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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

~A viva voce~

13 sabato Nov 2021

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Monologo di Amleto, William Shakespeare

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

William Shakespeare, Monologo di Amleto, Atto III, Scena I

Essere, o non essere, questo è il problema:

se sia più nobile soffrire nella mente

i colpi di fionda o le frecce di un’oltraggiosa fortuna

o prendere le armi contro un mare di affanni

e, contrastandoli, farli cessare per sempre?

Morire, dormire… nient’altro, e con il sonno porre fine

al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali

di cui è erede la carne:

questa sì sarebbe una conclusione

di cui essere grati agli dei. Morire, dormire.

Dormire…forse sognare. Sì, è qui l’ostacolo

perché in quel sonno di morte non sappiamo la specie dei sogni

che possono venire, dopo che ci siamo cavati di dosso

questo groviglio di carne mortale…Ed è questo l’ignoto

che dà alla sventura di essere nati, una vita così lunga,

perché chi sopporterebbe altrimenti le frustate e gli scherni del tempo,

il piede dell’oppressore, le prepotenze dell’uomo superbo,

il dolore dell’amore rifiutato e deriso, le ingiustizie della legge,

l’insolenza dei potenti e il disprezzo che la virtù riceve dagli indegni

quando egli stesso potrebbe darsi quiete con un solo colpo di pugnale?

Chi porterebbe tali fardelli, gemendo e sudando sotto il peso di una

vita di stenti e fatica, se non fosse che il terrore del dopo morte, questo paese

inesplorato dalla cui frontiera nessuno fa ritorno sconcerta la volontà

e ci fa sopportare i mali che abbiamo

piuttosto che correre veloci

verso altri

che non conosciamo?

È così che la coscienza dell’ignoto ci rende tutti codardi,

è così che il colore naturale dell’azione risoluta, è fatto pallido dalla cera del pensiero,

e imprese di grande altezza e ardimento perdono vigore e forza fino a scomparire

senza più un ricordo.

Trad. e riadatt. di Francesco Palmieri

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Novembre di zucchero. Un racconto di Loredana Semantica

10 mercoledì Nov 2021

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, LETTERATURA

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2 novembre, commemorazione dei defunti, Loredana Semantica, novembre di zucchero, racconto

zucchero_filato

Benedetta il primo di novembre sentiva che si avvicinava la festa. L’aria frizzantina all’imbrunire si riempiva di fumo e dell’odore di caldarroste. Spuntavano le bancarelle dei giocattoli e caramelle. C’erano luci, musica, tutta un’animazione nelle strade, un viavai di gente con i pacchi e i cartocci di frutta secca: a simenza, a calia, i favi sicchi, a nucidda americana, i pastigghie *. I bambini passavano tenuti stretti per mano dalla mamma o dal papà, altrimenti nella confusione si perdevano. Nell’altra mano tenevano uno stecco di legno attorno al quale in cima era avvolta una nuvola bianca di zucchero filato. Mangiavano la nuvola, affondando il naso nel biancore e spalancando la bocca per accogliere la matassa dello zucchero, che, prima si addensava dove avevano dato il morso in grumo dolce, poi si scioglieva in bocca mentre naso, bocca e mani diventavano appiccicosi di zucchero, quando non subivano la stessa sorte i vestiti propri o i soprabiti dei passanti. Uno spettacolo era vedere quando preparavano lo zucchero filato. Di solito lo facevano presso le bancarelle che vendevano dolci, torroni, caramelle. Si servivano di una specie di pentola gigante a forma di tortiera per ciambelle, nel supporto centrale, rialzato rispetto al fondo, versavano lo zucchero che, riscaldato, cominciava a filare e si raccoglieva mano mano sul bastoncino di legno a formare la matassa sempre più grande, più grande fino a sembrare una nuvola di cotone. Anche il resto della bancarella era un piacere per gli occhi: l’ossa e motti**, i biscotti di miele, durissimi cilindretti lunghi arrotolati in due spirali opposte, i totò al cioccolato e quelli bianchi, col cuore morbido e fragrante, le ghirlande cellophanate di caramelle, i leccalecca, le caramelle sfuse di tutti i colori, gommose o dure, le gelatine di frutta, il torrone bianco, il torrone scuro di mandorle, quello di nocciole, ricoperto di glassa ai vari gusti, i torroncini avvolti nella carta luccicante, cioccolata a tavolette più o meno grandi, il nocciolato spezzato a grossi tranci, le meringhe dai colori pastello che sormontavano i coni di cialda croccante a imitare i gelati, i marron glacé, i ceci e le mandorle ricoperti di zucchero, le caldarroste, la frutta secca. Una festa della gola e dell’abbondanza. Le bancarelle più attraenti però erano sempre quelle dei giocattoli. Il mistero era che papà e mamma tirassero sempre via Benedetta  senza comprarle niente, lei perciò si doveva accontentare di guardare l’esposizione e i bambini coi loro giocattoli in mano.
L’indomani era il giorno dei morti, la festa cominciava già la mattina. Il papà e la mamma di Benedetta immancabilmente andavano al cimitero portando con sé le figlie Eleonora, la maggiore, e Benedetta, la più piccola. Per le bimbe il cimitero non era un luogo triste. Affollato di piante, alberi e persone, lo vedevano più simile a un parco che a un luogo di silenzio e commemorazione. Tutt’intorno il cimitero era delimitato da un muro alto in antica muratura, si entrava da un ingresso imponente con tre archi, ma quello era l’ingresso principale, ce n’erano altri secondari e nel giorno dei morti li aprivano tutti. Da quale entrare dipendeva da dove si trovava parcheggio.
Posteggiare la fiat 600 blu era un’impresa, ma in qualche modo un buco lo trovavano, tra lo strombazzare delle auto e i pedoni a frotte. Prima di entrare al cimitero c’erano tante bancarelle di fiori di tutti i tipi e colori. Il papà di Benedetta prendeva sempre sei garofani rossi per la sua mamma. Poi, camminando di fretta per i viali del cimitero, si recava al colombaio dove c’erano i loculi di suo padre e sua madre. Vicini, ma non troppo. Benedetta lo seguiva, ma nel frattempo aveva modo di osservare ai lati dei viali le cappelle dei defunti. Alcune modeste, altre grandiose, tutte guglie, cupole, cuspidi, come piccole chiese. Poi i decori, i vetri colorati, gli stucchi, le inferriate. Le statue soprattutto erano affascinanti. Quelle degli angeli in tutte le pose e dimensioni, così ieratici e bianchi, le madonne a mani giunte, bellissimi bimbi che sembrava dormissero un loro sonno di pietra, adagiata la testa su cuscini ornati dalle nappe, la malata nel suo letto con le coperte poggiate fino ai fianchi, il busto eretto e le braccia protese ad abbracciare la morte, le statue dei soldati caduti con la divisa le armi, l’elmetto. Le tombe nella terra erano quelle che maggiormente la inquietavano. Pensava ai corpi abbandonati all’umido, al freddo degli inverni, coperti da implacabili lapidi di marmo sulle quali si leggevano dediche struggenti.
C’erano tombe curate coi fiori freschi, le piante, la teca di vetro che conteneva la Madonna benedicente, un Cristo pietoso o sofferente. C’erano tombe trascurate, il marmo spezzato, le lettere della lapide staccate, la costruzione cadente. Similmente le cappelle.
Giunti al loculo della nonna, Eleonora, Benedetta e la mamma dicevano le preghiere. Tre “L’Eterno riposo” e poi si concludeva “Anime sante, anime purganti, pregate Dio per noi che noi pregheremo per voi affinché Dio vi dia presto la grazia del Santo Paradiso”. Papà pregava mormorando a fior di labbra, un po’ in disparte, da solo. I colombai erano a più piani e si accedeva salendo le scale. Nei vari piani e per le scale era tutto un andirivieni di visitatori.
Poi si tornava a casa e veniva il bello. C’erano i doni che avevano portato i morti. Non mancava mai qualcosa per Benedetta ed Eleonora che fosse vestiario, giocattoli o dolci. La volta che Benedetta fu sopraffatta dalla sorpresa fu quando ricevette una bambola bionda, vestita di verde e ornata di pizzi, corredata di carrozzina per portarla a spasso. La carrozzina con la capote color turchese era perfettamente dimensionata alla statura di una bambina. Anche Eleonora ricevette una bambola, la sua però aveva i capelli neri, il vestito rosso. La capote era blu. Giocarono tutto il giorno, divertendosi. I cugini maschi nel frattempo, si sparavano per finta coi i botti veri delle caps* nelle pistole di latta e nei fucili argentati. Anche loro felici, schiamazzanti, accaldati.
Tutti i bimbi di quegli anni pensavano che i morti fossero buoni, portavano dolciumi e giocattoli, anzi che i defunti fossero persone care, alle quali volere bene perché loro si ricordavano dei vivi e lo dimostravano portando loro doni.
Benedetta, diventando grande, vide sbiadire queste tradizioni e sorgerne altre che mettevano i cari defunti sullo sfondo, ricollegandoli più alla perdita e al dolore che al ricordo e ai regali, per questi ultimi si preferivano figure più colorate, allegre, fantasiose o pittoresche come Babbo Natale o la Befana.
Poi si diffuse anche la festa di Halloween che nella notte del 31 ottobre impazzava tra i giovani con tutto il corredo dei simboli suoi propri: le zucche, i dolcetti o gli scherzetti, le mascherate da creature della notte.
Benedetta ebbe due figli: Francesco e Nicolò, detto Nico. Cercò di trasmettere loro un’idea positiva dei defunti facendo dei doni nel giorno del due novembre, dicendo “Questi sono regali da parte del nonno Vito e della nonna Pina”, ma non c’erano più le bancarelle e la festa, non c’era il cimitero monumentale, perché la famiglia aveva cambiato città, non c’erano i viali, le panchine, le statue. I ragazzi non si recavano volentieri al cimitero e tendevano a defilarsi, tutti presi dagli impegni tra giovani: serate e amici.
Il due novembre divenne sempre più un’incombenza per adulti. Una visita al cimitero, fiori sulle lapidi, la tristezza del ricordo e la solitudine della mancanza. Benedetta si rendeva conto che di quella festa del due novembre di quand’era bambina s’era perso tutto il fascino, s’era spenta la magia.

* semi di zucca salati, ceci tostati, fave secche, noccioline americane, castagne secche
** ossa dei morti, dolci tipici che si preparano nel periodo della commemorazione dei defunti in Sicilia, come anche i biscotti al miele e i totò
*** munizioni per armi giocattolo

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Sergio Sichenze, “Incantazione”, Màrgana Edizioni, 2020. “Un’interiorità tutta da esplorare”. Nota di lettura di Deborah Mega

08 lunedì Nov 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Incantazione, Sergio Sichenze

 

“Incantazione” è il titolo dell’ultima fatica letteraria di Sergio Sichenze, edita per i tipi di Màrgana Edizioni nel 2020. L’ Incantazione è lo stato di chi si venga a trovare sotto l’effetto di una forza magica e meravigliosa: incantazione lunatica scriveva D’Annunzio, incantazione che mi predisponeva al prodigio, annotava Tomasi di Lampedusa. L’opera è nata durante l’estate del 2020, in pieno isolamento dovuto alla pandemia che ci ha resi isole. C’è un momento in cui il poeta, così come l’artista, si chiude la porta alle spalle, si libera di sovrastrutture, pensieri, maschere e corazze, e resta  in silenzio, solo con se stesso. Questa condizione di isolamento è la condizione migliore per osservare, mettersi in ascolto dell’altro, scrivere. Non a caso il primo testo reca il titolo di Quarantena. In esso è evidente il dramma dell’incomunicabilità rappresentato dalle spente parole e dall’assenza. E ancora una volta, dopo l’altra sua silloge “Tutto è uno”, ad incantare Sichenze è la natura in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue manifestazioni. Il mondo è spasimo, Bituminosa babele di sguardi. Unica a sopravvivere all’imbrunire è l’Isola, paradigma della condizione umana di quei mesi, non a caso parola ricorrente, nel corso della silloge, per ben quindici volte.

Citazioni tratte da Leopardi e dal Montale de “La bufera”, da Bufalino, da Foscolo, da Mascolo, da Tomasi di Lampedusa, da Biundi ma anche dalla Bibbia introducono i vari testi. La luna spesso è protagonista, come spettatrice indifferente direbbe Leopardi, come testimone comprensiva e partecipe dei fatti potremmo dire noi. Altro protagonista indiscusso e onnipresente il mare con i suoi abitanti e con i suoi nemici e predatori. I testi sono costruiti come raggruppamenti di haiku che fissano emozioni, immagini, stati d’animo. La successione delle parole cattura l’attimo fluente per divenire carezzevole verso figurato che coinvolge la sensibilità del lettore. Molto frequente è l’utilizzo dell’enjambement probabilmente per incidere  sul ritmo del componimento e focalizzare l’attenzione su lemmi particolarmente significativi. Il lessico è evocativo, ermetico, immaginifico, ricco di aggettivazione fluida e suadente e di costrutti a volte nuovi e inconsueti come  pallore / di nebbia alluna o mare fiotta, deserto mareggia, arcaici o letterari come tumultua, alluna, mareggia, oracola, s’azzurra, rammemora, s’acqueta, s’eleva, s’acquatta, s’abbuia, s’approssima, s’asseta, vorticano, s’acciuffa. Frequenti anche le citazioni classiche come Sovrumani silenzi, S’aduna o i neologismi come infinitudine. Nel caso di Sichenze poesia è fiducia nel potere di cura della parola, alla ricerca di libertà e autonomia interiore. Matura sempre di più in questo libro un sentimento di osservazione condotto ai massimi livelli e di attenzione all’anima verde del mondo. Ne consegue un senso di unitarietà e appartenenza al mondo che va oltre il suo aspetto materiale per coglierne l’essenza più profonda e vitale. Tale sentimento è presente nelle cose viventi, nella natura, negli esseri, nelle percezioni indefinite e indefinibili che si possono ricondurre all’intero universo, perfino nelle assenze e nei silenzi. Ecco dunque che l’apparente semplicità di questa scrittura non deve indurre in errore, non esiste cosa più difficile della semplicità che è possibile cogliere con immediatezza, puntando direttamente alle cose evitando di perdersi in spiegazioni e astrazioni che allontanerebbero dall’esplorazione e dalla descrizione di fenomeni ed eventi.

© Deborah Mega

 

Lampara

Notturne
rotte dorsale
spina delle acque
seguono.

Sentieri dai pesci
tramandati.

Spade e squame
nel mercurio
s’annidano.

Petrolio in luce
divina.

Malia: abbaglio
sovrasta.

Vita visione
aerea avvista.

Ombra
di mano agonica
catasta ripone.

Coltello riverbera.

