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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

Emilio Capaccio legge “Formulario per la presenza” di Francesca Innocenzi

25 mercoledì Gen 2023

Posted by emiliocapaccio in LETTERATURA, Recensioni

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Emilio Capaccio, Francesca Innocenzi

Ci troviamo a un certo punto della scaletta a dover presentare un medley dei nostri quarant’anni: non un revival di nostalgiche serate di qualche esistenza fa: la poesia che abbiamo asperso nel passato non è mai solo il ballo di un madrigale in un lontano “rinascimento”, ma è sempre pure un’inesauribile e ininterrotta danza del momento. Può essere assoggettata a una corrente, non alle sferraglianti meccaniche dell’età.

Ecco allora qualche volta declamarsi un medley di noi stessi: una scelta antologica di versi, il sunto artistico di una donna in costruzione, un’autrice, un’intellettuale, una sempiterna dottoranda delle alchimie poetiche. 

Formulario per la presenza, Edizioni Progetto Cultura, 2022, presentato nella collana “Gemme”, diretta da Cinzia Marulli Ramadori, è un editto con il quale la Innocenzi proclama il suo ideale, uno stato di avanzamento dei lavori con cui dichiara di essere qui, intrisa nell’esistenza, in transito, ma presente, odierna, in trasfigurazione. La metrica è precisa nella costruzione del verso, lo stile, nudo, essenziale, senza fronzoli linguistici, ma oltremodo musicale, esito di continua ricerca e di un’attenta analisi lessicale, come ha imparato da papà Luciano, poeta anch’egli, storico e insegnante, il quale, come dice la Innocenzi, ogni volta, non vede l’ora di farle leggere un nuovo verso; puro amore di padre!

Ed ecco la sequenza, la progressione, la parata, con cui si presenta al lettore, la Innocenzi. 

Penna, un po’gioco d’ombra un po’ colorata, sorriso impercettibilmente malinconico, parola educata ma non edulcorata, vestitino leggero di logli di campi marchigiani. 

Guardandola così, come attraverso una foto, come all’apice di una premonizione, viene da bisbigliarle: 

“Il fiore è dentro di te, Francesca, noi cogliamo i tuoi frutti”.

Emilio Capaccio

il tempo anelato istante eterno

il tempo anelato istante eterno

è caduto come miele sul selciato

il tempo, profumo di pruneto

rifugio e scampo al tuo corpo voluto

la ferrea leggerezza che in te ho accarezzato

stasera serbo

               scherzo di brezza su salice muto

dispersione

ovunque e in ogni tempo il taciuto

imperversa.

scosti lo sguardo dal vacuo della stanza

e chiosi che ogni esistente ha fine.

è sgombro di parole il corridoio

                                     altrove traslate.

giugno senza attese le disperde

come oracolo di foglie indecifrato.

delucidazione

ma io ti dissi solo di voler dormire

quando il tuo silenzio pesava come piombo.

nell’aria si infittiva un tanfo di sciagura

un nuvolo di mosche in me tornava.

ho preso il diazepam, ti scrissi allora.

da sinistra ogni uccello infido

                                  sfrecciava.

un tuono di menzogna mi sfece come pazza

nei gorghi da complotto della sera.

Francesca Innocenzi è nata a Jesi (Ancona). È laureata in lettere classiche e dottore di ricerca in poesia e cultura greca e latina di età tardoantica. Ha pubblicato la raccolta di prose liriche Il viaggio dello scorpione (Il Filo 2005); la raccolta di racconti Un applauso per l’attore (Manni 2007); le sillogi poetiche Giocosamente il nulla (Edizioni Progetto Cultura 2007), Cerimonia del commiato (Edizioni Progetto Cultura 2012), Non chiedere parola (Edizioni Progetto Cultura 2019), Canto del vuoto cavo (Transeuropa 2021); il saggio Il daimon in Giamblico e la demonologia greco-romana (Eum 2011); il romanzo Sole di stagione (Prospettiva 2018). Per Edizioni Progetto Cultura ha diretto collane di poesia e curato alcune pubblicazioni antologiche, tra cui Versi dal silenzio. La poesia dei Rom (2007); L’identità sommersa. Antologia di poeti Rom (2010); Il rifugio dell’aria. Poeti delle Marche (2010). È redattrice del trimestrale di poesia «Il Mangiaparole» e collabora con vari siti letterari. Ha ideato e dirige il Premio letterario Paesaggio interiore.

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LA POESIA PRENDE VOCE: ELISA RUOTOLO, RITA PACILIO, MICHELA ZANARELLA

24 martedì Gen 2023

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast

≈ 1 Commento

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Elisa Ruotolo, Maria Allo, Michela Zanarella, Rita Pacilio

La poesia prende voce

DONNE IN POESIA

Elisa Ruotolo

di Elisa Ruotolo, da “Corpo di pane”, Edizioni Nottettempo, 2019, legge la stessa autrice

Rita Pacilio

di Rita Pacilio “Ricorderà il suo peso affaticarsi” da “Quel grido raggrumato”, La vita felice, 2014, legge la stessa autrice

Michela Zanarella

di Michela Zanarella “Esiste una lingua segreta” da “Recupero dell’essenziale”, 2022, Interno Libri, legge la stessa autrice

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“La pazzia di mia moglie sono io”. Storia di un amore tragico.

23 lunedì Gen 2023

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA

≈ 1 Commento

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Luigi Pirandello, Maria Antonietta Portulano

 

Era il 27 Gennaio 1894 quando Luigi Pirandello, nella chiesa della Madonna d’Itria a Girgenti, convolò a nozze con Maria Antonietta Portulano. Lo scrittore si trovava a Roma e aveva venticinque anni quando gli giunse per lettera la proposta del padre Stefano, proprietario di una miniera di zolfo, di convolare a nozze con la figlia del suo socio d’affari Calogero Portulano. Pirandello accettò la proposta di buon grado anche perché rimase subito affascinato dalla bellezza sensuale e malinconica della donna, cresciuta con le suore di San Vincenzo.  Calogero, che aveva fatto inconsapevolmente morire di parto la moglie impedendo al medico di visitarla per gelosia, cominciò a provare avversione per il futuro genero tanto da tentare di mandare a monte il matrimonio che aveva pazientemente preparato. Durante il fidanzamento lo zio materno Vincenzo aveva messo in guardia Luigi. Antonietta era figlia di “due pazzi gelosi e sarebbe stata pazzissima più dei genitori”. Nonostante i due giovani si fossero incontrati solo poche volte prima del matrimonio, si innamorarono. Dopo una settimana dalle nozze i neosposi si trasferirono a Roma, e nonostante le difficoltà iniziali di Antonietta nell’adeguarsi alla vita cittadina, tutto procedeva serenamente. Nell’arco di pochi anni nacquero i tre figli, Stefano, Rosalia Caterina detta Lietta e Fausto. La famiglia visse felice fino al 1903, grazie anche ai proventi che la miniera di zolfo garantiva e che i rispettivi padri inviavano ai giovani sposi. Un giorno lo scrittore rientrando a casa, trovò la moglie in evidente stato confusionale per via di una paralisi alle gambe. La donna aveva appena appreso da una lettera del suocero, che la miniera di zolfo di Aragona, comprata dal padre dello scrittore qualche tempo prima investendo l’intero patrimonio e perfino la dote di Antonietta, si era allagata.

“Era la fine e don Stefano scrisse tutto al figlio. Senonché la lettera, essendo Luigi a scuola [Pirandello in quel periodo lavorava come insegnante di Lettere presso un istituto femminile], venne consegnata ad Antonietta la quale, come abitualmente faceva, riconosciuta la grafia del suocero, l’aprì e la lesse. Qualche ora appresso Luigi, tornando a casa, trovò Antonietta semiparalizzata sopra a una poltrona, gli occhi persi, distrutta. È l’inizio dichiarato di quella malattia mentale che avrà, nei primi anni, alti e bassi, ma che peggiorerà col passare del tempo”.

[Andrea Camilleri, “Biografia del figlio cambiato” Ed. Rizzoli]

Lo scrittore non si perse d’animo ma potenziò gli impegni lavorativi, dava lezioni private di italiano a stranieri, chiedeva compensi per le novelle che scriveva in quel periodo, ottenne l’incarico di supplente al Magistero e intanto scriveva i saggi “Arti e scienze” e “L’umorismo”. Nei mesi successivi Antonietta si riprese dallo choc ma cominciò a manifestare segni di gelosia ossessiva nei confronti del coniuge. Lo accusava di tradimenti e scappatelle inesistenti fino a quando la situazione divenne insostenibile. Le scenate di gelosia si fecero sempre più frequenti e violente. La donna era gelosa di chiunque intrattenesse un dialogo con il marito, delle allieve e delle attrici che incontrava a causa del suo lavoro da drammaturgo. Lo scrittore doveva spesso prendere una stanza in affitto e allontanarsi di casa o accompagnare la moglie in Sicilia con i figli più piccoli. Risale a questo periodo la stesura de “Il fu Mattia Pascal” il romanzo che lo rese celebre presso il grande pubblico. La famiglia, le difficoltà economiche, le avversità e la follia diventarono i temi ricorrenti nella sua opera mentre la corrispondenza tra la letteratura e la vita si faceva sempre più stretta. Come i suoi personaggi si sentiva stretto in una morsa eppure continuò a restare a fianco della moglie, fino a quando comprese che avrebbe dovuto allontanare la donna per preservare il benessere dei figli. Con nessuno esternava il suo dolore e le sue difficoltà, sfogandosi solo con la sorella Lina: “A quarant’anni, mezzo calvo, con la barba quasi tutta bianca, perduti gli averi; distrutta la casa; lontano dai figli. La mia sorte è veramente tragica, Lina mia, e per me non c’è scampo. Sono stato colpito nei più sacri affetti, e la vita ha perduto ogni pregio; agli occhi miei quella donna disgraziatissima non può guarire: ho potuto sentire e misurare l’orrido abisso di quell’anima. Non guarirà, non può guarire”.

La pazzia di Antonietta si acutizza dopo la morte di Calogero Portulano nel 1909, la donna, forte dell’eredità paterna, può permettersi l’ andirivieni tra Roma e Girgenti, dove ha casa e poderi. Dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, quando il primogenito Stefano fu chiamato alle armi, accusò lo scrittore di averlo fatto partire. Il disagio psichico intanto si riversava anche su Lietta da cui si sentiva perseguitata d’intesa col marito. Pirandello insieme ai figli, si resero conto di non poter gestire lo squilibrio mentale della donna e così, nel gennaio del 1919, presero la dolorosa decisione di internare Antonietta in una clinica psichiatrica di Roma, “Villa Giuseppina” sulla via Nomentana. “La pazzia di mia moglie sono io”, così scriveva Pirandello all’amico giornalista Ugo Ojetti in una lettera del 1914, dopo la lettura del referto specialistico del dottor Ferruccio Montesano che dichiarava la Portulano affetta da “una forma irrimediabile di paranoja” che la rendeva “pericolosa per sé e per gli altri”.

