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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

Emilio Capaccio traduce Marsden Hartley

06 giovedì Gen 2022

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche, LETTERATURA, Poesie

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Tag

Emilio Capaccio, Marsden Hartley, Poesie, TRADUZIONI

Torno a meditare sempre sull’idea della vita,
mentre medito perennemente sull’esistenza del momento.

M. H.

Marsden Hartley

Poesie di Marsden Hartley (1817-1943). Traduzione di Emilio Capaccio

VENDITORE DI PESCE

Ho preso le squame
dalle guance della luna.
Ho fatto le pinne dalle ali della ghiandaia,
gli occhi dai susini nell’ombra.
Ho preso i vermigli dalle labbra del sole.
Da tutto questo ho fatto nascere un pesce nel cielo,
l’ho messo a nuotare per te in un azzurro d’ottobre.
Siedo sulla riva del ruscello e osservo
il prato in visibilio
mentre volge in oro cinerino.
Sono sempre belli i pesci
che vengono a te dall’arcobaleno.
Perché sono stati creati,
perché li ho messi
a nuotare?

FISHMONGER

I have taken scales from off
the cheeks of the moon.
I have made fins from bluejays’ wings,
I have made eyes from damsons in the shadow.
I have taken flushes from the peachlips in the sun.
From all these I have made a fish of heaven for you,
set it swimming on a young October sky.
I sit on the bank of the stream and watch
the grasses in amazement
as they turn to ashy gold.
Are the fishes from the rainbow
still beautiful to you,
for whom they are made,
for whom I have set them,
swimming?

UCCELLI CANORI

Cento uccelli canori al più vicino squarcio dolorante,
sembrava amassero il suo dolore
empito d’iper iconica spogliatezza.
Non m’attendevo sì strabiliante opulenza
d’appressarsi a me celata col far del giorno,
benché la mane sia il momento e la primavera
il modo in cui sa esser migliore l’amore.

Attraverso il fogliame un bruciante
impeto d’ali dorate, leste, vorticose.
Tutti gli uccelli canori del mondo son venuti
a me, e son in me viventi
Io solo fresco ricetto e umile ombra ho dato,
alle mie foglie premute da eccessivo sole.

Ho detto che son venuti cento uccelli canori
per me,
e ora che chiaro m’è tutto, quelli che son stati,
che son stati davvero vicino,
son due solo, o tre,
Ma come m’hanno preso.

WARBLERS

An hundred warblers in the nearest aching gap,
it seems as though it loved its aching
filled with hyper-ikonistic misery.
I did not expect such staggering wealth
to come to me by dawn-delivered stealth,
though morning is the time and spring
the way love knows of its best being.

All through the leaves a burning
rush of gilded, swift, whirling wing.
All warblers of the world have come
to me, and are in me living
I only cool retreat and humble shade giving,
my leaves with excess of sun trampled.

I said an hundred warblers came
to me,
and now that I am clear, what it
was, was very near
it was but two, or three,
But how they fastened me.

L’AQUILA NON VUOLE AMICI

L’aquila non vuole amici,
impiega i suoi pensieri per altri fini –
ha i suoi cerchi da iscrivere
a dodicimila piedi da dove
i pesci setacciano il mare,
trova il suo conforto nell’illesa
immensità,
dove pensano le aquile non c’è bisogno
d’essere soli –
Nell’isolamento
c’è un profondo senso di casa.

THE EAGLE WANTS NO FRIENDS

The eagle wants no friends,
employs his thoughts to other ends –
he has his circles to inscribe
twelve thousand feet from where
the fishes comb the sea,
he finds his solace in unscathed
immensity,
where eagles think, there is no need
of being lonesome –
In isolation
is a deep revealing sense
of home.

FIDUCIA

“Avremo il sole ora”.
dicevano i tremuli gabbiani
“Abbiamo percorso la gamma del mare tuonante,
uno per uno, uno per uno,
e sebbene l’onda sia piena di pane
un’ala è spesso sfinita dai tendini
d’una cosa così varia e vasta;
facciamo la nostra geodetica sorveglianza,
perché le aringhe sono una cosa splendente,
una forma di lucente immaginazione,
una grandiosa circostanza.
Il brivido d’una foglia di frassino e di pino
fa altra musica per la determinazione d’un giorno,
anche i gabbiani amano la forma delle rose
prima che il giorno muoia.”

CONFIDENCE

“We’ll have the sun now,”
the quaking sea gulls said.
“We’ve run the gamut of the thundering sea,
one by one one by one,
and though the wave is full of bread
a wing is often tendon-weary
of a thing so varied-vast;
we do our geodetic surveillance,
for herring are a shining thing,
a shape of sleek imagining,
a pretty circumstance.
The shiver of an ash leaf and of pine
makes other music for a day’s determining,
even sea gulls love the shape of roses
ere day closes.”

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Fine del ’68. Eugenio Montale

31 venerdì Dic 2021

Posted by Loredana Semantica in Poesie

≈ 1 Commento

Tag

Eugenio Montale, Fine del '68, POESIA

La Redazione di Limina mundi augura Buon Anno Nuovo

Ho contemplato dalla luna, o quasi,
il modesto pianeta che contiene
filosofia, teologia, politica,
pornografia, letteratura, scienze
palesi o arcane. Dentro c’è anche l’uomo,
ed io tra questi. E tutto è molto strano.
Tra poche ore sarà notte e l’anno
finirà tra esplosioni di spumanti
e di petardi. Forse di bombe o peggio,
ma non qui dove sto. Se uno muore
non importa a nessuno purché sia
sconosciuto e lontano.

Eugenio Montale

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Preghiera della neve e dell’attesa

25 sabato Dic 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

≈ 2 commenti

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Paola Mastrocola, Preghiera della neve e dell’attesa

La Redazione del blog LIMINA MUNDI augura a tutti BUON NATALE!

 

Sfrigola la carta crespa,
incanta come sempre il pastore inginocchiato,
la pecora che resta
indietro, inciampa, increspa
la finzione del prato;
le case di cartone, l’acqua
che non scorre – è un velo
di stagnola,
e il muschio…
ah, il muschio! unica nostra astuzia
quest’aggiunta patetica del vero,
quest’attenzione un po’ pignola
alla minuzia… –

Portami ancora doni, dio bambino.

Entra dalle finestre chiuse, assali il sonno,
fammi sorpresa quando l’ora
scocca ed è – miracolo – mattino.

Portami l’attesa per esempio, il dono
che lungheggia il tempo, lo rinnova
al fuoco sempre acceso, all’eco
d’un mio desiderare
timido, quieto.
Torna a essere l’Atteso,
colui che senza una ragione arriva, senza peso
(eravamo bambini bravi, capaci
di sperare, anche
di bivaccare all’ombra di un divieto;
perché ci hai reso vecchi così rapaci,
e schiavi?).
Ritorna l’attimo che riempie
d’un qualche baluginare il mondo:
fai che vediamo al buio i lampi
latenti,
la tenda che si scosta, il frullo
delle ali, il soffio
d’un alito che sia divino…

Noi,
ciechi veggenti.
Fai che passiamo l’anno ad aspettare
(quest’arte oggi così desueta, incolta…).
Fai che così aspettando non passiamo.
Non così veloci, e senza posa…
La pena di passare sia una neve
che s’incunea a filtrare
e gocciola dai travi, appena sciolta…
Qualcosa che alla fine ci distrae
e riposa.

 

Paola Mastrocola

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Versi trasversali: Zahira Ziello

20 lunedì Dic 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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poesia contemporanea, Zahira Ziello

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

 

ZAHIRA ZIELLO

ANTEFATTO

Vorrei un bacio lunghissimo

o dei morsi pizzicati,

avere i miei fianchi stretti ai tuoi

piano come piano è il respiro

e forte e lontana la tua stretta.

 

 

GEOMETRIE I

Era dolce baciare la verticale della tua schiena,

poggiare su di te la mia guancia stanca

e, affamati capire che non c’era amore,

solo poca voglia e pelle sudata,

Nessuna cura ma

la ricerca di un centro che sapesse

stringerci voglioso,

non come facevamo noi.

 

Era dolce baciare il centro della tua schiena.

 

 

GEOMETRIE II

Non mi manca il tuo amore

Mi manca raschiarmi cuore e vene per permetterti di entrare.

Ritrovarti la notte lì, steso a gemere lento

Rannicchiato e placito a otturare lo spazio dove prima scorreva forte il sangue.

E poi scoprirmi entusiasta e piena

Di un’euforia che non mi apparterrà

Perché ogni tua cura tornerà a te

E a me resterà il vuoto che avevo scavato per permetterti entrare.

 

 

GEOMETRIE III

L’assenza è un morbo corpulento e fiero,

stringe e giace, vorticoso e flebile

Fugge dal corpo che lo ha abitato

e se ne fa uno nuovo, una nuova sostanza,

nuova mancanza e desiderio.

Non torna, e smarrita la casa,

si ritrova in mura strette di solitudine,

strette a ricordare che l’assenza è fuggita.

 

 

GEOMETRIE VII

Sapessi frazionare in cerchi la realtà,

mi libererei dei rigidi assiomi di questa folle ellisse,

che carceriera, trattiene in sé un dramma

ripetitivo e indolente ma mai menzognero.

 

Sapessi sedermici su e impormi,

renderei torchio il cerchio e le assi

e muovendolo deciderei io cosa stringere

(almeno in questa tra le ripetizioni)

 

E il torchio cosa maciullerebbe?

