
Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
15 lunedì Feb 2021
Posted in LETTERATURA, Versi trasversali

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
13 sabato Feb 2021
Posted in LETTERATURA, Rose di poesia e prosa
Tag
Cristina Campo, EMILY DICKINSON, Frederic William Burton, Giovanni Raboni, Jacques Prevert, Loredana Semantica, Maria Marchesi, Tamara de Lempicka, William Shakespeare
Il sottotitolo di questo articolo avrebbe potuto essere “Niente di nuovo sotto il sole”, l’amore infatti è un mistero che si ripete da ere, inoltre le poesie proposte, alcune o tutte, di certo le conoscerete. D’altra parte quando vi chiedono “cosa fai per S.Valentino?” rispondete pure “polpette”, come me, poi leggetevi queste poesie qua e se non vi piacciono o non le capite, sorry avete perso molto, non delle poesie, della vita.
Ah dimenticavo, in mezzo mi ci sono messa anch’io, con un mio testo di oltre 10 anni fa, e, a seguire chi volesse può accodarsi. Il post è aperto ai contributi.

Incontro sulle scale della torre, Frederic William Burton, 1864
Non sia mai ch’io ponga impedimenti
all’unione di anime fedeli; Amore non è Amore
se muta quando scopre un mutamento
o tende a svanire quando l’altro s’allontana.
Oh no! Amore è un faro sempre fisso
che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;
è la stella-guida di ogni sperduta barca,
il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza.
Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote
dovran cadere sotto la sua curva lama;
Amore non muta in poche ore o settimane,
ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio:
se questo è errore e mi sarà provato,
io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.
William Shakespeare
–
Che sia l’amore tutto ciò che esiste
É ciò che noi sappiamo dell’amore;
E può bastare che il suo peso sia
Uguale al solco che lascia nel cuore.
Emily Dickinson
.
I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è soltanto la loro ombra
Che trema nel buio
Suscitando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo i loro risolini
la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Loro sono altrove ben più lontano della notte
Ben più in alto del sole
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.
Jacques Prevert

Tamara de Lempicka, Il bacio,1922
Primavera è a un passo, mi colma
d’azzurro e di riverberi, mi chiude
nel desiderio che fa duri i seni
e fa sussultare la vagina. Al canto
delle rane uscirò nuda per le strade.
dovranno vedermi che sono bella
e piena d’ardori. Lui verrà a saperlo
e perderà le staffe. Lo sa che anche il vento
può farmi godere da forsennata.
Maria Marchesi
–
Amore, oggi il tuo nome
al mio labbro è sfuggito
come al piede l’ultimo gradino…
ora è sparsa l’acqua della vita
e tutta la lunga scala
è da ricominciare.
T’ho barattato, amore, con parole.
Buio miele che odori
dentro diafani vasi
sotto mille e seicento anni di lava –
ti riconoscerò dall’immortale
silenzio.
Cristina Campo
–
Innamorarsi è un attimo
contro la parete bianca
penombra verdeggiante
liquida e beffarda
un salmone argenteo
che nel guizzo
risale la corrente
le pupille d’acero filante
s’allargano di luce
affondando nere nell’addio
un abbraccio brevissimo
e la gola
d’apnea rossa s’annoda
all’ugola trafitta da stupore
chiodi sopra il muscolo cardiaco
come fosse un puntaspilli
annegato nella stretta
pulsante il cuore grida
al vento quasi morto
amore t’amo
l’afasia di mille volte.
Loredana Semantica
–
Le volte che è con furia
che nel tuo ventre cerco la mia gioia
è perché, amore, so che più di tanto
non avrà tempo il tempo
di scorrere equamente per noi due
e che solo in un sogno o dalla corsa
del tempo buttandomi giù prima
posso fare che un giorno tu non voglia
da un altro amore credere l’amore.
Giovanni Raboni

Egon Schiele, Men and woman (Embrace), 1917
08 lunedì Feb 2021
Posted in LETTERATURA, Versi trasversali

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
ALESSANDRO BARBATO
Astrolabio
Le mani che tu intrecci coi miei sogni
mi mostrano carnalità di nuvola.
Le stille dai tuoi occhi che battezzano
la notte, mi frustano le tempie
con curiosità di lampi, di ripidi
chiarori da scalare in brevi istanti.
Ma adesso muta ancora il nostro viaggio
cui adattiamo passi infermi, scalzi,
sfiorati dagli zenit e dai nadir
dei nostri tempi e vera, tu soltanto,
in questa astronomia di nebbia resa
fitta come ghiaccio dal risveglio,
conducimi per mano verso il buio
dove è muto anche il destino, fermo.
2.
Sussurri di falò
Cerca prima i suoni lievi, quelli
innocui da vedere, da nascondere
alla folta mascherata
d’occasione che ci dice
delle valli. Sali invece quasi
fossi monachina che si azzurra
nella gola, se c’è ancora un po’
di vento in queste notti di granito.
Cerca bene, cerca meglio.
Eternità private
Le mie parole d’acqua si rinnovano
ogni autunno, mentre solo un dubbio
è l’oro che si irradia su cammini
di promesse sotterrate
e di capelli che si sciolgono.
Abbiamo guizzi ancora di ricordi
di silicio e un bagnasciuga
adesso vuoto che ci mormora
fonemi inaccessibili ai cultori
delle eternità private
che si incontrano sui treni
insieme a qualche pendolare.
Avremo del futuro tutte quante
le movenze e poi una voce
che non tace, pure senza dire niente.
06 sabato Feb 2021
Posted in Prisma lirico
Giorgio Caproni nel Prisma lirico di oggi, con Raynard Dixon ed Edward Hopper

1
Sassate di Giorgio Caproni
Ho provato a parlare.
Forse, ignoro la lingua.
Tutte frasi sbagliate.
Le risposte: sassate

Poesia: “Sassate”, Giorgio Caproni da Il «Terzo libro» e altre cose, 1968
05 venerdì Feb 2021
Posted in MISCELÁNEAS

‘Escape from reality’ by Julie de Waroquier.
«Chi non ha sofferto non sa niente; non conosce né il male, né il bene, non conosce gli uomini, non conosce se stesso.», in Le avventure di Telemaco
François de Salignac de La Mothe-Fénelon
(Sainte-Mondane, 6 agosto 1651 – Cambrai, 7 gennaio 1715)
*
«Molti sventurati furono fatti poeti dall’ingiustizia patita. Impararono soffrendo quanto insegnano cantando.»
Percy Bysshe Shelley
(Field Place, Sussex, 4 agosto 1792 – mare di Viareggio, 8 luglio 1822),
*
«Io ricevetti il dono della sofferenza e divenni poeta.»
Henrik Ibsen
(Skien, 20 marzo 1828 – Oslo, 23 maggio 1906)
*
«Il dolore è una di quelle chiavi che servono ad aprire non solo i segreti dell’animo ma il mondo stesso. Quando ci si avvicina a quei punti in cui l’uomo si mostra all’altezza del dolore, o superiore ad esso, si accede alle sorgenti della sua forza e al mistero che si nasconde dietro il suo potere.»
Ernst Jünger, Sul dolore, Foglie e pietre
(Heidelberg, 29 marzo 1895 – Riedlingen, 17 febbraio 1998)
*
«Le sono successe più cose di quante ne accadano a molti. Non ha reagito a tutto ciò con rabbia e neanche con tristezza. Però c’è in lei uno sguardo forte, duro, che sconfina con l’ira. L’oscuro universo di una donna in cui il risentimento per essere stata presa di mira dal destino si mischia con l’orgoglio per essere riuscita a passarci dentro senza annegare.»
Banana Yoshimoto, in Amrita
(Tokio, 24 luglio 1964)
*
Nel cercare un aggettivo da apporre al sostantivo “esperienza” ho ritenuto efficace numinoso, poiché il termine è sia sostantivo sia aggettivo: il lemma tedesco numinos derivato dal latino numen –con il quale si intendeva la presenza del divino e un cenno espressivo del capo – è stato creato nel 1917 dal teologo e storico delle religioni tedesco Rudolf Otto e si riferisce «all’esperienza peculiare, extra-razionale, di una presenza invisibile, maestosa, potente, che ispira terrore ed attira: tale esperienza costituirebbe l’elemento essenziale del “sacro” e la fonte di ogni atteggiamento religioso dell’umanità».
Vi è qualcosa nel dolore – sia fisico, sia psichico o nell’associazione di entrambi –, nella percezione di esso, che incute spavento, richiama e concentra l’attenzione, incrina la speranza o l’esalta in un atto di volontà straordinaria a superare il perimetro della sofferenza, ad appropriarsi della guarigione, a creare immagini mentali, inventare abitudini di vita inconsuete, svestendosi delle acquisite per raggiungere lo stato di benessere, ritrovare la salute. Se il dolore del corpo richiede interventi, terapie, riabilitazioni, modifiche di regimi alimentari e comportamentali, i segni del dolore – ciò che esso comunica degli organi –, la diagnosi, sono gli elementi necessari indispensabili per la ricerca della guarigione o di uno stato di equilibrio che affranchi dal dolore: questo è un processo creativo cui sono sottesi sia l’osservazione scientifica, sia il pensiero immaginale, ossia quella scintilla dell’intuizione più alta – l’analogia – che induce a individuare sia la causa, sia la terapia del dolore: questo processo di guarigione avviene nell’appropriazione dell’alfabeto della creanza: ho preferito questa espressione poiché, se il dolore ha in sé gli elementi indicativi per la trasformazione di esso, il termine poetico “creanza” esprime il fluire dell’ingegno e il riguardo che si pone nella cura, più del termine “creatività” che risuona come qualcosa di concluso, recintato, definito.
Il poeta e critico d’arte Gian Ruggero Manzoni, qualche anno fa, scrivendo del dolore, consegnò una frase che nella sua essenzialità individua il senso di quanto cerco di chiarire: «Il dolore fisico ci ricorda che siamo materia, ma quello morale che siamo spirito: energia cosciente, divenuta materia». Dunque, l’Autore vuole significare l’esistenza di una sola energia – energia cosciente – che informa la complessità del vivente e si manifesta sotto la forma che attiene all’organismo interessato: il soma la manifesta come materia fisica attaccabile dalla malattia e dal tempo, la psiche come materia di pensiero che a sua volta può incontrare, conoscere gli abissi della sofferenza.
Il poeta Evaristo Seghetta pubblicò un interessante libro dal titolo Morfologia del dolore: impiega due termini che sono della lingua comune e, al contempo, uno di essi, della lingua specialistica: “morfologia” è la parola coniata nel 1785 da J. W. Goethe per indicare l’anatomia comparata: ora noi l’usiamo tanto in biologia, quanto in geografia fisica, quanto in linguistica. Non è un caso dunque che sia l’uomo di scienza, sia il poeta, possano impiegare la stessa parola con medesima significazione, pur in ambiti diversissimi: ciò suggerisce l’idea che esista un aspetto essenziale, un elemento primo, una sorta di frattale che accomuna tutte le discipline, le pone in dialogo e dal momento che l’uomo intuisce, analizza e accoglie questa intrinseca natura può dare avvio alla creazione di una realtà che modifica o supera la precedente.
Il dolore quindi mostra questo volto grandioso che guarda sia alla dimensione “sensoriale”, sia alla dimensione “spirituale” e come un ponte congiunge le due rive che sostengono lo scorrere della vita, la struttura umana: il soma e la psiche, e in virtù delle loro funzioni possiamo dire con Claudio Widmann che «Al di là del sensoriale s’estende l’immaginale».
Chi attraversa i territori oscuri, carichi di presagi indecifrabili, sconfortati, sconfortanti del dolore, non di rado parla di tempo straziato in termini di impotenza o di sfida contro un inaccessibile nemico, o sente di essere immerso entro un sovramondo di cui non conosce l’accesso, né l’uscita, sentendo il mondo reale senza possibilità, distante, dissolto da ogni certezza conosciuta, da ogni riferimento e paradigma di sicurezza, perduto l’orientamento abituale e tutto da costruire intorno al nucleo dirompente del dolore. Il poeta e l’artista conoscono bene questa atmosfera, poiché vivono come se la sensibilità neuronale fosse al grado esponenziale e la struttura sentimento – ragione programmata per raccogliere il discorso analogico che il dolore fisico o psichico o entrambi, tenta di inviare alla comprensione, alla creanza, come se essa fosse la sola e sovrana natura capace di trasferire in parole o immagini i contenuti del dolore. L’arte in genere, la poesia in particolare, poiché si fonda sulla oralità e sulla grafia – le espressioni prime e immediate degli umani – sono i campi prediletti in cui il dolore può emergere in tutta la sua forza comunicativa, poiché trova colui che di esso può dare testimonianza.
Anna Rice non è una poetessa, è una scrittrice statunitense, ma da lei giunge una riflessione chiarificatrice sulla potenza del dolore: «Si tratta di una verità spaventosa: il dolore può renderci più profondi, può conferire un maggiore splendore ai nostri colori e una risonanza più ricca alle nostre parole. Questo avviene se non ci distrugge, se non annienta l’ottimismo e lo spirito, la capacità di avere visioni e il rispetto per le cose semplici e indispensabili.»; «una risonanza più ricca alle nostre parole»: questo è sia il modo in cui il poeta tenta di consegnarci la connotazione tragica del mondo, sia il risultato della creanza che trova la materia indispensabile nelle zone in ombra della psiche, laddove s’accumulano le scorie delle esperienze, ossia i resti dolorosi, ambigui, irrisolti, nodi drammatici o angosciosi della vita che nega sottrae o non riconsegna il dovuto, l’atteso, il bene che ci spetta.
Giuseppe Ungaretti, nella sezione poetica L’Allegria che accoglie i testi scritti in Carso durante la prima guerra mondiale, include una poesia che ha titolo Il porto sepolto: in certo modo è la sua dichiarazione di poetica, e indica il luogo in cui giunge il poeta e risale alla luce «con i suoi canti/ e li disperde». Ora, la metafora bellissima consta di un porto che però è sepolto: il poeta vuole significare un luogo fluido che tuttavia è seppellito e dunque contiene reperti, scheletri d’imbarcazioni e umani, tesori andati perduti in naufragi: è dunque il luogo dove consiste il dolore scaturito dal dramma del naufragio, dove la memoria dell’acqua conserva le vestigia dell’accaduto, gli oggetti che facevano parte della vita delle vittime dell’acqua, le merci del viaggio per mare: Ungaretti, con quell’immagine ci indica che è nelle profondità oscure fluide e tempestose che conservano e forse sono mentori del dolore che nascono i canti con cui risalire alla luce per disperderli, perché il canto della poesia, il suo sapere alchemico, deve diffondersi, andare lontano quasi dimentico di chi gli ha dato creanza, esistenza. La sezione che accoglie le poesie scritte tra il 1937 e il 1946 ha titolo esplicito Il dolore: nella poesia Tutto ho perduto i versi:
Disperazione che incessante aumenta
La vita non mi è più,
Arrestata in fondo alla gola,
Che una roccia di gridi
non hanno bisogno di commento, poiché il lemma disperazione ingloba e restituisce tutto il significante di un tempo in cui il dolore dello spirito, il dolore morale è parossistico.
Amelia Rosselli, poetessa tra le più alte del nostro Novecento, trasferisce in poesia la «scia di disperazione nata all’indomani dell’uccisione del padre Carlo e dello zio Nello nel 1937, in Francia, non lontano da Parigi, per ordine di Ciano e Mussolini.», «…un problema esistenziale profondo, ingovernabile, irrisolvibile. ( ) un tormento interiore che cerca di trasmettere all’esterno per averne un minimo di considerazione. Essa negò sempre di essere ammalata fisicamente (aveva, fra i molti acciacchi, il morbo di Parkinson) e rifiutò cure. La sua poesia è faticata, ripiegata su se stessa, orgogliosa e disperata. Sta in un labirinto, da cui non vuole uscire. Una poesia viva in sé, chiusa in sé, con lampi verso il cielo quasi involontari. È una poesia da leggere e rileggere per cercare di comprendere una autentica sofferenza.» (Dario Lodi).
La poesia di Amelia Rosselli si presenta come un «corpo poetico distopico, fatto di ridondanze, di lapsus», di parole «legate ad una pratica trilingue che non trova un baricentro.» (Rita Corsa) e specchiano perfettamente il «male irrimediabile» di cui è pervasa, di cui è consapevole e lucida attrice e spettatrice. In Variazioni belliche (1960-1961, p.317) scrive: «…/ Io pernottavo nel vuoto della mia/ribelle anima» e in La libellula da Serie ospedaliera, 1958:
E il delirio mi prese di nuovo, mi trasformò
stancata e ebete in un largo pozzo di paura,
mi chiamò coi suoi stendardi bianchi e violenti,
mi spinse alla porta della follia. Mi rovinò
per quell’intera durata e quel giorno intero.
Mi stese dispettosa a terra: incapace di muovere,
stanca all’alba, incapace a sera: e l’agonia
sempre più viva.
prima di compiere il gesto ultimo nel 1996, quando la speranza spiumata «…/ faticosa a mettersi insieme/ non ne vuol più sapere.»
Concludo citando un piccolo libro alla cui composizione partecipai nel 2013 in seguito al rinvenimento tutto casuale a opera del regista veneziano Daniele Frison mentre effettuava riprese sullo stato di degrado in cui versavano i padiglioni dell’ex Ospedale al Mare del Lido di Venezia di un quaderno contenente poesie manoscritte da pazienti psichiatriche. Il quaderno divenne il libriccino dal titolo L’isola senza età, ispirato dai versi anonimi:
In fondo, più in fondo l’isola senza età m’appare
sembra l’irreale isola che da tempo respiro nei miei desideri
so che sarei felice
fra le lievi ombre che s’alzano nella fonda notte
so che non avrei più età e più bisogno di farmi credere…
Curato da Antonella Barina e Daniele Frison con la collaborazione di alcune poetesse è un bene prezioso, poiché testimonianza della grande voce del dolore che sale dalle stagioni dimenticate a farsi parola, ritrovamento, restituzione. I testi che risalgono agli anni ottanta sono semplici, attraversati da errori grammaticali e ortografici, ma esprimono qualcosa di potente: il numen che presiede alla vita, la forza sacra e dirompente che rende ciascuno creatore della propria identità anche nello stato di esilio, un mondo interiore colmo di paesaggio che affiora mediante la parola, che non è solo manifestazione dolente della propria vicenda umana, ma significazione che tra il dolore e la persona che lo sperimenta esiste un nucleo creativo che urla per venire alla luce.
Adriana Gloria Marigo
01 lunedì Feb 2021
Posted in LETTERATURA, Versi trasversali

