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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

Tre poesie di Emilio Capaccio

04 sabato Lug 2020

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Poesie

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Emilio Capaccio, Kolibris Edizioni, Massimo Sannelli, Voce del paesaggio

VOCE DEL PAESAGGIO
Emilio Capaccio,
Kolibris Edizioni, 2016
Prefazione di Massimo Sannelli

FISSITÀ

La mia fissità è la fissità di certi momenti di bisogno
di estese note di lentezze in quegli spazi
che s’allungano dall’uno all’altro
tempo saltabeccante
tanto prolungati da sembrare le ore scollate
sia pure in continuo allineamento
E da un punto oscillante del giorno
lontano, molto lontano da quelle ore
lunghi ‘stare a sentire’
il brusio di una qualche deriva di foglia
il rapido accoppiamento degli insetti
insorti contro il termine della stagione
la pietra che vibra la sua liquida arpa di ruscello
il battito del cuore di pomeriggi
che sembrano interminabili
fin quando durano i loro cieli negli occhi
e già risucchiati in un oscuro di cose finite
mentre la palpebra bruciante si richiude
e capisco allora come invece siano stati brevi
E vedere la mia vita che si nasconde
dietro le foglie degli alberi
ma volteggiandomi attorno facendomi le fusa
per paura di lasciarmi un’altra volta
con la fretta avventata del mio corpo

MI UNIFORMO AL COLORE DELL’ESTATE

Mi uniformo al colore dell’estate
agli umori labili e malinconici dell’inverno
ai brani del destino
al suono delle mille ossa

Non voglio più di quello
che non sia stato calcato
da un coturno divino nel mio sangue

Aspetto solo promesse
Non so quali, non so da che animo vengano
Riconosco che mi sono state fatte
dapprima che io nascessi

Mi vesto nella forma
semplice e mattinale di un pensiero
nelle acque azzurre di un sogno
che corre infinitamente in altri sogni

LE NUVOLE

Che cosa vogliono da me queste nuvole
così bianche e frastagliate
frivole d’aria, lampanti di luce?
In che lingua d’altitudine mi parlano
quando passano nei caldi planisferi
dell’estate?
O, invidio le nuvole
Il loro tempo che non segnano gli orologi
Vanno agli angoli dei cieli dove finisce ogni età
assegnate a un ordine di precarietà universale
non temono decreti di venti
non temono dissolvenze
fedeli all’effimero apparire
del loro comandamento
Mi ricordano la fugacità di ogni danza che danzo
di ogni volo che si compie
e la condanna di chi resta fisso a guardarle
con le radici nella terra
(con le braccia troppo corte sulla terra)
seppur passa, senza andare passa
vittima dello stesso comandamento

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Mi dormi

29 lunedì Giu 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

 

Mi dormi
e anch’io dormo
il tuo sonno di fianco.
Non è vero che ci siamo sognati
tutti d’un fiato?
Eravamo sudati e stavamo
accanto a ciascuno dei nostri pensieri
di ieri, con quei gesti e quei visi
che si fanno nel sonno
quando si viene guardati.
Studiavamo il dafarsi
e quasi a contarsi le dita delle mani
dicevamo sommessamente qualcosa
praticando una musica notturna, suonando
dentro un ‘orchestra di corde e di fiati.
Tu ripetevi un verso udito ieri per strada per caso
stando dritti sul filo che segna le notti
dormivamo in silenzio e con il senso del sonno
ritto e puntito, esploravamo la parte taciuta del sogno.

 

Francesco Tontoli

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L’intervista a Cinzia Della Ciana: Grumi sciolti

28 domenica Giu 2020

Posted by Loredana Semantica in Interviste

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Cinzia Della Ciana, Grumi sciolti

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende
dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti,
sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla
redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del
mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.
La redazione ringrazia Cinzia Della Ciana, per aver accettato di rispondere ad
alcune domande sulla sua opera: Grumi Sciolti, Helicon Edizioni, 2020.

1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

L’ “amore per” è una condizione con cui si nasce, è una predisposizione fatta
di passione e curiosità che fa parte del proprio bagaglio genetico e che si
amplia interagendo con il nutrimento della vita. Per cui posso dire che
nasco con l’amore per la “bellezza”, includendo in essa ogni espressione
artistica a mezzo della quale l’uomo riesce a comunicare emozioni. I miei
studi si sono rivolti fin dalla giovane età a ampliare questa vis interiore e
così ho condotto parallelamente gli studi giuridici presso l’Ateneo fiorentino
e quelli pianistici al Conservatorio. Ma ad un certo punto l’impegno a livello
professionale, anche per l’incompatibilità dei percorsi, ha imposto una
scelta e ho optato per la via “ortodossa”. In pratica, come si fa con un
amore, ho abbandonato la tastiera chiudendola e mi sono dedicata alla
professione forense (che ormai esercito dal 1991, nelle materie prevalenti del
diritto del lavoro e di famiglia). Riavvolgendo il nastro v’è da dire che
giunta a “mezzogiorno” della mia vita (ora più ora meno) improvvisamente
ho avvertito la “necessità” di tornare a suonare. Ormai erano circa 25 anni
che avevo abbandonato lo strumento e poco mi restava nelle dita. Quindi mi
sono detta: “cosa posso suonare dopo oltre 25 anni che “scrivo e leggo” dalla
mattina alla sera (ancorché in ambiti diversi, ma sempre con l’ “umano” al
centro). La mia risposta è stata “le parole”. Da qui inizia l’avventura della
“mia” scrittura che si poggia sul motto “del suonar colle parole”, nel senso
che la musica ha permeato così tanto la mia sensibilità che “penso e scrivo in
musica”, prosa o poesia che sia.

2. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti
hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la
vita e l’arte?

Non basterebbe una giornata per rispondere compiutamente alla domanda.
Diciamo che sono una toscana figlia della mia terra e le mie radici
affondano in Dante (distante da Petrarca che a Arezzo ha avuto solo i
natali). Poi aggiungo a volo di uccello che i miei “livres de chevet” sono una
pila in cui la base resta fissa: “Le lettere a Lucilio” di Seneca, “Le ceneri di
Gramsci” di Pasolini e il meridiano di tutte le poesie di Montale. Gli ultimi
grandi libri che ho riletto “Il Barone rampante” (la genialità del romanzo di
formazione che accoglie fiaba allegorica e filosofia, sempre all’insegna della
leggerezza calviniana) e di Dostoevskij “Ricordi dal sottosuolo” (il flusso di
coscienza ossessivo di un “malato” che opera un distinguo nell’abisso dei
ricordi, dove vi sono cose che non si rivelano a tutti, ma solo agli amici, altre
che non si rivelano neppure agli amici, ma soltanto a sé ed infine, e questo è
spietatamente vero, cose che si ha paura di svelare anche a noi stessi).

3. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente
autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai
con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Penso di aver già posto le basi alle risposte di questi interrogativi. Scrivo
per necessità che è ri-sorta, non posso fare altrimenti. Sono immersa nella
vita e l’uomo in tutte le sue declinazioni sta al centro del mio interesse, anche
la professione forense ne è “fonte”. Sono figlia della mia Terra di Toscana, in
cui ho il privilegio di esser nata (Montepulciano in provincia di Siena), di
abitare (Arezzo) e di aver studiato (Firenze), un triangolo questo dove
l’ingegno da secoli si è di-spiegato e ha trasformato il territorio in
paesaggio. Qui ogni angolo parla di storia e anche il borgo più piccolo
nasconde tesori artistici unici.

4. Ci parli della tua pubblicazione?

Bella domanda, come chiedere a una madre di parlare dell’ultimo figlio
nato. Tutti sono da lei amati, tutti gridano, ma ora “Grumi sciolti” grida più
degli altri. Dopo una parentesi poetica (“Passi sui sassi”, 2017 e “Ostinato”,
2019) sono tornata al mio primo amore, il racconto. “Quadri di donne di
quadri” (una raccolta di racconti incentrata sulle figure femminili) era
stato, infatti, il mio libro di di esordio, nel 2014. Per me, parafrasando, il
romanzo è un film, mentre il racconto è una foto che concentra, tagliando il
prima e il dopo, quel “grumo” evenemenziale. Insomma il racconto dà la
massima densità “fotografica” su un nodo che la vita ha lungamente
preparato e chissà come svilupperà. La mia esperienza poetica poi fa sì che
il linguaggio anche nella prosa abbia una valenza lirica, evocativa, e mai
solo descrittiva. Ma nonostante ciò, e anche se ogni singolo racconto è un
distillato di un piccolo segmento di vita, il libro “Grumi sciolti” ha una sua
struttura, sottolineata dall’Incipit e dall’Explicit. All’interno ospita 18
racconti articolati in tre sezioni: la prima, i “Grumi”, sono storie, anzi,
“scatti” di donne alle prese con un momento risolutivo della propria vita;
poi i grumi si liberano con la fantasia e diventano “Grumi sciolti”, cioè storie
che variano dal mito alla favola, dove la voce narrante può appartenere
anche a un topo, e perfino a un profumo; infine quando i grumi sono
completamente sciolti, non restano che i “Grani” (racconti simbolicamente
dedicati a qualcosa che attiene al caffè oppure a al tè) e il ciclo si chiude
pronto a riaprirsi in un eterno moto perenne. Un lunghissimo “rosario” che
finisce con un omaggio a “La storia” della Morante, come una sorta di inno
alla vita. Un libro che alla vita, “qua sine proposito vaga est”, è dedicato.
Un libro che la prefatrice Letizia Cirillo ha scritto “va letto a voce alta”,
proprio a sottolineare la sua vocazione a trascendere l’esperienza interiore
per approdare alla dimensione collettiva.

5. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Non mi sono posta e non mi pongo il “problema”, io sento la necessità di
scrivere e di farlo in una sorta di “predicazione”. Portare avanti l’arte
nell’attuale indipendentemente dall’utile e dal riconoscimento, diventare
una sorta di “madonnaro mentale” che ha l’entusiasmo di sdraiarsi a terra
per poetare pavimenti e pittare “pietre di inciampo”… perché gli altri
passano, distratti passano, ma non calpestano e alla fine si fermano. Come
sta scritto appunto nel finale lirico del racconto “Il madonnaro”.

6. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

I racconti sono come le poesie, nascono e basta. Si stratificano col tempo.
Poi il difficile sta nel selezionarli e trovare un fil rouge che in coerenza li
struttura in sequenza in modo da divenire “il racconto dei racconti”. Il
difficile ritengo risieda non tanto, o meglio non solo, nelle singole tessere
dell’opera, ma nel disegnare con esse qualcosa che abbia un senso e un
valore al di là delle stesse.

7. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale”
scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a
poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o
durante la notte, sacra per l’ispirazione?

I racconti di Grumi sono stati scritti in epoche differenti e molti hanno avuto
già riconoscimenti in premi da inediti. Ripeto i racconti sono come le poesie,
ad un certo punto balugina il primo verso e tu ti fermi e lo devi scrivere. Poi
segue il necessario e rigoroso labor limae. La notte o meglio la mattina
presto è una nicchia che mi accoglie bene.

8. La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?

La copertina è del Maestro Mauro Capitani, un pittore molto noto della cui
amicizia mi fregio. Si tratta di un particolare di opera in vetro dalla mostra
“Tra Kea e Tenedo”, 1996. Questo particolare ben rappresentava il quadro
in divenire di cui volevo parlare: quel cosmo in cui qua e là si osservano
“grumi”, cioè “luoghi di addensamento”, “momenti di intenso ammasso”, in
cui ogni componente fluida si perde e resta solo materia, materia che si
coagula e si rapprende chiudendosi a giro. Ma poiché tutto è movimento,
anche questo processo di avvitamento non si sottrae alla legge del divenire,
e il grumo si evolve in una spirale che lo porta inevitabilmente a spandersi.
Ovvero a sciogliersi, a nebulizzarsi lasciando a galleggiare in sospensione
grani. Grani che a loro volta sono nuclei di potenziali nuovi grumi.

9. Come hai trovato un editore?

La mia casa editrice è la Helicon Edizioni di Maria Eugenia Miano, una
realtà familiare di lunga storia e tradizione E’ un Editore che vanta al suo
attivo anni di pubblicazioni con Autori di pregio (da Parronchi a Macrì, da
Bonifazi a Luti, a Ramat – per citarne solo cinque tra le ‘fedelissime firme
Helicon). Nel 2018 con “Solfeggi” (raccolta di racconti umoristici) vinsi un
premio che prevedeva la loro pubblicazione proprio da Helicon. Adesso i
“Grumi sciolti” sono stati inseriti in una delle sue più prestigiose collane,
quella di narrativa “Le crete” diretta da un’ambasciatrice della cultura per
eccellenza, oltre che autrice, giornalista pubblicista, saggista e critica
letteraria, quale è Marina Pratici.

10. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

A chi ama le parole, il loro suono e la loro storia/valenza/potenza, a chi
vuole non solo leggere un testo, ma piuttosto “rileggerlo” perché come la
musica la parola che si combina alla parola abbisogna di esser riascoltata
per penetrare dentro.

11. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Era programmata l’uscita per il Salone di Torino 2020, ma tutto è saltato e i
Grumi sono voluti nascere ugualmente in pieno lockdown. In pratica nel
momento in cui le librerie per decreto sono state riaperte. Mi sono detta che
era un segnale. Attualmente è distribuito in libreria e nei portali web.
Recensioni, interviste radio e televisive, dirette sui social e presto anche
presentazioni dal vivo.

12. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più
legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se
lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Ho già citato il racconto del Madonnaro perché finisce con una poesia che è
una metapoesia. Ad esso aggancio un’altra citazione poetica con cui termina
il racconto “La roba”: “La vita era questo scialo di trita roba fatta e
accumulata. E anch’io ero inventariata”

13. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Amo parlare dei passi che ogni giorno compio più che delle mete astratte, la
meta è proprio il passo, ho scritto in una poesia, e il viaggio poi disvelerà il
disegno fatto e inventato con il progredire.

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è
venuto in mente di farti?

Mi piacerebbe che mi chiedessero l’autorizzazione a che uno dei miei
racconti diventasse soggetto per un film.

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova
opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Scrivere e ancora scrivere come il fiume porta acqua: il prossimo parto sarà
una silloge poetica. Dimenticavo a me piacciono le “contaminazioni” con
varie discipline (come sul mio sito cinziadellaciana.it si può vedere) e quindi
“predicare” poesia e letteratura fuori dai circoli, portare la bellezza per
“strade diverse” avvalendomi della collaborazione di altri artisti, questa la
mia più sentita missione.

Cinzia Della Ciana

Laureata il 24.10.88 in diritto del lavoro con il Prof. A. Aranguren presso l’Università di Firenze,collabora per alcuni anni con il Prof. G. Zangari, docente di diritto del lavoro Università di Siena. Esercita la professione di avvocato in Arezzo dal 1991; dal 2011 iscritta come Cassazionista, materie prevalenti diritto del lavoro e famiglia.
E’membro del direttivo dell’ALT (Avvocati Lavoro della Toscana). E’ membro dell’Accademia delle Scienze e delle Arti e della Letteratura Francesco Petrarca di Arezzo. Parallelamente agli studi giuridici ha effettuato studi di pianoforte col Maestro Carlo A. Neri del Convervatorio Morlacchi di Perugia. E’membro del “Tagete Ass. Scrittori Aretini di Arezzo”. La sua prima opera narrativa è “Quadri di donne di quadri”(Aracne 2014) (World Literary Prize 2015 a Parigi e al Tagete 2015).
Del maggio 2016 è il romanzo edito da Effigi “Acqua piena di acqua”.(premio “Pianeta Donna” al Montefiore Rocca, Fiorino di bronzo al “Premio Firenze 2016”, primo premio al Tagete 2016, secondo premio al “Portovenere – Le Grazie 2016”, la “Targa Città di Cattolica” al “Pegasus 2017” e “Premio speciale della Giuria” al “Città di Pontremoli 2017”, “Premio Speciale Frunzi al Premio Casentino 2018).
Nel maggio 2017 con Effigi pubblica la silloge poetica “Passi sui sassi” (per gli inediti già finalista al premio “Astrolabio 2016”, secondo posto al “Premio Casentino 2016”, finalista al San Domenichino 2017; da edito menzione d’onore a Le Grazie – Portovenere 2017, il diploma d’onore al Milano International 2017, il 2^ premio al “Tagete 2017”, riconoscimento speciale al “Pegasus 2018, premio della giuria al “Città di Pontermoli 2018”, premio speciale giuria Città di Conza 2018). Il libro nel febbraio del 2018 diventa uno spettacolo di poesia e musica con la pianista Lenora Baldelli dal titolo “Accordi di versi”, in scena in varie platee fra il Dovizi di Bibbiena, Cassero di Castiglion Fiorentino e Museco Civico di Sansepolcro. Per vari inediti sia di prosa che narrativa riceve importanti riconoscimenti. Suoi racconti e poesie fanno parte di varie antologie. Con la raccolta di racconti umoristici “Solfeggi”(Helicon 2018) si classifica prima ex aequo al premio “La Ginestra 2017” e successivamente Premio della giuria al Lord Byron Portovenere 2018, Premio speciale al Michelangelo 2019 e il Premio Milano Donna 2018 e il terzo premio al Città di Pontremoli 2019. Con la soprano Gaia Matteini realizza uno spettacolo dal titolo “Solfeggi parlati e cantati” in cui vengono portati in scena letture tratte da Solfeggi cucite da improvvisazioni vocali (Teatro Dovizi di Bibbiena e Auditorium Santa Chiara di Sansepolcro).
Ha tenuto presentazioni dei suoi libri ai Saloni del libro sia di Torino che di Roma, nonché in vari centri d’Italia; ha partecipato anche vari Festival e Rassegne culturali.
Nel maggio del 2019 pubblica con Helicon Edizioni, dove aver ricevuto da inedito il premio Laura Pasquini, la raccolta poetica “Ostinato – Suite in versi” con la quale ha già ottenuto i seguenti riconoscimenti: finalista al PoetiKa di Verbania, Segnalazione di merito al Premio Conza, 2^ posto al Pascoli – L’ora di barga, Finalista al Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti 2019, Premio speciale di opera poetico-musicale al Città di Pontremoli 2020; l’opera è stata inserita nel
2020 nella rivista scientifica americana “Gli annali di italianistica”.
A aprile del 2020 nascono sempre per i tipi Helicon Edizioni “Grumi sciolti”. Molti dei racconti di “Grumi sciolti” hanno ricevuto premi da inediti. In particolare al corpo centrale della raccolta fuconferito il Premio della giuria al “Città di Pontremoli 2016”, il Premio  speciale Silvio Miano al “Casentino 2017”, al racconto “Canne d’organo” la menzione d’onore al “Città di Cattolica 2016” e, da ultimo, il racconto “La Teiera triste” ha ricevuto il primo premio a “Lo Zirè d’oro Città dell’Aquila 2019”.
Nel giugno 2020 il “Premio Città della rosa” conferisce all’autrice l’onorificenza di “Eccellenza Donna Italia 2020”.

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Nota critica dedicata a “Biografie” di Francesco Palmieri, Terra d’ulivi Edizioni, 2019

22 lunedì Giu 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Tag

Biografie, Francesco Palmieri

 

Non c’è due senza tre ed è per questo, forse, che dopo Studi lirici solo parole d’amore uscita per i tipi La Vita Felice e Fra improbabile cielo e terra certa edita da Terra d’ulivi Edizioni insieme a Il male nascosto, mi ritrovo a recensire Biografie, l’ultima silloge poetica di Francesco Palmieri sempre per i tipi dello stesso editore.

