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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

CHIAMAMI

02 domenica Dic 2018

Posted by alefanti in Poesie, SINE LIMINE

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Chiamami luce che tarda
aria corrosa dall’attesa
pane di buio a consolare
Chiamami risposta alle tue domande
che ai piedi mi sdraio e sto
mi consegno alle carezze
al silenzio mi consegno
Chiamami “vai via così che mi manchi
il tuo odore”, dirai serio
lo dirai, credimi, e sarà vero
mancherò dentro l’aria
Chiamami e lo saprai
quanto a lungo
prima e poi di nuovo
imperdibile mai ricevuto
dono finale sarò
Chiamami

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Versi trasversali

26 lunedì Nov 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Tag

Marta Genduso

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

MARTA GENDUSO

 

Carbone

La tua energia di vivere

trattenuta in nuce

una violenza estrosa

interdetta:

una mano sulla corteccia

l’altra tra i miei capelli

stretti alle dita

come corda tra le labbra

il canto del piacere.

 

Travolta io, qui accanto

come un carbone arso e muto

mi sento e rimango

per terra tra gli ultimi fuochi.

 

Così se mi prendessi tra le dita

adesso

una tenerezza implosa

scoscesa:

una mano sulla roccia

l’altra a tracciare graffiti

nel paleolitico dei miei desideri

nella caverna del dinofelis.

*

Bestia e Terra

Davanti a te

o meglio

fra le tue mani

ritorno di terra

impasto d’argilla

fasci di nervi e fremiti

impulsi etologici.

 

Ricomincio a fiutare

riprendo a sentire

ogni muovere che striscia

sibilla sul manto

carezza le zampe

che corrono nostalgia

 

Davanti a te

o meglio

con le tue mani

mi spoglio

prima dell’evoluzione

prima dell’homo

in contatto col tempo

 

Così

lontana da te

rimango

al buio

se non hai mai visto una bestia piangere,

al buio

per te.

 

*

Il mortaio di legno

Il mortaio di legno

rintocca

batte

le bacche si disfano

aprendosi in frantumi

poi il succo

liquido rappreso

sangue raggrumato

una pasta di mandorle

compatta

sulla fronte come

medicina antica

 

così anche noi

rimaniamo pestati.

 

Il mortaio di legno

batte

rintocca

svogliato

nel nostro martirio

dei giorni che escono a gocce

da un vecchio rubinetto malandato

le parole stanche biascicate

si trascinano

escono come rivoli di saliva

nel sonno

sul cuscino

fino alla stasi muta

dei corpi lontani.

 

Noi

disfatti e spacciati

che non sappiamo come

siamo arrivati

fin qui

malridotti

naufraghi della nostra tempesta

fuori controllo

approdati

su due isole adesso

distanti.

*

Pangea

In un attimo

siamo la pangea di una nova terra

incastrati gli uni negli altri

nei nostri orli appena frastagliati

zolle informi che si distaccheranno

ma siamo solo alla deriva

continenti

quando lontani

 

in giro per la città

ce ne andremo

come scivolando

su tappeti di oceano

velluto nero increspato

 

ma siamo solo alla deriva

continenti

quando lontani

*

Arenaria inutile

Un’arenaria inutile

stamattina

un frammento

una scaglia grattugiata

bianca e nuda

su questo letto

una spiaggia infinita

senza mare

quindi un deserto

di arsure

un contenitore brullo

di plastica

sparuto

sparpagliata in me

frugando nel sonno

un cumulo di ossa ordinate

secondo una fisiologia animale

che mi lascia indietro

e ferma ancora

lenta e senza scampo

in questo nuovo giorno che

mi sfinisce cominciando.

*

Dimentica

Quel giorno in cui entrasti in casa

-la porta aperta-

sul pavimento

tra giornali e oggetti quotidiani

hai trovato

gli incubi che ogni notte

ti avrebbero cercato

e così adesso

io vorrei soltanto

che su ognuna delle impronte

di quei colpi,

che su ognuno di quei punti

percossi

e dai lividi attoniti e sconvolti

si aprissero forme

di laghi,

di fari,

di lune ancora giovani

contente alle prime rughe

oppure ancora

righe di orizzonte

in fuga dai capelli.

 

Voltati,

rivoltati

nel liquido amniotico delle tue profondità

nelle ciglia chiuse e confuse

nella gestazione di ricordi nuovi

e lascia che quelle immagini

smarriscano la strada

senza tracce

verso te.

*

 

Ricordati

Sei nato due volte

e il secondo dolore

inflitto

il parto di te

scegliendo

chi non saresti mai diventato

nell’immagine del volto duro

del braccio scagliato

degli occhi crepacci violenti

resistente tu

ingoiando il colpo sordo

digerendolo onirico

irresoluto

nel muto vagito

nel pianto sprecato

il parto da te.

 

(Fiorisce da ogni colpo

la rinuncia

fiorisce ad ogni livido

la scelta)

 

 

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Versi trasversali

19 lunedì Nov 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Tag

Lorenzo Pataro

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

LORENZO PATARO

 

L’incontro

Sul treno galeotto dell’alba,

una luce e una voce

ti hanno dato

la forma speculare

del mio tavolo ideale apparecchiato.

 

Sei arrivata

come una lama madida d’arancia

a squarciare il mio amore

gettato in un vicolo cieco.

 

La freccia è stata

come la carta

quando taglia le dita.

Vedi il sangue,

ma non la ferita.

*

Attraversarsi

Dopo la tua freccia

lascia che anch’io

ti attraversi

come un frusciante foglio di luce

sottotono e sottovoce.

 

Un fiume che bacia

con gli occhi chiusi

la sua foce.

*

Promessa fragile

Immagina

di buttarti

a capofitto

nel vuoto

e che ci sia

io

lì sotto

a salvarti.

È questa

la fragile promessa

che vorrei farti.

 

Di afferrarti

anche quando sarà impossibile.

*

Icaro

Un giorno di questi

voleremo via

come stormi di uccelli

impauriti dai temporali.

 

E se il sole

brucerà le nostre ali,

cadremo in mari senza fondali

stringendoci le mani,

liberandoci dai mali.

*

Darsi al vento

Ingoiare per sbaglio i noccioli delle ciliegie:

errore di fatalità diresti

istante negato che si partorisce dal buio

emerge dai cunicoli della gola

e li addenta come una madre quando vorace

trascina dai polsi il suo bambino

per insegnargli la ferocia dell’ascolto.

 

Ritirare la sete:

difetto di volontà diresti

istante scelto che si contorce

al sole, come ritira la lingua la serpe,

la saliva amara.

 

Spezzare la punta della matita

sentire le vertebre stridere

con la grafite:

errore di precisione diresti

pugile flaccido

bersaglio mancato per un soffio

troppa superbia nell’impugnare l’arma.

 

– Siamo fatti per cadere –

ti dico

mente ti ergi a un millimetro

dal mio gettare

e vorresti che i coltelli

non sviscerassero il vuoto.

*

L’estinzione

Dopo tanta fugace combustione,

alle fiamme miracolose dell’incendio

l’acqua indiscreta fuoriuscita dalle bende strappate

ha messo punti

dov’erano previste virgole.

 

Dei fuochi

sono rimaste solo poche briciole grigie

disperse tra l’erba notturna

che ci accolse come ustionati orfani

in fuga da un corrosivo ardere.

