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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

~A viva voce~

09 sabato Apr 2022

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2022/04/ed-ora.m4a

 

[ED ORA]
 
 
ed ora
 
che mi hai dannato al gelo,
 
posso stare qui o altrove
 
sopra o sottoterra,
 
al centro della stanza
 
o lungo cento strade,
 
 
 
posso respirare
 
o tapparmi naso e bocca,
 
uscire se c’è il sole
 
o buttare via la  chiave,
 
 
 
posso apparecchiare
 
o guardare com’è profondo un piatto,
 
posso sentirmi carne
 
o solo un po’ di fumo,
 
 
 
posso coprirmi ancora
 
o strapparmi anche la pelle,
 
sentire tutto il tremito
 
lo scricchiolio del ghiaccio,
 
 
 
ed ora
 
che mi hai dannato al gelo,
 
hai fatto dell’inverno  la mia casa,
 
 
 
domani in un giardino
 
io sarò l’albero
 
e tu la neve.
 
 
 
 
Francesco Palmieri
 
Da “Studi lirici (solo parole d’amore)” edizioni La Vita Felice, ottobre 2012

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“Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados” Introduzione

07 giovedì Apr 2022

Posted by emiliocapaccio in Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, LETTERATURA

≈ 13 commenti

Tag

Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Emilio Capaccio, Racconti, TRADUZIONI

Dal 14 aprile su Limina Mundi la rubrica “Cuentos Olvidados”. In esclusiva per i lettori del sito.

Un cammino è un cammino. Accade sempre qualcosa. Che le foglie siano più lucide al comincio e più ingiallite all’arrivo, già basterebbe questo continuo atto d’amor proprio del tempo, devoto a sé stesso, che non diniega neppure il più cieco o il più visionario. Un cammino è un cammino. Accade sempre qualcosa. Altri ritagli di noi stessi a un punto di destino ci tendono il palmo o ci vengono incontro con aria di teneri cospiratori e non vedono l’ora di svelarci un recondito cambiamento. “Il camminare presuppone che a ogni passo il mondo cambi in qualche suo aspetto e pure che qualcosa cambia in noi”, scrive un tale che narra di un visconte dimezzato. Un cammino è un cammino. Accade sempre qualcosa. Timori con i quali stringiamo amicizia oltre la curva della strada e certezze dietro il terrapieno di cosiffatti timori che aspettano conferme che si farebbero raccogliere come fasci di spighe. Un cammino è un cammino. Accade sempre qualcosa. Il primo passo con la scarpa lustra, da Capo Horn, l’ultimo con la scarpa polverosa, nelle babilonie di Tijuana.
Sulla strada molte cose. Greta Garbo e la controfigura, la vecchia e il suo mate, l’acquaiolo e “Grazia di Dio”, il circo Ciarini e il gran Léotard, il piccolo cambujo masturbatore, la pazza che si perdette lo sposo, la gatta sivigliana che ci scapitò…e discosti nella fitta boscaglia, i loro padri e le loro madri. Ventuno agonizzanti in terra latina. Due gentil sesso, primigenie femministe. Soccorriamoli! Soccorriamoli, i dimenticati dei barrios e delle calle pietrose della vecchia epoca! Soccorriamoli! Soccorriamoli, che tutto è finzione, ma qui, sulla pagina scritta, ogni finzione è realtà. Portiamoli sotto la croce del Nazzareno, al riparo dai dittatori, dai colonizzatori, dai bravos, dai picari, dai bucanieri, dagli smemorati.
Portiamo gli scomparsi sul bell’ isolotto della Buona Memoria!
Un cammino è un cammino. Accade sempre qualcosa.

Emilio Capaccio

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Una vita in scrittura: Liliana Zinetti

06 mercoledì Apr 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

≈ 1 Commento

Tag

Liliana Zinetti, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Liliana Zinetti che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Liliana.

Scorcio lago di Endine -Bergamo-

Ho aperto la finestra. Entra senza fare rumore.
(lascia fuori le sue costellazioni).
<<Buona notte, Notte.>>
Sfoglia le pagine d’ombra
in cui tutto è già scritto.
Viene a chiedermi conto.

José Hierro

Ci sono strade che ci invitano a percorrerle con un’urgenza assoluta; la più agevole, la preferita è sempre stata la lettura. Frequentata fin dall’infanzia, quando entrare nella stanza dello zio era entrare in un mondo incantato. Lo zio, seminarista, era sempre assente e nonna, abituata (e rassegnata) ai miei andirivieni, lasciava la porta aperta. Era un tempo di porte aperte, di giochi per le strade. Quella stanza era il mio Paese dei balocchi: gli scrittori russi (nacque allora l’amore per Dostoevskij e mai si è spento) i classici, i poeti; tanti scrittori che mi hanno accompagnato lungo la vita. Posso dire di aver avuto così ottimi compagni di strada, di aver visitato luoghi, vissuto emozioni.
La mia era una famiglia numerosa e nove figli da sfamare non lasciavano spazio ad acquisti di libri, ma aggirai l’ostacolo diventando un’accanita consumatrice di formaggini. Ogni scatoletta era un passo verso la conquista di un libro resa possibile dalla raccolta dei punti.
Detto ora appare anacronistico, ma
si imparava l’arte di arrangiarsi.
I primi balbettii in versi risalgono alla scuola media, ricordo un testo sulla madre che la professoressa di italiano inviò a un giornale locale e, con grande entusiasmo della stessa e con meno entusiasmo da parte mia, qui venne pubblicato. La professoressa trattava spesso la poesia: Pascoli, Quasimodo, Ungaretti furono i più frequentati.
Poi la vita mi portò altrove, in strade assai più difficili e tortuose. Ripresi in tarda età a scrivere in versi, la produzione non è mai stata intensa, spesso la mia musa (il minuscolo è d’obbligo) essendo di natura musona, è latitante. Vivo la poesia come un’esperienza, un corpo a corpo con la parola e il senso con il quale posso esplorare il mondo e il mio vissuto.
Pur (mi auguro) rimanendo lontana dalla cosiddetta poesia confessionale (già la parola denota un senso di egocentrismo, di individualismo che non mi appartengono) ho riversato talvolta nei versi gli accadimenti anche molto dolorosi della mia vita cercando di trasformarli in forma di parole, fermarli per dare loro uno spazio dove essere, divenire esperienza.
Esperienza coinvolgente e intensa è stata pure l’avere curato per alcuni anni un Premio di poesia dove ho conosciuto poeti e scrittori. Alcuni di essi hanno lasciato un segno significativo, un ricordo indelebile, altri si sono rivelati una delusione sul piano umano, ma in una società come la nostra votata all’utilitarismo neppure i letterati fanno eccezione.
L’inutilità (in senso utilitaristico) della poesia. È forse questa la ragione per cui la poesia trova pochi amanti o è l’appiattimento del linguaggio veicolato dai vari media e social che ne è la causa? Certamente non è un linguaggio facile, richiede attenzione e passione.
Propongo un testo semiserio su questo tema.

Sull’inutilità della poesia (e del poeta)

E’ un sobillatore. Però ingenuo.
Dicono che stia sulla porta del buio,
la notte, e parli con gli alberi e gli insetti
e senta la risata breve delle foglie.
Scrive cose strane, perfino terribili
e sappiamo che simula un dolore
che non prova.
Presume di cambiare il mondo
riscrivendolo di nuovo. Aggiungendo
domande alle domande
(quale inutile tormento)
si convince che non vi sia
poesia senza ustione.
Dicono che a volte canti.
Crede in quel che scrive, mentendo.
Fruga nel nulla senza ritegno,
come un gatto tra gli avanzi.
Pochi lo leggono, fortunatamente.
Crede nello scavo, nella poesia salvifica,
farnetica di confini e oltre, di discese
nel dentro delle cose.
Povero illuso, perché nessuno gli dice
che salvarsi è muovere in superficie?

Liliana Zinetti

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“Sulla soglia dell’infinito” di Alfredo Alessio Conti, Biblioteca dei Leoni, 2021. Una lettura di Rita Bompadre.

04 lunedì Apr 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Alfredo Alessio Conti, Rita Bompadre, Sulla soglia dell'infinito

“Sulla soglia dell’infinito” di Alfredo Alessio Conti (Biblioteca dei Leoni, 2021 pp.96 € 12.00) è una raccolta poetica che contiene la necessità del pensiero umano d’indicare l’essenza dell’infinito, indaga l’inquietudine originaria della vita attraverso le intonazioni elegiache delle parole, trasmesse con il segnale espressivo dell’autonomia sensibile, nell’esplorazione della natura divina e istintiva della compassione. Il sentimento intimo del poeta emerge dalla dimensione spirituale dell’invisibile, dall’ispirazione mistica delle emozioni, trae il suo carattere individuale affermando il suo anelito verso una realtà più autentica, riconosciuta nella comunione solenne con l’assoluto. L’umana esistenza orienta il suo dissidio interiore oltrepassando la materia tangibile del senso della vita, includendo il privilegio del significato speculativo e dell’intuizione, il principio dinamico trascendente del fondamento sovrumano dell’anima. La poesia di Alfredo Alessio Conti custodisce la rivelazione dell’amore, nella sua sfera discorde tra felicità e sofferenza, nelle sue infinite declinazioni esistenziali tra l’armonia e la distensione, la grazia della luminosità e l’inganno dell’oscurità, unisce la sensazione indistinta della contemplazione alla speranza di una redenzione emotiva, sostiene il riscatto ultraterreno, comprende la realizzazione dell’attesa, sospendendo la profetica previsione della nostalgia sfuggente e del desiderio indefinito. Il codice del vissuto quotidiano riflette, nei versi, il tragitto intrapreso dall’uomo, in relazione ai segreti, ai simboli della solitudine, alla metafora dell’intervallo presente, all’incertezza sull’avvento del futuro, procede lungo il cammino dei sogni e il silenzio del destino. Lo stile essenziale, puro, accogliente, permette di apprezzare il contenuto profondo e sconfinato, di sentire il significato immenso della ricerca dell’uomo, di ascoltare l’oscillazione delle riflessioni. L’arricchimento lirico delle immagini propone la densità interpretativa del linguaggio, la relazione con la suggestione dello spazio straordinariamente dilatato della poesia, misura la smarrita astrazione della voragine intimista, guida l’orientamento sacro delle stagioni, consegna il solco delle illusioni al principio devozionale della fiducia. Alfredo Alessio Conti riconosce i limiti dell’esperienza percettiva, prende coscienza delle possibilità di una verità altra, comunica la prospettiva universale del tempo oltre l’apparenza del fenomeno filosofico, trattiene il suo indugio “sulla soglia dell’infinito”, sulla sostanza del conoscibile, sulla volontà inconscia dell’indulgenza, in limine sul confine esistenziale di ogni visione intuitiva dentro il grembo lirico del mondo, avviando l’intenso contrasto tra la lacerazione e la tenerezza, nella tormentata occasione della consapevolezza.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

Svanire

 

Rivedo

assorto

nel sonno eterno

il riflesso sfocato

della mia Anima

svanire nel nulla.

 

———————–

 

 

Vorrei vivere in un faro

 

Vorrei vivere

in un faro

illuminare le notti

tempestose e buie

segnalare

il pericolo

che ci attende

all’attracco

della vita.

