservatore sta guardando l’esterno da dentro della casa, attraverso i vetri di una finestra, e (forse) attraverso le gelosie. La gelosia è evidente nei pensieri registrati all’inizio del brano, anche se l’atteggiamento resta ambiguo: l’innominato protagonista vuole convincere se stesso? O fa dell’ironia sulle giustificazioni che gli altri due accamperanno? Inoltre la registrazione di ogni minima percezione suggerisce un certo tipo psicologico: un individuo debole, incapace di azione, smarrito in un’ossessiva contemplazione delle cose intorno a sé. Oltre al tempo anche lo spazio è ambiguo e mutevole: l’immagine fotografata si sovrappone e quasi si confonde con la scena reale. In teoria dunque Robbe-Grillet abolisce i cardini della narrazione. Il personaggio e la trama; in realtà, fornisce al lettore tutti i dati per ricostruire una situazione (se non proprio una storia) e una psicologia. E dunque, se per molta narrativa la domanda portante è “chi vede i fatti riportati?”, qui la questione si fa più radicale diventando: “che cosa vede chi sta guardando (e narrando)?”. La sperimentazione stilistica che alla fine degli anni Cinquanta investe il romanzo trova una corrispondenza anche nel cinema, e dal momento che il Nouveau Roman nasce in Francia, è il cinema francese a recepirne per primo le innovazioni. [4] Il regista Alain Resnais più di altri si è trovato in sintonia con le proposte dell’avanguardia, e ha trasportato sullo schermo le tecniche letterarie del “flusso di coscienza” e avvalendosi della collaborazione dei due più importanti scrittori dell’avanguardia letteraria francese: Marguerite Duras e Alain Robbe-Grillet., sceneggiatore de L’anno scorso a Marienbad [5] (Leone d’Oro alla Mostra del cinema di Venezia nel 1961). Anche nel film inaugura una nuova drammaturgia che Gilles Deleuze definisce “una storia di magnetismo, di ipnotismo” Infatti anche qui lo spettatore rimane disorientato e non è in grado di sapere chi dei due protagonisti menta, mentre è trascinato all’interno delle atmosfere oniriche e sul filo di una memoria ingannevole che esplora i recessi oscuri della coscienza. Eletto nel 2004 all’Accademia di Francia, Robbe-Grillet, provocatore e polemista morì all’età di 85 anni dopo aver dato alle stampe un ultimo romanzo che, tra i critici d’oltralpe, scatena roventi anatemi.

© Maria Allo

[1]  3, Novecento-Il nouveau roman francese, B. Mondadori, pag.629

[2]  M. Blanchot, Le livre à venir, Gallimard, Paris 1959, pp. 219-226

[3] Alain Robbe-Grillet La gelosia, Ed. Einaudi (Uscito in Italia nel 1958 nella traduzione di Franco Lucentini)

[4] Un articolo di Andrea CHIURATO, «Un successo senza gloria.Splendori e miserie della ricezione  di Alain Robbe-Grillet in Italia», in Interférences littéraires/Literaire interferenties, 15, «Au risque du métatexte. Formes et enjeux de l’autocommentaire», a Cura di Karin SCHWERDTNER & Geneviève DEVIVEIROS, febbraio 2015, pp. 149-169

[5] Alain Robbe-Grillet, L’anno scorso a Marienbad Einaudi,1961 (https://core.ac.uk/download/pdf/225988932.pdf) Gilles Deleuze, L’immagine-tempo, Ubulibri, pag 139