“Ho una moglie, caro Ugo, da cinque anni pazza. E la pazzia di mia moglie sono io, il che ti dimostra senz’altro che è una pazzia vera. Io, io che ho sempre vissuto per la mia famiglia, esclusivamente, e per il mio lavoro, esiliato da tutto il consorzio umano, per non dare a lei, alla sua pazzia, il minimo pretesto d’adombrarsi. Ma non è giovato a nulla, purtroppo; perché nulla può giovare! I medici hanno dichiarato che è una forma irrimediabile di paranoja, del resto ereditaria nella sua famiglia. “

Pirandello si dedicò completamente alla stesura di novelle, romanzi e opere drammaturgiche viaggiando per l’Italia e per l’Europa, fortunatamente non perse mai la vena artistica. La Portulano restò in clinica fino al 1959, anno della sua morte, senza mai voler più rivedere suo marito, nonostante non accettasse mai la separazione legale e continuasse a firmarsi, anche dopo il ricovero, Antonietta Pirandello.

©Deborah Mega

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~A viva voce: Lirica 5~

21 sabato Gen 2023

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Francesco Palmieri, Solo parole d'amore

 

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2023/01/voce-078.m4a

 

 

E tu ora chiami ghiaccio

ed alito di brine

queste mie parole,

un silenzio bianco

che fa pensare ai poli

 

(dove non c’è nessuno

ma solo io che solo

cammino in una stanza

dalle finestre chiuse,

e tu, che avevi chiavi

tatuate nelle mani

hai chiuso mille porte

e il gas lasciato acceso

-e me, che ero pugni

sull’anima tua di ferro-).

 

Hai forse freddo ora

e sotto il vestito tremi,

mi dici ghiaccio e neve

e non t’accorgi cieca

 

del vuoto che non pulsa

là

dove c’era il cuore.

 

Francesco Palmieri

da Solo parole d’amore)

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“Nei giorni” di Enza Sanna. Recensione di Enzo Concardi.

20 venerdì Gen 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Enza Sanna, Enzo Concardi, Nei giorni

 

Dopo aver letto le pagine della raccolta Nei giorni, della poetessa genovese Enza Sanna, si scopre che la citazione in esergo di Sandra Reberschak – autrice nativa di Venezia – è paradigmatica anche per taluni percorsi esistenziali, psicologici e spirituali che emergono nel libro che stiamo recensendo. Eccola: «Tanti anni sono passati / e io non ho smesso mai / veramente di provare / il vuoto incolmabile / che mi dilaniava bambina, / ma ho dovuto imparare / a cercare altri rifugi, / come quello della gratificante / certezza delle parole». Forse per la nostra poetessa quel “vuoto” non è così radicale, ma esso esiste nonostante che la memoria degli affetti familiari perduri nel suo animo senza fine: «Stempera il tempo il dolore della perdita /…/ ma la famiglia d’origine è per sempre / non ti lascia mai nel tuo cammino / è parte di te, rivive nei gesti e nei pensieri / è assenza fisica mutata in spirituale presenza / fortissima, ma non ti assolve / dall’incolmabile vuoto che abita il tuo cuore» (La perdita e l’assenza). E così la figura materna suscita in lei sentimenti dolcissimi di gratitudine per il dono della vita e per esserci sempre nei giorni solitari della sua parabola terrestre, nel senso di amarezza che copre anche esperienze e ricchezze esistenziali (Dodici maggio), mentre il ricordo del Natale in famiglia la riporta nel cuore autentico dei legami di sangue. Del resto, in altre liriche, Enza Sanna si fa trasportare nella dimensione memoriale, ricostruendo attimi e momenti del passato nella sua terra d’infanzia con quella forte oniricità e, allo stesso tempo con senso di concretezza, che si rivelano tra le cifre più importanti della sua poetica: e vede la quotidianità nei casolari collinari, il danzare agreste nelle aie contadine, assapora il profumo del pane croccante appena sfornato, ascolta il fruscio del vento fra mandorli, mirti e ginestre e il maestrale che turba la risacca marina.  I “rifugi” della Reberschak potrebbero essere quei quieti angoli di mondo, quelle zone tranquille dello spirito, quel ripiegarsi in sé tipici del crepuscolarismo gozzaniano, così come si possono anche, talvolta, riscontrare nella Sanna che, d’altro canto, possiede inoltre interessanti introspezioni in cui, se il referente di partenza è individuale, indi diviene metamorfosi e sublimazione nell’universale e nel metafisico. Ne è testimonianza – tra le altre – la lirica Certezza di cose vere, dove l’aurora, la luce, la speranza, l’eternità appaiono essenziali per la vita, come necessari sono quei bipolarismi filosofici e comportamentali anch’essi parte importante della sua visione del mondo: qui si tratta dell’incontro fra «mente e cuore», «passione e cautela», «trascendenza e ragione» … e l’immaginazione colma «un vuoto d’amore». Ed anche Sopraggiunge il crepuscolo, dove gli oggetti di casa si trasformano in attaccamento verghiano alla ‘roba’. Il motivo della luce, in tutte le sue valenze e dimensioni, mi sembra tuttavia prevalente e signoreggiante su ogni altro. E non potrebbe esserci testo più esplicito de L’allegria della scrittura per significare la funzione della poesia secondo la poetessa. Di fronte all’inesorabile ‘panta rei’ eracliteo e all’incertezza della condizione umana, i versi finali non lasciano dubbi sul valore catartico della letteratura: «…Soccorre il canto / la parola che può esser pietra o farfalla / ma l’allegria della scrittura è atto di speranza / per l’anima che anela l’infinto / ha fame del mito, voglia d’oceano / a nutrire impalpabili emozioni / come bianche meduse in cresta all’onda».  Lo stile predilige un andamento pieno e corposo, ricco d’immagini sia paesaggistiche (albe, tramonti, terra ligure, atmosfere suggestive) che figurazioni di categorie filosofiche, con presenze di metafore, ossimori, sinestesie ed altre figure retoriche. Il linguaggio è al servizio di quel senso del mistero («l’occulto regista») che aleggia spesso nelle sue dimensioni pneumatiche. I toni sono sempre elevati, sostenuti, essenziali senza cadute di sorta. Diverse liriche sono riedizioni dell’idillio leopardiano tramite contemplazioni della natura associate a riflessioni che sono uno sguardo sul mondo e sulla vita, e un alternarsi di amarezze e speranze, illusioni e delusioni, vanità del tutto e fiducia nel futuro. Ma l’ancora di salvezza ai silenzi, alle solitudini, all’inadeguatezza esistenziale, al vuoto e al nulla del consumismo e della tecnologia… è sempre Dio (Tu che accendi le mie vie) poiché l’uomo non basta a se stesso.

Enzo Concardi

Enza Sanna, Nei giorni, pref. di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 100, isbn 978-88-31497-89-3, mianoposta@gmail.com.

 

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Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “Ipnotismo” di Darío Herrera

19 giovedì Gen 2023

Posted by emiliocapaccio in Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Idiomatiche, LETTERATURA

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Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Darío Herrera, Emilio Capaccio, Ipnotismo, Racconti, TRADUZIONI

P A N A M A

IPNOTISMO

(1903)

Darío Herrera (1870-1914)

Traduzione di Emilio Capaccio

Uno degli scrittori modernisti più rappresentativi del suo paese. Studiò con grandi sacrifici e privazioni da autodidatta. Fu diplomatico e collaborò con le più importanti riviste letterarie del Sudamerica. La sua opera narrativa, benché facente parte prevalentemente della corrente modernista, risente degli influssi di autori come: Leconte de Lisle, Stéphane Mallarmé, Paul Verlaine, e in generale dei parnassiani francesi. Il racconto proposto è tratto dalla raccolta: “Horas lejanas y otros cuentos”. La raccolta fu pubblicata nel 1903 in Argentina ed è considerata la sua opera più importante, oltreché la prima raccolta di racconti della letteratura panamense.

Dopo cena, alla vigilia del nostro arrivo a Valparaíso, il dottor Fowland ed io penetrammo nella cabina fumatori. Era deserta. Sin dalla partenza da Coquimbo il mare si era mostrato furioso e i passeggeri, per la maggior parte, non riuscendo a sopportare le forti ondate, si erano rintanati nelle loro cabine. Il cielo era nero, il vento gemeva e sfzava aspramente il tendone da sole sul ponte, la nave danzava con violenza sulle onde e sulle sue fiancate risuonava il fragore incessante della schiuma. Tuttavia, non c’era pericolo, solo il malessere fisico per chi non era avvezzo.

Quella sera il dottor Fowland era straordinariamente nervoso e per la prima volta si coglieva sul suo viso, sempre impenetrabile, la parvenza di un qualche stato d’animo. Era alto, pieno di vigore nella sua asciuttezza, cereo, quasi esangue. Sarebbe stata una fisionomia impassibile, inespressiva, senza quei suoi occhi di un verde giallastro, grandi, profondi e di una luminosità quasi insopportabile, come se contenessero al suo interno un potente riflettore. In verità, producevano uno strano contrasto su quel viso incolore e freddo come il marmo. Di professione faceva il medico e negli Stati Uniti era considerato un’eminenza scientifica. Aveva viaggiato senza meta, a suo capriccio e il suo ritiro ermetico, nei venti giorni di navigazione, era stato infranto solo con me, chissà a causa, forse, di una delle stranezze del suo carattere, ovverosia di simpatie e antipatie istantanee.

— Domani – esclamò — ci salutiamo per seguire strade diverse; poi, sarà come se non ci fossimo mai incontrati. Le amicizie che si fanno durante i viaggi per mare o per terra hanno questo vantaggio: non impongono nulla. Avvicinano due estranei, uniscono i loro animi per qualche giorno, e dopo li separano senza lasciare alcun germe che possa comportare in seguito un ricominciare importuno. Continuerete la vostra marcia, con le inquietanti paure di un futuro ignoto e con la nostalgia ancora fresca degli affetti recentemente perduti. Io non porto neppure quelle paure e quelle invidiabili nostalgie nel mio incerto pellegrinaggio, giacché sono emozioni, emozioni profonde, e io non ho più una sola aspirazione, nemmeno quella del benessere materiale, perché la mia fortuna è maggiore dei miei bisogni. Viaggio per vedere scorrere continuamente le visioni del mondo, che è una distrazione per i miei occhi. Se questo alla fine mi annoierà, mi stabilirò in un luogo qualsiasi con la stessa indifferenza con cui vago ora da un clima all’altro.