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
SERGIO ORICCI
1.
Passo ogni giorno dalla stazione centrale, che sembra ogni giorno sempre uguale; c’è un ragazzo che inizia a bere di mattina, e canta manele – perché siamo in Romania – fino a quando ha energia. Ha i capelli tirati indietro con un sacco di gel, è sempre a torso nudo se le temperature sono sopra lo zero; tutti i giorni gli stessi jeans. Qualche volta canta e balla davanti a un orso; è un peluche seduto su una sedia, che guarda la strada come fanno gli altri, alla fermata. Ieri l’orso teneva stretta una rosa, ma poteva anche essere qualunque altra cosa.
3.
Mi piacciono i semafori quasi quanto gli spazi vuoti. Attraversare la strada per incrociare gli altri pedoni. Li guardo negli occhi e vorrei che facessero lo stesso, anche quando mi accorgo che li sto infastidendo. Quando mi passa accanto qualcuno che mi piace, a volte chiudo gli occhi per sentirne l’odore. Altre li tengo aperti, per godermi fino in fondo la scena. Le cose che preferisco: capelli lunghi che ondeggiano e profumo di sapone, e gli handicappati a braccetto con un genitore.
12.
Cosa c’è di più bello di un quadro di Botero? Fiori di plastica dai colori artificiali, un film di Harmony Korine, un romanzo di Stephen King, il programma televisivo Ambiental in cui viene trasmessa ventiquattro ore al giorno l’immagine di un caminetto acceso. Una partita di tennis di Roger Federer, REZ di Tetsuya Mizuguchi, Shenmue di Yu Suzuki. Una stanza degli specchi, le case degli orrori, luci stroboscopiche, un club di Berlino, pesci di vetro da appoggiare su centrini su televisori CRT. Interferenze, il magnetismo, un paio di scarpe bianche con la suola fluo; le bottiglie Morandi, le strobosfere, gli Exogini. Andare al mare, non lavorare, la meditazione, gli oggetti senza una funzione. Fontana di Trevi, Fontana, la plastilina, gli orsetti gommosi, la formaldeide, la realtà virtuale, la luna, i laghi artificiali, le liste della spesa, Yves Klein e il suo cocktail blu. Tutto quello che non c’è in questa lista, tu.
36.
L’arte contemporanea non richiede concentrazione. Basta guardarla senza chiedersi niente e fa succedere un sacco di cose. Un’università della California ha pubblicato i risultati di uno studio: in media a una mostra di arte contemporanea il pubblico passa 90 secondi a guardare un’opera e 180 a leggere la didascalia. Quando la didascalia non c’è, si impiegano 220 secondi a cercarne una, e il tempo davanti all’opera si riduce ancora.
45.
Ho questa immagine di mio padre che mastica a fatica una fetta di carne. Non era ancora vegetariano, ma di quello come di altre cose c’erano già state alcune avvisaglie. La prima volta che disse cose per me senza senso, mia madre mi fece sapere che era già successo, che c’erano stati dei precedenti. Sento la tensione che si scioglie in frammenti; del suo pensiero che saltava tra bombe atomiche e libri di storia. Tra Bordiga, la Sibilla Cumana e la questione sociopolitica. Io avevo otto anni e non capivo, tornavo da scuola e sentivo la sua voce e quella di mia madre. Restavo sulla porta di casa, tra disegni di meccanica, un dialetto che non funzionava, qualche volta una risata arrossata.
54.
A nove anni un’automobile mi ha investito: frattura di tibia e perone, porto ancora le cicatrici. Ricordo la scarpa destra tagliata con le forbici dai paramedici. Era una Reebok Pump, di quelle che si stringevano premendo la linguetta: non ricordo che fine ha fatto, ma il piede era così gonfio che la scarpa mi stava stretta. Tutto sommato non è stato un brutto periodo; a parte il fatto che mia madre, qualche settimana dopo l’incidente, regalò a mio padre un cappotto verde. Mio padre era convinto che fosse il cappotto dell’uomo che mi aveva investito; io non capivo come potesse pensarlo. Solo mesi più tardi, dopo aver saputo che era malato (schizofrenia paranoide la diagnosi – c’erano stati dei precedenti) sono riuscito a comprenderlo.
61.
Da adolescente le mie giornate erano tutte uguali. Uscire, bere, fumare e tingersi i capelli di un nuovo colore. Poi l’adolescenza è finita e dai centri sociali mi sono spostato sul divano a invecchiare. Dormire di giorno e di notte, le mie due vite. Avevo la pelle grigia e occhiaie che non sono più sparite. Uscirne è stato difficile; a volte mi sembra che il sonno sia ancora lì come una cicatrice.
97.
Il mio cane ha tutti i sintomi dell’ansia. Mi chiedo se sia stato io a passargliela. Da quando sono piccolo ci sono tante cose che non sopporto. Avevo quattordici anni la prima volta che me ne sono accorto, e dopo i venticinque la situazione è esplosa, è andata fuori controllo. Non ero più neanche in grado di restare sveglio. Ho provato a spostare i mobili e a cambiare il materasso per sentirmi meglio, poi ho iniziato a correre per non pensare a quanto fossi rotto. Non so esattamente come, ma la situazione si è lentamente messa a posto. Nel senso che mi sono normalizzato, ho smesso di essere disoccupato, mi sono anche sposato. Tutte cose orribili, certo, ma chiunque direbbe che sto meglio. Io dico che sono diverso, e che qualcosa nel viaggio è andato perso.
100.
Guardo le vite degli altri dall’esterno, penso a come mi sentirei se ci finissi dentro.
Testi di Sergio Oricci, Pesci di vetro, Gattomerlino, 2020.
30 sabato Gen 2021
Posted in Idiomatiche, LETTERATURA
Spingetevi al largo, sedendo un dietro l’altro, colpite
i sonori solchi; perché il mio scopo consiste
nel navigar oltre il tramonto.
A. T.

Stammi vicino quando la mia luce è fioca,
Quando il sangue scorre lento, e pungono
E formicolano i nervi; e il cuore è rivoltato,
E tutte le ruote dell’Essere sono lente.
Stammi vicino quando l’umore dei sensi
È soffocato da angosce che conquidono la fiducia,
E il tempo, un maniaco che sparpaglia la polvere,
E la vita, una furia che catapulta le fiamme.
Stammi vicino quando la fede è prosciugata
E gli uomini, mosche di una tarda primavera,
Che depongono le loro uova, e pungono e cantano
E si strofinano le loro piccole celle e muoiono.
Stammi vicino quando mi starò spegnendo
Per marcare il termine della sofferenza umana,
E sul limite basso e oscuro dell’esistenza
Il senso arcano di un giorno che sarà eterno.
BE NEAR ME WHEN MY LIGHT IS LOW
Be near me when my light is low,
When the blood creeps, and the nerves prick
And tingle; and the heart is sick,
And all the wheels of Being slow.
Be near me when the sensuous frame
Is rack’d with pangs that conquer trust;
And Time, a maniac scattering dust,
And Life, a Fury slinging flame.
Be near me when my faith is dry,
And men the flies of latter spring,
That lay their eggs, and sting and sing
And weave their petty cells and die.
Be near me when I fade away,
To point the term of human strife,
And on the low dark verge of life
The twilight of eternal day.
CADE LO SPLENDORE
Cade lo splendore sulle mura del castello
E su vette innevate vecchie di storia;
Trema la luce, lunga lunga, sopra i laghi
E la selvaggia cateratta balza nella gloria.
Soffia corno soffia, fa’ volare echi selvaggi,
Soffia corno; rispondete echi, morenti, morenti, morenti.
O, origlia, O, ascolta! come sottili e chiari
E più sottili e più chiari e più lontano stanno andando!
O, dolci e remoti, da rupi e strapiombi
I corni della terra degli Elfi stanno suonando!
Soffia, lasciaci sentire la risposta delle valli di porpora,
Soffia corno; rispondete echi, morenti, morenti, morenti.
O amore, essi muoiono lassù in floridi cieli,
Tramortiscono su collina o campo o fiume;
I nostri echi rotolano da anima ad anima,
E crescono sempre, per sempre.
Soffia corno soffia, fa’ volare echi selvaggi,
Soffia corno; rispondete echi, morenti, morenti, morenti.
THE SPLENDOR FALLS
The splendor falls on castle walls
And snowy summits old in story;
The long light shakes across the lakes,
And the wild cataract leaps in glory.
Blow, bugle, blow, set the wild echoes flying,
Blow, bugle; answer, echoes, dying, dying, dying.
O, hark, O, hear! how thin and clear,
And thinner, clearer, farther going!
O, sweet and far from cliff and scar
The horns of Elfland faintly blowing!
Blow, let us hear the purple glens replying,
Blow, bugles; answer, echoes, dying, dying, dying.
O love, they die in yon rich sky,
They faint on hill or field or river;
Our echoes roll from soul to soul,
And grow forever and forever.
Blow, bugle, blow, set the wild echoes flying,
And answer, echoes, answer, dying, dying, dying.
LACRIME INUTILI LACRIME
Lacrime, inutili lacrime, non so cosa vogliano dire,
Lacrime dal fondo d’una divina disperazione
Vengono al cuore e s’adunano negli occhi,
Nel guardare gli allegri campi autunnali
E pensando ai giorni che non ci sono più.
Radiosi come la prima luce che riverbera su una vela
E che riporta dagli inferi i nostri compagni,
Tristi come l’ultima luce che s’arrossa su chi
È calato con tutto ciò che amiamo oltre il bordo;
Così tristi, così radiosi, i giorni che non ci sono più.
Tristi ed estranei come in albe d’una oscura estate
Il primo cinguettio d’uccelli mezzo risvegliati
Per orecchi morenti, come per occhi morenti
Il varco che pian piano s’allarga in un fievole quadrato;
Così tristi, così radiosi, i giorni che non ci sono più.
Cari come i baci che si ricordano dopo la morte
E dolci come quelli che invano abbiamo sognato
Su labbra che sono per altri; profondi come l’amore,
Profondi come il primo amore e folli d’ogni rimpianto;
O Morte in Vita, i giorni che non ci sono più.
TEARS IDLE TEARS
Tears, idle tears, I know not what they mean,
Tears from the depth of some divine despair
Rise in the heart, and gather in the eyes,
In looking on the happy autumn-fields,
And thinking of the days that are no more.
Fresh as the first beam glittering on a sail,
That brings our friends up from the underworld,
Sad as the last which reddens over one
That sinks with all we love below the verge;
So sad, so fresh, the days that are no more.
Ah, sad and strange as in dark summer dawns
The earliest pipe of half-awakened birds
To dying ears, when unto dying eyes
The casement slowly grows a glimmering square;
So sad, so strange, the days that are no more.
Dear as remembered kisses after death,
And sweet as those by hopeless fancy feigned
On lips that are for others; deep as love,
Deep as first love, and wild with all regret;
O Death in Life, the days that are no more!
29 venerdì Gen 2021
Posted in MISCELÁNEAS

