Canto presente 59: Francesca Tuscano

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Francesca Tuscano

Poesie per Agostino

Anche l’amore ha un peso, il
Giusto peso che diventa ombra
Opposta all’assenza di luce. E
Se guardi tra il ramo,
Tutto si fa frammento,
Indispensabile al tutto.
Non si dice la bellezza,
O non è più. Così è per l’amore.

§§§

Ballata della luna nuova

Lei non ricordava più le attese,
il respiro immobile di chi attende la pioggia.

Lui aveva occhi dolci come lo stagno,
le aiuole dei tulipani e la panchina degli errori.

Lei aveva perso lo scialle nero,
e i fiori che nessuno le aveva colto.

Lui fumava per dimenticare
l’ultima sigaretta di una memoria non sua.

Lei guardava il muro rosso
e il soldato con il falcone al braccio.

Lui si innamorava, e ascoltava
musica che nessuno aveva scritto.

La luna li accompagnava
dal lato sbagliato, e il destino ne rideva.

(Sempre ne ride il destino
dei calcoli dell’ombra che si pretende luce)

Ma lei lo vide, quando il tempo
la obbligò a seguire la strada che lui aveva fatto

anche per lei, quando lei non era
che una distrazione legata a un filo di nulla.

La luna li accompagnò dal lato giusto,
e nello stagno il frammento di luce sorrise –

questo è un fatto, e niente è più tenace di un fatto.
Amarsi fu, poi, come sorridere all’ombra che precede la vita.

§§§

Ballatina dell’ombra e del piombo

L’ombra che ci precede è il primo segno,
perché è l’ultimo – gli disse, e gli toccò il volto.

Essere della felicità del piombo,
che non può che cadere diritto

perché attratto dalla perfezione
che costringe a terra, nella forma della radice.

Ti amo – le disse – e la guardò
come chi ha l’ombra in sé e ne sorride.

Lei si piegò, consentì all’ombra
di entrare in lei prima di esprimerla,

e ricordò la forma del piombo
nel bicchiere del tempo.

L’innocenza mi ha portata a te – gli disse
– la tua innocenza, e la tua bocca.

Lui le sorrise come chi non ha mai saputo
e dunque sa. E lei seppe – che non avrebbe mai più

avuto un dio che non avesse le mani di lui.

§§§

La tua bocca sul mio seno tagliato.

(Niente come la luna divisa
sa dei nostri respiri.)

La tua bocca, e la mia,
e i sessi, le mani,
gli occhi. E la grazia
del dolore confuso alla parola
non detta dello stupore
chiamato piacere.

Molte cose hanno un inizio
che ne garantisce l’esistere.

Ma le tue mani tra le mie gambe ruvide
disconoscono il tempo,
che ha in odio
il mio sonno tra le tue braccia.

Il disegno blu del sogno
vive nell’acqua che mi offri.

Nel tuo sesso che è mio
è la ragione della sua esistenza.

(Niente come una stella
conosce il peso della morte,
e di questo vive)

Amore, finalmente sono cosa
senza essere nome.

E le tue mani
mi custodiscono,
come la parola necessaria
e perciò taciuta.

§§§

Ballata a forma di tango, al contrario

La tua mano che mi stringe il polso, senza farmi male,
e io che ti guardo, ancora pezzo di luna mancante,
mentre il mio corpo aspetta il tuo giudizio.

Le mani misurano l’attesa, sui fianchi;
la pelle giustifica il sorriso del ritorno,
e le bocche si attendono al limite, succhiandolo.

Il mio doppio ti offre la schiena come un respiro,
e tu lo prendi piano, per non svegliarmi,
per non dirmi della solitudine dell’ultimo passo
tra le gambe che s’intrecciano nelle pause mute.

Ti avessi amato al tempo del sorriso,
ancora nuova per un corpo non mio,
ancora certa della grazia della mano sul seno.

Mi avessi amata al tempo del ritmo che ora so
e non sapevo, prima di essere uno sguardo
chiuso contro la tua pelle e la mia tristezza.

Ma ora so, e la parola si chiude sul ventre non più sterile,
che attende la tua mano che mi stringe il polso,
mentre io ti guardo nella luna della fuga
per tornare, sempre, e ancora, in una libertà priva di scelta.

§§§

Non c’è altro
che questo sole indecente
su una piana di pale senza mulini
e fili elettrici coperti di storni.

Il giudizio preme sulla storia.
Ne fa cumulo di segni senza codice.

E io penso al tuo sesso
e alla mia bocca.

E il resto, tutto il resto,
è bestemmia.

Una vita in scrittura: Dominica Villa Balbinot

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omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

 Una vita in scrittura

Trovo questa rubrica interessante, a partire dalla stessa titolazione. Ma per chi si impegna a rispondere in prima persona, per darne una visione personale, quanto più rappresentativa del proprio sentire, si evidenzia subito che affrontare tale impegno non è cosa da poco.
Dopo averci pensato un po’ proverò a definire come per me si pongono i due termini della stessa titolazione, una vita in scrittura, io ormai ne sono consapevole pienamente nel mio specifico caso: si potrebbero unificare i due termini intendendo con questo che per ciò che si è andando verificando individualmente per me nel tempo e per le modalità con cui il tutto si è venuto a determinare in definitiva la scrittura e la letteratura sono un tutt’uno, si identificano con la mia vita. Continua a leggere

Una vita nell’arte: Rodolfo Bisatti

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Il successo della rubrica “Una vita in scrittura”, l’iniziativa partecipativa dedicata alla scrittura avviata nel mese di marzo scorso, ci ha fatto riflettere che la scrittura è una delle arti nelle quali si esprime il bisogno artistico, culturale, creativo umano, ma non l’unico. Non minore dedizione richiedono: fotografia, pittura, cinema, teatro, scultura, musica… altrettanti fulcri d’esistenza, e compagni di vita. Abbiamo pensato quindi di rivolgere l’iniziativa ad artisti che si dedicano da tempo all’arte e possano essere testimoni di fedeltà ed esperienza nella creazione artistica. Un invito, ma, nel contempo, un omaggio. L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una bibliografia, ma in libertà, l’ingresso nell’esperienza d’arte nella propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò che rende tale l’artista, che costituisce il suo mondo, nella forma che egli ritenga più congeniale: un racconto, poesie autobiografiche o “metartistiche”, fotografie, dipinti, un’intervista a se stessi nella quale porsi le domande che si sarebbe desiderato sentirsi rivolgere e fornire poi le risposte, un video, un file audio sono tutti modi possibili con cui cor-rispondere alla domanda:

Ci racconti la tua vita nell’arte?

Su invito di Maria Grazia Galatà risponde il regista Rodolfo Bisatti

L’Arte? Una forma minima ma necessaria di esistenza

Io non credo esista una vocazione particolare per diventare artisti, la vocazione, semmai, sta nel non esserlo e accettare di condurre una vita in funzione di un lavoro che non ami o ami troppo poco. Non ho alcuna visione romantica dell’arte proprio perché la considero la routine necessaria alla sopravvivenza e non qualcosa di superfluo, di inessenziale; un supplemento facoltativo. Ripeto, quello che pomposamente viene chiamato artista è semplicemente una persona normale che sta vivendo la sua prassi biologica. Nella scala di valori dell’esistenza al primo posto viene il gioco, poi il cibo. Cibarsi senza gioia significa coltivare con rigore la propria malattia.