La raccolta contiene una sessantina di testi; la cifra stilistica è quella consueta.

Palmieri si configura una volta di più uno scrittore lirico-esistenziale; la sua poesia una lirica del desiderio. Il percorso del poeta è un viaggio senza via d’uscita, privo di “memoria della destinazione”, nella sua poesia domina il dolore, come condizione inevitabile e necessaria dell’uomo. Il poeta ricorda con nostalgia i bei momenti vissuti ed epicizzati nella descrizione nostalgica dell’alternarsi delle stagioni, invoca il cielo, sottopone al vaglio della ragione desideri e sentimenti. I temi dominanti vengono confermati: il disincanto, la vita, la morte, il dolore, la perdita, la gioia che ormai è divenuta fossile, morta in una pietra, il tempo, l’inarrestabile esaurirsi della condizione umana, soprattutto la certezza che non ci sia salvezza se persino dio fa piangere dio.

Perfino i nostri cari sono ricordati con rimpianto e con amarezza, se ne ricorda la crudeltà per il loro essersene andati in silenzio. Il momento spesso rappresentato è la sera, che coincide con la sera della vita, la stagione più ricorrente quella invernale o le atmosfere autunnali brumose, notturne e sepolcrali da Canti di Ossian, in cui il poeta si chiede in quale momento sia scesa la nebbia, sia giunto il tramonto fino al nero d’abisso in cui ognuno è nessuno.

La presenza del divino la si ritrova nel cuore dell’uomo, nella carne che sbaglia, non è sufficiente a consolare l’uomo. Quello che viene a mancare, ancora una volta, è il soccorso della fede mentre a soccorrere l’uomo è la poesia, unico segno tangibile del passaggio dell’uomo. Si scrive per sopravvivere, per evitare che la vita sia solo morte e letargo, perché scrivere è necessario come il respiro.

Il poeta attinge sempre al suo vissuto, fatto di esperienze, ricordi nostalgici, certezze, rimpianti. “Brama da lontano” perché l’avvicinamento comporta, da parte dell’oggetto del desiderio, l’acquisizione di peso e la perdita di penne e piume. Emerge ancora una volta l’idealizzazione della donna, la donna-angelo di stilnovistica memoria, mentre forse non si trattava di una creatura di stelle ma di una creatura terrena venuta dall’acqua / come i pesci e gli uccelli o di una Salomè che il poeta vestiva d’azzurro mentre lei desiderava avere solo una testa sul piatto.  

Per la poesia dei trovatori Alberto Varvaro aveva parlato di spazio lirico chiuso come condizione caratterizzante dell’ispirazione: anche qui, allo stesso modo il poeta soffre, si lamenta, invoca la fine delle sue pene d’amore ed esistenziali ma allo stesso tempo é legato al suo destino di sofferenza perchè in fondo lo percepisce positivo. Forse è il modo che gli resta per continuare a sentirsi vivo. Il poeta, pur viaggiando fra le pareti domestiche, fra il tavolo e la sedia / dal corridoio al letto, nonostante le persiane chiuse, sente e percepisce tutto il rumore e il dolore del mondo. La vita ci vorrebbe leoni aguzzi mentre noi non siamo corazzati, non siamo provvisti di scaglie, crine, penne e piume ma di pelle che si spacca / carne che si perde e più avanti carne esposta / di tremito e d’offesa. E in tutto questo siamo repliche, cloni, proviamo la pena di chi è polvere / e polvere tornerà.

Anche l’amore si è tramutato in pianto, perché nonostante si sia vivi, si è già condannati a morte, e mentre lo si pensa, affiora il tu di montaliana memoria, tu pensami a novembre / come si pensa ai morti / che un giorno sono andati / e mai più sono tornati.

Tra i vari testi c’è anche una toccante lettera alla propria figlia, a cui il poeta chiede di essere ricordato con leggerezza, depurando il ricordo da errori, colpe e dolori, affinchè non sia un peso da ricordare, che possa aggiungersi alla fatica del vivere.

Emerge di tanto in tanto qualche reminiscenza mutuata dalla tradizione cristiana, che è possibile cogliere in termini come passione, calice, tenebra/salvezza, trenta denari, barabba, croce, spine, chiodi, eden, mela morsicata, angeli guardiani, arcangeli, osanna, rosa purpurea, luce, liberaci dal male, amen, acquasantiere.

Dal punto di vista stilistico, data la volontà di rendere condivisibile e comprensibile la poesia, si giunge nuovamente alla contaminazione prosastica ma questo, a mio avviso, non è un limite, tutt’altro. Potrebbe essere letta come una mutazione espansiva dell’istanza lirica. La poesia lirica, del resto, deve essere comprensibile, destinata a qualcuno, la versificazione chiara ed evidente, perché deve cercare e quasi evocare il lettore. Un trobar leu dunque che si contrapponga al trobar clus, che racconti l’esperienza propria, del mondo, degli altri esseri umani, perché divenga comunicazione tangibile ed evidente. Riemerge di tanto in tanto l’eterno conflitto tra la percezione dei limiti della condizione umana e l’anelito d’infinito. Avvertire la vastità del tutto contribuisce a farci sentire ancora più fragili e soli mentre torna a riaffiorare l’intimo affanno. Nel conflitto tra società e individuo, nella dialettica irrisolta, permane il momento lirico, l’io del poeta esprime se stesso senza mai risultare retorico o rappresentativo.

 

Deborah Mega

*

 

C’è un dolore che non sei tu

e nemmeno l’acqua che scroscia sulle ringhiere

neanche il cielo smorto che tornerà sereno

neppure il nero degli ombrelli aperti

il bavero rialzato delle giacche

quest’aria che non è vento

ma furia nelle strade di gambe e di motori

 

c’è un dolore che sta dentro allo specchio,

una mattina a caso, un giorno in mezzo a tanti,

lo vedi sulla faccia, negli occhi più pesanti,

nel lungo di un pensiero che non si aspetta nulla.

 

*

 

E alla fine

può già bastare il poco

 

(ma quanto viaggio è stato,

quanto camminare e spingere,

quanti fuochi accesi

e le fiamme a incenerirsi,

quante preghiere e rose

il chiedere credendoci

che qualcuno avrebbe dato

e poi pure il bussare ancora

che qualcuno avrebbe aperto,

quanti imbocchi in strade

col fondo senz’ uscita

per capirla infine

che qui non c’è un’uscita)

 

ora ci prova l’angelo

a visitarmi ancora

ma è solo un passaggio d’aria

lo sbuffo di corrente

da una finestra all’altra

 

resta mollica ed acqua

appena un respiro lento

di chi non ha più un posto

dove vorrebbe andare.

*

 

Me ne sto nella sera

ed è solo un dettaglio

che sia sera di brume

di viali sperduti

in una foto d’ottobre

 

(e mi chiedo

quand’è scesa la nebbia,

quando è stato il momento

che si è fatto tramonto,

come accade che a un tratto

si comincia a morire)

 

potrei ora chiamare

angeli e mare,

la lingua aliena di veggenti e sciamani,

potrei dire d’impennate di vento

in un’aria che sale

a suonare le stelle

(e quanta musica eterna

nell’oltre d’ogni confine).

 

ma me ne sto nella sera

a parlare a qualcosa

che non so se sia dio

o quel nero d’abisso

dove ognuno è nessuno.

 

*

 

(a una mia amica per un lutto che il tempo non ha medicato)

 

Tu non la sai

la crudeltà dei morti

 

quel loro andarsene zitti

e noi senza più parole

senza più appuntamenti da dare

nessun giorno dopo

 

noi

che possiamo solo chiamarli

che sappiamo i nomi ad uno ad uno

che guardiamo fotografie

 

e niente

nessuno risponde

non una parola

una voce

un rumore

 

noi

i vivi

a sopportare la morte.

*

 

Non è volo

l’apertura d’ali

di un uccello impagliato

 

è la secca memoria

di un cielo che è stato.

 

*

 

Si stava alla finestra

tra il giallo delle rose

e il sole acceso in cielo

il canto di cicale

e il sonno di pinete,

 

era il turgido del seno

il tempo che fa febbre tutta la carne

e nelle gambe il fiato

di chi sa solo andare avanti

 

(la morte non era prevista

nemmeno si pensava

che i ragazzi invecchiano

che anche gli anni passano

e all’improvviso è l’ora

che più non sei immortale)

 

si sta alla finestra

fra una stagione e l’altra

a volte piove forte

o troppo caldo è il sole

 

e quando guardi fuori

al folto dei cespugli

alla superba rosa

che sta sui tacchi a spillo

 

lo sai che sotto al cielo

è lì tutto il miracolo.

 

 

Francesco Palmieri, testi tratti da Biografie, Terra d’ulivi Edizioni, 2019

 

 

 

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uNa PoESia A cAsO: Eugenio Montale

20 sabato Giu 2020

Posted by Loredana Semantica in uNa PoESia A cAsO

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Tag

Eugenio Montale, Satura

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Eugenio Montale, da Satura

Botta e risposta III

I

“Ho riveduto il tetro dormitorio
dove ti rifugiasti quando l’Almanacco
di Gotha straripò dalle soffitte
del King George e fu impietoso al povero
malnato. Già la pentola bolliva
e a stento bolle ancora mentre scrivo.
Mi resta il clavicembalo arrivato
nuovo di zecca. Ha un suono dolce e quasi
attutisce (per poco) il borbottio
di quel bollore. Meglio non rispondermi”.

(lettera da Kifissia)

rinvio a questo link per la lettura del seguito e la contestualizzazione del testo

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Una brezza mediterranea tra poeti italiani e turchi /A Mediterranean Breeze among Italian and Turkish Poets / Türk ve İtalyan Şairlerin Akdeniz Esintisi

15 lunedì Giu 2020

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, Recensioni

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Il volume, pubblicato nel maggio 2020 dalle Edizioni Il Cuscino di Stelle, è stato curato e tradotto da Claudia Piccinno e da Mesut Şenol e raccoglie testi di autori italiani e turchi: Annamaria Pecoraro, Bruna Cicala, Carmen Moscariello, Claudia Piccinno, Deniz Ayfer Tüzün, Deniz İnan, Dilek İşcen Akişik, Domenico Pisana, Elisabetta Bagli, Emanuele Aloisi, Emel İrtem, Emel Koşar, Enzo Bacca, Ester Cecere, Funda Aytüre, Gianpaolo Mastropasqua, Hilal Karahan, Kalgayhan Dönmez, Mesut Şenol, Nazario Pardini, Nuray Gök Aksamaz, Osman Öztürk, Sabahat Şahin, Valentina Meloni, Michela Zanarella, Volkan Hacioglu.

PREFAZIONE

A Mediterranean Breeze among Italian and Turkish Poets si configura come un’opera complessa e densa di contenuti, che ha visto la collaborazione, la ricerca, la traduzione da parte di più persone di nazionalità diversa, riflesso di una comunità plurima e dialogante. Nonostante sia un’europeista convinta, l’Europa attuale intesa come organismo sovranazionale, negli ultimi tempi, ha dimostrato di essere dominata da meccanismi finanziari e logiche di mercato che poco hanno a che vedere con i valori democratici e comunitari che ispirarono i Padri fondatori. Andrebbero invece valorizzate le legittime differenze e i patrimoni culturali di cui ciascuna nazione è depositaria. Il lavoro dei curatori Mesut Şenol e Claudia Piccinno risale a un progetto di diversi anni fa, quello di realizzare un’antologia trilingue che, attraverso l’inglese, utilizzato come lingua veicolare, sancisse il passaggio di testi poetici dalla lingua italiana alla lingua turca e viceversa, in una reciproca ottica di scambio, incrocio e collaborazione. L’iniziativa editoriale, originale e ambiziosa, è stata accolta dall’Associazione Culturale “Il Cuscino di Stelle” e ha previsto la selezione di tredici poeti e poetesse italiani e altrettanti poeti e poetesse turchi. Ventisei modi di declinare alfabeti, culture, esperienze, modi di intendere la poesia, sensibilità.

Ciascun testo è presentato in lingua originale, seguito dalla traduzione in inglese e infine da quella d’autore in lingua italiana o turca. I testi antologizzati, per un totale di trentasette, sono frutto del genio creativo di autori celebri, universalmente riconosciuti e di altri ugualmente validi che meritano di essere letti e apprezzati.

Le tematiche affrontate nell’antologia sono diverse: vi sono trattati, infatti, grandi temi come il desiderio di pace e di libertà, l’impegno civile, motivi classici come l’amore, le illusioni consolatrici, l’assenza, il ricordo, la nostalgia, il topos dei cicli stagionali, l’immedesimazione con gli elementi della natura in una sorta di nuovo panismo, il recupero di elementi mitologici, per dimostrare che tutti i poeti, indipendentemente dalla nazionalità di appartenenza, condividono archetipi, simbologie, metafore. Come affermava Erich Auerbach nella Philologie der Weltliteratur, a proposito dell’universalità della letteratura “Dobbiamo tornare in circostanze diverse, a ciò che già possedeva la cultura medioevale prima della formazione delle nazioni: al riconoscimento che il pensiero non ha nazionalità.” Va a questo punto ribadita, una volta di più, l’importanza e il rigore delle traduzioni, che non devono annientare le specificità di ciascuna lingua in modo tale da garantire il trasferimento di quello scrigno di segreti linguistici, tesoro di ogni lingua nazionale e fonte di arricchimento reciproco e di curiosità per le differenze. Ne deriva un clima interculturale che abbatte le barriere linguistiche e, aprendo nuovi orizzonti, crea visioni transnazionali, veri e propri ponti tra comunità solidali e dialoganti.

Deborah Mega

PREFACE

A Mediterranean Breeze among Italian and Turkish Poets is the exit of a complex and dense work of content, which has seen the collaboration, the research, and the translation of poets of different nationalities, a reflection of a plural and dialoguing community.
Despite being a convinced Europeanist, current Europe as a supranational body, in recent times, has proven to be dominated by financial and market logic mechanisms that have little to do with the democratic and community values that inspired the Founding
Fathers. Instead, the legitimate differences and cultural heritages of which each nation is the custodian should be valued.
The work of the curators Mesut Şenol and Claudia Piccinno dates back to a project of several years ago, the one of creating a trilingual anthology which, through English, used as a vehicular language, sanctioned the passage of poetic texts from the Italian language into the Turkish language and viceversa, in a mutual perspective of exchange, crossing and collaboration. The original and ambitious editorial initiative was accepted by the “Il Cuscino di Stelle” Cultural Association and involved the selection of thirteen Italian poets and thirteen Turkish poets. Twenty-six ways of alphabets, cultures, experiences, ways of understanding poetry, sensitivity.
Each text is presented in the original language, even though print order is first the Italian language followed by the English translation, and finally in Turkish language. The anthologized texts, for a total of thirty-seven, are the result of the creative genius of famous, universally recognized and other equally valid authors who deserve to be read and appreciated. The themes dealt with in the anthology are different: in fact, major themes such as the desire for peace and freedom, civil commitment, classic reasons including love, consoling illusions, absence, recollection, nostalgia, the topos of the seasonal cycles, the identification with the elements of nature in a sort of new panism, the recovery of mythological elements, seem to demonstrate that all poets, regardless of their nationality, share archetypes, symbols, and metaphors, have many things in common. As Erich Auerbach stated in the Philologie der Weltliteratur, regarding the universality of literature “We must return in different circumstances, to what medieval culture already possessed before the formation of nations: to the recognition that thought has no nationality.”
At this point, once again, the importance and rigor of translations must be reiterated, which must not destroy the specific features of each language in such a way as to guarantee the transfer of that casket of linguistic secrets, treasure of each national language and source of mutual enrichment and curiosity for differences. The result is an intercultural climate that breaks down language barriers and, opening new horizons, creating transnational visions, real bridges between solidarity and dialoguing communities.

Deborah Mega

ÖNSÖZ

Türk ve İtalyan şairlerin arasındaki Bir Akdeniz Esintisi, farklı uluslardan şairlerin işbirliği, araştırması ve çeviri ile oluşan karmaşık ve yoğun bir içerik çalışmasının sonucu, çoğulcu ve diyalog kuran bir topluluğun bir yansımasıdır.
İnanmış bir Avrupacı olmama karşın, uluslarüstü yapısıyla mevut Avrupa son yıllarda, Kurucu Babalara esin olan demokratik ve toplum değerleriyle pek ilgisi olmayan finansal ve piyasa mantığıyla çalışan mekanizmalar tarafından yönlendirildiğini kanıtlamıştır. Bu tablo yerine, her ülkenin koruyucusu olduğu meşru farkların ve kültürel mirasın değerli bulunması gereklidir.
Küratörler Mesut Şenol ve Claudia Piccinno’nun çalışmaları, birkaç yıl öncesine ait bir projeye dayanmaktadır. Bu projede, aracı dil olarak İngilizce kullanılarak üç dilde bir antolojinin, ortak bir değişim perspektifi, geçiş ve işbirliği içinde İtalyancadan Türkçeye, Türkçeden İtalyancaya şiirsel metinleri sunması öngörülmüştür. Bu orijinal ve iddialı editörlük girişimi, “Il Cuscino di Stelle” Kültür Derneği tarafından kabul edilmiş ve on üç İtalyan ve on üç Tük şairin eserlerinin seçiminin yapılması kararlaştırılmıştır. Alfabelerin, kültürlerin, deneyimlerin, şiir anlayışının ve duyarlılığın 26 farklı yöntemi.
Her bir metin kendi orijinal dilinde sunulmuştur. Sıralamada önce İtalyanca, sonra onun İngilizce çevirisi ve sonunda Türkçe yer almıştır. Antolojiye giren toplam otuz yedi şiir, ünlü, yaygın olarak tanınan ve benzer biçimde birer değer olan, okunmayı ve takdir edilmeyi hak eden şairlerin yeteneklerini, yaratıcılıklarını yansıtmaktadır.
Antolojide işlenen konular farklıdır: aslında, barış ve özgürlük arzusu, topluma hizmet ile aşk, yanılsamaların avuntusu, ayrılık, anımsama, nostalji, mevsim dönümleri konuları, yeni bir panizm türündeki unsurlarla özdeşleşme, mitolojik unsurların yeniden ortaya konması gibi klasik temalar, milliyetleri, ortak modelleri, sembolleri ve metaforları ne olursa olsun, ortak birçok yönlerinin olduğunu göstermektedir. Erich Auerbach’ın Philologie der Weltliteratur adlı eserinde belirttiği gibi, edebiyatın evrenselliği konusundaki ifadesinde işaret edildiği üzere, “Ulusların oluşmasından önce ortaçağ kültürünün sahip olduğu şeye – düşüncenin bir milliyetinin olmadığının kabulüne –, farklı koşullarda geri dönmek zorundayız.”
Bu noktada tekrar belirtmek gerekirse, çevirilerin önemini ve titizliğini yeniden belirtilmek zorundayız. Çeviriler her bir dilin kendi özgün özelliklerine zarar vermemek, dilsel incelikleri ve her bir ulusal dilin hazinesini, farklılıklarda karşılıklı zenginleştirme ve merak kaynağı olma özelliklerini diğer dile geçirmeyi başarmak zorundadır. Ortaya çıkan sonuç, dil engellerini yıkan, yeni ufuklar açan, ulusaşırı vizyonların, topluluklar arasındaki dayanışma ve diyalogda yeni köprüler kuran kültürler arası bir iklimin yaratılması olmuştur.