 

Canicola

Diruto
muro: limacciose
acque stagne. Anossico
verde.

Riarso
mezzogiorno prodigio
di miraggio
matura: melassa
d’assenzio, vischiosa
colatura di deiformi
forme.

Rintocco
di campana aria
liquefa: cenere
di suono.

Fumosa
asprezza: luce
vapora.

Polverosa
mia terrena
canicola.

Irrimarginabile
memoria.

 

Sepolcri

Prigionia
d’inguariti volti.

Specola
senza sangue: calcite
carbonatica di marmo e
ossa.

Reciso
giardino, erbario
atrofizzato: tumulate
ombre.

Seriali
lapidi: scarni
solari raggi
rianimano.

Inabitato
spazio: volto
delle origini
assume.

Memoria: sacra
arca.

Lingue
della carne
parlano.

Marino
affaccio di verdeggiante
agave.

Non saremo
assenza.

 

Testi tratti da Sergio Sichenze, “Incantazione”, Màrgana Edizioni, 2020.

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~A viva voce~

06 sabato Nov 2021

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Charles Baudelaire, L'albatro

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

L’ALBATRO di CHARLES BAUDELAIRE

 

Spesso, per dilettarsi, le ciurme
 
catturano degli albatri, grandi uccelli marini
 
che seguono, indolenti compagni di viaggio,
 
il bastimento che scivolando va su cupi abissi.
 
 
 
 
Appena posti sulla tolda
 
questi re dell’azzurro abbandonano ai loro fianchi miseramente,
 
indifesi e vergognosi, come remi,
 
sconfitte, le candide e grandi ali.
 
 
 
 
Com’è goffo e inerte questo viaggiatore alato,
 
lui poco fa così bello com’è comico e brutto!
 
Qualcuno con la pipa qui il becco gli stuzzica,
 
là un altro, l’infermo che volava scimmieggia zoppicando.
 
 
 
 
Come il principe dei venti è il poeta
 
che avvezzo alla tempesta si ride dell’arciere
 
ma esiliato fra scherni sulla terra camminare non può
 
per le sue ali da gigante.
 
 
Trad. di De Nardis, riadatt. di Palmieri

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“Parabole” di Cipriano Gentilino. Una nota di lettura di Loredana Semantica.

03 mercoledì Nov 2021

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni, SINE LIMINE

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Cipriano Gentilino, Loredana Semantica, Nulla die, Parabole, poesia contemporanea, recensione

Cipriano Gentilino è affezionato lettore di questo blog e scrittore di poesia. Ci ha inviato la sua ultima pubblicazione “Parabole” che ha appena visto la luce nella Collana “I Canti” della casa editrice “Nulla die”.
La raccolta è un’antologia di cinquanta poesie, aventi ciascuna il proprio titolo, dalla prima “Parabola” all’ultima “E infine”. Parabola non è solo la poesia che apre la silloge, ma anche quella a cui l’autore ha dato al singolare il titolo col quale, ricorrendo al plurale, nomina l’intera opera.
In genere con la parola “parabola” s’intende riferirsi al Vangelo e alla predicazione di Gesù il quale ricorreva appunto alle parabole, cioè alla narrazione di episodi facilmente comprensibili, per spiegare concetti ben più complessi ai quali ammaestrava le folle e gli apostoli che lo seguivano. La parabola è un procedere per similitudini o esemplificazioni. Analogamente potremmo ipotizzare che Cipriano Gentilino abbia fatto ricorso alla poesia come strumento più idoneo – sintetico, catartico, evocativo – per veicolare vicende che, narrate altrimenti, non avrebbero potuto trovare la giusta angolazione di lettura, banalizzate dall’oggettività di un racconto asettico, cronachistico o travisate nell’ipertrofia del romanzo. Non si tratta pertanto di una reale semplificazione, quanto piuttosto di una nobilitazione nella quale il rimando al Vangelo, al cristianesimo, alle parabole di Gesù, potrebbe anche far pensare all’atto caritatevole di raccogliere e metabolizzare. Accogliere e consolare. Ricevere e trasformare. In un abbraccio tanto poetico quanto pudico, ammantato dal velo discreto e scardinante del dire in versi.
La poesia iniziale adombra probabilmente la matrice dell’intera raccolta – la sofferenza – e nel commento in corsivo (Maria, sopravvissuta al manicomio criminale, angosciata mi chiese: “fai parlare queste parole”) – l’intento – che si trasfigura nelle successive poesie diventando una narrazione del travaglio umano, “a cercare parole/ come se ancora ne avessimo”
Far parlare le parole è il mestiere del poeta che trae dall’esperienza quegli incontri, approfondimenti, complessità, che mescolano pensiero, natura, memoria in un mix orchestrato nei suoni, elaborato nelle costruzioni e articolato nei versi in modo da restituire suggestioni, delineare arabeschi verbali e trasmettere un senso che l’autore spera trovi l’attenzione di un lettore, e poi nel lettore quell’ accoglimento che restituisca una risposta “a cercare parole/come se ancora ne avessimo”, giusto come tentano queste righe di commento.
L’intera raccolta è dedicata “Ai migranti”. Cioè alle figure che in questi ultimi decenni rappresentano agli occhi del mondo la deriva umana, la fuga, lo sradicamento, la tragedia, e di contro sono portatori di un desiderio di pace, benessere, felicità e riscatto così brucianti, da spingere intere famiglie, compresi bambini o donne incinte, a rischiosi viaggi per raggiungere mete improbabili, idealizzate come l’Eldorado. Accade, e non proprio di rado, che questi viaggi si trasformino in episodi di disgrazia e lutto, nella quasi totale indifferenza del resto del mondo. Quel mondo che più facilmente che affrontare e risolvere chiude gli occhi. Per alcuni questa indifferenza è più colpevole che per altri, coloro che si muovono e hanno ascolto sulla scena politica nazionale e internazionale certamente dovrebbero e potrebbero impegnarsi maggiormente. I più essendo impotenti e comunque tutti consapevoli che si agitano forze molto grandi e controverse sulle quali il singolo e anche i gruppi, lo stesso potere politico ben poco possono. Per essere più concreti non è semplice pacificare gli stati di guerra, intervenire sul processo decisionale dei leader estremisti, sulle ragioni dei conflitti che nemmeno la diplomazia è in grado di stemperare.
Per tornare al lavoro di Gentilino ben venga dunque questa dedica che mette in risalto, con una sola parola, una piaga del nostro tempo.
Essa illumina di luce drammatica ogni testo poetico contenuto nella raccolta. Diventa la chiave per aprire alla comprensione: l’insufficienza delle parole della prima poesia, l’incontro con l’archetipo della madre generatrice, con la figura femminile, con le lucciole e i clochard, con lo stupro e gli abusi che tanta parte hanno nell’esperienza di creature che fuggono da scenari di guerra, di sfruttamento, di povertà o degrado. Esse echeggiano in “Venere Ericina”, in “Concavi” e già nelle prime composizioni della raccolta: “Notre dame”, “Dictaturae”, “Aironi” “Non abbiamo saputo”.
Quest’ultima in particolare ci inchioda al rammarico per l’incapacità di riconoscere e dare sollievo alla sofferenza.

Non abbiamo saputo
sentire nel vento
il lamento dei cristi
sui golgota,
né le rose selvatiche
sfuggite al tagliaerba,
distratti anche ora
che piove già il rimpianto.

Un testo che flagella il lettore non meno di “Profughi”, che, nel concreto riferimento allo stato d’animo dei profughi, potrebbe d’altra parte anche esprimere la condizione accomunante ogni essere che ha perduto il proprio Eden.

Scrosciati dalla terra,
decimati,
consumati,
degradati,
siamo tornati a casa,
profughi.

L’occhio del poeta si posa ancora sul disagio degli ultimi, disadattati ed esuli sulla terra, in “Concavi”.

Siamo concavi
di silenzio rugoso
stridio di clochard
senza cielo e coperte,
crepe di rimpianti
nel fiato trattenuto
sui vetri all’occaso.

Ultimi e umili ai quali, talvolta, nemmeno coloro che sarebbero deputati a dare conforto, chiusi nei loro “confessionali ipocriti”, sono capaci di dare aiuto. Credo sia questo il senso di “Né padri né madri”.

I titoli delle poesie spesso sono ripetuti nel corpo delle stesse, ma non sempre lo rendono più chiaro, anzi lo arricchiscono di mistero, essendo dettati da reminiscenze che si agganciano al “caso poetico” per vissuto personale o culturale dell’autore. Il lettore quindi è sollecitato alla ricerca dei possibili significati del lemma o della locuzione che costituisce  il titolo in rapporto al testo.
Nel caso specifico ad esempio dire “concavi” i clochard, quando notoriamente concavo si oppone a convesso ben potrebbe esprimere l’opposto dell’impermeabilità in un continuo riempirsi di rifiuti, insaccare umiliazioni, inzaccherarsi d’acqua che piove dal cielo. Il cielo a volte non copre e le coperte non bastano mai.
Le poesie della raccolta posseggono tutte i pregi della brevità e della ricchezza lessicale alle quali si contrappone una certa asciuttezza del testo che non indugia in descrizioni e particolari ma delinea con precisione netta l’argomento, il sentimento; rapidamente giunge al suo cuore e l’inchioda.

La precisione rispecchia probabilmente l’attitudine dell’autore, che è medico psichiatra, e come tale deve esaminare il caso clinico, sfrondandolo di tutto il superfluo per focalizzare l’essenziale e pronunciare una diagnosi, fornire un parere. Centrare l’attenzione al nucleo problematico è la necessaria premessa dell’individuazione del rimedio, cioè della cura, consapevoli – medico e paziente –  che “In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione…”, così Franco Basaglia, riportato da Gentilino nella raccolta.

Mi  sovviene, a proposito del peso che ha la professione nell’espressione poetica, Gottfried Benn, poeta tedesco, medico anatomo patologo, che nelle sue poesie offriva al lettore inquietanti e precise visioni del suo tavolo operatorio e della sala circostante, a conferma che la professione non è indifferente nel lessico e nel portato testuale del poeta, anche nella scrittura di Pessoa, che faceva traduttore, ci sono chiari riferimenti al mondo lavorativo, altrettanto per Pavese e ciò per dire solo i primi nomi che mi tornano in mente.

Alla caratteristica di esprimersi con sintesi di Gentilino che, ritengo, come ho detto sopra, scaturisca dall’esperienza professionale, s’affianca un’altra inclinazione, più sotterranea, data dalla sensibilità poetica per la quale l’individuazione dell’indicibile corre parallelo all’evidente e non può essere detto se non poeticamente, cioè solo con la trasfigurazione dell’elemento parola in composizione significante-evocatrice.

Talvolta il filo conduttore della raccolta – che è di attenzione ai disagiati – sembra interrompersi per qualche ben riuscito inserto di composizione che sonda l’intimo e si distende in un gesto di tenerezza verso l’altro.

Vieni,
siediti accanto a me,
verrà presto il buio.

Dormi il filo
del tuo sogno.

Troveremo l’uscita.
Siamo già noi
labirinti.

oppure quando, giocando sul filo dell’ironia o strizzando l’occhio dell’allegria, prospetta una serata in compagnia di illustri scrittori e studiosi della psiche.

A est di Freud,
dietro il vetro
rifratto,
aspetta anche
Jung
ma resto a casa
questa sera,
bevo birra
a Dublino
con Joyce,
domani
scaffale a sud
con Luigi e altri sei
e poi tutto Lacan
a luci spente!

Singolare che spesso si ritrovi nei testi la descrizione di paesaggi tipicamente mediterranei con gli effluvi dei gelsomini, la rugosità argentea degli ulivi, la fragranza dei capperi, quando l’autore vive a Mondovì in Piemonte. Egli però è originario di Erice, l’incantevole borgo in provincia di Trapani, il che tuttavia non ci dice se questi siano lacerti delle memorie proprie o, com’è più probabile, almeno in alcuni casi, il frutto dei racconti d’altri. Convince tuttavia questa natura disseminata nei testi perché concorre con potenza a fare da contraltare alla durezza dei temi trattati, allo sconforto che scaturisce dall’osservazione delle piaghe della condizione umana.
L’ultima poesia “E infine” racconta un posarsi sulla terra, con gli alberi, le rose, un melo rosso in un ritorno a far parte della natura che è la conclusione di un percorso, non solo poetico, non solo proprio.
Devo dire, approssimandomi alla conclusione di questa breve nota di lettura, che mi ha sorpreso che la raccolta “Parabole” mancasse di una prefazione o di una nota di commento. L’introduzione ai testi di un autore costituisce per chi si accinge a leggerli, specialmente se profano, ma anche per chi frequenta la poesia e la critica poetica, un veicolare significato, un ausilio alla comprensione, un sottolineare la specificità dell’autore, le caratteristiche della scrittura, la storia personale, la tematica trattata, il backround dal quale scaturisce la parola. E’ un approfondimento utile in molte direzioni anche, non ultima, quella di esaltare nella giusta luce la poesia, cioè la forma letteraria più profonda e autentica. Ora vero è che si potrebbe obiettare che la poesia parla da sé, che essa sussume tutto quanto l’autore ha da dire nella migliore e più sintetica forma possibile, ma appunto per questo lo sforzo di chi la legge, senza i riferimenti costituiti da una prima lettura compiuta e filtrata da un lettore qualificato, credo sia maggiore e la comprensione rischia d’essere superficiale.
Aggiungo che non solo mi ha sorpreso che per Cipriano Gentilino e per “Parabole” non ci fossero note introduttive e/o postfazioni, ma mi ha sorpreso ancora di più perché la sua scrittura merita attenzione. Sarebbe certo improprio parlare di attesa di una maggiore maturità per Cipriano, non solo per l’età dell’autore, ma anche perché è evidente che egli ha una notevole esperienza dell’esistenza e dell’esistente, una certa padronanza dello strumento poetico e rivolgersi alla poesia risponde a una sentita esigenza che, a mio avviso, dà buoni frutti.
Forse sarebbe stata opportuna una sistemazione delle cinquanta poesie in partizioni ragionate dell’opera, come i paragrafi, titolati opportunamente, in modo da favorire una lettura più organica e articolata delle poesie; un’organizzazione del genere potrebbe comportare un ordine diverso rispetto alla sequenza attualmente proposta.
Concludo con un accenno al dialetto isolano siculo, l’unico palese nella raccolta, e, precisamente, nella poesia “Dumani si viri”, nella quale il primo verso suona: “Dumani si viri soccu agghiorna”, traducibile in “domani all’alba si vedrà cosa succede”. La poesia è preceduta dalla citazione di Leonardo Sciascia “Come volete non essere pessimista in un paese dove il verbo futuro non esiste?”. Ecco probabilmente Cipriano Gentilino, pur essendo vissuto per tanto tempo in provincia di Cuneo, non ha mai perso le stimmate della sicilianità: la riservatezza, l’essenzialità, il pessimismo, la sfiducia, il senso di fratellanza, l’accoglienza, e solo ultima – appena un barlume – la speranza . E quel che è più triste è che ha ragione. Ancora adesso, è così, come dice Sciascia e purtoppo, ormai,  non solo in Sicilia.
E lo vede bene la sua poesia col respiro internazionale degli occhi multietnici. lo vede e lo dice con la consapevolezza di “Ave madre”

Ave madre di ebrei,
tutsi, hutu e twa,
madre delle madri
di curdi, armeni
e schiavi neri
madre che ci hai partorito
senza memoria
solo pelle nuda unta di te.

