
Vecchia contadina, Renato Guttuso, 1949
02 venerdì Nov 2018
Posted in LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

Vecchia contadina, Renato Guttuso, 1949
29 lunedì Ott 2018
Posted in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
STEFANO DI UBALDO
Una scelta tra luci e ombre
Ogni scelta è una storia
sul filo di lana
contorto in matassa:
non c’è ragione
che si dipani
senza un telaio
di molte mani;
alla ricerca
di capi sciolti,
ci vanno in tanti
per varia sorte,
forse chiamati
dai bassifondi,
a scovar luce
laddove è nera
la superficie
che sa assorbirla,
ma non mostrarla,
come un riflesso,
all’ombra incerta
che le sta intorno.
22 lunedì Ott 2018
Posted in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
VALERIO SUCCI
III
Le mezze stagioni sono scomparse, si sa
il clima è impazzito, manicomio
temperature dal deserto al polo, un attimo.
Questo forse scombussola i giovani
oramai disorientati, bandiere al vento
oggi dunque coi comunisti, (finta) Resistenza
invocando la legalizzazione, mille pseudo-rivolte
in piazze gremite, aggiornamento social.
Poi la brezza, migrazione a destra
all’attacco dei neri, Tutti a casa loro
ecco l’esercito dei veementi nazi, patriottici (?).
Le mezze stagioni, come i valori, dimenticate
impazzita è la società, bomba in detonazione
mutevole pari al vento, segue ogni direzione.
08 lunedì Ott 2018
Posted in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
GUGLIELMO APRILE
Congedo tardivo
Datemi una valida scusa per restare,
che compensi
la troppa acqua fredda accumulata nelle ossa
e la scarsa ossigenazione degli ambienti,
i rischi di embolia
nel raccogliere monete da sotto il letto;
questo regno dei cieli quando arriva,
in ogni fine c’è una liberazione,
sono impaziente di restituire
gli oggetti ricevuti in prestito,
spero di lasciare questo albergo sgraziato
al più presto.
***
30 domenica Set 2018
Posted in Poesie, SINE LIMINE
Hai il passo sicuro del padrone delle parole
e il tono di chi non le ha comprate
né avute in omaggio
È evidente che con le tue stesse mani
le hai scavate dalla terra
che tra i sassi che tentavano una strenua resistenza
le hai liberate dalla paralisi della zolla
è certo che le hai estratte
da dentro la roccia più dura
e che trovandoci dell’acqua
ne hai distillata qualcuna più pura
Che dirti? Sei bello. Puoi fermarti.
Non venderò la mia anima
non l’ho venduta mai
Mi tengo i miei balbettii
01 sabato Set 2018
Posted in Appunti letterari, LETTERATURA, Poesie
Limina Mundi riprende la sua programmazione ordinaria con la pubblicazione di un celebre testo di Eugenio Montale dedicato all’estate e tratto dalla raccolta Ossi di seppia. Il poeta descrive il paesaggio ligure assolato e riarso dal sole durante le ore più calde di un pomeriggio estivo. Gli elementi della natura diventano emblemi della sofferenza e del male di vivere che accomuna tutte le creature: il frusciare delle serpi, il movimento incessante delle formiche, il suono quasi metallico del mare sono tutte espressioni del brancolare privo di senso, dietro le quali si annida prepotentemente il nulla. Lo stesso vivere è come camminare costeggiando un muro invalicabile, che ha in cima “cocci aguzzi di bottiglia”, si mette in evidenza così l’impossibilità di sfiorare e comprendere il vero senso dell’esistenza. Meriggiare è il primo di una lunga serie di infiniti e forme impersonali come “ascoltare” “Osservare”, “andando”, “sentire”, “seguitare” che ricorrono nel componimento, per rappresentare una situazione di desolante staticità. I suoni aspri e secchi della c velare, della s e della r insieme al gruppo gl (“abbaglia”, “meraviglia”, “travaglio”, “muraglia”, “bottiglia”) che ricorrono per tutta la poesia, ricordano le scelte stilistiche dell’Alighieri delle “rime petrose”. L’immagine del muro è qualcosa di invalicabile, più che ad una barriera fisica si fa riferimento ad una condizione metafisica ed esistenziale. La poesia si compone di tre quartine e una strofa conclusiva di cinque versi (di varia misura, dall’endecasillabo al novenario) con rime secondo lo schema: AABB CDCD EEFF GHIGH.

foto di Deborah Mega
Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
EUGENIO MONTALE, da Ossi di seppia
29 venerdì Giu 2018
Posted in Canto presente, LETTERATURA
Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di
LEOPOLDO ATTOLICO
MITICO PEPPINO
“Quando il pettine si riempirà di nodi
vorrà dire che tutti i nodi son venuti al pettine!”
vaticinava acutamente Giuseppe Conte
di fronte a una platea che pendeva dalle sue labbra
tutta tesa a capire dove andava a parare
la latitanza di quel significante
travestito da espressione figurata
non precisamente affascinante.
