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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

Fernando Pessoa. Traduzioni di Emilio Capaccio

19 giovedì Mag 2022

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche, LETTERATURA

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Tag

Emilio Capaccio, Fernando Pessoa, POESIA, TRADUZIONI

La vita è ciò che facciamo di essa.

I viaggi sono i viaggiatori.

Ciò che vediamo non è ciò che vediamo,

ma ciò che siamo.

F. P.

Fernando Pessoa (1888-1935), traduzioni di Emilio Capaccio 

QUANDO VERRÀ LA PRIMAVERA

Quando verrà la primavera
se sarò già morto,
i fiori fioriranno della stessa maniera.
E gli alberi non saranno meno verdi della primavera scorsa.
La realtà non ha bisogno di me.
Sento un’allegria enorme
nel pensare che la mia morte non abbia alcuna importanza.
Se sapessi che domani morirei
e la primavera venisse dopo domani
morirei contento perché essa verrebbe dopo domani.
Se la primavera è il suo tempo, quando dovrebbe arrivare se non nel suo tempo?
Mi piace che tutto sia reale e che tutto sia certo;
e mi piace perché così sarebbe, anche se non mi piacesse.
Per questo, se muoio adesso, muoio contento,
perché tutto è reale e tutto è certo.
Possono pregare in latino sulla mia bara, se lo vogliono.
Se lo vogliono, possono danzare e cantare a ruota di essa.
Non ho preferenze per quando non è più possibile avere preferenze.
Qualunque cosa, quando sarà, sarà per quello che è.
 
QUANDO VIER A PRIMAVERA

Quando vier a Primavera,
Se eu já estiver morto,
As flores florirão da mesma maneira
E as árvores não serão menos verdes que na Primavera passada.
A realidade não precisa de mim.
Sinto uma alegria enorme
Ao pensar que a minha morte não tem importância nenhuma
Se soubesse que amanhã morria
E a Primavera era depois de amanhã,
Morreria contente, porque ela era depois de amanhã.
Se esse é o seu tempo, quando havia ela de vir senão no seu tempo?
Gosto que tudo seja real e que tudo esteja certo;
E gosto porque assim seria, mesmo que eu não gostasse.
Por isso, se morrer agora, morro contente,
Porque tudo é real e tudo está certo.
Podem rezar latim sobre o meu caixão, se quiserem.
Se quiserem, podem dançar e cantar à roda dele.
Não tenho preferências para quando já não puder ter preferências.
O que for, quando for, é que será o que é.
 
HO COSÌ TANTO SENTIMENTO

Ho così tanto sentimento
che spesso mi convinco
di essere sentimentale,
ma riconosco nel valutarmi
che tutto questo è un pensiero
che alla fine non ho mai fatto.
Noi, tutti quelli che vivono,
abbiamo una vita che è vissuta
e un’altra che è pensata,
ma l’unica che abbiamo
in effetti, è quella che si divide
tra la vera e la falsa.
Quale tuttavia sia quella vera
e quale quella falsa,
nessuno potrà mai spiegarlo;
e viviamo di modo
che la vita che abbiamo
è quella che pensiamo.
 
TENHO TANTO SENTIMENTO

Tenho tanto sentimento
Que é frequente persuadir-me
De que sou sentimental,
Mas reconheço, ao medir-me,
Que tudo isso é pensamento,
Que não senti afinal.
Temos, todos que vivemos,
Uma vida que é vivida
E outra vida que é pensada,
E a única vida que temos
É essa que é dividida
Entre a verdadeira e a errada.
Qual porém é a verdadeira
E qual errada, ninguém
Nos saberá explicar;
E vivemos de maneira
Que a vida que a gente tem
É a que tem que pensar.
 

VEDO I PAESAGGI SOGNATI


Vedo i paesaggi sognati con la stessa chiarezza con cui fisso quelli reali. Se mi sporgo sui miei sogni è su qualcosa che mi sporgo.
Se vedo passare la vita, sogno qualcosa.

Qualcuno ha detto che le figure dei sogni hanno stesso rilievo e ritaglio delle figure della vita. Per me, anche se comprendessi che si usasse una simile frase, non la accetterei. Per me, le figure dei sogni non sono uguali a quelle della vita. Sono parallele.
 
VEJO AS PAISAGENS SONHADAS


Vejo as paisagens sonhadas com a mesma clareza com que fito as reais. Se me debruço sobre os meus sonhos é sobre qualquer coisa que me debruço.
Se vejo a vida passar, sonho qualquer coisa.

De alguém disse que para ele as figuras dos sonhos tinham o mesmo relevo e recorte que as figuras a vida. Para mim, embora compreendesse que se me aplicasse frase semelhante, não a aceitaria. As figuras dos sonhos não são para mim iguais às da vida. São paralelas.
 
NON VADO A TROVARE NESSUNO NON FREQUENTO ALCUNA SOCIETÀ


Non vado a trovare nessuno, non frequento alcuna società — né dentro i salotti, né dentro i caffè. Farlo sarebbe sacrificare la mia unità interiore, arrendersi a conversazioni inutili, rubare tempo quantomeno ai miei ragionamenti e ai miei progetti, se non altro ai miei sogni, che sono più belli delle chiacchiere altrui.
Mi devo all’umanità futura. Quanto di me sprecherei è il patrimonio divino possibile degli uomini di domani; ridurrei la felicità che potrei dargli e ridurrei me stesso, non solo ai miei occhi reali, ma agli occhi di Dio.
Può non essere così, ma sento il dovere di crederlo.
 
NÃO FAÇO VISITAS NEM ANDO EM SOCIEDADE ALGUMA


Não faço visitas, nem ando em sociedade alguma – nem de salas, nem de cafés. Fazê-lo seria sacrificar a minha unidade interior, entregar-me a conversas inúteis, furtar tempo senão aos meus raciocínios e aos meus projectos, pelo menos aos meus sonhos, que sempre são mais belos que a conversa alheia.
Devo-me a humanidade futura. Quanto me desperdiçar desperdiço do divino património possível dos homens de amanhã; diminuo-lhes a felicidade que lhes posso dar e diminuo-me a mim-próprio, não só aos meus olhos reais, mas aos olhos possíveis de Deus.
Isto pode não ser assim, mas sinto que é meu dever crê-lo.
 

 
NON HO MAI CUSTODITO GREGGI

Non ho mai custodito greggi
ma è come se li custodissi.
La mia anima come un pastore
conosce il vento e il sole
e va mano a mano con le stagioni
a seguire e a guardare.
Tutta la pace della natura senza gente
viene a sedersi accanto.
E io divento triste come un crepuscolo
per la nostra immaginazione
quando raffresca in fondo alla pianura
e si sente la notte entrare
dalla finestra come una farfalla.

Ma la mia tristezza è quieta
perché è naturale e giusta
ed è ciò che nell’anima deve esserci
quando essa pensa d’esistere
e le mani colgono fiori senza che se ne accorga.

Come uno scampanellio di sonagli
oltre la curva della strada,
i miei pensieri sono contenti.
Solo mi dispiace sapere che sono contenti,
perché se non lo sapessi
invece d’essere contenti e tristi,
sarebbero allegri e contenti.

Pensare è spiacevole come andare nella pioggia
quando il vento cresce e sembra piovere di più.

Non ho ambizioni né desideri
essere poeta non è una mia ambizione
è il mio modo di stare solo.

E se desidero a volte,
per divagare, essere un agnellino
(o tutto il gregge
a sparpagliarmi nella costa
ed essere al contempo tante cose felici)

è solo perché sento ciò che scrivo al crepuscolo
o quando una nuvola passa la mano sulla luce
e corre un silenzio attraverso l’erba.

Quando mi siedo a scrivere versi
o, passeggiando per sentieri e scorciatoie,
scrivo versi su un foglio che è nel mio pensiero,
sento un vincastro tra le mani
e vedo un ritaglio di me
in cima ad un’altura,
tenere d’occhio il mio gregge e vedere le mie idee
o tenere d’occhio le mie idee e vedere il mio gregge
e sorridere vagamente come chi non comprende
ciò di cui si parla e vuole fingere di comprendere.
Saluto tutti quelli che mi leggeranno,
togliendomi il largo cappello
quando mi vedono alla mia porta
non appena la diligenza s’eleva in cima alla collina.

Li saluto e gli auguro il sole,
e la pioggia, quando la pioggia è necessaria
e che le loro case abbiano
ai piedi d’una finestra aperta
una sedia prediletta
dove si seggano, leggendo i miei versi.
E leggendo i miei versi pensino
che io sia una cosa naturale ―
per esempio, un albero antico
all’ombra del quale da bambini
si sedevano con un tonfo, stanchi di giocare
e si pulivano il sudore dalla testa accaldata
con la manica del grembiulino a righe.
 
EU NUNCA GUARDEI REBANHOS

Eu nunca guardei rebanhos,
Mas é como se os guardasse.
Minha alma é como um pastor,
Conhece o vento e o sol
E anda pela mão das Estações
A seguir e a olhar.
Toda a paz da Natureza sem gente
Vem sentar-se a meu lado.
Mas eu fico triste como um pôr de sol
Para a nossa imaginação,
Quando esfria no fundo da planície
E se sente a noite entrada
Como uma borboleta pela janela.

Mas a minha tristeza é sossego
Porque é natural e justa
E é o que deve estar na alma
Quando já pensa que existe
E as mãos colhem flores sem ela dar por isso.

Como um ruído de chocalhos
Para além da curva da estrada,
Os meus pensamentos são contentes.
Só tenho pena de saber que eles são contentes,
Porque, se o não soubesse,
Em vez de serem contentes e tristes,
Seriam alegres e contentes.

Pensar incomoda como andar à chuva
Quando o vento cresce e parece que chove mais.

Não tenho ambições nem desejos
Ser poeta não é uma ambição minha
É a minha maneira de estar sozinho.

E se desejo às vezes
Por imaginar, ser cordeirinho
(Ou ser o rebanho todo
Para andar espalhado por toda a encosta
A ser muita cousa feliz ao mesmo tempo),

É só porque sinto o que escrevo ao pôr do sol,
Ou quando uma nuvem passa a mão por cima da luz
E corre um silêncio pela erva fora.

Quando me sento a escrever versos
Ou, passeando pelos caminhos ou pelos atalhos,
Escrevo versos num papel que está no meu pensamento,
Sinto um cajado nas mãos
E vejo um recorte de mim
No cimo dum outeiro,
Olhando para o meu rebanho e vendo as minhas ideias,
Ou olhando para as minhas ideias e vendo o meu rebanho,
E sorrindo vagamente como quem não compreende o que se diz
E quer fingir que compreende.
Saúdo todos os que me lerem,
Tirando-lhes o chapéu largo
Quando me vêem à minha porta
Mal a diligência levanta no cimo do outeiro.

Saúdo-os e desejo-lhes sol,
E chuva, quando a chuva é precisa,
E que as suas casas tenham
Ao pé duma janela aberta
Uma cadeira predileta
Onde se sentem, lendo os meus versos.
E ao lerem os meus versos pensem
Que sou qualquer cousa natural –
Por exemplo, a árvore antiga
À sombra da qual quando crianças
Se sentavam com um baque, cansados de brincar,
E limpavam o suor da testa quente
Com a manga do bibe riscado.
 
PREGHIERA

Signore, la notte viene e l’anima è vile.
Tanto fu lo sconquasso e la bramosia!
Ci rimane oggi nel silenzio ostile
il mare universale e la nostalgia.

Ma la fiamma, che la vita in noi creò,
se ancora ha vita, ancora non è spenta.
Il freddo morto in cenere la occultò:
la mano del vento può darle altra spinta.

Dia il soffio, la brezza – rovina o trepidanza –
affinché la fiamma dell’ardire venga in mostra,
e conquisteremo di nuovo la Distanza –
del mare o un’altra, ma che sia la nostra!
 
PRECE

Senhor, a noite veio e a alma é vil.
Tanta foi a tormenta e a vontade!
Restam-nos hoje, no silencio hostil,
o mar universal e a saudade.

Mas a chamma, que a vida em nós creou,
se ainda há vida ainda não é finda.
O frio morto em cinzas a ocultou:
a mão do vento pode erguel-a ainda.

Dá o sopro, a aragem – ou desgraça ou ancia –
com que a chamma do esforço se remoça,
e outra vez conquistemos a Distancia –
do mar ou outra, mas que seja nossa!
 
NON BASTA APRIRE LA FINESTRA

Non basta aprire la finestra
per vedere i campi e il fiume.
Non basta non essere ciechi
per vedere alberi e fiori.
È necessario anche non avere alcuna filosofia.
Con la filosofia non ci sono alberi: ci sono solo idee.
C’è soltanto ognuno di noi, come una caverna.
C’è soltanto una finestra chiusa e il mondo là fuori;
e un sogno di ciò che si potrebbe vedere se la finestra s’aprisse,
che mai è ciò che si vede quando la finestra s’apre.
 
NÃO BASTA ABRIR A JANELA

Não basta abrir a janela
para ver os campos e o rio.
Não é bastante não ser cego
para ver as árvores e as flores.
É preciso também não ter filosofia nenhuma.
Com filosofia não há árvores: há ideias apenas.
Há só cada um de nós, como uma cave.
Há só uma janela fechada, e todo o mundo lá fora;
e um sonho do que se poderia ver se a janela se abrisse,
que nunca é o que se vê quando se abre a janela.

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Una vita in scrittura: Franca Alaimo

18 mercoledì Mag 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

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Franca Alaimo, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto Franca Alaimo che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Franca.

