Pasquale Ciboddo, “Andar via”, Guido Miano Editore, 2021. Recensione di Fabio Dainotti.

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Recensione di Fabio Dainotti

È certamente la terra, e segnatamente quella della Sardegna, culla della civiltà pastorale, il fondamento esistenziale per Pasquale Ciboddo, che nel suo libro di poesia, Andar via (impreziosito da un dipinto di Franca Maschio in copertina e corredato dei giudizi critici di Antonio Piromalli, Franco Fresi, Giuseppe Fiamma, Elio Andriuoli, Eugenio Maria Gallo, Enzo Concardi), rievoca, in toni a tratti anche queruli ed elegiaci (E cosa rimane), ricordi da conservare «nel museo del cuore» (Come dimenticare).

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~A viva voce: Non sono un poeta vero~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

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Giuseppe Settanni, “Affreschi strappati”, Edizioni Ensemble, 2022.

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Postfazione di Ilaria Triggiani

Cosa fa di un verso, una poesia? Cosa rende un uomo, anche un poeta?

Sono queste le domande da porsi al termine di Affreschi strappati, terza pubblicazione di Giuseppe Settanni, arrivata un po’ insieme alla stessa maturità anagrafica dell’autore. Forse perché, già dal titolo, si avvertiva un senso di rottura, un piccolo momento – o motivo? – di ribellione, un’inquietudine non ancora risolta, ma finalmente rivelata. Continua a leggere

“Poesia e pudore” di Cipriano Gentilino

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Il rapporto tra pudore e poesia è complesso come lo è per tutte le produzioni artistiche ma necessita di una attenzione particolare alle tematiche e al linguaggio principalmente per quanto attiene al rapporto tra poeta e i suoi versi e tra poeta e lettore.
Per questo iniziare con una poesia di Antonia Pozzi (scritta nel 1933) può essere interessante perché ne inquadra sufficientemente la relazione facendone vedere gli specifici risvolti storici ed evolutivi.
Antonia nasce in una famiglia alto borghese di Milano, si dedica alla poesia e durante gli studi classici si innamora del suo professore di latino e greco.
Un amore osteggiato per pudore dai genitori.
Una impossibilità che le fà decidere di porre fine alla sua vita.

Se qualcuna delle mie povere parole
ti piace
e tu me lo dici
sia pur con gli occhi
io mi spalanco
in un riso beato
ma tremo
come una mamma piccola giovane
che perfino arrossisce
se un passante le dice
che il suo bambino è bello.

Nella poesia la similitudine con una giovane mamma nasconde profondi sentimenti d’amore e grazia sia per le parole che per il bambino, i quali divengono entrambi l’altro da sé presentato con tanto pudore da arrossire perfino se un passante benevolmente li apprezza.
Poeta e madre e passante e, per, estensione concettuale, poeta e lettore e pudore.
Relazioni intime, corporee, affettive e sociali che attengono tutte alla sfera di un pudore per il quale se non è cambiata la definizione sono cambiati nettamente i limiti e la percezione collettiva.
Sembra infatti, ad una visione generale e spesso però anche generica, che del pudore sia stato dimenticato il limite tra l’intimo e il condivisibile a favore della immagine, dell’apparire e dell’esserci con una corporeità e una affettività adattabile, pronta al cambiamento, talora mercificatile e, per dirla con Bauman, fluida.
Il continuo e rapido cambiamento dei paradigmi della società globalizzata, il frenetico progresso tecnologico con nuove modalità comunicative e il sempre più debole rispetto della privacy nonché la crisi delle dimensioni locali, della tradizione e di molti ideali generano insicurezza esistenziale e frequente rifugio in una immagine di sé magmatica, adattabile, narcisa e in una comunicazione rapida e sincopata senza un tempo-spazio dialogico e quindi senza un limite tra uso e abuso.
Uno spazio che più adeguatamente Manuel Castells ha definito “spazio dei flussi” dove la presenza individuale virtuale può fluire ovunque e contemporaneamente essere oggettivata nei social network oltre la sua dimensione reale.
Si può allora concordare, con Herbert Marcuse, sulla ipotesi che la dimensione sociale virtuale e mediatica sta assimilando tutta la nostra vita e creando un nuovo mostro, un “uomo unidimensionale”, senza un chiaro limite tra essere reale ed essere virtuale, con la conseguente paura o eccesso nell’ esprimere pensieri e opinioni non legittimate e quindi senza alcuna consapevolezza e limite del pudore.
L’arte e il linguaggio nascono dalla interazione con l’ambiente e com-prendono e inventano significati veicolati attraverso i linguaggi della scrittura, così come della musica o della pittura.
Una interazione che ha i tratti distintivi dell’esperienza dell’ascolto o, per dirla con R.M. Rilke, che è quel: “Lasciar compiere ogni impressione e ogni germe di un sentimento dentro di sé, nel buio, nell’indicibile, nell’inconscio irraggiungibile alla propria ragione, e attendere con profonda umiltà e pazienza l’ora del parto di una nuova chiarezza….”
Dall’ascolto al creare e al comprendere quindi in un attraversamento dell’io dall’ambiente all’inconscio.
Un rapporto inconscio-poesia ampiamente indagato dalla psicoanalisi che vede l’arte come la attualizzazione di una sublimazione di pulsioni libidiche arcaiche perverse e incestuose rimosse ( Freud ) o come riparazione e ulteriore creazione di oggetti d’amore danneggiati ( Klein ).
Attività dell’inconscio nell’atto creativo che può quindi diventare sia oggetto di lettura psicoanalitica sia trasmissione, non consapevole, di particelle dell’io al lettore.
Il poeta e l’artista, infatti, ci ricorda Lacan, precedono sempre l’analista e arrivano a cogliere prima di lui delle verità che concernono l’essere umano e il suo rapporto con il linguaggio e, più nello specifico, precisa che “..i poeti, che non sanno quel che dicono, è ben noto, dicono però sempre le cose prima degli altri…”
(JACQUES LACAN, Il Seminario. Libro I. Gli scritti tecnici di Freud).

d’altro canto il poeta stesso lo dice :

UNGARETTI – COMMIATO 2.10.1916

“Poesia
è il mondo l’umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento
Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso”

È quindi il poeta a porsi pubblicamente in una relazione asimmetrica alla quale il lettore partecipa solo privatamente.
Il poeta si mette in gioco dopo aver giocato con sé stesso in una partita impari con l’inconscio, col far nascere e crescere la parola, con la ricerca del perfettibile, con il parto di una poesia, con il dolore del finito, la liberazione esausta, l’attesa di un sorriso.
Non si tratta solo del labor limae, si tratta più intensamente di ricerca di sè in sè stesso e nel mondo, negli altri da sè lungo percorsi personali dove il confine tra l’intimo e il condivisibile è mobile, cangiante, talora persecutorio.
La creatività, infatti, ha bisogno di nuove sapienze e nuove consapevolezze e per questo il bordo del limite è il suo spazio tra il trans-gradire, il comporsi e il comporre.
Un incontro con la coscienza della propria nudità, non quella fisica, ma quella culturale, relazionale, esistenziale che può condurre in uno spazio del dire e del dirsi che incontra sia la vergogna che il pudore, sia per l’eccesso della spudoratezza che per la riservatezza del ritegno.
Pudore che può anche essere resistenza alla spinta spasmodica di rendere pubblica la propria immagine o ponte tra socialità ed esigenza di ripiegamento in una zona di rispetto dove l’interiorità sta’ al di là
della dimensione esteriore.
In questo senso la rinnovata consapevolezza del pudore può diventare uno strumento di indagine della poesia sulla esistenza dell’uomo nella società contemporanea.
Una ricerca che possa riuscire a dirci sia “ciò che non siamo” (Montale – Non chiederci la parola) che, forse, ciò che saremo o rischiamo di essere in futuro.
Consapevolezza e ricerca attraverso quell’αἰδώς greco che oltre a pudore e intimo ritegno indica anche responsabile e dignitoso rispetto dovuto alle proprie e altrui dimensioni sociali ed esistenziali come sembrano suggerirci i versi di Valerio Magrelli che propongono, a mio modo di vedere, la possibilità di superare il pudore del sé corporeo e del suo sé-immagine con una serena consapevolezza e, ovviamente, con ammirevole creatività.