Biografia

Cipriano Gentilino ( Erice, 1953 ) vive a Mondovì . Dopo il liceo Classico e la laurea in Medicina si è specializzato in Psichiatria.
Operativamente partecipe alla riforma basagliana si è occupato di deistituzionalizzazione, cura e riabilitazione di persone sofferenti per gravi disturbi psichici.
Formatosi in Psicoanalisi di gruppo è stato docente incaricato di Psichiatria – Università Torino e Responsabile di un Centro di Salute Mentale.
Attualmente si occupa di psicoterapia di gruppo.
Interessato sia ai linguaggi del mondo interiore che alle tematiche sociali amministra un blog di poesia.
In tale ambito ha partecipato all’e-book -Soffi di Poesia- curato e pubblicato dalla poetessa Silvia de Angelis e all’e-book -Facciamo due passi incauti -su Libri amArgine curato dal poeta Flavio Almerighi .
Ha pubblicato poesie sulla rivista Ispirazioni e su riviste letterarie on-line.
Ha auto pubblicato l’e-book Pareidolie su Amazon.
Con Oèdipus ha pubblicato -Versi nel retrobottega – ed ha in corso di pubblicazione – In attesa di risacca-
Con Nulla Die nel settembre 2021 ha pubblicato – Parabole.

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Giorno dei Santi e il cielo di novembre

01 lunedì Nov 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

≈ 1 Commento

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Margherita Guidacci

Giorno dei Santi e il cielo di Novembre
riflesso nell’asfalto delle vie
inondate di pioggia, due grigiori
paralleli ad opprimere lo sguardo
dovunque cerchi fuga. La città
sembra di piombo e cenere, ed il crudo
lampo dei fari rende più spettrali
i visi dei passanti. Lente scorrono
le ore in questo scroscio
d’acqua, tra schizzi brevi
di fango e il volteggiare
di foglie marce dai giardini. È arduo
oggi pensare al Paradiso: tutto
ci riconduce e prostra sulla terra.
Occorre troppa fede a superare
l’alta barriera di tristezza. Facile
sarà invece domani, nella scia
d’una stagione di disfacimento,
ricordare la fine d’ogni carne.

Margherita Guidacci, da “Le poesie”, 1999

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~A viva voce~

30 sabato Ott 2021

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Congedo del viaggiatore cerimonioso, Giorgio Caproni

 

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

Congedo del viaggiatore cerimonioso di Giorgio Caproni

 

Amici, credo che sia
 
meglio per me cominciare
 
a tirar giú la valigia.
 
Anche se non so bene l’ora
 
d’arrivo, e neppure
 
conosca quali stazioni
 
precedano la mia,
 
sicuri segni mi dicono,
 
da quanto m’è giunto all’orecchio
 
di questi luoghi, ch’io
 
vi dovrò presto lasciare.
 
 
Vogliatemi perdonare
 
quel po’ di disturbo che reco.
 
Con voi sono stato lieto
 
dalla partenza, e molto
 
vi sono grato, credetemi,
 
per l’ottima compagnia.
 
 
Ancora vorrei conversare
 
a lungo con voi. Ma sia.
 
Il luogo del trasferimento
 
lo ignoro. Sento
 
però che vi dovrò ricordare
 
spesso, nella nuova sede,
 
mentre il mio occhio già vede
 
dal finestrino, oltre il fumo
 
umido del nebbione
 
che ci avvolge, rosso
 
il disco della mia stazione.
 
 
Chiedo congedo a voi
 
senza potervi nascondere,
 
lieve, una costernazione.
 
Era cosí bello parlare
 
insieme, seduti di fronte:
 
cosí bello confondere
 
i volti (fumare,
 
scambiandoci le sigarette),
 
e tutto quel raccontare
 
di noi (quell’inventare
 
facile, nel dire agli altri),
 
fino a poter confessare
 
quanto, anche messi alle strette,
 
mai avremmo osato un istante
 
(per sbaglio) confidare.
 
 
(Scusate. È una valigia pesante
 
anche se non contiene gran che:
 
tanto ch’io mi domando perché
 
l’ho recata, e quale
 
aiuto mi potrà dare
 
poi, quando l’avrò con me.
 
Ma pur la debbo portare,
 
non fosse che per seguire l’uso.
 
Lasciatemi, vi prego, passare.
 
Ecco. Ora ch’essa è
 
nel corridoio, mi sento
 
piú sciolto. Vogliate scusare).
 
 
Dicevo, ch’era bello stare
 
insieme. Chiacchierare.
 
Abbiamo avuto qualche
 
diverbio, è naturale.
 
Ci siamo – ed è normale
 
anche questo – odiati
 
su piú d’un punto, e frenati
 
soltanto per cortesia.
 
Ma, cos’importa. Sia
 
come sia, torno
 
a dirvi, e di cuore, grazie
 
per l’ottima compagnia.
 
 
Congedo a lei, dottore,
 
e alla sua faconda dottrina.
 
Congedo a te, ragazzina
 
smilza, e al tuo lieve afrore
 
di ricreatorio e di prato
 
sul volto, la cui tinta
 
mite è sí lieve spinta.
 
Congedo, o militare
 
(o marinaio! In terra
 
come in cielo ed in mare)
 
alla pace e alla guerra.
 
Ed anche a lei, sacerdote,
 
congedo, che m’ha chiesto s’io
 
(scherzava!) ho avuto in dote
 
di credere al vero Dio.
 
 
Congedo alla sapienza
 
e congedo all’amore.
 
Congedo anche alla religione.
 
Ormai sono a destinazione.
 
 
Ora che piú forte sento
 
stridere il freno, vi lascio
 
davvero, amici. Addio.
 
Di questo, sono certo: io
 
son giunto alla disperazione
 
calma, senza sgomento.
 
 
Scendo. Buon proseguimento.

 

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Marco Galvagni, “Luce d’aurora”, Eretica Edizioni, 2021. Recensione di Rita Bompadre.

25 lunedì Ott 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Luce d'aurora, Marco Galvagni

 

Il florilegio di versi in “Luce d’aurora” di Marco Galvagni (Eretica Edizioni, 2021 pp.77 € 15.00) segue il movimento spontaneo della qualità luminosa del linguaggio, accompagna il magnetico e privilegiato tragitto delle percezioni, l’esigenza persuasiva dell’amore, accoglie il chiarore indistinto dei sentimenti, ospita il carattere simbolico, rivelatore della gentilezza intima e profonda. Il poeta coglie la delicatezza e la fugacità delle relazioni umane, concentra la sua persistente attenzione sulle sfumature dei significati confidenziali, comprende la condivisione e l’identità interiore elevando la propria elegante attitudine a entrare in contatto con il sortilegio ammaliante e seducente della presenza femminile. La poesia di Marco Galvagni combina l’intensità imprevista e totalizzante dell’innamoramento, comunica l’autenticità di una simbiosi attraente ed estetizzante con l’approccio carnale e la corrispondenza spirituale, rinnova l’essenza intuitiva del carisma e del pensiero nell’evoluzione galante del poema letterario, trasmette la grazia incline alla voluttà, trasforma l’oracolo pagano della parola poetica nel responso espressivo della trascendenza del verso, nello strumento di un’esplicazione capace d’incidere l’ispirazione dell’amabilità nella tangibile materia del testo elegiaco e di confermare l’indice divinatorio di una energia rinnovatrice. L’impiego divulgatore nella scelta stilistica dell’analogia associa le affinità nello svolgimento della seduzione e nell’animazione dell’appartenenza conoscitiva, manifesta l’identificazione nei rapporti misteriosi e complici tra la natura e l’uomo, accende la vampa appassionata nella musicalità dei versi, nell’impeto di uno stile effusivo, lirico, evocativo. L’acceso sensualismo accentua la smaniosa celebrazione del piacere, appaga la felicità viva, risponde all’effetto di una sensibilità disposta affabilmente a ogni sollecitazione, identifica nei colori e nei profumi della natura  i malinconici vagheggiamenti, la contemplazione degli affetti abbandonati, adagiati sulla superficie del ricordo, del candore e dell’incanto colmo di languore, sull’ineffabile intenzione di una estenuazione idilliaca, preziosamente soffusa in raffinati paesaggi dell’anima. Marco Galvagni sigilla la volontà di approdare a un mondo sentimentale, di rigenerare una celebrazione della sensualità, unita a una devozione ieratica. Il poeta avverte il vitalistico entusiasmo, ascolta l’eco e la risonanza della passionalità femminile, l’ascendenza romantica delle alchimie erotiche. L’elaborazione dell’arte di vivere attraverso la comunione spontanea con il coraggio primigenio della vita include il culto di un panismo esistenziale, riversa l’armonia dell’ebbrezza in una immersione partecipativa al fluire del desiderio. La gioia impulsiva affida alla luce calda lo stupore e fonde le vibrazioni evanescenti in un accordo esasperato con l’ardore della bramosia. “Luce d’aurora” è linfa suggerita dalla realtà e custodisce la ferita nostalgica del tempo, difende, nell’aspetto duraturo di un’epoca propizia, il limite inquieto della protezione e la fragilità della memoria labile. Il poeta rivendica la cura devota dell’esistenza, espressa nei seguenti versi: “E detto questo posso incamminarmi/spedito tra l’eterna compresenza/del tutto nella vita nella morte, /sparire nella polvere o nel fuoco/se il fuoco oltre la fiamma dura ancora.” (Mario Luzi).

 

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

LUCE D’AURORA

 

Il vecchio amore s’è eclissato,

ora è una goccia di quarzo

frumento come la tua chioma,

un ramo fiorito nella pioggia

che, quand’anche scendesse ad aghi,

ci ubriacherebbe solo di gioia.

 

Nel bosco verdeggiante dei pensieri,

colmo come i calici nel crepuscolo,

hai occhi con orbite intarsiate

di pagliuzze dorate come minerali

e piedi di velluto lo solcano,

piedi di grano, di ciliegia.

 

Amore della luce d’aurora,

del mezzogiorno tagliente

e delle sue lame di sole che gocciola

prima che cali il sipario della notte  –

c’è nel tuo viso profumo di viole,

un aroma di rugiada.

 

Trillo di merli nella mia isola,

nel mio regno del cuore

il cui miele d’acacia

è un giglio fiorito –

unica stella del mio firmamento

come una rosa muschiata nella neve.

 

IL BATTELLO DEI SOGNI

 

La luce dei tuoi occhi è al limite di primavera

dove ogni gesto si tocca, s’interseca

dapprima solo rosso incenso

ora sottobosco dal profumo di pruni,

nuvola immobile nell’azzurro,

violino che suona un armonico concerto di note.

 

Ti racconto dei tuoi occhi,

del loro colore ambrato,

folgore d’una scintilla d’un alfabeto d’amore.

Davanti all’uomo conquistato

sei cieca esaltazione, regina

ingenua come un fiume nel deserto.

 

Fra le aurore e il frangiflutti delle notti

vi sono ghirlande da coltivare,

te ne pongo una al collo di panna.

Fra i tuoi occhi e il mare

immagini d’onde e di passione,

il nostro nido come quello d’una coppia di rondini.

 

Il battello dei sogni

veleggia in un lago dorato,

la terra inseminata attende i tulipani.

Sei la superba avventura del maggio odoroso

nei tuoi occhi vi son perle ogni giorno

più incantevoli d’un mazzo di fiori alle campane

dell’arcobaleno.

 

 

L’AMORE FRAGILE E PURO

 

Il nostro amore ci donò

importanza di diamante,

scese dagli astri

con la virtù d’una corolla d’acqua

che crebbe e si diffuse

donandoci continuità nella gioia.

 

Per i nostri corpi

s’aprì l’uscio d’una cascina

dove nel grano ci coricammo,

s’aprì un infinito godimento

che nacque e ci accese

distruggendo la ruggine della paura.

 

Siamo l’amore fragile e puro

mentre si sfoglia il secolo:

il tempo corre ma mai nessuno

orbiterà nella fiamma dei tuoi occhi

col loro fogliame intarsiato

mentre a me ammiccano cortesi.

 

La verità in te fiorisce,

appendiamo il nostro amore

a una ruota alata

sì da farne un mulino di stelle

che dipingono le nuvole d’azzurro

mentre un violino suona l’amore vittorioso.

 

 

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~A viva voce~

23 sabato Ott 2021

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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La spiaggia, Vittorio Sereni

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

Sono andati via tutti –
blaterava la voce dentro il ricevitore.
E poi, saputa: – Non torneranno piú –.

Ma oggi
su questo tratto di spiaggia mai prima visitato
quelle toppe solari… Segnali
di loro che partiti non erano affatto?
E zitti quelli al tuo voltarti, come niente fosse.

I morti non è quel che di giorno
in giorno va sprecato, ma quelle
toppe d’inesistenza, calce o cenere
pronte a farsi movimento e luce.
Non dubitare, – m’investe della sua forza il mare –
parleranno.

 

VITTORIO SERENI, da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

 

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Buon compleanno, Arthur

20 mercoledì Ott 2021

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche

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Arthur Rimbaud, Emilio Capaccio, POESIA, traduzione

Credo di essere all’inferno, quindi ci sono

A.R.

Arthur Rimbaud (1854-1891), traduzioni di Emilio Capaccio

Rimbaud

MIO BOHÉMIEN

Me ne andavo coi pugni nei taschini sfondati.
Il mio cappotto diventava ideale.
Andavo a cielo nudo, Musa! a te leale.
Oh! Là! Là! che amori splendidi sognati!

Le mie mutande avevano un largo foro.
Pollicino sognante, rimavo al furore
Della corsa. La mia locanda l’Orsa Maggiore,
Le mie stelle in cielo un dolce coro.

Le ascoltavo seduto sul ciglio delle vie,
Sere buone di settembre, sentivo un goccìo
Di rugiada sulla fronte, corposo liquore;

Facendo rime in ombre lunghe lunghe,
Come lire, trascinavo le stringhe
Delle scarpe ferite, un piede vicino al mio cuore.
 