L’area del cerchio?

I resti del contorno?

O i resti miei?

 

 

CONCLUSIONI

Si rifiuta la guerra del dialogo

per assecondare i silenzi alienati delle coscienze,

In favore di questa sovrapposizione di crisi

qui tutti stagnano

senza l’agilità del loto

ma con la durezza di muri

fatti con ossa prive di midollo.

 

Così nelle mie vene

alberga una nuova crisi

che teme caduche novità.

 

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~A viva voce~

18 sabato Dic 2021

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Fra improbabile cielo e terra certa, Francesco Palmieri

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

Peso a peso

(…siamo nati a morire

e ancora questo non basta…)

Non basta farsi certi a poco a poco

che gli anni invulnerabili sono contati

e poi solo il cadere ad una ad una

di scaglie di metallo dalla pelle

(e carne, soltanto carne esposta,

dai piedi e alla testa, intorno a braccia e cosce,

nel cavo del torace, nel ventre gommapiuma,

carne soltanto col marchio di memorie

che furono corse sott’acqua e pioggia senz’ombrello,

la svolta in un portone ed una rosa,

il bacio ed una rosa, e l’infinito intorno).

 

Non basta sovrapporre peso a peso,

comprimere le spalle di zavorra e terra

(e rami fracassati per caduta da sospensione al suolo,

e voli trasparenti che hai aspettato in anni

perché non era ancora il tempo degli spari,

dei colpi di fucili nascosti nelle siepi

e i passeri a stramazzare, i cani ad abbaiare,

e terra tutt’intorno, soltanto questa terra.).

 

Non basta lo spirare goccia a goccia,

segnare il passo per l’ultimo dei morti

(e chiudere la casa dopo il lutto,

scenderne le scale per non salirle più)

e poi ancora uno che forse non ti aspettavi

e poi ancora un altro venuto di sorpresa.

Non basta accorgersi e non dirlo

che i vecchi se ne andranno

e resteranno i figli,

che certo è ancora vita il giro di clessidra

ma come sarebbe stato

il durare gli uni e gli altri

lo spazio di un eterno

e non giorni d’inferno

per i sopravvissuti.

 

Siamo nati a morire,

e fosse stato questo il neo,

il punto di scadenza di una stagione sazia,

un reclinare il capo come i fiori,

un chiudere le imposte per dormire,

l’andarsene non visti, senza lasciare croci,

svanire fra le stelle e nessuna guerra,

 

sarebbe stata vita, un giorno lungo un sogno,

il canto di un delfino a navigare il mare.

 

(Ma forse questo

dio

ancora non l’ha visto).

 

 

Francesco Palmieri, Fra improbabile cielo e terra certa, Terra d’ulivi Edizioni

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Monia Gaita, “Non ho mai finto”, La Vita Felice, 2021. Nota di lettura di Deborah Mega

13 lunedì Dic 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Monia Gaita, Non ho mai finto

 

Nasce come un flusso di coscienza che rivela una sensibilità acuta e una notevole capacità affabulatoria quello di cui dà prova Monia Gaita in “Non ho mai finto”, silloge edita nel 2021 da La Vita Felice, in cui la parola diviene corpo che ri-suona, estensione del proprio vissuto e del proprio io. Il titolo della silloge manifesta una dichiarazione di intenti rigorosa e precisa, quella di raccontare senza finzioni e senza orpelli: unica finzione è quella di fingersi vivi. La silloge appare tripartita: Il ciclo del sentire, Confluenze, A colloquio coi luoghi sono i titoli delle tre sezioni, che, però, si dipanano senza soluzione di continuità.  Fin dal primo testo appare il tema della delusione e dell’assenza, talmente forte e dolorosa da sanguinare come una ferita aperta. A prima vista i testi, in cui è tangibile l’urgenza del dire, riflettono una scrittura intimistica che descrive un percorso esistenziale personale e privato. Nella prima sezione vi è l’elaborazione del dolore e del lutto in versi come Ho il cuore diroccato. / Si è spento tra le braccia / di quest’altra delusione / all’improvviso.

Ha cicatrici ancora troppo fresche questo addio. / Digradano dai fianchi della casa nel respiro.

Ti ho tenuto la mano fredda e cedevole, / accompagnandoti a un ignoto / d’esistenza-inesistenza, / non so dire.

La perdita dell’altro ad un certo punto diviene perdita di se stessi.

Un’altra spaccatura carsica del cuore / a farmi estranea e inconcludente / anche a me stessa.

E io perduta / e con la bocca ancora da sfamare, / cercai una presa salda, un tetto / nel tuo nodo.

Quando razionalmente si comprende che tutto è dominato dal caso, però, ci si adatta e così la poetessa osserva Mi adatto al medio destino dei viventi / insinuando il dispiacere / tra una premessa e l’altra o ancora Mi abituo a vivere / molto al di sotto della soglia / di ciò che avrei voluto. La presa di coscienza e l’adattamento di cui si parlava prima, perché vivere denota soprattutto capacità di adattamento alle avversità, permea la seconda parte della silloge. Le “Confluenze” sono spiragli di ricordi nostalgici che si innervano in un presente fatto di reazioni, coesioni, sviluppi. Ci si estranea da se stessi, fino a diventare quasi osservatori esterni, si comincia forse a rammendare lo strappo del perduto, traslocando nella vecchia casa del perduto, convincendosi che niente sarà perduto, facendosi perfino largo tra la folla del perduto. Il lessico di Gaita è a volte specialistico, altre informale, ricco di metafore,  personificazioni, anafore, che rendono la narrazione in versi sempre coinvolgente, ricca di immagini, quasi espressionista. Scrive, infatti, Ti lascio un bacio ai piedi dell’albero, pettinare tutti i giorni la speranza, pedinare il buio, e ancora l’ottimismo, / si stringe con disagio nelle spalle, il vuoto accende le sue luci, la campagna radicante manda un grido.

La terza sezione, infine, è dedicata ai propri luoghi, Montefredane, l’Irpinia, il Sud, attraverso una geografia dei luoghi vissuti e narrati che diviene geografia dei sentimenti perché si sta parlando di luoghi amati, il cui dramma li ha resi ancora più cari, da proteggere e da difendere. Anche il tuo corpo è da salvare, scrive nel testo dedicato al suo paese natale. È destino comune a tanti dedicare anni agli studi, formarsi e poi dover partire, lasciare la propria terra per garantirsi la sopravvivenza. Le proprie radici, però, non si dimenticano, si resta ancorati ai propri luoghi nella nostalgia del ricordo e nella speranza di un vivere futuro.

Sono partita, ma non dimentico l’Irpinia. / Resto ancorata all’utero dei campi, / covo la prole delle spighe, la proteggo / fino al millimetro finale della schiusa.

L’Irpinia è la terra colpita dal terremoto dell’Ottanta e Gaita dedica diversi testi a quel tragico evento, scrive infatti Fischiano i polmoni delle case, […] Il nido dell’infanzia è divorato, Respira ancora la cicatrice delle case, / il busto greve eretto nella tregua. E di cicatrici Gaita parla spesso: sono quelle comuni a tutti, quelle che ci fanno sentire fragili, depressi, confusi, omologati, aridi, affaticati, privi di ispirazione. Le sofferenze, le delusioni, i lutti da cui riprendersi e le esperienze di cui fare tesoro, ben presto, diventano percorso comune a tutti, uomini, donne che vivono e soffrono, perché la vita è sofferenza da cui possiamo imparare a proteggerci con la forza della resilienza, fino a prendere per buona la norma di resistere. Questo è probabilmente il messaggio che Gaita ci trasmette in queste belle pagine, “Sopportiamo” la nostra presenza nel mondo, lottiamo, viviamo intensamente, protestiamo, affrontiamo le avversità e gli eventi traumatici con coraggio e determinazione perché come Albert Camus scrisse in Nozze, “non c’è amore del vivere senza disperazione di vivere”.

© Deborah Mega

 

 

PROVO A DIMENTICARTI

 

Ho il cuore diroccato.

Si è spento tra le braccia

di quest’altra delusione

all’improvviso.

Provo a dimenticarti,

a ritornare sull’argine maestro

delle solite abitudini.

 

Svolto col vento

a Nord e a Ovest delle nuvole,

sprofondo nelle ossa oziose della stanza.

 

E un Dio non c’è

a rammendarmi lo strappo del perduto.

Io che non so sopprimerti

e fare sosta lontano dai tuoi arrivi.

 

Io che ti raspo l’oro dalle labbra,

che mi riparo dalla pioggia con l’ombrello

del tuo nome.

 

 

I TETTI DEL RESPIRO

 

La grandine tempestava il mio selciato,

ma io ero di tempra forte,

torcevo il naso allo squilibrio con un dito.

 

Quando il dolore

mi scoperchiava i tetti del respiro,

avevo ancora un tisico giacinto di reazione,

un forse striminzito, un tiepido sorriso.

 

E tra le zolle promiscue dell’inganno

ti cercavo,

ti disegnavo a tratti fermi

lungo il cuore.

 

Poi la frattura

che trasportò a valle i tronchi della fine.

 

Dall’umida parete trasudasti come un’acqua

e a sorte, dal buio, raccolsi una moneta,

ne trangugiai l’amaro fino al pozzo:

 

era il tuo volto,

seguiva la mia traccia.

