Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di
Cristina Simoncini
quando mi osservo da lontano
cercando tracce di un piano nel mio tempo
non vedo un essere compiuto
gli incastri assennati di una vita
piuttosto i pezzi sparsi, il corso sordo delle cose
non una trama ma un vasto repertorio
di me mai state fino in fondo, una babele
di disperse – ognuna intenta a far mondo,
a recitare da sola la sua parte
*
mia madre non è morta in una volta sola
non l’ha spenta un ultimo fatidico respiro
come succede al resto della gente
se n’è andata con calma cominciando dai piedi
che si son fatti duri e gelidi come nelle statue
interrompendo il transito dei passi
poi è toccato al marmo delle braccia
arreso in una croce sul torace
che a fatica sotto quel peso si sollevava
gli occhi impauriti sono rientrati
nell’abisso insondabile dell’interiore
l'ultimo è stato il naso scolorito
che sventolava a mezz’asta in segno di commiato
quel poco di lei che rimaneva
stava intanato nel muscolo cardiaco
diffondeva nell’aria piccole pulsazioni
un alfabeto Morse con cui esortava
le persone amate, Su, fate presto, salutate!
*
giorni severi, eravamo assediati
da sconfitte, eppure proiettavi un sorriso
che avremmo cercato invano sulla bocca:
si riversava da uno scatto – una frattura,
lasciando una coda di luce nella stanza
*
negli occhi di mia madre a giorni
brillava una luce inviolabile
c’è sempre un segreto negli altri
una maniera di mancare
la vedevo affacciarsi a una finestra
e con un tintinnio innocente di parole
scivolare fuori dal suo vero
allontanare il grido dalla bocca
*
lo spazio intorno a te un colmo
ogni punto pervaso di prodigio
e piedi in fila, uno dopo l’altro
un’invasione – l’attrazione esercitata
dal mutare di colpo degli sguardi
quotidiano animato qui e ora
spiava taciturna in controluce
gli occhi puntati sulla filigrana
soffriva del filamento lucente
latenza del vero che in te affiorava
saldatura dietro la trasparenza
sapeva bene che non era sua
*
se non abitavate nella casa
accadeva qualcosa – ogni stanza
restava solidale col suo volto
in quel vuoto la vitalità si attardava
risaliva piano le pareti
piccoli angeli ammassati sulle
mensole cadendo nella memoria
seminavano colori, il tempo stava
nascosto negli armadi, nell’ottusa
misericordia dei vestiti
non è vero che una vita
è una volta sola, una volta
è l’avvertimento del destino
*
adesso prova a immaginare
la bambina che vola
sulla discesa scardinata
niente appigli
la bici senza freni
apre i piedini come ali
su un turbine di sassi
è leggera dentro la paura,
veloce – non ha tenuta
non c’è memoria di vita
che si oppone, il sole
la segue da dietro
prima di sparire
non saprei come chiamare
l’istante in cui la testa
si rapprende in un’ipotesi
di morte – la periferia
inclina verso il niente
fa buio tra gli alberi
educati nei giardini –
se avrai fortuna
dal muro sbucheranno
braccia rampicanti
sarà uno sconosciuto
a rinnovarti il giorno.
Il rapporto tra pudore e poesia è complesso come lo è per tutte le produzioni artistiche ma necessita di una attenzione particolare alle tematiche e al linguaggio principalmente per quanto attiene al rapporto tra poeta e i suoi versi e tra poeta e lettore. Per questo iniziare con una poesia di Antonia Pozzi (scritta nel 1933) può essere interessante perché ne inquadra sufficientemente la relazione facendone vedere gli specifici risvolti storici ed evolutivi. Antonia nasce in una famiglia alto borghese di Milano, si dedica alla poesia e durante gli studi classici si innamora del suo professore di latino e greco. Un amore osteggiato per pudore dai genitori. Una impossibilità che le fà decidere di porre fine alla sua vita.
Se qualcuna delle mie povere parole ti piace e tu me lo dici sia pur con gli occhi io mi spalanco in un riso beato ma tremo come una mamma piccola giovane che perfino arrossisce se un passante le dice che il suo bambino è bello.
Nella poesia la similitudine con una giovane mamma nasconde profondi sentimenti d’amore e grazia sia per le parole che per il bambino, i quali divengono entrambi l’altro da sé presentato con tanto pudore da arrossire perfino se un passante benevolmente li apprezza. Poeta e madre e passante e, per, estensione concettuale, poeta e lettore e pudore. Relazioni intime, corporee, affettive e sociali che attengono tutte alla sfera di un pudore per il quale se non è cambiata la definizione sono cambiati nettamente i limiti e la percezione collettiva. Sembra infatti, ad una visione generale e spesso però anche generica, che del pudore sia stato dimenticato il limite tra l’intimo e il condivisibile a favore della immagine, dell’apparire e dell’esserci con una corporeità e una affettività adattabile, pronta al cambiamento, talora mercificatile e, per dirla con Bauman, fluida. Il continuo e rapido cambiamento dei paradigmi della società globalizzata, il frenetico progresso tecnologico con nuove modalità comunicative e il sempre più debole rispetto della privacy nonché la crisi delle dimensioni locali, della tradizione e di molti ideali generano insicurezza esistenziale e frequente rifugio in una immagine di sé magmatica, adattabile, narcisa e in una comunicazione rapida e sincopata senza un tempo-spazio dialogico e quindi senza un limite tra uso e abuso. Uno spazio che più adeguatamente Manuel Castells ha definito “spazio dei flussi” dove la presenza individuale virtuale può fluire ovunque e contemporaneamente essere oggettivata nei social network oltre la sua dimensione reale. Si può allora concordare, con Herbert Marcuse, sulla ipotesi che la dimensione sociale virtuale e mediatica sta assimilando tutta la nostra vita e creando un nuovo mostro, un “uomo unidimensionale”, senza un chiaro limite tra essere reale ed essere virtuale, con la conseguente paura o eccesso nell’ esprimere pensieri e opinioni non legittimate e quindi senza alcuna consapevolezza e limite del pudore. L’arte e il linguaggio nascono dalla interazione con l’ambiente e com-prendono e inventano significati veicolati attraverso i linguaggi della scrittura, così come della musica o della pittura. Una interazione che ha i tratti distintivi dell’esperienza dell’ascolto o, per dirla con R.M. Rilke, che è quel: “Lasciar compiere ogni impressione e ogni germe di un sentimento dentro di sé, nel buio, nell’indicibile, nell’inconscio irraggiungibile alla propria ragione, e attendere con profonda umiltà e pazienza l’ora del parto di una nuova chiarezza….” Dall’ascolto al creare e al comprendere quindi in un attraversamento dell’io dall’ambiente all’inconscio. Un rapporto inconscio-poesia ampiamente indagato dalla psicoanalisi che vede l’arte come la attualizzazione di una sublimazione di pulsioni libidiche arcaiche perverse e incestuose rimosse ( Freud ) o come riparazione e ulteriore creazione di oggetti d’amore danneggiati ( Klein ). Attività dell’inconscio nell’atto creativo che può quindi diventare sia oggetto di lettura psicoanalitica sia trasmissione, non consapevole, di particelle dell’io al lettore. Il poeta e l’artista, infatti, ci ricorda Lacan, precedono sempre l’analista e arrivano a cogliere prima di lui delle verità che concernono l’essere umano e il suo rapporto con il linguaggio e, più nello specifico, precisa che “..i poeti, che non sanno quel che dicono, è ben noto, dicono però sempre le cose prima degli altri…” (JACQUES LACAN, Il Seminario. Libro I. Gli scritti tecnici di Freud).
d’altro canto il poeta stesso lo dice :
UNGARETTI – COMMIATO 2.10.1916
“Poesia è il mondo l’umanità la propria vita fioriti dalla parola la limpida meraviglia di un delirante fermento Quando trovo in questo mio silenzio una parola scavata è nella mia vita come un abisso”
È quindi il poeta a porsi pubblicamente in una relazione asimmetrica alla quale il lettore partecipa solo privatamente. Il poeta si mette in gioco dopo aver giocato con sé stesso in una partita impari con l’inconscio, col far nascere e crescere la parola, con la ricerca del perfettibile, con il parto di una poesia, con il dolore del finito, la liberazione esausta, l’attesa di un sorriso. Non si tratta solo del labor limae, si tratta più intensamente di ricerca di sè in sè stesso e nel mondo, negli altri da sè lungo percorsi personali dove il confine tra l’intimo e il condivisibile è mobile, cangiante, talora persecutorio. La creatività, infatti, ha bisogno di nuove sapienze e nuove consapevolezze e per questo il bordo del limite è il suo spazio tra il trans-gradire, il comporsi e il comporre. Un incontro con la coscienza della propria nudità, non quella fisica, ma quella culturale, relazionale, esistenziale che può condurre in uno spazio del dire e del dirsi che incontra sia la vergogna che il pudore, sia per l’eccesso della spudoratezza che per la riservatezza del ritegno. Pudore che può anche essere resistenza alla spinta spasmodica di rendere pubblica la propria immagine o ponte tra socialità ed esigenza di ripiegamento in una zona di rispetto dove l’interiorità sta’ al di là della dimensione esteriore. In questo senso la rinnovata consapevolezza del pudore può diventare uno strumento di indagine della poesia sulla esistenza dell’uomo nella società contemporanea. Una ricerca che possa riuscire a dirci sia “ciò che non siamo” (Montale – Non chiederci la parola) che, forse, ciò che saremo o rischiamo di essere in futuro. Consapevolezza e ricerca attraverso quell’αἰδώς greco che oltre a pudore e intimo ritegno indica anche responsabile e dignitoso rispetto dovuto alle proprie e altrui dimensioni sociali ed esistenziali come sembrano suggerirci i versi di Valerio Magrelli che propongono, a mio modo di vedere, la possibilità di superare il pudore del sé corporeo e del suo sé-immagine con una serena consapevolezza e, ovviamente, con ammirevole creatività.
Io abito il mio cervello Come un tranquillo possidente le sue terre Per tutto il giorno il mio lavoro È nel farle fruttare, Il mio frutto nel farle lavorare. E prima di dormire Mi affaccio a guardarle Con il pudore dell’uomo Per la sua immagine. Il mio cervello abita in me Come un tranquillo possidente le sue terre.
Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita
L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi un invito, ma nel contempo un omaggio.
L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.
Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso, un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?
L’invito è stato rivolto da Antonella Pizzo a Marco Ercolani che l’ha interpretato come segue.
Grazie infinite, Marco e grazie altrettante ad Antonella Pizzo
Autointervista (2022)
Mi chiedi quale sarebbe il mio compito. Il mio compito è guarire la mente inguaribile: una fatica senza senso, come per ogni psichiatra. Per questo scrivo, irrefrenabilmente: almeno le parole non fuggono e possono, se non guarire, accompagnare e consolare, come quando leggiamo i versi di Alcmane che rimpiangono la luce del giorno.
Non ho mai avuto intenzione di scrivere nessun libro, almeno non nella forma in cui sono scaturiti. I miei sono sogni in presenza della ragione, temporali che prevedono un sole che soltanto in un secondo tempo illuminerà il paesaggio. Sono proprio vertigini. Chi è in grado di prevedere quale sarà la vertigine successiva? Smarrimenti, lipotimie, assenze: non c’è nulla da fare, sono imprevedibili. Devo fermarmi, sedermi, vivere la mia ansia. Quando ritroverò un momento di quiete riprenderò in mano la materia, la dipanerò, troverò le giuste parole. Io non trascrivo solo sogni ma anche idee sconfinate, orgogliose, illimitate. All’inizio, quello che conta è esserne invaso e non sapere dove si andrà, come manovrare una nave senza timone e non farsi prendere dal panico.
Camminando a piedi spesso mi perdo. Ma alla fine un qualche luogo mi accoglie sempre, nella superficie della terra come nelle pagine dei libri, e torno a essere chi trova storie antiche, di pittori, falsari, suicidi, superstiti, ossessi, vittime, assassini, persi in qualche nebbia lontana, e quelle storie le svolgo con calma nel foglio. Ripeto: con calma. C’è bisogno di affrettarsi quando si va cercando la verità vissuta dai morti? Ho bisogno di tempo perché tutto il dolore di cui parlerò non si risolva nel lampo precario di una poesia ma si sviluppi come una progressiva, inarrestabile, sconfinata marea. Io ho voluto descrivere spesso i dettagli di stermini e di soprusi perché l’uniforme silenzio della storia, scritta sempre e soltanto dai vincitori, non riducesse migliaia di dolori reali a miseri resoconti anonimi, destinati a essere ammassati in biblioteche deserte o centrifugati nel vortice di pale di una trituratrice ecologica in qualche fatiscente quartiere della periferia di una città abbandonata. Un film inglese che mi commosse, quando avevo forse 40 anni, fu Voci sempre vicine, voci sempre lontane, di Terence Davies, che del pulviscolo nebbioso dei ricordi faceva la colonna sonora portante della storia. L’empatia con il dolore umano, se non esiste, è una mancanza irrecuperabile, come la mutilazione di un arto. Ma, se esiste troppo, è un veleno che paralizza e sprofonda nell’impotenza per ogni dolore che non riusciamo ad alleviare. Qui si gioca la differenza. Un medico pervaso dal dolore non è forse il primo dei suoi pazienti?
**
Grazie della tua domanda: ti risponderò che amo più il vento della terra. Io sono un uomo metodico, dovrei sapere cosa mi accadrà domani ma invece… So il vento che mi aspetta mentre scriverò ma non so cosa scriverò. I miei non sono romanzi, saggi, aforismi, poesie, ma divagazioni sulla memoria; la memoria la trovo e la perdo giorno dopo giorno; magari scriverò un diario per annotare ciò che la mente continua a dimenticare e di cui dimenticherò progressivamente tutte le pagine, lo scriverò solo per il lettore e non lo leggerò mai. Arrivato in fondo all’ultima pagina lo firmerò col mio nome e in pochi secondi lo scorderò come tutte le altre cose che ho appena scritto ma sempre provando un brivido di gioia, sempre iniziando. Ci sono porte rese invisibili dalla luce del tramonto; ci sono tramonti, da qualche parte del mondo, di cui non riesci neppure ad immaginare la luce.
Trasformare la paura. Munire la notte, come scriveva Paul Celan. Munire di armi lei, indifesa. Ecco il progetto di ogni scrittore: ricordare, creare. I ricordi non appartengono solo alla memoria: ti nascono dentro per una frenesia altra, per speranza, utopia, amore, perché ci smascheriamo leggendo. Viviamo liberi quando leggiamo, ipnotizzati dalla scrittura. In fondo a ogni libro letto c’è la libertà, il desiderio di rompere la rete, di essere qualcosa di non pensato, di alieno, sospesi fra autore e paesaggio, fra attore e regista, dentro e davanti alle quinte. La vertigine della scrittura è scommessa contro le tenebre, nostalgia di cose che non sono mai state dette, desiderio che siano dette e scritte ora, inventando un passato gravido di futuro. Ogni passato è futuro. Ogni forma genera il suo opposto/ con un soprassalto, ne è traversata in un senso e nell’altro, si rispecchia ovunque. Nulla, più delle rifrazioni dello specchio, rimanda al mistero della soglia, alle ragioni della notte. Se mi chiamassero per una conferenza, so già su quale tema parlerei: farei lezioni di vento. I tessuti della memoria, la rete neurale, sono l’aria che connette i nostri corpi; tutto si prosciugherebbe se lei ci mancasse, se non leggessimo o scrivessimo, se non mettessimo aria fra le pagine. Le risposte vengono dall’aria, come tutte le domande, oppure avremmo a che fare con sassi aridi, circondati da alberi morti.
**
Quale sarebbe il mio ruolo? Non sono un uomo che serva a qualcosa. Di certi esseri umani si dice che siano come buche d’acido nella vita sociale addomesticata: li si evita, come si evitano gli artisti, i delinquenti, gli schizofrenici. Forse io sono uno di quelli.
Tu sai quale analogia lega la sindrome di Stendhal – lo smarrimento che un’opera d’arte di eccezionale intensità genera, in determinate condizioni emotive, in un soggetto ricettivo – e certe esperienze estreme di detenuti richiusi in celle d’isolamento e indotti, dalla deprivazione sensoriale, a vivere fenomeni allucinatori? L’analogia è sentirsi prigionieri. Come i personaggi dei miei racconti, io ho orrore della prigionia e mi smarrisco nella libertà. Così continuo, ossessivamente, a rappresentare l’atto del mio liberarmi, indugiando sui dettagli, rallentando il tempo, non permettendomi di tornare all’orrore precedente e non affrontando lo smarrimento futuro. Sono costretto alla solitudine e all’ascesi da una spaventosa chiaroveggenza. So tante, tantissime cose, ma non ho davvero nulla da dire. L’abisso è senza alcuna forma e nessun occhio può afferrare ciò che rappresenta.