Ma il mitico Giuseppe
non amava decriptare le sue agudezas desultorie.
Una scontrosa passione per la condizione umana
gli dettava allarmanti così è se vi pare
da esplicitare solo alla fine
nei tempi lunghi dell’altrui pazienza;
e passò oltre, lasciando lo scoppio ritardato
drammaticamente in balìa di matasse di sebo
gordianerie e untuosità varie
IL ROSARIO DELLE VECCHIETTE
Se nunc et in hora
diventa ‘ncatanòra
è scorbuto celeste
ma anche picco Dada di grande suggestione.
Lo sanno le fiammelle delle candele
nel divertito tremore
che sposa il fai da te del latinorum
al top dell’invenzione verbale
(s)conciata per le feste
CRISI DI COPPIA A CANALE CINQUE
Il plusvalore è evidente:
la terapia del valzer travolgente
è avallata dalla brava presentatrice (?!)
e il tubo catodico è il garante
Ben venga quindi la metafora della danza
per proporre una strategia di coppia:
danzare insieme
tra comunicazione conflitto e mediazione !
(Se proprio non funziona
c’è la Sacra Rota di Sua Santità
che risolve
con la modica quantità
dell’obliterazione)
PRECARIATO E PRODUZIONE DI REDDITO
Anche se è un segnale (non positivo)
di contaminazione dal basso
di pensieri e parole che dovrebbero volare alto,
l’ultima ratio declinata da Celeste
ha margini d’inchiostro inattaccabili:
-non si può continuare a infiorare di addendi la morale.
Bando a prospettive opache e ansiogene.
Il mio fondoschiena vale più di due lauree
GRANDE STATISTA
Con il bon ton municipale
del buon padre di famiglia
ha depenalizzato il falso in bilancio.
Ma non è più creatività d’alto profilo
il fai da te quando consuona
con la questione morale arresa all’elettronica:
se un tempo si parlava con la propria coscienza
oggi ci trovi la segreteria telefonica
IN PARADISO SENZA REDENZIONE
No, non ho il destro
per denuncià ‘sto sinistro;
non ho cuore, davvero.
(Ma lei, il bolide trasgredente
che ci faceva piangente
bellissima e senza patente
a quell’ora di notte?)
Ora che nel cotidie
la menzogna macchia le parole
e tutto sembra fugace e feroce,
può anche accadere che una inezia di dismisura innocente
mi mandi dritto in Paradiso
senza soste intermedie:
“perdono,signore…”
In “La realtà sofferta del comico”, Aìsara, 2009
18 lunedì Giu 2018
Posted in Canto presente, LETTERATURA
Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:
CHRISTIAN TITO
Facebook mi informa che a Nizza
i miei amici sono vivi,
i morti e i feriti sono altri
a Manchester la posizione dell’ordigno
conferma che il bersaglio erano i bambini
“Dio voleva questo” dice spesso chi uccide,
qualcun altro invece afferma
che è Satana a volerlo
difficile capire di chi sia l’intelligenza delle bombe
un giorno un uomo ha scelto di guidare un camion
per schiacciare altri uomini intenti a passeggiare
un altro giorno un altro uomo ha scelto
di costruire un ordigno pieno di chiodi
per fare a pezzi dei bambini
che siano riferite a Dio o al suo Nemico
niente appare nuovo sotto il sole.
*
Fermato in Viale Stelvio angolo Farini
molestava peruviana dicendo bella troia
lo portano in reparto alle quattro del mattino
urla gobbi di merda brutte merde bianconere
due infermieri lo cingono decisi
scalcia morde urla forza Milan
gli infilzano una siringa di aloperidolo nel fianco
forza Milan forza Milan merdosi gobbi di merda
ferma le gambe
poi le braccia
poi i pensieri
spariscono i cattivi bianconeri
“ho detto solo bella troia
non brutta troia
brutta lo dicono i cattivi
sono loro che dovete fermare”
si mette a dormire
io non dormo più.
*
Da dove sto scrivendo
Nel ginepraio di via Dino Villani numero 3
cerco Alessandro il matto
quello grasso e le infradito anche in gennaio
lo cerco quando è sera
e il fiato fuma
e i nomi sui citofoni sono segni fracassati
allora entro
tento dentro
ogni scala è un segreto che collassa
eppure chi cerco esiste
e quello che cerco per esistere
vuole essere cercato
salgo ad ogni piano e busso
“Alessandro, sono il farmacista
abbiamo sbagliato a darti le compresse
dobbiamo cambiarle Alessandro”
lui apre al sesto piano
coi piedi scalzi e le caviglie gonfie
con le unghie nere e un Modigliani al muro
e c’è odore di brodo
e ci sono macchie rosse sulla canottiera
sarà sugo spero
“Alessandro è sugo, vero?”