 

 

L’IMPALCATURA

 

Hai deciso di andare.

Non devo insistere, non devo dire niente.

L’anima adesso è piena di rumori,

beve d’un fiato il vuoto, perde peso,

incrocia gli occhi degli dei irritati.

 

Ora la forza dovrà riprendere a soffiare,

ferma e insistente, da tutte le fessure.

Ora dovrò perseverare nell’uguale,

accendere le stelle cieche

a quelle azioni che sembravano scontate.

 

Eviterò di piantarmi nelle cose

troppo a fondo

e metterò le cicatrici ad asciugare

con il coraggio della volta prima.

 

Fuori dai malintesi e senza contrariarmi

quando l’impalcatura,

stanca di concepire,

cade al suolo.

 

 

DIVENTI

 

Tu sei un frangente di spiaggia,

scavi la mia scogliera,

ritorni al mare con moto di risacca.

 

Io ti raccolgo le acque

e una sottile pellicola di ansia

dalle labbra.

 

Cede il calore ricevuto questo giorno,

mostra la faccia illuminata

al tavolo, al quadro, alla ringhiera.

 

È l’ora in cui la gioia irriga il foglio

e la tua voce cammina senza posa

nella stanza.

 

Diventi il primo nella fila dei bisogni,

poti gli ulivi alla paura.

Mi dici: «Amore, non pensarci,

andiamo avanti».

 

 

DIFENDERE

 

Ci tocca sistemare

alcune tegole fuori posto,

rimpatriare i danni,

incunearci in un ulivo d’abitabile.

 

Insegna la storia

a non sentirci cancellati,

a non dilapidare la parola data.

 

Ed è fortuna

desumere la luce dalle foglie,

acclimatarsi al vento,

istituire un’adiacenza coi passanti.

 

Quando la gioia ti muore sulle labbra

come una parola,

devi nutrirti di quello che rimane

nel cestino,

difendere il “ti amo” che imparammo

in epoche remote,

 

ruotare attorno al fulcro dei viventi,

continuare.

 

Testi tratti da Monia Gaita, Non ho mai finto, La Vita Felice, 2021.

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~A viva voce~

11 sabato Dic 2021

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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A tanto caro sangue, Giovanni Raboni

 

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

Ho gli anni di mio padre – ho le sue mani,
quasi: le dita specialmente, le unghie,
curve e un po’ spesse, lunate (ma le mie
senza il marrone della nicotina)
quando, gualcito e impeccabile, viaggiava
su mitragliati treni e corriere
portando a noi tranquilli villeggianti
fuori tiro e stagione
nella sua bella borsa leggera
le strane provviste di quegli anni, formaggio fuso, marmellata
senza zucchero, pane senza lievito,
immagini della città oscura, della città sbranata
cosí dolci, ricordo, al nostro cuore.
Guardavamo ai suoi anni con spavento.
Dal sotto in su, dal basso della mia
secondogenitura, per le sue coronarie
mormoravo ogni tanto una preghiera.
Adesso, dopo tanto
che lui è entrato nel niente e gli divento
giorno dopo giorno fratello, fra non molto
fratello piú grande, piú sapiente, vorrei tanto sapere
se anche i miei figli, qualche volta, pregano per me.
Ma subito, contraddicendomi, mi dico
che no, che ci mancherebbe altro, che nessuno
meno di me ha viaggiato fra me e loro,
che quello che gli ho dato, che mangiare
era? non c’era cibo nel mio andarmene
come un ladro e tornare a mani vuote…
Una povera guerra, piana e vile,
mi dico, la mia, cosí povera
d’ostinazione, d’obbedienza. E prego
che lascino perdere, che non per me
gli venga voglia di pregare.

Giovanni Raboni

da “A tanto caro sangue”, (1956-1987), in “Tutte le poesie”, Einaudi, Torino, 2014

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“Sundara” di Mauro De Candia. Ensamble, 2021. Una lettura di Rita Bompadre

09 giovedì Dic 2021

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni

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Mauro De Candia, poesia contemporanea, recensione, Rita Bompadre, Sundara

 

Il libro “Sundara” di Mauro De Candia (Ensemble, 2021 pp. 80 € 12.00) è un’originale, incisiva, contemplativa visione del mondo, concepita nella manifestazione profonda di liberazione dalle convenzioni culturali e sociali, una osservazione poetica oscillante tra l’intento satirico di una mitologia contemporanea e l’inconsolabile perplessità nei confronti delle sovrapposizioni esistenziali. Il poeta risana l’equilibrio e la suggestione concedendo al titolo della raccolta l’inno evocativo dell’incanto e della grazia, all’entusiasmo vitale delle poesie il sarcasmo e la fiducia emozionale nei confronti del genere umano, conducendo ogni impressione in un universo metafisico, ammaliato da influenze espressive surreali e oniriche. La libera ed ermetica combinazione stilistica dei versi interpreta il carattere autentico e moderno della riflessione, l’imprevedibilità dell’anima e la sfrenata fantasmagoria dell’immaginazione, delinea il codice significativo con l’enigmatica impenetrabilità delle parole, con l’oscurità schematica della dimensione interiore. Mauro De Candia accoglie le indicazioni di una discontinuità ritmica e attraverso una definizione articolata della logica nella ricerca specialistica di temi filosofici risolve la risorsa speculativa nelle dinamiche rappresentative dell’uomo disponendo l’esigenza di spiegare la propria centralità contenutistica in un percorso identitario. Una poesia sensoriale che concede a ogni intonazione ipnotica del verso la metamorfosi del discorso, la possibilità terrena dell’orientamento ispiratore. L’elemento poetico dello stupore è il filo conduttore di ogni intuitiva illuminazione e favorisce una nuova prospettiva della scrittura. L’orientamento rapido, autentico, insolito ed eccentrico dei testi dirige la perspicacia di un sillogismo necessario per affermare la verità identificativa e l’immedesimazione della realtà attraverso la meditazione con l’emblema dell’irrealtà. “Sundara” è un vocabolo proveniente dalla lingua sanscrita e il libro di Mauro De Candia associa al significato animato dell’essenza comunicativa l’intonazione del segnale spirituale e mentale dell’archetipo salvifico della bellezza, congiunge all’accordo poetico il prodigio e la meraviglia taumaturgica, diffonde nel verso autonomo e svincolato l’obiettivo di una eloquenza innovativa, aggiornando il carattere filologico della terminologia e il processo neologico della nuova esigenza letteraria, approfondita nella moderna apertura e nella competenza dell’effetto stilistico. L’estrazione leggendaria della rappresentazione dell’intensità del bene e dell’ostilità del male trascende l’affermazione sublime della poesia. La poesia concentra l’ammirata osservazione su se stessa, unisce la sostanza al profilo lirico, rigenera l’entità della ricostruzione nell’estensione figurativa del potenziamento semantico, manifesta la combinazione creativa dell’iperbole rafforzando il senso vivo e intelligente del pensiero, nella ricerca rigorosa e compiuta del fondamento esistenziale, nella maturità elegiaca dell’identità.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

CANTOFABULA (PARTE PRIMA)

Un giorno si rinchiuse, in Transilvania,
il Sole che annegava nel bromuro
narrato in un Jules Verne, in un Urania.

S’innamorò del buio, un corpo oscuro,
cantando storie, ergendosi più in alto,
sferzando i raggi intrepidi sul muro,

e illuminò così tutto il basalto,
e illuminò così l’intera valle,
e un’ombra pose un daimon in risalto,

e un canto pose il buio alla sue spalle:
spalle di favola, dorso di terra,
ali di indifferenza han le farfalle.

L’indifferenza genera la guerra,
ma io son differente, puoi scoprire
ciò che racconto, l’odio dissotterra

e lo tagliuzza, e poi lo fa morire.
Sei son le corde, cinque le vocali,
quattro sono le dita da accudire.

Tre sono i versi in bocca agli animali,
due son le mani: aspetta di capire.

CANTOFABULA (PARTE SECONDA)

Un mendicante ursaro era disteso,
toccato fu dal Sole che arpeggiava:
un dito gli mancava, era indifeso

quel giorno in cui una banda lo predava,
quando si avvicinò uno scannapane
e con la lama in mano lo sfregiava.

E accanto al mendicante era il suo cane.
Triunică (era il suo nome), che abbaiò
e in quel “tre” aleggiava un senso immane:

tre voci, tre volteggi in un rondò
compiva la sua lingua; rabbia, pianto
e infine anche la gioia lo guidò.

Il suo padrone diede vita a un canto,
una ghironda prese tra le mani
e con le corde il cielo mosse al vanto:

“Io canto quelle storie degli umani
che mai nessuno ha visto né sentito,
storie che ricordiamo noi zigani,

nei secoli il silenzio hanno subito:
io non potrei lasciarle mai morire”.
Il Sole lo ascoltava incuriosito
e vide tra le nubi comparire
le vite già vissute, e immortali
le colse tra i suoi raggi, vide uscire

da quella gola donne con le ali,
uomini colorati e poi cavalli,
e in sé raccolse tutti gli animali

mentre trascorse un secolo, e poi due,
ma il mendicante e il cane sono lì,
non sono mai invecchiati,
e neanche morti:
contaminando
non si muore
mai.