Ma una via c’è: non essere mai in un solo luogo. Camminare dentro e fuori di te. Chiunque cammini non vede sempre la stessa parete. Chi vede sempre la stessa parete diventa carnefice o pazzo. Essere nomadi, o fingere di esserlo nei propri scritti non significa abitare nelle tende del deserto: significa vivere essendo pronti a lasciare tutto, in luoghi diversi della mente e del mondo. Avere un cuore che pulsa oltre i recinti della notte e scrivere di chissà cosa. Non chiedermi mai quali libri io abbia scritto: non ne ricordo un titolo.
Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita
L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi un invito, ma nel contempo un omaggio.
L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.
Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso, un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?
L’invito è stato rivolto da Antonella Pizzo a Maria Grazia Calandrone che l’ha interpretato come segue.
Grazie infinite, Maria Grazia e grazie altrettante ad Antonella Pizzo
da Giardino della gioia, Mondadori 2019
Intelletto d’amore
La poesia è anarchica, risponde a leggi solo proprie, non può e non deve piegarsi a nient’altro
che a se stessa.
La sua legge interiore è ritmo, musica assoluta.
Questo spiega la commozione che proviamo nell’ascoltare letture di poesia in lingue a noi sconosciute.
Abbiamo l’impressione di comprendere
anche se non capiamo le parole,
perché le nostre molecole consuonano con la musica profonda della poesia,
che è la stessa in ogni lingua: un ultrasuono, un rumore bianco.
Una lingua invisibile, un ronzio nucleare
traducibile per approssimazione,
una sonorità che entra in risonanza con la parte più estranea e profonda delle nostre molecole
e col rombo primario della materia
che compone la sedia
sulla quale sediamo.
Come certa musica – penso al Chiaro di luna di Ludwig van Beethoven – è un linguaggio
letteralmente universale:
i poeti lo scrivono da sempre, ma le recenti scoperte astrofisiche lo confermano
con rigore scientifico, non più solo intuitivo: il nucleo più profondo di noi
è composto della stessa materia delle stelle.
Parole di Margherita Hack: «Tutta la materia di cui siamo fatti l’hanno costruita le stelle. Tutti gli elementi, dall’idrogeno all’uranio, sono stati fatti nelle reazioni nucleari che avvengono nelle supernovae, stelle molto più grandi del Sole, che alla fine della loro vita esplodono e sparpagliano nello spazio
il risultato di tutte le reazioni nucleari avvenute al loro interno».
Dalle scoperte ultimissime sappiamo ancora che
metà degli atomi che formano i nostri corpi è materia prodotta fuori dalla Via Lattea, viene da una distanza
che non si può
commensurare.
La vibrazione delle nostre molecole entra in risonanza materiale con la vibrazione dell’universo,
fin dentro l’universo sconosciuto. QQQuesta forza
«che move il sole e l’altre stelle»
è quella che Dante chiama «amore».
La poesia intercetta il corale profondo e ininterrotto di questa forza, intona la sua voce
al rombo delle stelle extragalattiche
e al rombo primario della materia
che compone la sedia
sulla quale sediamo.
È un oggetto fatto di parole
sempre d’amore.
E basta.
Risposta per Arturo
Se anche mio figlio, ieri, col libro di grammatica
greca aperto sul tavolo, sorridendo confuso tra il desiderio
di non dispiacermi e il pragma
della cosidetta realtà, chiede: “A che serve?”
io dico a voi, ragazzi: la bellezza
è gratuità del gesto,
come quando vi amate,
è il momento preciso in cui un essere umano
si stacca da terra,
s’inginocchia e disegna
un toro
sulla parete
della sua grotta,
a Lascaux. Così,
senza motivo.
O ha scoperto il modo
per non essere solo
– e ha scoperto il modo
per non morire.
Roma, 6 marzo 2018
Come si dice amore nella tua lingua
«Le lingue non hanno confini, i confini sono solo politici» «Esiste una lingua invisibile alla quale attingiamo tutti» «Ogni scrittura è traduzione di un mondo» «Io attraverso le lingue che conosco in cerca della lingua universale». Questa è la vera avanguardia, la vera
profezia per il futuro della specie.
Fekrì, hubùn, dashùri
sirèl, bhālabāsā, agàpi
uthàndo, ài, jeclahày
süyüü, obichàm, aròha
lyubòv’, hkyithkyinnmayttàr
khairtài, cariàd, upéndo
amour, is bràe, snēhàṁ
maxabbàt, szerelém, rudo,
ādaràya, fitiavàna
liebe, evîn, miq’vàrs.
Continuate in settenari chiari
con questi suoni, nuovi come il mondo
che dicono da prati
e da foreste, igloo, capanne
e palafitte, grattacieli e canoe: io, questo niente
Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di
Giorgia Deidda
Ti sogno con le labbra rosso sangue,
ti sogno assorto nella pioggia.
Il volto livido, benefattore del cielo;
piango carnalmente il figlio perduto,
mi lascia spazio la voracità della luce;
sembra inghiottirmi in una cernita di gole.
Hai le mani bianco latte, screziate dalle gocce di sale.
Verrei a rompere la stasi che ti socchiude
ma non mi è concesso entrare nel mondo dei morti.
Abbiamo bocche terribili e un fagocito di cellule che respirano;
siamo vita mangiata dai cani e siamo affamati.
Deglutisco un cucchiaio di dolore –
lo combino con dell’acqua per mandarlo giù.
È la medicina, presa puntualmente, che regola i ritmi del cuore.
L’aculeo velenoso si conficca tra la mano e la piaga;
non sento niente.
E rimango sola dietro la finestra,
a guardare il tempo soccombere sulla lettiga di velluto,
lo guardo perire e cementare.
I cuscini si sono strappati,
non c’è più posto per riposare –
mi socchiudo il corpo in un ecometro compatto.
E non c’è ginocchio che tenga;
l’osso si distanzia e si deforma, crepa di venature violacee.
Come puntine nella notte accendo il lumicino
che rischiara la stanza;
è l’ombra che mi fa paura, mi terrorizza a tal punto
da farmi smettere di mordicchiare.
La testa del morto è grigia;
si muove a ritmi lenti e mi guarda dormire.
L’entrata della grotta è cavernosa –
tu mi dicesti: “guarda, sembra che il soffitto venga giù”.
Si squarciava il lembo per soverchiare il mare;
una traccia d’azzurro che pareva dire:
“io esisto”.
L’assenza si fa preghiera lontana.
Rannicchiata nel letto, a guardare le incrostazioni del soffitto,
io rivolgo gli occhi lontano,
li rivolgo alla tua mano,
caduca speranza che si fa rantolo di neonato.
Se per esempio tu dovessi esistere,
io annullerei la mia presenza in un turbinìo di vento,
ché non sarei più una cosa compatta,
ma un animale dilaniato dalle carni, senza occhi.
Le ossa bruciano e si spezzano,
ma le mani congiunte deviano la lontananza
in uno spergiuro di colpa.
Quando la notte dormo,
sento il tuo fiato sul collo, il caldo che mi alita vita,
e non sono più un essere dimenticato.
A volte si fa sangue il ricordo,
cola sui cuscini biancastri,
cola dal comodino dove posano gli orecchini.
E il rossetto copre il balbettìo stentato,
la smorfia che fa la mia bocca quando sorrido.
Non dimentico la tua voce;
una raucedine che si faceva poesia,
la mano attenta a sfogliare i libri danneggiati.
E crollo sotto terra,
dentro i vini dolciastri,
tremo il mio ventre in uno spasmo
che si fa colla
un’attaccatura per le cose che penzolano,
per l’afflitto e il ferito,
per il solo e la solitudine.
E urlo in un grido che il mare
Tossisce e trema.
Cammino con i sassi nella pancia;
l’osso sbuca dalle costole,
il cibo che non ho ingurgitato.
Si frappone la pioggia caduca tra la mia mano
E quella dell’altro –
È il verde rigolo che scende nei tombini fognari.
Si chiede qualche minuto in più per parlare,
ma la giornata è occupata come uno stendardo militare.
Le luminose fisse, dalla mia camera sono tutte cascate a terra –
È il segno che l’infanzia è stata recisa,
come coi tronchi degli alberi verdi.
Casa mia è lontana, si è fatta
Puntino di luce bucherellato da cui si intravede,
fioca, la luce delle candele.
Il cielo del terrazzo è diventato un piombo allargato,
pesante e plumbeo.
I tricicli arrugginiti sono sempre rimasti lì.
Ma casa mia non è più casa,
è un luogo sottile di morte,
di cavilli senza senso appiccicati con la ceralacca al frigorifero;
è l’ingordigia che viene bloccata
e al suo posto un passato di verdure,
per entrare nel vestito rosso.
È l’ansia che mozza il respiro,
il litigio nascosto tra le ragnatele ed i cunicoli,
è il cuscino che cola sulle notti d’ipersonnia,
è l’oggetto lanciato sulla fronte,
è ciò che si può dire male in tutte le sue forme.
Scavare l’osso per distogliere la carne;
lo scheletro muto regge il peso della gravità.
Si ascolta fuori come un fruscìo;
sono i monaci che stridono il campanello.
È notte –
Si condensa l’aria in un tono elegiaco,
fanno da coro gli uccelli notturni;
si intravedono solo occhi gialli.
E tira il vento, stira le foglie,
smuove i rami spezzati,
ulula alla luna bulbosa il suo tormento.
Il letto è nido d’api;
ogni notte mi vengono a pungere il cuore
per stillarne miele.
Le lenzuola non sono bianche,
ma di un leggero colore cremisi;
non le cambio da quando sei andato.
La bottiglia di vetro è sul tavolo;
dentro il liquido rosso sangue che cola
dalla saliva fino alla gola,
irretendo i sensi.
Il giorno mi ha sempre disgustata;
un pullulare a frotte di gente dai visi di sifilide,
stanchi e arrabbiati.
I fiori di campo crescono rigogliosi –
Una volta li strappai tutti e li feci cadere sulla tua tomba.
Miagola il gatto in cerca di cibo;
si acciambella sulle caviglie e guarda dicendo:
“sono qui”.
Aspro è il giorno per chi non ha dormito;
si contano le ore lentamente,
sgocciola il minuto sulla fronte,
una bomba ad orologeria –
un tessuto fine.
Si squarcia il cielo da cui sbucano i raggi timidi;
la morte è sorella e amante,
si fa astro nascente quando le cose smettono di respirare,
buca l’inchiostro la luce, i vescovadi cuciono e sfibrano le fila, si affannano i bambini verso il campo.
Nella luna io cerco la tua ombra;
mi è amaro il sapore che mi hai lasciato sulle labbra –
filano dritti i capelli come aghi d’ebano,
compatti.
La malattia sfebbra come neve al sole,
fioriscono i campi dimenticati,
si celebrano le feste pagane ballando
e bagnandosi la fronte benedetta.
L’amore è la culla dentro cui nasce la rosa,
la pietanza assaggiata con palato dolce,
il sorriso inasprito dai nervi contriti,
le mani che faticano il lavoro.
Coltivo piccole manie come neonati impudenti,
le vedo strillare e contorcersi come aborti,
una non essenza del tempo,
una noesi tra paradiso e inferno.
Fratello che non vedi,
ci sono albe misteriose dietro la tua tenda,
ci sono forbici tagliate sulla pelle,
ci sono occhi amari che contemplano l’assenza.
Sorella che piangi,
non vedi come le vesti silenziose ti calzano addosso,
non vedi come ti sei ridotta all’osso?
La tetra salma risponde dalla terra,
ci indica la via verso l’infinito.
E noi corriamo, ignari, sul prato ormeggiato,
calpestando le impronte di quelli che furono,
e che ci osservano dall’alto.
Mi senti forse? Sei sperduto nella notte,
ignaro del fantasma che regnava nella casa.
Io ti chiamo ogni giorno, sussurro il tuo nome al soffitto, in silenzio.
E giuro d’averti sentito in un sogno –
Parlavi al mio orecchio cose indicibili.
E mi sembra d’averti perso nuovamente,
nel grido onirico che resta muto.
Come curare i pensieri ossessivi
Sganciare ad una ad una
Le macchie di muschio
Abbarbicate sui fili nervosi.
Staccarli con cura come si fa con
Le pulci, un animale da compagnia.
Slegare la loro saliva smacchiata su tutti i cordoni e le cellule,
sventrare il nucleo che le tiene incollate
alla corteccia prefrontale.
Badate, non sarà semplice aprire un cranio;
le ossa si tritureranno e scalceranno come bambini capricciosi,
opponendo resistenza.
Ma voi bucherellate ciò che rimane e filtrate
Capienza e lama da taglio.
Tutte le macchie devono essere lavate via,
con un po’ di candeggina i tessuti non ne risentiranno.
L’importante è sgretolare le zampine che trasmettono le stesse immagini,
ore ed ore al giorno.
Disinnescare l’attimo in cui c’è pausa,
pinzare per bene il malfattore e tirare via.
Potrebbe essere necessario un batuffolo,
per tamponare lo zampillo.
Dopo aver rimosso tutte le macchie di muschio,
aver cura di accarezzare le parti lese
e chiedere scusa.
Dopodiché richiudere il cranio,
e godere di tutti i momenti,
la felicità.
Limina mundi e tutta la Redazione vi augurano BUONE VACANZE con la poesia “Miracoli” di Walt Whitman
ARRIVEDERCI A SETTEMBRE
Joaquín Sorolla y Bastida, “Bambina nel mare argentato”, 1909
MIRACOLI di Walt Whitman
Perché vi stupite dei miracoli?
Io non vedo altro che miracoli.
Sia che passeggi per le strade di Manhattan,
o sollevi lo sguardo sopra tetti delle case verso il cielo,
o cammini a piedi nudi lungo la linea della battigia,
o stia sotto gli alberi nei boschi.
Se di giorno parlo con qualcuno che amo,
se la notte dormo con qualcuno che amo,
se siedo a tavola a cena con gli altri,
se in viaggio osservo gli estranei che mi stanno di fronte.
Quando in un mattino estivo vedo le api indaffarate all’alveare,
gli animali che pascolano nei campi,
gli uccelli e gli insetti danzare nell’aria,
il meraviglioso spettacolo del tramonto,
le stelle che brillano silenziose e lucenti,
la preziosa e sottile curva della luna nuova di primavera.
Queste ed altre cose, nell’insieme e ognuna
per me sono miracoli.
Si riferiscono al tutto, anche se ognuna sta a sé
e al proprio posto.
Per me è miracolo ogni ora di luce e di buio.
Ogni metratura di spazio è un miracolo,
Ogni quadrato di terra brulica di miracoli,
Ogni incavo del sottosuolo formicola di miracoli.
Il mare è per me è un continuo miracolo
e i pesci che vi nuotano – e gli scogli – e il moto delle onde
– e le navi che portano gli uomini.
Quali miracoli sono più straordinari di questi?
traduzione di Loredana Semantica
Nicolas de Staël, Il sole
MIRACLES di Walt Whitman
Why, who makes much of a miracle?
As to me I know of nothing else but miracles,
Whether I walk the streets of Manhattan,
Or dart my sight over the roofs of houses toward the sky,
Or wade with naked feet along the beach just in the edge of the water,
Or stand under trees in the woods,
Or talk by day with any one I love, or sleep in the bed at night with any one I love,
Or sit at table at dinner with the rest,
Or look at strangers opposite me riding in the car,
Or watch honey-bees busy around the hive of a summer forenoon,
Or animals feeding in the fields,
Or birds, or the wonderfulness of insects in the air,
Or the wonderfulness of the sundown, or of stars shining so quiet and bright,
Or the exquisite delicate thin curve of the new moon in spring;
These with the rest, one and all, are to me miracles,
The whole referring, yet each distinct and in its place.
To me every hour of the light and dark is a miracle,
Every cubic inch of space is a miracle,
Every square yard of the surface of the earth is spread with the same,
Every foot of the interior swarms with the same.
To me the sea is a continual miracle,
The fishes that swim—the rocks—the motion of the waves—the
ships with men in them,
What stranger miracles are there?