Deborah Mega

I curatori

CLAUDIA PICCINNO

Cattura1

Direttrice per l’Europa del WFP (World Festival Poetry, continental director for Europe) e ambasciatrice in Italia per Ist Sanat Art, opera per promuovere la poesia basata sul rispetto e la valorizzazione delle diversità, che previene ogni tipo di pregiudizio, tra cui quelli di genere.

She is the official WFP (World Festival Poetry, continental director for Europe), Ist Sanat Art ambassador for Istanbul culture in Italy; she works to promote poetry based on respect and appreciation of differences, she fights to prevent any sort of prejudices.

Claudia Piccinno, WFP (World Festival Poetry, continental director for Europe) Avrupa Kıtası Direktörü, Ist-Art İstanbul’un İtalya’daki Kültür Elçisidir.
Saygı ve farklılıklara anlayış gösterilmesi temelinde şiirin desteklenmesi için çalışmakta, cinsiyet önyargılarının önlenmesi için mücadele etmektedir.

 

MESUT ŞENOL

Cattura2

 

Poeta, scrittore, traduttore, editore, giornalista e accademico. Organizzatore di eventi culturali-artistici-letterari, Mesut Şenol ha pubblicato ormai 9 raccolte di poesie ed è membro di alcune organizzazioni internazionali di letteratura e traduzione.
Le sue poesie sono state tradotte in varie lingue, premiate e pubblicate in antologie.

Poet, writer, translator, editor, journalist, and academician. Being an organizer of cultural-artistic-literary events, Mesut Şenol published 9 poetry collections by now, and he is a member of some organizations of international literature and translators. His poems have been translated into various languages, awarded and appeared in anthologies.

Şair, yazar, çevirmen, editör, gazeteci, akademisyen. Kültürsanat-edebiyat etkinlikleri düzenleyicisi. 9 şiir kitabı yayımlanan Mesut Şenol bazı uluslararası edebiyat ve çevirmenler kuruluşlarının üyesi. Şiirleri çeşitli dillere çevrildi, ödüllendirildi ve antolojilerde yayımlandı.

*

Di seguito un testo di una delle autrici dell’antologia con l’augurio che possa presto riprendere a scrivere e a recensire poesia.

BRUNA CICALA

Cattura3

 

     Presagi

Presagio di tempesta

sul lungomare scuro

Nettuno rumoreggia:

credeva di trovare l’infinito

nei giorni avari di Venere e di sale.

S’alza, s’impenna, esplode

cavalca ogni onda su note discordanti,

è folle la sua danza

a inseguir saetta.

L’amore insano brucia,

si perde nei fondali

degli occhi suoi distratti,

rapiti da un baleno

di effimera bellezza.

Omens

Storm omen

on the dark waterfront

Neptune roars:

believed to find infinity

on the stingy days of Venus and salt.

It rises, rears, explodes

rides every wave on discordant notes,

his dance is insane

chasing lightning.

Insane love burns,

it gets lost in the seabed

of his distracted eyes,

kidnapped by a flash

of ephemeral beauty.

İşaretler

Karanlık su kenarında

fırtına işareti

Neptün kükrüyor:

Venüs’ün eli sıkı gününde ve tuzda

sonsuzluğu bulduğuna inandı.

Yükseliyor, şahlanıyor, patlıyor

Akortsuz notalarda her dalgaya biniyor,

dans edişi çılgın

şimşeğin peşinde.

Çılgın aşk yakar,

onun şaşkına dönmüş gözlerindeki

deniz yatağında kaybolur,

çok kısa ömürlü güzelliğin

kısa bir anında kaçırılır.

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Nota critica dedicata a “Tutto è uno” di Sergio Sichenze, Terra d’ulivi Edizioni, 2020

08 lunedì Giu 2020

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Recensioni

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Sergio Sichenze, Tutto è uno

 

“Tutto è uno” di Sergio Sichenze, edita per i tipi Terra d’ulivi nel gennaio 2020, nella collana di poesia Quindici per Quindici, comprende una trentina di componimenti puri, essenziali, espressi attraverso scarne ma suggestive parole di intensa efficacia simbolica e allusiva. L’epigrafe iniziale di Rainer Maria Rilke è tratta da Dir zur Feier del 1897: anche in quest’opera, ad una prima lettura, la prospettiva dell’autore sembrerebbe essere introspettiva e soggettiva. Fin dai primi versi la forma espressiva appare condensata ed enigmatica, tanto da far pensare ad una scrittura aforistica e ad uno stile solenne. Le risonanze contenutistiche però hanno senso solo se collocate in un testo continuo, a formare un canto coeso che abbia come oggetto il divenire incessante delle cose. La scrittura si collega a modelli di comunicazione come la sentenza morale, l’oracolo, appare dunque enigmatica, simile e aderente alla forma in cui la natura si manifesta. Occorre infatti riuscire a interpretare e a decrittare le indicazioni di natura forniteci dai sensi per cogliere il principio di armonia che è sottoposto alla trasformazione incessante della realtà fenomenica. I concetti fin qui esposti rimandano alle speculazioni del filosofo Eraclito secondo il quale “tutto scorre” (pànta rhéi). La Natura è allegorizzata, enfatizzata, ricorda la misteriosa foresta di simboli di baudelairiana memoria in cui scompaiono i limiti tra realtà e sogno e la separazione tra esperienza etica ed esperienza estetica o anche lo spazio interno del mondo, il Weltinnenraum di cui parlava Rilke. In Tutto è uno l’osservazione attenta della natura ha attivato un silenzioso percorso di conoscenza della propria realtà interiore, di introspezione che, risuonando dal fondo, si è aperto alla percezione sensoriale di cose, eventi, fenomeni e ramificandosi, è venuto allo scoperto come magma incandescente rivelando tempi e luoghi fortemente evocativi perché colorandosi delle nostre esperienze, acquisiscono senso ed esprimono un significato diverso per ciascuno di noi. Ogni parola, ogni verso conduce al successivo in modo inevitabile e coerente come passi su un sentiero nonostante tutto questo emerga solo dopo una lettura più accurata ed approfondita. La sintassi è semplificata, la punteggiatura ridotta al necessario, l’aggettivazione, frequentemente usata nei titoli (Rosa mistica, Verginale incanto, Incandescente dimora, Giovane folgore, Fortissimo grido, Antica pietra e l’elenco potrebbe continuare), è fluida e suggestiva. Dal punto di vista lessicale ho colto alcune forzature linguistiche dovute ad accostamenti arditi, a neologismi, a frasi nominali, a verbi intransitivi usati transitivamente.

Lo sguardo di Sichenze però si conferma terrestre. Coglie l’universo come un tutto riunificato e ricomposto: chi è in grado di contemplare in questo modo supera la frammentazione della realtà, la interiorizza acquisendo echi e richiami della natura  e si immerge nelle cose terrestri con sentimento panico e con mani plasmatrici, ricche di energia e di calore umano e vitale. In una visione di questo tipo crollano le pareti tra Dentro e Fuori, tra Vita e Morte, tra tempo passato, presente e futuro. Il processo circolare di ritorno alle origini si è compiuto, non a caso l’ultimo testo della raccolta si intitola Origine.  La morte stessa diviene premessa di ogni vita e della metamorfosi del divenire mentre avviene il ricongiungimento al mistero dell’esistenza.

Deborah Mega

*

Rosa mistica

 

Rosa

mistica tra le pieghe

di settembre l’ora

tradisce.

 

Sole

nel viola la notte

inganna: occhi nella bufera

guazzano.

 

Nera

stagione della pupilla

albeggia.

 

Respiro: le tue spalle

copro.

 

La scintilla

del frumento rinuncia

ricaccia.

 

Mare

dai grandi occhi

nella parabola del cielo

sconfina.

 

Ho appreso la riproduzione

dell’inatteso.

 

A Lecce

 

Sonno

ti sopravanza: sulla terra

tra due mari

dormi.

 

Nero fermo

del cielo ricolora. S’inazzurra

il fianco lunare.

 

S’assottiglia

l’aria: giovane

tempo folgora.

 

Tanto

Sfoggio la nostra

accumulata cecità

abbaglia.

 

Il tuo

respiro è un profilo

che ci ricalca.

 

Pensai questo tempo

d’avvenire.

 

Luce di neve

cadde.

 

 

Origine

 

Dio

è dentro l’Uomo

dicevano: vivere

è intimo corpo

che s’offre.

 

Fulmineo

scatto tra due vuoti: dubbio

da sventare.

 

Non dimenticare: il deserto

è ciò che ti farà

bere.

 

Incenso esistenza

cura.

 

Alcuna legge ha luogo in sé.

 

Essere noi, adesso,

è origine.

 

 

Testi tratti da Tutto è uno di Sergio Sichenze, Terra d’ulivi Edizioni, 2020

 

 

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Teiera triste. Un racconto di Cinzia Della Ciana

06 sabato Giu 2020

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, LETTERATURA

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Cinzia Della Ciana, Grumi sciolti, racconto

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Teiera triste è un racconto di Cinzia Della Ciana tratto dalla sua ultima pubblicazione “Grumi Sciolti” Helicon, 2020

Un profilo da panciuta teiera montata su una mole di un’altra panciuta teiera, modello Sheffield tardo Ottocento, un vecchio pezzo di un servito da nave non più lucidato, sconvolto da una patina che aveva inciso sulla lamina e fatto affiorare a sparo di proiettile efelidi brune.

Si sedeva al tavolino più esterno del caffè, quello al limitare del grande ombrellone bianco, parallelo al siparietto creato dal bosso rispetto alla piazza salotto della città.

La postazione era perpendicolare all’ingresso del locale e a tutti gli altri tavolini esterni. Era un tavolino quadrato da due, lei occupava la poltroncina di sinistra, mostrando in controluce la silhouette del suo profilo alla platea degli avventori. Fissava con occhi di brace chi non le era seduto di fronte.

 Lo sguardo intenso lustro di rabbia, una teiera bollente protesa a rovesciare improperi. Dalla borsa informe, abbandonata in terra accanto alla gamba del tavolo, pescava con il braccio molle la scatola delle sigarette e una volta raggiunta l’apriva di scatto. Estraeva la sigaretta e con rara abilità accendeva la miccia e aspirava a mantice. Poi rovesciava la nuvola addosso a chi non c’era. Biascicava parole e roteava la mano aggettandosi col petto sconfinando sulla metà del tavolino non di sua competenza. A tratti girava lo sguardo verso la piazza languida, respirando più intensa, scuoteva la testa.

All’arrivo del cameriere ordinava. Poco dopo dal vassoio ondeggiante atterravano sulla tovaglietta bianca una tazzina di caffè e un bicchiere di acqua nell’imbarazzo del cameriere che esitava a disporre le bevande, ma alla fine decideva di appoggiarle davanti a quella bizzarra umana teiera sconvolta da tanta incapacità.

Una volta allontanatosi il pinguino, la donna recuperava una strana calma. Sdraiava l’intera sigaretta sul posacenere e distribuiva quanto ordinato secondo un preciso ordine. L’acqua davanti alla poltroncina vuota. Il caffè sotto al suo bricco. Faceva un cenno quasi di cincìn e blaterando suoni che non arrivavano alla platea trangugiava il caffè in un sorso. Quindi apriva la bustina, la versava dentro la tazzina e girava i granelli allo spasimo, fino a che li raccoglieva a più riprese con il cucchiaino e li gustava deglutendo inquieta quanto in bocca aveva appena sciolto.

E mentre s’addolciva, il parlare defluiva ritmato da pause che nessuno dall’altra parte riempiva, ma che lei rigorosamente rispettava dondolando la testa, a tratti scuotendola per la comprensione che non riceveva. E i minuti diventavano un’ora e anche più. E la gente attraversava incurante la piazza che nell’attardarsi del giorno si andava aranciando. E gli avventori si alternavano agli altri tavolini. Lei ancora lì: non la vedeva nessuno, e nessuno lei vedeva, se non chi davanti a lei non c’era. Poi in un momento incalcolabile, quando le cicche le avevano spento anche l’anima e sfumato ogni desiderio, chiedeva il conto sbandierando minacciosa l’ultima sigaretta a mo’ di marchiatore di bestie. Il cameriere giungeva quasi lanciando il biglietto per il timore di subirne le conseguenze, per il disagio di entrarvi in contatto.

Frugava nel borsello ciondolo le monete che sapevano d’elemosina e maniacale le impilava precise a torre accanto al posacenere. Afferrava il collo alla borsa, raccoglieva le sue curve flaccide e salutava chi non c’era, quasi sputandogli addosso, tanta era la saliva che sporgeva a spuma dal labbro inferiore. Poi scavalcava la siepe nel punto esatto in cui il varco non teneva e s’allontanava sbuffando come una teiera appena messa sul fuoco. La tazzina era vuota, il bicchiere di acqua ancora pieno.

Il cameriere finalmente poteva sparecchiare.

***

“Non ancora, grazie debbo bere.”
“Scusi pensavo la signora fosse sola.”
“Sono arrivata tardi. Posso?”
“Certo, mi scusi si accomodi pure… non avevo capito.”
“Lei non capisce mai!”
“Come scusi?”
“Ogni volta non mi fa finire.”
“In che senso?”
“Porta via tutto senza aspettare.”
“Ma scusi cosa dovrei aspettare?”
“Che io beva.”
“Ma la signora se n’è andata …”
“Il bicchiere è per me e io mi siedo se e quando voglio.”
“Va bene… ma io come facevo a saperlo?”
“Stia più attento nello svolgere il suo lavoro, non deve solo sperare di finirlo presto e di pulire subito. Lei ce l’ha scritto in fronte: fuori uno, uno in meno.”

E solfeggiando con la mano finalmente mi sedetti al tavolino. Con la schiena dritta, come una caffettiera napoletana che aspetta di esser girata appoggiai sul piano la mia borsetta a bauletto. Estrassi gli occhiali, li inforcai e guardai la piazza attraverso la lente di quel vetro pieno. Poi lentamente rovesciai il bicchiere e mi misi a guardare il rigagnolo del liquido che lento si faceva strada sulla tovaglia e s’avviava a affrontare il grande salto verso terra.

“Aspetti, aspetti… asciugo e gliene porto un altro.”

“No! Bere non è la risposta e bevendo dimentichi la domanda. Ha visto come ci si può ridurre a bere? Si parla da soli, come la signora che se n’è appena andata!”

E mentre il cameriere si allontanava, sentii chiaramente le parole dell’ottuso che non aveva capito niente: “Bisogna che smetta di non bere, non vale a nulla essere astemio.”

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BYE (Chapbook) di Giorgio Brunelli

01 lunedì Giu 2020

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, I nostri racconti, LETTERATURA

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Bye, Giorgio Brunelli

 

Gentile narratario,
questo squarcio di vita reale o immaginaria, vede come primattore l’uomo contemporaneo, cui l´io narrante ne ha amaramente edulcorato le gesta.
Un eroe disilluso, esacerbato dalla consapevolezza filosofica e pragmatica di una sconfitta infinita, di uno scacco esistenziale inevitabile; una riedizione aggiornata del topos letterario e, antropologico, della figura del “vinto”. L´attitudine ad assumere un protocollo narrativo decisamente grottesco, drammatizzando parodicamente gli assunti ripescati dal mondo del “banale”, collude con una provocatoria ricercatezza verbale la quale, coniugata a una tendenza dissacratoria del linguaggio stesso, ne sottolinea l’ontologica inadeguatezza a sostenere fino in fondo la tragedia del vivere.

Giorgio Brunelli

*

 

Francesca, in quell’infuocato occaso di maggio, tornava con un Intercity da un convegno sull´arte a Milano. Terminai di guardare la centocinquantesima puntata di Un posto al sole e mi avviai a recuperarla in stazione con la mia automobile nuova: una Saxo immatricolata sedici anni addietro, acquistata per cento euro e salvata dalle capziose rottamazioni con gli incentivi statali. Per eludere reità cagionate da eventuali ritardi, arrivai in anticipo e ne approfittai per recarmi alla toilette di Trenitalia, ma non disponendo di un soldo per il piattino della migrante alla reception, dovetti trattenere nella vescica il giro di shottini consumati al brunch. Frustrato per l’insoluta minzione, mi affrancai verso l’angolo fissato per l’appuntamento.

Mi venne incontro con una falcata da virago e sensuali fianchi basculanti poggiati su dei cuissardes violacei da troia, martellati e inchiodati da un certo Manolo, un illustre calzolaro spagnolo. Il volto, aniconico dalla stanchezza, le sviliva il perfetto maquillage. La minigonna, disegnata per lei in esclusiva da un amico sartino angloturco, le slanciava ancor più il corpo segaligno e flessuoso da patinata gazzella contemporanea. Stringeva sotto al braccio una cartella minimal in pelle primo fiore e, con atavico appeal, indossava sontuosamente, calato sulla fronte, in ossequio ai diktat modaioli, un Borsalino avorio a larga tesa con vezzosa piuma di pavone, che le dissimulava – eccetto le cascate elicoidali dei tirabaci – la mole ondulata e abbacinante della chioma Terra di Siena.

Mi baciò distrattamente le labbra e interpretai al volo la sinossi di quel bacio; un horror vacui a venire non più rilevante di altri passati. La dottoressa Francesca Cinotti, Frenci per tutti, la conobbi in un falansterio dell´arte di firma archistar, all’inaugurazione della mostra
personale di Manlio Cattani, un mediocre e velleitario performer da lei fortemente sostenuto. Titolata esegeta della critica d´arte, Frenci era precipuamente marcata da una prezzolata congerie d’imprenditoria salottiera e smargiassa, e da galleristi parafiliaci d´ordine sagristico. Era peraltro accerchiata da un´organigramma di platidattili di giunta comunale, da propalatori calunniosi, dagli usuali prezzemolisti della gauche caviar, da artisti di scuderia campioni di dressage, e da una fumisteria di checche orbitanti nei dipartimenti modaioli. Infine, concatenati al filo rosso, vi si appellavano pivotanti art advisor sguinzagliati da lungimiranti istituti di credito, demiurghi tassidermizzati da café chantant con ascot al collo, e cuccioli criptociarlieri di critici d´arte, attitudinalmente inclini all´alpinismo curatoriale. Sostanzialmente, in questa vaudeville “coprosociale”, s´infingeva il meglio del portaborsame antropofagico del settore. Tutti peones di un sistema dell´arte divenuto inverecondo, correamente adunato in un anamorfico habitus di perfidi ciangottii.

L´ipertrofica mostra del pupillo di Frenci, così come in ogni altra sponsorizzata esposizione con menù gratuito alla carta, in realtà fungeva per tutti i presenti – me stesso in primis – da sputtanevole alibi per degustare la raffinata nouvelle cuisine proposta dal fastoso catering nel suo immaginifico buffet. Le ambite vettovaglie venivano ineccepibilmente glorificate su una striscia avorio di fine cotone broccato. Nel parapiglia collettivo, scatenato dalla corsa all´approvvigionamento per le dispense domestiche, oltre all’ordito prezioso della tovaglia, venivano pure sbranate le gambe della chilometrica tavola e i sottopiedi in acciaio temperato. E appunto, in questa schizoide temperie, fra il “c’era questo e c’era quello,” c’era anche lei: la storica dell’arte charmant. Nei sibilanti milieu dei gangli artistici nazionali, era arcinoto il suo scrivere d’arte salacemente percettivo e profondamente colto.
Ella, una bobo (Crasi linguistica di bourgeois-boheme. Giovane e colto professionista, dalla vita sociale brillante caratterizzata da comportamenti anticonformistici) dell’high-class lombarda, si era meritocraticamente guadagnata il girocollo d’alloro al DAMS di Bologna, assieme all’altro in smeraldi di Bulgari, prodigioso cadeau di laurea regalatole dall’ inorgoglito padre.

