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LIMINA MUNDI

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LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

Ancora sulla violenza contro la donna

02 mercoledì Dic 2020

Posted by marian2643 in CULTURA E SOCIETA', LETTERATURA

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Anna Maria Bonfiglio, Cuore di preda, Loredana Magazzeni

Succede a volte che, seguendo le informazioni diffuse dai mass media, tv, radio, giornali, internet, sentiamo pronunciare una parola tanto ripetutamente che finiamo per assuefarci al suo suono e a svuotarla del suo vero e profondo significato. Diventa improvvisamente un topos, un luogo comune che tutti, per strada, nei salotti, nelle conversazioni fra amici, usano senza soffermarsi più di tanto sul valore e il peso che può avere. Credo che tutto questo possa essere applicato al termine femminicidio, che sentiamo pronunciare ogniqualvolta viene uccisa una donna. Femminicidio, o femicidio, secondo la primaria versione della parola che traduce il termine inglese femicide, è espressione dal significato terribile che definisce l’uccisione di un essere umano in quanto appartenente al genere femminile, quello che la filosofa De Beauvoire, chiamò provocatoriamente Secondo sesso. La donna è l’Altro, afferma nel suo famoso saggio la scrittrice, è quello che l’uomo, nel suo considerarsi Soggetto, colloca nella posizione di Oggetto. Su questa situazione di non riconoscimento si è fondato e si perpetua il concetto di subordinazione del genere femminile. A distanza di tanto tempo la riflessione della filosofa francese rimane attuale ed è ancora legittimo porsi la questione della gerarchia dei sessi e domandarsi se sia finalmente possibile accogliere in maniera definitiva nel contesto intellettuale e sociale l’idea di “genere” inteso come categoria che raggruppa la specie umana. Perché malgrado la conquista sul piano formale e ideologico dell’uguaglianza resta il problema dell’impostazione dei rapporti fra i sessi, problema perpetuato nel corso dei secoli ed ereditato dalla concezione biblica di Eva nata da un osso in soprannumero di Adamo, e cioè di un “essere occasionale”, come lo definisce San Tommaso. A metà degli anni ’90 del secolo scorso, la scrittrice e performer Eve Ensler pubblicò un libro dal titolo I monologhi della vagina nel quale, attraverso testimonianze femminili, denunciava una realtà di violenza espressa nelle manifestazioni più subdole. Il testo suscitò, com’era prevedibile, vaste polemiche, ma fu letto e rappresentato in forma teatrale in molte parti del mondo, compresa l’Italia, e recitato dalle più grandi attrici di teatro. Nel 2015 la stessa Ensler pubblica un documento in cui racconta le violenze esercitate dagli integralisti dell’Isis sulle prigioniere dissidenti o disobbedienti, episodi di una crudeltà inenarrabile, difficili da credere generati da mente umana e che fa paura persino riportare; in seguito Ensler pubblica il libro Se non ora quando? Contro la violenza e per la dignità delle donne, nel quale afferma: “abbiamo bisogno di scrittori in quest’epoca terribile di inganni e manipolazioni”. Cosa possono fare i poeti, retoricamente definiti esseri avulsi dalla realtà? Certo non sarà un libro di poesia a fermare  lo scempio che si compie sulle donne, né basteranno gli spettacoli, i documentari, le inchieste. Pure, tutto questo qualcosa fa: aiuta a capire. E capire significa prendere coscienza che quei fatti di cronaca che ci turbano fuggevolmente, fra una notizia e l’altra, sono vicini a noi più di quanto crediamo. Significa smuovere le acque ancora stagnanti di una cultura civile e sociale arroccata su concetti resistenti a morire. E significa anche aiutare le donne vittime di violenza a rendersi consapevoli che dall’oscurità del tunnel in cui sono cadute si può fuggire superando la paura e la vergogna, ribellandosi, accusando, denunciando. L’antologia Cuore di preda, curata dalla scrittrice Loredana Magazzeni, nasce  per volontà di Gianmario Lucini, poeta, critico e editore, uomo di grandissima sensibilità, intellettuale impegnato a combattere l’ingiustizia e il decadimento morale, scomparso purtroppo prematuramente, e  raccoglie i testi di ottantasei poetesse che declinano il tema del femminicidio e della violenza di genere dando voce al silenzio che accompagna il dolore delle vittime. Silenzio generato dalla paura, dalla mancanza di autostima, dal senso di colpa, dall’abitudine ad essere dominate. Scorrendo i testi di questa raccolta percepiamo i nuclei tematici più forti e più pervasivi dell’argomento violenza, legati da un filo rosso che attraversa vicende dolorose e traumatizzanti mutuate da fatti reali di cui quasi giornalmente veniamo a conoscenza. E non è fuori luogo o esagerato parlare al riguardo di una forma di “olocausto”, in ragione del fatto che si tratta di una violenza dettata dalla volontà di esercitare un potere che annulli, cancelli, estingua il genere femminile, non come esistenza fisica, ma come esistenza sociale e psicologica, come volontà di esprimere se stesso, come affermazione di entità non omologabile. Cuore di preda è il genere femminile, ancora raccolto “in un mondo di buio, nucleo di resistenza sacro, eredità lascata dalla madre”, come lo definisce la poesia di Anna Elisa De Gregorio. Perché è già dalle madri che si va configurando l’esistenza delle figlie, madri che subiscono percosse e tacciono per vergogna e dichiarano, per obbligo verso se stesse, di amare ancora il loro uomo.

Se questa è una donna

Con quale numero sarà ricordata

la violenza di ieri su una donna

nel quartiere taldeitali della tale città?

La voce che esce dal televisore,

mentre divagano periferie senza vita,

elenca cronache già dimenticate:

quella che era, l’altra che aveva…

donne raccolte in un mondo di buio.

 

Di donne destinate a subire parla la poesia di Nunzia Binetti :

Io già lo so

(…) Io cosa per editto maledetta, finto monile

Espio una condanna e sono anima lesa

silenzio indotto, resa, mai altro che utero o marsupio

che zagara sfiorita nel giardino a spingere il recinto

col mio canto morto.

 

E di una detenzione volontaria, determinata dall’impossibilità del corpo a ricercare un senso nuovo dopo il deturpamento, dopo l’oscurità di un abisso di cui ci si sente complici, parla il testo di Maria Teresa Ciammaruconi: L’uomo che ha vessato ha perso vigore, è ormai incapace di prendere e di dare, sarebbe facile fuggire, ma la violenza ha generato assuefazione, la paura ha svilito ogni desiderio di libertà, il danno è irreversibile:

Violenza non codificata

Non è per bontà che ora rinunci al sangue

e non è mite la carezza che doma la fera

ma paura che ha perso la traccia del desiderio

seminato lungo la nostra strada in regalo

a fare unica una vita qualunque.

La tua rinuncia è la mia prigione senza sbarre

violenza non codificata per detenzione a vita.

Incapace di cattura il predatore muore

e condanna la preda alla solitudine  della sicurezza.

 

Di Lella De Marchi

e poi mi hanno detto

e poi mi hanno detto:

il tempo aggiusta tutto

anche il tuo corpo offeso

e spaccato,

certo, non temere,

un giorno tutto questo

non ti farà più male

 

ed io ho pensato:

ho fatto davvero qualcosa di sbagliato

perché mi hanno di nuovo violentato.

 

Cuore di Preda è una delle tante operazioni che sono state realizzate per mettere a fuoco una problematica che non cessa di essere attuale e per sensibilizzare istituzioni e società civile a non abbassare la guardia. Tanto è stato fatto e tanto dovrà continuare ad essere perseguito. Confidiamo che alle voci poetiche di queste donne si uniscano tante altre voci ancora, anche maschili, perché si sciolgano fin gli ultimi nodi di un colpevole silenzio.

 

Anna Maria Bonfiglio

 

 

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Canto presente 48: Andrea Castrovinci Zenna

30 lunedì Nov 2020

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA

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Andrea Castrovinci Zenna, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

ANDREA CASTROVINCI ZENNA

 

Non così – propriamente così, come credevi

remota ipotesi non vomitarlo

tutto quel bene, “alcolico dimentico

ristoro, i suoi capelli nel castano

ondeggiamento lucevano d’oro” – e così

scindono scissi, accecano lucendo

e tu, tu, per spogliarmi così

non tu (o sì?) potresti ricompormi?

 

Sveglia da sempre in te dormivo

un non innocuo incubo d’amore.

 

*

 

Probabilmente

niente ho da dirti in aggiungere

forse in levare sarebbe ancora dire

al punto tale che tacerne è amarti.

 

*

 

Novembre sgelami dall’ansia acerba

per non averla in casa in fretta,

oltre presenze dubbie di timori;

lascia traspaia

come in lei amante

una tremenda primavera.

 

Epicedio a Romeo

 

Come chi piange e non sa ricomporsi,

così tu piangi e nulla ti conforta…

 

Ripensi a quando docile

si accoccolava tra le tue lenzuola,

tra le vesti leggere, sul tuo petto?

E nulla nel dolore ti è più abietto

che ricordare le felici cose…

Ma il tuo pensiero disperatamente

torna a quei gesti, alle gioiose fusa

svola sugli occhi, sui baffi, risente

morbido il morso (un solletico appena!)

su le punte dei piedi

quando d’inverno, tremendo e non scorso

ancora, nera la coda, il nasino,

dolce ossimoro tra il bianco dei plaid,

la carezzavi, gli smeraldi intenti.

 

Oggi entri in casa, non la trovi in giro;

di quelli il vuoto e il morso assenti, provi:

frugano gli occhi trepidi il divano

cercano invano grigia la figura.

Rubescono gli occhiucci, l’aria è tremula:

alla tua mano lesinando il pranzo

con animosa leggiadria discreta

più non si ammusa micia.

Nella tua stanza, tra lacrime chiusa,

è solo un gatto! segreta ripeti…

Ma fiele bevi riguardando foto

un tempo liete e ti avveleni a un fato

che tutte le creature fece carne

più o meno gravi o consapevoli.

 

*

 

E ti rivedo, in certi giorni grigi

tra le mie poche cose care e chiare;

come l’aliare bianco delle strigi,

impercettibile, crepuscolare.

 

*

 

Ma così biondo il mio tesoro mai

da illuminarmi ancora adolescente,

catartizzato in musica,

stordito, etilico!

Gioivi stretta al fianco mio bambino

nella solare gloria del tuo riso chiaro.

 

*

 

Bionda di grano il mio tesoro, docile

come la spiga al vento lieve; avorio

ha nelle dita cesellate e sfioro

un’altra volte te, suprema gioia.