“Controfobie” di Antonio Corona. Una lettura di Rita Bompadre

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“Controfobie” di Antonio Corona (Quaderni di poesia Eretica Edizioni, 2021) è una raccolta poetica intensa e manifesta con incisiva e profonda emotività la consapevolezza degli affetti e della compassione, mutando la trascrizione e la distorsione della fobia nella comprensiva e generosa espressione dell’empatia. L’autore interpreta, nell’esperienza della pura solidarietà,  l’attitudine della ragione umana d’intuire la capacità emblematica della realtà, relaziona l’approccio altruistico nella coerente osservazione del rispetto e dell’indulgenza nei riguardi di una universale disponibilità all’apertura mentale, affrontando il conflitto persistente dell’irrazionale limitazione della negazione e delle contrarietà. La materia dei versi convince la spiegazione a ogni spontanea condivisione, accoglie l’impulso motivazionale dell’universo interiore, riconosce il disorientamento degli squilibri e condanna l’inafferrabile oscurità dell’ignoranza. Antonio Corona mantiene la disinvoltura dell’indipendenza sentimentale in relazione ai principi ispiratori della libertà, percorre il sentiero compromesso dalla ferita del disagio, dal tormento dell’irresolutezza, dall’apprensione per un’intolleranza che addensa le incrinature dell’anima. Il poeta congiunge la sintonia con il lettore con l’esecuzione di un proposito di colloquio intimo, consolida il tragitto istintivo tra fiducia e affidabilità, esplora le incertezze delle frontiere intellettive, permette di distinguere la discrezione con la quale guarda al mondo attraverso il proprio vissuto e accoglie la potenzialità della diversità, accennata, e non giudicata, da un’angolatura percettiva. Le distinte prospettive delle parole seguono l’originale itinerario delle sezioni poetiche, suggerite con i colori rivelativi, Nero Fardello, Indaco Bastardo, Rosa Fragilità, Rosso Passione e Verde Speranza, per definire ogni rappresentativo stato d’animo, il segno compiuto di ogni  carico morale, l’insolenza dell’offesa, la tenerezza dello smarrimento, il desiderio resistente dell’amore, la dichiarazione profonda di ogni aspettativa. Leggere “Controfobie” accomuna la fermezza coraggiosa e dolorosa all’intonazione della complessità, consente di condannare i provocatori contrasti delle convenzioni e dei pregiudizi sociali e di escludere dall’impostazione esistenziale il conflitto dell’incomunicabilità. Antonio Corona rivendica le occasioni perdute e le promesse ritrovate, indugia sulla consistenza del proprio sentire, scindendo la scelta di mostrare la propria identità dal timore di non essere riconosciuta, rivela un’umanità conquistata con maturità poetica, senza biasimo, predilige la capacità d’identificare il dono di agire secondo i propri sogni, divulgando la voce più autentica nell’urgenza necessaria della scrittura poetica.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

Subire

Un vuoto a pressione
che esplode nel petto,
un gesto tagliente
che affonda nel ventre,
una frase sbagliata
che uccide da dentro.

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Amare nell’ombra

Un bacio mai dato
è un’emozione mancata
ma un bacio nascosto
è come un cuore spezzato.

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Pioggia d’estate

La senti cadere ferita smarrita
come lacrime gioiose irrompe
in cerca della terra secca zollata
che accoglie i segni dei palmi
di chi carponi cammina trafitta
in cerca di quel sole che corrompe
chi d’amore mancato perisce.

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Sulla fune

Su una fune
sospesa nel vuoto
la vita danza sulle punte
di un amor congiunto
fra anima e corpo
tra sensi e tatto
di chi ascolta e poi agisce
senza cogliere nel segno.
Mi fermo
nel fulcro della ragione
sapendo che seguirla
mi porterà altrove.
Mi muovo
in equilibrio sul cuore,
se cado volo
se arrivo cammino.
Amare è l’unica certezza.
Parole di convivenza

Parole cucite all’orizzonte
perse tra due mondi
uniti sulla linea del niente
congiunte solo in un miraggio
ma in realtà sempre distanti.

Parole vuote nell’aria
affogate nel mare
in due mondi bruciati
dal silenzio del confronto.

Vorrei parole unite da una lampo
riportate all’orizzonte
riflesse sul mare
proiettate lunghe sulla terra
paciere di tolleranze
ed amorevole convivenza.

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A piedi uniti

In quel punto esatto
dove a piedi uniti
premo sulla sabbia bagnata
leggermente sprofondano
pensieri, azioni ed intenti.
Guardo quell’ombra formarsi intorno
e permango in attesa
di un’onda, dell’onda
della forza che m’inonda.
Affonda e ritorna
la spuma circonda
come nebbia spettrale
l’assenza e l’essenza
la gioia e il tormento.
Mi getto mi bagno respiro
vivo. Acqua sabbia sale
un pane bagnato
indissoluto
sotto i miei piedi.
Coraggioso attendo,
il vento.