Dopo quel mattino giocondo, per lei fu un pontificato continuum di tripudi professionali. A unanime parere, era per giunta una donna squisitamente esteta e chic, amante di conversazioni ad alto nitore intellettuale, che sosteneva con tonalità di voce incolori. Poteva risultare oscenamente snob e, pur essendolo profondamente, riusciva a declinare la caterva di critiche al vetriolo adottando una verve lemmatica argutamente eresiarca. Comunque, dopo una bottiglia condivisa di prosecco, un cesto di moine picaresche e un paio di intuizioni azzeccate in merito all’opera del suo delfino ammaestrato, vinsi la sua F nella rubrica del cellulare. Seguì l’omologato corteggiamento a ruota di pavone e, al trigesimo della nostra conoscenza, già appendevo la mia gruccia di vita nel sei ante wengé di Frenci.

Gli esordi del rapporto furono intellettualmente vivaci e compulsivamente scoperecci. Ciò mi faceva evincere che, diversamente dalle mie precedenti rovinose convivenze, Frenci fosse la Musa perfetta, da me sempre agognata. Ella, tuttavia, era opportunamente mia moglie per il “do ut des” con l’establishment curiale col quale era reprensibilmente ammanicata, e mia libera compagna con gli estranei e tutta la sua sfera amicale, mia indefessa delatrice. In sintesi, Francesca Cinotti, detto all’ americana, incarnava il perfetto prototipo della “career woman”. Diversamente da me che, grazie alla Legge 180/78 Basaglia, potei scansare una ciclicitá di TSO manicomiali e che, per un singolare gap metempsicotico, nacqui coevo all´inconsolabile trapasso di Marylin. Ero un misantropo patologico e pennivendolo dopolavorista che gravitava nell´iniquo mondo dell´arte figurativa. In sostanza, all´impianto sociale apparivo come umbratile e schivo, avvolto da un´ostica nube anedonica che non di rado precipitava in stati di cupezza a dirotto. Ero peraltro stremato dall’essere strattonato in stereotipati inviti su répondez s’il vous plaît, frivoli happy hour o altre scoglionanti didascalie assoggettate al territorio speculativo del demanio ricreativo.

La Cinotti era bene informata sul fatto di quanto detestassi e demolissi con ferocia talune nomenclature professionali. Saccenti categorie costituite nelle quali vi individuavo, in un cospicuo numero di funtori ad esse accorpate, indizi di caratteri autoencomiastici altamente glicemici. Un nugolo di urticanti fragilitá ascrivibili al paradigma “primi della classe”, cui questa boriosa selezione di narcisismo overt, ne sventolava surrettiziamente il proprio sfilacciato gonfalone da caserma abbandonata. Forse, l´ostracismo connaturato in questo mio rifiuto oltranzista, si fulcra in un retropensiero afferente al mio frottage di un padre, il quale portava in dote una cifra artistica potente di cui egli con modestia, tendeva ad ascondere per un commovente senso di colpa impietosamente addossatogli dalla sua naturale perizia. Era peraltro pienamente conscio dell´innatismo del suo talento, che tuttavia ne adombrava la contezza, grazie a una forma indulgente di rispetto, di cui inconsciamente se ne avvaleva al fine di preservare la dignità della sua falange amicale artisticamente normodotata.

Pertanto, archiviata questa digressione paterna innervante sottotraccia, non potevo altro che desumere che tutto questo sottobosco “barnumizzato”, era il cachettico architrave che sosteneva l´intero mondo cinottiano; un meltin´ pot di opportunistiche relazioni, congiunte a un dopolavorismo tautologico impastato di cardio-frequenzimetri, assaggi di veganismi e bilance al quarzo alla senna, noto estratto di foglia dal devastante effetto waterrea. Come un logoro refrain, il tempus fugit arrivò a rarefare tutti i nostri ardori e candori. Così, ineluttabilmente puntuali, si presentarono al nostro cospetto i primi scazzi preventivati di norma, causati da una sommatoria di mutuali coazioni a ripetere, ormai largamente divenute intollerabili a entrambi. Una sera, speculare di altre, l’automobile rifiutó l´accensione. Frenci sussultò sul sedile e vomitò un´erotica interiezione che un tempo le avrei persino lambito con infinito amore. Poi, impostando la dizione, sbraitó un estetico “diocane!” maledendo l´infausto giorno in cui iniziò a darmi credito. Con la bizzarra alchimia dell´afflizione, convertì il senso di colpa in furore e, come in un ciak di Romero, scatenò l’amok rimastole imploso da mesi. Insorse strillando, invasata come non mai, che avrei dovuto rottamarlo quel fottuto trabiccolo da scalzacani, e che solo a un interdetto come me avrebbero potuto rifilarlo. Cercai anche sotto il tappetino poggiapiedi dell’utilitaria, dove mai poteva essersi imbucata la stupenda apparizione goduta al trasognante incontro all´orribile vernissage.

Con la mente a zonzo per i cazzi suoi, le braccia poggiate di peso sulle razze del volante crocchiando una caramella Rossana, tacqui, rimesso al suo solipsismo giaculatorio. A fine pistolotto il rottame tornò a rombare. Dopo un’ora di sordidi silenzi, segnalatori acustici di bilanci passivi e nebulosi ricordi, giungemmo a casa oramai arrendevolmente fagocitata da entrambi la riottosa querelle. Frenci si riempì la Vuitton di se e di sé e, scaraventandomi addosso le ultime scorie di contumelie, pigiò lo stop sulla nostra animata storia d’amore, lasciandomi con un ammosciante “Bye”.

Ferito a morte dal congedo tranchant, mi defibrillai l´anima segandomi selvaggiamente, finché l’ansia abbandonica si dissolse assieme al nostro paragrafo di ficcante chimica sentimentale.
Oggettivamente, era solo l´equa ripartizione di erotomachie licenziose, il volano che aveva graziato il nostro antinomico rapporto, tuttavia condotto per forza d´inerzia fino a quel topico addio. Riempii tre scatoloni del Billa con le mie suppellettili, e le lasciai le chiavi di casa sopra la consolle shabby chic. Sotto il vaso inflatable di design contenente le sue risibili petunie in feltro, infilai un’ultima succinta missiva che scrissi a mano sul retro di una bolletta del gas, imitando calligraficamente la font Vivaldi:

Oh mia Frenci, ma quanto che ti ho amato, cazzo!

Chissà, forse doveva andar così…o forse boh.

Beh, allora ciao.

 

 

Bye di Giorgio Brunelli, tratto da Inqlatio, Polluzioni patafisiche e non, di un pollo apolide al palo

 

 

Nato a Verona nel 1962, mi formo in Scultura all´Accademia di Belle Arti nella stessa cittá. Artista situazionista, mi occupo di scultura, digital art e grafica industriale. In merito lo scrivere, la mia penna vola notturna, saldamente sorretta da un´insonne passione antispeculativa. Dal 2012 vivo in Brasile fra macumbe, anaconde e, talora, saltuarie gioie minimali.

 

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Emilio Capaccio traduce Yves Bonnefoy – Fotografie di Lorenzo Noto

30 sabato Mag 2020

Posted by Loredana Semantica in Fotografia, Idiomatiche, Il colore e le forme, LETTERATURA

≈ 3 commenti

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Emilio Capaccio, Lorenzo Noto, Yves Bonnefoy

Nella rubrica “Idiomatiche” inaugurata lo scorso sabato per accogliere le traduzioni di testi poetici e no, pubblico questa la seconda parte dei testi di Yves Bonnefoy tradotti da Emilio Capaccio e fotografie di Lorenzo Noto. L’articolo precedente qui.

Yves Bonnefoy

L’uccello valica il canto dell’uccello
e si allontana 
Y.B.

Yves Bonnefoy, traduzioni di Emilio Capaccio, fotografie di Lorenzo Noto

IL POZZO

Ascolta la catena urtare la parete
Quando il secchio scende nel pozzo che è l’altra stella,
A volte la stella della sera, quella che arriva sola,
A volte il fuoco senza raggi che attende all’alba
Che escono il pastore e gli animali.
Ma l’acqua è sempre chiusa, in fondo al pozzo
E la stella resta sempre sigillata.
Si percepiscono delle ombre, sotto i rami,
Sono viaggiatori che passano di notte
Curvi, il dorso carico di una massa scura,
Esitando, si direbbe, a un crocevia.
Alcune sembrano attendere, altre si spengono
Nello scintillio senza luce.
Il viaggio dell’uomo, della donna, è lungo, più lungo
della vita,
È una stella alla fine del cammino, un cielo
Che abbiamo creduto brillare fra due alberi.
Quando il secchio tocca l’acqua che lo sorregge,
È una gioia, poi la catena lo affonda.

LE PUITS

Tu écoutes la chaîne heurter la paroi
Quand le seau descend dans le puits qui est l’autre étoile,
Parfois l’étoile du soir, celle qui vient seule,
Parfois le feu sans rayons qui attend à l’aube
Que le berger et les bêtes sortent.
Mais toujours l’eau est close, au fond du puits,
Toujours l’étoile y demeure scellée.
On y perçoit des ombres, sous des branches,
Ce sont des voyageurs qui passent de nuit
Courbés, le dos chargé d’une masse noire,
Hésitant, dirait-on, à un carrefour.
Certains semblent attendre, d’autres s’effacent
Dans l’étincellement qui va sans lumière.
Le voyage de l’homme, de la femme est long, plus long
que la vie,
C’est une étoile au bout du chemin, un ciel
Qu’on a cru voir briller entre deux arbres.
Quand le seau touche l’eau, qui le soulève,
C’est une joie puis la chaîne l’accable.

GLI ALBERI

Noi guardavamo i nostri alberi, fu in cima
Al terrazzo che ci furono cari, il sole
Si teneva ancora vicino a noi quella volta
Ma in ritirata, ospite silenzioso,
Sulla soglia della casa in rovina, che noi lasciavamo
Al suo potere, immenso, illuminato.
Vedi, ti dicevo, fa glissare contro la pietra
Ineguale, incomprensibile, del nostro appoggio,
L’ombra delle nostre spalle confuse,
Quelle dei mandorli che sono vicini a noi,
E quella stessa dei muri alti che si mescola alle altre,
Sfasciata, barca bruciata, prua che va alla deriva,
Come un sovrappeso di sogno o di fumo.
Ma quelle querce laggiù sono immobili,
La loro stessa ombra non si muove, nella luce,
Ci sono le rive del tempo che scorrono qui dove siamo
E il loro suolo è inabbordabile, tanto è rapida
La corrente della speranza grande della morte.
Guardammo per un’intera ora gli alberi.
Il sole attendeva tra le pietre, poi ebbe compassione,
Stese verso di loro, a un livello inferiore, nel burrone,
Le nostre ombre che sembrarono raggiungerlo,
Come allungando le braccia si può toccare
Talvolta, nella distanza tra due esseri,
Un istante del sogno dell’altro, che va senza fine.

LES ARBRES

Nous regardions nos arbres, c’était du haut
De la terrasse qui nous fut chère, le soleil
Se tenait près de nous cette fois encore
Mais en retrait, hôte silencieux
Au seuil de la maison en ruines, que nous laissions
À son pouvoir, immense, illuminée.
Vois, te disais-je, il fait glisser contre la pierre
Inégale, incompréhensible, de notre appui
L’ombre de nos épaules confondues,
Celle des amandiers qui sont près de nous
Et celle même du haut des murs qui se mêle aux autres,
Trouée, barque brûlée, proue qui dérive,
Comme un surcroît de rêve ou de fumée.
Mais ces chênes là-bas sont immobiles,
Même leur ombre ne bouge pas, dans la lumière,
Ce sont les rives du temps qui coule ici où nous sommes,
Et leur sol est inabordable, tant est rapide
Le courant de l’espoir gros de la mort.
Nous regardâmes les arbres toute une heure.
Le soleil attendait, parmi les pierres,
Puis il eut compassion, il étendit
Vers eux, en contrebas dans le ravin,
Nos ombres qui parurent les atteindre
Comme, avançant le bras, on peut toucher
Parfois, dans la distance entre deux êtres,
Un instant du rêve de l’autre, qui va sans fin.

UNA PIETRA

Hanno vissuto al tempo in cui le parole erano povere,
Il senso non vibrava più nei ritmi disfatti,
Il fumo abbondava, avvolgendo la fiamma,
Temevano che la gioia non li avrebbe risorpresi.

Hanno dormito. Fu per sconforto del mondo.
Passavano nel loro sonno dei ricordi
Come di barche nella nebbia che accrescono
I loro fuochi, prima di prendere l’altezza del fiume.

Si sono svegliati. Ma l’erba è già nera.
Le ombre siano il loro pane e il vento la loro acqua.
Il silenzio, l’inconsapevolezza il loro anello,
Una bracciata di notte tutto il loro fuoco sulla terra.

UNE PIERRE

Ils ont vécu au temps où les mots furent pauvres,
Le sens ne vibrait plus dans les rythmes défaits,
La fumée foisonnait, enveloppant la flamme,
Ils craignaient que la joie ne les surprendrait plus.

Ils ont dormi. Ce fut par détresse du monde.
Passaient dans leur sommeil des souvenirs
Comme des barques dans la brume, qui accroissent
Leurs feux, avant de prendre le haut du fleuve.

Ils se sont éveillés. Mais l’herbe est déjà noire.
Les ombres soient leur pain et le vent leur eau.
Le silence, l’inconnaissance leur anneau,
Une brassée de nuit tout leur feu sur terre.

 

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L’intervista a Silvia Rosa: Maternità marina

25 lunedì Mag 2020

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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Tag

Maternità marina, poesia contemporanea, Silvia Rosa, Valeria Bianchi Mian

copertina

Questa intervista appartiene a un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Silvia Rosa per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: “Maternità marina” (Terra d’ulivi edizioni, 2020).

http://www.edizioniterradulivi.it/maternita-marina/232

 

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

 

Il mio amore per la scrittura è nato quando ero bambina, ed è legato, come lo sono due facce della stessa medaglia, a quello per la lettura. Ho ricordi lontanissimi nel tempo, ma molto vividi, di mia madre che insieme a una piccola me di tre anni leggeva il primo volume di un’enciclopedia per l’infanzia, I Quindici, in voga negli anni Settanta. In quelle pagine c’erano immagini incantevoli e soprattutto filastrocche, nenie, poesie che piano piano avevo finito con l’imparare a memoria, prima ancora di saper decifrare da sola quei piccoli segni neri misteriosi, che tanto mi affascinavano. Nel tempo sospeso dell’infanzia c’erano anche fiabe, favole e racconti a farmi compagnia e il mio interesse per i libri cresceva così anno dopo anno. Alle scuole elementari ho avuto la fortuna di essere seguita da un ottimo maestro, che ha saputo trasmettermi tutto il suo amore per la letteratura e per la poesia: è stato lui che mi ha accompagnato mentre fiorivano in me tutte le parole seminate in precedenza. Ho iniziato a leggere da sola, e a scrivere temi e poesie, con gusto, con gioia: non erano semplici compiti da svolgere, scrivendo sentivo di dare un senso alla realtà e al mondo in cui ero immersa, soprattutto ai loro aspetti più incomprensibili e sofferti, con cui ero costretta a confrontarmi. E poi avevo una fantasia strabordante e una passione viscerale per la Parola, che fosse scritta o che fosse pronunciata a voce, ne sentivo tutta la forza e tutta la potenza creatrice, ed ero animata dal desiderio di dare vita a nuovi microcosmi a misura dei miei desideri. A dieci anni volevo riscrivere il mondo, lo volevo a immagine e somiglianza dei miei sogni!

 

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

 

Ecco, questa è una domanda che di solito temo, perché l’aspettativa è che io sappia rispondere con un elenco puntuale di nomi, e a seguire di ragioni, per cui quell’autrice o quell’autore ha segnato i miei orizzonti letterari. Io però non sono capace di stilare questo tipo di lista, è come se tutto quanto abbia letto in passato viva allegramente in anarchia nella mia memoria, sfumato in un mix indistinguibile di titoli, di libri di ogni genere, di scrittrici, scrittori e poeti di tutti i tempi e i luoghi, così, senza un ordine gerarchico particolare, confuso e refrattario alle categorizzazioni. Ci sono stati grandi amori (perché certa scrittura si ama al pari di una persona), passioni fugaci ma anche storie che sono durate negli anni (di alcuni autori ho letto via via la produzione al completo!), epifanie improvvise e delusioni, seconde opportunità rivelatrici (le riletture riservano sempre sorprese), età che hanno segnato un nuovo sentire e dunque altre esigenze, altre domande, un gusto che si è modellato con il trascorrere del tempo, seguito dalla voglia di non fossilizzarsi su quanto risuona di più per similitudine di vedute e di stile. Penso anche che in molti casi sia inconsapevole l’influenza che certe letture e certe personalità artistiche o letterarie hanno avuto, e che non sia così lineare l’attribuzione di maternità e paternità varie alla propria visione della vita e dell’arte. Per esempio, anche un autore con cui non si sente di aver nulla in comune, la cui lettura lascia apparentemente indifferenti, può invece esercitare un’influenza sommersa, anche solo per contrasto, per opposizione. Se mai mi riuscisse un giorno di compilare un elenco, sarà forse di questo tipo: quali sono stati i nomi che ho ignorato, non apprezzato, incompreso, sottovalutato, dimenticato… una lista delle influenze alla rovescia!

 

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

 

Per me la differenza tra “componente autobiografica” e “osservazione della realtà circostante” è abbastanza sfumata. Non credo in una scrittura oggettiva, impersonale, asettica, e se di osservazione si parla, allora è partecipata, lo sguardo è un setaccio che coincide con l’interiorità, si osservano certi dettagli del reale, e non altri, e quando si restituisce a essi una forma, attraverso la propria voce e il proprio modo di usare le parole, inevitabilmente lo si fa a partire dal sé, anche corporeo. Quindi penso che laddove non si scelga di narrare situazioni direttamente correlate alla propria autobiografia, comunque l’Io sia implicato in modo più o meno centrale nel processo di scrittura, anche se posto a latere del discorso. I miei testi nascono da esperienze non sempre vissute in prima persona, che però hanno avuto una forte risonanza emotiva, un impatto che ha smosso qualcosa nel profondo, gettando d’improvviso luce in quelle zone d’ombra che sono di solito inaccessibili. Quanto ai luoghi, sono presenti, a volte con riferimenti precisi, più spesso con una certa vaghezza che li rende un poco anonimi, qualche volta si assottigliano e diventano paesaggi onirici, o accolgono memorie di viaggi sedimentate nel tempo.