 

Troppa accecante luce

ha mascherato

i volti plasmati dall’amorosa Idea

che dell’Amore costruisce un’arenosa statua chimerica

pronta a dissolversi al primo liquido disvelamento.

*

Penisole orfane

Rimaniamo sul bordo delle rose

ad osservarle, a guardarci dentro,

attaccati al filo che ci stringe le spalle,

pronti a spiccare il volo

come petali scagliati da un bambino

per guardare come si staccano dal grembo.

 

Rimaniamo sul bordo

di ciò che fummo

e non siamo più,

penisole orfane

nuotiamo verso nuove rive,

nuove spine con cui ferirci.

 

Testi tratti da Bruciare la sete, Controluna, giugno 2018

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Canto presente 35: Luca Parenti

15 giovedì Nov 2018

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA, SINE LIMINE

≈ 4 commenti

Tag

Luca Parenti

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

LUCA PARENTI 

 

oggi il cielo ha mantenuto le promesse
alto, azzurro, puro e schivo
e il sole lo accompagnava sereno
come un lume a mezzanotte.
vedevo le persone in cammino
non so dove sarebbero arrivate
ma pensavo a me stesso
nei loro anni migliori, quando
bisogna necessariamente mentire
per essere vivi e forti come sequoie.
conobbi così strane destinazioni improbabili
imprevedibili. ed il cielo era ancora lì
altro, inimmaginabile.

tramonto al quisibeve

un giorno come altri
fatti e finiti come canditi
col cielo aperto e sgombro
come una piazza ad agosto.
non ero solo ma speravo
d’esserlo, solo quando si desidera
non a caso per volere di dio.
io a dialogare coi piccoli fatti
con persone altezzose.
io a congelare le cose buone
poche che vengono a galla:
il dialogo è una espressione
artistica. il popolo è arte.

*

avevo tutta la strafottenza dei vent’anni
ora ho tutta la perseveranza dei quaranta.
ho vissuto bene e serenamente ogni anta
i suoi passaggi come blandi cambi ferroviari.
nessun deragliamento, solo incaponito
e determinato sino alla rottura. come un picchio
che perfora, anche il metallo
ha il suo punto di fusione. solo il cuore
pare refrattario: scende in cantina
non ha paura dei fantasmi, del buio
del silenzio. bisogna avere
la tempra giusta. il sangue freddo.
l’educazione irreprensibile d’un padre
d’una madre.

gioca poeta gioca

gioca poeta gioca
prendi e logora la parola
che ti è stata affidata
per corruzione, idolatria
antipatia, per far servi
ciò che si compra
cristiani e pagani
poeta gioca coi lemmi
prendili strappali redimili
osteggiali pareggiali
lanciali sul muro del pianto
ma non lacrimare
sei uomo forte
ora puoi lasciarti alla sorte.

la stanza senza lei

la stanza senza lei
è solo un pavimento
un soffitto e quattro mura
pure storte. pare che anche
i geometri s’innamorino
e gli operai edili. per questo
alcune trigonometrie son sbilenche.
la scienza non s’accorda coi sentimenti
ma lui la rivuole lì
subito, immediatamente
vicino alla pianta di limoni
(a proposito: bisogna spostarla
dove c’è più sole, come d’altronde loro due)
accanto ai suoi morbidi e romantici sermoni
per far quadrare la vita sua: perciò
lei porterà con sé squadra, martello e pennelli.

kamikaze

tristi sudati operai quando la giornata
incomincia per vuote strade
come fantasmi e la sera assenti
testimoni come lampioni.
strisciante rabbia e violenza, derisione.
bisognerebbe distruggere tutto
buttando sale, rasando bruciare
come gli antichi e ricominciare
con la filosofia, l’arte, gli ismi
la diarrea del politicamente corretto
il pattume del sociale
il bluff dello stato sociale.
ma non c’è abbastanza forza
neppure lo sbuzzo, lacrimazione
facile: una generazione abulica
d’inconsapevoli kamikaze.

*

ci sono poche opzioni:
o scrivi come vogliono loro
allora sarai pietanza sbranata
leccornia di palati straparlanti
studiato da lumaconi chierici
fenomeno da radical salotti
o scrivi soltanto come vuoi tu
isola nel cielo di fronte alla follia
al ripetersi, al tuono.
o servo della catena di montaggio
adulato e succhiato dal coro
(noioso come la morte)
o intimo schizzo di luce
riflesso adamantino
di fonte dolomitica.

*

a Bologna d’estate
la stazione è un’allegra
epilettica invenzione
d’un modo in creola ebollizione.
indiani pakistani cinesi rom
africani: tutto il mondo è paese
ma in pochi metri quadri
in un mese di sudori esagitati
come in un sandwich
stratificati od incendiati
non dalla storia multi etica
ma da una potente illusione:
il capitale è rapace
solo chi non ha da lavorare.

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Incipit 24: La casa degli spiriti

12 lunedì Nov 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Tag

Deborah Mega, Isabel Allende, La casa degli spiriti

Man Ray, Zero

Barrabàs arrivò in famiglia per via mare, annotò la piccola Clara con la sua delicata calligrafia. Già allora aveva l’abitudine di scrivere le cose importanti e più tardi, quando rimase muta, scriveva anche le banalità, senza sospettare che, cinquant’anni dopo, i suoi quaderni mi sarebbero serviti per riscattare la memoria del passato, e per sopravvivere al mio stesso terrore. Il giorno in cui arrivò Barrabàs era Giovedì Santo. Stava in una gabbia lercia, coperto dei suoi stessi escrementi e della sua stessa orina, con uno sguardo smarrito di prigioniero miserabile e indifeso, ma già si intuiva dal portamento regale della sua testa e dalla dimensione del suo scheletro il gigante leggendario che sarebbe diventato. Era quello un giorno noioso e autunnale, che in nulla faceva presagire gli eventi che la bimba scrisse perché fossero ricordati e che accaddero durante la messa delle dodici, nella parrocchia di San Sebastiàn, alla quale assistette con tutta la famiglia.
In segno di lutto, i santi erano coperti di drappi viola, che le beghine toglievano ogni anno dalla polvere dell’armadio della sacrestia, e, sotto i lenzuoli funebri, la corte celeste sembrava un cumulo di mobili in attesa del trasloco, senza che le candele, l’incenso o i gemiti dell’organo potessero opporsi a questo pietoso effetto.
Minacciose masse scure si ergevano al posto dei santi a grandezza naturale, con le loro facce tutte identiche dall’espressione raffreddata, le loro elaborate parrucche di capelli di morto, i loro rubini, le loro perle, i loro smeraldi di vetro colorato e i loro abiti da nobili fiorentini. L’unico favorito dal lutto era il patrono della chiesa, San Sebastiano, perché nella settimana santa veniva risparmiato ai fedeli lo spettacolo del suo corpo contorto in una posizione indecente, trafitto da mezza dozzina di frecce, grondante sangue e lacrime, come un omosessuale sofferente, le cui piaghe, miracolosamente fresche grazie al pennello di padre Restrepo, facevano tremare di ribrezzo Clara.