 

———————

 

Sono alla ricerca di nuove parole

 

Sono alla ricerca

di nuove parole

di nuovi significati

al vivere il presente

per il futuro c’è tempo

anche se ormai

adesso

l’ho oltrepassato.

 

————————

 

Sono un ramo

 

Sono un ramo

curvo sull’acqua

che si abbevera

e rinfresca

sognando

di rizzarsi in piedi

per accogliere nidi

di cardellini

e sentire il loro canto

per l’ultima volta.

 

 

—————–

 

Battito di ciglia

 

La nostra vita

è intrisa

d’infiniti punti di domanda

della cui risposta

ultima

sarà solo

un battito

di ciglia.

 

——————

 

Sulla soglia

 

Ho camminato

a lungo

in questa vita

a volte frettolosamente

a volte piano piano

a volte come gamberi

sulla riva del mare

a volte pieno d’entusiasmo

a volte solitario

ed ora

sulla soglia dell’infinito

non mi resta

che percorrere

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Una vita in scrittura: Maria Allo

31 giovedì Mar 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

≈ 4 commenti

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Maria Allo, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Maria Allo che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Maria.

Con una mano soffrire, vivere, palpare il dolore, la perdita.

Ma c’è l’altra, e scrive.

Hélène Cixous, La venue à l’ecriture

Credo di aver iniziato a coltivare la scrittura, in concomitanza con la mia passione per la lettura, più libri divoravo e più ne restavano a leggere, arrivai a divorare un libro in due soli giorni.  La lettura mi assorbiva al punto di farmi rimandare all’infinito l’atto creativo della scrittura. Ricordo le arrabbiature di mia madre perché effettuavo a sua insaputa una miriade di abbonamenti anche al Club degli editori che proponeva allora i migliori autori del panorama letterario italiano e internazionale. Sono libri elegantemente rilegati che fanno bella mostra oggi nella mia biblioteca con altre opere lette e rilette tante volte. Infatti le serate invernali e i giorni di pioggia, li occupavo con la lettura. D’estate, dopo il mare, lo studio e qualche ora di pallavolo, la lettura mi piaceva più di tutto. Leggevo sdraiata sul letto nella cameretta che dividevo, da piccola, con la zia materna. Ero una ragazzina timidissima, mi appassionavo molto alle ricerche storiche e in particolare alle notizie, escluse dai quadri nazionali e internazionali dei manuali, che potessero indurre alla riflessione sul passato. Fra i molti insegnamenti, poi, che ricevevo dalle mie letture, spontaneamente sceglievo i più affascinanti, e cioè quegli insegnamenti che rispondevano meglio ai miei ideali e al mio modo di essere. Le emozioni mi hanno sempre accompagnata come i viaggi dell’immaginazione, un traino potente della vita tutta e un desiderio umano ineludibile della ricerca di senso: “Non c’è poesia senza pensiero, così come non c’è pensiero senza un momento poetico” dice Agamben.  Sempre profondamente assorta a pensare e quindi distratta, tuttavia accoglievo anche le più futili cose.  Quando mamma mi scorgeva a pensare, a sognare ad occhi aperti, reagivo come se mi avesse sorpresa a rubare, (forse aveva ragione perché, come scrive Mandel’stam,”la poesia è aria rubata”) “Pensare è la causa di tutti i mali perché è il contrario di fare”, gridava. Ancora oggi mi chiedo spesso come si faccia a smettere di pensare. Sono certa che mia madre abbia agito con le migliori intenzioni ma sono certa altrettanto che questo tipo di educazione neghi ai ragazzi la possibilità di crescere ed esprimersi serenamente. La vita in quegli anni era molto austera. Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno, come dice Pavese. Studiavo molto, ma ero timidissima e soffrivo di una forma di agorafobia che però non mi impediva di partecipare alle feste private in casa di amici.  Senza volerlo, iniziai a coltivare una serie di interessi che fino a quel momento non mi erano del tutto estranei, ad esempio la poesia.

Ho una vecchia consuetudine con la poesia. Infatti la mia zia materna amava praticare una forma di poesia estemporanea con gli amici senza l’ausilio della scrittura e recitava le liriche dialettali di Ignazio Buttitta, di Jolanda Insana, della messinese Maria Costa e del più famoso cantastorie della Sicilia orientale, Orazio Strano.  Ricordo che mi piaceva molto sentire il suono del dialetto, per cui stavo lunghe ore ad ascoltarla come troppo forte sentivo il rischio di esaurire in parole urgenze che dovevano essere espresse in esperienze da approfondire. La poesia in dialetto è, prima di tutto, poesia fino alla dimensione sorgiva, primordiale della parola e tende al recupero di un’autenticità originaria Ora rievocare sembra quasi di avvicinare cose lontane e distanziare le presenti e mentre si osservano sembra quasi di essere osservati. Scrivere è sprofondare nel silenzio senza perdere le parole che lo evocano: “Se ti capiterà di avere dei problemi che sembrano insuperabili e penserai di non poterti confidare con nessuno, io ti saprò ascoltare e insieme chiederemo aiuto al Signore” diceva.   Mi tornano spesso in mente queste parole di zia, forse il tempo misura fatti dell’anima che con un loro muto linguaggio prendono corpo e decifrano destini.  Zia Sara era alta e magrissima, dai capelli raccolti e sempre elegante, per niente remissiva, determinata e attivissima, adorava disegnare i modelli dei miei abitini e dei suoi, e dopo confezionava anche i vestiti, talvolta, nella volontà di far valere le ragioni della dignità femminile, spesso allora sottovalutate, prendeva toni molto aspri e decisi. La corrispondenza spirituale con zia Sara nasceva anzitutto dall’aver trascorso la mia infanzia insieme a lei in un ambiente comune, a questa condivisione si aggiungeva una particolare consonanza, alimentata soprattutto dalla sensibilità estetica.

Ecco, ricordare significa vedere le cose per la prima volta sul filo delle sensazioni e dei sentimenti più intimi. Sono grata di avermi comunicato tanta passione e tanta speranza, così colgo l’occasione che Limina mundi mi offre per omaggiarne la memoria con una mia lettura di Jolanda Insana, poeta che zia Sara adorava.

Qui un altro mio omaggio a Jolanda Insana

A proseguire e condividere la mia tendenza per la poesia e cercare i significati segreti nelle cose è stato il mondo magico di Chagall con il quadro Il poeta. Il poeta, che siede al tavolo con una tazza di caffè in mano accanto a una bottiglia di acquavite che si protende invitante verso di lui, sembra inseguire un’ispirazione poetica. In ogni caso egli è immerso in un mondo immaginario, soprannaturale; la sua testa il suo spirito, svincolato dal corpo, supera perfino il reticolo delle diagonali nel quale è intrecciato il mondo figurativo. Per quanto la mia ricerca continui e aneli al senso e alla libertà, con lo stupore e la gratitudine di essere ancora viva malgrado i tempi di incertezza e di confusione, la poesia, in una dimensione verticale, vigila e salva dalla vaga retorica e, come dice Zoé Valdés, è rifugio intimo, terra di pace.  A me basta chiudere gli occhi, farmi trascinare dal vento delle immagini:

Non si può fermare il vento
solo cogliere i suoi presagi
dietro il peso lieve di una nube
Ti parlo da tempi sconosciuti
senza sapere come mi attraversa
l’ombra mentre un fascio di raggi
si inerpica confuso per sentieri impervi
Ho seminato impronte
dietro cardini sconnessi nei fondali
ora fluttuano in una voragine
mentre l’ombra dilata il mio chiarore
Ecco. Scrivi mentre cadi
Firma la tua voce a tutto silenzio
anche se la parola manca.

da” La terra che rimane” 2018, edizioni Controluna
© Maria Allo

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“Ode alla madre” di Mariangela Ruggiu. Una nota di lettura di Loredana Semantica

30 mercoledì Mar 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni

≈ 2 commenti

Tag

Loredana Semantica, Mariangela Ruggiu, Ode alla madre, Recensioni

Mariangela Ruggiu, è poetessa sarda della quale leggo spesso in rete poesie che condivide generosamente, già intervistata da Limina mundi qui, in occasione della pubblicazione de “Il suono del grano”, Mariangela mi ha fatto gentile omaggio della sua raccolta “Ode alla madre”.
Ricevo volentieri “Ode alla madre”, per la grazia della confezione, piccola silloge pubblicata per i tipi di Terre d’ulivi Edizioni, nella Collana di poesia 15×15. Il nome della Collana – appare evidente – si riferisce proprio alle dimensioni del libretto, che si caratterizza per l’eleganza dell’elaborazione grafica di copertina, ma ancora di più per il fatto d’essere a sagoma quadrata di quindici centimetri per lato. Il libretto trasmette un senso di semplicità che anticipa e introduce alla lettura di altrettanta sobrietà di versi contenuti nella raccolta. Si tratta di diciannove poesie – a confermare una certa propensione editoriale a preferire raccolte brevi – “titolate” con primo verso del componimento. In verità il primo verso, posto in cima al componimento è in carattere grassetto, come se si trattasse di un titolo, tuttavia, non essendo poi ripetuto successivamente nel corpo della poesia, nonostante il carattere grassetto, in effetti non è un titolo, ma l’incipit.
Nella lettura della poesia di Mariangela, si riconosce che il suo versificare appartiene alla Sardegna al suo modo chiuso e luminoso d’essere isola. Appartiene alle cose buone di una terra naturalisticamente stupefacente. Buone come il grano e la mietitura, buone come il fragore delle onde, il sole che matura i frutti, il vento che soffia iodio e salsedine. Una poesia che fa della dimensione umana dell’essere l’architettura, e dell’appartenenza alla natura la chiave di lettura. Secondo l’autrice non può pienamente comprendersi l’essere uomo se non passando dalla comprensione piena del concetto che egli è creatura tra le creature, complessità dentro l’Unicità, se non compiendo quindi l’atto necessario di umiltà di riconoscersi tutti appartenenti al consesso dei viventi e del creato. Da questa consapevolezza scaturisce una poesia di profondo sentire, d’analisi dei sentimenti, afflizione, compartecipazione per la condizione di sofferenza del singolo o collettiva di profughi, naufraghi, reietti, aggrediti, umiliati. L’osservazione partecipata della prostrazione degli ultimi si traduce in un’esortazione al superamento degli iati e conflitti attraverso la comunanza della fraternità, l’invocazione dell’amore, l’indicazione a fare della speranza la stella polare universale, la bussola del proprio agire. Poesia dei buoni sentimenti, dunque, di chi nel dolore supera, nella pace riflette, nella poesia denuncia, stucca le crepe, offre conforto, ritrova il senso dell’appartenenza, indica la bellezza.
Queste stimmate della poetica sono una sorta di naturale conseguenza dell’essere poetessa isolana immersa nel mondo e tradizioni della sua terra, un mondo che affonda le radici nella pietra, soda, compatta che tiene saldamente la materia come àncora, rispetta la natura, la sua ricchezza e sacralità. Luogo dove si tramandano il senso di rispetto della terra, e nel farsi comunità un ‘esigenza  per superare le difficoltà di sopravvivenza, di permanenza, l’ imprescindibile punto di forza contro le avversità della sorte e dei fenomeni.
La cifra stilistica della poesia della Ruggiu potremmo definirla di semplicità ispirata. Certamente avviene nel processo creativo di questa autrice una ricognizione profonda dell’esperienza e della memoria che porta alla luce pensieri autentici, genuini. Essi emergono dall’amnio dello spirito ammantati di verità e freschezza. Non è presente nei testi alcun compiacimento erudito, lo stesso periodare è breve e composto, solo segni di punteggiatura forti, nessuna virgola, rare parentesi, la spaziatura differenziata tra le righe concorre a separare i versi e scandirne il tempo. I lemmi scelti sono piani provengono da linguaggio usuale e delicato, quasi la poetessa intenda essere massimamente comprensibile al lettore, portatrice di un messaggio essenziale e trasparente. Un versificare sotto l’egida della chiarezza, puro, sfrondato da orpelli eruditi, citazioni colte, figure retoriche, ricco di umanità. Un poetare tanto lontano da voli criptici quanto dall’oscurità del trobar clus. L’ atteggiamento è introspettivo e al contempo alieno da complessità superflue, da abbandoni alla disperazione, allo sconforto, piuttosto improntato alla saggezza antica di una cultura forte, pragmatica.
Ode alla madre si muove nelle stesse coordinate e rappresenta ciò che dice nel titolo, un componimento di lodi e di omaggio per la madre – presumibilmente la madre dell’autrice – esprime il legame amorevole con la figura materna, l’esaltazione del suo ruolo di genitrice, la veste di guida, maestra di vita e veicolo di sapienza da tramandare.
Si avverte nella scelta terminologica dei componimenti la predilezione di riferimenti al corpo, alla fisicità/carnalità di un rapporto: mani, cuore, parto, pelle, grembo, corpi, occhi, abbraccio, baci; alla sfera dei sentimenti e degli affetti familiari: amore e dolore principalmente, ma anche tenerezza, pianto, madre, figlia, sorella; alla terminologia rurale/vegetale: seme, grano, pane, spine, con attenzione ai fenomeni della natura e all’avvicendarsi delle stagioni.
La maestria del pane, è espressione che riferisce con estrema sintesi tutta una filosofia di generosità produttiva, di sapienza laboriosa, cura, artigianalità, risposta al bisogno di nutrimento. 
Si percepisce nell’ode la pena del travaglio, la commozione, la nostalgia dei ricordi, l’ineluttabilità dell’assenza, l’accompagnamento verso l’oltre. Appartiene all’eredità di figlia, quest’ultima diventata madre a propria volta, il riconoscimento nei figli delle forme di volti cari ormai scomparsi: lo stesso naso, gli stessi occhi, il che dà pienamente il senso del lascito, dell’unico vero lascito costituito dai genomi, una treccia elicoidale che da padre e madre a figlio o figlia trasferisce nell’impercettibile, nell’infinitesimale un corredo infinito di informazioni di carne e sangue e forse anche molto di più di ciò che crediamo. Anche impensabili esperienze immagazzinate in modo non ancora noto e soltanto ipotizzato, ma che ci fanno consapevoli d’essere selezione di selezione, l’approdo di tutto un tramandare.
Tra tutte riporto la seguente toccante poesia, rispettando la formattazione della stampa, col primo verso in carattere grassetto, per come ho accennato in premessa.