 

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

 

“Maternità marina” è un’antologia poetica, che raccoglie i testi di trenta autrici italiane contemporanee, scritti a partire dalle suggestioni di una serie fotografica di ventotto scatti, con inserti grafici a ricamare le fotografie e illustrazioni a puntellare i versi, come una sorta di  sottotesto che accompagna la narrazione poetica e tiene insieme tutto l’impianto dell’opera. Nasce da una mia idea, e da un primo esperimento che mi ha visto cimentarmi con la macchina fotografica. Adoro la fotografia e spesso in passato ho collaborato con artisti e fotografi, scrivendo poesie per dare voce ai loro scatti. Con “Maternità marina” è successo il contrario, ho coinvolto le poete: Franca Alaimo, Vera Bonaccini, Angela Bonanno, Claudia Brigato, Martina Campi, Paola Casulli, Mirella Ciprea Crapanzano, Flaminia Cruciani, Alessia D’Errigo, Lella De Marchi, Francesca Del Moro, Laura Di Corcia, Claudia Di Palma, Alba Gnazi, Ksenja Laginja, Anna Lamberti-Bocconi, Daìta Martinez, Silvia Maria Molesini, Gabriella Montanari, Renata Morresi, Daniela Pericone, Valeria Raimondi, Anna Ruotolo, Silvia Secco, Francesca Serragnoli, Enza Silvestrini, Claudia Sogno, Alma Spina, Antonella Taravella, Claudia Zironi, perché fossero loro a scrivere i testi in sintonia con le mie immagini.

Valeria Bianchi Mian, con la quale collaboro al progetto “Medicamenta- lingua di donna e altre scritture” sotto la cui egida è nato il libro, è stata invece l’ideatrice del racconto grafico, dedicandosi alle illustrazioni e realizzando la delicata trama di inserti che riscrivono le foto di significati ulteriori. Il libro contiene anche le nostre due introduzioni come curatrici (quella di Valeria con un taglio psicoanalitico) e due nostre poesie, che abbiamo volutamente lasciato a margine della narrazione, a cui invece hanno dato forma le altre autrici. A conclusione dell’opera appare la postfazione accurata dell’artista Sandra Baruzzi, che riflette sulla sintesi che linguaggio visivo e scritto producono. Insomma, è un libro composito, stratificato, multiforme, onirico, conturbante e perturbante, tutto al femminile.

 

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

 

A essere onesta non ho mai pensato che un mio libro potesse essere utile o necessario, in generale. Ho avuto piuttosto la speranza che potesse incontrare lo sguardo generoso di una lettrice o di un lettore, essere riconosciuto, prestare la sua voce per incarnare un sentire altro dal mio, rinascere a nuova vita attraverso inedite attribuzioni di senso. Per quanto riguarda “Maternità marina”, trattandosi di un’opera corale, incentrata sul tema complesso del materno, mi auguro che possa interessare ed essere d’aiuto ‒ come una mappa ‒ a chi voglia incamminarsi in questo territorio originario, accogliente e impervio al contempo, accompagnato dall’eco dei versi e delle immagini, per un’esperienza totalizzante e sinestetica, al confine tra sogno e incubo.

 

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

 

Quasi un decennio fa, durante una vacanza al Sud, stavo passeggiando sulla spiaggia, nella luce abbacinante dell’estate mediterranea, quando ho visto una poltrona rossa abbandonata sugli scogli, scolorita e segnata dal tempo, eppure ancora così accogliente. Ho avuto una visione, non so come altro dire, cioè ho visto (immaginato, ma sembrava molto reale) una giovane donna vestita di bianco, seduta sulla poltrona, e a questa immagine primigenia poi ne sono seguite altre, un racconto intero, una specie di fiaba, a cui ho sentito il bisogno di dare concretezza  attraverso le immagini fotografiche. Io però non sono una fotografa, quindi è stato tutt’altro che semplice realizzare gli scatti. Solo molto tempo dopo, quando ho ripreso la serie fotografica dall’oblio in cui l’avevo relegata, quando ho condiviso questa visione con Valeria e poi con le altre poete, solo in quel momento è stato davvero gettato il seme da cui l’opera è nata.

 

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, a orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

 

Di solito scrivo quando ho l’ispirazione, di getto, e spesso succede la notte. Durante il giorno poi mi occupo della revisione, del lavoro di limatura. L’unico mio testo poetico contenuto in “Maternità marina” è nato in un periodo in cui stavo leggendo il libro di Tiziana Cera Rosco, “Corpo finale”, un’opera potentissima, che mi ha molto turbato. Diciamo che per certi versi è stato come gettare sale su una ferita, la mia ferita, quella con cui da sempre faccio i conti.

Il libro nella sua interezza, invece, ha avuto una lunga gestazione, durata più di due anni. Ho scoperto mio malgrado che essere curatrice mi rende ancora più perfezionista del solito, perché è più forte il senso di responsabilità che accompagna il prendersi cura di poesie altrui. Poi il libro è stato il frutto della collaborazione con Valeria, quindi per due anni abbiamo discusso, vagliato e valutato tutti i dettagli, ci siamo confrontate su ogni decisione da prendere, ed essendo due personcine dalla testa molto dura non sempre siamo giunte subito a un accordo su come procedere.

 

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

 

La copertina è in linea con lo stile della collana “Le Avventurine” in cui è stata pubblicata “Maternità marina”. L’immagine è una foto presente nel libro, nella seconda sezione, lavorata con gli inserti grafici che Valeria ha creato per ogni scatto, seguendo una sua linea narrativa precisa e circolare. L’abbiamo scelta perché non rivela troppo, pur presentando tutti gli elementi salienti della storia: il riferimento al mare (la conchiglia), la donna-madre, l’ambientazione nella natura, quel qualcosa di fiabesco che connota tutta l’opera.

 

  1. Come hai trovato un editore?

 

Ho scritto, presentando una prima versione del progetto, direttamente all’editore Elio Scarciglia, di Terra d’ulivi edizioni. Volevo che fosse proprio lui a occuparsene, cercavo un editore in grado di curare la parte grafica/fotografica nel migliore dei modi, e sapevo che lui è un ottimo fotografo e che Terra d’ulivi ha una collana dedicata ai libri foto-poetici. Inoltre nel suo catalogo molti sono i nomi di autori e autrici validi e quindi avevo la sicurezza che le due anime del libro, poesia e immagini, avrebbero trovato tutta l’attenzione e la cura necessarie. La prima versione del progetto non ha convinto l’editore, così dopo qualche tempo gliel’ho ripresentato con alcune varianti. Nel frattempo l’ho mandato anche a poche altre case editrici, diciamo per avere un piano B nel caso Elio bocciasse di nuovo la proposta. Invece gli è molto piaciuta l’idea nuova e così abbiamo iniziato a lavorarci. È stato prezioso potermi confrontare con lui, e non posso che ringraziarlo per la pazienza cha ha avuto con me e con Valeria.

 

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

 

A chi apprezza la commistione dei linguaggi artistici, a chi ama la buona poesia, a chi ha voglia di immergersi in atmosfere oniriche e fiabesche, a chi non ha paura di sondare zone d’ombra, a chi è interessato alla scrittura contemporanea che pone al centro paure, limiti, complessità, aperture ed epifanie del femminile, a chi è animato da curiosità, a chi è sedotto dalla bellezza e dai suoi rovesci, a chi cerca un libro originale e fuori dagli schemi.

 

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

 

Si era pensato a una serie di presentazioni su tutto il territorio nazionale, dal momento che le autrici coinvolte abitano in quasi ogni regione d’Italia. Data la situazione contingente, tuttavia, al momento l’idea è di iniziare a dare notizia del libro tramite i social e i blog, magari anche con l’ausilio di video presentazioni.

 

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legata e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

 

Per non fare torto a nessuna autrice, scegliendo una sola poesia delle trenta che compongono l’opera ed escludendo dunque tutte le altre, riporto il mio testo, che come dicevo è a margine della narrazione, insieme a quello di Valeria, contenuto nell’introduzione. Non è assolutamente il più riuscito, anzi, e forse nemmeno il più rappresentativo dell’antologia, proprio perché pur essendo in tema, non è associato a nessuna foto. Nell’introduzione lo presento come “preludio [al] viaggio nel luogo più terrestre e viscerale che ci appartenga, una piccola bussola da disattendere alla ricerca del proprio spicchio di luna, del volto autentico della Madre che ci abita dall’origine dei tempi”:

 

L’ALTRA MADRE

 

Avrebbe potuto essere

animale respiro bianco

latte di tenerezza sangue

nel sangue identico,

un cordoncino ombelicale

di silenzi esattamente puntati

al petto dal viola di un capezzolo

al cuore tutto pieno di mani,

fare parola passi centro

di ogni sguardo del presente

e del futuro stella polare

 

Avrebbe potuto essere

non la distanza siderale

in luogo d’ogni azzurro,

la purezza del bicchiere vuoto

della carne intatta destinata

ad avvizzire ‒ meraviglia

in una teca senza corpo

 

Avrebbe potuto scegliersi

colomba un manto di peluria

imponente fiera d’unghie

che ruotano intorno al giallo

degli occhi, schiudersi, sfuggire

alla precisione di sé stessa

 

(invece)

 

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

 

Vorrei tanto che questo libro tutto al femminile fosse letto anche dagli uomini. Mi piacerebbe che qualcuno ne scrivesse, vorrei avere riscontri per scoprire se e quali corde ha sfiorato nel lettore. Mi piacerebbe che, al di là degli esiti perfettibili, fosse evidente quanta cura e attenzione ci sono state dietro alla sua realizzazione.

 

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

 

Non saprei. Sono io la prima ad avere molte domande in sospeso con me stessa rispetto a questo progetto. Vorrei tanto che a qualcuno venisse in mente di darmi proprio le risposte che non ho trovato da sola. Ecco perché aspetto qualche parere, qualche restituzione di senso, la possibilità di nuove interpretazioni.

 

 15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova        opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

 

Sempre in collaborazione con Valeria Bianchi Mian, ho in cantiere una nuova antologia, di cui saremo curatrici.  È un lavoro che nasce da una mia rubrica pubblicata a puntate sul blog Poesia del nostro tempo, dal titolo “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione”, dedicata al tema dei confini e della migrazione, con un focus sulla questione linguistica di chi scrive in una lingua seconda. Poete straniere, che vivono o che hanno vissuto in Italia, raccontano la propria storia di migranti anche attraverso la poesia. Sto lavorando a una mia prossima raccolta, ma sono ancora in una fase aurorale, è troppo presto per prevederne gli sviluppi e dare anticipazioni in merito.

Speriamo bene!

silvia

 

Silvia Rosa nasce a Torino, dove vive e insegna. Laureata in Scienze dell’Educazione, ha frequentato il Corso di Storytelling della Scuola Holden (2008/2009). È vicedirettrice del blog “Poesia del Nostro tempo”, dove si occupa tra l’altro delle rubriche “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione” e “Scaffale poesia: editori a confronto”, ed è redattrice di “NiedernGasse”, dove cura le rubriche “L’asterisco e la Margherita”, firmandosi con il nome di Margherita M. e “Fuori banco: cronache dalla scuola degli ultimi”. Collabora con il blog Margutte e fa parte della redazione di “Argo annuario di poesia”. È tra le ideatrici del progetto “Medicamenta: lingua di donna e altre scritture”, che propone una serie di letture, eventi e laboratori rivolti a donne italiane e straniere, con le loro narrazioni e le loro storie di vita. Ha intervistato e tradotto alcuni poeti argentini, dando vita al progetto Italia Argentina ida y vuelta. Incontri poetici, pubblicato nel 2017 in e-book (edizioni Versante Ripido ‒ La Recherche). Suoi testi poetici e in prosa sono presenti in diversi volumi antologici e sono apparsi in riviste, siti e blog letterari. Tra le sue pubblicazioni: le raccolte poetiche Tempo di riserva (Giuliano Ladolfi Editore 2018), Genealogia imperfetta (La Vita Felice 2014), SoloMinuscolaScrittura (con prefazione di Giorgio Bàrberi Squarotti, La vita Felice 2012), Di sole voci  (LietoColle Editore 2010); il saggio di storia contemporanea Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960) (Ananke Edizioni 2013).

Biobibliografia completa qui:

http://www.larecherche.it/biografia.asp?Tabella=Biografie&Utente=silviarosa

 

 

 

 

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Emilio Capaccio traduce Yves Bonnefoy – Fotografie di Lorenzo Noto

23 sabato Mag 2020

Posted by Loredana Semantica in Fotografia, Idiomatiche, Il colore e le forme, LETTERATURA

≈ 1 Commento

Tag

Emilio Capaccio, Lorenzo Noto, Yves Bonnefoy

Questo post avrebbe potuto essere un Prisma lirico, cioè un articolo che sposa parola poetica e suggestione di immagini in un unicum, e, in effetti lo è, ma questa volta è esaltata, a maggior valore, quella particolare attenzione alla parola che riversa il testo da un idioma ad un altro, con l’operazione di traduzione d’autore. Potrei dilungarmi ad approfondire cosa significa tradurre, se occorre essere fedeli al testo, se personalizzare la traduzione secondo il proprio sentire, ma questa è un’introduzione non un approfondimento, tanto più che io stessa quando traduco la mia amata Emily Dickinson non sono molto rispettosa delle sue caratteristiche di scrittura, le maiuscole ad esempio, i trattini sparsi. Tolgo virgole, articoli determinativi e indeterminativi. A volte non è che proprio traduco, piuttosto “converto” o reinterpreto. Da ciò, cioè da questo comportamento concludente se ne deduce anche il mio pensiero. Io sono convinta che tradurre sia un’operazione che sta al traduttore, e spazia dal letterale al libero, secondo il suo sentire. Certamente però tradurre sempre e sempre sarà un voler comprendere profondamente il testo sposandolo alla propria lingua e, dunque, contemporaneamente un omaggio al poeta o scrittore scelto e  diffondere la traduzione è volerlo più conosciuto e conoscibile nel proprio mondo. Tradurre è quindi contemporaneamente una testimonianza di passione per la parola e per quello specifico autore.

Quando ho letto le traduzioni delle poesie di Yves Bonnefoy di Emilio Capaccio,  espressione della sua passione nel senso che ho esposto sopra, ho pensato che fosse il caso di avviare questa nuova rubrica dedicata alla traduzione dei testi di letteratura, poetici e no. Si chiamerà “Idiomatiche”. Per l’occasione ho chiesto a Lorenzo Noto di poter scegliere alcune sue foto da affiancare ai testi in lingua originale e tradotti. Ecco il frutto del connubio in questa suggestiva inaugurazione. Il prossimo sabato la seconda parte di questo articolo.

Yves Bonnefoy, traduzioni di Emilio Capaccio, fotografie di Lorenzo Noto

L’uccello valica il canto dell’uccello

e si allontana. (Y.B.)

IL FULMINE

Ha piovuto, questa notte.
La strada ha l’odore dell’erba ammollita,
Poi, nuovamente, la mano della calura
Sulla nostra spalla, come
A dire che il tempo non torna indietro a riprenderci.
Ma là, dove il campo viene a incespicare contro il mandorlo,
Vedi, un rossiccio è balzato
Da ieri a oggi attraverso le foglie.
E noi ci siamo fermati, è fuori dal mondo,
E io vengo vicino a te,
Finisco di strapparti dal tronco annerito,
Ramo, fulminato,
Da cui la linfa di ieri, ancora divina, scorre.

LA FOUDRE

Il a plu, cette nuit.
Le chemin a l’odeur de l’herbe mouillée,
Puis, à nouveau, la main de la chaleur
Sur notre épaule, comme
Pour dire que le temps ne va rien nous prendre.
Mais là où le champ vient buter contre l’amandier,
Vois, un fauve a bondi
D’hier à aujourd’hui à travers les feuilles.
Et nous nous arrêtons, c’est hors du monde,
Et je viens près de toi,
J’achève de t’arracher du tronc noirci,
Branche, été foudroyé
De quoi la sève d’hier, divine encore, coule.

 

LA CAMERA

Lo specchio e il fiume in piena, stamattina,
Si chiamavano attraverso la camera, due luci
Si trovano e si uniscono nell’oscuro
Dei mobili della stanza dissigillata.

E noi eravamo due paesi di sonno
Comunicanti dai loro scalini di pietra
Dove si perdeva l’acqua non agitata di un sogno
Sempre riformatosi, sempre infranto.

La mano pura dormiva accanto alla mano inquieta.
Un corpo poco alla volta nel suo sogno si muoveva.
E lontano, sull’acqua più nera di un tavolo
L’abito rosso illuminante dormiva.

LA CHAMBRE

Le miroir et le fleuve en crue, ce matin,
S’appelaient à travers la chambre, deux lumières
Se trouvent et s’unissent dans l’obscur
Des meubles de la chambre descellée.

Et nous étions deux pays de sommeil
Communiquant par leurs marches de pierre
Où se perdait l’eau non trouble d’un rêve
Toujours se reformant, toujours brisé.

La main pure dormait près de la main soucieuse.
Un corps un peu parfois dans son rêve bougeait.
Et loin, sur l’eau plus noire d’une table
la robe rouge éclairante dormait.

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Nota di lettura di Anna Maria Bonfiglio su “Nei giorni per versi” di Anna Maria Curci, Ed. ArcipelagoItaca, 2019

20 mercoledì Mag 2020

Posted by marian2643 in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Recensioni

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Anna Maria Bonfiglio, Anna Maria Curci

Ci sono libri che leggi per interesse, libri che leggi per piacere, libri che leggi per imparare. Poi ci sono libri che non smetti mai di leggere, libri che ti accompagnano per tutta la vita e che ogni volta che li leggi ti trasmettono qualcosa di nuovo e di diverso. E’ a questa categoria, che per comodità definirei evergreen, che appartiene Nei giorni per versi della poetessa, scrittrice e traduttrice Anna Maria Curci. Ho incontrato la scrittura di Anna Maria leggendo delle pagine di prosa nelle quali, attraverso i colori degli abiti indossati, venivano ricordati figure e fatti della vita dell’autrice e ne sono rimasta affascinata. E’ passato qualche anno ma ricordo ancora l’emozione che quella lettura mi ha trasmesso, rinviandomi ad un tempo che anche io avevo vissuto e ricordandomi nella figura della madre la mia stessa madre. Così ho iniziato a seguirla, ammirando lo stile della sua scrittura, la professionalità nell’espansione del proprio “sapere”, sempre misurata e profonda, e la generosità nella promozione della poesia degli altri. Tutto ciò ha trovato ulteriore compimento nella lettura della sua silloge poetica di cui affettuosamente mi ha fatto prezioso dono.

Nei giorni per versi  mi ha catturato subito ma mi ha anche messo un po’ di soggezione: cosa potevo dire io di una così perfetta operazione di stile, dove significato e significante si intersecavano e la parola poetica, tanto criptica quanto suggestiva, apriva un mondo infinito di interpretazioni? E più leggevo più mi sentivo immersa in un universo di significazioni. La voce poetica di Anna Maria Curci “netta la parola come sfogliando un cespo fino al suo cuore tenero”, scrive nella accurata e illuminante prefazione Patrizia Sardisco, sottolineando proprio la capacità dell’autrice di fulminare con il verso l’attimo cogente che spetta al lettore decodificare. Già il titolo della silloge si pone come primo nucleo generativo di indagine: nei giorni per versi, anaforico e musicale; trascorrere i giorni inseguendo i versi, dedicando tempo ai versi; ma anche nei giorni per-versi, laddove il tempo si manifesta nella sua valenza persecutoria. Le centosettantatré quartine di endecasillabi che compongono la raccolta si snodano senza soluzione di continuità riferendoci un quadro diaristico che fulmina riflessioni, ricordi, squarci di ironia e fustigazioni di costume in un ensamble (e uso questo termine a ragion veduta per l’intrinseco innesto musicale dei versi) di risonanze che coniugano motivi di cronaca quotidiana e colti riferimenti letterari. Il genere letterario che Anna Maria Curci declina in questa raccolta è l’epigramma, canone dominante per l’espressione poetica che traduca in rapida sintesi un’arguta e mordace critica:

 

“Quei rondinotti rannicchiati all’Elba

sono cresciuti, si son fatti corvi.

