Una vita in scrittura: Flavio Almerighi

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Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Flavio Almerighi che l’ha interpretato come segue.

Grazie infinite all’Autore.

Una vita in scrittura di Flavio Almerighi

Saper scrivere all’atto pratico non serve a molto, me ne accorsi subito. Iniziai la prima elementare che già sapevo scrivere grazie a un vicino di casa e alle lezioni tv di Alberto Manzi, ma quando misi piede a scuola dovetti ripartire dalle aste. Il mio maestro, pur ligio ai programmi ministeriali, mi trasmise però un indelebile amore per i libri. Mezz’ora prima della fine delle lezioni ci faceva mettere via quaderni e libri, gli ultimi trenta minuti precedenti la campana erano dedicati alla lettura a puntate di un romanzo per ragazzi.  Sono passati più di cinquant’anni, ma ricordo ancora molto bene Capuana, Verga e soprattutto Molnar con I ragazzi della Via Pal. Quel romanzo prese talmente tanto ogni maschietto della mia classe, che ognuno di noi nei giochi dell’intervallo e del doposcuola impersonava un personaggio di Molnar. Io ero Weisz il capo della Società dello Stucco. Questo per dire che saper scrivere intende in primis saper leggere e saper ascoltare. Ho letto, ho letto, fintanto che adolescente sono arrivato alla poesia.

Dribblai, spesso con classe, le poesie che ci obbligavano a imparare a memoria, ma Il Sabato del Villaggio di Leopardi me la ricordo ancora. Ho letto Omero di mia sponte prima di diventare maggiorenne ed è nato allora l’amore vero per la poesia, anzi con la poesia: è stato un amore corrisposto da entrambi. Mi venne anche voglia di cominciare a scrivere, dapprima qualche timida pagina di diario, poi poesiole per intortare qualche ragazzotta che mi piaceva. Sono stati gli anni del teatro amatoriale, della radio, della musica, di tante altre cose, passioni per dimenticare il mio lavoro d’ufficio. Mano a mano che le mie vecchie passioni terminavano, ripresi a leggere poesia e a credere di scriverne, ma quella roba non era ancora poesia. Non so nemmeno se lo sia adesso ai tempi della net poetry. Qualcuno mi chiama “poeta”, ma non mi ci sono mai sentito. E fin qui ho letto tanto, scritto troppo, sporadicamente anche prosa: mezza dozzina di brevi racconti. Penso di dovere molto a Pasquale Panella, Amelia Rosselli, Dario Bellezza, ad Apollinaire così come a Michel Houellebeq: poeti scrittori che mi hanno attraversato la vita.

Chi scrive sa molto bene quanto sia difficile allontanarsene. Si diventa talmente ipersensibili che ogni cosa rimbomba dentro fino a diventare un’idea. Questo è il lato “bello” della scrittura, la creazione individuale. D’altra parte non c’è arte più individualista della scrittura. Il problema sono gli “altri che scrivono”, soprattutto quei mediocri che pretendono buone recensioni in cambio di buone recensioni: diventa una strada senza uscita. Se è vero che in Italia ci sono più persone che scrivono rispetto a quelle che leggono, diventa sempre più arduo riconoscere nel minestrone acquoso della scrittura, della poesia italiana contemporanea un qualche buon ingrediente. Sotto questo aspetto invidio chi cucina, un solo piatto, una sola pasta, contengono molte più calorie dell’intera produzione poetico letteraria. Che dire poi degli illustri letterati oramai diventati cacciatori di farfalle morte? Non meritano nemmeno l’epitaffio. A questo punto tanto vale continuare a scrivere anzitutto per proprio ristoro personale, senza pretese di chissà quale stupido riconoscimento. Per quanto mi riguarda sono sempre il buon vecchio Weisz della Società dello Stucco, lo stacco dai vetri di vecchie finestre e lo rimastico per non farlo seccare.

terra grigia marrone verde,

sono più pali della luce

che alberi

.

cielo a strisce bianche grigie blu

finché una luce resta accesa

e io stanco

Flavio Almerighi

https://almerighi.wordpress.com/

Una vita in scrittura: Leopoldo Attolico

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“Omaggio a un poeta”, olio su tavola, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del blog.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Leopoldo Attolico che l’ha interpretato come segue.

Grazie infinite all’Autore.

POESIA FOREVER di Leopoldo Attolico

La sindrome – di solito- si manifesta quando calienta el sol dell’adolescenza: il futuro poeta ”in erba”, già fornito -di suo- di antenne, ha metabolizzato i termini del disincanto coniugandoli con i monumenti poetici d’ordinanza prepostigli dalla Scuola dell’Obbligo. Da qui i primi tentativi di piegare a poesia la lingua italiana; tentativi gestiti da uno Spirito che per sua fortuna (data l’età) né sa né può sapere dove sta di casa la Ragione e quindi -se autenticamente poetico- può pervenire a risultati che il futuro poeta, “laureato/diplomato” o meno, non si sognerà più neanche lontanamente di ottenere. Ma non siamo ancora alla patologia: siamo all’infatuazione, allo spontaneismo creativo, in un periodo febbricitante/interlocutorio di conoscenza del proprio corpo poetico.

Quando il Nostro si accorgerà di pensare in versi alle quattro di notte andando in bagno e di doverli irrinunciabilmente mettere su carta, vorrà dire che è successo l’irreparabile; che è convolato; e non c’è più scampo per nessuno, né possibilità di separazione o di divorzio: è perduto per sempre perché è arrivata la consapevolezza. E a questo punto amen.

Come si convive con questo destino? Maluccio, in genere; diciamo “alla viva il parroco”, lancia in resta in un estenuante tentativo di rappresentare- con le parole – la propria “verità”. Ma è un “male” rovinosamente luminoso, felicemente destabilizzante, abbacinante; un vero e proprio tensioattivo. Ma a differenza del brutale detersivo che agisce sottraendo, questo accumula, sedimenta, fa della subsidenza la sua prima incombenza, a cui poi sottentra la “necessità” liberatoria/fisiologica (sua, incorporata), di tradurre in parola scritta, dinamica, attiva, (da qui tensioattivo), le istanze di questa sorta di camicione sempre più pesante e gravoso da portare in giro.

“ Si fanno versi per scrollare un peso e passare al seguente”, dice la clausola ( vagamente in odore di dannazione) di Vittorio Sereni; ma incontrovertibilmente è così. Quanto alle modalità con cui, oggi, ci si “scrolla un peso” e alla praticabilità delle stesse, il discorso si fa subito vertigine e, come direbbe Cardarelli, “mi si porta via”: un tormentone così controverso che gli ineffabili critici/poeti falliti, filosofi disoccupati ed esegeti esagerati che spesso vanno per la maggiore faticano non poco a “disinquadrare” con la protervia dei loro specchi ustori, per poi partorire regolarmente il Nulla .

L’unica a nutrire certezze è la Poesia. Lei sa bene che, rispetto alla Tradizione, non deve produrre dipendenze o vie metaboliche irreversibili, ma rinnovamento creativo, senza cacciar via il povero Palazzeschi o il poverissimo Georg Trakl come fossero scarti di cambusa (acqua passata che non macina più), ma rivisitandoli in chiave moderna , capendone la lezione, lo “spirito”, la “pelle”, se non altro per tentare di imparare a vivere la poesia ( e a scrivere ) al 101 per cento come hanno fatto loro. La poesia sa benissimo quello che vuole e dove vuole andare perché quando azzarda ipotesi di “verità” lo fa cercando in primis quell’autenticità di linguaggio che è la sola a rispettare ad un tempo chi legge e l’oggetto del ricordo, in barba alle fumisterie, al bla bla, alle eccentricità fine a se stesse e ai linguaggi semiautomatici. Insomma la poesia sa il fatto suo; e si fa anche i fatti suoi, con la discrezione che le appartiene; con i poeti – pochi – più preoccupati di essere che di apparire; gente ancora capace di scrivere con gioia (anticamera, tra l’altro, dell’ironico, del giocoso e dell’autoironico), perché – nonostante tutto – non ha mai smesso di amare gli uomini e il mondo, e quindi viva nell’inevitabile senso di impotenza ad amare veramente il mondo.

Poesia/lingua totale, come diceva Spatola, come ci hanno insegnato Cacciatore, Emilio Villa, Vito Riviello; lingua che -deontologicamente- non può essere assimilata ad una telefonata o a un messaggio cifrato, e che punta necessariamente all’assunzione di un suo stile, intendendo per stile- innanzitutto- il segno netto di una individualità entro il luogo comune della lingua, punto di partenza tendente all’infinito a superarsi e non certo punto di arrivo, come certamente frulla nel cervello di non pochi poeti “arrivati”(dove?) . Stile come tensione e non come status; e quindi, di conseguenza, parole capaci di somatizzare il reale, il quotidiano; pedinatrici di ogni minimo segnale in grado di farci capire chi siamo da dove veniamo dove andiamo, alla faccia del solipsismo sterile degli intellettuali che vogliono fare i poeti, (gli stessi che nel prendere la penna in mano si dicono addosso “adesso vi faccio vedere come sono bravo”, fregandosi regolarmente con le loro mani ); poeti (?) marpioni, volponi, intermittenti, che non si sa bene come facciano ad essere dappertutto, sicuri (a ragione ) che per il solo fatto di apparire vengano percepiti come “vincenti” da moltitudini di ganimedi sempre più in balìa delle suggestioni massmediali e della sudditanza psicologica nei confronti del Potere Da Vetrina. Poesia dunque che malgrado i calci nel sedere che incassa dai suoi stessi autori e malgrado le clonazioni con dedica di morte presunta made by Ceronetti et similia , continua imperterrita – nelle sue espressioni migliori – a sorprendere in senso e suono le immagini irresistibili della speranza, proponendosi cocciutamente come opzione in progress e come complemento spirituale puro e semplice del libro della vita vissuta antagonisticamente, militantemente in opposizione alla miseria dei tempi, parola/grido che non risarcisce nulla , che non salva nessuno, ma che se trasmessa come luce, colore, oggetto, profondità, segno, “gesto”, può essere veramente la sola a fare il contropelo al nostro essere “vivi”, oggi.

Leopoldo Attolico

Leopoldo Attolico

Versi trasversali: Alessandro Barbato

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ALESSANDRO BARBATO

Senza dirlo è più difficile

convincerti che non finisce il vuoto

dove inizia l’orizzonte, non c’è

mica per davvero un altro

modo per colmare la lacuna,

i punti morti del pensiero,

se non darsi al tuo silenzio

e ai miei timori fino in fondo,

senza spingere sul freno

né cercare dilazioni.

Ché impreciso è il nostro viaggio

e siamo a corto anche di fiato,

ma non serve più contare quanti

passi ci rimangono a scaldarci

in ogni notte che divide i nostri

giorni. No, non serve ribellarsi,

scalpitare al vuoto o al pieno:

questo è il gioco a cui giochiamo

e non è colpa di nessuno.

 

Vuoti a rendere

 

2.

Siamo arrivati qui dove si perdono

le mani e il vento è un’ombra che accompagna

a casa sagome di noia.Vendi

o lascia quel che resta senza piangere

né sconti, troverai qualche amatore

disposto forse a ripianare il debito

di ossigeno che prende a certe quote

offrendo in cambio dei rimorsi un altro

errore da cullare. Sarà maggio

anche quest’anno e avremo ancora fiori

teneri nei vasi, e questo identico

presagio di qualcosa che non torna

dentro gli occhi, non resta nella rete,

se provi a tirar somme dalla sete.

 

Per sommi capi (siamo arrivati qui dove si perdono)

 

3.

Ho ancora il tuo orologio stretto al polso:

sussurra giorni duri di mattine

schiuse al vuoto. Se batte la lancetta

dei secondi sopra gli anni tuoi

lasciati come mancia per le estati

che saranno, mi sforzo di incontrare

il tuo passare tra i miraggi

di stagione e a dare un cenno

ai desideri presi a morsi

dai tuoi occhi che si chiudono.

E peso è questa voglia di sospendere

i minuti, di trovarti senza

tempo nei riflessi e nei gorgheggi

della Terra. Un peso che mi tiene

qui ancorato alle parole

della voce tua che tace

e mi sorride da lontano.

 

Sala pesi (Le estati che saranno)

 

4.

 

L’odore d’un camino all’alba spento

ricorda i fuochi fatui delle sere

cominciate tra i tuoi vicoli

di carta ad azzeccare d’ogni sogno

l’aritmetica e il profilo.

Si mischia al gelo lucido sui prati

preparati dall’inverno a scomparire

per rinascere tra nebbie

e canti languidi di nostalgie

insegnate dall’attesa.

E tu che cosa aspetti mentre scappi

coi tuoi occhi più lontano di ogni eco

verso aurore a me proibite?

La voce di quei fuochi ammutoliti,

forse un battito di ciglia.

 

Memorie di una sera, una mattina

 

~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

Lettura poetica

 

In questa stanza ognuno è vinto dalla noia.

Poesie lagnose, voce e gesti irritanti.

Non può essere ignorato nè interrotto.

 

Venuti qui da stupidi, di nostra iniziativa,

e alcuni hanno dovuto anche pagare.

Ogni angolo qui è invaso dalla noia.

 

Cresce il grido silente: ” Fino a quando?”.

Nessuno può sfogare la sua furia cieca.

Nessuno può interromperlo o ignorarlo

 

lanciargli uova, farlo assalire da un’orda

di gente disperata, distrutta dal suo parto.

In questa stanza ognuno è vinto dalla noia,

 

tranne il poeta. Noi lo gratifichiamo

fingendo di apprezzare i suoi sproloqui.

Nessuno può interromperlo o ignorarlo.

 

Finalmente è finita. Noi tutti applaudiamo.

Il poeta ringrazia con smorfie di modestia.

Ciascuno in questa stanza moriva dalla noia.

Non è stato interrotto nè ignorato.

 

Wendy Cope, da Guarire dall’amore, Crocetti Editore, 2012.

Ciao Monica

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Poco più di un mese fa, il 2/2/2022, a Roma è scomparsa l’attrice italiana Monica Vitti, all’anagrafe Maria Luisa Ceciarelli. Premiata con 5 David, 12 Globi d’oro, 3 Nastri d’argento. Sebbene poco nota ai più giovani perché ritiratasi a vita privata da circa vent’anni, è una figura rappresentativa del cinema italiano nel mondo, non meno di Sofia Loren, Claudia Cardinale, Gina Lollobrigida, Mariangela Melato.  

Attrice di cinema e mattatrice della commedia italiana, versatile e talentuosa, capace di essere considerata al pari di attori quali Alberto Sordi, Marcello, Mastroianni, Nino Manfredi, cioè di figure maschili  che hanno dominato la scena cinematografica degli anni 60-80.

Maria Luisa Ceciarelli divenne Monica Vitti nel 1953, ispirandosi al cognome della madre, Vittigli, scegliendo un nome che aveva letto poco prima in una rivista, seduta a un bar vicino a casa. In un nome può esserci un destino? Sarebbe stata ugualmente famosa mantenendo il nome anagrafico?

Di certo più del nome determinante nella sua carriera fu l’incontro col regista Antonioni che la proiettò nell’universo cinematografico di successo. Senza quell’incontro e, forse, anche senza quel nome Monica Vitti sarebbe rimasta una qualunque Maria Luisa Ceciarelli. Personaggio talentuoso in cerca d’autore. O forse all’inverso il cinema di Antonioni non avrebbe brillato ugualmente senza la musa ispiratrice di Monica Vitti.