MA BOHÈME

Je m’en allais les poings dans mes poches crevées.
Mon paletot aussi devenait idéal.
J’allais sous le ciel, Muse! et j’étais ton féal.
Oh! Là! Là! que d’amours splendides j’ai rêvées!

Mon unique culotte avait un large trou.
Petit Poucet rêveur, j’égrenais dans ma course
Des rimes. Mon auberge était à la Grande Ourse,
Mes étoiles au ciel avaient un doux frou-frou.

Et je les écoutais, assis au bord des routes
Ces bons soirs de septembre où je sentais des gouttes
De rosée à mon front, comme un vin de vigueur;

Où, rimant au milieu des ombres fantastiques,
Comme des lyres, je tirais les élastiques
De mes souliers blessés, un pied près de mon coeur!
 
SOGNATO PER L’INVERNO

D’inverno andremo in un piccolo vagone rosa
Con cuscini azzurri.
Staremo bene. Un nido di baci dissennati riposa
Negli angoli molli.

Chiuderai gli occhi per non veder dal finestrino
Smorfiare le ombre delle sere,
Queste mostruosità astiose popolate
Da demoni neri e lupi neri.

Poi ti sentirai la guancia scalfita …
Un piccolo bacio come un ragno folle
Ti correrà per il collo …

E tu mi dirai: “Cerca!”, inclinando la testa
E prenderemo tempo per trovar quell’animaletto
Che fugge tanto …
 
RÊVÉ POUR L’HIVER

L’hiver, nous irons dans un petit wagon rose
Avec des coussins bleus.
Nous serons bien. Un nid de baisers fous repose
Dans chaque coin moelleux.

Tu fermeras l’oeil, pour ne point voir, par la glace,
Grimacer les ombres des soirs,
Ces monstruosités hargneuses, populace
De démons noirs et de loups noirs.

Puis tu te sentiras la joue égratignée …
Un petit baiser, comme une folle araignée,
Te courra par le cou …

Et tu me diras: “Cherche!” en inclinant la tête,
Et nous prendrons du temps à trouver cette bête
Qui voyage beaucoup …
 
ORAZIONE DELLA SERA

Vivo seduto, come un angelo tra le mani d’un barbiere
Impugnando un boccale a forti scanalature,
L’epigastrio e il collo inarcato, una Gambier ai denti,
Sotto l’aria gonfia d’impalpabili velature.

Come gli escrementi caldi d’una vecchia piccionaia,
Mille sogni in me fanno dolci bruciature:
Poi a istanti, il mio cuore triste è come un alburno
Che insanguina l’oro giovane e scuro delle colature.

E quando ho ringoiato i miei sogni con cura,
Mi giro, avendo bevuto trenta o quaranta boccali,
E mi raccolgo per lasciare l’acre bisogno:

Dolce come il Signore del cedro e degli issopi
Piscio verso cieli bruni, molto alti e molto lontani,
Con il permesso dei grandi eliotropi.
 
ORAISON DU SOIR

Je vis assis, tel qu’un ange aux mains d’un barbier,
Empoignant une chope à fortes cannelures,
L’hypogastre et le col cambrés, une Gambier
Aux dents, sous l’air gonflé d’impalpables voilures.

Tels que les excréments chauds d’un vieux colombier,
Mille Rêves en moi font de douces brûlures:
Puis par instants mon coeur triste est comme un aubier
Qu’ensanglante l’or jeune et sombre des coulures.

Puis, quand j’ai ravalé mes rêves avec soin,
Je me tourne, ayant bu trente ou quarante chopes,
Et me recueille, pour lâcher l’âcre besoin:

Doux comme le Seigneur du cèdre et des hysopes,
Je pisse vers les cieux bruns, très haut et très loin,
Avec l’assentiment des grands héliotropes.

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Irene nel Paese delle Meraviglie

17 domenica Ott 2021

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, LETTERATURA

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irene nel paese delle meraviglie, Loredana Semantica, racconto

Liberamente ispirato al capolavoro di Lewis Carroll, un racconto surreale di Loredana Semantica

Irene aveva cominciato a lavorare piuttosto giovane. Nel senso che con i suoi quasi ventiquattro anni  d’età, non che fosse giovanissima, ma, vista  la fame di lavoro che c’era, poteva ben considerarsi fortunata.

Giunto il grande giorno di partire per recarsi al luogo di lavoro, il Bianconiglio l’accompagnò alla stazione. Lui era commosso, lei stranita. Bianconiglio le regalò un pennapugnale, un pallottoliere, una museruola. Lei li conservò nella sua grande borsa alla Mary Poppins. Quando Irene iniziò il viaggio erano più o meno le sette di sera. Passò attraverso lo specchio, prese un treno al binario ventisette, cenò su uno scomodo sedile, poi si ritirò nella cuccetta sospesa a mezz’aria. Man mano che si approfondiva la notte, le sembrò che gli altri viaggiatori diventassero zombie. Il Bianconiglio le aveva consigliato: “Se ti dovessero aggredire, sfodera il pennapugnale” Irene si addormentò pensando: “ Per questo ne uccide più la penna che la spada.” E sognò nel sogno che li avrebbe uccisi tutti e che, prima o poi, sarebbe tornata a casa.

Albeggiò  ch’era ancora intera. Solo allora si accorse che gli zombie non potevano vederla. La sera prima aveva mangiato un panino col prosciutto avvolto in una carta argentata dove c’era scritto: “Mangiami” e si era fatta piccola piccola, fin  quasi all’invisibile. Bevve l’acqua dell’accrescimento da una bottiglietta di plastica dove c’era scritto: “Bevimi”. Ripose il pennapugnale nella borsa tra il pallottoliere e la museruola. Dopo un giorno e una notte di viaggio giunse al luogo di lavoro. Era tutto scale da scendere e salire. Bisognava sorridere sempre, chiedere tanti permessi, inchinarsi nei corridoi, mangiare caffè e brioches. Irene ben presto si accorse di essere stata assunta nel Paese delle meraviglie. Nel Paese delle meraviglie c’era sempre qualche guerra da combattere o partita da giocare. All’inizio la sua squadra era quella dei Naningenui, formata da undici neoassunti, Irene inclusa; erano tutti bravi ragazzi. Gli altri, gli avversari, erano la squadra dei Tantomatti, tra questi s’erano infiltrati i Poconesti, che avevano un’aria furtiva e la faccia di piombo. Dopo una conversazione tra il Re di Picche e il Granpapà, una delle neoassunte fu trasferita ai Pianialti. Irene non capì cosa avesse potuto dire il Granpapà al Re di Picche, fatto sta che Irene assieme agli altri del gruppo continuarono a incidere la pietra a mani nude,  l’altra andò dove si usavano i guanti. Irene imparò che nel Paese delle meraviglie le conversazioni a quattr’occhi tra Re e Granpapà producono frutti.

Dopo molti anni e molto impegno e dopo aver inciso tante e tante tavole di pietra, Irene riuscì a farsi trasferire ad Altrove, più vicino a casa. Per farlo dovette compiere una giravolta e battere i tacchi. Un po’ come Dorothy nel Mago di Oz, ma con più pathos. Nel luogo dove giunse avevano un modo antiquato di lavorare e lei cercò di proporre delle innovazioni. Aveva nuovamente bevuto l’acqua dell’accrescimento e questo l’aveva fatta ridiventare grande grande. “Capovolgiamo i fogli” disse Irene a Teresa, la collega anziana, “così devono leggere a testa in giù, il sangue gli andrà alla testa e tutti penseranno meglio.”

Il giorno dopo il Re di Fiori emise un editto che faceva Teresa Gran governante, Irene l’ultima addetta. Irene pensò bene di mangiare un panino col prosciutto. Ridiventò di nuovo piccola piccola, quasi invisibile, tirò fuori dalla borsa la museruola, la indossò e tacque. Aveva capito che nel Paese delle Meraviglie era meglio tacere.  Tacere e annuire poteva portare buoni frutti. Non passò molto tempo che la chiamarono al Pianodisopra, c’era bisogno di una testa e la sua sembrava piuttosto grossa. “Purché non me la taglino” pensò Irene. In effetti non volevano tagliarla ma usarla, la misero in un bel posto tutto di legno lucido e scuro, ma non come una bara, piuttosto come una stanza da pranzo. Ci misero la testa ancora attaccata al tronco. Insomma Irene tutta intera, che lì, in pace, passò molti anni lavorando con gusto, mangiando panini, bevendo tanta acqua.

Poi avvenne che il Mondodiqua e il Mondodilà si riunirono. Adesso al comando c’era il Re di Quadri e a lui serviva una che sapesse contare. Irene non era brava a farlo, ma aveva il pallottoliere e lo sapeva usare. La misero sulla scacchiera a fare il cavallo e lei saltava tra un quadretto e l’altro, in diagonale, poi segnava i punti col pallottoliere e dava ordini ai Pedoni.

In quel periodo apprese che nel Paese delle meraviglie i Pedoni hanno due facce. Una a vista, l’altra nascosta. Che Giano in confronto era un principiante. E Duefacce di Batman un essere angelico. I pedoni praticavano spesso la menzogna, ancora più spesso l’ipocrisia, entrambe dirette a trarre tutti i possibili vantaggi per se stessi. Intanto i mondi che si erano riuniti presero un nuovo nome:  Unicomondo. Dove, a questo punto, arrivò il Cappellaio Matto.  Lui, spronando Pedoni, Cavalli e Alfieri, vinse ogni battaglia. Fece stragi di preferenze, lo acclamavano tutti, ma presto dovette andar via. Nuove battaglie e nuove avventure lo attendevano. Ad Unicomondo la scacchiera fu messa da parte e contare non ebbe più importanza. Irene, afflitta, subì la stessa sorte. Allora cambiò vestito. Mise quello della determinazione. Era stanca di ingigantire e rimpicciolire. Le girava terribilmente la testa. Chiese al Nuovore  di Unicomondo di nominarla Ciambellano, ma i Pedoni non furono d’accordo. Si mossero tutte le Torri  insieme, la accerchiarono per farla precipitare. Dietro di loro, nascosti e maldicenti, i Pedoni a due facce. Nuovore però fu presto rimosso e Lunicoverore, giunto al suo posto, non si lasciò intimidire. Questi era un grande condottiero e andò dritto per la sua strada, riportando Unicomondo, scosso da tante tempeste, sulla retta via. Pacificò le squadre, mise tutti al lavoro come un unico coro. Solo pensò di lasciare il compito della nomina del Ciambellano alla sopraggiunta Donnadicoppe che non era tanto forte. Perciò nominarono Irene, ma solo Mezzociambellano e l’altro mezzo arrivò dopo, quasi inavvertitamente.

Sembrava che per Irene adesso tutto andasse bene, ma il viaggio non era ancora finito e nemmeno il lavoro. Ancora battaglie, ancora ferite. All’orizzonte un’altra avventura. Quella in cui Unicomondo fu sopraffatto da Altromondo, non tanto per una guerra, ma per un terremoto. Quelli di Altromondo piombarono su Unicomondo, erano rapaci e privi di scrupoli, come Orchi del Signore degli Anelli. La stessa bocca schifosa, piena di bava e di denti, la loro voce era gutturale, la gola profonda emetteva suoni inumani. Irene fu rimossa da Ciambellano per occuparsi delle Cucine. Divenne Gran Cuciniere e sfornava piatti su piatti, alcuni perfetti, altri un po’ cotti, altri un po’ crudi. A Irene non piaceva cucinare, preferiva altri lavori, chiedeva a gran voce che la mettessero al sole e non la lasciassero nel buio degli scantinati, ma nessuno la ascoltava. Languiva, si accorse di fare sempre più fatica nel lavoro, come se spingesse una montagna, finché, sfinita, non bruciò una frittata. Allora la Falsaregina, che in quel momento aveva il potere, dispose che le tagliassero la testa. La Falsaregina, Irene lo sapeva, era solo un Pedone travestito, ma non se ne accorgeva nessuno. Tutti i Pedoni obbedivano e gli Orchi ringhiavano vendetta. Irene provò a gridare che la Regina era falsa,  che aveva il sorriso ipocrita dell’impostore, ch’era stata messa sul trono dai Granpapà senza nessun merito, nessuna nobiltà, ma il cuore le batteva all’impazzata, il respiro era mozzato, la voce non le usciva.

Nella piazza principale di Altromondo s’era riunita una piccola folla di Orchi e di Pedoni curiosi di vedere l’esecuzione. Al centro della piazza c’era una fontana grandiosa, tutta statue, marmi e giochi d’acqua. Fu letta  la sentenza che disponeva  le tagliassero la testa. Irene chinò il capo e solo allora vide se stessa. Si rese conto che a bruciare non era la frittata, ma il suo vestito e tutto il suo corpo, corse verso la fontana per spegnere il fuoco e si accorse che tra le statue di marmo, nascosta dai veli d’acqua, c’era una porta. La aprì, ne oltrepassò la soglia, poi chiuse la porta dietro di sé e questa, come d’incanto, si dissolse.

Altromondo era sparito, sparito il Paese delle meraviglie, i Pedoni, gli Orchi, la Falsaregina.

Irene si guardò intorno, si accasciò sul pavimento e pianse, il viso tra le mani: finalmente era tornata a casa.

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~A viva voce~

16 sabato Ott 2021

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, ~A viva voce~

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Eugenio Montale, Non chiederci la parola

Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
 
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
 
lo dichiari e risplenda come un croco
 
perduto in mezzo a un polveroso prato.
 
 
Ah l’uomo che se ne va sicuro,
 
agli altri ed a se stesso amico,
 
e l’ombra sua non cura che la canicola
 
stampa sopra uno scalcinato muro!
 
 
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
 
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
 
Codesto solo oggi possiamo dirti,
 
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

 

EUGENIO MONTALE, Ossi di seppia (Torino, Piero Gobetti Editore, 1925).