La mia mamma adottiva era una maestra e amava molto la poesia, tanto da avere l’abitudine di commentare eventi e stati d’animo con i versi dei suoi poeti più amati, specialmente Dante, Carducci e Pascoli. Pochi giorni dopo essere entrata nella mia nuova casa (erano gli inizi degli anni cinquanta del secolo scorso), lei pensò di organizzare una festa per presentarmi ai parenti, e, allo scopo di sbalordirli, mi fece recitare una poesia addirittura in lingua francese, che in seguito scoprii essere di Prévert. Fu un vero successo al punto che i figli della più cara amica di mamma, Alfonso e Gino, ogni domenica d’estate mi venivano a prendere con la loro giardinetta e mi portavano a Isola delle Femmine, dove un loro amico aveva aperto un ristorante, perché recitassi alcune poesie per i clienti abituali con quel sentimento appassionato che li aveva tanto conquistati. Zino e Alfonso mi sollevavano fin su un allto ripiano di ferro, e da lì io declamavo tre o quattro poesie, accompagnandole con una vivace gestualità.
Quando, nei giorni di vento, udivo alle spalle il rumore del mare come uno strumento a fiato che suonasse un pezzo musicale, alzavo la voce immaginando di gareggiare con esso. In quei momenti non percepivo nient’altro che le vibrazioni sonore che mi uscivano dalla gola e dopo si spegnevano, uno dopo l’altro, nell’aria odorosa di salmastro. E a volte mi sembrava di andare in un luogo magico e lontanissimo, da dove mi richiamavano gli applausi dei commensali. Già allora percepii di sfiorare qualcosa anche di doloroso, che probabilmente avrei dovuto, in seguito, sopportare da sola. In altre parole, la poesia mi aveva da subito fatto capire l’importanza dei suoni al di là dei significati che, a quell’età, spesso non riuscivo a cogliere.
Naturalmente, in ogni occasione in cui fosse necessario recitare qualche poesia, a scuola per le recite di fine anno, o in parrocchia a Natale e a Pasqua, ero sempre io quella che aveva il compito di recitare versi, e ne ero orgogliosa.
Un pomeriggio – frequentavo la quinta elementare – scrissi una poesia ispirata agli eroi del Risorgimento e la mattina dopo la feci leggere alla mia maestra, Domenica Papuzza, la quale mi diede la prima grande e mai più dimenticata lezione: che non bastava allineare belle parole e fare le rime, ma ispirarsi ad emozioni vere ed evitare al massimo la retorica. Però aggiunse che, secondo lei, avevo talento e mi esortò a non smettere di scrivere versi..
Mio padre, intanto, aveva ricevuto l’incarico di gestire la biblioteca del Circolo dei sottoffuciali e, siccome amavo stare con lui, quasi ogni mercoledì lo seguivo e non c’era volta che non mi portassi qualche libro – scelto a caso per via della bella copertina o della suggestione del titolo o del nome dell’autore – da leggere a casa, dopo avere finito i compiti. Cominciai così a conoscere tanti personaggi straordinari come Don Chisciotte, Ofelia, il principe Myskin di Dostoevskij: forse , allora, non potevo capirli profondamente, ma li intuivo e mi commuovevano, e soprattutto mi convincevo che, da grande, mi sarei dedicata alla scrittura perché, attraverso essa, avrei potuto portare fuori tutte quelle cose che mi stavano nel profondo dell’anima e che chiedevano di essere dette per turbarci e consolarci allo stesso tempo, come avrei compreso dopo.
Durante i tre anni frequentati nella Scuola Media Protonotaro, sempre a Palermo, incontrai un’insegnante che pretendeva la memoria di tutte le poesie studiate in classe. Fu questo esercizio a farmi comprendere l’importanza della disposizione delle parole, l’effetto soprendente e incantevole delle figure retoriche, di certi accostamenti, che davano nuova vita e significato a termini logorati dall’uso. In questo modo, poco alla volta, constatavo come il linguaggio poetico fosse un altro modo di raccontare la vita e il mondo.
Ero ancora un’adolescente – siamo già negli anni sessanta – quando, spinta dalle forti emozioni provocate dal mio primo innamoramento, cominciai a scrivere poesie d’amore, imitando più o meno inconsapevolmente Neruda. Mi accorsi che scrivere versi mi piaceva molto così come leggerli, tanto che divorai tantissimi libri di poesia, innamorandomi di Rilke, Eliot, Emily Dickinson, Pound, Ungaretti, Saba, Campo, gli autori greci e latini, specialmente Lucrezio, e moltissimi altri.
Durante la frequentazione della Facoltà di Lettere classiche, a Palermo, accadde la contestazione del ’68 che diede uno scossone violento alla mia vita personale e alla mia formazione culturale. Cominciai a studiare i poeti dell’Avanguardia russa, a interessarmi degli sperimentalisti italiani, di movimenti letterari e autori fortemente ideologizzati. Cominciai a seguire i poeti dell’Antigruppo siciliano e ascoltai alcuni recital tenuti nelle piazze, nelle fabbriche, ma vi aderii ufficialmente tardi, quando era stato già superato da un nuovo assetto economico-sociale, sopravvivendo alle sue ceneri. Fu proprio Nat Scammacca, anima della protesta, a curare l’edizione del mio primo volume di poesia: Impossibile Luna: era l’anno 1991.
Da allora ho pubblicato più di venti sillogi (la più recente è 7 poemetti, edita con LibriPoesia di Cati nel gennaio dell’anno in corso), tre romanzi e tantissime schede critiche per varie riviste: L’Involucro di Pietro Terminelli e Spiritualità & Letteratura di Tommaso Romano, che mi hanno permesso di conoscere tantissimi scrittori con molti dei quali si è stabilto un forte legame d’amicizia: penso a Franco Loi, Mario Specchio, Barberi Squarotti, Luciano Luisi, Mario Luzi, Renzo Gherardini, Silvano Panunzio, Maria Grazia Lenisa, Gianfranco Draghi, Peter Russell (di cui ho tradotto due sillogi dall’inglese), che purtoppo non sono più, ma dei quali conservo la corrispondenza epistolare.
Oggi, grazie ad Internet, ho stabilito una rete molto ampia di conoscenze ed amicizie bellissime a cui si aggiungono giorno dopo giorno sempre altri nomi; ed ovviamente, abitando a Palermo, ho frequenti incontri con gli autori che vi operano, tra i quali: Martinez, N. Romano, Giunta, Bonfiglio, Peralta, Lombardo, Balistreri, Sant’Angelo, Camassa, Luzzio, Sardisco, Grato e tantissimi altri. Seguo con molta gioia gli autori giovani, quelli che avranno il compito di proiettare l’arte poetica nel tempo che sarà vuoto di me: Castrovinci, Prestileo, P. Romano, Schirò, De Lisi e così via.
Sebbene abbia già scritto tanto, non credo di poter dire che la mia lingua abbia raggiunto la sua forma definitiva: penso, infatti, che la lingua debba crescere insieme al poeta e ai mutamenti dei tempi che attraversa. Desidero aggiungere altri capitoli alla mia storia d’amore con la poesia e, come sogno, i più importanti.

Franca Alaimo

 

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“Memorabilia”. Un racconto di Luca Cassarini

17 martedì Mag 2022

Posted by LiminaMundi in LETTERATURA, Novelle trasversali

≈ 1 Commento

Tag

Luca Cassarini, Memorabilia, racconto

Su questo blog esiste già da tempo “Versi trasversali”, una rubrica dedicata alla poesia segnalata alla redazione. In questa rubrica, sotto l’egida dello slogan “la poesia è anche incontro”, sono proposte le poesie di autori che incontrano il blog. Mancava un’analoga rubrica per le novelle e, poiché non possiamo trascurare una così antica forma espressiva, ecco la nostra “Novelle trasversali”, dove il blog Limina mundi incontra la forma del racconto.

Wassily Kandinski, Studio di colore: quadrati con cerchi concentrici

Il logo di questa rubrica è il dipinto di Kandinsky Studio sul colore. Nell’opera una serie di cerchi concentrici di svariate cromie sono racchiusi ciascuno in un quadrato. Questa scelta ben rappresenta l’arte del racconto. Ogni racconto, nella sua completezza, fa quadrato a sé, le diverse cromie della narrazione provocano percezioni/emozioni diverse, l’insieme dei racconti forma un quadro antologico nell’articolata geometria degli incontri con gli autori segnalati alla redazione.

Nella rubrica Novelle Trasversali oggi presentiamo un racconto di Luca Cassarini

MEMORABILIA

“Il peso più grande. Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni cosa indicibilmente piccola e grande della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso“

(Friedrich Nietzsche, La gaia scienza)

Quel giorno era uscito presto, per poter battere nuovi sentieri nel bosco subito fuori città. Camminava svelto: aveva avuto sempre fretta nella vita, voglia di bruciare le tappe, emergere, tenere tutti sotto di sé e lui primo in ogni cosa, in ogni dove. L’idea di prendersi una mezza giornata libera da ogni impegno gli era venuta dopo l’ultimo bilancio economico della sua vita. Lo faceva praticamente ogni volta dopo che si era scolato un bicchiere di troppo o aveva litigato con una qualche donna della sua vita. Quando capitava una di queste due condizioni, andava nel suo studio, esaminava l’andamento della borsa oltreoceano, ingollava un altro drink energetico e si dedicava alla masturbazione mentale considerando l’evoluzione degli stock option e dei future sul mercato eurasiatico. Ma quando si era accorto che crollavano i mercati e la sua misera esistenza, tutti e due assieme e in una volta sola, si era dunque deciso a fare una cosa nuova. Di suo, la giudicava diversa e adrenalinica: scappare altrove. Fight, flight or freeze: aveva scelto la seconda opzione, ovvero fuggire.

Aveva cercato sul web “consigli spiccioli per cambiare la propria esistenza in dieci passi”, finché non si era imbattuto in un forum ad hoc, uno di quelli in salsa new age tanto cari ai boomers come lui. Questo sito web dava poche e semplici indicazioni per abbandonarsi il passato alle spalle e staccare dal logorio della vita moderna: una scampagnata in montagna, una gita fuori porta, cosa che nella sua testa equivaleva ad un allontanarsi dagli altri per non trovare più se stesso, ma erano punti di vista, visto che nel forum assicuravano che, così facendo, sarebbe stato possibile riappropriarsi della propria identità, rassicurare il proprio cervello rettiliano, agevolare gli istinti famelici del proprio poppante interiore. Non era proprio scritto così, ma questi ultimi erano stati i propri pensieri, ed aveva ridacchiato ripensando all’espressione “cervello rettiliano” e “infante interiore”.

Tra parentesi, si potrebbe tratteggiare un po’ meglio la figura di quest’uomo, che manterremo anonimo visto che molti potrebbero ritrovarsi in costui e così si eviterà il rischio di esser chiamati con nome e cognome, come a scuola durante l’appello o – peggio ancora – le interrogazioni. Insomma, tornando alla storia: lui, cinquantenne esperto di economia ma meno di gestione domestica, belloccio ma non affascinante, era ancora scapolo per scelta altrui, si era concesso donne bellissime pagando cifre assurde, aveva spesso deciso di vivere al di sopra delle sue possibilità negli anni di mezzo; poiché a tutto c’era un limite, aveva scelto di non superarne troppi, di limiti, e si era infine rassegnato ad una vita solitaria, complice il suo carattere, il suo lavoro, i suoi interessi ereditati da bambino. Ma il suo carattere era il suo destino, ovvero la testardaggine di fare da solo ciò che più desiderava in quel momento. Detto, fatto. Appunto.

***

Lo scarto del terreno era stato fatale. Mettere il piede in fallo, inseguendo chimere e farfalle, scivolare nel dirupo, lanciare un mezzo grido che nessuno raccoglierà, al più verrà sbertucciato dagli animali del bosco o si infrangerà contro le rocce avide di sole. Il sole gli picchia il corpo, gli brucia la fronte, e forse quello gli consente di racimolare i suoi ricordi, quel sole abbacinante lo riportava indietro nel tempo, ad un periodo lontano. Quando stava bene. Si stava meglio quando si stava peggio, insomma.

Doveva avere sette oppure otto anni, l’unica cosa che ricordava con certezza era che sarebbe giunta un’estate davvero calda, preannunciata dal frinire continuo, asfissiante, delle cicale. Notte o giorno, quel loro cicaleccio di comare lo rendeva per un verso felice – per tanti motivi: la scuola finita, gli amici da vedere al mare, il senso di libertà a carezzargli la pelle implume; per l’altra malinconico – per molteplici ragioni: la città che si svuotava, il sudore che appiccicava lenzuola e vestiti alla pelle, la solitudine della canicola o della notte infame. Tuttavia era ancora giovane e presto avrebbe capito che il suo animo non l’avrebbe mai reso poeta. Semplicemente, fuori tempo rispetto agli altri, ma quello scarto minimale, se solo avesse voluto lo avrebbe potuto recuperare in fretta e tutte le sue malinconie e paturnie accantonare nel bidone dei brutti ricordi o dei dettagli insignificanti. Invece aveva deciso di fare altrimenti: abbracciare quel senso di esclusività e farselo pulsare nelle vene, respirarlo appieno, assaporarlo del tutto, fino in fondo, addentando la vita al midollo come altri prima di lui gli avevano consigliato. Ecco tutti soddisfatti: lui, che coltivava pazientemente il suo dolore, gli altri che ciondolavano la testa pensando che era un bambino fragile, sensibile, difficile, tosto, intelligente, sopra le righe, eccetera eccetera.

Poi era arrivata la realtà con tutta la sua durezza. Se crescere, se la stessa adolescenza etimologicamente era una sofferenza, bene: lui aveva risposto appieno a questo mandato; i tiepidi sogni avevano dovuto far posto a cocenti delusioni. Sii concreto, ché la vita è anche lacrime e dolore. Già, proprio vero. Abstine et substine, come dice Seneca o chi per lui. Dagli antichi c’è sempre da imparare qualcosa: è la saggezza di chi ha vissuto ed ha la bisaccia piena di rimpianti. Questi i consigli di qualche vecchio del paese. Non era stato abbastanza, per lui, abbracciare le bonarie rassicurazione di vecchi, ubriachi e saggi: aveva cercato conforto nella religione, affidando i suoi crucci ad un sacerdote dalla faccia severa. Guarda l’immagine di Gesù che sulla Croce distende le sue braccia come dire, “sì, accolgo questo dolore in me, cosicché possa esser cancellato il peccato originario dell’Uomo e portare nuova linfa per coloro che verranno…”, le parole del prelato distratto. Ecco, se n’era andato lasciando il prete sproloquiare sui concetti teologici e la giustificazione del perché ci fosse il male sulla Terra. Applicava ragionamenti più concreti, lui: il male c’era perché le persone non si comportavano bene, si odiavano l’un l’altra, volevano giungere al primo posto quando il posto era uno solamente e i pretendenti milioni di milioni, come le stelle di una famosa pubblicità, e forse era più buono pane e salame che le noiose lezioni di catechismo.

I suoi genitori ad un certo punto lo avevano ritirato dalla Parrocchia, per il semplice motivo che due brutte notizie si affaccendavano all’orizzonte, scure come un temporale: marito e moglie si stavano separando e la famiglia in frantumi cambiava città, un poco come un vaso che cade a terra ed i cocci finiscono sparsi da tutte le parti. Si può dire che le due cose non fossero consequenziali, cioè il divorzio e l’abbandono della città, sarebbero accadute entrambe o una soltanto o nessuna. Sta di fatto che l’ultimo giorno di Catechismo lui non salutò nessuno e nessuno lo salutò, non perché fosse antipatico, ma semplicemente perché non lo si notava, una di quelle persone che in un elenco rimangono sempre dimenticate, o per ultime, o aggiunte infine, ma solo come gesto di cortesia. L’unica cosa che gli sarebbe rimasta impressa sarebbero stati i capelli rossi di una ragazzina della sua stessa età, ma la giovane non era italiana e lui era troppo timido per tentare approcci amichevoli, per cui quell’immagine rossiccia sarebbe svanita dalla sua mente, come rimasuglio un semplice nome, ben altre cose avrebbero occupato i suoi pensieri, negli anni a venire. La vita gli avrebbe imposto un percorso obbligato, come quel sentiero contraddistinto da tanti paletti nel terreno montano che aveva intrapreso malvolentieri. Ligio al dovere, aveva abdicato ai suoi sogni per dare mandato ai bi-sogni: crescere. Guadagnare. Diventare qualcuno. Qualcuno ma chi? Ecco il motivo per cui, ad un certo punto, in un certo qual modo, aveva scelto di uscire dal seminato. Il terreno scosceso, la sorpresa improvvisa, la caduta nel dirupo, la botta, la frattura. E poi, la necessità di aggrapparsi a qualcosa – qualunque cosa – fino a quel gioco di associamenti automatici, per cui….

…ecco ripresentarsi alla sua vista quell’ampia macchia rossa, lungo tutta la gamba, segno tangibile di animale ferito, maschio sulla cinquantina, altezza nella media, leggermente stempiato, amante delle belle donne e delle buone bevute solitarie. Essa occupa tutto lo spazio nello shock del momento, mentre cerca di risolvere il problema alla meno peggio, azzardando una qualche benda, un qualche laccio emostatico. In qualche modo ce la fa, è abbastanza versatile, tutto sommato. Con sollievo, nota che la ferita si è rappresa, scurita. Il dolore lancinante è stato sedato dallo scarico di adrenalina, ma sa che cesserà anche quello e, come dopo una sbornia, soffrirà indicibilmente. Non vede l’ora. Forse ha delle ossa rotte, non riesce a muoversi. Lascia il fardello del suo zaino. Gli torna in mente quella faccia antica, lontana. ”Klara, si chiamava Klara.”, pensa contando gli steli d’erba rinsecchita, le zampe di un insetto morto, immaginandosi tumulato sotto la terra fertile, immobile e crocifisso come quello scarabeo rimasto pancia all’aria. Se fosse notte conterebbe le stelle in cielo, il sole non è ancora calato, teme possa calare il silenzio sulla valle e passare l’ultima notte in balia della fortuna.

Puerilmente, decide di alzare una stupida preghiera alle divinità del cielo. Che tutto questo finisca presto, il suo penultimo desiderio. Non avviene alcuna epifania. Grida, ma nessuno può ascoltarlo. E lui lo sa. Grida più forte. Vuole che per lui quel momento possa essere memorabile, indimenticabile, assoluto: il suo ricordo migliore, dopo una vita passata invano.