è vero
è tutto vero
lo capisco qui
qual è il mio mestiere:
sbagliare per uscire
per entrare nelle case
per uscire dalla casa
a fianco a Modigliani una donna
– è la mamma era qui
ora è sul muro
ora
incastrato tra le mura ci sono io-
“sì ci sei tu Alessandro
non io
non più
ciao Alessandro
vado”.
*
Da bambini giocavamo a calcio dappertutto
spostavamo persino siringhe
temendo unicamente di bucare il pallone
in campagna con Nico finivamo spesso
coi ginocchi insanguinati,
ma eravamo felici
il nostro gioco non poteva finire
ricordo Emanuele, lo stopper,
non era un fenomeno
se non nel tenere alto il morale di tutti
prendeva in giro anche il padre eterno
il fruttivendolo un giorno non l’aveva capito
così prese un peso da un chilo
e gli sfondò la testa
il gioco di Emanuele finì così
il nostro dura tutt’oggi
talvolta ancora sangue
ma non dalle ginocchia
certe volte, ancora oggi, siamo felici.
*
Forse noi no, ma lo sanno i nostri corpi
della violenza imposta su di tutti
lo sa bene la pelle
che si sfalda in mille croste
e le nostre colonne e le vertebre e i dischi
che tentano la fuga persino dalle ossa,
ne hanno forte percezione i nostri stomaci
bucati dagli acidi in eccesso
non esagerava il poeta nell’esporre le sevizie,
la merda ingoiata per il piacere dei mostri.
Forse voi no, ma io so cosa compriamo
per mettere tutto a tacere,
come si usa la chimica
sulla coscienza dei corpi,
come spegniamo la luce ai bambini
quando hanno ancora gli occhi aperti.
*
Ti daranno infinite occasioni per piegarti
e tu non ti piegare,
basterà uno sguardo a certe facce
per sentire minacciata la tua fede,
ma tu credi, credi sempre figlio mio,
e non credere che ogni credo poi non muti,
ma dentro quel mutare qualcosa si conserva:
quel passarci dentro agli occhi un po’ di luce,
quel dirti a bassa voce solamente che ci siamo,
che per te volevamo solo esserci
e, miracolosamente,
nel miracolo della tua vita,
per un po’
ci siamo stati.
*
Oggi diciassette febbraio dell’anno duemilaquindici
la terra ruota sotto le nostre suole
e mentre gira e tutti noi giriamo
sento il battito del mio secondo figlio
perso dentro quel ritmo penso al mio amico
ha un tumore al di sotto del cranio
perso
penso
prego che tra non molto
mani di uomini esperti,
ma spero anche buoni,
estraggano la vita dal ventre di mia moglie
e la morte dal cervello del mio amico
lui di figli ne ha già due
e i padri buoni sono pochi.
03 domenica Giu 2018
Posted in Parole di donna, Poesie, SINE LIMINE
La pece che sale
che incolla i piedi alla terra
percorre le gambe
circonda ginocchia
abbraccia le cosce
si abbiglia sui fianchi
si stringe alla vita
si inerpica al torace
cattura le braccia
raggiunge le spalle
si arrotola al collo come fosse una sciarpa
carezza vischiosa il mento e le guance
ti bacia le labbra
la pece dell’odio
che spezza il respiro
chiude gli occhi, li nega
assorbe la vita
la ruba, la toglie
meglio che boia
dentro la propria casa
sarò sconfitta vittima inerme
ma bianca, sia pure di ossa spolpate
dall’urgenza di strapparmi dal nero dell’odio
13 domenica Mag 2018
Posted in Poesie

Bernardino Luini, Madonna del Roseto, 1510
Chiede Lilì: “Ma dimmi, babbo mio,
come hai potuto indovinar da te,
proprio la mamma che volevo io,
proprio la mamma che va ben per me?”
Lina Schwarz
Sono madre: il tuo trampolino per il salto
Sono madre: il tuo trampolino per il salto.
Dove tuffarti devi saperlo da te.
Io guarderò il tuo avvitamento
sarà comunque perfetto
anche tra gli schizzi più alti
e insubordinati.
Non farti troppo male, se puoi.
Disinfettante e cerotti
qui per te non mancheranno mai.
Sbagliare, ferirti, fallire
tutto ti è consentito.
Riuscire, centrare il bersaglio, vincere
tutto ti è permesso.
Sono madre, la lettera iniziale è minuscola
e non è un caso.
Alessandra Fanti

Farsi madre è per ali forti
Farsi madre è per ali forti
farsi madre come cagna
o gatta per la salda presa
del collare per la lingua
che al caldo della cuccia
lecca ruvida di spugna
il pelo ai corpicini.
Farsi madre
di mammelle e latte
pancia utero vagina
tra le zampe soffici di piume
per la cova delle uova
nella paglia il guscio rotto
la placenta amniotica
l’albume.
E sono belli i pulcini
vividi di giallo alti snelli
con o senza barba
con gli occhi chiusi sulla strada
prodighi di tempo e sonno
madre ti dico nella conta
di tazze salici staffette
notti innevate transazioni
nell’attesa del decollo
oltre il nido l’ingresso
l’illuminazione.