In un’ intervista nel 1963 condotta da Oriana Fallaci  la stessa Monica racconta il momento topico della rinominazione:

“Il mio vero nome è Maria Luisa Ceciarelli. Fino all’Accademia fui la Ceciarelli. Poi Tofano mi propose di diventare attrice giovane nella sua compagnia, di fare Brecht, Molière, e mi disse: “Guarda il nome che hai non è mica tanto da attrice, lo devi cambiare”. Allora io sedetti al tavolino di un bar e mi misi a studiare il nome.”

“Ora sono talmente Monica Vitti che mio padre e mia madre mi chiamano Monica anziché Maria Luisa ed io, quando devo firmare Ceciarelli, mi sento a disagio: quasi firmassi col nome di un’altra.”

Con un gioco di parole Vitti d’arte, vitti d’amore  è stato intitolato un film documentario promosso e trasmesso dalla Rai in anteprima presentato al Festival del cinema di Roma del 2021 per il novantesimo compleanno dell’attrice. Nata a Roma il 3 novembre del 1931, Monica ha vissuto a Messina e a Napoli. Proprio qui durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, comprese che la recitazione era la sua strada, inscenando rappresentazioni per distrarre gli altri bambini nascosti nei rifugi.

Tornata a Roma studiò recitazione e intraprese la carriera d’attrice. Con i maestri Silvio D’amico, che la indirizza a ruoli drammatici shakespeariani, e Sergio Tofano, che coltiva il suo lato istrionico, compie la sua formazione.

Monica da piccola era soprannominata dai familiari “Setti vistini”, cioè sette sottane (reminiscenza del periodo vissuto in Sicilia), per l’abitudine a indossare più indumenti uno sull’altro a causa della sua freddolosità.

Non era soltanto freddolosa Monica, non si allontanava volentieri dall’Italia e, quando lo faceva, non vedeva l’ora di tornare, soffriva le limitazioni imposte dalla popolarità che le impedivano una vita normale da persona sconosciuta, non amava i viaggi in aereo, il che ha sicuramente limitato la sua mobilità, ma non le ha impedito di lavorare con registri di livello internazionale, affermandosi come attrice, misteriosa, stralunata, ironica, spaesata, ironica, brillante, caratterizzata da bellezza, freschezza, grandi occhi e grande bocca, splendide gambe e da una voce roca, pastosa, particolare e indimenticabile, anticonvenzionale. Monica Vitti era diva e, al tempo stesso antidiva, non esaltandosi per il ritorno del successo, contrapponendosi per queste sue caratteristiche ai canoni estetici predominanti delle star.

La sua stella sorse nell’arco temporale dal 1960 al 1964. In quegli anni, diretta dal registra Michelangelo Antonioni che ne divenne anche compagno nella vita, Monica Vitti recitò ne L’avventura, La notte, L’eclisse, Deserto rosso. Quattro film passati alla storia della cinematografia come tetralogia dell’incomunicabilità. Monica recita in ogni pellicola con ruolo di protagonista o coprotagonista, mettendo in luce il suo talento recitativo drammatico.

Preceduto da altri film nel filone della commedia italiana quali La cintura di castità e Ti ho sposato per allegria, di lì a poco segna una tappa importante della carriera di Monica Vitti il film “La ragazza con la pistola” del 1968 diretto da Mario Monicelli. La pellicola ottenne un grande successo di pubblico e consacra la Vitti grande attrice del cinema italiano, dotata di versatilità capace di sostenere con uguale disinvoltura sia ruoli drammatici che comici.

Nel film si racconta la storia di una ragazza siciliana Assunta Patanè, sedotta a abbandonata, caparbiamente determinata a vendicare il suo onore uccidendo l’uomo che l’ha disonorata, con questo scopo lo insegue in Inghilterra. La protagonista infine abbandona l’ intento, avendo compreso in un ambiente più emancipato che si può vivere con onore anche senza vendetta.

Nel video seguente Monica Vitti intervistata all’apice del successo, parla di femminismo, del rapporto con la madre rispondendo alle domande del giornalista Enzo Biagi

In linea con la dichiarata posizione femminista l’attrice preferiva interpretare nei suoi film personaggi femminili  problematici, nevrotici, fragili, rivestendo ruoli drammatici e comici al contempo, che suscitavano riso e commozione, in una recitazione naturalmente ambivalente, speculare.

Le sue donne manifestano il disagio conseguente alla ricerca di emancipazione in una società che le vorrebbe ancora imbrigliare in stereotipi di genere, portatrici pertanto di un disadattamento interiore  trasfigurato in chiave ironica e manifestato in una recitazione personale svagata, alienata, esuberante estremamente lontana da divismi, mitizzazioni e superficialità.

Sebbene le figure che interpreta siano spesso vittime della misoginia o del maschilismo, persino nel senso di subirne la violenza fisica, esse non appaiono mai sconfitte, mai domate e anche quando soccombono, lo fanno con la dignità di chi rivendica  fino all’ultimo la propria essenza e personalità, all’insegna dell’autoironia e senza chiedere o suscitare pena, al più tenerezza, senza indulgere nemmeno nel patetico e nell’ autocommiserazione, inducendo piuttosto al sorriso, nella velata irriverenza ad una società italiana consegnata prevalentemente a mani maschili. Per questa sua singolare capacità di interpretare le contraddizioni sociali del proprio tempo Monica Vitti conquistava sia gli uomini che le donne.

Ricercata da registi internazionali quali l’ungherese Miklós Jancsó che la diresse ne “La pacifista” del 1970, lo statunitense Michael Ritchie regista di “Un amore perfetto o quasi”, Jean Valère che la volle ne “La donna scarlatta”  del 1969 , Luis Buñuel  regista de “Il fantasma della libertà” del 1974, e André Cayatte  per il quale nel 1978 ha recitato in “Ragione di stato”. Ha recitato tra gli altri con Alberto Sordi in “Polvere di stelle” e “Io so che tu sai che io so”, con Marcello Mastroianni in “Dramma della gelosia”, Vittorio Gassman in “Camera d’albergo di Monicelli”. Col regista Massimo Russo ha recitato in “Flirt” del 1983 e “Francesca è mia” del 1986, questo rappresenta un caso di persecuzione da stalker ante litteram, culminato in omicidio.

In questo breve video la naturale verve comica dell’attrice si esprime, come lei stessa, amava dire, con la tipica serietà della grande tradizione comica italiana da Petrolini a Totò.

Monica è stata anche regista nel film Scandalo segreto del 1990, da lei stessa scritto e interpretato. 

Sentimentalmente, dopo la relazione con Michelangelo Antonioni e una storia col direttore della fotografia Carlo Di Palma, nel 1983 Monica Vitti si legò al regista Massimo Russo che ha sposato nel 2000. Il marito le è stato accanto fino alla scomparsa, tutelando la sua immagine da curiosità e paparazzi, permettendole la dignità di vita che richiede la cura di una malattia degenerativa.

La vetrina di Limina: “Dispositivi” di Stefano Guglielmin, Marco Saya Edizioni, 2022

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copertina

Questo libro evidenzia la centralità dei dispositivi nella nostra esperienza quotidiana, scegliendone alcuni di esemplari rispetto al poetico e alla salute. Essi si rivelano decisivi nella determinazione del soggetto che scrive e che vive, al punto da condizionarne la stessa possibilità di esistenza.

l poeta, infatti, si definisce attraverso lo stile, che altro non è che la messa in atto di specifici dispositivi retorici. Lo stesso vale per gli apparati che ci determinano in quanto esseri umani in grado di sopportare la precarietà del vivere: filosofie, processi biochimici, procedure sanitarie e scelte di campo definiscono il nostro modo di essere-nel-mondo, in un’età in cui del soggetto non è rimasto quasi nulla, giacché volontà e libertà si irregimentano secondo modelli di cui egli non dispone, ma che lo dispongono, anzi lo indispongono in un aperto già tutto mediato dal potere.

Guglielmin prosegue la sua ricerca sulla finitudine, mettendo in scena un io plurale, contraddittorio eppure ostinatamente alla ricerca di un senso, ma tutto ancora da costruire e decostruire, dove gli opposti – autenticità / inautenticità, natura / cultura, elitario / popolare, interiore / esteriore – non sono che imprescindibili dispositivi del presente, spesso figli dell’alienazione.

Terapia

Si porta fuori un peso, con la parola,
ma c’è tutto un labirinto da fare, prima,
una salita temporale (e un temporale,
anche, da smaltire), che ci mette infine
il corpo quieto, nel suo porto, e la mente
pure. Per essere più precisi, è la psiche
a riordinarsi, non l’intelletto né il lucido
pensiero. Lo so
Spaccare il capello è una metafora pedante,
denota che ancora il peso non ha trovato
la via: qualcosa langue nel fondo, nel botro
(anch’essa parola malata, introflessa).
Nemmeno scrivere guarisce, anzi alimenta
l’intrigo, ammalia come Medusa, o la mia
terapeuta: una topolina bianca, da emporio.

Caterpillar

L’ermo colle, dice, sarà spianato
dalle ruspe. Lui vede lontano: finisce
l’orizzonte con la biro e prevede,
per noi, un controllato naufragio.
Da ogni lato, tecnici piantano chiodi
e un pugno di tracce da seguire:
il futuro cresce sugli assi cartesiani
su siepi-silvie rase al suolo. Tace l’assiolo.

L’impegno femminista nella scrittura delle donne

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Nel 1791, in piena rivoluzione francese, la scrittrice Olympe de Gouges compì la prima mossa ufficiale di quello che in seguito sarebbe stato conosciuto e riconosciuto come movimento femminista: ritenendo che in clima di rivendicazioni avessero potuto ottenere diritto di cittadinanza anche quelle delle donne, presentò alla Costituente la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. Giudicando troppo audace l’azione della scrittrice il buon Robespierre risolse il caso con i mezzi di sua competenza e cioè con la decapitazione della malcapitata. Senza considerare che per eliminare per sempre la questione avrebbe dovuto decretare il taglio della testa di tutte le donne future. Quasi contemporaneamente alla De Gouges un’altra donna, Anne Louise Germaine Necker, meglio conosciuta come Madame de Staël, continuava a percorrere quella strada che conduceva la donna ad esprimere la volontà di determinarsi come entità pensante, capace di generare, oltre che figli, anche arte. Madame de Staël, il cui salotto è rimasto nella storia, brillò per il suo genio letterario e per il suo impegno politico ed ebbe un posto di grande rilievo nel movimento culturale e ideologico del suo tempo. Il suo romanzo Delfina è sicuramente una delle prime opere letterarie sulla condizione femminile e rispecchia l’anticonformismo e l’atteggiamento di sfida dell’autrice durante il Consolato. Delfina d’Albémar è una giovane vedova di carattere fiero ed indipendente che sfida l’opinione pubblica e ascoltando esclusivamente gli impulsi del cuore ama Leonzio di Mondoville il quale invece tiene in gran conto il giudizio della società. L’atteggiamento sprezzante di Delfina nei confronti della morale tradizionale viene punito con il disprezzo e la sua rivendicazione alla felicità trova compimento nella morte. Il romanzo porta un’epigrafe molto significativa che la dice tutta tanto sulla morale corrente del tempo quanto sul desiderio dell’autrice di riscattare il ruolo femminile: “Un uomo deve saper sfidare l’opinione pubblica, una donna sottomettervisi”. Nel secolo successivo, in pieno Romanticismo, emerse, quale elemento di scandalo nel contesto dell’epoca, una figura di grande importanza, quella della scrittrice George Sand. La condotta libera e l’anticonformismo di Aurore Dupin, questo il suo vero nome, non erano solo un modo di épater le bourgeois, ma una provocazione per affermare il diritto della donna all’indipendenza e alla libertà di manifestarsi.
Fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento tre scrittrici s’imposero in Italia per l’impegno intellettuale teso a destare l’attenzione sulla condizione femminile: Ada Negri, Amalia Guglielminetti e Sibilla Aleramo, ognuna delle quali pose un importante tassello nel vasto mosaico dell’emancipazione della donna. La Negri, prima e unica donna ammessa all’Accademia d’Italia, nasce a Lodi nel 1870, orfana di padre sin dalla primissima infanzia, vive la sua giovinezza dentro il nucleo sociale del proletariato, essendo la madre operaia in una filanda. Cerca di affrancarsi da questo mondo di piccoli lavoratori attraverso lo studio e il matrimonio con un piccolo industriale tessile ma l’estrazione proletaria resta in lei un punto fermo. Ed infatti la sua prima raccolta di poesie, Fatalità, è tutta rivolta al tema della condizione operaia femminile e della sofferenza che ne deriva. Ma già nella seconda scatta una forma di esaltazione per la propria condizione di donna che, superate le leggi delle ipocrite convenzioni, riscatta il proprio ruolo seguendo gli istinti. Spezzato il vincolo matrimoniale e risolto il compito della maternità, la poetessa interrompe la parabola moglie-madre e si avvia ad esprimere il senso cosmico del rapporto uomo-donna. Sebbene inserita in un momento letterario che risente dei modelli estetici dannunziani e quindi legata ad un’esaltazione romantica, Ada Negri afferma la presenza di un mondo femminile che emerge sulla “limitazione che impedisce la piena realizzazione di sé”.
Più che l’emancipazione politica, sociale ed economica, Amalia Guglielminetti rivendica la libertà della donna borghese sul piano del rapporto amoroso dei due sessi. Assumendo una posizione che la mette in polemica col mondo maschile, cerca attraverso la letteratura di imporre un modello di donna che viva le pulsioni dell’eros con sincerità e consapevolezza, in posizione paritaria rispetto all’uomo. Nata a Torino nel 1885 da una famiglia di industriali benestanti, Guglielminetti rimase orfana di padre molto giovane, a lui dedicò la sua raccolta di poesie, Voci di Giovinezza, pubblicata a diciotto anni. Dopo la morte del genitore fu mandata in una scuola religiosa, i cui ricordi ritrasse nella sua seconda raccolta di poesie intitolata Le vergini folli che creò scompiglio nella società benpensante di Torino. Il libro attirò l’attenzione del giovane poeta Guido Gozzano e tra i due iniziò un’ intensa relazione epistolare che ben presto si tramutò in una tormentata storia d’amore. Nel 1909 uscì la terza collezione di poesie, Le seduzioni, con la quale la poetessa costruì la sua fama di donna perversa e sensuale. Questa è la raccolta che definisce maggiormente la Guglielminetti e che sintetizza la sua essenza come “colei che va da sola”. In seguito una tormentata relazione sentimentale con lo scrittore erotico Pitigrilli le causò un collasso nervoso ed un ricovero, esperienze che segnarono per sempre lo stile della poetessa, che da quel momento divenne più duro. Il suo romanzo La rivincita del maschio (1923) fu preso di mira dalla Lega della Pubblica Moralità poiché ritenuto immorale ed osceno.
Più sofferto e vissuto, il romanzo Una donna di Sibilla Aleramo è la confessione aperta della vita della sua autrice fino allo strappo estremo che la consegna ad un ruolo nel quale finalmente non si sente figura di contorno. In questo senso l’impegno della scrittrice non è soltanto di carattere creativo, ma anche morale, sociale e politico e si manifesta come la significazione dell’ansia femminile a vincere la propria condizione limitante. Negli anni del suo apprendistato, Aleramo era stata attiva nel movimento per l’emancipazione della donna, collaborando a riviste e giornali, e partecipando alle campagne per il voto alle donne e per la pace e a quelle contro l’alcolismo, la prostituzione e la tratta delle bianche. Femminista militante, nel suo romanzo mette sotto accusa la società maschilista che non riconosce alla donna nessun genere di autonomia e ne castiga la forza creativa e intellettuale. Nella seconda parte del Novecento la fila delle scrittrici che hanno camminato nel solco delle loro antesignane si è sempre più ingrossata e sarebbe troppo lungo seguirla in questo contesto, ma voglio ricordarne due. La prima è Erica Jong, scrittrice intellettuale malgrado il suo primo libro, Paura di volare, sia stato reclamizzato come prodotto del filone erotico. Jong ha trattato il percorso del femminismo seguendone i vari passaggi: dal primo romanzo, nel quale la protagonista iniziava l’ascesa verso la liberalizzazione del suo “io” tenendo conto della lezione freudiana, a Come salvarsi la vita, sua seconda opera nella quale la stessa protagonista viveva la stagione della responsabile realizzazione di sé, per arrivare al terzo titolo della trilogia, il romanzo Ballata di una donna nel quale Jong figura gli esiti non risolti del femminismo e si pone gli interrogativi del post-femminismo. E vorrei concludere ricordando la scrittrice francese Simone de Beauvoir. Nata a Parigi, fu fra le prime donne a cui venne consentito di completare gli studi all’ École Normale Supérieure. Di provenienza alto-borghese, già dall’adolescenza decide di dedicare la sua vita allo studio e alla scrittura e pertanto sceglierà di non sposarsi e di non avere figli. Legata allo scrittore Jean Paul Sartre, con lui contribuisce allo sviluppo e all’espressione della filosofia esistenzialista. Il suo libro Il secondo sesso, una ricerca nella storia dell’oppressione della donna, è diventato un classico della letteratura del Novecento. In questo libro de Beauvoir presenta, attraverso fonti storiche, letterarie e mitologiche, lo sviluppo dell’oppressione del maschio nei confronti della donna che lo conduce ad un oggettivazione della stessa come norma positiva. La querelle  continuerà, sostiene la scrittrice, finché gli uomini e le donne non si riconosceranno come uguali. Quale dei due sessi desidera maggiormente questa eguaglianza? Ella chiede e si chiede. La donna, che pur aspirando ad emanciparsi desidera tuttavia mantenere i privilegi? O l’uomo che la vuole mantenere nelle sue limitazioni? La verità, conclude, è che se il cerchio vizioso è così duro da rompersi, è perché i due sessi sono ciascuno la vittima dell’altro e di sé.