 […]

Isabel Allende, La casa degli spiriti, Feltrinelli, 1983

 

La casa degli spiriti è il primo romanzo di Isabel Allende, pubblicato a Buenos Aires nel 1982 e tradotto e pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1983. Pare che faccia parte di una trilogia ideale, gli altri romanzi, scritti successivamente, furono  La figlia della fortuna e Ritratto in seppia. La Allende si trovava già a Caracas, in autoesilio dopo il golpe del generale Pinochet in cui aveva trovato la morte il cugino di suo padre, il presidente Salvador Allende. Il golpe di Pinochet era stato un grave colpo per la famiglia Allende e Isabel era stata costretta a riparare con il marito e i due figli a Caracas. Il libro affronta la storia del Cile, vista attraverso gli occhi e le emozioni delle donne di tre differenti generazioni. Inizia negli anni venti del Novecento, con la morte di Rosa del Valle, avvelenata accidentalmente dagli avversari politici del padre. La morte di Rosa è un evento traumatico per la sorella più piccola, Clara, che fin da bambina manifesta il dono della preveggenza e della telepatia. Esteban Trueba, già innamorato di Rosa, stava lavorando duramente per poter sposare la ragazza, ma, dopo aver appreso la notizia della sua morte, si trasferisce nella sua tenuta di campagna, “Le Tre Marie” e, dopo anni di decadenza e di incuria la riporta allo splendore, imponendosi come uno dei proprietari terrieri più eminenti della zona. Lì, però, risente della solitudine e compie violenze contro le figlie dei contadini delle sue campagne. Nove anni dopo Clara prevede che Esteban Trueba chiederà la sua mano, e questo succede quando l’uomo torna nella capitale per dire addio alla madre malata. Convinto di doversi sposare, infatti, Esteban chiede la mano di Clara del Valle, sorella della defunta Rosa, la quale, accetta la proposta e rompe il silenzio di diversi anni di mutismo volontario. Dopo pochi mesi si celebra il matrimonio. Esteban si innamora di Clara tuttavia capisce subito che lei non ricambierà mai il suo amore perché è un essere angelico appartenente più all’altro mondo, quello delle anime, che a quello dei mortali. È allo scopo di farla innamorare che decide di costruire la “Grande casa dell’angolo”, una bellissima casa di lusso che costituirà lo sfondo per le avventure delle future generazioni. Trasferitasi nella casa di campagna, con loro va a vivere Férula, sorella di Esteban che aveva accudito la loro madre fino alla sua morte e che instaura una grande amicizia con Clara, che si protrae fino a quando l’uomo, disturbato e geloso delle cure e dell’adorazione dimostrata da Férula nei confronti di sua moglie, la caccia di casa. Férula morirà emarginata e povera, e il suo spirito si presenterà a salutare per l’ultima volta l’amata cognata. Clara intanto aveva dato alla luce Blanca, ma dopo alcuni anni il padre la manda in collegio per farle avere un’educazione adeguata al suo status sociale. Durante uno dei suoi rientri a casa, Blanca incontra Pedro Terzo Garcìa, il figlio di uno dei contadini delle Tre Marie. Con gli anni Blanca coltiva per lui un amore profondo e indissolubile quanto impossibile. La storia tra lei e Pedro è senza speranza perché lei è la figlia di un nobile e lui il figlio di un mezzadro. Un giorno Trueba, preso dall’ira, colpisce al volto la moglie che si era pronunciata in difesa della figlia, e Clara decide di non rivolgergli mai più la parola e di andarsene dalla campagna per tornarsene in città. Dopo alcuni anni Blanca torna a casa e sfida l’autorità del padre per amore del ribelle Pedro Terzo García, che conosceva fin da quando era bambino.  Blanca rimane incinta di Alba, che viene però considerata figlia del conte de Satigny al quale Esteban aveva dato in sposa Blanca. La giovane era fuggita dal proprio marito, nel momento in cui aveva scoperto gusti libertini non compatibili con il matrimonio. Un giorno Clara dice ad Alba che le anime la stanno chiamando dall’altro mondo, e che è finita la sua permanenza in quello dei mortali. Clara muore il giorno del settimo compleanno della piccola, ma Alba, Blanca ed Esteban continuano a sentire la sua presenza tra i muri della casa. Clara non lascia mai veramente la storia, è sempre un’anima che guida la famiglia nei momenti difficili. L’amarezza di Trueba si attenua solo quando Blanca dà alla luce Alba che, soprattutto dopo la morte di Clara, per l’ormai vecchio Trueba rappresenta l’ultimo affetto, dopo che aveva allontanato anche i due fratelli più piccoli di Blanca, i gemelli Jaime e Nicolás. Esteban si affeziona alla nipote più di quanto avesse mai fatto con i suoi figli. Quando Esteban entra in politica, i suoi rapporti con Pedro si inaspriscono ancora di più, perché il ragazzo sostiene la rivoluzione, mentre Esteban è un esponente della Destra Conservatrice. Nel 1970 vince le elezioni per la carica di presidente Salvador Allende, un socialista. Esteban Trueba si oppone con forza al presidente e fa parte del gruppo di politici che organizzano il golpe cileno, con l’aiuto della CIA. Alle spalle di Trueba, Jamie diventa amico del presidente Allende, mentre nel paese si moltiplicano gli scontri tra ceto medio e aristocrazia e gli atti di terrorismo imperversano nel paese. Nel 1973 viene realizzato il Colpo di Stato cileno. Quando i militari entrano nel Palazzo della Moneda, sequestrano tutti, compreso Jamie, che viene torturato e poi ucciso. L’Esercito non restituisce il potere alla Destra politica, come pensava Esteban, una volta al potere, estromette i politici conservatori da cui aveva ricevuto impulso e finanziamenti e affida il potere a Pinochet. Jaime, imprigionato durante il golpe, si rifiuta di mentire sulla fine del Presidente, di cui era amico, e viene torturato e ucciso. Trueba riesce a far espatriare in Canada Blanca e Pedro Terzo García. Alba intanto offre rifugio ai perseguitati dal regime, che come fantasmi popolano la casa dell’angolo, confusi da Esteban con le altre ombre, quelle degli spiriti della famiglia, che avevano frequentato i circoli esoterici di Clara. A causa della sua relazione con il rivoluzionario Miguel e del suo appoggio ai guerriglieri e ai latitanti, la giovane viene arrestata, torturata e stuprata dai militari che vogliono sapere dove si nasconda il suo amante, e in particolare da uno dei tanti nipoti illegittimi di Trueba, Esteban García, che covava sin da piccolo il rancore della nonna, una delle contadine violentate dal padrone, e l’invidia per la padroncina. Esteban Trueba riesce a liberare la nipote, grazie alla sua amicizia con Tránsito Soto, una prostituta nota tra i funzionari militari. Alba, infine, in attesa di Miguel e di mettere al mondo la propria figlia, riscopre i vecchi quaderni dove Clara annotava minuziosamente la sua vita durante i lunghi silenzi, e con essi ricostruisce la storia della sua famiglia e del suo paese. Esteban Trueba, in punto di morte, verrà salutato dal fantasma di Clara, poi muore tra le braccia di Alba, dopo averle raccontato tutta la storia della famiglia a partire dalla morte di Rosa. Il romanzo si conclude come era iniziato, con la differenza che non è più Clara a narrare le vicende della famiglia, ma la giovane Alba, che è il simbolo della vita che continua, nonostante gli errori e le disgrazie. Con La casa degli spiriti la Allende si è affermata come una delle più importanti voci della letteratura sudamericana. Il romanzo descrive eventi effettivamente accaduti, notevole è inoltre nel libro la presenza di elementi di realismo soprannaturale, come gli spiriti, da cui il titolo. Con un linguaggio semplice e a volte crudo si descrivono il dolore, le passioni, la dittatura, la colpa, la vendetta, l’ingiustizia e si analizzano tipologie umane differenti come quella di Esteban, ossessionato dal senso di possesso di persone e cose, agli antipodi rispetto alla personalità di Clara, immersa in un mondo parallelo, fatto di mutismi volontari, di spiriti, di visioni. Il romanzo è un misto tra realtà e fantasia, tra ricordi e racconti, tra politica e situazioni familiari. Il realismo magico è un tratto caratteristico di tutta la letteratura sudamericana ed è interessante notare che, nell’opera della Allende, le donne, Rosa, Clara, Blanca, Alba sono il motore dell’azione e i catalizzatori di tutta la magia.