Guillermo Gomez Gil, “Tramonto sulla costa di malaga, 1918
“Da grande voglio fare l’astronauta”. Vittoria è seduta sul pavimento, attorniata da cubi e costruzioni che impila gli uni sugli altri con grande attenzione. Si trova in soggiorno, in compagnia dei suoi genitori. Lui, il papà, è seduto in poltrona a leggere il giornale; lei, la mamma, sta facendo le parole crociate. La domenica è per entrambi giorno di riposo. La donna salta subito in piedi, entusiasta. “Hai sentito, caro? La nostra bambina ha detto la sua prima frase lunga! Vieni qui, amore, che ti coccolo tutta!” “Ma dico, sei impazzita?” dice lui, alzando la voce. “Non prenderla in braccio, che poi ci fa l’abitudine! E comunque i suoi fratelli hanno cominciato a parlare molto prima di lei. Non trattarla come un fenomeno!” “Abbassa la voce, che la fai spaventare! Non dire che ha imparato a parlare solo ora, perché non è vero. Nostra figlia ha imparato a parlare presto. Solo che parla poco, ecco. Non è logorroica come i gemelli, che quando telefonano ci stordiscono di chiacchiere !” “Ah, ti danno fastidio i nostri figli, è così? Almeno non sono ritardati come questa qui, la tua preferita. Sono svegli, loro!” urla ancora lui. “Non capisco proprio a chi somigli. Anzi, lo capisco benissimo: somiglia a te, che in tutta la vita non hai concluso niente. Sei nata donna delle pulizie e morirai pulendo, te lo dico io!” “Mi offendi così, non hai proprio un briciolo di dignità?” dice lei. E aggiunge: “Vittoria non somiglia a nessuno di noi due, per fortuna. Nel caso te lo fossi dimenticato l’abbiamo adottata”. “Certo, che me lo ricordo! Una delle tue idee idiote, come se non avessimo già fatto il nostro dovere mettendo al mondo due figli!” Lei non raccoglie la provocazione. “E comunque ci vuole intelligenza anche per fare le pulizie. Pensa se mescolassi, per ignoranza, alcol e candeggina, per esempio. Ma io non lo faccio, perché certe cose le so. E, visto che te la sei cercata, aggiungo che neppure tu sei diventato uno scienziato; sei solo un cameriere, ecco quello che sei!” “Si, sono un cameriere e ne vado orgoglioso. Anche i nostri figli sono camerieri come me. E tutti e tre lavoriamo in ristoranti di lusso. Non come te, che pulisci lo studio di tre medici sconosciuti e incapaci, che quando li chiami non vengono mai a casa!” “Da quando i dentisti fanno visite a domicilio? Cerca di ragionare, prima di aprire la bocca, santo cielo!” Vittoria, intanto, continua a giocare, pacifica. Le voci dei genitori litigiosi le arrivano ovattate, come da molto lontano. Gioca e cresce, cresce e gioca e impara, noncurante delle cattive parole che le volano attorno.
“E questa la chiami pagella?” sbraita il padre appoggiando in malo modo la tazza di caffè sul tavolo della cucina. “Tutti ‘sette’, ragazzina? Non è che ti sforzi molto, a quanto vedo. Sei in terza liceo, ormai. Dovresti impegnarti di più, ecco! Non ci arrivi proprio a prendere qualche ‘otto’ o ‘nove’, eh? Io alla tua età studiavo dalla mattina alla sera e anche di notte, e prendevo dei bellissimi voti, sempre!” “Ma quanto sei bugiardo? Eravamo a scuola insieme, chi credi di imbrogliare? Mi ricordo benissimo che arrivavi alla sufficienza con grande fatica. Non è che tu ti sia mai sforzato troppo, eri sempre al bar con gli amici. E poi te l’ho già spiegato: nella scuola di Vittoria i voti arrivano solo fino all’ ‘otto’. Otto è il voto massimo, capito? E’ come il ‘dieci’. Quindi Vittoria è come se avesse preso ‘nove’ in tutte le materie”. “Certo, certo… Continua pure a dare i numeri, io intanto vado a fare quattro passi. Siete impossibili, voi due, non vi sopporto”. La madre scuote la testa; rimane per qualche minuto a guardare nel vuoto e poi, senza dire una parola, si prepara per andare al lavoro. Vittoria, nel frattempo, sta compilando un test per la scuola. Toglie per un attimo le cuffiette (sta ascoltando il suo gruppo preferito), rivolge uno sguardo neutro prima verso il padre poi verso la madre e ricomincia a scrivere tranquillamente, come se avesse udito un semplice spostamento d’aria. “Presto, siediti qui vicino a me! Tra poco saremo in collegamento con Vittoria, è da mesi che non la vediamo! Che emozione, ma ci pensi? Lei è arrivata là, dove solo poche persone potevano anche solo sognare di arrivare! “Vengo, vengo! Che idea scriteriata, andarsene in orbita attorno alla terra, ma dico io”. “Piantala di brontolare, per una volta… Oh, eccola! Ciao, amore, come stai?” ” ‘Amore come stai’ … ma sentitela, che smancerie! Sembra sempre che tu stia parlando col tuo gatto. Quella bestia lascia il pelo dappertutto e con quelle sue zampacce ha spremuto fuori dal tubetto tutta la pasta adesiva per la mia dentiera…” “Che colpa ne ha Micio se tu hai perso i denti in anticipo perché li tieni digrignati, sempre, giorno e notte!” Il padre fa finta di non sentire. Muove di malavoglia una mano a destra e a sinistra per salutare la ragazza. Si avvicina al video e vede che c’è scritto ‘Vittoria Luna’. “Hai visto che tua figlia si è cambiata il nome? Ci ha rinnegato, ecco che cos’ha fatto! E’ proprio una vergogna!” “Fai sempre una tragedia per tutto, sei uno stolto, lasciamelo dire. Vittoria non ha cambiato proprio un bel niente, si è solo aggiunta un altro nome, molto appropriato alla situazione”. L’uomo esce dalla porta sbraitando che astronauta non è un vero lavoro, è un’occupazione inutile, lei doveva diventare chef, quello si che è un lavoro vero e utile, ma naturalmente nessuno lo ascolta mai. Aggiunge che deve andare a comprare un nuovo tubetto di pasta adesiva ed esce. Vittoria, nel frattempo, è comparsa sul video e saluta con una mano e un sorriso leggero. Segnala ‘tutto bene’ con i pollici alzati e poi si sposta per consentire alla madre di dare un’occhiata all’interno del modulo. Il collegamento con la Terra dura pochi minuti. Dopo la chiusura, la donna rimane a guardare il video ormai spento, con aria sognante, mentre accarezza Micio che, nel frattempo, le è salito in grembo e ha iniziato a ronfare più rumorosamente del solito.
«Lorenzo Pataro è nato nel secolo sbagliato, o migliore di tutti a seconda dei punti di vista, per offrire la sua voce di poeta radicale. La sua è una parola di luce e vertigine, di visione e tragedia. È poesia. Autentica. Che se ne frega dei secoli e dei regnanti». Daniele Mencarelli
Potremmo dirci salvi soltanto tra il freddo delle mura nella casa di campagna, nell’aperto grido dello spazio salvi soltanto nel vecchio pagliaio diroccato incontro alle tele impolverate nella luce sotto il melo o fra le tegole spostate, umidi sui greppi o tra le fronde pronti a gettarci come semi nella terra salvi come scarti – come la scorza del frutto spellata dalla lama.
Insegnami la quiete delle gazze di vedetta sui cipressi e recita al contrario rovesciati tutti i salmi che conosci come fosse un cifrario per il volo, impara dal silenzio tra i richiami il segreto di ogni correre in picchiata, posa la tua insonnia e la tua febbre – di pane che lievita la notte – sulle tegole spostate dalla pioggia e aspetta che ogni passero spezzi l’ala come un’ostia contro il vento che ripeta in ogni verso il miracolo dell’uva che fermenta ciò che ha visto da lontano ciò che brilla tra la rena del torrente e nel raduno dei frammenti nel suo nido scopre qualcosa che non sai, che non cerchi, che punge quando dormi nelle scapole ferite dal respiro troppo umano.
Una fibra di legno rovente tra i passi – la senti? – fa eco ai resti dei merli sotto la terra, chiama e spalanca o dilacera un nome, lo gira sciamanico leggero sul palmo, batte il tamburo, evoca uno spirito antico, il canto lacero delle balene – l’amu leto di pietra che pende dal collo stacca la pelle, scopre il magma perduto, la punta sottile che riga e spolpa le ossa da gli ultimi resti di carne e si macera il gelo (o la nebbia) coi fuochi accesi dai ragazzi a notte sulla riva del fiume e il tonfo di qualcosa che cade dai rami del pioppo nero lucente sveglia un bambino scomparso che dorme nella tana viscerale dei tassi e il tuo occhio che pulsa caldo di febbre è il richiamo del bosco alla fuga o alla resa.
Se dico casa, non avrai riparo. Se dico pane. Se dico grano tu lieviti e ti spalanchi nel mio nome. Siamo nati. “Alberi case colli per l’inganno consueto”. Se dico àncora, mi abissi. Siamo nati. Gettati in un nome verso un nome. Se dico tetto mi scoperchi, se dico cielo mi nevichi e mi scardini dal corpo. Con la grazia dei vulcani. In quello stare delle cose illuminate per sé stesse. Se dico sillaba, fonemi si sparpagliano e poi il gelo li ricuce, li spoglia e fa nuda la parola, esposta e divina come un barbaro in esilio. Adesso. Se lo dico, già è passato. Siamo nati. Gettati in un nome verso un nome.
Stella di grafite, ti ho gettato tra le onde, lieve combustione. Luce primitiva, fammi iena fammi aratro, braccato nella nebbia. Luce-grembo. Ti ho gettato in tutti i pori nascita ulteriore, dono dei relitti, fatica del restauro, sapiente oro.
Entriamo nella nebbia dei corpi, siamo fari, ci arriva fino al petto, tutta intera proprio adesso la nostra debolezza scorticata come i lupi dell’inverno insieme a quello stare sulla soglia dove ognuno è la propria nostalgia, quel momento proprio quello in cui tutto arriva allo scoccare delle ore, quella voglia quella furia che divide le frontiere, ci arriva al midollo e ci attraversa ci unge della fame che hanno i cani, ci arriva improvviso come il sale nell’arteria di uno scoglio quel respiro che solleva la marea e ci battezza.
Capire che l’Altro è una fiamma: se la tocchi col dito o la spegni o ti bruci.
Dicono che ci passerà, questa pigrizia viscerale, il male è ovattato nella stanza, non sentiamo aria respirare nemmeno da una mosca, dicono che il seme disperso ha causato nascite improvvise, lì fuori, la finestra ha favorito il passaggio dei cromosomi, abbiamo bevuto tutto il nettare dai seni sospesi di Madre-Noia, dicono che non resta altro se non piangere, spingere fuori la gioia dalle zampe – come un animale – e dargli un nome, sentirla urlare.
Quanto siamo transitori. Da un buio verso un altro, piccoli graffi di luce. Ferite che brillano, schegge nell’aria. Braccati, con le fiaccole spente dal vento. Piccole scie. Di una parola soltanto, dilla adesso, adesso che hai un altro nome. Benedetto il tuo bacio, benedetto il tuo fuoco, benedetti gli astri del corpo, benedetto il grano nel capo, benedette le mani, le braci negli occhi, benedetto il tuo passo di neve, benedetto ogni singolo soffio, ogni gioia che arde, benedetto ogni sguardo lasciato, benedetta ogni ora negli anni a venire, benedetto il nome che hai ora, benedetto sia tutto il creato celeste in cui voli, benedetto il tuo amore che è sparso nel cosmo, benedetta ogni fibra leggera, ogni spina, ogni graffio, ogni fiamma riaccesa, splendore di quarzo, miracolo d’acqua, benedetto ogni seme gettato, benedetti i germogli, il miracolo, il dono di esserci stata.
Lorenzo Pataro (Castrovillari, 1998) ha pubblicato la raccolta di poesie Bruciare la sete (Controluna, 2018). Sue poesie sono state pubblicate su ri – viste e blog come Atelier, Interno Po – esia, Poesia del nostro tempo, Clan – Destino, Il sarto di Ulm – bimestrale di poesia, sul sito ufficiale di poesia della Rai (Poesia, di Luigia Sorrenti – no), sul quotidiano La Repubblica. Ha vinto i premi “Ossi di seppia” (2021) e “Poeti oggi” (2022)
Don Elio è seduto nella piccola chiesa di Lagomonte, l’unica, della parrocchia che gli fu affidata vent’anni prima. Le poche panche di legno sono divenute anche troppe dopo lo spopolamento delle quattro frazioni che compongono il paese che un tempo era la casa di centoventotto anime.
Il parroco si stringe la radice del naso con il pollice e l’indice della mano destra mentre con la sinistra si appoggia al sedile e si lascia scivolare in ginocchio.
Tiene le mani congiunte, Don Elio. Passano dieci minuti, ne passano altri trenta. E’ distratto, non riesce a concentrarsi.
– Ti sei accorto subito che non stavo pregando, eh! Scusami, Signore, è che ultimamente ho dei pensieri.
Il prete parla con il crocefisso che si trova sull’altare. Si tratta di un semplice pezzo di legno su cui è dipinta la figura stilizzata di un Cristo, ma per lui è come se si trattasse di una persona vivente, il Dio fattosi essere umano per la salvezza di tutti.
Ed Elio ci parla con fiducia, ad alta voce, da uomo a uomo, e, talvolta, da figlio a padre.
Gli chiede consiglio e poi ascolta la risposta che si forma, puntuale, dentro la sua testa.
– Innamorato io? Alla mia età, poi? Ah ah ha, oggi ti va di scherzare, Signore! No, non si tratta di questo. Ho ben altri problemi. Mi innamorai una volta, tanti anni fa. Non pretendo che tu te lo ricordi, dopotutto siamo otto miliardi di anime, su questa terra. Certo, sei onnisciente, non potrei mai dimenticarlo, e hai spazio e tempo infiniti, puoi occuparti di tutti contemporaneamente, certo… Ma io sono qui, tutto solo, su questo altipiano che a volte mi pare immenso. Non mi sto lamentando, sia chiaro. Ho avuto una vita piena di cose da fare e di gente da aiutare, sia qui che laggiù, alla missione…
Don Elio smette di parlare all’improvviso e si porta una mano ad un polpaccio. Reprime un lamento di dolore, trattiene il fiato e, dopo qualche secondo, riesce di nuovo a respirare liberamente. La scheggia della mina anti-persona che lo colpì quando era un uomo di mezza età, florido ed energico, un vero soldato della fede… quella grossa scheggia che gli entrò in una gamba, senza provocargli danni troppo gravi nel fisico, gli aveva perforato l’anima. Lui si era salvato ma due bambini del gruppo della scuola, che stava riaccompagnando a casa dopo una breve escursione in cerca di piante da studiare, laggiù, nel piccolo villaggio tra il mare e il deserto, erano saltati per aria. E lui non poteva e non voleva dimenticarli. Solo, per non soffrire troppo, aveva conservato il ricordo in un angolo della sua mente, e ci conviveva così come si convive con un mal di testa cronico e semi-invalidante.
– Non ho guardato le carte geografiche del villaggio, non stavolta, credimi! E neppure le fotografie. E’ da ieri che non accendo il computer. Ho fiducia in Te, come sempre. So che i miei piccoli riposano nel Tuo amore, ma è difficile da accettare, ecco. Un attimo prima sorridevano felici e poco dopo … Io sono sopravvissuto, e provo un senso di colpa insopportabile.
Don Elio sente una nuova fitta al polpaccio e un’altra in mezzo al petto, fortissima. Dopo l’esplosione era rimasto in stato di choc per settimane e poco tempo dopo fu rimpatriato.
Durante gli anni gli abitanti di Lagomonte erano diminuiti sempre più. I giovani avevano trovato lavoro lontano, dispersi per il mondo, e gli anziani si erano trasferiti in luoghi meno freddi e più accessibili, al mare o in città. Prima di andarsene, un giovane aveva regalato a Don Elio un computer con tutte le connessioni e gli aveva insegnato ad usarlo. Per il prete era stato come ricevere il più bel regalo del mondo. Con quello aveva potuto rimanere in contatto con i suoi parrocchiani e ricreato una sorta di parrocchia virtuale. Secondo le norme ecclesiastiche avrebbe dovuto esortarli ad unirsi alle loro nuove comunità religiose ma non ne aveva avuto il coraggio. Non poteva rinunciare al calore e all’affetto di cui godeva tra i fedeli, seppure nella distanza. Lui li sentiva ancora fisicamente vicini, ognuno di loro.
– Non sono triste, davvero! E’ che non vedo l’ora che arrivi l’estate, ecco tutto. A luglio molti dei miei parrocchiani ritornano qui, e per me è una festa! Alcuni ritornano anche d’inverno, per il Natale. E così sono in compagnia due volte l’anno… Nei restanti mesi ci teniamo in contatto con il telefono e il computer.