Anna Maria Bonfiglio

 

 

 

CONTRO LA GUERRA!

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L’articolo 11 della nostra Costituzione recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”
Anche noi di Limina condanniamo ogni azione armata: per noi non esistono “guerre giuste” o “sbagliate”, non vogliamo parlare di guerra nè schierarci con l’imperialismo russo o con quello occidentale. Allo stesso modo, contro la guerra, si sono schierati molti grandi poeti e intellettuali della storia: alcuni hanno raccontato la tragicità di un’esperienza vissuta sulla propria pelle, altri sono stati impotenti testimoni del dramma. Meditiamo dunque sull’assurdità della guerra in compagnia di alcune delle grandi voci del Novecento da cui, alla luce dei fatti odierni e cioè del conflitto Russia-Ucraina, possiamo affermare di non aver appreso nulla, dal momento che la guerra è tornata, ciclicamente, a manifestarsi.

François Flameng, Craonne, 1917

 

Bertold Brecht

 

La guerra che verrà

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.

Alla fine dell’ultima
C’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
Faceva la fame. Fra i vincitori
Faceva la fame la povera gente egualmente.

 

Mio fratello aviatore

Mio fratello era aviatore
Un giorno ricevette la cartolina.
Fece i bagagli, e andò via,
Lungo la rotta del sud.

Mio fratello è un conquistatore.
Il popolo nostro ha bisogno
di spazio. E prendersi terre su terre,
da noi, è un vecchio sogno.

E lo spazio che si è conquistato
È sui monti del Guadarrama.
È lungo un metro e ottanta
E di profondità uno e cinquanta…

 

Al momento di marciare

 

Al momento di marciare molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.

La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.

E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.

 

*

 

Giuseppe Ungaretti

Fratelli

 

Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata
Nell’aria spasimante

involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli

 

San Martino del Carso

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore

Nessuna croce manca

È il mio cuore

Il paese più straziato

 

 

Veglia

 

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore
Non sono mai stato
tanto

attaccato alla vita

 

Soldati

 

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

 

*

 

Clemente Rebora

 

Viatico

O ferito laggiù nel valloncello,
tanto invocasti
se tre compagni interi
cadder per te che quasi più non eri.
Tra melma e sangue
tronco senza gambe
e il tuo lamento ancora,
pietà di noi rimasti
a rantolarci e non ha fine l’ora,
affretta l’agonia,
tu puoi finire,
e nel conforto ti sia
nella demenza che non sa impazzire,
mentre sosta il momento
il sonno sul cervello,
lasciaci in silenzio
grazie, fratello.

*

 

Salvatore Quasimodo

 

Uomo del mio tempo

 

Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,

con le ali maligne, le meridiane di morte,

t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,

alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,

come sempre, come uccisero i padri, come uccisero

gli animali che ti videro per la prima volta.

E questo sangue odora come nel giorno

Quando il fratello disse all’altro fratello:

«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,

è giunta fino a te, dentro la tua giornata.

Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue

Salite dalla terra, dimenticate i padri:

le loro tombe affondano nella cenere,

gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

 

 

Alle fronde dei salici

E come potevano noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

*

Continua tu…

~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

Francesca

 

Sei emersa dalla notte

con i fiori tra le mani

e sei apparsa nella folla

che chiacchierava intorno a te.

 

Io, che ti ho riconosciuta come luce necessaria

m’infuriavo a sentirti nominare

quasi fossi cosa superflua.

 

Ora vorrei onde azzurre

a rinfrescare la mia mente

che invoca un mondo a seccarsi

come foglia morta

o un guscio di soffione

che si disperde in cielo

così, da ritrovarti ancora,

solamente tu,

tu sola.

 

Ezra Pound, da I Cantos

Traduzione infedele di Francesco Palmieri

John Taylor: “TRANSIZIONI”, Lyriks, 2021. Sei frammenti e un commento breve di Adriana Gloria Marigo.

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TRANSIZIONI, traduzione di Marco Morello; tre illustrazioni di Alekos Fassianos

 

John Taylor: TRANSIZIONI

LYRIKS, 2021

Postfazione di Tommaso Di Dio e Franca Mancinelli

 

A partire da L’oscuro splendore, passando per Oblò, fino a Transizioni la poetica di John Taylor si colloca e perfeziona intorno ad alcuni precisi temi che assurgono a valore di mitologema: se nella prima raccolta i versi scolpiti con finezza essenziale ci consegnano la «ricerca della luce nell’oscurità e l’oscurità nella luce» secondo una cartografia poetica che annuncia le forme della terra, le fluidità dell’acqua, le incisive presenze affioranti dalle basse maree, le enigmatiche luccicanze di «qualche fonte di luce / nascosta» e in Oblò si compie il rito del viaggio – topos carico di variazioni fenomeniche, di allusioni a vaghi accadimenti che s’inverano nella parola “isola” e nel simbolo circolare dell’oblò che lascia intravedere una marittimità nordica, intramata di foschie, «linee nebbiose», «grigia pioviggine», «blu di mezzanotte» –, in Transizioni l’iniziale baluginante “splendore” si posa con ferma sovranità attimale entro i confini di una geografia che nel poeta vibra come cara presenza archetipale: la luce onnipresente che cade è luce rarefatta e incidente, transita «… sulla pietra / attraverso la sabbia / per tornare al mare» dove non s’inabissa e continua a brillare. Il rito della luce mediterranea in Atene, il rito della luce settentrionale a Sète: due luoghi percorsi dai numi della terra, dell’aria, del mare che tutto toccando, tutto inverano, tutto dissolvono affidando all’attimo, al fuggevole ritmo del tempo la cura del ricordo, la memorazione delle «acque millenarie», la percezione «del cambiamento costante», le cui figure esprimono le stratificazioni dell’umana avventura, le presenze dissolte e riemergenti lungo il tempo, le ineludibili disposizioni del cosmo «mentre cerchi / bagliori stabili sulla superficie // che si regolano / che regolano / per un istante» la inevitabile frammentata malìa del mondo.

.

Adriana Gloria Marigo

 

 

da  IL TACCUINO ATENIESE

 

*

come un uccello

preso al laccio in una trappola

geometrica

conosci solo il desiderio

di volar via dalle forme

*

da una sagoma semicesellata

te ne sei andato

l’incompletezza

completa

*

colonne sorreggono ancora un tetto

per tutta la vita

sei andato in giro

immaginando il pieno

immaginando il vuoto

oggi questo sembra

pietra

aria

luminosa

piena

vuota

luce solare

 

 

da IL MARE A SÈTE

*

apparizione

poi parvenza

se vi è differenza

lo scintillio

dell’aria

sull’acqua

 

così uniforme

così avvolto dalla luce nebbiosa

il mare qualcos’altro

in quest’ora senza vento

che cos’è

vicino e lontano

è sempre cos’è

e cosa non è

*

sassi arrotondati levigati

da acque millenarie

o dal tuo improvviso desiderio di purezza

al limite della sabbia

e del cambiamento costante

nella tua mente

li prendi in mano

li esamini

li rigetti in mare

tutti i sassi imperfetti

tutti i desideri imperfetti

*

forse i gabbiani

devono credere

e persino le conchiglie di carne viva

nei loro recessi acquatici

tra le alghe ondeggianti

tu non lo sai

forse il vento

forse le onde

faranno delle allusioni

mormorando mentre si allontanano

tenti di ascoltare

questo primo mattino

se solo

fosse il primo mattino

 

 

 

Biobibliografia

John Taylor è scrittore e traduttore. Nato nel 1952 a Des Moines (Stati Uniti), vive in Francia dal 1977. È autore di racconti, prose brevi e di poesie. Tra i suoi libri più recenti: The Dark Brightness (2017), Grassy Stairways (2017) e Remembrance of Water & Twenty-Five Trees (2018). In italiano sono usciti, nella traduzione di Marco Morello: Gli Arazzi dell’Apocalisse (Hebenon, 2007), Se cade la notte (Joker, 2014) e L’oscuro splendore (Mimesis-Hebenon, 2018). Portholes (Oblò) è in uscita nell’autunno 2019 per Pietre Vive Editore. Ha tradotto dal francese diversi poeti tra cui Philippe Jaccottet, Pierre-Albert Jourdan, Pierre Chappuis, Pierre Voélin e José-Flore Tappy. Nel 2013 ha vinto il premio dell’Academy of American Poets per un progetto di traduzione delle poesie di Lorenzo Calogero: An Orchid Shining in the Hand: Selected Poems 1932-1960 (Chelsea Editions, 2015). Recentemente, ha tradotto Libretto di transito di Franca Mancinelli: The Little Book of Passage (The Bitter Oleander Press, Fayetteville, New York 2018).

 

Prisma lirico 37: Vittorio Bodini, Salvador Dalì, Zhivotkov Vladimir Vladimirovich 

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Salvador Dalì , “Cristo di San Giovanni della Croce”, olio su tela, 1951, Kelvingrove Art Gallery, Glasgow, Scozia.
I preti di paese
hanno le scarpe sporche
un dente verde e vivono
con la nipote.
Presso cassette vuote
d’elemosina
sanguina Cristo in piaghe
rosso borbonico;
esala un’agonia
dura dai banchi
e dai fiori di campo.
In piazza, accoccolati
sulle ginocchia del Municipio,
stanno i disoccupati
a prender l’oro del sole.

Trotta magro e sicuro
un gatto nel Sud nero.

Vittorio Bodini

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Poesia: Vittorio Bodini, 1914 – 1970

Opere:

Salvador Dalì , “Cristo di San Giovanni della Croce”, olio su tela, 1951

Zhivotkov Vladimir Vladimirovich, “La finestra”, 1970

“Oltre il buio della notte” di Paolo Parrini, La Vita Felice, 2019. Una lettura di Rita Bompadre.

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L’opera poetica “Oltre il buio della notte” di Paolo Parrini (La Vita Felice, 2019 pp. 132 € 14.00), spiega, con commovente tenerezza, l’esito toccante ed emozionante della maturità intima dell’autore, suggerisce la celebrazione sensibile del passaggio frantumato dell’anima, nella transitorietà della superficie spirituale, rivela la vitale dissonanza delle incompatibilità umane, abbraccia l’accettazione nel sentimento della compassione, insegue la direzione necessaria per intraprendere un percorso di arricchimento e d’integrazione nella natura umana. Il poeta traduce le parole giunte dall’invocazione metafisica di un luogo trascendente, dove la sensazione persistente di ricevere ospitalità trova la sua accoglienza nell’invisibile osservazione di una convinzione sovrumana, trascende il margine dell’oscurità, ricompone la tensione romantica verso l’infinito, l’esplorazione struggente dell’ultraterreno, l’instabilità fluttuante del frammento d’ombra e della reliquia della luce, la soglia incorporea tra la terra e il cielo. Paolo Parrini protegge la condizione umana posando lo sguardo oltre la suggestione del tempo, coltiva il silenzio introspettivo liberando il contenuto autonomo della poesia, evidenziando l’espressione elegiaca, nell’abitudine poetica di comprendere la vita. Lascia parlare ogni simbolo di somma autenticità, ogni innocente candore delle ferite interiori, raccoglie e ascolta la quiete dei versi. “Oltre il buio della notte” attraversa la consapevolezza di ogni rinascita, il filo del dolore, la capacità sublime di ammettere ogni piccola morte quotidiana, decifra la voce della vita, è strumento di redenzione. Le ferite decantano l’intervallo istintivo per rimarginarsi e nel ricordo della sofferenza lacerano la bruciante desolazione. La poesia viene in soccorso al poeta, perché assiste la corrente dei versi, attenua l’ambiguità dell’inconsistenza, donando all’individualità della coscienza l’universalità del sentire. I versi delicati di Paolo Parrini alimentano il dialogo dell’amore, nel suo significato compiuto, nell’ispirazione infiammata dalla finalità di comunicare l’indefinibile rapimento di azzardo e di saggezza. Difendono la stabilità della dignità affettiva, conservano il segno rappresentativo dell’umanità, colgono l’isolamento della solitudine e trasformano la dissolvenza delle mancanze. L’orientamento elegiaco del linguaggio limpido e incisivo convince l’apertura alla speranza, promuove la distinzione del disagio a miracoloso motivo di reazione, nutre l’inconscia spontaneità della memoria. La sfumatura delle immagini rievocate intona la sequenza dei frammenti emotivi ereditati nel vissuto, dilata la capacità di essere solidale con i propri riconoscibili conflitti, allontana gli ostacoli e i drammatici enigmi degli anni, accompagna l’esitante cammino delle stagioni, rivolgendo, con tenacia, contro le ostilità, una pura esortazione alla vita.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

*

Accoglimi

 

Ci riconosceranno le stelle

manto pietoso al nostro passare

avremo ali nuove e voci da ascoltare.