Deborah Mega

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“Il rigo tra i rami del sambuco” di Emilia Barbato. Nota critica di Deborah Mega

05 lunedì Nov 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

≈ 3 commenti

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Deborah Mega, Emilia Barbato, Il rigo tra i rami del sambuco

L’ultima produzione di Emilia Barbato è una preziosa plaquette edita da Pietre Vive nella collana iCentoLillo e illustrata da Nadiya Yamnych. Si tratta di una silloge dedicata alle grandi donne che formano una donna: la propria madre, la propria nonna, la terra che brucia di notte, scrive l’autrice. I testi che compongono la raccolta hanno i tratti della delicatezza, perseguono una poetica delle piccole cose, incantano con la suggestione delle immagini: a partire dal titolo, che evoca, insieme alle illustrazioni originali della Yamnych, atmosfere giapponesi. Sembrerebbero scene di vita quotidiana, è ritratto infatti il paesaggio urbano fatto di palazzi, antenne, case affacciate all’abitudine, centri commerciali, se non fossero scandite da istantanee di senilità, da naufragi di relitti, da vuoti, assenze e sottrazioni. Tre sezioni costituiscono la raccolta: la prima reca l’acronimo dell’antigene carboidratico, un marcatore tumorale, l’altra è indicata dal numero di un paziente oncologico che, procedendo nella lettura, si scopre essere la propria madre, il cui corpo martoriato è paragonato alla terra dei fuochi. La terza sezione è titolata Oxaliplatino, un agente chemioterapico indicato nel trattamento del tumore in questione. C’è tutto un ecosistema meccanico a regolare monitoraggi, soluzioni, campanelli che segnalano richieste al personale. Si descrive l’attesa, castigo e disciplina, le stanze poco illuminate, asettiche e prive di calore umano dell’ospedale e poi, in simbiosi con chi soffre, la scarica di radiazioni, la paura, perfino la sofferenza di chi amiamo. Basta un sorriso a donarci la speranza, ad offrirci un appiglio di salvezza che non ci faccia sentire così drammaticamente impotenti. Non sempre però sono sufficienti la forza, la caparbietà, la fierezza, la maestosità, il rigore che sono propri dei cipressi e dei mesi invernali. Si muore nell’inatteso di un giorno / per una falla di pianificazione, scrive Barbato. Non si è mai preparati di fronte alla scomparsa dei nostri cari, si resta pietrificati e freddi / sul baratro della sorpresa. Avviene poi di assistere al miracolo della rassegnazione, la stessa che ci permette di farcene una ragione facendoci dono del verbo del cielo, della pioggia e dei suoni d’acqua che incantano con la trasparenza delle immagini. All’arrivo della primavera anche il ciliegio si prepara alla piena fioritura in cui si raggiunge l’equazione bellezza=morte. Dentro però ci travaglia un residuo inverno che non passa. Possiede uno straordinario talento Emilia, nel fissare istanti di suggestione. È possibile coglierlo nei vari testi ma in particolare nei due haiku presenti:

Eri tu mamma,

c’ero, nella tua stanza

gocce di gelo.

 

Sommo lo sguardo,

nuvole di ciliegi

piovono piano.

Il corpo della madre, aggredito dalla malattia, corrisponde a qualsiasi corpo che “in terra e in mar semina morte”, allo stesso modo, per associazione di idee, il corpo materno è quello della terra dei fuochi che non è solo quella napoletana ma la terra di tutti, deturpata in modo irreversibile. Dal dramma personale si giunge al dramma universale. Il dolore di Emilia è anche il nostro, appartiene a ciascuno di noi.

Deborah Mega

*

Il sambuco stormisce
con una voce dimenticata
di campagna un oscillare
di foglie lieve per l’oscura
la rigogliosa e la vergine,
qualcuno strilla parole remote
di una bellezza senza fiducia.
La terra brucia
e genera e si accuccia,
un piccolo animale che scava
che ti somiglia,
una tazza che si sbreccia.

*

È benigno?
Perdoni la domanda,
io non conosco la parola storta
che cresce nell’intestino di mia mamma.

*

Ha freddo!
Così deve andare dopo l’intervento? È troppo magra e con tutte
quelle sonde non voglio
toccarla, capisce?
Osso dopo osso,
nel letto spoglio dove finiscono le ore c’è la terra dei fuochi di mia mamma.

*

Ti scrivo in giorni di apparente luce
– penso di scriverti ma non lo faccio
il buio entra in forma di punteruoli
che aprono in silenzio –
Con la maniera affannata dei pomeriggi
inseguo raggi, i favori del cielo,
il corpo di una sconosciuta che mi precede
e ondeggia sulla strada come un metronomo,
fuori tutto si direbbe procedere
con l’entusiasmo dell’estate
ma dentro sono ferma, stretta
a una nuova chiarezza,
mi chiedo quando questo sasso
che mi distacca abbia formato
una tale consistenza e quante
cose in questo modo io manchi.

*

È un gene, una quinta stagione
da cui non esci, una mattina
qualunque con i piedi al gelo,
la guancia bruciata dal freddo
aderisce perfettamente al vetro,
si incolla nel tuo terrore,
dovrai strapparla,
procurarti altro dolore.

 

Testi tratti da Il rigo tra i rami del sambuco, Pietre Vive, settembre 2018

Nadiya Yamnych, Cielo stellato

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“Un giorno moriremo, ma il canto viene prima” di Julio Cortàzar

02 venerdì Nov 2018

Posted by LiminaMundi in LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Julio Cortazàr

Vecchia contadina, Renato Guttuso, 1949

Un giorno moriremo, ma il canto viene prima.
 
Nonna, tu nei cortili dell’estate, già alzata all’alba,
sola ad aprire imposte e a ricevere il sole,
accompagnando la febbre dei miei ultimi sogni
con lo strofinio appena udibile dei tuoi passi,
entrando dalla parte del giorno a
restituirmi il mondo nella fragranza del caffellatte.
 
Non dimentico nulla,
io crebbi sulla sponda della tua vestaglia e dei tuoi scialletti,
del tuo gusto per il lilla che ti fa
come una cenere di colombe fra i capelli e le guance,
e sento un’altra volta il soave andare
delle pantofole che ti portai dal Cile.
E sto vedendo la lunghissima treccia
che tu lasci libera quando ti alzi,
come un ricordo dei tuoi anni di ragazza.
 
Tu non lo sai, nonna,
però in te finisce il tempo,
la successione dei giorni e delle spiagge,
delle aule e dei pianti,
dell’amore nei suoi mille specchi,
dell’uomo e del bambino che riconciliano
le loro distanze nei tuoi occhi,
oh paese della pace.
 