Loredana Semantica


Mi hai sottratto presto il tuo corpo
Mi hai sottratto presto il tuo corpo
l’hai sottratto alle mie mani accudenti
hai imparato presto a lavarti, a vestirti
e già mangiavi da sola quando sei nata
nella tua casa nostra.
Era troppo abitare nelle nostre vite
per te abituata ad essere di nessuno?
Credo sia stata una fatica dura
per te bambina forte di mancanze antiche.
Poi sei tornata a me per abbracciarmi
madre bambina di me bambina madre
nonostante gli anni passati a salvarmi
dal non amore con amori santi.
Avevo una lezione da imparare
avevo da scoprire la distanza adatta
per essere vicina senza soffocare.
E tu, nascosto il corpo, ti sei fatta presente
tempo da dove non scappare
materia ad aumentare
respiro spiato la notte
risate e scoperte da far figliare.
Alessandra Fanti

M.A.D.R.E.
Mediatrice
Attenta
Disincantata
Rimani
Essenza.
Io.
Ribelle
Indomita
Troppo
Ancora
Figlia.
Maria Rita Orlando

Lettera a mia madre
Sono arrivato a pensare ai tuoi ricordi e a toccarli
a cosa sarà della tua memoria quando non ci sarai.
Me lo hai fatto capire quando li hai messi in fila
e ancora una volta sei andata più in là nel tempo
arrivando a prima di quando ero bambino
al mondo di prima che io venissi al mondo
-è esistito!- mi hai detto.
Ci sono persone che spingono per farsi ricordare
e bussano alla tua memoria tutte le notti
ti chiedono quell’aiuto che ormai non puoi più dargli.
Mi hai detto che sei andata a cercarle nei vicoli
che hai setacciato i semi che tuo padre comprava
e di un piccolo furto ordito con tua sorella
dove avevate rubato due lire a tua madre.
E io come figlio ho pensato
alle piccole e grandi cose che devo averti rubato.
Ma i tuoi ricordi sono più grandi dei miei
e corrono nella tua testa veloci
ti fanno ritornare nei luoghi dove nessuno può andare
donano una nuova luce ai tuoi occhi ciechi.
Ti sei fatta ascoltare anche sapendo che magari
non ti avrei ascoltato con l’attenzione che richiedevi.
Abbiamo questo tempo consumato e riparatore
che ricuce le diverse trame di tessuti dimenticati
e a incollare il vaso si rischia di vedervi altri disegni
rovistando gli angoli bui che sanno solo i sogni.
Mi hai parlato di almeno un migliaio di scandali
e di cose che si lasciano in deposito
perché le godano gli altri che vengono.
E tutta quella roba che arrivava nella tua testa
io non sapevo dove metterla e cosa farne.
Come sempre e come tutti non ho saputo trarre profitto
della carne delle generazioni venute prima della mia.
E allora devo aver pensato anche a quello che lascerò io
se i miei figli mi ascolteranno quando sarà il momento
se avrò il tempo di farlo e se riuscirò a scandire gli attimi
come hai fatto tu senza aver trovato un interlocutore credibile.
Ma devo aver capito che parlavi più a te stessa che a me
ti confessavi e rimpiangevi amori e morti
e loro ti ripagavano con parole e volti
nella fuga delle storie avvenute o immaginate.
Avevi il bisogno di parlare che solo i vecchi hanno
e che pochi sanno esprimere in pieno.
Sorprende il grande silenzio di non sapere più dire nulla
e il non sapere più farsi ascoltare.
E noi sempre a valutare se poi vale la pena
stare a parlare con qualcuno, fosse pure nostro figlio
sangue del sangue , seme del seme.
Francesco Tontoli

L’immagine della rosa che funge da divisorio tra le poesie è una creazione di Maria Rita Orlando. PER FESTEGGIARE INSIEME LE NOSTRE MAMME, INVITIAMO GLI AMICI POETI A INVIARE ALLA NOSTRA MAIL liminamundi@gmail.com, ENTRO LA MEZZANOTTE DI OGGI, UNA POESIA SUL TEMA DELLA MATERNITA’.
10 giovedì Mag 2018
Posted in LETTERATURA, uNa PoESia A cAsO
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.
Oggi è la volta di Nazim Hikmet
Ti sei stancata di portare il mio peso
ti sei stancata delle mie mani
dei miei occhi della mia ombra
le mie parole erano incendi
le mie parole erano pozzi profondi
verrà un giorno improvvisamente
sentirai dentro di te
le orme dei miei passi
che si allontano
e quel peso sarà il più grave
12 giovedì Apr 2018
Posted in LETTERATURA, uNa PoESia A cAsO
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.
Oggi è la volta di Jack Kerouac
47° Coro
I bambini nati urlando
in questa città
sono miserevoli esempi
di quel che accade
ovunque.
Essere pazzo
è l’ultimo dei miei crucci.