Si fermò per mandare giù un sorso di whisky. Poi, continuò a dire:

— Mi avete raccontato qualcosa del vostro passato ed è giusto che faccia lo stesso. Sembrerà che io, moribondo, lo racconti a un altro moribondo. Perché la separazione dei due, alla fine di un viaggio, con la certezza di non rivedersi più, è come salutarsi eternamente dalle proprie tombe. Questa è per me il principale interesse del viaggiare: accompagnare continuamente amici defunti al cimitero, e la tristezza che risiede in questo è una scossa benefica per chi, come me, porta nello spirito una costante quietudine raggelata. Non ritrovarsi più nella vita è morire, e in questa morte fittizia c’è tanta verità e oblio quanto in quella reale. D’altro canto, sono passati molti anni da quegli eventi e voglio commemorarli rivelandoli a voi.

Parlava con la sua voce solita, con lentezza e con toni sordi; ma era diventato ancora più pallido e aveva un bagliore anche più vivo nelle sue pupille. Il suo volto appariva completamente anemico, mentre gli occhi ardevano per il fuoco di una febbre altissima. Fuori, in alto, il vento aveva squarciato il fitto arazzo delle nuvole. Nelle radure azzurre le costellazioni tremavano e la luna, simile a una roncola d’argento, andava a occidente, come per raccogliere messe astrali.

— Quando ebbi la certezza – proseguì il dottor Fowland — che tra mia moglie e il mio segretario (un giovane di ventitré anni che avevo accolto ed educato da bambino) stesse germogliando una passione, ancorché platonica, non meno delittuosa, iniziai a elaborare il mio piano. Entrambi erano già due traditori: una nell’amore, l’altro nella gratitudine, e i traditori si uccidono. In seguito, li sorpresi in un bacio, nient’altro che un bacio, ma abbastanza per procedere, perché il misfatto più grande, ora, dipendeva solo dal poter avere un’opportunità loro. Evitando la realizzazione cosciente di questo sporco proposito, evitavo la vergogna completa, provocando l’opportunità con la mia volontà, invece, ma aggiungendo al delitto la punizione, riabilitavo il mio onore.

Avevo letto di esperimenti di ipnotismo e suggestione, descritti da un medico norvegese e verificati a Parigi dai professori di La Salpetrière e di Nancy. Ebbene, ciò è possibile: io li facevo da molto tempo con risultati ancora più sorprendenti. Ma i veri possessori di questa scienza suprema sono i fachiri dell’India: lasciano nei viaggiatori l’impressione di essere stati testimoni di eventi soprannaturali. Da qui le affermazioni di poc’anzi, descritte, di eventi esistenti solo nelle menti, le quali sono sottoposte dallo sperimentatore a una potente influenza ipnotica. Per quei misteriosi operatori di miracoli dell’antico Oriente, l’ipnotismo e la suggestione su un singolo individuo sono facili tanto quanto quelli su una moltitudine di persone. Lo dimostrò uno di loro a Londra, prima in un concorso teatrale e poi durante un’assemblea di studiosi, in cui erano presenti le più alte celebrità di Oxford.

Il fachiro si sollevò in aria a un’altezza considerevole e rimase lì sospeso, senza alcun punto di appoggio. Seduto in mezzo al cerchio degli spettatori, annunciò che sarebbe sparito, e scomparve, ma la sua voce continuava ad espandersi dalla sedia vuota. Piantò un seme nel terreno, una pianta germogliò, l’albero crebbe, i rami si coprirono di foglie, le foglie di fiori e poi tutto svanì come in una scena di magia. Fece bollire l’acqua di uno stagno e la fece evaporare in un minuto; ad alcuni metri di altezza si allungò una nube densa, e la nube, alla fine, si trasformò in una pioggia copiosa, riempiendo di nuovo lo stagno.

Queste e altre cose, non erano prodigi, ma casi di ipnotismo e di suggestione simultanei, prodotti in concomitanza. Le leggi cosmiche sono immutabili e la loro violazione non è che il semplice frutto dell’allucinazione delle menti dominate da un uomo solo. Come fanno i fachiri a raggiungere una conoscenza così perfetta di quella scienza? Ecco quello che ancora ignoriamo. Ma se non è ancora possibile a un occidentale uguagliarlo, può arrivare, se si propone, molto vicino. E io, votato a questo studio, quasi esclusivamente, sono riuscito a fare conquiste incoraggianti. Così, accorgendomi di quella nascente passione delittuosa, il modo di punire i colpevoli nacque in me naturalmente in linea con le mie indagini e scoperte; e il piano lo concepii velocemente.

Entrambi erano già stati ipnotizzati altre volte per esperimenti importanti. Orbene, sopprimere nei due, in lei soprattutto, la volontà, anche contro i suoi più forti sentimenti, anche contro l’istinto della propria conservazione, era un compito arduo. Cominciai perciò a ordinarle di compiere piccole azioni; poi divennero azioni più importanti, ne aggiunsi una più complessa: già con questa ero sicuro dell’esito di quella ancora più grande. Era la penultima e consistette nell’ordinarle di tagliarsi i capelli. Erano il suo orgoglio: fini, neri, magnifici. Dopo due ore si presentò nella mia camera-studio, con i capelli corti. Era confusa, imbarazzata.

— Non sono riuscita a contenermi – mi disse — non volevo, eppure, a dispetto di me, ho preso le forbici e li ho tagliati. Ho dovuto chiamare un acconciatore per aggiustarli alla meno peggio; devo sembrarti orribile.

Mi sembrava affascinante con quel taglio mascolino e con quel viso che era emerso, delicato e ambiguo come quello di un efebo. Tuttavia, le risposi:

— Stavi meglio con i tuoi capelli… – E aggiunsi imperiosamente: — Rimani qui.

Obbedì come una bambina e cominciai l’ultimo esperimento.

Riposi nella preparazione tutta la mia energia, tutto il flusso che i nervi, duramente scossi durante quella settimana, avevano accumulato, concentrandolo, nella mia mente. La destai e si ritirò. Da quel momento non era più una persona, ma un congegno docile, completamente sottomesso a una forza superiore. Quella forza avrebbe agito nelle sue idee come un feroce tiranno. Dopo chiamai l’altro: il lavoro era semplice, perché la suggestione tendeva come un sostegno efficace per la passione, già indomabile. Nella scena del bacio, li avevo sorpresi da dietro una tenda, c’era stata una grande audacia da parte sua e in lei solo un timido consenso passivo.

Erano le sei del pomeriggio, quando terminai ogni cosa. Ritirato nello studio, alla soave penombra crepuscolare, il mio spirito poté riposarsi dopo otto giorni di collera repressa, di gelosia dissimulata, di tutto un mondo di cose amare e pungenti. La cena fu deprimente, nonostante i miei sforzi per animarla. I due erano silenziosi, assorti: non si guardavano neppure. Senza dubbio qualcosa, troppo debole per essere un’idea precisa, ma abbastanza da generare un vago e ansioso presentimento, palpitava nelle loro anime, prive già del libero raziocinio. La carne, isolata dallo spirito, deve conservare nel suo inconscio un’esistenza larvale che le impedisce la ribellione, ma gli lascia la nozione del pericolo di fronte alla prossimità dell’annientamento. Questo terrore paziente della materia è come una protesta contro la fatalità. Allora lo spirito, nel suo letargo, soffre e si popola di presagi misteriosi, presentimento oscuro di disgrazie vicine, sconosciute, inevitabili.

Al termine della cena, mi congedai, annunciando che sarei ritornato molto tardi. Uscii, lasciando la mia pistola, carica, nel cassetto del comodino della camera da letto. Mi diressi al teatro: volevo che la gente mi vedesse fuori di casa. Al “Metropolitano” si rappresentava Otello. La gelosia e la vendetta del moro mi parsero semplici e bestiali, come quelle di un primitivo dell’epoca paleolitica, e indegne per la mente raffinata dell’uomo moderno. Rincasai alle 23:30, salii le scale, penetrai nello studio, sedendomi davanti alla scrivania. Di fronte a me, dall’altra parte dell’anticamera, attraverso la porta vetrata, si intravedeva la camera da letto, dove si cerneva una luce fioca. Dovevano essere stati in quella camera due ore prima. Ricostruivo il colloquio di lei come se fossi stato presente: si ritrovavano congiunti senza stupore, automi guidati da un impulso irresistibile e il bacio iniziale, di certo più lungo di quello che avevo sorpreso, non aveva avuto alcun effetto emotivo sulle loro facoltà psichiche.

Ora, distesi nel letto, lui scivolava nel sonno gradualmente, per immergersi in un torpore profondo, mentre lei lo contemplava. Erano passati dieci minuti, venti, venticinque. I miei nervi vibravano scossi dall’impazienza febbrile. Senza rendermene conto, ero arrivato, attraverso i vani interni, ad una delle porte della camera da letto. Le tende dei vetri mi impedivano di vedere, ma la mia immaginazione era dentro la camera, al lato del letto e vedevo tutto chiaramente. Il braccio di lei scivolò furtivamente fuori dalle lenzuola, tirò il cassetto, prese la pistola e la puntò all’orecchio del suo amante. Gli spari furono quasi simultanei; penetrai dentro, strappai dalla mano contratta l’arma, la tenni nella mia e aspettai al centro della camera, eretto e sereno.

In seguito, apparvero i domestici, un agente di polizia e alcune persone. Sulla bianchezza del letto si stendeva, allargandosi, una macchia purpurea. Il corpo del ragazzo era già rigido, mentre sgorgava dall’orecchio sinistro un filo di sangue nerastro; quello di lei, con la tempia sconquassata, si agitava in una fievole agonia. Poi, anche lei si immobilizzò. Entrambi, irrigiditi, nella quasi nudità delle loro carni, pallide e insanguinate, riproducevano il simbolo scultoreo del delitto punito. Il quadro non aveva bisogno di chiarificazioni. Tutti restarono in silenzio, guardandomi con affetto compassionevole e quando l’agente ruppe il mutismo per dirmi di seguirlo, la sua voce apparve rispettosa come una invocazione.