Io abito il mio cervello
Come un tranquillo possidente le sue terre
Per tutto il giorno il mio lavoro
È nel farle fruttare,
Il mio frutto nel farle lavorare.
E prima di dormire
Mi affaccio a guardarle
Con il pudore dell’uomo
Per la sua immagine.
Il mio cervello abita in me
Come un tranquillo possidente le sue terre.

da Ora serrata retinae, Feltrinelli, 1980

Cipriano Gentilino

Una vita in scrittura: Marco Ercolani

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omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto da Antonella Pizzo a Marco Ercolani che l’ha interpretato come segue.

Grazie infinite, Marco e grazie altrettante ad Antonella Pizzo

Autointervista (2022)

Mi chiedi quale sarebbe il mio compito. Il mio compito è guarire la mente inguaribile: una fatica senza senso, come per ogni psichiatra. Per questo scrivo, irrefrenabilmente: almeno le parole non fuggono e possono, se non guarire, accompagnare e consolare, come quando leggiamo i versi di Alcmane che rimpiangono la luce del giorno.
Non ho mai avuto intenzione di scrivere nessun libro, almeno non nella forma in cui sono scaturiti. I miei sono sogni in presenza della ragione, temporali che prevedono un sole che soltanto in un secondo tempo illuminerà il paesaggio. Sono proprio vertigini. Chi è in grado di prevedere quale sarà la vertigine successiva? Smarrimenti, lipotimie, assenze: non c’è nulla da fare, sono imprevedibili. Devo fermarmi, sedermi, vivere la mia ansia. Quando ritroverò un momento di quiete riprenderò in mano la materia, la dipanerò, troverò le giuste parole. Io non trascrivo solo sogni ma anche idee sconfinate, orgogliose, illimitate. All’inizio, quello che conta è esserne invaso e non sapere dove si andrà, come manovrare una nave senza timone e non farsi prendere dal panico.
Camminando a piedi spesso mi perdo. Ma alla fine un qualche luogo mi accoglie sempre, nella superficie della terra come nelle pagine dei libri, e torno a essere chi trova storie antiche, di pittori, falsari, suicidi, superstiti, ossessi, vittime, assassini, persi in qualche nebbia lontana, e quelle storie le svolgo con calma nel foglio. Ripeto: con calma. C’è bisogno di affrettarsi quando si va cercando la verità vissuta dai morti? Ho bisogno di tempo perché tutto il dolore di cui parlerò non si risolva nel lampo precario di una poesia ma si sviluppi come una progressiva, inarrestabile, sconfinata marea. Io ho voluto descrivere spesso i dettagli di stermini e di soprusi perché l’uniforme silenzio della storia, scritta sempre e soltanto dai vincitori, non riducesse migliaia di dolori reali a miseri resoconti anonimi, destinati a essere ammassati in biblioteche deserte o centrifugati nel vortice di pale di una trituratrice ecologica in qualche fatiscente quartiere della periferia di una città abbandonata. Un film inglese che mi commosse, quando avevo forse 40 anni, fu Voci sempre vicine, voci sempre lontane, di Terence Davies, che del pulviscolo nebbioso dei ricordi faceva la colonna sonora portante della storia. L’empatia con il dolore umano, se non esiste, è una mancanza irrecuperabile, come la mutilazione di un arto. Ma, se esiste troppo, è un veleno che paralizza e sprofonda nell’impotenza per ogni dolore che non riusciamo ad alleviare. Qui si gioca la differenza. Un medico pervaso dal dolore non è forse il primo dei suoi pazienti?

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Grazie della tua domanda: ti risponderò che amo più il vento della terra. Io sono un uomo metodico, dovrei sapere cosa mi accadrà domani ma invece… So il vento che mi aspetta mentre scriverò ma non so cosa scriverò. I miei non sono romanzi, saggi, aforismi, poesie, ma divagazioni sulla memoria; la memoria la trovo e la perdo giorno dopo giorno; magari scriverò un diario per annotare ciò che la mente continua a dimenticare e di cui dimenticherò progressivamente tutte le pagine, lo scriverò solo per il lettore e non lo leggerò mai. Arrivato in fondo all’ultima pagina lo firmerò col mio nome e in pochi secondi lo scorderò come tutte le altre cose che ho appena scritto ma sempre provando un brivido di gioia, sempre iniziando. Ci sono porte rese invisibili dalla luce del tramonto; ci sono tramonti, da qualche parte del mondo, di cui non riesci neppure ad immaginare la luce.
Trasformare la paura. Munire la notte, come scriveva Paul Celan. Munire di armi lei, indifesa. Ecco il progetto di ogni scrittore: ricordare, creare. I ricordi non appartengono solo alla memoria: ti nascono dentro per una frenesia altra, per speranza, utopia, amore, perché ci smascheriamo leggendo. Viviamo liberi quando leggiamo, ipnotizzati dalla scrittura. In fondo a ogni libro letto c’è la libertà, il desiderio di rompere la rete, di essere qualcosa di non pensato, di alieno, sospesi fra autore e paesaggio, fra attore e regista, dentro e davanti alle quinte. La vertigine della scrittura è scommessa contro le tenebre, nostalgia di cose che non sono mai state dette, desiderio che siano dette e scritte ora, inventando un passato gravido di futuro. Ogni passato è futuro. Ogni forma genera il suo opposto/ con un soprassalto, ne è traversata in un senso e nell’altro, si rispecchia ovunque. Nulla, più delle rifrazioni dello specchio, rimanda al mistero della soglia, alle ragioni della notte. Se mi chiamassero per una conferenza, so già su quale tema parlerei: farei lezioni di vento. I tessuti della memoria, la rete neurale, sono l’aria che connette i nostri corpi; tutto si prosciugherebbe se lei ci mancasse, se non leggessimo o scrivessimo, se non mettessimo aria fra le pagine. Le risposte vengono dall’aria, come tutte le domande, oppure avremmo a che fare con sassi aridi, circondati da alberi morti.