 

 

 

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Franca Alaimo legge “Al dio dei ritorni” di Maria Allo

29 domenica Nov 2020

Posted by Loredana Semantica in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA

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CRITICA LETTERARIA, Franca Alaimo, Il dio dei ritorni, Maria Allo, POESIA

Nota di lettura di Franca Alaimo a “Al dio dei ritorni” di Maria Allo. Galassia Arte, 2013

“Un dolore ci sgretola la luce/ ovunque sulla terra”: sono i versi conclusivi di un testo della silloge. Al dio dei ritorni (Ed. Galassia Arte, 2013), che dichiarano il disincanto radicale dell’autrice di fronte ad una quotidianità stanca ed opaca, rischiarata soltanto dalla poesia che non si stanca di inseguire visioni di armonia, mentre si agglutina intorno a  ripetizioni dolenti, quali: “Non c’è riparo”, “Non c’è risposta”, “Non vi è luce”, che costellano un libro severo e vertiginoso come Solchi (L’arcolaio Ed, 2016), dove ogni parola assume il tono di una perentoria condanna della falsa mappa valoriale condivisa dall’uomo contemporaneo.

Ad essa, con la forza di un lessico corrosivo, la Allo oppone la passione di un’anima irrequieta, in cerca di assolutezza, e la tensione spasmodica verso una dimensione utopica, che la fanno oscillare continuamente fra la terra e un altrove (mistico per la sua purezza, ma non religioso) attraverso l’uso abbondante delle metafore che le facilitano l’accostamento a volte ardito, quasi bruciante, fra i frammenti dell’essere,

I suoi testi hanno molto a che fare con i quattro elementi fondanti dell’esistenza, ognuno dei quali affonda nella plurisignificanza dei simboli e dei miti, ma probabilmente è il fuoco (che influenza perfino la qualità del lessico) a predominare per quella segreta prossimità che si stabilisce fra ogni poeta e lo spazio geografico della sua quotidianità, ché del suo paese, nella provincia di Catania, molto affascina la presenza dell’Etna con i suoi rimbombi sonori e il suo inesausto ribollire, enigma e terrore, figura dell’inesauribile ossimoro vita-morte, metafora della stessa indole dell’autrice.

La morte viene assai più corteggiata della vita, in quanto possibilità di precipizio nel nulla purificante, nel silenzio a cui anela l’atto stesso dello scrivere, anche se ossimoricamente il poeta deve vestirlo di suoni. Fra l’altro la Allo possiede una sua fluviale poematicità, così che il discorso iniziato con la prima raccolta del 2011 Riflessi di rugiada (Albatros Ed.) trova una sua continuità nelle altre successive, delineando un mondo interiore coerente, anche se palpitante di rielaborazioni sempre nuove, all’interno di un’indagine che non sa e non può esaurirsi in risposte definitive, sebbene la meta sia sempre identica a se stessa: un possibile ritorno alla purezza, alla luce della gioia spesso intraviste nei paesaggi naturali, nei volti dei bambini, nei ricordi dei luoghi e degli affetti dell’infanzia: “La catena d’oro col il topazio bianco sul gilè/ Il grande pino la casa rossa “i Rosi”.

Spesso i testi hanno come soggetto o interlocutrice la Poesia stessa, così che, mettendo insieme le molte e sparse definizioni di essa, si possono dedurre i principi della poetica della Allo: “Opera di svelamento è la parola”, “Creare è dare una forma al proprio destino” (in Riflessi di rugiada); “bagliore/ che dissolve l’ombra”, “una realtà in un’altra realtà” (in Al dio dei ritorni); “Il macero segreto”, “luce che veglia” (in Solchi); “suono che ci tiene in vita”, “grappolo di luce in cui cadere” (in La terra che rimane).

La poesia della Allo, in sostanza, muove da una postura filosofico-esistenziale, nutrita di molte letture e riflessioni, che, mentre indaga il dolore (l’autrice esprime pienamente il tragico dell’anima siciliana), il senso dell’essere e il convulso apparire e sparire delle cose, non dimentica di introdurre nei versi squarci di bellezza paesaggistica tipicamente mediterranei (il mare, il sorbo, l’Etna, certe trasparenze di luci, il soffio del maestrale), e lampi emotivi (“la scintilla d’amore in mezzo al petto”), ma sempre avendo presente il destino dell’uomo, “la meta di umana compassione/ così vasta da non avere direzione”.

Franca Alaimo

26 ottobre 2020

Nota biobibliografica

Maria Allo, laureata in Lettere Classiche, poetessa e traduttrice siciliana. Vive tra Parigi e Catania. Scrive su numerosi blog letterari tra cui Solchi e i suoi testi sono apparsi anche su diverse riviste di studi letterari .  Ha al suo attivo diverse pubblicazioni antologiche e cinque sillogi di poesia: “I sentieri della speranza”, Gabrieli Editore marzo 1985;” Riflessi di rugiada. Cose sparse di me”, Gruppo Albatros 2011; “Al dio dei ritorni”, Galassia Arte Anno 2014; “Solchi. La parabola si compie nei risvegli “, Editore L’Arcolaio Anno 2016, “La terra che rimane” Edizioni di poesia Controluna Anno 2018 e “Talenti di donna “Onirica edizioni Anno 2013, come curatore. Ha scritto molte recensioni sulle opere dei poeti contemporanei. Alcuni suoi testi sono stati tradotti in spagnolo. Ha tradotto testi di autori greci contemporanei.

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Le iguane non mi turbano più. Poesie di Dina Bellrham tradotte in italiano da Lorenzo Spurio

23 lunedì Nov 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Dina Bellrham, Le iguane non mi turbano più, Lorenzo Spurio

È uscito in questi giorni, per i tipi di Le Mezzelane Editore di Santa Maria Nuova (AN), il libro Le iguane non mi turbano più, selezione di poesie di Dina Bellrham, tradotte dal poeta e critico letterario Lorenzo Spurio. L’opera è il frutto di un lavoro di studio, analisi e traduzione dell’opera poetica della poetessa ecuadoriana Edelina Adriana Beltrán Ramos (1984-2011), meglio nota con lo pseudonimo di Dina Bellrham, che, nel corso della sua breve vita, pubblicò le raccolte Con Plexo de Culpa (2008) e La Mujer de Helio (2011). Questa edizione in lingua italiana (la prima opera organica di traduzione della poetessa, già tradotta, per singoli componimenti, in altre lingue) è stata permessa dall’interessamento e dalla fattiva collaborazione della famiglia, nella figura della madre Cecibel Ramos. Ad impreziosire il volume, che presenta una scelta di poesie tratte dalle sue due opere e dall’opera postuma Inédita Bellrham, è un ampio studio critico preliminare a cura della poetessa e critico letterario Siomara España tradotto in italiano dal curatore dal titolo “Dina Bellrham: contemplazione e comparsa”, nel quale si indagano con attenzione le caratteristiche preminenti della poetica della giovane poetessa. Come si legge dalla quarta di copertina: «La poesia della Bellrham è sospesa tra un fosco presentimento della morte – quasi un dialogo continuo con l’oltretomba – e una tensione amorosa per la vita, la famiglia e la quotidianità dei giorni della quale, pure, non manca di mettere in luce idiosincrasie, violenze e ingiustizie diffuse. La critica ha parlato di una sorta di nuovo Barocco per la sua poesia dove coesistono terminologie specialistiche della Medicina e squarci visionari che fanno pensare al più puro surrealismo. Entrare in una poetica così magmatica e a tratti scivolosa per cercarne di dare una versione nella nostra lingua non è compito semplice, dal momento che la poetessa coniò – come il critico Siomara España annota nello studio preliminare – un suo codice linguistico particolarissimo, inedito, personale e multi-stratificato. Eppure è un tentativo sentito (e in qualche modo doveroso) frutto di quella “chiamata” insondabile che non si è potuto eludere».

*

Lorenzo Spurio (Jesi, 1985), poeta, scrittore e critico letterario. Per la poesia ha pubblicato Neoplasie civili (2014), La testa tra le mani (2016), Le acque depresse (2016), Tra gli aranci e la menta. Recitativo dell’assenza per Federico García Lorca (I ediz. 2016; II ediz. 2020) e Pareidolia (2018). Ha curato antologie poetiche tra cui Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana (2016, 2 voll.). Intensa la sua attività quale critico con la pubblicazione di saggi in rivista e volume, approfondimenti, prevalentemente sulla letteratura straniera, tra cui le monografie su Ian McEwan e il volume Cattivi dentro: dominazione, violenza e deviazione in alcune opere scelte della letteratura straniera (2018). Si è dedicato anche allo studio della poesia della sua regione pubblicando Scritti marchigiani (2017) e La nuova poesia marchigiana (2019). Tra i suoi principali interessi figura il poeta e drammaturgo spagnolo Federico García Lorca al quale ha dedicato un ampio saggio sulla sua opera teatrale, tutt’ora inedito e tiene incontri tematici. Ha tradotto dallo spagnolo racconti di César Vallejo e di Juan José Millás e una selezione di poesie di Dina Bellrham confluite in Le iguane non mi turbano più (2020). Su di lui si sono espressi, tra gli altri, Giorgio Bàrberi Squarotti, Dante Maffia, Corrado Calabrò, Ugo Piscopo, Nazario Pardini, Antonio Spagnuolo, Sandro Gros-Pietro, Guido Oldani, Mariella Bettarini, Emerico Giachery e numerosi altri.

Link all’acquisto dell’e-book

Link all’acquisto del libro

 

Info editoriali

Le Mezzelane Casa Editrice – Via W. Tobagi 4/H – 60030 – Santa Maria Nuova (AN)

Tel. 340405449 – Mail: informazioni@lemezzelane.eu – Sito: www.lemezzelane.eu

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Traduciamo Louise Gluck: The Mirror

22 domenica Nov 2020

Posted by Loredana Semantica in Idiomatiche, LETTERATURA

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Louise Gluck, Nobel, POESIA, TRADUZIONI

Prosegue l’attività di traduzione iniziata qui, in calce a quel post troverete nei commenti i link/ping a tutte le precedenti traduzioni

The Mirror
(Louise Glück)

Watching you in the mirror I wonder
what it is like to be so beautiful
and why you do not love
but cut yourself, shaving
like a blind man. I think you let me stare
so you can turn against yourself
with greater violence,
needing to show me how you scrape the flesh away
scornfully and without hesitation
until I see you correctly,
as a man bleeding, not
the reflection I desire.

Lo specchio

(traduzione di Deborah Mega)

Guardandoti nello specchio mi chiedo
cosa si provi a essere così bello
e perché non ti ami
ma ti tagli, radendoti
come un cieco. Credo che lasci che ti fissi
così puoi rivolgerti contro te stesso
con maggiore violenza,
chè hai bisogno di mostrarmi come strappi via la pelle
con disprezzo e senza esitazione
finché ti vedo correttamente
come un uomo che sanguina, non
come il riflesso che desidero.

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“Cadere, volare” di Clelia Lombardo, Avagliano Editore, 2020. Nota critica di Anna Maria Bonfiglio.