Ora il sole va giù
nella vecchia San Fran
le colline sono un velo
di nebbia pomeridiana
passano curvi e rinsecchiti
i Greci per la Burroughs
i cappelli di feltro grigio
costosamente perla
coprono teste ossute di dolore.
05 giovedì Apr 2018
Posted in Canto presente, LETTERATURA
Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:
IOLE TOINI
Giallo e pastore
Lo abbiamo incontrato dove il sentiero si apriva,
l’uomo delle pecore ci ha detto “è uguale”
potevamo passare davanti alla sua cascina
o prendere l’altro appena sotto,
“portano tutti e due dalla stessa parte”.
Poi ci ha raggiunto più in alto.
Stavamo raccogliendo tarassaco per farne miele.
Ci ha salutato come ritrovasse vecchi amici;
ci ha chiesto cosa ne facevamo di quei fiori così
ovvi per il prato, speciali per noi che avevamo
quel dolore nel petto. “Il miele” ho risposto
“e come si fa poi questo miele…?”
era una cosa che proprio lui non sapeva, ha detto.
Intanto gli alberi ingrandivano il pensiero
che credeva alle parole dell’erba e delle pietre,
dicevano “senti?, lo senti quanto è
poco ciò che vedi?”… e una folla di sangue si accalcava
verso l’altro posto.
Per quanto cuore cercassi, non ne avevo abbastanza
per tutto quel blu, per i prati, le foglie
e rami e rovi e girandole di bene
mi fischiavano nel petto come frecce.
Il sole cadeva dalla cima di cose altissime
e cadeva dalla croce del petto del pastore,
gialla come il tarassaco e lui era vero
bene che potevo vedere così
di terra e odore di pecora
che mi faceva gran male il cuore.
Scendendo a valle di nuovo ci siamo salutati ormai amici.
Piovigginava; aveva la gerla a spalle;
le pecore sono scappate come ragazzette,
“… fanno così …non sono abituate a vedere gente …”.
Gli ho chiesto se potevo scattare una foto,
lui ha alzato lo spalle e si è girato verso le pecore.
“Pensavo che la facevi a loro …”, “a te”, ho risposto,
ha sorriso con la sua bocca sdentata e si è messo in posa.
Poi ha alzato il braccio in segno di saluto, è corso dalle sue pecore.
Ciao pastore, ciao.
*
8 dicembre
Mio padre cammina davanti a me.
Piove, l’acqua gli gocciola sulla giacca. Nell’atrio se la scrolla.
Poca gente. È l’Immacolata e i parenti sono a casa,
i piedi allungati al divano. Spenti, ciechi, morti. I corridoi
degli ospedali sono immensi. Hanno passi di colpe antiche.
“Che corridoi!”, fa mio padre con l’ingenuità che
riconosce potenza allo spazio. Una donna in vestaglia
ci spia dall’angolo della sua camera.
L’azzurro dei muri sfila come una diapositiva.
Mia madre ci viene incontro; sembra felice.
Mi abbraccia e mi bacia.
Due giorni che è qui e tutto il male si è sciolto
sotto i piedi, la paura sturata via dal midollo.
Reparto psichiatria.
Quattro letti in una stanza.
Niente cucchiaini dentro al bicchiere del te, niente
maniglie alle finestre, cinture nelle vestaglie.
Cotone che vola.
Nel letto di fianco dorme una ragazza.
Ha il viso macchiato di acne.
“Non vuole andare a casa…”, sussurra mia madre,
“È straniera…” , “…una rumena…”
Ed è come dicesse una puttana.
Di fronte, un’altra donna. Leggera. Bianca.
Si muove fra la stanza e il bagno.
La tristezza le scende dai capelli.
“E’ la terza volta che la ricoverano… “
“… a casa ha un uomo… ““… che la picchia… “
“… ma torna da lui ogni volta…” .
Guardo a terra come cercassi oro.
Mia madre sorride, si aggiusta le lenzuola.
Mio padre schiarisce la voce, le chiede delle sue cure.
Lei non è malata nella testa, dice, non è “tocca”, e ride
mentre si picchetta le tempie, ride come uno scoiattolo.
La guardo; penso che il suo male si è perso dietro il ventricolo destro,
dopo il ventricolo sinistro, più in là.
Dal corridoio arrivano grida.
“Fa sempre così….” , mia madre si agita nel letto,
“..io non l’ho mai visto…”
si guarda intorno, sembra parlare a qualcuno, da qualche parte, lontano
“… lo legano al letto… lo sedano …”
prende una caramella dal cassetto.
La succhia con gusto.
“Ma in fondo qui è meglio che in altri reparti…”.
*
La sposa turca (*)
Non vistosa, nera, leggera,
sorrideva, tirava di coca con lui
turco sposato per caso, Cahit,
una gabbia malata d’amore della sua gabbia
turco tedesco di Istanbul e Sibel
sua moglie per caso la notte ballava si faceva
scopare per andare lontano
dai suoi fino a che lui la vede
uccide l’uomo che lei vuole
entra in galera lei si taglia le vene il film si mangia lo schermo entra lo stomaco
quel fatto che niente ha direzione se non la disgregazione
la lotta: restare.