Trovo insensato il lavoro fine a sé stesso con unico scopo utilitaristico quello di racimolare la paga che ti consenta di sopravvivere per ritornare al lavoro. Aver portato la società a questa condizione ricattatoria è una prerogativa del Potere che è inetto, frustrato, castrato e odia l’arte, per questo cerca affannosamente di riempire tutti i buchi con pattume culturale servile. Ma tornando alle cose essenziali, ci sono moltissime forme di attività creativa, anche il collezionista è ossessionato dalle sue preziose raccolte, il maestro di Yoga, lo sportivo, chi ha l’assillo dell’estetica, chi sa fare bene il proprio mestiere artigianale. Ho conosciuto un fisico che lavora nella robotica, il su discorrere è simile a quello di un mistico piuttosto che a quello di uno scienziato. In sostanza per vivere è necessario avere una passione imprescindibile che può manifestarsi in tante forme. Stringendo il campo a pochi concetti posso dire che l’Arte è lo scopo biologico dell’Uomo. Questa è una frase che ho mutuato da un poeta russo: Joseph Brodsky e che cito sempre molto volentieri. Il mistero non sta in chi crea ma in chi non lo fa e s’accontenta della sua condizione sottomessa. In questa prospettiva credo che la competizione e l’utilizzo dell’arte per primeggiare su altri sia una forma puerile di gratificazione, anche perché è incompatibile con il senso dell’Arte che è quello di creare un ponte con la trascendenza, di attivare un dialogo con Dio e non una competizione per assicurarsi il podio. Per chi obietta che la mia è una visione elitaria e aristocratica, o misticheggiante, dico che tutti i popoli primigeni mettono al primo posto la sacralità dell’arte, con pratiche come lo yoga dell’India, le tecniche del respiro cinesi o la ginnastica viscerale degli antichi Maori, per non parlare del ruolo della danza in tutta l’Africa centro meridionale. E che dire poi del Tibet, dello sciamanesimo nelle regioni siberiane e centro asiatiche. L’arte e la spiritualità sono sinonimi. E qui arriva il punto dolente della questione che è la decadenza dell’occidente che s’è votato anima e corpo, anzi solo corpo, alla materia negando l’anima, sostituendo l’Essere con l’Avere. In questa dimensione materialistica sono stati cacciati gli dei per sostituirli con le cose. La farmacologia del divertimento occidentale è una forma puerile di azione artistica manchevole del suo lato spirituale e per questo foriera di profondo disagio e di perdita di credibilità. È così che s’è creata la spaccatura, la scissione tra artisti e spettatori, divisione impensabile altrove. Distruggendo la tradizione giudaico cristiana ci siamo ritrovati nel nonsense avvenente, in una vita priva di contenuti, disorientati di fronte al ragazzo pakistano che prega, ad ore stabilite, genuflesso in direzione della Mecca. Da noi quando si entra in chiesa per pregare bisogna prima guardarsi attorno per assicurarsi che qualcuno non ti veda, perché è vergognoso invocare, chiedere aiuto, implorare, piangere. E qui il lavoro del cosiddetto artista occidentale si complica perché da un lato deve esprimersi ma anche portare con sé la necessità di ripristinare il primato dello spirito sulla materia. Per tutto il novecento c’hanno provato gli artisti, dal primo all’ultimo, ne citiamo solo una manciata casuale: Kandinsky, Madame Blavatzky, Hilma af Klint , Giorgio de Chirico,  Joseph Beuys , Yoko Ono, Giuseppe Penone, Gina Pane, Hermann Nitsch, Enzo Cucchi, Francesco Clemente, Mimmo Paladino, persino Cattellan, ma l’elenco è molto più vasto ovviamente. Non sono mai riuscito ad intercettare una sola opera d’arte che non fosse una porta spalancata sulla trascendenza. Ricordo lo smarrimento e l’accelerazione della respirazione e del battito cardiaco quando mi sono trovato di fronte a Pesci Rossi di Matisse… Ma pensiamo alle nature morte di Morandi, ai pesci sacri di De Pisis, alle sculture arcaiche di Picasso. Certo le forme e le intensità cambiano, tra le tradizioni millenarie e le iniziative individuali ci sono differenze sostanziali, c’è un grosso dibattito attorno a questa faccenda, cioè sulla data da segnare come inizio della decadenza, c’è chi la fa partire con il Rinascimento, quando l’artista si riappropria del proprio ego. La potenza assoluta di Michelangelo determina una cesura precisa e la Pietà di Milano, la Rondanini, è nel contempo la fine dell’antico e l’inizio e la fine del moderno. Comunque, tagliando corto, nella sostanza, la direzione dell’Arte è la medesima: non c’è arte senza fede e non c’è fede senza arte. La fede per l’artista non è l’apologia della religione, ma il suo opposto, ed ecco il grande blasfemo, il teorico della crudeltà, l’eretico, il bestemmiatore. Artaud rappresenta e incarna lo spirito più profondo, assieme a Nietszche, della spiritualità dell’arte del novecento (retroattivo di un secolo e post attivo di un altro)

Chiunque abbia affrontato un percorso creativo s’è reso conto della limitatezza del pensiero materialista, scientista, di basso cabotaggio, inservibile per chi fa il nostro mestiere. Gli artisti vivono di miracoli e spesso sono costretti alla precarietà, diciamolo pure alla fame o alla follia, ma sono i veri sacerdoti dello spirito, questa verità può irritare e infastidire i burocrati dell’anima, o gli economisti della cultura, ma è piuttosto difficile smontarla. Ma se qualcuno ha i numeri per farlo, ci provi.

Rodolfo Bisatti

Marco Senesi, “Ante meridiem”, Transeuropa Edizioni, 2021.

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dreyma

la galaverna logora le cornee,
non dà scampo:
il cigno malvagio termina il volo strabiliante
nel presbiterio in fiamme,
il tonchio assiderato si ritira nel pertugio fra
la pietra miliare e il muro portante.

nell’androne deserto della scuola, lo specchio
violato dove ha luogo il mio colloquio
con il Caso.
un geco attratto dalla preda scompare nella sfera
di luce, e oltre la porta a bilico
la battilana autistica procede alla cardatura.

l’occhio pigro del turista si stacca
dalla Processione Della Desolata e la vanità
si impossessa di me:
forzare l’alternanza naturale luce/buio,
ripensare i fusi orari,
rimuovere il cobalto dalle ciliegie.

il giorno in cui diminuì la concentrazione
di cloruro di sodio nel mare io compresi
che nulla era nostro-
non sai più avvalerti del vento, e
non ti riaffacci più dalla balaustra di granito come
radiosa dama di corte.

nel ballatoio bacheche con comunicazioni
della parrocchia di quartiere.
una falda acquifera sotterranea è il luogo scelto
dalla mosca olearia per morire, lenta
la cicatrizzazione della ferita:

è tutto.

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~A viva voce: 71~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

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Adriana Deminicis, “Da un poemetto alla luna I fiori di Gelsomino”, Guido Miano Editore, 2022. Recensione di Raffaele Piazza

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 Recensione di Raffaele Piazza

La raccolta di poesie di Adriana Deminicis, insegnante di Monte Vidon Corrado, in provincia di Fermo, che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una prefazione di Maria Rizzi esauriente e ricca di acribia. Come scrive la prefatrice l’Autrice crea una sorta di romanzo in versi che tocca vette altissime di lirismo e trascina nel suo universo, in apparenza surreale, in realtà quanto mai vicino alla concretezza. Il riferimento Alla luna, l’idillio leopardiano dell’opera I Canti, è inevitabile, tanto più che il poeta di Recanati aveva come tema di fondo il ricordare, ovvero il rimettere nel cuore, per riferirci al significato etimologico del termine.

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Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “Carne” di Efé Gómez

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 C O L O M B I A

CARNE

(1925)

Efé Gómez (1867-1938)

Traduzione di Emilio Capaccio

È stato narratore, matematico, ingegnere e docente dell’Università di Antioquia. Insieme a Tomás Carrasquilla e a Francisco de Paula Rendón, ha fatto parte del gruppo degli intellettuali di Antioquia e ha collaborato a varie riviste, tra le quali: “El montañés”, “El repertorio”, “Alpha y Cirirí”. Il suo stile si discosta dal modernismo predominante alla fine del XIX secolo per anticipare un realismo critico e spietato, frutto dell’influenza esercitata soprattutto dagli studi fatti sulle opere di Nietzsche e di Schopenhauer. Spesso i personaggi dei suoi racconti, per una imprinting pessimistico delle condizioni esistenziali dell’uomo, conducono una vita senza scopo, senza porsi domande sul domani né fare niente per tendere a qualcosa altro che non sia al mero presente in cui intessere le loro trame ingannevoli, meschine, egoiste.