Non sei convinto, pensi che io ti nasconda qualche cosa? E va bene, ora ti racconto tutto, per filo e per segno. Ho aperto una pagina su un social network, ecco. I miei parrocchiani e io siamo sempre in collegamento, e io mi sento come se avessi di nuovo una famiglia, una grande e affettuosa famiglia! Tre anni fa alcuni di loro hanno avuto l’idea di confessarsi a distanza; all’inizio erano poche decine, poi con il passaparola tra i loro amici in breve sono diventati tremilasettecento… Ammetto che la situazione mi è un po’ sfuggita di mano, ma come potrei rifiutare qualcuno? Sono le mie pecorelle e io sono il loro pastore! Quando vogliono confessarsi mi scrivono e mi raccontano tutto. Io li assolvo e gli dò la penitenza. Poi, durante la settimana, a piccoli gruppi, celebro le messe a distanza. Benedico il pane che preparo con le mie mani, lo spezzo e, simbolicamente, ne distribuisco a tutti. Ognuno di loro si procura un pane, piccolo o grande, secondo le loro esigenze, e io benedico anche i loro pani… Poi tutti insieme ci comunichiamo.
No, non ho chiesto permessi al Vescovo, non credevo ci fosse niente di male… Io sono felice di continuare la mia opera, anche utilizzando un monitor e una tastiera, e i miei parrocchiani mi dimostrano ogni giorno che io sono di conforto nelle loro vicissitudini…
Il permesso lo chiedo a te ora, Signore! Dovrei rispettare le gerarchie? e per quale motivo? Tu sei l’Essere Supremo, il Perfetto e l’Onnisciente. Tu conosci il passato, il presente e il futuro e sei il Padre di tutti noi…
Don Elio, che si era alzato in piedi nel perorare la propria causa e quella dei suoi parrocchiani dispersi ma virtualmente riuniti, sente una terza fitta al polpaccio e, contemporaneamente, una seconda, dolorosissima fitta al petto.
Con fatica il sacerdote raggiunge una panca e vi si siede, col fiato corto. Don Elio attende una risposta dal suo Signore, che stavolta tace.
Passano dieci minuti, ne passano altri trenta. Don Elio riprende un poco delle sue energie; si alza in piedi e si avvia verso l’uscita della chiesa, con le spalle ricurve e lo sguardo perso nel vuoto.
Che possiamo noi realmente sapere degli altri? chi sono, come sono… ciò che fanno… perché lo fanno…
Luigi Pirandello
Dal poeta Stefano Guglielmin, stimato insegnante, saggista e critico di poesia, mi perviene il suo ultimo libretto “Dispositivi”, pubblicato da Marco Saya Edizioni. Sobria la copertina color senape nel formato 20 x 15 e accattivante la ruvidezza del cartoncino goffrato millerighe. Conosco da tempo la scrittura di Stefano. Leggendo “Dispositivi” riconosco il timbro del poeta sin dai primi componimenti. Un poeta si dice tale, non tanto perché compone in versi e non solo per la tensione a produrre poesie, ancora meno per la mole di composizioni poetiche prodotte, ma, maggiormente, quando la sua voce è riconoscibile, cioè ha acquisito sue peculiarità che la distinguono da quella d’altri. D’altra parte, quella del lettore, credo che nel tempo con la lettura frequente di un certo autore avvenga una sorta di “addomesticamento” non dissimile da quello che la volpe racconta al Piccolo Principe di Saint Exupery. Potremmo dirlo familiarità o affezione, ma addomesticamento rende meglio l’idea quando si consideri la sua radice etimologica – dal latino domus, casa – preceduta dalla preposizione latina ad che potremmo tradurre come approssimarsi a, contenendo la particella un senso di movimento verso. Il titolo della raccolta “Dispositivi” potrebbe far pensare al linguaggio tecnologico, e quindi ai devices da collegare ai propri personal, per chi si occupa di sicurezza, sovvengono alla mente i DPI dispositivi di protezione individuale, tra i quali, di recente, balzate in prima linea, le mascherine che tanto hanno caratterizzato gli anni appena trascorsi. In ambito sanitario DM sono i dispositivi medici, una lunga lista dai medicinali alle protesi, ausili e prodotti di ogni genere in materia di sanità e salute. Chi è operatore del diritto intende il dispositivo come contenuto della norma, nelle aule di tribunale dispositivo è la decisione della sentenza. Un titolo che intercetta vari ambiti di utilizzazione, evocatore e al contempo semanticamente suggestivo. Etimologicamente dispositivo deriva da disporre, verbo composto dalla radice dis, prefisso di origine greca dai molteplici usi: privativo, negativo, rafforzativo…e dal latino ponere, porre, avente quindi il significato, a seconda dei casi transitivo o intransitivo, di ordinare nello spazio, decidere, statuire, poter contare, potersi servire. Dal che dispositivi, plurale di dispositivo, trae dal verbo questa molteplicità di significati che vanno da decisione a congegno o apparecchiatura. Non c’è dubbio che nessuno può astenersi, vivendo, dal rapportarsi coi dispositivi, salvo vivere come eremita o selvaggio, e basterebbe persino che quest’ultimo inventasse, ad esempio, un congegno che faccia cadere dall’alto l’acqua per lavarsi in una rudimentale doccia e avrebbe già creato un dispositivo. Se dalla singolarità si sposta l’attenzione alla comunità, qualunque forma organizzativa ha la necessità di strutturarsi in organi attribuire poteri, qualunque organo detentore di potere esprime la volontà decisionale appunto attraverso “dispositivi”. Emerge chiaramente l’imprescindibilità dei “dispositivi” nell’esistenza tanto del singolo che della collettività. Si tratta dunque di un termine pertinente all’umano, che, in ambito filosofico, è stato coniato da Michel Foucalt intorno al 1975 per riferirlo a un insieme eterogeneo di “discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni regolative, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali e filantropiche” applicati alla manipolazione dei rapporti di forze per svilupparle in una certa direzione inibirle o utilizzarle. I dispositivi hanno a che fare con gli ambienti sociali e con il potere. Sono forme o manifestazioni del potere dirette ad indurre i comportamenti dei soggetti. Agamben estende il concetto di dispositivo a qualunque “cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi”, non solo quindi in ambiti sociali dove l’esercizio del potere è evidente: scuole, prigioni o fabbriche ecc. “ma anche la penna, la scrittura, la letteratura, la filosofia, l’agricoltura, la sigaretta, la navigazione, i computers, i telefoni cellulari e il linguaggio stesso, che è forse il più antico dei dispositivi” Che il titolo della raccolta poetica abbia a riferimento il pensiero filosofico è chiarito dalle due citazioni che Guglielmin premette alla stessa, di Giorgio Agamben e Amos Bianchi tratte dai rispettivi saggi “Che cos’è un dispositivo”. Entrambi i filosofi insistono sul concetto di relazione intercorrente tra i dispositivi e soggetto, l’uno centrando la questione sul processo di “desoggetivizzazione”, cioè di fagocitazione del soggetto nel dispositivo, l’altro sulla “modellazione” comportamentale del soggetto, entrambi pongono dunque il problema del rapporto tra singolo e dispositivo e in definitiva tra dispositivo e libertà. Dalle premesse non possono che trarsi le chiavi di lettura dei testi poetici: pensiero poetico/filosofico e relazione individuale/collettiva coi dispositivi. Non si scrive poesia per esprimere l’io, l’uso del primo pronome personale comporta sempre il rischio di essere tacciati di osservare il proprio ombelico, che non è solo ristrettezza di visione, ma ancor peggio contemplazione del sé nello specchio del fiume sulle cui rive ci si sporge cantando, cioè di innamoramento del sé similmente al Narciso mitologico, incapace per “sortilegio” divino di innamorarsi dell’altro. È inevitabile tuttavia che lo scritto poetico conduca un approfondimento interiore, salvo che non si abbia l’intento di raccontare una “storia” facendo ricorso alla forma del verso. Anzi in poesia questa “indagine” deve essere condotta con determinazione impietosa fino a quelle profondità o, se preferite, a quelle altezze, dove l’io si disperde in particelle rarefatte, invisibili, impercettibili, conato umano in cerca di assoluto. Ciò che si è scritto, così depurato, diventa specchio di tutti, ostia di ognuno. Assoluto – e il corrispondente sostantivo assolutezza – hanno la radice etimologica nella parola latina ab solvere, composta dalla preposizione ab “da” e dal verbo solvere – sciogliere -, quindi assoluto è termine evocatore del senso di libertà da ogni peso, laccio, oppressione, non solo da corporeità fisica e quindi assoluto nel senso di metafisico, ma anche da inibizioni che ostacolino il raggiungimento dell’essenza, cioè della verità. L’atto poetico ha nell’assolutezza e nella verità connotazioni imprescindibili, alle quali non può rinunciare specialmente quando si indaga di “dispositivi” più o meno in-accettabili. Smarcare l’espressione dall’io non la depura dalla necessaria sovrapposizione tra io poetico e io autentico e ancora meno sterilizza il seme poetico innervato nella poesia, cioè l’atto politico inteso come ingrediente che penetra nel sociale, per progressivi cunei: osservazione, descrizione, critica, contestazione, sovversione. “Sovversivo è il foglio su cui la parola crede d’accamparsi; sovversiva è la parola attorno alla quale il foglio dispiega il suo bianco” (Edmond Jabes) Delicatezza, sobrietà, riflessione, denotano e persistono nelle poesie di Guglielmin. L’espressione poetica sorge da un’attenta osservazione del presente, da un vissuto che, introitato dai sensi, trasuda pensiero enucleato da uno stato profondo di meditazione che si trasferisce nei testi in un linguaggio controllato e rifinito. Sovviene nuovamente Jabes “In un mondo come l’attuale in cui la parola è pronunciata in modo sempre più altisonante, declamatorio, più si parla basso, più si è di disturbo. Sta lì la vera sovversione.” Il misurato controllo del dettato, deposto ogni cedimento emotivo o individualista, soppressa ogni animosità o velleità, prese le distante da apologia, invettiva o assertività, ingenera alla lettura una sorta di fiduciosa certezza che il bene misteriosamente, cioè in modi in gran parte sconosciuti, si oppone ancora al male, veicolando sottotraccia – quasi messaggio subliminale – che quest’ultimo, cioè il male, sarà sconfitto, il bene trionferà, gli uomini buoni si riconosceranno tra loro nella rivelazione finale dell’autentica essenza comune. Un’apocalisse, ma garbata, uno scempio senza dolore, senza vincitori o vinti, ma affratellati in una catarsi collettiva, quasi che si possa sperare per e sulla parola in un mondo rigenerato che riconosciutosi traviato e infetto, ricorre alla cura e splende. E’ una visione celestiale iperbolica, sognante, che investe la poesia di una funzione epica o mitica, tanto più travolgente quanto più è convincente la mano che guida il testo. Questa lettura è lontana dagli intenti dell’autore? Poco importa. E altri lettori è auspicabile decodifichino un simile messaggio? Per questa via potremmo restituire alla poesia la funzione di lettura sociale degli eventi e del mondo. L’avremmo cioè riportata al suo ruolo essenziale, assoluto, “costitutivo”? La poesia interroga, dice ancora al riguardo Edmond Jabes: “Allo stesso modo è sovversiva la domanda. Infatti chi interroga non urla mai, … La domanda è sempre al di sotto dell’urlo… La parola del libro è sovversiva: perché è una parola dal silenzio”
Caspar David Friedrich, “Viandante sul mare di nebbia”, 1918,
Di fronte agli occhi solo il testo e il testo è un orizzonte, come guardare oltre le nuvole dalla cima di un monte, nel gelo delle vette, nel distacco della solitudine, lo spirito è in ascolto, scorre il pensiero sul mondo.
La “vibrazione” che la parola trasmette alle antenne poetiche è luce di candela, fioca luce che brilla di speranza, sgusciante tra le righe di crucifige, occhieggia e non trabocca, suggerisce non grida e perciò, nel sicuro controllo della forza, più forte si dimostra dell’avversione manifesta, dell’urlo o protesta, dell’acuto stridente, dell’invettiva. E’ il volo tremendo in picchiata del falco pellegrino sulla preda senza pena. Implacabile come la natura, senza furia. La calma dello zen. Il colpo del karateka che concentra la potenza nel colpo spaccando di netto tre tavole.
niente. E la gente è fascista: volevo dirlo anche se non serve, la gente è feroce. Fascista e feroce, infelice.
Nel libro le poesie sono ripartite in Dispositivi del poetico e in Dispositivi della salute. Appurato che il linguaggio poetico è un dispositivo (vedi sopra Agamben) è del tutto coerente dedicare ad esso i componimenti poetici iniziali, consegna al lettore di una matura e accorta poetica. Nella fuga della lepre, dis-ponendo insolitamente la parola sul foglio, giocando col termine corsa, sfuggendo l’io, nell’apoteosi degli infiniti sotto l’egida del distinguere, dove pensare è scarto mentre parlare rompe gli indugi e mette a repentaglio la vita. Parlare espone al pericolo. Dire come di fatto è: parla il poeta, pensa. Il poeta deve il necessario controllo del testo nonostante il canto delle sirene (contaminati linguaggi) ha l’obbligo di scansare il trito e ritrito, l’ovvio e il retorico, di non produrre poesia quotidiana a percussione compulsivamente, ma deve dissenso vero o dispersione, indicando la via per cui “la sfida/ è amare quel buio infetto, rifondare”, raccogliere l’imo, farsene carico, indurre la catarsi: la responsabilità del poeta. La poesia gronda rimandi, a “Ciao cari” ad esempio (precedente toccante raccolta dello stesso autore) o all’ illuminazione dell’inarrivabile Rimbaud: “io è un altro” fondante in poesia tutta la teoretica dell’alterità dell’io. Troviamo citati poeti, tra gli altri, Sereni, Poe, Baudelaire. Le citazioni contenute sono riportate in un foglio di note alla fine del volumetto. Dispositivi della salute si apre con un omaggio a Caproni in “L’eterno ritorno” la chiusa “tornare dove non si è mai stati” richiama la chiusa di “Biglietto lasciato prima di (non) andare via” di Caproni. Non credo sia un caso che il poeta rifletta sulla transitorietà dell’essere, non solo perché scrivere poesia è inevitabilmente un continuo confronto con la caducità dell’esistere, ma in “Dispositivi” , ritengo, le recenti vicende di crisi della salute collettiva, la contiguità al pericolo, ai rimedi, alle costrizioni di tutela, non siano state ininfluenti sull’atto creativo poetico, tant’è che non manca una sorta di “ode alla mascherina”. Scuola (vedi la poesia “Griglie di valutazione”), ospedali, cure mediche, terapie sono tutti oggetto d’attenzione del poeta. Dopamina, serotonina ossitocina elementi chimici che producono anch’essi, inoculati nell’organismo o dallo stesso naturalmente sintetizzati, effetti di condizionamento dei nostri sensi, sentimenti, reazioni, risposte biologiche, per cui l’essere umano è soggetto non solo ai dispositivi (oggetti, comandi, forze) già noti e definiti, ma il poeta rimarca che persino la chimica genera mediatori: proteine, aminoacidi, enzimi, medicinali, vaccini, tutte droghe in senso lato, cioè elementi che introdotti nel corpo ne provocano una modificazione a cui l’essere viene assoggettato, condizionando il suo fisico, le risposte del suo corpo. Input chimici quindi: dispositivi anch’essi? “Ogni parola pronunciata è sovversiva in rapporto alla parola taciuta. Talvolta la sovversione passa attraverso la scelta, attraverso l’arbitrarietà d’una scelta, la quale si presenta forse come una necessità ancora oscura.” Edmond Jabes “Incanto”, la terzultima poesia, ha un titolo che è un gioco di parole, e snocciola con perizia una serie di intriganti quartine da marketplace, ma, in verità, corre l’obbligo di dirlo, tutto il linguaggio dei “Dispositivi” è sapiente disposizione sul foglio della parola, uso convincente soprattutto dei punti, a stoppare il respiro, in oculate cadute di ritmo, a rimarcare il senso dei finali. Greppia, infiniti, paronomasie. Magistrale la tenuta del testo. Il finale è ancora un omaggio, stavolta all’insegnamento zen. Breve capolavoro e chiusa d’opera. Come la citazione che segue, ideale prosecuzione della citazione precedente di Jabes. Anche nei tempi più oscuri abbiamo il diritto di attenderci una qualche illuminazione. Ed è molto probabile che essa arriverà non tanto da teorie o da concetti, quanto dalla luce incerta, vacillante, spesso fioca che alcuni uomini e donne, nel corso della loro vita e del loro lavoro, avranno acceso in ogni genere di circostanze (Hannah Arendt)
Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita
L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi un invito, ma nel contempo un omaggio.
L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.
Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso, un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?
L’invito è stato rivolto Letizia Di Martino che l’ha interpretato come segue
Grazie infinite, Letizia.