Non gracchiano, starnazzano eleganti,

librano versi telecomandati”.

 

Metafora del proliferare versificatorio, la quartina ricorda le novecentesche schermaglie di poeti quali, solo per citarne alcuni, Caproni, Montale e Flaiano che se le mandavano a dire tanto in maniera manifesta quanto in metafora. E ancora Curci:

 

“Si affanneranno nuove schiere d’api

a degustare (già mutato il gene)

sputando il seme, trattenendo il vago.

Il festone chiassoso empie le gote.”

 

Garbo ed eleganza accompagnano l’ironia e il rammarico per l’uso-abuso del genere poesia, parola che può ritorcersi contro:

 

“Quando mi troverai già sfilacciata

dalla tua attesa inerte, mio poeta,

bollandoti la fronte penserai

che mai io sono innocua, io parola.”

 

Sferzante monito al doveroso riguardo che  esige l’espressione poetica. Ma l’obiettivo della nostra poetessa zooma anche su altre realtà, indaga la contemporaneità, gli affetti, l’arte, ha sguardi di tenerezza per il passato:

 

“A fine luglio, nei giorni di pioggia,

giocavamo a Monopoli o a Carriere.

Meteo e tempo ci erano propizi.

Mai più sarebbe stato come allora.”

 

Andando avanti nella lettura incontriamo quartine di carattere intimo, la poetessa a confronto con se stessa, un’eva versus eva, donna, figlia, moglie, madre, docente, che si ritrovano infine in un unicum.

“Mi cullo in quello che di me dicevi;

          metà e metà, formica e poi cicala,

          un ibrido che ascolta, stipa e canta.

          Ti cerco nella sera sopraggiunta.”

 

E allora i versi si abbandonano  all’umbratile malinconia, alla tentazione di una resa dei conti, ai fatali distacchi, “oggetti smarriti alla dogana”. La lettura ci aggancia alle pagine e una dopo l’altra non sai più quale quartina scegliere da citare per chiudere questa mia breve nota di lettura:

“Man mano che si accende lume a lume

           Sostiamo nel silenzio che rapprende

           Lo squarcio all’improvviso rivelato.

           Noi che veniamo al mondo lacerando.”

 

Anna Maria Bonfiglio

 

 

 

 

 

 

 

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Ricordando Mario Luzi

18 lunedì Mag 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Segnalazioni ed eventi

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Mario Luzi

Il 28 febbraio di 15 anni fa moriva il grande Mario Luzi. Vogliamo ricordarlo attraverso le sue stesse parole.

Alla vita

Amici ci aspetta una barca e dondola
nella luce ove il cielo s’inarca
e tocca il mare, volano creature pazze ad amare
il viso d’Iddio caldo di speranza
in alto in basso cercando
affetto in ogni occulta distanza
e piangono: noi siamo in terra
ma ci potremo un giorno librare
esilmente piegare sul seno divino
come rose dai muri nelle strade odorose
sul bimbo che le chiede senza voce.
Amici dalla barca si vede il mondo
e in lui una verità che precede
intrepida, un sospiro profondo
dalle foci alle sorgenti;
la Madonna dagli occhi trasparenti
scende adagio incontro ai morenti,
raccoglie il cumulo della vita, i dolori
le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita.
Le ragazze alla finestra annerita
con lo sguardo verso i monti
non sanno finire d’aspettare l’avvenire.
Nelle stanze la voce materna
senza origine, senza profondità s’alterna
col silenzio della terra, è bella
e tutto par nato da quella.

da La barca, 1935

*

Già colgono i neri fiori dell’Ade
i fiori ghiacciati viscidi di brina
le tue mani lente che l’ombra persuade
e il silenzio trascina.

Decade sui fiochi prati d’eliso
sui prati appannati torpidi di bruma
il colchico struggente più che il tuo sorriso
che la febbre consuma.

Nel vento il tuo corpo raggia infingardo
tra vetri squillanti stella solitaria
e il tuo passo roco non è più che il ritardo
delle rose nell’aria.

da Avvento notturno,1940

*

Il vento è un aspro vento di quaresima,
geme dentro le crepe, sotto gli usci,
sibila nelle stanze invase, e fugge;
fuori lacera a brano a brano i nastri
delle stelle filanti, se qualcuna
impigliata nei fili fiotta e vibra,
l’incalza, la rapisce nella briga.

Io sono qui, persona in una stanza,
uomo nel fondo di una casa, ascolto
lo stridere che fa la fiamma, il cuore
che accelera i suoi moti, siedo, attendo.
Tu dove sei? sparita anche la traccia…
Se guardo qui la furia e se più oltre
l’erba, la povertà grigia dei monti.

da Primizie del deserto, 1942

*

Vent’anni

Perdono pe’ nostri dolci peccati
per avere spesso guardato
teneramente dissiparsi il giorno
dall’ombra e il silenzio dei casini
sognando di andare con una fanciulla
senza seni lungo l’Arno rosa
e la voglia di piangere racchiusa
nel cuore come un’onda preziosa.

Perdono per esserci creduti forti
più della morte quando passavano
i carri e i funerali per le strade
odorate di cipria e di fiori
e volevamo portare a casa cantando
l’immagine dei baci, la voglia
di stringer l’età amara che non fugga,
d’entrare nelle chiese che non han più soglia.

da Poesie ultime e ritrovate, 2014

 *

Aprile-Amore

Il pensiero della morte m’accompagna
tra i due muri di questa via che sale
e pena lungo i tornanti. Il freddo
di primavera irrita i colori,
stranisce l’erba, il glicine, fa aspra
la selce, sotto cappe e impermeabili
punge le mani secche, mette un brivido.

Tempo che soffre e fa soffrire, tempo
che in un turbine chiaro porta fiori
misti a crudeli apparizioni, e ognuna
mentre ti chiedi che cos’è sparisce
rapida nella polvere e nel vento.

Il cammino è per luoghi noti
se non che fatti irreali
prefigurano l’esilio e la morte.
Tu che sei, io che sono divenuto
che m’aggiro in così ventoso spazio,
uomo dietro una traccia fine e debole!

E’ incredibile che io ti cerchi in questo
o in un altro luogo della terra dove
è molto se possiamo riconoscerci.
Ma è ancora un’età, la mia,
che s’aspetta dagli altri
quello che è in noi oppure non esiste.

L’amore aiuta a vivere, a durare,
l’amore annulla e dà principio. E quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s’annunci di lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità.

La mia pena è durare oltre quest’attimo

Da Primizie del deserto, 1942

 

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10 #cronacheincoronate

16 sabato Mag 2020

Posted by Loredana Semantica in #cronacheincoronate; #andràtuttobene

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#cronacheincoronate; #tuttoandràbene; il tempo del coronavirus

Ancora qualche racconto dei giorni vissuti al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione i link agli altri post delle cronache incoronate precedenti.

Oggi vi propongo le mie ultime tre cronache. Nella prima racconto la mia prima uscita dopo il grande isolamento. Un’uscita per esigenze di lavoro avvenuta oltre un mese fa. Nelle altre parlo di statistiche  e del loro fascino, di pasta ripiena e non solo.

Oggi, conclusa la fase 2 della riapertura, siamo prossimi alla fase 3 di uscita dall’isolamento. Il 18 maggio, lunedì prossimo avverrà la ripresa delle attività in sicurezza e delle uscite libere, per quanto ancora limitate territorialmente. Forse la paura sta passando. Forse abbiamo imparato a fronteggiare il minuscolo mostro. Non è un caso che le cronache incoronate si chiudano con il racconto di questa prima uscita che è la testimonianza del senso di responsabilità di tutti i cittadini nel seguire le raccomandazioni del Governo. Con una cronaca che parla di statistiche, il cruscotto governativo che orienta e ha orientato le scelte governative. E infine con l’ultima cronaca che esprime l’importanza dell’essenziale. Spero che tutti abbiamo tratto insegnamento da quest’esperienza. Che abbiamo imparato anche, tra l’altro, quanto sia preferibile la solidarietà alle chiusure, la generosità agli egoismi, di quanto poco servano gli applausi, la superbia, la pomposità, l’apparenza, di quanto invece contino la nobiltà del coraggio, la forza che dà il senso del dovere, la concordia e compattezza nelle condotte,  tali da diventare l’unità sorprendente di un popolo, che popolo maggiormente ci rende.

Di certo l’esperienza ci ha messo di fronte alla nostra fragilità e alle battaglie accomunanti della vita e della morte. Queste ultime quanto mai tetre e annichilenti. Penso che abbiamo pagato un tributo alto di decessi a questa pandemia, alcuni erano miei conoscenti, reali e virtuali. Penso che basti così. Che sia vero il detto tutto nostro siculo “niuro cu more” letteralmente “nero chi muore”, per dire “a contrariis verbis” che i vivi vanno avanti. Siamo alla ricerca dello scatto d’orgoglio, dell’inventiva, della determinazione e ancora e sempre di tanta forza e operosità. Mi auguro che questo sia un addio alle cronache incoronate, non un arrivederci.

CRONACHE INCORONATE

Siracusa, 8 aprile 2020

CRONACHE INCORONATE

LE USCITE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

È dal 17 marzo che non esco. Escluse un’incursione nel giardino, una nel cortile, una fino al cassonetto dei rifiuti. Con un’autocertificazione ultimo modello non compilata e l’autorizzazione del Boss, parto, inforcando l’auto. Da quella data è la prima volta che sono in strada e vedo gente. Certo che la situazione è davvero diversa. La percentuale di persone con la mascherina è del 90%, venti giorni fa del 10%. Sono stupefatta di vedere i miei concittadini in fila, distanziati di oltre un metro l’uno dall’altro, in attesa davanti al fruttivendolo, alla banca, all’Ufficio postale. Hanno tutti recepito le regole. Probabilmente anche meglio che altrove, visto che, se dovessero ammalarsi, se la vedrebbero “pietre pietre” ben più che altrove. Qui infatti, quanto ad assistenza sanitaria, non si conosce il significato della parola eccellenza. Anche la semplice efficenza ed efficacia latitano. È per questo che i Siracusani pensano bene di applicare un altro detto idiomatico ” chi si guardò, si salvò”. E infatti si guardano bene da contagiarsi l’un l’altro. Arrivo al mio Ufficio e, prima di scendere, mi bardo. Guanti in nitrile e mascherina. La mascherina è in tessuto. L’ho fatta io. Mi calza perfettamente. Per potenziarne l’efficacia, ho inserito all’interno un quadratino di carta forno. Scendo dall’auto, mi infilo la giacca, entro in Ufficio. Incontro in tutto tre persone, nessuna di loro mi si avvicina. Tutti a debita distanza. Salgo nella mia stanza e realizzo che la respirazione con la mascherina non può accelerare. Bisogna mantenersi calmi e non sudare. Affannarsi vuol dire respirare male. In ogni caso l’appannarsi degli occhiali è inevitabile. Si guarda il mondo storcendo il collo come galline, attraverso uno spiraglio sottile del vetro, che si opacizza a stantuffo ad ogni respiro. Spruzzo qui e lì l’alcool misto a poca acqua, che mi porto appresso in una boccetta da eau fraiche oblunga con tappo spry. Operazione probabilmente non necessaria, visto che i locali sono stati sanificati appena un paio di giorni fa. Sbrigo l’essenziale. Circa due ore di lavoro. Torno al porto sicuro della mia auto. Nuovo rito di svestizione. Spruzzo l’alcool sui guanti. Mi tolgo la mascherina prendendola dagli anelli dietro le orecchie. Infilo guanti e mascherina in una bustina. Spruzzo alcool sul volante, sul cellulare, sulle chiavi, sul badge. Metto in moto e parto. Arrivo a casa. Missione compiuta. C’è un bellissimo sole, servirà a sanificare il giubbotto.

Tutto andrà bene.

CRONACHE INCORONATE

Siracusa 19 aprile 2020

LA PASTA RIPIENA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

È di moda coccolarsi col cibo. Oggi si usa una terminologia esterofila intuitiva: comfort food, che non è solo il brodino quando c’è freddo, ma anche la pizza, il pane, dolci vari e la pasta fatta in casa. Nel senso di fare cose buone da mangiare che consolano, visto che siamo reclusi d’imperio per la salvaguardia dal contagio e di tempo a disposizione ce n’è. Oggi mi sono cimentata coi ravioloni ripieni di spinaci e ricotta. Saranno vent’anni che non ne preparo. La ricetta è semplicissima. La lavorazione un po’ lunga. Stendere la pasta l’operazione piu noiosa. Mentre ero intenta alla lavorazione si alza dal letto il figlio minore. “Che stai pasticciando, mamma?” Ed io ” Sto facendo i ravioli ricotta e spinaci” risponde “Ahhh…” e resta un po’ a guardare. Poi mi aiuta a cercare un attrezzo che faccia da coppapasta, del quale non dispongo. La scelta cade su una tazzona da colazione che ha la misura giusta per ricavare i cerchi di pasta belli grandi. Il figlio minore si allontana. Arriva il maggiore, più brutalmente dice ” Che schifezzina stai preparando, mamma?” Ed io ” I ravioloni ricotta e spinaci”, risponde ” Ah sì, vero, vero. Avevi detto ieri che li avresti fatti”. Io proseguo la preparazione e loro ronzano intorno. Sorvegliano la progressione. Percepisco una certa curiosità. Mi torna in mente quando cinque o sei anni fa, tirai fuori gli aghi da lana e cominciai a sfornare sciarpe, cappelli, poncho, maglioni. Li lasciai esterrefatti di questa mia capacità. Al punto che me lo dissero apertamente. “Non ti avevamo mai vista lavorare la lana, non sapevamo lo sapessi fare”. Le mamme non finiscono mai di stupire. Poi li sento che parlano tra loro, il grande dice al minore ” Ma sì sarà come le pizze, prima s’impratichisce, poi le verranno sempre più buone”. Allora mi tocca intervenire. “Guardate ragazzi, io la pasta la so fare da quando ero ragazza, verrà buona sin dalla prima volta. Siete voi che non me l’avete mai vista fare”. In effetti a casa di mia mamma la si faceva spesso nei giorni di festa. Poi, una volta sposata e con i figli, ho sempre rinviato certe preparazioni, per troppo lavoro, per stanchezza, perché ero una donna in carriera, perché dovevo scrivere l’ultima poesia…Questo tempo strano recupera mie abilità vintage, se così posso dire, di arti apprese e messe da parte. Sono certa saprei fare anche il pane. Una bella pagnotta fragrante. Prima di dare il primo taglio, come faceva mia nonna, traccerei una croce sulla sua superficie ringraziando Dio di avere “il pane quotidiano”. Tenendo sempre a mente l’importanza delle cose semplici. La grazia di disporre dell’essenziale.

CRONACHE INCORONATE

Siracusa 22 aprile 2020

LE STATISTICHE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Le statistiche sembrano una cosa facile, raccogli un po’ di numeri li metti su una tabella, ci metti una bella descrizione, li aggreghi, li rappresenti con una bella curva, un diagramma a torta o a colonne e il gioco è fatto. Col cavolo. Non è niente affatto così. Per prima cosa devi sapere dove vuoi arrivare con quelle statistiche. Voglio dire che le statistiche misurano qualcosa ma sono uno strumento, un cruscotto, ti dicono dove spingere, dove rallentare, se c’è un anello debole. I numeri cioè devono essere raccolti in modo che dopo, più o meno aggregati, secondo l’ambito di osservazione, ti possano “parlare”. Ti devono poter fare l’occhiolino. Spalancarti un mondo. E tu puoi trovarvi una chiave di lettura, una prospettiva, una nuova angolazione, persino una soluzione. L’indirizzo verso cui dirigere la futura azione. I numeri hanno il loro fascino, si “mostrano” se si sanno leggere, se ancor prima si sanno raccogliere gli specifici dati, se questi sono sufficientemente definiti, attendibili e adeguatamente mirati. Per svariati anni mi sono occupata di numeri, un po’ di contabilità, un naufragio da controller. Soprattutto mi piacevano le statistiche. La prima cosa da capire è capire con le parole e la logica che cosa misurano i numeri e non tutti sono abbastanza…diciamo attenti o interessati da capire cosa stanno misurando quei numeri. Perché se non lo capisci bene non puoi neanche costruire ulteriori confronti e relazioni. Al tempo del coronavirus, conoscendo questa mia inclinazione, ho cominciato a provare fastidio leggendo gli articoli dei giornali che riferivano a modo loro i dati delle statistiche del contagio. Ho cercato di andare alla fonte. Dapprima ho trovato una testata che riportava i dati giorno per giorno con tabelle e grafici senza commenti, poi, resami conto che si trattava delle statistiche della protezione civile rielaborate, sono andata alla fonte. Questo il link. Il link in verità me l’ha passato mio figlio minore che a sua volta teneva d’occhio la statistica. Buon sangue non mente. Non so quanti altri italiani siano stati ad attendere ogni giorno la pubblicazione del “bollettino di guerra”. Alle 18,30 ogni giorno. Ritengo moltissimi. Tra questi certamente, con speciale sensibilità, Lorenzo Noto, un mio amico di Facebook che si è avvalso di excel per impostare tabelle di analisi, la più recente delle quali condivido più sotto. So però che è dal 17 marzo 2020 che prendo nota a mano (una scelta scaramantica, come se potessi possedere meglio ciò che scrivo di pugno) di 6 dati giornalieri, calcolo la differenza di questi con quelli del giorno precedente. E precisamente a livello nazionale: gli attuali contagiati, i guariti, i deceduti, il totale, il totale contagiati in Sicilia, quelli di Siracusa. Le statistiche hanno detto che non sono bastati 15 giorni di isolamento per vedere uno stop o inversione di tendenza. A quel punto ho capito che l’ultimo dei contagiati nell’ultimo giorno di circolazione, avrebbe potuto contagiare un altra o più persone, per quanto poi lui stesso e quelle altre subito dopo fossero confinate in casa. In sintesi non bastavano quindici giorni ne occorrevano di più. Così è stato, ma finalmente è avvenuto. Da ieri non più soltanto segni di frenata del contagio, ma l’inizio della decrescita. E’ chiaro che questo segno meno è una somma algebrica. Però i numeri dicono che finalmente l’inversione di tendenza sta avvenendo e ne scrivo perché il segno negativo nel dato di crescita del contagio per due giorni consecutivi fa davvero ben sperare che #tuttoandràbene. Brava Italia. Adesso però statti buona, non fare la solita garibaldina strafalciona. Finché non siamo a zerototale = nessuno più malato, o almeno fino al prossimo traguardo: zero nuovi contagi, ancora mascherina e amuchina.

p.s.A proposito l’avete fatta una donazione alla protezione civile. Avete aiutato chi ci aiuta?