Geo Vasile: Madonizând. Angelizzando
Cartea Româneasca Educaţional, 2020
Adriana Gloria Marigo: Nota critica alla poesia di Geo Vasile
Felix Nicolau: Dulceaţa mortala a scriiturii de prestigiu
Nota critica alla poesia di Geo Vasile
Nelle quattro sezioni del florilegio bilingue Madonizând. Angelizzando il poeta filologo italianista Geo Vasile accompagna il lettore entro territori d’intense connotazioni visionarie, allegoriche, surrealiste. La scrittura si ordina in connessioni di sostantivi e aggettivazioni potenti il cui risultato è la realizzazione di simboli che rimandano alla percezione di una ontologia profetica, esoterica, talora sferzante e cruda. La struttura, non di rado drammatica, muove l’idea che si possa intravedere il cammino verso la difficile e possibile armonia. Il personaggio femminile ricorrente e protagonista, Inna, che potrebbe essere la contrazione del nome di una antichissima dea mesopotamica dalla forte istintualità cieca e distruttiva, la pulsione di morte della psicoanalisi freudiana, ritorna nella maggior parte delle poesie dai contenuti colti, riconducibili a una moltitudine di tòpoi che marcano i saperi (dall’arte, alla letteratura, alla letteratura religiosa, alla scienza…), elaborati a modo di una architettura di impianto alchemico.
Il contenuto e la struttura formale dei testi si coniugano in significazioni di denuncia e fustigazione dell’ordinaria realtà impressa da ogni sorta di squilibrio, finzione, impostura, fenomenologia del doppio: «L’involucro fisico di Inna non è che un / vestito in più infilato sull’invisibile / alito, sulla vampata spirituale che la nutre,/ e per ciò lo guarda ripetutamente,/ lo taglia senza tregua, modifica tanto / spesso, i colori, i suoni, i riflessi /i profumi, le pieghe e il modo in cui cadono…» (L’involucro fisico).
Le stratificazioni simboliche della prima sezione che si avvalgono di modalità espressive orfiche o esoteriche, si ripresentano nelle altre tre sezioni, dirigendosi però verso temi circoscritti, più attinenti al personale, e che coinvolgono lo sguardo sulla poesia in quanto vero e proprio modus vivendi dell’autore. Il titolo stesso Madonizând. Angelizzando e il poema omonimo confermano l’adesione metacreativa di George Vasile al mitologema, dunque l’implicazione degli archetipi che, impressi degli elementi propri di una cultura, danno origine ai miti. Tutto, dunque, attesta lo “spavento” del poeta il quale, con questa silloge, pervasa da alcune figure simboliche della più alta tradizione letteraria, si immette nella linea di coloro che – in letteratura come in musica – offrono il paradigma dell’ora panica, l’intermezzo di tempo denso e pullulante di presagi tanto del mistero della notte, del sogno notturno, quanto del mistero dell’anima. Talmente icastica è l’atmosfera creata dai contenuti delle poesie dell’ultima sezione Tra due baratri, da poter osservare che si realizza quello che lo psicanalista J. Hillman definisce anima mundi, ovvero il principio unificante che tutto nel cosmo pervade, già caro a platonici e neoplatonici. Dunque, si può intuire che quella “vis appetitiva e desiderativa” associata all’approssimarsi della morte possa rappresentare l’inquietudine, la scissione creativa sottesa alla produzione poetica. Possiamo rintracciarne il corrispettivo ne Il tormento delle figure in A. Merini, o in L’après midi d’un faune in S. Mallarmé, o – più in generale – il turbamento fortemente morale, problematico dell’esistenza, che obbliga il poeta a elaborare in versi dettagli di vissuto mediante l’impiego di immagini simboliche e iconografiche appartenenti alla letteratura fin da Esopo e che, attraverso Dante, Shakespeare, La Fontaine, Shelley, giungono a Ungaretti e i conterranei Mircea Eliade, studioso di religioni; Mihai Eminescu, poeta; George Enescu, compositore: essi si ispirano all’allodola per certe loro composizioni ben conoscendone l’alta valenza metaforica che G. Bachelard defininirà come « pura immagine spirituale, che trova la vita soltanto nell’immaginazione aerea come centro di metafore dell’aria e dell’ascensione». Nel testo poetico Pazzia, nel verso iniziale «Allodola era forse un demonio», Geo Vasile evidenzia anche il perturbante dell’animale uranico, «l’enigma» che contraddistingue tutta la raccolta e che più incisivo, incalzante si fa nella seconda sezione dove A due a due, breve poesia oscura come una sibilla, ci pone di fronte al tema complesso delle tre religioni monoteiste e al corollario della ‘verità’: tema polisemico di cui ha dato conto G. Boccaccio nella terza novella della prima giornata del Decameron.
È facile intuire che anima mundi riguarda anche i poeti e la poesia e sceglie i suoi profeti, poiché attraverso la poesia ci consegna «quel nulla d’inesauribile segreto», forse una profezia l’enigma che contraddistingue tutta la raccolta.
Adriana Gloria Marigo
Si propongono qui quattro poesie nella traduzione in italiano effettuata dallo stesso Geo Vasile.
Da DESPRE FERICIRE, ADESEA EZIŢI… SULLA FELICITÀ, SPESSO ESITI…
Il buio che fa nascere negli umani
i testi di un libro, ti affascina come
se fossi proprio morto di mestizia,
risorgi, che sorprendente è la vita,
le labbra ti si attaccano allo scavo
quasi traslucido tra l’orecchio e
i suoi capelli che sanno di vetiver,
uccelli spauriti dalla fulminazione
dell’argento vivo della luna,
decollano, in questo mentre
il suo seno dritto si arrotonda
nel cavo della tua mano, sentivi
il sussulto delle ali che stavan
per spuntare dal di dentro…
Da MADONIZAND . ANGELIZZANDO
Piazza Tahrir
Inna ti accoglie al posto d’ogni ansietà
a raffiche di vento avvolto nel sudario
del roseo tramonto, e scrivo con te
una seconda Iliade sul selciato divelto,
sullo stupro della piazza Tahrir, immagini
vecchie e nuove di fanatismo orlate
di sabbia scorrono nella cunetta,
i guerrieri perdono le loro emazie
in pozzanghere, ungono i loro tatuaggi
col fango stronzio e vari inchiostri
Inna, di polvere coronata, recita
”La guerre de Troie n’aura pas lieu”
Da GRAFFITI . GRAFFITI
L’involucro fisico
Inna non amava se stessa più di quanto
amava Giove e altre regine o dee
gli involucri umani o animaleschi
assimilati per sedurre: Ovidio nelle sue
metamorfosi narra in esametri fiabe con
Leda, Endimione, Dafne, Apollo,
col pastore Aci e la bellissima Galatea…
L’involucro fisico di Inna non è che un
vestito in più infilato sul suo invisibile
alito, sulla vampata spirituale che la nutre,
e per ciò lo guarda ripetutamente,
lo taglia senza tregua, modifica tanto
spesso i colori, i suoni, i riflessi
i profumi, le pieghe e il modo in cui cadono…
Da ÎNTRE DOUĂ GENUNI . TRA DUE BARATRI
Tuo già polveroso cuore
Nell’enfasi delle parole ti ritrovi che
annientano l’immagine o la celano e
vai a vanvera sull’orlo delle fosse
comuni di recente imbiancate, vai
quasi a voler svanire nel guscio delle
cose, il luogo è a tua immagine,
già pronto alla pena, un tumulo
di rimorsi flagellanti, e se ascolti
i gemiti è per addolorarti, pensando
al teschio che sarai nel buio, dal quale
tuttavia verrà fuori un fiore sempiterno,
più alto del tuo già polveroso cuore…

Geo Vasile
Biobibliografia
Geo Vasile è nato e vive a Bucarest. Laureato in Filologia italiana, è italianista, traduttore, critico letterario e poeta. Collabora con le principali riviste di letteratura e d’arte della capitale e di altre città del Paese. Dal 1994 è membro dell’Unione degli Scrittori della Romania, sezione critica letteraria. Tra le sue pubblicazioni: Nimfe & Himere. Ninfe & Chimere (2010), Psicho@terra.pia (2012), Cortocircuito (2015), Hotelul argonauţilor. Albergo degli Argonauti (2016), Sistola clipei. Sistole dell’istante (2017), Evagatio mentis (2017), Oniroamniotiche (2018). È autore di 23 edizioni bilingue dell’opera di poeti classici e contemporanei romeni, tra cui: Eminescu, Bacovia, Ion Vinea, Gellu Naum, Gela Enea, Ion Deaconescu, Dumitru Nicodim ecc., nonché di un’ampia antologia bilingue di poesia romena (da Eminescu, Lucian Blaga, fino agli anni ottanta). Nel 2012 ha ricevuto il Premio USR per tutta la sua attività letteraria; nel 2013 gli è stato conferito per decreto del Presidente della Repubblica Italiana il diploma e il distintivo dell’Ordine Stella d’Italia e nel 2014 a Pescara il Premio Internazionale Flaiano all’Italianistica.
27 mercoledì Gen 2021

Della poesia di Nicola Romano va sottolineato lo spessore della tematica che si accompagna alla forza evocativa della parola meditata, immediata e mediata, espressa in funzione significante. I nuclei tematici privilegiati sono essenzialmente contenuti nello sguardo verso la realtà che radicalizza l’uomo-poeta al mondo in cui vive e l’incontro con un nuovo tempo fisico e interiore che lo pone di fronte alla necessità di ri-considerare l’esistenza vissuta e da vivere. La disposizione strutturale dei temi non ha un inquadramento organico, i testi sono distribuiti per tematiche miste, pur mantenendo unità di stile. Il livello semantico è una fusione di termini, sia di carattere quotidiano che di uso ricercato, quando non specialistico e neologistico, fino a qualche invenzione lessicale in funzione della resa metrica. I testi aprono un ventaglio di argomenti dove s’insediano i motivi e gli interrogativi del vivere quotidiano declinati attraverso uno sguardo che indaga e riflette non soltanto su ciò che è al suo esterno ma su quello che la ragione e lo spirito detta. Una poetica, quella di Romano, che si inserisce in quadro che definirei di “mitografia del quotidiano”, per lo sguardo acuto, ironico e talvolta compassionevole verso tutto ciò che viene percepito e vissuto.
Anna Maria Bonfiglio
RED CARPET
Non metteranno mai
tappeti rossi
sulle tue strade
sparse ed ineguali
o sui percorsi stretti ed allagati
come quel mare freddo
chiuso in gola
quindi
consacra il tempo
semplice e ordinario
del nuovo giorno
che ti nasce in bocca
allacciati le stringhe sul muretto
datti una sferza tra le cose mute
sorridi se ti taglia un gatto nero
stranisci a quel
che rutta un manifesto
e non turbarti
all’amnesia d’un nome
che scortica la mente
e poi di colpo
intero si rivela
ASSENZA
Tutto sta nel capire
dove mi sprofonda la tua assenza
se falsa noncuranza
o interna solitudine
è questo armeggiare
nel palmo d’un divano
tra un facile sudoku
e un po’ di vino
Con un sentore d’assurdo
risalgono canali a quel principio
che fa nascere il corso d’ogni storia
e le mani rovistano le sacche
di quei pensieri assorti ed intricati
come spighe di canne scarmigliate
ed un lamento scorre fino ai piedi
se tenera ferita è la tua assenza
QUEL VAGO
Le porte sbattute dal vento
ribattono un vento di mare:
oscilla nel sonno leggero
la cupa lanterna
tra i muri del cuore
dilaga la polvere e il muschio
continua a patire sui prati
la febbre del tempo peggiore
Chissà tutta intera una vita
se esclude quel tempo migliore
pensato tra ali di canto
e odori rapiti ai verzieri
D’inesauribile attesa
quel vago che trema negli occhi
e non sa che dispiace
MERAVIGLIA
È bello stare qui
non manca nulla
confabulo col sole
che scalda le finestre
le vie sono un teatro
dove tutto è palese
e quel che busco
è più del necessario
per mantenere lune
sempre accese
D’intorno strappo
cespi di parole
che poi sminuzzo
come vuole il cuore
e a compendio
di tanta meraviglia
accanto a me trattengo
corbezzoli ed aloe
e una valigia piena
per fuggire
VACUITÀ
Cosa rimane
dei numerosi giorni accatastati
come ordinate spighe nei covoni
e di tutto un continuo trafficare
sui marciapiedi lisi delle strade
delle risa scambiate a crepapelle
sul volto degli amici più vicini
o degli sparsi attimi straniati
tra portici in granito ed osterie
e cosa resta
delle fatiche spinte fino a sera
per lanciare le reti sul domani
o delle labbra offerte con tremore
dentro un’oscurità senza parole?
Rimane solo nebbia che s’imbianca
tra i pali dei lampioni alla marina
e d’una vita forse trasognata
solo un fondiglio erboso di ruscello
Giornalista pubblicista, Nicola Romano vive a Palermo, dove è nato nel 1946. Con opere edite ed inedite è risultato vincitore di diversi concorsi nazionali di poesia. Alcuni suoi testi hanno trovato traduzione in esperanto e su riviste spagnole, irlandesi e romene. Suoi testi sono presenti in “Fahrenheit” di Radio Rai3. Attualmente dirige la Collana di poesia dell’editrice “Spazio Cultura” di Palermo.
Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: I faraglioni della mente (1983), Amori con la luna (prefazione di Bent Parodi, 1985), Tonfi (1986), Visibilità discreta (prefazione di Lucio Zinna, 1989), Estremo niente (con una nota di Melo Freni, 1992), Fescennino per Palermo (1993), Questioni d’anima (prefazione di Aldo Gerbino, 1995), Elogio de los labios (a cura di Carlos Vitale, Barcelona, 1995), Malva e Linosa – haiku (prefazione di Dante Maffìa, 1996), Bagagli smarriti (prefazione di Fabio Scotto, 2000), Tocchi e rintocchi (prefazione di Sebastiano Saglimbeni, 2003), Gobba a levante (prefazione di Paolo Ruffilli, 2011), Voragini ed appigli (prefazione di Giorgio Linguaglossa, 2016), Birilli (sei poesie con una incisione di Girolamo Russo, 2016), D’un continuo trambusto (prefazione di Roberto Deidier, 2018), Tra un niente e una menzogna (prefazione di Elio Pecora, 2020).
25 lunedì Gen 2021
Posted in Interviste