Luca Cassarini
https://scrittureartigianali.wordpress.com/

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“Non so se ho scritto troppo sull’amore” di Antonio Bianchetti, Quaderno dell’Àcàrya n°55, 2022. Una lettura di Rita Bompadre.

16 lunedì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Antonio Bianchetti, Non so se ho scritto troppo sull'amore, Rita Bompadre

 

“Non so se ho scritto troppo sull’amore” – un altro passaggio dai giardini di ponente – di Antonio Bianchetti (Quaderno dell’Àcàrya n° 55, 2022 pp. 160 € 14.00) è una raccolta poetica che celebra la grande capacità d’amare e irradia l’intensità di una luce infinita e di una visione del mondo in cui la bellezza, la corrispondenza spirituale, l’estensione delle emozioni sono l’incarnazione della prospettiva umana del bene. Antonio Bianchetti condivide la sintonia emotiva e l’inesauribile essenza della poesia, indica la connessione del cuore, oltrepassa le distanze terrene, orienta la sostanza e la radice dell’incisività universale dei sentimenti. Il poeta spiega l’efficacia espressiva della malinconia, concentra nelle pagine l’esposizione esistenziale della nostalgia, traccia l’incessante ritmo della corrente del tempo. La struttura elegiaca dei testi si compone della direzione esclusiva dei punti cardinali, conduce l’elemento simbolico del cammino in una traiettoria sensibile per riportare alla memoria gli scenari di un viaggio interiore, per orientare il passaggio delle contraddizioni impulsive della vita, per osservare e determinare la passionale frequenza della sfera affettiva. La poesia di Antonio Bianchetti declina la validità generatrice della viva dedizione alla ragione del cuore, rinnova la componente metafisica e spirituale della quotidiana intimità, evidenzia la sintonia e la complicità mentale nei confronti dell’incondizionata meraviglia dell’anima, la definizione della magica confidenza della sensualità, il principio decifrabile dell’innamoramento. Il legame indivisibile con l’universo carezzevole dell’amore avvicina alla necessità fortunata dell’eredità romantica, allo sconfinato, imponderabile segreto dell’eternità, traduce il contenuto corporeo delle avversità, affronta gli ostacoli impenetrabili delle incomprensioni e le difficoltà dei silenzi arrendevoli. L’assenza subita identifica l’inevitabile inquietudine e la profondità del disorientamento, ma regala anche lo strumento indispensabile per riconoscere la propria consapevolezza e difendere la propria esperienza nella previsione straordinaria di una sfida individuale, nel sostegno compiuto di un distacco e di una successiva, nuova vicinanza. Antonio Bianchetti non ha scritto troppo sull’amore, ha comunicato il suo inno alla vita, accolto la fragilità pulsante del ricordo, concesso la continuità della presenza amata nello spazio inesauribile della speranza. Non ha mai allontanato l’affermazione del futuro, ha percorso il destino presente per non dimenticare l’elogio della fiducia nella rinascita, la provenienza delle stagioni dell’esistenza, scandite dal dinamismo dell’equilibrio introspettivo dei desideri. Il libro è impreziosito dalle suggestive fotografie del mosaico con la rosa dei venti impresso sul lago di Como, a simbolo dell’intuizione delle coordinate spazio temporali, nel saggio significato della guida e nella protezione della forza di volontà. Nella chiave di lettura del percorso il poeta incontra l’incanto dell’arte elegiaca, percorre la spontaneità, la dolcezza e la gratitudine dell’ascolto, in linea con la gentilezza e la generosità concesse a ogni destinazione della passione.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

BALCONE VISTA MARE

 

Questo orizzonte ci sorprende

fin dove lo sguardo

incontra il respiro

della vastità

 

e su quello che si avrà

il panorama vissuto

ci rinnova gli auguri

fin dove possiamo vedere

oltre il confine

di un giorno

al di là

dei nostri giorni futuri

 

IL SERVITORE MUTO

 

Ho posato gli occhi

sopra la fine del giorno

che ricomponi piano

insieme al vestito

accarezzato

dolcemente con la mano

insieme alla premura

di fare un po’ di ordine

dentro a queste ore buie

 

Poi ci fermiamo a guardare

come se questo panorama

fosse ancora

un orizzonte da indossare

come se la notte

non volesse mai arrivare

messa da parte

insieme agli ultimi indumenti

 

Lasciata sola nell’eternità

di questi pochi gesti

insieme ai colori

dei nostri movimenti

 

 

EPITAFFIO

 

Parlavamo sempre dell’eternità

ma ora il nostro cielo

ha misure troppo piccole

per ascoltarti

troppo grandi

per cercare di abbracciarti

 

LA VITA È UN’IPOTESI BELLISSIMA

 

Non è la sera

che respira d’ombra

una solitudine diversa

ma luce che non tramonta

dentro

negli angoli di un mondo

dove cercarti è sogno

aria

e altro ancora

E sono tanti i nomi

che daremo al buio

se il nostro sole

non si fosse fermato

per essere nel cuore

un altro mattino da ricostruire

 

La vita è un’ipotesi bellissima

 

tutto il resto

è amore che ci sfugge

e sorge ancora

dentro

 

UNA FORZA MAI ARRESA

 

Qualcuno mi darà da bere

e l’alba mi giudicherà

se il viaggio ricompone

giorno e notte

in questo errare

dentro una certezza

 

La dolcezza sarà

come il bacio del crepuscolo

diviso

nella moltitudine di questa attesa

per ogni aurora che vedrà

un altro andare

 

Insieme ai venti sceglierò i semi

di una forza mai arresa

verso l’aria di levante

per dire al sole

che germoglierò

come ad ogni primavera

 

per dire al tempo

che ritornerò

prima della mia sera

 

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Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “L’immagine” di José Pedro Bellán

12 giovedì Mag 2022

Posted by emiliocapaccio in Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Idiomatiche, LETTERATURA

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Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Emilio Capaccio, José Pedro Bellán, L'immagine, Racconti, TRADUZIONI

U R U G U A Y

L’IMMAGINE

(1914)

José Pedro Bellán (1889-1930)

Traduzione di Emilio Capaccio

È stato drammaturgo, per il quale è maggiormente conosciuto, insegnante in varie scuole e corsi serali, scrittore, politico, esponente del partito “Colorado”, uno dei partiti politici che ha governato per più anni il paese. È stato deputato dal 1926 al 1930. Ha fatto parte del movimento artistico e letterario che ha dato vita, nella città di Montevideo, alla rivista “Bohemia”, pubblicata dal 1908 al 1910, diretta da Louis Alberto Lista e, in seguito, da Edmundo Bianchi. Le sue opere teatrali e le sue raccolte di racconti rispecchiano in prevalenza la corrente del realismo con grande capacità di introspezione dei personaggi, affrontando tematiche attinenti il puritanesimo, il ruolo della donna, l’educazione cattolica, e la cultura borghese. In generale, i personaggi di Bellán, spesso, si fanno portatori di conflitti interiori che scaturiscono dal nuovo modello spaziale di aggregazione sociale, che è la grande città, degli inizi del ‘900 a scapito dell’ambiente rurale. Il racconto proposto è tratto da una delle prime raccolte: “Huerco”.

In una delle ultime casette del barrio dei pescatori, quasi sulla riva del mare, il vecchio Leopoldo, settantenne, fuma la pipa carica di virginia (1). Davanti a lui, la moglie del figlio, pungolata da un pensiero tenace, rammenda una calza grigia bucata sul tallone. Restano così per molto tempo: muti, senza guardarsi, come se fossero soli. Certamente hanno lo stesso pensiero.

La tempesta non si ferma. Per tre ore ha sconquassato il barrio e lo ha riempito di paura.

Il mare è una tempesta immensa che stordisce. I suoi promontori d’acqua durano per un istante, convulsi, inquieti, poi crollano nello stesso momento. Sembrano ribollire.

Tutte le barche sono tornate fuorché una.

— Maria ci mette troppo, dice Leopoldo, rompendo il silenzio.

Si riferisce alla nipote di dieci anni, una bella bambina con gli occhi azzurri, bianca e delicata. L’hanno mandata già tre volte a chiedere notizie e per tre volte ha cercato i compagni di suo padre, i pescatori salvi, implorandoli di riferire qualche informazione, anche la più semplice, la più insignificante.

Quando è tornata, ha risposto nello stesso modo delle volte precedenti.

— Nessuno sa niente… nessuno lo ha visto.

Si è seduta vicino al tavolo e vi si è appoggiata. Le sue piccole mani esangui si sono congiunte come in preghiera.

La scena si è ripetuta. L’immagine fredda del raccoglimento stretto alle cose ha permeato la stanza. È passato un po’ di tempo.

Leopoldo parla di nuovo. La sua voce si fa inquieta e spaventa.

— Questo vento!

Elena ascolta con ansia. Poi, spinta dai suoi pensieri, domanda:

— Quanti erano nella barca?

— I soliti. Lui e i due ragazzi.

Si ferma. Poi sbotta:

— Una volta sono quasi annegato.

Elena chiede con interesse:

— E come vi siete salvato?

— Ascolta tu stessa. Era notte. Il vento si infilava tra il velame in una maniera tale che ebbi paura avrebbe rovesciato la barca. Allora mi legai a essa, annodai le corde agli anelli e, non potendo sciogliere le vele, le squarciai con il coltello. In seguito, stemmo più di sette ore sulla barca, come su una boa alla deriva. Un vaporetto ci soccorse.

— Se solo Renato avesse quest’idea – dice Elena, con l’immaginazione che corre.

— Sì… lui sa di queste cose…

Elena non pensa che lui lo sappia; ha dato uno sguardo attento al suo passato e non ricorda che Renato abbia mai parlato di qualcosa di simile. Da ciò intuisce che non saprebbe salvarsi e un’angoscia più grande le preme sulla gola. In tutto questo, la bambina sembra addormentata sul tavolo.

Senza rendersene conto, Elena giunge a una crudele tenerezza. Esclama tristemente:

— Povero Renato… ricordate quando vi siete andato in collera con lui? Nessun figlio si sarebbe comportato così.

— È vero ragazza, avete ragione. Ricordo anche che in seguito ho pianto per la prima volta. Che cuore!…

Elena continua:

— Non se la prende mai per niente. Vedeste la guerra che gli fece mio padre. Tuttavia, dopo che ci siamo sposati, Renato non ha smesso di fargli favori. Se n’è preso cura e lo ha mantenuto. Si può dire che mio padre ha vissuto a sue spese.

Ora non riesce a trattenersi. Emette un singhiozzo.

— Andiamo ragazza; non c’è motivo di piangere…

Entrambi si fanno silenziosi per paura di farsi prendere troppo dall’inquietudine. Leopoldo afferra un palangaro e lo svolge quanto gli consente lo spazio intorno a lui. Dopo lo rimette a posto, controllando amo dopo amo, sughero dopo sughero. Qualcosa di strano passa attraverso il palangaro, tra le sue dita febbrili.

Elena mette da parte il rammendo senza rendersene conto. Guarda il vecchio e lo osserva a lungo con ansia, cercando una risposta alla sua muta domanda, insistendo su quel volto rinsecchito che resta tranquillo. È convinta che il vecchio lo sa, necessariamente. Trent’anni in mare, non gli danno il diritto di conoscerlo bene?…

Si alza e prendendolo per le spalle gli dice in una supplica disperata:

— Voi lo sapete… voi lo sapete…

Il vecchio spalanca gli occhi per lo stupore. In quel momento il suo Renato è un ragazzino che ha appena finito di gattonare, che ha disordinato tutto rompendo i ninnoli, che dice, mamma, papà, e che piange quando non lo baciano. Tarda solo pochi secondi per capire cosa vuole quella ragazza. Allora il rude scuotimento gli fa umidire gli occhi, e risponde in modo ottuso:

— Non lo so… come faccio a saperlo?…

Questa volta è lei a usare parole di conforto.

— Ora siete voi che vi ponete male — dice affettuosamente. — Aspettiamo. È possibile che non sia accaduto nulla di grave.

Ma, sentendo che Leopoldo respira violentemente, continua con maggiore tenerezza:

— Calmatevi… vi farà male. E poi… Maria è lì. Se si svegliasse e ci sorprendesse… La povera piccola è felice dormendo.

Leopoldo bacia la ragazza e lei si siede al suo fianco, sfiorandolo quasi con la gonna. Così, messi uno accanto all’altro, si sentono meglio.

Tornano a parlare di Renato. All’inizio lo fanno con animo sereno, con più fermezza. Tuttavia, nel momento in cui i dettagli dei ricordi emergono, un tono commosso sale dalle loro gole.

Parlano di lui come se non esistesse.

Maria li interrompe bruscamente. Dal suo sogno esclama a mezza voce:

— Sì, la barca… la barca… – Poi un grande grido, angoscioso, indefinito.

— Avete sentito? — Dice convulsivamente Elena — Sarà qualche incubo.

— Chi lo sa. Sogna… che cosa sognerà?…

— Dovrei svegliarla?

— No no, lasciatela dormire tranquilla. Sarà felice. Immagino che sogni suo padre!

I due si alzano per osservarla meglio. Elena arriva prima. Una sensazione di freddo le rende difficile la respirazione. Rimane immobile, insieme al vecchio, che patisce la stessa difficoltà. Entrambi sembrano trattenuti da una straordinaria visione.

Leopoldo, con la mano ad artiglio si preme una guancia. La pelle della fronte, in profondi solchi, si stende e la sua bocca resta aperta, anelante, pietosa, come un becco assetato.

A sua volta, Elena mostra una sorpresa lampante. Si regge la fronte e stringe le palpebre, muovendo la testa da un lato all’altro, come se volesse sfuggire ad un’immagine che la investe da ogni parte. Sente le gambe afflosciarsi e cade sulla panca, vicino al tavolo.

Mormora:

— È possibile… solo… solo…!

Regna il silenzio dell’emozione. I due fanno un gesto. Una moltitudine di espressioni appare sui loro volti, con sorprendente rapidità. Terrore, angoscia, veemenza, panico, contentezza, paura, delusione, impotenza, tutto accelerato, fuggente, tutto convulso. Pare che abbiano visto qualcosa di tremendo dalla finestra.

— Che onda formidabile — esclama Elena, come una dissennata. — Lo ucciderà, lo ucciderà! Oh!…

Sta per continuare ma Leopoldo le copre la bocca.

— Zitta… zitta… — e le afferra la testa con entrambe le mani. Il cuore dei due si sente battere con strepitio. Maria continua a dormire nella stessa posizione, con il viso nascosto tra le braccia acciambellate a forma di nido. La candela accesa poco prima da Elena illumina metà della stanza. Un’ombra spessa e irregolare ricade pesantemente sulla testa della bambina.

— La tempesta è più forte lì. Avete sentito?… È più forte lì.

Leopoldo cerca di frenarla per impedirle di dire ciò che vorrebbe dire.

— Ti inganni, ti inganni… – risponde con spontaneità. — Ne so più di te. La barca resiste perché…

Tace, chiude gli occhi, fa uno sforzo mentale e dice con implorante incoerenza.

— No, no; se avesse forza, se potesse ancora…se ha perso i sensi?

Elena abbraccia il vecchio.

— Papà – chiama il suocero — Papà… il mio Renato sta morendo… Guardate, guardate… che colpo di mare… lo ha trascinato dentro.

— Ah! Ah!… uscite fuori…uscite fuori…venite a vedere?

Elena… le sue gambe pendono dalla balaustra. Si regge. E i due, abbracciati più forte, guardandosi negli occhi, continuano fatalmente la narrazione di un fatto che si produce nello stesso istante, a qualche miglio in mezzo al mare.

— Oh… non reggerà…

— Sì… vi dico di sì…

— No, no… oh… come si solleva il mare…

— Cade, cade… si sgonfia…

— La barca è scomparsa, la barca è affondata… dov’è?…

— Appare… l’onda è passata sopra…

— E Renato è lì… ha gli occhi chiusi… è tutto livido.

Elena si scuote con violenza.

— Oh!… che orrore… che bestia grande… terribile… la bocca… la bocca… si avvicina a Renato… mio Dio!…

— Renato… tirati su, tirati su… – grida Leopoldo, come se l’altro potesse sentirlo.