La tabella excel dei contagi. E’ un’elaborazione di Lorenzo Noto dei dati della Protezione Civile

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“Griot in the city”, un racconto di Francesco Tontoli

11 lunedì Mag 2020

Posted by frantoli in I nostri racconti, LETTERATURA

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Francesco Tontoli, Griot in the city

 

Nella sua voce vi sono così tanti armonici che anche quando parla, anche quando non canta, gli si può ascoltare il fruscìo sotterraneo di un mondo di muchi e catarri, un lavorìo di bronchi affaticati, un motore non immobile di ottoni e di archi come un’orchestra asmatica che si accordi con difficoltà.
-Canta, canta!…- gli dicono centrando il cappellaccio in terra con una moneta. E lui con lo sguardo acquoso fa cenno di stringersi il pugno al petto gorgheggiando con un suono simile alla carta vetrata un:
-Grazie!- sonante e soddisfatto, imitando il “parlato” d’operetta.
–Dedicherò questa birretta a te, amore mio sconosciuto!…-
La velocità della massa di uomini e donne che si sposta da un punto all’altro della città come in una clessidra, ogni giorno su quel marciapiede, viene alterata dal suono ruvido e dal tono beffardo che fuoriesce dal suo cavo orale.
Un monito, il richiamo di un sirenetto rauco alla vacuità della fretta. Uomini legati a doppio filo alla schiavitù dell’ora esatta, e del minuto secondo da centrare ad ogni passo, vengono intontiti per un tempo indefinibile da una fonte sonora oscura e cavernosa che li blandisce, rapendoli dalla strada.
La cecità non gli è d’ostacolo. Sa esattamente del rumore dei passi di chi esita e di quanti sono quelli che non resistono al duro impatto della sua voce.
Sa quanti corpi barcollano allo scontro con le onde seghettate delle sue blue-notes. E i piccoli cerchi concentrici umani che gli si formano intorno sono simili a quelli che si allargano nell’acqua quando vi affonda un sasso.
Ode chiaramente le corrispondenze lievi degli sguardi che si incrociano e annuiscono. Le labbra che piano si allargano in un sorriso scavando nella pietra dura. E’ tutta gente uscita a sgomitare per lo spazio vitale dei pochi centimetri quadrati concessi graziosamente ogni giorno dall’Entità Sconosciuta chiamata benevolmente Padreterno, che manifesta tutta la sua gentile ferocia nell’abbrutire e nell’annichilire in un luogo denominato “città” , tutta la vita che gli uomini immaginano abbia creato.
Certo che anche gli uomini stessi, qualcuno sospetterebbe soprattutto loro, partecipano allo scempio con una discreta attitudine emulativa che la dice lunga sulla competizione che stabiliscono con Dio per dividersi le spoglie del pianeta che abitano. L’uno nel Sito Immaginario, l’altro in quello Reale.
Chi sono ad esempio quei due che si tengono per mano mentre ascoltano il Griot metropolitano cieco, fare i gargarismi con l’acido muriatico, tutti compresi nello sforzo di carpirgli il segreto della musica e della sua fascinazione?
E quell’altro tipo un po’ in disparte in grisaglia d’ordinanza che sembra fulminato sulla via di Damasco, con la borsa di pelle nera in una mano ingombra del sangue delle sue vittime finanziarie? Come mai si è fermato anche lui in posa mistica, sguardo perso e bocca aperta?
Forse perché il barbone sfatto di cattiva birra ha toccato i loro tasti dolenti, i loro bottoncini segreti, esposto i loro nervi alla radiazione della sua voce facendo emergere un’umanità dimenticata? E’ come scavare in un sito archeologico affondando strumenti in un terreno cedevole, avendo a disposizione il più potente dei mezzi di scavo: la frenesia dovuta al ricordo di qualcosa di irrimediabilmente perduto.
Ognuno di questi uomini in cerchio insomma, anche se ora si ricompone e ritorna a correre, anzi a rincorrere l’oggetto scuro del suo desiderio, ha subìto l’effetto devastante dell’evocazione di un fantasma prigioniero nella propria mente.
I due amanti questa sera si lasceranno senza una ragione così come aveva cantato il Griot. E l’uomo con la borsa nera, dopo aver visto scorrere e cadere i suoi titoli in borsa, verrà attratto dal cassetto della scrivania dove ha riposto la pistola che ha comprato un giorno, più per esibirla che per usarla. Ma questo il Griot non lo canterà sui marciapiedi di New York o Londra, dove si svolge presumibilmente questa storia di possibilità.
Lui vocalizza solo canzoni d’amore.

Francesco Tontoli

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9 #cronacheincoronate

09 sabato Mag 2020

Posted by Loredana Semantica in #cronacheincoronate; #andràtuttobene

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#cronacheincoronate; #tuttoandràbene; il tempo del coronavirus, Antonella Pizzo, Flavio Almerighi

Prosegue il racconto dei giorni vissuti al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione i link agli altri post delle cronache incoronate precedenti. Oggi con me che racconto di fake news e poesia, la serena voce di Anna Maria Bonfiglio nella sua cronaca che infonde coraggio.

Vi ricordo che chiunque può proporre al blog Limina mundi (liminamundi@gmail.com) il proprio vissuto di questi giorni di epidemia e contenimento. Il turbamento, lo stravolgimento, il dolore ma anche lo spirito di resistenza, di reazione, e, talvolta il sorriso, nonostante tutto. Un modo per stare vicini, per allontanare la paura, per esorcizzarla. 

CRONACHE INCORONATE

LA SINDROME DELL’ESILIO DI ANNA MARIA BONFIGLIO

Oggi, 6 maggio 2020, dopo 70, dicasi settanta, giorni di domicilio coatto, ho provato a mettere il naso fuori dal portone di casa. Non è che scalpitassi per uscire, essendo già fuori dal contesto lavorativo e, a dirla tutta, non essendovi mai entrata in maniera stabile, sono abituata a trascorrere buona parte del mio tempo a casa, salvo spesa, qualche giornata di shopping, qualche sortita in pizzeria, incontri culturali e teatro. Dite che non è poco? Sì, è vero, ma non è neanche molto, in quanto le suddette attività sono spalmate nell’arco di un anno. Ma comunque, questo è, e va bene così. La permanenza a casa in continuativo e la paura del maledetto covid19, dopo le prime due settimane di ansia, non mi procurarono né insofferenza né nervosismo, né mi infastidì che il primo step di apertura ventilato per il 14 di aprile fosse stato procrastinato al 24 dello stesso mese e di seguito al 4 di maggio. Però, mano a mano che si avvicinava la data per la prima fase di apertura, cominciavo a prepararmi per uscire dalla tana: le mascherine c’erano, i guanti pure, era stata perfino attrezzata una pochette con fazzolettini e gel disinfettanti. Giunta alla domenica 3 marzo mi persuasi che fosse stato meglio evitare di uscire per la prima volta proprio il primo dei giorni che avrebbero visto la folla accalcarsi per le strade, a piedi o in auto, per visitare quelli definiti “propri congiunti” che contemplavano anche la quarta categoria di cugini, gli affetti stabili, i fidanzati, i conviventi, le unioni civili, i bambini con il girello, varie ed eventuali. Bene, meglio aspettare. Il martedì, appena alzata e dopo il caffè,  mi affacciai al balcone per sondare che aria tirasse. Era una giornata grigiastra, verso Monte Pellegrino una nuvolaglia offuscava il panorama. Uscire, ma perché avere tutta ‘sta fretta? Se si fosse messo a piovere? Se l’abbassamento di temperatura che aveva previsto il meteo si fosse presentato? Rischiare un raffreddore dopo tanta quarantena era da stupidi, in fondo ormai la strada verso la libertà era aperta, un giorno in più di chiusura non faceva la differenza. Senza contare che ancora non si avevano notizie precise sul reale effetto in termini di contagio dell’apertura del giorno precedente. Stavo entrando nella paranoia? Forse. Allora dovevo reagire subito. Ingolfata in guanti mascherina tracolla e shopper, entro in ascensore e approdo nell’androne. Spaesata, mi guardo attorno, sono ancora qui, dove tutto è come prima, solo che a me sembra nuovo, quasi estraneo. La mia macchinetta elettrica mi aspetta, la guardo e quasi mi stupisco di trovarla intatta, ma caricarmici su mi riesce più difficile, non trovo la giusta posizione, ho quasi dimenticato come manovrarla. Incontro due dei miei condomini, dico: sto uscendo per la prima volta, come se fossi resuscitata. Fuori dal portone avverto un lieve spaesamento, percorro il marciapiedi, aspetto il verde al semaforo, attraverso, arrivo al negozio dove di solito faccio gli acquisti casalinghi. I ragazzi mi salutano con calore, mi chiedono come sto, io dico bene bene, come fossi stata ammalata; compro quel che devo frettolosamente, fuori c’è gente che aspetta il turno, è buona norma non stare a trastullarsi guardando di qua e di là fra la merce. Ritorno a casa più rinfrancata, ancora una volta ho oltrepassato uno stallo psicologico, ancora una volta ho rimosso la mia fragilità emotiva. Ho superato la sindrome dell’esilio.

Ce la faremo

 

CRONACHE INCORONATE

Siracusa, 4 aprile 2020

LE BUFALE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS DI LOREDANA SEMANTICA

Qualche giorno fa ho condiviso sul mio profilo facebook una poesia di un (in)certo storico Eracleonte da Gela del 233 a.C. che mi ha inviata mio cognato via wathsapp, la messaggeria istantanea via web. La poesia è questa.

E’ iniziata l’aria tiepida
e dovremo restare nelle case
per le Antesterie
le feste dei fiori
in onore a Dioniso

Non usciremo
non festeggeremo
bensì mangeremo e dormiremo
e berremo il dolce vino
perchè dobbiamo combattere

Le nostre città lontane
ornamento della terra asiatica
hanno portato qui a Gela
gente del nostro popolo
un tempo orgoglioso

Queste genti ci hanno donato
un male nell’aria
che respiriamo se siamo loro vicini
il male ci tocca e resta con noi
e da noi passa ai nostri parenti

Il tempo trascorrerà
e sarà il nostro alleato
il tempo ci aiuterà
a guardare senza velocità
il quotidiano trascorrere del giorno

Siamo forti e abbiamo sconfitto molti popoli
e costruito grandi città
aspettiamo che questo male muoia
restiamo nelle case
e tutti insieme vinciamo.

Di questa poesia, a quanto pare, è risultato autore un certo Marcello Troisi, vivente, al quale vanno i complimenti per averla ben confezionata.
Prima di condividerla avevo cercato notizie col cellulare di questo Eracleonte e l’unico risultato era su un e book di google che adesso ho scaricato da pc.
Il libro in questione è *Memorie Istoriche di Sicilia* che narra di quanto è *accaduto in Sicilia dal tempo dei suoi primi abitatori fino alla coronazione del re Vittorio Amedeo* nel quale è citato un Eracleonte, sotto il paragrafetto “Primo concilio de’ Vescovi in Sicilia”. La corona c’entra sempre.
Riporto il passo a seguire riguardante Eracleonte.
“Mentre regnò Adriano, e la Romana Chiesa veniva governata da Alessandro Primo di questo nome, vogliono alcuni, che si fusse tenuto in Sicilia un Concilio di Vescovi per condannare l’eresia di Eracleonte discepolo dell’empio Valentino. Insegnava egli, che i Fedeli battezzati ancorché commettessero qualunque eccesso, non potevano più peccare, e rimanevano sempre in grazia: una sì perniciosa dottrina, trovò gagliardissima opposizione tra Prelati Siciliani, i quali avendone prima consultato il Pontefice Romano, si unirono poscia in Concilio Provinciale; e condennata avendo l’eresia di Eracleonte, lo dichiararono scomunicato.”
Considerato il regno di Adriano e il Papato di Alessandro Primo la vicenda si colloca intorno al 105 -116 dopo Cristo.
Tutto ciò per amore di approfondimento, per il quale non sempre si hanno tempo e strumenti adeguati.
Se cercate adesso su Google Eracleonte da Gela trovate molti risultati, tutti nel senso che Eracleonte non esiste. Che sia esistito uno storico Eracleonte autore di questa poesia è una bufala o fake news, cioè notizia falsa. Risulta, tra l’altro, che l’ha citata anche Zaia, Presidente Regione Veneto. Questi articoli riportano al suo reale autore, come ho detto all’inizio. Ora le bufale se ne conclude hanno un solo scopo. Balzare agli onori della cronaca. Chi se ne rende autore ha il suo attimo di gloria. Ingannando gli altri, gli artefici compiono il loro piccolo delitto di menzogna, per cui il resto dell’umanità si divide tra coloro che non ci sono cascati e coloro che invece sì, tra chi riprova e chi sbeffeggia.
Questo caso è innocuo, anzi forse benefico, si colloca tra gli scherzi buoni e la poesia mantiene il suo valore, altre bufale invece fanno danno. Gli autori andrebbero perseguiti, così tanto per togliere il gusto dello scherzo senza pensare alle conseguenze, dello scoop non verificato e del protagonismo. Quest’ultimo soprattutto uno dei mali del nostro tempo.
Sul coronavirus io ho scritto due sole poesie. Le riporto, nel caso qualcuno volesse citarmi tra duemila anni in tempo di pandemia Sono proprio mie, non le ho copiate e, inoltre, esisto veramente.

Vediamo oggi da quale distanza
da quanti milioni di anni luce
arriva la tua voce nuova diversa
sgusciata come la polpa di banana
dalla buccia esce tutta
compatta estranea intatta
inaspettata.

Qui stiamo col piede asciutto
fermo ma non in salvo ancora
chiusi rinserrati tra le mura
mentre fuori infuria la bufera
è un ciclone da allerta meteo
ma l’emergenza lo accantona
lo sovrasta e infuria più duramente
si perdono nei grandi numeri
le storie dei singoli
ma si capisce ugualmente
come famiglie intere
siano devastate dai lutti
dalla febbre.

E noi corriamo
come Erinni o Baccanti
su per i monti
corriamo infelici
lontano.

*

Dipingerò un campo di girasoli
nel mio prossimo quadro
una distesa di girasoli
accesi di giallo come il sole.

Un girasole per ogni caduto
di questo male

Il quadro è nato, finito quando il numero dei morti ha toccato il suo picco.

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Eveline

04 lunedì Mag 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Racconti

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Gente di Dublino, James Joyce, racconto psicologico

Ragazza alla finestra, Salvador Dalì, 1925

Nei racconti di Gente di Dublino, opera pubblicata nel 1914, lo scrittore irlandese James Joyce  vuole fornire una testimonianza emblematica dei personaggi della città di Dublino, nevrotici, alienati, ossessivi, frustrati, falliti nelle loro aspirazioni, incapaci di agire e di cambiare il corso della loro vita. Con Eveline, quarto dei quindici racconti della raccolta, inizia la serie dedicata all’adolescenza. Eveline è una ragazza di diciannove anni, che ha trascorso un’infanzia misera e triste, segnata dalla morte di un fratello amato, dalla pazzia e dalla morte della madre, dal disamore del padre, dalla povertà. Queste drammatiche vicende l’hanno segnata e le precludono il riscatto finale, portandola alla rinuncia passiva. Davanti alla prospettiva della fuga e al progetto di una vita più serena, confortata dall’amore di un giovane, Eveline si rivela incapace di scegliere, incarnando il tema, ricorrente nella letteratura del Novecento, dell’inettitudine e dell’inerzia di fronte alle scelte della vita. La ragazza rappresenta l’immobilità dei Dublinesi. Quel suo starsene sempre ferma, davanti alla finestra, poi aggrappata al parapetto della banchina, definisce la paralisi dell’animo. La salvezza per lei  è la figura di Frank, giovane buono e generoso, che le suggerisce la possibilità di una nuova vita. Il peso dei legami familiari e la polvere però opprime e uccide in lei ogni volontà di riscatto. Tutto intorno alla ragazza è polveroso e incenerito, gli oggetti della casa, il sentiero, le vecchie fotografie;  l’opprimente strato polveroso diviene inquietante metafora della condizione umana, in cui è soffocato ogni slancio verso la felicità. Il flusso di coscienza, tipico di Joyce, è reso attraverso il discorso indiretto libero o il monologo interiore. Il racconto inizia con alcune brevi annotazioni del narratore esterno che descrive un ambiente domestico modesto e triste. Dopo poche battute il narratore assume il punto di vista della protagonista che, alla finestra, osserva il buio della sera che pian piano invade la stanza. Tramite la focalizzazione interna infatti sono analizzati i più segreti moti dell’animo di Eveline. La fabula appare statica, quasi immobile, la voce narrante però interseca i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza con le prospettive della vita futura. I tre piani temporali si intersecano e si sovrappongono continuamente, rincorrendo il libero flusso dei pensieri della protagonista che riguardano l’infanzia, la casa, la brutalità del padre, i progetti di fuga con Frank, i ricordi della madre morente. A una prima lettura il racconto risulta caratterizzato dal registro realistico, per le dettagliate descrizioni. Si scopre, poi, che l’oggettività è solo apparente e che il carattere dominante della narrazione è quello psicologico. Nel racconto affiora di tanto in tanto il narratore onnisciente: ad un certo punto Eveline ascolta il suono di un organetto in strada e si sente lacerata interiormente perché è divisa tra la volontà di liberazione e il senso del dovere per aver promesso alla madre di prendersi cura della famiglia. Nella parte conclusiva del racconto si svolge l’azione vera e propria, Eveline è vittima di una paralizzante crisi di panico, che rivela la sua drammatica dimensione di “morte in vita”.