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.
La redazione ringrazia Tommaso Urselli per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Oggi ti sono passato vicino (Edizioni Ensemble, 2020).
Ad essere sincero, ricordo meglio quando è nato il mio disamore: sui banchi delle scuole elementari, durante la correzione di un tema a traccia “Parla di tuo padre”, o qualcosa del genere… l’insegnante mi disse che quello svolgimento non poteva essere farina del mio sacco… e io ho finito col credergli per anni!
L’amore è nato molto più tardi, attraverso il teatro: credo che lo scrivere per qualcun altro, come la scrittura per la scena ti obbliga a fare, mi abbia liberato dalla preoccupazione di ricercare una scrittura che fosse a tutti i costi solo “mia”…
Giusto per scomodare qualche grande, ma tra un minuto potrei far riferimento a tanti altri… nel teatro ho sempre guardato alla scrittura di Beckett, e mi è sempre piaciuta anche l’asciuttezza della sua poesia; tra i poeti italiani del ’900 Ungaretti, Caproni, Penna, Pasolini… E dopo Conte, Cucchi, De Angelis, Candiani, Gualtieri… Mi piace prestare ascolto a voci anche molto differenti… E poi ci sono i musicisti: da ragazzo ho ricevuto una formazione prima di tutto musicale, il jazz è stato il primo grande amore. La poesia ora è forse il tentativo di recuperarlo e farlo incontrare con quello per la parola, scoperta successivamente attraverso il teatro: due amori che, incontrandosi, ne generano un terzo…
Credo nasca da una fragilità, da una ferita. La componente autobiografica può divenire un elemento di composizione passando attraverso il filtro di questa ferita, solo così ha senso e necessità il suo divenire scrittura: l’autore si mette da parte e lascia che sia la ferita a parlare, a sanguinare inchiostro sulla carta. Detta così può sembrare una cosa un po’ pulp, ma non necessariamente: da una ferita può anche sgorgare leggerezza, musica, canto…
Tecnicamente, una parte di queste poesie (quelle della sezione Parole alle formiche) era giunta finalista al Premio InediTO – Colline di Torino. Parallelamente il poeta Giuseppe Conte, a cui le avevo inviate, mi aveva incoraggiato ad andare avanti. Così ho continuato a scrivere, a limare…
Non saprei dire molto di più: faccio fatica a parlare del mio stesso lavoro, per lo meno a così poca distanza dalla sua uscita. Qualcuno, leggendola, ha avuto la sensazione che sia il risultato di un aver “coltivato per vent’anni la poesia quasi in segreto, dietro le quinte della scrittura e dell’esperienza teatrale”: non saprei trovare una definizione migliore… a volte – quasi sempre, forse – gli altri possono raccontare meglio di noi quello che facciamo.
Per me è stato necessario scriverla; sulla necessità di leggerla, preferisco sia il lettore a esprimersi. Ad ogni modo, a giudicare da alcune segnalazioni e recensioni che cominciano a uscire su riviste e blog, mi pare stia suscitando l’interesse di persone anche molto differenti per età e formazione.
Come è raccontato nelle note di chiusura, la “spinta” iniziale è arrivata durante la cura e riordino delle poesie di mio padre, lavoro ancora in fieri che ho avuto il coraggio di iniziare solo dopo più di dieci anni dalla sua scomparsa, e che mi permette in qualche modo di incontrarlo ancora (come suggerisce il titolo del libro e della sezione di apertura a lui dedicata).
7. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?
Sono lento, e frammentario… la sistematicità per me solitamente arriva in una fase successiva, quando si tratta di comporre i frammenti in qualcosa che possa stare insieme in un unico corpo organico, con un suo respiro… anche se poi la costituzione originaria, fatta di frammenti e corpi più piccoli, resta volutamente sempre visibile in filigrana. Non aggiungerei altro se non le parole di Antonio Fiori su Atelier Poesia già citate nel punto 4 (http://www.atelierpoesia.it/tommaso-urselli-esordio-in-poesia/).
È la copertina standard della collana Alter di Edizioni Ensemble, che trovo bella per la sua essenzialità – niente immagini, solo un testo estratto dalla raccolta –.
Il testo scelto affronta un tema che da diversi punti di vista – autobiografico, quotidiano, mitologico – attraversa un po’ tutto il libro… il padre, il figlio…
9. Come hai trovato un editore?
Ne ho contattati diversi parallelamente al lavoro di composizione della raccolta, inviando del materiale ancora in fieri. Indipendentemente dalla reciproca scelta finale, con diversi editori si è instaurato un bel rapporto di scambio e dialogo.
È un libro che contiene testi anche molto differenti tra loro per contenuto, struttura, linguaggio. In alcuni utilizzo forme più classiche, chiuse; in altri il linguaggio si apre, il ritmo è volutamente spezzato, sincopato; c’è una sezione di poesie brevissime, e altre sezioni con poesie dal respiro più lungo; ci sono inoltre composizioni la cui lingua risuona dell’esperienza teatrale; chiude il libro un testo di poesia in prosa, un flusso di parola priva di versificazione e punteggiatura, una sorta di unica lunga frase musicale dal tempo sospeso… come un assolo di sassofono mentre la sezione ritmica tace, per tornare al jazz… Penso quindi a un pubblico curioso e disposto, con chi scrive, a rischiare un po’. E tante volte lo è molto di più di ciò che comunemente si pensa. Lo dico per la pregressa esperienza in teatro: c’è spesso questa idea che il pubblico voglia a tutti i costi restare comodo e vedere sempre le stesse cose, mangiare sempre lo stesso rassicurante cibo surgelato da anni, sopravvivere più che vivere… ma forse è appunto solo un’idea, che riguarda più alcuni produttori di teatri e di surgelatori…
Cerco di raccontarlo, in situazioni simili a questa. La cosa che mi piace è che, raccontandolo ad altri, lo racconto nuovamente anche a me… è come rientrarci ogni volta di nuovo, riviverlo, e la cosa mi diverte…
“Allora abitavo acqua / suonavo / strumenti fatti / d’aria: e di parole / nemmeno l’ombra.”.
È il testo di apertura della sezione “Parole alle formiche”. Non lo cito per questioni di primato rispetto ad altri ma perché è il primo testo in assoluto ad essere stato composto: nel 2001 Maurizio Cucchi lo pubblicò e recensì nella sua rubrica su Specchio de La Stampa, accostandolo per tematica alla poesia di Giuseppe Conte. Subito dopo mi sono dedicato al teatro… Così ora, a distanza di vent’anni, ho ricominciato da là, da quel primo passo; e ho inviato i testi di questa sezione a Conte, che mi ha risposto con le parole riportate in quarta di copertina.
“Passo”, dicevamo: mi pare di ricordare che un passo sia un po’ una situazione di disequilibrio che necessariamente dobbiamo attraversare se vogliamo spostarci da un punto all’altro, disegnare un cammino… Ecco, mi auguro che anche questo libro possa essere un passo, un piccolo disequilibrio per chi scrive e per chi legge.
Ci penso.
Tornare al teatro. Depistarsi, sempre.

Tommaso Urselli
NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA
Tommaso Urselli è autore di teatro. In passato alcuni suoi componimenti poetici sono stati pubblicati e recensiti da Maurizio Cucchi su Lo Specchio de La Stampa. “Oggi ti sono passato vicino”, da poco pubblicata per Ensemble, è la sua prima silloge poetica; alcuni estratti sono pubblicati da Maurizio Cucchi e da Vittorino Curci su Repubblica per la rubrica Bottega della Poesia, e su blog e riviste on-line; la sezione “Parole alle formiche”, particolarmente apprezzata dal poeta Giuseppe Conte (sue le parole in quarta di copertina), è giunta finalista al Premio InediTO – Colline di Torino 2019. Tra i suoi testi teatrali rappresentati e pubblicati: “Un vecchio gioco“ (La Mongolfiera Editrice) commissionato da Compagnia Scena Nuda. “Boccaperta” (La Mongolfiera Ed.) commissionato da Teatro Periferico. “Ipazia. La nota più alta” (pubblicato da Sedizioni) su commissione di PactaDeiTeatri. “Il Tiglio. Foto di famiglia senza madre”, prodotto dall’autore in collaborazione con l’attore-regista Massimiliano Speziani: il testo, tra i vincitori del premio Borrello per la drammaturgia (e premio Fersen alla regia) è pubblicato sul n. 727 della rivista Sipario, in volume per La Mongolfiera Editrice, in e-book per Morellini Editore. Su commissione del Festival Connections – Teatro Litta, Milano, scrive “In-equilibrio”. Viene prodotto dal Teatro Litta il suo testo “Esercizi di distruzione. L’importanza di chiamarsi Erostrato” (pubblicato in volume per Edizioni Corsare e sul n. 758 della rivista Sipario; vincitore del premio Lago Gerundo). È attore-autore di “Ma che ci faccio io qua” (pubblicato da Edizioni Corsare). Cura con Renata Molinari e Renato Gabrielli la pubblicazione di “A proposito di menzogne – testi per Città in condominio”, L’Alfabeto urbano, Napoli. Scrive “Canto errante di un uomo flessibile”, tra i vincitori del Premio Fersen per la drammaturgia e pubblicato da Editoria&Spettacolo. Vince la prima edizione del premio Parole in scena per il teatro-ragazzi con il testo “La città racconta” (pubblicato da Edizioni Corsare). È autore-regista di “Piccole danze quotidiane” (messo in scena al PimOff e presso la Triennale di Milano per il Festival Tramedautore, Outis).
Blog: https://tommasourselli.wordpress.com/
24 domenica Gen 2021
Posted in Forma alchemica
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foto di Loredana Semantica
Alla vita
La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla dal di fuori o nell’al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.
La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.
Siamo sempre col cellulare in mano, ma questo non sempre è un male, giusto qualche giorno fa eravamo in due in macchina su una provinciale ancor più a sud della mia città, avvolti dall’imbrunire suggestivo di un tardo pomeriggio siculo. Lui guidava, io cazzeggiavo al cellulare. Più o meno in prossimità di un passaggio a livello in sosta in attesa del passaggio del treno, vicino alla casa cantoniera, fermi a sinistra dei “pali di ficurinnia” piantati improvvidamente sul ciglio della strada, allora proprio allora, dallo schermo del telefonino è balzato fuori questo testo di Hazim Hikmet, come la poesia sbuca dal silenzio.
Lo leggo e lo trovo bellissimo, sento il bisogno di leggerlo al mio compagno che, a sua volta, lo trova bellissimo. L’esito dello scambio di opinioni è questa forma alchemica. “Forma alchemica” è la rubrica del blog Limina mundi nella quale rendo omaggio alle poesie che realizzano la perfetta alchimia di suono e senso, come spiego meglio qui.
Dal punto di vista formale il testo si compone di tre strofe, alcune frasi sono usate come un refrain “la vita non è uno scherzo” e “prendila sul serio”. Costituiscono il primo e secondo verso della prima e seconda strofa. “Prendila sul serio” introduce la terza strofa. Queste espressioni usate sono colloquiali, il poeta infatti si rivolge a un tu al quale parla, producono l’effetto di avvicinare il testo a una conversazione e di avvicinare l’interlocutore all’ascoltatore.
Nella prima strofa compare uno scoiattolo che non ci si attende dopo un inizio che promette una chiave di lettura della “vita”, ciò provoca un piccolo effetto sorpresa. Lo scoiattolo vuol essere un esempio, il riferimento a una creaturina che vive senza attese e pretese, un animaletto del bosco, ma avrebbe potuto essere un pesce nel mare, un uccello nel cielo, un giglio del campo. Esseri che non vivono nell’ansia del domani dell’oltre o del dopo, ma nel presente e semplicemente.
In questo pensiero poetico si avverte una singolare sintonia con il pensiero cristiano. Sovviene il passo del Vangelo Mt 6,25–33 nel quale le parole di Gesù sono un invito ad affidarsi alla benevolenza celeste, alla grazia che soccorre sempre anche qui chiamando in causa le piccole creature. Parole che sono di speranza nell’ansia e nell’affanno.
| «Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” Mt 6,25–33 |
Ora siamo dentro una pandemia che spegne entusiasmo, iniziative, socialità. Leggere questo inno alla vita produce un particolare effetto di apertura e libertà. Regala un respiro di sollievo. Tocca le profondità.
La seconda strofa è dedicata al sacrificio estremo di quegli uomini che muoiono per altri uomini, per la loro libertà, davanti a un plotone d’esecuzione, o in un laboratorio di ricerca, gli occhi sui vetrini e provette a consumare la vita o a perderla per la salvezza di altri.
Anche questa strofa in questo momento storico assume un significato particolare, perché omaggia il sacrificio degli uomini di scienza, e ce ne sono, ne abbiamo visti, ma molti di più sono quelli che non vediamo, quelli dei quali non sappiamo, che i giornali non mettono in prima pagina o in un articolo per ottenere visualizzazioni, che non sono figure da copertina o disponibili all’esposizione, ma piuttosto esseri autentici e sconosciuti, sofferenti e determinati. Coraggiosi. Per tutti penso alle decine e decine di operatori sanitari morti sul campo di questa infausta pandemia. Di certo non l’avrebbero voluto. Come uomini e donne messi al muro.
Per l’ultima strofa ritorno per un attimo alla premessa raccontata sopra, chiarisco che quella raccontata non è la prima volta che leggevo questa poesia di Hikmet, già in passato l’avevo apprezzata, ma le circostanze erano diverse.
Quella sera di cui racconto avevamo lasciato alle nostre spalle un rettilineo che attraversa distese di uliveti. Ulivi annosi e contorti. Le foglie luccicanti d’argento. I polloni rigogliosi. Alberi fruttiferi e maestosi. In cima a questo post la foto di uno di essi. La chiusa del testo è un focus su vita, morte e ulivo. Quest’ultimo è un albero di alta valenza simbolica. Innanzitutto per le sue caratteristiche. La sua longevità fino a diventare albero secolare. La duttilità del tronco che si contorce per l’azione del vento, diventando una sorta di scultura viva. La capacità di sopravvivere in terreni aridi, sassosi e scoscesi, aprendosi la strada con le radici verso il suolo. Quella ancora più sorprendente di resilienza. E’ capace, distrutto da un’incendio, di gettare ancora polloni dalla ceppaia. Ama la luce, il sole, soffre il freddo e l’ombra. Il frutto che regala, buono in sé da mangiare (opportunamente trattato), è utile per produrre l’olio, prezioso nella cucina e nell’alimentazione. L’olivo era considerato sacro dai Greci, è simbolo di pace e rinascita. Dopo il diluvio per segno dell’emersione della terra una colomba porta a Noè un rametto d’ulivo. E’ simbolo di riconciliazione tra il divino e l’umano. Lo stesso olio che si estrae dall’oliva per la religione cristiana, una volta benedetto, è il crisma con cui si segna il cresimando, che si somministra agli infermi nell’estrema unzione.
Piantare ulivi a settant’anni è un gesto di resistenza alla morte, è la speranza di vederli crescere, il segno della continuità della vita, la consegna di questo spirito combattivo e anelante a una pianta che con ogni probabilità ci sopravvivrà.
L’ultimo aspetto che intendo rimarcare nella poesia e del suo legarsi singolarmente al nostro tempo richiede di riportare in breve gli aspetti salienti della vita dell’autore.
Nazim Hikmet viene detto spesso poeta turco, ma non mi sembra che questa nazionalità turca lo vesta perfettamente. Egli nacque a Salonicco, in Grecia, nel 1901, il padre era un diplomatico turco, la madre era una pittrice di nazionalità polacca. Nazim appena ventenne dovette lasciare la Turchia per ragioni politiche avendo pubblicamente denunciato il genocidio armeno. Si recò a Mosca dove maturò la sua formazione politica comunista. Tornato in Turchia nel 1928 per le sue idee comuniste, antinaziste e antifranchiste fu carcerato per cinque anni, poi liberato e nuovamente perseguitato, torturato e carcerato come sovversivo dal governo turco nazionalista.
La condanna inflitta era a 28 anni di detenzione, Hikmet ne scontò 12, dal 1938 al 1950. Nel 1950 fu liberato a seguito di uno sciopero della fame di diciotto giorni che compromise la salute del suo cuore e grazie a iniziative di solidarietà internazionale da parte di artisti e intellettuali.
Una volta libero, scampato a due attentati, fu costretto all’esilio, separato da moglie e figlio, in quanto il governo turno non permise loro di seguirlo. Nazim rinunciò alla nazionalità turca nel 1951, e, come rifugiato politico, acquistò quella polacca, la stessa della madre.
Egli visse poi soprattutto a Mosca, dove fissò la sua residenza e dove morì il 6 giugno del 1963, stroncato da una terza e fatale crisi cardiaca.
Hikmet scrisse la poesia “Alla vita”, proposta in questa forma alchemica, nel 1948, mentre era in carcere. Anche lo stato di prigionia del poeta aggiunge valore al testo. Nel leggerla proprio adesso non si può non correlare lo stato di costrizione in prigionia dell’autore alla particolarità del momento che viviamo e che ci costringe nelle case molto più di quanto desidereremmo. Anche se la detenzione è su basi diverse, lì imposta dalle sbarre punitive, qui dalle disposizioni e sanzioni, ma in sostanza dal buon senso a tutela della propria e altrui salute, sentirla risuonare come un canto di profonda libertà, pensare alla prigionia del suo autore, legge e rilegge in qualche modo il sentire del nostro tempo, lo rielabora, lo distende.
18 lunedì Gen 2021
Posted in Canto presente, LETTERATURA
Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:
ENRICO MARIA’
Le mani tese
verso un oltre
che non posso
guardarlo negli occhi
ferita longitudinale
è la mia bocca che succhia
assi marcite, il vuoto incorniciato.
*
Le protesi
per le onde mutilate
che la boscaglia
del mare calmo
si fa spalto
a scovarmi
sangue acciaio.
*
La vasca quella
col sangue dei detenuti
e l’esistenza attesta
il male oscuro
questo desiderio
la rivincita dei corpi
il nome breve.
*
La superficie l’acqua immota
percorsa dagli animali feriti
che mai torna a casa
la complessità di questa luce.
*
I bambini
è questione
di odori buoni
di corpi caldi
amati il tempo
per il tempo
giusto per venire
un container
dove provvisorio
è il bestiame spostato.
*
Stefano è morto giovane
e io la piango ancora di nascosto
la famiglia slogata
la ricerca della colpa
e il non toccarmi mai più carne
se non treno fucile in faccia
che non voglio sia colpa tua
il ritorno di me
nel bianco del lenzuolo.
*
È il gesto che mi dice
che non so più essere
che quell’angolo incontrollabile
dove la lontananza mai raggiunta
il tempo scorso.
17 domenica Gen 2021
Posted in Cinema, Grandi Donne