Sibel non è bella
Cahit è alcolizzato
tira di naso e scopa e sputa
si muove come una tigre
ti mangia via gli occhi
fa entrare il suo cuore
mi innamoro di Sibel
di quella dolcezza terrificante
che mette gli occhiali ma nuda
è la pura belva d’amore
e poi finisce.
è così.
(*) liberamente ispirato dall’omonimo film
02 lunedì Apr 2018
Posted in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
ADUA BIAGIOLI SPADI
***
Sempre la fragilità si dirige sommessa alla deriva
nello slaccio d’abbandono del sentire,
è la lacrima a cogliere la perfetta stanza
della noncuranza,
incauto nascondiglio della goccia
il passaggio della scesa,
là dove l’arrestarsi precede il dardo, la caduta
l’affidarsi estremo, disorientato abbraccio.
***
Ci vogliamo esatti
se siamo un connubio di ortiche
sfiorati negli angoli e punti
consapevoli del tedio
sulle mani nessuno ci coglie più.
Non siamo i fiori del gelsomino garbato
allungati per necessità ci rinnova l’acqua battesimale
eppure
siamo riflessi felici delle felci,
così fa il tempo con le nostre mancanze
offre ancora motivi per farci riconoscere.
***
Mi lascio sfogliare da un flusso smisurato,
sono le betulle fuori operanti e timide
a contare le strette di mano e i fallimenti,
sirene inabissate tormentano l’infinito
sei tu il rigo informe dell’acqua dove affollano i versi
quei lontani orizzonti di fluidi e materie,
lo sconfinarsi umano della possibilità.
***
Strilla il campo al canto dell’usignolo
quando lascia impronte sulle terre fresche
annotta a Est la danza delle barche
quando lo stormo dei susini saluta le nostre ciglia
bianche sono l’aria le tue mani e il giglio di Ophelia
svela il sogno seducente delle perle,
è troppo blu lo scarto fra le dighe al vento
quando ci si lascia così senza una parola buona,
la città è perduta forse
ma non per chi si ama per sempre.
***
Perdersi non più,
ti cercherò altrove
oltre il tempo di un sovvertito spazio
di improbabili equilibri.
Il divenire è evoluzione,
meta umana della genesi.
***
Gli occhiali si sono plasmati al naso
annegati nell’impulso del gesto rarefatto
lentamente
non ce ne siamo accorte mai e ora siamo tornate fragili
siamo passate per la semioscurità delle stanze aperte ai mari grandi
ingoiati dai delfini, navi senza àncora.
Mi lascerai il mistero del mondo, di questo ne ho coscienza
un pulito labirinto nell’ultimo cerchio indistinto.
Quando sarò infine io quel buio, ti cercherò incisa nel sangue.
***
Gli incontri sono avventi afferrati in volo
sguardi-luce tenuti stretti in un carpe diem,
eppure a volte
sulle nostre verità si allungano i capelli delle ombre.
Non saprò più niente delle strade oltre i cancelli
degli scatti in bianco e in nero dei tuoi viaggi
degli occhi miopi,
il tempo ci disarma, ha la forza dell’unire e del dividere
porta via il pensiero e lascia quieti
memoria dimenticata, digiuni eppure senza fame.
Testi tratti da Il tratto dell’estensione, La Vita Felice.
01 domenica Apr 2018
Posted in LETTERATURA, Poesie

La Crocifissione bianca di Marc Chagall
Pasqua ventosa che sali ai crocifissi
con tutto il tuo pallore disperato,
dov’è il crudo preludio del sole?
E la rosa la vaga profezia?
Dagli orti di marmo
ecco l’agnello flagellato
a brucare scarsa primavera
e illumina i mali dei morti
pasqua ventosa che i mali fa più acuti
E se è vero che oppresso mi composero
a questo tempo vuoto
per l’esaltazione del domani,
ho tanto desiderato
questa ghirlanda di vento e di sale
queste pendici che lenirono
il mio corpo ferita di cristallo;
ho consumato purissimo pane
Discrete febbri screpolano la luce
di tutte le pendici della pasqua,
svenano il vino gelido dell’odio;
è mia questa inquieta
Gerusalemme di residue nevi,
il belletto s’accumula nelle
stanze nelle gabbie spalancate
dove grandi uccelli covarono
colori d’uova e di rosei regali,
e il cielo e il mondo è l’indegno sacrario
dei propri lievi silenzi.
Crocifissa ai raggi ultimi è l’ombra
le bocche non sono che sangue
i cuori non sono che neve
le mani sono immagini
inferme della sera
che miti vittime cela nel seno.
Andrea Zanzotto
29 giovedì Mar 2018
Posted in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
REINHARD CHRISTANELL
Del segno / Vom Zeichen
Del segno rimane
Sul foglio
Come pozza secca
Sul terreno
Attorno alla Lupa
Il sottile diniego:
Non vedo non
Parlo non prego.