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Quale sarebbe il mio ruolo? Non sono un uomo che serva a qualcosa. Di certi esseri umani si dice che siano come buche d’acido nella vita sociale addomesticata: li si evita, come si evitano gli artisti, i delinquenti, gli schizofrenici. Forse io sono uno di quelli.
Tu sai quale analogia lega la sindrome di Stendhal – lo smarrimento che un’opera d’arte di eccezionale intensità genera, in determinate condizioni emotive, in un soggetto ricettivo – e certe esperienze estreme di detenuti richiusi in celle d’isolamento e indotti, dalla deprivazione sensoriale, a vivere fenomeni allucinatori? L’analogia è sentirsi prigionieri. Come i personaggi dei miei racconti, io ho orrore della prigionia e mi smarrisco nella libertà. Così continuo, ossessivamente, a rappresentare l’atto del mio liberarmi, indugiando sui dettagli, rallentando il tempo, non permettendomi di tornare all’orrore precedente e non affrontando lo smarrimento futuro. Sono costretto alla solitudine e all’ascesi da una spaventosa chiaroveggenza. So tante, tantissime cose, ma non ho davvero nulla da dire. L’abisso è senza alcuna forma e nessun occhio può afferrare ciò che rappresenta.
Ma una via c’è: non essere mai in un solo luogo. Camminare dentro e fuori di te. Chiunque cammini non vede sempre la stessa parete. Chi vede sempre la stessa parete diventa carnefice o pazzo. Essere nomadi, o fingere di esserlo nei propri scritti non significa abitare nelle tende del deserto: significa vivere essendo pronti a lasciare tutto, in luoghi diversi della mente e del mondo. Avere un cuore che pulsa oltre i recinti della notte e scrivere di chissà cosa. Non chiedermi mai quali libri io abbia scritto: non ne ricordo un titolo.

Grazia Procino “E sia” nota di Maria Allo, Ladolfi Editore 2019

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Passiamo una vita intera a cercare il senso”, risponde sdegnata “Io non perdo il mio tempo / d’eternità in ricerche impossibili”, e poi sprezzante aggiunge “Solo gli uomini si ribellano / all’appartenere alla stirpe / di coloro che non sanno

La poesia non cerca significazioni, ma senso, il senso che c’è a vivere dice Bonnefoy. E sia è il libro a cui Grazia Procino ha affidato il senso della ricerca e della conoscenza. Come Ulisse del nostos, uno dei miti più attuali tra tutti quelli ereditati dalla cultura antica, simbolo dell’umanissimo desiderio di ritorno alla casa e di quiete, l’autrice esprime la ricerca intellettuale che spinge l’uomo a procedere sul cammino della storia o su quello più strettamente individuale dell’esistenza personale come esperienza di sé e come scoperta di nuovi orizzonti umani. Un progetto artistico preciso e coerente che si propone e si sviluppa in tutta la sua complessità sulla spinta di una straordinaria capacità immaginativa e di un personale impulso visionario al senso dell’esplorazione che può e deve vivere dentro di noi, orientato sulla concretezza del presente e sulle dinamiche che inglobano anche valori e i sentimenti privati di tutti. “Siamo uomini in preda all’abisso / dell’angoscia, nuovi Odisseo, che / rinunciamo all’immortalità”(p.17). È incontestabile non solo la singolare capacità dell’autrice di esplorare il mondo antico facendoci penetrare in quel luogo dello spirito dove l’autrice evoca Itaca e personaggi mitici (Penelope, Sirene, Ciclopi, Circe, Nausicaa, Odisseo) tutti rimasti nella memoria della Procino, restituendoci l’andamento musicale anche della lingua di Kavafis in un gioco di interscambio tra passato e presente sul filo comune che salda la vita nel suo insieme. Ma spesso vivere è anche doloroso per le insidie, emblematicamente rappresentate dalle sirene e il viaggio è solitudine dell’individuo in una società alienata dove a molti non è garantita sicurezza e stabilità ma incomunicabilità e immobilismo assoluti rimarcati dal netto contrasto che si stabilisce in chi cura l’interiorità oltre la superficie dei gesti e delle parole. «Non mi ha mai sfiorata/ il desiderio di essere come tutti/ io papavero ai bordi/ di un asfalto al catrame» (v. 11). Non passa sotto silenzio l’amore, una realtà dell’esperienza qui collegata al mito di Orfeo indocile al divieto, che fallirà nella sua prova per la scelta di voltarsi e perdere per sempre Euridice che considera solo “uno squarcio di passato “così la Procino: “La carne sente brividi / di freddo”. / “Non ho più mani. Le ho perdute / stendendo carezze e non sono ritornate” (p. 65), un chiaro intento dell’autrice di affrontare la visione e la cultura dell’amore che ieri come oggi, nonostante le profonde trasformazioni del costume, fa dell’amore l’espressione più autentica dell’individualità. È un lavoro faticoso questo, spesso la parola manca, “è assenza”, ma la parola è restituzione e così deve essere. Una chiave interpretativa che permette una maggiore comprensione della raccolta è quella della ricerca, che l’autrice compie infaticabilmente della struttura rigorosa del libro e questo modo di procedere è ben presente secondo i canoni della tragedia greca. Comprende infatti un prologo, la partitura in “stasimi”, la distonia del Coro (il livello dell’accadere e del riflettere) che dilata la più svariata gamma possibile di tonalità e di accenti corrispondenti alle più diverse connotazioni emotive e infine l’epilogo.

Nessuna catarsi dunque per noi oggi, della tragedia classica. L’ autrice coglie lo smarrimento di un’umanità sempre più povera di certezze e incapace di trovare risposte adeguate ai problemi che più le stanno a cuore, tuttavia “si domanda se sia possibile rinascere. La sua risposta è affermativa, scoprendo la potenza delle divinità ctonie, “Le viscere del Sud”: “Accolgono riti di nascita che non vogliono sparire / – la grazia della resurrezione – / come serpi danzanti / al calar della notte”(p.42). Il che fa del suo libro E sia un’opera estremamente attuale e degna di essere continuamente riscoperta “Lo so. Ci si aggrappa a tutto/pur di non sprofondare/anche alla notte (p-41).

Radici (p.14)
Fortunato chi ha radici.
Un’Itaca e una Penelope dove ritornare.
Le Sirene a impedire il viaggio,
i Ciclopi a mostrare che un altro mondo esiste,
Circe a cospargere di lussuria il corpo
già madido di sudore,
Nausicaa a ricordare il tempo che fu,
i Proci pronti a portar via
quello che è tuo di diritto,
ma tu sei Odisseo, un padre e un marito,
un uomo che sa piangere

Orizzonti (p.66)

Io non so dell’amore che le onde alte
e Odisseo che ritorna
a un’Itaca piena di sassi
sterposa e brulla
il profumo del mare lieve che
intona nostalgie e robusti desideri.

Insegnamenti da Kavafis (p. 24)


Ho vissuto troppo dolore
per non intuirlo negli altri.
Ho dovuto accogliere troppe rinunce e
le ho trangugiate, amare, insieme agli strascichi
di denso fastidio. Ho capito che la tua felicità
può procurare nell’altro dolore,
non puoi farci niente.
Tu puoi solo decidere di viverla o di rinunciarvi.
Se la vivi, guarderai all’altro che è in pena,
se vi riunì, nessuno
avrà cura del tuo nobile gesto.

Amore e mito (p.38)

Ci sono anche quando
sono assente. Mi inchino
mansueta alle tue parole
che sanno addomesticare
la mia anima zingara.
Mi volto come Orfeo
in attesa di squarci nitidi dal passato.
Come Euridice mi inoltro
nel futuro e mi smarrisco
in isole senza pace. Sono qui,
in spazi di compassione
con il vestito a fiori
leggero di vento.
Mi rifugio in libri pesanti di vita
per tessere come Penelope
la trama del giorno che viene.
Perdo l’amore,
lo riconquisto come guerriera ostinata
nell’universo sbandato
trovo anche io confini entro cui lavarmi
dalla polvere che fatica ad andar via.
È tutto uno scendere e un salire
pietre su pietre
nel commercio con la gente.
Amo il mondo anche quando mi viene contro.
Lo devo a te.