— Se lo prende… se lo prende – esclama Elena — ha ingoiato una gamba… se lo porta… cade in mare… cade in mare…ormai… è caduto… è caduto… è caduto… non si vede più… è affondato… è affondato Renato! Renato… – conclude con voce strozzata e il suo corpo ondeggia come una colonna colpita alla base.

In quel momento, Maria si sveglia. Senza notare fuori sua madre e suo nonno, setaccia la stanza con un’occhiata. Poi, gira per tutta la casa, gridando dolorosamente, chiamando con angosciosa impazienza, come se l’essere che cerca volesse fuggirle con spietatezza.

— Papà… papà…

Un gatto nero sfreccia per la stanza.

(1) Indica per omonimia il tipo di tabacco che viene prodotto nello stato della Virginia negli Stati Uniti d’America.

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Una vita in scrittura: Federica Galetto

11 mercoledì Mag 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

≈ 1 Commento

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Federica Galetto, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Federica Galetto che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Federica.

Non ricordo giorno senza scrittura. Sin dall’infanzia ho amato le lettere dell’alfabeto, soprattutto quelle che ai miei tempi si aprivano sulle pagine dei libri per bambini con volute e riccioli all’apertura di un capitolo. I numeri invece, avevano per me un’attrattiva pari a zero. Dopo varie sperimentazioni grafiche, decisi che la (bella) scrittura dovesse diventare il mio mondo parallelo.

Sebbene amassi scrivere, l’ordine non era certo un mio punto forte e per lungo tempo da bambina mi esercitai stoicamente nel ricopiare le lettere in bella calligrafia, in una ricerca estetica che lasciò andare alla deriva i numeri e i calcoli che mai in vita mia mi furono amici. Nel frattempo, dopo aver letto tutti i libri di gialli per ragazzi di Nancy Drew, i Topolini e le fiabe di Andersen e Grimm, verso i tredici anni mi innamorai di Shakespeare e della lingua inglese, fatto che aprì dentro di me un nuovo capitolo: la Poesia. Questi versi mi folgorarono:


This royal throne of kings, this sceptered isle, This earth of majesty, this seat of Mars, This other Eden, demi-paradise, This fortress built by Nature for herself…


William Shakespeare, Richard II


Iniziai così a scrivere versi, accompagnati sempre dalla lettura, senza la quale mai potei stare. Ma l’interesse per la Poesia, mio primo amore, si affievoli’ quando mi accorsi che la Narrativa rappresentava per me un banco di prova a cui non riuscivo proprio a sottrarmi.

Scrissi dunque molti racconti e articoli per giornali e riviste, mi diplomai in Lingue e là conobbi un’insegnante di Italiano illuminata, che mi sprono’ a continuare a scrivere. In seguito, alla facoltà di Lingue e Letterature straniere di Torino, ebbi poi la fortuna di avere come insegnante di Letteratura Americana, Barbara Lanati, una delle maggiori esperte e traduttrice di Emily Dickinson.

In quel periodo, per esercitare il mio orecchio e la mia mano scrittoria ricopiai a mano per molte volte “Orlando” di Virginia Woolf e buona parte delle opere di Katherine Mansfield, scrittrici a cui devo tutto ciò che sono. Un bel giorno poi vinsi un concorso indetto da Mondadori con un mio racconto, poi pubblicato in una antologia contenente altri racconti finalisti. Da allora non mi sono più fermata. Sebbene la scrittura sia sempre stata un prolungamento di me stessa e non l’abbia mai abbandonata, la vita reale prese per molte volte il sopravvento tentando di distogliermi dallo scrivere. Nel 2010 però, uscì la mia prima raccolta poetica per i tipi di Lietocolle in un momento difficilissimo della mia vita, e da allora non ho più smesso di scrivere e pubblicare Poesia.

A oggi ho all’attivo una decina di libri di versi e un romanzo, uscito nel 2017. Nel tempo, ho compreso che scrivere è la mia vita e che nulla sarei, senza. La vita non è stata troppo buona con me, ma la scrittura mi ha sempre salvata, così come l’Arte e la Bellezza. Attualmente sto scrivendo il mio secondo romanzo.

Federica Galetto

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Mattia Tarantino, “L’età dell’uva”, Giulio Perrone Editore, 2021.

09 lunedì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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L'età dell'uva, Mattia Tarantino

 

Vorrei conoscere il mondo dei morti,

reclamarlo in una lingua senza storia

che non abbia una grammatica, ma possa

avverare tutto ciò che si pronuncia.

 

Mi usano per parlare a chi è rimasto,

vogliono che dica, rovesciandola,

la parola che non hanno mai trovato.

 

*

 

Rovesciata nel sangue una preghiera

indecifrabile rimane nelle vene:

nessuno ha mai saputo pronunciare

la parola con cui inizia: pare venga

dalla lingua dei morti, e rivelata

li farebbe ritornare al nostro mondo.

 

Il segreto è che se bruci

i fiori che ti ho dato troverai

nel fuoco i segni per comporla.

 

*

 

I bambini giocano a intrecciare

le storie dei morti: hanno mille

voci in una sola lingua.

 

Conoscono la linea tra il mondo

e la sua conclusione; intuiscono

che le cose non durano e bisogna

piangere per tutto e per tutto

strillare, agitarsi, poi ridere.

 

*

 

E poi cammini con un cero

sciolto in bocca per ripetere i proverbi

con fatica, e tutti i nomi

comuni delle cose; oppure quelli

che di inverno reciti allo specchio.

 

Sarà che non conosco i segni

né l’Arcano della Luna, e non ho mai

saputo interpretare le stagioni;

 

sarà che ho in gola antichi canti

in una lingua incomprensibile di vento

e di fortuna, tra ostie sparpagliate,

 

ma l’ho stretto il patto con i morti,

esausto nella stanza, con un libro

lasciato sotto al letto, rovinato.

 

*

 

Vedi, non restano che i nostri

frutti sulla tavola:

mia madre che li sbuccia; i loro

nomi che pendono dall’orlo

e cadono tra il pavimento e l’invisibile.

 

Ora all’uva basta un soffio per marcire

in fretta e diventare una preghiera.

 

*

 

Dammi la cenere, la sorte

rovesciata dei morti che ridono

in cerchio attorno al fuoco; che bevono

per varcare ubriachi la soglia.

 

Alla festa non hanno invitato

chi ha sofferto la caduta del cielo;

chi ha corrotto con la lingua la voce

udita alla fine del sabba:

 

un giorno ciò che intendono i morti

a tutti sarà rivelato.

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Alle madri

08 domenica Mag 2022

Posted by Deborah Mega in ARTI, Segnalazioni ed eventi, SINE LIMINE

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Masaccio e Masolino da Panicale, S,Anna Metterza

 

Vergine madre, figlia del tuo figlio – Dante Alighieri

 

Vergine madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta più che creatura,

termine fisso d’eterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura

nobilitasti si’, che ‘l suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura.

 

Nel ventre tuo si riaccese l’amore,

per lo cui caldo ne l’eterna pace

così è germinato questo fiore.

 

Qui se’ a noi meridiana face

di caritate, e giuso, intra mortali,

se’ di speranza fontana vivace.

 

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre

sua disianza vuol volar senz’ali.

 

Gustav Klimt, Le tre età della donna

 

A Mia Madre – Edmondo De Amicis

 

Non sempre il tempo la beltà cancella

o la sfioran le lacrime e gli affanni

mia madre ha sessant’anni e più la guardo

e più mi sembra bella.

 

Non ha un accento, un guardo, un riso

che non mi tocchi dolcemente il cuore.

Ah se fossi pittore, farei tutta la vita

il suo ritratto.

 

Vorrei ritrarla quando inchina il viso

perch’io le baci la sua treccia bianca

e quando inferma e stanca,

nasconde il suo dolor sotto un sorriso.

Ah se fosse un mio prego in cielo accolto

non chiederei al gran pittore d’Urbino

il pennello divino per coronar di gloria

il suo bel volto.

Vorrei poter cangiar vita con vita,

darle tutto il vigor degli anni miei

Vorrei veder me vecchio e lei…

dal sacrificio mio ringiovanita!

 

Edward Munch, La madre morta e la bambina

 

A mia madre – Eugenio Montale

 

Ora che il coro delle coturnici

ti blandisce nel sonno eterno, rotta

felice schiera in fuga verso i clivi

vendemmiati del Mesco, or che la lotta

dei viventi più infuria, se tu cedi

come un’ombra la spoglia

(e non è un’ombra,

o gentile, non è ciò che tu credi)

chi ti proteggerà? La strada sgombra

non è una via, solo due mani, un volto,

quelle mani, quel volto, il gesto d’una

vita che non è un’altra ma se stessa,

solo questo ti pone nell’eliso

folto d’anime e voci in cui tu vivi;

e la domanda che tu lasci è anch’essa

un gesto tuo, all’ombra delle croci.

 

 

 

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~A viva voce~

07 sabato Mag 2022

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Tag

Corpo stellare, Fabio Pusterla

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2022/05/tu-non-lo-sai.m4a

 

Tu non lo sai, ma io spesso mi sveglio di notte,
 
rimango a lungo sdraiato nel buio
 
e ti ascolto dormire lì accanto, come un cane
 
sulla riva di un’acqua lenta da cui salgono
 
ombra e riflessi, farfalle silenziose.
 
Stanotte parlavi nel sonno,
 
con dei lamenti quasi, dicendo di un muro
 
troppo alto per scendere sotto, verso il mare
 
che tu sola vedevi, lontano splendente.
 
Per gioco ti ho mormorato di stare tranquilla,
 
non era poi così alto, potevamo anche farcela.
 
Tu hai chiesto
 
se in basso ci fosse sabbia ad aspettarci,
 
o roccia nera.
 
Sabbia, ho risposto, sabbia. E nel tuo sogno
 
forse ci siamo tuffati.
 
 
 
Fabio Pusterla
 
da “Corpo stellare” ed. Marco y Marcos, 2010

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Guglielmo Aprile, “Sinfonia del mare”, Il Convivio Editore, 2021.

06 venerdì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Tag

Guglielmo Aprile, Sinfonia del mare

 

 

 

Mi parlarono le onde

 

Risuonano tra le onde eco disperse di

altre voci, di uomini

vissuti in altre età, boati e gemiti di

Atlantidi dimenticate, il rombo di

uragani e naufragi

anche se per la distanza smorzato si

prolunga nel rantolo

della risacca che cresce dal largo

e che parla alla spiaggia, e le confessa il

remoto martirio di qualcuno

che si annegò, e di cui si ignora il nome; e

brandelli riemergono

di rotoli e di codici, in un vortice

di spume, avvolti dalle alghe, cocci

alla rinfusa, formule sbiadite

da acqua e sale, di rune e di saghe,

e tavole ma infrante tra gli scogli

e pagine di silice ma in pezzi

con sopra incise e quasi cancellate

le prime leggi e stralci del racconto

di come ebbe origine il mondo;

e sull’acqua prendono forma a volte

i tratti di quello che sembra un volto.

Mare, di fronte a te, sulle tue sponde

a lungo siedo, da solo, in ascolto.

 

Soglia

 

Il mare piange un figlio mai tornato:

ascolta, invoca un nome

e lo ripete a vuoto

fino allo sfinimento, tante volte

quante le onde che fanno al suo grido

una ironica eco,

e andare in cerca sembra

anche se esausto, in una via deserta, da

solo e scalzo, sotto il temporale, di

qualcuno, chiamandolo

a piena voce: implorante orfeo

di un volto che le ombre reclamarono,

troppo presto rapito

da un Averno che ha lungo la battigia la

sua soglia vorace.

 

Rapsodia marina

 

Le galassie raccontano

alle conchiglie il proprio lungo viaggio;

e lui, il mare, raccoglie e poi disperde

l’eco di quella lunga confessione:

 

dissipa sillabe d’alghe e di schizzi

sopra la pergamena delle spiagge,

senza posa versifica

perduti amori e la storia del mondo

 

e quella del gigante senza nome

che espia una certa colpa

da quando in tufo si mutò il suo corpo, in

sbraccianti scogliere;

 

mare, ossesso in catene

che sbraita e strepita, voce straniera

che innalza la propria preghiera

e le distanze scavalca e le ere.

 

“Ama celarsi, parla per enigmi…”

 

Metamorfico mare, ha molte maschere

ma una sola anima: suo è il dono

di mutare, di assumere

 

qualunque profilo, a capriccio,

quando l’onda disegna sulla riva

ora un cavallo, o un’idra, o una fanciulla,

 

ma sempre confonde i suoi esegeti

e dei loro pronostici si beffa,

e il suo vero volto non mostra

 

a chi si affacci sul suo specchio; mare, a

ogni nostro bussare il tuo silenzio è la

sola risposta.

 

L’azzurro rotolo della sapienza

 

Quanto per te è dio, per me è il mare;

è il gelsomino che soffoca quasi

chi il suo alito esali, tanto è dolce,

ed è il fabbro operoso delle ere

che lascia su costoni e rupi traccia

della sua mano d’acque e venti e lave,

è il fremito che percorre il fogliame

ed è il boato che stacca le frane,

il ronzio in mezzo agli steli dell’ape

e l’eco montante delle risacche,

la chiocciola che su un tronco o su un muro

impercettibile all’occhio risale,

la lunghissima marcia dei ghiacciai

che il calcare scavò con la sua unghia

tracciando corridoi, gole dai fianchi

a precipizio invase poi dai laghi,

le piste che i capodogli tramandano

alla ricerca di plancton ogni anno

sulle mappe delle correnti oceaniche,

le orbite che gli infuocati globi

attraverso distanze buie battono;

è come una colorata voragine

che sul proprio orlo srotola una danza

di corpi che un solo brivido infiamma,

è quel trasalimento dello sguardo

che allo scoccare del fulmine segue

o quando spiega il suo incendio il tramonto e

allestisce la sua coreografia

fastosa drappeggiando con le nuvole

vascelli in fiamme; è la prima fonte

di meraviglia e di angoscia di fronte

ad ogni epifania dell’esistenza,

è la terribile magnificenza

che non si sa come chiamare, e a cui tu

dai nome di dio, io di mare.