vai
tu che sei la mia carne e sangue
e i capelli bianchi

tu che sei i miei occhi di pietra
i miei silenzi i gesti muti

e sei il dolore dello strappo
la gioia di averti avuto
madre compagna e seme

sei oltre i limiti del tempo
e sorridi negli occhi dei miei figli

e risuona nello spazio dei silenzi
il tuo nome

 

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Loredana Semantica

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Nota critica per “Meridionale / Frammenti di un mondo alla rovescia” di Giuseppe Di Matteo, 4 Punte Edizioni, 2022

28 lunedì Mar 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Giuseppe Di Matteo, Meridionale / Frammenti di un mondo alla rovescia

 

Come riporta il sottotitolo della raccolta, è una poesia per frammenti quella che Di Matteo ci offre in questa silloge dedicata al Meridione, arricchita dai disegni di Mario Pugliese e pubblicata da 4 Punte Edizioni. Difficile dire dove finisca il Settentrione e cominci il Meridione; difficile in primo luogo perché non esistono, a mio avviso, due blocchi nettamente distinti e, in secondo luogo, perchè ogni area ha un proprio Nord e un proprio Sud che, generalmente, rappresentano realtà contrapposte. Stile di vita e mentalità sono completamente differenti; a questa percezione si aggiunge il peso degli stereotipi, uno è sinonimo di progresso ed efficienza, l’altro di arretratezza e inefficienza; al dinamismo e all’intraprendenza settentrionale spesso si contrappone la lentezza meridionale. Il nostro modo di pensare è condizionato anche dalle rappresentazioni della letteratura e, talvolta, della cronaca giornalistica. L’autore attua un’analisi impietosa della vita, del tempo storico, della società. Descrive le difficoltà di integrazione per chiunque si sia allontanato dalla sua terra e che fanno sentire tutti migranti in esilio, “Cadono le foglie / e le parole prima ancora. / Si sta come soldati in terra straniera”, il mare, che si può ritrovare perfino negli occhi dei meridionali, Dei tuoi occhi marini / la mia carne s’imbeve / prima della fuga dal mondo”. Di Matteo ritrae il Sud nella sua oggettività, gli uomini sono quelli di ieri e di oggi, dolenti, rassegnati, quasi immobili, vestiti di terra rossa, lavoratori instancabili e operosi come formiche dignitose, “Nel sonno della calce /  grida in silenzio la dignità delle formiche /  che un tempo eravamo”, il paesaggio, in cui l’ulivo si mostra inchinato “alla gravità dei suoi anni”. Il nuovo meridionale ha la pelle nera e così Di Matteo introduce un tema tristemente attuale nel Meridione degli ultimi anni, quello del caporalato e dello sfruttamento dei lavoratori irregolari. L’autore intende tradurre percezioni e mutazioni di un animo sensibile con invidiabile essenzialità lirica, attraverso frammenti di primitiva purezza, intrisi di grande forza di suggestione, ecco che il Meridione diventa porto sepolto, sole di pietra, casa d’ argilla e di cicale, infinita memoria, mare senza occhi, estate perenne come la rassegnazione. Resta prevalente il motivo autobiografico in cui la parola nasce impregnata di lirismo, frutto di un processo di sofferta meditazione espressiva; Di Matteo, però, non resta chiuso nella sua solitudine ma prova ad uscirne per porsi in contatto con il mondo. Certamente i frammenti, scanditi da un ritmo scarno ed essenziale, recano il dono dell’immediatezza, attenuano la drammaticità, le oppressioni, le ingiustizie secolari e diventano lamento elegiaco. È possibile identificare subito i temi di questa poesia: amore autentico per il Meridione, per i suoi colori luminosi, per i suoi elementi simbolo come ulivi e muretti a secco, la partenza resa necessaria e dolorosa, l’assenza, la lontananza dalla propria casa e dai propri affetti, l’amore e poi il mare, elemento primordiale sempre presente e ricorrente (40 occorrenze).  Quando si è lontani perfino il pane sa di sale, Di Matteo riprende la citazione dantesca “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e com’è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”, predizione che l’avo Cacciaguida fece a Dante annunciandogli l’esilio futuro e scrive “Andiamo via / col segno nel cuore / di un pane che sa di sale / e lacrime di mare”. Quando si ritorna, per poco, si colgono con amarezza, i cambiamenti irreversibili di persone e cose, “Ogni ritorno,  mamma, / dei tuoi capelli / è più grigio”. Attraverso un processo di interiorizzazione, la realtà subisce un processo di destoricizzazione, che annulla le dimensioni temporali (passato, presente, futuro), per far posto al sentimento del tempo. La realtà viene ridotta a simbolo attraverso la frequente comparazione, che permette il confronto tra due termini allineati. Il mitico Meridione dell’infanzia, recuperato dalla memoria, è descritto con pochi tratti epigrammatici; è un Sud sospeso in un’atmosfera di meditazione che oscilla tra realtà e sogno, tra speranza e disinganno. Non ha più colore né spessore, le cose care di un tempo sono diventate scarnite, ridotte all’osso, quasi incolori. La delusione per le speranze irrealizzate e perdute, il rimpianto per il tempo perduto e trascorso lontano dalla propria terra, la consapevolezza dello scorrere del tempo, la fugacità di tutte le cose umane spinge il poeta a una meditazione sconsolata, espressa con la brevità di una sentenza. La poesia di Di Matteo non conosce l’ansia del riscatto nè presenta fremiti di ribellione, esprime però un senso di solidarietà, per il destino di dolore e fatica a cui ogni uomo è condannato.

© Deborah Mega

 

 

Cadono le foglie

e le parole prima ancora.

Si sta come soldati in terra straniera.

 

 

Dei tuoi occhi marini

la mia carne s’imbeve

prima della fuga dal mondo.

 

 

Nel sonno della calce

grida in silenzio

la dignità delle formiche

che un tempo eravamo.

 

 

Abbiate pazienza

e il tempo vi ripagherà

con il sorriso delle pietre.

 

 

Ha la pelle nera

il Meridionale di quest’era.

Un alito di sale

le mani orfane di mezzo pane.

 

Dopo l’ultimo orizzonte

scruta senza fine

la riva più lontana del nostro cuore.

 

 

L’uomo del Sud

è condannato ad amare nell’assenza

il sentimento eterno di ciò che gli appartiene.

 

 

Migrante solitario

in quest’Italia

che spegne le luci dell’amore cristiano.

 

 

Solitudine di moltitudini.

E poi l’amore

dei tuoi occhi marini.

 

 

Un sussurro di tramontana

nel brusio delle nonne argentate.

Piantate come sassi continuano la Tradizione.

 

 

Cos’è il Nord?

Forse un’impronta di mare

su queste cime ineguali.

 

 

Resta al Sud, a contemplare

nel lutto di una fuga mai nata

la grazia più cara dell’imperfezione.

 

 

Zona rossa, casa mia

ma per tanti di noi è un esilio già nato

da un futuro negato.

 

 

Partire, tornare, restare.

Ma il vero amore

è appartenere.

 

 

Testi tratti da Meridionale / Frammenti di un mondo alla rovescia di Giuseppe Di Matteo, 4 Punte Edizioni, 2022. Disegni di Mario Pugliese.

 

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~A viva voce~

26 sabato Mar 2022

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Filastrocca corta e matta, Gianni Rodari

 

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2022/03/filastrocca-rodari.m4a

 

Filastrocca corta e matta

Il porto vuole sposare la porta;
la viola studia il violino;
il mulo dice: “Mio figlio è il mulino”;
la mela dice: “Mio nonno è il melone”;
il matto vuole essere un mattone.

E il più matto della terra
sapete che vuole?
Fare la guerra!

 

tratta da ‘Gianni Rodari’ di Petrini, Argilli, Bonardi – Edizioni Giunti Marzocco (1981)

 

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Una vita in scrittura: Giacomo Cerrai

24 giovedì Mar 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

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Giacomo Cerrai, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Giacomo Cerrai che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Giacomo.