La notte era fredda e uggiosa. Continua a leggere

Una vita in scrittura: Marco Scalabrino

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omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

 Una vita in scrittura

L’invito è stato rivolto da Antonella Pizzo a Marco Scalabrino che l’ha interpretato come segue.

Grazie infinite a Marco e grazie altrettante ad Antonella Pizzo

  1. Convintamente siciliano.

 Sti silenzi, sta virdura,

Sti muntagni, sti vallati,

L’à criatu la Natura

Pri li cori nnamurati.

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“Poetry in Music Project in Progress” di Carlo Zarinelli

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“Poetry in Music Project in Progress” è un encomiabile progetto di Carlo Zarinelli, una rilettura in musica e canzone di testi poetici, un percorso di condivisione di liriche di singolare intensità talvolta poco note, una forma espressiva altra, un differente linguaggio attraverso l’emozione musicale e vocale. Viene mantenuto inalterato il testo poetico, quello che cambia sono i tempi espositivi perché è indubbio che i versi siano scritti per essere letti uno dopo l’altro per un tempo che non varia mai sensibilmente, mentre quando si fonde con la musica la poesia ne risulta in qualche modo modificata ed è in effetti un’altra rilettura. Ad oggi è stato creato un repertorio di circa quaranta opere, indicativamente su liriche di : Emily Dickinson – Antonia Pozzi-  Aldo Palazzeschi – Sami Al Qasim – Camillo Sbarbaro – Vincenzo  Cardarelli – Umberto Saba – Fernando Pessoa – Costantino Kavafis – Giuseppe Ungaretti  – M.L. Spaziani  – William Shakespeare – Elsa Morante – Eugenio Montale – Nazim Hikmet – Dante Alighieri – Patrizia Cavalli – Franco Loi – Ugo Foscolo – Cesare Pavese –  P.P. Pasolini  e alcuni poeti contemporanei tra i quali Maria Grazia Calandrone, Guido Oldani, Alberto Pellegatta, Umberto Piersanti, Elio Pecora. Nel maggio 2020 il Centro Lunigianese di Studi Danteschi ha lanciato la sfida di musicare il terzo appuntamento di una tetralogia dantesca, il tema filosofico era “IL BUON GOVERNO DEL MONDO” e ha proposto quattro terzine dal Canto XI del Paradiso: il canto di San Francesco (Paradiso/Canto XI  55-66 /50/74). All’opera “IL BUON GOVERNO DEL MONDO”,  realizzata in casa nel giugno 2020 per ovvi motivi, è stato conferito il Premio Lunezia 2020 – Musicare i Poeti e consegnato la scorsa estate in una serata concerto dedicata a Lucio Dalla. https://www.lanazione.it/sarzana/cronaca/una-serata-per-lucio-dalla-al-lunezia-1.6587301

Lo spettacolo musicale “Poetry in Music or Music in Poetry”  è strutturato in modalità differenti a seconda delle ambientazioni: in quartetto / duo / singolo e con la proiezione di immagini ed è stato inserito anche tra gli eventi musicali di BookCity Milano 2021 al Teatro Franco Parenti.
https://www.bookcitymilano.it/eventi/2021/poetry-music-or-music-poetry-2021

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~A viva voce: A mia figlia~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

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“Feriti dall’acqua” di Pietro Romano (peQuod Editrice, 2022). Nota di lettura di Maria Allo

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Uno stormo di rondini che migra
non è ancora. Laggiù il presente
si arena, senza doni
” (p.39)

Dopo il precedente Case sepolte, Pietro Romano, con questo suo nuovo libro, prosegue con un viaggio a ritroso sul confine tra memoria e desiderio e con decisa volontà di dare corpo, voce e sostanza alla condizione dell’uomo nell’universo insidiato costantemente dalla distanza fra l’io e il mondo. La poesia di Feriti dall’acqua sembra nascere da riferimenti alla vicenda biografica dell’autore, che divengono occasioni per dare corpo a tematiche di più ampio respiro in un mondo sempre più multirazziale:” Un turbinio, rumori umani, viali. / Quel che è successo infuria in un tempo/ cristallizzato: l’aria è il passo/ verso la costa, gli occhi che guardano/ sono le case, il corteo, le panche. / Mantenere la vita, sollevarla/ alla bocca, senza occhi a sponda della fine” (p. 7). Il tema, intrecciandosi anche con la sua personale esperienza “Io da bambino, voce di confine, / smembrato nella vita di ogni giorno “(p.17), ritornerà in più di una lirica, ora con il motivo memoriale “Madre, oggi ti colgo nella luce dei vetri/ che istoria gli occhi d’evento e catarsi” o “È nelle sere autunnali la via/ in cui ricordo chi sono. La mente/ oscilla lungo un rivo di fango, / si sporge quanto basta per sentire”(p. 39), ora con il costante anelito all’ innocenza primigenia, intesa come la capacità di sapersi aprire all’ignoto riconoscendolo come parte di sé, giacché l’innocenza unisce gli uomini e fa ritrovare loro quel caldo senso di appartenenza alla condizione umana che costituisce un vincolo più profondo del legame di appartenenza nazionale :“Non esiste innocenza nel giorno: le nostre ombre/ perse tra gli uccelli crollano sulle nuche”(p.61). Domina dunque, come nucleo tematico dell’opera, la tensione della ricerca di un’identità sofferta e complessa e la solitudine spirituale in un mondo che troppe volte ognuno di noi sente estraneo a sé, lontano, irraggiungibile quando ci si accorge di esserci allontanati dalla legge dei nostri desideri. Di essere andati in un’altra direzione: “Così si vive: lentamente il passo/ nell’aria, la scrittura tra nuvole colme di lontananza” (p.65). E tuttavia la poesia deve cercare di ridare significato alle cose (del passato come del presente) e cioè una stabile identità all’individuo, tentativo perso in partenza, eppure mai ricusato. Lo stesso Romano così commenta i suoi versi: “È una distanza irredimibile quella che separa ognuno di noi da un’origine. L’acqua è un remoto che non sappiamo pronunciare” giacché le radici dell’essere, aggiungo, affondano sotto la superficie dove le acque si fanno così turbolente che incutono paura e come certe immagini aspre possono ferire e imbarazzare. La raffinata architettura dell’opera divisa in quattro sezioni (I Acque di confine, II Dentro la foschia, III Cancelli, IV Sono qui ad attendere riparo), il legame profondo che intercorre tra testi e titoli e il sapiente lavoro di cesello interessa tutti i livelli dei testi, fonico- ritmico, lessicale e sintattico nella costante tensione a una parola che sappia sondare un Io profondamente diviso e che sfiori l’indicibile. L’opera di Pietro Romano canta la separatezza ma si augura di trovare un varco attraverso cui approdare perché nel caos si annida anche il germe della visione che resiste fra un passato di dolore e un presente ancora capace di mantenere uno sguardo oltre la soglia dell’Io: “Luce di dentro, soglia inesausta del passo. / Mi vedo oltre il sentore che a ogni varco o stanza, / come guardi, io per voi ancora non sia” (p.8).

p.20

La notte è a un passo dall’alba,

l’aria una fluorescenza azzurra.
Io mi disseto ancora

p.78

Come vero e sofferto il lido, il sogno
o il volto che trema, fra le acque
la parola si svuota,
ogni casa ritorna.

p.87

È accaduto e si è perso. Traluce
senza più il suo dire, rimemora
gli asfalti bagnati della coscienza.

p.89

Voci quietate nel sonno dei passi,
tra le fredde luci delle parole
è il vostro mattino. Quelle sono
le stanze vuote a cui ritornate

quando nel buio l’assenza sancisce
il suo luogo e sfiora la vita.
È ora di nominarvi:
in voi c’è tutto, la fame e la sete,
gli occhi e le labbra che ancora non siamo.