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Rethorica novissima di Gualberto Alvino. Una lettura di Loredana Semantica

05 giovedì Mag 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni

≈ 5 commenti

Tag

Gualberto Alvino, Loredana Semantica, poesia contemporanea, recensione, Rethorica novissima

Rethorica_novissima_Gualberto_Alvino - Irelfe - cop.fronte

Ci sono letture più sfidanti di altre. Non solo da intendere come lettura del testo, riga dopo riga, fino alla sua fine, ma anche nel riferirne impressioni da lettore. L’opera Rethorica Novissima di Gualberto Alvino è tra queste. Si tratta di una raccolta di poesie, pubblicata nel 2021 dalla Casa editrice “Il ramo e la foglia”. Uno scritto che non lascia indifferenti. Impegnativo sarebbe aggettivo adatto, ma non sufficiente per chiarirne corpo e complessità. 
In premessa occorre dire che Gualberto Alvino è noto e stimato filologo e critico letterario. Già per solo questo fatto, è presuntuoso pensare di penetrare pienamente il senso poetico del suo degnissimo lavoro,  questo tuttavia sembrerebbe più un libro destinato agli “studiosi di poesia” che agli “amanti della poesia”. Non per niente in fine è riservata una pagina bianca per le note.
L’opera di Alvino già dal titolo presenta un’inclinazione decisamente colta. “Rethorica” con slittamento della muta nel cuore, piuttosto che con l’ortografia “Rhetorica”, è un chiamare in causa la retorica, cioè, insieme a grammatica e dialettica, una delle discipline d’insegnamento cardine delle scuole antiche medievali. Le origini di questa parola, già presente presso i latini, risale alla civiltà greca e alla sua ῥητορική, tecnica della parola, dalla radice del verbo εἴρω, eírō dico. L’aggettivo “novissima” superlativo dell’aggettivo latino novus declinato al femminile singolare concorda con la parola retorica e non può non riportare alla mente “i Novissimi”, Alfredo Giuliani, gli anni sessanta e lo sforzo delle neoavanguardie di rigenerazione del linguaggio poetico. L’opera s’intitola quindi Retorica nuovissima. Il titolo introduce al contenuto non meno della citazione di Proust posta al principio dell’opera riguardo alla necessità dello scrittore di farsi una propria lingua, similmente al violinista col suono.
“Rethorica novissima” è quadripartita ed ogni partizione raccoglie i testi secondo caratteristiche eminentemente formali espressive, raggruppate da un minimo di 4 componimenti – “Epigrammi” – ad un massimo di 12 componimenti  di “Salvo trasgredir norma”.
Quest’ultima, prima e più sostanziosa sezione, probabilmente è il canto a cui giunge il poeta seguendo il filo degli intenti dichiarati. Più oltre invece sembra che egli esponga il necessario attraversamento – deragliamento per giungere alla propria voce. Il titolo della prima sezione è, ritengo, la dichiarazione consapevole di contrapporsi al canone.
Aliena dal lirismo coltivato da secoli nella poesia, la poesia di Alvino si presenta in controtendenza rispetto al “poetichese” dominante, lo squalificato linguaggio poetico del nostro tempo intriso di sentimentalismi, farcito d’ego, con pretese di liricità, ma più spesso sconsolatamene privo di qualunque barlume di grazia poetica, ripetitivo, noioso, artefatto. L’autore nell’esacalogo per aspiranti poeti precisa “cos’è sbagliato in poesia”. Sono indicazioni che esprimono una critica al modo di far poesia oggi e che lette a contrariis verbis indicano gli elementi innovativi da introdurre nel linguaggio. Obiettivi:
• svincolarsi dalle connotazioni spirituali-auliche-vaticinanti
• sconfessare un ruolo sacro del testo
• eliminare parossismi e verticalizzazione del dettato, concedendo spazio ad asprezze sonore
• spogliarsi dall’enfasi autocelebrativa
• disporre accapo ad arte anche spiazzanti.
L’operazione di creare un proprio suono/lingua, può dirsi riuscita, ma non immediatamente percepibile. Le poesie infatti non poggiano volutamente il proprio dettato sull’”accattivante” del linguaggio: musicalità, nenia, refrain, paronomasia, assonanze ecc. e si delineano con le connotazioni dichiarate nei punti sopra riportati, per cui i tempi e suoni all’orecchio giungono asincroni e dissonanti. 
Riporto la seconda parte della poesia il cui titolo è lo stesso dell’intera raccolta.

“è indispensabile una conoscenza dell’evoluzione semantica
i vocaboli diventano specifici quando si applicano
termini generici a oggetti individuali resta il fatto
inoppugnabile che il significato di una parola
è indipendente dal suo etimo inutile dire
ci aiuta a conoscere la sapienza questo sì
e la poesia celata nelle radici nelle desinenze
a cercare nelle lingue i monumenti
degli abiti remoti e delle credenze
il criterio per distinguere i vocaboli affini
le variazioni di suono e senso
son cosa capitale a conoscere
oh se potessimo scordare le origini tutte”

Singolare leggere lo stesso passo disposto sul foglio come prosa. 

“è indispensabile una conoscenza dell’evoluzione semantica i vocaboli diventano specifici quando si applicano termini generici a oggetti individuali resta il fatto inoppugnabile che il significato di una parola è indipendente dal suo etimo inutile dire ci aiuta a conoscere la sapienza questo sì e la poesia celata nelle radici nelle desinenze a cercare nelle lingue i monumenti degli abiti remoti e delle credenze il criterio per distinguere i vocaboli affini le variazioni di suono e senso son cosa capitale a conoscere oh se potessimo scordare le origini tutte”

Si evidenzia maggiormente che gli accapo sono risultato di una scelta stilistica che mira a frangere il testo, costringendo il lettore a riprendere fiato in modo non consueto, non punteggiato, sfumano i disseminati enjambement spiazzanti. Mi tornano alla mente le esperienze di lettura passate dei testi di Eminia Passannanti e Marco Saya, animati da analoghi intendimenti antilirici, la prima per volere di contrasto alla “poesia dell’anima”. Il secondo per l’orecchio allenato alle sonorità del jazz.
La poesia della raccolta mantiene quanto promette: eminentemente antimelodica, non indulge in sentimentalismi, non conduce alcuna indagine psicologica, nessun scadimento confessionale o incursioni nell’intimismo, non è poesia emozionale come la s’intende spesso ed erroneamente da poeti giovani e meno giovani che animano l’attuale scena letteraria, non si specchia narcisisticamente, non si affligge, non si esalta, non piange, semmai osserva, ricorda, riporta, analizza, squarta. Sperimenta e scarta.
Proseguendo la lettura di “Rethorica novissima”, passando per “Epigrammi” – quattro distillati critico satirici – si giunge alla parte intitolata ”Humanitas”. Qui ci si rende conto che, senza un minimo di studi classici, la lettura si complica, la successione delle poesie, per quanto preminentemente descrittive e scientifiche, decisamente mitraglia la comprensione di chi non ha frequentato Catullo o Cicerone nella lingua originale. Il contenuto è talvolta scabroso, vestirlo di latino non maschera la minuzia dei vestiboli. Approfondisce il senso nella carne, non risparmiando genitali di entrambi i sessi. Sarebbe già sufficiente per qualunque stomaco poetico reggere tanta corporea ostentazione “fisica” e culturale, nel senso che qualunque lettore – o meglio il lettore qualunque – che non sia stato già scoraggiato in precedenza dalla scelta di preferire il latino lo sarebbe adesso per il vestito di perbenismo che molti indossano e del quale non riescono a spogliarsi, se non facendosi violenza. Questi testi raccontano gli organi, i corpi, le porzioni, i vasi, gli arti, essi vengono sezionati come avviene sul tavolo di un esaltato anatomopatologo, come fa Leonardo da Vinci per la conoscenza propria e altrui in preda alla furia di scienziato. Stare chini su ossa e legamenti, liquori e liquami e dire quello che avviene, taglio e ritrazione. Effetti dissoluzioni.
I più probabilmente preferiscono provare tali livelli di emozioni nel genere strappalacrime oppure applicati a youporn o ai film horror. E’ in una parola una lettura “sconvolgente”. C’è da ammettere che dalla poesia, ritenuta dai profani deputata a esprimere emozioni, da meno profani a provocare emozioni, dire (in) poesia qualcosa che riesce a provocare questa risposta ir-razionale è un risultato eccellente.
Metaforicamente, anzi per similitudine, “Humanitas” racconta ciò che avviene con i testi, quando si studiano approfonditamente, quando la filologia o la semantica si applicano a tutte le a, e, i, o, u delle parole. Scarnificandole fino al midollo, cercandone l’etimo e la radice, riconoscendone desinenza e origine. Senso, segno, significato, grafema. Misurando tutte le possibili “geografie” del suono. Affettando consonanti, lemmi, la loro polpa, il fegato, estraendo i loro denti.

“Autopsia”, Enrique Simonet, 1987, noto anche col titolo “Aveva un cuore!”

Infine c’è la quarta sezione “Varianti formali”. In questa parte della “Rethorica novissima” il linguaggio, come comunemente inteso, è stravolto. L’operazione di “interpretazione”, è messa continuamente in scacco, ancor più di quanto non avvenga in precedenza, e il lettore si arrende all’evidenza, che la parola espressa non può essere compresa come avviene solitamente nella comunicazione. Incomunicabilità e rescissione, dissoluzione e frammentazione sono coordinate del  “sorvegliatissimo” testo. La lettura deve avvenire accantonando i normali strumenti di decodificazione del linguaggio parlato e scritto. Gli occhi singhiozzano tra le sconnessioni sintattiche, i salti, le obliterazioni, il verso crolla alla sua fine, il senso affonda appresso, è un groviglio caotico. Al contempo questo magma verbale si intuisce essere come il brodo da cui, per sgrammaticature, segni grafici, numeri, caratteri corsivi, richiami tecnologici e rovi si perviene a estrarre il neonato, appena prima che venga gettato insieme all’acqua sporca, vestito d’amnio, quando non sguazzante nel meconio, senza nessuna camicia. Dentro la lingua, fino al suo cuore, come una dannazione pervicace e disperata insieme.

Perché se è vero che “la poesia può comunicare ancora prima di essere compresa” (Thomas Stearn Elliot), allora sembra di leggere qualcosa espressa dalla mente di qualcuno reso folle. Folle d’amore per la parola. 

“non saprei ma sia chiaro fin d’ora
che lo sconfinato amore per la lingua
rivendico il diritto d’affermare
in piena scienza e coscienza
è il primo movimento d’un percorso
florebat olim
a raggiera in mille direzioni
che ne sarà del ciliegio?”

da “Pepe” in “Varianti formali”

Eppure nell’atto dello scrivere – non meno del leggere –  non si può non riconoscere con Giorgio Caproni che” Nessuno è mai riuscito a dire/cos’è, nella sua essenza, una rosa” senza con ciò intendere che si debba desistere dal tentativo, anzi tutt’altro, e ciò finché permangono l’incanto, il bisogno, l’osservazione, le percezioni, lo  stupore, gli interrogativi. L’ esperienza individuale, il personale orizzonte esistenziale proiettano necessariamente nell’espressione poetica la propria “visione” della lingua (che dice) del mondo. “Io vedo il mondo come un caos e nel centro una rosa” (Julio Cortazar). Nonostante il lucido controllo del dettato, emerge dal conato del dire il parossismo che pervade, se non il singolo testo, comunque nell’insieme un’opera, che, in quanto autenticamente poetica, tenta con ogni mezzo verbale l’impossibile. D’altra parte come non pensare a quanto diceva di sé Pablo Picasso “A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”.
Deliziosa la dedica iniziale. La piccola pasta di zucchero, con apposizione felice, ne sarà lieta. La benedizione degli affetti, uno spaccato di tenerezza.

 

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Una vita in scrittura: Alessandro Assiri

04 mercoledì Mag 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

≈ 2 commenti

Tag

Alessandro Assiri, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto Alessandro Assiri che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Alessandro.

La poesia mi annoia, non la amo abbastanza per partecipare ai dibattiti sulle unghie incarnite di Pasternak o sulle turbe amorose di Rilke. Mi ha rotto a sufficienza la bellezza che dovrebbe salvare il mondo, perché io per la bellezza non sono capace e perché se c’è del bello dobbiamo imparare a riconoscerlo, e non serve andare a capo.

La mia poesia è una scusa per l’apprezzamento che mi manca, è l’esorcismo di un dolore, un nascondere le perdite. La mia poesia è un trucco, un diario modesto che avrei potuto scrivere in corsivo.

E basterebbe questo a dire che non si scrive per l’urgenza, quella appartiene alla colite, se si scrive lo si fa per la forza della necessità, lo si fa perché in questa “ egocalittica”, in questa ricerca spasmodica si prova a rispondere a quella domanda in nero: cosa significa essere io?

cosa significa essere io? e me lo chiedo dalla settimana scorsa da quando ho deciso di far cambio da quando ho smesso di insultarti

posso lavorare e non andare dai miei figli, farmi schifo a rate o è meglio tutto insieme, adesso la letteratura mi gestisce le spese, recensirti mi fa cambiar camicia, ma la letteratura è dipendere da chi ci racconta, dai suoi inestetismi, dall’indegnità dello spumantino dai preparativi per l’albero

cosa significa essere io se non imporsi delle rivelazioni. Caro babbo natale vorrei non saper leggere per ripagare quel che ho fatto, per restituire il maltolto, interrompere quest’orgia di parole non mie, togliere l’audio, poi ti vado sopra con la voce per mascherare di arroganza le prossime puntate, per stipare di citazioni tutto quel bianco che impaura, avrei dovuto ascoltare mio padre le tasche piene, ma nessuna buona idea

cosa significa essere io? quanto posso resistere in queste lettere agli amici in questi rosari snocciolati, in questo non essere all’altezza, in questo continuo disertare poesie del giorno prima da non essere orgogliosi, di sinistra malamente col culo al caldo e il frigo pieno, lo slancio di un passato da evacuare con le medaglie di bronzo e i fiori finti
cosa significa essere io senza sapere disegnare aver sempre fatto finta di saper ballare come nel piombo delle ali e non degli anni dove stavo appesantito perché non sapevo diventare, e tutti gli opuscoli delle differenze che sostenevano guerre che non ho mai combattuto ma dove spesso vi son morto

cosa significa essere io? nelle notti con la radio e baci ancora da riprovare a digerire cosa significa essere io se non godere di qualche travestimento per parlar di amore e morte parole come forme che ritornano presenza, la mimesi del nudo: eccomi ritorno come ti piace

più svestito e vuoto mentre a te basterebbe muto

cosa significa essere io? se sapessi scolpirmi mi metterei al riparo col marmo, la somiglianza è solo l’illusione di fissarsi in un doppio e se vuoi dei figli allora non fermarti ripetiti fino a consumarti, ripetiti dalle bermude alla grisaglia, ripetiti bugiardo a ogni privilegio, sali in fretta e butta le valigie

cosa significa essere io? solo una parte di uno sbaglio o di una cosa che mi serve, così assente da chiamarmi Marco che era operaio e adesso sta di fronte ha tre schegge nella mano e le piante da annaffiare facciamo insieme la discesa poi vecchi per sempre, la difficoltà di regalarti Sereni per quell’ora dove il traffico stringeva, per quell’ansia di arrivare puntuali

cosa significa essere io? se non chiedere più tempo per trovarmi in qualche edizione più recente di cui prendermi cura

Ecco cos’è la poesia per me, una prosa di “oscura chiarezza“ abitata dai miei fantasmi, dalle mie figure in grado di riattivare la luce dei sentimenti, e da sempre ti posso dire che le parole a volte mi hanno fatto incontrare folle, ma più spesso solitudini.