Dentro tutti i nostri voli

sulle pendici dei monti mai scalati

sarà doloroso e raro

il pentimento di non aver vissuto

un moto come onda che freme

turbamento liquido al domani.

Altre mani attendono il ritorno;

avremo un cielo cupo

o forse un nuovo giorno

per dissetar la sete

ma intanto accoglimi

lasciami cantare, d’un albore nuovo

a incenerire il sole.

 

————————–

 

Neve di gennaio

 

Dammi la mano

mentre sbocci e sorridi

se chini il capo, dammi la mano.

Sai di neve

di strada e di bianco

che abbaglia,

sai di gennaio che stride

del vento d’inverno

e del mare di novembre.

Occhi di steppe e Siberie

caldi di fuoco abbraccio e rifugio.

 

Dammi la mano,

una volta ancora scoprimi.

Con te iniziai a vivere

ogni giorno rinnovi il mio cuore

tu, perduta e infinita

ramo di pesco e profumo di vita.

Coglimi come frutto

poi incamminati piano

seguirò la tua scia inebriandomi.

 

——————————

 

L’eco d’una voce

 

Mi resta la sua voce

per poco temo

perché le curve e i dossi

divoreranno il suono

le buche da saltare

feriranno gli occhi

e la neve sarà sudario

a coprire l’odore, il respiro.

Ogni sera che verrà

avrà il colore della tua voce

nel freddo senza tempo

annegherò le mie parole.

 

————————-

 

Gli abiti della memoria

 

Dentro gli armadi

abiti dimenticati aspettano

sono come sillabe senza memoria

voci trattenute e odori di vita.

Invocano età passate

e fiori bruciati

nel tempo che stride.

In ogni piega risplende una lacrima

sopravvivono a chi li indossò

lasciano aloni di fuoco e di cenere.

La notte i morti vengono a trovarli.

Sono gli abiti di chi più non è

ma hanno il profumo della vita che è stata.

Un camposanto senza lapidi

tra il frusciare dei rami.

 

———————

 

Mezzanotte

 

Se la vita è una ricerca

se le ore battono il rintocco

sulla pelle

lasciami questa mezzanotte di stelle spente

il mormorio che innamora il cielo e il sole

 

~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

Quelli che stanno in alto

Quelli che stanno in alto
si sono riuniti in una stanza.
Uomo della strada
lascia ogni speranza.
I governi
firmano patti di non aggressione.
Uomo qualsiasi,
firma il tuo testamento.

 

Al momento di marciare 

Al momento di marciare molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.
La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.
E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.

 

Bertold Brecht

Incontro con il traduttore. Il mestiere del traduttore secondo Hiram Barrios.

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Volevamo conoscere qualcosa di più sul mestiere (o professione?) del traduttore, su questo “tradire” per “restituire” in altra lingua dall’originaria un testo che spesso è scelto per affinità: il contenuto, la forma, il significante esercitano sicuramente nel traduttore una fascinazione per la quale si sceglie di trasferire in altra lingua la bellezza percepita nel testo originario. Ci rivolgiamo a Hiram Barrios, traduttore letterario dall’italiano in lingua spagnola.

  

  1. Hiram, grazie di aver accolto il nostro invito. I lettori del blog “Limina Mundi” sono interessati a conoscere il lavoro del traduttore; tu però sei anche saggista, scrittore, aforista: ci illustri la tua formazione, il percorso, le riviste cui collabori e dirigi, l’evoluzione della scelta di tradurre i libri degli altri e perché la preferenza della lingua italiana?

Ringrazio io per l’invito, è una magnifica opportunità che mi si offre per condividere ciò che ci unisce al di là della distanza geografica: la passione per la letteratura. Sono uno scrittore, pubblicista e traduttore messicano; ho pubblicato una dozzina di libri tra aforismi, poesia breve e critica letteraria (segnatamente saggi, antologie e curatele). Ma è anzitutto l’aforisma il fulcro della mia riflessione intellettuale. In Italia sono uscite due pubblicazioni alle quali ho collaborato grazie all’invito di Donato Di Poce: Silenzi scritti. Aforismi. Antologia Bilingue Italiano-Spagnolo (I Quaderni del Bardo, 2020) e l’antologia di poesia Clandestini / Clandestinos (I Quaderni del Bardo, 2021). Alla prima ho collaborato in qualità di aforista, traduttore e curatore; riguardo alla seconda, ho tradotto i testi italiani in spagnolo e redatto l’introduzione bilingue. In Messico dirigo, per conto dell’Università Nazionale (UNAM), una collana di aforismi: “Esquirlas” (“Schegge”), che raccoglie le nuove proposte del genere in lingua spagnola. Sono collaboratore abituale delle riviste Taller Igitur e Bitácora de Vuelos (in Messico) e faccio parte della Redazione della rivista-blog Zona di Disagio, diretta da Nicola Vacca (in Italia). Ho cominciato a cimentarmi nella traduzione come esercizio per migliorare la mia conoscenza della lingua italiana. All’inizio non aspiravo a pubblicare le mie traduzioni. È stato un professore di italiano a spronarmi a farlo. Non mi considero un traduttore “professionale”, ma un semplice apprendista, uno scrittore che vuole condividere le sue scoperte in un’altra lingua. Non lavoro per nessuna casa editrice o istituzione. Non sono tenuto a rispettare un programma di lavoro o a tradurre qualcosa che non sia di mio interesse. Questa libertà di scelta presenta molti vantaggi per chi, come me, è soprattutto interessato a condividere la passione per la letteratura. Sotto i titoli di Voces paranoicas [Voci paranoiche] (Cuadrivio, 2013) e Mamá Morfina [Mamma Morfina] (Labirinto Ediciones, 2021) ho curato la poesia del giovane Eros Alesi (1951-1971), un poeta pressoché sconosciuto in Italia, al contrario che in Messico, dove parte della sua produzione poetica è nota da decenni grazie all’impegno del traduttore messicano Guillermo Fernández. Ho scoperto da adolescente la poesia di Alesi, che mi ha fortemente impressionato. Il mio desiderio di imparare l’italiano è in parte dovuto all’esperienza di quella lettura. Le sopraddette pubblicazioni rappresentano un tributo non solo a Eros Alesi, ma anche al suo traduttore Guillermo Fernández: proprio grazie a tutti i poeti e alle numerose edizioni bilingui che quest’ultimo ha pubblicato in Messico mi sono formato una prima idea di come si debba tradurre in spagnolo la poesia italiana. Traduco solo quello che mi piace come lettore, che mi insegna qualcosa. Nella maggior parte dei casi si tratta di selezioni di poesie o di aforismi che poi pubblico su riviste messicane. Ho tradotto aforisti come Carlo Gragnani, Guido Ceronetti, Rinaldo Caddeo, Fabrizio Caramagna, Stefano Cazzato, Stefano Elefanti, Alberto Casiraghy, Amedeo Ansaldi; e poeti come Roberto Roversi, Bartolo Cattafi, Alda Merini, Milo De Angelis, Maurizio Cucchi, Antonella Anedda, Gianni D’Elia, Donato Di Poce, Nicola Vacca, Ulisse Casartelli o Sergio Carlacchiani. Non ho avuto il piacere di incontrare personalmente nessuno degli scrittori che ho tradotto, ma credo di poter chiamare amico ciascuno di loro: la stima trascende il regno delle lettere.

 

  1. Padronanza della lingua madre e della lingua da tradurre; fini conoscenze tecniche nell’ordine della parola, della grammatica, della sintassi; sensibilità inventiva e poetica sono le caratteristiche fondamentali che occorre possedere per la traduzione: tuttavia non è difficile pensare che il traduttore sia anche autore, sia corredato di un esprit de finesse indispensabile al buon esito dell’opera.

La traduzione richiede capacità di lettura e di scrittura. Si traduce anche grazie a una volontà di apprendimento creativo. La traduzione letteraria non è esclusiva degli scrittori, ma richiede comunque amore per la parola. Sebbene esistano professionisti della traduzione letteraria, sono sempre stati gli scrittori ad ottenere i risultati più brillanti ed efficaci. In spagnolo, per esempio, sono fondamentali le traduzioni che Jorge Luis Borges ha tratto dalla lingua inglese – ad esempio l’Orlando. A biography (1928), da Virginia Wolf – o le traduzioni che Octavio Paz ha fatto dei surrealisti francesi. La traduzione della poesia da/in spagnolo-italiano annovera illustri cultori, ispanisti e mediatori culturali quali Emilio Coco o Antonio Nazzaro, che sono a loro volta poeti. La sensibilità inventiva e poetica è un aspetto che contraddistingue spesso il traduttore-autore. La traduzione letteraria si trasforma così in una riflessione sugli stessi processi creativi.

  

  1. Intorno alla figura del traduttore esiste un luogo comune: la “solitudine del traduttore”. È solo un retaggio romantico o realmente è condizione necessaria o, forse, acquisita nelle lunghe ore a contatto con “i libri degli altri”, i dizionari, l’ascolto del suono delle parole nella lingua originaria e in quella finale?

Penso che la solitudine sia una condizione necessaria. Ma, nel mio caso, la solitudine è solo la premessa all’esercizio della traduzione. Nella maggior parte delle traduzioni che ho fatto, mi sforzo di identificarmi quanto più possibile nella sensibilità dell’autore, che possiede una profonda conoscenza della lingua di partenza e delle sue potenzialità poetiche, per restituire al meglio le sue parole. Grazie agli scambi di letture con poeti italiani e con i miei colleghi in Messico, decido anche quali libri o quali autori meritino di essere conosciuti in spagnolo.

 

  1. Ancora: quanto è importante l’incontro con altri traduttori, il confrontarsi con altre esperienze, il viaggio, la conoscenza diretta con un autore per il quale si nutre un sentimento di ammirazione, una specchiatura derivante dall’uso della parola, dai contenuti dei testi?

La traduzione è in primo luogo apprendimento. Non smetti mai di approfondire la lingua che traduci, così come la tua lingua madre. Ricordo che fu un’edizione bilingue di Bartolo Cattafi, tradotta e curata da Guillermo Fernández, che mi spinse a tentare la versione alternativa di una poesia. In Le mosche del meriggio (1959), Cattafi aveva scritto:

fu sempre obliqua l’ombra

che ci seguì in silenzio.

Fernández tradusse così:

siempre fue oblicua la sombra

 que nos siguió en silencio.

L’ultima riga, pensai allora, sarebbe riuscita più incisiva in spagnolo con un leggero aggiustamento della sintassi. Rimaneggiai così: “siempre fue oblicua la sombra / que en silencio nos siguió”.  Questo cambiamento, pur minimo, consente alla poesia di trovare un’altra intonazione, cambiando le sillabe toniche e conseguentemente il ritmo. Ho anche ritrovato versioni più riuscite delle mie, ed è sempre bello sapere che si può migliorare. Confrontarsi con gli altri, scambiarsi idee, lavorare insieme aiuta ad avere una migliore comprensione delle cose. Leggere e studiare altri traduttori contribuisce ad ampliare le prospettive e quindi perfezionare gli esiti. Apprezzo in particolare le traduzioni dall’italiano allo spagnolo di Antonio Colinas, Horacio Armani e Fabio Morabito.

 

  1. È corretto pensare che, riguardo al linguaggio, l’esperienza della traduzione «insieme al tempo che scorre, forma degli strati nella nostra lingua madre, e inevitabilmente le parole che usiamo sono sempre nostre», come dichiara la traduttrice Gioia Guerzoni?

Senza dubbio. Siamo quello che pensiamo e quello che diciamo. Siamo fatti di parole, delle nostre e di quelle di altri. Ci sono parole in spagnolo che mi ricordano odori, colori, immagini dell’Italia, e parole italiane che associo a esperienze quotidiane, a cose che mi succedono in Messico. Per esempio, la parola “queso” (“formaggio”) mi ricorda quasi sempre piatti della cucina italiana; la parola “stanza” mi viene in mente quando sono stanco.

 

  1. Quanto è importante la fedeltà al testo? È pensabile, accettabile l’idea di fare la sovrapposizione della lingua finale a quella iniziale? Oppure la lingua, ogni lingua, ha una struttura psichica che non consente il calco e, pertanto, l’invenzione è non solo naturale, ma addirittura auspicabile come atto del pensiero immaginale, soprattutto nei luoghi della poesia?

La fedeltà al testo è la ragion d’essere dei traduttori; l’impossibilità di ottenerla la sua penitenza. Ci sono scuole di traduzione che predicano la massima fedeltà, anche a prezzo di qualche sacrificio in termini di efficacia nella resa; altre, come la “trascreazione” di Haroldo do Campos, auspicano piuttosto una traduzione che non sia che il pretesto per una creazione autonoma a partire dalla parafrasi. La sovrapposizione a volte è necessaria, soprattutto in poesia. Ma ci sono giochi di parole, immagini retoriche, riferimenti culturali o anche parole che perdono il loro significato originario se tradotti letteralmente, in modo pedissequo. A volte è necessario rimodulare la sintassi di una figura retorica. A volte è proprio ‘tradendo’ che ci si può avvicinare meglio ad un’idea…

 

  1. Ne deriva che la traduzione presenta sempre un problema, poiché si va a compiere non solo la versione della psiche di una lingua nella psiche di un’altra lingua, ma anche la versione della psiche dell’autore nella psiche del traduttore, il quale viene a trovarsi nella posizione di decifratore del mondo logico– immaginifico dell’autore senza mai raggiungerne gli abissi, testimoniando invece che sussistono, imprendibili, gli «arcani più segreti del meraviglioso fenomeno della parola» (José Ortega y Gasset, Miseria e splendore della traduzione)

Forse la fedeltà al testo è un’illusione. Forse è impossibile non tradire il testo o l’autore. La traduzione può sembrare in alcuni casi un’utopia. L’impossibilità di tradurre un autore in un testo specifico è sempre presente. La cosa interessante in ogni caso è capire quali sono gli ostacoli che impediscono di trasmettere un messaggio da un codice all’altro.

 

  1. Inoltre: esiste un “talento”, una disposizione innata al linguaggio per cui il traduttore avvicina la parola dell’autore in una sorta di invisibilità in modo da non far percepire la propria abilità linguistica?

Non so se si tratti di un “talento”. Forse sì, ma un talento acquisito. La sfida del traduttore è quella di rendere le parole che un autore scrive nella propria lingua in modo tale che possano essere sentite, ascoltate, comprese e interpretate in una lingua diversa, senza nel contempo perdere le dimensioni estetica, culturale o politica, e senza falsificare il messaggio o la parola originari. Il traduttore deve essere un soggetto invisibile: il compito primario del suo lavoro è di preservare, nei limiti del possibile, le parole di un altro.

 

  1. In un tuo breve scritto riporti un concetto importante: «Costruiamo ponti». Si deduce che tu ti ponga in una relazione etica, da mediatore culturale, per cui la traduzione è non solo rendere al lettore l’ambiente vibrante l’anima del testo, ma anche l’avvicinare culture e saperi differenti, prospettare scambi culturali, incontri di intelletti.