18 mercoledì Nov 2020

Posted by marian2643 in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Recensioni

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Anna Maria Bonfiglio, Clelia Lombardo

 

Dopo la docustoria La ragazza che sognava la libertà, racconto di un femminicidio per decisione mafiosa, Clelia Lombardo, docente, poetessa e autrice di teatro, esce in libreria con il romanzo Cadere, volare, edito da Avagliano, storia di una giovane donna che si trova a dover affrontare le due realtà più importanti del proprio percorso di vita: l’inizio del viaggio nella concretezza del lavoro scelto e l’incontro con la possibilità di dare una svolta decisiva alla sua vita sentimentale. Nives insegna ai ragazzini di una scuola media di un piccolo paese dell’entroterra palermitano; giovani appena approdati alla prima adolescenza, figli di genitori impreparati alla propria genitorialità e perciò non in grado di indicare strade o trasmettere valori; madri vittime esse stesse di un’educazione retrograda e padri inesistenti, o violenti o invischiati nella minuta delinquenza locale. Un panorama scoraggiante per una giovane professoressa, Nives vorrebbe provare a scalfire l’indifferenza e il disinteresse dei suoi alunni, vorrebbe che potessero traghettare il guado verso l’età adulta consapevoli dell’importanza che può avere lo studio, dar loro la possibilità di vivere in modo migliore. Nella sua vita c’è Salvo, l’uomo di cui si è innamorata e che la ama, vive finalmente con fiducia il sentimento d’amore, dopo incontri vuoti e una prima giovinezza di solitudine affettiva. Poi Salvo le parla di matrimonio. Nell’incipit del romanzo ci troviamo in medias res, da questo punto inizia il racconto che, fra il presente vissuto con i suoi alunni e i loro problemi e gli incontri con l’amato, porterà Nives a ripercorrere la sua dolorosa storia di famiglia e a confrontarsi con un rapporto sentimentale che avverte come “una rete a maglie larghe da cui nella stessa misura l’amore entrava e usciva”.

Cadere, volare è un libro “onesto”, non fa l’occhiolino al lettore trattando questioni di carattere moralistico o pruriginoso, è una storia privata in cui la protagonista si mette in discussione e si pone a confronto con la realtà e con il proprio modo di intendere la vita. Ha creduto di avere trovato il suo ubi consistam nel lavoro e nell’amore, di aver superato la desolata solitudine dell’adolescenza e la morte prematura della madre, ma il passato che torna alla memoria ha perso il gusto amaro e ha portato una languida malinconia. Cosa vuole Nives? Non lo sa bene, sa però che se deve scegliere non deve essere una scelta di comodo o di opportunità, ma piuttosto “la sua scelta”. Sente l’urgenza di vivere in un mondo migliore di quello che le gira attorno, “questo non è il mondo che voglio”, pensa, e non pretende di poterlo cambiare ma di vivere come se ciò fosse possibile. Pensa che Salvo, nel corso di quell’anno in cui si sono amati, ha mostrato dei tratti caratteriali che la inquietano, è rigido, sfuggente, e lei ha paura, di sbagliare, di ritrovarsi sola. Nives ha paura di perdere coloro che ama.

Quello di Clelia Lombardo è uno stile netto, sempre in equilibrio nel tratteggiare il carattere dei personaggi che appartengono a sfere socio-culturali diverse e che tuttavia  si intersecano nel tessuto della storia; l’autrice adotta la forma narrativa della terza persona, mantenendo il giusto distacco nel definire il punto di vista delle varie figure del romanzo colte nei  momenti più significativi del racconto: gli alunni nella loro specificità di creature ancora spaesate in un mondo di cui conoscono solo il volto amaro, Nives nella fase in cui aveva sperato di trovare quel “qualcosa che nessuno può offrire all’altro”, e Salvo fra il desiderio di concretizzare il rapporto con lei e la difficoltà di comprenderne del tutto la sensibilità. Una storia peculiarmente psicologica, che tratteggia finemente i personaggi e si sofferma sulla delicata realtà degli adolescenti e sulle loro problematiche connesse all’ambito sociale cui appartengono. Un romanzo, questo della Lombardo, che la colloca fra le più promettenti narratrici del panorama contemporaneo.

 

Anna Maria Bonfiglio

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“Un’altra poesia dei doni” di Jorge Luis Borges

17 martedì Nov 2020

Posted by Deborah Mega in Rose di poesia e prosa

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Ringraziare voglio il divino labirinto degli effetti e delle cause

per la diversità delle creature che compongono questo singolare universo,

per la ragione, che non cesserà di sognare un qualche disegno del labirinto,

per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,

per l’amore, che ci fa vedere gli altri come li vede la divinità,

per il saldo diamante e l’acqua sciolta,

per l’algebra, palazzo dai precisi cristalli,

per le mistiche monete di Angelus Silesius,

per Schopenhauer, che forse decifrò l’universo,

per lo splendore del fuoco

che nessun essere umano può guardare senza uno stupore antico,

per il mogano, il cedro e il sandalo,

per il pane e il sale,

per il mistero della rosa che prodiga colore e non lo vede,

per certe vigilie e giornate del 1955,

per i duri mandriani che nella pianura aizzano le bestie e l’alba,

per il mattino a Montevideo,

per l’arte dell’amicizia,

per l’ultima giornata di Socrate,

per le parole che in un crepuscolo furono dette da una croce all’altra.

per quel sogno dell’Islam che abbracciò mille notti e una notte,

per quell’altro sogno dell’inferno,

della torre del fuoco che purifica,

e delle sfere gloriose,

per Swedenborg, che conversava con gli angeli per le strade di Londra,

per i fiumi segreti e immemorabili che convergono in me,

per la lingua che, secoli fa, parlai nella Northumbria,

per la spada e l’arpa dei sassoni,

per il mare, che è un deserto risplendente

e una cifra di cose che non sappiamo,

per un epitaffio dei vichinghi,

per la musica verbale dell’Inghilterra,

per la musica verbale della Germania,

per l’oro, che sfolgora nei versi,

per l’epico inverno,

per il nome di un libro che non ho letto: Gesta Dei per Francos,

per Verlaine, innocente come gli uccelli,

per il prisma di cristallo e il peso d’ottone,

per le strisce della tigre,

per le alte torri di San Francisco e dell’isola di Manhattan

per il mattino nel Texas,

per quel sivigliano che stese l’Epistola Morale

e il cui nome, come egli avrebbe preferito, ignoriamo,

per Seneca e Lucano, di Cordova,

che prima dello spagnolo scrissero

tutta la letteratura spagnola,

per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,

per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,

per l’odore medicinale degli eucalipti,

per il linguaggio, che può simulare la sapienza,

per l’oblio, che annulla o modifica il passato,

per la consuetudine, che ci ripete e ci conferma come uno specchio,

per il mattino, che ci procura l’illusione di un principio

per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,

per il coraggio e la felicità degli altri,

per la patria, sentita nei gelsomini o in una vecchia spada,

per Whitman e Francesco d’Assisi, che scrissero già questa poesia,

per il fatto che questa poesia è inesauribile

e si confonde con la somma delle creature

e non arriverà mai all’ultimo verso

e cambia secondo gli uomini,

per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli perché moriva così lentamente,

per i minuti che precedono il sonno,

per il sonno e la morte, quei due tesori occulti,

per gli intimi doni che non elenco,

per la musica, misteriosa forma del tempo.

 

JORGE LUIS BORGES

(“Otro poema de los dones”, da ‘L’altro, lo stesso’, 1964)

 

Otro poema de los dones

Gracias quiero dar al divino Laberinto de los efectos y de las causas
Por la diversidad de las criaturas que forman este singular universo,
Por la razón, que no cesará de soñar con un plano del laberinto,
Por el rostro de Elena y la perseverancia de Ulises,
Por el amor, que nos deja ver a los otros como los ve la divinidad,
Por el firme diamante y el agua suelta,
Por el álgebra, palacio de precisos cristales,
Por las místicas monedas de Ángel Silesio,
Por Schopenhauer, que acaso descifró el universo,
Por el fulgor del fuego,
Que ningún ser humano puede mirar sin un asombro antiguo,
Por la caoba, el cedro y el sándalo,
Por el pan y la sal,
Por el misterio de la rosa, que prodiga color y que no lo ve,
Por ciertas vísperas y días de 1955,
Por los duros troperos que en la llanura arrean los animales y el alba,
Por la mañana en Montevideo,
Por el arte de la amistad,
Por el último día de Sócrates,
Por las palabras que en un crepúsculo se dijeron de una cruz a otra cruz,
Por aquel sueño del Islam que abarcó mil noches y una noche,
Por aquel otro sueño del infierno,
De la torre del fuego que purifica
Y de las esferas gloriosas,
Por Swedenborg, que conversaba con los ángeles en las calles de Londres,
Por los ríos secretos e inmemoriales que convergen en mí,
Por el idioma que, hace siglos, hablé en Nortumbria,
Por la espada y el arpa de los sajones,
Por el mar, que es un desierto resplandeciente
Y una cifra de cosas que no sabemos
Y un epitafio de los vikings,
Por la música verbal de Inglaterra,
Por la música verbal de Alemania,
Por el oro, que relumbra en los versos,
Por el épico invierno,
Por el nombre de un libro que no he leído: Gesta Dei per Francos,
Por Verlaine, inocente como los pájaros,
Por el prisma de cristal y la pesa de bronce,
Por las rayas del tigre,
Por las altas torres de San Francisco y de la isla de Manhattan,
Por la mañana en Texas,
Por aquel sevillano que redactó la Epístola Moral
Y cuyo nombre, como él hubiera preferido, ignoramos,
Por Séneca y Lucano, de Córdoba
Que antes del español escribieron
Toda la literatura española,
Por el geométrico y bizarro ajedrez
Por la tortuga de Zenón y el mapa de Royce,
Por el olor medicinal de los eucaliptos,
Por el lenguaje, que puede simular la sabiduría,
Por el olvido, que anula o modifica el pasado,
Por la costumbre, que nos repite y nos confirma como un espejo,
Por la mañana, que nos depara la ilusión de un principio,
Por la noche, su tiniebla y su astronomía,
Por el valor y la felicidad de los otros,
Por la patria, sentida in los jazmines, o en una vieja espada,
Por Whitman y Francisco de Asís, que ya escribieron el poema,
Por el hecho de que el poema es inagotable
Y se confunde con la sumas de la creaturas
Y no llegará jamás al último verso
Y varía según los hombres,
Por Frances Haslam, que pidió perdón a sus hijos por morir tan despacio,
Por los minutos que preceden al sueño,
Por el sueño y la muerte, esos dos tesoros ocultos,
Por los íntimos dones que no enumero,
Por la música, misteriosa forma del tiempo.

 

JORGE LUIS BORGES

(“Otro poema de los dones”, da ‘L’altro, lo stesso’, 1964)

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Emilio Capaccio traduce Walt Whitman

15 domenica Nov 2020

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche, LETTERATURA

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Tag

Emilio Capaccio, POESIA, traduzione, Walt Whitman

Il mare è per me un miracolo senza fine.
Pesci che nuotano, scogliere, il moto delle onde,
navi che portano uomini …
Quali più strani miracoli di questi?