p.92

Quest’ombra si interra
per dissetare l’impronta a un passo
dalla pietra a cui dicevi viva
la parola. Era forse il seme raggelato
sotto il sole di dicembre, la voce
che si stemperava dentro il dolore
dirsi soli e incompiuti


Maria Allo

Pietro Romano (Palermo, 1994) si è laureato in Italianistica presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna con una tesi su Nino De Vita. Ha pubblicato alcune raccolte poetiche, tra le quali Fra mani rifiutate (I Quaderni
del Bardo, 2018) e Case sepolte (I Quaderni del Bardo, 2020- pref. di Gian Ruggero Manzoni, postfazione di Franca Alaimo), quest’ultimo classificatosi tra i libri finalisti del Premio Mauro Prestigiacomo. I suoi versi sono stati tradotti in russo («Мой дом — до молчанья», “La mia casa è prima del silenzio”, Free Poetry, 2019, con pref. e traduz. di Olga Logoch, collana di poesia italiana a cura di Paolo Galvagni, traduzione di Fra mani rifiutate), greco, catalano e spagnolo, e inseriti nell’antologia Le parole a quest’ora (Free Poetry, 2019, a cura di Paolo Galvagni). “Feriti dall’acqua” (peQuod, 2022, coll. Portosepolto diretta da Luca Pizzolitto), è il suo ultimo lavoro.

Lúcio Cardoso traduzioni di Emilio Capaccio

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C’è un’epoca in cui la delusione,
la fatica della lotta,
l’intima convinzione che in fondo
la vita non vale così grandi sforzi,
diventano, per taluni spiriti,
un nembo che a poco a poco s’allarga,
fino a oscurare l’orizzonte intero.

L. C.

Lúcio Cardoso (1912-1968)

traduzioni di Emilio Capaccio 


ALBEGGIARE

La notte è in me
ruota nel mio sangue.
Sento sbattere nella mia bocca
le pupille cieche della luna.
Sento le stelle come dita
smuovere la solitudine in cui cammino.
Poi il profumo della poesia
sale ai miei occhi tremanti, serrati,
odo la musica delle cose che si ridestano
sul corpo nero della terra
e la voce del vento distante,
la voce delle palme che s’aprono in raggi,
la voce dei fiumi che scorrono.
E la notte è in me.
Come un uccello
il mio sogno solleva le ali nel cuore dell’ombra.
Ascolto la musica dei fiori che cadono,
il chiasso delle nubi che passano,
e la mia voce che s’alza
come una preghiera nella pianura solitaria.
Allora sento la notte fuggire da me,
sento la notte fuggire dagli uomini
e il sole che avanza a cavallo del mare
e le nubi curvate che riempiono il cielo
come grandi destrieri di fuoco
che svaniscono risucchiati con l’oscurità.

AMANHECER

A noite está dentro de mim,
girando no meu sangue.
Sinto latejar na minha boca,
as pupilas cegas da lua.
Sinto as estrelas, como dedos
movendo a solidão em que caminho.
Logo o perfume da poesia
sobe aos meus olhos trêmulos, cerrados,
ouço a música das coisas que acordam
sôbre o corpo negro da terra
e a voz do vento distante
e a voz das palmeiras abertas em raios
e a voz dos rios viajantes.
E a noite está dentro de mim.
Como um pássaro,
meu sonho ergue as asas no coração da sombra.
Ouço a musica das fiôres que tombam,
o tropel das nuvens que passam
e a minha voz que se eleva
como uma prece na planície solitária.
Então sinto a noite fugindo de mim,
sinto a noite fugindo dos homens
e o sol que avança na garupa do mar
e as nuvens curvas que enchem o céu
como grandes corcéis de fogo côr-de-rosa
desaparecendo sugados pela treva.  


UNICA POESIA D’AMORE

tutto così calmo
la vita che sonnecchia
com’ora che cade senza rumore
nella pianura del mio pensiero…
foglie morte che non volano,
uccelli fissi che non cantano,
acqua stagnante che non scorre…
e il corpo tuo come un giglio sulla terra,
e muta la terra, impregnata di profumo,
gli occhi tuoi grandi come fiori notturni,
fiori che s’aprono nella dolciura del silenzio
e l’ombra mia, nuvoletta perduta
affacciata sui tuoi inerti capelli
che fluttuano, fluttuano sull’acqua della pianura…


ÚNICO POEMA DE AMOR

tudo tão calmo
a vida dormindo
como agora que tombasse sem murmúrio
na planície do meu pensamento …
folhas mortas que não voam,
pássaros imóveis que não cantam,
água parada que não corre …
e teu corpo como um lírio sobre a terra,
e a terra muda impregnada de perfume,
teus olhos grandes como flores noturnas,
flores que se abrem na doçura do silêncio
e minha sombra como uma nuvem perdida
debruçada sobre teus cabelos imóveis
que bóiam na água da planície…

POESIA DEL FERRO E DEL SANGUE

Hanno dimenticato i campi scompigliati
dove vegetano perdute
le ossa oscure
calcinate
di dieci milioni di morti.

Hanno dimenticato le croci improvvisate
che sollevano in alto
preghiere di rami contorti.

E hanno dimenticato il rumore delle granate
rivoltando la terra e i vivi
divorando e i morti
annientando.

POEMA DO FERRO E DO SANGUE

Esqueceram os campos revolvidos
onde vegetam perdidos
os ossos obscuros
calcinados
de dez milhões de mortos.

Esqueceram as cruzes improvisadas
erguendo para o alto
preces de galhos retorcidos.

E esqueceram o rumor das granadas
revolvendo a terra e os vivos
devorando os mortos
destruindo.

RICETTA DELL’UOMO

Poi deve esser alto,
senza far pensare al freddo stile della palma.
Quanto basti moro per vedersi
tinti i capelli dal sol d’agosto.
E non troppo biondo, talché d’improvviso
nei suoi occhi scintilli qualcosa della zigana patria assopita.
E che abbia mani grandi, per lunghe carezze
e addii rallentati dal peso stesso del gesto.
Anche piedi grandi, perché no,
cosicché i ritorni siano brevi
e ch’abbiano animo a camminar con altri piedi.
Gli occhi parlino, parlino sempre, parlino
d’amore, gelosia, morte o tradimento.
Ma che parlino. Perché senza la musica degli occhi
l’uomo è come una tomba al sol di mezzogiorno.
E possa la risata ricordar un po’ dell’infanzia,
affinché abbia, nel fervor del bacio,
una memoria di pitanga e mora pesta.
Ah, il corpo! S’avvicendino albe per il gentil petto,
e scurisca la calugine fin al sesso velato.
(Ma non del tutto.)
E il suo passo ricordi la danza, ma solida danza,
e parli la sua scia di profumo, senza profumo,
e lenti scorrano fiumi sui fianchi ieratici.
E che canti, senza cantare,
per tutta la sua umana tessitura,
affinché anche le cose attorno a lui cantino,
allorquando, come il prim’uomo,
nudo s’erge davanti al mare. 


RECEITA DE HOMEN

Depois deve ser alto,
sem lembrar o frio estilo da palmeira.
Moreno sem excesso para que se encontre
tons de sol de agosto em seus cabelos.
E nem louro demais para que, de repente
no olhar cintile algo da cigana pátria adormecida.
E que tenha mãos grandes, para demorados carinhos
e adeuses que se retardem ao peso do próprio gesto.
Pés grandes, também, por que não,
para que os regressos sejam breves
e haja resistência para as conjuntas caminhadas.
Os olhos falem, falem sempre, falem
de amor, de ciúme, de morte ou traição.
Mas que falem. Porque o homem sem a música dos olhos
é como sepultura exposta ao sol do meio-dia.
E que o riso relembre um pouco da infância,
para que se tenha, no fervor do beijo,
uma memória de pitanga e amora esmagadas
Ah, o corpo! Sucedam alvoradas ao longo do tórax gentil,
e escureça a penugem até o sexo velado.
(Mas não definitivamente.)
E o seu passo lembre a dança, mas com firmeza,
e o seu rastro fale de perfume, sem perfume
e escorram pausados rios em seus flancos hieráticos.
E que ele cante, sem cantar
por toda a sua humana contextura,
para que também em torno dele as coisas cantem,
quando, como o primeiro homem,
nu ele se erguer defronte ao mar.