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SQUID GAME: il dramma della sopravvivenza

11 lunedì Ott 2021

Posted by Deborah Mega in CULTURA E SOCIETA', Recensioni

≈ 7 commenti

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Squid Game

Esiste un nuovo fenomeno che sta riscuotendo grandissima risonanza mediatica nel variegato mondo delle serie televisive. È Squid Game, “Il gioco del calamaro”, perché ispirato a un popolare gioco per bambini praticato fin dagli anni Settanta. Si tratta di una serie sud-coreana, scritta e diretta da Hwang Dong-hyuk, disponibile in streaming dal settembre scorso sulla piattaforma Netflix, solo in lingua originale con i sottotitoli. Il progetto è rimasto a lungo nel cassetto per la difficoltà oggettiva di trovare un finanziatore. Per molti si trattava, infatti, di un’idea poco commerciale, data la complessità della struttura. La serie tratta i temi della fiducia nel prossimo e della sopravvivenza: 456 persone, uomini e donne, per diversi motivi, decidono di partecipare ad un gioco in cui rischiano la vita perché sperano di migliorarla aggiudicandosi il ricco montepremi finale che ha in palio 45600000000 won, pari a circa 33 milioni di euro. Il gioco prevede sei sessioni, in cui i perdenti vengono soppressi e non solo eliminati dal gioco. Il protagonista è Seong Gi-hun, un quarantenne disoccupato, sfortunato e privo di prospettive, che vive con la madre malata ed è oppresso dai debiti a causa della sua dipendenza dalle scommesse, ha una figlia che non può mantenere e che sta partendo per gli Stati Uniti con la madre e il suo nuovo compagno. Quando uno sconosciuto in metropolitana gli offre la possibilità di partecipare a un gioco da cui ricavare molti soldi, Seong Gi-hun ci vede una possibilità di riscatto e accetta, anche se non sa a cosa stia andando incontro. Trasferito in una location sconosciuta, al risveglio si ritrova in una prigione, con diversi sorveglianti mascherati che regolano tutte le attività, solo allora l’uomo capisce di essere in trappola. I giocatori e i soldati indossano ciascuno un colore distintivo, che rappresenta l’appartenenza ad una categoria sociale ed enfatizza la differenza tra i due gruppi. I primi indossano una tuta sportiva di colore avio. Ogni soldato è contraddistinto da un numero e segue rigidissime regole, come quella di non rivolgersi ad un superiore se non si viene interpellati. Tutti indossano una tuta da lavoro rossa con cappuccio ed una maschera nera per non rivelare la propria identità. Unico segno distintivo sui volti incappucciati sono le forme geometriche del cerchio per indicare il soldato semplice, del triangolo per il soldato di medio livello fino ad arrivare al quadrato per il più alto in grado.

Le scenografie e i costumi colorati, dal forte impatto visivo, sono stati progettati per trasmettere l’illusione di trovarsi in un mondo fantastico, che però nasconde trappole e orrori. L’ossimoro che è alla base della serie è evidente anche nella colonna sonora di Jung Jae II, che ha composto anche quella di Parasite, così come sorprende la presenza di brani del repertorio classico di per sé rasserenanti e armoniosi durante e dopo momenti di intensa drammaticità. Le sfide consistono in giochi infantili celebri come Un, due, tre stella, i Dalgona Biscuits, il Tiro alla fune o noti in Corea come Il gioco del calamaro, giochi semplici all’apparenza, ma disputati in gigantesche arene o parchi giochi allestiti a tema e controllati dai soldati. Nella serie sono rappresentate diverse tipologie umane: oltre al protagonista, un suo amico d’infanzia, capo di una società di investimenti, ricercato dalla polizia per aver rubato soldi ai suoi clienti, un criminale rissoso e prevaricatore, una profuga giovanissima che vuole vincere il premio per far emigrare i suoi familiari sopravvissuti nella Corea del Sud, un uomo anziano, malato terminale, un immigrato pakistano che deve provvedere alla sua famiglia, un poliziotto che si intrufola nell’organizzazione e si traveste da guardia, alla ricerca del fratello scomparso: uomini e donne diversi ma tutti accomunati da un destino di difficoltà e sofferenza. Nonostante sia il più anziano tra i concorrenti e sia contrassegnato dal numero 1, Oh Il-nam è quello che incarna le caratteristiche di un bambino: è allegro, puro, conosce le regole e i trucchi per vincere le gare e, a differenza degli altri giocatori, gioca per divertirsi. Conservate in una grossa ampolla, sospesa al soffitto del dormitorio, le banconote rappresentano un sogno irraggiungibile per i giocatori che assistono all’incremento del montepremi dopo l’eliminazione di ogni concorrente. Diverse volte nella serie viene sottolineato che i partecipanti lì vivano una condizione di uguaglianza e democrazia che fuori non è loro concessa. La profonda critica nei confronti delle diseguaglianze sociali viene ribadita anche nel momento in cui un misterioso supervisore di nome Frontman, che indossa una maschera diversa dalle altre, scopre un’organizzazione segreta in seno alla stessa organizzazione, dedita al commercio e al traffico di organi prelevati dai giocatori eliminati. Nonostante la serie sia drammatica e disturbante, ricca di dettagli orridi e raccapriccianti e di effetti stroboscopici, si rivela un dramma corale ricco di umanità. Viene spontaneo giudicare le debolezze dei personaggi ma anche provare tenerezza per loro, quando cercano di fare squadra collaborando e stringendo alleanze per affrontare coraggiosamente un nemico invisibile che li manovra come burattini in un gioco perverso e pericoloso. Oltre ad essere una serie avvincente, ben rappresentata e ricca di colpi di scena, Squid Game spinge lo spettatore a riflettere sulla vera essenza dell’essere umano e dei suoi comportamenti.

Deborah Mega

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Simone Corvasce, “Algoritmi di scacchi e passi d’angeli”, Nulladie Edizioni, 2021. Recensione di Rita Bompadre.

10 domenica Ott 2021

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni

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Algoritmi di scacchi e passi d'angeli, Simone Corvasce

“Algoritmi di scacchi e passi d’angeli” di Simone Corvasce (Nulladie Edizioni, 2021) è un libro interessante e un efficace strumento intellettivo, prodotto con sincera padronanza nell’inquadratura progressiva del tempo, delimitato dallo spazio emozionale del poeta. L’autore mette in risalto, attraverso uno stile solido e profondo, il principio sconfinato di simboli e immagini incarnati nelle sue poesie, riveste la transitorietà del genere umano di resistenza benevola, realizza il disegno elegiaco dell’ispirazione, disponendo l’accordo delle reazioni dell’inconscio esistenziale nello spirito della misura primitiva e dimostrativa della riflessione interiore. I testi insegnano il proposito sapiente della comunicazione con il fondamento dinamico dei quesiti filosofici e delle meditazioni religiose, manifestano la rivelazione spontanea dell’intelletto, esprimono nella direzione immaginativa del pensiero la vocazione creativa, l’avvicendamento analogico ed emblematico delle parole accostate alla forma di un divenire spirituale, rintracciando nell’osservazione delle esperienze l’adesione alle nascoste significazioni delle atmosfere archetipali. Simone Corvasce presenta una poesia lirica, classicista, procede lungo i sentieri tortuosi dell’uomo per identificare il segno della soggettività interpretativa, la sostanza primaria dei contenuti colti, l’intuizione dell’appiglio poetico come assoluta e visibile realtà esegetica. Coglie i frammenti di una esistenza frantumata dal disorientamento delle incertezze e dalla mancanza di una linearità permanente, riceve l’influenza della vulnerabilità e della consapevolezza delle reminiscenze biografiche, la consistenza quotidiana della solitudine, le risposte all’abbandono desolato, la paura suscettibile, il senso angoscioso del nulla. “Algoritmi di scacchi e passi d’angeli” ha il nobile carattere dell’essenzialità dialettica, restituisce alla compassione degli incontri la metafora delle sensazioni immediate, il corrispettivo ontologico della condizione drammatica dell’uomo, la rivelazione dolorosa della vita, il riflesso degli instabili volti dell’anima. Il poeta è messaggero del valore culturale, sostiene la funzione speculativa nella difesa della misericordia umana, replicando alla precarietà dei comportamenti l’intensa forza morale. La ricercata dilatazione dei fantasmi introspettivi attenua l’estensione della sottile malinconia, corregge l’equilibrio del tempo presente, compensa la condensazione della passione rinnovata oltre l’oblio dell’impulso affettivo. La sensazione inconfondibilmente tragica e tradizionale del destino concretizza, nell’orientamento sincero dei versi l’inquietudine moderna, nelle oscurità enigmatiche delle condanne la rassegnata lucidità, coniugando andamenti tormentati di contemporanea sofferenza. L’entità della realtà poetica trae ispirazione dall’esortazione della coscienza e dalle questioni funzionali della saggezza, dal significato sensibile e romantico della congiunzione inscindibile con la natura e l’armonia della conoscenza umana. Simone Corvasce dipinge una spiegazione della finitezza, delineando l’esposizione delle possibilità, la dottrina e la ragione della sensibilità, attraverso il rammarico e la continua analisi della consapevolezza, per oltrepassare la peregrinazione affannosa e disperata dei sentimenti.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

Dialettica Trascendentale

Per sfuggire ai diluvi la colomba

s’è inoltrata più in alto d’ogni cielo.

Ho temuto per lei, ma ecco che torna:

non reca il ramoscello

d’un’altra metafisica.

——————————-

Non è la vita a concedere meno

di quello che promette. Anzi concede

molto più del dovuto. Per tortura.

——————————-

Un orologio rotto segna l’ora

giusta due volte al giorno.

Gli altri, al contrario, sbagliano

di secondi, o minuti, ogni momento.

Siamo sicuri di cosa vogliamo?

—————————-

Un pensiero scambiato a mezzanotte.

Un attimo che vale l’universo.

La tenerezza d’esser soli in due.

——————————

Letteratura

Il treno, all’alba, ripete stazioni

di ieri: all’infinito, necessarie.

Ero me stesso. Adesso?

—————————-

Ed essa inquieta chiede la tempesta,

come nelle tempeste fosse pace!

  1. Lermontov, La vela, trad. T. Landolfi, Adelphi

La tempesta è passata. Quale cuore

paventa un mare placido?, e la brezza

che accarezza i capelli non sarà

dolce da sciogliere un pianto sincero?

Ecco che a me è preclusa questa gioia

vana, il riso d’un uomo sollevato:

dammi tempesta, e un senso, anche se duole!

——————————

Un turbine, un delirio,

fuoco che gonfia il petto

e che vorrebbe esplodere…

Perciò è giusto destino

vivere a patto d’essere schiacciati,

oppressi da chilometri di cielo,

forse troppo lontano.

———————-

Congedo

Mi domando da tempo

se questa mia inquietudine,

se questa mia poesia

gioverà mai a qualcuno.

Bramo una verità

che non ho. E quel che posso

cantare è solo il dubbio.

Io non sono la luce.

Neanche posso indicarla.

Posso solo gridare nel deserto:

“Preparate la via

a colui che verrà

additando le stelle”.

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Valerio Succi, “Subcultura”, Terra d’ulivi, 2021.

04 lunedì Ott 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Oggi

… È che comprendo, sebbene non riesca a trasmetterlo. È cupo, seppur diurno, ma questo è: la vita immine. Sono ancora vivo! Come narciso che spira non per il proprio viso, bensì per approfondir l’abisso. E lo si capisce bene, dato che basta un attimo, soltanto uno, un singolo momento, per accorgersi che tutto ciò che è contenuto qui dentro si rivela vano, e un’ardua fatica, vana anch’essa, il suo accumularlo, un solo istante, un singolo momento –dico! – per prendere in mano l’accendino, e dar fuoco a ogni minimo libro abitante quest’umile edificio. La guerra non è che silenzio e triste scempio, in confronto alle grida di gioia che emetterei: come arde! Scadendo il cielo, scandalo di me stesso.

Oggi

La guerra, che comincia ogni giorno dopo, ha sviluppato un collerico collettivo, per il quale la maggior parte degli umiliati, subendo il timore atroce della morte, cerca, qualunque esso sia, un metodo per scampare alla propria scomparsa. Decidono di, in massa, recarsi in Biblio, per consegnare – o come dicono loro: «per donare» – le loro
memorie, le riflessioni personali, i diari quotidiani e tutti quei romanzi che custodivano, gelosamente e pudicamente, nel cassetto del comò di casa, da chissà quanto tempo:
ludica fatica ben spesa dietro a un’utopia. Ho iniziato a rifiutare molte di codeste copie, poiché, oltre a giungermi in numero esagerato – qualcuno è arrivato addirittura a redarre interi tomi consegnandomi una vera e propria collana enciclopedica sulla sua stessa vita –, troppe sono rilegate semplicemente con lo spago o tenute assieme tramite graffette scarse, dimostrando il poco senso al loro interno, come quella di chi ha portato un manoscritto senza un rigo scritto e un valido motivo. Ma quale valore gli attribuiscono?
Loro non comprendono, però, e allora mi fanno trovare, già stamane, davanti all’uscio chiuso della bella Biblio, plichi di fogli e pile di quadernoni parenti protocolli da smantellare, realtà malgrado: son ondate di menti traviate – o subisso, sinonimo di… I maggior scaltri, credendosi poi i minor corti, mi spediscono i pacchi via posta, con i quali allegano pure una lettera di ringraziamento, che è precisazione delle motivazioni di tale scelta. Così, posto in difficoltà, non ho la benché minima possibilità di ridare tutto questo indietro: indifeso, m’hanno reso! Evito infatti di buttar nel rusco l’intero gruppo: ricompenso – ma con quale pazienza! –, riconoscendola, la giusta inventiva.
M’incammino dunque: destinazione il magazzino, con lo scopo di trovare uno scaffale vuoto nel quale collocare l’intero materiale, pensando già, nel mentre, a una nuova possibile catalogazione, data la straordinaria occasione. Niente mi viene però in mente: anche solamente il diario di quest’umiliato, che stringo in mano, muta nel suo essere inconsistente. A un certo punto, attirata la mia attenzione, lo scaravento sulla scrivania, già invasa da pendolari petenti il treno diretto agli scaffali, e la scala prendo, perché noto un libro che sporge molto, forse troppo, rischiando di far cadere tutti gli altri, quei suoi compagni dell’ultimo ripiano, quell’alto. Piazzo la scala, ma provo prima, comunque, a raggiungerlo, alzando giusto dei piedi le punte. Non ci arrivo, come del resto ogni singola volta.
Torno dalla scala, sulla quale salgo, nonostante m’intimorisca: sono in balìa d’un caso vacillante, e, sbilenca, mi ricorda ancora l’angusta figura, che, diventandola, mi si manifesta quando m’addentro, ancora oscuro, del magazzino costume e uso. Raggiungo finalmente il volume, ma, nello spingerlo indietro, mi si rivolta contro, gettandosi per terra. Lo fisso per minimo un minuto: combattute, tutte queste vite vissute, per dì marcenti, nei pressi di giardini adiacenti, mi ribadiscono, infastidite, che le ho lasciate troppo a lungo al soliloquio del loro eloquio, infimo destino. E proprio non posso nemmeno asserire, per farmi meglio sentire, che dormano tranquille, poiché seppellite, malnutrite: nessun lume conduce luce, come il segreto cielo non si introduce.
Loro fine, mi perplime. Chiedo perdono, non per questo o quel coso, ma per ciò che realmente sono: bevuto di gusto il succo, ne ho goduto giusto il dubbio. Ma perché parlo, mi perdo, sbando? E con chi piango? Perché abbandonarlo? Seduto, vuol ritornar volume? Perché ambiscono, gli umiliati, a prender parte a questo cimitero e a mischiarsi con quest’altri astanti, i quali, oltre a esser gravidi dei loro stessi anni, hanno anche assaporato, portandoselo in seno, l’amaro dell’assoluto, compiuto dell’incompiuto? Come convivranno se comunicano diverse lingue? Già loro s’oppongono, noto… Ignorano coloro che sono destinati a un oblio ben peggiore rispetto a quello della rete o della scomparsa in quanto tale, perché sì – finalmente l’infine della stessa fine? –, decido di non catalogarli, né d’archiviarli, semplicemente posarli qua, dove nessuno viene, e mai verrà a conoscenza della loro esistenza. Nessuno rimpiangerà il racconto e il dettato costante della propria e solita pratica, atroce e vera vita, che si differenzia, in loro e per loro, soprattutto per le mansioni specifiche che svolgevano a lavoro: due automi, dopotutto, si mimano a vicenda dopo gli ordini ricevuti. Anzi, ad armi pari non han bisogno nemmen degli umani. Ma per le idee? Le stesse, essequie genuflesse: medesime per ogni essere presente in queste povere pieghe, già di polvere piene: tutti attori del proprio evo, presenti mai assenti al proprio tempo; falla qui vi manca.
Scendo dalla scala. Prendo tra le mani il libro che si è gettato a terra. Lo sasso in uno scatolone, tumulo inodore: lo metterò, domani, già a posto? Mentre ritorno, stanco e sporco, alla mia postazione, «Odio l’oblio» sento sentire.