Infatti: ho sempre auspicato la costruzione di “ponti”: tra Messico e Spagna, tra Italia e Messico, oppure tra le diverse nazioni americane che hanno in comune la lingua spagnola. Conoscere la lingua italiana mi ha permesso di addentrarmi in un’altra tradizione culturale e, cosa ancora più importante, mi ha permesso di far conoscere scrittori interessanti che meritano di essere letti e commentati oltre i loro confini. La lingua è portatrice di cultura: traducendo una poesia si traduce un modo di interpretare il mondo, di abitarlo. Condividere i diversi modi in cui si scrive, in spagnolo o in italiano, serve ad ampliare gli orizzonti culturali. Conoscere gli altri è un modo, forse il migliore, di conoscere sé stessi.

 

Hiram Barrios

 

Biobibliografia

Hiram Barrios (Città del Messico, 1983). Scrittore, editore e traduttore. È autore dei libri di saggi El monstruo y otras mariposas (Il mostro e altre farfalle) (2013) e Las otras vanguardias (Le altre avanguardie) (2016) e delle sillogi aforistiche Apócrifo (Apocrifo) (2014 e 2018) e Artimañas (Stratagemmi) (2021). È altresì autore delle antologie bilingui Voces paranoicas. Bitácora Inédita (Voci paranoiche. Registro inedito) (2013) e Mamá Morfina (Mamma Morfina) (2021) di Eros Alesi; ha inoltre curato l’edizione di Gotas tóxicas. Aforismos y minificciones (Gocce tossiche. Aforismi e minicificazioni) di Sergio Golwarz (2015), e i compendi Lapidario. Antología del aforismo mexicano (Lapidario. Antologia dell’aforisma messicano) (2015 e 2020) e Aforistas mexicanos actuales (Aforisti messicani contemporanei) (2019). In collaborazione con Donato Di Poce ha pubblicato l’antologia di aforismi Silenzi scritti / Silencios escritos (2020) e Clandestini / Clandestinos (2021). Fa parte della Redazione della rivista digitale Zona di Disagio. La sua opera letteraria è stata inclusa in antologie provenienti da Messico, Spagna, Italia e Perù.

 

Aforismi di Hiram Barrios:

https://zonadidisagio.wordpress.com/2021/09/28/raffiche-aforismi/

Slenzi scritti:

https://www.cyranofactory.com/i-silenzi-scritti-silencios-escritos-a-cura-di-hiram-barrios-e-donato-di-poce/

Lapidario. Antología del aforismo mexicano. Recensione di Fabrizio Caramagna:

https://aforisticamente.com/hiram-barrios-lapidario-antologia-dellaforisma-messicano/

Joyce Kilmer, traduzioni di Emilio Capaccio

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La tromba echeggia stridula e dolce,
ma non di guerra canta oggi.
La via è ritmata da piedi
di soldati che vengono a pregare.

J. K.

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Joyce Kilmer (1886-1918), traduzioni di Emilio Capaccio

LA LANTERNA DELL’AMORE

Perché la strada era lunga e ripida
per una terra oscura e solitaria,
Dio mise sulle mie labbra una canzone
e una lanterna nella mano.

Di notte in miglia e stanche miglia
che si tendono implacabili sul mio cammino
la mia lanterna arde chiara e serena,
un inesauribile calice di bagliore.

Dorate luci e luci violette,
come fiochi sono i vostri vantati splendori.
Osservate questa mia minuscola lucina;
più stellata d’una stella!

LOVE’S LANTERN

Because the road was steep and long
and through a dark and lonely land,
God set upon my lips a song
and put a lantern in my hand.

Through miles on weary miles of night
that stretch relentless in my way
my lantern burns serene and white,
an unexhausted cup of day.

O golden lights and lights like wine,
how dim your boasted splendors are.
Behold this little lamp of mine;
it is more starlike than a star!

COME VENTI CHE SOFFIANO CONTRO UNA STELLA

Per Aline

Ora per quale capriccio d’insensato caso
occhi radiosi conoscono giorni bui?
E piedi calzati di luce dovrebbero incedere
danzando per uggiosi e grevi cammini?

Ma i raggi dai Cieli, chiari e colmi di sé,
possono penetrare l’oscurità della terra;
e dirompe ma nutre, nella tua anima,
la gloria della celeste allegria.

I dardi d’affanno e sofferenza, scagliati
contro la tua pacifica bellezza, sono
tanto sciocchi quanto impotenti
come venti che soffiano contro una stella.

AS WINDS THET BLOW AGAINST A STAR

For Aline

Now by what whim of wanton chance
Do radiant eyes know sombre days?
And feet that shod in light should dance
Walk weary and laborious ways?

But rays from Heaven, white and whole,
May penetrate the gloom of earth;
And tears but nourish, in your soul,
The glory of celestial mirth.

The darts of toil and sorrow, sent
Against your peaceful beauty, are
As foolish and as impotent
As winds that blow against a star.

ALBERI

Penso che non vedrò mai
una poesia bella come un albero.

Un albero la cui bocca affamata è pronta
per il dolce seno fluente della terra;

un albero che guarda Dio tutto il giorno,
e alza le braccia fogliose per pregare;

un albero che può portare in estate
un nido di pettirossi tra i suoi capelli;

sul cui petto è caduta la neve;
che vive intimamente con la pioggia.

Le poesie sono fatte dagli sciocchi come me,
ma solo Dio può fare un albero.

TREES

I think that I shall never see
A poem lovely as a tree.

A tree whose hungry mouth is prest
Against the earth’s sweet flowing breast;

A tree that looks at God all day,
And lifts her leafy arms to pray;

A tree that may in summer wear
A nest of robins in her hair;

Upon whose bosom snow has lain;
Who intimately lives with rain.

Poems are made by fools like me,
But only God can make a tree.

MAIN STREET

Per S. M. L.

Mi piace guardare la scia fiorita della luna sul mare,
ma non è una vista così bella come una volta era Main Street
quando tutto era coperto da un paio di piedi di neve,
e sulla strada frizzante e radiosa scampanellavano le slitte.

Main Street, orlata di foglie autunnali, era piacevole,
e le sue grondaie erano piene di denti di leone all’inizio della primavera;
mi piace ricordarla bianca di brina o impolverata nel caldo
perché penso sia più umana di qualsiasi altra strada.

Una strada larga e trafficata di città è battuta da mille ruote,
e un peso di traffico sul petto è tutto ciò che sente:
è ottusamente cosciente del carico e della fretta e del lavoro che non cessa mai,
ma umana non può essere come Main Street e riconoscere i suoi fedeli.

Un centinaio di squadre d’operai al giorno c’erano in Main Street,
e venti o trenta persone, e qualche bambino fuori a giocare
e non c’era cocchio o carrozza o uomo o ragazza o ragazzo
che Main Street non ricordasse e che non sembrasse rallegrarsi.

Camion, macchine e tram sopraelevati
fanno risuonare di dolore la stanca strada della città
ma c’è ancora un’eco rimasto nel profondo del mio cuore,
una musica che i ciottoli di Main Street hanno fatto sotto un carretto da macellaio

Sia ringraziato Dio per la Via Lattea che attraversa il firmamento,
questo è il sentiero che i miei piedi calpesterebbero ogni volta che devo morire.
Alcuni la chiamano Spada d’Argento e altri Corona di Perle,
ma è lei l’unica cosa a cui penso, Main Street, Heaventown.

MAIN STREET

For S.M.L.

I like to look at the blossomy track of the moon upon the sea,
But it isn’t half so fine a sight as Main Street used to be
When it all was covered over with a couple of feet of snow,
And over the crisp and radiant road the ringing sleighs would go.

Now, Main Street bordered with autumn leaves, it was a pleasant thing,
And its gutters were gay with dandelions early in the Spring;
I like to think of it white with frost or dusty in the heat,
Because I think it is humaner than any other street.

A city street that is busy and wide is ground by a thousand wheels,
And a burden of traffic on its breast is all it ever feels:
It is dully conscious of weight and speed and of work that never ends,
But it cannot be human like Main Street, and recognise its friends.

There were only about a hundred teams on Main Street in a day,
And twenty or thirty people, I guess, and some children out to play.
And there wasn’t a wagon or buggy, or a man or a girl or a boy
That Main Street didn’t remember, and somehow seem to enjoy.

The truck and the motor and trolley car and the elevated train
They make the weary city street reverberate with pain:
But there is yet an echo left deep down within my heart
Of the music the Main Street cobblestones made beneath a butcher’s cart.

God be thanked for the Milky Way that runs across the sky,
That’s the path that my feet would tread whenever I have to die.
Some folks call it a Silver Sword, and some a Pearly Crown,
But the only thing I think it is, is Main Street, Heaventown.

IN MEZZO ALL’OCEANO IN TEMPO DI GUERRA

Il fragile splendore della linea del mare,
il volto sereno e velato d’argento della luna,
fa di questa nave un luogo incantato
pieno di chiara gioia e dorata malia.
Ora, per un po’, sarà spontanea risata
mischiata al canto per conferir più dolce grazia,
E le vecchie stelle, nella loro corsa senza fine,
daranno ascolto e invidieranno la giovane umanità.

Nondimeno stanotte, a cento leghe di distanza,
queste acque si tingono d’uno strano e terribile rosso.
Avanti alla luna, una nube oscenamente grigia
s’alza da ponti che si schiantano con cavi volanti.
E queste stelle sorridono a modo loro immemorabile
su onde che avvolgono un migliaio di nuovi morti.

MID-OCEAN IN WAR-TIME

The fragile splendour of the level sea,
The moon’s serene and silver-veiled face,
Make of this vessel an enchanted place
Full of white mirth and golden sorcery.
Now, for a time, shall careless laughter be
Blended with song, to lend song sweeter grace,
And the old stars, in their unending race,
Shall heed and envy young humanity.

And yet to-night, a hundred leagues away,
These waters blush a strange and awful red.
Before the moon, a cloud obscenely grey
Rises from decks that crash with flying lead.
And these stars smile their immemorial way
On waves that shroud a thousand newly dead!

Canto presente 55: Francesco Palmieri

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Francesco Palmieri

 

Da “Studi lirici (solo parole d’amore)” edizioni La Vita Felice, ottobre 2012

 

QUANDO TI TROVERO’

 

quando ti troverò amore

tu non volterai lo sguardo

da un’altra parte

 

quando ti troverò

tu non mi lascerai solo

nella strada

né ti nasconderai più

perché io ti rincorra

con troppo fiato nella gola

 

quando ti troverò amore

tu non avrai un segreto

da nascondere,

tu non avrai segreti

 

quando ti troverò

tu non giocherai

al gatto e al topo

e non sarai tu il gatto

non sarò io il topo

 

quando ti troverò amore

sarà una giornata d’estate

e ci saranno i fiori nei giardini,

il vento profumerà di rose

e brillerà il sole

negli occhi tuoi d’estate

e di fiori

 

quando ti troverò amore

tu mi chiamerai per nome

ed io ti chiamerò per nome

 

e per tutto il giorno

noi non ci lasceremo mai

noi non ci lasceremo più.

 

 

[ED ORA]

 

ed ora

che mi hai dannato al gelo,

posso stare qui o altrove

sopra o sottoterra,

al centro della stanza

o lungo cento strade,

 

posso respirare

o tapparmi naso e bocca,

uscire se c’è il sole

o buttare via la chiave,

 

posso apparecchiare

o guardare com’è profondo un piatto,

posso sentirmi carne

o solo un po’ di fumo

 

posso coprirmi ancora

o strapparmi anche la pelle,

sentire tutto il tremito

lo scricchiolio del ghiaccio

 

ed ora

che mi hai dannato al gelo,

ho fatto dell’inverno la mia casa,

 

domani in un giardino

io sarò l’albero

e tu la neve.

 

 

Da “Fra improbabile cielo e terra certa” Edizioni Terra d’ulivi, gennaio 2015

 

PASSAGGIO DI CONSEGNE

 

conserva queste mie parole

per quando verrà il tuo inverno

(lo vedrai sui rami

di alberi a fine autunno,

su un’altalena ferma

nei parchi di novembre,

nel freddo sulle mani

e i passeri sul filo

a prendere la neve,

lo sentirai nel ghiaccio

che incrosta a fior di pelle

e non ci sarà più scialle

a trattenere stelle,

non ci sarà più tempo

per altro giro e danza,

e lo saprai per certo

che è solo andata il viaggio

e non c’è freno ai giorni,

non uno che ritorni,

che l’essere felici è stato breve

per noi che siamo ore

ma abbiamo sottopelle

l’impronta dell’eterno),

conserva queste mie parole

per quando verrà il tuo inverno

e un passo dietro l’altro

tu ti farai da parte

a chi chiederà la strada

per le sue gambe forti

per il vento sulle spalle

l’avanzo dei domani

la creta nelle mani

(e non avrà sospetto

che tu hai ancora fame

che spasimo è il suo seno

che aspetti un altro treno

ed è un obbligo di carne

il decreto che tradisce,

un computo di giorni

a fare il vuoto intorno),

non un respiro in più

da questo inverno mio

e neanche una parola

per la consolazione,

sarà solo sapere

che tutto quanto è stato,

 

che sono andato avanti

nel solco di discesa

che fa più estranei i vivi

e meno lontani i morti.

 

 

IL GIOCO DELLA VERITÀ

 

bruciare fino all’ultima scintilla,

questo tocca,

strappare con i denti dalla pelle

la residua piuma che ti resta

 

recidere lo spago ai palloni nella testa,

pungere le bolle per lo scoppio

e sia l’aria e il nulla

l’inconsistente che li tiene

 

domani

al cenno lieve della luce,

riporrò i vestiti sulla porta

e uscirò nudo

al ghiaccio che c’è fuori

 

in cielo

in terra

e dappertutto.

 

Da “Il male nascosto” Edizioni Terra d’ulivi, maggio 2016

 

LA QUINTA STAGIONE

 

ormai non ci credo più, io,

che camminavo con occhi spalancati e luci,

io, che ogni mattina correvo sul balcone

ad aspettare rondini d’aprile

e fiori freschi e nuovi esplosi dentro ai vasi,

 

che a novembre uscivo all’ora dei lampioni

(e piovesse, speravo, quell’acqua venuta da lontano)

e dalle case un chiudersi di porte

le voci dei bambini a chiedere la cena

 

non ci credo più, io,

che ho conosciuto campi a farsi grano

e le cicale pigre nei pomeriggi lunghi

papaveri, rosso e ulivi

e poi l’ottobre e l’uva,

le giacche più pesanti

riprese dagli armadi

 

erano gli anni del rosario a maggio,

del pane segnato dalla croce,

di Cristo che moriva verso sera

e alla domenica campane e voli a riportarlo in vita

(ed era festa nei vestiti nuovi,

nelle cucine accese di mattina presto)

 

era la primavera e poi l’estate,

era l’autunno e poi l’inverno,

era l’attesa certa di un ritorno

e tornavano a novembre anche i morti

quando s’accendevano lumini sotto ai quadri

e si cuoceva il pane con l’uva passa e il vino

 

ormai non ci credo più

e so per certo che nessuno torna

mai niente che ritorni.

 

 

IL MALE NASCOSTO

 

mai ti mostrerò le mie ferite

 

(e il piatto da lavare nel lavello

la polvere che cresce già nell’angolo

il libri aperti e chiusi ad uno ad uno

perché non c’è parola che mi salvi)

 

vedrai con i tuoi occhi il corpo intatto

il nodo fatto bene alla cravatta

il viso che sorride senza barba

ed io che dico in chiaro: tutto bene

 

(e no, tu non saprai

che sotto alla mia giacca

ho sempre una camicia

con uno squarcio netto in mezzo petto).