 

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LA POESIA PRENDE VOCE: LUCIA TRIOLO, GABRIELLA GRASSO, ANNA MARIA CURCI

17 martedì Gen 2023

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast

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Tag

Anna Maria Curci, Gabriella Grasso, Lucia Triolo, Maria Allo

La poesia prende voce

DONNE IN POESIA

Lucia Triolo

“Via Valderice Nella mia Natura” tratta da “Dedica” edizioni Drawup, 2019, legge la stessa autrice

Gabriella Grasso

“Capomulini notte” da “Il Generale Inverno”, Il Convivio, 2021, legge la stessa autrice

Anna Maria Curci

“Premuroso il nemico alle spalle” è a pagina 27 del volume “Insorte”, Il Convivio Editore 2022 , legge la stessa autrice

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La sensibilità decadente di “Ballate nere”. Nota di lettura di Deborah Mega

16 lunedì Gen 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Ballate nere, Deborah Mega, Diego Riccobene

Diego Riccobene

Ballate nere

Italic, 2021

Prefazione di Carlo Ragliani

Postfazione di Mario Famularo

 

Ballate nere è il libro di esordio di Diego Riccobene, una preziosa silloge di poesie edita da Italic nel 2021. Il titolo, che accosta qualcosa di positivo e rasserenante come possono essere delle ballate, è associato al nero, ricorrente più e più volte nel corso dell’intera opera anche nelle diverse accezioni di sera, tenebra, ombra quando l’autore scrive Io credo nell’iniqua malasorte, / nel taccuino nero; Laonde appresi il morto magistero / dello sprezzo paziente contro il fermo / giudizio senza appello, il guado nero, / quando menziona il libro del nero Arimane oppure Un solo punto nero / nel lungo imperio sfibrante d’agosto; Prosciolti da ogni vincolo, li vedo / quegli incubi pennati nero notte e ancora L’esilio deve consumarsi adesso, / nel dolio vaporante d’acque nere. Procedendo nella lettura, in esergo compare una citazione tratta dal Faust di Goethe, Nulla c’è che nasca e non meriti di finire disfatto, che sancisce una condizione esistenziale di assoluto disincanto, mentre si vorrebbe a tutti costi raggiungere un infinito che ci è precluso dall’imperfezione della nostra natura umana. Continua a leggere →

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~A viva voce: Oltre il muro del suono~

14 sabato Gen 2023

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Fra improbabile cielo e terra certa, Francesco Palmieri

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2023/01/oltre-il-muro-del-suono.m4a

 

 

Oltre il muro del suono

 

 

e cosa resta di fronte

se si scarta il regalo,

si toglie il mantello

della mirra e l’incenso,

 

rimane una fila

di giorni a sfinire

(una sveglia, un mattino,

l’intermezzo di ore,

un ritorno di sera

poi si spegne ogni luce)

 

rimane un sobbalzo

un frattempo di vento

una pozza di mare

qualche nuvola appena

 

rimane l’incanto

che ci rese felici,

rimane la rosa

che si accese di maggio

 

e poi resta lo stecco

spine intorno alla testa

un levare, un calare,

un arrendersi a notte

quando troppo lontana

è una stella da terra                                

 

rimane un pensiero

che non si riesce a cambiare,

un punto alla fine

che non chiude il discorso

 

rimane un sospeso

un parlare perplesso

un assalto di voce

oltre il muro del suono.                                                           

 

Francesco Palmieri

(dalla raccolta “Fra improbabile cielo e terra certa” – edizioni Terra d’ulivi)

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“Cronache dalla terra di nessuno” di Maria Giovanna Massironi. Una lettura di Rita Bompadre.

13 venerdì Gen 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Cronache dalla terra di nessuno, Maria Giovanna Massironi, Rita Bompadre

 

“Cronache dalla terra di nessuno” di Maria Giovanna Massironi (Albaccara – Casa editrice, 2020 pp. 112 € 12.00) è una raccolta poetica intensa che assorbe dalla consapevolezza del dolore la linfa vitale e compassionevole della memoria. La poesia di Maria Giovanna Massironi accoglie testi arrendevoli al disagio emotivo e resistenti  al vincolo della speranza. L’autrice genera, attraverso una persistente confessione quotidiana, l’apprensione del proprio stato d’animo, la sofferenza dei giorni e delle notti, scandita dall’irrequietezza dei pensieri, in balìa del segnale della frattura esistenziale. Coglie la lesione dell’anima, una ferita accompagnata dalla malinconica amarezza di ogni sospensione della vertigine e dal profondo tormento per gli incubi e i fantasmi che si aggirano, crudeli e magnetici, nella sua mente. Maria Giovanna Massironi abita la terra di nessuno, il territorio conteso dai timori e dalle incertezze del vivere, il non-luogo della fluidità sensibile, il confine interpretativo della propria identità. Il libro confessa la rapida e spontanea evidenza dello smarrimento emozionale, sintonizza il fruscio segreto dell’umore, il silenzio nascosto dell’inadeguatezza. I testi, solo apparentemente frammentari, elaborati con la lealtà dell’impulso, donano il senso compiuto e graduale di una scrittura senza impedimenti, la libertà sincera di una funzione liberatoria, la capacità creativa di orientare le energie soffocate dall’affanno della perdizione. “Cronache dalla terra di nessuno” esprime una forma di premonizione istintiva, avvinta alla soglia del mondo interiore e all’esperienza delle sensazioni, collega l’ipotesi indefinita e disorientante delle difficoltà al riscatto di un orizzonte vagheggiato, varca la soglia della malinconia osteggiando l’inquietudine. Maria Giovanna Massironi resta “in limine”, sulla soglia dell’espressione, dona al lettore il suggerimento sentimentale per affidare alla vita sempre una straordinaria opportunità di rivendicare il proprio tempo. L’occasione letteraria di sollevare le proprie riflessioni evidenzia il privilegio di tradurre l’oggettività delle pagine dense di significato, di comprendere l’avvicendarsi degli eventi patiti, di condividere l’importanza del vissuto, la commovente e indecifrabile percezione della grazia. La poesia gratifica ogni ispirazione individuale, estende la consistenza del respiro universale, sfiorando la complicità della resistenza. La provvisorietà di una bruciante esistenza collega l’influenza dei versi, disgiunge la frattura dell’anima, il duro scontro inevitabile con la realtà, coglie la complessità delle vicissitudini, l’enigma delle illusioni. La poetessa, con uno stile originale, convincente e attuale, segue sempre l’eco di una psicologica attenzione al monito della coscienza, nell’individuare la riparazione del torto, nel consolidamento temporale dello spirito.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Notte dieci. Giorno undici.

 

La notte appartiene agli ubriachi

e l’alba conserva

il suo splendore di albicocca.

La rivoluzione resterà un sogno

perduto nelle chiacchiere del mattino.

Voce d’argano e ruggine

viene dal mare e vi si perde.

Non il velluto, ma la ruggine

ha invaso ogni cosa.

Ci ha preso cuore e cervello.

Nervi e sangue.

Al richiamo di quella voce

abbiamo inseguito chimere

e mille volte siamo morte.

 

Nel giorno undici

non c’è posto per noi.

Stiamo come in porto

a tagliare pomodori,

a prua della nostra

piccola casa rosa.

 Solo le zanzare sono tornate.

 

 

 

Notte trentuno. Giorno trentadue

 

Nella notte abbiamo perso un calzino.

Il destro per l’esattezza.

Pensando di fare bene

ci siamo tolti anche il sinistro

e abbiamo sbagliato.

Alle ore 5,28 siamo completamente

svegli con tutta la nostra disperazione

e i piedi gelati.

Sotto le finestre, niente storie

di lupi e di pirati.

 

Il cielo è azzurro e le strade sono deserte.

Niente ci consola.

Il giorno trentadue inizia

pieno di ansie e preoccupazioni.

Spegniamo la radio.

Ci sono cose che

                                non si possono più ascoltare.

 

 

Notte quarantatré. Giorno quarantaquattro

 

Il buio non finisce mai.

Attraversiamo la città,

camminando sotto la pioggia.

I tetti sono lucidi

e noi siamo bagnati fino alle ossa

come le nostre carte

e i libri che portiamo a tracolla.

Sono bagnati i quaderni con le copertine

di cartoncino leggero che si slabbrano

e si abbandonano ad un’onda molle e pendula.

Siamo svegli dalle cinque.

Piove e non fa freddo.

Le nostre scarpe non tengono più la pioggia

e l’acqua arriva fino alle caviglie,

gonfia le calze che resteranno umide per ore.

L’ombrello ci avvolge floscio

e ci rende difficile vedere

dove mettiamo i piedi.

La tracolla ci taglia il respiro.

Tosse e fuoco nel petto.

Torniamo a casa

cercando una fuga

tra i buchi del selciato

che sono piccole voragini

di terra e sassi.

 

Nel giorno quarantaquattro

qualcuno si è preso la sua piccola vendetta.

 

I nani hanno lasciato il giardino

                              e con le scarpe infangate

                              sono entrati in casa

                              sporcando dappertutto.

 

Notte cinquantotto. Giorno cinquantanove.

 

Che parole usare nel giorno più buio?

Tronche? Piane? Sdrucciole? Bisdrucciole?

Piane, con cadenza di adagio.

Rassicuranti e confortevoli parole piane.

Casa. Libro.

No certo caffè oggi.

E neppure gioventù

e meno che meno libertà.

Le parleremo tutte piane.

Sommesse, quasi silenziose.

Piano. Piano. Forte.

Il presente è all’improvviso tronco.

Ricorderò.

Ricorderemo estati perdute.

Le città sul mare. I caffè turchi. I sogni.

I tuoi occhi bellissimi.

Le domeniche a san siro.

Le luci in galleria.

La sabbia umida. Le partire a pallone.

La salita ai bottini. Gli ulivi. I gatti.

Suonare insieme alle vocali.