Oggi

Basta dormire: è l’ora! Dolorose tentazioni, seguirò le mie ambizioni. Finalmente darò vita a un epos d’eros che finora ha albergato la mia mente e non vede l’ora di evadere.
Sento già un motivo, anzi: una sinfonia leggiadra e candida, dispersa nell’eremo del mio cervello, che migrerà sulla carta, mai sazia, mai paga! Condividerò con la cruda realtà questa mia sciagura, la mia intima natura, vera e unica paura, e dovrà accettarlo, il mio canto, come un «sono» pari agli altri. Parto ora dal porto e mi perdo cieco alla sua ricerca, fino a quando ogni sarto occupantesi di canto non sarà trasportato al foglio, e il proprio corpo mostrato, con tanto ardore, e sul comodino di chi ha capito, e qui in Biblio pervertito. Fioriranno, e sì, gli alberi abitanti la solitudine – sede di sete – che gorgoglia, come noia, tra questi libri e umiliati, i quali proferiscono ciò che non comprendono.
Le giornate, sembranti pegno dell’eterno e dentro le quali m’abbandono come un corpo morto fluttuante tra le correnti dei lenti letti, ignorando il luogo in cui posarmi e riposarmi, godranno, perciò, di un tramonto favoloso. Ne ho e ne avrò, e del tempo e del suono.

 

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Emilio Capaccio traduce Lya Luft

02 sabato Ott 2021

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche

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Emilio Capaccio, Lya Luft, poesia contemporanea, traduzione

C’è gente che invece di distruggere, costruisce;
invece di invidiare, regala;
invece d’avvelenare, abbellisce;
invece di strappare, riunisce a aggrega.

L. L.

 

Lya Luft (1938-vivente), traduzioni di Emilio Capaccio

CANZONE NELLA PIENEZZA

Non ho più occhi di bambina
né corpo d’adolescente, e la pelle
traslucida da tempo s’è macchiata.
Ci sono rughe dove avevo seta, sono una struttura
allargata dagli anni e dal peso dei fardelli
buoni o cattivi.
(Ne ho caricati molti con piacere e altri per ribellione.)
Quello che posso darti è più di tutto
quello che ho perduto; ti do le mie vittorie.
La maturità che riesce a ridere
quando in altri tempi avrebbe pianto,
provare a volerti bene
quando in passato avrei voluto
solamente essere amata.
Posso darti molto di più adesso
di bellezza e gioventù: questi dorati anni
mi hanno insegnato ad amare meglio, con più pazienza
e con non meno ardore, a capirti,
se ti serve, ad aspettarti, quando vai via,
a darti ventre d’amante e affetto di compagna,
e soprattutto forza — che viene dall’apprendistato.
Questo posso darti: un mare antico e fidato
le cui maree — anche se fuggono — ritornano,
le cui correnti nascoste non portano distruzioni
ma l’interminabile sogno delle sirene.

CANÇÃO NA PLENITUDE

Não tenho mais os olhos de menina
nem corpo adolescente, e a pele
translúcida há muito se manchou.
Há rugas onde havia sedas, sou uma estrutura
agrandada pelos anos e o peso dos fardos
bons ou ruins.
(Carreguei muitos com gosto e alguns com rebeldia.)
O que te posso dar é mais que tudo
o que perdi: dou-te os meus ganhos.
A maturidade que consegue rir
quando em outros tempos choraria,
busca te agradar
quando antigamente quereria
apenas ser amada.
Posso dar-te muito mais do que beleza
e juventude agora: esses dourados anos
me ensinaram a amar melhor, com mais paciência
e não menos ardor, a entender-te
se precisas, a aguardar-te quando vais,
a dar-te regaço de amante e colo de amiga,
e sobretudo força — que vem do aprendizado.
Isso posso te dar: um mar antigo e confiável
cujas marés — mesmo se fogem — retornam,
cujas correntes ocultas não levam destroços
mas o sonho interminável das sereias.

QUESTI SONO I MIEI OGGETTI

Questi sono i miei oggetti:
hanno una patina che non è del tempo,
è il mio dolore
che li sfiora con la sua mano afflitta.
Questo è il mio viso:
occhi che, dal cercar troppo, scrutano
solamente didentro. E se tutto sfocia nella morte
allora questo è il mio destino. È là che sto andando,
speranza e protesta,
reggendo il candeliere degli amori
che mi illuminarono nella vita.

(Resisteranno, uno per uno,
al mio ultimo respiro?)

ESTES SÃO OS MEUS OBJETOS

Estes são os meus objetos:
têm uma pátina que não é do tempo,
é minha dor
roçando neles sua mão aflita.
Este é o meu rosto:
uns olhos que, de procurar demais, olham
só para dentro. E se tudo desemboca na morte
esse é o meu destino. É para lá que vou,
esperança e protesto,
segurando o candelabro dos amores
que me iluminaram na vida.

(Resistirão, singularmente,
ao meu último sopro?)

CONVITO

Non sono la sabbia
su cui si disegnano un paio d’ali
o grate davanti a una finestra.
Non sono solo la pietra che rotola
nelle maree del mondo,
rinascendo un’altra sopra ogni spiaggia.
Sono l’orecchio poggiato alla conchiglia
della vita, sono costruzione e disfacimento,
servo e padrone, e sono
mistero.

A quattro mani scriviamo questo copione
per il palcoscenico del mio tempo:
il mio destino ed io.
Non sempre siamo in sintonia,
non sempre ci prendiamo
sul serio.

CONVITE

Não sou a areia
onde se desenha um par de asas
ou grades diante de uma janela.
Não sou apenas a pedra que rola
nas marés do mundo,
em cada praia renascendo outra.
Sou a orelha encostada na concha
da vida, sou construção e desmoronamento,
servo e senhor, e sou
mistério.

A quatro mãos escrevemos este roteiro
para o palco de meu tempo:
o meu destino e eu.
Nem sempre estamos afinados,
nem sempre nos levamos
a sério.

TUTTI QUESTI ANGELI

Tutti questi
Angeli che la notte
agitano le tende e sussurrano frasi
che temi di capire:
se t’accolgono tra le braccia
se ti baciano sulla bocca,
se entrano nel tuo corpo,
non ti daranno la certezza che vivere, morire,
siano ugualmente soavi e difficili
folli e sensati, e più ancora urgenti?

Potrai alla fine amare, arrendendoti a quello
che ti sfiora con le sue ali,
ti chiama con le sue voci,
ti sferza costantemente con questa luce,
questo dolore.

TODOS ESSES ANJOS

Todos esses
Anjos que à noite
agitam cortinas e sussurram frases
que temes entender:
se te tomarem nos braços
se te beijarem na boca,
se te entrarem no corpo,
não te darão certeza de que morrer, viver,
são igualmente suaves e difíceis
loucos e sensatos , e urgentíssimos?

Poderás enfim amar, rendendo-te aquilo
que te aflora com suas asas,
te chama com suas vozes,
te vara constantemente com essa luz,
essa dor.

LA SPERANZA MI CHIAMA

La speranza mi chiama,
e io salgo a bordo
come se fosse il primo viaggio.
Se non conosco le mappe,
scelgo l’imprevisto:
qualunque segno è un buon auspicio.

Sia come sia, io vado,
Perché quasi sempre ci credo:
cammino con gli occhi chiusi
come un bimbo che gioca alla cieca.
Più d’una volta ne sono uscita ferita, o quasi affogata,
Ma non mi arrendo.

Il dolore accidentale è il prezzo della vita:
biglietto, assicurazione e pedaggio.
A ESPERANÇA ME CHAMA

A Esperança me chama,
e eu salto a bordo
como se fosse a primeira viagem.
Se não conheço os mapas,
escolho o imprevisto:
qualquer sinal é um bom presságio.

Seja como for, eu vou,
pois quase sempre acredito:
ando de olhos fechados
feito criança brincando de cega.
Mais de uma vez saio ferida, ou quase afogada,
mas não desisto.

A dor eventual é o preço da vida:
passagem, seguro e pedágio.

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“Dizionario critico della poesia italiana 1945-2020”: una galleria di ritratti dal 1945 ad oggi.

27 lunedì Set 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Tag

Dizionario critico della poesia italiana 1945-2020, Mario Fresa

 

Che cosa può catalogare un dizionario critico della poesia italiana? Certamente le principali manifestazioni della nostra poesia, nei luoghi e nei tempi in cui essa si è manifestata. Il Dizionario critico della poesia italiana 1945-2020, edito lo scorso maggio per i tipi della Società Editrice Fiorentina, nasce con l’intento di effettuare un’analisi sistematica della poesia italiana del secondo Novecento, da un archivio del curatore Mario Fresa, schedario costituito da ricerche, recensioni, appunti, saggi, interventi dedicati a moltissimi poeti italiani, in particolare a voci immeritatamente dimenticate o trascurate dalle antologie più note e diffuse. Si tratta di un’opera ambiziosa, coraggiosa e di ampio respiro, teniamo conto che il Novecento presenta un panorama ricco, variegato, fluido e inesauribile, che offre sempre l’esca per le polemiche, perché qualsiasi campionatura non risulterebbe mai esaustiva e completa, del resto redarre un dizionario così come un’antologia non significa compiere una selezione in base all’eccellenza estetica. Quella proposta da Fresa e dai collaboratori che hanno partecipato alla stesura degli interventi critici è solo una prospettiva di indicizzazione e di storicizzazione. Il Dizionario critico vuole essere, infatti, uno strumento di ricerca, consultazione e approfondimento sulle figure, sulle opere e sulle correnti più significative della poesia italiana contemporanea, a partire dal 1945 fino ai nostri giorni.

Qualche dato più preciso. L’opera, rivolta a studenti, a specialisti, a cultori della poesia, ma anche al lettore medio, contiene duecentocinquanta schede redatte da cinquantatrè redattori compreso lo stesso Fresa. Non è un’antologia nonostante compaiano molte citazioni di versi e non è un repertorio bibliografico nonostante siano menzionate le più significative opere in poesia e in prosa degli autori trattati. Nella Premessa dello stesso Fresa è specificato che il Dizionario prende avvio dal 1945 con l’inclusione dei poeti che abbiano esordito ufficialmente in volume a partire da quella data. Il curatore è consapevole che “ogni selezione implica, di per sé, una forzata, inevitabile componente di arbitrarietà” e che la campionatura dedicata alle nuove generazioni, poeti nati fino al 1979, è ancora parziale e provvisoria. I commenti critici mirano a offrire i dati necessari alla comprensione: dati biografici e bibliografici dei poeti, riferimenti intertestuali esterni (fonti) e interni (temi, motivi, figure, scelte stilistiche all’interno dell’opera del poeta), citazioni dei testi ma anche valutazione, commento, interpretazione di poetica, stile, opere. Ai collaboratori inoltre si è lasciata la libertà di scegliere autori e testi per empatia, affinità culturali, estetiche, stilistiche.

Un Dizionario di poeti, mappati regione per regione, presuppone un amore forte e incondizionato per la ricerca, la lettura, l’analisi, lo studio, la documentazione della poesia, talvolta di testi di autori poco conosciuti ma non di minor valore. La realtà geografica trattata è la nostra nazione con ricorrenze più numerose per Lombardia (43 poeti), Lazio (33), Campania (28), Emilia Romagna (27) e a seguire tutte le altre.

Non è presente un indice degli autori trattati ma, armandomi di certosina pazienza, ho annotato nomi noti e meno noti, sorprendendomi talvolta, della mancata trattazione di qualche grande autore. Ma ripeto, le opere di questo tipo, in nessun caso riuscirebbero a evitare omissioni anche perché il mondo poetico è un territorio magmatico, in perenne dinamismo, che prevede improvvise emersioni e sparizioni. Non va dimenticata la specificazione essenziale evidente nel titolo stesso: dizionario critico, non storico. Ho colto, in alcuni casi, brevi menzioni e, in altri, trattazioni articolate e molto dettagliate, ma questa disparità è dovuta al fatto che le analisi critiche sono state redatte da una pluralità di critici, non certo alla validità o meno della voce poetica trattata. Un’ultima considerazione prima di concludere quest’intervento, su duecentocinquanta schede solo cinquantasei sono dedicate a figure femminili. Da questo emerge il mio augurio alle future compilazioni di dizionari e antologie affinchè possano superare davvero limiti e assenze secolari e ingiustificate: approfondire e divulgare maggiormente la conoscenza della produzione letteraria femminile, sempre più notevole e degna di nota, attraverso la trattazione di autrici validissime che abbiano manifestato itinerari profondi di ricerca e di riflessione.

Deborah Mega

*

Segue l’elenco dei collaboratori: Alberto Bertoni, Andrea Caterini, Barbara Pietroni, Carlo Cipparrone, Cecilia Bello Minciacchi, Daniele Maria Pegorari, Daniele Santoro, Davide Morganti, Davide Rondoni, Diego Conticello, Domenico Cipriano, Emilio Risso, Enzo Rega, Eugenio Lucrezi, Francesco Iannone, Franco Bruno Vitolo, Franco Dionesalvi, Gabriela Fantato, Giancarlo Alfano, Gianluca D’Andrea, Gianni Turchetta, Giovanni Perrini, Giuseppe Manitta, Giuseppe Marchetti, Grazia Fresu, Ivano Mugnaini, Laura Garavaglia, Luigi Cannillo, Luigi Carotenuto, Luigi Fontanella, Marco Corsi, Maria Borio, Mary Barbara Tolusso, Mario Fresa, Massimiliano Manganelli, Matteo Bianchi, Matteo Zattoni, Maurizio Cucchi, Maurizio Spatola, Michele Paoletti, Monia Gaita, Monica Venturini, Plinio Perilli, Roberto Maggiani, Rosa Elisa Giangoia, Rosa Pierno, Sandro Montalto, Sebastiano Aglieco, Simone Zanin, Tiziano Rossi, Tiziano Salari, Ugo Piscopo, Vincenzo Ostuni.