*
Vom Zeichen bleibt
Auf dem Blatt
Gleich ausgetrockneter Lache
Auf dem Weg
Zur Lupa nur
Die herbe Verneinung:
Kein Blick kein Wort kein
Gebet.
(Dopo una notte di pioggia alla Lupa).
Ficu rinnia
Nel tuo fiore
Vedo dell’antico
Mondo lo splendore.
Nopal il tuo
Nome vero, orgoglio
Sacro dell’azteco
Impero e ora
Sotto mentite spoglie
Re incontrastato
Del mio immaginario
Giardino trasognato.
(Osservando i fiori gialli di un fico d’India).
Isola del domani
Se dev’essere sia.
Nelle tue mani
Nei tuoi orizzonti.
Ed anche nella tua
Storia. Non scavare.
Non raccogliere reperti.
Vivi in superficie.
Pietra. Coccio.
Freccia appuntita.
Isola del domani.
Spesse mura intatte
Nella memoria.
Lasciami entrare
Nei tuoi pensieri.
Per dimenticare
Che non saremo mai
Stati uomini veri.
(Lungo la strada punica tra Mozia e Birgi).
Nulla / Kein Blatt
Spoglio
Il cielo e solo
In me il ritroso
Nulla.
*
Kein Blatt
Am Himmel nur
Kahl das scheue
Nichts.
Le mura di Mozia
Pochi siamo noi
Qui sulle rive
Lo sguardo aperto agli orizzonti
Delle spoglie mura
Di Mozia e pietre
Rotte come mani
Trafitte dai sogni
Da realizzare…
Ora chiama piccola
Dea la tua voce
Dall’isola felice
Nubi cacciate
Dietro il sole
Come la nostra
Anima nei colori
Del silenzio…
E nel bianco
Del sale il tramonto
Spegne le sfumature
Di mille pensieri
Tanit dea lunare
È un freddo vento
Che scioglie
Le nostre paure.
Notte fenicia
Tu sei il cuore
Del fuoco il calore
Freddo portato via
Dal tempo nelle nuvole
Verso l’orizzonte
Una vela irraggiungibile
Risorgi ogni sera
Dalle tue ceneri
Eterna notte fenicia.
E ai margini
Del tramonto lasci
Che un uccello immobile
Sia nero specchio
Della tua anima
Perché qui siamo
Figli del perdono
E invisibile mano
Del solo creatore.
Un luogo in fondo al mare
Nel porto ciascuno
Infine lascia
La propria piccola
O grande imbarcazione.
Dove poi si vada
Nessuno lo sa. C’è chi
Parla di un luogo
In fondo al mare e
Chi invece propende
Per le inafferrabili nuvole.
Poco cambia. Restano
Sole le barche
A specchiarsi notte
E giorno nello Stagnone
E sembra proprio
Non attendano niente
Se non l’eterno
Ritorno del sole morente.
(Tramonto al porticciolo di Birgi).
Testi tratti da Mothia / poesie da un luogo di mare, Edizioni La Zisa
19 lunedì Mar 2018
Posted in Canto presente, LETTERATURA
Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:
Viola Amarelli
la morbida, l’ansa di
vaso e di fiume serpeggia nel sacro
del vedo – non vedo, nel
dopo correggi nel fianco
col giro, le curve
tratteggio di punti riprendi ricuci
nozioni d’infanzia, a chiudere il tondo nel circolo
a valle, nel dopo lo spezzi, ci provi, il gas dell’elettrico
le vie degli ormoni, i bronchi cipressi
recessi interrotti, la linea di fuga
sparisce ogni volta.
***
schiumaglia, brodaglia
raggruma, s’aggrossa
impazza, arruffiana
s’allazza, la razza
non schiatta, schiattiglia
ed arriglia, rimbroda e rischiuma
costante zantraglia
rigonfia e disfatta,
t’alletta, t’accatta
vorrebbe, le nuove, le vecchie
le prede vendute, per finta per gioco
l’atroce che chiamano vita,
quest’afona voce.
***
(il discorso del re)
Analogite, se potesse lo direbbe
Con la pece tra i denti, le piume sui capelli
Da morti quale pace, corruzione
Di carni alle braci
Le orecchie vuote
La spirale logaritmica conchiglia
Tendini per legacci, budella
Per sacchi
Tutti tubi, tutti vuoti
Calcina per carceri
Ammucchiate, se potesse lo direbbe, le
Conserve di midollo e frattaglie
Il cibo per carestie, per
L’ingoio nel buco
Molto semplice, a pensarci, se potesse
Impasterebbe le ceneri cremate
Creta per nuovi figuranti
Manigoldi e depressi
Il popolo che ressi.