A UNA STELLA

Il mio dominio è quello del sogno,
la mia gioia, del ciel c’abbuia la bufera
il mio domani al chiar della disperazione.
Solo tu sai il segreto della mia predestinazione.
Solo tu sai l’estensione di tanto dover andare,
solo tu sai l’umile casina in cui ho vissuto.
Chi saprebbe spezzare il sortilegio che m’attornia,
O rosso sole, alba dei moribondi?

Ma mai rifletti il gesto che condanna.
Questo paese, ahimè, è d’arido eterno!
Se dall’alto la stella non guarda la palude,
più grande allor del suo splendore è la sua malignità.

E tu, Vespero, solo tu placherai il mio desiderio,
solo tu potrai deporre, su quest’aggrinzita carne,
il bacio che nelle tenebre dà al sonno il sereno del riposo.

A UMA ESTRELA

Meu domínio é o do sonho,
minha alegria é a do céu que a tormenta obscurece,
meu futuro é aquele que amanhece à luz do desespero.
Só tu saberás o segredo da minha predestinação.
Só tu saberás a extensão de tantas caminhadas,
só tu conhecerás a casa humilde em que morei.
Quem saberia romper o sortilégio que me cerca,
ó sol vermelho, aurora dos agonizantes.

Mas não reflitas nunca o gesto que condena.
Ai, este país é o da eterna aridez!
Se da altura a estrela não baixar o olhar ao pântano,
maior será a sua impiedade que o seu esplendor.

E só tu Vésper, só tu aplacarás o meu desejo,
só tu poderás depositar, nesta carne crispada,
o beijo que nas trevas dá ao sono a serenidade do repouso.

Una vita in scrittura: Antonio Nazzaro

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omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto da Maria Grazia Galatà ad Antonio Nazzaro che l’ha interpretato come segue.

Grazie infinite, Antonio e grazie altrettante a Maria Grazia

Intenti di scrittura

Della poesia ho i calzini rotti / le unghie sporche / e la barba mal tagliata / un posacenere pieno / una pancia appoggiata / graffi del grattarsi / e una finestra / aperta

Lui è seduto davanti al computer, il posacenere colmo, e cenere sulla tastiera, colpita come si faceva con le macchine da scrivere. Il ventilatore aggrappato al soffitto taglia un’aria fumosa.
Si accende un’altra sigaretta, scrive: ……………………………………………………………

Batte con due dita, la sigaretta tra i denti. Lo vedo con la faccia di chi scrive appunti che non rilegge. Lo vedo cercare immagini nello schermo, si allontana e si avvicina: non per vedere meglio, per sostenere un dolore. Lo vedo non alzare lo sguardo dai tasti come a fuggire il suo volto riflesso nello schermo.

*Inconscientemente yo levanté los ojos a la torre bárbara que dominaba el vial larguísimo de los
plátanos. Encima del silencio hecho o vuelto intenso ella revivía su mito lejano y salvaje: mientras por visiones lejanas, por sensaciones oscuras y violentas otro mito, también este místico y salvaje me recorría por momentos a la mente. (…)
(“La noche” de Dino Campana Suramericano-Cantos Órficos, Abisinia Editorial, 2022. Traduzione di Antonio Nazzaro)

Caracas per ogni stella ha una donna. L’Avila si pavoneggia alla luna. Caracas è una femmina danzante. L’Avila suona un triste ballo. Caracas è assenza di clacson nel ritmo di un ballo inchiodato sulle spalle di donne costanti, che portano la città in borse troppo grandi. Sono mani nervosamente magre quelle che tolgono la cenere dallo schermo. Le punte delle dita tradiscono passi di danza sulla tastiera. Caracas è canto di pioggia, suoni di tamburi e vita che strabocca dai tombini. L’Avila muove maliziosa i capelli all’aria.

Lo vedo fumare appoggiato al gomito cercando mappe di città come foto ricordo.

Di dove sei?

Tram leggeri scorrono sull’asfalto che si fa ponte per correre tutto d’un fiato la scalinata di un qualche sagrato. Di dove sei? Ogni volta che gli fanno questa domanda resta a pensare.
La casa che aspetta si disegna tra strade che attraversano oceani e le onde s’infrangono su marciapiedi forse tutti uguali. Non si lascia una terra per cercarne un’altra, si cerca una terra solo quando non ne hai una.
Torino offre un cielo da cartolina e sedili di legno sui tram. Gli occhi prendono i colori e li dipingono in un vivido bianco e nero. Muoversi per Città del Messico è come muoversi in universi più o meno ordinati sono 40 milioni le persone che la percorrono. Lo vedo con la faccia di un emigrante che non ha storia. L’ aria canta: ” México Lindo y Querido Si muero lejos de ti Que digan que estoy dormido Y que me traigan aquí”. Entra por la ventana/esta noche suramaericana/escrita en italiano…

Torino è la distanza tra la terra e la punta della Mole che misura il cielo.
Città del Messico ritmi sconosciuti / attraversano le strade / fanno danzare la metro / violini, mormorio incessante / fisarmoniche a auto…
Cozumel abbiamo perso i sogni qui / su questa barca di pietra e selva / a nuovi porti andando (…)
onde che approdano / al lungomare stancamente appoggiato all’orizzonte…
Caracas el paso infinito de la belleza suspendida / y caderas de ritmos de la tierra. / En el pecho cimas que alcanzan las estrellas / las uñas como casas que se agarran una encima de otra / de la pobreza que roza / los brazos avenidos hacia el infinito

vivo in un paese che si spara / come si mangiano le caramelle / e le mani che stringono il calcio
/ non hanno pallone / ma vanno ancora / in pantaloni corti / con occhi spenti / che non hanno /mai visto il mare / a disegnare /i sorrisi / delle onde

Al funerale di un delinquente le ragazze a cavalcioni sulla bara a muovere i fianchi e il culo: un ultimo meneo all’amato. Perché o sei madre o sei donna del malo, uniche identità possibili nei barrios: con la dittatura, la democrazia e il socialismo. Qui aprire le gambe o premere un grilletto non fa differenza e la notte scende sui buoni e sui cattivi. Il problema è chi vedrà l’alba. (Caracas, 2017)

ma ancora mi tuffo in un oscuro caffè d’America / e brucio tabacco d’India / sul veleggiare di questa finestra.

amori dalle lingue diverse / seduti su questo viaggio/ riconosciuti da un solo bacio / come una promessa aperta.

Antonio, omonimo venezuelano d’Abruzzo, mi riceve con l’immancabile itañolo:

«Hola como stai?», e prima che possa rispondere «ho visto tua madre, parece che

sta bien e tuo padre mejora».

Per Daniela Nazzaro (sorella)

A te che non leggerai
ma come ti racconto
sulla tua sedia dalle ruote che non girano
sulla tua testa che non, che non sta su
e gli occhi ad indicare il nord e il sud
il sud di quest’amore
che non ha parole
ma raccoglie con la mano
la tua bava che cade
che cade su un bavaglino
dai cinquant’anni.

Dai cinquanta anni di silenzi.

*

A mio padre

Ho una poesia
solo per te:

click

tu che fotografi me
che scrivo te.

*

Malattia. Tredicesimo giorno. Pioggia.