Gli autori trattati sono: Accrocca E.F., Aglieco S., Agustoni N., Alaimo F., Alborghetti F., Amendolara M., Anedda A., Annino C., Artoni G.C., Azzola C., Bacchini P.L., Bagnoli C., Bàino M., Baldassari T., Baldini R., Balestrini N., Bandini F., Bàrberi Squarotti G., Baroni G., Bassani G., Bellezza D., Bellintani U., Bemporad G., Benedetti M., Bergamini G., Berti L., Bertoldo R., Bettarini M., Biagini E., Bisutti D., Blotto A., Bodini V., Bonacini G., Brandolini d’Adda, Bregoli F., Bruck E., Bufalino G., Buffoni F., Cacciatore E., Cagnone N., Calandrone M.G., Caldelli A.P., Camon F., Campo C., Canali L., Candiani C.L., Cannillo L., Cantarutti L., Canzian A., Capasso F., Cappello P., Cara D., Caratti S., Cascella Luciani A., Catà A., Cattafi B., Cavalli E., Cavalli P., Cavallo F., Ceccarini R., Ceni A., Cepollaro B., Ceronetti G., Cerrai G., Cesarano G., Ciabatti G., Ciancio M.P., Cini M., Cipparrone C., Cipriano D., Conte B., Conte G., Corbo P., Coviello M., Cucchi M., Dal Bianco S., D’Andrea G., D’Angelo E., De Angelis M., De Lea E., D’Elia G., Dell’Arco M., De Luca R., De Palchi A.,  De Signoribus E., De Vita N., Di Fusco G., Di Maro V., Di Natale S., Di Pietro B., Di Spigno S., Dolci D., Donini P., Doplicher F., Drudi G., Erba L., Faggi V., Fantato G., Fasano A., Ferrari I., Ferraris A., Ferri G., Finiguerra A., Fiore E., Fontana G., Fontanella L., Fortini F., Frabotta B., Frasca G., Frezza L., Furia M., Gaita M., Garavaglia L., Germani M., Giovenale M., Giudici G., Giuliani A., Guglielmin S., Guidacci M., Insana J., Isella G., Kemeny T., Krauspenhaar F., Lamarque V., Lambertini S., Landolfi T., Leronni G., Leto G., Loi F., Lolini A., Lucrezi E., Lunetta M., Macciò F., Maconi M., Maffeo P., Maggiani R., Magrelli V.,  Majorino G.,  Maleti G., Malfaiera A., Manzoni G. R., Marelli P., Maroccolo A.N., Martini S., Massari S., Mauro C., Menicanti D., Merini A., Mesa G., Minore R., Moccia F., Moio G., Molinari M., Monreale D., Montalto S., Morante E., Mugnaini I., Munaro M., Mussapi R., Mussio M., Neri G., Nessi A., Niccolai G., Nunziata N., Ortese A.M., Osti F., Ostuni V., Ottieri O., Ottonieri T., Pacilio R., Pagliarani E., Pagnanelli R., Parri M.G., Pellegatta A., Pennati C., Perilli P., Piazza R., Piccoli G., Piccolo di Calanovella, Piemontese F., Pierno R., Pierro A., Piersanti U., Pontiggia G., Porta A., Prestinoni G., Pusterla F., Quadrelli R., Quintavalla M.P., Raboni G., Ramella Bagneri G., Raos A., Ravizza F., Rea D., Rega E., Rentocchini E., Riccardi A., Ricciardi J., Ripellino A.M., Ritrovato S., Rivera F., Riviello V., Rondoni D., Rosselli A., Rossi T., Ruffilli P., Ruggeri C., Saffaro L., Salari T., Salvaneschi E., Salvia B., Sanguineti E., Santagostini M., Santoro D., Scandurra A., Scialoja T., Scotellaro R., Serricchio C., Sica G., Sicari G., Sissa G., Socrate M., Sollazzo L.,  Spagnuolo A., Spatola A., Spaziani M.L., Tavan F., Testori G., Teti R., Tolusso M.B., Toni A., Travi I., Trucillo A., Trucillo L., Turoldo D.M., Urraro  R., Vaccaro A., Valduga P., Vallerugo I., Vetromile G., Villa C., Villalta G.M., Violante S., Vit G., Viviani C., Voce L., Volponi P., Zanzotto A., Zeichen V., Zinetti L., Zinna L., Zizzi M., Zuccato E.

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Psychodissey di Eleonora Federici: una lettura di Loredana Semantica

26 domenica Set 2021

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni

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Eleonora Federici, Loredana Semantica, poesia contemporanea, Psychodissey, recensione, Terra d'ulivi edizione

La giovane poetessa perugina Eleonora Federici, classe 1995, è l’autrice di “Psychodissey”, una raccolta breve di poesia, appena pubblicata per i tipi di Terra d’ulivi edizioni.
Il volumetto è prefato da Emidio De Albentiis, la postfazione è di Sergio Pasquandrea.
Il contenuto dell’opera, la seconda pubblicata dell’autrice dopo “Misteri” nel 2016, si rivela nel titolo. Declinato con riferimento alla lingua inglese esso è composto da due termini congiunti, il primo è la radice inglese psych che rimanda alla psicologia, alla psiche, alle situazioni patologiche della mente, l’altro invece è un richiamo all’Odissea, cioè al celeberrimo poema di Omero, che narra le peregrinazioni di Ulisse di ritorno dalla guerra di Troia alla sua isola Itaca durate dieci anni.
La parola odissea nel linguaggio comune è quindi passata ad indicare le peripezie di un percorso che sembra non avere mai fine, costellato da avventure, incontri, esperienze. Metaforicamente le si attribuisce il senso del viaggiare dell’uomo nel tempo della propria vita fino all’approdo finale che accomuna tutti. La poesia “Itaca” di Costantino Kavafis, che parla di tesori ed esperienza accumulati lungo il percorso, ne è uno splendido paradigma.
Eleonora quindi ci racconta in forma di poesia questa tappa del suo viaggio esistenziale, “i tesori” che ha accumulato, le esperienze che ha vissuto, e lo fa ricorrendo al mito di Ulisse e vestendo le poesie delle nominazioni del poema greco.
L’ elemento autobiografico si intuisce anche dall’epigrafe, dall’aver scelto l’incipit del romanzo “La strada di Swann” di Marcel Proust: “Per molto tempo mi sono coricato presto la sera”, non soltanto perché significa in sé preferire il sonno alla veglia e quindi ricorrere al sonno per avere sollievo dalla coscienza del presente, ma perché tutta l’opera di Proust, nei suoi sette romanzi della “À la recherche du temps perdu”, sono pervasi di autobiografismo, ricordi, analisi interiore.
Ispirarsi all’Odissea significa esprimere la propria conoscenza e ammirazione del mondo letterario classico, ma è anche un modo di trasfigurare la realtà e i luoghi dove si vive disagio psichico. “Qui tutto fa schifo”. è questo il primo verso della raccolta contenuto in “Proemio”, titolo della prima poesia. Un “proemio”, quasi è superfluo dirlo, è premessa imprescindibile in un’opera poetica che si ispira ai poemi greci classici.
“Fango è il mondo” è l’altro verso chiave presente nella poesia, citazione di Leopardi e del suo “e fango è il mondo” della poesia “ A se stesso”. E’ espressione di disgusto invincibile di ciò che si è costretti a vedere o vivere. Il verso finale di “Proemio” “E a me, non resta che tacere” è un’affermazione della necessità del silenzio in un’ora vissuta, subita, comunque non verbalmente scardinabile. Tuttavia è prossima la catarsi, la reazione all’ineluttabile, essa sta appunto nelle ventisette poesie della raccolta che dimostrano come di certo il poeta non tace. Dice ciò che ha da dire, e lo dice quando è giunto il momento di esprimere l’indicibile. A conferma hanno detto poeticamente la  drammatica esperienza di degenza Alda Merini e Maria Marchesi.
Dopo la prima poesia “Proemio” la raccolta è ripartita in tre sezioni. La prima “Benedizione” contiene, tra le altre le poesie “Troia che brucia” e “Il Cavallo di Troia”. Esse contengono l’antefatto dell’Odissea, lo scontro, la vittoria o la sconfitta, le schiere degli opposti, l’inizio del climax, di certo una sofferenza, traumi che infieriscono “tra le bestemmie le urla, gli strepiti, stridono i denti rotti da troppi pugni – della – vita” . C’è la guerra del resto. Uccisioni, ferite e ossa rotte. Dolore al di sopra di tutto.
Le ultime tre parole del lacerto che riporto sono intervallate dal trattino disgiuntivo, esso impone una lettura cadenzata del testo, come a volerne sottolineare ogni termine, quasi fossero scandite, perché il senso sia chiaro, compreso, perché s’imprimano bene nella mente del lettore. Questa particolare forma col trattino lungo inframmezzato alle parole sarà ripresa successivamente anche in altre poesie della raccolta, soprattutto in “Viatico”, che riporto più sotto
L’ultima poesia di questa sezione ha per titolo “Tre volte santo”, un mantra – refrain consolatorio che rallenta una corsa a precipizio, separa la crisi dalla cura, sancisce il raggiungimento di un luogo ch’è ricovero, ma anche il passaggio dal clangore di fuoco e fiamme verso il viaggio dell’Odissea.
La seconda sezione è la vera e propria “Psychodissey”, qui entrano in scena personaggi noti del poema omerico: “Ulisse”, i “Lestrigoni”, “Circe”, i “Proci” e altri che sono titoli di altrettante poesie. Non mancano le “Sirene” e un “Polifemo” che drammaticamente si lancia nel vuoto. La raccolta è dedicata a Elena, Francesca e Marco. Due di questi nomi sono ripresi nel corpo dell’Opera a fianco dei titoli costituiti dai nomi mitici di “Atena” e “Tiresia”.  E’ legittimo pensare che le poesie siano ritratti di compagni d’avventura, flash delle loro essenze, momenti topici dell’interazione. Soprattutto però è Ulisse che catalizza l’attenzione, Ulisse ha lo sguardo all’orizzonte di barlumi, è il ricercatore della conoscenza, è il protagonista, il re, il viaggiatore, il vittorioso, l’errante, il portatore di una visione di speranza che i versi dell’omonima poesia “e qui dimora in noi,/ nella catapecchia del cuore,/la speranza.” rimarcano.

In “Sirene” e “Polifemo” è presente il nome che Ulisse riferì a Polifemo come proprio e cioè: “Nessuno”. Un inganno che contribuì alla salvezza sua e dei suoi compagni, una volta fuggiti dall’antro del Ciclope appena accecato. L’indefinitezza del pronome non consentì a Polifemo di denunciare Ulisse, autore dell’accecamento. In Sirene troviamo il verso “Il mio nome è nessuno,/ come tutti.” e nella poesia Polifemo il verso “Nessuno sei, nemmeno io”. Espressioni che si riferiscono probabilmente a un dialogo. Attribuirsi alla maniera di Ulisse il nome “nessuno” intende sottolineare il senso di annientamento e perdita d’identità dei malati ricoverati in strutture nelle quali l’alienazione è il sentimento più comunemente provato. La spersonalizzazione e lo sradicamento possono essere  alleviati dai momenti in cui si può dichiarare, interagendo con qualcuno, il proprio non nome. In questa stessa dichiarazione affermano di contro la propria essenza, esprimono  la sofferenza del sentirsi annichiliti.
I Lestrigoni,  sono i mitici giganti che nell’Odissea distruggono la flotta di Ulisse a colpi di pietre, uccidendone i compagni con gli spiedi. Nell’omonima poesia i giganti si servono come armi di parole pesanti come pietre. Le pietre nel testo poetico sono virgolettate, locuzioni di un linguaggio colloquiale prevalentemente d’affetto, non si sa se autentico, ma anche di disprezzo “mi fai schifo”, che si altera caricato di elementi negativi incorporati, pesantissimi nel contesto di situazioni parossistiche. Testimonianza di come le parole possano ferire più della spada. Mettere le pietre in bocca a giganti è dare alle figure che le pronunciano un’importanza preponderante, similmente a ciò che accade nei disegni dei bambini, dove le figure disegnate più grandi, sono quelle predominanti.
In tema d’amore alle parole dei Lestrigoni , “non c’è pietà,/ né amore in quelle” si contrappongono nella poesia “Fortuna” i versi “Diciamo di ciò/ che non sappiamo;/ forse questo è l’amore.” Al sapere di Emily Dickison “Che sia l’amore tutto quel che esiste/É ciò che noi sappiamo dell’amore;” si contrappone un sapere similare. L’arte della divinazione alla quale fa riferimento l’incipit  della poesia non è altro che un pretesto per cogliere i desiderata universali, la lettura dell’oroscopo un modo attraverso cui tradurre il sentire comune. L’essere amati, volere e voler vivere l’amore diventa l’altra faccia della disperazione.
Volere che non è sopraffatto dalla sofferenza ma vivo e vitale oltre gli amari calici di “Nausicaa” (perché sono/così gli uomini?), le “pasticche” di “Eolo, il prosaico ” tanfo di ascelle nella metropolitana” dei “Lotofagi”.
La terza sezione è “L’isola della morte”. Essa si apre con “Viatico”, dove ritroviamo i Santi di psichiatria, e amore, vita, morte. La poesia è estrema tra pavimento e asfalto, la si direbbe prostrata, ma la chiusa è d’argento, come le pupille, “Tutto questo è dell’amore; il resto ci sfugge”.  Ne “L’isola della morte”, che dà il titolo alla sezione il ritmo è spezzato e fermo, l’osservazione distaccata espressa è memoria d’infelicità. “Qui i corvi beccano/il cadavere di quello/che siamo stati.” La raccolta si chiude con il componimento “Anno 0”, dove non può che essere ciò che è: vita dopo la morte, coi segni delle ferite sul corpo, la cura del tempo e la parola che cura.