Quando muore Norma Jeane Mortenson più nota come Marilyn Monroe, il 5 agosto del 1962, io non avevo nemmeno compiuto un anno, non ricordo nulla di questa notizia, ricordo invece quando il 6 giugno del 1968 uccisero Robert Kennedy, ci pensò mio padre ad imprimere la notizia bene nella mia mente con una sberla motivata dalla mia esuberanza e pretesa di attenzione ignara della gravità dell’evento che giusto in quel momento comunicavano al notiziario serale. Tra la morte di Marilyn e l’omicidio di Robert Kennedy si colloca l’omicidio del fratello di Robert, 35° Presidente degli Stati Uniti d’America, John Fitzgerald Kennedy, ucciso a Dallas il 22 novembre del 1963. Uno strano filo letale lega Marilyn a queste uccisioni, giacché si scopre, ma molto tempo dopo, che Marilyn era diventata l’amante di John e di Robert.
Ancora oggi si dice che il Presidente degli Stati Uniti d’America sia l’uomo più potente del mondo e certo Marilyn ne doveva essere ben consapevole mentre cantava sensuale e infantile al tempo stesso, fasciata in un carnale abito rosa pelle “Happy Birthday Mister President” alla festa di compleanno di John. Non c’è da sorprendersi che siano nati molti misteri e voci sulle cause della morte dell’attrice cantante e modella statunitense: dal suicidio per ingestione di barbiturici, all’omicidio ordito dai Kennedy perché diventata pericolosa per gli amanti ai vertici della scena politica americana, all’esecuzione con supposta di veleno per vendetta eseguita dalla mafia nei confronti del Presidente americano che non corrispondeva alle pretese mafiose e con lo scopo di infangare la famiglia Kennedy. Ciò secondo la testimonianza del mafioso Chuck Giancana, confortata dal fatto che all’autopsia non furono trovate pastiglie nello stomaco dell’attrice, ma livelli elevati di barbiturici nel sangue ed ecchimosi su un’anca e la schiena. In effetti per raggiungere lo scopo di screditare i Kennedy sarebbe bastato diffondere le notizie dei comportamenti libertini del Presidente, alquanto affamato dell’altro sesso da avere le cosiddette “ragazze d’occasione” sempre a disposizione. Non so se l’affascinante Marilyn potesse dirsi appartenere a questa schiera, certo la storia l’ha consegnata a ben altro ruolo di icona pop, diva, sex symbol. Per essere stata capace di costruire con le sue sole forze il suo mito, cominciando da un’infanzia di disagio, per la sua sofferta ascesa, l’evidente infelicità, il fulgido esempio di bellezza, la fragilità e la resistenza con cui si oppose alle avversità, il fascino della sua radiosa femminilità, desidero includerla nella lista delle grandi donne del blog Limina mundi e renderle omaggio.
Marilyn ha conquistato fama durevole proprio facendo leva sulle doti che tanto gli uomini amano in una donna: bellezza e sensualità. Era la donna più desiderata dell’epoca. Dedicava tempo al mantenimento dello splendore della pelle, che, si diceva, emanasse una luminosità esclusiva. Si dedicava alla cura del corpo con esercizi fisici e sollevamento pesi mattutini, aveva attenzione per la sua alimentazione e curava naturalmente anche i suoi capelli, che, da castani naturali, divennero biondi decolorati catalizzatori del suo fascino. Sperimentò tutti i livelli di biondo: dorato, cenere, platino fino ad approdare al quel biondo da lei chiamato “federa” – praticamente bianco – che ancora oggi associamo al suo taglio medio ondulato che l’ha resa diva.
Il Presidente degli Stati Uniti d’America è l’uomo più potente del mondo e certo Marilyn ne aveva fatta di strada per approdare a cotanto amante. Nel 1926, quando nacque, sua madre Gladys Monroe, mentalmente instabile, non era in grado di prendersi cura della figlia neonata, quindi l’affidò a una coppia di coniugi Wayne e Ida Bolender che crebbero la piccola Norma Jeane fino a sette anni, poi la bimba fu affidata a una coppia di inglesi, insieme ai quali per un certo periodo lei tornò a vivere con la madre. Gladys però afflitta da esaurimento nervoso, per una caduta dalle scale fu ricoverata al Los Angeles General Hospital e successivamente le venne diagnosticata una schizofrenia paranoide, quindi dichiarata incapace di intendere e volere.
Di Norma si occupò in qualità di tutrice la migliore amica della madre, Grace McKee, che lavorava nell’archivio delle pellicole della Columbia Pictures, ciò indusse Norma ad interessarsi di cinema. Nel 1935, quando Grace McKee si sposò, Norma Jeane fu portata nell’orfanotrofio di Los Angeles, aveva 9 anni. Fu affidata poi a diverse famiglie e parenti facendo sempre ritorno all’orfanotrofio, dove cominciò a lavorare come vivandiera. In questo periodo non mancarono a corredo storie di violenze e abusi veri o presunti. Nel 1941, a 15 anni, Norma Jean tornò da Grace Mckee e frequentò la scuola. Lì conobbe un vicino di casa James Dougherty e, appena sedicenne, lo sposò. Quattro anni dopo divorziarono. Nel 1944 James partì per il fronte e lei si trasferì dalla suocera a Los Angeles, prese il posto del marito in una fabbrica di aeroplani come operaia.

James Dougherty e Marilyn Monroe
La sua carriera inizia, quando David Conover si reca in fabbrica per fotografare ragazze che “tenessero su il morale alle truppe” e la incoraggia a diventare modella. Fa servizi fotografici e poi un’audizione per il cinema. Viene notata. Il significativo passo successivo avviene col regista Ben Lyon che le fa tingere i capelli di biondo e le suggerisce di cambiare nome. Scelgono un nome sensuale, soffice, morbido di emme. Nasce Marilyn Monroe.

Gli inizi non furono facili, i fatti salienti tra il 1947 e il 1949 sono che lei volle studiare all’Actors Lab di Hollywood per migliorare la sua recitazione, ma i film a cui prese parte non ebbero successo e comunque le sue erano parti minori, le condizioni economiche non erano buone e accettò, tra l’altro di posare nuda per Playboy, oltre che lavorare come spogliarellista, conoscere nomi del cinema, avere amanti e forse prostituirsi.
L’ascesa al ruolo di star di Hollywood avvenne nel 1953 col film “Niagara” e la definitiva consacrazione con il film “Gli uomini preferiscono le bionde” nel quale canta “Bye bye baby” e “I diamanti sono i migliori amici delle ragazze” (più sotto il video), ingioiellata e vestita con un abito rosa di Travilla, costumista hollywoodiano, abito diventato negli anni seguenti un’icona e fonte d’ispirazione. Seguono i film di successo: “Come sposare un milionario”, “La magnifica preda”, “Quando la moglie è in vacanza”.
All’apice della fama nel 1954 sposò il suo secondo marito, Joe Di Maggio famoso campione di basball, americano di origini siciliane; con lui Marilyn si sentiva protetta e lui a suo modo l’amava, ma era troppo geloso e incline a scenate nelle quali volavano schiaffi. In sintesi Joe non accettava che la moglie fosse un’attrice famosa, conducesse una vita mondana e fosse desiderata da tanti uomini. Il matrimonio non durò nemmeno un anno. L’iconica scena nella quale la gonna plissettata dell’attrice si solleva per la folata del passaggio del treno su una presa d’aria della metropolitana, avvenuta casualmente nella realtà e ricreata in studio nel film “Quando la moglie è in vacanza”, oltre che diventare un altro momento cult della carriera dell’attrice, fu causa di litigio con Joe Di Maggio.

Marilyn Monroe e Joe Di Maggio
Nel 1956 gira il film “Fermata d’autobus” che le varrà la nomination al Golden Globe come migliore attrice di film commedia. A dire il vero Marylin per tutta la vita cercò di affrancarsi dal ruolo di bionda fatale e anche di progredire nelle sue capacità di recitazione. Studiando recitazione all’Actors Lab di Hollywood, all’ Actor’s Studio di New York, iscrivendosi all’Università della California, Los Angeles, dove studiò critica letteraria e artistica, facendosi spesso seguire da diversi insegnanti di recitazione. Potremmo dire senz’altro che prendeva la sua professione alquanto sul serio, ed aveva quella consapevolezza di sé che la porterà a rifiutare un ruolo in un musical per la ragione che il coprotagonista maschile, Frank Sinatra, riceveva un compenso oltre 3 volte superiore al suo.
Nella vita di Marilyn si susseguirono, amanti (Johnny Hyde, Robert Slatzer – sposato e lasciato con un matrimonio lampo di appena tre giorni – Frank Sinatra, Yves Montand e altri), film di successo, copertine di riviste, canzoni, dischi, aborti (lei stessa ne riferisce ben 14), interventi chirurgici (uno anche estetico per affilare naso e ammorbidire il mento), medicine, champagne.
Nel 1956 sposa il drammaturgo Arthur Miller, convertendosi, per poterlo sposare, all’ebraismo. Altro matrimonio, altro flop. Durante questa unione gira “Il principe e la ballerina” di Laurence Olivier e nel 1958 con Jack Lemmon e Tony Curtis, “A qualcuno piace caldo”. Per questo film vince il Golden globe come miglior attrice di film commedia. Il suo ultimo film fu “Gli spostati” con Clark Gable e Montgomery Clift. La sceneggiatura del film era scritta dallo stesso Arthur Miller in omaggio alla moglie. Quando il film fu girato però il matrimonio era già finito con un divorzio.

Arthur Miller e Marilyn Monroe
Nel 1962 iniziarono le riprese del film “Something’s Got to Give”, ma Marylin per la prematura morte non poté ultimarlo e il film fu girato nuovamente con Doris Day che ne prese il posto. Negli ultimi anni la salute mentale di Marylin andò deteriorandosi, soffriva d’insonnia, ingeriva spesso farmaci e alcolici. Si rivolse a uno psichiatra di New York, il dr. Greenson che cercò di ridurre questi abusi. Allontanatasi da New York e dal medico, Marilyn torna a farne uso, giunge a sentire il bisogno di cure psichiatriche tanto che si fa ricoverare in anonimato all’Ospedale Psichiatrico di New York. Quando si sentì chiusa in gabbia chiese aiuto all’ex marito Joe Di Maggio che la fece uscire. E’ il periodo in cui Marilyn diventa amante dei Kennedy. Si avvicina la fine. Con la Century Fox che la licenzia a causa della discontinuità sul set si apre una crisi e una controversia legale. Questi problemi tuttavia sembravano ormai risolti. L’attrice il 1° agosto del 1962 aveva tra le mani un nuovo contratto con la casa cinematografica per un milione di dollari e due film, inoltre si prospettava un un contratto come registra, attrice e sceneggiatrice con una casa cinematografica italiana per quattro film e un compenso di ben dieci milioni di dollari. Si apriva uno scenario di opportunità.
Il 5 agosto del 1962 venne trovata morta nella sua casa a Los Angeles, il poliziotto che per primo raggiunse la sua stanza nel rapporto riferì di averla trovata sul letto, riversa in diagonale, coperta da un lenzuolo, successivamente altri aggiunsero i particolari della cornetta in mano e del corpo nudo.
Solo i suoi capelli saranno stati lieti della sua morte, non più stressati dalle decolorazioni. Tutti gli altri espressero il cordoglio che si deve a un talento che ha pagato alla vita il suo tributo di sofferenza per restituire splendore. Si apre così il cinquantennio successivo di mostre celebrative e aste su abiti e oggetti personali della diva pagati anche svariati milioni di dollari. Il che è testimonianza della popolarità, ammirazione e desiderio che circondavano l’attrice a livello internazionale.
Marilyn amava farsi fotografare, seguiva i consigli di un amico fotografo che le diceva: se vuoi diventare famosa fai tante foto, devono sempre vederti sui giornali, e lei non si sottraeva all’obiettivo, anzi, davanti all’obiettivo, si trasformava, veniva fuori la sua carica sensuale, ma anche lo sguardo malizioso, quella risata da baciare, il rossetto rosso fuoco, i denti candidi, la pelle di neve (non amava abbronzarsi), le gambe perfette, il seno da coppa di champagne. Lo stesso accadeva davanti alla cinepresa, improvvisamente la smemorata ragazza triste, che arrivava sempre in ritardo e dimenticava le battute, si animava di un incredibile charme e vestita di gioielli luce e abiti glamour cantava: “ I migliori amici delle ragazze sono i diamanti”. Ed è vero. Guardatela nel video e dite se non può che essere vero.
Poiché è attraverso le foto che è stata tramandata ai posteri la sua bellezza, non posso che affidarmi alle foto per trametterla a mia volta. Propongo una carrellata di scatti che tentano l’impossibile, similmente a quando, con la fotografia, la pittura, la parola, si vorrebbe penetrare l’essenza di una rosa, cogliere quell’irresistibile fascino che l’immagine non rende, ma che è l’insieme di voce, corpo, movimento, espressione.
Concludo dicendo che Marilyn è stata anche molto amata. Robert Slatzer non trascurò mai per tutta la vita l’omaggio di rose bianche alla sua tomba. Joe Di Maggio lo testimonierà, organizzando e sostenendo le spese dei suoi funerali, portando per vent’anni fiori sulla sua tomba ad ogni compleanno. Miller scriverà la biografia “Io la conoscevo”, ma personalmente dubito che la conoscesse veramente, giacché è un pozzo nero l’infelicità e poi quattro anni di matrimonio non bastano per conoscere una donna, a volte nemmeno quaranta. Insomma di certo gli uomini non hanno saputo fare felice Marilyn, forse lei sceglieva male, ma più probabilmente il ruolo di sex symbol è incompatibile con quello di moglie di un solo uomo.
Resta comunque vero che la morte precoce, nel pieno della bellezza femminile, ha definitivamente consacrato Marilyn Monroe a eterna diva.
15 venerdì Gen 2021
Posted in Interviste, MISCELÁNEAS