Le stagioni dell’amore (p.36)

Di te
ho amato ciò che si vede – lo amano in tanti.
Di te di più
ho amato ciò che non si vede, residui
di irrisolti tormenti e inconfessate ferite.
Le stagioni che passano
con la fretta di chi al mondo sta poco tempo
lasciano sapori di
dolce e amaro miele e fiele.
Hanno concesso lo stupore
di un amore che non sta fermo.

Epilogo (p.78)

Finiremo, finiremo

di stancarci per questi giorni magri,

smunti, per queste ore

che indeboliscono gli ardori,

per questi individui – spettri, che mai

risorgono alla sveglia dell’impegno,

pigri – ahi, ma quanto pigri! – e

guardano sempre dove Circe

sedusse i loro stupidi compagni e

si indignano senza conoscere il perché.

Ameremo senza stancarci

in stanze grandi a contenere cieli

neri come la pece

per confondere il mio dal tuo

ed essere nostro.

Torneremo a godere di vita.”

©Maria Allo

Canto presente 57: Isacco Turina

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

ISACCO TURINA

Tre d’amore

Dimmi il fiore che porti nello stomaco

che porti nella mente.

Fiore scuro di paura

fiore giallo dello sforzo

fiore bianco dell’attesa.

Dimmi l’insetto che ti ronza intorno

la cicala che stride nell’orecchio

la sapienza del ragno che ti abita.

La forma che tu vedi è una follia:

sotto la giusta ombra intimamente

si muovono i giardini inconsapevoli.

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~A viva voce: Uomini e ali~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

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Carlo Tosetti, “La teoria del transatlantico”, Edizioni Cofine, 2022.

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La teoria del transatlantico si articola in sette libri di sette componimenti ciascuno: I. Il transatlantico Albizia, II. Il funzionario del magazzino, III. Il cuciniere, IV. L’addetta all’ufficio reclami, V. Il direttore della compagnia di navigazione, VI. Il passeggero, VII. La teoria del transatlantico. Fin dalle prime battute, il poema unisce l’allegoria della nave alla collocazione storica che va dal ‘secolo breve’ – il Novecento dei due conflitti mondiali, dei totalitarismi e della ‘scoperta’ della propaganda come strumento di suggestione delle masse e di conseguente gestione di un ampio potere su di esse – alla contemporaneità dell’automazione del lavoro, delle nuove schiavitù e del sempre più feroce classismo.

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Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “La nave nera” di Abraham Valdelomar

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P E RU’

LA NAVE NERA

(1913)

Abraham Valdelomar (1888-1919)

Taduzione di Emilio Capaccio

Una delle figure più emblematiche della letteratura peruviana, insieme a César Vallejo, José María Eguren e José Santos Chocano. È stato narratore, poeta e critico letterario, esponente del postmodernismo, affine alla corrente dell’avanguardia, anche se sono presenti inclinazioni nella sua opera che denotano una nostalgia per la vita di provincia e tentativi di elaborare temi creoli e incaici. Il racconto seguente fa parte dei “cuentos criollos” (racconti creoli) ed è ambientato durante l’infanzia dell’autore nella cittadina natale di Pisco nei pressi di Ica. Il racconto fu scritto nel 1913 e originariamente inserito in una raccolta intitolata: “La aldea encantada”, opera che non fu mai portata a termine. Il racconto venne pubblicato solo più tardi, nel 1917, sulla rivista “Almanaque de La Prensa” e non figurò in nessuna raccolta antologica dell’autore.

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Una vita in scrittura: Maria Grazia Calandrone

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omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto da Antonella Pizzo a Maria Grazia Calandrone che l’ha interpretato come segue.

Grazie infinite, Maria Grazia e grazie altrettante ad Antonella Pizzo

da Giardino della gioia, Mondadori 2019

Intelletto d’amore

La poesia è anarchica, risponde a leggi solo proprie, non può e non deve piegarsi a nient’altro
che a se stessa.
La sua legge interiore è ritmo, musica assoluta.
Questo spiega la commozione che proviamo nell’ascoltare letture di poesia in lingue a noi sconosciute.
Abbiamo l’impressione di comprendere
anche se non capiamo le parole,
perché le nostre molecole consuonano con la musica profonda della poesia,
che è la stessa in ogni lingua: un ultrasuono, un rumore bianco.
Una lingua invisibile, un ronzio nucleare
traducibile per approssimazione,
una sonorità che entra in risonanza con la parte più estranea e profonda delle nostre molecole

e col rombo primario della materia

che compone la sedia

sulla quale sediamo.

Come certa musica – penso al Chiaro di luna di Ludwig van Beethoven – è un linguaggio
letteralmente universale:
i poeti lo scrivono da sempre, ma le recenti scoperte astrofisiche lo confermano
con rigore scientifico, non più solo intuitivo: il nucleo più profondo di noi
è composto della stessa materia delle stelle.
Parole di Margherita Hack: «Tutta la materia di cui siamo fatti l’hanno costruita le stelle. Tutti gli elementi, dall’idrogeno all’uranio, sono stati fatti nelle reazioni nucleari che avvengono nelle supernovae, stelle molto più grandi del Sole, che alla fine della loro vita esplodono e sparpagliano nello spazio
il risultato di tutte le reazioni nucleari avvenute al loro interno».
Dalle scoperte ultimissime sappiamo ancora che
metà degli atomi che formano i nostri corpi è materia prodotta fuori dalla Via Lattea, viene da una distanza

che non si può
commensurare.
La vibrazione delle nostre molecole entra in risonanza materiale con la vibrazione dell’universo,
fin dentro l’universo sconosciuto. QQQuesta forza
«che move il sole e l’altre stelle»
è quella che Dante chiama «amore».
La poesia intercetta il corale profondo e ininterrotto di questa forza, intona la sua voce
al rombo delle stelle extragalattiche

e al rombo primario della materia

che compone la sedia

sulla quale sediamo.
È un oggetto fatto di parole
sempre d’amore.
E basta.

Risposta per Arturo

Se anche mio figlio, ieri, col libro di grammatica

greca aperto sul tavolo, sorridendo confuso tra il desiderio

di non dispiacermi e il pragma

della cosidetta realtà, chiede: “A che serve?”

io dico a voi, ragazzi: la bellezza

è gratuità del gesto,

come quando vi amate,

è il momento preciso in cui un essere umano

si stacca da terra,

s’inginocchia e disegna

un toro

sulla parete

della sua grotta,

a Lascaux. Così,

senza motivo.

O ha scoperto il modo

per non essere solo

– e ha scoperto il modo

per non morire.

Roma, 6 marzo 2018

Come si dice amore nella tua lingua

  «Le lingue non hanno confini, i confini sono solo politici» «Esiste una lingua invisibile alla quale attingiamo tutti» «Ogni scrittura è traduzione di un mondo» «Io attraverso le lingue che conosco in cerca della lingua universale». Questa è la vera avanguardia, la vera

profezia per il futuro della specie.

Fekrì, hubùn, dashùri

sirèl, bhālabāsā, agàpi

uthàndo, ài, jeclahày

süyüü, obichàm, aròha

lyubòv’, hkyithkyinnmayttàr

khairtài, cariàd, upéndo

amour, is bràe, snēhàṁ

maxabbàt, szerelém, rudo,

ādaràya, fitiavàna

liebe, evîn, miq’vàrs.

Continuate in settenari chiari

con questi suoni, nuovi come il mondo

che dicono da prati

e da foreste, igloo, capanne

e palafitte, grattacieli e canoe: io, questo niente

caduto nel sogno della materia, avrò cura di te

fino alla fine del mondo.