Ti vedo e sono piccolo e sono proprio io,
e niente impedisce che il piccolo e l’uomo
ti diano lo stesso bacio e si rifugino nel tuo abbraccio.
Questi capelli che tu accarezzi
e che pettinasti per la prima volta,
questa fronte che stai baciando
e che lavasti del sudore della nascita,
queste mani che vanno per il mondo
palpando i suoi bei vuoti,
e che guidasti nel primo incontro
con il cucchiaio e la palla,
tornano al porto del riposo,
e non se ne vanno, nonna,
sebbene io viva alzato verso tante rotte,
e non se ne vanno, nonna.
 
La nonna spunta con il giorno
a visitare l’orto e le galline
spartisce l’acqua e il mais,
ammira i pomodori e i loro progressi,
e gode del racemo che si inerpica,
del lampadario delle prugne regine claudie,
e va per le profondità della casa
distribuendo l’ordine.
A volte mi alzo, l’accompagno e,
associato ai suoi riti,
do da mangiare agli uccelli e irrigo le veccie,
sento il tremito dell’acqua sui rampicanti
che bucano i muri
e che la ricevono crepitando
e si riempiono di scintille.
Ho dieci anni,
vivo insieme ai bruchi e alle anatre,
sono tenero e crudele,
ammazzo e proteggo,
ordino come un re le cose del mio regno,
e sopra di me sta la nonna,
le arrivò già all’altezza delle spalle,
sulla punta dei piedi arrivo a baciarla,
e i nostri occhi si scoprono nell’allegria comune
dei polli nati durante la notte.
 
Il nostro giardino durò quanto l’infanzia.
Né tu né io lo dimenticheremo, nonnina.
Non dimenticheremo
il sapore delle pesche bianche,
delle barbabietole, delle zucche incendiate.
Fu il tempo del riso al latte coperto di cannella,
del piacere delle pannocchie
sulla tavola tesa sotto i pergolati.
Stai nella cucina in penombra,
con i glicini alla porta,
e curi le cadenze delle bacinelle di gelatina,
le marmellate invernali
che ordinerai nella credenza.
Io sto lì,
con Giulio Verne e una botta al ginocchio,
felice, guardandoti,
sicuro che niente potrà mai accadermi,
che in mezzo al mare o all’assalto del polo
con il capitano Hatteras,
o appeso al cielo con Michel Ardan,
tu mi tieni con te,
vicino al fornello da cui l’aroma
inzuccherato cresce come un soave vulcano
dipinto a lapis.
 
Un giorno moriremo, ma  il canto viene prima.
 
E non solo ieri, nonna.
Ogni volta stai lì,
piccola sotto l’architrave,
imbacuccata nella tua vecchiezza senza macchia,
nella tua piccola salute,
e ogni volta che mi trai da porte e passi e uomini,
io so che tu stai lì.
E che il tuo amore
senza altra causa che se stesso
ci sostiene nella notte e ci restituisce l’alba dell’incontro,
e il tempo gira la testa e ci accetta interi,
con il bambino che piange fra le tue braccia,
con il viaggiatore che si lava
della polvere nel tuo sorriso,
con la giovane nonna che corre
in mezzo alla neve per rallegrare il nipote,
con questa vecchietta che sostiene
sulla soglia la lampada del benvenuto.
 
E il primo che muoia saprà che niente muore
e che la perfezione regnò nel suo giorno.
 
Julio Cortàzar

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FRANKENSTEIN, GENESI DI UN CAPOLAVORO

31 mercoledì Ott 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

≈ 1 Commento

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Frankenstein ossia il moderno Prometeo, Mary Shelley

Ti ho chiesto io, Creatore,

di modellarmi uomo dalla mia creta?

Ti ho sollecitato io

a liberarmi dall’oscurità?

John Milton, Il Paradiso Perduto

(X, 743-5)

In occasione del bicentenario dalla pubblicazione nel 1818 di Frankenstein, vi proponiamo un approfondimento dedicato a questo celebre romanzo. Non c’è altra opera della tradizione gotica che sia penetrata così profondamente nell’immaginario collettivo. Continua a leggere →

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Versi trasversali

29 lunedì Ott 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Stefano Di Ubaldo

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

STEFANO DI UBALDO

 

Una scelta tra luci e ombre

 

Ogni scelta è una storia

sul filo di lana

contorto in matassa:

non c’è ragione

che si dipani

senza un telaio

di molte mani;

alla ricerca

di capi sciolti,

ci vanno in tanti

per varia sorte,

forse chiamati

dai bassifondi,

a scovar luce

laddove è nera

la superficie

che sa assorbirla,

ma non mostrarla,

come un riflesso,

all’ombra incerta

che le sta intorno.

Continua a leggere →

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Versi trasversali

22 lunedì Ott 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Valerio Succi

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

 

VALERIO SUCCI

 

III

 

Le mezze stagioni sono scomparse, si sa

il clima è impazzito, manicomio

temperature dal deserto al polo, un attimo.

 

Questo forse scombussola i giovani

oramai disorientati, bandiere al vento

 

oggi dunque coi comunisti, (finta) Resistenza

invocando la legalizzazione, mille pseudo-rivolte

in piazze gremite, aggiornamento social.

 

Poi la brezza, migrazione a destra

all’attacco dei neri, Tutti a casa loro

ecco l’esercito dei veementi nazi, patriottici (?).

 

Le mezze stagioni, come i valori, dimenticate

impazzita è la società, bomba in detonazione

mutevole pari al vento, segue ogni direzione.

Continua a leggere →

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Nota critica su “La profezia dei voli” di Fernando Lena

15 lunedì Ott 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Deborah Mega, Fernando Lena, La profezia dei voli

Dall’abisso alla rinascita

Se ci si aspetta una consueta pur se mirabile silloge di poesie da La profezia dei voli di Fernando Lena, edita da Archilibri nel 2016, si potrebbe restare inizialmente spiazzati perché è molto più avvincente e commovente di una raccolta poetica. Continua a leggere →

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Versi trasversali

08 lunedì Ott 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Guglielmo Aprile

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

GUGLIELMO APRILE

 

Congedo tardivo

Datemi una valida scusa per restare,

che compensi

la troppa acqua fredda accumulata nelle ossa

e la scarsa ossigenazione degli ambienti,

i rischi di embolia

nel raccogliere monete da sotto il letto;

 

questo regno dei cieli quando arriva,

in ogni fine c’è una liberazione,

sono impaziente di restituire

gli oggetti ricevuti in prestito,

spero di lasciare questo albergo sgraziato

al più presto.

 

***

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Ad un poeta e alla sua grazia

30 domenica Set 2018

Posted by alefanti in Poesie, SINE LIMINE

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Hai il passo sicuro del padrone delle parole
e il tono di chi non le ha comprate
né avute in omaggio

È evidente che con le tue stesse mani
le hai scavate dalla terra

che tra i sassi che tentavano una strenua resistenza
le hai liberate dalla paralisi della zolla

è certo che le hai estratte
da dentro la roccia più dura

e che trovandoci dell’acqua
ne hai distillata qualcuna più pura

Che dirti? Sei bello. Puoi fermarti.