UN MERCATO

Al mercato di Z.
Una signora in carrozzina.
Un cane sul grembo della signora in carrozzina.
Un collare sul collo del cane sul grembo della signora in
carrozzina.
Un collare sulla vita della signora in carrozzina.
Accanto strepita di pece
una giovane coppia-chimera.
Un solo collare è sui colli stretti della coppia:
rimbalzano come anguille le adirate spine dorsali
imprigionate tra i banconi e i marciapiedi,
come la loro vita,
che è più in carrozzina di quella della signora.
Sorride la signora,
la sua mano alata è libera
e accarezza il cane.

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~A viva voce~

04 sabato Dic 2021

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Edoardo Sanguineti, Novissimum Testamentum

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

 

 

nell’anno novecento e ottanta e due
sul principio del mese di novembre,
gabbati i santi, e gabbati anche i morti,
tra le ore diciassette e le diciotto,
questo settimo giorno, che è domenica,
io qui presente sottoscritto, in Como,
dentro i locali della Media Foscolo,
novanta e nove di via Borgo Vico,

pubblicamente dichiaro e certifico
che per sempre rinuncio all’universo:
testimoniate per me, per un’ora,
e per un’ora, con me, vigilate:
se oggi chiudo e sbaracco e mollo e stacco,
getto la spugna e faccio il punto e a capo,
sarà perché tengo ragioni buone,
che tutte non le vengo a raccontare:

a quella cara donna, dunque, mia,
che già, nel nome, luce mi significa
e che i miei giorni, in fatto, ha illuminato,
ma che mi perdo, intanto, nel mio buio,
comunque lascio, per ricordo mio,
una cosa più lieve che la brina
più vana ancora che la ragnatela,
più niente assai che, dentro un’acqua, il buco:

dico che lascio parole d’amore:
dico quelle che scrissi e che non scrissi,
dico quelle che dissi e che non dissi,
quelle pensate e quelle non pensate,
ma che, a pensarci, però, ci pensavo:
quando avrò lingua di cenere e polvere,
con quattro corde di vermi vocali,
ci potrà fare, quella, il suo conforto:

la vita ci consuma, e come un’acqua
che si arrotonda le più quadre pietre,
così ci rode e morde e spolpa e spompa
e spoglia e sbuccia e succhia, e ci smidolla:
noi, l’uomo vivo, fa di pasta frolla:
e, come un ghiaccio, che nel caldo ammolla,
scioglie i muscoli e i nervi in trista colla,
mentre ci svena il sangue a bolla a bolla:

guardate agli occhi miei, che un velo vela,
quasi sbavata nebbia sopra un vetro:
guardate al polso mio, che forte trema,
quasi criceto o acciuga, in rete o in gabbia:
sopra la pelle mia, scriba tenace,
il tempo ha inciso, con la sua lancetta,
lungo e largo, alto e basso, in furia e in fretta,
la sua firmetta netta maledetta

qui mi è alla fine il mio inchiostro, signori,
e qui si va spegnendo la mia voce:
così la taglio, la mia tiritera,
che, in ogni caso, già si è fatta sera:
altro, per oggi, né dico né scrivo:
lascito magro avete rimediato,
ma magro è l’uomo che l’ha rilasciato:
congedo prendo, più morto che vivo.

 

Edoardo Sanguineti, da Novissimum Testamentum, Manni, Lecce, 1986.

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IL GUSTO DEL LIBERTY NELLA POESIA DI PAUL GÉRALDY

01 mercoledì Dic 2021

Posted by marian2643 in Appunti letterari, LETTERATURA

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Paul Géraldy

Entra: ecco la camera confusa e provvisoria
 
dov’ero solo e dove aspettandoti vivevo,
 
e la mia tristezza con la sua lampada e gli armadi,
 
ed ecco il ritratto di mia madre a vent’anni.
 
 
Ecco le mie dispense e i miei poeti,
 
i dischi preferiti, i miei Bach e i miei Schubert,
 
il calendario nuovo dove con una croce
 
è segnato il giorno della tua festa,
 
e poi ecco i miei versi

 

Inizia così, con l’invito ad entrare nella propria camera, e quindi nella propria vita essendone la camera il luogo-simbolo, la storia d’amore  in poesia che Paul Géraldy ha intitolato TOI ET MOI. Storia  di due cuori che s’incontrano, si amano, si annoiano, si dividono e infine si ricongiungono, a perpetuazione di un’abitudine d’amore ormai tanto radicata da non poter essere divelta. Storia comune che la parola poetica riveste di fascino e fa assurgere a fatto unico. TOI ET MOI esce in Francia nel 1913, il suo autore è un giovane poeta che il tempo ha collocato nel limbo degli autori minori fino a consegnarlo all’oblio. La sua è una poesia che non suscita clamori, non presenta particolari innovazioni rispetto al tempo coevo e non si ascrive nel registro di movimenti o stili che hanno avuto peso nell’evoluzione della letteratura moderna. Eppure possiede una sua grazia di gusto liberty e rappresenta uno dei primi indizi di quella forma poetica di sapore realista che in seguito sarebbe esplosa con altri poeti di maggior fortuna, quale ad esempio Jacques Prévert. Paul Géraldy, al secolo Paul Le Fèvre, nato nel 1885 e morto nel 1983, è oggi un poeta sconosciuto ai più, tuttavia questo suo libro, che peraltro fu fra le sue opere quella più conosciuta, è un esempio di quella letteratura che agli inizi del secolo riuscì a coinvolgere un numeroso pubblico di lettori. Se proprio vogliamo fare dei collegamenti possiamo fare riferimento a quella letteratura definita rosa che nel primo dopoguerra sostituì  il sensualismo dannunziano con un romanticismo di carattere borghese. Paul Géraldy fu anche autore di testi teatrali che egli stesso chiamò “tragedie leggere”, drammi imperniati sui conflitti interiori e sui giochi psicologici dell’amore; inoltre pubblicò un libro di memorie dal titolo Carnet di un autore drammatico e un libro di massime sull’amore dal titolo Amore, appunti e massime.  Al suo stile, che fu definito mondano e leggero, non si può negare quel fascino, costituito appunto da un’apparente fatuità, che è lo stesso fascino di un’epoca che viveva il fermento della frattura con i canoni del classicismo. Le poesie di TOI ET MOI ricordano quelle cartoline inizio-secolo dalle immagini avviluppate da intrecci e ghirigori floreali, un gusto estetico che rappresenta il tempo in cui viene espresso, quel tempo definito belle époque che all’uscita del libro è al suo spasimo finale. Le poesie della raccolta sono di carattere colloquiale, una storia d’amore da leggere con lo spirito del tempo cui si riferisce e l’amore vi trabocca espresso con veemenza e spesso con sovrabbondanza di effusioni e di  tenerezze. Ricordiamo che al momento della sua uscita le atmosfere dannunziane impregnano ancora i salotti ed in simile contesto la poesia di TOI ET MOI può rappresentare un punto di rottura per la forma dell’espressione che si avvale di un lessico dove la parola non ha risonanze auliche né si esprime per simboli. La raccolta è una sorta di diario attraverso il quale il poeta ripercorre il cammino della sua storia d’amore, dal primo incontro alla conclusione. I versi sono la scarna rappresentazione della realtà, sono il quotidiano che si fa poesia per accogliere l’oggetto dell’amore ed inglobarlo in un mondo fatto di cose tangibili: i dischi, gli armadi, la lampada, il ritratto, e di tensioni intime, segrete: la malinconia, i versi. Mano a mano che la donna amata s’inserisce in questa realtà d’amore il discorso poetico si allarga e abbraccia una visione sempre più ampia dove trovano posto la malinconia per un distacco, la gelosia, l’incantamento, il dubbio, la tenerezza, l’inquietudine, il litigio.

Poesia d’atmosfera, talvolta resa con un fraseggiare di tenere dolcezze, talaltra comunicata con impalpabile lievità. Il registro colloquiale si impreziosisce a tratti di versi che lo illuminano e ne riscattano il dettato strettamente connesso alla banalità della vita quotidiana ( quella malattia di cui poco mancò che non morissi ; un profumo d’anima t’inventi che non ti conoscevo ancora; ci amiamo soltanto per avere cominciato). In un alternarsi di stati d’animo che vanno dall’esaltazione alla caduta si snoda una storia d’amore  resa unica dalla capacità del poeta di imprimerle un carattere speciale. Poesia di gusto liberty, si diceva, non solo per la descrizione dell’ambiente dalla quale emergono gli abiti, i cappelli, le lampade, le stanze, i satin, i pizzi, le frange, ma soprattutto per l’atmosfera che vi aleggia: raffinata, sospirata nei dialoghi, sospesa per gli interrogativi, gli esclamativi, le reticenze. Un quadro d’epoca che se da un lato rende datata la raccolta dall’altro ne fa testimonianza di tutto un modo di vivere e di vivere l’amore. Un piccolo documento di vita borghese in cui la poesia è l’estremo tocco di eleganza.

Anna Maria Bonfiglio

 

 

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Versi trasversali: Alfredo Alessio Conti

29 lunedì Nov 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Alfredo Alessio Conti, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ALFREDO ALESSIO CONTI

*

E RITORNO

È tempo di non ritorno
quando la vita si spezza
il dolore avanza
l’amore svanisce,
ma io riappaio
con la mia voce
le mie parole
e come eco tra i monti
rinasco
rivivo
ritorno da te
alla mia casa
alla mia terra.