W. W.

Walt Whitman, traduzioni di Emilio Capaccio

 
IO CREDO CHE UNA FOGLIA D’ERBA


Io credo che una foglia d’erba non sia meno del quotidiano lavorio delle stelle,
E una formica è egualmente perfetta, e un granello di sabbia, e l’uovo dello scriccio,
E la raganella è uno dei capolavori più grandi,
E il rovo che si arrampica potrebbe adornare le camere del cielo,
E il ganghero più piccolo nella mia mano potrebbe irridere tutti gli ingranaggi,
E la mucca che sminuzza con il capo calato sovrasta qualsiasi statua,
E un topo è un miracolo sufficiente a far vacillare sestilioni di miscredenti,
E io potrei venire ogni pomeriggio della mia vita a osservare la figlia dell’agricoltore
Che bolle il tè nel suo bollitore di ferro e inforna il tortino.

Io trovo e incorporo gneiss, carbone, filati estesi di muschi, frutti, grani, esculenti radici,
E sono completamente stuccato di quadrupedi e uccelli,
E ho lasciato ciò che è alle mie spalle per buone ragioni,
E richiamo ogni cosa e di nuovo la richiudo, quando ne ho voglia.

Invano affrettarsi o adombrarsi;
Invano le plutoniche rocce emanano il loro vecchio calore contro il mio approccio;
Invano il mastodonte si ritira sotto le sue ossa polverizzate;
Invano gli oggetti si stagliano in leghe lontane, e assumono molteplici forme;
Invano l’oceano si deposita nelle cavità, e i grandi mostri vi abitano il fondo;
Invano la poiana si dà alloggio nel cielo;
Invano il serpente scivola tra i ceppi e i rampicanti;
Invano l’alce s’addentra in segreti passaggi del bosco;
Invano l’alca dal becco a rasoio veleggia verso nord fino al Labrador;
Io la seguo velocemente, ascendo al nido nella fessura della scogliera.
 
I BELIEVE A LEAF OF GRASS


I believe a leaf of grass is no less than the journey-work of the stars,
And the pismire is equally perfect, and a grain of sand, and the egg of the wren,
And the tree-toad is a chef-d’oeuvre for the highest,
And the running blackberry would adorn the parlors of heaven,
And the narrowest hinge in my hand puts to scorn all machinery,
And the cow crunching with depress’d head surpasses any statue,
And a mouse is miracle enough to stagger sextillions of infidels,
And I could come every afternoon of my life to look at the farmer’s girl boiling her iron
tea-kettle and baking shortcake.

I find I incorporate gneiss, coal, long-threaded moss, fruits, grains, esculent roots,
And am stucco’d with quadrupeds and birds all over,
And have distanced what is behind me for good reasons,
And call anything close again, when I desire it.

In vain the speeding or shyness;
In vain the plutonic rocks send their old heat against my approach;
In vain the mastodon retreats beneath its own powder’d bones;
In vain objects stand leagues off, and assume manifold shapes;
In vain the ocean settling in hollows, and the great monsters lying low;
In vain the buzzard houses herself with the sky;
In vain the snake slides through the creepers and logs;
In vain the elk takes to the inner passes of the woods;
In vain the razor-bill’d auk sails far north to Labrador;
I follow quickly, I ascend to the nest in the fissure of the cliff.
 
NOI DUE QUANTO TEMPO FUMMO INGANNATI


Noi due, quanto tempo fummo ingannati,
Ora trasfigurati, fuggiamo in fretta come fugge la natura.
Siamo natura, a lungo siamo stati assenti, ma ora torniamo,
Diventiamo piante, tronchi, foglie, radici, corteccia,
Siamo accampati sulla terra, siamo rocce,
Siamo querce, cresciamo fianco a fianco negli spazi liberi,
Bruchiamo, siamo in mezzo alle mandrie selvagge, spontanei come chiunque,
Siamo due pesci che nuotano accanto nel mare,
Siamo quello che sono i fiori della robinia,
Stilliamo l’aroma sui canali la mattina e la sera,
Siamo anche la dozzinale traccia delle bestie, dei vegetali, dei minerali,
Siamo due falchi predatori, ci alziamo in volo e dall’alto scrutiamo la valle,
Siamo due soli splendenti, siamo noi che bilanciamo noi stessi,
sferici e stellari, siamo come due comete,
Ci aggiriamo zannuti e a quattro zampe nella boscaglia, scagliandoci sulla preda,
Siamo due nuvole che guidano alte, le mattine e i pomeriggi,
Siamo mari che si mescolano, allegre onde che rotolano l’una sull’altra,
che si sprizzano l’un l’altra,
Siamo quello che è l’aria, trasparente, ricettiva, pervia, impervia,
Siamo la neve, la pioggia, il freddo, l’oscurità,
Samo qualunque prodotto e influenza del globo,
Abbiamo girato e rigirato finché non siamo giunti di nuovo a casa, noi due,
Abbiamo gettato tutto tranne la libertà, tutto tranne la gioia.
 
WE TWO HOW LONG WE WERE FOOL’D


We two, how long we were fool’d,
Now transmuted, we swiftly escape as Nature escapes,
We are Nature, long have we been absent, but now we return,
We become plants, trunks, foliage, roots, bark,
We are bedded in the ground, we are rocks,
We are oaks, we grow in the openings side by side,
We browse, we are two among the wild herds spontaneous as any,
We are two fishes swimming in the sea together,
We are what locust blossoms are,
We drop scent around lanes mornings and evenings,
We are also the coarse smut of beasts, vegetables, minerals,
We are two predatory hawks, we soar above and look down,
We are two resplendent suns, we it is who balance ourselves
orbic and stellar, we are as two comets,
We prowl fang’d and four-footed in the woods, we spring on prey,
We are two clouds forenoons and afternoons driving overhead,
We are seas mingling, we are two of those cheerful waves rolling over each other
and interwetting each other,
We are what the atmosphere is, transparent, receptive, pervious, impervious,
We are snow, rain, cold, darkness,
We are each product and influence of the globe,
We have circled and circled till we have arrived home again, we two,
We have voided all but freedom and all but our own joy.
 
O ME! O VITA!


O Me! O Vita! di domande che si susseguono come queste,
D’infiniti treni di miscredenti, di città nutrite da dissennati,
Di me stesso che sempre disapprova se stesso (perché chi è più miscredente di me, chi più dissennato?)
Di occhi che inutilmente implorano la luce, di scopi abbietti, di lotte sempre ricominciate,
Dei miseri risultati d’ogni cosa, della sordida e arrancata folla che vedo attorno a me,
Dei vani e inservibili anni degli altri, io agli altri intrecciato,
La domanda, O Me! così triste, ricorrente — Che c’è di buono in tutto questo, O Me, O Vita?

Risposta.

Che tu sia qui — che la vita esista ed esista l’identità,
Che la potente commedia vada avanti e che tu possa offrire il tuo verso.
 
OH ME! OH LIFE!


Oh me! Oh life! of the questions of these recurring,
Of the endless trains of the faithless, of cities fill’d with the foolish,
Of myself forever reproaching myself, (for who more foolish than I, and who more faithless?)
Of eyes that vainly crave the light, of the objects mean, of the struggle ever renew’d,
Of the poor results of all, of the plodding and sordid crowds I see around me,
Of the empty and useless years of the rest, with the rest me intertwined,
The question, O me! so sad, recurring — What good amid these, O me, O life?

Answer.

That you are here — that life exists and identity,
That the powerful play goes on, and you may contribute a verse.

 

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Nota critica dedicata ad “Archivio del Bianco” di Stefania Onidi, Terra d’ulivi Edizioni, 2020.

09 lunedì Nov 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Archivio del bianco, Stefania Onidi

In copertina “Asemic” di Stefania Onidi

Il bianco è un colore acromatico caratterizzato da elevata luminosità ed è dato dalla sintesi additiva di tutti i colori dello spettro visibile. Non a caso, in “Archivio del Bianco” di Stefania Onidi, silloge uscita per i tipi Terra d’ulivi Edizioni, il colore ricorre molto frequentemente in tutte le sue gamme: rosso, pece, rosa, verde metallo, nero, scala dei grigi, ocra, azzurro, verde, giallo; allo stesso modo è ricorrente anche il lessico specialistico dell’arte, evidente nel titolo stesso delle sezioni “campiture”, “tele e armature” con l’utilizzo di termini specifici come modulo classico, chiaroscuro, prospettiva. Onidi infatti da sempre affianca all’attività poetica quella pittorica.

Il termine “archivio” fa pensare ad una raccolta sistematica e ordinata di storie, sensazioni, esperienze, che, ben raccolti e catalogati, possono essere più facilmente conservati e riutilizzati. La poesia, fin dai primi versi, appare suggestiva, elegante, vi si avvertono la cura e l’attenzione al dettaglio e all’equilibrio dei versi eppure è poesia che si sente, si tocca, si vede. Educa ad avere una visione pura sul niente, a mettersi in ascolto del silenzio che ingombra e che pesa; è poesia che rileva l’assenza, la perdita, il gesto mancato. Il senso probabilmente è da ricercarsi nel corpo, nelle relazioni con il mondo circostante e nella risonanza dei sensi e delle sensazioni. Corpo dunque che si offre in sacrificio, privo di calore come un involucro sfiatato, corpo che, tra scavi e innesti, ritorna alla sua concretezza, nonostante assenze, mancanze, distrazioni, delusioni, ferite. Gli stessi titoli delle altre sezioni, per un totale di cinque, sono “dentro e fuori”, “a margine”, “germogli e  rivoluzioni”, rimandano al rapporto tra dentro e fuori di sé, esprimono una dicotomia che vorrebbe riconciliare i contrari. Ci sono luoghi, a volte concreti a volte indistinti, oggetti, finestre, pareti, foto, divani, tazze, che diventano estensioni di se stessi. La poetessa osserva il mondo, percepisce eventi e fenomeni, poi, con lucidità di visione, coglie il presente e lo intreccia a riflessioni intimiste procedendo per sottrazione e per omissioni. I versi appaiono lapidari, minimali, incisivi come didascalie di fotogrammi in successione, le parole emergono e campeggiano nello spazio bianco della pagina, mentre tessono una fitta relazione di significati e trame di senso. Compare anche a sprazzi l’urgenza necessaria di una metafisica, di un cielo che è percepito come vicinissimo, Percuote il mio rosso / un vicinissimo cielo o ancora Desideravamo il paradosso / del miracolo, scrive Onidi. Il desiderio è anche quello di vivere l’oggi, il presente, quando scrive Vorrei vivere usando il presente indicativo, mentre si cerca di non soccombere, dal momento che manchiamo il bersaglio tutti i giorni. Percorre l’intera silloge un senso di vuoto e di solitudine mentre si intuisce la crudeltà del tempo nelle espressioni Le consegne del tempo sono puntuali, tempo avverso che non accontenta mai nessuno. Metafore, personificazioni e intarsi visivi sono disseminati per tutta la silloge, forse vorrebbero curare la disarmonia del vivere, rendere meno freddi i sentimenti e più efficaci le parole. Per sopravvivere potremmo dunque riciclare i ricordi, programmare l’evasione, tentare il nostro giro di luce, schiuderci, per guarire nel solco di una gioia antica.