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Il dono

12 giovedì Gen 2023

Posted by Antonella Pizzo in NarЯrativa, Segnalazioni ed eventi

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Scritto dal poeta romano Michele Gentile. Si tratta di un libro molto originale come intelaiatura letteraria, a metà tra prosa e poesia. Una favola per adulti con la struttura di un vero e proprio romanzo breve. Il Dono è un libro a metà tra prosa e poesia ma è quest’ultima ad innervare ogni pagina dell’opera dato che essa è presente non solo nei versi della breve silloge che conclude il libro, ma si mostra in tutta la narrazione di questa storia toccante, che vede protagonista il bimbo Giuseppino, rimasto orfano di madre, con un padre assente, e che trova sostegno in Amir, africano sfuggito alle guerre e al razzismo. Il tutto è ambientato nel fantasioso borgo mediterraneo di Roccasolenne, dove il mare è sinonimo di libertà e speranza, dove il bambino si fa cullare dai suoi infiniti orizzonti, trovando sollievo in mondi immaginari e lontani. Continua a leggere →

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LA POESIA PRENDE VOCE: FRANCESCA DEL MORO, MIRIAM BRUNI, GRAZIA PROCINO

10 martedì Gen 2023

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast

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Francesca Del Moro, Grazia Procino, Maria Allo, Miriam Bruni

La poesia prende voce

DONNE IN POESIA

Francesca Del Moro

 di Francesca Del Moro, “San Salvatore” da Ex Madre, Arcipelago Itaca 2022, legge la stessa autrice

Miriam Bruni

“Quale altra magia” da “Coniugata con la vita. Al torchio e in visione” Terra d’Ulivi 2014, legge la stessa autrice

Grazia Procino

di Grazia Procino “Ruina” da “E sia”, Giuliano Ladolfi editore, 2019, legge la stessa autrice

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Le lacrime

09 lunedì Gen 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Racconti

≈ 1 Commento

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La grammatica di Dio, racconto fantastico, Stefano Benni

 

“Le lacrime” è uno dei venticinque racconti brevi che costituiscono “La grammatica di Dio” di Stefano Benni. Il sottotitolo Storie di solitudine e allegria introduce il senso delle vicende tragicomiche e talvolta surreali descritte nei racconti da cui emerge una sorta di tristezza e di malinconia che vuole sottolineare la solitudine e l’imperfezione dell’uomo contemporaneo. Ogni personaggio di Benni, animato o inanimato che sia, acquista cuore, anima, personalità. Benni concentra la complessità del reale, le nevrosi collettive e, da grande affabulatore, seduce e incanta con le sue storie fantastiche eppure verosimili. In questo racconto, nella normale vita quotidiana di una città moderna improvvisamente compaiono oggetti misteriosi, strane formazioni definite lacrimoidi. Nessuno riesce a dare una spiegazione razionale del misterioso evento, né le autorità né l’Istituto di medicina legale e la facoltà di Zoologia, ad eccezione di un bambino, l’unico in grado di trovare una spiegazione logica. Il racconto fa riflettere il lettore trasmettendo il messaggio che l’insoddisfazione a volte derivi da una vita vissuta senza coltivare e perseguire i propri ideali e le proprie passioni.

*

Le prime apparvero all’alba in periferia. Gli addetti alla spazzatura ne trovarono una decina in un prato. Stavano per caricarle sul camion, pensando che fossero sacchi di plastica, quando si accorsero della loro stranezza. Grandi bolle sgonfie, meduse traslucide, alcune ovali, altre oblunghe, talune di forma irregolare, come un frutto flaccido e malformato. Al tatto non erano viscide né molli, ma possedevano la consistenza della pelle di un animale, un delfino ad esempio, mentre alcuni avvertivano il calore di un tessuto morbido. In realtà, parevano consistere di materia diversa a seconda di chi le avvicinava. Anche se sembravano guaste, morte, non emanavano cattivo odore. Erano di colori tenui e incerti, dal giallo chiaro all’azzurro perlaceo. Ma quello che colpì i primi scopritori fu che dentro alla materia opalina, lattescente, di alcune di esse sembrava apparire, a tratti, l’ombra di un volto, o l’istantanea di una scena, e qualche volta dall’interno esalava un lieve suono, una voce remota.
Le autorità presero in mano la situazione. Le lacrime, o lacrimoidi, come furono subito battezzate, furono esaminate in luoghi diversi. Alcune furono portate all’Istituto di medicina legale, altre alla facoltà di Zoologia, e un paio, segretamente, a un laboratorio militare che si diceva specializzato nello studio di apparizioni aliene.
In un primo tempo corse la voce che potessero essere pericolose uova marziane, pronte a schiudersi e scatenare un’invasione. Ma le analisi stabilirono che non erano forme di vita, almeno come noi le intendiamo. Non avevano organi né metabolismo, erano inerti, formati da materie terrestri, silicio, carbonio, sali, anidride carbonica, mucine e lipidi, anche se combinati in modo assai strano, né minerale né vegetale, qualcuno disse primordiale, senza saper spiegare di più.
Ma studiarle a fondo non era facile: se si cercava di penetrarne le pareti svanivano quasi senza lasciare traccia, riducendosi a una goccia che evaporava in pochi istanti. Alcune si dissolsero sotto gli occhi degli scienziati, quasi non sopportassero neppure uno sguardo indagatore.
E il giorno dopo, un centinaio di lacrimoidi furono segnalati in varie parti di quella città. In cortili, in strade, anche sul terrazzo di una casa.
Chi le trovava confermava che si potevano toccare, ma appena si provava ad aprirle, si dissolvevano. E svanendo esalavano nell’aria rumori simili a voci umane, e sprigionavano riflessi e colori, schegge di aurora boreale. Ma nessun registratore o telecamera riusciva a catturare il minimo suono o immagine.
Non erano urticanti, né velenose, né tossiche, stabilì l’apposita commissione scientifica. La conclusione era quindi che, con ogni probabilità, si trattava di grosse, anomale gocce di pioggia, che l’inquinamento aveva reso mutanti, mostruose. Non era escluso che contenessero qualche tipo di gas sconosciuto, in grado di causare lievi allucinazioni uditive o visive.
Inutile dire che su stampa e televisione uno sciame di esperti si scatenò a ipotizzare e teorizzare, anche perché la città era ormai invasa dai lacrimoidi. Per gli scienziati erano il frutto inquietante dell’incombente marasma climatico. Per i fanatici religiosi erano un avvenimento soprannaturale. Per i politici erano il risultato della dissennata politica ambientale della parte avversa. Per gli intellettuali erano materiale poetico scadente, anzi meraviglioso, anzi indicibile, e la polemica li torceva in liti interminabili.
Un giovane medico scrisse in un articolo di aver notato una particolarità. Molti, quando si avvicinavano alle lacrime, erano colti da una sottile malinconia. Non paura, né angoscia, ma l’indefinibile sensazione di ritrovare qualcosa di conosciuto. Una confusa nostalgia. La reazione della scienza ufficiale fu secca: da sempre la suggestione crea fantasmi, che poi svaniscono alla prima prova empirica. Goccioloni di pioggia, e basta.
Ma le rassicurazioni non bastavano. Di giorno in giorno i lacrimoidi si moltiplicavano, i camion ne scaricavano centinaia nell’inceneritore fuori città, anche se sarebbe bastato farle scoppiare. Si temeva il mistero della loro fragilità o qualche oscuro contagio?
Solo una piccola parte veniva ancora conservata e studiata. Ma intanto si moltiplicavano e invadevano le strade. Prendere a calci i lacrimoidi e farli scoppiare divenne per teppisti vecchi e giovani uno sport abituale, anche se c’era una multa. Nel frattempo i misteriosi invasori erano diventati più piccoli, ma sembravano, per così dire, più vivaci, quasi arrabbiati. Cadevano in testa alle persone. Avevano fremiti improvvisi. Nello svanire, alcuni emettevano un grido animale, altri diffondevano una morgana di luce sanguigna. Uno ferì lievemente un bambino, con una vampata bollente. La città accolse inizialmente con piacere i turisti in visita. Fu allestito uno speciale parco, con vasche in cui i lacrimoidi erano esposti, con giochi di luce e musica. Ma dopo neanche un mese, la moda turistica svanì. Migliaia di portachiavi di plastica molliccia restarono invenduti. I comici non li usarono più nelle loro battute. Nessuno sapeva più cosa pensare di loro. Continuavano a moltiplicarsi, e la gente cominciava a detestarli. Ma non tutti li odiavano. Qualcuno, preso da una strana attrazione, li teneva in casa. Una donna si buttò da un tetto stringendone uno tra le braccia, e subito si sostenne che avevano un potere malefico. I giornali ebbero l’ordine di non parlarne più, gli scienziati si arresero. Non si potevano cucinare. Non si potevano vendere. Bisognava dimenticarli.
Finché una sera, uno scienziato più cocciuto degli altri stava studiando una lacrima che aveva trovato nel giardino. L’aveva stesa sul tavolo, oblunga e lucente, e guardava i suoi cambiamenti di colore.
Entrò il figlio di sette anni.
Osservò con attenzione e disse: – Io so cos’è.
Lo scienziato rise.
– Non ridere, papà – disse il ragazzo. – Quello è un sogno. è  il sogno che mi hai raccontato il mese scorso, quando hai detto che volevi andare a lavorare su quell’isola, per studiare le malattie degli indigeni. Vedi, dentro si vede, il mare e l’isola. Se ascolti, puoi sentire le voci di quegli uomini lontani. E questo, – disse indicando col dito una parete del lacrimoide – sei tu.
A quelle parole, la lacrima si ingigantì, divenne quasi sferica, e per un attimo fu visibile allo scienziato il sogno intero, il paesaggio e i volti.
Sulle prime non volle convincersi. Fece altre analisi. Il figlio lo guardava scuotendo la testa.
Finché una sera, alla luce del tramonto, lo scienziato vide chiaramente dietro la materia opalina l’immagine di una donna che aveva amato.
Così capì: i lacrimoidi erano sogni trascurati, mai coltivati con cura, mai seguiti con passione. Sogni perduti senza combattere, sogni buttati via. Lo scienziato ne parlò con il suo capo. Quello non gli credette, anzi si arrabbiò, sembrava che quell’idea lo sconvolgesse. Disse che ormai i lacrimoidi stavano diminuendo, non valeva la pena di rinfocolare l’interesse. Guai a lui se diffondeva quella assurda teoria.
Infatti i lacrimoidi scomparvero.
Il comune licenziò gran parte degli operatori addetti alla ripulitura. Un libro, Il mistero delle lacrime aliene, neanche arrivò in libreria. Un ultimo lacrimoide, chiuso in una teca del museo, si dissolse.
Poi, una mattina, la città si ritrovò immersa dentro una grande bolla trasparente. La gente respirava a fatica. E volti, parole, iniziarono ad appannarsi… Continua a leggere →

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L’ultimo giorno dell’anno di Carlos Drummond De Andrade

31 sabato Dic 2022

Posted by Loredana Semantica in POESIA, Poesie, RICORRENZE

≈ 1 Commento

Vasilij Kandinskij, Deepened Impulse

il sito LIMINA MUNDI augura BUON ANNO NUOVO

con la poesia “L’ultimo giorno dell’anno” di Carlos Drummond De Andrade

L’ultimo giorno dell’anno
non è l’ultimo giorno del tempo.
Altri giorni verranno
ed altre cosce e ventri ti comunicheranno
il calore della vita.
Bacerai bocche, strapperai lettere,
farai viaggi e tanti festeggiamenti
di compleanni, laurea, promozioni, gloria,
una morte dolce con sinfonie e cori,
tanto che il tempo sarà colmo
e non sentirai il clamore,
gli irreparabili ululati
del lupo, nella solitudine.