Un giorno dell’81 dissi che il mio vero desiderio era avere talento letterario. Ero in auto e il mio futuro marito mi ascoltava. Eravamo sotto i balconi barocchi della nostra città, decorati con maschere e facce a volte irriverenti. Era un pomeriggio sereno. E io ero battagliera. Ma sapevo anche che non avrei raggiunto niente. Che si trattava di un pensiero inutile. Poi tramontò sui palazzi grigi, in fondo alla via in salita. E mi scordai. O forse no
Ed è in una notte di insonnia che scrivo. La prima poesia della mia vita. Con lo strazio necessario. Il mattino dopo continuo. Fogli a quadretti, grandi. Un bloc notes antico, le mie parole. Sono un’altra. Il flusso, i versi che diventano facili. Una stagione di scrittura. Un libro. Lo faccio leggere, non so cosa mi sia accaduto. Stiamo insieme, io e mio marito, lungo una strada di campagna in una domenica mattina. Il mio libro accettato, le promesse. Si apre qualcosa. Margherite di campo, cani che abbaiano, il silenzio della campagna, la città vicina con le sue case grigie, la pietra opaca, il cielo basso sui tetti scuri. Torniamo senza parlarci. Cosa, cosa sta succedendomi? L’anno 2000 e la sofferenza tutta. Questo io conosco. Ho lunghi capelli biondi. Non li tingerò più, il bianco si insinua piano piano. Io sono questa, mi dico. Ormai il tempo dovrà vedersi nel mio corpo. Che parla quanto il mio libro troppo addolorato. Sarà il primo. Poi verrà tanto altro e sarò. Sarò.
La poesia mi abitò a lungo. Nei giorni difficili e in quelli felici. Nelle mattine piene, in mezzo ai miei genitori vivi e poi malati, con i figli vicini e presenti, con gli amici che mi seguirono, con le sere chiuse e spente, con le ore agitate. Con la bellezza e l’età che mi cambiava. È stata una scoperta, una svolta, una sorpresa, una necessità, una costanza, uno stupore. E poi l’ultimo libro a chiudere un ventennio: Stanze con case. Credevo potessi ricominciare a scriverla. Mi sono sbagliata. Ora sono questa. E anche quella. Non so
Ho avuto un ventennio inusuale, stando come sollevata da terra, trovando conforto, conoscendo poeti che mi hanno formata e portata là dove non avrei immaginato. Posso adesso ben dire che esiste un prima e un dopo la poesia. Ma forse in quel prima, quando cioè essa ancora sembrava non esserci, io l’ho sempre scritta senza accorgermene. Ecco, questo io voglio pensare adesso: che ho sempre scritto.
Il dono è stato l’aver scoperto che potevo scrivere e che di ciò potevo esistere
La poesia risale appunto ad un periodo fatto ancora di brevi uscite mie, una parvenza di vita semi normale, il ritrovarmi con la folla in un centro commerciale, nella sua solitudine. Però avevo il sentire della mia vita che finiva piano piano, la necessità del tornare in casa per il dolore fisico incombente e qui trovare come una “perdizione”. La constatazione che il fuori inconcludente e vacuo aveva nella sicurezza delle stanze lo stesso senso di fine. Attimi di sgomento e di rassegnazione che ho dovuto alimentare poi sempre per sopravvivere. Negli ultimi verso parlo di una voce però, come ultima salvezza. E ad oggi posso dire che di queste voci ne ho ascoltate tante ma che le ho tutte perdute. Anche se esse vogliono resistere nel tempo. È stato, il tutto, molto crudele
Io ho ferite importanti, metaforiche e non, e scrivere è stato terapeutico di sicuro. Anche il piacere di lasciare qualcosa con le parole. Quel qualcosa che ha a che vedere col corpo che soffre. Ma ho anche saputo sorridere scrivendo. L’ho fatto più volte, chiusa in questa casa, in queste stanze
Il vivere proustiano nella stanza, il letto che attira e che comanda. Non uso più una biro, la matita solo per la lista della spesa, e poi mi resta ancora la capacità di pigiare sulla tastiera dell’iPad. Mai più ad un pc mai ad un tavolo mai su un foglio o quaderno. Ma mi resta lo scrivere. È inevitabile pensare a ciò che si è stati, al “fummo” siciliano. Ma anche questo vivere può essere bello, non fosse che ho una paura immensa di invecchiare. E invecchiare con questa malattia che di anno in anno sottrae qualcosa, a volte anche di mese in mese. E allora la vecchiaia diventa spettro ed è inutile farsi coraggio, perché so già cosa avverrà. Vorrei essere una attrice cui si fa una intervista, che dice di non temere niente, non certo di invecchiare, e intanto gli specchi nelle stanze sono coperti da lenzuola. Invecchiare scrivendo in eterno. Ho amato certi scrittori con la forza della gioventù, come è successo a tanti, nei giorni in cui leggevo attorcigliando le mie gambe su una poltrona bassa di velluto gialla come il whisky. E fuori era sempre un primo pomeriggio… e lo fu a lungo
Scrivo serenamente senza essere presa dal così detto sacro fuoco, ma come necessità intrinseca, come vitalità interiore, come naturalità. Io e le parole. Io e i ricordi. Lo faccio senza troppa concentrazione intorno, fra i fatti del giorno, con le incombenze di chi si occupa di me, con le persone che si affacciano nella vita mia intensa.
Scrivo serenamente senza essere presa dal così detto sacro fuoco, ma come necessità intrinseca, come vitalità interiore, come naturalità. Io e le parole. Io e i ricordi. Lo faccio senza troppa concentrazione intorno, fra i fatti del giorno, con le incombenze di chi si occupa di me, con le persone che si affacciano nella vita mia intensa. E niente ricorreggo. Vale sempre la prima stesura. L’istinto che vince su tutto. La verità che emerge, il passato che mai può finire.
Ho scritto in prosa della mia vita di bambina, fra le stanze e gli oggetti. Il cibo e le preghiere incessanti. I genitori e i parenti. Il fuori e il dentro. La paura della fanciullezza e le case che mi attorniavano. L’amore per la madre, il padre infelice. I loro profumi, i loro corpi. Il cibo e i vestiti. Tre città desiderate. In un tam tam agitato, fra sogni notturni e giornate straziate. Io che crescevo. Io in tutto. Nel flusso che travolge la parola e si discosta dalla liricità. Ma diventa movimento di pensiero, trasformando le angosce di bambina per giungere ad un oggi diverso fatto di natura e di sereno immaginare, cercando di dare suggestioni, atmosfere, misteri percepiti con l’acutezza della sensibilità infantile. C’è un luogo comune secondo il quale l’autore è la persona meno adatta a comprendere il proprio libro. Questo probabilmente vale per gli scrittori di libri comunemente comprensibili, cioè pieni di significato. Io ho un cuore purtroppo non pacificato, perché la malattia cronica mi impone domande e mai risposte. Cerco di vivere non alla giornata, e dispongo desideri di scrittura dentro, in quel dentro che mi aiuta e mi segue. Paga di almeno questo. Ho il cuore di chi è finalmente certo di avere un dono vero. E qui ritorno allo stupore di cui ho detto all’inizio. Sono io, e io ho questo cuore. Per me e per gli altri che vogliono leggermi. Sì, il cuore. Che vince su tutto, finché potrò aprirlo con generosità di scrittura, con una mano che potrà ancora digitare, nel dolore. Perché ho anche il cuore del dolore. Quello che mi fa dire. Che mi unisce a tanti. E che unisce i tanti a me. Lo scambio del cuore. E la memoria che resiste e si fa grande
Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita
L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi un invito, ma nel contempo un omaggio.
L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.
Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso, un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?
L’invito è stato rivolto ad Antonio Fiori che l’ha interpretato come segue
Grazie infinite, Antonio.
Antonio Fiori, vita e scrittura
La mia vita in scrittura, lo posso oggi affermare con certezza, nasce da traumi profondi che m’hanno sconvolto nei primi anni novanta. L’ultimo di essi, particolarmente subdolo e indecifrabile, era rintanato nell’inconscio dai primi mesi del novantatrè (lo capirò solo alcuni anni dopo): si trattò di una vera e propria mutazione genetica di ruolo lavorativo, intervenuta quando, pur tenuto ad applicare le stesse leggi, passai dalla funzione di controllore a quella di controllato, ovvero da funzionario ministeriale a responsabile fiscale di una società finanziaria. L’organismo reagì chiedendo disperatamente un aiuto, che però non sapevo come dargli. Seguirono due anni durissimi, finché un giorno, passando davanti a un’edicola, scoprii il farmaco di cui avevo bisogno: vidi infatti (o è il caso di dire – mi apparve?) il mensile Poesia, di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza. Avevo insomma scoperto che per guarire dovevo incontrare la poesia. Grazie al nuovo nutrimento, iniziai ad elaborare il trauma e verso la fine degli anni novanta mi ritrovai a scrivere anche i miei
primi versi. Devo però subito dire che senza l’incontro del 1996 con Angelo Mundula, poeta e critico eccelso, la poesia sarebbe rimasta solo una lettura terapeutica e non avrebbe avuto il coraggio di assumere forma scritta. Quella scrittura divenne invece, pian piano, la mia ‘dose’ quotidiana (intitolai proprio ‘La quotidiana dose’, una delle prime raccolte, edita da Lietocolle nel 2006).
Come accennavo, devo molto ai consigli e all’amicizia di Angelo Mundula, ma devo anche riconoscenza ai primi blog letterari in cui fui ospite o redattore: Via delle belle donne (fondato da Antonella Pizzo), Oboe sommerso (di Roberto Ceccarini), La poesia e lo spirito (fondato da Fabrizio Centofanti), luoghi di confronto culturale e occasioni per sperimentare le prime forme di recensione. In quel periodo, un riconoscimento importante arrivò nel 2004, con il Premio Montale Europa per la silloge inedita.
L’esperienza più significativa della mia scrittura è però abbastanza recente: nel 2019, a estate ormai iniziata, venne rimandato a settembre un appuntamento importante e mi ritrovai inaspettatamente ‘libero’ per un paio di mesi. Decisi allora di cimentarmi in un lavoro borgesiano, ovvero quello di ideare e antologizzare dodici poeti uniti solo da un sogno. Nacquero allora cinque donne e sette uomini, vissuti in epoche e nazioni diverse, che non potevano certo immaginare di aver fatto tutti il medesimo misterioso sogno (qualcuno appariva al sognatore e si rivolgeva a lui in una lingua non solo incomprensibile ma addirittura inesistente). Scrissi così i loro profili biografici e le relative poesie. È stata un’esperienza metaletteraria davvero unica, emozionante e irripetibile, chiusa da una postfazione che si è poi rivelata fondamentale. Il libro, col titolo ‘I Poeti del sogno Piccola antologia’, è uscito nel 2020 per l’editore Inschibboleth, nella collana ‘Margini’ diretta da Filippo La Porta, ed ha avuto un discreto successo di critica e di pubblico (recensito da Mario Baudino su La Stampa, Massimo Onofri su Avvenire, Silvia Rosa su Il manifesto, Giorgio Linguaglossa su Il Mangiaparole, Riccardo Deiana su L’Indice dei libri del mese) nell’ottobre del 2020 il libro è stato votato nella ‘Classifica di qualità’ dell’Indiscreto e nel2022 è stato uno dei dodici libri di letteratura italiana contemporanea scelti per l’annuale seminario di approfondimento della cattedra di Letteratura italiana dell’Università di Liegi, diretta da Prof. Luciano Curreri.
Per me la poesia è in realtà diventata sempre più l’occasione per incontrare persone vere, poeti – innanzitutto – ma anche lettori e scrittori tutt’altro che immaginari. Sono stato per dodici anni giurato del Premio Internazionale Città di Sassari ed ora, finalmente libero dal lavoro, collaboro con le riviste on line Atelier poesia e Avamposto poesia, oltre che col quadrimestrale Menabò (Terra d’ulivi editore), luoghi stimolanti, dove ho fatto grandi amicizie e conosciuto tante voci nuove della nostra poesia.
Autointervista di Antonio Fiori su vita e scrittura
Che rapporti ci sono (o ci dovrebbero essere) tra la vita dell’autore e la sua poesia?
La poesia è – e se non è deve essere – parte integrante della vita di chi scrive. La vita insomma deve entrare nella scrittura e la scrittura nella vita. Angelo Mundula, a questo proposito, parlava anzi di necessaria coerenza tra vita e poesia – una fatica titanica, a ben pensarci, la coerenza valoriale di vita e poesia, raggiunta solo da pochi eroici poeti.
Per ogni poeta esiste una e una sola forma di poesia a lui confacente?
La storia della letteratura ci insegna che pagina poetica e pagina narrativa evolvono, quasi sempre, verso un consolidamento, una ‘cifra’ in cui alla fine l’autore si riconosce e, sopratutto, in cui lo riconosce il lettore. Nello stesso poeta possono però convivere – e forse è auspicabile convivano – temi e forme diversi di poesia, seppure a latere di questa ‘cifra’: la poesia civile e quella religiosa, l’epigramma e la prosa poetica, i temi filosofici e la storia familiare, la forma di preghiera e l’invettiva. Sempre che abbiano un senso, una loro verità – anche parziale e momentanea – che le renda capaci di superare il momento contingente di quando furono scritte. Personalmente mi muovo volentieri su una certa varietà di temi (religiosi, filosofici o addirittura esplicitamente scientifici) e di toni (lavorando per esempio sull’ironia); devo però dire che l’uso del verso libero e una certa
epigrammaticità sono ormai una costanza.
A proposito di poesie che devono reggere il tempo, possiamo avere due esempi autoriali, personali?
Dovendo scegliere una poesia degli esordi, che mi sia cara ma abbia anche dignitosamente retto nel tempo, scelgo Apocalisse (da ‘Almeno ogni tanto’, 1998, poi ripubblicata ne ‘La quotidiana dose’, Lietocolle, 2006):
Quando s’adempirà la profezia
e scopriremo l’alba ultima del mondo,
non cesserà quel giorno di profumar la rosa
e non diversamente assumerà la posa
sul ramo della quercia, il corvo.
Dovendo invece scegliere tra le ultime poesie, propongo questa, senza titolo e ancora inedita:
Un desiderio stanco di sentenza
non umana, che dica su ogni vita
ciò ch’è stata e il suo destino eterno
– prego l’assolva, per l’innocenza
del bambino che un giorno siamo stati
e si sia salvi tutti nell’infanzia lontana.
E per concludere, con l’amore in poesia come ce la caviamo?
Propongo Rivederti, da ‘Nel verso ancora da scrivere’, Manni, 2018:
È sempre un’emozione rivederti
perché in te si confondono le amate
– sei unica e plurale, per questo
sei la prima donna singolare.
E meno posso averti, meno speranze
raccolgo ogni mattina, più vederti
è vampa che incendia questo sangue
– luce che illumina le stanze.