 

MEMORIA

Ogni giorno che passa
si vuol cancellare
la memoria del passato,
ricostruire
immaginando
il decorso della vita
altro
dalla realtà.

Voglio ricordare
per non dimenticare
perché Lei ci soccorra
negli errori commessi
e nulla
potrà essere
come prima.

Ogni epoca
nonostante tutto
ha le sue
guerre e distruzioni
e vite umane
muoiono oggi…

… ancora.

 

DANZA CON ME

Danza con me
ascoltando
la voce del creato
che freme
nel nostro cuore.
Senti il vento
sospirare
tra gli steli del prato
e le foglie degli alberi
ballare con Noi.
Senti
i passi di Dio
che si avvicinano
e il lieve
abbraccio
chinarsi su di Noi.
Festeggiamo
il passaggio
tra vita e vita.

 

NEL…

Nel dì dei morti e dei santi
tra le tombe
passeggiando e pregando
il silenzio
mi avvolse.

Al rintocco delle campane,
all’ora terza,
mi inginocchio
al giorno
della resurrezione.

Non c’è morte
che non ricordi la vita.

Testi tratti da La verità nascosta, Guido Miano Editore, 2020

 

DI UN TEMPO

Sorridono
le stelle
tra le ingiallite
foglie autunnali,
come le parole
impresse
su vecchie pagine
lasciano
i tormenti, i sospiri
di un tempo
passato
a ricordare.

Da Quando un poeta se ne va, 2019

 

ATTIMI DEL TEMPO

Ricercatore di silenzi e d’eternità
inebriati nell’essere
per respirare mondi interiori irraggiungibili,
sogno imperscrutabile dell’umano vivere,
speranza della quotidiana esistenza.

Attimi del tempo presente
echi del futuro appesi al filo del passato.

Nessun ricordo
se non un soffice soffio
alito di vento
nel cosmico chiedersi
a quale incontro prepararsi.

Da Vivo di Te, 2007

 

ANCHE IL MIO CUORE

Nel silenzio delle splendenti
notti quotidiane,
dopo le frenetiche
stanche giornate,
quando i cuori
battono in un’unisona
armonia familiare
di tenera pace,
nell’Amare
il frutto
della vostra vita,
anche il mio cuore
riposa
tra le vette montuose,
innevate dal dolce vostro
calore.

Da Avvolto dal tuo tenero amore, 1998

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~A viva voce~

27 sabato Nov 2021

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Fra improbabile cielo e terra certa, Francesco Palmieri

 

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

Cambi di stagione 

 

si è aspettato a giorni il mondo che verrà

(era in attesa sul finire di una buonanotte,

oltre la storia e i baci prima di dormire,

era inciso su cupole fra firmamento e cielo

che bastava una preghiera perché dio

vi si affacciasse in volo,

e poi sospeso sopra labbra rosse

quando l’amore non era un dopo

di lenzuola sudate da lavare)

 

si è aspettato, noi,

come bambini seduti sopra a un molo

coi piedi in pesca dentro acquario e mare

e gli occhi di vedetta in cima a caravelle

(perché i bambini hanno angeli per ciglia

e coperte con le stelle sulle spalle,

perché i bambini sono senza confini

ed hanno passi alti dalle montagne al cielo)

 

poi vennero gli anni scivolati in acqua:

un tempo per il tuono delle cannoniere,

un tempo per il fumo delle petroliere,

un tempo per l’utopia caricata dalla polizia,

un tempo per un muro al fondo d’ogni via,

 

e adesso è solo vivere al presente,

lo spazio di giornata o qualche minuto appena,

e se mi affaccio un tanto sulla riva                 

lo so tutto il silenzio a perdita di vista,

il nientenulla oltre la superficie

ed un bisbiglio di cordoglio dentro cattedrali,

così, come viene naturale dopo la strage,

ad ogni genocidio di generazione

quando infine si capisce

che si nasce per le stelle

e si muore in una cella.

 

Francesco Palmieri, Fra improbabile cielo e terra certa, Terra d’ulivi Edizioni

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“Il sentiero del polline” di Guglielmo Aprile. Kanaga edizioni, 2020. Una nota di lettura di Maria Allo

24 mercoledì Nov 2021

Posted by maria allo in LETTERATURA, Recensioni

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Guglielmo Aprile, Il sentiero del polline, Maria Allo, poesia contemporanea, recensione

Senza-titolo-1

La cultura della società moderna, fondata sulla produttività e il denaro, non lascia spazio all’individuo, al suo bisogno perennemente inappagato di amore, di autenticità nei rapporti con se stesso, con gli altri e la natura. Ne consegue che da poeta autentico, la condizione di Guglielmo Aprile è a volte quella di un esule, in Esilio delle cicale (“… un dio indicò in questi alberi il suo perenne esilio “(pag.6), quasi a sottolineare un percorso poetico, come fondamentale momento di un cammino.
Così il poeta si contrappone al movimento frenetico della città e scopre in sé una tensione alla ricerca della Terra promessa “Siamo anche noi così, inseguiamo/ quellaterra che odora di miele/ quando il sole la sfiora, anche se/ ignoriamo dov’è che sia,e se” (Terra promessa, (pag. 89). Il titolo della raccolta Il sentiero del polline, sembra mettere a frutto, come Baudelaire, le letture del mistico svedese Emanuel Swedenborg, interprete di una forma di “misticismo cosmico” che vede nella natura un insieme di corrispondenze da decifrare. La struttura della raccolta rivela una precisa volontà costruttiva. Infatti Aprile ha inteso organizzare la sua opera poetica in una raccolta organica, che non nasce dalla semplice stratificazione di singoli testi ma è concepita secondo una struttura rigorosa, frutto di un continuo lavoro di labor limae. Il sentiero del polline è suddiviso in sette sezioni che testimoniano una direzione di ricerca in una riflessione sul rapporto tra realtà e di una tendenza all’evasione fantastica in epoche o contesti passati (Creta del tempo)e già dalla prima sezione (L’inquieto mare) è subito evidente il valore polisemico del mare quale emblema di una natura capace di rigenerazione e di rinascita: “Scava il morso dell’onda nella pelle/ della scogliera, ne erode le falde/aprendo grotte ampie come bocche/ di piovre…” ( pag.9).

Il risultato finale è una struttura all’insegna della varietà ma anche di un’intima coerenza e in Ogni cosa è in cammino (pag.71), il poeta dichiara con un costante controllo sulla forma, fedele a un registro ragionativo: “Sonnambuli procediamo ma è presto/ chiedersi verso dove, lo sapremo/ solo una volta arrivati”. È chiaro che Aprile si riferisce alla condizione dell’uomo moderno smarrito, privo di certezze in una situazione esistenziale di alienazione e di incapacità a comunicare, tuttavia alla ricerca del senso profondo di una realtà sempre più labirintica, in cui il poeta non cessa però di ricercare la presenza di un
principio ordinatore. È subito evidente il valore polisemico del percorso nella sezione A piedi, per i campi e in Arabesco (pag. 14) “Camminando decifro/ gli indizi incerti, che dita di luce/ tra gli alberi disseminano:/piste nascoste, fuggevoli tracce/ verso un paese d’oro e di chimera”. Nella descrizione del paesaggio silenzioso e immobile, il poeta si sente a proprio agio, dove gli indizi, gli alberi, le piste e le tracce sono lo scenario in cui egli compie la propria ricerca e dove all’improvviso, può apparire una presenza rivelatrice, ma l’accesso a una rivelazione, non diventa come un sigillo di separatezza, ma qualcosa di intimamente umano, una consapevolezza che diventa una ragione per ricongiungersi con gli altri.

Dietro questa ricerca di poetica dell’umanità c’è dunque l’assoluto bisogno, privato, personale da parte di Aprile di trovare una via di comunicazione con l’altro ma che viene a coincidere con una sofferenza di tutte le cose e con una situazione universale. Così esprime più esplicitamente il leitmotiv del suo progressivo itinerario spirituale e anelito alla terra promessa “Ognuno ha la sua terra promessa/ da cercare, essa è là dove si incontrano/ le rughe che solcano il cielo/ e appena il vento le scioglie svanisce. L’ obiettivo dunque della ricerca di Aprile, in un itinerario continuamente sospeso tra ieri e oggi, diventa occasione per ritrovare il senso dell’esistenza, rivalutare la dimensione della memoria per tentare di vincere la solitudine e inaugurare una comunione più piena con gli altri uomini, anche se il momentaneo trionfo del cielo appare minacciato dall’incombere del vento che dissolve. In Eterna danza appare evidente la presa di coscienza della fragilità dell’uomo, ma anche della necessità di superarla come unica via per restituire quel poco che può dare consolazione all’ anima del poeta: “Le insegne dei bar già accese alle sei del mattino / custodiscono un segreto/ che resterà inviolato da qui a tremila anni;/ l’uomo non si arrende/ alla Sparta dell’erba che si fa polvere…”.