Viatico

Il rosso sull’asfalto,
il nero del pavimento,
l’argento delle mie pupille;
Tutte queste cose abitano
nell’amore – bugiardo.
La morte, la vita – in – viaggio,
la benedizione degli infermi,
i – Tre – Volte – Santi in Psichiatria;
Tutto questo è dell’amore;
il resto ci sfugge

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Natalia Ginzburg, la scrittrice della semplicità

22 mercoledì Set 2021

Posted by marian2643 in Appunti letterari, LETTERATURA

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Il giorno 8 ottobre del 1991 ci lasciava Natalia Ginzburg, scrittrice, drammaturga, editor della casa editrice Einaudi. A trent’anni dalla sua scomparsa vogliamo ricordarla con questa nota che ne testimonia la vita e l’opera.

NATALIA GINZBURG, LA SCRITTRICE DELLA SEMPLICITA’

Nell’ottobre del 1991 ci lasciava una delle maggiori scrittrici del secondo Novecento Italiano, Natalia Ginzburg, romanziera, autrice teatrale e saggista. Nata a Palermo nel 1916 e vissuta fin dall’infanzia a Torino, dove la famiglia si era trasferita, pubblicò il suo primo racconto, I bambini, sulla rivista Solaria a diciassette anni, ma ancor prima aveva scritto altro e primo fra tutti Un’assenza, pubblicato da Einaudi negli anni Trenta sulla rivista Letteratura.

Natalia Levi (questo il cognome del padre di origine ebrea) è l’ultima dei figli di Leone Levi, medico e insigne docente universitario, e di Lidia Tanzi, milanese di confessione cattolica, nella cui casa si radunano intellettuali, scrittori e i politici avversari del fascismo; e come antifascisti Leone e i suoi figli maschi sono nel mirino del regime e arrivano a provare anche la prigione. La giovane segue privatamente le classi elementari, frequenta il liceo ma, iscrittasi all’Università, non arriverà mai a laurearsi. Nel 1938 sposa Leone Ginzburg, docente universitario di origine russa e geniale autore di saggi e traduzioni. A causa della sua origine ebrea e del suo antifascismo egli viene perseguitato fino ad essere inviato al confino in un paese dell’Abruzzo dove lo raggiunge la moglie Natalia con i due figli, Carlo e Andrea, ai quali si aggiungerà dopo poco tempo l’ultima nata, Alessandra. E’ là che la Ginzburg scrive il suo primo romanzo, La strada che va in città, che però firma con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte e che Giulio Einaudi pubblicherà nel 1942. Nel 1944, dopo vari arresti e rilasci, Leone Ginzburg muore a Regina Coeli sotto le torture fasciste. Tornata a Torino Ginzburg lavora per la casa editrice Einaudi dove incontra e segue nei suoi primi passi Italo Calvino; nel 1947 pubblica il suo secondo romanzo, E’ stato così, al quale viene assegnato il premio “Tempo”. Nel 1950 sposa in seconde nozze il saggista e studioso di letteratura inglese Gabriele Baldini, direttore dell’istituto Italiano di Cultura di Londra, dal quale avrà due figli, Susanna, nata nel 1954 con un grave handicap, e Antonio, nato il 6 gennaio del ’59 e morto appena un anno dopo. A Londra, dove ha raggiunto il marito, scrive Le voci della sera. Con il romanzo Lessico famigliare, fra i suoi forse il più ricordato, vince l’edizione del 1963 del premio “Strega”. Una storia di famiglia e non un’autobiografia, come lei stessa precisa nell’avvertenza che precede la narrazione, perché non è di se stessa che l’autrice racconta, ma delle persone che costituiscono il nucleo familiare, padre, madre, fratelli, e di quelle che attorno a quest’ambito gravitano: personaggi del mondo della cultura, della vita politica e sociale, di quella letteraria e universitaria, un universo umano che si raccorda tanto con la Storia quanto con la vita individuale e privata di quelli che lo costituiscono. Lessico famigliare ricostruisce le vicende dei Levi in un arco di tempo che va dagli anni Trenta agli anni Cinquanta raccontate attraverso la riproduzione del linguaggio che si parlava nella famiglia: quello dell’iroso padre Giuseppe, burbero ma amorevole, della madre Lidia, ilare canterina, dei litigiosi fratelli. I motti, i modi di dire che si ripetono sempre uguali nella routine quotidiana evocano momenti ed esperienze, in un continuo gioco di richiami, e costituiscono un cifrario che permette ai componenti della famiglia di riconoscersi. “Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso” – annota l’autrice nell’avvertenza al testo -“Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia”.
Nel 1969 Natalia Ginzburg rimane ancora una volta vedova. Durante gli anni ’70 inizia ad interessarsi attivamente di politica militando nelle file della sinistra indipendente, è anche un momento di fertile produzione letteraria, ai romanzi, ai saggi e agli articoli si aggiungono i testi teatrali, fra i quali Ti ho sposato per allegria, che viene rappresentato con rilevante successo. Nel 1983 pubblica La famiglia Manzoni, ricostruzione storico-familiare della stirpe dello scrittore, e contemporaneamente viene eletta al Parlamento come indipendente nelle liste del PCI. La scrittura della Ginzburg si distanzia da quella della generazione degli “impegnati”, essendo quello che scrive frutto della memoria e della fantasia che per istinto, e non per pratica programmata, si aggancia alla letteratura. La sua cosiddetta “semplicità”, il suo riferirsi all’esistenza con sguardo sereno, nonostante le dolorose vicissitudini, che produsse in Pavese una reazione di incredulità e di critica, è la risposta ad una letteratura manipolata e sperimentalistica, è l’analisi puntuale e discreta delle multiformi facce dell’esistenza e si connota per l’ironia, l’umanità ed il confronto con il vissuto. Natalia Ginzburg muore fra il 6 e il 7 ottobre del 1991, al suo funerale, che per scelta dei figli è officiato con il rito cattolico,  partecipa commosso il mondo della letteratura, dell’arte e del cinema.

Anna Maria Bonfiglio

 

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Forma alchemica 26: Emily Dickinson

18 sabato Set 2021

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA

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EMILY DICKINSON

Poiché non potevo fermarmi per la morte

Poiché non potevo fermarmi per la Morte –
Lei gentilmente si fermò per me –
La Carrozza non portava che Noi Due –
E l’Immortalità –

Andavamo lentamente – Lei non aveva fretta
Ed io avevo messo da parte
Il mio lavoro e anche il mio tempo libero,
per la sua cortesia –

Oltrepassammo la Scuola, dove i Bambini si battevano
Nell’Intervallo – in Cerchio –
Oltrepassammo i campi del Grano che ci fissava –
Oltrepassammo il Sole al tramonto –

O piuttosto – Lui ci oltrepassò –
La Rugiada tracciò tremante e gelida –
Il mio Vestito di Tessuto leggero
La mia Stola – solo un velo –

Sostammo davanti a una Casa che sembrava
Un rigonfiamento del suolo –
Il Tetto era appena visibile –
Il Cornicione – nel Tumulo –

Da allora – sono Secoli – eppure
Li avverto ciascuno più brevi del Giorno
In cui per prima intuii che le Teste dei Cavalli
erano rivolte verso l’Eternità.

(traduzione di Loredana Semantica)

Because i could not stop for death

Because I could not stop for Death –
He kindly stopped for me –
The Carriage held but just Ourselves –
And Immortality.

We slowly drove – He knew no haste
And I had put away
My labor and my leisure too,
For His Civility –

We passed the School, where Children strove
At Recess – in the Ring –
We passed the Fields of Gazing Grain –
We passed the Setting Sun –

Or rather – He passed Us –
The Dews drew quivering and Chill –
For only Gossamer, my Gown –
My Tippet – only Tulle –

We paused before a House that seemed
A Swelling of the Ground –
The Roof was scarcely visible –
The Cornice – in the Ground –

Since then – ‘tis Centuries – and yet
Feels shorter than the Day
I first surmised the Horses’ Heads
Were toward Eternity –

Questa poesia di Emily Dickinson è tra quelle sue citata più spesso, specialmente nella sua prima strofa che già forma una poesia a sé. E’ citata spesso perché considerata dai critici un capolavoro di composizione, in termini di rime, assonanze, costruzione retorica; ciò naturalmente si apprezza maggiormente nel testo in lingua originale.
Nel testo la morte è personificata nel pronome “He” letteralmente “Egli” che accompagna il passeggero (io) in un viaggio dentro una carrozza. “Chariot” “carrozza” è appunto il titolo col quale la poesia fu pubblicata postuma nel 1890.
Postuma perché Emily in vita pubblicò solo 15 poesie e la sua raccolta di 1775 poesie, su foglietti di minuta scrittura, cuciti a mano, fu scoperta dalla sorella Lavinia alla morte, avvenuta nel 1886.
Nella poesia l’io poetico e il fantomatico “He” compiono un tragitto in carrozza. Il percorso si snoda nello spazio e passa oltre i bambini che giocano a scuola durante la ricreazione, oltre i campi col grano occhieggiante, oltre il sole che tramonta. Questo scorrere di immagini della realtà regalano al testo un’aura di serenità, nonostante l’argomento sia alquanto tetro. L’ineluttabilità della sorte umana è accompagnata nell’espressione poetica dal senso di accettazione che il viaggio ultimo è inevitabile. Lo scorrere degli scenari fa pensare a quelle visioni che si dice accompagnino gli ultimi momenti di vita, nei quali scorrono i frames della propria esistenza come in un film.
L’insistenza sul concetto di immortalità nella prima strofa e di eternità nell’ultima adombra forse la possibilità di un’esistenza ultraterrena, di uno stato “di morte” che rende eterno il riposo dell’uomo, ma non escluderei anche la presenza nella poesia di un lampo di consapevolezza dell’autrice che, con la sua opera scrittoria, si accinge ad edificare il suo mausoleo di parole. Un magnifico edificio che l’avrebbe resa nota ben oltre la morte. In altri termini viene espressa la preveggenza dell’alto ruolo a cui il destino l’aveva chiamata: la morte nell’anima e per converso la gloria dell’immortalità
Cronologicamente la produzione del testo della poesia viene collocato nell’anno 1863.
Nonostante Emily abbia solo 33 anni ha già incontrato più volte l’oscura signora. Ad appena quattrodici anni aveva perso Sophia Holland, sua amica e cugina, ammalatasi di tifo. Nel 1850 la lasciò, sopraffatto dalla tubercolosi, Benjamin Franklin Newton, un giovane avvocato, suo amico e mentore. Benjamin le scrisse che avrebbe voluto vivere ancora per poterla vedere raggiungere la fama e il successo. Indubbiamente un suo ammiratore. Successivamente e all’improvviso venne a mancare anche l’amico Leonard Humphrey, preside dell’Accademia di Hamherst, dove lei aveva studiato.
Queste morti devastano la poetessa, la gettano in uno stato di sconforto e malinconia che si riflette nei suoi scritti. Un poeta non può che tradurre in poesia l’esito di profonde ricerche interiori dirette alla comprensione della morte, non meno che della vita.
E’ molto probabile inoltre che Emily si fosse già innamorata. Non sappiamo delle liasons con gli amici scomparsi, ma molti studiosi concordano che nel 1855, durante un suo viaggio a Washington, conobbe e si invaghì del reverendo Charles Wadsworth. Egli era sposato con figli perciò il sentimento d’amore sbocciato nella giovane non poté trovare sbocco, rimase platonico.
Con Wadsworth la poetessa intrattenne una relazione epistolare dal 1855 al 1858. Nelle lettere lei lo chiama “Master” cioè Maestro. Non si sa se a sua volta egli la corrispondesse sentimentalmente: queste lettere sono andate distrutte. Nel 1858 Wadsworth accetta un incarico di presbitero a San Francisco e ciò pone fine alla corrispondenza con Emily.
I temi del dolore, separazione, morte delle poesie della Dickinson probabilmente traggono fondamento da questa esperienza traumatizzante, non meno che dai lutti che l’avevano colpita.
Sebbene non si sappia con certezza quando Emily cominci a scrivere le prime poesie è certo che l’esplosione della sua creatività avvenne proprio in questi anni: 1855 – 1863. Durante questo periodo scrisse anche le “Master Letters” Lettere al maestro firmandosi “Daisy”, Margherita. Resta il dubbio che potessero essere destinate al reverendo Wadsworth, ma più probabilmente sono dirette a un Master che è trasfigurazione di un personaggio reale, e, quindi, un essere immaginario cui indirizzare confidenze poetiche, amorose, sensuali.
Nella vita di Emily tra le figure femminili è di fondamentale importanza Susan Gilbert per la quale la poetessa prova un trasporto affettivo intenso, al punto che qualche biografo ipotizza che lei possa essere il “Master” delle famose lettere. Susan diventa cognata di Emily nel 1856, sposandone il fratello Austin, ed Emily, pur amando entrambi, percepisce Austin come un intruso nel rapporto con la sua amica prediletta. Pare quasi che rischi di impazzire quando i coniugi pensano di trasferirsi altrove, lasciando la casa dove vivono adiacente a quella paterna di Dickinson, dove abita la poetessa. Essi si rendono conto della profonda crisi in cui era sprofondata Emily e rinunciano al progetto. Il matrimonio comunque non fu dei più felici, funestato tra l’altro anni dopo dalla perdita del figlio generato.

Questa vicenda a conferma ulteriore che l’equilibrio e la serenità di Emily furono sconvolti proprio in questi anni da perdite, dolori, traumi esistenziali che ne segnano l’esistenza, facendo esplodere incontenibile il potenziale poetico dell’autrice.
Nel 1865 Emily decide di vestire sempre di bianco. Questa scelta è il segno di un’accettazione del proprio destino, la quiete che segue l’agitazione, la volontà di dedizione al suo genio. Sa che la sua vita scorrerà per sempre tra le quattro mura della casa paterna perché questa è una sua decisione e, al contempo, gli abiti bianchi che indossa sono manifestazione esteriore di una raggiunta consapevolezza.

Non aveva paura della morte Emily tuttavia, lo dice chiaramente lei stessa nel corpo di una poesia

“Paura! Di chi ho paura?
Non della Morte – perché chi è Costei?”

Pensa che essa sia ricongiungimento ai cari, raggiungimento della quiete, pensa che l’amore è l’antidoto alla morte, non meno della promessa di resurrezione cristiana.

Chi è amato non conosce morte,
perché l’amore è immortalità,
o meglio, è sostanza divina.

Chi ama non conosce morte,
perché l’amore fa rinascere la vita
nella divinità.

E infine sul perché vestisse di bianco, anche qui troviamo la risposta nella sua stessa poesia.

Non può essere l'”Estate”!
Quella – è passata!
È presto – ancora – per la “Primavera”!
C’è quella lunga città di Bianco – da traversare –
Prima che i Merli cantino!
Non può essere la “Morte”!
È troppo Rosso –
I Morti vestono di Bianco –
Così il Tramonto tronca il mio dubbio
A Colpi di Crisolito!

(traduzione di Giuseppe Ierolli)

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