Dorotea conobbe Lucy nel 1969 alla colonia estiva montana di Gambarie in Aspromonte. Gemma, la mamma di Gisella e Dorotea preparò i bagagli delle figlie in vista della partenza per la Calabria. Gemma aveva cucito per loro freschi completi da viaggio. Comodi bermuda azzurro cielo e camicette a fiori pastello primavera. Il bagaglio era tutto in una sacca di tessuto, secondo le istruzioni. Sulla sacca erano applicate tessere di tessuto bianche, ciascuna con una lettera ricamata sopra in filo rosso, accostate a comporre i rispettivi nomi. Su ogni capo di intimo, asciugamani e magliette erano cucite simili tessere che componevano il numero di matricola assegnato. I numeri erano assegnati nella raccomandata con la quale l’E.N.P.A.S. comunicava ch’era stata accolta la domanda per l’ammissione alla colonia estiva e servivano ad associare l’indumento alla persona titolare di quel numero per non disperdere i capi al momento in cui venivano lavati insieme a quelli degli altri compagni. La partenza avveniva da Piazza Adda in pullman gran turismo. Un cinguettare festante di bambini riempiva l’aria dalla prima mattina. Nel momento in cui i pullman si avviavano, tutti a salutare con la mano, a mandare baci. Qualcuno si commuoveva. Cominciava la vacanza vera. Già il viaggio era un divertimento. Canti, senso di avventura e libertà, giochi e risate. A Dorotea piaceva affacciarsi al finestrino e sentire l’aria schiaffeggiarle il viso, spettinarle il capelli. Il fiato mozzato dalla forza del vento. Arrivavano a Gambarie all’imbrunire. Spesso completamente afone per aver speso tutta la voce possibile. L’edificio che le accoglieva era grande, su tre piani, aveva muri esterni giallo chiaro, elementi in rilievo col color crema e grandi finestre. Un aspetto architettonico indeciso tra un castello e un albergo. Il corpo dove si apriva l’ingresso, con le sue scale semicircolari e gli infissi in legno e vetro, sporgeva sul grandissimo cortile ricoperto di pietrisco. A destra e a sinistra, come ali, i restanti corpi dell’edificio. Tutto intorno alla costruzione e al cortile alberi. Ai piani superiori le camerate dove i ragazzi sistemavano le proprie cose: un comodino ciascuno, un armadio in comune a gruppi di due o tre. Maschi a sinistra femmine a destra nelle due ali dell’edificio. Rigorosamente separati. Poi c’erano il grande salone mensa, lunghi corridoi, seminterrati con le docce, infermeria, cappella e cucine. In un edificio più piccolo aggregato c’era la lavanderia. Tutti i ragazzi della colonia venivano forniti di una sorta di divisa: una gonnellina di tessuto tipo jeans leggero per le bimbe, pantaloncini per i ragazzi, per entrambi camicia azzurra, un maglione di lana blu, un cappellino modello marinaretto blu. All’interno del cappello, foderato di garza, occorreva scrivere il nome per evitare di perderlo o confonderlo con quello di altri. All’inizio dei venti giorni di vacanza i bambini venivano controllati nel caso avessero i pidocchi. Era il momento in cui Dorotea aveva la sensazione d’essere un vitello da ingrassare. Uno per uno, dopo l’attesa in fila ordinata, entravano in infermeria, lì erano pesati e misurati in altezza. Un altro controllo veniva fatto a metà della vacanza e l’ultimo prima di tornare a casa. Gambarie era immersa nei boschi di faggio, larice, abete bianco e di tutta la vegetazione montana dell’Aspromonte, il centro abitato di poche case disposte attorno alla piazza, dove c’erano pochi negozi, tra i quali uno di souvenir dove acquistare le cartoline da mandare ai genitori e parenti. Anche in piena estate il clima era fresco, la sera occorreva una coperta leggera. La mattina suonava la sveglia alle 7,30. Nei bagni i lavandini erano bianchi ampi e circolari, vasche rotonde di ceramica con un cilindro centrale dal quale sporgevano i rubinetti. Da questi usciva un’acqua fredda da far rabbrividire. L’acqua calda c’era e non c’era, nel senso che prima che arrivasse ai rubinetti percorrendo i tubi, i più avevano già finito la toilette. I gabinetti alla turca erano quanto di più scomodo per i bisogni e inquietante per lo spirito, con quel buco grosso al centro che s’affossava nel nero profondo e finiva chissà dove. La giornata iniziava con tutte le squadre, così come si erano formate all’arrivo, distinte per sesso, schierate in ordine nel cortile per l’alzabandiera e l’inno. Una cosa piuttosto militare, ma che aveva un suo fascino. Composto e suggestivo Dopo, sciolte le righe, sempre sul posto un po’ di ginnastica del buongiorno. La colazione di pane, burro, marmellata, caffelatte. I pranzi alla mensa erano niente male. A Dorotea piacevano in particolare le sogliole fritte in pastella e il pollo al forno. La cena era meno appetibile, spesso c’era pastina in brodo vegetale, per secondo un bel pezzo di svizzero o qualche fetta di prosciutto, verdure cotte e pane. Dorotea dunque conobbe Lucy alla colonia estiva, non ricordava il momento preciso dell’incontro, ma nel corso della vacanza si accorse che la preferiva a tutte le altre compagne, non solo per giocare, ma perché sentiva ch’erano della stessa pasta, avevano gli stessi gusti, gradivano gli stessi cibi, gli stessi giochi. Lucy aveva una sorella più grande Elena. Elena aveva gli stessi colori di pelle, capelli e occhi della sorella minore, un naso affilato, i capelli nella parte più alta aderenti alla testa, ondulati in punta, erano divisi da una riga centrale e sulla fronte tagliati a frangia. Elena era più grande, più alta, aveva già le forme di una donna e, ovviamente, altri interessi, i ragazzi innanzitutto e molti ragazzi s’interessavano a lei. Lucy aveva anche un fratello Piergiorgio più grande di Lucy e più piccolo di Elena. Piergiorgio era il ragazzo più corteggiato della colonia. Bruno di pelle e di capelli, un sorriso accattivante, denti bianchissimi, un bel fisico atletico, inoltre gentile, sorridente, disponibile anche con Dorotea. Dorotea avrebbe potuto interessarsi a Piergiorgio ma per qualche ragione vederlo così desiderato e sentirlo, rispetto a sé, più grande, le faceva pensare che fosse del tutto fuori dalla sua portata. Anzi ancora più profondamente, Dorotea tendeva a stare lontano dai ragazzi. Li trovava strani, diversi. Lucy invece no. Lucy era bellissima. Una pelle ambrata perfetta, liscia compatta senza un difetto, gli occhi grandi verdi, due smeraldi nel viso. I capelli erano una danza di onde bionde. Del colore del sole, delle spighe dorate, accendevano il volto, splendevano di giorno, illuminavano la notte. La vacanza in colonia scorreva in modo alquanto monotono, la mattina dopo la ginnastica e la colazione, passeggiata tra i boschi nei dintorni, tutti in fila per due ben accosti al bordo strada, alcune giovani maestre erano incaricate della sorveglianza e vigilavano ciascuna sul proprio gruppo composto da venti persone circa. Si cantava per ingannare il tempo durante il cammino, spesso i canti della resistenza oppure “Lo sciatore” o “La macchina del capo”, le preferite dai ragazzi. Sosta in qualche punto spianato e circoscritto per permettere il gioco. Ritorno agli alloggi. Dopo il pranzo e il riposino, altra passeggiata più breve, oppure visita a Gambarie o giochi nel cortile. Occasionalmente i Capigruppo organizzavano una giornata di giochi a squadre, tornei di ruba bandiera, partite di pallone per i maschi, la visione di un film nella sala di proiezione, gare canore nelle quali Lucy mostrava le sue doti perché era intonata e aveva una bella voce. Un giorno le chiesero di cantare il suo cavallo di battaglia, un successo del momento: “Un mondo d’amore” di Gianni Morandi.
C’è un grande prato verde dove nascono speranze che si chiamano ragazzi Quello è il grande prato dell’amore
Uno : non tradirli mai, han fede in te. Due : non li deludere, credono in te. Tre : non farli piangere, vivono in te. Quattro : non li abbandonare, ti mancheranno.
Quando avrai le mani stanche tutto lascerai, per le cose belle ti ringrazieranno, soffriranno per li errori tuoi.
Grande interpretazione. Gli ascoltatori disposti tutt’intorno in cerchio applaudivano. L’amicizia tra Lucy e Dorotea intanto cresceva, non con episodi particolari, ma nel quotidiano farsi compagna delle giornate di vacanza, per semplice vicinanza. Dorotea tuttavia si era resa conto che l’affiatamento con Lucy rendeva quest’ultima la sua migliore amica. Quando le era vicina si rallegrava, aveva voglia di scherzare, si animava. Sentiva che insieme avrebbero potuto essere una forza, un’alleanza. Nessuno avrebbe potuto spezzare il cerchio magico che le univa. Forte, luminoso, capace di allontanare amichette dispettose, noia, malumori e pericoli. Come i serpenti che abitavano il bosco e potevano saltare su da qualche mucchio di foglie o pietra, come le bacche che non bisognava mangiare perché facevano venire il mal di pancia. Come le macchine che passavano vicine o il burrone oltre il ciglio della strada. Una specie di talismano contro i tanti pericoli dei monti. Dorotea e Lucy giocando inventavano storie fantastiche dove l’immaginazione galoppava tra fate, cavalieri, draghi da sconfiggere, oppure di ordinaria quotidianità di genitori, figli scuola, cucina. Terra, foglie, pietruzze e fili d’erba erano d’aiuto per preparare le pietanze da impiattare. Con i grani che crescevano sulla pagina superiore della foglia di un arbusto montano fabbricavano bracciali e collane. Queste escrescenze vegetali avevano le dimensioni di un chicco di farro e la particolarità di diventare col tempo legnosi, un canale naturale nel senso della lunghezza li rendeva sostanzialmente cavi, si prestavano perciò ad essere inanellati in collane. Le ragazzine li chiamavano “coralli” e c’era tra loro un fitto scambio di questi “preziosi”. Verso la fine della vacanza ci fu un colpo di scena. Arrivarono i genitori di Lucy. Erano venuti a trovare i figli, ma visto che mancavano due giorni alla fine della vacanza, avevano deciso di portarli via con loro. Dorotea si dispiacque molto di non poter fare il viaggio di ritorno con Lucy, ma avendo scoperto che proveniva dalla stessa sua città le chiese il numero di telefono e le scrisse il suo su un biglietto, con la promessa reciproca di sentirsi. La cosa più singolare per tutti però fu vedere piangere Elena, davvero scossa da questa frettolosa partenza. Per intercessione delle vigilanti si ottenne che Elena al di fuori delle regole della colonia si recasse pochi minuti nel dormitorio dei maschi per salutare Marco. Dorotea non conosceva gli intrecci relazionali tra i ragazzi più grandi e non capì il perché di tanta commozione. Cioè non le sembrava possibile che qualcuno potesse affezionarsi così tanto a una persona da giungere alle lacrime. Pochi giorni dopo il ritorno a casa dalla vacanza Dorotea decise di telefonare a Lucy. Dapprima al numero che Lucy le aveva dato non rispondevano affatto. Lucy pensò ci fosse un errore e volle controllare sull’elenco telefonico, senza esito. Doveva essere un numero segreto. Poi finalmente ad un successivo tentativo qualcuno rispose, era Piergiorgio, ma le disse che Lucy non c’era, un’altra volta rispose Elena, tuttavia Lucy non la richiamava, sebbene Dorotea lasciasse detto di farlo. Provò a chiamare un’altra volta, un’altra ancora, fino a quando sentì con le sue orecchie dall’altro capo del telefono proprio la voce di Lucy dire alla sorella di riferirle che era uscita. Dorotea capì, o meglio non capì, fu la sorella maggiore Gisella a spiegarle che Lucy non la voleva più per amica. Dorotea continuò a non capire, ma imparò il rifiuto. Continuò a non capire per anni e anni. Si era convinta che Lucy fosse di una famiglia altolocata, che non poteva coltivare amicizie ordinarie. Una specie di contessina o principessa, la figlia di un agente segreto o di un altissimo funzionario. Ogni tanto, mentre diventava una giovane donna amabile e graziosa e poi madre e poi adulta, mentre invecchiava, ripensava alla vicenda. Continuò a non capire, e nonostante il tempo passasse, non trovò risposte o soluzioni. Non incontrò più Lucy. Come se non vivessero nella stessa città. Gli interrogativi stagnarono nella mente senza risposte. Si chiedeva quale fosse la macchia, la mancanza o l’errore che aveva commesso, cercava un possibile perché, ma si rendeva conto che tutti poi convergevano in una sola domanda, come una spina: in quale universo si fosse disperso, in quale anfratto si fosse nascosto il suo “mondo d’amore”.
Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita
L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi un invito, ma nel contempo un omaggio.
L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.
Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso, un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?
L’invito è stato rivolto Anna Maria Bonfiglio che l’ha interpretato come segue
Grazie infinite, Anna Maria.
La scrittura è sangue che mi scorre nelle vene. Scrivere e leggere, leggere e scrivere sono stati i miei comandamenti ab ovo, e tuttavia più leggo e più scrivo, da cinquant’anni, più mi accorgo di essere una piccola cosa insignificante nella vastità di un mondo abitato da ben altre personalità. Ho iniziato dal basso, da carta e penna, per passare poi a carta e Olivetti Lettera 24 e infine a carta e pc. Il primo racconto che inviai ad una rivista era scritto a mano e naturalmente venne ignorato. Ero naive, sprovveduta e ingenua, ma continuavo a scrivere: poesie, pensieri, sfoghi, racconti, fino a quando nel 1978 vide la luce il mio primo libretto di poesie giovanili, ingenue, certo, ma molto vissute. Se c’è qualcosa che si ricorda più del primo amore è sicuramente il primo libro. Di questa emozione non posso e non voglio dimenticarmi mai. Poi vennero altri libri, e non solo di poesia, e pure una collaborazione giornalistica con novelle. Enumerare le pubblicazioni, i premi e i vari riconoscimenti non serve a nessuno, sono state solo tappe del mio percorso e presa di coscienza dell’importanza e della responsabilità che avevo, e ancora mi sento, nei confronti di una disciplina che si rivolge al pubblico dei lettori. E perciò considerai che avevo, e ho, il dovere di approfondire il mio studio con letture sempre più propedeutiche ad un possibile miglioramento.
Fra la fine degli anni settanta e gli inizi degli ottanta cominciai ad interessarmi alle attività culturali che avevano luogo a Palermo, dove vivevo e vivo, che era in quegli anni una città ricca di fermenti, dove fiorivano le associazioni e gli artisti, poeti, scrittori, pittori, musicisti, che si riunivano per leggere, ascoltare, esporre, suonare. All’interno di queste associazioni con il tempo ho ricoperto vari ruoli: nei consigli direttivi, nella stesura dei programmi culturali, nella conduzione di incontri e recital, nelle performances personali, nell’istruire a Palermo uno dei primi laboratori, se non il primo, di scrittura creativa. La scrittura, e la poesia in particolare, sono state per me la libertà e la possibilità di dialogare con interlocutori ignoti. Attraverso la poesia ho cercato il senso del mio vivere, ho provato ad arrestare il flusso migratorio delle emozioni vissute, ho tentato di vincere il vandalismo e le piraterie di cui l’essere umano è spesso vittima. Ma nel momento in cui ho deciso di renderla pubblica, la mia poesia mi è appartenuta solo in parte, perché il silenzio di cui si era nutrita si era fatto voce che chiedeva di essere ascoltata e dunque atto sociale e, se vogliamo, anche dono di sé. Andando avanti si spogliava del tono malinconico e solipsistico, dismetteva il suo abito in qualche modo autoreferenziale per cercare di avvicinarsi all’astrazione del simbolo universale in cui ciascuno potesse ritrovarsi, perché “il canto del poeta non appartiene a nessuno ma ciascuno può farlo suo”.
Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita
L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi un invito, ma nel contempo un omaggio.
L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.
Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso, un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?
L’invito è stato rivolto a Remo Bassini che l’ha interpretato come segue
Grazie infinite, Remo.
Io non ho certezze sulla scrittura in generale. Sulla mia sì.
È figlia della mia timidezza, della mia eccessiva sensibilità, dei miei fantasmi. Ovvio: per essere un bravo scrittore occorre anche altro. Anni fa, in un’intervista, mi chiesero: Dove nasce il talento di Remo Bassini? Io risposi: “Mi sono interrogato spesso sul talento. Dante ne aveva e anche Simenon. Ma prendiamo Primo Levi, Se questo è un uomo. Un grande libro, di un talento che, penso, nacque grazie – o a causa – della prigionia in un campo di sterminio. Dove la vita e la morte e la natura umana vengono viste e vissute con occhi diversi. Ecco, io credo d’aver vissuto dei miei piccoli campi di sterminio. E penso che un giorno imprecisato sono riuscito a raccontarli. Il mio talento, se talento è, nasce dalla mie tempeste.”
Allora, ho sessantacinque anni e la prima tempesta che rammento arrivò quando di anni ne avevo sei. Morì un fratellino più piccolo. Si chiamava Fabrizio. Mia madre fu spezzata in due e dopo il funerale divenne una madre sconsolata, propensa al pianto. Io avevo un problema: ero troppo discolo, troppo disordinato, e a scuola non andavo bene. Insomma, facevo disperare una donna con i nervi a pezzi. C’era anche mio padre, ma tra fabbrica e orto e lavoretti vari c’era poco.
Forse fu per questo che per vivere e sopravvivere alle sgridate e alla depressione di mamma, cominciai a inventare e raccontarmi storie e personaggi, che mi facessero compagnia. Eravamo poveri, non avevamo la televisione. Ma io ai miei compagni di scuola dicevo di avere visto tanti film: così raccontavo loro le mie storie, i miei personaggi. Mi piaceva che mi ascoltassero.
Non so quando, ma so che da ragazzo, tra un libro di Salgari e uno di Verne, cominciai a dire che da grande avrei scritto un libro.
L’abitudine a scrivere nella mia testa è rimasta: i miei ultimi libri li ho scritti prima passeggiando con il cane e poi davanti al computer.
Ma arrivare alla scrittura, a un romanzo fatto e finito e da proporre a un editore, comunque, non è stato facile.
Per anni e anni ho scritto cose (poesie, copioni teatrali, primi capitoli di romanzi) senza mai ultimarle. Quando rileggevo mi bocciavo: non mi convinceva quanto avevo scritto.
A 35 anni, dopo la laurea in lettere (ho studiato lavorando, 7 anni in fabbrica, poi 3 anni come portiere di notte in un albergo) venni assunto dal giornale storico della mia città (La Sesia, fondato a Vercelli nel 1871); diventai anche bravino (diventerò direttore, anni dopo) però mi portavo dentro un dispiacere. Grande. Non ero riuscito a scrivere almeno un libro. Pensavo ormai di non esserne capace. Fine di un sogno.