Roma, 9 febbraio 2019


Canto presente 56: Giorgia Deidda

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Giorgia Deidda

Ti sogno con le labbra rosso sangue,
ti sogno assorto nella pioggia.
Il volto livido, benefattore del cielo;
piango carnalmente il figlio perduto,
mi lascia spazio la voracità della luce;
sembra inghiottirmi in una cernita di gole.
Hai le mani bianco latte, screziate dalle gocce di sale.
Verrei a rompere la stasi che ti socchiude
ma non mi è concesso entrare nel mondo dei morti.
Abbiamo bocche terribili e un fagocito di cellule che respirano;
siamo vita mangiata dai cani e siamo affamati.
Deglutisco un cucchiaio di dolore –
lo combino con dell’acqua per mandarlo giù.
È la medicina, presa puntualmente, che regola i ritmi del cuore.
L’aculeo velenoso si conficca tra la mano e la piaga;
non sento niente.
E rimango sola dietro la finestra,
a guardare il tempo soccombere sulla lettiga di velluto,
lo guardo perire e cementare.
I cuscini si sono strappati,
non c’è più posto per riposare –
mi socchiudo il corpo in un ecometro compatto.
E non c’è ginocchio che tenga;
l’osso si distanzia e si deforma, crepa di venature violacee.
Come puntine nella notte accendo il lumicino
che rischiara la stanza;
è l’ombra che mi fa paura, mi terrorizza a tal punto
da farmi smettere di mordicchiare.
La testa del morto è grigia;
si muove a ritmi lenti e mi guarda dormire.
L’entrata della grotta è cavernosa –
tu mi dicesti: “guarda, sembra che il soffitto venga giù”.
Si squarciava il lembo per soverchiare il mare;
una traccia d’azzurro che pareva dire:
“io esisto”.

L’assenza si fa preghiera lontana.
Rannicchiata nel letto, a guardare le incrostazioni del soffitto,
io rivolgo gli occhi lontano,
li rivolgo alla tua mano,
caduca speranza che si fa rantolo di neonato.
Se per esempio tu dovessi esistere,
io annullerei la mia presenza in un turbinìo di vento,
ché non sarei più una cosa compatta,
ma un animale dilaniato dalle carni, senza occhi.
Le ossa bruciano e si spezzano,
ma le mani congiunte deviano la lontananza
in uno spergiuro di colpa.
Quando la notte dormo,
sento il tuo fiato sul collo, il caldo che mi alita vita,
e non sono più un essere dimenticato.
A volte si fa sangue il ricordo,
cola sui cuscini biancastri,
cola dal comodino dove posano gli orecchini.
E il rossetto copre il balbettìo stentato,
la smorfia che fa la mia bocca quando sorrido.
Non dimentico la tua voce;
una raucedine che si faceva poesia,
la mano attenta a sfogliare i libri danneggiati.
E crollo sotto terra,
dentro i vini dolciastri,
tremo il mio ventre in uno spasmo
che si fa colla
un’attaccatura per le cose che penzolano,
per l’afflitto e il ferito,
per il solo e la solitudine.
E urlo in un grido che il mare
Tossisce e trema.

Cammino con i sassi nella pancia;
l’osso sbuca dalle costole,
il cibo che non ho ingurgitato.
Si frappone la pioggia caduca tra la mia mano
E quella dell’altro –
È il verde rigolo che scende nei tombini fognari.
Si chiede qualche minuto in più per parlare,
ma la giornata è occupata come uno stendardo militare.
Le luminose fisse, dalla mia camera sono tutte cascate a terra –
È il segno che l’infanzia è stata recisa,
come coi tronchi degli alberi verdi.
Casa mia è lontana, si è fatta
Puntino di luce bucherellato da cui si intravede,
fioca, la luce delle candele.
Il cielo del terrazzo è diventato un piombo allargato,
pesante e plumbeo.
I tricicli arrugginiti sono sempre rimasti lì.
Ma casa mia non è più casa,
è un luogo sottile di morte,
di cavilli senza senso appiccicati con la ceralacca al frigorifero;
è l’ingordigia che viene bloccata
e al suo posto un passato di verdure,
per entrare nel vestito rosso.
È l’ansia che mozza il respiro,
il litigio nascosto tra le ragnatele ed i cunicoli,
è il cuscino che cola sulle notti d’ipersonnia,
è l’oggetto lanciato sulla fronte,
è ciò che si può dire male in tutte le sue forme.

Scavare l’osso per distogliere la carne;
lo scheletro muto regge il peso della gravità.
Si ascolta fuori come un fruscìo;
sono i monaci che stridono il campanello.
È notte –
Si condensa l’aria in un tono elegiaco,
fanno da coro gli uccelli notturni;
si intravedono solo occhi gialli.
E tira il vento, stira le foglie,
smuove i rami spezzati,
ulula alla luna bulbosa il suo tormento.
Il letto è nido d’api;
ogni notte mi vengono a pungere il cuore
per stillarne miele.
Le lenzuola non sono bianche,
ma di un leggero colore cremisi;
non le cambio da quando sei andato.
La bottiglia di vetro è sul tavolo;
dentro il liquido rosso sangue che cola
dalla saliva fino alla gola,
irretendo i sensi.
Il giorno mi ha sempre disgustata;
un pullulare a frotte di gente dai visi di sifilide,
stanchi e arrabbiati.
I fiori di campo crescono rigogliosi –
Una volta li strappai tutti e li feci cadere sulla tua tomba.
Miagola il gatto in cerca di cibo;
si acciambella sulle caviglie e guarda dicendo:
“sono qui”.

Aspro è il giorno per chi non ha dormito;
si contano le ore lentamente,
sgocciola il minuto sulla fronte,
una bomba ad orologeria –
un tessuto fine.
Si squarcia il cielo da cui sbucano i raggi timidi;
la morte è sorella e amante,
si fa astro nascente quando le cose smettono di respirare,
buca l’inchiostro la luce, i vescovadi cuciono e sfibrano le fila, si affannano i bambini verso il campo.
Nella luna io cerco la tua ombra;
mi è amaro il sapore che mi hai lasciato sulle labbra –
filano dritti i capelli come aghi d’ebano,
compatti.
La malattia sfebbra come neve al sole,
fioriscono i campi dimenticati,
si celebrano le feste pagane ballando
e bagnandosi la fronte benedetta.
L’amore è la culla dentro cui nasce la rosa,
la pietanza assaggiata con palato dolce,
il sorriso inasprito dai nervi contriti,
le mani che faticano il lavoro.
Coltivo piccole manie come neonati impudenti,
le vedo strillare e contorcersi come aborti,
una non essenza del tempo,
una noesi tra paradiso e inferno.
Fratello che non vedi,
ci sono albe misteriose dietro la tua tenda,
ci sono forbici tagliate sulla pelle,
ci sono occhi amari che contemplano l’assenza.
Sorella che piangi,
non vedi come le vesti silenziose ti calzano addosso,
non vedi come ti sei ridotta all’osso?
La tetra salma risponde dalla terra,
ci indica la via verso l’infinito.
E noi corriamo, ignari, sul prato ormeggiato,
calpestando le impronte di quelli che furono,
e che ci osservano dall’alto.
Mi senti forse? Sei sperduto nella notte,
ignaro del fantasma che regnava nella casa.
Io ti chiamo ogni giorno, sussurro il tuo nome al soffitto, in silenzio.
E giuro d’averti sentito in un sogno –
Parlavi al mio orecchio cose indicibili.
E mi sembra d’averti perso nuovamente,
nel grido onirico che resta muto.
Come curare i pensieri ossessivi

Sganciare ad una ad una
Le macchie di muschio
Abbarbicate sui fili nervosi.
Staccarli con cura come si fa con
Le pulci, un animale da compagnia.
Slegare la loro saliva smacchiata su tutti i cordoni e le cellule,
sventrare il nucleo che le tiene incollate
alla corteccia prefrontale.
Badate, non sarà semplice aprire un cranio;
le ossa si tritureranno e scalceranno come bambini capricciosi,
opponendo resistenza.
Ma voi bucherellate ciò che rimane e filtrate
Capienza e lama da taglio.
Tutte le macchie devono essere lavate via,
con un po’ di candeggina i tessuti non ne risentiranno.
L’importante è sgretolare le zampine che trasmettono le stesse immagini,
ore ed ore al giorno.
Disinnescare l’attimo in cui c’è pausa,
pinzare per bene il malfattore e tirare via.
Potrebbe essere necessario un batuffolo,
per tamponare lo zampillo.
Dopo aver rimosso tutte le macchie di muschio,
aver cura di accarezzare le parti lese
e chiedere scusa.
Dopodiché richiudere il cranio,
e godere di tutti i momenti,
la felicità.