 

 

Da “Biografie” Edizioni Terra d’ulivi, maggio 2019

 

COME CI SI ACCORGE

 

come ci si accorge

quando l’anima è perduta

e non più ha scosse il sangue

 

e rimane il camminare

dare fuoco al gas

per qualcosa da mangiare

pulire vetri e panni

lavare il pavimento

 

credevi alla scommessa

che dio c’era anche nei sassi

e comunque e in ogni caso

noi si era un po’ speciali

 

(ma non bastò una candela

a fermare il temporale

-fu mia nonna che l’accese

e la posò sul davanzale,

chiamò angeli e beati

martiri e santi in paradiso-

ma venne grandine dal cielo

che spezzò tutte le spighe)

 

si diceva che c’è un fine

al passaggio di noi qui a terra,

che siamo tutti sottopelle

particelle d’universo,

che in fondo al ciclo naturale

cesserà ogni dolore

e senza carne e né più tempo

non avremo noi paura

 

forse l’anima era quella

pensare buone tutte le cose

avere in corpo mille vite

e tu per sempre bella

vaniglia fra i capelli

 

forse l’anima era quella,

quel guardare dietro ai vetri

come scendeva giù la neve

e sentir tremare dentro

quanto bianco, quanto silenzio,

e nessun freddo, neanche un brivido,

 

nemmeno quando senza guanti

prendemmo il ghiaccio fra le mani.

 

 

(A MIA FIGLIA)

 

ricordami come mano

un passo alle spalle

a guardarti il cammino

 

ricordami all’angolo

come una fotografia

tra la mensola e il muro,

come il gattino, l’orsetto,

ora in fondo alla cesta

 

e se ti verrò in mente

qualche giorno o per anni,

tu fammi leggero

scarta errori e dolori

sfoglia il velo di nero

delle colpe a mio nome

poi di quelle accadute

senza averle volute

 

guarda all’attimo puro

quando io padre e tu figlia

stavo avanti nel buio

per le ombre sui muri

l’improvvisa paura

 

e ricordami un breve

ricordami lieve

 

sarò morto due volte

se sarò sulle spalle

un altro peso di croce.

 

 

[IL PASSERO]

 

il passero

preso nella stretta

sembra più domestico

 

mangia

beve

quando è sera dorme

 

solo certe notti

sbatte un po’ le ali

cinguetta dentro al sonno

 

forse sogna.

 

~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

Sì, so bene

Sì, so bene
che mai sarò qualcuno.
So d’avanzo
che mai avrò un’opera.
So, infine
che mai saprò di me.
Sì, ma adesso,
finchè dura quest’ora,
questa Luna,
questi rami,
questa pace in cui stiamo,
lascino che mi creda
quel che mai potrò essere.

 

Presi il mio cuore

Presi il mio cuore
e lo posi nella mia mano

Lo guardai come chi guarda
grani di sabbia o una foglia.

Lo guardai pavido e assorto
come chi sa d’essere morto;

con l’anima solo commossa
del sogno e poco della vita.

 

da Poesie scelte, Passigli Poesia Editori

Incontro con il Traduttore. Il mestiere del traduttore secondo Claudia Piccinno.

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Volevamo conoscere qualcosa di più sul mestiere (o professione?) del traduttore, su questo “tradire” per “restituire” in altra lingua dall’originaria un testo che spesso è scelto per affinità: il contenuto, la forma, il significante esercitano sicuramente nel traduttore una fascinazione per la quale si sceglie di trasferire in altra lingua la bellezza percepita nel testo originario. Ci rivolgiamo a Claudia Piccinno, traduttrice dall’inglese in lingua italiana.

 

  1. Claudia Piccinno, grazie di aver accolto il nostro invito. I lettori del blog “Limina Mundi” sono interessati a conoscere il lavoro del traduttore; tu però sei anche poetessa, scrittrice, critico letterario e organizzatrice di eventi poetici interculturali: ci illustri la tua formazione, il percorso, le riviste cui collabori e dirigi, l’evoluzione della scelta di tradurre i libri degli altri e perché la preferenza della lingua inglese?

Grazie a te Gloria e a Limina Mundi per queste domande stimolanti. Chi è Claudia Piccinno? Sono una maestra, laureatami poi in lingue e letterature straniere. Ho scelto di insegnare già a vent’anni, pur avendo da sempre il sogno di diventare scrittrice. Vinsi il concorso per l’allora scuola materna nel 1990 (oggi si dice scuola dell’infanzia) e dopo sei anni in Lombardia, vinsi quello per le scuole elementari (oggi scuola primaria) nella verde Emilia Romagna. In tutti questi anni ho sempre fatto la maestra e la mamma, ma non ho mai smesso di riempire quaderni e disseminarli nei cassetti. Ho iniziato a pubblicare poesia dal 2011, ma dopo l’euforia iniziale, sentivo forte il rischio che la produzione poetica sfociasse in un delirio narcisistico. Promuovere i miei libri diventava a volte un pretesto per fare regali ai parenti e agli amici e sentivo comunque di non essere presa sul serio. Nel 2013 partecipai alla cerimonia di un premio internazionale ed ebbi modo d’incontrare poeti stranieri che mi chiesero di tradurre i miei versi in inglese per poterli assaporare meglio. Sono sempre stata una lettrice onnivora, ma decisi di rispolverare e approfondire i miei studi. Ho collaborato nel frattempo a numerosi blog ed e-magazine con recensioni e note di lettura e sicuramente ci sono state collaborazioni proficue, ma solo dal 2016 ho iniziato a tradurre i libri degli altri. L’illuminazione avvenne  su un battello sul Bosforo. Ero ospite a Istanbul di un festival intercontinentale per giovani poeti, mi avevano pubblicato il primo libro in lingua turca con testo a fronte in inglese. Gli altri ospiti mi donavano i loro libri e scoprivo un universo di affinità, sensibilità e bellezza. Mi dissi che dovevo farli conoscere in Italia, da qui le traduzioni dall’inglese in lingua italiana per Atunis Galaktika, Our poetry Archive, Farapoesia. Il primo libro però l’ho tradotto dallo spagnolo che ho studiato da autodidatta, era una plaquette di Oscar Limache, peruviano, dal titolo Volo d’identità. Mi è capitato di tradurre anche dal francese, ma la lingua che sento più congeniale è l’inglese, che è poi la lingua veicolare per arrivare a interlocutori lontani. Da un paio d’anni curo la rubrica poesia per la Gazzetta di Istanbul e sono redattrice per l’Europa nella rivista turca Papirus, il che significa che traduco in inglese o seleziono testi di poeti europei che poi vengono tradotti in lingua turca. Mi occupo di tradurre poesia anche per Menabò online, Verbumpress e di recente ho iniziato a collaborare con Alma poesia, per la rubrica I ponti di Alma.

 

  1. Padronanza della lingua madre e della lingua da tradurre; fini conoscenze tecniche nell’ordine della parola, della grammatica, della sintassi; sensibilità inventiva e poetica sono le caratteristiche fondamentali che occorre possedere per la traduzione: tuttavia non è difficile pensare che il traduttore sia anche autore, sia corredato di un esprit de finesse indispensabile al buon esito dell’opera.

Certamente, l’intuizione del cuore è lo step più importante, e ti dirò di più, negli anni se torno su un testo già tradotto e pubblicato, mi capita di modificarlo, perché improvvisamente mi arriva quel significato nascosto che inizialmente non decifravo in pieno, la “precipitazione” di cui parlava Cristina Campo. La traduzione è un’opera in itinere che richiede aggiustamenti continui, perché muta la nostra predisposizione all’ascolto.

 

  1. Intorno alla figura del traduttore esiste un luogo comune: la “solitudine del traduttore”. È solo un retaggio romantico o realmente è condizione necessaria o, forse, acquisita nelle lunghe ore a contatto con “i libri degli altri”, i dizionari, l’ascolto del suono delle parole nella lingua originaria e in quella finale?

Occorre fare silenzio per ascoltare l’altro. Dunque la solitudine è sia condizione necessaria, sia un esercizio da perseguire. Più che di solitudine parlerei però di isolamento per fare silenzio. Coi libri, con le parole degli altri, io non mi sento mai sola.

 

  1. Ancora: quanto è importante l’incontro con altri traduttori, il confrontarsi con altre esperienze, il viaggio, la conoscenza diretta con un autore per il quale si nutre un sentimento di ammirazione, una specchiatura derivante dall’uso della parola, dai contenuti dei testi?

L’incontro più autentico resta il vis a vis, inizialmente infatti ho tradotto solo le opere di poeti con cui sono stata in contatto, poeti che ho conosciuto ai festival e con i quali ho condiviso cibo, racconti, escursioni, letture. Il confronto de visu è arricchimento sul campo, e l’empatia scaturisce improvvisa tanto da riconoscere poi il contenuto delle opere altrui, specchiandosi in ogni termine letto. Fortunatamente molti di questi poeti sono a loro volta traduttori e da ciascuno di loro ho imparato qualcosa.

 

  1. È corretto pensare che, riguardo al linguaggio, l’esperienza della traduzione «insieme al tempo che scorre, forma degli strati nella nostra lingua madre, e inevitabilmente le parole che usiamo sono sempre nostre», come dichiara la traduttrice Gioia Guerzoni?

Sì, è corretto al novanta per cento, la lingua è decisamente il risultato delle nostre letture, delle nostre esperienze, del contesto in cui abbiamo studiato e vissuto, ma se l’opera che andiamo a tradurre non è a sua volta ben scritta o stimolante, diventa difficile sfoggiare o ampliare il nostro repertorio lessicale, noi prestiamo la nostra voce che nel frattempo cresce e si ramifica, non è mai statica.

 

  1. Quanto è importante la fedeltà al testo? È pensabile, accettabile l’idea di fare la sovrapposizione della lingua finale a quella iniziale? Oppure la lingua, ogni lingua, ha una struttura psichica che non consente il calco e, pertanto, l’invenzione è non solo naturale, ma addirittura auspicabile come atto del pensiero immaginale, soprattutto nei luoghi della poesia?

Solo chi scrive poesia può, traducendo, conciliare le due cose, se privilegia solo il messaggio, spesso si perde la sonorità. Ma se ha la pretesa di riprodurre le stesse strutture metriche, il rischio è un tecnicismo privo di spirito. Auspicabile è scegliere una strategia propria della lingua in cui versi il contenuto, quindi quella in cui ti senti più portato. Solo col tempo ti rendi conto che occorre ri-creare una struttura, ricorrendo a delle analogie, che preservino al tempo stesso le differenze ritmiche.

 

  1. Ne deriva che la traduzione presenta sempre un problema, poiché si va a compiere non solo la versione della psiche di una lingua nella psiche di un’altra lingua, ma anche la versione della psiche dell’autore nella psiche del traduttore, il quale viene a trovarsi nella posizione di decifratore del mondo logico–immaginifico dell’autore senza mai raggiungerne gli abissi, testimoniando invece che sussistono, imprendibili, gli «arcani più segreti del meraviglioso fenomeno della parola» (José Ortega y Gasset, Miseria e splendore della traduzione).

A volte chi traduce riesce a dire ciò che l’altro autore tace, ci riesce ricomponendo il puzzle del non detto; infatti ci sono culture altre costrette alla censura ed il traduttore in punta di piedi rincorre segreti e li reinterpreta, ma deve fermarsi in tempo, sulla soglia dell’altro. Mi succede ad esempio quando traduco i versi di Raed Al Jishi, per il quale nutro profondo rispetto e ammirazione. Mi succede con molti autori turchi. Si crea come un’interconnessione d’anime e bisogna però non ostentarla, bensì vale la pena concentrarsi sull’essenza della parola e scegliere quella che ci dà più fiducia per la resa comunicativa.

 

  1. Inoltre: esiste un “talento”, una disposizione innata al linguaggio per cui il traduttore avvicina la parola dell’autore in una sorta di invisibilità in modo da non far percepire la propria abilità linguistica?

Trattasi anche di mantenere un equilibrio tra appropriazione e reciprocità. Il traduttore incorpora la parola dell’autore nel suo bagaglio lessicale, l’autore a sua volta deve fidarsi di questa assimilazione linguistica se crede che i suoi testi possano così raggiungere un pubblico più ampio. Perché un testo poetico colga nel segno, il lettore deve percepire l’assenza del traduttore.

 

  1. In relazione alla tua attività di organizzatrice di scambi culturali è appropriata anche a te l’espressione del traduttore messicano Hiram Barrios: «Costruiamo ponti». Si comprende perciò che tu ti ponga in una relazione etica, da mediatore culturale, per cui la traduzione è non solo rendere al lettore l’ambiente vibrante l’anima del testo, ma anche l’avvicinare culture e saperi differenti, prospettare scambi culturali, incontri di intelletti.

Tradurre è un’adesione a un movimento utopico, tradurre mi consente di mediare un messaggio universale, mi spinge a credere che si possa reintegrare l’Umanità dispersa in  tanti idiomi. Nancy Huston scriveva che la traduzione rappresenta una speranza per l’umanità, a me consente di aprire un dialogo, di ascoltare e apprendere giorno dopo giorno la magia dell’ignoto che a noi si rivela. Con curiosità e rispetto come Alice nel paese delle meraviglie o Swift ne I viaggi di Gulliver, tradurre è quella pozione magica, quella lente d’ingrandimento che mi avvicina ad autori e mondi che altrimenti non avrei mai letto e decifrato.

 

Lionizing

 

I am thinking

about my pain –

no one shares it with me.

 

And about my joy —

I don’t partake of it with passersby,

and it runs away from my fingers every time.

 

I lionize my pain

for no reason, but because

it belongs to me.

 

I cannot smile well,

and the wind encourages me to jump

to where I can’t see.

 

The gnat

knows how to jump,

how to mock the wind

when it takes an aerial step back,

then smuggles a smile under its wings.

And like you, I prefer the refraction

instead of being like a gnat

or anything on its back.

 

Celebrando

 

Sto pensando

al mio dolore –

nessuno lo condivide con me.

 

E riguardo alla mia gioia –

Non ne partecipo con i passanti,

e scappa dalle mie dita ogni volta.

 

Celebro il mio dolore

senza motivo, se non perché

mi appartiene.

 

Non so sorridere bene,

e il vento mi incoraggia a saltare

fino a dove non posso vedere.

 

Il moscerino

sa come saltare,

sa come prendere in giro il vento

quando fa un aereo passo indietro,

poi nasconde un sorriso sotto le sue ali.

E come te, preferisco la rifrazione

invece di essere come un moscerino

o qualsiasi altra cosa sul dorso.

 

A Universal Corridor

 

When I closed my eyes,

the universe passed through me completely

in a second — or a little less.

 

All those invisible particles

chose me as a corridor to the side of theorization,

bragging by their differences,

its different formation, its impressive product,

its tyranny in making an embodiment of goodness

or the capability of inventing evil,

 

unaware that they tried to speak

with a different accent of a language migrated to the crushed past,

tried like virtual tribes lost their tent stakes,

 

unaware that they are a pure orphaned word

named Love —

or something similar to it:

 

Love as a thought of a concept and a seed of assent;

 

Love as a knife of peace and flowers of a torturing spring;

 

Love as a catalyst of smoke and an inhibitor of an odor;

 

Love as a color of a gesture and a shade of a sign.