08 giovedì Mar 2018
Posted in Canto presente, LETTERATURA
Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:
Daìta Martinez
{ tre ore }
distillata contrazione
il tempo del supplizio
al richiamo contratto
era firenze
il giorno ingollato allo spanno del tuo respiro
ode di stili attenti sulla logica del seno
rinvenuta indulgenza di luglio
era il tramonto ed era l’alba
quel cenno osato sull’altare del borgo
passato di noi – amanti sorgenti
{ tre ore }
anamnesi variabile
la sosta convulsa
dal mento fuggiasca
era firenze
l’ipotesi sequestrata alla notte del mio errare
ambulante stupore sull’innesto dei capelli
smarriti al mercato disfatto
era senno ed era insania
quel bacio riempito sul rilievo del piede
silloge di noi – concetti sedotti
*
. allattari cu l’occhi
lu nidu du jardinu
appuiatu picciriddu nto funnu
di li vrazza .
. allattare con gli occhi / il nido del giardino / appoggiato bambino nel fondo / delle braccia .
*
precipita :
sotto appena lo squarcio degli oleandri
seguendo il mutare del violino
fili merlati nella questua del risveglio
strappate le dita
quando è doglia il silenzio
dopo l’attesa
prima del rovo
traccia :
sopra appena il fiato sgualcito
isolato ritmo la coltre sulla bocca calpesta
il profilo degli occhi all’inizio del sogno
dedalo la cenere
quando è rosso il legno
dopo l’acqua
prima delle scarpe
da : . la bottega di via alloro . – LietoColle, 2013
*
strada d’albicocco
dalle mani s’odora
il silenzio del treno
*
la pioggia arrossata
leggera l’ora sgorga
l’inguine nel mattino
*
‘a vucca dintra ‘a vucca
strinci l’ura di la cunta e
grapi ‘u mari zappatu di
zammù talìa idda comu
tuppulìa chiantu duci di
la vigna ‘a sò vuci l’erva
la bocca dentro la bocca / stringe l’ora di dire e / si apre il mare zappato di / anisetto guarda lei come / bussa pianto dolce della / vigna la sua voce l’erba
05 lunedì Mar 2018
Posted in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
CLAUDIA PICCINNO
22 giovedì Feb 2018
Posted in Canto presente, LETTERATURA
Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:
Giacomo Cerrai
FINES
oltre la parete le voci dicono qualcosa che fluisce, e non partecipa.
Non è corrente, non trasporta, lascia solitario.
Il costante ritardo d’altre parole crea bocche vuote un silenzio retrogrado.
Oltre la parete si può solo immaginare ed è difficile che tipo di vita.
L’alternativa è nel ramo l’ombra percossa sul vetro un’anima di vento e clorofille
un’agitazione sur place di pensieri indisciplinati.
Questa reclusione volontaria è un limite costipato d’immagini
domesticate immodificabili da una immaginazione arresa
e qui finisce la terra ed anche il sogno
se si smette di sognare di zittire le voci di innalzare le braccia come
a un libro aperto poggiato su un ripiano troppo in alto.
lug. ’15
da Nuovi paesaggi deserti
fisica di luci parassite
Cassiopea non riesce a brillare sulla superficie della piscina per eccesso di luce.
Il vento che arriccia il celeste non aiuta, una trasparenza niente affatto chiara
(nella notte) vibra.
Le volte che i corpi hanno rotto l’incantesimo della superficie è una statistica comica e turistica.
Nessuno di essi aveva nome e cognome (Hans, Dieter, Sepp) che spostasse una massa d’acqua
uguale ed irritata.
Le increspature si placano quando il vento cessa di osservare
la solitudine ossificata degli assenti.
Ma Cassiopea non riesce a brillare d’una luce forse già cessata
che la natura minerale dell’acqua non trattiene.
Con l’elemento si acquieta come una frattura sul fondo.
Attraverso dove, una dimenticanza.
Umbria, set. ’15
la finestra libro
aperta leggibile il quanto
che passa ad una altezza che varia
con la luce
nulla che nel tempo terso appaia
distante
nemmeno l’invisibile nemmeno
nel buio celante la materia
è credere, questo, in una
intelligenza
nostra o altrui?
quanto la trasparenza il dubbio
aggiunge una bellezza
all’umano
gen. ’14
non con questo sonno
non con una mente discorsiva
che si interroga
non ce la faccio – dici –
non articolo una giustificazione
la parole hanno il loro collare
e guinzagli lunghi
ed ogni parola riceve uno strattone uguale e contrario
troppo simile a una garrota sadomaso
invece alla distanza giusta
quella di interlocutori in trattativa
da un lato all’altro di un tavolo di vetro
allora sì le cose cambiano
specie se la distanza è una assenza
quella a capire infine necessaria
se valga la pena essere colmata
specie se la distanza è un civile segno sulla faccia
ott. ’14
qualcosa che perturba.
non è il rosso terminale delle foglie
il bianco di chi si avvicina al varco
il blu d’un profondo inarrivabile.
è il senso della misura, credo,
il limite del limite ai sogni, come
legare un cavallo all’albero
recintare il terreno
recintare il recinto
lasciare una pecora a guardia
gen. ’13