Emanuele Martinuzzi, testi tratti da “L’idioma del sale”, Nulla Die Edizioni, 2022 e da “Notturna gloria”, Robin Edizioni, 2021.

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Mi esilio

Mi esilio, ruggine

di rose mai colte,

orma a precipizio

nel tuo cuore.

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~A viva voce: Personali Apocalissi~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

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Tommaso Tommasi, “LAMODECA”, Guido Miano Editore, 2022. Recensione di Marcella Mellea.

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Recensione di Marcella Mellea

LAMODECA (Lettere d’amore, Lettere ai genitori, Racconti, Memorie, Poesie), di Tommaso Tommasi  (Guido Miano Editore, Milano, 2022), è un’opera originale e peculiare, poiché l’autore, attraverso forme letterarie diverse – lettere, poesie, pagine di diario, recensioni, articoli di giornale, racconti – esprime il suo caos interiore, il senso di frammentarietà del vivere quotidiano, e tenta di dargli unitarietà e senso. L’opera si potrebbe collocare, come sottolineato da Enzo Concardi nella prefazione, nel filone del Frammentismo, tipico della letteratura italiana dei primi anni del Novecento, che ebbe come espressione caratteristica il frammento, cioè la composizione lirica breve, in versi o in prosa, inconciliabile con ogni forma di letteratura costruita, complessa e oggettiva. Continua a leggere

“Arrivederci, fratello Mare!” di Nazim Hikmet

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Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti

arrivederci, fratello mare

mi porto un po’ della tua ghiaia

un po’ del tuo sale azzurro

un po’ della tua infinità

e un pochino della tua luce

e della tua infelicità.

Ci hai saputo dir molte cose

sul tuo destino mare

eccoci con un po’ più di speranza

eccoci con un po’ più di saggezza

e ce ne andiamo come siamo venuti

arrivederci, fratello mare!

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Buone vacanze con Walt Whitman

Limina mundi e tutta la Redazione vi augurano BUONE VACANZE  con la poesia “Miracoli” di Walt Whitman

ARRIVEDERCI A SETTEMBRE

Joaquín Sorolla y Bastida, “Bambina nel mare argentato”, 1909

MIRACOLI di Walt Whitman

Perché vi stupite dei miracoli?
Io non vedo altro che miracoli.
Sia che passeggi per le strade di Manhattan,
o sollevi lo sguardo sopra tetti delle case verso il cielo,
o cammini a piedi nudi lungo la linea della battigia,
o stia sotto gli alberi nei boschi.
Se di giorno parlo con qualcuno che amo,
se la notte dormo con qualcuno che amo,
se siedo a tavola a cena con gli altri,
se in viaggio osservo gli estranei che mi stanno di fronte.
Quando in un mattino estivo vedo le api indaffarate all’alveare,
gli animali che pascolano nei campi,
gli uccelli e gli insetti danzare nell’aria,
il meraviglioso spettacolo del tramonto,
le stelle che brillano silenziose e lucenti,
la preziosa e sottile curva della luna nuova di primavera.

Queste ed altre cose, nell’insieme e ognuna
per me sono miracoli.
Si riferiscono al tutto, anche se ognuna sta a sé
e al proprio posto.
Per me è miracolo ogni ora di luce e di buio.
Ogni metratura di spazio è un miracolo,
Ogni quadrato di terra brulica di miracoli,
Ogni incavo del sottosuolo formicola di miracoli.

Il mare è per me è un continuo miracolo
e i pesci che vi nuotano – e gli scogli – e il moto delle onde
– e le navi che portano gli uomini.

Quali miracoli sono più straordinari di questi?

traduzione di Loredana Semantica

Nicolas de Staël, Il sole

MIRACLES di Walt Whitman

Why, who makes much of a miracle?
As to me I know of nothing else but miracles,
Whether I walk the streets of Manhattan,
Or dart my sight over the roofs of houses toward the sky,
Or wade with naked feet along the beach just in the edge of the water,
Or stand under trees in the woods,
Or talk by day with any one I love, or sleep in the bed at night with any one I love,
Or sit at table at dinner with the rest,
Or look at strangers opposite me riding in the car,
Or watch honey-bees busy around the hive of a summer forenoon,
Or animals feeding in the fields,
Or birds, or the wonderfulness of insects in the air,
Or the wonderfulness of the sundown, or of stars shining so quiet and bright,
Or the exquisite delicate thin curve of the new moon in spring;
These with the rest, one and all, are to me miracles,
The whole referring, yet each distinct and in its place.

To me every hour of the light and dark is a miracle,
Every cubic inch of space is a miracle,
Every square yard of the surface of the earth is spread with the same,
Every foot of the interior swarms with the same.

To me the sea is a continual miracle,
The fishes that swim—the rocks—the motion of the waves—the
ships with men in them,
What stranger miracles are there?

Guillermo Gomez Gil, “Tramonto sulla costa di malaga, 1918

Vittoria Luna. Un racconto di Patrizia Destro

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“Da grande voglio fare l’astronauta”. Vittoria è seduta sul pavimento, attorniata da cubi e costruzioni che impila gli uni sugli altri con grande attenzione. Si trova in soggiorno, in compagnia dei suoi genitori. Lui, il papà, è seduto in poltrona a leggere il giornale; lei, la mamma, sta facendo le parole crociate. La domenica è per entrambi giorno di riposo. La donna salta subito in piedi, entusiasta.
“Hai sentito, caro? La nostra bambina ha detto la sua prima frase lunga! Vieni qui, amore, che ti coccolo tutta!”
“Ma dico, sei impazzita?” dice lui, alzando la voce. “Non prenderla in braccio, che poi ci fa l’abitudine! E comunque i suoi fratelli hanno cominciato a parlare molto prima di lei. Non trattarla come un fenomeno!” “Abbassa la voce, che la fai spaventare! Non dire che ha imparato a parlare solo ora, perché non è vero. Nostra figlia ha imparato a parlare presto. Solo che parla poco, ecco. Non è logorroica come i gemelli, che quando telefonano ci stordiscono di chiacchiere !”
“Ah, ti danno fastidio i nostri figli, è così? Almeno non sono ritardati come questa qui, la tua preferita. Sono svegli, loro!” urla ancora lui. “Non capisco proprio a chi somigli. Anzi, lo capisco benissimo: somiglia a te, che in tutta la vita non hai concluso niente. Sei nata donna delle pulizie e morirai pulendo, te lo dico io!”
“Mi offendi così, non hai proprio un briciolo di dignità?” dice lei. E aggiunge: “Vittoria non somiglia a nessuno di noi due, per fortuna. Nel caso te lo fossi dimenticato l’abbiamo adottata”.
“Certo, che me lo ricordo! Una delle tue idee idiote, come se non avessimo già fatto il nostro dovere mettendo al mondo due figli!”
Lei non raccoglie la provocazione. “E comunque ci vuole intelligenza anche per fare le pulizie. Pensa se mescolassi, per ignoranza, alcol e candeggina, per esempio. Ma io non lo faccio, perché certe cose le so. E, visto che te la sei cercata, aggiungo che neppure tu sei diventato uno scienziato; sei solo un cameriere, ecco quello che sei!”
“Si, sono un cameriere e ne vado orgoglioso. Anche i nostri figli sono camerieri come me. E tutti e tre lavoriamo in ristoranti di lusso. Non come te, che pulisci lo studio di tre medici sconosciuti e incapaci, che quando li chiami non vengono mai a casa!”
“Da quando i dentisti fanno visite a domicilio? Cerca di ragionare, prima di aprire la bocca, santo cielo!” Vittoria, intanto, continua a giocare, pacifica. Le voci dei genitori litigiosi le arrivano ovattate, come da molto lontano. Gioca e cresce, cresce e gioca e impara, noncurante delle cattive parole che le volano attorno.