 

When you realize that

you can’t be devoted to love as a value

nor as an icon of a digital biography

for the potential of hydrogen in an individual behavior,

 

then Evil is not the soppiest of good;

it is the eternal integration

of the system and its clotted surrounding,

when a universe has been created

by fingertips of Love.

 

Un corridoio universale

 

Quando chiusi gli occhi,

l’universo mi attraversò

in un secondo — o  forse meno.

 

Tutte quelle particelle invisibili

mi scelsero come corridoio accanto alla teorizzazione,

vantandosi delle loro differenze,

della  diversa formazione, dell’ impressionante prodotto,

della tirannia nell’incarnare la bontà

o la capacità di inventare il male,

 

ignari di aver cercato di parlare

con un diverso accento di una lingua migrata nel passato sepolto,

provarono come le tribù virtuali persero i confini,

 

ignari di essere una pura parola orfana

chiamata Amore —

o qualcosa di simile:

 

L’amore come pensiero di un concetto e seme di assenso;

 

L’amore come coltello di pace e fiori di una primavera tormentata;

 

L’amore come catalizzatore di fumo e inibitore di un odore;

 

L’amore come colore di un gesto e sfumatura di un segno.

 

Quando te ne rendi conto

non puoi essere devoto all’amore come valore

né come icona di una biografia digitale

per il potenziale dell’idrogeno in un comportamento individuale,

 

allora il Male non è  più sdolcinato del bene;

è l’integrazione eterna

del sistema e del suo ambiente,

quando un universo è stato creato

dalla punta delle dita dell’Amore.

 

Claudia Piccinno

Biobibliografia

Claudia Piccinno è docente, traduttrice, autrice di numerosi libri di poesia, di prefazioni e saggi critici; Direttrice per l’Europa del “World Festival Poetry” fino a settembre 2021; medaglia d’oro al “Frate Ilaro 2017”; vincitrice del “Premio Ossi di Seppia 2020”; ambasciatrice per l’Italia del “World Institute for Peace” e di “Istanbul Sanat Art”; benemerita del Comune di Castel Maggiore per meriti culturali. Tra i numerosi premi internazionali ricevuti ricordiamo i recenti “Aco Karamanov”, 2021, Macedonia; “Ajtan Zhiti” 2021, Kosovo; responsabile della rubrica poesia per la Gazzetta di Istanbul; redattore per l’Europa della rivista turca Papirus, edita da Artshop; collabora con vari blog, e-magazine e riviste cartacee, tra cui Menabò, Verbumpress, Italine, CiaoMag e Il Porticciolo. La sua voce è presente nella Poetry Sound Library curata da Giovanna Iorio. Numerose le raccolte di poesia, di cui riportiamo le più recenti: In nomine patris, Il cuscino di stelle, 2018; Rime sparse, co-autore Agron Shele, Amazon edizioni; La nota irriverente, Il cuscino di stelle, 2019; Sfinge di pietra –bilingue, Il cuscino di stelle edizioni, 2020. Dei saggi citiamo: Asimov – Un volto inedito, Il cuscino di stelle edizioni, 2020. Molte le traduzioni da poeti stranieri, di cui le recenti Genesi della memoria, di Raed Aljishi, Il cuscino di stelle edizioni, 2021; Il voto di Penelope, di Milica Lilic, edizione bilingue inglese – italiano, Il cuscino di stelle edizioni, 2021; Una farfalla tatuata di Ali Al Hazmi, Il cuscino di stelle edizioni, 2021. Sulla sua scrittura è stato di recente pubblicato il volume biobibliografico In ordine sparso, a cura di Armando Iadeluca, Il cuscino di stelle edizioni, 2021.

Edgar Allan Poe: il poeta del mistero

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Perché la tartaruga ha il passo sicuro,
è questa una ragione per tagliare le ali dell’aquila?

E. A. P.

poe

Edgar Allan Poe (1809-1849), articolo e traduzioni di Emilio Capaccio

Egdar Allan Poe nacque il 19 gennaio del 1809 a Boston, nel Massachussetts.
Fu il secondogenito di una coppia di attori girovaghi, David Poe Jr. (1784-1811) ed Elizabeth Arnold Poe (1787-1811), i quali vennero a mancare entrambi, quando Edgar ebbe appena 3 anni.
La madre morì in seguito a una lunga malattia, probabilmente tubercolosi o polmonite, sola e abbandonata dal marito, in uno squallido albergo di Richmond, chiamato “Indian Queen Tavern”.
Per quanto riguarda la morte del padre, invece, le fonti dell’epoca concordano nell’affermare che morì poco tempo prima o dopo la morte della moglie, ma non sono state mai chiarite le circostanze della sua morte, né è stato mai rinvenuto il luogo della sua sepoltura.
Oltre a Edgar, gli altri figli della coppia furono: William Henry Leonard (1807-1831) anche egli versato alla poesia, prematuramente scomparso a causa di una grave forma di tubercolosi, e Rosalie (1810-1874), la cui nascita, suscitò, all’epoca, molte dicerie sull’effettiva parentela con i fratelli.
Il padre di Poe, infatti, diventato violento e schiavo dell’alcool, aveva abbandonato la moglie, Elizabeth, quando presumibilmente la stessa non avrebbe potuto essere stata già incinta della bambina.
Alla morte dei genitori, i 3 bambini furono separati e dati in affidamento: il fratello maggiore fu affidato ai nonni di Baltimora, nel Maryland, mentre Edgar e Rosalie, che sarebbe diventata un’ottima insegnante di calligrafia presso una scuola femminile di Richmond, furono affidati a due diverse famiglie di Richmond, in Virginia, rispettivamente alla famiglia di John e Frances Allan, di origini scozzese e facoltosi commercianti di tabacco, e alla famiglia di John e Jane Scott Mackenzie.
Nel 1815, Poe si trasferì a Londra con la famiglia adottiva dove ricevette la prima istruzione presso alcune scuole private.
Nel 1821, ritornato a Richmond, cominciò ad appassionarsi molto presto alla musica, alla letteratura e alla poesia, iniziando a scrivere i suoi primi versi e frequentando la scuola di Joseph H. Clarke.
In questo periodo, si infatua di Jane Stith Craig Stannard (1793-1824), madre di Robert Stannard, compagno di studi di Poe.
La donna lo aveva sempre elogiato e incoraggiato nei suoi primi sforzi letterari e a lei Poe dedicò una delle sue poesie più belle: To Helen.
La morte prematura di Jane, in seguito a uno scoppio di un’arteria, gettò il poeta in una profonda disperazione.
L’anno seguente iniziò la frequentazione di Sarah Elmira Royster (1810-1888), quindicenne e sua vicina di casa.
I due, a causa della disapprovazione del padre della ragazza, che non considerava Poe adatto a sposare la figlia perché squattrinato e orfano, vissero una breve relazione clandestina e passionale fino a quando la volontà del padre non la spuntò e la ragazza dovette lasciare Poe per sposare, qualche tempo dopo, il ricco uomo d’affari Alexander Barrett Shelton (1807-1844).
Nel 1826, con già tante sofferenze alle spalle, si iscrisse all’università di Charlotteville, Virginia, alla facoltà di lingue antiche e moderne, ma 6 mesi dopo fu costretto a lasciare l’università a causa dei debiti che aveva contratto con il gioco d’azzardo, e del conseguente rifiuto del padre adottivo di continuare a pagargli la retta universitaria.
In aperto conflitto con John Allan, nel 1827, decise di lasciare la Virginia per andare a Boston, dalla zia Maria Clemm, parente del padre naturale.
Qui conobbe la figlia di Maria Clemm, Virginia, che diventerà nel 1836 sua moglie, quando la ragazza non aveva ancora che 13 anni, con un matrimonio celebrato in segreto.
Sempre nel 1827, pubblicò la sua prima raccolta di versi: Tamerlane and Other Poems, seguita, nel 1829, dalla seconda raccolta, intitolata: Al Aaraaf, Tamerlane and Minor Poems.
Dopo lo scarso successo di queste prime raccolte, decise di entrare nell’Accademia militare di West Point, ma circa 8 mesi più tardi si fece cacciare per insubordinazione, determinando la definitiva rottura con il padre adottivo che nel 1834 lo cancellerà anche dalle disposizioni testamentarie.
Nel 1831 si trasferì per un breve periodo a New York dove pubblicò senza successo una terza raccolta di poesie, intitolata: Poems.
Ritornato nuovamente a Baltimora, dalla zia Clemm, iniziò a scrivere i primi racconti horror e del grottesco, collaborando con alcuni giornali di Baltimora, Richmond, New York e Filadelfia, tra i quali: “Saturday Visitor”, “The Courier”, “The Gift”, Southern Literary Messenger”.
I racconti riscossero inaspettatamente un notevole successo di pubblico, tanto che sull’onda della popolarità, gli fu offerto la carica di vicedirettore del “Southern Literary Messenger”.
Dal 1838 al 1840 diresse, insieme a William Evans Burton (1804-1860), il giornale “Burton’s Gentleman’s Magazine” di Filadelfia.
In questo stesso periodo pubblicò anche il suo unico romanzo: The Narrative of Arthur Gordon Pym, e nel 1840 la sua prima raccolta di racconti: Tales of the Grotesque and Arabesque, tradotta nel 1856 da Charles Baudelaire (1821-1867) con il titolo: “Histoires extraordinaires”.
Nel 1844 si trasferì nuovamente a New York e l’anno successivo divenne redattore e proprietario del “Broadway Journal”.
Pubblicò sulla rivista “The Evening Mirror”, il poemetto The Raven con il quale raggiunse la definitiva consacrazione.
Tuttavia, le continue difficoltà economiche, l’abuso di alcool e le accuse di plagio mosse in seguito alla pubblicazione di un secondo volume di racconti dal titolo: Tales (accuse già ricevute in occasione della pubblicazione di un trattato di conchiliologia, nel 1838), gettarono Poe in uno stato di profonda prostrazione che lo costrinse a chiudere definitivamente il “Broadway Journal”.
La crisi si acuì enormemente nel 1846 con la morte della moglie, Virginia, per tubercolosi, a soli 27 anni.
Nonostante tutto, nel 1848, riuscì a pubblicare un poema in prosa sul tema della cosmogonia dell’universo dal titolo: Eureka.
Iniziò successivamente una serie di viaggi in molte città degli Stati Uniti, tenendo conferenze, recitando poesie, conducendo una vita dissoluta e facendo uso di droghe, soprattutto laudano.
In questo periodo, intrecciò molte brevi relazioni amorose nel tentativo di smorzare un continuo e intimo malessere.
Si riavvicinò al suo vecchio amore, Sarah Elmira Royster, rimasta, nel frattempo, vedova, con la quale strinse un rinnovato legame amoroso che avrebbe dovuti condurli a celebrare quelle nozze che non avevano potuto celebrare in passato per l’ostilità del padre della ragazza.
Il 27 settembre del 1849 Poe uscendo di casa scomparve inspiegabilmente.
Aveva lasciato detto a Sarah Elmira Royster, con la quale doveva sposarsi qualche giorno dopo, che avrebbe dovuto incontrare il suo editore Griswold, dopodiché sarebbe andato a prendere la zia Maria Clemm a Baltimora per portarla definitivamente a Richmond.
Poe non andò né a Baltimora né si incontrò con Griswold.
Fu ritrovato da un amico 6 giorni dopo sul ciglio di una strada, completamente stralunato, semi-cosciente e in preda a delirium tremens.
Morì in ospedale 3 giorni più tardi, il 7 ottobre del 1849, all’età di 40 anni, senza poter spiegare lucidamente quello che gli era accaduto.
Molte teorie si sono congetturate negli anni sulle cause della sua morte, alcune estremamente fantasiose.
Secondo una versione, resa da una testimonianza, fu adescato in un’osteria da alcune persone che lo avrebbero fatto ubriacare per costringerlo a votare più volte lo stesso candidato, una pratica subdola in uso nel XIX secolo, chiamata “cooping”.
Tuttavia, la versione che sembrerebbe più accreditata, esaminando i sintomi che Poe presentava nel momento del ritrovamento, senza avere peraltro una prova certa da un punto di vista medico-legale (poiché non fu mai eseguita un’autopsia e, in aggiunta, il certificato di ricovero in ospedale, insieme all’atto di morte, non sono mai stati ritrovati), potrebbe essere quella che sostiene l’ipotesi che Poe sia morto a causa di idrofobia, contratta dal morso di qualche animale di cui nemmeno lui poté accorgersi o prestò attenzione.

ULALÌ

Solo abitavo
in un mondo di lamento,
e la mia anima una marea stagnante,
finché la bella e dolce Ulalì si fece timida mia sposa,
finché la fulva e giovane Ulalì si fece ridente mia sposa.

Ah, men ― meno scintillanti
son le stelle della notte
degli occhi della radiante fanciulla!
giammai può contender ciò che può far la bruma
dalle tinte di porpora e di perla della luna,
col più trasandato boccolo dell’umile Ulalì ―
giammai può accostarsi al raggiante sguardo più svagato e modesto d’Ulalì.

Or Dubbio ― Or Pena
più non vengono,
perché l’anima sua mi rende sospiro per sospiro,
e per tutto il giorno
splende, forte e luminosa,
Astarte, in mezzo al cielo,
mentre sempre a lei volge gli occhi di matrona la cara Ulalì ―
mentre sempre a lei volge gli occhi di viola la giovane Ulalì.

EULALIE [1] 

I dwelt alone
in a world of moan,
and my soul was a stagnant tide,
till the fair and gentle Eulalie became my blushing bride ―
till the yellow-haired young Eulalie became my smiling bride.

Ah, less ― less bright
the stars of the night
than the eyes of the radiant girl!
that the vapor can make
with the moon-tints of purple and pearl,
can vie with the modest Eulalie’s most unregarded curl ―
can compare with the bright-eyed Eulalie’s most humble and careless curl.

Now Doubt ― now Pain
come never again,
for her soul gives me sigh for sigh,
and all day long
shines, bright and strong,
Astarte within the sky,
while ever to her dear Eulalie upturns her matron eye ―
while ever to her young Eulalie upturns her violet eye.

FANNY [2]

Il cigno morente dei laghi del nord
intona, chiaro e dolce, il suo inno selvaggio di morte,
e come la solenne melodia evade
per la collina e la valle e nell’aria si dissolve,
così giunse la tua morbida voce musicale,
così tremò sulla tua lingua il mio nome.

Come sprazzo di luce in una nuvola d’ebano
che invela l’austero cielo di mezzanotte,
trapassando la fredda sera nel suo nero sudario,
così giunse il primo sguardo di quell’occhio;
ma come roccia adamantina,
stette il mio spirito e affrontò il colpo.

Lascia che la memoria richiami il ragazzo
che depose il suo cuore sul tuo sacrario,
quando lontano risuonano i suoi passi
ricorda che proruppe al tuo fascino divino;
una vittima uccisa sull’altare dell’amore
da occhi ammalianti che scrutavano sdegnosamente.

FANNY 

The dying swan by northern lakes
sing’s its wild death song, sweet and clear,
and as the solemn music breaks
o’er hill and glen dissolves in air;
thus musical thy soft voice came,
thus trembled on thy tongue my name.