Non venderò la mia anima
non l’ho venduta mai

Mi tengo i miei balbettii

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Incipit 23: Moby Dick

17 lunedì Set 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, Herman Melville, Moby Dick

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un gran gesto filosofico Catone si butta sulla spada: io zitto zitto m’imbarco. E non c’è niente di strano. Se soltanto lo sapessero, prima o poi quasi tutti nutrono, ciascuno a suo modo, su per giù gli stessi miei sentimenti per l’oceano.  […]

Herman Melville, Moby Dick, Bentley, Harper & Brothers, 1851

Il romanzo Moby Dick fu scritto in un anno e mezzo da Hermann Melville e fu dedicato all’amico Nathaniel Hawthorne. Capolavoro della letteratura americana della American Renaissance,  fu pubblicato in due versioni differenti nel 1851: in ottobre a Londra dall’editore Bentley con il titolo The Whale (“La balena”) con modifiche fatte dall’autore e dall’editore per ripulire il testo dalle parti considerate offensive nei confronti della Corona britannica; in novembre a New York presso l’Editore Harper & Brothers con il titolo definitivo Moby-Dick. Alla morte di Melville però, nel 1891, l’opera era fuori stampa, fu riscoperta solo negli anni Venti del ‘900.

La vicenda narrata da Ismaele, nome di origine biblica, nella Genesi infatti Ismaele è il figlio di Abramo e della schiava Agar, tratta il tema del viaggio della baleniera Pequod, comandata dal capitano Achab e della maledizione perchè la nave è condannata ad essere affondata da un’enorme balena bianca, in realtà un capodoglio, verso il quale Achab nutre una smisurata sete di vendetta. In Moby Dick oltre alle scene di caccia alla balena, si affronta il dilemma dell’ignoto, il senso di speranza, la possibilità di riscattarsi. Il narratore Ismaele, alter ego dell’autore, tratta riflessioni scientifiche, religiose, filosofiche sulla verità e la giustizia e trasforma il viaggio in un’allegoria della condizione della natura umana. Il contenuto enciclopedico e digressivo richiede che la lettura sia accompagnata dall’interpretazione, in quanto l’autore utilizza un gran numero di citazioni di storie epiche, shakespeariane, bibliche. Moby Dick fu tradotto in italiano per la prima volta nel 1930 dallo scrittore Cesare Pavese che non riuscì a farlo pubblicare. Solo nel 1932 l’editore Carlo Frassinelli lo fece stampare nella sua neonata casa editrice come primo titolo della collana Biblioteca europea diretta da Franco Antonicelli. Il narratore Ismaele è un marinaio che nonostante «sia oramai piuttosto vecchio del mestiere» ha deciso che per il suo prossimo viaggio s’imbarcherà su una baleniera. In una notte di dicembre giunge alla Locanda dello Sfiatatoio, presso New Bedford, accettando di dividere un letto con uno sconosciuto al momento assente. Quando il suo compagno di branda, un tatuatissimo ramponiere polinesiano chiamato Queequeg, fa ritorno a ora tarda e scopre Ismaele sotto le sue coperte, i due uomini si spaventano reciprocamente. Diventati amici, i due decideranno di imbarcarsi assieme dall’isola di Nantucket sulla Pequod. La nave è comandata da un inflessibile capitano chiamato Achab ed è equipaggiata da 30 marinai di ogni razza e provenienti da ogni angolo del pianeta. Sul molo i due amici s’imbattono in un misterioso uomo dal nome biblico di Elia che allude a future disgrazie che colpiranno Achab. L’atmosfera di mistero si amplifica la mattina di Natale quando Ismaele vede delle oscure figure nella nebbia vicine al Pequod, che proprio quel giorno spiega le vele. All’inizio sono gli ufficiali della nave a dirigere la rotta, mentre Achab se ne sta rinchiuso nella sua cabina. Il primo ufficiale è Starbuck, un uomo severo e coscienzioso che si dimostra anche un abile comandante; il secondo ufficiale è Stubb, spensierato e allegro, collezionista e fumatore di pipe; il terzo ufficiale è Flask, tozzo e di bassa statura e del tutto affidabile. Una mattina, qualche tempo dopo la partenza, finalmente Achab compare sul cassero della nave. La sua è una figura imponente priva di una gamba dal ginocchio in giù, rimpiazzata da una protesi realizzata con la mascella di un capodoglio. Achab svela all’equipaggio che il vero obiettivo della caccia è Moby Dick, un vecchio ed enorme capodoglio, dalla pelle chiazzata che lo ha menomato durante il suo ultimo viaggio a caccia di balene. Egli non si fermerà davanti a niente nel suo tentativo di uccidere la balena bianca. Durante la prima calata della lance per inseguire un gruppo di balene, Ismaele riconosce gli uomini intravisti nella foschia prima che il Pequod salpasse. Achab aveva in segreto portato con sé il proprio equipaggio, incluso un ramponiere chiamato Fedallah, un enigmatico personaggio che esercita una sinistra influenza su di lui. Il romanzo descrive numerosi incontri con altre navi in mare aperto durante i quali Achab rivolge sempre la stessa domanda all’equipaggio delle altre navi: «Avete visto la Balena Bianca?». Quando il Pequod entra nell’Oceano Pacifico Queequeg si ammala e chiede al carpentiere della nave che gli venga costruita una bara che non gli servirà poiché alla fine deciderà di continuare a vivere. Quando Achab non accoglie richieste di aiuto da altre navi perché è davvero vicino a Moby Dick e non si fermerà di certo per soccorrerli, Starbuck lo implora invano di riconsiderare la sua sete di vendetta. Il giorno dopo, il Pequod avvista Moby Dick. Per due giorni l’equipaggio insegue la balena, che infligge loro numerosi danni, compresa la scomparsa in mare del ramponiere Fedallah. Il terzo giorno Moby Dick, riemergendo, lo mostra ormai morto avviluppato dalle corde dei ramponi. Il capodoglio che nuota lontano dal Pequod non cerca la morte dei balenieri mentre Achab vuole la sua vendetta. Achab ignora per l’ennesima volta la voce della ragione e continua con la sua caccia sventurata. Poiché Moby Dick aveva danneggiato due delle tre lance che erano salpate per cacciarlo, l’imbarcazione di Achab è l’unica rimasta intatta. Achab rampona la balena, ma la corda del rampone si rompe. Moby Dick si scaglia allora contro il Pequod stesso, il quale, danneggiato gravemente, comincia ad affondare. Achab rampona nuovamente la balena ma questa volta il cavo gli si impiglia al collo e il capitano viene trascinato negli abissi oceanici dall’immersione di Moby Dick. La lancia viene quindi inghiottita dal vortice generato dall’affondamento della nave, nel quale quasi tutti i membri dell’equipaggio trovano la morte. Soltanto Ismaele riesce a salvarsi, aggrappandosi alla bara di Queequeg. Il romanzo di Melville ha notevolmente influenzato gli autori successivi dando origine a innumerevoli citazioni in altre opere e ad una ricca cinematografia.  La caccia alle balene ai tempi di Melville era divenuta un’attività idealizzata, rappresentava la vitalità dello spirito americano che si espande sugli oceani e il conflitto primordiale tra l’uomo e le forze misteriose della Natura. Il viaggio diventa per Ismaele e per Melville alternativa alla morte, processo di accostamento al Vero. È impresa eroica, ma anche processo di colpa e punizione. Qualcuno ha sottolineato l’aspetto faustiano di Achab, il fatto che rappresenti la maledizione dell’uomo moderno, escluso dalla Natura che rimpiange; altri hanno visto in lui l’eroe folle di Byron e dei romantici, il superuomo o il dittatore che spinge una ciurma di automi al suicidio collettivo. Nel rispettare l’altro da sé e il mistero delle cose Ismaele è l’unico che si avvicini a capire la balena bianca e l’unico capace di sopravvivenza e di rinascita. Forse per questo è l’unico a salvarsi e a poter testimoniare. Moby Dick è per ciascuno ciò che vuol credere: per Achab l’incarnazione del male metafisico, per Queequeg uno dei demoni contro cui si deve lottare, per Ismaele una creatura ambigua come la Natura, benigna e malvagia, vulnerabile e allo stesso tempo immortale. Per Melville la lotta epica tra Achab e la balena rappresenta l’eterna sfida tra il Bene e il Male e Moby Dick il Male dell’universo.  Ma la balena rappresenta anche l’Assoluto che l’uomo insegue e non può conoscere mai.