 

Deborah Mega

*

Dettagli
 
 
 
Il cielo s’incurva ancora
 
polvere ovunque.
 
Tu che accadi tra le cinque e le sei.
 
La tua voce non è più le tue parole.
 
Mentre ti ascolto vedo la tua bocca
 
lago di carne
 
paesaggio del nord bianco aperto.
 
Prendi questo mio corpo, volevo dirti.
 
 
 
 
*
 
Almeno si potesse non pensarci
 
sottoporsi ad anestesie pesanti
 
non soccombere nel frattempo.
 
Nel sonno nascondersi
 
tenere lo scenario brillante
 
tentare il nostro giro di luce.
 
 
 
 
*
 
Alla fine si negano gli occhi
 
la scena si svuota
 
lei non ha un odore
 
rivestendosi si copre il seno con un braccio.
 
Lui invece è un feto.
 
Loro non si riproducono.
 
Nel cortile interno fingono.
 
 
 
Qui manchiamo il bersaglio tutti i giorni.
 
La tivù dei vicini ci dà in pasto al silenzio.
 
 
 
*
 
Clean
 
 
 
 
Poi si lava le mani nel lavello dello studio.
 
Aspetti sul lettino
 
di ferro e non ti rivesti
 
perché guardi il rubinetto il camice e il gettito moderato dell’acqua contro il bianco
 
della stanza
 
prima delle parole. E non vuoi parole.
 
 
 
Da piccoli quando si ama la neve non si pensa al freddo
 
si educa a questo sguardo puro
 
sul niente.
 
 
 
 
*
 
È andato via
 
si dice di uno quando è morto.
 
 
 
È andato via senza pensare ai vestiti
 
non ha chiuso valigie
 
non ha scelto mezzi
 
nemmeno i suoi piedi.
 
 
 
Gli altri a volte si spartiscono la roba.
 
Aprono stanze
 
nelle stanze armadi
 
negli armadi cassetti
 
scatole.
 
Con le mani abbassano le palpebre.
 
Parlano al buio, riscrivono la scena finale.
 
 
 
Rimbomba il saluto che non hanno dato.
 
 
 
*
 
 
Obitus
 
 
 
 
La stanza rigettava il peso
 
del silenzio sulle nostre pupille.
 
Desideravamo il paradosso
 
del miracolo: il tuo sorriso con qualche anno in meno.
 
Dentro la cassa eri bambola di Marie Tussaud
 
viso incapace lontano dalla carne
 
corpo definitivo nelle nostre storie.
 
Mentre alitavo nelle tue mani un bacio
 
il ragazzo cinese abbassava le serrande
 
qualcuno immortalava il cielo di Milano.
 
 
 
*
 
Flos Silens
 
 
 
 
Sono giorni di ginestre aperte,
 
api e febbre
 
finestre al sole
 
fiducia (silente)
 
piedi nudi e gatti che fanno l’amore.
 
Tutto procede con gioia ferma.
 
 
 
Mi allineo al passo vulnerabile del giallo.
 
 
 
Stefania Onidi
 
da Archivio del bianco (Terra d’ulivi edizioni, 2020)

 

 

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Solfeggiando…in emergenza. Un racconto di Cinzia Della Ciana

08 domenica Nov 2020

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, LETTERATURA

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“Solfeggiando…in emergenza” è un racconto breve di Cinzia Della Ciana che appartiene alla raccolta “Solfeggi” della stessa autrice. Il racconto suggerisce un possibile antidoto al tempo difficile che stiamo vivendo. Non un rimedio risolutivo, ma che aiuta a superarlo e rende meno cupo il percorso: il sorriso. Consigliatissimo. Il rimedio, certo, ma anche il racconto.

  • Ma pensa te…
  • Che ti passa per la testa Linda stamattina, ti vedo contrariata?
  • Cose da pazzi! Da pa-zzi!
  • Ch’è successo?
  • E’ successo che la nostra Lella non viene più a casa a fare le pulizie!
  • E perché non viene? Non sta bene forse?
  • No no, sta benissimo!
  • Sicura?
  • Sicurissima! É perfettamente lucida e in forma, l’ho appena sentita al telefono.
  • Con questi chiari di luna bisogna esserne sicuri, perché se ci fosse anche un minimo dubbio che non stesse bene, allora… allora sarebbe meglio per tutti che non venisse!
  • Così questa casa chissà chi la pulisce, eh? Ma che discorsi fai?
  • Meglio da soli che male accompagnati!
  • Sentitelo il signorino, lui fa presto a dire meglio “soli”… tanto a strusciare lui non è avvezzo, l’olio di gomito preferisce comprarlo al posto di darlo!
  • Ma insomma non cambiar discorso Linda, piuttosto dimmi un po’… perché la Lella non verrebbe da noi?
  • Questa mattina, è lunedì lo sai, il lunedì arriva presto perché deve fare i terrazzi e anche tutte le vetrate del salone, ecco mi ha telefonato precisamente cinque minuti prima delle otto…, dico ma si può avvertire così a ridosso? Nemmeno in cent’anni una come lei, una con lo stipendio fisso, imparerebbe l’educazione!
  • Insomma non la fare lunga, arriva al sodo, che t’ha detto?
  • Ha cominciato così: “Signora Linda ha sentito il Premier ieri sera?” e io: “Il premier chi?” e lei: “Ma come, il Presidente del Consiglio!”… Capito? Lei, la Lella di “Ponte alla polpetta”, il Capo dello Governo mica lo chiama come noi che poveri cristiani s’è fatto tanti sacrifici per mettere su la fabbrica e per comprarsi l’attico! Lei, senza pensieri, aspetta di riscuotere la fine del mese e a forza di guardare i filmini americani lo chiama il Premier… incredibile!
  • Insomma Linda mi vuoi dire che t’ha detto la Lella?
  • Un attimo che c’arrivo… e diamine fammele mettere in fila tutte le sue paroline perché devi capire quant’è fina quella lì!
  • Ancora, uffa…
  • Dunque dicevo… io le ho risposto che noi s’era andati a cena fuori e che s’era fatto tardi per cui la televisione non s’era guardata. E lei, quella sfrontata, m’ha subito ripreso: “Ma come, ormai di questi tempi, si sa che certi discorsi, i politici, li fanno la domenica sera e tardi e li danno sui social… bisogna essere aggiornati, glielo ricordi al suo caro signor Giovanni: i giornali oggigiorno non bastano più, bisogna esser sempre connessi e non si può aspettare d’andare in edicola il giorno dopo!”
  • Ma senti questa chi si crede d’esser diventata col telefonino sempre in mano! Per me con quel cellulare sui social c’ha trovato anche il “ganzo”, te lo dico io!
  • Ah ecco, ora che ho fatto il tuo nome, m’ascolti eh? Senti allora come è svoltata la faccenda…
  • Dimmi dai…
  • Io alla provocazione del premier non ho risposto e ho lasciato correre, così lei ha continuato dicendo: “Signora Linda i dati del covid sono arrivati a livelli preoccupanti, non si può continuare a uscire come fate voi, …”
  • Pure! Ora c’ha da ridire anche sul fatto che noi si va fuori?
  • Certo! Dice che noi siamo sempre in giro, una sera qui, un giorno là e che si entra a contatto con tanta di quella gente che quando si torna in casa, si porta dentro un po’ di tutto: microbi, virus e … insomma non siamo più sicuri. Anzi lei sostiene che, a dirla tutta, non siamo nemmeno in regola, perché la casa, questa nostra casa, non è una semplice casa, ma è un luogo di lavoro e quindi…
  • E quindi?
  • E quindi lei afferma che per essere in regola andrebbe sanificata!
  • Sanificata? Ma che discorsi sono questi? Prima di far pulire la casa dalla domestica dovrei chiamare un’altra domestica per farle trovare la casa pulita? O che è grulla? O per chi c’ha preso?
  • Che domestica e domestica! La Lella la sanificazione la vuole con l’ozono fatta dalle ditte specializzate!
  • Pure!
  • Secondo lei è il momento di dare un segnale di sicurezza a tutto il mondo del lavoro: noi dobbiamo cominciare a offrire un orizzonte certo, se no…
  • Se no?
  • Se no va seguìta la raccomandazione del governo!
  • In che senso?
  • Nel senso che la legge raccomanda lo smart working!
  • E allora?
  • Per farla corta: da oggi la Lella lavora in smart working!
  • Come sarebbe a dire? E lei che fa? Una domestica in smart working? Stira e lava con il computer?
  • No no… lei ha detto che noi alle 10 le telefoniamo con la video chiamata e quindi lei ci dice, per filo e per segno, quello che va fatto e come va fatto!
  • Sarebbe?
  • Sarebbe che lei sa dove stanno i prodotti e gli strumenti e come si usano, lei sa quel che c’è da fare via via in questa casa… e da casa sua lei ci dirige!
  • Ma che tocca pagarla?
  • Bellino per forza, che pensi che lei stia al cellulare per nulla?
  • A me sembra una cosa che non sta né in cielo né in terra! Voglio sentire il commercialista…
  • Lascia stare dice che quelli del sindacato… insomma non si scampa.
  • Ma io? Io che c’entro col pulire?
  • L’hai voluto l’attico? E allora pedala anche te, pallino!

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“Corpo di pane” di Elisa Ruotolo. Una lettura di Maria Allo

07 sabato Nov 2020

Posted by Loredana Semantica in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA

≈ 1 Commento

Tag

Corpo di pane, CRITICA LETTERARIA, Elisa Ruotolo, Maria Allo, poesia contemporanea

Elisa Ruotolo, Corpo di pane, Nottetempo editrice 2019

Talvolta i poeti cercano una salvezza liberando l’anima dal fardello del corpo, la voce di Elisa Ruotolo in Corpo di pane, delinea un esodo, da un luogo per conquistarne un altro e migliore e la partenza( il termine italiano viaggio e il francese yoyage derivano dal latino viaticus, che indicava l’occorrente per mettersi in cammino) è una maniera per lasciarsi alle spalle il male, per abbandonare il luogo e le occasioni della colpa: il viaggio giunge come castigo e, insieme, come occasione di purificazione. Chi siamo? Da dove veniamo? si chiede Plotino, filosofo del III secolo d.C.

“Io sono quella mai nata
e che ancora può scegliersi un cuore
le mani giuste
un ventre senza ombre.” […] (pp. 33).