Una sera, però accadde qualcosa di diverso. Lo racconto spesso questo episodio, lo racconto soprattutto nei corsi di scrittura che tengo.
Una sera, dicevo. Ho mal di denti, così non esco, non leggo, non guardo la televisione. Ma mi siedo su uno sdraio con un block notes. Mi dico: “Hai 38 anni e ti sei arreso. Non scriverai nessun libro, tu.”
Guardo il block notes. “Inutile che scrivi qualcosa – dico ancora tra me e me – tanto poi, se metti giù qualcosa, quando rileggerai, butterai via tutto.”
Ero quasi sul punto di non scrivere niente, di alzarmi, di fare altro. Arrivò l’illuminazione: sì, illuminazione è il termine giusto. Una lampadina. Dico ancora qualcosa a me stesso. Qualcosa che non avevo mai detto e che non avevo mai pensato. Mi dico: “Raccontami una storia”.
Iniziai a scrivere. Questo:
“Sa di antico il mio piccolo bar, è sotto i vecchi portici, nel cuore di questo paese, proprio vicino alla grande piazza dove si svolgono i comizi, si va al mercato oppure in Municipio, dove gli operai salgono sull’autobus che li porta nella zona industriale e dove la domenica la gente prima va a sentir messa nella maestosa chiesa di Santa Flavia e poi va a comprare i dolci della pasticceria Delrosso.”
Cosa c’era di nuovo in queste righe? Tutto. Di che bar stavo scrivendo? Di che luogo stavo parlando? Più andavo avanti e più mi addentravo in qualcosa che non avevo mai visto. In quelle righe non c’era né Vercelli, la città in cui sono cresciuto e in cui vivo, né Cortona, il mio paese, in Toscana, dove spesso torno.
Forse (dico forse, ma non lo so) ero tornato il bambino che inventava storie per sopravvivere al dolore della propria madre…
Sta di fatto che finalmente, quella sera, ero riuscito, dopo anni, a scrivere qualcosa di decente. Diventerà il mio primo libro.
Non solo. Mi avevano insegnato un segreto quelle prime righe: che quando scriviamo dobbiamo sorprenderci. La nostra testa – gli psicanalisti lo sanno bene – sa più cose di quelle che crediamo di sapere.
Ho pubblicato quattordici libri e ho anche ricevuto un paio di riconoscimenti importanti, ma per scrivere non basta aver sofferto, non basta avere la vita complicata da un eccesso di sensibilità. Né bastano gli argomenti che in genere tratto io: i ricordi, il senso di colpa, gli amori impossibili, i grandi rimpianti, i sogni, la rabbia anche. E le storie delle persone fragili e sensibili, nelle quali, almeno un po’, mi specchio.
Non bastano perché la scrittura richiede dedizione, applicazione, sudore. Senza, non si va da nessuna parte. Ce lo insegna Fenoglio, uno dei più grandi scrittori italiani del Novecento: “La mia miglior pagina se ne esce spensierata dopo decine e decine di penosi rifacimenti”.
E la dedizione, all’atto pratico, si traduce nel binomio leggere e scrivere. Quanto leggere e quanto scrivere? La risposta è semplice. Più tempo si dedica a lettura e scrittura e più legna da ardere ci sarà nella nostra testa.
Scrivere ogni giorno, anche solo un quarto d’ora, è importantissimo. Va bene un blog, una pagina di diario, un racconto di mezza pagina. Serve. Serve soprattutto se si impara – o comunque se si prova – a scrivere lasciandoci andare: lasciandoci cioè guidare più dalla mano (l’inconscio) che dalla testa.
Oppure pensando come pensano i pazzi (diceva Flaubert).
Serve leggere, certo. È cosa nota, questa. Trita e ritrita. Ma attenzione: non è importante leggere tanto, quello che importa è leggere bene, con attenzione, in profondità. Prendere una frase, rileggerla. Domandarsi del perché di una virgola, che spesso significa rallentare o dare più ritmo. Io applico due regole nelle mie letture. Regola numero uno. Meglio trascorrere ore per cercare di carpire i segreti di una pagina ben scritta che leggere un libro in fretta e furia. Regola numero due. Scegliere con cura ciò che si legge, perché ci sono scritture che arricchiscono mentre altre, invece, ci fanno solo perdere tempo e non ci insegnano nulla.
Io colleziono pagine belle. Anche di autori con scritture molto diverse dalla mia, anche di autori che non amo. Lo faccio perché so che mi servirà. La faccio da anni, lo farò ancora.
Ho rinunciato a cene con gli amici, a passeggiate quando arriva la primavera, o a qualche ora di sonno per leggere, scrivere, trascrivere frasi belle. Sono orgoglioso di questo.
Io credo che con tanta (ma tanta) applicazione sia più facile, poi, raccontare una storia. Non servono i complimenti degli altri, anzi: spesso sono deleteri. Siamo noi che, alla fin fine, dobbiamo imparare a giudicare la nostra scrittura, basta imparare a confrontarla con quella di chi scrive bene.
Ma c’è un capitolo che interessa agli scrittori: il proporre un proprio lavoro a una casa editrice, il farsi pubblicare per avere poi qualche riscontro (perché pubblicare con un editore a pagamento oppure pubblicare e vendere poco e un po’ come non pubblicare, anzi: spesso è meglio non pubblicare e aspettare il momento propizio).
E comunque: pubblicare, vendere, ottenere un riconoscimento è importante, certo, ma non è l’essenza.
Perché avere successo non rende felici. Vendere 150 copie o 27mila copie di un libro cambia poco: il successo non basta mai, se ne vorrebbe sempre di più.
No, l’essenza è scrivere.
Scrivere arricchisce. È come pregare nel silenzio, viaggiare in mondi lontani.
E poi scrivere aiuta a vivere. Se io sono in coda in posta o all’ospedale per degli esami o al supermercato sto meglio degli altri se nella mia testa “disegno storie”. Che potrebbero diventare storie e personaggi quando sarò davanti al computer (o al block notes: a volte scrivo ancora a mano, per non perdere l’abitudine).
Faccio cose strane, io, quando scrivo. Per esempio: devo avere la testa lavata. Devo bere tanto caffè, per mantenere una certa tensione, evitare gli sbadigli. Devo scrivere quando non ci sono rumori molesti… Accetto solo il miagolio del gatto.
Ma ognuno deve cercare la sua strada.
Le strade che possono portare alla scrittura sono tante, la mia è una, che ho cercato di sintetizzare.
Ho una certezza, però: senza scrivere non saprei vivere.
Scrivere mi serve, dicevo. Esempio. Lockdown del 2021. Esco la sera con il cane, vedo una città morta. Solo nebbia. Si percepiscono paure dietro le finestre delle case. Mi domando: “Dove vorresti essere tu?” Una domanda, certo, che possono porsi tutti. È lecita, banale. Ma per uno scrittore è cosa diversa. Risposi a me stesso: “Vorrei essere nel borgo di Orta, davanti al suo lago”.
Una volta tornato a casa, scrissi alcune pagine: sarebbero diventate il primo capitolo del mio ultimo libro (La suora).
Ecco, ricapitolando, io credo che uno scrittore debba, come ho spiegato sopra, leggere e scrivere, ma alla lettura e alla scrittura va affiancato il “terzo elemento”: osservare la vita con occhi da scrittore.
Quando quella sera di lock down mi domandai “dove vorresti essere tu?” in realtà mi stavo chiedendo: “Dove vorresti essere per raccontare una storia?”.
Chi scrive, insomma, deve avere un’altra prospettiva rispetto agli altri: la testa tra le nuvole.
Si respira meglio, lì.
Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita
L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi un invito, ma nel contempo un omaggio.
L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.
Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso, un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?
L’invito è stato rivolto Franca Alaimo che l’ha interpretato come segue
Grazie infinite, Franca.
La mia mamma adottiva era una maestra e amava molto la poesia, tanto da avere l’abitudine di commentare eventi e stati d’animo con i versi dei suoi poeti più amati, specialmente Dante, Carducci e Pascoli. Pochi giorni dopo essere entrata nella mia nuova casa (erano gli inizi degli anni cinquanta del secolo scorso), lei pensò di organizzare una festa per presentarmi ai parenti, e, allo scopo di sbalordirli, mi fece recitare una poesia addirittura in lingua francese, che in seguito scoprii essere di Prévert. Fu un vero successo al punto che i figli della più cara amica di mamma, Alfonso e Gino, ogni domenica d’estate mi venivano a prendere con la loro giardinetta e mi portavano a Isola delle Femmine, dove un loro amico aveva aperto un ristorante, perché recitassi alcune poesie per i clienti abituali con quel sentimento appassionato che li aveva tanto conquistati. Zino e Alfonso mi sollevavano fin su un allto ripiano di ferro, e da lì io declamavo tre o quattro poesie, accompagnandole con una vivace gestualità.
Quando, nei giorni di vento, udivo alle spalle il rumore del mare come uno strumento a fiato che suonasse un pezzo musicale, alzavo la voce immaginando di gareggiare con esso. In quei momenti non percepivo nient’altro che le vibrazioni sonore che mi uscivano dalla gola e dopo si spegnevano, uno dopo l’altro, nell’aria odorosa di salmastro. E a volte mi sembrava di andare in un luogo magico e lontanissimo, da dove mi richiamavano gli applausi dei commensali. Già allora percepii di sfiorare qualcosa anche di doloroso, che probabilmente avrei dovuto, in seguito, sopportare da sola. In altre parole, la poesia mi aveva da subito fatto capire l’importanza dei suoni al di là dei significati che, a quell’età, spesso non riuscivo a cogliere.
Naturalmente, in ogni occasione in cui fosse necessario recitare qualche poesia, a scuola per le recite di fine anno, o in parrocchia a Natale e a Pasqua, ero sempre io quella che aveva il compito di recitare versi, e ne ero orgogliosa.
Un pomeriggio – frequentavo la quinta elementare – scrissi una poesia ispirata agli eroi del Risorgimento e la mattina dopo la feci leggere alla mia maestra, Domenica Papuzza, la quale mi diede la prima grande e mai più dimenticata lezione: che non bastava allineare belle parole e fare le rime, ma ispirarsi ad emozioni vere ed evitare al massimo la retorica. Però aggiunse che, secondo lei, avevo talento e mi esortò a non smettere di scrivere versi..
Mio padre, intanto, aveva ricevuto l’incarico di gestire la biblioteca del Circolo dei sottoffuciali e, siccome amavo stare con lui, quasi ogni mercoledì lo seguivo e non c’era volta che non mi portassi qualche libro – scelto a caso per via della bella copertina o della suggestione del titolo o del nome dell’autore – da leggere a casa, dopo avere finito i compiti. Cominciai così a conoscere tanti personaggi straordinari come Don Chisciotte, Ofelia, il principe Myskin di Dostoevskij: forse , allora, non potevo capirli profondamente, ma li intuivo e mi commuovevano, e soprattutto mi convincevo che, da grande, mi sarei dedicata alla scrittura perché, attraverso essa, avrei potuto portare fuori tutte quelle cose che mi stavano nel profondo dell’anima e che chiedevano di essere dette per turbarci e consolarci allo stesso tempo, come avrei compreso dopo.
Durante i tre anni frequentati nella Scuola Media Protonotaro, sempre a Palermo, incontrai un’insegnante che pretendeva la memoria di tutte le poesie studiate in classe. Fu questo esercizio a farmi comprendere l’importanza della disposizione delle parole, l’effetto soprendente e incantevole delle figure retoriche, di certi accostamenti, che davano nuova vita e significato a termini logorati dall’uso. In questo modo, poco alla volta, constatavo come il linguaggio poetico fosse un altro modo di raccontare la vita e il mondo.
Ero ancora un’adolescente – siamo già negli anni sessanta – quando, spinta dalle forti emozioni provocate dal mio primo innamoramento, cominciai a scrivere poesie d’amore, imitando più o meno inconsapevolmente Neruda. Mi accorsi che scrivere versi mi piaceva molto così come leggerli, tanto che divorai tantissimi libri di poesia, innamorandomi di Rilke, Eliot, Emily Dickinson, Pound, Ungaretti, Saba, Campo, gli autori greci e latini, specialmente Lucrezio, e moltissimi altri.
Durante la frequentazione della Facoltà di Lettere classiche, a Palermo, accadde la contestazione del ’68 che diede uno scossone violento alla mia vita personale e alla mia formazione culturale. Cominciai a studiare i poeti dell’Avanguardia russa, a interessarmi degli sperimentalisti italiani, di movimenti letterari e autori fortemente ideologizzati. Cominciai a seguire i poeti dell’Antigruppo siciliano e ascoltai alcuni recital tenuti nelle piazze, nelle fabbriche, ma vi aderii ufficialmente tardi, quando era stato già superato da un nuovo assetto economico-sociale, sopravvivendo alle sue ceneri. Fu proprio Nat Scammacca, anima della protesta, a curare l’edizione del mio primo volume di poesia: Impossibile Luna: era l’anno 1991.
Da allora ho pubblicato più di venti sillogi (la più recente è 7 poemetti, edita con LibriPoesia di Cati nel gennaio dell’anno in corso), tre romanzi e tantissime schede critiche per varie riviste: L’Involucro di Pietro Terminelli e Spiritualità & Letteratura di Tommaso Romano, che mi hanno permesso di conoscere tantissimi scrittori con molti dei quali si è stabilto un forte legame d’amicizia: penso a Franco Loi, Mario Specchio, Barberi Squarotti, Luciano Luisi, Mario Luzi, Renzo Gherardini, Silvano Panunzio, Maria Grazia Lenisa, Gianfranco Draghi, Peter Russell (di cui ho tradotto due sillogi dall’inglese), che purtoppo non sono più, ma dei quali conservo la corrispondenza epistolare.
Oggi, grazie ad Internet, ho stabilito una rete molto ampia di conoscenze ed amicizie bellissime a cui si aggiungono giorno dopo giorno sempre altri nomi; ed ovviamente, abitando a Palermo, ho frequenti incontri con gli autori che vi operano, tra i quali: Martinez, N. Romano, Giunta, Bonfiglio, Peralta, Lombardo, Balistreri, Sant’Angelo, Camassa, Luzzio, Sardisco, Grato e tantissimi altri. Seguo con molta gioia gli autori giovani, quelli che avranno il compito di proiettare l’arte poetica nel tempo che sarà vuoto di me: Castrovinci, Prestileo, P. Romano, Schirò, De Lisi e così via.
Sebbene abbia già scritto tanto, non credo di poter dire che la mia lingua abbia raggiunto la sua forma definitiva: penso, infatti, che la lingua debba crescere insieme al poeta e ai mutamenti dei tempi che attraversa. Desidero aggiungere altri capitoli alla mia storia d’amore con la poesia e, come sogno, i più importanti.
Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita
L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi un invito, ma nel contempo un omaggio.
L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.
Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso, un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?
L’invito è stato rivolto a Federica Galetto che l’ha interpretato come segue
Grazie infinite, Federica.
Non ricordo giorno senza scrittura. Sin dall’infanzia ho amato le lettere dell’alfabeto, soprattutto quelle che ai miei tempi si aprivano sulle pagine dei libri per bambini con volute e riccioli all’apertura di un capitolo. I numeri invece, avevano per me un’attrattiva pari a zero. Dopo varie sperimentazioni grafiche, decisi che la (bella) scrittura dovesse diventare il mio mondo parallelo.
Sebbene amassi scrivere, l’ordine non era certo un mio punto forte e per lungo tempo da bambina mi esercitai stoicamente nel ricopiare le lettere in bella calligrafia, in una ricerca estetica che lasciò andare alla deriva i numeri e i calcoli che mai in vita mia mi furono amici. Nel frattempo, dopo aver letto tutti i libri di gialli per ragazzi di Nancy Drew, i Topolini e le fiabe di Andersen e Grimm, verso i tredici anni mi innamorai di Shakespeare e della lingua inglese, fatto che aprì dentro di me un nuovo capitolo: la Poesia. Questi versi mi folgorarono:
This royal throne of kings, this sceptered isle, This earth of majesty, this seat of Mars, This other Eden, demi-paradise, This fortress built by Nature for herself…
William Shakespeare, Richard II
Iniziai così a scrivere versi, accompagnati sempre dalla lettura, senza la quale mai potei stare. Ma l’interesse per la Poesia, mio primo amore, si affievoli’ quando mi accorsi che la Narrativa rappresentava per me un banco di prova a cui non riuscivo proprio a sottrarmi.