Che cosa è diventata una voce notturna

Ho smesso di prendere appunti su carta, ed è un male.
L’appunto assomiglia a un segno topografico, una curva altimetrica. Un’idea che arriva, anche una singola parola che vibra. A una certa altezza, intendo.
La carta ha in sé qualcosa di lento, mantiene dopo millenni la gravità della tavoletta d’argilla.
Devi mettere le briglie al pensiero, devi farlo aspettare. Anche il foglio aspetta, devi girarci intorno, tendere al suo centro.
Ora invece mi sveglio in piena notte, o a qualsiasi ora del giorno, dico qualcosa al mio cellulare, lui registra docilmente. Il cane, nell’ombra della stanza, alza la testa perplesso.
Ma l’indomani non so a che cosa stavo pensando davvero. Forse stavo sognando. Succede così che la parola, a volte, deve prendere altre strade, deve germinare altrimenti.

– 10 novembre, ora imprecisata dell’alba

perché – per gli incastri inesatti
le cose storte

mi dice notturna la mia stessa voce. Si sente, in sottofondo, il buio. Null’altro. Non so se stanotte c’era qualcosa di magistrale in queste parole. Le ho registrate, ricordo, dopo un soprassalto nel dormiveglia, nella verticalità del condominio. Non le ho sognate, sono sicuro, era semmai un questionare tra sé e sé della mente inquieta.

– 10 novembre, mattina

Scrivere è come passeggiare con il cane, a cui somigli, non sai mai esattamente la meta.
Si entra in un giardino dei sentieri che si biforcano, annusando l’aria. La scelta della direzione è un gioco di brezze, nell’aria umida.
Le cose hanno odori, e nomi. I pensieri hanno parole, anche nomi. Si apprende il mondo per analogie, catene sintattiche, estesìe.
Il mondo ha una sua elementarità. Il cane sa dove e perché. Io per il momento no. Ma le cose, come ho detto, hanno nomi. E i nomi si sa, da Dante mi pare, sono consequentia rerum.

– 10 novembre, più tardi

Mi sono ricordato (ma ricordare non è scrivere) a che cosa stavo pensando ieri sera. A un mobile che cigola, a un vecchio tavolo non proprio saldo sulle gambe.
Tenone e mortasa, coda di rondine, mezzo legno. Incastri, insomma. Tenere insieme i pezzi, fare in modo che si reggano da sé.
Da quelli, gli incastri, consegue un equilibrio delle parti, o un disequilibrio. Incastri inesatti fanno cose storte. Come sa qualsiasi falegname.
Il limite è la misura, punti di riferimento nell’oscurità indefessa dell’essere. Il limite è la cognizione del dolore, oltre il quale. Il procedere verso la luce. Rendersi conto, nella scrittura:

gli spazi angusti tra muri,
luoghi dove adattarsi storti inesatti angusti –

rendersi conto che c’è un luogo non casuale, dove stare. Dove essere amati, o no. Non altro luogo, no, nessun altro invero.
Dall’alba non è tempo perso. Rimuginando si accetta una condizione. La si scrive.
Si cerca di stare all’interno di una zona confortevole, dove i segni sono lì da sempre come mamme per dire quello e non altro, dire fai così, si va sul sicuro, come dietro al cane in prati consueti. Saranno – poi – margherite di certo.

– 10 novembre, ancora

Ma: se invece si uscisse dal recinto, biforcando (nell’ora ancora giovane c’è un tempo per altro, una congiunzione terrestre, il cielo se serve è sopra, andiamo ancora per un po’) e scrivendo a mente, un foglio tutto nuovo, magari per dirsi, e allora

diventare forme, tronchi, isole dove serve,
perimetri dove serve, astucci vuoti se importa,
mani aperte indifese crepe in quei muri.

È questo essere un uomo che scrive, in questa mattinata? Una sorta di comunione, mettersi in mezzo, contare i passi come sillabe scelte, stare attento al terreno, aver cura di riporre ognuno di quei passi sillaba in un recesso, per dopo, per dopo, che certo a qualcosa servirà.
O a nulla, che è un po’ così la poesia, sotto il cielo che imbianca. Mettersi in mezzo.

Ad ogni necessità,
aderire, come un materiale assennato,
come corridoi asettici

– 10 novembre, nell’ora ancora giovane

Il cane scava. Io in qualche modo scavo, tento. Penso che ogni parola scelta è una cancellazione di altre, quindi una decimazione.
Ecco un altro problema: senza il foglio di carta la cancellazione non è un tratto sopra, è una sparizione senza ripensamenti, un oblio invariante, un buco bianco sullo schermo.
Una culla vuota. Il sentiero che non si biforca.
Ciò che è stato cancellato rientra in un limbo cortese, ci guarda speranzoso da una distanza non incolmabile, forse ci tiene d’occhio.

– 10 novembre, poco più tardi

La strada, il sentiero tra canne, l’erba alta sull’argine penso che sono il caso come il dove, il verso dove, il cane non ha percezione di recinti, il vento risale il fiume, cambia idea come vuole, agita un albero.
Io invece cerco di sentire la terra che gira. Cerco il limite e il luogo. Il mio stare. Come un dovere.
Cerco di tornare a casa

– e non ha senno una direzione, un angolo,

– 10 novembre (o giorni seguenti?), casa

Casa. Scrivere è, poi, qualcosa di definitivo. Cioè, mettersi lì, radicarsi, guardare fuori dalla finestra, raccogliere i pezzi su di un tavolo. È quello che provo a fare, non lasciare le cose in sospeso.
Le parole, quelle sopravvissute, tendono a disporsi, cercano alla fine di darsi un’aria di verità.
Vediamo.

perché – per gli incastri inesatti
le cose storte
gli spazi angusti tra muri,
luoghi dove adattarsi storti inesatti angusti –
diventare forme, tronchi, isole dove serve,
perimetri dove serve, astucci vuoti se importa,
mani aperte indifese crepe in quei muri.
Ad ogni necessità,
aderire, come un materiale assennato,
come corridoi asettici
– e non ha senno una direzione, un angolo,
un’uscita di sicurezza
seguire le indicazioni, i colori delle linee – semmai
il segnale del vento,
in pieno mutismo,
intendersi,
o la vita di tutti i giorni
una finestra
un albero che devoto ti ci affacci.

Che cosa è diventata una voce notturna. Non so davvero come, né scaturita da, buona, cattiva. So che avrebbe potuto essere diversa, questo sì. Ma così è scrivere, qualche volta. Tutta una questione di sentieri che si biforcano.

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Norah Lange -Traduzioni di Emilio Capaccio

23 mercoledì Mar 2022

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche, LETTERATURA

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Norah Lange, POESIA, TRADUZIONI

Norah Lange (1905-1972)

Da quel braccio
da cui discendi
arriverai alla mano.
La mano aperta
che ti insegna ad amare
.

N. L.

LUNGO LA STRADA

Lungo la strada c’è un silenzio di parole impossibili
la sera prega in eremo di fuoco.
Sul luogo deserto
fanno penitenza le ombre
le stelle dondolano la scala
da dove gli angeli scenderanno sulla terra.
Goccia a goccia la mia vita si dissangua.

La sera una sola lacrima chiara
ogni ombra è un palpito del cuore che ci bacia.
Vicino, più vicino
è il cuore della notte.

Il silenzio piega gli istanti.
Ogni foglia è una parola in più
che dice la primavera quest’anno.
Per perpetuare l’emozione
la notte serra la parola che è nata.
 
EN EL CAMINO

En el camino hay un silencio de palabra imposible
La tarde reza en ermita de fuego
Sobre el despoblado
hacen penitencia las sombras
Las estrellas columpian la escalera
por donde bajarán los ángeles a la tierra
Mi vida se desangra gota a gota.

La tarde es una sola lágrima clara
Cada sombra es un latido que nos besa
Cerca, más cerca
el corazón de la noche.

El silencio doblega los instantes
Cada hoja es una palabra más
que dice la primavera este año
Para perpetuar la emoción
cerró la noche la palabra que nacía.
 
IL SOLE È CADUTO

Il sole è caduto
con ali spezzate
sopra un ponente.

I tuoi occhi si sono riempiti di crepuscoli pallidi.

È venuto l’eterno vuoto della tua presenza
e tutte le mie ore si sono riempite
di distanze.

Le tue lacrime scivolano
lungo il pendio d’un ricordo.

Il rosario dei tuoi baci
delle tue impronte
attende i tuoi passi.

Ritorna.

Forse alla tua finestra
un verso mio si dissangua.
 
EL SOL SE HABÍA CAÍDO

El sol se había caído
con las alas rotas
sobre un Poniente.

Tus ojos se llenaron de crepúsculos pálidos.

Vino el vacío eterno de tu presencia
y todas mis horas se llenaron
de distancias.

Tus lágrimas se deslizan
por la pendiente de un recuerdo.

El rosario de tus besos
de tus huellas
aguarda tus pasos.

Vuelve.

Acaso en tu ventana
un verso mío se desangra.
 
ALBEGGIARE

Nel cuore d’ogni albero
ha sussultato la mezzanotte.

La notte si sminuzza
in una lenta processione di nebbia.

Tutte le sere mettono fine alla loro stanchezza.

Le insegne luminose dormono
nello stupore dei loro colori
e anticipano la contemplazione d’ogni misero.

In ogni angolo veglia il sonno
e il tuo ricordo è l’unico dolore
che umilia la superbia dei marciapiedi.

Lontano, il primo mendico,
tradisce il portico dove ha dormito.

E la città s’apre come una lettera
per svelarci la sorpresa delle sue strade.

AMANECER

En el corazón de cada árbol
se ha estremecido la medianoche.

La noche se desmenuza
en lenta procesión de niebla.

Todas las tardes terminan su cansancio.

Los letreros luminosos duermen
el asombro de sus colores
y anticipan la contemplación de cada pobre.

En toda esquina vigila el sueño
y es tu recuerdo la única pena
que humilla la altivez de las aceras.

Lejos, el primer mendigo,
traiciona el portal donde ha dormido.

Y la ciudad se abre como una carta
para decirnos la sorpresa de sus calles.

SERA DA SOLA

Vuota la casa dove tante volte
le parole incendiarono i suoi angoli.
La notte si porta avanti
sul piano muto
che nessuno sta suonando

Sola passo da un ricordo a un altro
aprendo le finestre
perché il tuo nome popoli
la misera quiete di questa sera.
Più nessuno immobilizza le lunghe ore chiuse
alla mia felicità.

E il tuo ricordo è un’altra cosa
grande e quieta
dove inciampo da sola.
E i miei battiti formano una fila di passi
che vanno dalla tua porta all’oblio.
 
TARDE A SOLAS

Vacía la casa donde tantas veces
las palabras incendiaron los rincones.
La noche se anticipa
en el piano, mudo
que nadie toca.

Voy a solas desde un recuerdo a otro
abriendo las ventanas
para que tu nombre pueble
la mísera quietud de esta tarde a solas.
Ya nadie inmoviliza las horas largas y cerradas
a toda dicha mía.

Y tu recuerdo es otra cosa
grande y quieta
por donde yo tropiezo sola.
Y mis latidos forman una hilera de pisadas
que van desde tu puerta hacia el olvido.
 