L’ultimo giorno del tempo
non è l’ultimo giorno di tutto.
Avanza sempre una frangia di vita
in cui si siedono due uomini.
Un uomo e il suo contrario,
una donna e il suo piede,
un corpo e la sua memoria,
un occhio e la sua luce,
una voce e la sua eco,
e chissà anche Dio…

Accetta con semplicità questo dono del caso.
Ti sei meritato un altro anno di vita.
Vorresti vivere per sempre e consumare la feccia dei secoli.
Tuo padre è morto, anche tuo nonno.
Anche in te molto si è estinto,
il resto sbircia la morte,
ma sei vivo.
Ancora una volta sei vivo,
e col bicchiere in mano
attendi l’alba.

La risorsa del bere.
La risorsa della danza e del grido,
la risorsa della palla colorata,
la risorsa di Kant e della poesia,
tutte insieme… e nessuna serve.
È tutto pulito, in ordine.
Il corpo esausto si rinnova nella schiuma.
Tutti i sensi all’erta funzionano.
La bocca sta masticando vita.
La bocca s’ingozza di vita.
La vita scorre dalla bocca,
imbratta le mani, la strada.
La vita è grassa, oleosa, mortale, surrettizia.

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ALCYONE 2000.Quaderni di poesia e di studi letterari, vol. 15, 2022. Recensione di Raffaele Piazza

23 venerdì Dic 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Alcyone 2000, Raffaele Piazza

 

ALCYONE 2000

Quaderni di poesia e di studi letterari, vol. 15, 2022

 Recensione di Raffaele Piazza

 

La composita pubblicazione che prendiamo in considerazione in questa sede, costituisce un volume che per sua natura (anche per la presenza di contributi pittorici e scultorei riprodotti a colori) potrebbe essere considerato un ipertesto, per la commistione e l’interazione che si vengono a realizzare tra i suddetti contributi e i saggi di critica letteraria, le recensioni e le sillogi poetiche che racchiude. La collana di quaderni di poesia e studi letterari “Alcyone 2000”, pubblicata da Guido Miano Editore, i cui volumi sono impaginati come una rivista, emerge nel panorama letterario italiano odierno per l’aspetto culturale come una delle più prestigiose pubblicazioni per l’importanza dei nomi dei critici letterari, dei poeti, nonché dei pittori e degli scultori che hanno firmato le parti letterarie e figurative, tutte connotate dal comune denominatore dell’incontrovertibile alta qualità, della bellezza e dell’intelligenza. Nel tempo della pandemia che tutti stiamo vivendo, fenomeno tragico che ha provocato tra l’altro un aumento numerico dei poeti a causa delle chiusure e del dolore, una simile opera nel mare magnum di una società postmoderna, globalizzata e consumistica che vede la caduta dei valori e il prevalere della mentalità dell’avere su quella dell’essere, come già stigmatizzato dal filosofo e psicologo Erich Fromm negli anni ottanta del secolo scorso, ben vengano questi quaderni quasi come espressione del pensiero divergente anche perché cartacei non destinati solo a un limitato numero di cultori.

* * *

A livello esemplificativo, analizzando il volume 15 di “Alcyone 2000”, ci si sofferma su tre dei saggi che ritroviamo nella sezione dei “Contributi letterari”: quello di Ivo Lovetti intitolato Jean Guitton l’ “eternità” in un istante, quello di Marco Zelioli, La “incontemporaneità” di Eugenio Corti scrittore cattolico più noto all’estero e quello di Ferdinando Banchini, Lugi Fallacara e il Francescanesimo.

Come scrive Lovetti, riguardo a Jean Guitton, il primo dei suddetti scritti L’infinito in fondo al cuore. Dialoghi su Dio e sulla fede, 1999, costruito come un libro intervista da Francesca Pini, giornalista del “Corriere della sera”, si può considerare il sorprendente, esauriente, per certi versi inatteso testamento spirituale del grande pensatore cristiano che ha attraversato quasi nella sua interezza il nostro secolo fino a diventarne un autorevole testimone e interprete. L’immagine che ne scaturisce è quella di un nomo eternamente giovane, sognatore che affermava che la vita gli sembrava fatta di sogni, alcuni dei quali sono notturni altri diurni, dotato di una grande libertà e originalità di pensiero, ma nello stesso tempo rispettoso dell’ortodossia cattolica, innamorato della vita nel dichiarare che va bene aspettare la felicità dopo la morte ma è ancora meglio godere adesso della felicità senza preoccuparsi di tutto quello che accadrà dopo la morte. Quando afferma il concetto di “eternità” in un istante Guitton pare rievocare l’assunto di Heidegger sull’attimo come feritoia atemporale dove il tempo si ferma e non è né passato né futuro ed è forse per sempre. In ogni caso attimo, istante e momento come categorie temporali non sono strettamente sinonimi e tra i tre termini esistono sottili differenze la cui spiegazione esauriente dal punto di vista filosofico sarebbe stato felice di darcela lo stesso Guitton se la sua interlocutrice nell’intervista gliela avesse chiesta. Guitton ha scritto anche il saggio Dio e la scienza nel quale come prova dell’esistenza di Dio il Nostro sostiene che la materia che costituisce le galassie, i pianeti e ogni cosa presente nell’universo è aggregata in maniera così precisa e perfetta e che solo una mente ordinatrice teleologicamente poteva costituirla in questo modo con quella che viene chiamata Creazione.

Nel saggio La “incontemporaneità” di Eugenio Corti scrittore cattolico più noto all’estero che in patria di Marco Zelioli il critico scrive che tra i “casi letterari” del XX secolo senza dubbio uno dei più eclatanti è quello dello scrittore e saggista Eugenio Corti, di cui il 2021 è stato il centenario della nascita. Per quanto incredibile possa risultare a chiunque ne scorra il curriculum culturale, Eugenio Corti più che in Italia è noto all’estero, soprattutto in Francia (le sue opere sono state tradotte in Francese, Inglese, Lituano, Polacco, Portoghese, Romeno, Russo, Spagnolo ed anche Giapponese). Esordì con I più non ritornano, 1947 insieme romanzo e cronaca della rovinosa ritirata dei soldati italiani dalla Russia nel 1942-1943. Il capolavoro di Eugenio Corti è senza dubbio Il cavallo rosso, 1983. Prodotto in oltre trenta edizioni e venduto in quasi quattrocentomila copie, è un romanzo di così ampio respiro da ricordare quelli dei Grandi della letteratura russa tra Ottocento e Novecento da Tolstoj a Dostoevskij a Solzeniciyn. Non per nulla, e soprattutto grazie a quest’opera, dopo aver ricevuto nel 2000 il “Premio internazionale al merito della cultura cattolica”, lo scrittore fu preposto per il Premio Nobel 2011 da un comitato spontaneo, sostenuto dalla Provincia di Monza e Brianza e dalla Regione Lombardia; una figura che il critico ha fatto bene a riattualizzare dopo la sua parziale rimozione dopo la sua morte e anche prima.

Nel saggio dedicato a Luigi Fallacara Ferdinando Banchini riporta le parole dello stesso Fallacara che affermava che il suo incontro con S. Francesco fu anche la scoperta del senso metafisico di ogni vera poesia, nella apertura dell’amore per tutte le creature. L’incontro tra il Nostro e il santo avvenne ad Assisi dove visse tra il 1920 e il 1925. Ivi nel 1921 entrò nel terz’ordine e tradusse le confessioni di Angela da Foligno, mistica francescana del Duecento e soprattutto portò a compimento quella “storia di una crisi religiosa” che è il suo primo importante, duraturo libro di poesia Illuminazioni drammaticamente esemplato sul graduale iter mistico della grande seguace di San Francesco. Il libro successivo I firmamenti terrestri del 1929 presenta, in cinque lunghe poesie in ottave, episodi della vita di Francesco, commossa esaltazione di chi sentì contro il suo cuore, il cuore di Cristo che ricolma il mondo, di chi si fece «carne d’amore, carne di dolore / flutto approdato ai piedi del Signore». Nel ‘55 curò un’edizione delle Laude di Jacopone da Todi, altro grande francescano, diversissimo da Angela ma di lei non meno ardente.

* * *

Passiamo ora ad un’altra sezione del vol.15 di “Alcyone 2000”; il brano intitolato Itinerari di letteratura comparata: cieli ed epoche diversi uniti dalla poesia fa da introduzione ad una serie di saggi appunto di Letteratura Comparata, campo poco praticato nel panorama letterario nazionale contemporaneo. I raffronti, i confronti, i paragoni, le comparazioni tra autori di epoche e lingue diverse, non sono solo utili per allargare il nostro sguardo oltre quel provincialismo che spesso limita in modo angusto il nostro orizzonte culturale, ma addirittura bisogna che siano inevitabili e necessari se si vogliono comprendere gli influssi reciproci tra le varie correnti letterarie e capire a fondo quel sentire comune, quella comune sensibilità poetica e ideale che attraversa in modo osmotico gli autori europei, nell’esprimere un patrimonio di valori sul quale si fonda la vera civiltà umana: legandoli insieme sentiremo una voce unica a difesa e per i principi fondamentali sul quale si basano il nostro sistema di vita e la nostra cultura occidentale. Le comparazioni come linee di codice in un sistema di insiemi sottesi a un principio comune che vede nella parola scritta il suo fondamento comune a prescindere dai luoghi, dalle civiltà, dai costumi e dalle religioni di ogni singolo poeta, romanziere o saggista.