Edoardo Gallo: “La Verità è un Bambino dagli Occhi Grandi”
Liberodiscrivere, 2020
Prefazione di Sotirios Papadopoulos e di Giuliana Balzano
Postfazione di Sara Zanferrari
Dalla prefazione di Sotirios Papadopoulos
«Edoardo Gallo con la sua nuova silloge intitolata La Verità è un Bambino dagli Occhi Grandi ci fa fare un tuffo nel sacro concetto di Alitheia (Verità); un viaggio nello sforzo di essere sempre noi stessi ma attraverso la paura del giudizio sociale. Siamo consci che il cervello umano è in grado di svolgere infinite e complesse operazioni in tempi ridotti. Ma esiste soltanto una di queste che non può essere eseguita ed è proprio questa che compromette i rapporti tra tutti gli esseri su questo pianeta. Distinguere il Vero dal Falso, la Verità dalla Menzogna, la Alitheia dal Pseudos. Edoardo ci porta attraverso le sue melodie visive a capire che la Verità non può coesistere con la Menzogna senza essere contaminata, deformata, svilita e annientata. Ma non è forse che la Verità è la concordanza tra Giudizio e Realtà? E che cosa è Reale se non la manifestazione dell’Essere? I poemi di Gallo, come specchio vivente della nostra Anima, dietro a una trama semplice, nascondono uno spirito agonistico pieno di voglia di Bellezza interna e di coraggio guerriero nel mezzo di una società alla deriva, in cima a naufragi di valori e di detriti di anime vendute al Consumismo Materiale.»
Dalla prefazione di Giuliana Balzano
«L’ispirazione poetica di Edoardo Gallo nasce da un intenso stato emotivo derivato dalla puntuale osservazione di ciò che lo circonda. Il poeta fa un’attenta analisi interiore dei propri sentimenti dando vita a liriche dinamiche e nel contempo dolcissime. Nelle sue poesie si “leggono” chiaramente due elementi: la forza interiore che caratterizza il suo pensiero; il bisogno costante di cogliere quelle verità difficili da negare. Il suo stato d’animo va a distendersi sui versi e la poesia diventa un mezzo indispensabile per lui, per poter camminare nei meandri più bui dell’esistenza umana. Gallo sente il bisogno di amare, cerca la pace nella magia del silenzio, ambisce a trovare la verità. Amore, silenzio e verità diventano un modo per lui di affrontare la frenesia di questo nostro tempo sofferto e avverso. Gallo crede nella forza delle parole, ha fiducia nelle parole, gioca con le parole creando liriche riflessive, cariche di schiettezza.»
A portata di mano
Il mio mondo
lo tengo a portata di mano
tutto dentro a una tasca.
Chiavi per aprire porte
Un fazzoletto per le lacrime
Una conchiglia per aver con me le onde
Alcune monete per un gelato
E quella poesia che scriverò domani
Da qualche parte
Alla fine vince chi non ha paura del buio.
Alla fine.
Là al bivio tra la strada che sale e quella che scende.
Da qualche parte starà pur la fine.
Del lasciarti andare,
dell’un po’ morire.
Dell’unica volta che abbiamo saputo cos’è l’amore
Il nido del desiderio
Vivo nel desiderio di tutto quel che ho già scritto.
Non c’è nuovo che mi appassioni più
di quelle labbra che furono il mio sorriso.
Ancor oggi ripensando al ramo
ci porterei la paglia per costruire il nido
per tutte le volte che torno e non ti trovo
Infinito e confine
Infinito e confine
i tuoi occhi,
acqua e fuoco
la tua bocca;
tra l’infinito e la bocca
i tuoi occhi.
E sono con te oltre quel confine,
oltre le terre conosciute,
al di là di tutti i mari,
sopra le stelle
con te
Soldati
Come i milioni di soldati abbattuti un secolo fa
Siamo stati sterminati.
La montagna è diventata ancora la nostra tomba
la nostra anima è stata sradicata e siamo caduti a terra.
Tutto esattamente come cento anni fa.
Qualcuno potrebbe pensare che noi non abbiamo sofferto.
Noi custodi di queste cime,
Noi soldati di queste vette.
Abeti, Larici, Faggi, Frassini, Tigli
siamo nuovamente morti.
Non il nostro spirito che vivrà per sempre
Tra i sassi che abbiamo vegliato
i sentieri che abbiamo adombrato
i ricordi che abbiamo protetto.
E in tutti voi che ci avete amato
29 ottobre 2018 tempesta Vaia: dedicata agli alberi dell’altopiano di Asiago
Intervista
Risale ai tempi del liceo con lo studio dei classici della letteratura, ma questo innamoramento ha avuto la sua folgorazione dopo aver visto il film l’Attimo Fuggente; film che ho riassaporato recentemente assieme ai miei figli. Ricordo che io adolescente lo approfondii in modo viscerale andando a cercare e poi leggere o rileggere tutti gli autori citati: da Whitman a Thoreau, da Byron a Frost, fino ad Orazio per citarne alcuni.
Faccio veramente fatica a dare solo alcuni nomi. Leggo molta poesia e cerco di spaziare quanto più possibile per “succhiare” il nettare delle parole di questi immensi poeti. Decisamente sono molto legato a Leopardi e Whitman. Mi piacciono Montale, Caproni, Gozzano, Pavese fino a Zanzotto, molto le poesie di Szymborska, di Dickinson, di Cvetaeva. Mi affascinano Pozzi e Plath. Amo viaggiare con Prevert ed Hesse, innamorarmi con Lorca e Neruda. Ho un debole per l’intrigante e diretto Bukowski, per i più meditativi e spirituali Hikmet, Gibran, per la filosofia di Pessoa e Rilke. Direttamente o indirettamente cerco di farmi coinvolgere da tutti, credo comunque di avere un mio stile che mi dicono sia riconoscibile e distintivo.
Tutto nasce dal mio innato istinto di osservare. Vedo, guardo, ascolto, sento e porto a scrittura ogni emozione. Ogni sentire. Per me infatti «la poesia è un ponte che unisce ogni intimo sentire». Un ponte che collega il fuori al dentro di noi per poi ritornare fuori, in un moto quasi perpetuo e sconvolgente. Tutto ciò che scrivo fa parte di un vissuto, a volte intimo, a volte spaziale; a volte è inconscio che vive nel sogno e che poi diventa attimo vissuto. Non potrei mai scrivere qualcosa per la quale non ho provato nulla. Ho bisogno di respirare e tramutare in parola ogni emozione, qualcosa che mi ha colpito, che mi ha ferito o fatto gioire o solo ho vissuto per un istante. In alcune poesie ci sono i posti a me cari, spesso i colli Berici dove ho una casa e dove ho vissuto da bambino. I ricordi d’infanzia dati da un albero, l’erba appena tagliata, la raccolta dell’uva, la neve, un pettirosso. Da mio padre che siede sotto al portico e guarda la vallata al di là del muro. Insomma ogni cosa che osservo e che ricordo può essere motivo per fare e dire poesia.
Dopo aver pubblicato le prime due sillogi a me molto care Giorno Zero e È Solo Poesia nel marzo scorso ho deciso di mandare in stampa la terza raccolta che ho voluto intitolare La Verità è un Bambino dagli Occhi Grandi e che ha visto la sua prima presentazione solo nel giugno 2020. Ho vissuto un periodo dove la verità era diventata profondamente urgente e necessaria. Ma non tanto la verità in sé ma l’ “essere vero”. Legata quindi alla sincerità e alla lealtà come forme di gentilezza, di passione, di credibilità. Ero stanco di vedere il continuo depauperamento dei valori veri a vantaggio di forme egocentriche, narcisiste e arroganti, veloci da raggiungere, effimere e superficiali. La poesia è per me sinonimo di verità, perché canta il vero, e lo descrive raccontato dentro le sue fatiche, le sue malinconie tuttavia restando verità di speranza, con slanci di illusione e di utopia per compiere ogni giorno un passo avanti.
Non lo so se sia utile, e tantomeno necessaria. Lo è per me, sicuramente. La poesia è per me un’urgenza necessaria; in tal senso credo possa essere utile anche a qualcun altro. Quello che mi dicono i lettori, e lo riporto fedelmente, è che nel leggermi trovano serenità e, in alcuni concetti espressi con metafore e paradossi, leggono una filosofia buona a sostegno del possibile, impavida nella sua completa fragilità. Come ha scritto in una prefazione il prof. Sotirios Papadopoulos, «Edoardo Gallo con la sua nuova silloge ci fa fare un tuffo nel sacro concetto di Alitheia (Verità); questa dolce e amara sensazione rende la sua opera Fragile come l’acciaio e Robusta come le ali di libellula».
Non c’è un preciso momento. È nata con il vivere quotidiano, giorno dopo giorno. Segue il corso delle mie giornate e degli eventi.
Quasi ogni componimento lo scrivo di getto e solo in alcuni casi, o nelle poesie più lunghe, metto mano ad alcuni versi anche a distanza di tempo. In altri non trovo subito la parola giusta, e così torno sopra la poesia per sentire se riflette appieno l’emozione che ho provato e che voglio trasmettere. A volte per lavoro sono in viaggio e lì l’ispirazione può giungere improvvisa, anche se è la notte il tempo migliore per il mio scrivere. Quello che è certo è che scrivo perché ne ho bisogno e quando lo sento forte mi fermo ovunque io sia e scrivo. Mi distoglie dalla vita stressante che il lavoro mi obbliga a fare seppur con piacere, e mi catapulta in un mondo parallelo dal quale torno rigenerato e rinnovato.
Ho l’abitudine, suggerita dal mio editore Antonello Cassan di Liberodiscrivere, di scegliere per le copertine un’opera pittorica. Dopo aver collaborato con Andrea Marchesini, ho sentito la forte necessità di chiedere a Bruna Lanza una sua opera. Il colore segue il filo conduttore del contenuto del libro. In questo caso è stata scelta un’opera che emotivamente mi ha molto colpito, di prevalente colore arancio perché questo colore, caldo e attraente, per me simboleggia la poesia e quindi la verità. Il titolo del libro è preso dal titolo di una poesia in esso contenuta che declina in tutti i modi possibili la verità. La migliore sua descrizione risiede nel verso La verità è un bambino dagli occhi grandi.
È una storia che serbo gelosamente ed è quasi romantica. Nel giugno 2016 ero a Genova per lavoro e da poco avevo tra gli amici di facebook la poetessa e filosofa Grazia Apisa che lì vive. Le ho scritto un messaggio chiedendole di poterla incontrare e, non senza mio stupore, lei ha accettato. Abbiamo trascorso diverse ore parlando di poesia, leggendone, bevendo un tè. È stato uno dei momenti più preziosi e intensi della mia vita. È stata lei a suggerirmi, durante quell’incontro, la mia attuale casa editrice Liberodiscrivere.
Credo che possa essere molto interessante per tutte le persone che si pongono domande, pertanto non solo agli amanti della poesia ma a un pubblico di lettori più vasto. Avviso che non so se nel leggerle troveranno le risposte che cercano, ma forse sarà più probabile che si porranno ulteriori domande. Credo inoltre che questa pubblicazione possa comprendere un’ampia fascia di età, anzi lo spero. Ho avuto il piacere di portare le mie poesie anche in alcune scuole primarie e secondarie; sono stati momenti di grande stupore, vedere come menti così giovani riuscissero a captare e andare oltre il significato stesso della poesia. Ricorderò per sempre la risposta di una bambina di nove anni alla mia domanda “cos’è per voi la poesia”, rispose: «Per me la poesia è follia». Cosa potevo sentirmi dire più di questo?
Per lavoro mi occupo di vendite e indirettamente di marketing. Sono pertanto abituato ad utilizzare le diverse forme di comunicazione. I canali distributivi sono i più disparati: direttamente dalla mia casa editrice, attraverso Amazon o IBS libri, oppure si possono prenotare in quasi tutte le librerie anche se in questo caso, purtroppo, la consegna è sempre piuttosto lenta. Mi piace promuovere personalmente la distribuzione; spedisco le copie direttamente a casa dei lettori, naturalmente con dedica, oppure li distribuisco durante gli incontri di presentazione. Quest’anno inoltre alcune aziende hanno trovato interessante omaggiarlo ai loro clienti come regalo di Natale. Utilizzo poi i social più significativi: ho un mio blog edoardogallopoesia su facebook che sta ricevendo una buona attenzione e, con lo stesso nickname, sono presente anche su youtube, dove presento il progetto PoeMusìa in collaborazione con il compositore e pianista Giuseppe Laudanna.
« Pensare di aver perso una cosa.
Ritrovarla
ed essere felice.
Piccoli attimi
nei quali riconosci
il senso della vita.
Perché la vita
è nelle cose
ritrovate.
Anche quando
sono perdute »
Una delle poesie che preferisco perché mi dà un senso di pace e di accettazione.
Spero riuscirà ad avvicinare un maggior numero di lettori alla poesia. La poesia infatti è per me curativa, una medicina buona e chi la legge non può altro che trarre giovamento. La poesia è sempre stata un po’ troppo tenuta in disparte rispetto le altre forme di scrittura, non so se per rispetto o più per paura. Essa, anzi Ella, è fondamentale, illumina la vita come un lampo. È distillato, un’estrema sintesi di qualcosa di molto più grande. In poche parole riesce a contenere un mondo di emozioni e di significati. Non si possono infatti leggere decine di poesie tutte d’un fiato. Un libro va letto adagio, facendo sedimentare le parole, rileggendole se possibile così da scoprire i molti e diversi “messaggi” contenuti. A volte la poesia è un codice segreto e come tale ci vuole la giusta pazienza per decodificarlo e apprezzarlo totalmente.
Cosa contiene il QR Code stampato in quarta di copertina?
Sto continuando a scrivere ma è ancora presto per pensare al prossimo libro. Vorrei solo riuscire a tornare a presentarlo pubblicamente, vedere tutto il viso delle persone, guardare dentro i loro occhi, respirare la loro stessa aria. Potere stringere nuovamente le mani e abbracciare, forte, a lungo restando ad ascoltare il prezioso silenzio che si scatena in quel momento.