Un abbraccio Ale

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“Il Generale inverno” di Gabriella Grasso, Convivio Editore 2021

03 martedì Mag 2022

Posted by maria allo in LETTERATURA, Recensioni

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Tag

Gabriella Grasso, Il Generale inverno, Maria Allo, Recensioni

La nuova raccolta di poesie di Gabriella Grasso, Il Generale inverno, da poco uscita per Il Convivio, ha il passo poetico di un percorso diaristico, lontano da ogni astrazione simbolica e tentazione intellettualistica, nella verità. Il nucleo fondamentale attorno al quale ruota l’opera, (il cui titolo rinvia esplicitamente, come spiega la Grasso in un’intervista, alla figura-personificazione del Generale Inverno, che disorientò e costrinse alla ritirata gli eserciti francese e poi tedesco), si fonda sul tentativo di stabilire radici abbastanza solide della propria identità in una stagione caratterizzata da una condizione di desolazione storica e spirituale che deve essere accettata nella sua cruda interezza perché possa produrre frutti, una condizione di povertà e annullamento, ma anche di attesa di un incontro e di una risposta. <<Ci costrinse, lui, a guardarlo in faccia/non mostrava sembianze di uomo/ ma affrontandolo/ come in uno specchio/ noi trovammo un’immagine nuova di noi/ stupefatta straniata/ interdetta/ benedetta dalla scoperta/ della nostra vulnerabilità>> (Il Generale inverno p.26). La scelta di seguire la scansione in sei sezioni tematiche è frutto della volontà dell’autrice di presentare l’opera come una sorta appunto di diario, registrato con l’ intensa urgenza di porsi in armonia con il tutto, per ritrovare quella sintonia che l’uomo sembra aver perduto in questa età particolarmente fragile. L’autrice ci offre il suo viaggio interiore immergendosi nel flusso dell’esistenza accogliendo tutto ciò che esso propone in modo aperto e pieno e non pretende di raggiungere verità assolute solo indica la tensione ad una chiarezza che la poesia non può raggiungere perché non dispone di strumenti in grado di compensare il dolore. Tuttavia le è concesso il privilegio del canto, incontro con l’altro, che diviene sollievo alla pena. <<Ai tuoi occhi, a te che mi parli/ vorrei chiedere/ hai toccato anche tu / quella faglia dischiusa/ nel cuore della terra/ diventata ferita/ a cielo aperto/ strappo / straripante di lava/ con i bordi di sciara/ taglienti? / E a che punto sei del cammino / hai compiuto dei passi/ oltre a quelli che conosco anche io/ ti sei spinto oltre?>> (Incontro p.13). È innegabile che l’intera raccolta sia segnata dalla frattura e dalla precarietà del vivere quotidiano causata non solo dalla pandemia ma anche dall’amaro rimpianto per gesti, parole, sguardi perduti per sempre come magma confuso di sentimenti e di certezze e ricerca delle ragioni ultime per le quali continuare a vivere e a sperare. <<Tra un istante arriverà/ una sorpresa consueta / per chi come noi/ ogni giorno scivola lungo/ l’asfalto impietoso/ di un tortuoso percorso/ di vita/ Ci assalirà/ un afflato di sogno nascosto / in giardini riemersi / il profumo sensuale e giocondo/ di zagara e incenso / folata di attimo intenso/ da lasciare sospeso/ tra la gola ed il petto/ pensandolo eterno >>(p.15). In questo mondo fragile e insidiato costantemente dal nulla la Grasso si sente incapace di trovare il proprio posto nel mondo e di dare un senso alla propria esistenza, che finisce per assumere i caratteri di un viaggio inesauribile alla ricerca di un’originaria perduta innocenza, celata in fondo all’anima << …qui nessuno mi chiede/ che cosa mi manca/ nello stream/ tutti danno riempiono sanno/ cosa offrire ad un cuore/ che naviga a vista/ conoscendo soltanto/ il vuoto codice ed il moto apparente/ del suo guscio di scafo>> (p.49), e che solo la memoria può recuperare e richiamare alla vita <<Ci entro quando voglio/ stai tranquilla, non temere/ per me/ Ci entro e mi soffermo quanto basta/ per ritornare al centro/ a ogni principio/ e non smarrire/ quella mia smania lirica e sottile/ di immaginare voli/ e trattenere con me quei respiri / quel calore>> (p.19). Gabriella Grasso dunque con le strategie del viaggio, del vagabondaggio fantastico e dello scavo nelle viscere della propria coscienza rintraccia e riscopre il desiderio di pace, l’unica possibile speranza tenuta desta dal soffio dell’esistenza, e a essa presta la propria fede con la capacità di guardare alla natura con ingenuità ed emozione, stupendosi per ogni particolare che esprime la potenza generatrice del processo di creazione poetica, in grado di portare alla luce un inaspettato frammento di senso. . <<È maggio, di nuovo/ incensiere di fumo/ e profumi/ luce bianca che cola / carezza / a suo modo consola / e la sera che arriva alle spalle/ senza pena/ a ricordare che la dolcezza / esiste ancora>> (p.58). Dario Talarico, nell’illuminante prefazione, individua nel percorso di Gabriella Grasso una poesia che non tradisce mai quella Sicilia lirica e piana, epica, «barocca sempre». Il Generale inverno è un libro da leggere, ricco di risonanze interiori. Ad ogni lettura tocca corde profonde dell’animo, cui si accompagna un sapiente lavoro di cesello che interessa tutti i livelli del testo, fonico-ritmico, lessicale e sintattico. E un buon libro di poesia, deve essere anche questo.

©Maria Allo

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Johanna Finocchiaro, “Clic”, L’Erudita, 2020.

02 lunedì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Clic, Johanna Finocchiaro

 

Resta lei

 

Non dissi una parola.

Non disse una parola.

Non sapevo.

Non sapeva capire.

Il tempo a grandi passi;

È oggi, o poco fa.

Adesso cosa resta?

La strada, resta. Resta lei.

E noi, che non possiamo sapere.

Luoghi lontani e calmi. Vicini.

Proprio qui.

Stanze da esplorare senza luce.

Pareti di roccia rossa. Oscure.

Pulsano.

Le parole non sempre parlano

e i fatti non sempre gridano.

A volte sì.

Tentano.

 

Alla finestra

 

Appendo le dita alla finestra

L’aria fresca sfonda lo spazio

e arriva placida fin qui

Gli occhi alti, integri

alla notte

di piombo e d’argento

Do le spalle a una camera anonima, alle cose

 

La luna è velata

Nuvole nere ne corrono i confini

Non più sfera, non più luna

Mi sporgo audace e attratta

 

La tocco e lei si sposta

La bramo e lei si mostra

Protendo anche i pensieri, anche quelli

I più celesti

 

E mi lascio trovare

 

Ma si fa tardi e chiudo la finestra sul mondo

Il freddo ha scaldato il mio fiato

Gli occhi meno alti ma più distanti

Un’altra nuvola nera sulla luna.

 

La danza

  

Le stelle filanti danzano,

nuotano libere di vanità.

Sono pesci in una boccia,

un palco antico di verità.

Il vetro si è scheggiato

ma ne riflette ancora l’ego.

Impronte di marmellata;

calco quella terra, incantata.

E lì annego.

Senza sosta e senza veleno

sbattono i piedi le stelle filanti.

La testa si stacca:

voglio danzare con loro

il tempo di un attimo.

 

CLIC

 

Ho una madre. Un padre. Un fratello. Un nipote. Un tetto, un libro in testa, un libro in mano;

ho due mani.

Un gatto, grande e robusto, nero, un letto, tre sogni a dir poco.

Quattro o cinque a dir il vero.

Ho un Dio che mi ha creata a Sua immagine e di cui non ho sembianze.

Ho un tamburo che danza rituale e sbraita meschino di notte.

Ho un mondo. Il più delle volte, le volte buone.

E ricordo a me stessa quel mondo. Dovrei amarlo. Dovrei sentirlo. Dovrei staccarmi da terra,

messaggera alata

e trovarlo.

Il panorama autentico, scevro d’egoismo. Mio. Mitologico.

Volare sopra di me, senza di me, concentrare la vista sul fuoco.

La scintilla: palesemente necessaria.

Ma proprio non può, no, prendersene merito. Della luce.

Che da quella partenza cresce e muta e si

ribella. E va, evaporando.

Io, io non lo posso fare. Non più. Comincio a capire.

E a fuggire dalla luce, lei, mia, che rendo buia perché buia

sono. Ancora senz’ali.

Non sento niente e non so perché.

Umana compassione cercasi.

E le tragedie, anch’esse, non turbano. Non urtano. Le viscere non mi pungono.

Ma neppure son pazza, oggi, non son io quella pazza.

 

Un clic. Qualcosa in me ha fatto clic e non ritorna. Indietro.

Sciolgo i capelli, fili spezzati di un nastro nero alla luce di luna.

Dicembre comincia e prosegue la nenia.

Anemica di cuore, anemica d’amore.

La rima non è originale. La rima non era prevista.

Frugo e scavo e graffio ma non trovo. Quel geniale modo,

il migliore, di confessare. Confessare.

Confessare che non sento niente e so perché.

Clic

 

Tregua

 

Il vento sa di mare, oggi. Sento la salsedine del mare nel vento.

Sto bene, sì.

Mio padre parla e poi pensa.

Faccio così anch’io.

Dice: magari è qualcuno che sala la carne. Nessuna salsedine, bambina.

 

Sorrido amara della sua dolce semplicità.

Me ne rendo conto negli anni, che ci vive.

E forse lo invidio, forse lo sfido.

 

Mi lavo la faccia.

Usciamo?, pensa e poi chiede.

Prendono il ritmo del volere, i movimenti;

è sabato e sono le 10 circa.

S’intrecciano poi le nostre mani,

quelle di mia madre vivace,

quelle della bambina che cerca il rossetto, che possa colpirla.

Quelle dell’uomo che guarda.

 

Tra poco usciremo.

 

Il vento sa di mare oggi. E di pepe.

Va bene, penso e non dico: somiglia a una tregua.

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~A viva voce~

30 sabato Apr 2022

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Emilio Capaccio, Francesco Palmieri, Vivere insieme come le formiche

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2022/04/voce-045.m4a

 

VIVERE INSIEME COME LE FORMICHE

 

Vivere insieme come le formiche è una gran bella cosa

tutti possono dire di avere un barbecue sotto un fico

non sentirsi mai soli tra gli schiocchi di lingue

mettere su famiglia con il vicino di casa

ciondolare pettegolezzi come sfere armillari

spiare l’orco dalla finestra nell’ora di cena

aprire il frigo di chi spalma sul pane un segreto

sapere l’oroscopo di ogni bocca del formicaio

Ogni tanto qualcuno con un missile tra i denti

sceglie per te un destino di miseria

Ti dice:

“Arrenditi, hai troppi separatisti nella tua casa!”

Butta giù la porta e si mette a urlare:

“O la borsa o la vita!”

Ti ordina di sbrattare se non paghi la pigione per il letto

in cui ti dondoli con la luna

Ti assegna la morte di cui devi morire

senza che tu possa scegliere

se crepare nella buca di una via bombardata

o in un bel prato marzolino

Ma vivere insieme come le formiche è una gran bella cosa

anche se le formiche hanno

TUTTE

la stessa fame e giornate operose

non hanno tempo per fare esperimenti nucleari

Di farsi esplodere una bomba nelle mutande

 

Testo di Emilio Capaccio

Lettura di Francesco Palmieri

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“Prima della voce” di Paolo Parrini, Samuele Editore, 2021. Una lettura di Rita Bompadre.

29 venerdì Apr 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Paolo Parrini, Prima della voce, Rita Bompadre

L’opera “Prima della voce” di Paolo Parrini (Samuele Editore – Collana Callisto, 2021 pp. 70 € 12.00) parla al cuore della vibrazione poetica, modula i segni espressivi dello stupore interiore, trasmette l’essenza iniziale delle parole considerando la materia comune della memoria con l’appropriata elezione d’immagini e tradizioni universali. Il poeta concede al linguaggio una diffusione rituale, iniziatica, attribuisce al miracolo incantevole della poesia la traduzione biografica in riflessioni indispensabili, contratte tra l’intuizione di una sensazione provvisoria e la sensibilità permanente, custodisce la rispondenza sonora della vita nell’oscillazione di una devozione pagana con la natura correlativa degli eventi. Prolunga il senso sottile e delicato della relazione estetica con l’unità dell’esperienza sensibile, osserva il presentimento acuto della visione del mondo e dei suoi struggenti accordi, traccia il rilievo emerso delle emozioni, distingue la cavità difensiva dell’ispirazione come il salvifico territorio delle occasioni e della verità. Il percorso elegiaco incrocia la scheggia indicativa nell’intreccio dei ricordi, l’intensità dello sguardo quotidiano sulla consistenza saggia della realtà. “Prima della voce” rintraccia la grammatica e la ricostruzione dei significati affettivi, recupera il dialogo spirituale trasferendo nella rappresentazione delle fotografie artistiche, contenute nel libro, la contemplazione della bellezza, riscatta la percezione delle impressioni che il disincanto ha estinto intorno alla nostra esistenza. Paolo Parrini riacquista la possibilità di vivere i legami con la naturale capacità di ascoltare e capire le proprie passioni, accoglie la cura dei sentimenti, concentra il raccoglimento religioso delle attese nei labirinti dei propri desideri, salvaguarda il sincero legame con le proprie promesse, affermando l’estensione di un’esecuzione lirica obiettiva, l’elevazione di un’epifania meravigliata, in comunione con un equilibrio riportato in  luce oltre la discordanza oscura del vivere. Risana l’intermittente dimensione del tempo e la direzione di appartenenza ai propri versi, ricompone le incertezze nell’esercizio stilistico di conquista dell’amore e di perizia dell’inquietudine, abita il luogo esteso dell’anima, ospita intenzioni e metafore della quiete. Il ritmo dei testi celebra la visione dinamica della pagina, come spazio e corpo degli elementi letterari, il carattere sacro e sensuale di una conversazione insistentemente scampata alla dimenticanza. La poesia di Paolo Parrini riconduce sulla soglia di un avvenimento, traduce il realizzarsi scrupoloso della successione del rumore e della sospensione, nel calpestio dei passi della vita,  definisce una voce segreta e ritrovata, estende la cortina della fragilità nell’infinito riflesso dell’estremità esistenziale, percorre le venature, la condensazione e  l’evaporazione dell’assenza. Fonda la sua dottrina nel respiro del miracolo sacro e familiare della tenerezza, nell’impalpabile sensualità, annoda il tessuto evocativo dei luoghi inattesi, escludendo il debito della parola alla deviazione del silenzio: “La memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda. La memoria è un presente che non finisce mai di passare.” Octavio Paz

 

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

Il lento schiudersi

della notte nel mattino

il sonno stemperato

in un caffè forte.

La resurrezione di ogni giorno.

Fuori stanotte è caduta la neve.

 

——————–

 

Si scompone la sera.

Ritmico il suono del tergicristallo

intacca il tempo perso

ad aspettare il giorno.

Alla mia sera aggiungi la tua.

Non siamo fatti di certezze.

 

——————-

 

Poi nasce un fiore all’improvviso

là dove tacciono le fronde

ha il nome di una voce ormai passata

persa tra le dune e il temporale.

Stanotte ha raffrescato sopra i tetti

sui vetri già colmi dell’inverno

piccole dita intrise di calore

hanno scolpito i segni del tuo tempo.

Domani risvegliati avremo un altro sole.

 

————————

 

Attraversi la strada a capo chino

svanisci dentro il fiato caldo

e il sorriso che hai lasciato.

Nella nebbia s’appoggia

il rumore del mattino.

 

———————-

 

Altre stanze gridano.

In questo giardino muto

anche le piante assorbono dolore.

Aspettare la luce della sera

il tacere delle voci.

Un calmo lago le dita.

 

——————–

 

Amare una sedia, una mano,

il vuoto dentro un temporale.

Come se fossi nato solo per

questo darmi e avere,

una bilancia, un saliscendi.

Poi una fontana e lo scroscio,

il perdono. Non so

come altro dire amore.

 

——————-

 

Farsi raggio o crepa,

sottile, annidarsi nei concavi

spazi, addormentare la memoria.

Quello che non abbiamo

sono i suoni iniziali dei nomi

che un tempo ebbero un volto.

Sia benedetto

questo spazio fatto altrove.

 

———————–

 

Il cammino si conclude qui

dove era cominciato.

I giorni sono sentinelle stanche

riconosci gli odori e il silenzio.

Forse solo un poco più fondo

questo muoversi piano delle cose

l’emozione sale a cercare il fiore incolto.

Sei partito per tornare a casa

ora è tempo di raccoglimento.

 

 

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Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “Io non so se sono lei” di Roberto Arlt

28 giovedì Apr 2022

Posted by emiliocapaccio in Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Idiomatiche, LETTERATURA

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Tag

Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Emilio Capaccio, Io non so se sono lei, Racconti, Robert Arlt, TRADUZIONI

A R G E N T I N A

IO NON SO SE SONO LEI

(1935)

Roberto Arlt (1900-1942)

Traduzione di Emilio Capaccio

Figlio di emigrati, padre prussiano e madre triestina, è stato uno scrittore, drammaturgo e giornalista di grande talento. I suoi reportage, come corrispondente della guerra civile spagnola, appaiono sul quotidiano “El Mundo”, di Buenos Aires, diretto da Alberto Gerchunoff. Su una colonna dello stesso, puntualmente, appaiono anche resoconti di viaggi all’interno dei confini del paese e in paesi come Brasile, Uruguay e Nordafrica. Molta popolarità assumono le sue “aguafuertes”, cronache, a volte, dalle tinte “costumbriste”, che trattano temi sociali e politici, con spirito critico e condanna delle condizioni dei più derelitti nei “barrios” miseri e popolosi. I suoi personaggi, spesso donne, sono permeati da atmosfere cupe e spietate della Buenos Aires dei primi anni del XX secolo. La sua scrittura rompe gli schemi della narrativa tradizionale modernista, mediante l’utilizzo di un linguaggio più duro e asciutto e di temi connessi con le problematiche del progresso tecnologico e dell’espansione caotica e allucinante dei centri di agglomerazione urbana. È considerato uno dei fondatori della moderna letteratura argentina e padre spirituale di un’intera generazione di scrittori sudamericani, come: Riccardo Piglia, Gabriel García Márquez, Isabel Allende e altri. Il racconto proposto è apparso sulla rivista “El Hogar” il 23 febbraio del 1935. Non è contemplato nelle due raccolte di racconti che Arlt ha pubblicato in vita. Solo nel 2018, il racconto è stato inserito nella raccolta completa: “El bandido en el bosque de ladrillo”, a cura di Gastón S. Gallo, edito da Simurg.