PERCHÉ LA TUA VITA ERA CHIARA

Tu che hai la vita così chiara
mi guardi, come se fossi una lacrima.
Ho messo a tacere le cattive parole
e mi alzo come la prima ombra.
Precisa come l’ombra d’un albero
creata da una luna piena.
E tu non la capisci. Non vedi più
della luce che causa quell’ombra.
Domani, quando non ci sarà più luce
dietro la mia figura triste,
cercherai l’ombra. Io sarò un paesaggio
abbrumato di tenebre, senza contorni,
come quei singhiozzi ripetuti, lenti:
e poiché la tua vita deve essere sempre chiara,
mi eliminerai come una lacrima,
ed io allora, prosciugata in ore vuote,
avrò la purezza dei cimiteri
dentro le lunghe notti…
 
POR QUÉ TU VIDA FUE CLARA

Tú que tienes la vida tan clara
me miras, como si yo fuese una lágrima.
He callado las palabras malas
y me alzo como una primera sombra.
Precisa como la sombra de un árbol
originada por una luna llena.
Y tú no lo comprendes. No vez más
que la luz que causa esa sombra.
Mañana, cuando no se haga la luz
detrás de mi figura triste,
buscarás la sombra. Yo seré un paisaje
abrumado de tinieblas, sin contornos,
como esos sollozos repetidos, lentos:
y como tu vida ha de ser siempre clara,
me eliminarás como a una lágrima,
y yo entonces, agotada en horas huecas,
tendré la pureza de los cementerios
en las noches largas… 

VERSI A UNA PIAZZA

La sera muore come un eremita.
Sul dorso della notte
il cielo trema stretto alle stelle.

La notte tesa e lenta
s’aggrappa ai lampioni,
piccoli e tenui come una luna nuova.

Piazza: sulla tua soglia d’ombre
la sua voce s’alza come una litania
al verde silenzio dei tuoi alberi.

Le strade sono fremiti del destino
sotto il bagliore azzurro di tanto cielo.
La città si rompe bruscamente
contro il grembo dei tuoi piccoli angoli verdi.

 
VERSOS A UNA PLAZA

La tarde muere como una eremita.
Sobre la espalda de la noche
el cielo se estremece apretado de estrellas.

La noche crispada y lenta
se apega a los faroles,
pequeños y suaves como una luna nueva.

Plaza: sobre tu umbral de sombras
su voz sube como una letanía
al silencio verde de tus árboles.

Los caminos son temblores de dicha
bajo la llamarada azul de tanto cielo.
La ciudad se rompe bruscamente
contra el regazo de tus esquinitas verdes.
 
TUTTO IL DOLORE SI È ROVESCIATO

Tutto il dolore si è rovesciato
sul paesaggio.
La sera trasparente
come l’acqua
si è guardata nei tuoi occhi.
Lontano
la notte inginocchiata
tesse tenebre
innanzi al suo specchio.
Il mio cuore un plenilunio di tristezza.

TODO EL DOLOR DERRAMANDO

Todo el dolor derramado
sobre el paisaje.
La tarde transparente
como un agua
se ha mirado en tus ojos.
Lejos
la noche arrodillada
trenza tinieblas
ante su espejo.
Mi corazón es un plenilunio de tristeza.

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L’avventura di due sposi

21 lunedì Mar 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Racconti

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I racconti, Italo Calvino, racconto neorealista

by Edward Hopper

Il racconto di Italo Calvino è ambientato in una metropoli industrializzata durante gli anni Cinquanta del Novecento e narra la storia di due giovani sposi, due operai che non si incontrano mai perché Arturo lavora di notte, Elide di giorno. Si incrociano per pochi minuti, la mattina, prima che lei esca per andare a lavorare in fabbrica e la sera, quando lei rincasa e lui esce per il turno di notte in officina. Gli anni del miracolo economico non sono rose e fiori, soprattutto per chi occupa i livelli più bassi del processo produttivo. Solo la sera i due riescono a trascorrere qualche momento insieme, disturbato dalla stanchezza dell’uno e dalla fretta dell’altro e dedicato a preparare la cena per entrambi, la merenda notturna per lui, la colazione dell’indomani per lei. Gli inconvenienti della nascente civiltà industriale, la grigia settimana di vita operaia, i tragitti ripetitivi, lui in bicicletta, lei in tram, fortunatamente però, non spengono amore e tenerezza, non annullano gesti delicati e attenzioni reciproche. Per colmare le rispettive assenze, ciascuno, infatti, dorme nello stesso lato del letto, negli affossamenti che conservano il tepore e l’odore dell’altro.

*

L’operaio Arturo Massolari faceva il turno della notte, quello che finisce alle sei. Per rincasare aveva un lungo tragitto, che compiva in bicicletta nella bella stagione, in tram nei mesi piovosi e invernali. Arrivava a casa tra le sei e tre quarti e le sette, cioè alle volte un po’ prima alle volte un po’ dopo che suonasse la sveglia della moglie, Elide. Spesso i due rumori: il suono della sveglia e il passo di lui che entrava si sovrapponevano nella mente di Elide, raggiungendola in fondo al sonno, il sonno compatto della mattina presto che lei cercava di spremere ancora per qualche secondo col viso affondato nel guanciale. Poi si tirava su dal letto di strappo e già infilava le braccia alla cieca nella vestaglia, coi capelli sugli occhi. Gli appariva così, in cucina, dove Arturo stava tirando fuori i recipienti vuoti dalla borsa che si portava con sé sul lavoro: il portavivande, il termos, e li posava sull’acquaio. Aveva già acceso il fornello e aveva messo su il caffè. Appena lui la guardava, a Elide veniva da passarsi una mano sui capelli, da spalancare a forza gli occhi, come se ogni volta si vergognasse un po’ di questa prima immagine che il marito aveva di lei entrando in casa, sempre così in disordine, con la faccia mezz’addormentata. Quando due hanno dormito insieme è un’altra cosa, ci si ritrova al mattino a riaffiorare entrambi dallo stesso sonno, si è pari. Alle volte invece era lui che entrava in camera a destarla, con la tazzina del caffè, un minuto prima che la sveglia suonasse; allora tutto era più naturale, la smorfia per uscire dal sonno prendeva una specie di dolcezza pigra, le braccia che s’alzavano per stirarsi, nude, finivano per cingere il collo di lui. S’abbracciavano. Arturo aveva indosso il giaccone impermeabile; a sentirselo vicino lei capiva il tempo che faceva: se pioveva o faceva nebbia o c’era neve, a secondo di com’era umido e freddo. Ma gli diceva lo stesso: – Che tempo fa? – e lui attaccava il suo solito brontolamento mezzo ironico, passando in rassegna gli inconvenienti che gli erano occorsi, cominciando dalla fine: il percorso in bici, il tempo trovato uscendo di fabbrica, diverso da quello di quando c’era entrato la sera prima, e le grane sul lavoro, le voci che correvano nel reparto, e così via. A quell’ora, la casa era sempre poco scaldata, ma Elide s’era tutta spogliata, un po’ rabbrividendo, e si lavava, nello stanzino da bagno. Dietro veniva lui, più con calma, si spogliava e si lavava anche lui, lentamente, si toglieva di dosso la polvere e l’unto dell’officina. Così stando tutti e due intorno allo stesso lavabo, mezzo nudi, un po’ intirizziti, ogni tanto dandosi delle spinte, togliendosi di mano il sapone, il dentifricio, e continuando a dire le cose che avevano da dirsi, veniva il momento della confidenza, e alle volte, magari aiutandosi a vicenda a strofinarsi la schiena, s’insinuava una carezza, e si trovavano abbracciati. Ma tutt’a un tratto Elide: – Dio! Che ora è già! – e correva a infilarsi il reggicalze, la gonna, tutto in fretta, in piedi, e con la spazzola già anda va su e giù per i capelli, e sporgeva il viso allo specchio del comò, con le mollette strette tra le labbra. Arturo le veniva dietro, aveva acceso una sigaretta, e la guardava stando in piedi, fumando, e ogni volta pareva un po’ impacciato, di dover stare lì senza poter fare nulla. Elide era pronta, infilava il cappotto nel corridoio, si davano un bacio, apriva la porta e già la si sentiva correre giù per le scale. Arturo restava solo. Seguiva il rumore dei tacchi di Elide giù per i gradini, e quando non la sentiva più continuava a seguirla col pensiero, quel trotterellare veloce per il cortile, il portone, il marciapiede, fino alla fermata del tram. Il tram lo sentiva bene, invece: stridere, fermarsi, e lo sbattere della pedana a ogni persona che saliva. “Ecco, l’ha preso”, pensava, e vedeva sua moglie aggrappata in mezzo alla folla d’operai e operaie sull’”undici”, che la portava in fabbrica come tutti igiorni. Spegneva la cicca, chiudeva gli sportelli alla finestra, faceva buio, entrava in letto. Il letto era come l’aveva lasciato Elide alzandosi, ma dalla parte sua, di Arturo, era quasi intatto, come fosse stato rifatto allora. Lui si coricava dalla propria parte, per bene, ma dopo allungava una gamba in là, dov’era rimasto il calore di sua moglie, poi ci allungava anche l’altra gamba, e così a poco a poco si spostava tutto dalla parte di Elide, in quella nicchia di tepore che conservava ancora la forma del corpo di lei, e affondava il viso nel suo guanciale, nel suo profumo, e s’addormentava. Quando Elide tornava, alla sera, Arturo già da un po’ girava per le stanze: aveva acceso la stufa, messo qualcosa a cuocere. Certi lavori li faceva lui, in quelle ore prima di cena, come rifare il letto, spazzare un po’, anche mettere a bagno la roba da lavare. Elide poi trovava tutto malfatto, ma lui a dir la verità non ci metteva nessun impegno in più: quello che lui faceva era solo una specie di rituale per aspettare lei, quasi un venirle incontro pur restando tra le pareti di casa, mentre fuori s’accendevano le luci e lei passava per le botteghe in mezzo a quell’animazione fuori tempo dei quartieri dove ci sono tante donne che fanno la spesa alla sera. Alla fine sentiva il passo per la scala, tutto diverso da quello della mattina, adesso appesantito, perché Elide saliva stanca dalla giornata di lavoro e carica della spesa. Arturo usciva sul pianerottolo, le prendeva di mano la sporta, entravano parlando. Lei si buttava su una sedia in cucina, senza togliersi il cappotto, intanto che lui levava la roba dalla sporta. Poi: – Su, diamoci un addrizzo, – lei diceva, e s’alzava, si toglieva il cappotto, si metteva in veste da casa. Cominciavano a preparare da mangiare: cena per tutt’e due, poi la merenda che si portava lui in fabbrica per l’intervallo dell’una di notte, la colazione che doveva portarsi in fabbrica lei l’indomani, e quella da lasciare pronta per quando lui l’indomani si sarebbe svegliato. Lei un po’ sfaccendava un po’ si sedeva sulla seggiola di paglia e diceva a lui cosa doveva fare. Lui invece era l’ora in cui era riposato, si dava attorno, anzi voleva far tutto lui, ma sempre un po’ distratto, con la testa già ad altro. In quei momenti lì, alle volte arrivavano sul punto di urtarsi, di dirsi qualche parola brutta, perché lei lo avrebbe voluto più attento a quello che faceva, che ci mettesse più impegno, oppure che fosse più attaccato a lei, le stesse più vicino, le desse più consolazione. Invece lui, dopo il primo entusiasmo perché lei era tornata, stava già con la testa fuori di casa, fissato nel pensiero di far presto perché doveva andare. Apparecchiata tavola, messa tutta la roba pronta a portata di mano per non doversi più alzare, allora c’era il momento dello struggimento che li pigliava tutti e due d’avere così poco tempo per stare insieme, e quasi non riuscivano a portarsi il cucchiaio alla bocca, dalla voglia che avevano di star lì a tenersi per mano. Ma non era ancora passato tutto il caffè e già lui era dietro la bicicletta a vedere se ogni cosa era in ordine. S’abbracciavano. Arturo sembrava che solo allora capisse com’era morbida e tiepida la sua sposa. Ma si caricava sulla spalla la canna della bici e scendeva attento le scale. Elide lavava i piatti, riguardava la casa da cima a fondo, le cose che aveva fatto il marito, scuotendo il capo. Ora lui correva le strade buie, tra i radi fanali, forse era già dopo il gasometro. Elide andava a letto, spegneva la luce. Dalla propria parte, coricata, strisciava un piede verso il posto di suo marito, per cercare il calore di lui, ma ogni volta s’accorgeva che dove dormiva lei era più caldo, segno che anche Arturo aveva dormito lì, e ne provava una grande tenerezza.