* * *

“Alcyone 2000” comprende anche una sezione dedicata a sillogi di poeti contemporanei; si analizzano a titolo esemplificativo due raccolte: quella di Guido Miano e quella di Renata Cagliari. In I colori dell’isola di Guido Miano predomina la linearità dell’incanto, lo stupore e la capacità della meraviglia per la bellezza inserita nel cronotopo sotto i cerchi limpidi del cielo. Come scrive Enzo Concardi queste liriche sono una dichiarazione d’amore per la natia terra siciliana: le radici, l’identità, la cultura, l’infanzia, il sogno e il successivo abbandono, il dolore, la lontananza, la memoria, la disillusione. Poetica tout-court neolirica e del sogno ad occhi aperti dalla quale trasuda uno sconfinato amore per la natura incarnato negli idilliaci paesaggi della natale isola percepita in una policromia di sensazioni che dai sensi raggiungono l’anima e il cuore del poeta. Una notevole ricerca e raffinatezza del lessico connota il poiein di Miano. La magia della parola diviene il precipitato di una cosciente sospensione che si lega a visionarietà e la natura stessa si fa a tratti numinosa e neoromantica più che neoclassica. In alcuni componimenti il poeta si fa interprete della metafora vegetale e l’infanzia pare collimare con il verde tenero delle piante stesso. Da notare che il poeta nomina con il nome preciso le specie vegetali (l’ulivo saraceno e il gelsomino bianco d’Arabia) come Seamus Heaney, premio Nobel irlandese. L’esattezza di una parola sapientemente dosata è esaltata nei componimenti sempre ben controllati e magistralmente risolti. È affrontato il tema del dolore in un componimento struggente in cui una cerva ferità è alla ricerca del suo piccolo e stabilmente si raggiunge una musicalità nei versi nei quali è presente un ritmo sincopato. Anche un’aurea di favola è presente quando il poeta mette in scena la sirenetta con la coda di delfino, creatura mitica e forse simbolo di bellezza, sirenetta che nuota nel mare che circonda la sua amatissima Sicilia. Si emerge con piacere dalla lettura di questi testi originali e carichi spesso di un arcano fascino.

Nella silloge Attimi di luce di Renata Cagliari nei versi colloquiali e affabulanti ritroviamo il senso e il tema dell’epica del quotidiano e della fiducia nell’amicizia nei passaggi in una poesia in cui l’io-poetante oppresso dal peso della vita va a casa dell’amica Flavia dove la vita stessa ritrova colore, forza e sorriso. Addirittura la casa diviene Paradiso come un rifugio incantato e in essa anche gli oggetti sembrano stagliarsi benevoli e quasi apotropaici, e si fanno correlativi della gioia e della sicurezza. La poetica espressa è neolirica e come scrive Michele Miano si tratta di una poesia intimista, dove la parola si carica d’immagini salvifiche. La luce entra nelle cose e nell’anima come dal titolo della silloge nel permearla e negli attimi il tempo pare fermarsi in un sicuro ottimismo che si manifesta in una vena ludica e giocosa così rara perché si percepisce che la felicità può esistere sia nel giorno che nella notte e che anche se è un fiore raro esiste anche l’amicizia della quale anche il Cristo ha parlato nei vangeli. Una vena sorgiva quella della poetessa di matrice neolirica che provoca emozione e stupore nel lettore e pare anche di intravedere in essa una connotazione vagamente minimalistica. Il senso del bene che viene detto con urgenza è presente, il bene che sconfigge il male e non è buonismo.         C’è anche un aspetto religioso in questa poetica e una poesia è dedicata al Natale e alle sue magiche atmosfere e un’altra a Marco del quale è detto che nella sua vita si è risollevato tante volte dalle tribolazioni e che ora con il suo serafico sorriso aiuta il prossimo a trovare pace e armonia ed è detto qui Dio che pare emanarsi dal sorriso dello stesso protagonista.

* * *

Ci sarebbe da dire molto sulla collana di quaderni “Alcyone 2000” di Guido Miano Editore che richiederebbe un saggio per un’analisi di tutte le sue parti e non lo spazio di una recensione; la presente collana di studi letterari si configura come espressione di una raffinata cultura all’insegna della bellezza come esercizio di conoscenza.

Raffaele Piazza

Alcyone 2000 – Quaderni di Poesia e di Studi Letterari, n°15; Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 108, isbn 978-88-31497-83-1, mianoposta@gmail.com.

 

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Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “Il crimine di Julian Ensor” di Alfonso Hernández Catá

22 giovedì Dic 2022

Posted by emiliocapaccio in Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Idiomatiche, LETTERATURA

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Alfonso Hernández Catá, Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Emilio Capaccio, Il crimine di Julian Ensor, Racconti, TRADUZIONI

C U B A

(1918)

Alfonso Hernández Catá (1885-1940)

Traduzione di Emilio Capaccio

Figlio di un militare spagnolo distaccato a Salamanca, località di Santiago di Cuba e di una cubana. Nasce in Spagna, si trasferisce pochi mesi dopo a Cuba con la famiglia e ritorna in Spagna all’età di 16 anni per intraprendere i suoi studi. Traduce e approfondisce autori inglesi e francesi, mentre lavora come apprendista ebanista. Tornato nuovamente a Cuba, dirige 2 periodici a La Avana: “El diario de la marina” e “La discusión”. Più tardi, abbraccia la carriera diplomatica rivestendo la carica di console e di ambasciatore in vari paesi europei e sudamericani. La sua opera è caratterizzata da una grande ecletticità di generi: novella, lirica, saggistica, giornalismo, drammaturgia. Tuttavia, il riconoscimento più grande e l’elogio della critica, sia in Spagna che in America Latina, deriva indubbiamente dagli innumerevoli racconti, nei quali sono evidenti il suo spirito critico e cosmopolita, le contraddizioni sociali e umani, le tematiche amorose ed erotiche.

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Riflessioni sulla poesia di Alfredo Panetta – Una vita in scrittura

21 mercoledì Dic 2022

Posted by Antonella Pizzo in Una vita in scrittura

≈ 1 Commento

Tag

Alfredo Panetta, POESIA, poesia contemporanea, Poesia dialettale, Una vita in scrittura

panetta

per “una vita in scrittura” ho rivolto l’invito ad  Alfredo Panetta che lo ha interpretato come segue e che ringraziamo per il suo interessante  contributo. Antonella Pizzo

 Una vita in scrittura 

Riflessioni sulla poesia di Alfredo Panetta

Cosa non è poesia? E quanto contano i luoghi per diventare poeti? Parto da questi due cippi per raccontarmi. La seconda domanda è più facile, la prima è a forte rischio retorico. Proverò ad evitare la trappola dell’elenco. Mi sento fortunato, ho vissuto due vite diametralmente opposte. La prima in un paese sperduto delle colline joniche calabresi, la seconda nell’unica metropoli italiana. Dall’innesto tra questi due luoghi si è concretizzata la mia poesia. Oggi non saprei immaginarmi privo di versi. Almeno uno al giorno, un piccolo mattoncino. Ma torniamo ai luoghi, ai contrasti. Per scrivere ho bisogno di concretezza, di materia che scintilli. Mi serve la terra per immaginare il volo. Mi serve l’odore del cemento per innescare la potenza della memoria. Mi servono i tondini arrugginiti, le crepe sui muri, il profumo di elicriso per raccontare la tragedia del ponte Morandi. È come se, per scrivere, abbia bisogno dei miei strumenti acquisiti nei primi anni di vita. Mi sento un artigiano (lo sono per guadagnarmi da vivere) delle parole, le mie parole. E in questo bagaglio ben fornito è necessaria la parlata dialettale. Il dialetto mi fa stare a casa, ovunque sia. È il mio amico intimo, l’energia che mi sostiene, l’amante che non pretende nulla. Dialetto e italiano lavorano a braccetto, nessuna antipatia. Le mie non sono versioni ma riscritture. I testi devono funzionare in entrambe le lingue. Il dialetto mi permette di mantenere uno sguardo vergine sulla realtà, mi costringe a guardare da vicino le cose, a chiamarle col loro nome. La parola e la cosa coincidono. Continua a leggere →

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LA POESIA PRENDE VOCE: THOMAS STEARNS ELIOT – ELIO PAGLIARANI

20 martedì Dic 2022

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast

≈ 1 Commento

Tag

Elio Pagliarani, Francesco Palmieri, Maria Allo, Podcast, Thomas Stearns Eliot

La poesia prende voce

Fra Modernismo e Sperimentazione.

Thomas Stearns Eliot

da La Terra desolata di Thomas Stearns Eliot

Legge Francesco Palmieri

Elio Pagliarani

“Ho sognato un naufragio” da “La ballata di Rudi” di Elio Pagliarani

Legge Francesco Palmieri

Fra Avanguardia e Sperimentalismo.

Poesia didascalica e narrativa La Ballata di Rudi di Elio Pagliarani e la Terra desolata di Eliot hanno dato l’occasione ai critici per interrogarsi sul ruolo dell’epica nella poesia contemporanea (1).

La Ballata di Rudi, è un testo complesso che attesta, come l’autore stesso asserisce in un’intervista a Romano Luperini, tutti gli aspetti della sua ricerca, delineata nel saggio del 1957. Mira a rappresentare, coi suoi peculiari strumenti linguistici (struttura che alterna e sovrappone i ritmi della poesia e quelli della narrazione), la complessità della vita stessa e la disillusione per un’Italia in rovina, una vera e propria storia dell’Italia dal Secondo Dopoguerra in poi. Ma il messaggio finale della ventisettesima sezione contiene un refrain, elemento unificante di tutta l’opera, evidenziata da una sorta di ottimismo che implica la resistenza di una volontà comunicativa: “Ma dobbiamo continuare come se non avesse senso pensare che s’appassisca il mare”.

Ricorre quest’anno il centenario del poema La terra desolata (The Waste Land) di Thomas Stearns Eliot (1888-1965), composto nel 1921. Poema complesso, rivisto da Pound su esplicita richiesta dell’autore, con un linguaggio ispirato esplicitamente a Dante (famosa è la descrizione di Londra che echeggia il clima dei gironi e delle bolge) scritto dopo i disastri della Prima guerra mondiale, una delle opere più alte della letteratura del Novecento. Descrive la desolazione dell’uomo, della natura, del mondo abbandonati da Dio “Riuscirò alla fine a mettere in sesto le mie terre? …Con questi frammenti io ho puntellato le mie rovine” e con questi versi sospesi tra pessimismo e speranza si chiude definitivamente il poema. Lo sperimentalismo di Pagliarani ha avuto come punti di riferimento la linea lombarda e le tradizioni europee, soprattutto quella anglosassone ma tutta la sua opera (3), come sostiene il comparatista Dionýz Ďurišin andrebbe inserita nella letteratura mondiale. Infatti si evidenziano affinità e legami stilistici e ideologici con artisti appartenenti a un’aerea geopoetica storicamente e letterariamente affine come Thomas Stearns Eliot.