Maria Allo

Creta del tempo( pag.6)
Scava il morso dell’onda nella pelle
della scogliera, ne erode le falde
aprendo grotte ampie come bocche
di piovre, squarci, faglie che si allargano
in forma di neri fiori di roccia;
fino a che un blocco si stacca e dà origine
a un nuovo scoglio, che somiglia a un pugno

chiuso sull’acqua, di tufo; e il tufo era
vivo un tempo, era magma, e dalle viscere
della terra sgorgava, era il suo sangue
poi rappreso e scolpito in varie fogge:
idoli informi, teste di ciclopi
o schiene di odalische: creta arresa
al bulino delle ere, allo scalpello
di venti ed acque, fabbro millenario

Arabesco ( pag.14)
Fogliame dei platani, lune falcate
inventano sull’erba
un mobile arabesco,
il sole filtrando tra i rami
lo tesse e poi disfa, incessante.
Camminando decifro
gli indizi incerti, che dita di luce
tra gli alberi disseminano:
piste nascoste, fuggevoli tracce
verso un paese d’oro e di chimera

Ogni cosa è in cammino (pag. 76)
Anche nei tempi di siccità,

quando il coro dei sassi smentisce ogni promessa d’acqua
ed è unanime l’ingiallire delle stoppie,
tu avanza e non chiederti dove,
segui solo il lampo, laggiù
sui colli turchini che danza;
come gli elefanti che aspettano prima o poi la pioggia,
fedeli ai loro millenari
greti d’ossa.
Sonnambuli procediamo ma è presto
chiedersi verso dove, lo sapremo
solo una volta arrivati

Grido che si alza ovunque (pag.92)

Se anche fosse appurato
che in fondo al pozzo dell’uomo non c’è
nessun oro promesso,
continueremmo a scavare, a stanare
sotto la pelle tracce che conducano
al petrolio di un dio: ombelichi
che attraverso il sangue tortuoso
sbocchino su un relitto
precipitato secoli fa in mare,
custode dei giacimenti di Andromeda.
Ed anche l’erba insorge
contro l’asfalto dall’ingiusto braccio;
e in ogni onda una bestia ferita

si dibatte, ribelle
a un olocausto che gli scogli officiano
sul loro mai sazio altare rombante

g-aprile (1)

G.A. è nato a Napoli nel 1978 e attualmente vive a Verona. È stato autore di diverse raccolte di poesia, tra cui “Primavera indomabile danza”, 2014; “Calypso”, 2016; “Il talento dell’equilibrista”, 2018; “Teatro d’ombre”, 2020; “Il sentiero del polline”, 2020,”Falò di carnevale”, 2021; ha inoltre collaborato con alcune riviste accademiche tramite studi critici su autori e testi della tradizione letteraria italiana.

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Versi trasversali: Matteo Marangoni

22 lunedì Nov 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Matteo Marangoni, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

MATTEO MARANGONI

 

La rosa in riva al mare

 

Libera

e incredula

ombra

di cielo

velato

il giorno

il volto

e la notte.

 

*

 

Nella nebbia

 

Nella nebbia

in piedi

le parole

lasciano segni

abbandonano suoni

diventano mare sconosciuto,

tutto si riconosce.

 

 

Biografia

Matteo Marangoni è nato a Macerata, il 5 Luglio 1974. Operatore turistico – culturale e scrittore. È stato uno dei soci fondatori con mansioni di segretario/tesoriere dell’Associazione culturale Rebis (operante in campo teatrale ecc.) e dell’Associazione culturale Forward Agency (operante in campo musicale ecc.). È stato anche co-organizzatore-promotore di mostre d’arte moderna e contemporanea, di festival-spettacoli teatrali e collaboratore di eventi musicali in Italia. Ultimamente collabora con l’Associazione culturale Terra dell’Arte (operante nel settore dell’arte contemporanea ecc. – si vedano Il Premio Nazionale di Poesia “Poesie al Mondo” e il Festival di Teatro, Danza, Musica e Poesia Notti d’Estate), l’Associazione culturale “San Ginesio” (operante in campo teatrale ecc. – si vedano eventi come la Giornata Mondiale della Poesia e del Teatro, il Maggio dei Libri, Il Festival Sudamericana e Libriamoci) e la Fondazione Europea F.O.R.A.R.T. (in qualità di collaboratore amministrativo). Da alcuni anni si è distinto infine come scrittore – autore di poesie – racconti, anche in collaborazione con le realtà culturali di cui sopra, partecipando a concorsi di poesia – racconti nazionali, pubblicando testi, partecipando a letture di poesie – racconti ecc. (si vedano la plaquette Testi ed immagini, i testi editati con Aletti Editore, Giulio Perrone Editore, le Edizioni Progetto Cultura e altri siti – blogs on line ecc, la partecipazione con successo al Premio di Poesia Lorenzo Montano di Verona, al Premio Letterario Internazionale Città di Sassari, ai Concorsi “Spazi Transitori” e Resilienza di Circuiti Dinamici di Milano, all’edizione 2018 del Premio Nazionale di Poesia Terra di Virgilio di Mantova e del Premio Domenico Ciampoli di Atessa – sezione twitter – dove si è poi classificato al terzo posto – all’edizione 2019 del Concorso Letterario “Amilcare Solferini” di Rodallo – dove si è poi classificato al primo posto – e ai Festivals Umbria Art di Terni, La Rocca dei Poeti di Tuscania, al Festival Internazionale di Poesia di Milano e al IV Festival Internazionale di Poesia della Casa della Poésie “El Cactus” ecc.). Nel 2017 ha conseguito infine una Certificazione di specializzazione IFTS in “Tecniche per la promozione di prodotti e servizi turistici con attenzione alle risorse, opportunità ed eventi del territorio. Accoglienza sostenibile anche per i disabili, con riferimento anche ad itinerari culturali, naturalisti ecc.”.

Riferimenti social:

https://www.linkedin.com/in/matteo-marangoni-079054161/
https://www.facebook.com/matteo.marangoni.397 https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
https://www.facebook.com/sudamericanafestival/
https://www.youtube.com/channel/UCm2n2wyb815XnCyw3c_DwJQ

 

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~A viva voce~

20 sabato Nov 2021

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Rudyard Kipling, Se

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

SE di Rudyard Kipling

 

Se riesci a conservare la calma quando tutti

intorno a te la perdono e te ne fanno una colpa;

se riesci ad aver fiducia in te quando tutti

ne dubitano, ma anche a tener conto dei loro dubbi;

se riesci ad aspettare e non stancarti di aspettare,

o se mentono a tuo riguardo, a non ricambiare in menzogne,

o se ti odiano, a non lasciarti prendere dall’odio,

e tuttavia a non sembrare troppo buono e a non parlare troppo saggio;

 

 

se riesci a sognare e a non fare del sogno il tuo padrone;

se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo scopo;

se riesci a fronteggiare Trionfo e Rovina

e a trattare allo stesso modo questi due impostori;

se riesci a sopportare di udire la verità che hai detto

distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi

o a contemplare le cose cui hai dedicato la vita, infrante,

e tornare a ricostruirle con strumenti logori;

 

 

se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite

e rischiarle in un colpo solo a testa e croce,

e perdere e ricominciare di nuovo dal principio

e non dire una parola sulla perdita;

se riesci a costringere cuore, tendini e nervi

a servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,

e a tener duro quando in te non resta altro

tranne la Volontà che dice: “Resisti!”

 

 

Se riesci a parlare con la folla e a conservare la tua virtù,

e a camminare con i Re senza perdere il contatto con la gente,

se non riesce a ferirti il nemico né l’amico più caro,

se tutti contano per te, ma nessuno troppo;

se riesci a vivere il tempo inesorabile

dando valore a ogni minuto che passa,

tua è la Terra e tutto ciò che è in essa,

e quel che più conta “Sarai un uomo, figlio mio!”

 

Trad. e riadatt. di Francesco Palmieri

 

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Versi trasversali: Domenico Bernardo

15 lunedì Nov 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

≈ 1 Commento

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Domenico Bernardo, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

 

DOMENICO BERNARDO

 

L’esistenza della Natura

 

Come è grande osservare

tutto quello che ci circonda,

basta guardarsi intorno per proiettarsi indietro

nel tempo dove tutto questo una volta era,

e i veri guardiani della natura,

cioè i nostri antenati,

lo consideravano una divinità

e lo adoravano come tale.

Perché da esso traevano tutto quello

che serviva loro

per il sepolcro,

per la loro vita.

Adesso ormai sono del tutto spariti

quei campi coltivati che sembravano

delle opere disegnate

da artisti così perfette

con colori splendidi di una lucentezza

e splendore che

al calar del tramonto

cambiavano del tutto il loro

colore e che regalavano

ai cuori delle Naiadi ansanti

una mitezza matriarcale.

Passeggiare per un bosco,

e respirare una ventata di aria profumata

portata da un flebile alito di vento mattutino

che porta ancora il sapore fresco della rugiada

appena dissolta

dai primi raggi di un tiepido sole,

così la Natura con sorprendente soprannaturalità

ci mostra la sua fulgida vitalità di Essere,

fonte di prosperità e vita per l’immenso

mondo che avviluppa il Creato.

 

 

Il volo della Libertà

 

Libertà,

aurea Idea con incircoscritto

valore che avviluppa tutto il Creato.

È il mortale libero? Il mortale

avvalora l’aurea Idea?

Osservando il volo di uccello

pensiamo che Lui

sia libero perché volteggia sicuro

come la folgore

in quel limpido cielo libero da nuvole;

ma è verità codesta?

Pensa o Musa al tremore di quei nati

che ogni meriggio vedono militi corone,

peraltro volute dai loro simili che mirando

la volta celeste dicono di essere liberi.