Italo Calvino, L’avventura di due sposi, in I racconti, Einaudi,Torino, 1976

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A mio padre

19 sabato Mar 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

≈ 1 Commento

 

Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.

Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
“Com’è bella la notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno”. Tu vedevi il mondo
nel novilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.

 

ALFONSO GATTO

da “La storia delle vittime” (1945)

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Una vita in scrittura: Flavio Almerighi

17 giovedì Mar 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

≈ 5 commenti

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Flavio Almerighi, Una vita in scrittura

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Flavio Almerighi che l’ha interpretato come segue.

Grazie infinite all’Autore.

Una vita in scrittura di Flavio Almerighi

Saper scrivere all’atto pratico non serve a molto, me ne accorsi subito. Iniziai la prima elementare che già sapevo scrivere grazie a un vicino di casa e alle lezioni tv di Alberto Manzi, ma quando misi piede a scuola dovetti ripartire dalle aste. Il mio maestro, pur ligio ai programmi ministeriali, mi trasmise però un indelebile amore per i libri. Mezz’ora prima della fine delle lezioni ci faceva mettere via quaderni e libri, gli ultimi trenta minuti precedenti la campana erano dedicati alla lettura a puntate di un romanzo per ragazzi.  Sono passati più di cinquant’anni, ma ricordo ancora molto bene Capuana, Verga e soprattutto Molnar con I ragazzi della Via Pal. Quel romanzo prese talmente tanto ogni maschietto della mia classe, che ognuno di noi nei giochi dell’intervallo e del doposcuola impersonava un personaggio di Molnar. Io ero Weisz il capo della Società dello Stucco. Questo per dire che saper scrivere intende in primis saper leggere e saper ascoltare. Ho letto, ho letto, fintanto che adolescente sono arrivato alla poesia.

Dribblai, spesso con classe, le poesie che ci obbligavano a imparare a memoria, ma Il Sabato del Villaggio di Leopardi me la ricordo ancora. Ho letto Omero di mia sponte prima di diventare maggiorenne ed è nato allora l’amore vero per la poesia, anzi con la poesia: è stato un amore corrisposto da entrambi. Mi venne anche voglia di cominciare a scrivere, dapprima qualche timida pagina di diario, poi poesiole per intortare qualche ragazzotta che mi piaceva. Sono stati gli anni del teatro amatoriale, della radio, della musica, di tante altre cose, passioni per dimenticare il mio lavoro d’ufficio. Mano a mano che le mie vecchie passioni terminavano, ripresi a leggere poesia e a credere di scriverne, ma quella roba non era ancora poesia. Non so nemmeno se lo sia adesso ai tempi della net poetry. Qualcuno mi chiama “poeta”, ma non mi ci sono mai sentito. E fin qui ho letto tanto, scritto troppo, sporadicamente anche prosa: mezza dozzina di brevi racconti. Penso di dovere molto a Pasquale Panella, Amelia Rosselli, Dario Bellezza, ad Apollinaire così come a Michel Houellebeq: poeti scrittori che mi hanno attraversato la vita.

Chi scrive sa molto bene quanto sia difficile allontanarsene. Si diventa talmente ipersensibili che ogni cosa rimbomba dentro fino a diventare un’idea. Questo è il lato “bello” della scrittura, la creazione individuale. D’altra parte non c’è arte più individualista della scrittura. Il problema sono gli “altri che scrivono”, soprattutto quei mediocri che pretendono buone recensioni in cambio di buone recensioni: diventa una strada senza uscita. Se è vero che in Italia ci sono più persone che scrivono rispetto a quelle che leggono, diventa sempre più arduo riconoscere nel minestrone acquoso della scrittura, della poesia italiana contemporanea un qualche buon ingrediente. Sotto questo aspetto invidio chi cucina, un solo piatto, una sola pasta, contengono molte più calorie dell’intera produzione poetico letteraria. Che dire poi degli illustri letterati oramai diventati cacciatori di farfalle morte? Non meritano nemmeno l’epitaffio. A questo punto tanto vale continuare a scrivere anzitutto per proprio ristoro personale, senza pretese di chissà quale stupido riconoscimento. Per quanto mi riguarda sono sempre il buon vecchio Weisz della Società dello Stucco, lo stacco dai vetri di vecchie finestre e lo rimastico per non farlo seccare.

terra grigia marrone verde,

sono più pali della luce

che alberi

.

cielo a strisce bianche grigie blu

finché una luce resta accesa

e io stanco

Flavio Almerighi

https://almerighi.wordpress.com/

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Una vita in scrittura: Leopoldo Attolico

16 mercoledì Mar 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

≈ 2 commenti

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Leopoldo Attolico, Una vita in scrittura

“Omaggio a un poeta”, olio su tavola, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del blog.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Leopoldo Attolico che l’ha interpretato come segue.

Grazie infinite all’Autore.

POESIA FOREVER di Leopoldo Attolico

La sindrome – di solito- si manifesta quando calienta el sol dell’adolescenza: il futuro poeta ”in erba”, già fornito -di suo- di antenne, ha metabolizzato i termini del disincanto coniugandoli con i monumenti poetici d’ordinanza prepostigli dalla Scuola dell’Obbligo. Da qui i primi tentativi di piegare a poesia la lingua italiana; tentativi gestiti da uno Spirito che per sua fortuna (data l’età) né sa né può sapere dove sta di casa la Ragione e quindi -se autenticamente poetico- può pervenire a risultati che il futuro poeta, “laureato/diplomato” o meno, non si sognerà più neanche lontanamente di ottenere. Ma non siamo ancora alla patologia: siamo all’infatuazione, allo spontaneismo creativo, in un periodo febbricitante/interlocutorio di conoscenza del proprio corpo poetico.

Quando il Nostro si accorgerà di pensare in versi alle quattro di notte andando in bagno e di doverli irrinunciabilmente mettere su carta, vorrà dire che è successo l’irreparabile; che è convolato; e non c’è più scampo per nessuno, né possibilità di separazione o di divorzio: è perduto per sempre perché è arrivata la consapevolezza. E a questo punto amen.

Come si convive con questo destino? Maluccio, in genere; diciamo “alla viva il parroco”, lancia in resta in un estenuante tentativo di rappresentare- con le parole – la propria “verità”. Ma è un “male” rovinosamente luminoso, felicemente destabilizzante, abbacinante; un vero e proprio tensioattivo. Ma a differenza del brutale detersivo che agisce sottraendo, questo accumula, sedimenta, fa della subsidenza la sua prima incombenza, a cui poi sottentra la “necessità” liberatoria/fisiologica (sua, incorporata), di tradurre in parola scritta, dinamica, attiva, (da qui tensioattivo), le istanze di questa sorta di camicione sempre più pesante e gravoso da portare in giro.

“ Si fanno versi per scrollare un peso e passare al seguente”, dice la clausola ( vagamente in odore di dannazione) di Vittorio Sereni; ma incontrovertibilmente è così. Quanto alle modalità con cui, oggi, ci si “scrolla un peso” e alla praticabilità delle stesse, il discorso si fa subito vertigine e, come direbbe Cardarelli, “mi si porta via”: un tormentone così controverso che gli ineffabili critici/poeti falliti, filosofi disoccupati ed esegeti esagerati che spesso vanno per la maggiore faticano non poco a “disinquadrare” con la protervia dei loro specchi ustori, per poi partorire regolarmente il Nulla .

L’unica a nutrire certezze è la Poesia. Lei sa bene che, rispetto alla Tradizione, non deve produrre dipendenze o vie metaboliche irreversibili, ma rinnovamento creativo, senza cacciar via il povero Palazzeschi o il poverissimo Georg Trakl come fossero scarti di cambusa (acqua passata che non macina più), ma rivisitandoli in chiave moderna , capendone la lezione, lo “spirito”, la “pelle”, se non altro per tentare di imparare a vivere la poesia ( e a scrivere ) al 101 per cento come hanno fatto loro. La poesia sa benissimo quello che vuole e dove vuole andare perché quando azzarda ipotesi di “verità” lo fa cercando in primis quell’autenticità di linguaggio che è la sola a rispettare ad un tempo chi legge e l’oggetto del ricordo, in barba alle fumisterie, al bla bla, alle eccentricità fine a se stesse e ai linguaggi semiautomatici. Insomma la poesia sa il fatto suo; e si fa anche i fatti suoi, con la discrezione che le appartiene; con i poeti – pochi – più preoccupati di essere che di apparire; gente ancora capace di scrivere con gioia (anticamera, tra l’altro, dell’ironico, del giocoso e dell’autoironico), perché – nonostante tutto – non ha mai smesso di amare gli uomini e il mondo, e quindi viva nell’inevitabile senso di impotenza ad amare veramente il mondo.

Poesia/lingua totale, come diceva Spatola, come ci hanno insegnato Cacciatore, Emilio Villa, Vito Riviello; lingua che -deontologicamente- non può essere assimilata ad una telefonata o a un messaggio cifrato, e che punta necessariamente all’assunzione di un suo stile, intendendo per stile- innanzitutto- il segno netto di una individualità entro il luogo comune della lingua, punto di partenza tendente all’infinito a superarsi e non certo punto di arrivo, come certamente frulla nel cervello di non pochi poeti “arrivati”(dove?) . Stile come tensione e non come status; e quindi, di conseguenza, parole capaci di somatizzare il reale, il quotidiano; pedinatrici di ogni minimo segnale in grado di farci capire chi siamo da dove veniamo dove andiamo, alla faccia del solipsismo sterile degli intellettuali che vogliono fare i poeti, (gli stessi che nel prendere la penna in mano si dicono addosso “adesso vi faccio vedere come sono bravo”, fregandosi regolarmente con le loro mani ); poeti (?) marpioni, volponi, intermittenti, che non si sa bene come facciano ad essere dappertutto, sicuri (a ragione ) che per il solo fatto di apparire vengano percepiti come “vincenti” da moltitudini di ganimedi sempre più in balìa delle suggestioni massmediali e della sudditanza psicologica nei confronti del Potere Da Vetrina. Poesia dunque che malgrado i calci nel sedere che incassa dai suoi stessi autori e malgrado le clonazioni con dedica di morte presunta made by Ceronetti et similia , continua imperterrita – nelle sue espressioni migliori – a sorprendere in senso e suono le immagini irresistibili della speranza, proponendosi cocciutamente come opzione in progress e come complemento spirituale puro e semplice del libro della vita vissuta antagonisticamente, militantemente in opposizione alla miseria dei tempi, parola/grido che non risarcisce nulla , che non salva nessuno, ma che se trasmessa come luce, colore, oggetto, profondità, segno, “gesto”, può essere veramente la sola a fare il contropelo al nostro essere “vivi”, oggi.