Scrissi dunque molti racconti e articoli per giornali e riviste, mi diplomai in Lingue e là conobbi un’insegnante di Italiano illuminata, che mi sprono’ a continuare a scrivere. In seguito, alla facoltà di Lingue e Letterature straniere di Torino, ebbi poi la fortuna di avere come insegnante di Letteratura Americana, Barbara Lanati, una delle maggiori esperte e traduttrice di Emily Dickinson.
In quel periodo, per esercitare il mio orecchio e la mia mano scrittoria ricopiai a mano per molte volte “Orlando” di Virginia Woolf e buona parte delle opere di Katherine Mansfield, scrittrici a cui devo tutto ciò che sono. Un bel giorno poi vinsi un concorso indetto da Mondadori con un mio racconto, poi pubblicato in una antologia contenente altri racconti finalisti. Da allora non mi sono più fermata. Sebbene la scrittura sia sempre stata un prolungamento di me stessa e non l’abbia mai abbandonata, la vita reale prese per molte volte il sopravvento tentando di distogliermi dallo scrivere. Nel 2010 però, uscì la mia prima raccolta poetica per i tipi di Lietocolle in un momento difficilissimo della mia vita, e da allora non ho più smesso di scrivere e pubblicare Poesia.
A oggi ho all’attivo una decina di libri di versi e un romanzo, uscito nel 2017. Nel tempo, ho compreso che scrivere è la mia vita e che nulla sarei, senza. La vita non è stata troppo buona con me, ma la scrittura mi ha sempre salvata, così come l’Arte e la Bellezza. Attualmente sto scrivendo il mio secondo romanzo.
Ci sono letture più sfidanti di altre. Non solo da intendere come lettura del testo, riga dopo riga, fino alla sua fine, ma anche nel riferirne impressioni da lettore. L’opera Rethorica Novissima di Gualberto Alvino è tra queste. Si tratta di una raccolta di poesie, pubblicata nel 2021 dalla Casa editrice “Il ramo e la foglia”. Uno scritto che non lascia indifferenti. Impegnativo sarebbe aggettivo adatto, ma non sufficiente per chiarirne corpo e complessità. In premessa occorre dire che Gualberto Alvino è noto e stimato filologo e critico letterario. Già per solo questo fatto, è presuntuoso pensare di penetrare pienamente il senso poetico del suo degnissimo lavoro, questo tuttavia sembrerebbe più un libro destinato agli “studiosi di poesia” che agli “amanti della poesia”. Non per niente in fine è riservata una pagina bianca per le note. L’opera di Alvino già dal titolo presenta un’inclinazione decisamente colta. “Rethorica” con slittamento della muta nel cuore, piuttosto che con l’ortografia “Rhetorica”, è un chiamare in causa la retorica, cioè, insieme a grammatica e dialettica, una delle discipline d’insegnamento cardine delle scuole antiche medievali. Le origini di questa parola, già presente presso i latini, risale alla civiltà greca e alla sua ῥητορική, tecnica della parola, dalla radice del verbo εἴρω, eírō dico. L’aggettivo “novissima” superlativo dell’aggettivo latino novus declinato al femminile singolare concorda con la parola retorica e non può non riportare alla mente “i Novissimi”, Alfredo Giuliani, gli anni sessanta e lo sforzo delle neoavanguardie di rigenerazione del linguaggio poetico. L’opera s’intitola quindi Retorica nuovissima. Il titolo introduce al contenuto non meno della citazione di Proust posta al principio dell’opera riguardo alla necessità dello scrittore di farsi una propria lingua, similmente al violinista col suono. “Rethorica novissima” è quadripartita ed ogni partizione raccoglie i testi secondo caratteristiche eminentemente formali espressive, raggruppate da un minimo di 4 componimenti – “Epigrammi” – ad un massimo di 12 componimenti di “Salvo trasgredir norma”. Quest’ultima, prima e più sostanziosa sezione, probabilmente è il canto a cui giunge il poeta seguendo il filo degli intenti dichiarati. Più oltre invece sembra che egli esponga il necessario attraversamento – deragliamento per giungere alla propria voce. Il titolo della prima sezione è, ritengo, la dichiarazione consapevole di contrapporsi al canone. Aliena dal lirismo coltivato da secoli nella poesia, la poesia di Alvino si presenta in controtendenza rispetto al “poetichese” dominante, lo squalificato linguaggio poetico del nostro tempo intriso di sentimentalismi, farcito d’ego, con pretese di liricità, ma più spesso sconsolatamene privo di qualunque barlume di grazia poetica, ripetitivo, noioso, artefatto. L’autore nell’esacalogo per aspiranti poeti precisa “cos’è sbagliato in poesia”. Sono indicazioni che esprimono una critica al modo di far poesia oggi e che lette a contrariis verbis indicano gli elementi innovativi da introdurre nel linguaggio. Obiettivi: • svincolarsi dalle connotazioni spirituali-auliche-vaticinanti • sconfessare un ruolo sacro del testo • eliminare parossismi e verticalizzazione del dettato, concedendo spazio ad asprezze sonore • spogliarsi dall’enfasi autocelebrativa • disporre accapo ad arte anche spiazzanti. L’operazione di creare un proprio suono/lingua, può dirsi riuscita, ma non immediatamente percepibile. Le poesie infatti non poggiano volutamente il proprio dettato sull’”accattivante” del linguaggio: musicalità, nenia, refrain, paronomasia, assonanze ecc. e si delineano con le connotazioni dichiarate nei punti sopra riportati, per cui i tempi e suoni all’orecchio giungono asincroni e dissonanti. Riporto la seconda parte della poesia il cui titolo è lo stesso dell’intera raccolta.
“è indispensabile una conoscenza dell’evoluzione semantica i vocaboli diventano specifici quando si applicano termini generici a oggetti individuali resta il fatto inoppugnabile che il significato di una parola è indipendente dal suo etimo inutile dire ci aiuta a conoscere la sapienza questo sì e la poesia celata nelle radici nelle desinenze a cercare nelle lingue i monumenti degli abiti remoti e delle credenze il criterio per distinguere i vocaboli affini le variazioni di suono e senso son cosa capitale a conoscere oh se potessimo scordare le origini tutte”
Singolare leggere lo stesso passo disposto sul foglio come prosa.
“è indispensabile una conoscenza dell’evoluzione semantica i vocaboli diventano specifici quando si applicano termini generici a oggetti individuali resta il fatto inoppugnabile che il significato di una parola è indipendente dal suo etimo inutile dire ci aiuta a conoscere la sapienza questo sì e la poesia celata nelle radici nelle desinenze a cercare nelle lingue i monumenti degli abiti remoti e delle credenze il criterio per distinguere i vocaboli affini le variazioni di suono e senso son cosa capitale a conoscere oh se potessimo scordare le origini tutte”
Si evidenzia maggiormente che gli accapo sono risultato di una scelta stilistica che mira a frangere il testo, costringendo il lettore a riprendere fiato in modo non consueto, non punteggiato, sfumano i disseminati enjambement spiazzanti. Mi tornano alla mente le esperienze di lettura passate dei testi di Eminia Passannanti e Marco Saya, animati da analoghi intendimenti antilirici, la prima per volere di contrasto alla “poesia dell’anima”. Il secondo per l’orecchio allenato alle sonorità del jazz. La poesia della raccolta mantiene quanto promette: eminentemente antimelodica, non indulge in sentimentalismi, non conduce alcuna indagine psicologica, nessun scadimento confessionale o incursioni nell’intimismo, non è poesia emozionale come la s’intende spesso ed erroneamente da poeti giovani e meno giovani che animano l’attuale scena letteraria, non si specchia narcisisticamente, non si affligge, non si esalta, non piange, semmai osserva, ricorda, riporta, analizza, squarta. Sperimenta e scarta. Proseguendo la lettura di “Rethorica novissima”, passando per “Epigrammi” – quattro distillati critico satirici – si giunge alla parte intitolata ”Humanitas”. Qui ci si rende conto che, senza un minimo di studi classici, la lettura si complica, la successione delle poesie, per quanto preminentemente descrittive e scientifiche, decisamente mitraglia la comprensione di chi non ha frequentato Catullo o Cicerone nella lingua originale. Il contenuto è talvolta scabroso, vestirlo di latino non maschera la minuzia dei vestiboli. Approfondisce il senso nella carne, non risparmiando genitali di entrambi i sessi. Sarebbe già sufficiente per qualunque stomaco poetico reggere tanta corporea ostentazione “fisica” e culturale, nel senso che qualunque lettore – o meglio il lettore qualunque – che non sia stato già scoraggiato in precedenza dalla scelta di preferire il latino lo sarebbe adesso per il vestito di perbenismo che molti indossano e del quale non riescono a spogliarsi, se non facendosi violenza. Questi testi raccontano gli organi, i corpi, le porzioni, i vasi, gli arti, essi vengono sezionati come avviene sul tavolo di un esaltato anatomopatologo, come fa Leonardo da Vinci per la conoscenza propria e altrui in preda alla furia di scienziato. Stare chini su ossa e legamenti, liquori e liquami e dire quello che avviene, taglio e ritrazione. Effetti dissoluzioni. I più probabilmente preferiscono provare tali livelli di emozioni nel genere strappalacrime oppure applicati a youporn o ai film horror. E’ in una parola una lettura “sconvolgente”. C’è da ammettere che dalla poesia, ritenuta dai profani deputata a esprimere emozioni, da meno profani a provocare emozioni, dire (in) poesia qualcosa che riesce a provocare questa risposta ir-razionale è un risultato eccellente. Metaforicamente, anzi per similitudine, “Humanitas” racconta ciò che avviene con i testi, quando si studiano approfonditamente, quando la filologia o la semantica si applicano a tutte le a, e, i, o, u delle parole. Scarnificandole fino al midollo, cercandone l’etimo e la radice, riconoscendone desinenza e origine. Senso, segno, significato, grafema. Misurando tutte le possibili “geografie” del suono. Affettando consonanti, lemmi, la loro polpa, il fegato, estraendo i loro denti.
“Autopsia”, Enrique Simonet, 1987, noto anche col titolo “Aveva un cuore!”
Infine c’è la quarta sezione “Varianti formali”. In questa parte della “Rethorica novissima” il linguaggio, come comunemente inteso, è stravolto. L’operazione di “interpretazione”, è messa continuamente in scacco, ancor più di quanto non avvenga in precedenza, e il lettore si arrende all’evidenza, che la parola espressa non può essere compresa come avviene solitamente nella comunicazione. Incomunicabilità e rescissione, dissoluzione e frammentazione sono coordinate del “sorvegliatissimo” testo. La lettura deve avvenire accantonando i normali strumenti di decodificazione del linguaggio parlato e scritto. Gli occhi singhiozzano tra le sconnessioni sintattiche, i salti, le obliterazioni, il verso crolla alla sua fine, il senso affonda appresso, è un groviglio caotico. Al contempo questo magma verbale si intuisce essere come il brodo da cui, per sgrammaticature, segni grafici, numeri, caratteri corsivi, richiami tecnologici e rovi si perviene a estrarre il neonato, appena prima che venga gettato insieme all’acqua sporca, vestito d’amnio, quando non sguazzante nel meconio, senza nessuna camicia. Dentro la lingua, fino al suo cuore, come una dannazione pervicace e disperata insieme.
Perché se è vero che “la poesia può comunicare ancora prima di essere compresa” (Thomas Stearn Elliot), allora sembra di leggere qualcosa espressa dalla mente di qualcuno reso folle. Folle d’amore per la parola.
“non saprei ma sia chiaro fin d’ora che lo sconfinato amore per la lingua rivendico il diritto d’affermare in piena scienza e coscienza è il primo movimento d’un percorso florebat olim a raggiera in mille direzioni che ne sarà del ciliegio?”
da “Pepe” in “Varianti formali”
Eppure nell’atto dello scrivere – non meno del leggere – non si può non riconoscere con Giorgio Caproni che” Nessuno è mai riuscito a dire/cos’è, nella sua essenza, una rosa” senza con ciò intendere che si debba desistere dal tentativo, anzi tutt’altro, e ciò finché permangono l’incanto, il bisogno, l’osservazione, le percezioni, lo stupore, gli interrogativi. L’ esperienza individuale, il personale orizzonte esistenziale proiettano necessariamente nell’espressione poetica la propria “visione” della lingua (che dice) del mondo. “Io vedo il mondo come un caos e nel centro una rosa” (Julio Cortazar). Nonostante il lucido controllo del dettato, emerge dal conato del dire il parossismo che pervade, se non il singolo testo, comunque nell’insieme un’opera, che, in quanto autenticamente poetica, tenta con ogni mezzo verbale l’impossibile. D’altra parte come non pensare a quanto diceva di sé Pablo Picasso “A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”. Deliziosa la dedica iniziale. La piccola pasta di zucchero, con apposizione felice, ne sarà lieta. La benedizione degli affetti, uno spaccato di tenerezza.
Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita
L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi un invito, ma nel contempo un omaggio.
L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.
Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso, un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?
L’invito è stato rivolto Alessandro Assiri che l’ha interpretato come segue
Grazie infinite, Alessandro.
La poesia mi annoia, non la amo abbastanza per partecipare ai dibattiti sulle unghie incarnite di Pasternak o sulle turbe amorose di Rilke. Mi ha rotto a sufficienza la bellezza che dovrebbe salvare il mondo, perché io per la bellezza non sono capace e perché se c’è del bello dobbiamo imparare a riconoscerlo, e non serve andare a capo.
La mia poesia è una scusa per l’apprezzamento che mi manca, è l’esorcismo di un dolore, un nascondere le perdite. La mia poesia è un trucco, un diario modesto che avrei potuto scrivere in corsivo.
E basterebbe questo a dire che non si scrive per l’urgenza, quella appartiene alla colite, se si scrive lo si fa per la forza della necessità, lo si fa perché in questa “ egocalittica”, in questa ricerca spasmodica si prova a rispondere a quella domanda in nero: cosa significa essere io?
cosa significa essere io? e me lo chiedo dalla settimana scorsa da quando ho deciso di far cambio da quando ho smesso di insultarti
posso lavorare e non andare dai miei figli, farmi schifo a rate o è meglio tutto insieme, adesso la letteratura mi gestisce le spese, recensirti mi fa cambiar camicia, ma la letteratura è dipendere da chi ci racconta, dai suoi inestetismi, dall’indegnità dello spumantino dai preparativi per l’albero
cosa significa essere io se non imporsi delle rivelazioni. Caro babbo natale vorrei non saper leggere per ripagare quel che ho fatto, per restituire il maltolto, interrompere quest’orgia di parole non mie, togliere l’audio, poi ti vado sopra con la voce per mascherare di arroganza le prossime puntate, per stipare di citazioni tutto quel bianco che impaura, avrei dovuto ascoltare mio padre le tasche piene, ma nessuna buona idea
cosa significa essere io? quanto posso resistere in queste lettere agli amici in questi rosari snocciolati, in questo non essere all’altezza, in questo continuo disertare poesie del giorno prima da non essere orgogliosi, di sinistra malamente col culo al caldo e il frigo pieno, lo slancio di un passato da evacuare con le medaglie di bronzo e i fiori finti
cosa significa essere io senza sapere disegnare aver sempre fatto finta di saper ballare come nel piombo delle ali e non degli anni dove stavo appesantito perché non sapevo diventare, e tutti gli opuscoli delle differenze che sostenevano guerre che non ho mai combattuto ma dove spesso vi son morto
cosa significa essere io? nelle notti con la radio e baci ancora da riprovare a digerire cosa significa essere io se non godere di qualche travestimento per parlar di amore e morte parole come forme che ritornano presenza, la mimesi del nudo: eccomi ritorno come ti piace
più svestito e vuoto mentre a te basterebbe muto
cosa significa essere io? se sapessi scolpirmi mi metterei al riparo col marmo, la somiglianza è solo l’illusione di fissarsi in un doppio e se vuoi dei figli allora non fermarti ripetiti fino a consumarti, ripetiti dalle bermude alla grisaglia, ripetiti bugiardo a ogni privilegio, sali in fretta e butta le valigie
cosa significa essere io? solo una parte di uno sbaglio o di una cosa che mi serve, così assente da chiamarmi Marco che era operaio e adesso sta di fronte ha tre schegge nella mano e le piante da annaffiare facciamo insieme la discesa poi vecchi per sempre, la difficoltà di regalarti Sereni per quell’ora dove il traffico stringeva, per quell’ansia di arrivare puntuali
cosa significa essere io? se non chiedere più tempo per trovarmi in qualche edizione più recente di cui prendermi cura
Ecco cos’è la poesia per me, una prosa di “oscura chiarezza“ abitata dai miei fantasmi, dalle mie figure in grado di riattivare la luce dei sentimenti, e da sempre ti posso dire che le parole a volte mi hanno fatto incontrare folle, ma più spesso solitudini.