Deborah Mega

 

 

 

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Nota critica su “In che luce cadranno” di Gabriele Galloni

10 lunedì Set 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

≈ 2 commenti

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Deborah Mega, Gabriele Galloni, In che luce cadranno

Death is nothing at all.
I have only slipped away to the next room.

Henry Scott Holland

 

Sorprende che a parlare di un tema tanto dibattuto ma mai scontato come è quello della morte sia un poeta giovane che a tutto dovrebbe pensare tranne che a questo. Gabriele Galloni dedica a coloro che non ci sono più la sua seconda silloge, edita da RP Libri. Non è un caso probabilmente che la lirica di apertura tratti il tema della consolazione. Galloni scrive che i morti, pur essendo ancorati loro malgrado all’Invisibile, dimostrano il loro amore tentando di consolare noi e l’inquieta vastità della casa, appaiono nei discorsi e nei ricordi di chi resta, rappresentano il lapsus e l’indicibile nelle conversazioni dei vivi. Continua a leggere →

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Nota critica sull’antologia di racconti “Il tempo sospeso” di Francesca Varagona

03 lunedì Set 2018

Posted by Deborah Mega in I nostri racconti, LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Deborah Mega, Francesca Varagona, Il tempo sospeso

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Dalla percezione e dall’osservazione del reale si alimentano i racconti che compongono l’antologia di Francesca Varagona edita da Terra marique, opera in cui il filo conduttore è quello della mancanza intesa come perdita, dispersione, mancata realizzazione di un progetto di vita. Non è come dire vacuità perché il concetto stesso di mancanza porta alla mente l’esatto opposto, la presenza di qualcuno o qualcosa e l’attesa del ritorno oppure il manifestarsi di un fatto e il suo non verificarsi. L’autrice, con grande abilità narrativa, organizza un’ampia e variegata carrellata di tipologie e comportamenti umani soprattutto femminili. “Le vite delle donne senza nome sono silenziose”, scrive l’autrice, eppure sono vite vissute appieno, colme di gioie e di lutti. Continua a leggere →

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Meriggiare pallido e assorto

01 sabato Set 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Poesie

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Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto, Ossi di seppia

Limina Mundi riprende la sua programmazione ordinaria con la pubblicazione di un celebre testo di Eugenio Montale dedicato all’estate e tratto dalla raccolta Ossi di seppia. Il poeta descrive il paesaggio ligure assolato e riarso dal sole durante le ore più calde di un pomeriggio estivo. Gli elementi della natura diventano emblemi della sofferenza e del male di vivere che accomuna tutte le creature: il frusciare delle serpi, il movimento incessante delle formiche, il suono quasi metallico del mare sono tutte espressioni del brancolare privo di senso, dietro le quali si annida prepotentemente il nulla. Lo stesso vivere è come camminare costeggiando un muro invalicabile, che ha in cima “cocci aguzzi di bottiglia”, si mette in evidenza così l’impossibilità di sfiorare e comprendere il vero senso dell’esistenza. Meriggiare è il primo di una lunga serie di infiniti e forme impersonali come “ascoltare” “Osservare”, “andando”, “sentire”, “seguitare” che ricorrono nel componimento, per rappresentare una situazione di desolante staticità. I suoni aspri e secchi della c velare, della s e della r insieme al gruppo gl (“abbaglia”, “meraviglia”, “travaglio”, “muraglia”, “bottiglia”) che ricorrono per tutta la poesia, ricordano le scelte stilistiche dell’Alighieri delle “rime petrose”. L’immagine del muro è qualcosa di invalicabile, più che ad una barriera fisica si fa riferimento ad una condizione metafisica ed esistenziale. La poesia si compone di tre quartine e una strofa conclusiva di cinque versi (di varia misura, dall’endecasillabo al novenario) con rime secondo lo schema: AABB CDCD EEFF GHIGH.

foto di Deborah Mega

 

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

EUGENIO MONTALE, da Ossi di seppia

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Canto presente 34: Leopoldo Attolico

29 venerdì Giu 2018

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA

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Leopoldo Attolico, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

LEOPOLDO ATTOLICO

MITICO PEPPINO

“Quando il pettine si riempirà di nodi
vorrà dire che tutti i nodi son venuti al pettine!”
vaticinava acutamente Giuseppe Conte
di fronte a una platea che pendeva dalle sue labbra
tutta tesa a capire dove andava a parare
la latitanza di quel significante
travestito da espressione figurata
non precisamente affascinante.
Ma il mitico Giuseppe
non amava decriptare le sue agudezas desultorie.
Una scontrosa passione per la condizione umana
gli dettava allarmanti così è se vi pare
da esplicitare solo alla fine
nei tempi lunghi dell’altrui pazienza;
e passò oltre, lasciando lo scoppio ritardato
drammaticamente in balìa di matasse di sebo
gordianerie e untuosità varie

IL ROSARIO DELLE VECCHIETTE

Se nunc et in hora
diventa ‘ncatanòra
è scorbuto celeste
ma anche picco Dada di grande suggestione.
Lo sanno le fiammelle delle candele
nel divertito tremore
che sposa il fai da te del latinorum
al top dell’invenzione verbale
(s)conciata per le feste

CRISI DI COPPIA A CANALE CINQUE

Il plusvalore è evidente:
la terapia del valzer travolgente
è avallata dalla brava presentatrice (?!)
e il tubo catodico è il garante

Ben venga quindi la metafora della danza
per proporre una strategia di coppia:
danzare insieme
tra comunicazione conflitto e mediazione !

(Se proprio non funziona
c’è la Sacra Rota di Sua Santità
che risolve
con la modica quantità
dell’obliterazione)

PRECARIATO E PRODUZIONE DI REDDITO

Anche se è un segnale (non positivo)
di contaminazione dal basso
di pensieri e parole che dovrebbero volare alto,
l’ultima ratio declinata da Celeste
ha margini d’inchiostro inattaccabili:
-non si può continuare a infiorare di addendi la morale.
Bando a prospettive opache e ansiogene.
Il mio fondoschiena vale più di due lauree

GRANDE STATISTA

Con il bon ton municipale
del buon padre di famiglia
ha depenalizzato il falso in bilancio.
Ma non è più creatività d’alto profilo
il fai da te quando consuona
con la questione morale arresa all’elettronica:
se un tempo si parlava con la propria coscienza
oggi ci trovi la segreteria telefonica

IN PARADISO SENZA REDENZIONE

No, non ho il destro
per denuncià ‘sto sinistro;
non ho cuore, davvero.
(Ma lei, il bolide trasgredente
che ci faceva piangente
bellissima e senza patente
a quell’ora di notte?)