Un duplice sentire, pena e strazio, una catàbasi accompagnata da una successiva risalita per testimoniare la verità della sua esperienza, anche con le mutate condizioni di pienezza e apertura agli orizzonti della creatività in Corpo di pane

“…Ho avuto febbri e pesti e colera
Senza che nessuno ne prendessi nota…”

E ancora

“… faccio pace col tempo e le sciagure
del volar basso degli uccelli.” […] (pp.20)

La poesia è incontro, dono, scoperta per grazia. La conoscenza, quella profonda, non può prescindere dall’accesso al fondo poetico della mente, ed è appunto attraverso la poesia e l’amore che si può trasformare la bellezza in qualcosa che ritorna al mondo e lo arricchisce. Oggi l’uomo sente venir meno i legami con le certezze, con i valori forti che lo avevano fino a ieri sostenuto. Pharmakon, in greco, è una parola ambigua, che può designare sia un veleno sia una medicina. La voce di Elisa Ruotolo in “Corpo di pane “chiama a vivere anzitutto in dignità di fronte a se stessi.

“Usatelo bene, il vostro dolore
Ché non diventi mercanzia
Né attiri corvi al pasto della pietà.” […] (pp.11)

“C’è sempre un’ora esatta a scoprire d’avere un corpo
e sangue a bagnarlo. […] (pp.43)

“Vorrei essere pane
Perché l’unico dolore
Sarebbe quello del coltello
Che incide la crosta.” […] (pp.49)

Ecco. Connessa all’ idea del viaggio è anche l’idea della fatica, del lavoro. E poi al viaggio è associata l’idea della prova, dell’esperienza. La radice indoeuropea dei termini latini experior ed experimentum (da cui esperienza in italiano) è -per, e molti significati secondari di per si riferiscono appunto al movimento, all’attraversare uno spazio. Occorre prendere atto sì del dolore e di quel corpo vivo e vero che la vita ha gettato nel mondo, mai veramente visto e amato e diventato troppo triste e freddo per ospitare l’anima. E ora questo corpo senza più trascendenza urla il suo bisogno di pane e l’anima senza più dimora fa altrettanto, urla il suo bisogno d’amore. Ma amare, come dice Rilke, è una occasione per il singolo di maturare, di diventare un mondo per sé in grazia di un altro e posologia del dolore e dell’amore, le due sezioni che raccordano il volume, fungono da limen, metafora di un passaggio a un’altra di consapevolezza. Appare chiaro che corpo di pane non si proponga di trasmettere messaggi curativi ma un nuovo sguardo su se stessa e il mondo, lo sguardo che nasce dalla trasfigurazione riflessiva e immaginativa come capacità di accoglienza e di ascolto profondo.

“Voglio essere la pietà al momento giusto
La carezza che smonta ogni collera
Stupirvi col mio amore tardivo
Ingravidarmi del vostro cuore e poi
Ingrossarmi d’un niente.
Fino a perdere tutto, proprio tutto
anche la mia onnipotente verginità.” […] (pp.73)

L’autrice appartiene alla generazione che avverte di avere una frontiera innanzi a sé e di avere un futuro denso d‘ incertezza. Perciò Corpo di pane appare come una raccolta intima e sofferta e, grazie a tale esperienza, scavando dentro di sé, la poesia di Elisa Ruotolo, nella società moderna ammalata di nichilismo e di senso angoscioso della precarietà, porta alla luce una verità universale, che offre a noi lettori come contributo alla generale tensione verso il vero.

“Chiedo che passi tutto: il male e l’amore
ogni compromissione tentata e negata
con la vita.
Insegnami la gioia del niente
La lingua oscura della terra
Che parla del grano
Fammi essere antica come il fuoco
Vulnerabile come il legno
E senza anima.” […] (pp.76)

A livello formale, si può notare in quasi tutti i testi della raccolta, la predilezione per le strutture sintattiche ampie ma essenzialità di lessico senza alcuna concessione a registri alti e, frequenti ripetizioni, specialmente nella seconda sezione, di termini come amore, pane, verità, cuore che richiamano il legame con la vita, legame prossimo ad andare perduto per sempre.
© Maria Allo

Biografia
Elisa Ruotolo è nata nel 1975 a Santa Maria a Vico (Ce) dove vive tuttora. Insegna Italiano e storia in una scuola superiore. Ha esordito per nottetempo nel 2010, con la raccolta. Ho rubato la pioggia (vincitrice del Premio Renato Fucini e finalista al Premio Carlo Cocito; tradotto in America e in Francia). Nel 2014, ancora per le edizioni nottetempo, esce il suo primo romanzo. Ovunque, proteggici (Selezione Premio Strega 2014 e finalista al Premio Internazionale Bottari Lattes Grinzane). Ha pubblicato racconti su varie riviste tra cui Nuovi Argomenti e The FLR. Ultima pubblicazione in prosa (aprile 2018) il volume intitolato: Una grazia di cui disfarsi. Antonia Pozzi, il dono della vita alle parole (edizioni RueBallu). Nel 2019, per Interno Poesia, ha curato il volume Mia vita cara. Cento poesie d’amore e silenzio di Antonia Pozzi e, con l’editore nottetempo, la raccolta Corpo di pane (tradotta in spagnolo dall’Istituto Italiano di Cultura di Madrid).

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“Maternità marina” AA.VV. a cura di Silvia Rosa e Valeria Bianchi Mian, Ed. Terra d’ulivi, 2020. Nota critica di Francesco Palmieri.

03 martedì Nov 2020

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Recensioni

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Francesco Palmieri, Maternità marina, Silvia Rosa, Valeria Bianchi Mian

La raccolta poetica “Maternità marina”, frutto della sinergia corale delle poetesse in indice e curata da Silvia Rosa e Valeria Bianchi Mian, si inserisce nel panorama poetico dei nostri giorni come antologia tematica – la maternità – ma con un valore aggiunto che completa e al tempo stesso trascende la parola poetica, vale a dire la fotografia e l’illustrazione pittorica: Il complemento fotografico lo si deve all’esperienza inedita di Silvia Rosa mentre l’incursione grafica è frutto della creatività immaginifica di Valeria Bianchi Mian, curatrici che contemporaneamente contribuiscono alla raccolta con un testo ciascuna nel corso delle pagine di presentazione dell’opera. Il sincretismo formale del libro – sincronia e concorso di linguaggio, fotografia, pittura – potrebbe rimandare a un’intenzione didascalica non dichiarata, a un’opera illustrata dove le immagini giocano il ruolo di amplificatore della parola o viceversa, ma così non è poiché ogni medium specifico qui racconta una propria storia pur nella fedeltà e coerenza al tema della raccolta. Un tema lapalissianamente originario e ancestrale, così come è subito dichiarato fin dalla prima immagine della donna in nero che, tra le mani, reca quasi in offerta la conchiglia-utero, in un contesto per antonomasia millenario, cioè un uliveto. È un passaggio di testimone, da donna a donna, da femmina a femmina, da vecchia a giovane, secondo una successione ereditaria e filogenetica, un determinismo biologico indotto pulsionalmente da quell’istinto di sopravvivenza che spinge le creature naturali di carne e impulsi a procreare sempre e comunque. Ma si sa, nella filogenesi non c’è storia, non ci sono individui pensanti, non c’è l’Io con il suo vissuto, è fenomeno che replica se stesso senza lasciare traccia di quella che invece è l’epopea della maternità-filiazione, della connotazione psicologica ed emozionale del rapporto madre-figlia. Ed è di questo aspetto conscio ed inconscio che si occupa “Maternità marina”, delle implicazioni psichiche più profonde della relazione, sia nell’idillio che nella tragicità, nella corrispondenza empatica che nella conflittualità. Il pregio della coralità sta nel mettere in evidenza le diverse sfumature di vissuto individuale e personale, nel darci una versione polifonica di quel complesso fenomeno che è la maternità, un punto di vista denso di emozione e passione e spesso anche uno scambio di ruolo dove la figlia diventa a sua volta madre. Nelle parole e nelle immagini evocate dai testi si percepiscono le fasi primarie di simbiocità e fusionalità, si vede con evidenza lo sguardo mitologizzante degli occhi creaturali e infantili, si ascolta il racconto della faticosa costruzione del distacco e della ricerca di autonomia personale e soggettiva, si assiste all’uscita ora condivisa ed accettata ora drammatica e traumatica dal cerchio magico o cappio della relazione, e si percepisce infine la consapevolezza progressiva del senso di quelle rughe che si fanno sempre più profonde in volto e che preannunciano l’avvento di uno dei dolori più devastanti che si possano provare, il sigillo mortale che il tempo cinico appone ad una storia che era nata per non finire mai. Così come per i figli, le madri non dovrebbero morire mai.

Un tema così topico e sfaccettato non poteva non appoggiarsi all’evocavità potente di simboli, di metafore e immagini, in primis del mare quale correlato di utero immenso, di luogo amniotico e culla della creazione, di brodo primordiale da cui, dice la scienza, scaturirà il bios, la genesi del genere umano, perché se da un punto di vista creazionista è Dio il padre e la madre dell’uomo, è sicuramente la madre-mare la progenitrice dell’umanità tutta dal momento che, sia maschi che femmine, siamo tutti figli di donna. Una donna-mare, una donna-conchiglia, una donna-cavità di roccia che tesse le reti del futuro e dei destini a venire. Ma se è l’acqua uno dei quattro elementi della cosmogonia empedoclea e occidentale, principio primordiale di vita, non può sfuggire all’occhio l’evidenza fotografica di un altro principio antropogenetico strutturale, essenza e supporto  fondante di ogni esistenza corporea, vale a dire il sangue. Da pagina 63 a pagina 73 l’elemento ematico è il tratto cromatico dominante delle fotografie, la prova urlante di quel dolore decretato teologicamente (Genesi, “…con dolore partorirai figli.”) e di  un versamento liquido che sincronicamente significa perdita (emorragia) e acquisto (figli); di linfa-sangue è intrisa la veste linda della partoriente e rossa è la poltrona-alcova e luogo del miracolo della creazione. Ma è proprio in un tale contesto scenografico che emerge, una perplessità, un dubbio: qui si racconta un parto – come sembrerebbe suggerire il pesce deposto sul grembo della donna seduta e che ricorre in tanta iconografia cristiana (il pesce-Gesù) – o invece, in termini più inquietanti e drammatici, si testimonia l’esito tragico di una gestazione che si conclude con un aborto? E in questo secondo caso, cosa potrebbe significare fuor di metafora? Forse il rischio della maternità crudelmente frustrata o, ancora peggio dal punto di vista della continuazione della specie homo, il rifiuto di un ruolo procreativo non più possibile e in ogni caso una protesta antropologica, filosofica, culturale, cosmica? In fondo, alla luce della subordinazione storica del femminile al maschile, alla constatazione tragica, di una cronaca femminicida quasi quotidiana, all’orrore di un sistema globale grondante di ingiustizia e violenza, ai gemiti di un pianeta in agonia determinata da una distruttività famelica e ottusa, alla condizione dell’insuperabilità della condanna di nascere umani e mortali, chi se la sentirebbe di scagliare la prima pietra? Come non sentire un moto spontaneo di consenso? Ma direi di fermarci al primo termine del titolo del libro, “Maternità”, e affidiamoci alla convinzione che ogni grido di madre è un grido d’amore. Sempre. E comunque.