“E questa la chiami pagella?” sbraita il padre appoggiando in malo modo la tazza di caffè sul tavolo della cucina. “Tutti ‘sette’, ragazzina? Non è che ti sforzi molto, a quanto vedo. Sei in terza liceo, ormai. Dovresti impegnarti di più, ecco! Non ci arrivi proprio a prendere qualche ‘otto’ o ‘nove’, eh? Io alla tua età studiavo dalla mattina alla sera e anche di notte, e prendevo dei bellissimi voti, sempre!”
“Ma quanto sei bugiardo? Eravamo a scuola insieme, chi credi di imbrogliare? Mi ricordo benissimo che arrivavi alla sufficienza con grande fatica. Non è che tu ti sia mai sforzato troppo, eri sempre al bar con gli amici. E poi te l’ho già spiegato: nella scuola di Vittoria i voti arrivano solo fino all’ ‘otto’. Otto è il voto massimo, capito? E’ come il ‘dieci’. Quindi Vittoria è come se avesse preso ‘nove’ in tutte le materie”. “Certo, certo… Continua pure a dare i numeri, io intanto vado a fare quattro passi. Siete impossibili, voi due, non vi sopporto”.
La madre scuote la testa; rimane per qualche minuto a guardare nel vuoto e poi, senza dire una parola, si prepara per andare al lavoro.
Vittoria, nel frattempo, sta compilando un test per la scuola. Toglie per un attimo le cuffiette (sta ascoltando il suo gruppo preferito), rivolge uno sguardo neutro prima verso il padre poi verso la madre e ricomincia a scrivere tranquillamente, come se avesse udito un semplice spostamento d’aria.
“Presto, siediti qui vicino a me! Tra poco saremo in collegamento con Vittoria, è da mesi che non la vediamo! Che emozione, ma ci pensi? Lei è arrivata là, dove solo poche persone potevano anche solo sognare di arrivare!
“Vengo, vengo! Che idea scriteriata, andarsene in orbita attorno alla terra, ma dico io”.
“Piantala di brontolare, per una volta… Oh, eccola! Ciao, amore, come stai?”
” ‘Amore come stai’ … ma sentitela, che smancerie! Sembra sempre che tu stia parlando col tuo gatto. Quella bestia lascia il pelo dappertutto e con quelle sue zampacce ha spremuto fuori dal tubetto tutta la pasta adesiva per la mia dentiera…”
“Che colpa ne ha Micio se tu hai perso i denti in anticipo perché li tieni digrignati, sempre, giorno e notte!” Il padre fa finta di non sentire. Muove di malavoglia una mano a destra e a sinistra per salutare la ragazza. Si avvicina al video e vede che c’è scritto ‘Vittoria Luna’.
“Hai visto che tua figlia si è cambiata il nome? Ci ha rinnegato, ecco che cos’ha fatto! E’ proprio una vergogna!”
“Fai sempre una tragedia per tutto, sei uno stolto, lasciamelo dire. Vittoria non ha cambiato proprio un bel niente, si è solo aggiunta un altro nome, molto appropriato alla situazione”.
L’uomo esce dalla porta sbraitando che astronauta non è un vero lavoro, è un’occupazione inutile, lei doveva diventare chef, quello si che è un lavoro vero e utile, ma naturalmente nessuno lo ascolta mai. Aggiunge che deve andare a comprare un nuovo tubetto di pasta adesiva ed esce.
Vittoria, nel frattempo, è comparsa sul video e saluta con una mano e un sorriso leggero. Segnala ‘tutto bene’ con i pollici alzati e poi si sposta per consentire alla madre di dare un’occhiata all’interno del modulo. Il collegamento con la Terra dura pochi minuti. Dopo la chiusura, la donna rimane a guardare il video ormai spento, con aria sognante, mentre accarezza Micio che, nel frattempo, le è salito in grembo e ha iniziato a ronfare più rumorosamente del solito.

Patrizia Destro

Le case dai tetti rossi di Alessandro Moscè Fandango Libri, aprile 2022. Una nota di lettura di Maria Allo