Edoardo Gallo
Biobibliografia
Edoardo Gallo è poeta vicentino. Ha pubblicato tre libri in forma collettiva esprimendo poi la sua cifra poetica originale e polimorfa nelle tre raccolte personali Giorno Zero, È Solo Poesia , La Verità è un Bambino dagli Occhi Grandi.
Ha partecipato a Poetry Vicenza, FlussiDiVersi di Caorle, Parole Spalancate Festival Internazionale di Genova e al BeArt Festival dell’Arte di Vicenza. Con la poesia Io sono mio padre è vincitore assoluto del Premio Letterario Nazionale “Giorgio Gaiero”. Nel 2020, quale rappresentante della poesia italiana, è invitato a partecipare alla mostra virtuale “Mediterranean Anatomy” patrocinata dall’Ambasciata Italiana in Grecia. Le poesie A chi importa e Il nido del desiderio sono diventate canzoni d’autore. L’inedito Soldati viene utilizzato quale voce poetica del video realizzato da Adifly in collaborazione con l’associazione culturale Liberi Pensatori, in ricordo degli alberi abbattuti dalla tempesta Vaia. Il progetto viene patrocinato dall’Assessorato alla Cultura e Turismo della Regione del Veneto. A luglio 2020 è finalista alla XIV edizione del Premio Letterario “Città di Livorno” con la poesia Le cose difficili. Prestigiose sono le collaborazioni con numerosi artisti e musicisti, tra i quali il pianista e compositore Giuseppe Laudanna con il quale crea il progetto artistico PoeMusìa.
13 mercoledì Gen 2021
Posted in Appunti letterari, LETTERATURA

Nei primissimi anni ’80 del secolo scorso venni invitata dal Comune di Porto Empedocle, mio luogo di origine, a partecipare come “giovane poetessa” ad un convegno letterario che radunava alcuni degli autori del territorio agrigentino. Mi ritrovai dunque in un contesto di personalità della cultura non solo siciliana ma di carattere nazionale fra cui Antonino Cremona, Federico Hoefer, Alfonso Gaglio, Andrea Camilleri e Leonardo Sciascia. Di Hoefer e Camilleri, quest’ultimo non ancora nel solco del successo dovuto alla serie montalbaniana, conoscevo qualcosa, essendo stati entrambi amici di gioventù dei fratelli di mia madre, gli altri mi erano pressoché ignoti, salvo Sciascia di cui avevo letto Il giorno della civetta e qualche altro titolo. Di lui ho un ricordo visivo vago, in particolare un mezzo sorriso fra l’ironico e il compiaciuto. Timida e alle prime armi nel campo della scrittura, non osai interloquire con nessuno di loro, in seguito ebbi modo di presentare a Palermo sia Hoefer, col quale si stabilì una bella amicizia, sia Camilleri, che al contrario non ebbi più modo di incontrare. Di Leonardo Sciascia continuai a leggere molti altri libri, con un interesse sempre maggiore ma in difficoltà nell’inquadrare la sua opera in una categoria letteraria, fin quando non giunsi alla lettura di La Sicilia come metafora, un libro-intervista della giornalista francese Marcelle Padovani, che mette a fuoco la persona e l’opera sciasciana. Ma chi è Leonardo Sciascia?
“Mio nonno si chiamava Leonardo, come me; era un gran lombardo alla Vittorini dagli occhi azzurri. Ho trovato suoi biglietti da visita: Leonardo Sciascia-Alfieri. Alfieri è un nome del nord, che aveva preso da sua madre insieme agli occhi azzurri, mentre Sciascia è un cognome propriamente arabo, che fino al 1860 sui registri anagrafici veniva scritto Xaxa, e che si leggeva Sciascia. In arabo, dice Michele Amari, vuol dire «velo del capo». Una volta, il console di Libia a Palermo mi ha detto che, per indicare un’amicizia strettissima, nel suo paese si parla di «due teste in una stessa sciascia”.
Nato a Racalmuto, paese dell’agrigentino, si trasferisce con la famiglia a Caltanissetta dove il padre inizia a lavorare come amministratore in una zolfara nissena. Frequenta il corso magistrale dove insegna Vitaliano Brancati, suo professore e primo riferimento culturale, consegue il diploma e inizia ad insegnare.
“Il pomeriggio lo passavo da uno zio sarto. Per apprendere il mestiere. Il mio trasferimento a Caltanissetta fu casuale. Se mio padre non avesse avuto il posto ad Assoro, non ci saremmo trasferiti a Caltanissetta. È stata una fatalità che ha inciso molto sul mio destino. Se fossimo rimasti a Racalmuto, io avrei fatto il sarto.”
Per fortuna delle patrie lettere la vita di Leonardo Sciascia ebbe diversa sorte. Per tutta la seconda metà del Novecento fu lo scrittore che attraversò la storia civile italiana, con le sue opere segnò l’inizio di quella letteratura che metteva il dito nella piaga del sistema mafioso la cui struttura si era insediata anche nell’apparato politico. La sua non fu denuncia, ma analisi lucida e impietosa della connivenza tra Stato e potere illegale, esercitata fin dal regno borbonico. Da uomo attento e analitico, lo scrittore è consapevole della difficoltà, per non dire dell’impossibilità, di giungere alla realizzazione di un perfetto sistema politico e sociale, tuttavia ritiene un dovere vivere e lottare perché questo possa essere raggiunto.
“Di me come individuo, individuo che incidentalmente ha scritto dei libri, vorrei che si dicesse: «Ha contraddetto e si è contraddetto», come a dire che sono stato vivo in mezzo a tante «anime morte», a tanti che non contraddicevano e non si contraddicevano.”
Riferendosi al ruolo dell’intellettuale, Sciascia sostenne che in Sicilia gli intellettuali costituiscono un corpo estraneo che il tessuto sociale rigetta in quanto rappresentano la coscienza del passato e la preoccupazione per l’avvenire.
“C’è stato un progressivo superamento dei miei orizzonti, e poco alla volta non mi sono più sentito siciliano, o meglio, non più solamente siciliano. Sono piuttosto uno scrittore italiano che conosce bene la realtà della Sicilia, e che continua a esser convinto che la Sicilia offre la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo odierno. Date queste condizioni, sono ancora uno scrittore siciliano? E che cos’è uno scrittore? Da parte mia, ritengo che lo scrittore sia un uomo che vive e fa vivere la verità, che estrae dal complesso il semplice, che sdoppia e raddoppia – per sé e per gli altri – il piacere di vivere. Anche quando rappresenta terribili cose.”
Scettico e talvolta amaro, per lo scrittore racalmutese il cammino della Sicilia è stato sempre un percorso difficile ancorché illuminato da grandi civiltà e da importanti tradizioni etnico-culturali che non ne hanno purtroppo cancellato la connotazione di terra di conquista. E coglie una lancinante verità nell’affermare che il fasto lasciato come retaggio dagli spagnoli ai siciliani, che continuano a praticarlo, gli uni lo vivevano da padroni, gli altri da schiavi. Alcune delle tante considerazioni e prese di posizione di Sciascia suscitarono a suo tempo aspre critiche e pungenti polemiche, soprattutto dopo che egli scese in politica, prima con il PCI di Achille Occhetto, dal quale diede le dimissioni perché contrario al “compromesso storico”, e dopo con il Partito Radicale, in seno al quale fu eletto alla Camera dei Deputati. Dopo la pubblicazione de L’affaire Moro le polemiche si moltiplicarono. Nel suo pamphlet Sciascia lascia trasparire il suo dissenso per come si era concluso il tragico rapimento di Aldo Moro, addossandone implicitamente la colpa all’apparato dello Stato che non aveva acconsentito a trattarne il rilascio. Egli smonta la tesi che era stata adottata dall’establishment politico, secondo la quale le lettere che il sequestrato scriveva pregando di cedere alle richieste dei terroristi erano dettate da uno stato di offuscamento mentale derivato dalla carcerazione, e lascia trasparire la propria posizione di dissenso. Quando si apre la tragica stagione degli omicidi di stato per mano mafiosa è ancora lui che sferra attacchi contro il sistema del “pentitismo”, non ritenendo etico “premiare”, a fronte di una testimonianza accusatoria, chi si era materialmente reso colpevole di uccisioni e stragi. Da una parte il rifiuto della violenza, dall’altra una costante critica al potere costituito e ai suoi segreti inconfessabili. Furono atteggiamenti che gli alienarono parte dei consensi, ma la sua presenza letteraria non ne rimase offuscata e le sue opere continuarono ad essere apprezzate fin oltre oceano.
“Considero il potere, non già alcunché di diabolico, ma di ottuso e avversario della libertà dell’uomo. Sono tuttavia indotto a lottare perché, all’interno del potere, si abbiano ricambi, possibilità di “alternative”, novità, una migliore organizzazione della giustizia, una libertà sempre più ampia, ragion per cui mi impegno quando c’è una battaglia da combattere. Mi rendo perfettamente conto di essere animato da un certo spirito di contraddizione, ma so che ogni essere umano che esercita un’attività intellettuale non può non esserne animato.”
La bibliografia di Leonardo Sciascia è sterminata, egli ha scritto di tutto: poesie, racconti, romanzi, saggi, teatro, pamphlet, aforismi, articoli giornalistici, e curatela di volumi collettanei e monografici per grandi case editrici italiane. Ho letto recentemente che la sua linea letteraria è stata definita Realismo critico. Non so quanto questa definizione possa essere adeguata, forse è ancora troppo presto per le etichette di “corrente”, o più verosimilmente la sua opera sfugge a ogni precisa categoria letteraria, mantenendo una sua propria identità che assomma la lezione pirandelliana e l’illuminismo volterriano. Ma possiamo affermare che dal suo magistero sono stati certamente influenzati due altri grandi scrittori siciliani, Andrea Camilleri e Gesualdo Bufalino, l’uno per la felice creazione del commissario Montalbano, spigoloso e ironico, l’altro per le risonanze barocche della sua scrittura. Amato e odiato, apprezzato e criticato, con la sua presenza e con la sua opera Leonardo Sciascia ha segnato tutta la seconda parte del secolo ventesimo lasciando un’impronta indelebile.
Anna Maria Bonfiglio
Nota – Le parti in corsivo sono tratte da “La Sicilia come metafora”, intervista a Leonardo Sciascia di Marcelle Padovani, Mondadori 1979
11 lunedì Gen 2021
Posted in LETTERATURA, Versi trasversali

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
BENEDETTO GHIELMI
ATTESA
L’attesa mi consuma le membra
adrenalina zampillante richiamo di un Oltre
catena che pone in gabbia il cuore
vorrei avere ma posso limitarmi a stare
tortura dell’anima
disarmato assaporo ciò che mi sarà posto in dono
riaffiora la speranza
spinta per vivere con intensità ulteriore
ogni atomo di tempo che respiro.
A TE
Inebriante gioia
porto sicuro
fragilità eccelsa
piuma leggera
carezza rigenerante
sacra condivisione
semplicità divina
porta socchiusa alla bellezza
parola rassicurante
ancora del mio navigare
ristoro del mio essere
pergamena affascinante
desiderio di scoprirti
vetta alpina
sacro tempio
nettare del mio affanno
lettera incompiuta
muro portante ma nascosto
timida esuberanza
ispirazione ordinata
fiore non raccolto
acqua che disseta
profumo di
Dio.
AMORE
Brezza mattutina
mi scompigli ricomponendomi
ordine irrazionale con il suo cullante andare
sosta ristoratrice
mi straborda il cuore dagli schemi umani
spinta verso l’Assoluto
continuazione del ciglio della speranza
forza trascinatrice verso il superamento del razionale
espressione del dono
energia creatrice.
APERTURA
Racchiuso in questo desolante volteggiare
sbarrata è la via verso un oltre
sento il sapore del soffocamento
reclinandomi in avanti cerco un pertugio
respiro
posso, finalmente, assaporare il profumo del muschio
frizzante fuga
mi si schiude davanti un nuovo orizzonte
dove giungerà il mio vagare?
DELICATEZZA
Contemplo instancabilmente
ogni foglia che cade
danzando come se cadesse un frammento prezioso
plana docilmente accarezzando il suolo
ritorno ad un nuovo cominciare
gesto tremante
odo l’eco
trasforma il tutto avvolgendolo con il sacro mantello
carezza di vita.
MATTINA
Algido sole
brezza pungente
campi in attesa dell’abbraccio del nuovo giorno
volto rifiorito
la città ridesta la speranza in un nuovo cominciare.
RICORDI
L’anima, inebriata di bellezza,
canta attimi eterni e passi di luce
lo sguardo è nuovo
e un fiume incontrollato scorre nelle mie viscere
incontri rinnovati
brandelli di mistero
la vita è una domanda di eleganza e stupore
trattengo per riconsegnare allegria esplosiva
preziosa occasione è questo viaggio.
Testi tratti da Benedetto Ghielmi, Cocci di bottiglia, Edizioni 2000diciassette, 2020.
10 domenica Gen 2021
Posted in uNa PoESia A cAsO
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.
Oggi è la volta di Jacques Prèvert
Oasi Mirò (da “Sole di notte”)
Uccelli giallo folle vestiti di nero bruciato
in un cielo nero deserto
volavano.
Verde verde
Garcia Lorca cantava
Astro di rosso rame il suo cuore li attirava.
È colpa della luna
le lacrime sanno di sale
e le onde più sottili del mare
si erano rotte come vetro
sulla più tenera roccia.
le lacrime sanno di sale
è per colpa della luna
che governa le maree.
01 venerdì Gen 2021
Posted in SINE LIMINE