Leopoldo Attolico

Leopoldo Attolico

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Versi trasversali: Alessandro Barbato

14 lunedì Mar 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Alessandro Barbato, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ALESSANDRO BARBATO

Senza dirlo è più difficile

convincerti che non finisce il vuoto

dove inizia l’orizzonte, non c’è

mica per davvero un altro

modo per colmare la lacuna,

i punti morti del pensiero,

se non darsi al tuo silenzio

e ai miei timori fino in fondo,

senza spingere sul freno

né cercare dilazioni.

Ché impreciso è il nostro viaggio

e siamo a corto anche di fiato,

ma non serve più contare quanti

passi ci rimangono a scaldarci

in ogni notte che divide i nostri

giorni. No, non serve ribellarsi,

scalpitare al vuoto o al pieno:

questo è il gioco a cui giochiamo

e non è colpa di nessuno.

 

Vuoti a rendere

 

2.

Siamo arrivati qui dove si perdono

le mani e il vento è un’ombra che accompagna

a casa sagome di noia.Vendi

o lascia quel che resta senza piangere

né sconti, troverai qualche amatore

disposto forse a ripianare il debito

di ossigeno che prende a certe quote

offrendo in cambio dei rimorsi un altro

errore da cullare. Sarà maggio

anche quest’anno e avremo ancora fiori

teneri nei vasi, e questo identico

presagio di qualcosa che non torna

dentro gli occhi, non resta nella rete,

se provi a tirar somme dalla sete.

 

Per sommi capi (siamo arrivati qui dove si perdono)

 

3.

Ho ancora il tuo orologio stretto al polso:

sussurra giorni duri di mattine

schiuse al vuoto. Se batte la lancetta

dei secondi sopra gli anni tuoi

lasciati come mancia per le estati

che saranno, mi sforzo di incontrare

il tuo passare tra i miraggi

di stagione e a dare un cenno

ai desideri presi a morsi

dai tuoi occhi che si chiudono.

E peso è questa voglia di sospendere

i minuti, di trovarti senza

tempo nei riflessi e nei gorgheggi

della Terra. Un peso che mi tiene

qui ancorato alle parole

della voce tua che tace

e mi sorride da lontano.

 

Sala pesi (Le estati che saranno)

 

4.

 

L’odore d’un camino all’alba spento

ricorda i fuochi fatui delle sere

cominciate tra i tuoi vicoli

di carta ad azzeccare d’ogni sogno

l’aritmetica e il profilo.

Si mischia al gelo lucido sui prati

preparati dall’inverno a scomparire

per rinascere tra nebbie

e canti languidi di nostalgie

insegnate dall’attesa.

E tu che cosa aspetti mentre scappi

coi tuoi occhi più lontano di ogni eco

verso aurore a me proibite?

La voce di quei fuochi ammutoliti,

forse un battito di ciglia.

 

Memorie di una sera, una mattina

 

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~A viva voce~

12 sabato Mar 2022

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Guarire dall'amore, Wendy Cope

 

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2022/03/lettura-poetica.m4a

 

Lettura poetica

 

In questa stanza ognuno è vinto dalla noia.

Poesie lagnose, voce e gesti irritanti.

Non può essere ignorato nè interrotto.

 

Venuti qui da stupidi, di nostra iniziativa,

e alcuni hanno dovuto anche pagare.

Ogni angolo qui è invaso dalla noia.

 

Cresce il grido silente: ” Fino a quando?”.

Nessuno può sfogare la sua furia cieca.

Nessuno può interromperlo o ignorarlo

 

lanciargli uova, farlo assalire da un’orda

di gente disperata, distrutta dal suo parto.

In questa stanza ognuno è vinto dalla noia,

 

tranne il poeta. Noi lo gratifichiamo

fingendo di apprezzare i suoi sproloqui.

Nessuno può interromperlo o ignorarlo.

 

Finalmente è finita. Noi tutti applaudiamo.

Il poeta ringrazia con smorfie di modestia.

Ciascuno in questa stanza moriva dalla noia.

Non è stato interrotto nè ignorato.

 

Wendy Cope, da Guarire dall’amore, Crocetti Editore, 2012.

Curatore: S.Raffo, Traduttore: M.P.Bartocci.

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La vetrina di Limina: “Dispositivi” di Stefano Guglielmin, Marco Saya Edizioni, 2022

09 mercoledì Mar 2022

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali

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Dispositivi, Marco Saya Edizioni, POESIA, Stefano Guglielmin

copertina

Questo libro evidenzia la centralità dei dispositivi nella nostra esperienza quotidiana, scegliendone alcuni di esemplari rispetto al poetico e alla salute. Essi si rivelano decisivi nella determinazione del soggetto che scrive e che vive, al punto da condizionarne la stessa possibilità di esistenza.

l poeta, infatti, si definisce attraverso lo stile, che altro non è che la messa in atto di specifici dispositivi retorici. Lo stesso vale per gli apparati che ci determinano in quanto esseri umani in grado di sopportare la precarietà del vivere: filosofie, processi biochimici, procedure sanitarie e scelte di campo definiscono il nostro modo di essere-nel-mondo, in un’età in cui del soggetto non è rimasto quasi nulla, giacché volontà e libertà si irregimentano secondo modelli di cui egli non dispone, ma che lo dispongono, anzi lo indispongono in un aperto già tutto mediato dal potere.

Guglielmin prosegue la sua ricerca sulla finitudine, mettendo in scena un io plurale, contraddittorio eppure ostinatamente alla ricerca di un senso, ma tutto ancora da costruire e decostruire, dove gli opposti – autenticità / inautenticità, natura / cultura, elitario / popolare, interiore / esteriore – non sono che imprescindibili dispositivi del presente, spesso figli dell’alienazione.

Terapia

Si porta fuori un peso, con la parola,
ma c’è tutto un labirinto da fare, prima,
una salita temporale (e un temporale,
anche, da smaltire), che ci mette infine
il corpo quieto, nel suo porto, e la mente
pure. Per essere più precisi, è la psiche
a riordinarsi, non l’intelletto né il lucido
pensiero. Lo so
Spaccare il capello è una metafora pedante,
denota che ancora il peso non ha trovato
la via: qualcosa langue nel fondo, nel botro
(anch’essa parola malata, introflessa).
Nemmeno scrivere guarisce, anzi alimenta
l’intrigo, ammalia come Medusa, o la mia
terapeuta: una topolina bianca, da emporio.

Caterpillar

L’ermo colle, dice, sarà spianato
dalle ruspe. Lui vede lontano: finisce
l’orizzonte con la biro e prevede,
per noi, un controllato naufragio.
Da ogni lato, tecnici piantano chiodi
e un pugno di tracce da seguire:
il futuro cresce sugli assi cartesiani
su siepi-silvie rase al suolo. Tace l’assiolo.

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L’impegno femminista nella scrittura delle donne

08 martedì Mar 2022

Posted by marian2643 in CULTURA E SOCIETA', LETTERATURA

≈ 1 Commento

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Ada Negri, Amanda Guglielminetti, Erica Jong, George Sand, Madame de Staël, Olympe de Gouges, Sibilla Aleramo, Simone de Beauvoir