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“Non ho mai dimenticato i racconti sventurati, le volte che mi sono avvicinato a quel luogo malfamato con il figlio del giardiniere, il mio amico Luca, il timore di superare il cancello, i rimproveri di mia madre quando fissavo i degenti appoggiati al cancello, le strattonate, le raccomandazioni di girare al largo se fossi uscito da solo per comprare i fumetti incellofanati, a poco prezzo.
In questo libro scrupolosamente documentato Alessandro Moscè traccia un percorso avvincente, tra memoria e ricerca come un vero e proprio viaggio a ritroso sul filo conduttore del disagio mentale e nell’avventura della soglia si incrocia con le vite dei degenti, ormai scomparsi, dell’ospedale neuropsichiatrico di Ancona ( La Legge 180 del 1978 portò nel 1981, alla chiusura e conseguente trasformazione della struttura in un centro residenziale di assistenza sociosanitaria e, successivamente, in un centro riabilitativo e sanitario). “Me lo ricordo bene il manicomio a pochi passi dalla casa della famiglia di mia madre, ero un bambino che trascorreva l’estate da nonna Altera”. Nel prologo della storia, come un moderno Ulisse, l’autore prova un vero e proprio desiderio di esplorare gli abissi per raccontare e testimoniare la verità della sua esperienza. Ed è così che “Si apre un teatro dove gli attori si spostano con scioltezza guardando dritti o a testa bassa: luci, movimenti, entrate e uscite seguite con un occhio di bue che li avvolge. Prendo confidenza con lo spazio scenico e da un alone giallastro emerge sempre più nitidamente un mondo inabissato”. La singolare tecnica compositiva dell’opera affine a quella del puzzle, di cui l’autore stesso specifica in anticipo obiettivi e nuclei tematici, presenta punti in comune con quella di Georges Perec e si configura come un assemblaggio di microstorie diverse, tenute insieme soltanto da un’immagine unitaria e significativa di un luogo, la struttura manicomiale di Ancona: “Il manicomio di Ancona era una piccola città con centinaia di ospiti. I tetti rossi, del colore del sangue, accoglievano i barboni, i malnutriti, gli ubriaconi, chi era tornato dalla guerra frastornato, con una pallottola conficcata da qualche parte, chi non riusciva ad alzarsi dal letto, chi era nato straccu, stanco […] (p. 13). L’espediente tecnico di una sorta di racconto nel racconto, costruito attraverso le memorie dei degenti, evidenzia l’abilità dell’autore di costruire trame complesse, riducendole però a pagine dense ed elaborate con precisione analitica delle descrizioni: dettagli visivi che vengono inquadrati e ordinati in una prosa senza compiacimenti stilistici ma con un lessico preciso, a volte addirittura specifico, quello dei medici, innestato di dialettismi anconetani. ”Negli anni Sessanta ai piani di sopra del manicomio risiedevano i violenti, gli incontrollabili, gli psicotici. Ancona aveva paura dei suoi matti e chi transitava da quelle parti allungava il passo, non si girava, faceva gli scongiuri, chiudeva gli occhi. Ai bambini si proibiva di guardare i padiglioni e i pazienti che sbirciavano da una sbarra all’altra tra le fessure del cancello d’entrata” così racconta Arduino, il giardiniere che ha svolto un ruolo di ascolto, di accoglienza e di accettazione(come il basagliano professor Lazzari, il primario e Suor Germana) nei confronti dei pazienti internati, corpi che invocano amore per trovare i loro confini, la loro storia. Il viaggio è lungo, pieno di intoppi e di insidie, ma è un viaggio verso l’amore “il tempo dell’apprendere è sempre un tempo lungo, di clausura, e così amare è, per lungo spazio, ampio fin nel cuore della vita, solitudine, più intensa e appassionata, solitamente, per colui che ama, come dice R. M. Rilke e come sembra voler suggerire Alessandro Moscè. Ed è così che lo sguardo dell’autore, oltre il limen, diviene il testimone interiore che vede e con cuore visionario fa risuonare quella corda autentica che occorre all’anima per incontrare gli altri e mettere in moto il motore della storia che coinvolge ed emoziona. Storie di persone sofferenti, (curate con la devastante terapia dell’elettrochoc), spesso finite in manicomio per la loro diversità tanto da non avere più patria o perché abbandonati da bambini come il caso di Adele. “…la follia può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Quando qualcuno è folle ed entra in un manicomio, smette di essere folle per trasformarsi in malato”. (Da Lei se ne va, storie del disagio mentale, a cura di Gloria Gaetano e Manlio Talamo con prefazione di Don Luigi Ciotti). Fortunatamente l’opera riformatrice che si attua nella legge 180 rende possibile la chiusura dei manicomi e la nascita di una nuova teoria che riconosce la follia come parte della propria realtà, legata a chiare definizioni di scienza, di società civili, di persona. “Le persone non sono la loro malattia, ma con tutta la malattia esse sono il mondo dove stanno. E di questo mondo hanno bisogno per curarsi ed essere curate. È il mondo, la cura.” Alessandro Moscè ha spinto lo sguardo così oltre il limen nelle storie esplorate da far emergere, in un mondo segnato da una mutazione antropologica quale mai si era verificata in passato, nuove aperture verso le marginalità dell’esistenza a partire dall’accettazione e dall’accoglimento.

© Maria Allo

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Si occupa di letteratura italiana. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro, 2004), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali 2008), Hotel della notte (Aragno 2013, Premio San Tommaso D’Aquino) e La vestaglia del padre (Aragno, 2019). I suoi libri di poesia sono tradotti in Francia, Spagna, Romania, Venezuela, Stati Uniti, Argentina e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale, 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano, 2012), L’età bianca (Avagliano, 2016), Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville 2018, finalista al Premio Flaiano) e Le case dai tetti rossi (Fandango, 2022). Si occupa di critica letteraria su vari giornali. Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale è http://www.alessandromosce.com.

Luigi Finucci, Inediti

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by Grégoire A. Meyer

 

#1

 

La prima notte al mondo

ho piazzato una tenda al Polo Nord.

 

La luce lunare splendeva ovunque

e il ghiaccio si scioglieva

solo in determinati punti.

 

Ero spoglio e sotto di me

le foche nuotavano aspettando

il mio essere cacciatore.

 

Il silenzio d’altronde

non si può ricordare.

 

#2

 

La percentuale che un meteorite

colpisca la terra è lontana

dal nostro vivere quotidiano.

 

Acqua solida che vaga nello spazio

può essere pericolo e opportunità:

porta con sé vita e morte.

 

L’impatto è la decisione definitiva

che una specie debba smettere

di esistere, e un’altra nascere.

 

Non dovrebbe essere lasciato

al caso. Così la fede è l’unico

appiglio che difende dal caos.

 

#3

 

La gravità è una cosa che fa pensare,

fa compagnia per tutta la vita.

La senti sulle spalle eppure non grida.

 

È un’ombra silente, una catena e una piuma:

lancia uno sguardo o una palla e

prima o poi li troverai a terra. Qualcuno

ha detto che oltre lo spazio si annulla

ma chi può dirlo?

 

Forse un pesce o la memoria. A detta d’uomo

sulla luna non si sente, ma c’è,

così leggera che non fa rumore.

Non lascia soli nessuno

nemmeno una barca alla deriva.

 

#4

 

Tra gli anelli di Saturno c’è una distanza

come gli elettroni di un atomo.

 

Procedono intatti in tondo

attratti da un nucleo,

senza sentire la disperazione

tutta intorno, buia e infinita.

 

Sulla superficie, la temperatura

arriva a centinaia di gradi

sotto lo zero e la vita

non riesce ad imporsi.

Per fortuna dico,

una solitudine così

non sarebbe sopportabile,

nemmeno da un batterio.

 

Eppure l’occhio umano

reputa questo pianeta

tra i più belli. Solo da lontano

da molto lontano, mi ripeto.

 

#5

 

Nel caos della mia mente,

ho assistito a scene da manicomio.

 

Un giorno ho sputato la medicina ed è

stato lì che ho visto una porta piccola.

Aveva i capelli neri, e sembrava ferita dalla vita:

cinque punti di sutura nei pressi del cuore.

Abbiamo provato a fuggire tutte le sere

con le mani, ci siamo illusi. Con la dolcezza

dei primi occhi.

 

Ora , c’è molta stanchezza. Le venature sono più evidenti

e sembriamo vecchi. Una cosa è certa, abbiamo provato

a salire sui rami dell’amore.

Caduti, le ossa si sono frantumate con la realtà.

Eppure le mani hanno trovato il modo di sfiorarsi, le mani.

 

#6

 

E’ nato un bambino sulla terra,

tutti  hanno descritto

l’evento come consueto.

 

Un essere piccolo scaraventato

su un globo sparso in un

indefinito spazio nero:

una catastrofe vista da fuori

diventa un miracolo.

 

Tutto il senso si racchiude

in una stanza di ospedale.

Il nascituro numero due

del venti aprile duemilasedici

non proviene dalla matematica.

 

L’unico comandamento a cui

appellarsi, è che l’uomo

assomigli ad un fiore.

Il fiore non  reclama il diritto

di possesso, ma di dono.

 

 

NOTA BIOGRAFICA

Luigi Finucci pubblica due libri di poesia: Le prime volte non c’era stanchezza – Eretica edizioni nel 2016 e Il Canto dell’Attesa – Ladolfi Editore nel 2018. Ha poi pubblicato anche tre libri per bambini, in rima, per la Giaconi Editore: L’aspirante Astronauta, Il paese degli Artigiani e Il mondo di sotto. Collabora con alcune riviste e alcune sue poesie sono tradotte in diverse lingue, tra cui il rumeno e lo spagnolo.