FRANCESCO PALMIERI

 

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Traduciamo Louise Gluck: Violet

01 domenica Nov 2020

Posted by Loredana Semantica in Idiomatiche, LETTERATURA

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Louise Gluck, Nobel, POESIA, traduzione

Ancora una traduzione di una poesia del neo premio nobel Louise Gluck. Qui il post di introduzione a cui rinvio per le motivazioni della rubrica “Traduciamo Louise Gluck” e per le altre traduzioni delle quali troverete i links nei commenti a quel post. da “The wild Iris”, 1992 Violet Because in our world something is always hidden, small and white, small and what you call pure, we do not grieve as you grieve, dear suffering master; you are no more lost than we are, under the hawthorn tree, the hawthorn holding balanced trays of pearls: what has brought you among us who would teach you, though you kneel and weep, clasping your great hands, in all your greatness knowing nothing of the soul’s nature, which is never to die: poor sad god, either you never have one or you never lose one. Violetta traduzione di Loredana Semantica Perché nel nostro mondo qualcosa è sempre nascosto, minuscolo e bianco, piccolo e ciò che tu chiami puro, noi non ci addoloriamo come ti addolori tu, caro maestro sofferente; tu non sei più smarrito di quanto lo siamo noi, sotto l’albero di biancospino, la raccolta delle spine bilanciata da cassette di perle: cosa ti ha condotto tra noi chi ti insegnerebbe, anche se ti inginocchi e piangi, stringendo le tue grandi mani, in tutta la loro grandezza non sapendo niente della natura dell’anima, che non è mai morire: povero dio triste, o non ne hai mai una o non la perdi mai.

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Canto presente 47: Davide Cortese

31 sabato Ott 2020

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA

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Canto presente, Davide Cortese; poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

DAVIDE CORTESE

Mi soqquadra
il tuo sguardo.
Dice un blu
che cielo dopo cielo
è stato azzurro
e bianco nuvola
per tornare blu
fino a me.
E i miei occhi nero rondine
ti volano dentro.

*
Non siamo che reduci dal più abbagliante degli splendori.
Tutto ciò che di più saggio abbiamo detto,
noi lo abbiamo detto da bambini.
La più alta vetta dell’arte,
l’abbiamo toccata da bambini.
La gloria a cui aspiriamo da grandi,
noi l’abbiamo posseduta da piccoli:
ed era soltanto l’umile tappeto
davanti al tempio sfavillante
della nostra gioia.

*
Tra i fiocchi di neve che cadono
ce n’è sempre uno,
non visto,
che risale il cielo.
Ogni autunno ha una foglia segreta,
che rimane salda all’albero.
C’è sempre tra gli uomini
un uomo che non muore.
Egli attende
che quelli che lo conoscevano
si siano tutti spenti.
Resta acceso
a illuminare
un’eternità che non so.

*

Disfare una barchetta di carta
per scrivere sul foglio marezzato
versi che hanno sete d’avventura.
Rileggere parole migranti
che salpano per sempre lontano
muovendo con la mano un addio.

*

PRIMA DI PARTIRE PER LA NAMIBIA

Cosa cerco laggiù nel deserto
(laggiù: polvere e sole,
grembo dolce della madre nera)
che non sia già qui nel mio petto?
Cos’è che mi chiama a sé?
di chi, questa voce antica?
Da lontano e da vicino
io rispondo: “Sono qui”.
Eccomi al cospetto
del silente deserto.
Non mi nego, no, al tuo richiamo.
Io vengo a te
a camminare sulla pelle di un dio.
Non un solo granello andrà perso.
Non un solo granello.
Sul sonno della tua pelle
muovo i miei arcani passi.
Tu sei deserto se solo io sono qui.

*

Mi basta il sole, adesso
e saper vivo il tuo respiro
pensare che da qualche parte
scintilla il tuo sorriso
e c’è a vagabondare nell’aria
un atomo della tua luce.
Sei un pensiero felice.
Tu non farci caso se ti amo.

*
Ecco il corpo
con cui compio il mio destino.
La mia innocenza
ha toccato la tua innocenza.
E non siamo mai più
stati innocenti.
In noi vita e morte
nel gioco nudo
di fare l’amore.

*

Crollano l’una accanto all’altra
tutte le estati segate dalle cicale.

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L’intervista a Mario Fresa: “Bestia divina”

26 lunedì Ott 2020

Posted by Deborah Mega in Interviste

≈ 1 Commento

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Bestia divina, Mario Fresa

 

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Mario Fresa per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Bestia divina (La Scuola di Pitagora editrice, 2020).

 

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Ho iniziato a scrivere, in prosa, intorno ai quattordici o quindici anni. Erano testi narrativi e teatrali. Sono quindi passato alla traduzione letteraria e, infine, all’acuminata esattezza della poesia.

 

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Citerò solo alcuni nomi (includendo anche quelli che non appartengono alla scrittura propriamente “letteraria”). Per la prosa: Flaubert, Schopenhauer, Eliade, Bufalino, Hesse, Jesi, Evola, Kafka, Molière. Per la poesia: Ovidio, Petrarca, Baudelaire, Foscolo, Rilke, Leopardi, Mandel’štam, Rosselli, Orten.

 

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

C’è una componente autobiografica, sì, ma di natura inconscia: il luogo di origine della scrittura è una zona d’ombra, non del tutto controllata dal nostro cosiddetto “io”. I luoghi nei quali ho vissuto non sono mai entrati nella mia scrittura.

 

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

Bestia divina è il diario postumo, o la cronaca indotta, della cancellazione di un’identità: il racconto di una morte vera (quella di una persona cara) e, insieme, un attento e perturbante “ricordo del futuro”: cioè l’analisi della scomparsa del proprio nome, del proprio esserci.

 

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

 Non spetta a me dirlo…

 

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Ho scritto questo lavoro su invito del curatore della collana, Andrea Corona. Un incontro bellissimo, direi da “amicizia stellare” (nel senso nicciano dell’espressione).

 

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Ho impiegato un paio di anni per la stesura del testo. Durante gli ultimi mesi, ho contemporaneamente scritto una seconda raccolta, dal titolo Il mantello di Goya, che completa la prima, siccome un dittico ideale. Questa seconda raccolta sarà pubblicata tra un paio di anni.

 

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

Sulla copertina è riportata una meravigliosa incisione di Loredana Müller, un’artista straordinaria. Rappresenta uno dei miei animali “totemici”. Nel contemplare il disegno, è miracolosamente riemerso un cruciale ricordo visivo della mia infanzia.

 

  1. Come hai trovato un editore?

Come ho già detto, è stato l’editore a “trovare” me.

 

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Nel testo sono presenti costanti riferimenti all’arte visiva (in ispecie alla pittura di Goya) e alla musica. Il lettore “ideale” dovrebbe saperli riconoscere con una certa facilità.

 

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Non lo sto promuovendo, né ho intenzione di organizzare una presentazione del volume.

 

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

«Per te ho serbato una violenta fedeltà».

Spiega compiutamente il senso di una delle poche manifestazioni dell’esistenza che continuo ad amare.

 

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Che possa raggiungere amici sconosciuti.

 

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

L’interrogazione (insolubile, ma vitale) che sempre ci pone l’occhio albertiano: Quid tum?

 

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Nei primi mesi del 2021 uscirà un Dizionario della poesia italiana (1945-2020) da me curato. Un volume impegnativo: è il frutto della collaborazione di oltre cinquanta redattori e ospita più di duecento schede critiche. Nel 2022 è prevista la pubblicazione di una nuova raccolta poetica. Ora sto lavorando a un lungo testo in prosa che (non) assomiglia a un romanzo.

 

Mario Fresa

 

Mario Fresa, poeta e saggista, è nato a Salerno giovedì 10 luglio 1973. Ha collaborato e collabora a riviste italiane, francesi e internazionali: «Paragone», «Nuovi Argomenti», «Caffè Michelangiolo», «La Revue des Archers», «Almanacco dello Specchio», «Poesia», «il verri», «Nazione Indiana», «Recours au Poème», «Semicerchio», «Gradiva». Esordisce in poesia con l’avallo di Maurizio Cucchi, sulle pagine di «Specchio della Stampa» e nella silloge mondadoriana Nuovissima poesia italiana (2004). Tra i suoi lavori, l’edizione critica del poema Il Tempo, ovvero Dio e l’Uomo di Gabriele Rossetti (2012) e l’edizione commentata e tradotta dell’Epistola mediolatina De cura rei familiaris di Bernardo di Chiaravalle (2012). Tra i suoi ultimi libri di poesia: Uno stupore quieto (2012); Svenimenti a distanza (2018); Bestia divina (2020). Ha ricevuto, di recente, il Premio Cumani-Quasimodo e, ad honorem, il Premio Internazionale Prata per la critica letteraria.

 

 

 

 

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Traduciamo Louise Gluck: The Islander

25 domenica Ott 2020

Posted by Loredana Semantica in Idiomatiche, LETTERATURA

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Qui il post di introduzione a cui rinvio per le motivazioni della rubrica “Traduciamo Louise Gluck” e per le altre traduzioni delle quali troverete i links nei commenti a quel post. 

The Islander

Sugar I am CALLING you. Not
Journeyed all these years for this:
You stalking chicken in the subways,
Nights hunched in alleys all to get
That pinch…O heartbit,
Fastened to the chair.
The supper’s freezing in the dark.
While I, my prince, my prince…
Your fruit lights up.
I watched your hands pulling at the grapes.

L’Isolano

traduzione di Loredana Semantica

Dolcezza io ti sto chiamando. Non
ho viaggiato tanti anni per questo:
tu che insegui una gallina in metropolitana,
le notti che si curvano su tutte le possibilità.
Quella stretta…O quel morso del cuore
fissato alla sedia.
La cena sta gelando nell’oscurità.
Mentre io, mio principe, mio principe…
Il tuo frutto si accende.
Ho visto le tue mani tirare gli acini.

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Traduciamo Louise Gluck: Vespers

24 sabato Ott 2020

Posted by Loredana Semantica in Idiomatiche, LETTERATURA

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Louise Gluck, POESIA, traduzione

Si prosegue con le traduzioni del neo premio Nobel per la letteratura: Louise Gluck. Stavolta è la volta delle piante di pomodoro. Non ci sono dubbi che il testo ha un significato nascosto. Spero possiate coglierlo. Questa iniziativa di traduzione è iniziata qui. A quel post vi rimando per la lettura delle altre traduzioni, i cui link sono nei commenti.