Scendo a vedere il tuo sonno. La pioggia scivola lenta lenta sui vetri. Non entro. Dalla porta con paura guardo se il tuo petto si muove nel gesto del respirare. Alla memoria si accalcano i ricordi ma con un gesto della mano li allontano. Hai bisogno del mio presente e io di sostenere il tuo. Ma inciampo in quel tuo prendermi in giro per il mio andare dal barbiere anche se sono davvero pochi i capelli. Solo voglia di sorridere nonostante tutto e tutti. Nascondo il pianto sul lavandino del bagno e dal lucernaio la pioggia dà il ritmo. Vorrei chiederti scusa per tutto il male che ti ho fatto quando la furia correva per le vene a macchiare le camicie di sangue. Ma non serve. Ogni scalino sembra un paramo andino. Sono qui madre con un bacio pronto per il tuo risveglio. Il sugo di pomodoro e gli spaghetti sono quasi pronti. Un bacio tuo o mio poco importa. Siamo noi: Zambonina e il disgraziato. Bacio ma’.
(16 settembre 2021)

Sono odori a scoprire il sesso e qualcosa chiamato amore e un tram che ruba la

mattina.

Di te so poco:
la lunghezza delle tue braccia
il tempo dei tuoi baci
quelli umidi dell’amore vorace
e quelli lenti dell’amore quotidiano.

Il taglio degli occhi
e l’incedere scalza.

Il movimento dei seni
a cui accordo il respiro
quel gesto tuo
di spostare i capelli
quello che so
è che quando arrivi
e ti siedi in un sorriso
sogno.

*

(…) Si dovrebbe affrontare il giorno
ma la testa si gira
sotto il cuscino del tempo
ad allungare la notte
che abbraccia
l’odore di te.

*

sono carezze a delineare gli occhi come carovane dai carichi esotici

carezze patagoniche
lunghe da poter toccare il freddo polo e scatenare le passioni infinite di Capo Horn

carezze platensi orientali
capaci di mantenere il limite dell’onda del piacere tra un’acqua dolce e una salata

carezze andine
salgono e scendono senza posa e corrono sotto il mare sotto la pelle

carezze caraibiche
muovono i fianchi e con i talloni rubano il danzare della terra

carezze di selva
tessono i corpi a dare un’ombra umida dove scivolare

carezze nostre
ancora tutte da inventare

*

e sono di nuovo qui su questo farsi della notte
appoggiato tra luna e Ande a spiarti le gambe
a farle pontili di navi da passare in rivista
meticolosità lenta di chi non vede terra

ma la aspetta dietro il gesto consueto
quell’andare della mano tra viso e capelli
carezze non date mille volte sfiorate
distanza è una parola perduta nell’oceano

avvicino le tue labbra il tuo respiro sospesi
tra le Ande e la luna ti disegno amore mio
solo questo volevo dirti

L’emigrante lo riconosci / perché anche sotto il sole del mezzogiorno / disegna / due ombre.

Sono un emigrante
figlio di emigranti.

Non ho razza né terra
ma solo un cielo di stelle.

La mia lingua è una nuvola
che insegue il vento.

Muoio e rinasco al toccare terra.

*

il silenzio
di tante lingue

lo sguardo
di tanti orizzonti

la solitudine
di ogni terra

masticare terra ed acqua

l’essere emigrante
non ha fine

*

L’albero

Io
ho un albero
piccolo molto piccolo
senza terra e senza radici.

Mi accompagna da sempre
i suoi rami non hanno foglie né frutti
ma sta nella mia valigia
di emigrante.

E forse un giorno
riusciremo a piantarci.

(…) Quello stesso anno, avevo quindici anni, insieme a mio cugino Dario comprammo il primo biglietto ferroviario Interrail decisi a raggiungere il sole di mezzanotte. Fu l’inizio di un viaggiare che non si è ancora fermato. Quando a Narvik, in Norvegia, ci trovammo di fronte a questo tramonto che non tramonta con i compagni di viaggio, mentre alcuni cantavano Because the Night di Patti Smith, io leggevo quella frase: “Quiere Usted Mate? uno spagnolo professe a bassa voce, quasi a non turbare il profondo silenzio della Pampa (…)”. Mi separai dal gruppo immaginando che là, al di là dell’orizzonte ci fosse La Pampa. Molti anni dopo partivo per un viaggio in America Latina che doveva durare quindici giorni e sono diventati più di vent’anni. (…)

.¿Quiere usted Mate? Recibí el vaso y chupé la caliente bebida.
…..Tirado en la hierba virgen, de cara a las extrañas constelaciones yo me iba abandonando entero a los misteriosos juegos de sus arabescos, acunado deliciosamente por los ruidos atenuados del vivac. Mis pensamientos fluctuaban: se subseguían mis recuerdos: que deliciosamente parecían sumergirse para reaparecer a ratos lúcidamente trashumantes en la distancia, como por un eco profundo y misterioso, dentro de la infinita majestad de la naturaleza. (…)
(Pampa, de Dino Campana Suramericano-Cantos Órficos, Abisinia Editorial, 2022. Traduzione di Antonio Nazzaro)

Antonio Nazzaro

“L’abito fa il monaco” un racconto di Patrizia Destro

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Ritratto di Raymond, Amedeo Modigliani