Eppure la Natura ha donato a tutti

l’aurea Idea,

Libertà,

perciò l’essere umano non avvalga Leggi

di non rispettarla e di violentarla negandola

a chi alzando lo sguardo al cielo gioisce nel vedere

in questo immenso orizzonte celeste

il volo libero di uccelli,

trasmettendo anche a loro

l’immensa aurea Idea,

ove di notte si illumina a festa

con il bagliore d’avorio della luna

e delle sue figlie stelle,

e il Tutto che la Natura

ha a noi donato feconda

sì che mai lo vorrebbe vedere

tinto come un arazzo corvino.

 

 

Il ricordo antico

 

Ormai la mia folta chioma

color corvino di una volta

ha lasciato al canuto colore

e ai ricordi della gioiosa

adolescenza quella spensieratezza giovanile

che si vive solo allora.

E quando attraversi questo periodo

solo allora

insorgono nella mente le rimembranze

che hanno eletto

la tua giovinezza.

Ed ecco ho provato a riviverle,

andando a passeggiare

solingo per il mio borgo natio,

nascondendo un’emozione vergine

come quella del primitivo bacio verso

la tua giovane ninfa.

E proprio percorrendo quel ripido vicolo

dove il respiro diviene affannato,

mentre prima era mite,

sedendomi su quei massi di pietra

che sono rimasti intatti che allora vivo.

Lì penso come è iniziata la vera vita,

con la celeste mia Diana,

e il capanno d’amore,

e lì stilla il pianto.

Poi scendendo quello che

noi chiamavamo campo,

una strada che portava

là dove io ero venuto alla luce,

rivivo tutta la mia fanciullezza con i miei coeterni,

sì che infine arrivato

sotto la mia vecchia dimora,

qui vedo il vetusto padre,

la sua sposa, la madre,

nel loro sepolcro attendere

il mio ritorno.

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~A viva voce~

13 sabato Nov 2021

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Monologo di Amleto, William Shakespeare

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

William Shakespeare, Monologo di Amleto, Atto III, Scena I

Essere, o non essere, questo è il problema:

se sia più nobile soffrire nella mente

i colpi di fionda o le frecce di un’oltraggiosa fortuna

o prendere le armi contro un mare di affanni

e, contrastandoli, farli cessare per sempre?

Morire, dormire… nient’altro, e con il sonno porre fine

al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali

di cui è erede la carne:

questa sì sarebbe una conclusione

di cui essere grati agli dei. Morire, dormire.

Dormire…forse sognare. Sì, è qui l’ostacolo

perché in quel sonno di morte non sappiamo la specie dei sogni

che possono venire, dopo che ci siamo cavati di dosso

questo groviglio di carne mortale…Ed è questo l’ignoto

che dà alla sventura di essere nati, una vita così lunga,

perché chi sopporterebbe altrimenti le frustate e gli scherni del tempo,

il piede dell’oppressore, le prepotenze dell’uomo superbo,

il dolore dell’amore rifiutato e deriso, le ingiustizie della legge,

l’insolenza dei potenti e il disprezzo che la virtù riceve dagli indegni

quando egli stesso potrebbe darsi quiete con un solo colpo di pugnale?

Chi porterebbe tali fardelli, gemendo e sudando sotto il peso di una

vita di stenti e fatica, se non fosse che il terrore del dopo morte, questo paese

inesplorato dalla cui frontiera nessuno fa ritorno sconcerta la volontà

e ci fa sopportare i mali che abbiamo

piuttosto che correre veloci

verso altri

che non conosciamo?

È così che la coscienza dell’ignoto ci rende tutti codardi,

è così che il colore naturale dell’azione risoluta, è fatto pallido dalla cera del pensiero,

e imprese di grande altezza e ardimento perdono vigore e forza fino a scomparire

senza più un ricordo.

Trad. e riadatt. di Francesco Palmieri

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Novembre di zucchero. Un racconto di Loredana Semantica

10 mercoledì Nov 2021

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, LETTERATURA

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2 novembre, commemorazione dei defunti, Loredana Semantica, novembre di zucchero, racconto

zucchero_filato

Benedetta il primo di novembre sentiva che si avvicinava la festa. L’aria frizzantina all’imbrunire si riempiva di fumo e dell’odore di caldarroste. Spuntavano le bancarelle dei giocattoli e caramelle. C’erano luci, musica, tutta un’animazione nelle strade, un viavai di gente con i pacchi e i cartocci di frutta secca: a simenza, a calia, i favi sicchi, a nucidda americana, i pastigghie *. I bambini passavano tenuti stretti per mano dalla mamma o dal papà, altrimenti nella confusione si perdevano. Nell’altra mano tenevano uno stecco di legno attorno al quale in cima era avvolta una nuvola bianca di zucchero filato. Mangiavano la nuvola, affondando il naso nel biancore e spalancando la bocca per accogliere la matassa dello zucchero, che, prima si addensava dove avevano dato il morso in grumo dolce, poi si scioglieva in bocca mentre naso, bocca e mani diventavano appiccicosi di zucchero, quando non subivano la stessa sorte i vestiti propri o i soprabiti dei passanti. Uno spettacolo era vedere quando preparavano lo zucchero filato. Di solito lo facevano presso le bancarelle che vendevano dolci, torroni, caramelle. Si servivano di una specie di pentola gigante a forma di tortiera per ciambelle, nel supporto centrale, rialzato rispetto al fondo, versavano lo zucchero che, riscaldato, cominciava a filare e si raccoglieva mano mano sul bastoncino di legno a formare la matassa sempre più grande, più grande fino a sembrare una nuvola di cotone. Anche il resto della bancarella era un piacere per gli occhi: l’ossa e motti**, i biscotti di miele, durissimi cilindretti lunghi arrotolati in due spirali opposte, i totò al cioccolato e quelli bianchi, col cuore morbido e fragrante, le ghirlande cellophanate di caramelle, i leccalecca, le caramelle sfuse di tutti i colori, gommose o dure, le gelatine di frutta, il torrone bianco, il torrone scuro di mandorle, quello di nocciole, ricoperto di glassa ai vari gusti, i torroncini avvolti nella carta luccicante, cioccolata a tavolette più o meno grandi, il nocciolato spezzato a grossi tranci, le meringhe dai colori pastello che sormontavano i coni di cialda croccante a imitare i gelati, i marron glacé, i ceci e le mandorle ricoperti di zucchero, le caldarroste, la frutta secca. Una festa della gola e dell’abbondanza. Le bancarelle più attraenti però erano sempre quelle dei giocattoli. Il mistero era che papà e mamma tirassero sempre via Benedetta  senza comprarle niente, lei perciò si doveva accontentare di guardare l’esposizione e i bambini coi loro giocattoli in mano.
L’indomani era il giorno dei morti, la festa cominciava già la mattina. Il papà e la mamma di Benedetta immancabilmente andavano al cimitero portando con sé le figlie Eleonora, la maggiore, e Benedetta, la più piccola. Per le bimbe il cimitero non era un luogo triste. Affollato di piante, alberi e persone, lo vedevano più simile a un parco che a un luogo di silenzio e commemorazione. Tutt’intorno il cimitero era delimitato da un muro alto in antica muratura, si entrava da un ingresso imponente con tre archi, ma quello era l’ingresso principale, ce n’erano altri secondari e nel giorno dei morti li aprivano tutti. Da quale entrare dipendeva da dove si trovava parcheggio.
Posteggiare la fiat 600 blu era un’impresa, ma in qualche modo un buco lo trovavano, tra lo strombazzare delle auto e i pedoni a frotte. Prima di entrare al cimitero c’erano tante bancarelle di fiori di tutti i tipi e colori. Il papà di Benedetta prendeva sempre sei garofani rossi per la sua mamma. Poi, camminando di fretta per i viali del cimitero, si recava al colombaio dove c’erano i loculi di suo padre e sua madre. Vicini, ma non troppo. Benedetta lo seguiva, ma nel frattempo aveva modo di osservare ai lati dei viali le cappelle dei defunti. Alcune modeste, altre grandiose, tutte guglie, cupole, cuspidi, come piccole chiese. Poi i decori, i vetri colorati, gli stucchi, le inferriate. Le statue soprattutto erano affascinanti. Quelle degli angeli in tutte le pose e dimensioni, così ieratici e bianchi, le madonne a mani giunte, bellissimi bimbi che sembrava dormissero un loro sonno di pietra, adagiata la testa su cuscini ornati dalle nappe, la malata nel suo letto con le coperte poggiate fino ai fianchi, il busto eretto e le braccia protese ad abbracciare la morte, le statue dei soldati caduti con la divisa le armi, l’elmetto. Le tombe nella terra erano quelle che maggiormente la inquietavano. Pensava ai corpi abbandonati all’umido, al freddo degli inverni, coperti da implacabili lapidi di marmo sulle quali si leggevano dediche struggenti.
C’erano tombe curate coi fiori freschi, le piante, la teca di vetro che conteneva la Madonna benedicente, un Cristo pietoso o sofferente. C’erano tombe trascurate, il marmo spezzato, le lettere della lapide staccate, la costruzione cadente. Similmente le cappelle.
Giunti al loculo della nonna, Eleonora, Benedetta e la mamma dicevano le preghiere. Tre “L’Eterno riposo” e poi si concludeva “Anime sante, anime purganti, pregate Dio per noi che noi pregheremo per voi affinché Dio vi dia presto la grazia del Santo Paradiso”. Papà pregava mormorando a fior di labbra, un po’ in disparte, da solo. I colombai erano a più piani e si accedeva salendo le scale. Nei vari piani e per le scale era tutto un andirivieni di visitatori.
Poi si tornava a casa e veniva il bello. C’erano i doni che avevano portato i morti. Non mancava mai qualcosa per Benedetta ed Eleonora che fosse vestiario, giocattoli o dolci. La volta che Benedetta fu sopraffatta dalla sorpresa fu quando ricevette una bambola bionda, vestita di verde e ornata di pizzi, corredata di carrozzina per portarla a spasso. La carrozzina con la capote color turchese era perfettamente dimensionata alla statura di una bambina. Anche Eleonora ricevette una bambola, la sua però aveva i capelli neri, il vestito rosso. La capote era blu. Giocarono tutto il giorno, divertendosi. I cugini maschi nel frattempo, si sparavano per finta coi i botti veri delle caps* nelle pistole di latta e nei fucili argentati. Anche loro felici, schiamazzanti, accaldati.
Tutti i bimbi di quegli anni pensavano che i morti fossero buoni, portavano dolciumi e giocattoli, anzi che i defunti fossero persone care, alle quali volere bene perché loro si ricordavano dei vivi e lo dimostravano portando loro doni.
Benedetta, diventando grande, vide sbiadire queste tradizioni e sorgerne altre che mettevano i cari defunti sullo sfondo, ricollegandoli più alla perdita e al dolore che al ricordo e ai regali, per questi ultimi si preferivano figure più colorate, allegre, fantasiose o pittoresche come Babbo Natale o la Befana.
Poi si diffuse anche la festa di Halloween che nella notte del 31 ottobre impazzava tra i giovani con tutto il corredo dei simboli suoi propri: le zucche, i dolcetti o gli scherzetti, le mascherate da creature della notte.
Benedetta ebbe due figli: Francesco e Nicolò, detto Nico. Cercò di trasmettere loro un’idea positiva dei defunti facendo dei doni nel giorno del due novembre, dicendo “Questi sono regali da parte del nonno Vito e della nonna Pina”, ma non c’erano più le bancarelle e la festa, non c’era il cimitero monumentale, perché la famiglia aveva cambiato città, non c’erano i viali, le panchine, le statue. I ragazzi non si recavano volentieri al cimitero e tendevano a defilarsi, tutti presi dagli impegni tra giovani: serate e amici.
Il due novembre divenne sempre più un’incombenza per adulti. Una visita al cimitero, fiori sulle lapidi, la tristezza del ricordo e la solitudine della mancanza. Benedetta si rendeva conto che di quella festa del due novembre di quand’era bambina s’era perso tutto il fascino, s’era spenta la magia.