Ora che nel cotidie
la menzogna macchia le parole
e tutto sembra fugace e feroce,
può anche accadere che una inezia di dismisura innocente
mi mandi dritto in Paradiso
senza soste intermedie:
“perdono,signore…”

In “La realtà sofferta del comico”, Aìsara, 2009

 

 

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Nota critica su “Capogatto” di Emilia Barbato

25 lunedì Giu 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Tag

Capogatto, Deborah Mega, Emilia Barbato

Persegue la sua “poesia del possibile”, Emilia Barbato, nell’ultima silloge Capogatto, edita per i tipi puntoacapo Collezione Letteraria. L’opera si presenta tripartita nelle sezioni Bastìa, Capogatto, Via dei transiti attraverso un percorso programmatico fortemente connotato di simbolismo e sacralità. Partiamo dal titolo. La prima definizione di Capogatto nel dizionario è capogiro, giramento di testa, la stessa autrice però precisa che l’espressione faccia riferimento ad una tecnica che, in agronomia, è impiegata alle propaggini della vite e che consiste nell’interrare l’apice del tralcio affinché generi nuove radici. La vite, e con essa qualsiasi germoglio venga riprodotto, rappresenta la vita stessa. Non a caso ne condivide la stessa etimologia e ne rispecchia il desiderio di fertilità, bellezza, prosperità, equilibrio.  Leggendo i versi di Emilia Barbato emerge un vigile controllo della parola, del lessico, perfino dei sentimenti, delle pulsioni, delle tentazioni, che, inevitabili, sembrano scorrere come linfa “nei nodi, nei tessuti conduttori”, talvolta guizzano in superficie per pochi attimi rivelatori per poi essere nuovamente controllati e messi a tacere.  Sacrificio inteso come disciplina, volontà e fede sono le qualità richieste affinchè la pianta madre dia frutto. Questo nobilissimo desiderio di riproduzione attecchisce nella sezione centrale del libro, intitolata non a caso “Capogatto”, certamente la più riuscita, laddove l’autrice, immedesimandosi con la talea, afferma “modulo un vagito -attecchisco- / fuori di me schiudo / gemme, cresco una figlia.” Continua a leggere →

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Canto presente 33: Christian Tito

18 lunedì Giu 2018

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA

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Tag

Christian Tito, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

CHRISTIAN TITO

 

Facebook mi informa che a Nizza

i miei amici sono vivi,

i morti e i feriti sono altri

 

a Manchester  la posizione dell’ordigno

conferma che il bersaglio erano i bambini

 

“Dio voleva questo” dice spesso chi uccide,

qualcun altro invece afferma

che è Satana a volerlo

 

difficile capire di chi sia l’intelligenza delle bombe

 

un giorno un uomo ha scelto di guidare un camion

per schiacciare altri uomini  intenti a passeggiare

un altro giorno un altro uomo ha scelto

di costruire un ordigno pieno di chiodi

per fare a pezzi dei bambini

 

che siano riferite a Dio o al suo Nemico

niente appare nuovo sotto il sole.

*

Fermato in Viale Stelvio angolo Farini

molestava peruviana dicendo bella troia

lo portano in reparto alle quattro del mattino

urla gobbi di merda brutte merde bianconere

 

due infermieri lo cingono decisi

scalcia morde urla forza Milan

gli infilzano una siringa di aloperidolo nel fianco

forza Milan forza Milan merdosi gobbi di merda

 

ferma le gambe

poi le braccia

poi i pensieri

spariscono i cattivi bianconeri

 

“ho detto solo bella troia

non brutta troia

brutta lo dicono i cattivi

sono loro che dovete fermare”

 

si mette a dormire

 

io non dormo più.

*

Da dove sto scrivendo

Nel ginepraio di via Dino Villani numero 3

cerco Alessandro il matto

quello grasso e le infradito anche in gennaio

 

lo cerco quando è sera

e il fiato fuma

e i nomi sui citofoni sono segni fracassati

allora entro

tento dentro

ogni scala è un segreto che collassa

eppure chi cerco esiste

e quello che cerco per esistere

vuole essere cercato

 

salgo ad ogni piano e busso

“Alessandro, sono il farmacista

abbiamo sbagliato a darti le compresse

dobbiamo cambiarle Alessandro”

 

lui apre al sesto piano

coi piedi scalzi e le caviglie gonfie

con le unghie nere e un Modigliani al muro

e c’è odore di brodo

e ci sono macchie rosse sulla canottiera

sarà sugo spero

“Alessandro è sugo, vero?”

 

è vero

è tutto vero

lo capisco qui

qual è il mio mestiere:

sbagliare per uscire

per entrare nelle case

per uscire dalla casa

 

a fianco a Modigliani una donna

– è la mamma era qui

ora è sul muro

ora

incastrato tra le mura ci sono io-

“sì ci sei tu Alessandro

non io

non più

ciao Alessandro

vado”.

*

Da bambini giocavamo a calcio dappertutto

spostavamo persino siringhe

temendo unicamente di bucare il pallone

 

in campagna con Nico finivamo spesso

coi ginocchi insanguinati,

ma eravamo felici

 

il nostro gioco non poteva finire

 

ricordo Emanuele, lo stopper,

non era un fenomeno

se non nel tenere alto il morale di tutti

 

prendeva in giro anche il padre eterno

 

il fruttivendolo un giorno non l’aveva capito

così prese un peso da un chilo

e gli sfondò la testa

 

il gioco di Emanuele finì così

il nostro dura tutt’oggi

talvolta ancora sangue

ma non dalle ginocchia

 

certe volte, ancora oggi, siamo felici.

*

Forse noi no, ma lo sanno i nostri corpi

della violenza imposta su di tutti

 

lo sa bene la pelle

che si sfalda in mille croste

e le nostre colonne e le vertebre e i dischi

che tentano la fuga persino dalle ossa,

ne hanno forte percezione i nostri stomaci

bucati dagli acidi in eccesso

 

non esagerava il poeta nell’esporre le sevizie,

la merda ingoiata per il piacere dei mostri.

 

Forse voi no, ma io so cosa compriamo

per mettere tutto a tacere,

come si usa la chimica

sulla coscienza dei corpi,

 

come  spegniamo la luce ai bambini

quando hanno ancora gli occhi aperti.

*

Ti daranno infinite occasioni per piegarti

e tu non ti piegare,

basterà uno sguardo a certe facce

per sentire minacciata la tua fede,

ma tu credi, credi sempre figlio mio,

e non credere che ogni credo poi non muti,

ma dentro quel mutare qualcosa si conserva:

quel passarci dentro agli occhi un po’ di luce,

quel dirti a bassa voce solamente che ci siamo,

che per te volevamo solo esserci

e, miracolosamente,

nel miracolo della tua vita,

per un po’

ci siamo stati.

*

Oggi diciassette febbraio dell’anno duemilaquindici

la terra ruota sotto le nostre suole

e mentre gira e tutti noi giriamo

sento il battito del mio secondo figlio

 

perso dentro quel ritmo penso al mio amico

ha un tumore al di sotto del cranio

 

perso

penso

prego che tra non molto

mani di uomini esperti,

ma spero anche buoni,

estraggano la vita dal ventre di mia moglie

e la morte dal cervello del mio amico

 

lui di figli ne ha già due

e i padri buoni sono pochi.

 

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