Fred, stupito, piantò lo sguardo su un’immagine della rivista, scritta in una lingua che non comprendeva. Greta Garbo, guardandosi allo specchio, con la mano destra immortalava lo spazzolino con cui si lavava i denti. Ai lati della fotografia, una boccetta di stagno versava un lago color rosa di pasta dentifricia: Crystaldent.

La diva, avvolta in una vestaglia da camera di velluto, ruotava la testa sorridendo con le sue labbra simili ai petali di un’orchidea. Per un attimo, Fred rimase curvo sulla rivista americana, poi, seduto sul ciglio del letto, rifletté:

“È assurdo che Greta Garbo si presti a fare la pubblicità di un dentifricio, nessuna attrice che si rispetti arriverebbe a tanto. A meno che non abbia grane finanziarie. Ma in che cosa spende ciò che guadagna? Ad ogni modo, chi si salva dal fare cose stupidi? Se io, tre anni fa, come avevo pensato, mi fossi messo a studiare inglese, la mia situazione sarebbe un po’ diversa.”

Avvicinò la testa all’immagine. Indubbiamente, la ragazza della pasta dentifricia era Greta Garbo. Sollevò gli occhi per confrontare l’immagine della rivista con una fotografia che aveva attaccato al muro molto tempo prima. Era lei, con i suoi capelli di vetro biondo, le palpebre socchiuse, gli occhi rivolti al cielo, le labbra simili ai petali di un’orchidea, con la molla dei baci rotta per sempre, come se pretendesse in un desiderio inestinguibile risucchiare tutti i piaceri che soffiano le brezze da ogni direzione del mondo.

Ripeté tra sé:

“Soffrirebbe di ristrettezze economiche. Ma è assurdo. Forse, al momento opportuno, una mattina è arrivato un agente pubblicitario, uno di quei promotori dall’aria gioviale che, offrendo grossi sigari, avrà snocciolato un motivo di facile comprensione. Le avrà detto:

— Vi occorre qualcosa, miss Greta? Posi per Crystaldent. Centomila dollari, all right?”

Staccandosi dal tavolo, Fred si sistemò su una sedia accanto allo spigolo del letto. Nonostante l’ordine, la sua camera dava l’impressione di essere stata smantellata. Osservò con la coda dell’occhio il ritratto dell’attrice, appeso al muro, ombreggiato nelle parti scure, e in cui l’iposolfito del bagno, che cominciava a decomporsi, ingialliva le zone chiare. Si chiese per la centesima volta, parlando a voce alta:

— Che uomo potrebbe mai essere l’amante di una donna così? In lei tutto è commedia.

All’improvviso accade qualcosa di straordinario.

— Commedia in me! – ripeté una voce.

Fred alzò precipitosamente le palpebre.

La rivista era caduta per terra. Dalle pagine spiegazzate, la scia di un vestito saliva verticalmente nell’aria, come falpalà di fumo di un abito astrale. Sulla gorgiera bianca del vestito di raso nero fioriva un’adorabile testa.

La riconobbe all’istante. Era lei, con un copricapo di castoro che lasciava spuntare qualche ricciolo inanellato dietro i lobi delle orecchie. Tra le fioriture delle sue ciglia, osservava l’uomo dentro la stanza con una leggera ruga a forma di forcina sulla fronte, mentre Fred, con le mani appoggiate sul bordo del tavolo, si immobilizzava nel proprio stupore. Greta Garbo sorrideva scoprendo la fila dei denti, con gli occhi grigio-verdi illuminati come dagli ultimi bagliori del sole di un luogo esotico.

Fred rispose, senza sapere ciò che diceva:

— Non parlate così forte. La padrona di casa dorme nella stanza accanto. È una vecchia perversa.

Lei ancora non aveva ripreso a parlare.

Lo fissava gravemente. Sembrava di ritrovarsi in una steppa nevosa. A Fred, involontariamente, affiorò alla mente Anna Karenina (1). La donna si voltò bruscamente su sé stessa e si fermò davanti alla sua fotografia, attaccata alla buona sulla parete. Fred indovinò il suo pensiero e cercò di discolparsi.

— Non ho mai avuto abbastanza denaro per comprargli una cornice adeguata.

L’attrice sollevò il cuscino. Fred, sorridendo, continuò, guardando come lo lasciava cadere.

— È un buon metodo per capire se i letti siano puliti. Gli insetti hanno un debole per i cuscini.

Finalmente lei disse:

— Quindi, voi vivete qui?

— È più tetro di una galera, vero?

— Sì.

Ora apriva l’anta dell’armadio. Curiosava all’interno, mentre il suo corpo ondulava leggermente, come se sorreggesse il ricordo ancora recente di una piacevole danza.

— Tutti questi abiti sono invernali – commentò Fred. — Per di più, sono pieni di tarme.

Greta Garbo buttava l’occhio qua e là.

— Cercate una sedia? – Fece segno di cederle la sua. — È l’unica che c’è… La padrona di casa è una donna meschina.

Subito, la sua voce si arrochì nel fondo della gola. Le sue parole sembrarono sgorgare da più in profondità, pensò:

“Possibile che non abbia niente da dirle? Ora che lei è qui!”

Quando parlò nuovamente, il suo timbro rivelò una tale sofferenza che la diva nordica rimase immobile davanti all’armadio, con la schiena riflessa nello specchio.

— È meraviglioso e assai triste – proseguì Fred. — Voi, la donna che suscita soggezione nella moltitudine delle platee, siete qui, ora. Qui, realmente con il vostro corpo, con il vostro volto impossibile da concepire accanto al nostro.

Poi, si alzò dalla sedia e, afferratala per un braccio, la fece sedere sul bordo del letto. Come dal ciglio di un sogno, si domandò:

— È mai possibile tutto questo?

Greta Garbo contemplava le punte delle sue scarpe di raso.

— Siete qui, umile e triste come Susan Lenox, come Anna Christie, come la dolorosa amante de “La modella”(2). E io non so concepire altro da dirvi che silenzio. Riverserei nelle vostre orecchie parole meravigliose, ma mi accorgo solo ora che le parole sono meravigliose quando si rivolgono a un fantasma, non a una donna in carne e ossa. Mi ascoltate?

Con le gambe accavallate, poggiata sul sostegno del letto, la donna dai capelli di cristallo restava fredda e distante.

Fred proseguì:

— Mi guardate come un gatto che ha rubato il pesce, è così? Non mi importa. Perché siete venuta? Il vostro ambiente non è questo, e non comprendo la vostra lingua. Vi detesto. Questa è la verità. Vi detesto. Non conosco uno solo dei vostri ammiratori che non sia affamato del vostro amore. Non per godere di esso, siete così magra, ossuta e isterica, ma per avere la rifusione di umiliarvi, il piacere di piegarvi. Così con quell’unica moneta potremmo riscattare l’amara ammirazione che avete seminato nel cuore di tutte le donne.

Greta Garbo lo ascoltava come affacciata sull’orlo di un precipizio, con l’ombra di una montagna sul viso e alle spalle un vento gelido.

Il pensiero rimestava in Fred grandi folate di odio.

— Oh, lo so! Se qualcuno potesse vedervi in questa misera stanza in affitto, davanti a queste fotografie macchiate dalle mosche, con il vostro aspetto di viaggiatrice stanca, vi compatirebbe.

Camminava lentamente da un punto all’altro della stanza.

— Lo so. Vi compatirebbero. Correrebbero a offrirvi un bicchiere di limonata, a cambiare le lenzuola. Ma perché ve ne state con la testa china? È per umiltà? No, non lo è. È perché conoscete la semplice meccanica dell’odio, e sperate che la sua raffica si disperda nell’aria. Quando avrò riversato ai vostri piedi tutto il risentimento che fa ribollire la mia indignazione, e la mia ira si sarà esaurita, solleverete il viso, e le vostre braccia fresche e indolenti ricadranno sulle mie spalle. Così avete fatto anche con gli altri, ed è per questo che vi odio, perché i nostri rancori si sciolgono come neve sul fiore delle vostre labbra.

L’attrice non sollevò le palpebre. Fissava la punta delle sue scarpe. Restò così, intristita, come sull’orlo di un precipizio, nelle cui profondità correva un nero torrente.

Fred si avvicinò e le disse sottovoce come se stesse rilevando un segreto:

— Ipocrita… la più ipocrita e perfida di tutte le donne! Provocatrice! Ora comprendete perché le donne corrono, come quando si va al mercato, ad esaltare per qualche moneta le peripezie della vostra esistenza di celluloide? Perché in ognuno di quei torbidi episodi, che voi siate meretrice, spia o demi-mondaine, riscoprono al sole le arterie della loro vita. Per questo vi amano e vi esaltano. Non potrebbe che essere così. Alla fine di ogni avventura, corre incontro a voi un disperato che, con il viso rivolto alla luce, trasforma in estasi la sua infamia, esclamando:

Ti ringrazio, Dio, di amare e di poter ricevere come un’elemosina lo sguardo di questa donna che ha trascinato per tuguri la sua bellezza immortale!

Ve ne rendete conto? Avete la virtù di trasformare in bellezza il sudiciume del mondo! Non volete rispondermi!? È chiaro! Risulta molto più comodo.

Fred accese una sigaretta e contemplò, per brevi istanti, come si spegneva nello specchio la fiamma del cerino.

— Eppure ci sono degli illusi che credono veramente in questo, nel vostro amore!… senza rendersi conto che non potrete mai amare nessuno, se non il vostro successo. Siete sempre stata così rabbiosamente egoista, che il vostro petto è rimasto senza sentimenti. Non mi meraviglia che finiate per mettere in bella mostra un dentifricio. Non c’è da stupirsi Oh! È ridicolo. Ridicolo e spaventoso.

Siete egoista e dura come la mala pietra contro cui si ferisce il piede lungo la strada. La vostra ingordigia e la violenza dei gesti, la falsa febbre dei vostri occhi, con ciglia ugualmente false, e le labbra spudorate che sono rimaste fiacche e inerti nel baciare così tante bocche senza baci, si traducono in pellicce, in collane, in viaggi lunghi come sogni e nello stritolare cuori semplici. Siete diventata un simbolo del secolo. Per questo meritereste di morire lapidata sulla riva del mare, affinché le acque vi purifichino. No… Sarebbe una morte fin troppo dolce. Dovrebbero legarvi a un palo, sopra un mucchio di legna secca, e come le streghe di un tempo, bruciarvi viva. E così le vostre ceneri sarebbero ripulite.

Fred si accasciò e, seduto accanto al tavolo, pose la fronte sulle dita di una mano.

La diva scostò un ricciolo dalle tempie, avanzò verso di lui, e in piedi, curva sulla sua spalla sinistra, gli parlò come a un vecchio amico:

— Tutti quegli uomini che caddero ai miei piedi e dissero: “Ti ringrazio, Dio, di amare e di poter ricevere come un’elemosina lo sguardo di questa donna che ha trascinato per tuguri la sua bellezza immortale!”. Tutti quegli uomini che ho incatenato per il collo e che ho accostato amorosamente al mio collo, tutti gli uomini le cui fronti febbrili si sono raffreddate al tocco delle mie labbra, mi hanno già detto anche queste parole che avete pronunciato voi: che meritavo di essere lapidata o che meritavo di essere bruciata viva. Ora capite? E in questo odio inestinguibile verso di me, sta la mia grandezza. Questo odio è la mia schiva bellezza. Non ho conosciuto uno solo di quegli uomini che hanno bevuto dalla mia bocca, come in un calice di seta, baci che fanno svaporare il cervello, che non abbia voluto lacerarmi sotto le sue unghie, incenerirmi con un bacio maledetto. Vi rendete conto di quanto è grande il vostro amore, tesoro mio?

Fred protestò furiosamente.

— Non chiamatemi tesoro… – Poi, senza poter trattenere un sorriso, borbottò: — Questa è bella.

La donna nordica ugualmente sorrise:

— D’altra parte, io non sono Greta Garbo.

— Non siete Greta Garbo? Ma come?

— Sono la ragazza della rivista.

— Ma siete uguale a lei.

— Così somigliante, sì, che a volte credo che io non sia io ma lei.

— Questa è davvero buona per una bella storia.

— Vi crea disturbo?

— Oh no! Nel modo più assoluto. Come potrei sentirmi a disagio dentro questo sortilegio?

A sua volta, la ragazza si mise a camminare per la stanza, lanciando in aria volute di fumo dalla sigaretta che aveva tra le mani.

— Un commerciante si accorse della mia somiglianza con la diva. Mi assunse per promuovere il suo banco. Un mese dopo i proventi erano cresciuti del trenta per cento. Quando si decise di prolungarmi il contratto, una casa di moda mi aveva già offerto venti volte di più. Viaggi, interviste con manager… La mia carriera è stata rapida, prodigiosa. Ho contratti con aziende di prodotti chimici, catene di grandi alberghi. Un impianto termale che era quasi sul lastrico mi assunse per una stagione e la pubblicità, abilmente orchestrata, riversò frotte di visitatori verso il lido deserto.

— Non avete girato qualche film?

— Mai!… Alcuni produttori cinematografici hanno chiesto di incontrarmi. Ho sempre rifiutato di fare cinema. A cosa servirebbe? Il mio successo dipende da quello della vera Greta Garbo.

— La vanità non vi ha tentata?

— Perché la vanità? Sono arrivata a non sapere se io sono io o sono lei. Nel mio guardaroba ho tutta la collezione dei costumi che Greta Garbo ha usato per girare i suoi film. Adrian, il sarto di Hollywood, mi manda sempre una copia dei modelli destinati a lei. Come Greta, mi hanno fotografato tra bambine bionde con mazzi di fiori, come Greta, mi hanno fotografato in mezzo a truffatori, marinai, trafficanti di gomma, avventurieri; come Greta, mi hanno fotografata a pesca, giocando sulla neve, guardando, desolata, dal parapetto di una nave, la costa che si dissolve nell’orizzonte… Ho finito per confondermi…io non so se sono lei. A volte mi sembra di sì…che sono Greta Garbo in uno dei suoi attacchi di nevrastenia, i quali, come nebbiolina, velano i contorni dei suoi successi.

E di lei, quella vera, che mi dite?…

— Non lo so… Non voglio vederla, non voglio sapere niente di lei come donna. Dicono che le sue ciglia siano finte, che i suoi piedi siano grandi, e che la sua mancanza di intelligenza sia molta. Niente di tutto questo mi riguarda e non mi interessa. Io sono Greta, la Greta perfezionata e filtrata attraverso l’arte degli stilisti, degli esperti dei laboratori fotografici e dei produttori di pasta dentifricia. E questo mi basta.

— Sì, credo che basti.

Fred osservava il profilo della ragazza, la linea del naso, il sopracciglio energico, le labbra come sfiorate da una folata di etere.

Lei continuò:

— Che cosa mi importa di tutto! Mi hanno adorata tanto! Lo sapete, uomo della stanza di questa pensione? Tutti! Come se fossi lei. E poi, io lo sono. Mi hanno amata per tanto tempo. Impiegati che hanno una moglie sgradevole, solitari che percorrono il mare in fuga da un fallimento fraudolento, lestofanti, fantasiosi. Nessuno ha voluto vedere in me la donna che fa la pubblicità di un modello di Gaster o dei profumi di Nieber. Io e l’altra ci siamo mescolate in un solo, indissolubile sogno. E tutti ci hanno dato il loro amore, anche le donne!