Nel 1791, in piena rivoluzione francese, la scrittrice Olympe de Gouges compì la prima mossa ufficiale di quello che in seguito sarebbe stato conosciuto e riconosciuto come movimento femminista: ritenendo che in clima di rivendicazioni avessero potuto ottenere diritto di cittadinanza anche quelle delle donne, presentò alla Costituente la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. Giudicando troppo audace l’azione della scrittrice il buon Robespierre risolse il caso con i mezzi di sua competenza e cioè con la decapitazione della malcapitata. Senza considerare che per eliminare per sempre la questione avrebbe dovuto decretare il taglio della testa di tutte le donne future. Quasi contemporaneamente alla De Gouges un’altra donna, Anne Louise Germaine Necker, meglio conosciuta come Madame de Staël, continuava a percorrere quella strada che conduceva la donna ad esprimere la volontà di determinarsi come entità pensante, capace di generare, oltre che figli, anche arte. Madame de Staël, il cui salotto è rimasto nella storia, brillò per il suo genio letterario e per il suo impegno politico ed ebbe un posto di grande rilievo nel movimento culturale e ideologico del suo tempo. Il suo romanzo Delfina è sicuramente una delle prime opere letterarie sulla condizione femminile e rispecchia l’anticonformismo e l’atteggiamento di sfida dell’autrice durante il Consolato. Delfina d’Albémar è una giovane vedova di carattere fiero ed indipendente che sfida l’opinione pubblica e ascoltando esclusivamente gli impulsi del cuore ama Leonzio di Mondoville il quale invece tiene in gran conto il giudizio della società. L’atteggiamento sprezzante di Delfina nei confronti della morale tradizionale viene punito con il disprezzo e la sua rivendicazione alla felicità trova compimento nella morte. Il romanzo porta un’epigrafe molto significativa che la dice tutta tanto sulla morale corrente del tempo quanto sul desiderio dell’autrice di riscattare il ruolo femminile: “Un uomo deve saper sfidare l’opinione pubblica, una donna sottomettervisi”. Nel secolo successivo, in pieno Romanticismo, emerse, quale elemento di scandalo nel contesto dell’epoca, una figura di grande importanza, quella della scrittrice George Sand. La condotta libera e l’anticonformismo di Aurore Dupin, questo il suo vero nome, non erano solo un modo di épater le bourgeois, ma una provocazione per affermare il diritto della donna all’indipendenza e alla libertà di manifestarsi.
Fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento tre scrittrici s’imposero in Italia per l’impegno intellettuale teso a destare l’attenzione sulla condizione femminile: Ada Negri, Amalia Guglielminetti e Sibilla Aleramo, ognuna delle quali pose un importante tassello nel vasto mosaico dell’emancipazione della donna. La Negri, prima e unica donna ammessa all’Accademia d’Italia, nasce a Lodi nel 1870, orfana di padre sin dalla primissima infanzia, vive la sua giovinezza dentro il nucleo sociale del proletariato, essendo la madre operaia in una filanda. Cerca di affrancarsi da questo mondo di piccoli lavoratori attraverso lo studio e il matrimonio con un piccolo industriale tessile ma l’estrazione proletaria resta in lei un punto fermo. Ed infatti la sua prima raccolta di poesie, Fatalità, è tutta rivolta al tema della condizione operaia femminile e della sofferenza che ne deriva. Ma già nella seconda scatta una forma di esaltazione per la propria condizione di donna che, superate le leggi delle ipocrite convenzioni, riscatta il proprio ruolo seguendo gli istinti. Spezzato il vincolo matrimoniale e risolto il compito della maternità, la poetessa interrompe la parabola moglie-madre e si avvia ad esprimere il senso cosmico del rapporto uomo-donna. Sebbene inserita in un momento letterario che risente dei modelli estetici dannunziani e quindi legata ad un’esaltazione romantica, Ada Negri afferma la presenza di un mondo femminile che emerge sulla “limitazione che impedisce la piena realizzazione di sé”.
Più che l’emancipazione politica, sociale ed economica, Amalia Guglielminetti rivendica la libertà della donna borghese sul piano del rapporto amoroso dei due sessi. Assumendo una posizione che la mette in polemica col mondo maschile, cerca attraverso la letteratura di imporre un modello di donna che viva le pulsioni dell’eros con sincerità e consapevolezza, in posizione paritaria rispetto all’uomo. Nata a Torino nel 1885 da una famiglia di industriali benestanti, Guglielminetti rimase orfana di padre molto giovane, a lui dedicò la sua raccolta di poesie, Voci di Giovinezza, pubblicata a diciotto anni. Dopo la morte del genitore fu mandata in una scuola religiosa, i cui ricordi ritrasse nella sua seconda raccolta di poesie intitolata Le vergini folli che creò scompiglio nella società benpensante di Torino. Il libro attirò l’attenzione del giovane poeta Guido Gozzano e tra i due iniziò un’ intensa relazione epistolare che ben presto si tramutò in una tormentata storia d’amore. Nel 1909 uscì la terza collezione di poesie, Le seduzioni, con la quale la poetessa costruì la sua fama di donna perversa e sensuale. Questa è la raccolta che definisce maggiormente la Guglielminetti e che sintetizza la sua essenza come “colei che va da sola”. In seguito una tormentata relazione sentimentale con lo scrittore erotico Pitigrilli le causò un collasso nervoso ed un ricovero, esperienze che segnarono per sempre lo stile della poetessa, che da quel momento divenne più duro. Il suo romanzo La rivincita del maschio (1923) fu preso di mira dalla Lega della Pubblica Moralità poiché ritenuto immorale ed osceno.
Più sofferto e vissuto, il romanzo Una donna di Sibilla Aleramo è la confessione aperta della vita della sua autrice fino allo strappo estremo che la consegna ad un ruolo nel quale finalmente non si sente figura di contorno. In questo senso l’impegno della scrittrice non è soltanto di carattere creativo, ma anche morale, sociale e politico e si manifesta come la significazione dell’ansia femminile a vincere la propria condizione limitante. Negli anni del suo apprendistato, Aleramo era stata attiva nel movimento per l’emancipazione della donna, collaborando a riviste e giornali, e partecipando alle campagne per il voto alle donne e per la pace e a quelle contro l’alcolismo, la prostituzione e la tratta delle bianche. Femminista militante, nel suo romanzo mette sotto accusa la società maschilista che non riconosce alla donna nessun genere di autonomia e ne castiga la forza creativa e intellettuale. Nella seconda parte del Novecento la fila delle scrittrici che hanno camminato nel solco delle loro antesignane si è sempre più ingrossata e sarebbe troppo lungo seguirla in questo contesto, ma voglio ricordarne due. La prima è Erica Jong, scrittrice intellettuale malgrado il suo primo libro, Paura di volare, sia stato reclamizzato come prodotto del filone erotico. Jong ha trattato il percorso del femminismo seguendone i vari passaggi: dal primo romanzo, nel quale la protagonista iniziava l’ascesa verso la liberalizzazione del suo “io” tenendo conto della lezione freudiana, a Come salvarsi la vita, sua seconda opera nella quale la stessa protagonista viveva la stagione della responsabile realizzazione di sé, per arrivare al terzo titolo della trilogia, il romanzo Ballata di una donna nel quale Jong figura gli esiti non risolti del femminismo e si pone gli interrogativi del post-femminismo. E vorrei concludere ricordando la scrittrice francese Simone de Beauvoir. Nata a Parigi, fu fra le prime donne a cui venne consentito di completare gli studi all’ École Normale Supérieure. Di provenienza alto-borghese, già dall’adolescenza decide di dedicare la sua vita allo studio e alla scrittura e pertanto sceglierà di non sposarsi e di non avere figli. Legata allo scrittore Jean Paul Sartre, con lui contribuisce allo sviluppo e all’espressione della filosofia esistenzialista. Il suo libro Il secondo sesso, una ricerca nella storia dell’oppressione della donna, è diventato un classico della letteratura del Novecento. In questo libro de Beauvoir presenta, attraverso fonti storiche, letterarie e mitologiche, lo sviluppo dell’oppressione del maschio nei confronti della donna che lo conduce ad un oggettivazione della stessa come norma positiva. La querelle  continuerà, sostiene la scrittrice, finché gli uomini e le donne non si riconosceranno come uguali. Quale dei due sessi desidera maggiormente questa eguaglianza? Ella chiede e si chiede. La donna, che pur aspirando ad emanciparsi desidera tuttavia mantenere i privilegi? O l’uomo che la vuole mantenere nelle sue limitazioni? La verità, conclude, è che se il cerchio vizioso è così duro da rompersi, è perché i due sessi sono ciascuno la vittima dell’altro e di sé.

Anna Maria Bonfiglio

 

 

 

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~A viva voce~

05 sabato Mar 2022

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Ezra Pound

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2022/03/francesca-e.pound_.m4a

 

Francesca

 

Sei emersa dalla notte

con i fiori tra le mani

e sei apparsa nella folla

che chiacchierava intorno a te.

 

Io, che ti ho riconosciuta come luce necessaria

m’infuriavo a sentirti nominare

quasi fossi cosa superflua.

 

Ora vorrei onde azzurre

a rinfrescare la mia mente

che invoca un mondo a seccarsi

come foglia morta

o un guscio di soffione

che si disperde in cielo

così, da ritrovarti ancora,

solamente tu,

tu sola.

 

Ezra Pound, da I Cantos

Traduzione infedele di Francesco Palmieri

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“Oltre il buio della notte” di Paolo Parrini, La Vita Felice, 2019. Una lettura di Rita Bompadre.

28 lunedì Feb 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Tag

Oltre il buio della notte, Paolo Parrini, Recensioni, Rita Bompadre

 

L’opera poetica “Oltre il buio della notte” di Paolo Parrini (La Vita Felice, 2019 pp. 132 € 14.00), spiega, con commovente tenerezza, l’esito toccante ed emozionante della maturità intima dell’autore, suggerisce la celebrazione sensibile del passaggio frantumato dell’anima, nella transitorietà della superficie spirituale, rivela la vitale dissonanza delle incompatibilità umane, abbraccia l’accettazione nel sentimento della compassione, insegue la direzione necessaria per intraprendere un percorso di arricchimento e d’integrazione nella natura umana. Il poeta traduce le parole giunte dall’invocazione metafisica di un luogo trascendente, dove la sensazione persistente di ricevere ospitalità trova la sua accoglienza nell’invisibile osservazione di una convinzione sovrumana, trascende il margine dell’oscurità, ricompone la tensione romantica verso l’infinito, l’esplorazione struggente dell’ultraterreno, l’instabilità fluttuante del frammento d’ombra e della reliquia della luce, la soglia incorporea tra la terra e il cielo. Paolo Parrini protegge la condizione umana posando lo sguardo oltre la suggestione del tempo, coltiva il silenzio introspettivo liberando il contenuto autonomo della poesia, evidenziando l’espressione elegiaca, nell’abitudine poetica di comprendere la vita. Lascia parlare ogni simbolo di somma autenticità, ogni innocente candore delle ferite interiori, raccoglie e ascolta la quiete dei versi. “Oltre il buio della notte” attraversa la consapevolezza di ogni rinascita, il filo del dolore, la capacità sublime di ammettere ogni piccola morte quotidiana, decifra la voce della vita, è strumento di redenzione. Le ferite decantano l’intervallo istintivo per rimarginarsi e nel ricordo della sofferenza lacerano la bruciante desolazione. La poesia viene in soccorso al poeta, perché assiste la corrente dei versi, attenua l’ambiguità dell’inconsistenza, donando all’individualità della coscienza l’universalità del sentire. I versi delicati di Paolo Parrini alimentano il dialogo dell’amore, nel suo significato compiuto, nell’ispirazione infiammata dalla finalità di comunicare l’indefinibile rapimento di azzardo e di saggezza. Difendono la stabilità della dignità affettiva, conservano il segno rappresentativo dell’umanità, colgono l’isolamento della solitudine e trasformano la dissolvenza delle mancanze. L’orientamento elegiaco del linguaggio limpido e incisivo convince l’apertura alla speranza, promuove la distinzione del disagio a miracoloso motivo di reazione, nutre l’inconscia spontaneità della memoria. La sfumatura delle immagini rievocate intona la sequenza dei frammenti emotivi ereditati nel vissuto, dilata la capacità di essere solidale con i propri riconoscibili conflitti, allontana gli ostacoli e i drammatici enigmi degli anni, accompagna l’esitante cammino delle stagioni, rivolgendo, con tenacia, contro le ostilità, una pura esortazione alla vita.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

*

Accoglimi

 

Ci riconosceranno le stelle

manto pietoso al nostro passare

avremo ali nuove e voci da ascoltare.

Dentro tutti i nostri voli

sulle pendici dei monti mai scalati

sarà doloroso e raro

il pentimento di non aver vissuto

un moto come onda che freme

turbamento liquido al domani.

Altre mani attendono il ritorno;

avremo un cielo cupo

o forse un nuovo giorno

per dissetar la sete

ma intanto accoglimi

lasciami cantare, d’un albore nuovo

a incenerire il sole.

 

————————–

 

Neve di gennaio

 

Dammi la mano

mentre sbocci e sorridi

se chini il capo, dammi la mano.

Sai di neve

di strada e di bianco

che abbaglia,

sai di gennaio che stride

del vento d’inverno

e del mare di novembre.

Occhi di steppe e Siberie

caldi di fuoco abbraccio e rifugio.

 

Dammi la mano,

una volta ancora scoprimi.

Con te iniziai a vivere

ogni giorno rinnovi il mio cuore

tu, perduta e infinita

ramo di pesco e profumo di vita.

Coglimi come frutto

poi incamminati piano

seguirò la tua scia inebriandomi.

 

——————————

 

L’eco d’una voce

 

Mi resta la sua voce

per poco temo

perché le curve e i dossi

divoreranno il suono

le buche da saltare

feriranno gli occhi

e la neve sarà sudario

a coprire l’odore, il respiro.

Ogni sera che verrà

avrà il colore della tua voce

nel freddo senza tempo

annegherò le mie parole.

 

————————-

 

Gli abiti della memoria

 

Dentro gli armadi

abiti dimenticati aspettano

sono come sillabe senza memoria

voci trattenute e odori di vita.

Invocano età passate

e fiori bruciati

nel tempo che stride.

In ogni piega risplende una lacrima

sopravvivono a chi li indossò

lasciano aloni di fuoco e di cenere.

La notte i morti vengono a trovarli.

Sono gli abiti di chi più non è

ma hanno il profumo della vita che è stata.

Un camposanto senza lapidi

tra il frusciare dei rami.

 

———————

 

Mezzanotte

 

Se la vita è una ricerca

se le ore battono il rintocco

sulla pelle

lasciami questa mezzanotte di stelle spente

il mormorio che innamora il cielo e il sole

 

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