Oggi è il primo dell’anno 2021, una data che scritta tutta in numeri, 1.1.2021 ha un assonante fascino da “numero uno”. Come un segno di avvio e rinascita. Voglia il cielo che l’anno che ci lasciamo alle spalle sia una storia conclusa e col nuovo, appena iniziato, si apra un nuovo capitolo per l’umanità.
Uno scenario nel quale la malattia che ci ha ricordato quanto siamo deboli, fragili e mortali, quanto basta un soffio per metterci in ginocchio, sia debellata, e gli uomini, più consapevoli della preziosità degli affetti e della necessità di ripensare un diverso stile di vita e di rapporti sociali, generino pensiero e azione volti a “curare” la terra che abitano, a rispettare tutte le diversità, contrastare la povertà, dissipare le guerre.
Un augurio “grandioso”, ma credo fosse necessario esprimere il carico “spirituale” del significativo momento storico che stiamo vivendo e la speranza accomunante del superamento prossimo della pandemia, il desiderio di rinascita e conversione.
Non dimentichiamo però che fine e inizio d’anno sono un’occasione, ormai tradizionale, su questo blog, di dare uno sguardo al lavoro svolto sul blog stesso, un bilancio che, come al solito richiede l’ausilio dei numeri, il concorso dei nomi.
Con oggi e in questo momento il blog Limina mundi registra 168.264 visite dalla sua nascita e 188 follower. Sono stati pubblicati in tutto 684 articoli. Nell’anno 2020 sono stati pubblicati 134 post che, rispetto ai 101 dell’anno 2019 sono un incremento. Questo dato offre l’occasione per sottolineare l’aspetto più innovativo che ha riguardato il blog nel 2020 e cioè la partecipazione di Adriana Gloria Marigo e Annamaria Bonfiglio, entrate a far parte della redazione del blog.
Altri autori che hanno contribuito sono: Emilio Capaccio con tre sue poesie e le traduzioni delle quali dirò più sotto, Cinzia della Ciana (con i racconti “Solfeggiando in emergenza”, e “Teiera triste”), Francesco Tontoli (racconto “Griot in the city”, le poesie “10 quarantene”), Francesco Palmieri (nota critica a “Maternità Marina” di autori vari a cura di Silvia Rosa e Valeria Bianchi Mian), Pietro Pancamo (racconto “Serafino preposto al coraggio”), Giorgio Brunelli (racconto “BYE (Chapbook)”, Franca Alaimo (nota critica “Al dio dei ritorni” di Maria Allo), Maria Allo con una sua lettura a “Corpo di pane” di Elisa Ruotolo.
Questi nomi appena citati spiegano l’incremento di produzione, se fossimo un’azienda che produce e vende potremmo dire che l’offerta si è arricchita, ma poiché non lo siamo e il linguaggio da sponsor non è nelle nostre corde, né si addice allo spirito del blog, diciamo piuttosto che è bello che si sviluppi l’aspetto corale del blog, è un piacere avere più voci presenti a dare forma, suono e colore all’arte.
Scendendo più nei dettagli di quanto è stato fatto:
Adriana Gloria Marigo ha pubblicato nella sua rubrica Miscelaneas 22 articoli nei quali ha presentato gli autori: Silvio Raffo, Luciano Domenighini, Gianluca Conte, Marcks Hediger, Francesco Zevio, Alessandro Quattone, Paul Morand, Gabriella Cinti, Alain De Botton, Giorgio Bolla, Valentina Meloni, Giancarlo Stoccoro, Victoria Surliuga, Ezio Gribaudo, Fabio Dainotti, John Taylor, Paolo Menon, la rivista Traduzionetradizione diretta da Claudia Azzola, nonché gli interventi critici a firma della stessa Marigo, di Fabio Pusterla, di Silvio Aman, in particolare di Aman su “Astro immemore” del quale Adriana Gloria Marigo è autrice. Adriana ha chiuso l’anno con la proposta poetica del giorno di Natale.
Annamaria Bonfiglio ha pubblicato 9 articoli nei quali ha affrontato la poetica o aspetti specifici della poetica di Jean Louis Borges, Luigi Pirandello, Angelo Maria Ripellino, Cristina Campo. Ha proposto inoltre note di lettura di “Nei giorni per versi” di Anna Maria Curci, “Vite ordinarie” di Franca Alaimo, “Cadere Volare” di Clelia Lombardo e “Cuore di preda” di varie autrici , quest’ultimo sul tema della violenza di genere, presente e ingravescente, della quale è sempre bene mai smettere di parlare.
Deborah Mega ha pubblicato circa 50 articoli. Ha continuato a curare la rubrica “Epistole d’autore” (3 articoli) e la rubrica “Racconti” con analisi critica di 6 racconti proposti alla lettura, ha pubblicato le interviste a Mario Fresa su “Bestia divina”, Nino Iacovella su “ La linea Gustav”, Silvia Rosa su “Maternità Marina” e a Sergio Sichenze su “Tutto è uno”. Ha inoltre scritto e pubblicato le seguenti recensioni a “Fiori estinti” e “Poema della fine” di Mattia Tarantino, “Galatina Un sogno d’amore” di Dante Maffia e Elio Scarciglia, “Tutto è uno” di Sergio Sichenze, “La crepa madre” di Carlo Tosetti e “Archivio del bianco” di Stefania Onidi.
Loredana Semantica ha pubblicato circa 50 articoli tra i quali le interviste agli autori Federica Galetto per “La neve e la libellula”, Sal Ferranti per “La legge della piuma”, Mariangela Ruggiu “Il suono del grano”, Patrizia Destro “Haiku dal silenzio”, Viviana Viviani “Se mi ami sopravvalutami”, Cinzia della Ciana “Grumi sciolti”. Loredana Semantica ha pubblicato nella rubrica “Cronache sospese” 1 articolo e 2 articoli nella rubrica “Prisma lirico”. Dal 14 marzo al 16 maggio 2020 ha curato la rubrica #cronacheincoronate pubblicando i racconti di vita quotidiana di se stessa alle prese col profondo lock down italiano in tempo di pandemia. La rubrica aperta ai contributi di chi volesse offrirli, ha visto la partecipazione di Antonella Pizzo e Flavio Almerighi, Deborah Mega, Anna Maria Bonfiglio Cinzia Della Ciana. Nell’anno 2020 è stata avviata la rubrica “Idiomatiche”. L’inaugurazione della rubrica è avvenuta con le traduzioni di Yves Bonnefoy ad opera di Emilio Capaccio e l’arte fotografica di Lorenzo Noto. Successivamente Emilio Capaccio ha proposto sue traduzioni di Seamus Heaney, Carlos Drummond de Andrade, Walt Whitman, Angel Gonzalez. Nella rubrica sono presenti diverse traduzioni del neo premio Nobel Louise Gluck ad opera di Antonella Pizzo, Deborah Mega e Loredana Semantica. In tutto la rubrica Idiomatiche raccoglie 17 articoli.
In “Canto presente” nel 2020 abbiamo ospitato: Marina Marchesiello, Marcello Buttazzo, Giovanni Ibello, Giampaolo Mastropasqua, Nicola Grato, Davide Cortese, Andrea Castrovinci Zenna, Ivano Mugnaini.
In “Versi trasversali” abbiamo ospitato: Alessio Vailati, Michela Zanarella.
Non mancano vari articoli a cura di Loredana Semantica e Deborah Mega per particolari occasioni di celebrazione, festività o memoria. Un po’ come questo, volendo, che ripercorre un anno di lavoro e dà spessore all’opera che cerchiamo di realizzare. Mi pare non ci sia altro da dire. Mancano solo gli auguri sintetici, quelli speciali sono già all’inizio di questo post. C’è tutto: “Numeri e Auguri”.
01 venerdì Gen 2021
Posted in SINE LIMINE

by Aykut Aydogdu
Lo distinguiamo dagli altri
come se fosse un cavallino
diverso da tutti i cavalli.
Gli adorniamo la fronte
con un nastro,
gli posiamo sul collo sonagli colorati,
e a mezzanotte
lo andiamo a ricevere
come se fosse
un esploratore che scende da una stella.
Come il pane assomiglia
al pane di ieri,
come un anello a tutti gli anelli: i giorni
sbattono le palpebre
chiari, tintinnanti, fuggiaschi,
e si appoggiano nella notte oscura.
Vedo l’ultimo
giorno
di questo
anno
in una ferrovia, verso le piogge
del distante arcipelago violetto,
e l’uomo
della macchina,
complicata come un orologio del cielo,
che china gli occhi
all’infinito
modello delle rotaie,
alle brillanti manovelle,
ai veloci vincoli del fuoco.
Oh conduttore di treni
sboccati
verso stazioni
nere della notte.
Questa fine dell’anno
senza donna e senza figli,
non è uguale a quello di ieri, a quello di domani?
Dalle vie
e dai sentieri
il primo giorno, la prima aurora
di un anno che comincia,
ha lo stesso ossidato
colore di treno di ferro:
e salutano gli esseri della strada,
le vacche, i villaggi,
nel vapore dell’alba,
senza sapere che si tratta
della porta dell’anno,
di un giorno scosso da campane,
fiorito con piume e garofani.
La terra non lo sa: accoglierà questo giorno
dorato, grigio, celeste,
lo dispiegherà in colline
lo bagnerà con frecce
di trasparente pioggia
e poi lo avvolgerà
nell’ombra.
Eppure
piccola porta della speranza,
nuovo giorno dell’anno,
sebbene tu sia uguale agli altri
come i pani
a ogni altro pane,
ci prepariamo a viverti in altro modo,
ci prepariamo a mangiare, a fiorire,
a sperare.
Ti metteremo
come una torta
nella nostra vita,
ti infiammeremo
come un candelabro,
ti berremo
come un liquido topazio.
Giorno dell’anno nuovo,
giorno elettrico, fresco,
tutte le foglie escono verdi
dal tronco del tuo tempo.
Incoronaci
con acqua,
con gelsomini aperti,
con tutti gli aromi spiegati,
sì,
benché tu sia solo un giorno,
un povero giorno umano,
la tua aureola palpita
su tanti cuori stanchi
e sei,
oh giorno nuovo,
oh nuvola da venire,
pane mai visto,
torre permanente!
(Trad. di Alessandra Mazzucco)
Lo distinguimos
como
si fuera
un caballito
diferente de todos
los caballos.
Adornamos
su frente
con una cinta,
le ponemos
al cuello cascabeles colorados,
y a medianoche
vamos a recibirlo
como si fuera
explorador que baja de una estrella.
Como el pan se parece
al pan de ayer,
como un anillo a todos los anillos:
los días
parpadean
claros, tintineante, fugitivos,
y se recuestan en la noche oscura.
Veo el último
día
de este
año
en un ferrocarril, hacia las lluvias
del distante archipiélago morado,
y el hombre
de la máquina,
complicada como un reloj del cielo,
agachando los ojos
a la infinita
pauta de los rieles,
a las brillantes manivelas,
a los veloces vínculos del fuego.
Oh conductor de trenes
desbocados
hacia estaciones
negras de la noche.
este final
del año
sin mujer y sin hijos,
no es igual al de ayer, al de mañana?
Desde las vías
y las maestranzas
el primer día, la primera aurora
de un año que comienza
el primer día, la primera aurora
de un año que comienza,
tiene el mismo oxidado
color de tren de hierro:
y saludan
los seres del camino,
las vacas, las aldeas,
en el vapor del alba,
sin saber
que se trata
de la puerta del año,
de un día
sacudido
por campanas,
adornado con plumas y claveles,
La tierra
no lo
sabe:
recibirá
este día
dorado, gris, celeste,
lo extenderá en colinas,
lo mojará con
flechas
de
transparente
lluvia,
y luego
lo enrollará
en su tubo,
lo guardará en la sombra.
Así es, pero
pequeña
puerta de la esperanza,
nuevo día del año,
aunque seas igual
como los panes
a todo pan,
te vamos a vivir de otra manera,
te vamos a comer, a florecer,
a esperar.
Te pondremos
como una torta
en nuestra vida,
te encenderemos
como candelabro,
te beberemos
como
si fueras un topacio.
Día
del año
nuevo,
día eléctrico, fresco,
todas
las hojas salen verdes
del
tronco de tu tiempo.
Corónanos
con
agua,
con jazmines
abiertos,
con todos los aromas
desplegados,
sí,
aunque
sólo
seas
un día,
un pobre
día humano,
tu aureola
palpita
sobre tantos
cansados
corazones,
y eres,
oh día
nuevo,
oh nube venidera,
pan nunca visto,
torre
permanente!
25 venerdì Dic 2020
Posted in MISCELÁNEAS

La coltura degli alberi di Natale
Vi sono molti atteggiamenti riguardo al Natale,
E alcuni li possiamo trascurare:
Il torpido, il sociale, quello sfacciatamente commerciale,
Il rumoroso (essendo i bar aperti fino a mezzanotte),
E l’infantile – che non è quello del bimbo
Che crede ogni candela una stella, e l’angelo dorato
Spiegante l’ali alla cima dell’albero
Non solo una decorazione, ma anche un angelo.
Il fanciullo stupisce di fronte all’albero di Natale:
Lasciatelo dunque in spirito di meraviglia
Di fronte alla Festa, a un evento accettato non come pretesto;
Così che il rapimento splendido, e lo stupore
Del primo albero di Natale ricordato, e le sorprese, l’incanto
Dei primi doni ricevuti (ognuno
Con un profumo inconfondibile e eccitante),
E l’attesa dell’oca o del tacchino, l’evento
Atteso e che stupisce al suo apparire,
E reverenza e gioia non debbano
Essere mai dimenticate nella più tarda esperienza,
Nella stanca abitudine, nella fatica, nel tedio,
Nella consapevolezza della morte, nella coscienza del fallimento,
Nella pietà del convertito
Che si potrebbe contaminare di vanagloria
Spiacente a Dio e irrispettosa verso i fanciulli
(E qui ricordo con gratitudine anche
Santa Lucia, con la sua canzoncina e la sua corona di fuoco):
Così che prima della fine, l’ottantesimo Natale
(Significando qui per «ottantesimo» l’ultimo, qualunque esso sia)
Le accumulate memorie dell’emozione annuale
Possano concentrarsi in una grande gioia
Simile sempre a un grande timore, come nell’occasione
In cui il timore giunse ad ogni anima:
Perché l’inizio ci ricorderà la fine
E la prima venuta la seconda venuta.
Thomas Stearns Eliot
da Poesie a cura di Roberto Sanesi, Arnoldo Mondadori Editore, 1972

Dopo la festa
L’abete si rannuvola. Fa buio.
Le fiammelle scoppiettano spegnendosi,
e un altro abete attraverso la brina
guarda nella finestra il giardino nevoso.
Io vedo che la luna accende
i suoi aghi vestiti di neve
e, tutto infiammandosi, annuisce
al mio abete che si sta spegnendo.
Mi spiace che sugli aghi del mio abete,
la bufera non abbia sparso polvere,
che il vento non culli i suoi rami
distesi come ali nere.
Samuil Jakovlevič Maršak
da Poesia russa del Novecento, traduzione di Angelo Maria Ripellino, Feltrinelli

Natale
Né qui, né ora. Inutile promessa
d’altro calore e di nuova scoperta
sotto l’ora che annotta viene meno.
Brillan le luci in cielo? Brillan da sempre.
Questa vecchia illusione
abbandoniamo.
Oggi è Natale. E proprio niente avviene.
José Saramago
da Poesie, a cura e traduzione di Fernanda Toriello, Einaudi, Torino 2002

La neve mulinava alla finestra
La neve mulinava alla finestra;
e fonda, fresca, uniforme,
copriva i prati
dove una coppia di volpi s’acciambellava nella tana
mentre la Luna s’incupiva
al cipiglio fiero, d’oro e altero di un Gufo. Pure là,
dove il ruscello gelato
inchiodato alla terra,
c’era una preghiera
che aleggiava come alito umano,
come lo spettro delle parole,
in un bosco scuro,
ansiosa di essere qualcosa di inteso.
Ma il Cielo non era che vecchia luce
e la brina era crudele
dove un uomo povero e curvo
andava a raccogliere legna.
Carol Ann Duffy
da Un Natale inglese. Poesie scelte, a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti, illustrazioni di Simone Pagliai, Le Lettere, Firenze 2018