Tutto era cominciato l’anno in cui la biblioteca chiuse al pubblico. “Manutenzione straordinaria”, così dissero. “Tra quattro mesi al massimo riapriremo”.
I quattro mesi erano ormai passati da tempo. Di mese in mese, di stagione in stagione, in tutto ne passarono quasi trentasei. Tre anni, giorno più, giorno meno.
Frank, in principio, vi tornava, pieno di speranza, una volta alla settimana per controllare se avessero riaperto. In seguito vi ritornava una volta al mese ma poi decise di abbandonare del tutto l’attesa.
Il soprannome gli era stato affibbiato da un signore anziano all’esterno del supermercato dove a volte comprava del cibo vicino alla scadenza, a metà prezzo. L’anziano lo aveva visto appoggiato al muro vicino alla porta d’ingresso, mentre stava mangiando un tramezzino, e lo aveva chiamato. “Dammi una mano, Frank. Aiutami a caricare l’automobile. Queste borse sono pesantissime”. E Frank lo aveva aiutato, ricevendone in cambio una banconota da cinque e un nome nuovo di zecca.
La biblioteca chiusa era un grosso problema per i molti studenti che ogni giorno avevano riempito le sue
sale, anno dopo anno. Ed era un problema enorme per Frank che, con l’arrivo dell’estate, non aveva più un posto fresco e accogliente dove trascorrere la giornata con un buon libro, una bottiglia d’acqua e un bicchierino di caffè preso al distributore di bevande. Tempo prima le panchine del vicino punto scambio libri erano state eliminate, e così trovare un posto dove sedersi a leggere diventava arduo. Era un buon posto, quello! Frank lo rimpiangeva amaramente. Una piccola oasi in mezzo al cemento, una nicchia fatta di alberi ad alto fusto, scaffali di libri sempre in movimento, tra arrivi e partenze, proprio come i treni che sfrecciano alle spalle di quella biblioteca all’aperto. Alcune panchine quasi nuove completavano il piccolo rifugio per amanti della lettura, così come il saluto degli altri utenti e dei volontari con i quali Frank, a volte, scambiava quattro chiacchiere.
Spesso, su una di quelle panchine, Frank ci aveva anche passato la notte, un po’ dormendo e un po’ leggendo alla luce del vicino lampione. Il dormitorio, in certi giorni, è davvero troppo lontano da raggiungere a piedi, a volte a causa di un malessere, altre volte per la stanchezza di aver lavorato troppe ore per racimolare solo un paio di banconote. E non sempre ci si può permettere di pagare una moneta da due euro per un viaggio in metropolitana.
“Guarda che bella borsa abbiamo ricevuto oggi!” gli dissero un giorno al guardaroba pubblico. “Se la vuoi
è tua, puoi metterci i libri e i vestiti di ricambio. E’ arrivato anche questo bel completo. Provalo, sembra fatto su misura per te”. Frank ringraziò e si ritirò nell’angolo adibito a spogliatoio. Dopo aver tirato la tenda si spogliò con calma; indossò prima i pantaloni e poi la giacca e sentì che effettivamente il completo gli stava comodo. Era quasi nuovo. Prese un lembo della giacca e lo saggiò con una mano. “E’ di cotone!” pensò. “E’ così fresco e profumato!” Aveva fatto da poco la doccia e tagliato barba e capelli, laggiù, alle docce pubbliche. Si sentiva un altro, quasi nuovo e fresco anche lui, come il vestito e la borsa in simil-cuoio che, dall’aspetto, si notava che era stata usata proprio pochissimo.
“Sembra una borsa da medico” pensò Frank. “O forse da uomo d’affari”, aggiunse. O forse nessuno dei due. E’ da tanto di quel tempo che Frank non trova più un lavoro, un impiego stabile. Che cosa può saperne? “A proposito: che lavoro facevo? Non me lo ricordo quasi più. Tanti lavori, nessun lavoro, alla fine”.
“Vieni a guardarti allo specchio” disse la voce del guardarobiere-operatore sociale, distogliendo Frank da pensieri cupi. Vedere la propria immagine riflessa e sentire un sorriso enorme spuntargli prima negli occhi e poi sulle labbra fu un tutt’uno.
“Il meraviglioso abito color gelato alla panna! (*) Non è esattamente color panna, tutt’altro! Si tratta più di un grigio, un grigio chiaro, certo, ma è il concetto che conta”. La mente di Frank sta velocemente rispolverando una propria, personalissima gamma cromatica formatasi in uno degli ultimi posti di lavoro, un colorificio.
“Color panna grigia! Forse è stato aggiunto del pepe nero…” pensa Frank, ridacchiando tra sé e sé.
“Metti tutto in questa busta, maglione giaccone e pantaloni, così li mandiamo in lavanderia” gli dice il volontario. “Te li restituiremo in autunno, promesso!” Frank sa che non glieli ridaranno, non proprio questi, almeno, ma sta al gioco. E’ sempre uno shock, per lui, separarsi dagli indumenti invernali. Soffre il freddo, anche d’estate. “Quel che protegge dal freddo protegge anche dal caldo” è il motto che ripete a se stesso – e talvolta anche agli altri – quando si accorge che i suoi vestiti fuori stagione attirano gli sguardi dei passanti.
“Non mi sento a mio agio, così elegante. Grazie per avermelo fatto provare, ma…” Quel vestito, in realtà, non è così lussuoso come sembra a Frank. Ma il fatto è che lui, ormai, è abituato a indumenti smessi adatti alla vita per strada. E così, per lui, un completo giacca pantaloni pur di seconda mano è uguale ad
un vestito da cerimonia.
“Ascoltami, ho avuto un’idea: ti porti via il vestito così ti ci abitui. Sotto la giacca metti questa maglietta grigia scura, che è in tinta. Domani hai un appuntamento per quel colloquio di lavoro, ti ricordi? Vestito così vedrai che ti prendono. Nella borsa ho messo un paio di jeans e una maglietta blu, così hai il cambio pulito per i prossimi giorni. Cerca di non sporcare i pantaloni! Nella borsa troverai anche della biancheria nuova. Dammi quelle scarpe, che ormai sono sfondate. Prendi queste, più leggere e sportive. Vanno con tutto!”
“Tranquillo, non mi siedo mica ovunque!” (E si, certo che mi ricordo del colloquio, come farei a dimenticarmelo? Un posto di custode giù ai magazzini della stazione, un posto di lavoro con una stanza privata e i servizi igienici, l’alloggio del personale…)
Frank non si sedeva mai per terra; faceva già abbastanza fatica a tenere i vestiti puliti per una settimana, a volte dieci giorni. E quando si sedeva sulle panchine ci metteva sopra un giornale di quelli in distribuzione gratuita. Ne prendeva sempre due copie, di cui una da leggere. Ma le panchine pubbliche
diminuivano, ancora e ancora…
Questa volta aveva un motivo in più per non sporcarsi. Un motivo importantissimo, essenziale. E quando c’è un motivo così grande per fare una cosa, si diventa più audaci.
Frank iniziò a maturare una decisione: avrebbe trascorso il tardo pomeriggio e la notte in un albergo. Da
quanto tempo non entrava in un albergo? Da tanto di quel tempo che ormai dubitava di averne mai visitato uno.
Si ricordò dell’hotel di otto piani a due strade di distanza dal Centro dove si trovava ora. Ogni tanto ci passava perché, lì vicino, c’era una di quelle panetterie dove, nel tardo pomeriggio, il pane e altri prodotti sono venduti a metà prezzo o regalati. Frank aveva voglia di un trancio di pizza, anche semplice, era da tanto che non ne mangiava! Ma temeva di sporcare il vestito, cosa che non poteva assolutamente permettersi. “Vediamo che cosa è avanzato”, si disse. “Magari una fetta di focaccia non molto condita”.
Si avvicinò e si accorse che questa volta il fornaio aveva lasciato fuori dalla porta, in una cesta, pizzette e biscotti già imbustati. Con l’acquolina in bocca, Frank disse a se stesso che avrebbe fatto molta attenzione. Afferrò due buste con delicatezza, una per tipologia di prodotto, e si avviò verso l’albergo.
“Se è rimasto tutto come prima dovrebbero esserci ancora le chiavi metalliche”. Frank nutriva un’avversione per le tessere elettroniche – con tutti quei dati personali in memoria! – tanto maggiore adesso, che stava per diventare un probabile ospite insolvente e temeva che, a causa di un guasto, avrebbe potuto rimanere chiuso dentro…
Prese il coraggio a quattro mani, inspirò profondamente ed entrò. Alla reception non c’era nessuno. Il registro delle presenze non si vedeva: usano il computer, qui! e le chiavi di metallo, uno strano abbinamento di antico e moderno su cui Frank si ripromise di riflettere in seguito. Una rapida occhiata alla bacheca portachiavi e documenti gli rivelò che, molto probabilmente, la camera 412 era libera. Frank afferrò le chiavi e, con il cuore in gola per l’emozione, si avviò in fretta su per le scale. La stanza era effettivamente libera; niente valigie, l’armadio vuoto, il letto – singolo -intatto. Con un respiro di sollievo, Frank chiuse la porta, si tolse i vestiti e li appese sulle grucce, accarezzandoli con un dito. Si sdraiò sul letto, pregustando una cena a base di prodotti da forno e acqua del rubinetto. Da molti anni,
ormai, non aveva più una casa. Se tutto andava bene, da domani ne avrebbe avuta di nuovo una, minuscola ma tutta per sé, insieme ad un lavoro stabile. E poi, chissà, l’estate prossima, risparmiando su tutto, sarebbe riuscito a fare una vacanza al mare, senza pretese…
L’indomani mattina Frank si svegliò presto, si lavò, e dopo una colazione a base di biscotti avanzati dalla sera precedente e un bicchier d’acqua si vestì di tutto punto, prese la sua borsa e uscì dalla stanza, lasciando le chiavi nella toppa. Nessuno lo vide andare via. Quando, un’ora dopo, si trovò a firmare il contratto per il posto di custode, disse a se stesso che forse, dopotutto, anche se è di un colore sbagliato, questo vestito è davvero ‘Il meraviglioso abito color gelato alla panna’, quello che ti dà il coraggio di fare tutto, perfino di esaudire un piccolo enorme sogno a lungo sognato.

(*) cit. Il meraviglioso abito color gelato alla panna di Ray Bradbury.

Patrizia Destro

Raffaele Piazza, “Nel delta della vita”, Guido Miano Editore, 2022. Recensione di Marco Zelioli

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Recensione di Marco Zelioli 

 

Lo scrittore e critico letterario napoletano Raffaele Piazza ci offre, per i tipi di Guido Miano Editore, queste cinquanta liriche intitolate Nel delta della vita: una sola ha un titolo, la prima, ed è Prologo; le altre sono semplicemente numerate da 1 a 49; ma l’Editore (che come sempre propone, in appendice, un’utilissima bio-bibliografia dell’autore) ha pensato bene di mettere nell’indice non il solo numero, ma il verso iniziale di ogni lirica, a mo’ di titolo, per non spaesare il lettore.