* semi di zucca salati, ceci tostati, fave secche, noccioline americane, castagne secche
** ossa dei morti, dolci tipici che si preparano nel periodo della commemorazione dei defunti in Sicilia, come anche i biscotti al miele e i totò
*** munizioni per armi giocattolo

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Sergio Sichenze, “Incantazione”, Màrgana Edizioni, 2020. “Un’interiorità tutta da esplorare”. Nota di lettura di Deborah Mega

08 lunedì Nov 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Incantazione, Sergio Sichenze

 

“Incantazione” è il titolo dell’ultima fatica letteraria di Sergio Sichenze, edita per i tipi di Màrgana Edizioni nel 2020. L’ Incantazione è lo stato di chi si venga a trovare sotto l’effetto di una forza magica e meravigliosa: incantazione lunatica scriveva D’Annunzio, incantazione che mi predisponeva al prodigio, annotava Tomasi di Lampedusa. L’opera è nata durante l’estate del 2020, in pieno isolamento dovuto alla pandemia che ci ha resi isole. C’è un momento in cui il poeta, così come l’artista, si chiude la porta alle spalle, si libera di sovrastrutture, pensieri, maschere e corazze, e resta  in silenzio, solo con se stesso. Questa condizione di isolamento è la condizione migliore per osservare, mettersi in ascolto dell’altro, scrivere. Non a caso il primo testo reca il titolo di Quarantena. In esso è evidente il dramma dell’incomunicabilità rappresentato dalle spente parole e dall’assenza. E ancora una volta, dopo l’altra sua silloge “Tutto è uno”, ad incantare Sichenze è la natura in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue manifestazioni. Il mondo è spasimo, Bituminosa babele di sguardi. Unica a sopravvivere all’imbrunire è l’Isola, paradigma della condizione umana di quei mesi, non a caso parola ricorrente, nel corso della silloge, per ben quindici volte.

Citazioni tratte da Leopardi e dal Montale de “La bufera”, da Bufalino, da Foscolo, da Mascolo, da Tomasi di Lampedusa, da Biundi ma anche dalla Bibbia introducono i vari testi. La luna spesso è protagonista, come spettatrice indifferente direbbe Leopardi, come testimone comprensiva e partecipe dei fatti potremmo dire noi. Altro protagonista indiscusso e onnipresente il mare con i suoi abitanti e con i suoi nemici e predatori. I testi sono costruiti come raggruppamenti di haiku che fissano emozioni, immagini, stati d’animo. La successione delle parole cattura l’attimo fluente per divenire carezzevole verso figurato che coinvolge la sensibilità del lettore. Molto frequente è l’utilizzo dell’enjambement probabilmente per incidere  sul ritmo del componimento e focalizzare l’attenzione su lemmi particolarmente significativi. Il lessico è evocativo, ermetico, immaginifico, ricco di aggettivazione fluida e suadente e di costrutti a volte nuovi e inconsueti come  pallore / di nebbia alluna o mare fiotta, deserto mareggia, arcaici o letterari come tumultua, alluna, mareggia, oracola, s’azzurra, rammemora, s’acqueta, s’eleva, s’acquatta, s’abbuia, s’approssima, s’asseta, vorticano, s’acciuffa. Frequenti anche le citazioni classiche come Sovrumani silenzi, S’aduna o i neologismi come infinitudine. Nel caso di Sichenze poesia è fiducia nel potere di cura della parola, alla ricerca di libertà e autonomia interiore. Matura sempre di più in questo libro un sentimento di osservazione condotto ai massimi livelli e di attenzione all’anima verde del mondo. Ne consegue un senso di unitarietà e appartenenza al mondo che va oltre il suo aspetto materiale per coglierne l’essenza più profonda e vitale. Tale sentimento è presente nelle cose viventi, nella natura, negli esseri, nelle percezioni indefinite e indefinibili che si possono ricondurre all’intero universo, perfino nelle assenze e nei silenzi. Ecco dunque che l’apparente semplicità di questa scrittura non deve indurre in errore, non esiste cosa più difficile della semplicità che è possibile cogliere con immediatezza, puntando direttamente alle cose evitando di perdersi in spiegazioni e astrazioni che allontanerebbero dall’esplorazione e dalla descrizione di fenomeni ed eventi.

© Deborah Mega

 

Lampara

Notturne
rotte dorsale
spina delle acque
seguono.

Sentieri dai pesci
tramandati.

Spade e squame
nel mercurio
s’annidano.

Petrolio in luce
divina.

Malia: abbaglio
sovrasta.

Vita visione
aerea avvista.

Ombra
di mano agonica
catasta ripone.

Coltello riverbera.

 

Canicola

Diruto
muro: limacciose
acque stagne. Anossico
verde.

Riarso
mezzogiorno prodigio
di miraggio
matura: melassa
d’assenzio, vischiosa
colatura di deiformi
forme.

Rintocco
di campana aria
liquefa: cenere
di suono.

Fumosa
asprezza: luce
vapora.

Polverosa
mia terrena
canicola.

Irrimarginabile
memoria.

 

Sepolcri

Prigionia
d’inguariti volti.

Specola
senza sangue: calcite
carbonatica di marmo e
ossa.

Reciso
giardino, erbario
atrofizzato: tumulate
ombre.

Seriali
lapidi: scarni
solari raggi
rianimano.

Inabitato
spazio: volto
delle origini
assume.

Memoria: sacra
arca.

Lingue
della carne
parlano.

Marino
affaccio di verdeggiante
agave.

Non saremo
assenza.

 

Testi tratti da Sergio Sichenze, “Incantazione”, Màrgana Edizioni, 2020.

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~A viva voce~

06 sabato Nov 2021

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Charles Baudelaire, L'albatro

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

L’ALBATRO di CHARLES BAUDELAIRE

 

Spesso, per dilettarsi, le ciurme
 
catturano degli albatri, grandi uccelli marini
 
che seguono, indolenti compagni di viaggio,
 
il bastimento che scivolando va su cupi abissi.
 
 
 
 
Appena posti sulla tolda
 
questi re dell’azzurro abbandonano ai loro fianchi miseramente,
 
indifesi e vergognosi, come remi,
 
sconfitte, le candide e grandi ali.
 
 
 
 
Com’è goffo e inerte questo viaggiatore alato,
 
lui poco fa così bello com’è comico e brutto!
 
Qualcuno con la pipa qui il becco gli stuzzica,
 
là un altro, l’infermo che volava scimmieggia zoppicando.
 
 
 
 
Come il principe dei venti è il poeta
 
che avvezzo alla tempesta si ride dell’arciere
 
ma esiliato fra scherni sulla terra camminare non può
 
per le sue ali da gigante.
 
 
Trad. di De Nardis, riadatt. di Palmieri

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