*

Stava seduta vicino alla finestra, a guardare le ombre della sera che calavano sul viale. Con la testa appoggiata contro le tendine, aveva nelle narici l’odore del cretonne polveroso. Era stanca. Passava poca gente. Passò l’uomo della casa in fondo che rientrava, e lei sentì il rumore dei suoi passi sull’asfalto del marciapiede, poi lo scricchiolare dei suoi piedi sulla cenere del sentiero davanti alle case nuove con la facciata rossa. Lì, una volta, c’era un prato, dove giocavano tutte le sere con gli altri ragazzi. Poi un tale di Belfast aveva comprato il terreno e su di esso aveva fatto costruire le case, non piccole case scure, come le loro, ma allegre case di mattoni rossi, con il tetto lucido. Tutti i ragazzi che abitavano nel viale andavano a giocare in quel prato – i Devine, i Water, i Dunn, il piccolo Keogh, lo storpio, lei, i suoi fratelli e le sorelle. Ernest no, lui non ci andava mai, a giocare: era troppo grande. Molte volte suo padre veniva a cacciarli via con il suo bastone di rovo; ma di solito il piccolo Keogh stava di guardia e quando lo vedeva venire dava l’allarme. Eppure sembrava che fossero piuttosto felici, a quei tempi. Suo padre non era tanto cattivo, in fondo; e poi c’era ancora la mamma. Era passato molto tempo, da allora; lei, i fratelli e le sorelle erano tutti diventati grandi; la mamma era morta. Anche Tizzie Dunn era morta, e i Water erano tornati in Inghilterra. Tutto cambia. Anche lei, adesso, stava per andar via, come gli altri, stava per lasciare la sua casa. La casa! Si guardò in giro per la stanza, vide ancora una volta tutti quegli oggetti familiari che aveva spolverato una volta alla settimana per tanti anni senza mai riuscire a capire da dove diavolo venisse tutta quella polvere. Forse non li avrebbe mai più visti, quegli oggetti familiari, dai quali non avrebbe mai immaginato di doversi separare. Eppure, in tutti quegli anni, non era mai riuscita a scoprire il nome del prete la cui fotografia ingiallita stava appesa al muro sopra l’armonium rotto, di fianco alla stampa a colori con la rivelazione alla beata Margherita Maria Alacoque. Era stato compagno di scuola di suo padre. Ogni volta che faceva vedere a qualche ospite quella fotografia, suo padre si limitava sempre a dire distrattamente: – Vive a Melbourne, adesso. Aveva acconsentito a andar via, a lasciare la sua casa. Aveva fatto bene? Cercò di considerare la questione da tutti i punti di vista. In quella casa aveva comunque un tetto e da mangiare; aveva intorno la gente che conosceva da quando era piccola. Certo che doveva faticare parecchio, a casa come al lavoro. Che cosa avrebbero detto, ai Magazzini, quando avrebbero saputo che era scappata con un uomo? Che era una sciocca, forse; e avrebbero messo un annuncio per rimpiazzarla. La signorina Gavan sarebbe stata ben contenta. La punzecchiava sempre, specialmente se c’era qualcuno che sentiva. – Signorina Hill, non vede che quelle signorine stanno aspettando? – Un po’ di energia, signorina Hill, per favore! Non c’era proprio da farci una malattia, a lasciare il negozio. Nella casa nuova, invece, in un lontano paese sconosciuto, sarebbe stato diverso. Sarebbe stata una donna sposata, lei, Eveline. La gente l’avrebbe trattata con rispetto, non l’avrebbero trattata come la mamma. Anche adesso, che aveva diciannove anni compiuti, le capitava di sentirsi minacciata dalle violenze di suo padre. Era per questo che le erano venute le palpitazioni, lo sapeva. Quando erano ancora piccoli, lui non se l’era mai presa con lei, come faceva con Harry e Ernest, perché era una femmina; ma poi aveva incominciato a minacciarla, a dirle quello che le avrebbe fatto se non fosse stato per la memoria della sua povera mamma. E adesso non c’era più nessuno a difenderla. Ernest era morto, e Harry, che lavorava come decoratore di chiese, era quasi sempre lontano, in giro. E poi le continue discussioni per i soldi, tutti i sabati sera, immancabilmente, le erano divenute ormai indicibilmente penose. Dava in casa tutto il salario di sette scellini, e anche Harry mandava quel che poteva, ma il dramma era farsi dare qualcosa da suo padre. Le diceva che era una spendacciona senza testa, che non era affatto disposto a darle i suoi sudati quattrini per farli buttare dalla finestra, e le diceva anche di peggio, perché di solito il sabato sera era di pessimo umore. Poi, finalmente, le dava un po’ di soldi, le domandava se aveva intenzione o no di comprare qualcosa per il pranzo di domenica. Allora lei doveva correre senza perder tempo a fare la spesa, e farsi strada a gomitate in mezzo alla gente, con il suo borsellino di pelle nera stretto in mano, e poi tornare a casa tardi, carica di pacchi. Aveva il suo daffare per mandare avanti la casa, e badare che i bambini, rimasti affidati a lei, andassero a scuola regolarmente e mangiassero nelle ore giuste. Un lavoro duro, una vita grama, eppure, adesso che stava per lasciare tutto quanto, già non le sembrava poi così terribile. Stava per cominciare un’altra vita, con Frank. Frank era molto buono, forte, generoso. Sarebbe andata via con lui, sul piroscafo che partiva quella notte, e sarebbe stata sua moglie, e avrebbero vissuto insieme a Buenos Aires, dove lui le aveva già preparato la casa. Se la ricordava benissimo, la prima volta che lo aveva visto: era venuto a pensione in una casa sulla strada principale, dove lei andava a trovare dei conoscenti. Le sembrava che da allora fosse passata soltanto qualche settimana. Lui stava al cancello, con il berretto buttato indietro e i capelli che gli cadevano sulla faccia abbronzata. Poi avevano fatto conoscenza. Lui l’aspettava fuori dai Magazzini, tutte le sere, e l’accompagnava a casa. L’aveva portata a vedere La ragazza di Boemia, e lei si era così emozionata, seduta vicino a lui, a teatro, in quei posti che non le erano abituali. Lui aveva una gran passione per la musica, e se la cavava anche a cantare. La gente sapeva che si volevano bene, e così, quando lui cantava quella canzone della ragazza innamorata di un marinaio, lei si sentiva sempre un po’ imbarazzata, ma era una sensazione piacevole. Lui per scherzo la chiamava Papavero. In principio, lei era molto suggestionata all’idea di avere un ragazzo, poi, in un secondo tempo, Frank aveva incominciato a piacerle davvero. Le parlava di paesi lontani. Aveva incominciato come mozzo, con una paga di una sterlina al mese, su una nave della Allan Line che faceva servizio con il Canada. Le diceva i nomi delle navi sulle quali aveva navigato, le descriveva le diverse mansioni a bordo. Aveva attraversato lo Stretto di Magellano, e le raccontava certe storie spaventose sui selvaggi della Patagonia. A Buenos Aires, diceva, aveva avuto un colpo di fortuna, ed era tornato in patria solo per una vacanza. Il padre di lei, naturalmente, aveva saputo di quella faccenda, e le aveva proibito di continuare a vederlo. – Li conosco bene, io, i marinai –, aveva detto. E un giorno avevano avuto un alterco, lui e Frank, e da allora lei si era dovuta incontrare di nascosto con il suo innamorato. Faceva sempre più buio, sul viale, e il bianco delle due lettere che teneva in grembo si faceva indistinto. Una era per Harry, l’altra per il padre. Il suo preferito era sempre stato Ernest, ma voleva bene anche a Harry. Negli ultimi tempi, suo padre stava invecchiando: se ne era accorta, e sapeva che gli sarebbe mancata. Anche lui sapeva essere gentile, a volte. Non molto tempo prima, un giorno che lei aveva dovuto stare a letto malata, lui era venuto a leggerle un libro, una storia di fantasmi, e le aveva abbrustolito del pane sul fuoco. Un’altra volta, quando c’era ancora la mamma, erano andati tutti a fare un picnic sulla collina di Howth, e ricordava che suo padre si era messo in testa il cappellino della mamma per far ridere i bambini. Il tempo passava, ma lei continuava a starsene lì, seduta vicino alla finestra, con la testa appoggiata alle tendine, respirando l’odore del cretonne polveroso. Lontano, giù nel viale, sentì suonare un organetto. Lo conosceva, quel motivo. Strano che fosse venuto proprio quella sera a ricordarle la promessa che aveva fatto alla mamma, la promessa di badare alla casa il più a lungo possibile. Le venne in mente l’ultima sera con la mamma malata: era lì al buio, nella stanza chiusa, dall’altra parte dell’anticamera, e fuori si sentiva suonare una malinconica canzone italiana. Poi avevano dato sei pence al suonatore dell’organetto per mandarlo via. Si ricordava di suo padre, che era tornato tutto fiero nella stanza della malata, dicendo: – Maledetti italiani! Proprio qui, devono venire! – e mentre ci pensava, sentiva dentro di sé, come un incantesimo, la visione penosa della vita della mamma, una vita di sacrifici quotidiani conclusa con la pazzia. Tremava nel sentire ancora la voce della mamma che continuava a ripetere con delirante insistenza: – Derevaun Seraun! Derevaun Seraun! Subito la prese un senso di terrore che la fece alzare in piedi. Fuggire! Doveva fuggire! Frank l’avrebbe salvata. Le avrebbe dato la vita, forse anche l’amore. Ma quello che voleva era vivere. Perché doveva essere infelice? Aveva diritto di essere felice. Frank l’avrebbe presa tra le braccia, l’avrebbe stretta forte tra le braccia. L’avrebbe salvata. Era lì, in mezzo a quella marea di folla, nella stazione di North Wall. Lui le teneva la mano, e lei si rendeva conto che le stava parlando, che continuava a ripeterle qualcosa sul viaggio. La stazione era piena di soldati, con i loro zaini di tela scura. Di là della tettoia, oltre la banchina, intravedeva la sagoma nera della nave, gli oblò illuminati. Non rispondeva alle sue domande. Si sentiva la faccia pallida e fredda, e in una vertigine di desolazione chiese a Dio di guidarla, di mostrarle quale fosse il suo dovere. La sirena della nave fischiò a lungo, lugubre, nella nebbia. Se partiva, il giorno dopo sarebbe stata in mare aperto, con Frank, in navigazione verso Buenos Aires. I posti erano già fissati. Poteva ancora tirarsi indietro, dopo tutto quello che lui aveva fatto per lei? Dall’angoscia, sentiva dentro un urto di nausea, e continuava a muovere le labbra in una muta, fervida preghiera. Il suono di una campana le batteva contro il cuore. Sentiva che lui la prendeva per la mano: – Vieni! Tutti gli oceani del mondo tumultuavano intorno al suo cuore. E lui la stava spingendo lì dentro, la faceva affogare. Si aggrappò con tutt’e due le mani al parapetto di ferro. – Vieni! No! No! No! Era impossibile. Le sue mani si aggrappavano freneticamente al parapetto. E, dal gorgo, lei gridò il suo tormento. – Eveline! Evvy! Lui correva di là della cancellata, e le gridava di seguirlo. Gli gridavano di andare avanti, ma lui continuava a chiamarla. Lei voltò verso di lui la sua faccia pallida, inerte, come un animale senza scampo. Non c’era amore, nei suoi occhi, non un addio, era come se non lo riconoscessero.

James Joyce, da Gente di Dublino

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8 #cronacheincoronate

30 giovedì Apr 2020

Posted by Loredana Semantica in #cronacheincoronate; #andràtuttobene

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Tag

#cronacheincoronate; #tuttoandràbene; il tempo del coronavirus, Cinzia Della Ciana, Francesco Smelzo

Prosegue il racconto dei giorni vissuti al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione i link agli altri post delle cronache incoronate precedenti. Oggi racconta la quarantena Cinzia Della Ciana in due video elaborati con Francesco Smelzo. Due performances poetiche sinestetiche: parole – suono – immagini. Il cielo in una stanza che segna la singolarità storico-religiosa della Pasqua 2020 e La primavera di Kant, la pandemia in chiave filosofica. Chiude una poesia di Cinzia Della Ciana dedicata alle donne vittime di violenza che la quarantena ha recluso nel luogo di pena. La mascherina come bavaglio. A loro la profonda solidarietà di tutte le autrici e autori del blog.

Vi ricordo che chiunque può proporre al blog Limina mundi (liminamundi@gmail.com) il proprio vissuto di questi giorni di epidemia e contenimento. Il turbamento, lo stravolgimento, il dolore ma anche lo spirito di resistenza, di reazione, e, talvolta il sorriso, nonostante tutto. Un modo per stare vicini, per allontanare la paura, per esorcizzarla.

CRONACHE INCORONATE

IL CIELO IN UNA STANZA – PASQUA 2020 DI CINZIA DELLA CIANA E FRANCESCO SMELZO

CRONACHE INCORONATE

PRIMAVERA DI KANT DI CINZIA DELLA CIANA E FRANCESCO SMELZO

CRONACHE INCORONATE

DONNE MASCHERATE DI CINZIA DELLA CIANA

Fossimo come loro
da sempre col velo
eleganti senza volto,
il molto ch’è tutto
se detto collo sguardo.
Noi nude emancipate
noi sfacciate con la patente del niente
ora sfacciate dal bavaglio
noi fragili incapaci di gestire il serraglio
basso lo sguardo
incerto e perso
– senza bocca non respira –
condensiamo solo vapore
negli occhiali da sole
masticando parole di paura.
Noi analfabete di femminilità
adesso sillabiamo a fatica.
Io fanatica di libertà ora
tifo per ogni diversa grammatica.

 

 

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Canto presente 45: Gianpaolo Mastropasqua

27 lunedì Apr 2020

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA

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Tag

Gianpaolo Mastropasqua, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

GIANPAOLO MASTROPASQUA

Introduzione e poesie tratte dall’introvabile DANZAS DE AMOR Y DUENDE (Editorial Enkuadres, edizione bilingue a cura di Julio Pavanetti y Francesca Corrias – fotografia di Dana De Luca, Valencia, prefazione di Luis Miguel Rubio Domingo, 2016)

 

ANTICHISSIMO E FUTURO AMORE

Amare è fermare il rumore del tempo, distendersi, fingersi morti nell’erba di una millimetrica nascita, porgere l’orecchio alla terra per ascoltare il battito del cuore del mondo, per sentire il soffio della profezia delle primavere e il grido di tutti i dispersi, all’unisono. Rialzarsi, innalzarsi a stento come neonati con l’attinta consapevolezza negli occhi e una nuova lingua da combattimento per rubare il frammento di futuro prima che diventi annuncio di maceria. L’uomo che sopravvivrà alla storia sarà l’uomo dal linguaggio ultimo, primordiale, l’uomo che avrà attraversato l’ustione dell’epoca rimanendone marchiato e indenne. Egli fonderà una nuova lingua, rapida come le nuvole, profonda come un oceano, danzante come una danza. Un essere che è ragazzo e abisso, poesia incarnata di alfabeti estremi, destino e duende. Egli sarà pontefice dall’uno all’altro da sé. Egli sarà poesia, egli sarà poesia perché non sarà più egli, sarà risonanza universale con l’anima degli uomini che hanno l’anima. Essere in poesia è penetrare l’oltrefemmina per entrare nel suo più intimo abbacinante segreto, amandola con tutto il corpo fino a perderlo, domando la materia fisica e metafisica anche a rischio di sprofondare interamente nei suoi lidi quintessenziali, anche a costo di farsi divorare intero dalla sua fame arcaica.  Giungere dunque, dove nessun altro è giunto, per allenarsi nella sua vertigine più numinosa, nel suo limbo più inaudito. Salire, risalire folle e sacro, atleta dell’ignoto nei piani dell’esistenza, per fuoriuscire olimpico, novella di massimi sensi, dinastia di ultime labbra. Essere il suo amante assoluto per essere il definitivo amore. L’unico a cui pur dettando ordini nuovi lei obbedisce costretta nel giogo di forze, nel campo stremato delle grammatiche dove ogni silenzio è una gravidanza, dove il suo letto d’inchiostro e biancofoglio è un regno trasformante, un patto metamorfico. Divenire, attraversando quelle lande mirabili e urlanti per essere il suo strumento sonoro e corporeo, la sua lingua traducente, il suo oltrepoeta. Tu, solo nel fuoco dell’essere libero, solo non temendo di scomparire vivo o riemergere morto tra le sue spire ancestrali potrai essere, solo non temendo la solitudine o l’isolamento dalla superficie del visibile lei potrà amarti e donarti il primo verso nell’arsi di un colpo d’ali spezzate. Non ci sono altre vie, altrimenti non esiterebbe un solo istante a divorarti, abbandonarti o tradirti e scomparire per l’eternità. Io che non sono io non scrivo per gli uomini, io scrivo per gli déi.

 

GGM – Siviglia, Via Alvarez Quintero 44, Venerdì 12 dicembre 2008

 

Labbra di Maiorca

Se non fossi pura come il nettare

delle ninfe terrestri, affamata

come la luna che divora i raggi

delle notti bianche, risveglierei l’alba

in un corpo d’acque semplici,

invece tu lama nel petto vibrante

accarezzi le corde più inaudite

del vento lirico, soffi nelle vene

con le tue dita d’arpa corrente

generi pianeti, occhi felici,

passaggi celesti, furie perdute

in taciturni di sguardi audaci

e poi baci sull’anima tremula

fino al tramonto irraggiungibile

dei sensi viandanti, sei il calice

ricolmo di primavere dove attingo

foreste di notturni e sillabe verdifoglia,

sei terra o volo dove voglio distendermi

e rotolarmi poema nudo della pioggia

per addormentarmi tra le lenzuola intime

del tuo sudore, con la faccia nel raccolto

dei tuoi monti negromanti lucidi

tu dell’universo il buio.

 

Ora catalana

Facemmo sogni definitivi e volgari

come figli o feti dalle vetrate

alzammo mondi circolari, tombe

a orologeria, genocidi apparenti

con mani predisposte o pazienti

come ladri vani, con case curate

fino al furto, fino alle rate.

E il mio amore giocherà a carte

con la morte, senza barare

tra le bare, amore amore

cosa rubo se non il tuo nome?

Ci stenderemo nel fiato delle strade

nelle volte delle chiese che respirano

nella quiete catenaria, come minerali,

come michelangeli d’aria tra le arcate

tra i colori monumentali di una specie

con le finestre più nere della pece.

 

Lamento della musa innamorata

Tu non sei fatto come un poeta,

mi prendi a calci, all’angelo

hai strappato le ali, tu vivi con i falchi,

della Grecia possiedi il corpo

senza fare nulla, e il sangue selvatico

dell’impero, occidentale e furia

tu non nasci nei cimiteri impolverati

e non hai dèi, né padri, né madri

giungi dalle strade tra i sud e la polvere

ora per riposarti vieni, in battaglia

come un capriccio nel mio letto

e mi fai fuoco con la tua fame di canti

mi prepari cospargendomi di aromi

e incensi, mi fai lucida, un altare

serri le vie di fuga con il tuo corpo

a corpo, mi uccidi di bianco

per farmi rinascere, senza tregua

e danzi perché danzino i millenni

nel mio ventre, ti fai spazio, paesaggio

e pietra, campanile, cappella, guglia

tu ripeti le architetture fino a Dio

volteggiando nelle cose, fai pioggia

col tuo duende, dissemini gli antenati

con il tuo battere oscuro, entri adulto

e non hai mai avuto paura del buio

tu non parli, hai una lingua ignota

vuoi scrivermi, mi apri libro e muori dentro.

 

Benedetta

In te si chiude la giovinezza come un libro

tra le palpebre dell’ultima pagina

mentre danzi perfetta e folle

con tutte le lettere degli alfabeti

e doni la scienza inconoscibile

della profezia, a queste mani

che devono tradurre presto

o morire, perché non sono più mani

e non più sono all’altezza di colpire

la luce, nel punto estinto dove la mente

diviene colpo di coda, arto, atto.

E tu non comprendi l’amore delle pareti

perché sei la casa dell’essere

la domanda abitata da tutte le risposte

come una figlia in gravidanza che ride,

sei tu la ferita da cui nacque il mondo

tu atomica e acerba, tu sei benedetta.

 

Karmica

Tu sei la mia anima e mi tocca

vivere senza, come una tomba

che cammina, un vizio vuoto.

Tu sei il mio corpo illuminato

e ora spento, nel sudario del letto.

Vago senza pupille nell’estate autunnale

nella schizofrenia delle stagioni

come una foglia volata

tra i piedi di Dio. Dove sono

i tuoi occhi neri e le dita rituali

che mi cullavano fino all’estasi?

Nessuna creatura comprenderà mai

i tuoi cento travestimenti, il respiro,

la strage dell’amore e del dolore

a ore, in quale celeste cantano

la tua voce di violino in fiamme?

Ritorno ogni resurrezione

al cimitero, raccolgo un fiore

di vento per Amelia e attendo il bacio

marziale, quel tocco illimitato

nel punto sciolto dove giace l’uomo

il cui nome fu scritto nell’acqua.

 

(Roma, Cimitero Acattolico)

 

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