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~A viva voce: e allora mi sono messo in viaggio~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

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Versi trasversali: Gianni Marcantoni

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

GIANNI MARCANTONI

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Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. Chumbote di Josè de la Cuandra

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 E C U A D O R

CHUMBOTE

(1931)

José de la Cuadra (1903-1941)

Traduzione di Emilio Capaccio

È considerato uno dei più importanti narratori del suo paese. Studiò diritto, fu docente universitario, membro del partito socialista ecuadoriano e scrittore, appartenente al gruppo Guayaquil, il più importante movimento culturale del XX secolo, in Ecuador. Il suo stile di scrittura si distacca dai canoni del modernismo per tendere verso le tematiche del realismo sociale. Nei suoi racconti, caratterizzati a volte da una crudezza espressiva a cui si accompagna un’attitudine all’uso dell’ironia, si pone l’attenzione sulla natura dell’uomo comune, del “montuvio” che abita la costa e in generale si enfatizza la ricchezza culturale dei personaggi nell’ambito del loro contesto rurale.

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Una vita in scrittura: Lucetta Frisa

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omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto da Antonella Pizzo a Lucetta Frisa che l’ha interpretato come segue.

Grazie infinite, Lucetta e grazie altrettante ad Antonella Pizzo

La vita in scrittura

Sans passion il n’y a pas d’art – ha scritto Henri Matisse. La poesia è libertà dello spirito, l’unica libertà che ci resta in condizioni di prigionia, fisica o morale. Forse la poesia mette radici e ali proprio in questa condizione. Un esempio per tutti: Osip Mandel’stam che, esiliato, scrive i suoi Quaderni da Voronez. La poesia è un lavoro duro e ostinato perché la parola poetica voli oltre ogni tipo di sbarre. Ogni esercizio poetico, fin dall’adolescenza, corrisponde specularmente a un esercizio di conoscenza, di approfondimento della realtà, di conquista di un’altra vista. Una sorta di veggenza, simile a quella del mistico. Si può essere mistici religiosi come mistici laici, anche atei, e cercare comunque conoscenza, vivere “in stato di poesia”. Scrive il poeta catalano Gabriel Ferrater: “scriviamo poesia per il desiderio di vedere fin dove possiamo elevare l’energia emotiva della lingua.”

Fin dall’inizio la poesia era, per me, un “qualcosa” fatto di parole che nasconde un messaggio misterioso e desta uno stato di allarme,  di stupore. Il suo ruolo è quello di mantenere viva e accesa la ribellione allo status quo, la resistenza alla superficialità dilagante, nella lingua come nel pensiero come nel modo di porsi nella vita e nella società. La poesia contiene in sé, come osserva Novalis, tutta la realtà nella sua interezza simultanea e contraddittoria. E arriva da un’emozione, di qualunque natura essa sia: certe emozioni non colpiscono solo il cuore ma la mente. Può essere la parola letta e ascoltata, un concetto filosofico, un’immagine quotidiana o imprevista, un’immagine d’arte o della natura. Dall’esterno penetra – a nostra insaputa – nella nostra interiorità, che la rielabora e traduce in parola. Tutto può diventare poesia. Siamo noi gli alchimisti, noi i ribelli controcorrente, noi che dobbiamo preservarne lo spirito dalle aggressioni che continuamente la minacciano. Per me un punto di partenza dello scrivere versi è una  malinconia accidiosa, mista fra pensiero nomade e magico stupore, che crea dentro di me uno stato di malessere, di torpore, dal quale mi devo liberare scrivendo. Ed è il ritmo, naturalmente, la struttura vertebrale di una poesia, la caratteristica principale che la distingue dalla prosa, oltre che l’impasto sonoro, timbrico, di cui era maestro insuperabile Gerard Manley Hopkins,  Hopkins diceva che la sua metrica si adattava strettamente al suo tempo emotivo. Da parte mia, concepisco la poesia come uno spartito musicale. In poesia non c’è una qualità separata dalle altre. Tutte dovrebbero coesistere (parlo al condizionale, che è la forma verbale del desiderio): il senso del mistero, la sua intensità, la visionarietà, l’asciuttezza. E naturalmente, il ritmo, che è la mia ossessione principale. Dopo averla letta o scritta, la poesia deve lasciarmi lì, con le orecchie che ronzano, e la sensazione di avere capito poco ma di essere turbata da quanto non ho capito: Quell’istante, rigoroso e vertiginoso, è la mia esperienza poetica.

È dal buio che scrivo.

Le parole ad una ad una escono alla luce, prendono un corpo,

sfavillano. Legano te a me.

Se le cancello

rientriamo nel buio.

Ma il ponte crollato

non esiste più.

Ne rifaremo un altro, dicono.

Comporre un verso o un ponte

è strutturare

la vibrazione di una colonna vertebrale

sognare

ancora un nesso

perché le parole con le macerie non restino

inerti strumenti sul fondo.

Ciò che è compiuto appartiene subito al regno dei morti.

Solo quello che è ancora da fare è eterno.

Canto presente 58: Cristina Simoncini

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Cristina Simoncini

quando mi osservo da lontano
cercando tracce di un piano nel mio tempo
non vedo un essere compiuto
gli incastri assennati di una vita
piuttosto i pezzi sparsi, il corso sordo delle cose
non una trama ma un vasto repertorio
di me mai state fino in fondo, una babele
di disperse – ognuna intenta a far mondo,
a recitare da sola la sua parte

*
mia madre non è morta in una volta sola
non l’ha spenta un ultimo fatidico respiro
come succede al resto della gente
se n’è andata con calma cominciando dai piedi
che si son fatti duri e gelidi come nelle statue
interrompendo il transito dei passi
poi è toccato al marmo delle braccia
arreso in una croce sul torace
che a fatica sotto quel peso si sollevava
gli occhi impauriti sono rientrati
nell’abisso insondabile dell’interiore
l'ultimo è stato il naso scolorito
che sventolava a mezz’asta in segno di commiato
quel poco di lei che rimaneva
stava intanato nel muscolo cardiaco
diffondeva nell’aria piccole pulsazioni
un alfabeto Morse con cui esortava
le persone amate, Su, fate presto, salutate!

*
giorni severi, eravamo assediati
da sconfitte, eppure proiettavi un sorriso
che avremmo cercato invano sulla bocca:
si riversava da uno scatto – una frattura,
lasciando una coda di luce nella stanza

*
negli occhi di mia madre a giorni
brillava una luce inviolabile
c’è sempre un segreto negli altri
una maniera di mancare
la vedevo affacciarsi a una finestra
e con un tintinnio innocente di parole
scivolare fuori dal suo vero
allontanare il grido dalla bocca

*

lo spazio intorno a te un colmo
ogni punto pervaso di prodigio
e piedi in fila, uno dopo l’altro
un’invasione – l’attrazione esercitata
dal mutare di colpo degli sguardi
quotidiano animato qui e ora

spiava taciturna in controluce
gli occhi puntati sulla filigrana
soffriva del filamento lucente
latenza del vero che in te affiorava
saldatura dietro la trasparenza
sapeva bene che non era sua

*
se non abitavate nella casa
accadeva qualcosa – ogni stanza
restava solidale col suo volto
in quel vuoto la vitalità si attardava
risaliva piano le pareti
piccoli angeli ammassati sulle
mensole cadendo nella memoria
seminavano colori, il tempo stava
nascosto negli armadi, nell’ottusa
misericordia dei vestiti

non è vero che una vita
è una volta sola, una volta
è l’avvertimento del destino

*
adesso prova a immaginare
la bambina che vola
sulla discesa scardinata
niente appigli
la bici senza freni
apre i piedini come ali
su un turbine di sassi
è leggera dentro la paura,
veloce – non ha tenuta
non c’è memoria di vita
che si oppone, il sole
la segue da dietro
prima di sparire

non saprei come chiamare
l’istante in cui la testa
si rapprende in un’ipotesi
di morte – la periferia
inclina verso il niente
fa buio tra gli alberi
educati nei giardini –
se avrai fortuna
dal muro sbucheranno
braccia rampicanti
sarà uno sconosciuto
a rinnovarti il giorno.