Vespers

In your extended absence, you permit me
use of earth, anticipating
some return on investment. I must report
failure in my assignment, principally
regarding the tomato plants.
I think I should not be encouraged to grow
tomatoes. Or, if I am, you should withhold
the heavy rains, the cold nights that come
so often here, while other regions get
twelve weeks of summer. All this
belongs to you: on the other hand,
I planted the seeds, I watched the first shoots
like wings tearing the soil, and it was my heart
broken by the blight, the black spot so quickly
multiplying in the rows. I doubt
you have a heart, in our understanding of
that term. You who do not discriminate
between the dead and the living, who are, in consequence,
immune to foreshadowing, you may not know
how much terror we bear, the spotted leaf,
the red leaves of the maple falling
even in August, in early darkness: I am responsible
for these vines.

Vespri

traduzione di Loredana Semantica


Durante la tua lunga assenza, mi hai permesso
di usare la terra, prevedendo
un certo ritorno dall’investimento. Devo riferirti
di aver fallito il mio compito, principalmente
per quanto riguarda le piante di pomodoro.
Penso che non dovrei essere incoraggiata a coltivare
pomodori. Oppure, se lo sono, tu dovresti contenere
le forti piogge, le notti fredde che vengono
così spesso qui, mentre altre regioni godono
di dodici settimane d’estate.
Tutto questo ti appartiene: d’altra parte
io ho piantato i semi, ho visto i primi germogli
come ali squarciare il suolo, è stato il mio cuore
a spezzarsi per la peronospera, la macchia nera si è diffusa
così rapidamente moltiplicandosi nei filari. Io dubito
che tu abbia un cuore, che tu possa capire questi termini.
Tu che non distingui tra morte e vita, che sei, di conseguenza,
immune dai presagi, potresti non saperlo
quanto ci terrorizzi vedere una foglia macchiata,
le foglie rosse d’acero che cadono
anche in agosto, nella prima oscurità: io sono la responsabile
di questi rampicanti.

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L’IMPOSSIBILE VERITÁ DEI “SEI PERSONAGGI” PIRANDELLIANI

21 mercoledì Ott 2020

Posted by marian2643 in Appunti letterari, LETTERATURA

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Anna Maria Bonfiglio, Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore

Dalla sua prima rappresentazione in stesura definitiva, avvenuta il 18 maggio del 1925 a Roma, Sei personaggi in cerca d’autore è senza dubbio l’opera pirandelliana più replicata. Considerata il dramma più emblematico di tutta la drammaturgia di Luigi Pirandello e al contempo il più aperto ad ogni possibile lettura ed interpretazione, esso ci pone di fronte all’irrisolta questione dell’Essere e dell’Apparire, mantenendo nel tempo la sua vitalità ed il suo carattere originale. Il ruolo di Pirandello, che nell’epoca fra le due guerre mondiali sostituisce quello totalizzante dello scrittore-demiurgo, incarnato dal D’Annunzio, è quello dell’intellettuale che possiede la capacità di mettere a nudo le contraddizioni dell’età del primo capitalismo industriale. Il drammaturgo siciliano riesce a cogliere i primi aspetti di quella che sarà la massificazione dell’umanità: il meccanizzarsi della vita quotidiana e la solitudine dell’individuo che vede frantumarsi la propria personalità vivendo una realtà diversa da quella che percepisce con l’anima. Simbolo della condizione oggettiva di una umanità priva di certezze e ricca di contraddizioni e di illusioni, il personaggio pirandelliano cerca la liberazione da una società disumanizzante e una consistenza alternativa che gli dia l’identità a cui ambisce ma che non riesce a raggiungere se non nelle forme del suo inseguirla. Egli è tutt’uno col dramma che vive e rappresenta, i conflitti di cui è attore sono la sua stessa natura, il suo agire è guidato dal dilemma che la vita gli propone, e nell’incertezza della possibilità di risolverlo egli si vede sdoppiato divenendo il fulcro del contrasto stesso; si radicalizza nella convinzione che l’infelicità propria è la stessa che accomuna tutti gli esseri umani e perciò nessuno può sfuggirla.

Paradigma del conflitto tra l’aspirazione a comunicare con l’altro e l’impossibilità ad essere costituiti nella loro verità, i Sei personaggi senza autore, Padre, Madre, Figlio, Figliastra e  due bambini,  irrompono sul palcoscenico, dove una compagnia teatrale sta allestendo uno spettacolo, e chiedono di essere rappresentati nel loro dramma umano. Questo è l’unico modo perché le loro vite, nate dalla fantasia dell’autore, possano trovare un’identità. Ma la loro aspirazione a essere riconosciuti nella verità che raccontano si scontra con l’impossibilità da parte degli attori di far vivere la loro storia sul palcoscenico. Tuttavia la difficile trasposizione sulla scena della loro vicenda solletica la vanità del regista il quale avverte che il dramma di quella famiglia borghese, a tratti banale, a tratti tragico, merita di essere rappresentato. I sei personaggi raccontano la loro verità, che non è mai univoca, ma non riescono a riconoscersi negli attori che entrano nelle loro parti. Personaggi, dunque, condannati a restare “senza autore”, a peregrinare da un teatro all’altro con l’unica speranza di vedere rappresentata solo una parte della realtà che li sostanzia. E senza autore è, del resto, il personaggio pirandelliano in genere, affidato ad ogni possibilità di interpretazione, celebrato proprio per l’impossibilità di essere collocato in uno standard che ne faccia un’entità definita. Il contrasto fra la Vita e la Forma, che resta il nucleo di tutta la problematica pirandelliana, sfiora ne I sei personaggi il problema dell’arte. Agli attori che devono recitare il loro dramma è delegato il compito di sciogliere in forma compiuta la vita e di condurla alla dimensione dell’arte. Ma quella vita che vanno a rappresentare sfugge dalla loro comprensione e si rivela necessità di movimento, trasformazione, incompiutezza. Altri attori se ne approprieranno per farla rivivere in altre Forme, in un gioco dilatato fino all’impossibile. La tragedia dei sei personaggi sta nella disperata consapevolezza di non poter far mai giungere agli altri la loro Verità; il loro raccontarsi resta un tentativo senza risposta, una voce che può essere ascoltata ma non accolta, un inutile denudarsi. La Verità sarà sempre un passo indietro, sarà sempre un grido taciuto.

Anna Maria Bonfiglio

 

(Fonte dell’immagine)

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“Poema della fine”, di Vasilisk Gnedov, traduzione di Mattia Tarantino, Terra d’ulivi Edizioni, 2020.

19 lunedì Ott 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Mattia Tarantino, Poema della fine, Vasilisk Gnedov

 

In questi giorni ha appena visto la luce la ‘traduzione’, a cura di Mattia Tarantino, di un libretto che desterà scalpore “Poema della fine”, di Vasilisk Gnedov. Si tratta della prima traduzione di un’opera apparsa per la prima volta nel 1913 in “Смерть Искусству”(Morte all’Arte) di cui pare che lo stesso Gnedov abbia dato una lettura pubblica. Le prime cento copie sono state distribuite insieme al numero 6 di Menabò, quadrimestrale internazionale di Cultura Poetica e Letteraria edito da Terra d’ulivi Edizioni. Alla fine di settembre l’amico Mattia me ne ha dato notizia. “Pensavo sarebbe divertente-capirai perché leggendolo-fare una selezione di testi”, mi ha detto. In quel momento non ho intuito cosa volesse dire. Ne ho avuto contezza quando ho potuto sfogliare il libretto. Poema della fine è costituito da due pagine bianche. A quel punto era doveroso un approfondimento, riempire quanto meno di qualche nozione quella tabula rasa.

Queste le notizie biografiche sull’autore. Vasilisk Gnedov (1890 – 1978) è stato un poeta russo. Annoverato tra i futuristi, in particolare tra gli ego-futuristi di Severjanin, ha fatto parte dell’ala più sperimentale del movimento. Le sue ricerche metasemantiche sono culminate nella più celebre delle sue opere, “Morte all’arte”, pubblicata nel 1913. La raccolta conteneva quindici poesie minimaliste che il poeta, il cui intento dichiarato era quello di “invertire e rinnovare la letteratura, mostrare nuovi percorsi”, recitava sul palco usando pochi gesti silenziosi. Ed è proprio al silenzio primordiale che Gnedov intendeva ritornare; nello spazio bianco della pagina che costituisce il Poema della fine non vi è alcun segno grafico, nessuna parola, come a voler significare che esso è l’essenza più autentica e misteriosa della poesia, necessario quanto la parola stessa e quanto le infinite potenzialità combinatorie del linguaggio e dei suoni. Successivamente Vasilisk si accostò a Majakovskij, poi la partecipazione alla prima guerra mondiale, alla rivoluzione, la detenzione nei gulag insieme alla moglie Olga Pilatskaja, lo ridussero davvero al silenzio.

Gnedov ne uscì nel 1956 ma fu ignorato per decenni. Solo nel 1978, dopo la sua morte in Ucraina, è stato rivalutato come precursore del modernismo russo. A Mattia Tarantino e a Terra d’ulivi Edizioni va riconosciuto il merito di aver acceso l’interesse sul meno prolifico ma più estremo dei poeti futuristi russi.

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Traduciamo Louise Gluck: Parable of faith

18 domenica Ott 2020

Posted by Loredana Semantica in Idiomatiche, LETTERATURA

≈ 2 commenti

Tag

Louise Gluck, POESIA, traduzione

Col contributo di Antonella Pizzo prosegue la traduzione delle poesie di Louise Gluck iniziata qui

Dalla raccolta “Meadowlands”, 1996

Parable of faith

Now, in twilight, on the palace steps
the king asks forgiveness of his lady.
He is not
duplicitous; he has tried to be
true to the moment; is there another way of being
true to the self?
The lady
hides her face, somewhat
assisted by the shadows. She weeps
for her past; when one has a secret life,
one’s tears are never explained.
Yet gladly would the king bear
the grief of his lady: his
is the generous heart,
in pain as in joy.

Do you know
what forgiveness mean? it mean
the world has sinned, the world
must be pardoned 

Parabola di fede

(traduzione di Antonella Pizzo)

Ora, al crepuscolo, sui gradini del palazzo
il re chiede perdono alla sua donna.
Lui non è falso; ha provato ad essere vero al momento;
c’è un altro modo di essere fedele a sé stesso?
La donna
nasconde il suo viso, un po’
aiutata dalle ombre. Piange
per il suo passato; quando si ha una vita segreta,
le proprie lacrime non vengono mai spiegate.
Eppure il re avrebbe sopportato
la sofferenza della sua donna: il suo
è cuore generoso,
nel dolore come nella gioia.

Lo sai
cosa significa perdono? significa
che il mondo ha peccato, che il mondo
deve essere perdonato.

qui potete ascoltare la lettura in lingua originale

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