L’accostamento fra la Ballata di Rudi di Elio Pagliarani e la Terra desolata di Eliot offre a Giuseppe Carrara l’occasione per interrogarsi sul ruolo dell’epica nella poesia contemporanea (2). Uno dei leitmotiv della Waste Land di T.S. Eliot è quello dell’acqua, connesso a una galassia semantica e tematica di degradazione, aridità e morte, atmosfera crepuscolare, a tratti funebre, caratterizzata dalla capacità di contaminare la tradizione letteraria con l’uso della lingua parlata e dei dialetti, in un gioco combinatorio di eccezionale livello. Anche Pagliarani contamina termini tecnici stranieri, espressioni del parlato con prestiti letterari e soluzioni auliche con una singolare capacità di riproduzione e di imitazione o mimesi di alcuni livelli della comunicazione linguistica odierna e riporta a nuova vita il concetto di letteratura, che diventa così arma di opposizione al sistema e
strumento di coscienza critica. “Ho già detto altre volte di credere ad una funzione sociale della letteratura, funzione che non esaurisce, beninteso la letteratura, ma che è verificabile oggettivamente a prescindere da ogni intenzionalità. (Da un intervento di Pagliarani al convegno di Palermo del 1965 organizzato dal Gruppo 63).

Note

1) https://www.academia.edu/44750325/Unepica_del_mare_fra_Eliot_e_Pagliarani

2) La monografia “Il mare appassito: La Ballata di Rudi di Elio Pagliarani “di Christian Eccher
https://docslib.org/doc/12061406/il-mare-appassito-la-ballata-di-rudi-di-elio-pagliarani

3) https://liminamundi.com/2016/05/05/sono-momenti-belli-ce-silenzio-elio-pagliarani/

HO SOGNATO UN NAUFRAGIO

Ho sognato un naufragio c’era un uomo con me che mi chiamava
nel mare senza barca. Senza barca? In motoscafo? No, con i piedi nell’acqua
come dice il Vangelo, chiamava per salvarmi, io naufragavo
naufragavo nell’erba, erano alghe flora marina che non riconosco? Nella faccia
sembrava mio marito ma le spalle aveva delle spalle che, Luigi, io naufragavo
non ricordo perché ma naufragavo in mare calmo in burrasca sì in tempesta e calmo
e cambiava onda ogni volta che sentivo battermi i polsi e mi sentivo il ventre
pesantissimo di pietra e andavo sotto e non avevo voce, solo dentro
di me sentivo l’urlo che facevo e l’uomo che chiamava. Io non credo nei sogni, tu ci credi?

DA LA TERRA DESOLATA DI T.S. ELIOT

Se vi fosse acqua
E niente roccia

Se vi fosse roccia
E anche acqua
E acqua
Una sorgente
Una pozza fra la roccia
Se soltanto vi fosse suono d’acqua
Non la cicala
E l’erba secca che canta
Ma suono d’acqua sopra una roccia
Dove il tordo eremita canta in mezzo ai pini
Drip drop drip drop drop drop drop
Ma non c’è acqua

Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto?
Se conto, siamo soltanto tu ed io insieme
Ma quando guardo innanzi a me lungo la strada bianca
C’è sempre un altro che ti cammina accanto
Che scivola ravvolto in un ammanto bruno, incappucciato
Io non so se sia un uomo o una donna

Ma chi è che ti sta sull’altro fianco?

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AA.VV., Senza tema! Poesie coraggiosamente atematiche, Edizioni Simple, 2022.

19 lunedì Dic 2022

Posted by Deborah Mega in Comunicati stampa, LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Pietro Pancamo, Senza tema!

 

SENZA TEMA!
Poesie coraggiosamente atematiche
–Antologia a cura di Pietro Pancamo–

 

Consapevole che infrangere le consuetudini, specie se consolidate, è sempre un atto di coraggio, Pietro Pàncamo si è “ribellato” alla moda delle antologie a tema, curando un piccolo volume collettaneo di versi –«Senza tema! Poesie coraggiosamente atematiche» (Edizioni Simple, Macerata, 2022)–, nel quale a ciascun autore è stata lasciata completa libertà di scegliere autonomamente la materia da trattare; ne è nata un’opera corale in cui tutti, svincolati com’erano da forzature di sorta, hanno avuto una preziosa opportunità d’esprimersi al meglio. Ecco qui di seguito alcuni estratti dai commenti critici che, all’interno del libro, il curatore ha dedicato a ciascuno dei quattro autori antologizzati: Kikai, Angela Lombardozzi, Tommaso Meldolesi e Fabio Sebastiani.

“Secondo il critico e storico della musica Massimo Mila, il sentimento predominante, nei brani di Mozart, è una sorta di benefico sorriso fra le lacrime. Io credo di poter dire lo stesso per i versi della brava Kikai.

[…] Le liriche di Angela Lombardozzi s’improntano invece ad un serrato flusso di coscienza, magistralmente concepito per rispecchiare la concitata e penosa assenza di senso, dalla quale l’esistenza quotidiana di noi uomini è ahimè afflitta.

[…] E se le poesie di Tommaso Meldolesi prendono le mosse da una tenera o meglio sognante rassegnazione che, pur attraversata sempre da una favilla di speranza, piega spesso il ginocchio dinanzi alle (s)torture dell’esistenza, Fabio Sebastiani, in una continua e ica(u)stica dissolvenza incrociata d’immagini che sfumano rapide l’una nell’altra, ci svela impietoso le piccole miserie del grigiore quotidiano, presentandole come un rito scaramantico a cui noi esseri umani, in nome di una vita completamente ottusa e quindi molto più comoda, ci siamo autoaddestrati e autoaddomesticati con tenacia imperterrita”.

*

IL CIELO

 

Un lungo istante di pausa, sospesa dentro l’autobus che arranca, e si ferma. Schiacciata contro il vetro, a fissare un angolo di cielo.

 

Domenica fissando

il cielo e vorrei starmene fuori dalla mia storia.

 

Riposare, dalla mia vita.

Dispersa. Per un po’, solo per un po’

 

Come sepolta, sotto chili di nulla, in una tomba di luce,

[oltre gli oggetti e i sentimenti

 

Oltre i cancelli del tempo.

Oltre il pensiero.

 

Dentro qualcosa che non so.

Più grande di me.

 

Kikai

*

ALI

 

Ho una poesia sulla lingua

Il petto batte

Ma non trovo le ali

Guardo in un altrove

perché qui il presente

è annebbiato

– Ti chiedo il sale

della tua presenza

Quell’eterno stare

che produce tutti i mutamenti

Folle! Folle è l’uomo che tesse

la sua più grande virtù

Un ponte di salvezza

Un filo instabile di luce e precipizio

Ma datemi le ali

perché tremo…

Forse basterebbe anche

un solo abbraccio uno sguardo

Una mano sul cuore

Il tuo sorriso tutto.

 

Angela Lombardozzi

 

*

 

PER LE STRADINE DI MONTMARTRE

 

Dalla nebbia degli anni

riaffiorano memorie

avvolte da ampi strali

d’immensa nostalgia.

M’inoltro a passo lento

per vicoli e stradine

e tento di scovare

le ceneri disperse

di volti diluiti,

di parole sgranate,

di note snocciolate

da chansonniers di un tempo.

 

Tommaso Meldolesi

*

AEROPLANO

 

Se tento

di raggiungere il cielo

la distanza rimane invariata.

M’avvicino

soltanto alle nubi.

 

Pietro Pancamo

*

TRA ALI DI FOLLA SENZ’ALI

 

L’uomo è tutto un contrappunto

sopra l’ideologia

sopra i nomi senza nome

sulle forme del vuoto

svuotate anch’esse

come petali rubati ai fiori.

 

L’uomo a volte non è

nemmeno un discorso

ma il santo procedere

dell’ovvietà, muta nella sera

tra ali di folla senz’ali

che andiamo a casa che è tardi.

 

Calcola i passi badando

a non inciampare

ma è lui l’ostacolo

alla caduta provvidenziale, alla felicità

al perdono che l’universo gli offre.

Che poi a casa è sempre tardi per tutto.

 

E finendoci, nel vuoto

invoca il dio che non ha

amato mai veramente.

Solo pretesto per l’ennesimo inganno

spuntato ai giorni tetri, alla noia

alle parole prese in affitto.

 

Fabio Sebastiani

Pietro Pancamo

Pietro Pàncamo è un editor professionista, nato nel 1972. È autore del volumetto di versi «Manto di vita» (LietoColle) e figura nell’antologia  «Poetando» (Aliberti), curata da Maurizio Costanzo. Ha collaborato con “Il sabato del racconto”, rubrica settimanale dell’edizione parmense de «la Repubblica». La radio nazionale della Svizzera italiana gli ha dedicato una puntata del programma «Poemondo», mentre sue liriche, novelle o recensioni sono apparse, nel tempo, su quotidiani e riviste come il «Corriere della Sera», «Il Fatto Quotidiano», «La Stampa», «Carmilla», «Cronache Letterarie», «Gradiva», «Il cucchiaio nell’orecchio», «Il Ridotto», «La poesia e lo spirito», «Nazione Indiana», «Poesia» (Crocetti editore), «Poetarum Silva», «Scriptamanent» (Rubbettino), «Vibrisse» e il blog «Poesia» della Rai. È stato redattore della rivista filosofico-letteraria «La Mosca di Milano», caporedattore per la poesia dell’e-zine «Progetto Babele» e direttore editoriale sia del mensile online «Niederngasse Italian», sia del programma web-radiofonico «Poesia, l(’)abile traccia dell’universo».

Pietro Pàncamo (a cura di), «Senza tema! Poesie coraggiosamente atematiche», collana «Le antologie di “OMERIGGIARE” PALLIDO E ASSORTO», Edizioni Simple, Macerata, 2022, pp. 92, € 12,00.

 

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~A viva voce: 137~

17 sabato Dic 2022

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Tag

Francesco Palmieri, Solo parole d'amore

 

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2022/12/137.m4a

 

-137-

 

 

ti ho cercata

 

ad ogni inizio del giorno

in un ultimo sogno

nel respiro affannato

di un passo da corsa

nelle strade affollate

nelle strade deserte

nella neve d’inverno

nel fiore in germoglio

 

ti ho cercata

 

a levante a ponente

alla fine del mondo

sulle cime dei monti

in un pozzo profondo

a due passi da casa

in città inesistenti

 

ho chiesto di te

 

a un passante

a un bambino

a un uomo in divisa

a una donna coi fiori

ai veggenti

ai profeti

a una notte di stelle

alla luna sorella

alla pioggia che cade

nelle strade di sera

 

poi mi sono fermato

poi mi sono seduto

poi ho chiuso la porta.

 

Francesco Palmieri

dalla raccolta “Solo parole d’amore”

 

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Il blog LIMINA MUNDI è stato fondato da Loredana Semantica e Deborah Mega il 21 marzo 2016. Limina mundi svolge un’opera di promozione e diffusione culturale, letteraria e artistica con spirito di liberalità. Con spirito altrettanto liberale è possibile contribuire alle spese di gestione con donazioni:
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