Parlava sempre come se fosse affacciata sull’orlo di un precipizio, con l’ombra di una montagna sul viso e alle spalle un vento gelido venuto da lontano.

— Essere amata! Sapete perché mi sono staccata dalla pagina della rivista, uomo della stanza di questa pensione? Perché il vostro amore mi ha chiamata. Sì, mio caro! Il vostro grande amore! Avete passato ore e ore seduto ai piedi di questo letto a guardarmi negli occhi. E quando dicevate: “Io non potrei mai amarla”, era perché sapevate che io, o lei, o noi due, non saremmo mai venute qui, al vostro fianco. E ora lasciate che vi baci.

Poggiata come stava sul bordo del tavolo, corse al centro. Fred sollevò il viso e avvicinò la bocca. I petali di carne aderirono lentamente ai suoi, la sua anima veniva risucchiata in un sospiro che restava sospeso all’infervorarsi del cuore. L’odore salato del mare copriva le loro teste, i grandi occhi erano così vicini ai suoi che sentì perdersi dentro di loro. All’improvviso uno strepito terribile risuonò accanto, poté vedere come la figura della donna si rimpiccioliva, fino a che una piccola sagoma di bambola penetrò tra i fogli della rivista, e allora rialzò il viso con sonno e sofferenza. Un piacere era morto.


[1] Greta Garbo fu la protagonista di due versioni tratte dal romanzo di Lev Tolstoj: una versione senza sonoro diretta, nel 1927, da Edmund Goulding, dal titolo “Love”, e un rifacimento sonoro diretto, nel 1935, da Clarence Brown, dal titolo: “Anna Karenina”.

[2] Greta Garbo interpretò Susan Lenox nel film “Cortigiana” del 1931, diretto da Robert Zigler Leonard. Interpretò Anna Christie nell’omonimo film del 1930, diretto da Clarence Brown; di questo film, l’anno successivo venne girato una versione tedesca, diretta da Jacques Feyder, con protagonista la stessa Garbo, ma con un cast di attori diverso. Il film “La modella” fu girato nel 1930, diretto ancora da Clarence Brown.

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Una vita in scrittura: Fernanda Ferraresso

27 mercoledì Apr 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

≈ 1 Commento

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Fernanda Ferraresso, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto Fernanda Ferraresso che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Fernanda.

IN PUNTA DI PIEDI E CON LE SCARPE IN MANO INCAMMINARSI
SCRIVERE IL GRANDE VETRO

(Fernanda Ferraresso – inediti)

Lo dico così come mi viene, scrivere è scrivere in terra, graffiandosi le mani
spezzandosi le dita, scrivere con la propria vita restando in piedi tra cose che non stanno mai ferme
restare fermi tra gironi di inferni e ghiacci che presto sciolgono i loro ormeggi
credere d’essere d’essere ancora, persi tutti i nomi che credevamo noi, che pensavamo nostri
mentre le ossa calcificano bianco, un attonito bianco, di cenere.
.
a che serve questo sciogliere
lo spago e ferirsi dentro
per l’amianto
che nel fondo della parola incancrenisce delle sue polveri morte?
Che cosa
lesta si aggrappa come cagna
nel calore di una voglia
dietro il muso della parola
grossa gonfia
di sangue troppo pregna
e d’altro si abbatte su un muro
come acqua in uno schianto di lance
senza salvataggio

.
Per quanto l’uomo possa espandersi con la sua
conoscenza, e apparire a se stesso obiettivo, alla fine
non ne ricava nient’altro che la propria biografia.

Friedrich Nietzsche – Umano, troppo umano

Scrivere pensando di leggere
i luoghi del mondo mentre
è sempre se stessi che si guarda
di fronte a un cumulo di oggetti
che si sono accasati
accatastati in luoghi del nostro sangue
infittendosi in memorie
ingombrando i giorni
di involucri di vetro
tutti gli specchi in cui credevamo
di avere visto gli altri
ed eravamo noi
ogni volta quell’io trasformista
che sa essere tutto
perché ogni cosa
è solo un vento elettrico
che ramifica i pensieri
strappa i sogni e li riconguaglia
in segni e disegni
senza scampo l’esperimento di vivere
è sempre all’inizio
.

Scrivere i sogni, questo ho fatto sempre, perché la vita è un insuperabile conflitto
dove realtà e irrealtà costruiscono a vicenda l’intero teatro di un attimo
tanto e poco dura l’incantesimo di cui non sappiamo il senso, di cui fatichiamo a comunicarci
il linguaggio, il luogo e l’orizzonte curva ogni nostra storia, distogliendoci
da quanto si fissa in noi per creare il passaggio a quell’oltre spesso desiderato
a cui siamo legati con un senso di abbandono, o nostalgia di un miraggio, dove la morte e la sua 
parola profonda nega a ciascuno un durevole attracco, ricordo del sogno dentro cui vivi si muovono 
tra incontri e conflitti, spaesamenti e drammi, repentine fantasie a cui preclude l’affioramento
in una messa in scena che è questa realtà spietata cruda e durissima che non lascia fiorire che i 
segni, di una vita maldestra e fuggiasca, che cerca di divincolarsi comunque dai nostri corpi infetti 
da corrotte opere, semplicemente umane.

.
in uno stato di veglia
insonne ascoltare il graffio
che incido con l’ago sulla superficie
mia pelle dura trasparenza e giacimento di silenzio
vuoto sotto ogni scoria
l’espulsa parola fradicia di paura
tra verbi lame di coltello e cristalli di scrittura
fragile fragile fragilissima impugnatura
di quel vincolo immaturo
sempre così poco conosciuto e sempre
innocente nella frontiera di una parentela che ci fa
padre madre fratello sorella e
figlio figlia l’abito che si indossa fino alle ossa
e reliquia di alleanza tra persone senza nome
un corpo bianco un brano di tu e io e loro
mai abbastanza noi in una parola bugiarda e
bugiardino del veleno farmaco di ognuno
di noi spergiuro e piana una giuntura
tra alte asperità di pensiero convulso un nodo di volti
umani ancora un poco
sotto l’ipnosi di una realtà mai abbastanza magnanima
che graffia con le unghie e morde
coi canini sguinzagliati dentro la carne
avara di bene e pozzo che scrive sempre
solo se stessa.
.
Scrivere è stare sulla soglia
vivere lo strabismo di uno sguardo
lanciato nell’interno labile di un paesaggio
diurno e notturno frammento di un globulo di luce mai nostro
dall’altro è uno stare fermo nell’immanente
gioco dei nomi creando vetrerie frangibili
per un minimo soffio di vento che sposta
l’asta in cui chi guarda si vede
.
Dall’altra pace della voce
smarrire i toni e i timbri degli inchiostri
breviari brevi diari viari

dall’altra pace della voce

non si può guardare non c’è
traccia di nessun dialogo le lettere
sono scomparse annegate negate in un profondo non

essere è senza corpo e l’abito si strappa
suicida la voce sdrucita vagando ora un labirinto
ora la fronte nuda resta monca di ogni lettura

Dall’altra pace della voce
l’eco è morire?

Dall’altra parte
la gola che là i n c h i o d a la voce
trasmigra quel corallo
vermiglio ineludibile consiglio o semplice un coniglio
il capodoglio che inabissa il cordoglio
e niente resta nessun resto della bestia
anomala che attrae incuriosisce e spaventa
paventando l’assurda piazza della pira che arde
l’ara della fine che urla in ciascuno l’agonia come un’ingiuria
contro la nostra ignoranza che ci ha permesso d’essere
ripetitivi monotoni lagnosi remissivi falsi
alieni a noi stessi e incapaci di pronunciare davvero
una parola chiara una lettera
una
anche una sola
senza necessità di valore
ma viva
.
forse adesso
forse è questa l’ora buona
di abbracciarla sfiorarle la bocca
con un dito la punta del desiderio
in punta di penna spogliarla
sul bianco del foglio esporre nudo il corpo
spavaldo il cielo che ha nel centro del petto
parole fronde voci profonde
e con la lingua toccarla là dove di piacere
al tuo il suo corpo si fonde
nuda
poesia
.
Io pianto radici
tra i luoghi anche
anche se
per risarcirmi di tanta solitudine
a volte ho provato
a trovare un piccolo invaso
di terra un coccio in qualcuno
ma
sempre la distanza ha fiorito semi
copiosi allori sotto la cui ombra gli altri
preferivano sostare
io sono un sassolino
un tubero secco da tempo
non fiorisco
e non ho casa
che non sia aria
un respiro misurato
dalla bocca ingoiato
in tutto il corpo in gioia
trasformato in f f f f fiato
.
di qua di là
prima dopo
si confondono i nostri passi
e sempre si ritrovano ad un bivio
potessimo in punta di piedi
muoverci come un respiro può
nel suo corso tra infinito e
finito
il nostro piccolo foro di luci
quanti nei sensi e un silenzio
così fitto di parole in continua dissoluzione
e trasporto non d’aria ma
destino
cammino
oblio

senza lasciare dietro a sé
vaga
nemmeno un’ombra
.
stanare ogni parola
dalla sua buca o da un nido
aprire il nodo che la strangola
mentre scrivendo la senti
attraversare la mente
nuotarti la gola
e quelle strettoie avide
si allargano si allagano
di quell’immenso silenzio
che ogni sillaba contiene
trattenendolo e invasandolo nella seguente fino
a comporne un segno che ci doppia
ci sdoppia a volte ci frantuma
per regni dove il buio governa
e semi non umani ci dipingono in cuore sonorità
imponderabili
… e ancora mi è impossibile collocarmi con precisione
è così denso il corpo
è così vuoto il tra
scrivere lettere
e so bene che sono lettere a nessuno
sempre un tu l’altro che racconta e si racconta
tentando di ritornare
nel seminario in cui la vita ti ha germogliato
per poter iniziare a tracciare quell’esordio fortunato
in cui gli occhi videro
la prima volta
istituendo il desiderio di un luogo
da cercare e da percorrere
tutta la vita o il suo sogno
senza poter mai davvero trovare quei passi
ma forse ascoltandone il rimbombo
bere la miscela di latte e recitativi di preghiere
battiti e battute schiaffi silenzi
dalla scalcagnata tazza della memoria
e riderne a volte piangerne altre
orfana di quegli sguardi
come di animali furtivi e irraggiungibili
che sei stata tu e ancora lo sei
un fatto
di materiale della vita
a cui non puoi credere a cui non puoi che cedere
– lettere e lettere
.
vorrei scrivere solo poesie d’amore
vorrei spenderti così vita
mentre mi prendi chiedendomi in cambio
le ossa e l’avorio della memoria
il tiglio dei sensi e il taglio dello sguardo
l’intenso bagliore del giorno
quando ti guardo da dentro e per sempre ti mantengo
bruciante e vivida nottetempo raccattando sillabe nei campi
che si fanno parole rare gemme preziose che poi cadono
cedendo bacche semi di distillazioni luci
vita di ogni attimo ogni giorno poesie di un altro mondo
che trascina in questa riva una marea altissima
e dei mali crea residuari di atomi scomposti oceani
scintigrafie di universi che ancora un poco mi trattengono
spingendomi tra cose caduche e alberghi di verdissimi ospizi
nell’invisibile selva che ci cresce il corpo antico e nuovo
reliquario di attimi in quei bagliori degli affetti
che ci irrigano e in una cruna celeste ci dispongono
alla continuità del viaggio
.
Da In pochi attimi di vento- Terra d’ulivi Edizioni 2016

Ho cominciato a scrivere
per non perdere i luoghi
dentro di me così fragili
e distanti
le scarpate delle strade i fossi e gli argini
come montagne invalicabili quando il tempo frana
quando i giorni si ammucchiano
infoltendo i loro rami di altri segni
un’intricata foresta i mesi gli anni
che mi scendevano il corpo
in continui naufragi e perdite
dei miei primi attimi
l’amicizia con la terra
che in gola mi metteva nidi
e ora era senza più uova e
voli alti sopra le corti di sole le crepe
sulle facciate di case ormai straniere
quasi una forca la memoria divarica la forcella
e innesca la sua fionda penetra la sua piccola granata
affonda dentro l’angusto territorio
della mia vecchiaia
incolta sulle spalle trae i pesi dei luoghi
le cimature degli alberi
le siepi gli orti un sentiero interrotto
sui cui più volte mi è crollato addosso il tempo
e la vita si è allargata in un cupo lago
recintato da pietraie aguzze
ruderi i ricordi in un continuo restauro di strutture inutili
perché non serve un tetto una lamiera basta
per passare la notte se la vita è un temporale e nemmeno la luna
ti accoglie e niente riaffiora in quell’antro che è l’androne di una casa
dove abiti ora ma tutto sta stipato
in un ripostiglio senza aria senza luce
un luogo senza sentieri da percorrere
dove non sei affatto contento di esserci
perché i ricordi di ieri ti mangiano e i ricordi di oggi si frantumano
in un niente così che a te non resta altro
che un vuoto
deposito di polvere tuo unico specchio

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Memoria e fantasia nel romanzo “Elvira des Palmes” di Emilio Paolo Taormina. Recensione di Anna Maria Bonfiglio.

27 mercoledì Apr 2022

Posted by marian2643 in LETTERATURA, Recensioni

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Elvira des Palmes, Emilio Paolo Taormina

 

 

Nella Palermo Felix dei primi del Novecento, alle soglie di un secolo che avrebbe visto splendori e rovine, a fianco dell’ormai mitica e citatissima dinastia dei Florio si muoveva un’ampia fascia di ricchi imprenditori borghesi arrivati dall’estero per impiantare attività commerciali sul suolo panormita. Fra i Withaker, i Sandron e gli Ingham si insediarono anche i Ragusa che iniziarono impiantando una piccola attività alberghiera e si espansero fino alla costruzione di uno fra i più eleganti  hotel di Palermo, il Grand Hotel et des Palmes. La storia di Elvira, protagonista del romanzo di Emilio Paolo Taormina, si muove nell’aria di questa Palermo in bilico fra due secoli e ne tramanda la memoria storica attraverso la vicenda di una famiglia che è il ritratto di un ceto sociale emergente, quello che non appartiene all’aristocrazia ma che soverchia, per cultura e raffinatezza, quello meramente borghese, una famiglia nella quale l’arte è sempre presente, che mantiene rapporti con studiosi e artisti e il cui capostipite è un entomologo di fama internazionale. Zigzagando fra presente e passato l’autore s’insinua nelle trame di una storia familiare per carpirne gli aspetti più reconditi e misteriosi, per indagare, ricordare, ipotizzare, in una parola per risalire alle proprie origini. Fra memoria e immaginazione egli dipana le vicende della propria famiglia e al contempo traccia il quadro sociale di quella Belle Époque che è rimasta come mito di quel tratto di Storia che va dalla fine dell’Ottocento ai primi anni del secolo successivo. Taormina entra nelle maglie di un’intricata rete di parentele per potere infine dare un’identità ad un’antenata che non figura nell’albero genealogico della sua famiglia ma che egli sa essere ad essa appartenuta. L’oscurità che avvolge la nascita di Elvira è un velo che ricopre il passato di più generazioni, riuscire a strapparlo significa riportare alla luce l’essenza di una “stirpe”. Il testo, che testimonia anche la vena lirica dell’autore, è attraversato da sciabolate che fendono vari argomenti, dalla disciplina entomologica, di cui era un esperto Enrico Ragusa, alla coloritura dell’ambiente socio-culturale e all’analisi della realtà storica della Sicilia fin de siècle. La cifra stilistica che identifica tutta la produzione di Taormina è la disposizione ad innestare alla prosa un richiamo lirico che interseca i vari passaggi della sua narrazione ed è testimone ineludibile della sua essenza di poeta.

 

Anna Maria Bonfiglio

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Per i morti della Resistenza

25 lunedì Apr 2022

Posted by Deborah Mega in Segnalazioni ed eventi

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Giuseppe Ungaretti

Qui

Vivono per sempre

Gli occhi che furono chiusi alla luce

Perché tutti

Li avessero aperti

Per sempre

Alla luce

Giuseppe Ungaretti

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