Like sunburst through the ebon cloud,
which veils the solemn midnight sky,
piercing cold evening’s sable shroud,
thus came the first glance of that eye;
but like the adamantine rock,
my spirit met and braved the shock.

Let memory the boy recall
who laid his heart upon thy shrine,
when far away his footsteps fall,
think that he deem’d thy charms divine;
a victim on love’s alter slain,
by witching eyes which looked disdain.

A F …

Adorata! Tra ferventi dolori
che s’accalcano intorno al mio passo terreno ―
(miserabile passo, ahimè! dove cresce
una deforme rosa solitaria) ―
la mia anima riceve per lo meno conforto
nel sogno di te, ed in esso conosce
un Eden di blando riposo.

E così la tua memoria viene a me
come una qualche remota isola incantata
in qualche mare tumultuoso ―
qualche oceano che mormora da lontano e libero
dalle burrasche ― ma dove, in quel frattempo,
i cieli più sereni, continuamente,
solo su quella isola luminosa, sorridono.

TO F …

Beloved! amid the earnest woes
that crowd around my earthly path ―
(drear path, alas! where grows
not even one lonely rose) ―
my soul at least a solace hath
in dreams of thee, and therein knows
an Eden of bland repose.

And thus thy memory is to me
like some enchanted far-off isle
in some tumultuous sea ―
some ocean throbbing far and free
with storms ― but where meanwhile
serenest skies continually
just o’er that one bright island smile.

UN SOGNO

In visioni di tenebrosa notte
ho sognato di gioie svanite, ma un sogno
ad occhi aperti di vita e di luce
mi lasciava col cuore spezzato.

Ah, cosa non è un sogno di giorno
per chi i suoi occhi ha posato
sulle cose intorno a lui con un lampo
che volge ancora al passato?

Quel sogno santo ― quel sogno santo,
mentre tutto il mondo stava strillando,
mi sostenne qual amorevole fascio,
amorevole spirito guida.

Sebbene quella luce, in notte e bufera,
tremolò tanto da lontano ―
che mai può esserci di più puramente splendente
nella diurna stella del Vero?

A DREAM

In visions of the dark night
I have dreamed of joy departed ―
but a waking dream of life and light
hath left me broken-hearted.

Ah! what is not a dream by day
to him whose eyes are cast
on things around him with a ray
turned back upon the past?

That holy dream ― that holy dream,
while all the world were chiding,
hath cheered me as a lovely beam
a lonely spirit guiding.

What though that light, thro’ storm and night,
so trembled from afar ―
what could there be more purely bright
in Truth’s day-star?

A M …

O, io non mi curo che la mia sorte terrena
ben poco abbia della terra in sé,
che anni d’amore siano stati bruciati
nel delirio d’un momento:

Non m’importa, mia adorata,
che i disperati siano di me più felici,
ma che tu debba immischiarti in questo mio destino
che mi porta ad andar via.

Né che le mie sorgenti d’estasi
stiano zampillando ― ahimè! di lacrime ―
o che il brivido d’un singolo bacio
abbia scosso i molti anni.

Né che fiori di venti primavere
si siano appassiti come il loro colore
che giace morituro sul mio cuore oppresso
dal peso d’una stagione colma di neve.

Né che l’erba ― O! che possa prosperar!
sulla mia fossa stia crescendo o sia già cresciuta ―
ma che, mentre stia morendo o sia ancor vivo,
non possa io che esser solo, mia signora.

TO M …

O! I care not that my earthly lot
hath little of Earth in it,
that years of love have been forgot
in the fever of a minute:

I heed not that the desolate
are happier, sweet, than I,
but that you meddle with my fate
who am a passer by.

It is not that my founts of bliss
are gushing ― strange! with tears ―
or that the thrill of a single kiss
hath palsied many years ―

‘Tis not that the flowers of twenty springs
which have wither’d as they rose
lie dead on my heart-strings
with the weight of an age of snows.

Not that the grass ― O! may it thrive!
on my grave is growing or grown ―
but that, while I am dead yet alive
I cannot be, lady, alone.

LA DORMIENTE [3]

A mezzanotte, nel mese di giugno,
mi trovo sotto la mistica luna.
Un vapor d’oppio, confuso, umidiccio,
esala dal suo anello dorato
e mollemente cala, goccia a goccia,
sulla cima quieta del monte;
assonnato e musicalmente
slitta lento verso la valle universale.
S’inclina sulla fossa il rosmarino;
fluttua il giglio sulla corrente;
la bruma avvolgendosi al suo petto
fa dissolvere il rudere nel silenzio.
Guarda, simile al Lete! Osserva! Il lago
abbandonarsi a un sonno cosciente
e per nulla vorrebbe svegliarsi.
Dormono tutte le Bellezze! ― Osserva
là dove giace Irene coi suoi Destini!

O, splendente fanciulla! Può esser
giusto questo bovindo aperto sulla notte?
Brezze viziose, dalle cime degli alberi,
scorrono ridenti attraverso la grata ―
brezze intangibili, in magica rotta,
vanno e vengono attraverso la tua stanza
ondulando le tende del baldacchino
così capricciose ― così spaventose ―
sulle palpebre chiuse e orlate, sotto le quali
dormiente la tua anima resta celata,
cosicché, dal pavimento e sulle pareti
come fantasmi s’issano e cadono le ombre!
O, fanciulla adorata, non provi sgomento?
Perché mai, e cosa mai stai sognando tu, qui?
Di certo sei venuta da lontani mari
a meravigliare questi alberi del giardino!
Strano il tuo vestito! Strano il tuo pallore!
E più strane le tue trecce così lunghe
e tutta questa grandiosa silenziosità!

Dorme la fanciulla! O, possa il suo sonno
esser come duraturo, tanto profondo!
Lo serbi il cielo nella sua santa fortezza!
Si tramuti questa stanza in altra più sacra,
questo letto in altro malinconico,
e prego Iddio che ella possa restare
con occhi serrati, finché non se ne andranno
i pallidi spettri ammantati.

Dorme la mia amata! O, possa il suo sogno
esser come lungo tanto profondo!
Possano lievi i vermi strisciar sopra di lei!
Lontano nella foresta, antica e oscura,
per lei possa spalancarsi una grande cripta ―
qualche cripta che sovente si richiuse
allungando i suoi neri e alati pannelli,
trionfante, sui drappi stemmati
nei funerali della sua grande famiglia ―
qualche sepolcro remoto e solitario,
contro il cui portale lei abbia lanciato
delle pietre, per gioco nell’infanzia ―
qualche tomba dalla cui porta risonante
ella mai più forzerà a levarsi un eco,
tremando al pensiero, povera figlia della colpa!
che là dentro erano i morti a gemere tanto.

THE SLEEPER

At midnight, in the month of June,
I stand beneath the mystic moon.
An opiate vapor, dewy, dim,
exhales from out her golden rim,
and softly dripping, drop by drop,
upon the quiet mountain top,
steals drowsily and musically
into the universal valley.
The rosemary nods upon the grave;
the lily lolls upon the wave;
wrapping the fog about its breast,
the ruin moulders into rest;
looking like Lethe, see! the lake
a conscious slumber seems to take,
and would not, for the world, awake.
All Beauty sleeps! ― and lo! where lies
Irene, with her Destinies!

Oh, lady bright! can it be right ―
this window open to the night?
The wanton airs, from the tree-top,
laughingly through the lattice drop ―
the bodiless airs, a wizard rout,
flit through thy chamber in and out,
and wave the curtain canopy
so fitfully ― so fearfully ―
above the closed and fringéd lid
neath which thy slumb’ring soul lies hid,
that, o’er the floor and down the wall,
like ghosts the shadows rise and fall!
Oh, lady dear, hast thou no fear?
Why and what art thou dreaming here?
Sure thou art come o’er far-off seas,
a wonder to these garden trees!
Strange is thy pallor! strange thy dress!
Strange, above all, thy length of tress,
and this all solemn silentness!

The lady sleeps! Oh, may her sleep,
which is enduring, so be deep!
Heaven have her in its sacred keep!
This chamber changed for one more holy,
this bed for one more melancholy,
I pray to God that she may lie
forever with unopened eye,
while the pale sheeted ghosts go by!

My love, she sleeps! Oh, may her sleep,
as it is lasting, so be deep!
Soft may the worms about her creep!
Far in the forest, dim and old,
for her may some tall vault unfold ―
some vault that oft hath flung its black
and wingéd panels fluttering back,
triumphant, o’er the crested palls
of her grand family funerals ―
some sepulchre, remote, alone,
against whose portals she hath thrown,
in childhood, many an idle stone ―
some tomb from out whose sounding door
she ne’er shall force an echo more,
thrilling to think, poor child of sin!
It was the dead who groaned within.

CANTO [4]

Ti vidi nel tuo giorno nuziale ―
quando una vampa di rossore veniva da te
sebbene intorno la felicità si stendeva
e il mondo tutto l’amore avanti a te:

e nel tuo occhio una luce fiammante
(o qual che fosse) era tutta sulla terra
così che il mio sguardo di dolore
poteva vederne la bellezza.

Quel rossore, forse, era pudor di fanciulla ―
così come ben si comprende ―
benché i suoi bagliori avessero alzato più
ardita fiamma nel petto di colui, ahimè!

che ti vide nel tuo giorno nuziale
quando quel profondo rossore veniva da te
sebbene intorno la felicità si stendeva
e il mondo tutto l’amore avanti a te.

SONG

I saw thee on thy bridal day ―
when a burning blush came o’er thee,
though happiness around thee lay,
the world all love before thee:

and in thine eye a kindling light
(whatever it might be)
was all on Earth my aching sight
of Loveliness could see.

That blush, perhaps, was maiden shame ―
as such it well may pass ―
though its glow hath raised a fiercer flame
in the breast of him, alas!

who saw thee on that bridal day,
when that deep blush would come o’er thee,
though happiness around thee lay;
the world all love before thee.

A UNA IN PARADISO

Tu eri per me quel tutto, amore,
per il qual l’anima mia si struggeva,
un verde isolotto in mezzo al mare,
amore, un fontanile e un altare
tutto adorno di bei frutti e di fiori
e tutti miei erano quei fiori.

Ah, sogno troppo splendido per durare!
Ah, siderea speranza, che t’alzasti
solo per essere offuscata!
Là fuori una voce dal futuro grida,
“Avanti! Avanti!” ― ma è sul passato
(vortice oscuro!) che il mio spirito in bilico
giace, muto, immobile, inorridito.

Perché, ahimè! ahimè! per me
la luce della vita è passata!
Non più — non più — non più —
(questa lingua riserva il mare solenne
alle sabbie della riva)
fiorirà l’albero disseccato dal fulmine
o s’alzerà l’aquila ferita.

E tutti i miei giorni sono imbambolati
e tutti i miei sogni notturni
son dove il tuo occhio grigio volge
e dove il tuo passo scintilla —
in qualche eterea danza
su qualche etereo fiume.

TO ONE IN PARADISE

Thou wast all that to me, love,
for which my soul did pine:
a green isle in the sea, love,
a fountain and a shrine
all wreathed with fairy fruits and flowers,
and all the flowers were mine.

Ah, dream too bright to last!
Ah, starry Hope, that didst arise
but to be overcast!
A voice from out the Future cries,
“On! on!” — but o’er the Past
(dim gulf!) my spirit hovering lies
mute, motionless, aghast.

For, alas! alas! with me
the light of Life is o’er!
No more — no more — no more —
(such language holds the solemn sea
to the sands upon the shore)
shall bloom the thunder-blasted tree,
or the stricken eagle soar.

And all my days are trances,
and all my nightly dreams
are where thy gray eye glances,
and where thy footstep gleams —
in what ethereal dances,
by what eternal streams.

SONETTO – ALLA SCIENZA

Scienza! Vera figlia dell’antico tempo!
che muti ogni cosa coi tuoi occhi penetranti!
Perché predi così sul cuore del poeta,
vulture, le cui ali son ottuse realtà?

Come potrebbe egli amarti? o crederti giusta,
se non volesti che libero vagasse
in cerca di tesori per cieli ingioiellati,
benché con ali intrepide s’involò?

Non hai spinto Diana dal suo carro,
e cacciato via l’Amadriade dal bosco
che in una più felice stella ha trovato riparo?

Non hai strappato la Naiade alle sue correnti,
l’elfo al verde prato, e da me il sogno
dell’estate sotto l’albero di tamarindo?

SONNET – TO SCIENCE

Science! true daughter of Old Time thou art!
who alterest all things with thy peering eyes.
Why preyest thou thus upon the poet’s heart,
vulture, whose wings are dull realities?

How should he love thee? or how deem thee wise,
who wouldst not leave him in his wandering
to seek for treasure in the jewelled skies,
albeit he soared with an undaunted wing?

Hast thou not dragged Diana from her car?
and driven the Hamadryad from the wood
to seek a shelter in some happier star?

Hast thou not torn the Naiad from her flood,
the Elfin from the green grass, and from me
the summer dream beneath the tamarind tree?


A FS – S. O – D

Vorresti esser amata? ― allora fa’ che il tuo cuore
non abbandoni il sentiero d’oggi!
Essendo ogni cosa che ora tu sei,
non essere niente che non sei.

Così per il mondo i tuoi modi gentili,
la tua grazia, la tua più che bellezza,
saranno un tema di lode senza fine,
e l’amore ― un semplice dovere

TO FS – S. O – D [5]

Thou wouldst be loved? ― then let thy heart
from its present pathway part not!
Being everything which now thou art,
be nothing which thou art not.

So with the world thy gentle ways,
thy grace, thy more than beauty,
shall be an endless theme of praise,
and love ― a simple duty.

[1] La traduzione letterale del titolo della poesia è: “Eulalia”; componimento che Poe dedicò alla prima moglie-fanciulla, Virginia. Eulalia significa: “colei che parla dolcemente”. “Ulalì” è una libera trasposizione del traduttore.

[2] Poesia pubblicata sul “Baltimore Saturday Visiter”, il 18 maggio del 1833.

[3] La poesia venne pubblicata per la prima volta nel 1831 con il titolo: “Irene”. Il 22 maggio del 1841, completamente riveduta, fu pubblicata sul “Saturday Chronicle” di Filadelfia con il titolo: “The sleeper”

[4] La poesia fu dedicata a Sarah Elmira Royster, fidanzata di Poe che dovette sposare, per volere della famiglia, il facoltoso Alexander Barrett Shelton, il 6 dicembre del 1828.

[5] La poesia fu dedicata da Poe alla poetessa Frances Sargent Locke Osgood (1811-1850).

My valentine

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Buon S. Valentino

con la poesia “Filosofia dell’amore” di Percy Bysshe Shelley

Le fonti si confondono col fiume
i fiumi con l’Oceano
i venti del Cielo sempre
in dolci moti si uniscono
niente al mondo è celibe
e tutto per divina
legge in una forza
si incontra e si confonde.
Perché non io con te?

Vedi che le montagne baciano l’alto
del Cielo, e che le onde una per una
si abbracciano. Nessun fiore-sorella
vivrebbe più ritroso
verso il fratello-fiore.
E il chiarore del sole abbraccia la terra
e i raggi della Luna baciano il mare.
Per che cosa tutto questo lavoro tenero
se tu non vuoi baciarmi?